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D I

IRITTO NTERNAZIONALE

DIRITTO INTERNAZIONALE

.................................................................................................... 1

INTRODUZIONE .......................................................................................................................... 1

PARTE PRIMA

LA FORMAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI

...................................................... 3

PARTE SECONDA

IL CONTENUTO DELLE NORME INTERNAZIONALI

........................................................ 11

PARTE TERZA

L’APPLICAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI ALL’INTERNO DELLO

STATO

.......................................................................................................................................... 17

PARTE QUARTA

LA VIOLAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI E LE SUE CONSEGUENZE

..... 19

PARTE QUINTA

L’ACCERTAMENTO DELLE NORME INTERNAZIONALI E LA SOLUZIONE DELLE

CONTROVERSIE TRA STATI

.................................................................................................. 21

Introduzione

1. Definizione del diritto internazionale. Precisazioni terminologiche.

In una prima approssimazione il diritto internazionale può essere definito come il diritto della Comunità degli

Stati. Tale complesso di norme si forma al di sopra dello Stato e quest’ultimo si impegna a rispettarlo anche

con norme di carattere Costituzionale (es. art. 10 Cost.). Il diritto internazionale non regola soltanto i rapporti

fra Stati. E’ vero che i destinatari diretti di tali norme siano gli Stati ma è anche vero che il diritto

internazionale va sempre più regolando i rapporti interindividuali all’interno degli Stati stessi.

Il diritto internazionale viene anche chiamato diritto internazionale Pubblico in contrapposizione al diritto

internazionale Privato. Quest’ultimo consiste nelle norme statali che delimitano il diritto privato di uno Stato,

stabilendo quando esso va applicato e quando invece i giudici di quello Stato sono obbligati ad applicare

norme di diritto privato straniere.

2. Quadro sintetico delle funzioni di produzione, accertamento ed attuazione

coattiva del diritto internazionale.

Diamo un rapido sguardo alle funzioni normativa, accertamento del diritto e attuazione coattiva. Per quanto

riguarda la funzione normativa dobbiamo distinguere innanzitutto tra diritto internazionale generale e

particolare, cioè tra le norme indirizzate a tutti gli Stati e quelle che invece vincolano una ristretta cerchia di

soggetti, solitamente coloro che hanno partecipato alla loro formazione. L’art. 10 Cost. recita: “L’ordinamento

giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Tali sono le

norme consuetudinarie (fonte di 1° grado). La loro principale caratteristica è che pur essendo norme

primarie hanno dato luogo ad uno scarso numero di norme materiali. Altra categoria di norme di diritto

internazionale sono gli accordi (2° grado) che vincolano soltanto gli Stati contraenti. Essi, al contrario delle

norme consuetudinarie, sono numerosi e costituiscono la parte più rilevante del diritto internazionale. Sotto

agli accordi troviamo i procedimenti previsti da accordi (3° grado) che costituiscono fonti di diritto

internazionale particolare. Questi traggono la loro forza dagli accordi che li prevedono e vincolano soltanto

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gli Stati contraenti (es. sono procedimenti previsti da accordi molti degli atti della CE, costituita appunto da

un accordo).

Per quanto riguarda la funzione di accertamento giudiziario bisogna dire che essa è prevalentemente di

carattere arbitrale (accordo tra le parti) dato che non esistono organi giurisdizionali istituzionali cui il singolo

Stato possa ricorrere contro un altro che non accetti di sottoporvisi (§ 50).

Per quanto riguarda i mezzi che nel diritto internazionale permettono l’osservanza delle norme dobbiamo

realisticamente riconoscere che siano tutti riconducibili alla categoria dell’autotutela. Il diritto internazionale

poggia su rapporti di mera forza (§ 46).

E’ discusso in dottrina se il diritto internazionale sia o meno un vero diritto. La difesa dell’obbligatorietà del

diritto internazionale è un problema rilevante, dato che formalmente non esiste nulla che possa imporre ad

uno Stato di sottoporvisi. Tale problema si suole risolvere identificando, negli operatori giuridici interni dei

singoli Stati, coloro che debbono dare attuazione alle norme di diritto internazionale.

La cooperazione del diritto interno è indispensabile per assicurare compiutamente al diritto internazionale il

suo valore e la sua forza in quanto fenomeno giuridico. Ma anche considerando il diritto internazionale

indipendentemente dai suoi rapporti con gli ordinamenti statali interni esso è il punto di riferimento di una

sana diplomazia in un clima di sempre più ampia trasparenza.

3. Lo Stato come soggetto di diritto internazionale. Altri soggetti e presunti tali.

Le norme di diritto internazionale si indirizzano, almeno formalmente, agli Stati, creando diritti ed obblighi per

questi ultimi. Viene da chiedersi tuttavia se lo Stato sia l’unico soggetto del diritto internazionale o ve ne

siano altri ad affiancarlo. Innanzitutto, pacifico che lo Stato sia, anche nella seconda ipotesi, il soggetto

principale, occorre meglio identificare il concetto di “Stato”. Dobbiamo infatti rilevare che il fenomeno

giuridico “Stato” si presenta principalmente sotto due aspetti: lo Stato-comunità, intendendo con questa

locuzione la comunità di persone che vive tutta su un certo territorio, unita da usi, costumi e da una legge

comune; legge comune posta in essere da uno Stato-governo intendendo con quest’ultimo l’insieme dei

“governanti” o meglio di tutti gli organi statali che in qualche modo esercitano il loro potere di imperio sui

singoli associati. E’ quest’ultima figura il soggetto “Stato” che rileva in diritto internazionale.

Perchè lo Stato sia legittimamente soggetto di diritto internazionale occorre che il suo governo sia effettivo.

Sono pertanto da escludersi i Governi in esilio e i fronti (comitati od organizzazioni) di liberazione nazionale

(tipo l’OPL) od i governi c.d. fantoccio (Libano, controllato dalla Siria). Oltre al requisito della effettività un

altro è quello della indipendenza. E’ indipendente e sovrano lo Stato il cui ordinamento sia originario e

tragga la sua forza giuridica da una propria Costituzione e non da ordinamenti e Costituzioni di altri Stati..

L’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere diviene

soggetto di diritto internazionale in modo automatico. Non occorre cioè alcun riconoscimento da parte

degli altri Stati (quando si sente parlare di riconoscimenti si intende solo che quei due Stati vogliano

intraprendere rapporti amichevoli, e questi non hanno nessuna rilevanza giuridica, ma solo politica). Chiarito

quindi che un’organizzazione di governo diviene automaticamente soggetto quando esercita in modo

effettivo ed indipendente il proprio potere su una comunità territoriale, resta risolto anche il problema dei

“governi insurrezionali”. Se già durante l’insurrezione gli insorti riescano a instaurare un governo su una

parte del territorio non gli si può negare personalità internazionale anche se magari la sua vita sarà breve.

Esistono allora altri soggetti di diritto internazionale? Parte della dottrina riconosce negli individui tale

prerogativa. Questa tesi sembra accettabile nonostante siano più facilmente gli Stati i diretti “recettori” delle

norme internazionali anche se queste regolino dei rapporti interindividuali (§ 24). Non così per le minoranze,

mentre quando si parla di popoli (diritti dei popoli) è solo per conferire maggiore enfasi al concetto di Stato e

come tali vanno considerati.

L’autodeterminazione, è quella facoltà riconosciuta ad una comunità territoriale di divenire indipendente, di

scegliere liberamente il proprio regime politico, ed il Governo. Questo è quindi applicabile soltanto ai Popoli

sottoposti ad un Governo straniero (c.d. autodeterminazione esterna) o sottoposti a regime coloniale ed a

quelli occupati con la forza. Questo perchè una concezione troppo ampia dell’autodeterminazione è di fatto

impraticabile. Bisogna guardarsi dal ritenere che tutti i Governi esistenti godano sempre del consenso della

maggioranza dei sudditi e siano da costoro sempre liberamente scelti, ovvero che i Governi avallino le

aspirazioni secessionistiche di regioni o province od altre circoscrizioni territoriali per garantirne sempre

l’autodeterminazione (c.d. autodeterminazione interna). Esclusi questi casi il diritto internazionale impone

allo Stato che governa un territorio non suo di consentirne l’autodeterminazione. Ecco risolto il problema

della soggettività: è sempre lo Stato che ha l’obbligo di permettere l’autodeterminazione ed è solo nei suoi

confronti che possono scattare sanzioni da parte della comunità degli Stati. Non si può cioè parlare di un

vero e proprio diritto soggettivo all’autodeterminazione della comunità territoriale.

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Per quanto riguarda le organizzazioni internazionali, è ormai pacifico riconoscerle la soggettività

internazionale al pari degli Stati, e numerosi ne sono i “sintomi”. Non bisogna comunque confondere la

personalità internazionale di queste organizzazioni con la loro personalità interna nei rapporti con gli Stati (se

ad esempio acquista immobili o contrae obbligazioni sarà il diritto interno dello Stato con cui pone in essere

queste situazioni che stabilirà entro quali limiti ha capacità per farlo).

Infine è da considerarsi soggetto di diritto internazionale la Chiesa Cattolica, da sempre tradizionalmente

riconosciuta.

Parte Prima

La Formazione Delle Norme Internazionali

4. Il diritto internazionale Generale. La consuetudine ed i suoi elementi costitutivi.

Le norme di diritto internazionale Generale hanno natura consuetudinaria in quanto derivano da un

comportamento costante ed uniforme tenuto dagli Stati, dal ripetersi cioè di un dato comportamento,

accompagnato dalla convinzione dell’obbligatorietà del comportamento stesso. Gli elementi che

caratterizzano la consuetudine sono quindi due: la diuturnitas (la prassi) e l’opinio juris ac necessitatis.

Parte della dottrina sostiene che solo la prassi sia necessaria e che se si ammettesse l’opinio juris sarebbe

come dire che il diritto internazionale si fonda su “errori” dovuti alla falsa convinzione che la norma da

applicare esista già. In realtà si parla di opinio juris ac necessitatis quindi non è tanto l’obbligatorietà a

rilevare quanto la doverosità sociale. Inoltre l’opinio juris è il solo criterio utilizzabile per ricavare una norma

consuetudinaria dalla prassi internazionale. Serve inoltre a distinguere il comportamento dello Stato diretto a

modificare il diritto consuetudinario da un mero illecito internazionale.

Per quanto riguarda la diuturnitas il tempo può essere tanto più breve quanto più diffuso è un certo contegno

tra i membri della comunità internazionale. Resta però inalienabile dato che è il decorso del tempo a

conferire alle norme di diritto internazionale quel carattere di stabilità insito nel diritto non scritto.

Si riconosce generalmente che gli organi dello Stato che concorrono alla formazione della norma

consuetudinaria siano tutti gli organi statali (quindi anche chi emana leggi, atti amministrativi, sentenze) e

non solo i detentori del potere estero. Non c’è una priorità ma solo la maggiore importanza da valutare caso

per caso. Un ruolo decisivo è svolto dalla Giurisprudenza interna e dalle Corti Supreme (specialmente

nell’opera di “rinnovamento”). Non sono invece in grado di formare diritto internazionale generale le

organizzazioni internazionali, le cui risoluzioni spesso contengono riferimenti al diritto consuetudinario. Solo

la diuturnitas + l’opinio juris degli Stati, e solo di questi, forma diritto internazionale generale.

La consuetudine crea diritto generale e come tale è applicabile a tutti gli Stati, anche a quelli di nuova

formazione, e non esiste ne occorre accettazione. E’ da considerare irrilevante la contestazione del singolo

Stato, tuttavia deve essere presa in considerazione quella di gruppi di Stati. E’ chiaro che se un nutrito

gruppo di Paesi contesta una norma internazionale (ferma + ripetuta obbiezione della più gran parte degli

stati appartenenti ad un gruppo) conseguentemente questa non può neanche considerarsi norma

internazionale. Ma se si ammettesse la possibilità di opporsi del singolo Stato si ammetterebbe quella

concezione del diritto internazionale come “accordo tacito”, quando invece esso rimane e rimarrà

unicamente “diritto spontaneo”.

Anche le consuetudini particolari, quelle cioè vincolanti una ristretta cerchia di Stati, sono da ammettersi

(es. le consuetudini regionali o locali tipo quelle formatesi fra i paesi dell’America Latina). Spesso si tratta di

diritto non scritto teso a modificare o abrogare regole di un determinato trattato precedentemente pattuito.

Questo comportamento è criticabile solo quando esista un organo internazionale preposto a tali modifiche

(es. nelle Comunità Europee).

Anche nel diritto internazionale si ricorre all’interpretazione analogica (es. classico quello che le norme

sulla navigazione marittima, che furono applicate anche per la navigazione aerea).

5. I principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.

Esistono norme di diritto internazionale diverse da quelle consuetudinarie? L’art. 38 dello Statuto della Corte

Internazionale di Giustizia (organo arbitrale delle UN § 50) annovera tra le fonti i principi generali di diritto

riconosciuti dalle nazioni civili. Il ricorso a tali principi costituirebbe una sorta di analogia juris destinata a

colmare le lacune del diritto pattizio e consuetudinario. Del resto se tale principio esiste in quasi tutti gli Stati

perchè negarne l’applicabilità in campo internazionale? Semmai il problema è un altro ovvero identificare

questi principi. A nostro avviso sono tre le condizioni che debbono sussistere: a) nozione di nazione civile,

ovvero che non torturi e non tolleri la discriminazione razziale o qualsiasi violazione dei diritti umani: b) tali

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principi devono essere uniformemente seguiti negli ordinamenti interni della maggior parte degli Stati; c)

occorre che siano sentiti come obbligatori e necessari anche e soprattutto dal punto di vista internazionale.

Così intesi, i principi generali del diritto internazionale costituiscono una categoria sui generis di norme

consuetudinarie dove la diuturnitas è data dalla loro uniforme previsione e applicazione da parte degli Stati

all’interno dei rispettivi ordinamenti.

Dato che, come abbiamo detto, uno dei requisiti fondamentali per l’esistenza di un principio internazionale è

la sua previsione dalla maggior parte degli Stati si deduce che tale principio sia invocabile dal giudice interno

di uno Stato nel quale tale principio non esista sempre che l’ordinamento interno preveda l’osservanza del

diritto internazionale (es. Art. 10 Cost. Italiana).

6. Altre presunte norme generali non scritte.

Una parte della dottrina, guidata dal Quadri, trova nei principi (costituzionali) delle norme superiori. Quindi

consuetudine e trattati sarebbero fonti di secondo grado subordinate ad alcuni super-principi che avrebbero

carattere formale o materiale a seconda che disciplinino altre fonti o regolino direttamente i rapporti fra Stati.

I Principi formali sarebbero due: consuetudo est servanda e pacta sunt servanda. Fin qui, tutto sommato,

niente da criticare, potremmo anche essere d’accordo. Il problema è che secondo la concezione del Quadri i

principi materiali potrebbero avere qualsiasi contenuto a seconda che le forze prevalenti si combinino per

volere una certa disciplina di una determinata materia (fino anche a giustificare il ricorso alla guerra). Se così

fosse arriveremmo a legittimare ogni abuso.

Si discute se l’equità, intesa come ausilio meramente interpretativo, possa costituire fonte di norme

internazionali. La risposta sembra dover essere negativa in quanto se il diritto internazionale è lacunoso

significa che gli Stati non hanno obblighi da osservare e l’equità non può essere idonea a crearli.

7. Inesistenza di norme generali scritte. Il valore degli accordi di codificazione.

Resta da analizzare il problema se esistano norme internazionali scritte. Tale problema si pone anzitutto con

riguardo alle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle Nazioni Unite. E’ ovvio che non esistendo in

ambito internazionale nessun organo preposto alla codificazione, il trattato è l’unico strumento adoperabile

per la trasformazione del diritto non scritto in diritto scritto.

L’art. 13 della Carta delle Nazioni Unite prevede che l’Assemblea generale intraprenda studi e faccia

raccomandazioni per incoraggiare lo sviluppo progressivo del diritto internazionale e la sua codificazione.

Sulla base di questa disposizione l’Assemblea costituì un proprio organo sussidiario composto da esperti

che vi risiedono a titolo personale, la Commissione di Codificazione delle UN, con il compito di preparare

testi di codificazione delle norme procedendo a studi, inviando questionari agli Stati, raccogliendo dati dalla

prassi ecc. Queste codificazioni rimangono poi aperte alla ratifica da parte degli Stati. Numerosi sono Stati

gli interventi di tale commissione anche se solo poche convenzioni sono state ratificate da un numero

cospicuo di Stati.

Gli accordi di codificazione, invece, in quanto comuni accordi, vincolano gli Stati contraenti. Qualcuno

tende però a sostenere che mirando a codificare il diritto generale, abbiano valore anche per gli Stati non

contraenti. Innanzitutto non è il caso di riporre un’illuminata fiducia nell’opera della Commissione di

Codificazione delle Nazioni Unite. Spesso nell’opera di ricostruzione influisce in modo determinante la

mentalità dell’interprete, i tempi, le situazioni internazionali ecc. Mentalità e generazione possono essere

abbastanza determinanti nel ritenere esistenti certe norme non scritte o nel cancellarne altre. Inoltre non si

può negare che, durante i “lavori”, tutti gli Stati cercano di salvaguardare soprattutto i propri interessi. Si può

quindi affermare che gli accordi di codificazione valgono solo per gli Stati che li ratificano. Solo diuturnitas +

l’opinio juris possono creare norma generale internazionale (valida nei confronti di tutti gli Stati), in quanto

consuetudinaria.

A questo punto rileva il problema del ricambio delle norme contenute nell’accordo di codificazione. Spesso

infatti le convenzioni di codificazione non prevedono termini o procedure di revisione, ma hanno valore

illimitato. In un mondo in sempre più rapida trasformazione, capita spesso di trovarsi davanti ad una norma

di diritto internazionale codificata ma non più rispondente ad esigenze attuali. Se l’interprete è estremamente

sicuro della prassi da cui intende estrarre la norma abrogatrice, ed anche gli altri Stati siano sostanzialmente

concordi, la l’accordo (di codificazione) deve soccombere.

8. Le dichiarazioni di principi dell’assemblea generale dell’ONU.

Le dichiarazioni di principi (per esempio la famosa Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo) non

costituiscono una autonoma fonte di norme internazionali generali in quanto l’Assemblea Generale delle

Nazioni Unite non ha poteri legislativi. Quindi anche le Dichiarazioni non hanno carattere vincolante.

Tuttavia è ragionevole inquadrare certe Dichiarazioni come accordi e come tali vincolanti quando prevedano

esse stesse che la loro inosservanza sia contraria ai principi della Carta. In tale ipotesi è lecito pensare che i

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paesi che partecipano all’approvazione con voto favorevole vogliano obbligarsi, e tale obbligo è inquadrabile

come accordo in forma semplificata (§ 9).

9. I Trattati.

Il trattato, detto anche accordo, convenzione, patto, è l’incontro delle volontà di due o più Stati per regolare

una determinata sfera di rapporti formali ma anche strumentali (§ 15).

Come i contratti sottostanno alla legge (interna), i trattati sottostanno ad una serie di norme consuetudinarie

e principi generali ai quali, per la loro importanza, è dedicata una grande convenzione di codificazione

promossa dall’UN ed elaborata dalla sua Commissione per il diritto internazionale, la Convenzione di

Vienna sul diritto dei Trattati (’69, in vigore dal ’80, ratificata dall’Italia nel ‘74). All’art. 4 vi sono 2 principi

molto importanti: 1. le regole della Convenzione, essendo riproduttive di norme consuetudinarie, quindi

generali, sono valide per tutti gli Stati e per tutti trattati; 2. le regole innovative, in quanto tali e quindi

non consuetudinarie e non generali, non sono valide se non con la ratifica.

Vediamo ora come si arriva alla stipulazione di un accordo. Dobbiamo premettere che il diritto internazionale

lascia la più ampia libertà di forma e procedura e che quindi ogni manifestazione di volontà da parte di due o

più Stati che vogliono obbligarsi a seguire determinate regole è sufficiente a formare un accordo. Tuttavia, il

procedimento normale di formazione degli accordi segue ancora quello dell’epoca delle monarchie assolute

(chiamato anche solenne). Tutto inizia con una fase di 1. negoziazione fra i plenipotenziari. Questi sono

così definiti perchè dotati di pieni poteri per la negoziazione (di solito organi dell’Esecutivo). Per raggiungere

l’accordo si va sostituendo al principio dell’unanimità quello della maggioranza. Al termine delle negoziazioni

abbiamo la 2. firma da parte dei plenipotenziari dell’atto. Si noti bene che tale firma ha un solo fine di

“autenticazione” dell’atto e non vincola in nessun modo gli Stati. Perchè un accordo possa, per così dire,

entrare in vigore occorre la 3. ratifica da parte degli Stati. Infine è da rilevare la 4. registrazione e la 5.

pubblicazione.

In Italia la negoziazione è opera dell’Esecutivo, la ratifica la esegue il Presidente della Repubblica (art. 87

Cost.), e con specifica autorizzazione data con legge dalle camere in casi trattati di natura politica,

regolamenti giudiziari, variazioni territoriali, oneri finanziari, modifiche leggi (art. 80 Cost.). I tutti questi casi

non è peraltro ammessa nessuna forma semplificata di formazione del trattato. La firma del Presidente non è

valida se non controfirmata dai ministri proponenti (art. 89 Cost.), ed è opinione comune che si tratti di atto

che non può rifiutare dopo la delibera governativa se non una sola volta sollecitandone il riesame.

Caso particolare di ratifica è l’adesione che si ha nel caso in cui uno Stato che non ha preso parte alla

preparazione di un trattato multilaterale decida poi di aderirvi e quindi vincolarsi ad esso. Chiaramente

occorre che tale ipotesi sia prevista dal trattato stesso (c.d. trattati aperti). Il procedimento si conclude con lo

scambio o il deposito delle ratifiche. Nel primo caso l’efficacia è istantanea, nel secondo l’efficacia vale per

gli Stati che via via la depositano.

Data l’ampia libertà di forma nel procedimento di formazione dei trattati, come detto in precedenza, gli Stati

possono ricorrere a forme alternative alla solenne, tra cui quella più in uso è la c.d. forma semplificata: solo

negoziazione + firma (niente ratifica) ma solo se dal testo dell’accordo, da altri accordi o dal comportamento

concludente delle parti si evince la piena, definitiva e sicura volontà ad obbligarsi (esclusi i casi dell’art. 90

Cost, comunque verificatisi numerosi come la concessione per l’insediamento della base NATO alla

Maddalena, mai ratificata con legge di autorizzazione del Parlamento).

Per quanto riguarda la competenza a stipulare accordi in forma semplificata, questa spetta agli organi

previsti dalle norme costituzionali dei vari Stati. In Italia, in particolare, accogliendo la tesi del Cassese con

l’esclusione dei casi previsti dall’art. 80 Cost., sembra che il Governo possa intraprendere tanto la via

solenne facendo poi intervenire il Capo dello Stato quanto stipulare direttamente. Una legge del 2001

prevede inoltre la competenza delle regioni (nei limiti delle loro competenze, es. turismo) a concludere

accordi ed intese con Stati ed Enti territoriali di altri Stati. Anche le Organizzazioni internazionali possono

concludere accordi, anzi è la manifestazione più saliente delle loro personalità giuridiche, ed a loro è

dedicata una apposita Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati fra Stati ed Organizzazioni e fra

Organizzazioni.

Un problema fondamentale in materia di trattati internazionali è quello che riguarda la competenza a

stipulare e in particolare il caso in cui un accordo sia promosso e concluso da un organo non legittimato

costituzionalmente. Due principi internazionali consuetudinari prevedono che: 1. se l’atto è stato realizzato in

violazione di norme interne di fondamentale importanza in tema di competenze il trattato è nullo; 2. diviene

valido il trattato concluso in violazioni di norme non fondamentali quando l’organo escluso manifesti

esplicitamente od implicitamente il suo assenso. 5

10. Inefficacia dei trattati nei confronti degli Stati terzi. L’incompatibilità tra norme

convenzionali.

Il trattato fa legge tra le parti, e solo tra le parti, quindi per aggiungere una parte occorre che il trattato

contenga un offerta e che lo Stato terzo accetti l’accordo. Art. 34 C.V.: un trattato non crea diritti ed obblighi

x terzi che non hanno accettato: art. 35 C.V.: un obbligo a carico di uno Stato terzo nasce con la sua

accettazione + intenzione degli altri contraenti a creare tale obbligo; art. 36 C.V.: il diritto a favore di uno

Stato terzo nasce con la sua accettazione (anche presunta essendo un vantaggio) + intenzione irrevocabile

dei contraenti ad obbligarsi (se non è irrevocabile, che diritto è mai quello che altri possano revocare in

qualsiasi momento?); art. 37 C.V.: l’obbligo verso stati terzi, se non esplicitamente reso irrevocabile, è

sempre revocabile.

Il problema delle incompatibilità, ovvero norme accordate con un soggetto in contrasto con norme concluse

con altro soggetto, si ritiene lo Stato contraente di entrambi i trattati debba scegliere quale accordo rispettare

e quale violare, ferma conseguentemente la sua inevitabile responsabilità da illecito internazionale. Quindi

entrambi i trattati rimangono validi. Per evitare il verificarsi di queste evenienze spesso gli Stati prevedono

clausole di compatibilità, in cui si regolano preventivamente le modalità di risoluzione al problema.

11. Le riserve nei trattati.

La riserva indica la volontà dello Stato di non accettare certe clausole del Trattato o di accettarle con talune

modifiche oppure secondo una determinata interpretazione; cosicché tra lo Stato autore della riserva e gli

altri Stati contraenti, l’accordo si forma solo per la parte non investita dalla riserva, laddove il Trattato resta

integralmente applicabile agli Stati. La disciplina della riserva ha chiaramente senso solo quando riguarda

trattati multilaterali. La sua funzione principale è quella di facilitare la più larga partecipazione a tali trattati.

Secondo il diritto internazionale classico la possibilità di apporre riserve da parte degli Stati contraenti

doveva risultare espressamente dal testo del trattato. Non era quindi ammissibile la ratifica di un trattato

accompagnata da riserve non previste.

In seguito all’indirizzo segnato dalla Corte Internazionale di Giustizia e recepita dalla Convenzione di Vienna

si può sintetizzare l’odierna disciplina nei seguenti punti: a) le riserve sono ammissibili se non sono

espressamente vietate dal trattato od incompatibili con l’oggetto e lo scopo di quest’ultimo; b) l’accettazione

di una riserva in qualsiasi modo manifestata da parte di un altro Stato contraente, elimina ogni questione nei

rapporti tra loro; c) l’obiezione avanzata contro una riserva impedisce il formarsi del vincolo contrattuale tra

Stato autore e Stato obbiettante solo se all’obiezione si accompagna una chiara volontà in tal senso; d) le

riserve inammissibili, che non riguardano diritti umani, comportano la non partecipazione del loro autore al

trattato, mentre in ambito di tutela dei diritti umani non invalidano il trattato ma la riserva stessa (cosi la

giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani).

Per quanto riguarda la competenza a formulare le riserve (come per negoziare e ratificate il trattato, § 9),

in Italia devono concorrere l’organo esecutivo (Governo) ed il legislativo (Parlamento). Nei casi in cui il

Governo ratifichi riserve non menzionate nella legge di autorizzazione, ovvero la legge di autorizzazione

prevede riserve non apposte alla ratifica dal Governo, per il diritto internazionale il trattato e le riserve sono

validi; per il diritto interno si va in contro, a seconda della gravità, a misure fino alla sfiducia del Governo ed a

responsabilità penali.

12. L’interpretazione dei trattati.

La tendenza oggi prevalente è nel senso dell’abbandono del metodo subbiettivistico (ovvero la ricerca della

volontà effettiva delle parti come avviene nella disciplina di diritto interno dei contratti, e che nel diritto

internazionale ha una funzione meramente sussidiaria) a favore di quello obbiettivistico cioè

l’interpretazione dei trattati si deve desumere direttamente dal testo, dai rapporti di connessione logica

intercorrenti tra le varie parti del testo. Anche la Convenzione di Vienna appoggia tale tesi (artt. 31-33).

Nell’interpretazione obbiettivistica valgono quelle regole che la teoria generale ha elaborato nei confronti

dell’interpretazione delle norme giuridiche in genere (perché si inquadrano come Principi Generali di Diritto,

§ 5): principio del contraente più debole, interpretazione estensiva, analogia juris. E’ da abbandonare la

vecchia convinzione che le norme di diritto internazionale fossero sempre da interpretare restrittivamente in

quanto comportano una limitazione della sovranità e libertà degli Stati.

Per i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali, oltre ai normali mezzi di interpretazione, la Corte

Internazionale di Giustizia ha fatto uso, nell’interpretazione della Carta UN, della c.d. teoria dei poteri

impliciti, secondo cui ogni organo di una tale organizzazione disporrebbe non solo dei poteri

espressamente attribuitigli dalle norme costituzionali, ma anche di tutti i poteri necessari per l’esercizio dei

poteri espressi. Questa teoria è ammessa solo nella misura in cui non superi un interpretazione quantomeno

estensiva od analogica, qualora serva a garantire ad un organo il pieno esercizio delle funzioni che il trattato

istitutivo gli assegna. Anche il Trattato CE adotta questa teoria, prevedendo all’art. 308 che “quando

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un’azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere un suo scopo, il Consiglio, deliberando all’una

animità, può prendere le disposizioni del caso”.

Per quanto riguarda le interpretazioni unilateralistiche, sembra che debbano essere escluse. Mal si

conciliano con l’idea stessa di trattato, in quanto punto di incontro e di fusione della volontà degli Stati

contraenti e muovono coscientemente o incoscientemente dalla presunzione che la volontà di ciascuno

Stato sia nel senso di obbligarsi in modo conforme al proprio diritto, ovvero da una interpretazione di tipo

subbiettivistico spinta all’eccesso.

13. La successione degli Stati nei trattati.

Escluso qualsiasi problema per quanto riguarda le norme generali di diritto internazionale che, in quanto

consuetudinarie, sono sempre e comunque valide in tutti gli Stati nuovi o subentranti, le norme invece

pattizie che costituiscono i trattati si applicano o meno in casi di successione in base a tre principi

consuetudinari, raccolti nella Convenzione di codificazione di Vienna del ’78 sulla “successione degli Stati

rispetto ai trattati” (complementare a quella sul diritto dei trattati), che sono: 1. v’è successione solo dei

trattati e delle clausole di natura reale o territoriale; 2. v’è intrasmissibilità di tutti i trattati o clausole di

natura politica (quindi è una causa d’estinzione); 3. tabula rasa per tutti gli altri casi, ovvero la prassi è

orientata in senso contrario alla successione, tuttavia considerando 2 stemperamenti: nei trattati multilaterali

aperti si può notificare la successione che sarà valida dall’inizio, e lo stesso vale in caso di nuovi Stati

formatisi da smembramento di vecchi. In casi di fusione: tabula rasa; in casi di incorporazione lo Stato

che accoglie estende i suoi trattati a quello che si unisce (che conseguentemente li perde). Nei casi storici di

nuovi Stati federali, i trattati e le clausole sono rimasti eccezionalmente validi. Nessuna eccezione per i

mutamenti radicali di Governo (valide le tre regole), idem per i debiti pubblici, anche se frequentemente

c’è l’accollo o l’equa ripartizione per continuare a godere del credito internazionale.

14. Cause di invalidità e di estinzione dei trattati.

Fra le cause di invalidità e di estinzione degli accordi internazionali ne troviamo molte analoghe a quelle

proprie dei contratti, e più in generale dei negozi giuridici del diritto interno. Tanto per fare qualche esempio:

l’errore essenziale, il dolo, la violenza per quanto riguarda l’invalidità; la condizione risolutiva, il termine

finale, la denuncia, il recesso, l’inadempimento, la sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione, l’abrogazione

per quanto riguarda l’estinzione.

Tra le cause d’estinzione troviamo la violenza esercitata sullo Stato al fine di costringerlo all’accordo. La

violenza è intesa come “minaccia all’uso di forza armata” e la prassi non sembra ricomprendere in tale

categoria pressioni di altro genere (politiche, economiche ecc.).

Altra forma particolare di estinzione dei trattati è il principio rebus sic stantibus secondo il quale un trattato si

estingue quando le circostanze di fatto esistenti al momento della stipulazione siano radicalmente mutate.

La guerra non determina l’estinzione dei trattati come invece sembrava secondo il diritto internazionale

classico. Oggi si deve applicare il principio rebus sic stantibus per determinare quali trattati devono

estinguersi.

Quali sono i mezzi per far valere una causa di invalidità o di estinzione? Operano in automatico o occorre un

atto formale? La dottrina è divisa. Sembra da accettare l’ipotesi secondo la quale tale rilevazione è

automatica e spetterebbe ai giudici interni (soprattutto) di applicare o non un accordo “critico”. In questo caso

però la decisione vale per ogni singolo caso concreto e non vincola altri giudici o lo stesso giudice in un’altra

fattispecie. Una denuncia formale invece, a meno che non sia espressamente prevista dall’accordo

medesimo, tende opportunamente a manifestare una volta per tutte la volontà dello Stato di sciogliersi. Se

dopo 3 mesi (Convenzione di Vienna) nessuno Stato si oppone il trattato si estingue, altrimenti entra in una

fase di incertezza risolvibile solo attraverso un nuovo accordo, un arbitrato, un negoziato (§ 50 e 52).

15. Le fonti previste da accordi. Il fenomeno delle organizzazioni internazionali. Le

Nazioni Unite.

Si è già detto che i trattati possono contenere non solo norme materiali ma anche regole formali e

strumentali per istituire nuove fonti di produzione. Tali sono i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali.

Generalmente l’attività di tali organizzazioni non è tanto quella di legiferare ma di facilitare la collaborazione

fra Stati e predisporre progetti di Convenzioni aperti alla ratifica.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (UN, http://www.un.org) fu fondata dopo la seconda guerra mondiale

dagli Stati che avevano combattuto contro le Potenze dell’Asse e prese il posto della Società delle Nazioni.

La conferenza di San Francisco ne elaborò nel 1945 la Carta. Organi delle UN sono:

7

a) Il Consiglio di Sicurezza (§ 49), composto di 15 membri (5 a titolo permanente con diritto di veto: USA,

Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna - 10 eletti biennalmente dall’assemblea). Si occupa delle questioni

attinenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

b) L’Assemblea Generale, composta da rappresentanti di tutti i paesi, ha la competenza più vasta ma quasi

nessun potere vincolante (cosa che invece ha il Consiglio di Sicurezza).

c) Il Consiglio economico e sociale, composto da membri eletti dall’Assemblea ogni 3 anni.

d) Il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (che sta esaurendo la propria funzione consistente nel controllo

sull’amministrazione dei territori di tipo coloniale).

e) Il Segretariato, nella persona del Segretario Generale, è l’organo esecutivo.

f) La Corte di Giustizia, composta da 15 giudici, ha anche una funzione consultiva.

Tutti questi organi, ad esclusione del Segretario Generale e della Corte di Giustizia sono composti da Stati.

Gli ultimi due invece sono individuali.

Individuare la competenza dell’Organizzazione non è agevole tanto è estesa. E’ più semplice indicare le

materie di cui non può occuparsi che ai sensi dell’art. 2 par. 7 sono quelle di essenziale appartenenza alla

competenza interna di uno Stato. Possiamo comunque individuare tre settori fondamentali di competenza:

a) Mantenimento della Pace.

b) Sviluppo delle relazioni amichevoli fra gli Stati fondati sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e

dell’autodeterminazione dei popoli.

c) Collaborazione in campo economico, sociale, culturale e umanitario.

All’ampiezza dei fini dell’Organizzazione non corrispondono tuttavia poteri vincolanti nei confronti degli Stati

membri. I casi di decisioni vincolanti sono rari e possiamo individuare:

a) Per quanto riguarda l’Assemblea Generale la possibilità di imporre la ripartizione delle spese

dell’Organizzazione fra gli Stati membri.

b) Sempre l’Assemblea può determinare in modo vincolante modi e tempi per la concessione

dell’indipendenza ai territori sotto dominio coloniale.

c) Al Consiglio di Sicurezza è riconosciuta la capacità di intraprendere azioni belliche contro uno Stato e

sanzioni di altro genere (embargo ecc.).

16. Gli Istituti specializzati delle Nazioni Unite. Altre organizzazione internazionali a

carattere universale. Le decisioni “tecniche” di organismi internazionali.

Gli Istituti specializzati (o Istituzioni specializzate) delle UN sono organizzazioni che divengono tali in forza di

un accordo di collegamento con le UN. Tale schema prevede lo scambio di rappresentanti, osservatori,

documenti, ricorso a consultazioni, coordinamento, il rispetto e la considerazione delle raccomandazioni UN,

ecc.

I casi di decisioni vincolanti degli Istituti specializzati si inquadrano tra le fonti previste da accordi (§ 15),

ovvero dall’accordo istitutivo della relativa organizzazione. Queste sono:

FAO: Le sue funzioni spaziano dall’attività di ricerca ed informazione alla promozione ed esecuzione di

programmi di assistenza tecnica e di aiuti nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione.

ILO: Organizzazione Internazionale del Lavoro. Emana raccomandazioni ed elabora progetti di Convenzioni

multilaterali in materia di lavoro.

UNESCO: Si propone di diffondere la cultura, di promuovere lo sviluppo dei mezzi di educazione all’interno

degli Stati membri e l’accesso all’istruzione senza distinzioni di sesso, razza, condizione economica ecc.

ICAO: Regola il traffico aereo e vincola tutti gli Stati, anche dissenzienti, quindi è fonte di diritto.

WHO: L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha l’obiettivo di far conseguire a tutti gli Stato il livello più alto

di salute. Svolge e ha svolto una intensa opera di assistenza tecnica.

IMO: Regola i traffici marini ma non è mai vincolante.

ITU: Telecomunicazioni.

WMO: Meteorologia.

UPU: Poste. 8

IMF, IBRD, IFC, IDA: Fondo Monetario Internazionale, Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo

Sviluppo, Organo Finanziario Internazionale, Associazione Internazionale per lo Sviluppo. Si propongono di

promuovere la collaborazione monetaria internazionale, la stabilità dei cambi, l’equilibrio della varie bilance

dei pagamenti ecc. Dispone di un capitale sottoscritto pro quota dagli Stati membri.

IFAD: Il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo ha la funzione di promuovere lo sviluppo

dell’agricoltura nei paesi poveri soprattutto mediante prestiti.

WIPO: Si occupa della proprietà intellettuale nel mondo, assicurando la cooperazione amministrativa tra le

Unioni già esistenti nel settore.

UNIDO: Ha prevalentemente funzioni operative in ambito di sviluppo industriale tecnologico.

IAEA: promuove lo sviluppo e la diffusione delle applicazioni pacifiche dell’energia atomica.

WTO: Organizzazione Internazionale del Commercio (del ’94, 135 stati tra cui l’Italia e la CE), è del tutto

indipendente all’UN, e non ne contiene addirittura menzione dell’accordo istitutivo. Il WTO offre un forum per

lo svolgimento dei negoziati relativi alle relazioni commerciali multilaterali, e tendenti alla massima

liberalizzazione del commercio mondiale, ovvero globalizzazione dei mercati. Esso veglia anche su gli

accordi sortiti da questi negoziati, trai quali il più importante è il GATT. Il WTO emana tra le altre anche

decisioni vincolanti con la maggioranza dei ¾ dei membri, in materia di interpretazione, derogabilità

temporanea a trattati o contromisure per la loro violazione.

17. Le comunità Europee.

Le tre comunità costituiscono delle organizzazioni tra loro separate e indipendenti e furono costituite in tempi

diversi: 1951 a Parigi per la CECA, 1957 a Roma per CEE (nel 1993 CE) ed EURATOM. Sebbene separate,

le comunità hanno gli organi fondamentali in comune. Con l’atto Unico del 1986 (firmato a Lussemburgo)

furono apportate alcune modifiche alle comunità per potenziare certe funzioni del Parlamento Europeo e per

rafforzare ed estendere l’integrazione economica fra gli Stati membri. Fra le tre comunità la CE è senza

dubbio la più importante. CECA ed EURATOM sono organizzazioni settoriali, rispettivamente per attività

carbosiderurgiche e per l’energia atomica. La CE invece ha preso vita e si è sviluppata come una

Organizzazione che investe tutta la vita economico-sociale degli Stati membri. Prevede la libera circolazione

di merci, persone, servizi e capitali, assicura la libera concorrenza, sostiene una politica agricola, dei

trasporti e commerciale comune, si occupa di sviluppo tecnologico, tutela dell’ambiente, parità dei sessi,

politica monetaria, il ravvicinamento delle legislazioni degli stati membri, ecc.

Le Comunità Europee presentano elementi che non si riscontrano in alcuna altra organizzazione

internazionale, come gli ampi poteri decisionali attribuiti ai loro organi, la loro sostituzione agli Stati membri

nella disciplina di molti rapporti puramente interni, l’esistenza di una Corte di Giustizia destinata a controllare

la conformità ai loro trattati istitutivi dei comportamenti degli organi e degli stati membri, ecc. Alcuni vincoli

sono propri dei vincoli federali, tra cui il principio di prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno (§ 41).

Gli organi delle Comunità Europee sono essenzialmente cinque:

a) La Commissione, organo composto da individui e non da Stati. Nella CE e nell’EURATOM ha solo poteri

di iniziativa ed esecutivi mentre nella CECA è l’organo decisionale effettivo.

b) Il Consiglio (poi Consiglio Europeo, che non è il Consiglio d’Europa, § 18), organo costituito dai

rappresentanti degli Stati è presieduto a turno da ciascun membro per sei mesi. Nella CE (ed EURATOM)

emana gli atti più importanti della legislazione comunitaria mentre nella CECA ha prevalentemente funzioni

consultive. E’ considerato il “legislatore” CE.

c) L’Assemblea o Parlamento Europeo, formata a partire dal 1979 dai rappresentanti dei popoli degli Stati

membri eletti a suffragio universale e diretto, dispone di un potere decisionale assai scarso e non è certo da

considerare come l’organo legislativo delle Comunità. Essa esprime pareri e procede ad interrogazioni nei

confronti degli altri organi; inoltre può votare una mozione di sfiducia nei confronti della Commissione,

provocandone le dimissioni.

d) La Corte dei Conti, che controlla tutte le entrate e le spese delle Comunità, composta da 15 esperti

nominati dal Consiglio.

e) La Corte di Giustizia delle Comunità Europee veglia sul rispetto del trattato, ha una serie di

competenze interessanti e nuove e può tra l’altro essere adita anche dagli individui. Ad essa, così come

previsto dall’atto unico europeo, è stato affiancato nel 1988 e limitatamente ad un certo tipo di controversie

un Tribunale di primo grado.

L’art. 249, (ex 189 del Trattato CEE) prevede i seguenti tipi di atti vincolanti del Consiglio Europeo (che non

è il consiglio d’Europa, § 18 – Per l’adattamento di questi atti all’interno dello Stato, § 41)

9

a) Regolamenti: sono gli atti comunitari più importanti e completi. Il regolamento è l’atto attraverso il quale la

legislazione comunitaria può sovrapporsi o sostituirsi alle norme interne degli Stati membri. Ha portata

generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

b) Decisioni: differiscono dai regolamenti perchè non hanno portata generale ma concreta ed individuata.

Una decisione in altri termini si indirizza ad uno Stato membro, ad una impresa o ad un individuo

determinato e il soggetto destinatario è tenuto ad osservarla.

c) Direttive: la direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere,

salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi. Anche la direttiva come

le decisioni deve essere notificata allo Stato o agli Stati destinatari.

Ultimamente assistiamo ad un singolare fenomeno. Questo consiste nell’emanazione di direttive c.d.

dettagliate, tanto da renderle sostanzialmente identiche ai regolamenti. Circa la loro legittimità dobbiamo

verificare se la materia che disciplinano sia regolabile anche mediante regolamento e in tal caso nessun

problema. Se invece fosse prevista la sola direttiva la legittimità di tali direttive è da negarsi. Per attenuare

tale tesi è possibile sostenere che l’illegittimità sia sanata allorché lo Stato esegua comunque la direttiva.

Le Raccomandazioni e pareri (§ 19) non hanno invece efficacia vincolante. Possiamo poi trovare una serie

di atti atipici affermatisi con la prassi. Per citare un esempio tali sono alcune decisioni dei rappresentanti dei

governi degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio (es. le c.d. riunioni di accelerazione). Tali atti vanno

considerati come accordi in forma semplificata (§ 9) conclusi tra gli Stati membri.

La CE, in qualità di organizzazione internazionale, può concludere accordi internazionali. L’art. 300, oltre a

stabilire la competenza degli organi a stipulare, sancisce un principio anomalo rispetto al diritto

internazionale classico: “gli accordi conclusi dalle Comunità sono vincolanti per le istituzioni delle

Comunità stesse e per gli Stati membri”. La competenza della CE a concludere accordi internazionali nei

casi contemplati dal Trattato, ha carattere esclusivo. Gli Stati membri non possono quindi concludere

accordi per conto loro nelle stesse materie a meno che non ottengano l’autorizzazione da parte del

Consiglio. A questo punto rileva un altro problema: può la Comunità stipulare in una delle tante altre materie

regolate dal trattato che non siano accordi di associazione o commerciali? La concezione classica dava

parere negativo. Negli ultimi anni è però intervenuta la giurisprudenza della Corte comunitaria a sostenere il

contrario. Secondo tale tendenza che si fonda sul parallelismo tra competenze interne ed esterne, la CE ha

la competenza a concludere accordi con Stati terzi in tutte quelle materie in cui può emanare atti di

legislazione comunitaria. Gli Stati membri restano liberi di stipulare accordi internazionali finché la Comunità

non abbia agito all’interno o all’esterno.

18. L’OCSE ed il Consiglio d’Europa.

Subito dopo la seconda guerra mondiale furono istituite due organizzazioni che hanno dato un notevole

contributo al rafforzamento dei vincoli tra gli Stati dell’Europa occidentale: l’OCSE (Organizzazione per la

Cooperazione e per lo Sviluppo Economico) e il Consiglio d’Europa. Quest’ultimo in particolare ha il fine di

conseguire una più stretta unione fra i suoi membri per salvaguardare e promuovere gli ideali e i principi che

costituiscono il loro comune patrimonio e di favorire il loro progresso economico e sociale. Tale organo

elaborò la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata

a Roma nel 1950. Le norme di questa convenzione possono essere divise in due gruppi: uno normativo,

uno procedurale che da vita a due organi, la Commissione e la Corte europea dei diritti dell’uomo,

destinati insieme al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa a garantire sul piano internazionale il

rispetto della Convenzione stessa.

19. Le raccomandazioni degli organi internazionali.

Come detto più volte, la raccomandazione non è vincolante per lo Stato destinatario dell’atto stesso.

Possiamo però ritenere che nonostante ciò la raccomandazione produca un effetto importante che è quello

della “liceità”. Secondo tale principio, lo Stato che in seguito ad una raccomandazione vada contro a

precedenti impegni assunti mediante accordo o obblighi derivanti dal diritto internazionale. L’effetto della

liceità è da ammettere soltanto nei rapporti fra gli Stati membri e solo in ordine a raccomandazioni legittime.

Inoltre l’effetto della liceità potrà verificarsi solo fra quegli Stati membri che abbiano votato a favore della

raccomandazione o che comunque l’abbiano approvata senza alcuna riserva; nei confronti degli Stati che

abbiano votato contro o si siano astenuti l’effetto della liceità dovrà escludersi.

20. La gerarchia delle fonti internazionali.

Tracciamo ora un quadro della gerarchia delle fonti del diritto internazionale. Al vertice troviamo le norme

Consuetudinarie, seguono i trattati e infine le fonti previste da accordi. Resta da analizzare il problema circa

la possibile derogabilità delle norme di grado superiore da parte di quelle inferiori. Le norme consuetudinarie

sono caratterizzate dallo loro flessibilità e quindi la loro derogabilità da parte di accordi è da ammettere.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Internazionale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto internazionale, Conforti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: definizione del diritto internazionale, precisazioni terminologiche, quadro sintetico delle funzioni di produzione, accertamento ed attuazione coattiva del diritto internazionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Cannone Andrea.

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