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sdizione statale: ogni Stato può procedere al giudizio, ovunque il cri-

mine sia stato commesso, purché si tratti di crimini internazionali.

In questo modo è stato ampliato quanto previsto dal diritto consuetu-

dinario, per cui lo Stato ha un dominio riservato ed è, quindi, libero di

esercitare la giurisdizione su un suo cittadino, mentre, per sottoporre a

giudizio penale uno straniero, deve esservi un qualche collegamento

con lo Stato del giudice. Questa limitazione viene meno quando il reo

ha compiuto un crimine internazionale.

Lo Stato, esercitando l’azione punitiva, persegue in questo modo un

interesse di tutta la comunità internazionale. E, come abbiamo visto, il

potere punitivo è esercitabile anche quando l’imputato sia stato cattu-

rato all’estero, violando la sovranità territoriale dello Stato in cui di-

morava. Lo Stato è libero di escludere la prescrizione per i crimini in-

ternazionali, di concedere o meno l’estradizione ad uno Stato che

egualmente intende effettuare il giudizio. Il diritto pattizio, invece, an-

che per reati non qualificabili come crimini internazionali, prevede

spesso la regola aut dedere aut judicare (estradare o giudicare).

All’universalità della giurisdizione penale si affianca anche

l’universalità della giurisdizione civile, principio ormai avallato dal

diritto internazionale generale.

Spesso, nei Paesi in cui viene esautorato un Governo che si è

macchiato di violazioni gravi dei diritti umani, si tende a chiudere pa-

cificamente con il passato attraverso leggi di amnistia o la creazione

delle Commissioni di verità e di riconciliazione. Tale prassi riguarda

solo il Paese interessato, mentre non si può impedire al resto della

comunità internazionale di procedere al giudizio.

Il principio dell’universalità della giurisdizione non si estende al

punto da consentire anche il giudizio in contumacia del criminale in-

ternazionale, che deve essere fisicamente presente nel territorio dello

Stato giudicante. Questo principio è valido anche per i tribunali inter-

nazionali ed è previsto dallo Statuto della Corte penale internazionale.

25. I limiti relativi ai rapporti economici e sociali.

La protezione dell’ambiente.

Altri limiti alla sovranità territoriale dello Stato sono posti dal

cosiddetto diritto internazionale economico, che trova la sua massi-

ma applicazione nei rapporti tra Paesi industrializzati e Paesi in svi-

luppo. E’ un settore strettamente dominato da regole convenzionali

che quasi per nulla fa registrare la nascita di norme consuetudinarie.

Molti suoi principi sono stati codificati dall’Onu, dall’Unctad e da al-

tri organi delle Nazioni Unite e ribaditi da numerose Convenzioni e

Dichiarazioni. Tra essi il più importante è oggi quello che sottolinea la

necessità che tutti i Paesi partecipino ai benefici della globalizzazione.

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La Dichiarazione sul diritto allo sviluppo dell’Assemblea Generale

dell’Onu considera tale principio come una sorta di diritto umano

spettante a tutte le componenti dei popoli di Paesi arretrati. Ma, nono-

stante le buone intenzioni, a parte il principio generale che vieta com-

portamenti che mettano in crisi l’economia di un altro Stato, non si è

prodotta alcuna norma consuetudinaria contenente precisi diritti e ob-

blighi per gli Stati. L’unica norma rilevabile afferma che i rapporti tra

Paesi in sviluppo e Paesi industrializzati devono essere regolati con-

venzionalmente. E proprio la nascita di una fitta rete di convenzioni

bilaterali e multilaterali ha posto dei limiti alla libertà degli Stati nel

regolare i propri rapporti economici.

In proposito, la realtà ha visto nascere:

accordi sui prodotti di base, che stabiliscono un prezzo remunerativo

per i Paesi produttori (di solito in sviluppo) ed equo per i consumatori;

il sistema delle preferenze, cioè tariffe favorevoli per gli Stati in svi-

luppo, ma senza clausola di reciprocità con i Paesi sviluppati;

iniziative per agevolare il vantaggioso trasferimento di nuove tecno-

logie dai Paesi sviluppati alle industrie dei Paesi in sviluppo.

Altri limiti per gli Stati in materia economica sono posti da una

serie di accordi, tendenti a creare integrazione tra gli Stati, liberalizza-

zione del commercio internazionale, abbattimento degli ostacoli alla

libera circolazione di merci, servizi e capitali.

In ogni caso, si ribadisce che lo Stato in materia economica non

incontra limiti di diritto consuetudinario diversi da quelli relativi al

trattamento degli interessi economici degli stranieri. Ricerche fatte

dalla dottrina sono approdate a ravvisare tentativi del genere nelle

sanzioni previste dalla legislazione antitrust (es.: ammende contro

imprese che concludano accordi tesi a falsare la concorrenza) e nella

legislazione riguardante il commercio internazionale (es.: misure

coercitive di boicottaggio, tese a impedire esportazione o importazio-

ne verso e da determinati Paesi).

Si è così affermata l’idea che lo Stato non debba interferire ne-

gli interessi economici essenziali di altri Paesi e che ciascuno Stato

debba esercitare il proprio potere economico entro limiti ragionevoli.

Esistono altri condizionamenti alla sovranità territoriale deri-

vanti dai limiti alla libertà di sfruttamento delle risorse naturali,

che, se indiscriminato, può produrre all’ambiente danni irreversibili.

Spesso si è posto il problema se il diritto consuetudinario im-

ponga l’obbligo di non compiere atti nocivi, soprattutto nel quadro di

rapporti di vicinato (utilizzo e inquinamento dei fiumi, emissione di

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fumi e sostanze tossiche da attività industriali in prossimità dei confi-

ni). Di simili problematiche si sono occupate la Dichiarazione di

Stoccolma (nell’ambito della Conferenza indetta dall’Onu nel 1972

sull’ambiente umano) e la Dichiarazione della Conferenza di Rio del

1992, che tuttavia non hanno forza vincolante. In base ad esse gli Stati

hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie risorse naturali in con-

formità alla propria politica ambientale e hanno l’obbligo di assicurar-

si che le attività esercitate non causino danni all’ambiente in altri Stati.

In definitiva, secondo Conforti, che si discosta da quella dottri-

na che parla addirittura dell’esistenza di un diritto umano all’ambiente

previsto dal diritto consuetudinario, non possono ancora ravvisarsi

norme di diritto generale che impongono agli Stati obblighi sugli usi

nocivi del territorio. Un’eccezione può essere fatta nell’utilizzo delle

acque comuni (fiumi, laghi): sarebbe vietato qualsiasi uso che possa

nuocere ad altri utilizzatori (deviazione, sottrazione, inquinamento).

Sulla materia esiste un accordo quadro, a cui dovrebbero ispi-

rarsi i rapporti degli Stati rivieraschi, realizzato da una Convenzione

Onu del 1997, non ancora in vigore. Essa prevede un utilizzo equo e

ragionevole dei corsi d’acqua; ogni Stato rivierasco deve adottare le

misure necessarie per evitare di causare danni agli altri Stati riviera-

schi e, nel caso in cui il danno si sia verificato lo stesso, discutere la

questione dell’indennizzo.

Tuttalpiù il diritto consuetudinario può prevedere un generale

obbligo di informare gli altri Stati dell’imminenza o dell’attualità di

un incidente, affinché si possano adottare misure preventive adeguate.

Per il resto non si può concludere che gli Stati si sentano effettivamen-

te vincolati a impedire l’uso nocivo del territorio. L’unico caso è rap-

presentato da una controversia tra Stati Uniti e Canada risolto dalla

sentenza arbitrale sulla Fonderia di Trail, emessa nel 1941.

L’impianto canadese, operante al confine tra i due Stati, aveva dan-

neggiato gravemente le colture americane. La pronuncia affermò che,

in base ai principi del diritto internazionale e all’ordinamento degli

Stati Uniti, nessuno Stato ha il diritto di usare o permettere che si usi il

proprio territorio in modo da provocare danni a persone, beni e territo-

rio di un altro Stato. L’unicità di questo esempio non consente di ipo-

tizzare una norma generale applicabile agli attuali fenomeni di inqui-

namento, causati oggi soprattutto dall’utilizzo di energia atomica. A

questo bisogna aggiungere l’atteggiamento dei Paesi in sviluppo,

che mal tollerano intralci al pieno sfruttamento delle proprie risorse,

considerati un attentato al principio di sovranità. Inoltre, il principio

affermato dalla Dichiarazione di Rio del 1992, in base al quale chi in-

quina paga, non potendosi considerare una norma consuetudinaria,

può solo essere fonte di responsabilità dell’inquinatore all’interno del-

lo Stato o, se esistono i presupposti processuali e le relative regole sul-

la responsabilità civile, di fronte ai giudici dello Stato inquinato.

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Una linea di tendenza in formazione, anche se non ancora iden-

tificabile come diritto generale, riguarda l’esistenza dell’obbligo a ge-

stire razionalmente le risorse del proprio territorio secondo criteri di

sviluppo sostenibile, ovvero contemperare le esigenze di sviluppo

economico con quelle della tutela ambientale, di responsabilità in-

tergenerazionale, ossia sviluppo, ma salvaguardando le generazioni

presenti e future, e di approccio precauzionale, cioè evitare attività

rischiose per l’ambiente in mancanza di piene certezze scientifiche.

Questa prerogativa è riconosciuta da alcune sentenze della Corte in-

ternazionale di giustizia e di tribunali interni.

Discorso diverso va fatto per il diritto pattizio. Accordi bilate-

rali e multilaterali sugli usi nocivi del territorio si sono andati molti-

plicando negli ultimi anni. Più che delineare divieti precisi, essi si li-

mitano a stabilire degli obblighi di cooperazione preventiva, informa-

zione, assistenza e consultazione reciproca, ispirandosi ai criteri di

sviluppo sostenibile, responsabilità intergenerazionale e approccio

precauzionale. Ci sono, poi, altre Convenzioni che si preoccupano di

imporre all’interno degli Stati contraenti la predisposizione di adeguati

sistemi di responsabilità civile e penale.

26. Il trattamento degli stranieri.

Due sono i principi di diritto internazionale generale che si sono

formati per consuetudine in materia di trattamento degli stranieri:

a. allo straniero non possono imporsi prestazioni e comportamenti

che non si giustifichino con un sufficiente legame (attacco) del-

lo straniero o dei suoi beni con la comunità territoriale.

Da ciò si evince che, qualora manchi il legame, non potranno

imporsi agli stranieri prestazioni giustificabili solo da un livello

massimo di attacco. Il servizio militare potrà essere richiesto so-

lo in caso di cittadinanza; prestazioni fiscali solo in caso di atti-

vità o possesso di beni che giustifichino tale imposizione; vin-

coli a imprese o industrie, solo se siano collegate al territorio;

sanzioni penali, solo di fronte a reati che presentino un legame

con il territorio e con i sudditi dello Stato (salvo i casi di giuri-

sdizione penale universale per i crimini internazionali).

b. lo Stato territoriale deve predisporre misure idonee (obbligo di

protezione) a prevenire e reprimere le offese contro la persona

e i beni dello straniero; l’idoneità delle misure è commisurata a

quanto uno Stato civile fa a protezione di tutti gli individui in

merito all’ordine e alla sicurezza. Per quanto riguarda le misure

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preventive, si può, ad esempio, riferirsi alle misure di polizia

normalmente adottate; per quanto riguarda quelle repressive,

l’utilizzo di un normale apparato giurisdizionale di fronte al

quale lo straniero possa chiedere giustizia. Lo Stato che nega

questa garanzia, per difetti organizzativi della macchina statale,

incorre nell’illecito di diniego di giustizia.

Si tratta di protezioni che nello Stato moderno sono ormai accordate in

generale all’essere umano in quanto tale, indipendentemente dal suo

status. I beni dello straniero, invece, se si escludono alcune norme

convenzionali a difesa della proprietà, per il diritto internazionale pos-

sono essere legittimamente sacrificati in vari casi.

La Carta dei diritti e doveri economici degli Stati afferma

che ogni Stato è libero di disciplinare gli investimenti in conformità

alla sua legge e ai propri fini di politica economica e sociale e di adot-

tare tutte le misure necessarie, affinché le sue direttive vengano rispet-

tate dagli stranieri e, in particolare, dalle società multinazionali. Ba-

sandosi su questa norma, i Paesi in sviluppo portano avanti rivendica-

zioni per l’affermazione della sovranità permanente sulle proprie ri-

sorse naturali. Una simile norma, a fronte degli abusi del passato sugli

Stati colonizzati, sembra poter essere oggi regola di diritto generale,

purché non si spinga sino a negare l’equa remunerazione del capitale

straniero sacrificato agli interessi nazionali.

Non è in dubbio la libertà dello Stato di espropriare e naziona-

lizzare beni stranieri o se vi siano o meno alla base motivi di pubblica

utilità, quanto, invece, l’obbligo di indennizzo a cui è tenuto lo Stato

espropriante. Nessuno Stato si è mai sottratto a questo onere, inteso

come equa remunerazione del capitale. Esso costituisce l’unico limite

alla libertà dello Stato in materia di trattamento di investimenti stra-

nieri. Le varie formule con le quali l’indennizzo viene reso indicano

che nella questione c’è molta incertezza soprattutto circa il quantum.

La regola del pronto, effettivo ed adeguato risarcimento, adottata

dagli Stati Uniti tra le due guerre mondiali, può essere oggi utilizzata

per il singolo bene espropriato per pubblica utilità, ma non si è mai af-

fermata nelle nazionalizzazioni.

L’indennizzo spesso è oggi oggetto di transazioni tra lo Stato naziona-

lizzante e lo Stato di appartenenza degli stranieri espropriati. Con gli

accordi di compensazione globale il primo Stato corrisponde una

somma di denaro al secondo, che resta l’unico a decidere l’effettiva

distribuzione tra i soggetti colpiti dalla nazionalizzazione.

Altri Stati hanno poi sostenuto che l’indennizzo, pur non dovendo co-

stituire un indebito arricchimento a danno delle compagnie espropria-

te, debba però tener conto del guadagno, anch’esso indebito, che le

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compagnie stesse hanno avuto, sfruttando le risorse locali. Su questa

linea, contestata dagli Stati industrializzati, è la Carta dei diritti e

doveri economici degli Stati (pur essendo l’indennizzo dovuto, lo

Stato nazionalizzante determina il dovuto sulla base delle sue leggi,

regolamenti e di ogni circostanza da esso giudicata pertinente). E si

ispira a tale principio anche il Tribunale Iran-Stati Uniti, istituito nel

1981 per risolvere le questioni relative ai ricorsi dei rispettivi cittadini

contro le misure prese nei confronti dei loro beni, diritti e interessi

(nelle nazionalizzazioni su vasta scala, circostanze speciali possono

giustificare temperamenti e aggiustamenti).

Riassumendo, l’obbligo all’indennizzo c’è e lo Stato naziona-

lizzante commette illecito internazionale quando è inequivocabile la

sua volontà a non voler corrispondere la somma. Se interviene un ac-

cordo o un arbitrato in merito, questo può anche sacrificare, in vista di

altri vantaggi, gli interessi del privato espropriato, in base al principio

che ogni Stato è libero di tutelare il proprio suddito che abbia subito

un torto all’estero nel modo e nei limiti che ritiene più opportuni.

La dottrina tradizionale è in genere favorevole alla successione

del debito pubblico contratto dallo Stato predecessore nei casi della

già affrontata ipotesi di mutamento di sovranità su un territorio. Tale

opinione, a cui si sono opposti i Paesi in sviluppo nati dalla decoloniz-

zazione, trova, invece, applicazione nella prassi recente dello smem-

bramento di Unione Sovietica e Cecoslovacchia. In genere si può dire

che la materia, trattata da Vienna 83, segue le regole della successione

dei trattati, che prevede il passaggio dei debiti localizzabili e non dei

debiti generali, salvo diverse soluzioni stabilite convenzionalmente.

La sovranità territoriale è pienamente esercitabile per quanto ri-

guarda ammissione o espulsione dello straniero. Lo Stato può deci-

dere in libertà la politica di immigrazione e imporre, quando e come

crede, l’abbandono del territorio agli stranieri. Un limite deriva dal

fatto che l’espulsione deve avvenire in modo non oltraggioso e lesivo

della dignità umana, concedendo un lasso di tempo ragionevole per

sistemare i propri interessi prima di uscire dal Paese.

Limiti particolari derivano dalle Convenzioni sui diritti umani

(Onu) e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo,

che obbligano gli Stati a non estradare stranieri in Paesi in cui rischie-

rebbero tortura o pena di morte e ad evitare l’espulsione, quando cau-

serebbe la rottura dell’unità familiare dello straniero.

In base ad accordi internazionali, definiti convenzioni di stabi-

limento, ciascun contraente si obbliga a riservare condizioni di parti-

colare favore ai cittadini degli altri Stati contraenti in tema di ammis-

sione ed esercizio di attività imprenditoriali e professionali. Partico-

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larmente significativo in merito è il Trattato Ce (modificato dal Trat-

tato di Maastricht) che, con l’istituzione della cittadinanza europea, ha

realizzato una parificazione tra i sudditi degli Stati membri sul territo-

rio comunitario, per quanto riguarda la circolazione, il lavoro e la ca-

pacità elettorale.

Lo Stato che non osserva le norme sul trattamento dello stranie-

ro compie illecito internazionale nei confronti dello Stato a cui la per-

sona appartiene. Quest’ultimo può esercitare la protezione diploma-

tica, con cui assumere la difesa del proprio suddito sul piano interna-

zionale, attraverso proteste formali, proposte di arbitrato, minacce di

ritorsioni, ricorso a contromisure, al fine di ottenere dallo Stato territo-

riale la cessazione della violazione e il risarcimento del danno causato

al proprio suddito. Questo mezzo può essere esperito, solo dopo che

sia stata esercitata la regola del previo esaurimento dei ricorsi in-

terni, ossia solo dopo che lo straniero abbia fatto ricorso senza suc-

cesso a tutti i rimedi previsti dall’ordinamento dello Stato territoriale,

che devono essere adeguati ed effettivi, cioè idonei ad eliminare

l’azione illecita e fornire la giusta riparazione. L’istituto della prote-

zione diplomatica ha carattere residuale, nel senso che lo straniero, ol-

tre ai mezzi interni, deve anche aver fatto ricorso ai rimedi interna-

zionali azionabili individualmente.

Lo Stato che agisce in protezione diplomatica difende un diritto

di cui esso è titolare non un diritto del suddito. Esso non agisce come

rappresentante o mandatario e quindi è del tutto libero di agire o non

agire, avviare o interrompere la tutela, transigere, sacrificare

l’interesse individuale in nome di altri interessi. Né si può affermare

che, in ambito di protezione diplomatica, si crei una personalità in-

ternazionale dell’individuo, che si ha solo nei casi in cui egli agisce

o risponde direttamente sul piano internazionale.

I Paesi in sviluppo contestano l’istituto della protezione diplo-

matica, limitatamente ai rapporti economici che fanno capo a stranieri.

Essi si rifanno alla dottrina Calvo, che venne ideata nel secolo scorso

dal diplomatico argentino, per reagire alla pretesa dei Paesi europei di

intervenire militarmente in America latina a protezione dei propri

sudditi. Tale dottrina afferma che le controversie sul trattamento degli

stranieri sono di esclusiva competenza dei Tribunali dello Stato terri-

toriale. Essa si è concretizzata nella cosiddetta clausola Calvo che, in-

serita nei contratti con imprese straniere, le obbligava, in caso di con-

troversie, a rinunciare alla protezione del proprio Paese. Su questa li-

nea si è espressa la Carta dei diritti e doveri economici degli Stati, a

meno che gli Stati stessi non decidano di risolvere pacificamente le

eventuali controversie. 13

Per Conforti, non si può costringere uno Stato, accusato di vio-

lazione nel trattamento di interessi stranieri, a trattare la questione sul

piano internazionale o mediante arbitrato, se ciò non sia stato assunto

convenzionalmente; allo stesso tempo non si può vietare allo Stato

dello straniero di protestare e di assumere iniziative, anche in presenza

della clausola Calvo, dato che lo Stato, con la protezione diplomatica,

fa valere unicamente un proprio diritto.

Nella pratica l’istituto della protezione diplomatica è in declino,

sostituito da strumenti diretti a garantire i privati all’estero contro il ri-

schio di nazionalizzazioni. Ne sono un esempio le assicurazioni dirette

a coprire gli investimenti in Paesi in sviluppo, come la Miga, Agenzia

per la garanzia degli investimenti multilaterali, entrata in vigore nel

1988 su iniziativa della Banca internazionale per la ricostruzione e lo

sviluppo. Da segnalare poi l’Icsid, Centro internazionale per il rego-

lamento delle controversie in materia di investimenti, istituito con la

Convenzione di Washington nel 1965, a cui ha aderito un gran numero

di Paesi. L’Icsid propone un sistema di conciliazione e arbitrato per le

controversie tra privati investitori e Stati che ricevono l’investimento.

L’Icsid si affianca a strumenti classici come le Commissioni e i Tri-

bunali, creati da accordi bilaterali, giudicanti sui reclami proposti dai

cittadini degli Stati contraenti.

Si pone poi la questione, in caso di protezione diplomatica di

una persona giuridica, di quale sia la nazionalità di quest’ultima e,

quindi, quale sia lo Stato che debba esercitarla. Per le società com-

merciali ci si chiede se si debba far riferimento a criteri formali o le-

gali (luogo di costituzione, sede principale) o criteri sostanziali (na-

zionalità della maggioranza dei soci o dei controllori della società).

A favore della prima ipotesi si è pronunciata la Corte Interna-

zionale di Giustizia, nella sentenza del 1970 sull’affare della Barcelo-

na Traction, che evidenzia la pratica diffusa della scelta di molte so-

cietà di far parte di Stati compiacenti dal punto di vista fiscale e dei

controlli sulla gestione sociale, anche a rischio di un’inadeguata prote-

zione diplomatica. Per la Barcelona Traction, azienda canadese, forni-

trice di energia in Spagna, e con una maggioranza di azionisti belga, la

Corte escluse che il Belgio avesse titolo per agire in protezione diplo-

matica dell’azienda dichiarata fallita in Spagna, per i danni provocati

dal fallimento e per altre situazioni dolose che tentavano di trasferire

la proprietà dell’azienda in mano spagnola. Ma, in mancanza di una

prassi certa, non si può negare che la protezione diplomatica possa es-

sere esercitata dallo Stato degli azionisti.

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27. Il trattamento degli organi stranieri, particolarmente degli

agenti diplomatici.

Limiti alla sovranità degli Stati sono posti dal diritto consuetu-

dinario con le immunità diplomatiche degli agenti diplomatici, codi-

ficate dalla Convenzione di Vienna del 1961 promossa dall’Onu.

Le immunità sono prerogative che accompagnano l’agente du-

rante la permanenza in uno Stato, nell’esercizio delle sue funzioni, e

lo lasciano quando egli ne abbandona il territorio. La presenza

dell’agente è subordinata alla volontà dello Stato, espressa attraverso

il gradimento, che precede l’accreditamento, o, per quanto riguarda

l’espulsione, con la consegna dei passaporti e l’ingiunzione a la-

sciare il Paese entro un certo tempo

Le immunità diplomatiche si manifestano attraverso l’attivo in-

tervento dello Stato territoriale e sono le seguenti:

a. Inviolabilità personale: protezione dalle offese alla persona,

mediante misure preventive e repressive. Si manifesta con il ge-

nerico dovere di protezione che lo Stato ha verso ogni straniero.

Essa deve essere adeguata all’importanza della persona e preve-

de l’inapplicabilità al diplomatico di qualsiasi misura di polizia.

b. Inviolabilità domiciliare: protezione della sede diplomatica e

dell’abitazione privata dell’agente. In passato si parlava di ex-

traterritorialità delle sedi diplomatiche; oggi queste sono territo-

rio dello Stato ospitante, ma non vi possono essere esercitati atti

di coercizione senza il consenso dell’agente.

c. Immunità dalla giurisdizione penale e civile: bisogna distin-

guere tra atti compiuti come organo dello Stato, coperti da im-

munità funzionale (ratione materia), e quelli compiuti come

privato, coperti da immunità personale ratione personae.

Per i primi, così come per gli atti privati che vedremo di segui-

to, l’immunità è concessa per garantire all’agente l’esercizio in-

disturbato delle sue funzioni, dato che i suoi atti non sono a lui

imputabili, ma allo Stato straniero. Per questo non si può sotto-

porre l’agente a giudizio penale o civile, neanche quando siano

cessate le sue funzioni e neanche in uno Stato terzo. (Al contra-

rio la sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 1997, in

base alla quale gli Stati, nei quali l’agente che ha commesso un

illecito transiti per rientrare in patria, non sono tenuti

all’osservanza dell’immunità funzionale). Anche gli atti privati

sono immuni dalla giurisdizione penale e civile, per

quest’ultima salvo le azioni reali e successorie o riguardanti at-

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tività commerciali dell’agente. Egli, però, non è dispensato

dall’osservare la legge, ma gode di un’immunità processuale per

compiere indisturbato le sue funzioni nello Stato che lo ospita.

Una volta che il suo ruolo è venuto meno, egli potrà essere sot-

toposto a giudizio anche per gli atti illeciti privati compiuti nel

periodo della funzione. All’esenzione dalla giurisdizione è tenu-

to solo lo Stato presso cui l’agente esercitava le funzioni diplo-

matiche. La Convenzione di Vienna 1961 prevede che

l’immunità continui per un certo lasso di tempo dopo la fine

delle funzioni e che l’inviolabilità personale sussista anche negli

Stati attraversati per rientrare in patria.

d. Immunità fiscale: che sussiste esclusivamente per le imposte

dirette personali.

Le immunità diplomatiche, oltre ad ambasciatori, ministri ple-

nipotenziari, incaricati d’affari, spettano a tutto il personale diplomati-

co delle missioni e alle famiglie. La Convenzione di Vienna le estende

anche al personale tecnico e amministrativo, con esclusione degli im-

piegati residenti nello Stato territoriale. Tali immunità spettano anche

ai Capi di Stato, Capi di Governo e Ministri degli esteri quando si tro-

vano all’estero in forma ufficiale.

Per quanto riguarda i crimini internazionali, l’immunità per-

sonale copre questi reati. L’immunità funzionale, invece, ormai soc-

combe di fronte all’esigenza di punizione di questi crimini: trattasi di

jus cogens. Poiché i crimini internazionali sono commessi proprio da-

gli organi supremi dello Stato, sarebbe assurdo non procedere al giu-

dizio dell’agente diplomatico o altro individuo, una volta che siano

cessate le funzioni.

Altri organi statali non godono di alcuna immunità, neanche i

consoli, per i quali è prevista solo l’inviolabilità dell’archivio.

28. Il trattamento degli Stati stranieri.

Altri limiti al potere d’imperio dello Stato sono rappresentati dal

principio della non ingerenza negli affari di altri Stati, interni e in-

ternazionali. Di fatto, il principio ha perso via via spessore, sostituito e

assorbito da altre regole più specifiche. La più importante di queste è

costituito dal divieto della minaccia e dell’uso della forza bellica negli

affari interni e internazionali di altri Stati.

In proposito la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia

del 1986, sulle attività militari e paramilitari statunitensi contro il Ni-

caragua, afferma che fornire armi e assistenza logistica ai ribelli è at-

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tività contraria sia al principio della non ingerenza, sia al divieto

dell’uso della forza, mentre l’invio di fondi ai ribelli costituisce inos-

servanza del solo principio di non ingerenza.

Ci si chiede se possa costituire inosservanza del principio di non

ingerenza l’applicazione di misure economiche tese a condizionare le

scelte interne e internazionali di uno Stato. La Corte Internazionale di

Giustizia, nella sentenza sul Nicaragua, afferma che l’interruzione di

un programma di aiuti allo sviluppo, la riduzione o sospensione delle

importazioni da un Paese che si vuole colpire, non possono costituire

illecito intervento negli affari altrui. Secondo Conforti, però, qualora

le misure non costituiscano reazione ad un comportamento illecito, ma

il modo per incidere sistematicamente sulle scelte dello Stato stranie-

ro, esse devono considerarsi vietate. Anche in tal caso bisogna ritenere

che il principio della non ingerenza non operi autonomamente, ma sia

assorbito dalla lesione del principio di autodeterminazione dei popoli.

Inoltre, non è chiaro se costituisca violazione del principio di

non ingerenza il non impedire nel proprio Stato comportamenti che

possano turbare l’ordine pubblico e la vita normale di Stati stranieri.

Indubbiamente devono ritenersi lecite le manifestazioni di critica e di

condanna del sistema politico, sociale ed economico dello Stato stra-

niero. Ma la dottrina è discorde quando si tratta di comportamenti più

incisivi. Forse, l’unica regola consuetudinaria vigente è quella che im-

pone di vietare la preparazione di atti di terrorismo diretti contro altri

Stati. Tutto il resto appartiene alla sfera del diritto convenzionale.

Un altro tema sul trattamento degli Stati stranieri è se questi

siano assoggettabili alla giurisdizione civile dello Stato territoriale, ad

esempio, per inadempienza contrattuale, per licenziamento di un di-

pendente assunto nella ambasciata o per altra questione civile. Alla

regola dell’immunità assoluta, vigente sino alla seconda guerra mon-

diale, si è andata sostituendo quella dell’immunità ristretta (o relati-

va), che oggi corrisponde al diritto internazionale consuetudinario. In

base ad essa, l’immunità dello Stato straniero è limitata agli atti jure

imperii, ossia quegli atti propri dell’esercizio delle funzioni pubbliche

statali, e non si estende agli atti jure gestionis (o jure privatorum), os-

sia aventi carattere prettamente privatistico. In caso di dubbio sulla na-

tura di un atto, va applicata l’immunità, essendo la sottoposizione alla

giurisdizione un’eccezione alla figura dell’immunità (così afferma la

Commissione di diritto internazionale dell’Onu nel Progetto sulle im-

munità giurisdizionali degli Stati, adottato nel 1991).

Nelle controversie di lavoro, avviate dal lavoratore avente na-

zionalità dello Stato territoriale per prestazioni in ambasciate o uffici

stranieri, sino ad epoca recente la giurisprudenza italiana applicava

l’immunità, quando le mansioni esplicate implicavano una partecipa-

zione del lavoratore all’esercizio di funzioni sovrane o comunque atti-

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vità pubbliche dello Stato estero. In tal modo l’immunità era pratica-

mente sempre applicata. Un temperamento a questa linea viene dalla

Convenzione europea sull’immunità degli Stati del 1972, promossa

dal Consiglio d’Europa, che, pur adottando la differenza tra atti jure

imperii e atti jure gestionis, adotta per i rapporti di lavoro il criterio

della nazionalità del lavoratore, cumulato con quello del luogo della

prestazione; l’art. 5 afferma che:

- se il lavoratore ha la nazionalità dello Stato straniero presso

cui lavora, l’immunità sussiste in ogni caso;

- se il lavoratore ha la nazionalità dello Stato territoriale, o vi

risieda abitualmente pur essendo cittadino di uno Stato terzo, e

il lavoro viene prestato nel territorio, l’immunità è esclusa.

In linea di principio è da ammettere l’esercizio della giurisdi-

zione quando vi sono conseguenze civilistiche in violazione dello jus

cogens. Quest’ultimo prevale, infatti, sul diritto pattizio e sulle altre

norme consuetudinarie.

E’ da criticare la decisione degli Usa, che ha emendato la Leg-

ge sull’immunità dei sovrani stranieri con l’Antiterrorism and Effecti-

ve Death Penalty Act del 1996, col quale si è esclusa l’immunità di

uno Stato straniero per le azioni civili derivanti da atti di tortura, as-

sassinio, sabotaggio di aereo e presa di ostaggi, ma solo per quegli

Stati indicati come sponsor del terrorismo. La decisione è stata adot-

tata in merito all’attentato libico di Lockerbie del 1988.

Lo Stato straniero può dichiarare la rinuncia all’immunità

espressamente o implicitamente. Si ritiene che vi sia rinuncia quando

lo Stato si fa attore in giudizio, proponendo domanda riconvenzionale.

L’immunità dalla giurisdizione civile è prevista anche per gli

enti territoriali e altre persone giuridiche, a conferma che a formare

la persona dello Stato nel diritto internazionale concorrono tutti coloro

che esercitano il potere di governo nell’ambito della comunità statale e

non solo gli organi del potere centrale.

La teoria dell’immunità ristretta va applicata sia al procedimen-

to civile di cognizione, sia all’esecuzione forzata sui beni detenuti

dallo Stato estero. Quest’ultima è ammissibile solo per quei beni non

destinati ad una funzione pubblica. Al contrario si applica l’immunità.

Più volte si è posto il problema se i conti correnti bancari, in

mancanza di una destinazione specifica del conto, possano essere col-

piti da misure di esecuzione. La giurisprudenza ha sempre negato

quest’eventualità, in quanto il denaro è sempre destinato, almeno in li-

nea di principio, a finanziare fini istituzionali.

18

In Italia esisteva una disposizione di legge che sottoponeva pi-

gnoramento e altre misure esecutive su beni mobili e immobili dello

Stato estero all’autorizzazione del Guardasigilli e dichiarava che que-

sta norma era applicabile solo agli Stati che ammettevano la reciproci-

tà, dichiarata con decreto dello stesso ministro. La Corte Costituziona-

le ha annullato le parti della norma relative all’autorizzazione e al de-

creto ministeriali, cancellando l’inammissibile dipendenza del potere

giudiziario dall’esecutivo nell’applicazione del diritto.

29. Il trattamento delle organizzazioni internazionali.

Non esistono particolari norme consuetudinarie che impongono

agli Stati di concedere immunità ai funzionari delle organizzazioni

internazionali. Obblighi in tal senso possono derivare solo da con-

venzioni: l’accordo istitutivo dell’organizzazione, accordi successivi

con gli Stati membri, con Stati terzi, e in particolare con lo Stato in cui

è stata istituita la sede. Sempre per via convenzionale vengono regola-

te le immunità dei rappresentanti degli Stati presso le organizzazioni.

L’organizzazione può sempre rinunciare all’immunità.

Come già detto, lo Stato, nell’ambito della consuetudine sul

trattamento degli stranieri, è tenuto a proteggere il funzionario che

opera nel suo territorio, con misure preventive e repressive, idonee ed

efficaci. La violazione dell’obbligo dà vita alla protezione diplomatica

da parte dello Stato del funzionario. Lo stesso avviene in parte anche

per i rappresentanti delle organizzazioni internazionali.

Si può dire che un obbligo di protezione diplomatica sorge per

l’organizzazione internazionale nei confronti dello Stato territoriale,

solo per quanto riguarda i danni arrecati ad essa (protezione funzio-

nale) e non quelli arrecati all’individuo in quanto tale. Lo Stato invece

agisce in protezione diplomatica per la totalità dei danni. L’estensione

analogica tra le due situazioni si ferma ai danni funzionali, perché, nel

caso dei danni personali, il legame tra Stato e funzionario è costituito

dalla cittadinanza, aspetto che non esiste nel rapporto tra funzionario e

organizzazione, tra i quali c’è solo un rapporto di impiego.

Al contrario, la Corte Internazionale di Giustizia nella decisio-

ne del 1949 sul caso Bernadotte, mediatore dell’Onu tra arabi israe-

liani, ucciso da estremisti israeliani. La Corte ammise l’azione di pro-

tezione diplomatica dell’Onu per la totalità dei danni.

E’ ormai norma consuetudinaria, confermata da numerose con-

venzioni, l’applicazione dell’immunità dalla giurisdizione civile, per

interpretazione estensiva con la situazione degli Stati, anche alle orga-

nizzazioni internazionali.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Internazionale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Internazionale, Conforti (parte 2). Gli argomenti trattati in particolare sono: il contenuto delle norme internazionali, la sovranità esplicata sugli individui e i loro beni, la sovranità territoriale, l'evoluzione del diritto internazionale, esempi di tutela della sovranità territoriale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Baroncini Elisa.

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