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comportamenti in seno ad organi internazionali), ma anche atti

"interni" (leggi, sentenze, atti amministrativi), senza alcun ordine di

priorità. Sicuramente un ruolo decisivo è svolto dalla giurisprudenza

interna, con particolare rigurdo alle corti supreme.

Problema degli Stati nuovi

Poiché le consuetudini creano diritto generale, vincolano tutti gli

Stati, indipendentemente dalla loro partecipazione alla sua

formazione. Questo problema si è posto con particolare riguardo

per gli Stati nuovi che sono nati dal processo di decolonizzazione: il

diritto consuetudinario esistente si era formato in epoca coloniale e

rispondeva ad esigenze ed interessi del tutto contrastanti da quelli

emergenti (pensiamo ai settori del diritto internazionale economico,

al diritto internazionale marittimo).

La soluzione del problema viene posta nei seguenti termini:

se la contestazione proviene da un singolo Stato ("persistent

objector"), questa è da considerarsi irrilevante. Non occorrerebbe

neanche la prova dell'accettazione della norma consuetudinaria

perché altrimenti si configurerebbe come accordo tacito, negando la

stessa idea di diritto internazionale generale. Inoltre è stato

dimostrato che generalmente il persistent objector non rivendica

l'inopponibilità nei suoi confronti della norma, ma tenta di impedire

la sua formazione o di negare che si sia formata. Se la

contestazione, invece, proviene da un gruppo di Stati non può

essere ignorata: in tal caso non solo non è opponibile ai Paesi che

la contestano, ma non si può neanche considerare come norma

consuetudinaria esistente.

Le consuetudini particolari

Oltre alle norme consuetudinarie generali esistono anche le

consuetudini particolari, ossia quelle regionali o locali. La loro figura

è certamente da ammettersi e la sua applicazione più rilevante è

fornita, più che dalle norme a carattere regionale, dal diritto non

scritto che può formarsi per modificare o abrogare le regole poste

da un determinato trattato: in altre parole, accade che le parti che

stipulano un accordo diano inizio ad una prassi che modifica le

norme a suo tempo pattuite.

Anche questo tipo di consuetudini devono considerarsi un fenomeno

di gruppo. Non costituiscono consuetudini particolari, invece, i casi

di uniformità di contegni tra un certo numero di Stati non legati da

trattato o da vincoli geografici o di altra natura.

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Le norme consuetudinarie sono suscettili di interpretazione

analogica?

L'analogia è una forma di interpretazione estensiva, che consiste

nell'applicare una norma ad un caso che essa non prevede, ma i cui

caratteri essenziali siano analoghi a quelli del caso previsto.

Nell'ambito del diritto consuetudinario, il ricorso all'analogia ha

senso solo con riguardo alle fattispecie nuove.

I PRINCIPI GENERALI DI DIRITTO RICONOSCIUTI DALLE NAZIONI

CIVILI

V Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> I principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni Civili

L'art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia

anovera tra le fonti del diritto internazionale i principi generali di

diritto riconosciuti dalle Nazioni civili. Secondo la comune

interpretazione di quest'articolo, detti principi si collocherebbero al

terzo posto dopo le consuetudini e gli accordi e sarebbero applicabili

quando manchino norme pattizie o consuetudinarie applicabili al

caso concreto. Costituirebbero cos', secondo quest'impostazione,

una sorta di analogia iuris, esprimibile con principi come: ne bis in

idem, nemo iudex in re sua, in claris non fit interpretatio.

In realtà esiste una notevole varietà di opinioni in merito: alcuni

dicono che non si trattano affatto di norme giuridiche internazionali,

altri affermano la natura integratrice, altri ancora li collocano al

vertice della gerarchia delle fonti. Ma poi cosa bisogna intendere

con principi delle "Nazioni civili"?

A nostro avviso, perché possano essere applicati questi principi

devono sussistere due condizioni:

1. devono essere uniformemente applicati nella maggior parte degli

Stati

2. devono essere sentiti come obbligatori.

Così intesi non sarebbero altro che una categoria sui generis di

norme consuetudinarie internazionali. Secondo una simile

impostazione allora non sarebbero principi destinati a colmare

soltanto le lacune del diritto internazionale; il loro rapporto sarebbe

invece il normale rapporto tra norme di pari grado: la norma

posteriore abroga quella anteriore e la norma speciale deroga

quella generale. 8

Bisogna sottolineare che la contrarietà di una legge ordinaria

italiana al diritto internazionale generale comporta l'illegittimità

costituzionale della legge stessa, per violazione dell'articolo 10: tale

illegittimità potrà dichiararsi anche in caso di contrarietà ad un

principio generale di diritto riconosciuto dalle Nazioni civili.

ALTRE PRESUNTE NORME GENERALI NON SCRITTE: I PRINCIPI

VI Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> Altre presunte norme generali non scritte: i principi

Una parte della dottrina pone al di sopra delle norme

consuetudinarie un'altra categorie di norme generali non scritte: i

principi. Si è così sostenuta l'esistenza di una serie di principi

"costituzionali" dell'ordinamento internazionale. Secondo il Quadri,

vigoroso sostenitore di questa teoria, i principi costituirebbero le

norme primarie del diritto internazionale, in quanto "espressione

immediata e diretta della volontà del corpo sociale". Tra questi

principi esisterebbero quelli formali, che si limitano a istituire

ulteriori fonti di norme internazionali, e quelli materiali, che

disciplinerebbero direttamente i rapporti tra gli Stati. I principi

formali sarebbero consuetudo est servanda e pacta sunt servanda.

I principi materiali potrebbero avere qualsiasi contenuto a secondo

della materia che si disciplina.

Questa impostazione non è accettabile. Non si possono ricostruire

principi materiali indipendentemente dall'uso e ricostruirli fino alle

estreme conseguenze, perché si aprirebbe la strada all'abuso.

Inoltre l'interprete interno, dovendo stabilire quali norme

internazionali generali siano da applicare in Italia ex art.10 Cost., si

dovrebbe chiedere di volta in volta se non vi siano "imposizioni" in

una determinata materia da parte delle forze dominanti nella

comunità internazionale.

Può essere considerata l'equità come fonte di norme

internazionali?

L'equità può essere considerata come il comune sentimento del

giusto e dell'ingiusto. Si ritiene che a parte la c.d. equità secundum

o infra legem, ossia la possibilità di utilizzare l'equità soltanto come

ausilio interpretativo e a parte quando un tribunale internazionale

sia espressamente autorizzato a giudicare ex aequo et bono, la

risposta deve essere negativa. Ovviamente sarà da escludere

l'equità contra legem, contraria cioè a norme consuetudinarie o

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pattizie, oltre che quella praeter legem, diretta a colmare le lacune

del diritto internazionale.

IL VALORE DEGLI ACCORDI DI CODIFICAZIONE

VII Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > Il valore degli accordi di codificazione

Bisogna esminare il problema se esistano o meno norme

internazionali generali scritte. E questo problema si pone

innanzitutto per le codificazioni promosse dalle Nazioni Unite.

L'opera di codificazione è nata con le Nazioni Unite e siccome nella

comunità internazionale manca un'autorità con poteri legislativi, il

Trattato è l'unico strumento per la trasformazione del diritto non

scritto in diritto scritto.

L'articolo 13 della Carta delle Nazioni Unite prevede che

l'Assemblea generale intraprenda degli studi e faccia

raccomandazioni per incoraggiare lo sviluppo del diritto

internazionale e la sua codificazione. A tali fini l'Assemblea ha

creato un'apposita Commissione incaricata di provvedere alla

preparazione di testi di codificazione delle norme consuetudinarie

relative a deterinate materie, procedendo a studi, raccogliendo dati

e predisponendo in tal modo progetti di convenzioni multilaterali

internazionali che vengano poi adottati e aperti alla ratifica e

all'adesione da parte degli Stati stessi.

Il primo problema che si pone è se, vista la codificazione e la

ratifica, vincolano soltanto gli Stati contraenti o anche gli Stati

terzi?

Bisogna andare molto cauti nel considerare gli accordi di

codificazione come corrispondenti al diritto consuetudinario

generale e soprattutto nell'estenderli ai Paesi non contraenti.

Innanzitutto non si può riporre un'illimitata fiducia nei lavori della

Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite, perché

spesso ci può essere l'influenza dell'interprete o anche di chi è

chiamato a far parte della Commissione stessa. Inoltre gli Stati

fanno quello che si fa sempre in sede di conclusione delle trattative

per la conclusione degli accordi internazionali: cercano di far

prevalere i propri interessi, le proprie convinzioni. Infine, l'art. 13

parla di "sviluppo progressivo" ma si rischia di far introdurre norme

che erano abbastanza incerte sul piano del diritto internazionale.

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Per queste ragioni, gli accordi di codificazione vanno considerati

come normali accordi internazionali e quindi vincolano i soli Stati

contraenti che li ratificano.

Un grosso problema si creerebbe al verificarsi del fenomeno del c.d.

ricambio delle norme contenute dall'accordo. Ammesso che

l'accordo di codificazione sia coincidente con il diritto internazionale

consuetudinario al momento della sua redazione, è ben possibile

che in epoca successiva il diritto consuetudinario subisca dei

cambiamenti per effetto della mutata pratica degli Stati. Si può

anche verificare anche il fenomeno dell'invecchiamento dell'accordo

di codificazione man mano che gli interessi mutano e i rapporti si

evolvono, come anche dimostrato dal diritto dei trattati. Che

succede allora? Innanzitutto questo fenomeno riconferma la tesi

che a maggior ragione i principi non si possono applicare agli Stati

non contraenti, mentre per gli Stati contraenti sarà necessario

dimostrare che essi abbiano la volontà di derogare all'accordo nella

prassi, altrimenti si applica il diritto consuetudinario contenuto

nell'accordo.

LE DICHIARAZIONI DI PRINCIPI DELL'ASSEMBLEA DELL'ONU

VIII Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > Le dichiarazioni di principi dell'Assemblea dell'ONU

Nel tema del diritto internazionale generale si inquadra anche il

problema del valore delle Dichiarazioni di principi emanate

dall'Assemblea delle Nazioni Unite. Si tratta di dichiarazioni

contenenti una serie di regole che talvolta riguardano i rapporti tra

Stati, ma spesso i rapporti interni alle varie comunità Statali, come

i rapporti dello Stato con i propri sudditi o con gli stranieri.

Bisogna innanzitutto sottolineare che le Dichiarazioni non

costituiscono un'autonoma fonte di norme internazionali generali,

poiché l'Assemblea generale delle Nazioni Unite non ha poteri

legislativi mondiali (tanto che si esprime mediante

raccomandazione, che ha valore di esortazione, non vincolante).

Tuttavia le Dichiarazioni svolgono un ruolo assai importante ai fini

dello sviluppo internazionale e al suo adeguamento alle esigenze di

solidarietà e di interdipendenza. Per quanto riguarda il diritto

consuetudinario, le Dichiarazioni vengono in rilievo, ai fini della sua

formazione, in quanto prassi degli Stati, in quanto somma degli

atteggiamenti degli Stati che le adottano, e non come atti dell'ONU.

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Certe dichiarazioni o parti di Dichiarazioni hanno valore di veri e

propri accordi internazionali: sono quelle che non solo enunciano un

principio ma in modo espresso e inequivocabile ne equiparano

l'inosservanza alla violazione della Carta. Tuttavia, poiché

l'Assemblea non ha poteri interpretativi sovrani che vincolerebbero

tutti gli Stati a quell'interpretazione, anche le Dichiarazioni restano

delle mere raccomandazioni, dal punto di vista della Carta. Hanno

però carattere di accordo e come tale vincolano gli Stati che le

abbiano approvate e vanno inquadrate come accordi in forma

semplificata.

I TRATTATI

IX Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> I Trattati

Una volta esaurito l'esame del diritto internazionale generale,

possiamo passare a quello del diritto internazionale particolare: i

trattati. La terminologia usata per indicare questa materia è assai

vasta: accordo, trattato, patto, convenzione etc. Si parla di Carta o

Statuto per i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali,

scambio di note per l'accordo risultante dallo scambio di note

diplomatiche etc.

L'accordo internazionale può essere definito come l'unione o

l'incontro della volontà di due o più stati, dirette a regolare una

determinata sfera di rapporti riguardanti questi ultimi. Anche i

trattati possono dar vita sia a norme materiali, cioè a regole che

direttamente disciplinano i rapporti tra destinatari, imponendo

obblighi o attribuendo diritti, sia a norme formali o strumentali, che

si limitano cioè ad istituire fonti per la creazione di ulteriori norme.

A questa categoria appartengono i trattati costitutivi di

organizzazioni internazionali, che oltre a disciplinare direttamente

certi rapporti tra gli Stati membri, demandano agli organi sociali la

produzione di norme ulteriori.

Come nel diritto interno i contratti sono subordinati alla legge, così i

trattati sottostanno alle consuetudini (pacta sunt servanda). Le

Nazioni Unite hanno promosso l'elaborazione della Convenzione di

Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27.01.1980 e

ratificata anche dall'Italia con legge 112/74.

Secondo quanto la stessa Convenzione stabilisce all'art. 4. il suo

campo di applicazione non tocca le regole meramente riproduttive

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delle norme consuetudinarie generali, che, proprio perché generali,

valgono per tutti gli Stati e per tutti i trattati. La Convenzione,

invece, si applica unicamente ai trattati conclusi tra Stati dopo la

sua entrata in vigore per tali Stati. Ma occorre che gli Stati

stipulanti un accordo siano gli stessi della Convenzione o vale anche

se alla conclusione del Trattato partecipano anche Stati terzi?

Generalmente si preferisce questa seconda interpretazione.

Come si arriva alla conclusione di un accordo?

I modi di incontro della volontà degli Stati sono molto liberi nel

diritto internazionale in materia di forma e procedura. L'accordo si

può perfezionare istantaneamente o al termine di complicate

procedure. Generalmente il procedimento formale o solenne

vede la competenza assoluta del Capo di Stato. Il trattato veniva

negoziato degli emissari del Sovrano, definiti "plenipotenziari", in

quanto dotati di "pieni poteri", per la negoziazione. I plenipotenziari

predisponevano il testo dell'accordo e lo sottoscrivevano. Seguiva

poi la ratifica da parte del Sovrano, con cui accertava se i

plenipotenziari si fossero effettivamente attenuti al mandato

ricevuto. Alla fine, per portare la volontà del Sovrano a conoscenza

delle controparti, avveniva lo scambio delle ratifiche. Abbiamo

quindi 4 fasi: negoziazione, firma, ratifica e scambio delle ratifiche.

La fase di negoziazione è tanto più complessa quanto più numerosi

sono gli Stati che partecipano alla negoziazione stessa.

Il negoziato si conclude con la "firma" da parte dei plenipotenziari,

ma questa non comporta ancora nessun vincolo per gli Stati: ha

solo valore di autenticazione del testo predisposto.

La manifestazione della volontà dello Stato che si impegna si ha con

la ratifica. La competenza a ratificare è disciplinata dal diritto

costituzionale di ogni Stato. L'ordinamento italiano all'art. 87

dispone che il Presidente della Repubblica ratifica i trattati

internazionale, previa, quando occorre, l'autorizzazione delle

Camere. L'art. 80 specifica quali sono le materie per le quali è

prevista l'autorizzazione e deve essere data con legge: trattati che

hanno natura politica, o prevedono regolamenti giudiziari, o

comportano variazioni del teritorio nazionale o oneri alle finanze, o

modificazioni di leggi. Questi due articoli devono essere letti con

l'art. 89 Cost., secondo cui nessun atto del Presidente è valido se

non è controfirmato dal ministro proponente che se ne assume la

responsabilità.

Non sempre le Costituzioni moderne parlano di ratifica. Possiamo

trovare anche i termini come "approvazione", "conclusione" etc. Alla

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ratifica inoltre si equipara l'adesione che si ha, nel caso di trattati

multilaterali, quando la manifestazione di volontà diretta a

concludere l'accordo proviene da uno Stato che non ha preso parte

ai negoziati. Ovviamente sarà necessario che il trattato sia

"aperto", ossia che contenga una clausola di adesione.

Alla ratifica segue lo scambio delle ratifiche o il deposito delle

ratifiche. Nel caso di scambio, l'accordo si perfeziona

istantaneamente. Nel caso di deposito, che è la procedura

normalmente seguita per i trattati multilaterali, l'accordo si forma

tra gli Stati depositanti. A volte si può prevedere che il trattato non

entri in vigore finché non si siano raggiunte un certo numero di

ratifiche.

Questa, abbiamo detto, è la procedura solenne. E' possibile però

che gli Stati, godendo di ampia libertà per la formazione degli

accordi, scelgano un'altra forma. La più diffusa è la forma

semplificata, tanto che si parla anche di accordi informali.

L'accordo che si perfeziona con questa procedura entra in vigore

per effetto della sola sottoscrizione del testo da parte dei

plenipotenziari, attribuendo alla firma il valore di piena e definitiva

manifestazione di volontà. Ovviamente lo Stato dovrà attribuire

questo potere ai plenipotenziari, si dovrà specificare questo effetto

della firma e si dovrà esprimere nel corso della negoziazione che si

intende attribuire questo valore alla firma.

Rientrano nella categoria degli accordi in forma semplificata anche

gli scambi di note diplomatiche. In questa categoria rientrano

tutti gli accordi che, in modo o in un altro, gli organi dello Stato

preposti alle relazioni con gli altri Stati, stipulano senza ricorrere

alla procedura della ratifica, impegnando definitivamente la

responsabilità dello Stato. La competenza a concludere gli accordi

in forma semplificata, al pari della competenza a ratificare, è

regolata dal diritto costituzionale di ciascuno Stato.

Tendenzialmente l'organo è l'Esecutivo.

Cosa succede se l'organo che stipula il trattato era

incompetente?

Tendenzialmente si escludono sia visioni prettamente

internazionalistiche, sia visioni prettamente interne: gli accordi non

sono né sempre validi, né sempre invalidi. Ripudiate tali situazioni

estreme, la Convenzione di Vienna propone una soluzione all'art.

46: il fatto che il consenso di uno Stato ad essere vincolato da un

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trattato sia stato espresso in violazione di una regola di competenza

a stipulare del suo diritto interno non può essere invocato da tale

Stato come vizio del suo consenso, a meno che la violazione non sia

manifesta e non concerna una regola del suo diritto interno di

importanza fondamentale; una violazione è manifesta se è

obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti in

materia secondo la prassi abituale e in buona fede. Noi riteniamo

che la violazione di norme interne di importanza fondamentale sia

causa di invalidità del trattato solo quando sull'accordo non si sia

pronunciato uno degli organi cui la Costituzione assegna un potere

decisionale effettivo nel procedimento di stipulazione. La parte in

cui prevede la buona fede, invece, non sembra da seguire perché

risente di una conzione troppo "diplomatica" del diritto

internazionale.

Accordi stipulati dalle organizzazioni internazionali

Nella prassi contemporanea è anche molto diffuso il fenomeno degli

accordi stipulati dalle organizzazioni internazionali, sia fra loro, sia

con Stati terzi. Probabilmente il potere di concludere trattati è da

considerare la manifestazione più saliente della personalità giuridica

internazionale delle organizzazioni. Il Trattato istitutivo

dell'organizzazione stessa deve disciplinare quali sono gli organi

competenti a stipulare e quale sia la competenza per materie. Una

violazione grave delle norme statutarie sulla competenza a stipulare

può comportare l'invalidità dell'accordo. Poiché, però, le norme

contenute nel Trattato istitutivo sono modificabili dalla

consuetudine, la competenza a stipulare può anche risultare da

regole consolidatesi nella prassi dell'organizzazione, purché si tratti

di prassi certa, ossia seguita dagli organi e accettata dagli Stati

membri e sempre che non ci sia un organo giudiziario incaricato di

vegliare sul rispetto del trattato.

INEFFICACIA DEI TRATTATI NEI CONFRONTI DEI TERZI E

INCOMPATIBILITA' 15

X Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> Inefficacia dei Trattati nei confronti di terzi e incompatibilità

Inefficacia dei Trattati nei confronti di Stati terzi

La caratteristica del diritto pattizio è che fa legge tra le parti e solo

tra le parti. Se il trattato contiene una clausola di adesione, cioè è

aperto, altri Stati, che non hanno partecipato ai negoziati, vi

possono comunque aderire a pieno titolo mediante una loro

dichiarazione di volontà. In tal modo la posizione degli Stati

aderenti non differirà giuridicamente da quella degli Stati originari,

se non per il esmplice fato che non hanno partecipato alla

formazione dell'accordo.

Può verificarsi, però, che la clausola di adesione manchi e che la

convenzione crei diritti in suo favore o obblighi a suo carico. Anche

in questo caso sarà necessario dimostrare che gli obblighi e i diritti

siano in qualche modo accettati dallo Stato: cioè che il trattato

contenga in qualche modo un'offerta e dallo Stato terzo provenga

un'accettazione, il che determinerà quell'incontro di volontà che è

caratteristico dell'accordo. Fuori da questi casi non potrà che

applicarsi il principio di inefficacia dei trattati nei confronti degli

Stati terzi, non contraenti.

Le parti possono anche impegnarsi in un contratto a favore di Stati

terzi, che quindi risulti vantaggioso per questi Stati non contraenti.

Ma tali vantaggi, finché non si trasformano in diritti attraverso la

partecipazione del terzo all'accordo in uno dei modi indicati,

possono essere sempre revocati dalle parti contraenti. Le parti

contraenti se vogliono negare al terzo i vantaggi pattuiti non hanno

bisogno di stipulare un successivo trattato, ma possono negarli in

determinati casi e riconoscerli in altri.

L'art. 34 della Convenzione di Vienna sancisce, come regola

generale, che un trattato non crea obblighi o diritti per un terzo

Stato senza il suo consenso. La stessa regola vale per un obbligo.

Ma mentre il consenso nel primo caso si presume fino a prova

contraria, nel secondo caso deve essere maniestato. Nel caso in cui

i contraenti creino dei vantaggi per lo Stato terzo, possono revocare

quando vogliono il "diritto" accettato dal terzo, a meno che non ne

abbiano previamente stabilita in qualche modo l'irrevocabilità.

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Incompatibilità tra norme internazionali

Ovviamente un trattato può essere modificato o abrogato da un

trattato successivo fra gli stessi contraenti, cosa succede se i

contraenti dell'uno e dell'altro trattato coincidono solo in parte?

Si cerca di trovare la soluzione nei principi di successione dei

trattati nel tempo e quello dell'inefficacia dei trattati nei confronti di

terzi: fra gli stati contraenti di entrambi i trattati, prevale l'accordo

successivo; nei confronti degli Stati che siano parti di uno solo dei

trattati, restano invece integri, nonostante l'incompatibilità, tutti gli

obblighi che da ciascuno di essi derivano. Lo Stato contraente di

entrambi si troverà, in poche parole, a dover scegliere a quali

impegni tenere fede e rispondere di inadempimento per degli altri.

La Convenzione di Vienna è orientata in tal senso, ma all'art. 41

precisa che due o più parti di un trattato non possono concludere

un accordo mirante a modificarlo, sia pure nei loro rapporti

reciproci, quando la modifica è vietata dal trattato multilaterale,

oppure pregiudica la posizione delle altre parti contraenti oppure è

incompatibile con la realizzazione dell'oggetto e dello scopo del

trattato nel suo insieme. L'espressione "non possono" è molto

ambigua, ma si ritiene che non figuri una causa di invalidità

dell'accordo (perché la disposizione non si colloca nell'ambito delle

cause di invalidità), ma illiceità e responsabilità internazionale.

V

E NEI TRATTATI

XI Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> Le riserve nei trattati

La riserva indica la volontà dello Stato di non accettare certe

clausole del trattato o di accettarle con alcune modifiche, oppure

secondo una determinata interpretazione (c.d. riserva

interpretativa). Così facendo tra lo Stato autore della riserva e gli

altri Stati contraenti, l'accordo si forma solo per la parte non

investita dalla riserva, mentre il trattato resta integralmente

applicabile agli altri Stati.

Ovviamente la riserva ha senso per i soli trattati multilaterali,

soprattutto quello stipulati da un numero rilevante di Stati. Nei

trattati bilaterali, lo Stato che non vuole assumere certi impegni

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deve solo proporre alla controparte di non includerli nel testo.

L'istituto della riserva,allora, serve a facilitare la larga

partecipazione degli Stati ai trattati multilaterali.

Secondo il diritto internazionale tradizionale, la possibilità di

apporre riserve doveva essere tassativamente concordata nella fase

di negoziazione e quindi doveva figurare nel testo del trattato

predisposto dai plenipotenziari. In mancanza, lo Stato non aveva

altra alternativa se non quella di ratificare il trattato. Due erano i

modi per i quali era possibile apporre riserve: o i signoli Stati

dichiaravano al momento della negoziazione di non voler accettare

alcune clausole, oppure il testo prevedeva genericamente la facoltà

di apporre riserve al momento della ratifica o dell'adesione, e in tal

sede ogni Stato valutava se avvalersi o meno di tale facoltà. In

quest'ultimo caso era comunque necessario che il testo specificasse

quali clausole potevano essere oggetto di riserva.

Oggi invece si assiste ad un'evoluzione. Un parere del 1951 della

Corte Internazionale di Giustizia affermò che una riserva può essere

anche formulata all'atto della ratifica, anche se la relativa facoltà

non è espressamente prevista nel testo del trattato purché essa sia

compatibile con l'oggetto e lo scopo del trattato; purché, in altre

parole, essa non riguardi clausole fondamentali e caratterizzanti

l'intero trattato, altrimenti non si configurerebbe neanche l'accordo.

Il parere della Corte ha influenzato la redazione del testo della

Convenzione di Vienna, nella quale è codificato il principio che una

riserva può essere sempre formulata purché non sia espressamente

esclusa dal testo del trattato e purché non sia incompatibile con lo

scopo e l'oggetto del trattato medesimo. Se la riserva non è

prevista dal testo del trattato e nessuno la contesta entro dodici

mesi dalla notifica della riserva stessa alle altri parti contraenti,

essa si intende accettata.

Dopo la Convenzione, la prassi internazionale ha non solo

confermato quanto disposto, ma ha anche portato innovazioni,

riconoscendo, ad esempio, la possibilità che uno Stato formuli le

riserve in un momento successivo rispetto a quello in cui aveva

ratificato il trattato, purché nessuna delle altre parti contraenti

sollevi obiezioni contro il ritardo. La tendenza più innovatrice si

ricava dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani: se

lo Stato formula una riserva inammissibile (perché espresamente

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esclusa dal testo o perché contraria all'oggetto o allo scopo del

trattato), tale inammissibilità non comporta l'estraneità dello Stato

stesso rispetto al trattato, ma l'invalidità della sola riserva che si

avrà per non apposta. Bisogna però osservare che la giurisprudenza

della Corte europea riguarda solo la Convenzione europea dei diritti

umani e ogni estensione ad altri tipi di trattati è prematura.

Quando alla formazione della volontà dello Stato concorrono più

organi, può darsi che l'apposizione di una riserva sia decisa da uno,

ma non dagli altri. Cosa succede se il Governo non tiene conto di

una riserva decisa dal Parlamento o formula una riserva che il

Parlamento non ha voluto? Casi del genere si sono anche verificati

in Italia e le opinioni dottrinali in merito sono svariate. Alcuni

ritengono che il Governo possa apporre riserve, in quanto gestore

dei rapporti internazionali, mentre la tesi opposta, muovendo da

posizioni più garantiste e dalla necesstà della collaborazione tra i

due organi, sostiene che il governo non possa apporre riserve non

volute dal Parlamento.

A nostro avviso la questione si risolve tenendo conto due principi

costituzionali cardine: la formazione e manifestazione della volontà

dello Stato e la responsabilità del Governo dall'altra. Sotto il primo

profilo una riserva è valida sia che venga formulata solo dal

Parlamento, sia solo e autonomamente dal Governo. Tuttavia se il

Governo decide di discostarsi in tema di riserve da quanto

deliberato in Parlamento, rischierebbe il ricorso dell'organo

legislativo ai meccanismi della messa in gioco della responsabilità

governativa. Siccome per il diritto internazionale è irrilevante la

responsabilità del Governo, ma si preoccupa della formazione della

volontà dello Stato, la riserva resta comunque valida, tranne nel

caso in cui la riserva fosse contenuta nella legge di autorizzazione e

di cui il Governo non tenga conto in cui si verificherebbe una

violazione grave del diritto interno e dovrà ritenersi che lo Stato

non resti impeganto per detta parte se e finché il Parlamento non

revochi espressamente o implicitamente la riserva.

L'INTERPRETAZIONE DEI TRATTATI

19

XII Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > L'interpretazione dei trattati

Oggi si tende ad abbandonare il metodo c.d. subiettivistico, in base

al quale si renderebbe in ogni caso necessaria la ricerca della

volontà effettiva delle parti come contrapposta alla volontà

dichiarata. Si deve attribuire al trattato il senso che è fatto palese

dal suo testo, che risulta dai rapporti di connessione logica tra le

varie parti del testo. In questo senso i lavori preparatori assumono

un ruolo importante di sussidio, potendosi ad essi ricorrere in

presenza di un testo ambiguo e lacunoso.

La Convenzione di Vienna si pronuncia a favore del metodo

obiettivistico, pronunciandosi sull'interpretazione agli artt. 31-33. Il

trattato deve essere interpretato in buona fede, secondo il

significato ordinario da attribuirsi ai termini del trattato nel loro

contesto e alla luce dell'oggetto e dello scopo del trattato stesso. I

lavori preparatori sono unn mezzo supplementare di integrazione,

da usare quando il testo è particolarmente oscuro o porta ad un

risultato assurdo e irragionevole.

Valgono per l'interpretazione dei trattati anche le regole che la

teoria generale ha elaborato per l'interpretazione delle norme

giuridiche. Ci riferiamo alle regole sull'interpretazione restrittiva o

estensiva, come quella che tra i diversi significati occorre scegliere

quello più favorevole alla parte più onerata o al contraente più

debole.

L'inteprete può ricorrere ad un'interpretazione estensiva o anche

all'analogia.

La Convenzione di Vienna non avalla interpretazioni unilateralistiche

dei trattati. Si deve pertanto escludere che una norma contenuta in

un accordo internazionale, a meno che ovviamente non disponga

essa stessa in tal senso, possa assumere significati differenti a

seconda dello Stato contraente al quale, o all'interno del quale,

debba applicarsi.

Due regole sono significative: una è quella dell'art. 33 che, nel caso

di testi non concordanti redatti in più lingue ufficiali, impone

un'interpretazione che comunque concili tutti i testi. L'altra è quella

dell'art. 31 che è la regola favorevole al metodo obiettivistico. Non

si applicano però le norme interpretative del diritto interno agli

Stati.

LA SUCCESSIONE DEGLI STATI NEI TRATTATI

20

XIII Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > La successione degli Stati nei trattati

Il problema della successione nei trattati si pone quando uno Stato

si sostituisce ad un altro nel governo di un territorio. E' o non è

vincolato dai trattati stipulati dal suo predecessore e in vigore in

quel territorio?

La sostituzione può avvenire per la cause e nei modi più svariati:

per effetto di cessione o conquista, sotto la sovranità dello Stato

esistente oppure si costituisce uno Stato nuovo e indipendente.

Alla successione degli Stati nei trattati è dedicata una Convenzione

di codificazione, predisposta dalla Commissione di diritto

internazionale delle Nazioni Unite e firmata a Vienna nel 1978.

Un principio pacifico per la dottrina e la prassi in materia di

successione, enunciato anche dalla Convenzione, è quello per cui lo

Stato che in qualsiasi modo si sostituisce ad un altro nel governo di

una comunità territoriale è vincolato dai trattati o dalle clausole di

un trattato localizzabile, cioè che riguardano l'uso di determinate

parti di territorio, conclusi dal predecessore. In questa categoria

rientrano i trattati che istituiscono servitù attive o passive nei

confronti degli Stati vicini, la concessione in affitto di parti del

territorio, i trattati che prevedono la lebera navigazione dei fiumi e

simili.

La successione nei trattati localizzabili incontra un limite che è

comune a tutte le altre ipotesi in cui il diritto internazionale

ammette la trasmissione dei diritti e degli obblighi pattizi. Tale

limite consiste nelle non trasmissibilità degli accordi che abbiano un

prevalente carattere politico, che siano cioè strettamente legati al

regime vigente prima del cambiamento di sovranità.

Passiamo ora ai trattati non localizzabili, che sono la maggior

parte. Per questo tipo di accordi la prassi risulta assai confusa

anche perché sempre più spesso la successione nei trattati del

predecessore è regolata mediante accordi tra lo Stato subentrante

e le altre parti contraenti dei precedenti trattati. La regola

fondamentale da assumere come punto di partenza per i trattati

non localizzabili è quella della c.d. tabula rasa: lo Stato che

subentra nel governo di un territorio non è, in linea di principio,

salve eccezioni, vincolato dagli accordi conclusi dal suo

predecessore. La prassi depone in tal senso.

21

La Convenzione distingue la situazione degli Stati sorti dalla

decolonizzazione dalla situazione di ogni altro Stato che subentri nel

governo di un territorio. Mentre per la prima assume come regola

fondamentale quella della tabula rasa, per la seconda sceglie la

regola opposta della continuità dei trattati. Un simile trattamento

differenziato non trova però corrispondenza nel diritto

consuetudinario.

A questo punto possiamo esaminare le singole ipotesi di

mutamento di sovranità assumendo come punto di partenza la

regola della tabula rasa.

1. Il principio della tabula rasa si applica anzitutto nell'ipotesi del

distacco di una parte del territorio di uno Stato. Può darsi che

la parte di territorio distaccatasi si aggiunga al territorio di un altro

Stato preesistente. In tal caso gli accordi vigenti nello Stato che

subisce il distacco cessano di avere vigore con riguardo al territorio

distaccatosi e si estendono invece automaticamente gli accordi

vigenti nello stato che acquista il territorio.

2. Può darsi invece che sulla parte distaccatasi si formino uno o più

Stati nuovi (secessione). Anche in questo caso gli accordi vigenti

nello Stato che subisce il distacco cessano di avere vigore con

riguardo al territorio che acquista l'indipendenza. La prassi relativa

agli Stati sorti dalla decolonizzazione ha suggellato tale tendenza.

L'applicazione del principio della tabula rasa agli Stati nuovi

formatisi per distacco è integrale per quanto riguarda i trattati

bilaterali conclusi dal predecessore e vigenti nel territorio

distaccatosi. Tali trattati potranno continuare a vivere solo se

rinnovati attraverso un apposito accordo con la controparte. La

stessa cosa vale per i trattati multilaterali chiusi, ossia dei trattati

che non prevedono la partecipazione, mediante adesione, di Stati

diversi da quelli originari: anche in questa ipotesi sarà necessario

un nuovo accordo con tutte le controparti. Per i trattati multilaterali

aperti, il principio della tabula rasa subisce un temperamento. Lo

Stato di nuova formazione può, anziché aderire, procedere alla c.d.

notificazione di successione: con tale atto la sua partecipazione

retroagisce al momento dell'acquisto dell'indipendenza. In altre

parole, mentre l'adesione ha effetto ex nunc, la notificazione di

successione ha carattere retroattivo.

3. Affine all'ipotesi della secessione è il caso dello

smembramento. Mentre la secessione non implica l'estinzione

dello Stato che la subisce, la caratteristica dello smembramento sta

proprio nel fatto che uno Stato si estingue e sul suo territorio si

22

formano due o più Stati nuovi. L'unico criterio idoneo a distinguere

le due ipotesi è quello della continuità o meno dell'organizzazione di

governo preesistente: l'ipotesi dello smembramento è da

ammettere quando nessuno degli Stati residui abbia la stessa

organizzazione di governo, lo stesso regime. Ai fini della

successione nei trattati, lo smembramento deve essere assimilato

al distacco. Si applica il principio della tabula rasa, temperato però

dalla regola che per i trattati multilaterali aperti prevede la facoltà

di procedere ad una notificazione di successione.

4. Oposte in un certo senso al distacco e allo smembramento sono

l'incorporazione e la fusione. La prima si ha quando uno Stato,

estinguendosi, passa a far parte di un altro Stato; la seconda

quando due o più Stati si estinguono tutti e danno vita ad uno Stato

nuovo. La distinzione è molto sottile e bisogna pertanto riferirsi

all'organizzazione di governo che risulta dall'unificazione.

All'incorporazione si applica la regola della mobilità delle frontiere

dei trattati. I trattati dello Stato che si estingue cessano di avere

vigore, mentre al territorio incorporato si estendono i trattati dello

Stato incorporante. Per i trattati dello Stato incorporato vale,

ancora una volta, il principio della tabula rasa. Lo stesso principio

regola i casi di fusione: lo Stato sorto dalla fusione, sempre che sia

effettivamente stato nuovo e che non presenti condizioni di

continuità per quanto riguarda l'organizzazione di governo, nasce

libero da impegni pattizi.

5. Un'eccezione al principio della tabula rasa sia nell'ipotesi di

incorporazione che di fusione, deve ammettersi quando le comunità

statali incorporate o fuse, pur estinguendosi come soggetti

internazionali, conservino un notevole grado di autonomia

nell'ambito dello Stato incorporante o nuovo, quando si instauri un

vincolo di tipo federale. In tal caso la prassi si è orientata nel

senso della continuità degli accordi.

6. Un problema di successione nei trattati si pone anche nel caso si

verifichi un mutamento di governo nell'ambito di una comunità

statale, senza che il territorio subisca ampliamenti o diminuzioni.

Quando il mutamento avviene per vie extralegali e si instaura un

regime radicalmente diverso, si deve ritenere che muti la persona

di diritto internazionale (proprio perché lo Stato soggetto di diritto

internazionale si identifica con l'apparato di governo). Opera anche

qui il principio della tabula rasa o si ha una successione del nuovo

Governo nei diritti e negli obblighi del predecessore? La prassi

sembra orientata in questo secondo senso, eccezion fatta per i

trattati incompatibili con il nuovo regime.

23

Successione nei debiti contratti mediante accordo

internazionale

Il principio generale è quello della tabula rasa salvo i debiti

localizzabili. Secondo la prassi più recente (smembramento

dell'URSS e della Cecoslovacchia) il debito deve essere equamente

ripartito tra gli Stati sorti dallo smembramento e tra questi Stati ed

i soggetti creditori.

CAUSE DI INVALIDITA' E DI ESTINZIONE DEI TRATTATI

XIV Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > Cause di invalidità e di estinzione dei trattati

e cause di invalidità ed estinzione dei trattati sono molto simili a

quelle previste dal diritto dei contratti, ma la categoria è allargata

dalle cause tipiche del diritto internazionale. La disciplina è

contenuta da norme ad hoc e dalle consuetudini che costituiscono i

principi generali di diritto.

Cause di invalidità

1. errore essenziale, previsto dall'art. 48 della Convenzione di

Vienna, è un fatto, una situazione che lo Stato supponeva esistente

al momento in cui è stato concluso il trattato e che costituiva una

base essenziale del consenso di questo Stato.

2. dolo, previsto all'art. 49, comprende anche l'ipotesi della

corruzione dell'organo stipulante (art. 50).

3. violenza, che può essere fisica o morale, prevista all'art. 51.

Cause di estinzione

Il trattato si estingue per una delle seguenti ipotesi:

1. condizione risolutiva

2. termine finale

3. denuncia

4. recesso

5. inadempimento di controparte

6. sopravvenuta impossibilità di esecuzione

24

7. abrogazione ( totale o parziale, espressa o per incompatibilità)

mediante accordo successivo tra le parti

Tra le cause di invalidità rientra anche la violenza esercitata

sullo Stato nel suo complesso. L'art. 52 infatti dispone che è

nullo qualsiasi trattato la cui conclusione sia stata ottenuta con la

minaccia o l'uso della forza in violazione dei principi della Carta

delle Nazioni Unite. Si evince facilmente che viene bandito l'uso

della forza, ma si ritiene che si tratti della forza armata, perché

nella prassi non ci sono elementi che facciano ricomprendere

pressioni di altro genere (come le pressioni politiche ed economiche

ancorché illecite che ci sono spesso).

La violenza sullo Stato è da configurare come causa d'invalidità dei

trattati entro limiti ristretti. Il problema dei trattati ineguali non si

risolve sul piano della validità. Si interpretano in modo equo i

trattati in cui la parte non ha un ampio margine di potere

contrattuale, e in modo restrittivo le clausole particolarmente

favorevoli agli Stati più forti.

Clausolo rebus sic stantibus

Il trattato si estingue in tutto o in parte se mutano le circostanze

esistenti al momento della stipulazione, purché si tratti di

circostanze essenziali, senza cui i contraenti non avrebbero

trattato. Per l'antica dottrina è una condizione risolutiva tacita,

perché venivano meno le circostanze a cui si subordinava l'efficacia

del trattato. Se è espressa, non si creano problemi perché si

configura come condizione stabilita dalle parti. Se, invece, non è

espressa, la situazione è più delicata: si riconosce tuttavia che il

trattato si estingua solo se le circostanze mutate costituivano la

"base essenziale del consenso dele parti" (art. 62 Convenzione di

Vienna). Questo principio sembra essere la negazione della

consuetudine secondo cui pacta sunt servanda.

Guerra

Ci si chiede se la guerra sia causa di estinzione o sospensione dei

trattati. La regola classica era orientata nel primo senso. La prassi

moderna, invece, propone molte eccezioni e temperamenti: si nega

l'effetto estintivo della guerra per i trattati multilaterali, ma la

giurisprudenza tende a considerare estinte quelle convenzioni

incompatibili con lo stato di guerra. tuttavia bisogna verificare di

volta in volta se la guerra abbia determinato un mutamento

25

radicale delle circostanze esistenti al momento del trattato (rebus

sic stantibus).

Mezzi per far valere l'estinzione o invalidità

Una volta che si è verificata la causa di estinzione o di invalidità,

questa opera automaticamente o è necessario un atto formale di

denuncia? Il problema è molto controverso in dottrina:

1. certe cause (termine finale, abrogazione da parte di un accordo

successivo etc.) operano automaticamente.

2. altre cause di invalidità e di estinzione (che sono la maggior

parte, come i vizi della volontà o il mutamento sopravvenuto delle

circostanze) operano in modo automatico secondo alcuni, dopo un

formale atto di denuncia notificato agli Stati contraenti secondo

altri, resta in vigore finché non si accerta in modo imparziale la

causa di invalidità o estinzione secondo altri ancora.

Tendenzialmente si esclude l'automaticità quando la causa

invalidante o estintiva consista in fatti difficili da provare o di

dubbia interpretazione.

Denuncia

Lo scopo della denuncia consiste nella manifestazione della volontà

di uno Stato di sciogliersi una volta per tutte dal vincolo

contrattuale. La denuncia produce la cessazione del vincolo? La

denuncia vincola alla disapplicazione, ma deve provenire dagli

organi competenti a manifestare la volontà dello Stato sul piano dei

rapporti internazionali. A tali fini, bisognerà guardare la

Costituzione dei singoli Stati: in generale è l'Esecutivo, ma esistono

anche forme di collaborazioni tra Parlamento e Governo.

Gli altri Stati contraenti non sono vincolati dalla denuncia dello

Stato. In caso di disaccordo sull'effettiva insorgenza della causa di

invalidità o estinzione, il trattato entra in una fase di incertezza sul

piano del diritto internazionale.

Procedura prevista dalla Convenzione di Vienna per far

valere l'invalidità e l'estinzione (artt. 65-68)

1. Notifica scritta della pretesa dello Stato agli altri paesi contraenti

2. Se, trascorso un periodo non inferiore a tre mesi salvi i casi di

urgenza, non vengono presentate obiezioni, lo Stato può

definitivamente dichiarare che il Trattato è invalido o estinto, con

atto comunicato alle altre parti, sottoscritto dal Capo dello Stato o

dal Capo del Governo o dal Ministro degli Esteri, o comunque da

una persona munita di pieni poteri in tal senso

26

3. se invece vengono presentate obiezioni, si cerca una soluzione

della controversia con mezzi pacifici. La soluzione deve pervenire

entro 12 mesi

4. se passano i 12 mesi inutilmente, si mette in moto una

procedura conciliativa che fa capo ad una commissione formata

nell'ambito delle Nazioni Unite che sfocia in una decisione non

obbligatoria, ma esortativa. La pretesa all'invalidità o estinzione

resta paralizzata in perpetuo. I giudici interni non sono mai vincolati

e costretti alla paralisi.

LE FONTI PREVISTE DA ACCORDI: LE NAZIONI UNITE

XV Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali

> Le fonti previste da accordi: le Nazioni Unite

I Trattati non contengono solo regole materiali, ma anche regole

strumentali o formali, che istituiscono cioè ulteriori procedimenti o

fonti di produzione di norme. Generalmente il compito delle

organizzazioni internazionali non è quello di emanare norme, ma di

facilitare la collaborazione tra Stati membri, mediante

raccomandazioni, cioè atti che hanno scarso valore giuridico

perché non sono vincolanti, ma hanno solo valore di esortazione.

Le risoluzioni delle organizzazioni internazionali possono essere, a

seconda dei loro Statuti, prese a maggioranza o maggioranza

qualificata, ma spesso è richiesta l'unanimità. Recentemente si è

affermata la pratica del consensus, che consente nell'approvare

una risoluzione senza una votazione formale, ma con una

dichiarazione (non contestata, ma concertata) dal Presidente

dell'organo che attesta l'accordo tra i membri.

L'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

Fondata dopo la seconda guerra mondiale al posto della Società

delle Nazioni, la Conferenza di San Francisco ne elaborò la carta nel

1945. La Svizzera non ne fa parte. L'art. 7 della sua carta disciplina

i suoi organi principali:

1. Assemblea generale: ha quasi tutte le competenze (tende a

coincidere con la stessa organizzazione), ma non ha alcun potere

vincolante; sono rappresentati tutti gli Stati e tutti hanno pari

diritto di voto.

2. Consigli di sicurezza: composto da 15 membri, di cui 5 a titolo

27

permanente [USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina] che

godono anche del diritto di veto. Si occupa di questioni attinenti al

mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

3. Consiglio economico e sociale: i suoi membri vengono eletti

dall'Assemblea generale per tre anni ed insieme al

4. Consiglio di amministrazione fiduciaria è subordinato

all'Assemblea generale, di cui deve seguire le direttive.

5. Corte internazionale di giustizia: formata da 15 giudici, ha la

funzione di dirimere le controversie tra Stati, ma ha anche una

funzione consultiva (pur essendo i pareri dei giudici né obbligatori,

né vinvolanti su qualsiasi questione giuridica).

6. Segretariato nominato dall'Assemblea generale su proposta del

consiglio di sicurezza, è l'organo esecutivo.

Le materie di competenza sono vastissime, tanto che è più facile

sottolineare che esulano dalla sfera di competenza

dell'organizzazione le questioni interne di uno Stato. Le aree che le

spettano possono essere raggruppate in tre categorie:

1. mantenimento della pace

2. sviluppo delle relazioni amichevoli tra Stati fondatori sul principio

di eguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli

3. collaborazione in campo economico, sociale, culturale e

umanitario.

La sua attività principale consiste nell'emanazione di

raccomandazioni e nella predisposizione di progetti di convenzione

(soprattutto per l'Assemblea generale che non è organo legislativo,

ma foro di discussione). L'organizzazione è dotata, in rari casi,

anche di poteri vincolanti nei confronti degli Stati membri. Secondo

l'art. 17 della Carta, l'Assemblea generale ha il potere di ripartire

tra gli Stati membri:

1. le spese dell'organizzazione (con una decisione presa a

maggioranza di 2/3)

2. può esprimere una decisione vincolante sulle modalità e termini

per la conessione dell'indipendenza ai territori sotto dominio

coloniale.

Decisioni vincolanti del consiglio di sicurezza

Sono prevista da talune disposizioni rispetto alla minaccia alla

pace,alle violazioni della pace e agli atti di aggressione. Gli artt. 41

e 42 distinguono le misure implicanti e quelle non implicanti l'uso

della forza. Il Consiglio può intraprendere azioni di tipo bellico

28

contro uno stato. L' art. 41 dispone che il Consiglio di sicurezza

decide quali misure non implicanti l'uso della forza armata debbono

essere adottate dagli Stati membri contro uno Stato che minacci o

abbia violato la pace e indica siffatte misure a titolo esemplificativo,

l'interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle

comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche,

radio e altre e la rottura delle relazioni diplomatiche.

ISTITUZIONI SPECIALIZZATE DELLE NAZIONI UNITE

XVI Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > Le istituzioni specializzate delle Nazioni Unite

In campo economico e sociale troviamo tutta una serie di

organizzazioni internazionali sia a carattere universale sia a

carattere regionale. Alcune si chiamano istituti specializzati (o

istituzioni specializzate) delle Nazioni Unite perché ad esse

subordinate e da esse controllate.

Il collegamento tra le istituzioni specializzate e le Nazioni Unite

nasce da un accordo che, dal lato dell'ONU, è negoziato dal

Consiglio economico e sociale e approvato dall'Assemble generale.

Il contenuto si ricollega ad uno schema tipico che prevede:

1.scambio di rappresentanti

2.osservatori

3.documenti

4.consultazioni in caso di necessità

5.coordinamento dei rispettivi servizi tecnici

6.impegno dell'istituto specializzato a prendere almeno in esame le

raccomandazionidell'ONU.

Un'altra caratteristia è l'applicabilità delle norme della carta che si

occupano degli Istituti e che li sottopongono, entro certi limiti, al

potere di coordinamento e controllo dell'ONU, tanto che l'art. 58

abilita l'Assemblea e il Consiglio economico e sociale ad emanare

raccomandazioni al fine di coordinare i programmi e le attività degli

Istituti specializzati. Anche gli Istituti specializzati emanano di solito

raccomandazioni, oppure predispongono Progetti di Convenzione.

In alcuni casi emanano, a maggioranza, decisioni vincolanti per gli

Stati membri o decisioni che diventano vincolanti se entro un certo

periodo gli Stati non provvedono a ripudiarle.

29

Queste decisioni sono inquadrate tra le fonti previste da accordo,

cioè dall'accordo istitutivo della relativa organizzazione.

FAO ( Food and Agricultural Organization)

Creata nel 1945, tra i suoi organi: Conferenza (composta da un

delegato di ogni Stato membro) che si riunisce ogni due anni in

sessione ordinaria, il Consiglio (composto da 18 membri scelti dalla

Conferenza) e il Direttore generale. L'istituzione ha il compito di

ricerca e informazione alla promozione ed esecuzione di programmi

di assistenza tecnica e aiuti nel campo agricolo e alimentare.

ILO (International Labor Organization)

Creata dopo la prima guerra mondiale, è composta dalla

Conferenza generale, formata da 4 delegati per ogni Stato, di cui 2

rappresentano il Governo e 2 rispettivamente i datori di lavoro e i

lavoratori. Le funzioni consistono nell'emanazione di

raccomandazioni e nella predisposizione di progetti di convenzione

multilaterale in materia di lavoro. I progetti di convenzione,

approvati con la maggioranza dei 2/3, vengono comunicati agli

Stati membri che restano liberi di approvarli o meno, ma hanno

l'obbligo di sottoporli entro un certo periodo agli organi competenti

per la ratifica e di fornire notizie al direttore generale sulla sorte da

essi subita.

UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural

Organization)

Si propone la diffusione della cultura, la promozione dello sviluppo

dei mezzi di educazione all'interno degli Stati membri e l'accesso

all'istruzione. I suoi organi sono: Conferenza generale, Comitato

esecutivo e Segretario.

ICAO (International Civil Aviation Organization)

Si occupa del traffico aereo, dei servizi di comunicazione legati ai

segnali di terra, zone d'atterraggio etc. E' composta da

un'Assemblea, in cui ogni Stato possiede un solo voto e un

Consiglio di 21 membri scelti dall'Assemblea. Le sue disposizioni si

chiamano standards internazionali o pratiche raccomandate.

WHO (World Health Organization)

Organizzazione mondiale della sanità che si preoccupa di adeguare

tutti i popoli al livello più alto possibile di salute.

30

IMO (International Maritime Organization)

Si occupa di garantire la sicurezza dei traffici marittimi.

ITU (International Telecomunication Union)

WMO (World Metereological Organization)

UPU (Universal Postal Union)

IMF (International Monetary Fund)

IBRD (International Bank for Reconstruction and

Development)

IFC (International Finance Corporation)

IDA (Internationale Development Association)

Il fondo monetario internazionale e la Banca internazionale per la

Ricostruzione e lo Sviluppo furono creati nel 1994 con gli accordi di

Bretton Woods. E' presente un Consiglio di Governatori che è

l'organo deliberante, ma le sue delibere non vengono prese in base

al principio uno stato/un voto, ma secondo le quote di capitale

sottoscritte e quindi con il peso determinante dei Paesi piuù ricchi e

in particolare degli USA. Si propone la collaborazione monetaria

internazionale, la stabilità dei cambi, l'equilibrio delle bilance dei

pagamenti e della concessione di prestiti a breve termine. La

Banca, invece, concede mutui agli Stati membri per investimenti

produttivi a tasso di interesse variabile (a lungo termine).

IFAD (International Fund for Agricultural Development)

Contribuisce allo sviluppo, sotto forma di aiuti, dell'agricoltura dei

Paesi più poveri con deficit alimentari notevoli.

WIPO (World Intellectual Property Organization)

Si occupa dei problemi relativi alla proprietà intellettuale.

UNIDO (United Nations Industrial Development

Organization)

Dal 1979 è diventato un istituto specializzato a cui competono

funzioni di tipo operative e non normative.

31

IAEA (International Atomic Energy Agency)

Sovrintende lo sviluppo e la diffusione delle applicazioni pacifiche

dell'energia atomica, ma non è un istituto specializzato.

WTO (World Trade Organization)

Del tutto indipendente dalle Nazioni Unite, vi fanno parte 135 stati.

E' composta da una Conferenza ministeriale, dal Consiglio Generale

e dal Segretariato con a capo un direttore generale. Fornisce un

forum per lo svolgimento dei negoziati relativi alle relazioni

commerciali multilaterali e tendenti alla globalizzazione del

mercato. Tra i più importanti negoziati, ricordiamo il GATT, in tema

di liberalizzazione dei commerci internazionali. In seno a questa

organizzazione vale il principio della clausola della nazione più

favorita, ossia dell'automatica estensione a tutte le parti contraenti

delle concessioni fatte a una di esse, sui dazi doganali e le tasse ed

imposte su importazioni ed esportazioni. Può emanare decisioni

vincolanti a maggioranza di 3/4 della Conferenza ministeriale o del

Consiglio Generale sull'interpretazione delle norme. Ha anche un

ruolo fondamentale sulla risoluzione delle controversie nascenti

dagli accordi che ad essa fanno capo.

E COMUNITA' EUROPEE E L'UNIONE EUROPEA

XVII Diritto internazionale > La formazione delle norme

internazionali > Le Comunità europee e l'Unione Europea

CEE, CECA ed EURATOM sono le organizzazioni internazionali più

dotate di poteri decisionali nei confronti degli Stati che ne fanno

parte. Possono emettere atti vincolanti.

Si tratta di tre organizzazioni distinte a cui appartengono 15 Stati.

La CECA fu creata a Parigi nel 1951, CE (CEE) ed EURATOM nel

1957 con i trattati di Roma. Nonostanto siano separate, hanno

organizzazioni comuni.

La loro disciplina di funzionamento e organizzazione è stata in

maniera rilevante modificata da una serie di trattati: l'Atto Unico

Europeo, firmato a Lussemburgo nel 1986 e il Trattato sull'Unione

Europea (Maastricht 1992) che hanno introdotto una forte

integrazione tra gli Stati membri, azioni comuni in ambito di politica

estera e cooperazione degli Stati nel settore della giustizia e degli

affari interni. Significative modifiche sono state inoltre introdotte in

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

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