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 immunità personale: spetta a determinati individui, anche al di fuori dell’esercizio delle loro

funzioni ufficiali.

Il principio di immunità si basa sulla nozione di sovranità territoriale: avendo ogni stato la sovranità

su un determinato territorio, nessuno altro stato può interferire nei suoi atti interni e sottoporlo a

giudizio. Tutti gli stati della comunità internazionale sono uguali e per questo principio di uguaglianza

nessuno stato può sindacare l’operato di un altro. L’immunità rileva anche per gli atti degli stati che si

caratterizzano per la loro extra-territorialità.

L’immunità è sia dalla giurisdizione di cognizione ma anche dalla giurisdizione di esecuzione (per

esempio, quando viene effettuato un sequestro).

Una convenzione del 2004 definisce per stato sia i suoi organi sia le sue articolazioni interne.

Recentemente si è sviluppata una tendenza a restringere l’immunità, giustificata dal fatto che gli stati

agivano come operatori economici, al pari di un soggetto privato. Il passaggio dalla nozione di

immunità assoluta a quella di immunità ristretta è stato favorito dalla giurisprudenza italiana. Negli

ordinamenti anglo-sassoni sono stati adottati degli atti normativi in cui venivano elencate con il

metodo della lista le attività di tipo economico e commerciale che anche se effettuate da uno stato

potevano essere giudicate da giudici nazionali. Le eccezioni ala regola dell’immunità non sono ancora

oggi molto chiare: esiste una regola di diritto internazionale generale sull’immunità assoluta (par in

parem non habet iudicium), ma non sull’immunità ristretta per l’assenza di una prassi uniforme. Il

procedimento di restrizione dell’immunità è in atto, ma non possiamo ricavare l’esistenza di una

regola di diritto internazionale generale che giustifichi la nozione di immunità in senso stretto.

Nel senso dell’immunità ristretta fa parte anche il tema legato al rispetto dei diritti umani. L’immunità

non viene riconosciuta a capi di stato o ad organi di stato quando vengano commessi dei crimina iuris

gentium, che per la loro gravità non permettono a nessuno la possibilità di invocare l’immunità. I fatti

che hanno favorito questa tendenza sono stati la nascita dell’ONU, l’adozione della CEDU e lo sviluppo

all’interno dell’Unione europea in materia di diritti fondamentali.

In parallelo alla condivisione di diritti fondamentali, si è sviluppato anche un sistema di tribunali

penali internazionali specializzati.

Il caso dei Tango Bonds (sentenza n. 11225 del 2005 della Corte di Cassazione) riguarda un

imprenditore italiano che ha investito su titoli di stato argentini. Un’attività economica tra un privato e

uno stato estero appartiene al campo dello iure privatorum, rispetto a cui l’immunità può cadere.

L’Argentina si rifà alla propria immunità sostenendo che con lo scoppio della crisi per l’indebitamento

pubblico si è passati dallo iure gestionis allo iure imperii e si rifiuta di pagare fino a che la crisi sarà

risolta. La giurisdizione italiana ha riconosciuto l’immunità all’Argentina.

Il caso Pinochet riguarda l’immunità statale e la figura di Pinochet come capo di stato. Un giudice

spagnolo sosteneva che Pinochet dovesse essere estradato in Spagna per essere giudicato dei suoi

crimini di tortura. La prima sentenza della Camera dei Lords afferma che Pinochet non era coperto

dall’immunità perché lo stato inglese aveva firmato una convenzione contro la tortura e lo condanna

all’estradizione. Durante questo processo viene considerata anche l’opinione di Amnesty International,

costituitasi parte civile. Dopo la prima sentenza si scopre un legame fra un giudice della Camera dei

Lords e un membro di Amnesty International. Si inizia a parlare di un giudizio viziato. La sentenza

viene annullata, ma nella seconda sentenza Pinochet viene estradato ricorrendo all’escamotage fornito

dalla Convenzione sulla tortura.

L’immunità funzionale viene giustificata in ragione della specifica funzione che ogni individuo o

organo svolge all’interno di uno stato: essa tutela solo la funzione pubblica. Questo istituto copre un

individuo solo quando opera per conto dello stato. Colui che vada oltre la sua funzione non sarà più

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coperto dall’immunità e sarà passibile di essere giudicato dal tribunale di un altro stato membro.

L’immunità funzionale è separata dall’immunità statale. Nel caso Calipari ai militari americani accusati

di aver ucciso un soldato italiano è stata riconosciuta l’istituto dell’immunità funzionale. L’immunità

funzionale non elimina l’illecito internazionale commessa dallo stato americano.

Dal punto di vista soggettivo l’istituto dell’immunità funzionale è potenzialmente illimitato, purché

l’individuo coperto dall’immunità sia espressione del governo dello stato. Dal punto di vista oggettivo,

l’immunità dipenderà volta per volta dall’atto che il soggetto deve compiere nell’ambito della sua

funzione. Dal punto di vista temporale, il riconoscimento di questo istituto è illimitato.

La tendenza generalizzata è di ridurre l’ambito applicativo dell’immunità funzionale: esistono delle

deroghe a livello pattizio che limitano l’istituto dell’immunità funzionale. L’immunità non viene

garantita nel caso di missioni non autorizzate, quando un agente va oltre i limiti delle sue funzioni. La

prassi non è uniforme: nel caso della nave di Greenpeace che è stata affondata in Nuova Zelanda da due

agenti segreti francesi, causando anche la morte di un fotografo olandese, i giudici neozelandesi non

hanno riconosciuto nei confronti de due agenti l’istituto dell’immunità funzionale e sono stati

processati ancorché lo stato francese avesse affermato di voler farsi carico dell’illecito per il principio

dell’assorbimento della responsabilità dell’individuo nella responsabilità dello stato (che si fa carico

dell’illecito internazionale).

L’immunità personale è quella riconosciuta ai capi di stato, di governo e ai diplomatici. Si distingue da

quella statale perché viene riconosciuta agli individui, e da quella funzionale perché viene riconosciuta

ai soggetti al di là delle loro funzioni (immunità totale tutte le volte che non agiscono in veste ufficiale).

A questi individui viene garantita anche l’inviolabilità personale e domiciliare, per garantirne la

sicurezza. Quando si tratta di cause relative al diritto civile l’immunità non viene applicata. L’immunità

personale non vale per sempre, ma solo finché ricopre il ruolo coperto dall’immunità.

L’immunità deve essere riconosciuta a tutti i soggetti di diritto internazionale, compreso il Sovrano

Ordine di Malta e la Santa Sede. Recentemente si è verificata un’erosione dell’immunità per la Santa

Sede nei casi legati alla Radio Vaticana e ai sacerdoti accusati di abusi sessuali. Anche le organizzazioni

internazionali godono d’immunità, limitata alla funzione che esse perseguono. Per l’immunità dei

funzionari delle organizzazioni internazionali bisogna guardare al diritto pattizio.

Per quanto riguarda il rapporto tra immunità e diritto di difesa (art. 24 Cost. e art. 6 CEDU), si dice che

la regola dell’immunità deve essere rispettata purché sia possibile garantire al singolo una

soddisfazione per equivalenti. Se a un individuo viene negata la possibilità di adire un giudice nello

stato dove ha subito un pregiudizio, il ricorso gli può essere negato solo se ha la possibilità di essere

tutelato in un altro stato. Questa tendenza è in coerenza con l’importanza crescente che l’individuo sta

assumendo all’interno delle relazioni internazionali.

Nel caso Repubblica Federale Tedesca contro Italia, lo stato italiano viene accusato di aver permesso ai

suoi tribunali di giudicare la Germania. La Cassazione, nel caso Ferrini, aveva affermato che è in via di

formazione una norma che non riconosce l’immunità agli stati quando essi si macchino di crimini

contro l’umanità. La Grecia era andata oltre, riconoscendo l’efficacia diretta del provvedimento di

pignoramento di immobili come risarcimento ai parenti delle vittime della II Guerra Mondiale. La

Corte Internazionale di Giustizia ad oggi non ha ancora riconosciuto l’esistenza di una norma di diritto

internazionale generale in tal senso. Riguardo alla competenza della Corte a giudicare della

controversia, viene richiama la Convenzione del 1957 a cui l’Italia e la Germania hanno aderito,

nonostante i limiti di tempo ivi previsti impediscano di portare in giudizio davanti alla Corte un fatto

precedente alla Convenzione. Durante il periodo della controversia c’è stato un contatto fra i governi

italiano e tedesco, che sono rimasti sulle rispettive posizioni, pertanto la Germania si è potuta

rivolgere lecitamente alla Corte Internazionale di Giustizia. A seguito della pronuncia della Corte

l’Italia ha l‘obbligo di riportare lo status quo precedente alle sentenze dei tribunali italiani. La

Germania non ha mai disconosciuto di aver commesso un illecito internazionale. 12

Nel caso Guadagnino, una cittadina italiana intrattiene un rapporto di lavoro secondo il diritto italiano

con la Scuola Francese di Roma, articolazione del Ministero francese. Dopo il suo licenziamento, fa

ricorso al tribunale italiano chiedendo che venga riassunto e che venga pagato il periodo in cui non ha

lavorato. Il giudice italiano riconosce l’immunità dello stato francese e rinvia la questione alla Corte di

Strasburgo. Prima di passare alla Corte di Strasburgo, fa ricorso al tribunale francese, il quale sostiene

che non si tratta di una sua competenza. La Corte europea afferma che l’immunità non può essere

concessa perché il rapporto di lavoro non aveva una funzione pubblicistica, ma lo stato italiano deve

comunque risarcire la signora Guadagnino perché ha impedito il suo diritto d’azione (diniego di

giustizia), riconosciuto all’art. 6 della CEDU. La Corte non può tuttavia ordinare il reintegro della

signora Guadagnino.

RISOLUZIONE PACIFICA E PREVENZIONE DELLE CONTROVERSIE

La controversia internazionale è un disaccordo su questioni di fatto o di diritto o su punti di vista da

parte di due attori di diritto internazionale. Vige l’obbligo di risoluzione pacifica delle controversie:

appartiene al novero dei principi generali di diritto, ma tale obbligo deriva anche dall’art. 33 della

Carta dell’ONU. Il ricorso ai mezzi pacifici significa che gli stati devono risolvere ogni questione senza

ricorrere alla forza. Il sistema della Corte Internazionale di Giustizia è di tipo volontaristico, ma

presenta delle importanti conseguenze: gli stati iniziano a partecipare ad una comunità globale in cui

devono giustificare i propri atti dinanzi agli altri stati. Il fenomeno della proliferazione dei fori non è

del tutto positivo: una stessa vicenda può finire per essere oggetto di sentenze di tribunali diversi che

divergono fra loro.

I mezzi di risoluzione diplomatica sono i seguenti:

 il negoziato, metodo principale di risoluzione delle controversie in cui due stati avviano delle

consultazioni pacifiche (non esiste una consuetudine che preveda l’obbligo di ricorrere al

negoziato prima di altri mezzi di risoluzione, ma una norma in tal senso è prevista in alcune

organizzazioni internazionali come l’OMC);

 i buoni uffici;

 la mediazione;

 la conciliazione;

 la commissione d’inchiesta.

Gli ultimi quattro strumenti prevedono l’intervento di un terzo attore. Nei buoni uffici il rilievo del

terzo attore è minimale, solitamente un soggetto neutrale che agevola l’incontro delle due parti. Nella

mediazione il terzo attore propone informalmente una risoluzione della controversia, ed è

generalmente un tecnico del settore a cui appartiene la controversia. Nella conciliazione la

proposizione della soluzione della controversia avviene in modo formale: esiste un documento che

attesta la proposta del conciliatore a cui le parti possono aderire o meno. La conciliazione si distingue

dall’arbitrato perché la proposta non è ancora vincolante. Le commissioni d’inchiesta sono delle

commissioni formate da esperti che ne garantiscono la neutralità necessaria all’accertamento della

situazione controversa.

I mezzi di risoluzione non diplomatica (art. 36 Carta ONU) sono i seguenti:

 l’arbitrato;

 il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia.

L’arbitrato è uno strumento più flessibile del ricorso alla Corte: è più rapido, cerca di risolvere la

controversia in modo pacifico ed è solitamente formato da esperti in materia. Presso L’Aia esiste una

Corte Permanente di Arbitrato. 13

La Corte Internazionale di Giustizia è un organo apolitico, formato da tecnici. Ha la competenza di

risoluzione delle controversie fra stati ed una competenza consultiva su richiesta degli organi delle

Nazioni Unite nei limiti delle loro competenze. Tutti gli stati membri delle nazioni Unite aderiscono

allo Statuto della Corte ma non significa che ne accettino la giurisdizione, a meno che gli stati non

presentino una dichiarazione di accettazione permanete della sua giurisdizione. Il giudizio della Corte

presenta due fasi: una scritta e una di discussione orale a cui possono intervenire terzi stati.

Anche i vertici internazionali (per esempio G8, G20) sono strumenti di buone relazioni tra gli stati.

L'ILLECITO INTERNAZIONALE

Per illecito internazionale s’intende la violazione di norme di diritto internazionale da parte di un

attore di diritto internazionale. I due elementi dell’illecito sono l’elemento soggettivo e l’elemento

oggettivo. L’elemento soggettivo è la possibilità di attribuire un comportamento illecito ad un soggetto

di diritto internazionale, compresi gli organi di uno stato. Riguardo ai privati che compiano un illecito

internazionale, si prende come esempio l’occupazione da parte degli studenti islamici dell’ambasciata

statunitense a Teheran. L’occupazione di un’ambasciata è un illecito. Diventa illecito a carico dello

stato quando lo stato legittimi questo comportamento o non lo contrasti apertamente. L’illecito è stato

imputato allo stato iraniano perché non ha protetto l’ambasciata statunitense. Non rileva l’elemento

della colpa.

Dal punto di vista oggettivo, deve trattarsi della violazione di una norma di diritto internazionale. Non

rileva il fatto che la condotta illecita sia stata compiuta in ossequio al diritto interno.

Il primo obbligo che scatta per uno stato che abbia commesso illecito è quello di cessare

immediatamente il comportamento illecito. Il secondo obbligo è quello di riparazione, una sorta di

risarcimento del danno. Quando il ripristino dello status quo non è possibile, si applica il risarcimento

per equivalenti. 14

TU TE L A TR A N S N A Z I O N A L E D E L L ’ A M B I E N TE

EVOLUZIONE STORICA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL'AMBIENTE

Il diritto internazionale nell’ambiente ha una nascita abbastanza recente: possiamo farlo risalire gli

anni ’60. La sensibilità internazionale coincide con un disastro ambientale: la petroliera Torrey Canyon

affondata nel 1969 davanti alle coste della Cornovaglia. Per reagire a questa situazione nel 1972 si è

avuta la conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano, dove si fa per la prima volta una riflessione

sull’ambiente a livello internazionale.

L’UNEP (United Nations Environmental Program), creata nel 1972, è l’unico attore specializzato in

questa materia. Non è una vera organizzazione internazionale, ma agenzia delle Nazioni Unite. Essa ha

promosso la stipulazione di molte convenzioni internazionali, tuttavia non ha potere di adottare

autonomamente dei codici di condotta: ha scarso potere normativo.

Al termine della Conferenza di Stoccolma viene adottata una dichiarazione di principi, che in materia

di diritto internazionale dell’ambiente è una fonte molto utilizzata. Si tratta di una prima

formalizzazione dei principi fondamentali del diritto internazionale ambientale.

La Conferenza di Rio su ambiente e sviluppo del 1992 si caratterizza per una partecipazione allargata:

per la prima volta partecipano molte ONG. Cristallizza i principi di diritto internazionale ambientale in

una nuova dichiarazione di principi. Con l’Agenda 21, agenda programmatica dei risultati che i

partecipanti auspicavano di ottenere nel XXI secolo.

Tra le Conferenze di Stoccolma e Rio, si sviluppa il diritto materiale dell’ambiente perché vengono

stipulate molte convenzioni, alcune promosse dall’UNEP, altre da organizzazioni interessate

indirettamente al tema dell’ambiente, come l’IMO. In materia ambientale si trovano convenzioni

stipulate secondo tecniche specifiche, in particolare all’indomani di catastrofi naturali (Convenzione di

Vienna del 1986 a seguito dell’incidente di Chernobyl): una parte sulla prevenzione e una parte sulla

responsabilità e il risarcimento.

Al di là delle dichiarazioni di principio, i passi avanti in materia sono veramente pochi. L’aspetto più

interessante delle varie conferenze è la partecipazione di stakeholder (soggetti influenti nei confronti

di un’iniziativa economica), e lo strumento più efficace rimane la convenzione.

Dopo Rio, si cerca di spingersi verso un’attuazione più precisa di queste norme. Alle convezioni viene

spesso allegato un protocollo (come il Protocollo di Kyoto), non sempre ratificato, che ha la finalità di

dare quell’efficacia pratica che alla convenzione quadro manca.

Più recentemente si è verificato un ripiegamento nello sviluppo del diritto ambientale. Nel 2002 si

tiene il Meeting mondiale di Johannesburg, dove si parla per la prima volta di sviluppo sostenibile:

bisognerebbe raggiungere un equilibro tra sviluppo economico, sviluppo sociale e protezione

ambientale.

Le priorità sono diventate altre, come la lotta al terrorismo e l’economia. Rio 2012 è stato un

fallimento internazionale.

LA GOVERNANCE NEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL'AMBIENTE: STATI, ONG E

SOCIETÀ CIVILE

Quando parliamo di diritto internazionale ambientale, la gestione più proficua è quella della

cooperazione a livello regionale. Il ruolo delle organizzazioni non è così significativo perché non si

occupano di ambiente come primo obiettivo. Altra caratteristica è la partecipazione allargata di ONG

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che operano in questo settore con competenze tecniche specialistiche, la cui presenza è molto utile nei

forum internazionali.

Sul fronte organizzazioni internazionali l’attività è molto elevata, però la tutela ambientale sconta delle

scelte di second best: non manca tanto il livello organizzazioni internazionali, quanto un attore

specializzato in tutela ambientale, con la conseguenza che gli attori principali rimangono gli stati.

D’altra parte, i comportamenti inquinanti sono tenuti per la maggior parte da individui e il livello

statale consente di rimediare all’illecito perché è più vicino ad essi per il principio di sussidiarietà: la

dimensione regionale è quella più efficace.

In materia ambientale l’individuo e le imprese hanno un ruolo nel meccanismo del consumo: il loro

ruolo può essere anche di promozione della tutela ambientale, perché la coscienza ambientale è più

forte di un tempo. Il comportamento dell’individuo orienta il comportamento delle imprese, che

utilizzano la loro produzione eco-compatibile come strumento di propaganda.

LE FONTI: TRATTATI E PRINCIPI GENERALI

Si tenta di promuovere la formazione di regole che abbiano il carattere di norme consuetudinarie. Se è

vero che questi principi sono affermati e riconosciuti a livello universale, hanno comunque scarsa

efficacia vincolante. Pertanto la fonte privilegiata resta il diritto internazionale particolare, con tutte le

difficoltà che sconta (soluzione di compromesso). Le norme di soft law orientano il comportamento

degli attori del diritto internazionale e qualche volta diventano più importanti delle fonti tradizionali:

esse acquistano un ruolo importano nel meccanismo di produzione e consumo.

Non si rivengono nella prassi principi generali con efficacia vincolante. Il principio generale a cui si

riporta questo ragionamento è quello per cui si può esercitare un proprio diritto senza che leda un

principio altrui. Tale principio è stato applicato nel caso relativo ala fonderia inquinante di Trail sul

confine fra Canada e USA. Nel corso dell’arbitrato relativo a questo caso, si è rinvenuta una

responsabilità del governo canadese sulla base di questo principio. Tuttavia, non solo questo principio

non è sempre invocato, ma non esistono neppure corollari che rendano effettivo questo diritto,

pertanto non ha dignità di consuetudine internazionale.

Non costituiscono norme consuetudinarie né i principi procedurali relativi alla negoziazione e

cooperazione tra gli stati (che ravvisano obblighi di trasparenza, obblighi di valutazione di impatto

ambientale per le attività pericolose) né i principi a portata sostanziale (come il principio

precauzionale, il principio di responsabilità comune ma differenziata, il principio dello sviluppo

sostenibile e quello per cui chi inquina paga). Questi principi vengono spesso codificati in convenzioni

vincolanti, ma non significa che integrino delle consuetudini internazionali.

LA TUTELA DELL'AMBIENTE NELL'UNIONE EUROPEA

L’Unione europea nasce come organizzazione priva di competenze ambientali, malgrado la CEE e la

CECA disciplinino attività economiche che abbiano un impatto ambientale, data la scarsa sensibilità

all’epoca e i problemi per trovare una volontà comune. In contemporanea con la Conferenza di

Stoccolma l’Unione elabora un programma d’azione di tutela ambientale, un documento

programmatico al di fuori delle fonti vincolanti.

Alla competenza di materia ambientale si arriva per piccoli passi: un contributo decisivo viene dato

dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che spesso anticipa soluzione che poi i trattati codificano.

La Corte ha riconosciuto l’esigenza che l’Unione intervenisse in materia ambientale ancora prima di

qualsiasi riferimento normativo, riconoscendo la priorità della tutela ambientale attraverso

l’applicazione di una direttiva sull’uso di materiali combustibili. 16

Il riferimento alla tutela ambientale a livello pattizio si ha con l’Atto unico europeo del 1986, con cui

all’Unione vengono attribuite specifiche competenze in materia, inserendo anche il principio di

sussidiarietà. Ciò consente di imporre degli standard minimi agli stati dell’Unione riguardo

all’ambiente, nozione comprensiva anche delle risorse naturali e della salute umana. Allora l’Unione

poteva adottare una direttiva solo se tutti gli stati erano d’accordo; oggi vale invece il principio della

maggioranza.

Il Trattato di Amsterdam prevede un elevato livello di tutela e con il Trattato di Lisbona avviene

l’integrazione del principio di tutela ambientale in tutte le altre competenze dell’Unione. L’art. 11 TFUE

specifica che la dimensione ambientale deve essere tenuta in considerazione dalle politiche europee in

tutte le altre materie rientranti fra quelle all’art. 7. La competenza ambientale rientra fra le

competenze concorrenti, quelle materia soggette all’applicazione del principio di sussidiarietà.

L’Unione può agire quando i test di necessità e di valore aggiunto non vengono soddisfatti, ovvero

quando l’Unione dimostra che l’azione degli stati non è sufficiente e che l’azione a livello europeo

determina un valore aggiunto.

Nelle competenze esclusive dell’Unione rientra la conservazione delle risorse biologiche marine, la

politica commerciale, la concorrenza, nelle quali l’Unione ha diritto d’intervenire senza limiti: gli stati

non possono intervenire se non per delega dell’Unione stessa. Nelle competenze concorrenti stati-

Unione opera il principio di sussidiarietà (secondo il quale è competente il livello più vicino

all’individuo) e di proporzionalità (secondo il quale l’intervento a livello comunitario o statale deve

essere proporzionato all’obiettivo che si intende raggiungere): lo strumento più adeguato è la

direttiva, con cui vengono lasciate agli stati le modalità rispetto al fine. Nelle competenze di sostegno

l’azione dell’Unione è degradante: l’azione degli stati viene supportata dall’Unione, ma rimane

d’impulso statale. La nozione di ambiente dell’Unione europea è comprensiva anche di salute umana e

risorse naturali, oltreché di ambiente in sé stesso. L’art. 37 della Carta dei diritti enuncia la tutela

ambientale come diritto fondamentale. La base normativa di riferimento per l’adozione di atti in

materia ambientale sono l’art. 191 e seguenti del TFUE.

Oggi anche la materia ambientale è soggetta alla procedura legislativa ordinaria nella quale

Parlamento e Consiglio dell’Unione europea (organo a composizione variabile che rappresenta i

governi degli stati membri e si riunisce per tematiche) hanno analogo potere: la proposta normativa

che normalmente parte dalla Commissione europea (organo tecnico) e passa al vaglio di Parlamento e

Consiglio; ottenuta l’approvazione dei due organi, la proposta diventa definitiva. Il Parlamento può

bloccare la proposta normativa della Commissione nella fase embrionale (sistema di allerta

preventivo). L’Unione, prima di Lisbona, ha avuto una struttura pilastri, fra i quali non c’era gerarchia,

sebbene l’art. 47 del TUE stabiliva che se ci fossero state competenze appartenenti a due pilastri, il

primo (con competenza sovranazionale) avrebbe avuto prevalenza. Con il Trattato di Lisbona la

struttura a pilastri è stata abolita.

Spesso i principi generali vengono ripresi a livello di diritto primario dell’Unione europea: essi

vengono codificati dalle norme dei trattati (principio d’integrazione; principio di correzione alla fonte

spesso affermato nelle direttive, a livello secondario; principio di elevato livello di tutela ambientale

all’art. 191; polluter pays principle, chi inquina paga), che possono essere oggetto di ricorso davanti alla

Corte. Nell’Unione europea i principi non sono solo importanti, ma acquistano anche efficacia

vincolante quando vengono incorporati negli atti normativi europei.

La Corte di giustizia, unica autorità giurisdizionale dotata del potere d’interpretare il diritto

dell’Unione europea, lavora a Lussemburgo. Oltre alla funzione interpretativa, ha anche l’attività di

controllo del rispetto del diritto dell’Unione. Con il ricorso per infrazione, quando uno stato è carente,

viene fatta una segnalazione alla Commissione, mettendo in mora lo stato e dandogli un termine per

mettersi in riga; se lo persiste nel suo comportamento contrario al diritto dell’Unione, verrà chiamato

dalla Commissione a rispondere davanti alla Corte. L’Unione è intervenuta in modo particolare nelle

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questioni relative all’inquinamento delle acque, all’inquinamento acustico (buone esempio del

principio di integrazione delle politiche europee) e alla biodiversità.

La sentenza della Corte dell’unione del 13 settembre 2005 vede la Commissione contro il Consiglio in

merito a una decisione quadro relativa alle sanzioni da applicare ai reati ambientali. Il fondamento

normativo risulterebbe erroneo: a seguito dell’evoluzione delle competenze attribuite all’ordinamento

comunitario, la base normativa per le decisioni di natura penalizzante per condotte illecite dal punto

di vista ambientale rientra nel TFUE, con un ulteriore ampliamento rispetto alle norme contenute

nell’art. 34 TUE. La decisone adottata dal Consiglio è in violazione dell’art. 175 del TFUE. La decisone

quadro è stata presa sulla base del terzo pilastro, ma avrebbe potuto rientrare anche fra le politiche

ambientali, competenza del primo pilastro. Quando c’era la struttura a pilastri, l’art. 47 diceva che se

una competenza poteva essere esercitata sia sulla base del primo pilastro che del secondo o del terzo,

bisognava dare prevalenza al pilastro sovranazionale. Viene pertanto dichiarata l’illegittimità della

decisione quadro, che viene annullata e trasformata in una direttiva.

La Repubblica italiana è stata accusata dalla Commissione europea di aver violato gli artt. 4 e 5 della

direttiva del 2006 in materia ambientale (gestione dei rifiuti). Gli artt. 4 e 5 impongono agli stati di

creare una rete integrata di impianti di smaltimento volti a garantire alla comunità un certo grado di

autosufficienza. La direttiva è stata incorporata nell’ordinamento nazionale, ma la Campania non ha

rispettato le norme della direttiva. La carenza della regione si ripercuote sull’intero stato. L’Italia non

riesce a far fronte alla situazione e la Commissione presenta ricorso per inadempimento. L’Italia

risponde che la Commissione non ha tenuto conto della fattualità storica e di aver fatto il possibile per

risolvere questa crisi, scatenatasi per cause di forza maggiore. L’Italia è tuttavia responsabile di aver

scelto un piano di gestione irrazionale, violando gli obblighi incombenti. L’Italia è stata condannata alle

spese. Nel punto 80 la Repubblica italiana afferma che le cause dell’inadempimento sarebbero

riconducibili a causa di forza maggiore: opposizione da parte della popolazione, attività criminali,

mancata esecuzione delle controparti dell’amministrazione degli obblighi incombenti. Come enunciato

al punto 84, tali fatti non possono essere considerati delle scusanti all’inadempimento della direttiva

da parte della Repubblica italiana.

LA TUTELA AMBIENTALE NELLA PROSPETTIVA DEI DIRITTI FONDAMENTALI

DELLA PERSONA

Non si riscontra nessun rifermento alla tutela dell’ambiente nella Dichiarazione universale dei diritti

dell’uomo del 1948 e nei due Patti del 1966 sui diritti civili e politici e sui diritti economici e sociali. Si

tratta di atti di diritto internazionale vincolante per gli stati che si sono legati al loro rispetto, ma non

esiste nessun meccanismo di enforcement rispetto ad essi. Una forma di tutela dell’ambiente viene

riconosciuta della Carta africana dei diritti umani del 1981 (artt. 16 e 24, che enunciano il diritto dei

popoli ad avere il miglior standard di salute possibile e di godere di un ambiente che consenta di

favorire lo sviluppo). Un diritto fondamentale a vivere in un ambiente sano è riconosciuto dal

Protocollo di San Salvador del 1998 allegato alla Convenzione americana dei diritti umani. Sulla base

di questi documenti si è tentato di realizzare una dichiarazione di principi rimasta a livello di progetto.

A livello di costituzioni statali, si trovano riferimenti specifici ai diritti di tutela ambientale fra i

principi costituzionali. A li vello europeo si fa riferimento all’art. 37 della Carta europea dei dritti

fondamentali. L’art. 1 della Convenzione di Stoccolma non assume rango di norma vincolante.

Viene riconosciuta qualche forma di tutela all’individuo nei confronti delle istituzioni, al fine di

assicurare condizioni ambientali adeguate e rispettose dei diritti fondamentali, ma dalle

giurisprudenza non si evince un diritto ad un ambiente sano. Il caso degli Ogoni è uno dei

provvedimenti della Commissione africana dei diritti umani che parte della dottrina utilizza per

affermare il diritto ad un ambiente sano. In alcune casi la Corte europea è riuscita ad assicurare

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protezione agli individui, ma si tratta di casi problematici che idealizzano a livello procedurale quello

che a livello sostanziale non esiste.

A livello di fonti non esiste una dichiarazione universale che proclami il diritto alla tutela dell’ambente.

Anche laddove a livello regionale esistano delle codificazioni in tal senso, esse tengono conto della

crescita e dello sviluppo del popolo e prevedono quindi dei compromessi tra ambiente e sviluppo.

Nelle costituzioni di molti stati si fa riferimento al diritto di tutela ambientale fra i diritti fondamentali

dello stato, ma si tratta solo di una tendenza volta al riconoscimento dell’importanza di questa materia

come centrale a livello statale, e non come prevalente rispetto alle altre dimensioni sociali.

La Convenzione di Aarhus del 2001 prevede degli strumenti di democrazia partecipativa ai cittadini

degli stati che l’hanno ratificata, prevedendo un diritto all’informazione in materia ambientale senza

motivazioni, ponendo un diritto di partecipazione, soprattutto quando si tratta di approvare dei

procedimenti che abbiano un impatto ambientale, e permettendo d’impugnare le delibere che abbiano

effetti in materia ambientale.

Nella sentenza 155/96 della Commissione africana (Communication) viene discussa la violazione degli

artt. 2 (godimento ai diritti di libertà), 4 (diritto alla vita), 14 (diritto alla proprietà), 16 (godimento

alla salute), 18 (tutela della famiglia), 21 (diritto dei popoli alla disponibilità delle loro ricchezze e

risorse) e 24 (ambiente soddisfacente per lo sviluppo) della Carta africana del 1981. Il documento

dell’accusa presume il coinvolgimento del governo della Nigeria nella produzione di petrolio

attraverso la compagnia statale petrolifera, causa di inquinamento della regione degli Ogoni. Il

governo nigeriano non ha tutelato i diritti contenuti nella Carta africana, ma ha anche aiutato queste

aziende nella degradazione dell’ambiente con le sue forze armate. In relazione all’art. 24 si richiede

che il governo adotti delle misure per impedire il degrado ambientale. L’art. 16 include l’obbligo dello

stato di autorizzare degli studi di monitoraggio nelle zone a rischio ambientale e il dovere di

comunicare alla popolazione i rischi riscontrati. Il fulcro della denuncia non è tanto l’attività

petrolifera in sé, ma il modo in cui si è svolta. Per quanto riguarda l’art. 21, esso sarebbe stato violato

dalla Nigeria per aver autorizzato due aziende petrolifere a mettere in pratica attività dannose. Il

governo nigeriano avrebbe anche violato i diritti impliciti (non contenuti nella Carta, ma riconducibili

al diritto alla vita) ad un alloggio e all’alimentazione. La Commissione riconosce la violazione da parte

della Nigeria di tutti gli articoli rivendicati dalla comunità Ogoni e la condanna al risarcimento delle

vittime.

La moglie di una delle vittime di una colata di fango ricorre alla Corte di Strasburgo contro lo stato

russo. In una città russa si verifica una colata di fango che provoca la morte di alcune persone che non

sono state messe in sicurezza dal governo. La Corte respinge l’obiezione del governo di aver

adempiuto ai suoi obblighi e quella per cui non ci sia stato un ricorso secondo la procedura penale

nazionale. La Corte ritiene che vi sia violazione dell’art. 2 della CEDU (diritto alla vita).

A livello internazionale, nonostante i precedenti giurisprudenziali, non si può parlare dell’esistenza di

un vero e proprio diritto ad un ambiente pulito e salubre, ma è corretto piuttosto configurare dei

diritti procedurali legati alla tutela ambientale attraverso strumenti di democrazia partecipativa, che

consentano agli individui di essere coinvolti nel procedimento decisionale che porta a scelte che

avranno un impatto ambientale e di avere accesso ai documenti. L’unico riferimento testuale al diritto

a un ambiente pulito rimane negli ordinamenti nazionali, ma la dimensione più efficiente di

cooperazione in materia ambientale è a livello regionale.

Non si possono rinvenire principi vincolanti in materia ambientale, bensì strumenti di natura pattizia

che realizzano l’obiettivo di procedimentalizzare le scelte che abbiano un impatto ambientale,

strumenti che, per quanto moderni, restano di natura convenzionale e vigono solo nei confronti di chi

si lega al trattato, non avendo portata universale. A livello consuetudinario non esiste pertanto un

principio generale, un obbligo di protezione dell’ambiente a carico degli stati, malgrado i tentavi fatti

dalla giurisprudenza. 19

Nel caso Guerra e altri c. Italia, la Corte di Giustizia dell’Unione si pronuncia sul ricorso azionato dai

cittadini di Manfredonia, a un kilometro di distanza dalla quale si trovava un impianto industriale ad

alto rischio. La Commissione europea dei diritti dell’uomo, organo che oggi non esiste più e che

valutava il merito delle cause presentate alla Corte, è stato l’unico organo ad interessarsi a questa

vicenda. Le richiedenti lamentano la violazione dell’art. 10 CEDU sul diritto all’informazione. La libertà

di ricevere informazioni fa divieto ad ogni governo di imporre un blocco a terzi di fornire informazioni,

ma si può leggere in positivo, come l’obbligo di imporre a una società di dare informazioni. La Corte, a

differenza del parere fornito dalla Commissione, dice che la libertà all’informazione non può essere

interpretata in positivo: uno stato, se non può impedire tale libertà, non può nemmeno essere

obbligato a farsi carico di divulgare certe informazioni, se non attraverso il filtro della società. Non

viene ravvisata violazione dell’art. 10. Le ricorrenti sostengono di essere vittime della violazione

dell’art. 8 sul diritto al rispetto della vita familiare: esse lamentano un’omissione da parte dello stato di

garantire tale diritto, dal momento che attività inquinanti possono danneggiare la salute e impedire di

beneficiare della tutela domiciliare. L’art. 2 CEDU relativo al diritto alla vita umana non viene preso in

considerazione perché la Corte ritiene assorbita tale violazione all’interno dell’art. 8, che ha già

riconosciuta. L’Italia viene condannata per la violazione dell’art. 8. Le ricorrenti chiedono un

risarcimento per il danno biologico, richiamandosi all’art. 50.

PROTEZIONE AMBIENTALE E REGOLE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

Gli ordinamenti nazionali hanno sempre adottato normative volte a sviluppare il commercio

internazionale. L‘approccio è stato d’incentivare la circolazione di merci e servizi a scapito di altri

diritti, come gli interessi ambientali. La normativa di riferimento è contenuta nell’accordo istitutivo

dell’OMC. Il fatto che i vari ordinamenti nazionali possano prevedere standard ambientali diversi può

dar luogo al dumping ambientale: le imprese tendono a delocalizzare i loro impianti in stati con

standard ambientali meno severi. Tuttavia il fattore principale della delocalizzazione non è di natura

ambientale, ma è dato da una serie di valori; ed è certo che gli stati che attraggono le imprese

danneggiano l’ambiente.

L’OMC è il punto di partenza nella valutazione della normativa relativa al commercio internazionale. A

livello di Unione europea c’è un obbligo di integrare la tutela ambientale nelle altre politiche. L’OMC

nasce nel 1995 all’esito dell’Uruguay round. L’accordo GATT risale al 1947, ma mancava

un’organizzazione di riferimento, di stampo commerciale. Nel preambolo del trattato istitutivo

dell’OMC ci sono alcuni riferimenti all’ambiente, che rimane comunque di rilievo marginale. Quando

viene creato, il trattato prevede che gli accordi commerciali previgenti diventano degli allegati del

nuovo trattato: chi diventa stato membro dell’OMC, deve accettare anche i trattati precedenti e darvi

attuazione (principio del single undertaking). L’obiettivo è il commercio internazionale, garantire la

massima circolazione dei prodotti.

Gli artt. I e III GATT affermano con modalità diverse il principio di non discriminazione. L’art. I

introduce la clausola della nazione più favorita: lo stato che tratta i prodotti di un altro stato in un

certo modo, concedendo vantaggi tariffari, deve estendere questo trattamento a tutti i prodotti

similari. L’art. III contiene il principio del trattamento nazionale: se uno stato tratta i propri prodotti

nazionali in un certo modo, non può adottare dei provvedimenti discriminatori nei confronti di

prodotti provenienti dall’esterno in modo da proteggere la produzione interna. L’art XI estende i

divieti alle misure che hanno effetto equivalente ai dazi. L’art. XX è l’unica norma nell’ambito del GATT

dove possono trovare tutela le istanze ambientali (lettere b e g). L’applicazione della norma è stata

sempre molto restrittiva. Nel caso Tonno-Delfini, che riguardava le misure adottate dagli USA limitative

del commercio di tonno pescato con reti che impigliavano i delfini, l’art. XX non è stato ritenuto

meritevole di considerazione. Nel caso Gamberetti l’OMC ha criticato il loro comportamento.

censurando queste misure perché gli USA non avevano preventivamente negoziato con gli altri stati le

modalità di pesca. In sede di appello l’OMC ha riconosciuto la legittimità delle misure degli USA

20

aprendo una breccia in favore delle istanze ambientali: si tratta del primo e unico caso in cui la tutela

ambientale è stato ritenuta prevalente sugli interessi commerciali.

L’ambiente rimane in posizione subalterna rispetto al commercio internazionale, quindi il sistema

OMC parte dall’assunto per cui c’è un compromesso fra i due interessi, spesso a svantaggio

dell’ambiente. Uno dei rimedi che si possono auspicare rispetto alla situazione attuale è dare rilievo ai

processi produttivi, distinguendo tra prodotti simili e non considerare quelli che scaturiscono da

processi produttivi non-environmental friendly. Un’altra soluzione è dare massima diffusione alle

tecnologie verdi. L’art. XX GATT dovrebbe essere interpretato in modo più ampio. 21

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Matdan

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matdan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Carpaneto Laura.

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