DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE
Il diritto internazionale dell’ambiente
Per lungo tempo, la tutela dell’ambiente è stata considerata materia riservata alla domestic
jurisdiction da parte degli Stati. È soltanto a partire dagli anni Sessanta che la Comunità
internazionale ha iniziato a cooperare per la salvaguardia del territorio e delle risorse naturali,
perché consapevole che solo un’azione sinergica può essere in grado di minimizzare i costi e
massimizzare i risultati.
Due sono le ragioni fondamentali che hanno consentito alla salvaguardia dell’ambiente di
assumere una dimensione internazionale:
• La consapevolezza che le attività lesive dell’ambiente poste in essere sul territorio di uno
Stato tendono a ripercuotersi su quello di altri Stati limitrofi e non, o anche in aree non
sottoposte ad alcuna sovranità;
• La presa di coscienza che esistono alcuni problemi ambientali, tra cui la perdita di
biodiversità, i mutamenti climatici, il riscaldamento terrestre, che per loro natura non
possono essere gestiti né risolti dagli Stati con iniziative unilaterali.
Quadro storico in materia ambientale
La materia ambientale ha attraversato diverse fasi storiche. La prima fase, che va sino alla
Seconda Guerra Mondiale, è caratterizzata dalla presenza di poche norme in materia ambientale,
la maggior parte delle quali consisteva in accordi bilaterali. Più precisamente, non si trattava di veri
e propri accordi di tutela dell’ambiente, bensì di accordi economici con singole clausole di rilievo
ambientale.
Il mutamento di situazione si è avuto a partire dagli anni ’60, con l’emergere di un’esigenza di
tutela dovuta principalmente a due ordini di ragioni:
1. I disastri ambientali verificatisi tra gli anni ’50 e ’60 hanno contribuito a sensibilizzare la
società sulla questione ambientale, anche grazie al forte rilievo mediatico che tali disastri
hanno avuto;
2. La seconda spinta è stata data da studi scientifici, i quali hanno contribuito a denunciare i
rischi ambientali. Per mezzo di tali studi, ad esempio, si è evidenziato che le risorse
ambientali non sono infinite e che vi è un concreto rischio di esaurirle.
In tale seconda fase storica, la giurisprudenza internazionale in tema di tutela ambientale è
pressoché assente. In effetti, sino alla fine degli anni ’50, si ricordano solamente tre sentenze. La
prima sentenza risale al 1893 e la vertenza era tra USA e Canada relativamente alla caccia alle
foche del Mare di Bering. Il tribunale arbitrale USA – Canada affermò il principio del limite allo
sfruttamento delle specie animali. In realtà, non si trattava di una sentenza prettamente a tutela
dell’ambiente e, nel caso di specie, delle specie animali. Infatti, tale sentenza rifletteva un’esigenza
economica, con rilievo ambientale, poiché occorreva tutelare la specie animale esclusivamente per
poter continuare a beneficiarne economicamente. La seconda sentenza è del 1941 e anche in tal
caso la vertenza era tra USA e Canada, relativamente all’inquinamento che la fonderia di Trail
riversava sulle coltivazioni statunitensi. Il tribunale arbitrale ha stabilito il principio, oggi
consuetudinario, del divieto di inquinamento transfrontaliero. La terza e ultima sentenza, del 1957,
è stata pronunciata dal tribunale arbitrale Francia – Spegna riguardo il caso del lago Lanoux. La
Francia riteneva responsabile la Spagna dell’inquinamento delle acque del lago; la Spagna
respingeva le accuse invocando il diritto di esercitare la propria domestic jurisdiction sulla sua
parte di lago. Il tribunale arbitrale ha affermato il principio di cooperazione e solidarietà nell’utilizzo
delle risorse comuni, ribaltando così la logica spagnola.
Sempre nella seconda fase storica dell’evoluzione del diritto internazionale dell’ambiente, l’ONU
non aveva un ruolo attivo in merito, poiché la Carta delle Nazioni Unite firmata a San Francisco nel
1945 non conteneva alcun riferimento al tema ambientale. Ciò nonostante, è proprio l’ONU a
imprimere la svolta decisiva, convocando diverse conferenze, tra cui occorre certamente ricordare:
• La Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano del 1972;
• La Conferenza di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo del 1992;
• La Conferenza di Johannesburg sulla sostenibilità ambientale del 2002;
• La Conferenza di Rio de Janeiro sullo sviluppo sostenibile del 2012 (c.d. Rio+20).
Conferenza ONU di Stoccolma del 5-16 giugno 1972 sull'Ambiente
Tra i diversi tentativi avviati a livello internazionale per pianificare uno sviluppo futuro rispettoso
dell'ambiente, occorre far menzione del vertice delle Nazioni Unite sui problemi ambientali tenutosi
a Stoccolma nel 1972 (UNCHE, United Nations Conference on Human Environment) cui hanno
partecipato 113 capi di Stato e di governo per discutere quali soluzioni adottare su scala planetaria
per la tutela dell'ecosistema. La Conferenza si è conclusa con la redazione di un Piano d’azione
contenente 109 raccomandazioni e una Dichiarazione di principi sull’ambiente umano, in cui si
affermava la necessità di intraprendere uno sviluppo compatibile con la salvaguardia delle risorse
naturali e si fissavano alcuni fondamentali principi sulla relazione tra benessere sociale e tutela del
patrimonio ambientale, secondo un criterio di equa distribuzione delle risorse, anche di fronte alle
generazioni future. Presupposto della Dichiarazione di principi sull’ambiente umano era la presa di
coscienza dei problemi dell’ambiente e del progressivo deteriorarsi delle sue condizioni.
Allo scopo di salvaguardare e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future, la
Dichiarazione di Stoccolma ha affermato 26 principi su diritti e responsabilità dell’uomo in relazione
all’ambiente, che ancora oggi rappresentano valide linee guida dell’agire umano e delle politiche di
sviluppo. Tra essi figurano:
• Il diritto fondamentale dell’uomo alla libertà, all’uguaglianza e a godere di adeguate
condizioni di vita, in un ambiente che gli consenta di vivere nella dignità e nel benessere;
• La responsabilità dell’uomo in ordine alla protezione e al miglioramento dell’ambiente
davanti alle generazioni future;
• La protezione delle risorse naturali della terra, attraverso una loro appropriata
pianificazione e gestione, a beneficio delle generazioni presenti e future;
• Il mantenimento e, ove possibile, il miglioramento della capacità della terra di produrre
risorse rinnovabili vitali;
• L’utilizzazione delle risorse non rinnovabili in modo da evitarne l’esaurimento futuro e da
assicurare che i benefici del loro sfruttamento siano condivisi da tutta l’umanità;
• L’adozione da parte degli Stati di un approccio integrato e coordinato allo sviluppo in modo
da assicurarne la compatibilità con l’ambiente e di una pianificazione razionale in grado di
conciliare i diversi bisogni dello sviluppo sociale e dell’ambiente naturale;
• La necessità di indirizzare le politiche ecologiche degli Stati a elevare il potenziale attuale e
futuro di progresso dei Paesi in via di sviluppo e di giungere a un accordo tra gli Stati e le
organizzazioni internazionali al fine di far fronte alle eventuali conseguenze economiche e
internazionali delle misure ecologiche;
• La messa a disposizione di risorse atte a conservare e migliorare l’ambiente, tenendo
particolarmente conto dei bisogni specifici dei Paesi in via di sviluppo, dei costi che essi
incontreranno introducendo la tutela dell’ambiente nel proprio programma di sviluppo e
della necessità di fornire loro, se ne fanno richiesta, aiuti internazionali di ordine tecnico e
finanziario a tale scopo;
• La destinazione di appropriate istituzioni nazionali alla pianificazione, all’amministrazione e
al controllo delle risorse ambientali dei rispettivi Paesi;
• La cooperazione per mezzo di accordi internazionali o in altra forma allo scopo di impedire,
eliminare o ridurre e controllare efficacemente gli effetti nocivi arrecati all’ambiente da
attività svolte in ogni campo.
A seguito del vertice di Stoccolma, è stato istituito nel 1973 l’UNEP (United Nations Environment
Programme): un organismo dell’ONU avente un rilevante ruolo propositivo e di guida nella
battaglia per la salvaguardia dell’ecosistema terrestre. Inoltre, coerentemente con quanto stabilito
nel quadro dell’UNCHE, ove era prevista l’adozione di una serie di azioni volte al monitoraggio
delle condizioni dell’ambiente, nel 1977 è stato redatto il c.d. Rapporto Leontief inteso a valutare i
possibili scenari di fine secolo rispetto al binomio sviluppo – ambiente; mentre nel 1987, la
Commissione mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo ha prodotto il c.d. Rapporto Brundland, in cui
si è riconosciuto il connubio tra esigenze di sviluppo e protezione dell’ambiente, pervenendo alla
definizione di sviluppo sostenibile, ossia «sviluppo che soddisfa i bisogni della presente
generazione, senza compromettere la capacità delle generazione future di soddisfare i propri».
Conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro del 1992
La Conferenza su Ambiente e Sviluppo (UNCED, United Nations Conference on Environment and
Development), tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, rappresenta una tappa fondamentale nel
cammino verso la promozione di modelli di sviluppo sostenibile a livello mondiale. L’obiettivo
prioritario dei 183 Paesi che vi hanno partecipato, era quello di instaurare una nuova e equa
partnership globale, attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i settori
chiave della società e i popoli, procedendo attraverso la conclusione di intese internazionali dirette
a rispettare gli interessi di tutti gli abitanti della terra e a tutelare l’integrità del sistema globale
dell’ambiente e dello sviluppo. In quest’ottica a Rio sono stati raggiunti importanti accordi sul futuro
del pianeta. In primo luogo, la Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo ha posto l’accento sul
legame tra protezione ambientale e sviluppo, sulla necessità di sradicare la povertà e di tenere
conto delle esigenze dei Paesi in via di sviluppo, sull’urgenza di trovare alternative ai modelli di
produzione e consumo non sostenibili. In tale ottica, la Dichiarazione enunciava 27 principi cui
doveva attenersi la futura strategia di sviluppo sostenibile: come il principio secondo cui, avendo
tutti gli individui uguale diritto alle risorse naturali, ogni generazione ha il dovere di lasciare alle
generazioni future una natura intatta; il principio precauzionale; il principio “chi inquina, paga”.
In secondo luogo, l’Agenda 21, consistente in un piano d’azione per specifiche iniziative
economiche, sociali e ambientali e mirante alla definizione di una vera e propria strategia
d’integrazione tra ambiente e sviluppo, da attuarsi con un impegno coordinato dell’intera comunità
internazionale.
Inoltre, la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC, United Nations Framework
Convention on Climate Change), contenente le linee guida e le azioni da intraprendere per non
compromettere ulteriormente l’atmosfera. Infine, la Convenzione sulla diversità biologica, con cui si
è inteso promuovere un accesso equilibrato alle risorse biologiche degli ecosistemi (in primis le
foreste tropicali), incentivando l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo e il trasferimento delle
biotecnologie.
Avendo sancito la necessità di promuovere la democratizzazione dei processi di formazione delle
politiche internazionali, evidenziando l’importante ruolo delle ONG a livello internazionale e dei
gruppi portatori di interesse e sottolineando la necessità di facilitare l’accesso alle informazioni, la
Conferenza di Rio ha avviato una nuova fase della politica internazionale in materia di tutela
dell’ambiente, incentrandola sulla costituzione di nuove forme di collaborazione in vista di una
nuova società globale e sull’integrazione tra le questioni economiche e le questioni ambientali, in
una visione intersettoriale e internazionale, e in un connubio tra azione globale e azione locale.
L’Agenda 21
L’Agenda 21, elaborata in occasione della Conferenza su Ambiente e Sviluppo di Rio 1992,
consiste in un vero e proprio piano d’azione da adottare a partire dagli anni ’90, strutturato in 40
capitoli dedicati a tutti i campi nei quali si riteneva necessario adottare un modello di sviluppo
sostenibile e per i quali si definivano le strategie e le misure atte a ridurre l’impatto ambientale
delle attività umane e a fermare il degrado in atto. Tra le linee direttrici per uno sviluppo sostenibile,
l’Agenda 21 ribadiva i principi basilari del progresso, ossia la partecipazione democratica,
l’eliminazione della povertà, la cooperazione internazionale, la conoscenza. Inoltre, prevedeva, tra
le necessità più impellenti: l’integrazione delle problematiche ambientali a ogni livello istituzionale e
di governo per assicurare una maggior coerenza tra le politiche settoriali; la previsione di un
sistema di pianificazione, controllo e gestione per sostenere tale integrazione; l’incoraggiamento
della partecipazione pubblica e dei soggetti coinvolti, con piena possibilità di accesso alle
informazioni; il trasferimento di risorse finanziarie dal Nord al Sud del mondo.
Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002
Come emerso dal summit mondiale sullo sviluppo sostenibile (World Summit on Sustinable
Development – WSSD), tenutosi a Johannesburg nel 2002, con lo scopo di verificare lo stato di
attuazione degli impegni assunti a Rio dieci anni prima e degli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite
nella Millennium Declaration del 2000, i progressi raggiunti negli ultimi anni in termini di
miglioramento dell’ambiente e di sviluppo sostenibile sono stati minimi.
A dieci anni di distanza dal primo summit di Rio, si è dovuto constatare che, pur avendo
quest’ultimo provocato una presa di coscienza globale sulle priorità ambientali e innescato una
quantità di processi istituzionali di successo, aprendo la strada verso uno sviluppo compatibile con
l’ambiente, comunque esso non abbia prodotto tangibili risultati globali.
Di fronte a questa realtà, è parso chiaro che gli sforzi fino ad allora profusi per evitare e prevenire i
rischi e le violazioni in materia ambientale non abbiano purtroppo raggiunto l’obiettivo in modo
soddisfacente. Con tale consapevolezza, i capi di Stato e di governo dei 191 Paesi partecipanti al
vertice di Johannesburg, hanno ribadito formalmente il loro impegno a conseguire uno sviluppo
sostenibile
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