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Diritto Internazionale

Appunti di Appunti di Diritto internazionale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Marongiu Buonaiuti dell’università degli Studi di Macerata - Unimc, facoltà di Giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!Diritto Internazionale con prof Marongiu UNIMC

Esame di Diritto internazionale docente Prof. F. Marongiu

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ESTRATTO DOCUMENTO

3. A meno che il trattato non preveda altrimenti o che non sia altrimenti

convenuto:

a) Il ritiro di una riserva ha efficacia nei confronti di un altro Stato

contraente soltanto a partire dal momento in cui tale Stato ne ha

ricevuto notifica;

b) Il ritiro di un’obiezione ad una riserva ha efficacia soltanto a partire dal

momento in cui lo Stato che ha formulato la riserva ha ricevuto notifica

di detto ritiro.

Possono essere ritirate da chi le abbia fatte e avvengono in atti multilaterali.

Presso il depositario sono depositate le ratifiche degli stati contraenti e si

depositano le comunicazioni relative alle riserve, alle obiezioni e gli eventuali

ritiri di quest'ultimi. Il depositario cura di notificare agli stati contraenti

affinchè ne siano informati.

V è una pubblicazione ufficiale: Unts (united nation treaty series) che è una

raccolta trattati delle NU, dove sono riportati tutti i testi depositati, tutte le

obiezioni e le dichiarazioni affinché si possa accedere e prendere accortezza.

Ci sono norme procedurali a questo riguardo per assicurare la pubblicità alle

riserve stesse e agevolare l'accesso. Infatti la prassi specifica per il Regime

riserve trattati diritti uomo, la CEDU, crea una prassi derogatoria alle regole

utile per

della CV sui diritti dei trattati. La prassi specifica nel senso che:

inutile non vitiatur.

La decisione di uno stato contraente della convenzione di voler apporre una

riserva che non è ammissibile in base alle norme contenute nella convenzione

stessa, non impedisce allo stato in questione di venire parte contraente della

convenzione, di vincolarsi nei confronti degli altri contraenti anche se non

ritira la riserva inammissibile.

È un passo in avanti sensibile perché nella CEDU c'è la preoccupazione

essenziale per l'universalità, per promuovere una partecipazione quanto più

ampia possibile alla convenzione in questione e quindi si cerca di

salvaguardare la manifestazione della volontà degli stati a vincolarsi al

Trattato internazionale.

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI, SENT. 29 APRILE 1988, BELILOS c.

SVIZZERA

La Corte europea nella sentenza in esame si è pronunciata su di una dichiarazione

interpretativa adottata dalla Svizzera all'atto della ratifica della Convenzione europea dei

diritti umani, la quale comportava un'interpretazione restrittiva dell'art. 6, par. 1 della

Convenzione stessa. La Corte ha ritenuto che la dichiarazione fosse da interpretarsi alla luce

dei suoi effetti concreti e non già della sua denominazione, rilevando come questa avesse

sostanzialmente per effetto di escludere dall'ambito di applicazione della norma determinate

categorie di procedimenti e dovesse pertanto considerarsi equivalente ad una riserva

eccettuativa, la cui ammissibilità doveva essere valutata alla luce della disciplina restrittiva

recata in proposito dall'art. 64 (nel testo attualmente vigente art. 57) della Convenzione

europea. Quest'ultima norma ammette infatti le riserve unicamente nella misura in cui siano

Paola Catera

giustificate dalla presenza di una legge interna contrastante con una disposizione della

Convenzione, ponendo in capo allo Stato riservatario l'onere di corredare la riserva di

un'esposizione del contenuto della legge in questione.

La CEDU disciplina molto restrittivamente la possibilità di apporre riserva alla

convenzione stessa e qui abbiamo presentato una dichiarazione interpretativa.

Se gli effetti sono quelli di una riserva interpretativa, cioè nel senso di

accettare di vincolarsi con quella norma della convenzione solo quando si è

interpretato in un dato modo e in un modo più restrittivo rispetto

all'interpretazione che risulterebbe evidentemente la portata materiale è

quella di una riserva e non di una dichiarazione. Ha l'effetto di limitare il

consenso dello stato a vincolarsi a quella particolare normativa.

Se la dichiarazione ha gli effetti di una riserva atta a modificare la portata

dell'obbligo che si assume in senso riduttivo, evidentemente cadrà sotto i

vincoli che la norma della Convenzione in ordine alla legittimità delle riserve

prevede.

Quindi sono inammissibili ai sensi della CEDU, per questo configurerebbe una

dell'art. 19 CV

riserva vietata ai sensi . Una riserva che non rispetta le

condizioni fissate da norma specifica contenuta nella norma in questione la

quale disciplina le modalità delle riserve, è una riserva vietata. Come tale, la

regola generale della CV o lo stato che riservante la ritira e rinuncia ad essa o

non può entrare a far parte trattato.

Le eventuali riserve non corrispondenti ai requisiti restrittivi per

l'ammissibilità delle riserve, avuto riguardo imperatività della tutela dei

Diritti Umani, deve essere valutata nel senso di utile per inutile non vitiatur,

cioè la posizione di una riserva illegittima/invalida non vizia la partecipazione

dello Stato alla Convenzione.

PROFILO DI DIRITTO INTERNO

Art. 80 Cost.

Quid iuris se la legge di Autorizzazione alla ratifica non autorizza il Presidente

della Repubblica a ratificare con apposizione di riserve e queste risultano poi

invece dall'atto di ratifica. Questo problema era successo quando in Italia

ratificò il Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 16 dicembre

1966.

Art. 14 Patto

del prevede un diritto specifico non espressamente contemplato

dalla CEDU e cioè il diritto al doppio grado di giudizio. L'Italia aveva fatto una

dell'art. 14

riserva a norma con riferimento a un caso particolare: il caso del

processo davanti alla Corte Costituzionale per messa in stato d'accusa del

Presidente della repubblica.

Paola Catera

CONSIDERAZIONI DEL COMITATO DEI DIRITTI UMANI DELLE NAZIONI UNITE DEL

28 LUGLIO 1981, FANALI C. ITALIA

Le considerazioni del Comitato dei diritti umani della Nazioni Unite riguardano la validità di

una riserva apposta dall'Italia all'art. 14, par. 5 del Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e

politici del 16 dicembre 1966. La riserva, che riguardava il diritto del condannato all'appello

avverso le sentenze penali ed era volta ed escludere tale diritto in relazione alla specifica

ipotesi dei procedimenti penali che si svolgono dinanzi alla Corte costituzionale contro il

Presidente della Repubblica o singoli ministri o altre persone, come il ricorrente nel caso di

specie, che siano imputate del medesimo reato, era stata apposta dall'Esecutivo in sede di

ratifica senza essere stata prevista dalle Camere nella legge di autorizzazione alla ratifica

stessa, adottata in base all'art. 80 Cost. Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha

escluso che l'eventuale violazione del diritto interno derivante dall'apposizione da parte

governativa di una riserva non contemplata dal Parlamento in sede di autorizzazione alla

ratifica inficiasse la validità dell'apposizione della riserva sul piano internazionale.

Il Patto delle Nazioni Unite ha un organo che non emana sentenze, bensì

esercita un controllo di carattere politico per cui emana dei rapporti e delle

considerazioni che hanno una certa efficacia solo sul piano politico.

La riserva venne ritenuta valida e l'Italia non era responsabile per la

violazione del diritto tutelato perché in materia vigeva la riserva che

eccettuava dall'applicazione dell'art. 14.

INTERPRETAZIONI TRATTATI

CV dal 31 al 33

Art 31: Regola generale di interpretazione

Art 32: mezzi complementari di interpretazione. Si ricorre a questa quando le

regole dell'art. 31 non consentono di pervenire a un'interpretazione univoca

del testo del trattato e delle norme di cui si discute.

La dottrina distingue due metodi:

obiettivistico

- (basato sul testo)

subiettivistico

- (basato sulla ricostruzione della volontà dei contraenti).

La prima appare preferibile e viene sposata dalla convenzione. L'oggetto e

scopo del trattato è un metodo teologico di interpretazione.

Art. 31

Regola generale per l’interpretazione

1. Un trattato deve essere interpretato in buona fede in base al senso comune da

attribuire ai termini del trattato nel loro contesto ed alla luce dei suo oggetto e

del suo scopo.

2. Ai fini dell’interpretazione di un trattato, il contesto comprende, oltre al testo,

preambolo e allegati inclusi:

Paola Catera

a) Ogni accordo relativo al trattato e che sia intervenuto tra tutte le parti in

occasione della sua conclusione;

b) Ogni strumento disposto da una o più parti in occasione della

conclusione del trattato ed accettato dalle altre parti in quanto

strumento relativo al trattato.

3. Verrà tenuto conto, oltre che del contesto:

a) Di ogni accordo ulteriore intervenuto tra le parti circa l’interpretazione

del trattato o l’attuazione delle disposizioni in esso contenute;

b) Di ogni ulteriore pratica seguita nell’applicazione del trattato con la

quale venga accertato l’accordo delle parti relativamente

all’interpretazione del trattato;

c) Di ogni norma pertinente di diritto internazionale, applicabile alle

relazioni fra le parti.

4. Si ritiene che un termine o un’espressione abbiano un significato particolare se

verrà accertato che tale era l’intenzione delle parti.

Gli strumenti relativi ai trattati possono essere le riserve e le dichiarazioni

interpretative valgono solo per chi le ha apposte e nei rapporti reciproci tra lo

Stato che le appone e gli altri contraenti che l'abbiano accettata

espressamente o tacitamente, ma non va a influire tra tutti gli altri contraenti.

Inoltre, possono esserci elementi anche extracontestuali, cioè elementi che si

sono maturati successivamente. Da non confondere con la prassi del diritto

internazionale generale poiché questa matura solamente tra i contraenti e con

riferimento all'applicazione di quel eventuale trattato.

Interpretazione sistemica tiene conto anche di altre norme apparentemente

con oggetto diverso, ma che influiscono sul contesto giuridico nel quale il

trattato andrà ad essere applicato.

La questione dell'interpretazione del trattato potrebbe sorgere anche dopo

molti anni dalla sua conclusione, per cui interessa di più stabilire come

strumento vivente così come è stato nel frattempo interpretato e vissuto dalle

parti fino al momento in cui si pone problema dell'interpretazione, quindi fino

al momento in cui la questione si pone.

Nel caso in cui non si riesca mediante questi criteri a pervenire ad una

soluzione, si fa riferimento a mezzi complementari volti a ricostruire la volontà

nel momento in cui il trattato era stato fatto, nei lavori preparatori, allo scopo

dall'art. 31.

sia di confermare il significato risultante

Data la gerarchia tra questi mezzi, l'interprete prima di giungere ad una

dall'art. 31

conclusione che l'applicazione dei criteri contemplati porti ad un

risultato assurdo e irragionevole e quindi di escludere quel significato, la

prova deve essere suffragata su elementi oggettivi.

Problematica di due o più lingue.

Controllo coerenza delle diverse traduzioni.

Paola Catera

Ambito temporale di interpretazione , i criteri di interpretazione non si

applicano ai trattati conclusi anteriormente alla sua entrata vigore, salvo che

le sue regole non fossero corrispondenti alle regole di diritto consuetudinario

e a quel punto esse si possono applicare anche ai trattati anteriori in quanto

regole di diritto consuetudinario.

SENTENZA CEDU, SENT. 21 FEBBRAIO 1975, GOLDER C. REGNO UNITO

La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione

europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre

1950, fa riferimento alle regole in materia di interpretazione dei trattati contenute nella

Convenzione di Vienna del 1969 sui diritto dei trattati (artt. 31-33), considerandole applicabili

anche relativamente ad una convenzione conclusa anteriormente all'entrata in vigore di

quest'ultima (ed in deroga, formalmente, alla regola dell'irretroattività affermata nel suo art.

4), in quanto corrispondenti alle regole di diritto internazionale consuetudinario in materia di

interpretazione dei trattati. Mercoledì, 18 Ottobre 2017

CORTE D'APPELLO DELL'ONTARIO (CANADA), SENT. 10 FEBBRAIO 1984, REGINA V.

PALACIOS

La sentenza, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'art. 39 della Convenzione di Vienna del

18 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche, si ispira al metodo obiettivistico

nell'interpretazione dei trattati, che si trova riflesso anche nella disposizione dell'art. 31 della

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in base al quale le disposizioni di un

trattato devono essere interpretate alla luce del loro oggetto e del loro scopo, costituito, nel

caso della Convenzione di Vienna del 1961, dall'affermare e garantire i privilegi e le immunità

diplomatiche.

Relativa all’interpretazione della Convenzione di Vienna del ’61, laddove fa

riferimento, con riguardo all’immunità personale dell’agente diplomatico, alle

interpretazioni del concetto dell’agente diplomatico che lascia il paese al

termine delle sue funzioni.

La corte adottò un approccio teleologico, un atto di interpretazione coerente

con la finalità propria dell’istituto, cioè di dare modo all’agente diplomatico di

organizzare le sue cose per potere definitivamente lasciare il paese.

Paola Catera

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 13 LUGLIO 2009, CONTROVERSIA

RELATIVA A DIRITTI DI NAVIGAZIONE E A DIRITTI CONNESSI (COSTA RICA C.

NICARAGUA)

La sentenza sottolinea l'importanza della prassi tenuta dalle parti contraenti successivamente

alla conclusione di un trattato internazionale al fine di risolvere questioni relative

all'interpretazione del trattato stesso che non possano essere risolte unicamente sulla base

del testo e del contesto del trattato, come previsto dall'art. 31, par. 3, lett. b) della

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, che deve intendersi corrispondente al

diritto internazionale consuetudinario. Il riferimento alla prassi successiva delle parti appare

particolarmente pertinente per risolvere questioni interpretative che si pongano

relativamente a trattati conclusi in epoca alquanto risalente, come il trattato relativo al

regime del fiume San Juan concluso tra Nicaragua e Costa Rica nel lontano 1858, che formava

oggetto della sentenza della Corte internazionale di giustizia, al fine di pervenire ad

un'interpretazione che sia maggiormente rispondente agli interessi ed alle aspettative

correnti delle parti piuttosto che a quelli eventualmente ravvisabili con riferimento al tempo

in cui il trattato venne concluso.

La CIG ha propeso ad una interpretazione estensiva, estesa a tutte le forme di

navigazione a scopo commerciale.

Art 31 paragrafo 3 lettera c CV

L’idea per la quale si deve far riferimento ad ogni altra regola di diritto

internazionale che sia applicabile nei rapporti fra le parti. Ci sono degli

elementi extracontestuali.

Nell’ordine ogni accordo ulteriore concernente l’interpretazione del trattato

con l’adozione alle sue disposizioni. La pratica segui all’applicazione del

trattato è quella di accordo tacito delle parti.

Ogni norma pertinente può avere oggetto diverso, ma che rilevano allo scopo

di scovare qualche problema ai fini dell’interpretazione del trattato che si

discute, per cui può essere difficile la ricostruzione di quali siano queste

norme pertinenti.

In dottrina si ritiene che alcuni sistemi normativi di fonte pattizia

self contained regimes,

configurassero dei nei regimi autosufficienti rispetto

pattizio.

all’influenza di altre norme del diritto internazionale generale e

Questa testi, in dottrina, è stata sostituita con altri sistemi cioè la CEDU,

Convenzione europea dei diritto dell’uomo e anche le norme

dell’organizzazione mondiale del commercio, OMC. self contained regimes,

Viene in dubbio se sia ammissibile questa figura del le

regole del diritto internazionale anche quelle che hanno fonte pattizia e anche

quelle che si basano su trattati istitutivi dell’organizzazione internazionale, la

tesi per quale questi potessero vivere in maniera autonoma dalle interferenze

di qualsiasi altra norma è una tesi irrisoria.

Paola Catera

Se si legge la giurisprudenza della CEDU, dell’OMC e dell’UE, per le azioni

esterne dell’UE, si nota che si fa riferimento a norme esterne alla sfera

giuridica di riferimento allo strumento che ha istituito quella determinata

corte. Ma si tratta di una concezione superata.

dell’art 31 paragrafo 3 lettera c

Si richiama questo criterio interpretativo

nel prendere in considerazione i criteri e le nome applicabili a livello di diritto

internazionale generale o a livello di altri accordi internazionali che vengono

in considerazione in relazione alla materia del contendere.

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI (GRANDE CAMERA), DECISIONE 12

DICEMBRE 2001, BANKOVIC ET AL. C. BELGIO E ALTRI 16 STATI CONTRAENTI

La decisione, nel pronunciarsi sull'interpretazione dell'espressione "giurisdizione" di cui

all'art. 1 della Convenzione europea dei diritti umani al fine di stabilire se le vittime civili dei

bombardamenti N.A.T.O. in Kosovo nel 1999 potessero considerarsi ricadere nella sfera di

controllo degli Stati contraenti della Convenzione europea che avevano partecipato all'azione

e di potere conseguentemente ritenere applicabili le garanzie offerte dalla Convenzione

stessa, fa riferimento ai criteri interpretativi contenuti nell'art. 31 della Convenzione di

Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, assumendone, come già nella sentenza relativa al caso

Golder (v.), la conformità al diritto internazionale consuetudinario. In particolare, la Corte

europea si sofferma sulla regola di cui all'art. 31, par. 3, lettera c) della Convenzione di

Vienna, la quale prevede che nell'interpretazione dei trattati debba tenersi conto, oltre che

degli altri elementi indicati alle lettere precedenti della stessa disposizione, di ogni regola

pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti tra le parti, osservando in

proposito che i principi propri della Convenzione europea non possano essere interpretati nel

vuoto, dovendo anzi la Convenzione essere interpretata nella misura del possibile in armonia

con gli altri principi propri del diritto internazionale, del quale essa fa parte.

La questione era che se i paesi europei partecipanti ai bombardamenti in

Kosovo, potessero considerarsi come se avessero esercitato una forma

d’imperio sul territorio kosovaro, una forma d’imperio che soddisfacesse il

dell’art 1

requisito della CEDU.

Nella decisone la Corte Europea doveva stabilire se il bombardamento del

Kosovo ricadesse entro la giurisdizione degli stati contraenti, altrimenti il

ricorso era irricevibile. Bisognava stabilire che il territorio kosovaro fosse

sotto il controllo effettivo dei paesi che avevano partecipato al

bombardamento.

ratione loci,

Si era in ragione del posto o ragione personale, in ragione delle

persone colpite. Conta il fatto che le persone che si pretendono vittime della

situazione, si trovassero sotto il controllo di uno stato effettivo contraente.

I principi rilevano al fine di stabilire se ci fosse il controllo effettivo degli stati

per il solo fatto di aver partecipato la bombardamento aereo. Lo svolgimento

di bombardamenti aerei non è equiparabile all’occupazione che vieterebbe la

presenza di truppe di terra che abbiano un effettivo controllo.

Paola Catera

Un conto è se la Convenzione si applica e gli stati hanno la loro giurisdizione,

un altro è se poi gli stati, sul presupposto che la Convenzione si applichi

ritengono di invocare la deroga. Se gli stati fossero stati consapevoli e

avessero accettato che la Convenzione trovasse applicazione in quei territori,

essendo consapevoli che le attività che si rendevano necessarie in quel

particolare contesto di conflitto, per mantenere un grado di controllo del

territorio potessero implicare delle potenziali violazioni di diritti tutelati,

dell’art 15 della CE.

sarebbe stato loro interesse di avvalersi della deroga

La Convenzione potrebbe non trovare applicazione e gli stati potrebbero non

aver presentato la deroga che opera solo in riferimento ai diritti che la

Convenzione considera derogabili, ma vi è un nucleo forte di diritti che non

sono derogabili.

Gli sati che hanno partecipato ai bombardamenti non ha messo in pericolo i

loro stati, si può discutere che l’ammissione alla partecipazione dei

bombardamenti implichi uno stato di guerra da parte degli stati che vi

partecipano, ma no, perché si tratta di un comportamento limitato alla zona in

cui si svolge il conflitto.

L’art 15 fa riferimento allo stato contraente e non già alla situazione relativa di

un territorio estero rispetto al territorio proprio dei contraenti nei quali questi

partecipano all’ammissione internazionale.

Siccome è costituita la gerarchia tra i criteri principali integranti il metodo

obiettivistico dell’art 31 della CV e i mezzi sussidiari di interpretazione dell’art

32, si può fare riferimento a questi unicamente quanto al ricorso a diversi

elementi contemplati secondo il metodo obbietivistico dell’art 31, lasci il

significato oscuro o quando il ricorso ai mezzi di prova dell’art 31 conducano

ad un risultato di circostanze irragionevoli.

Questi lavori preparatori sono invocati per rafforzare un risultato

interpretativo al quale la Corte già perviene seguendo i vari elementi del

metodo obiettivistico.

I trattati istitutivi di OI sono trattati internazionali tra stati, quindi sono presi

in considerazione anche delle regole della convenzione di Vienna in quanto

questa si applica ai trattati internazionali.

Rispetto alla generalità dei trattati internazionali, i trattati istitutivi delle OI

presentano delle peculiarità quanto al loro oggetto perché creano un nuovo

ente e presentano al tempo stesso il carattere di fonte primaria

dell'ordinamento proprio dell'ente. Conseguentemente, ferma restando la

l'applicabilità in termini generali dei Criteri interpretativi codificati nella CV,

nondimeno degli ulteriori criteri sono stati elaborati dalla prassi. Uno di questi

criteri di Carattere teleologico, cioè legata alla finalità perseguita dal Trattato

stesso, è quello dei poteri impliciti.

Paola Catera

Per cui gli Stati contraenti del trattato istitutivo delle OI, stati che perciò

diventano membri dell'OI, si deve ritenere che abbiano voluto conferire alla

organizzazione non soltanto quei poteri che sono espressamente indicati dal

Trattato istitutivo, ma anche ulteriori poteri necessari all'OI per perseguire i

suoi fini. Anche nel far ricorso a questo criterio interpretativo deve essere

utilizzata prudenza al fine di evitare di lasciare una "carta bianca", soprattutto

quando poi questa OI abbia un suo proprio organo interno di interpretazione

dei propri trattati istitutivi.

L'ONU, la CIG lo ha indicato come principale organo giurisdizionale delle OI,

ma ciò non vuol dire che abbia questa funzione di interpretazione delle norme

della carta. Anzi, funziona come giudice arbitrale risolvendo le controversie

tra Stati in virtù delle norme dello statuto stesso e le controversie possono

attenere a qualsiasi questione di diritto internazionale anche non strettamente

attinente all'Ordinamento delle Nazioni unite o ai poteri dell'organizzazione.

C'è maggior legame strutturale, perché la funzione consultiva su richiesta

dell'Assemblea generale o su richiesta del Consiglio di Sicurezza oppure da

parte di altri organi dell'organizzazione o istituti specializzati nelle materie di

competenza.

Anche in altre organizzazioni, ad esempio OMC (organizzazione mondiale del

commercio): anche lei ha un suo meccanismo di risoluzione delle controversie

nelle materie dagli accordi dell'O. Però si stratta di controversie interstatali in

cui sicuramente per decidere se vi sia stato o meno violazione di uno o di

un'altra norma degli accordi, si deve anche interpretarle, però queste

questioni vertono sulle norme materiali. È difficile che per le norme di

contenuto, il meccanismo di risoluzione delle controversie possono decidere

per le questioni attinenti alla sfera delle competenze delle OI.

poteri impliciti

La teoria dei è nata nel contesto della costituzione federale

degli USA e nella ripartizione delle competenze tra il livello di federazione e

stati confederali. È stata elaborata dalla Corte Suprema ed è stata applicata

anche al contesto delle OI. È' stata la CIG, in esercizio della sua funzione

Bernadotte

consultiva, a cominciare dal celebre parere (1949).

Bisognava stabilire se l'ONU, in quanto soggetto autonomo degli Stati membri,

avesse di presentare un richiamo internazionale nei confronti dello Stato

d'Israele, nel quale sarebbe venuto meno di assicurare la sicurezza del

Bernadotte come mediatore internazionale e come agente dell'O, inviato lì.

La questione di stabilire se l'O avesse o meno un autonomo potere di

presentare il reclamo internazionale per l'illecito subito, presupponeva di

stabilire se l'O fosse dotata di soggettività giuridica di diritto internazionale.

Cosa non pacifica perché la carta non chiariva se la giuridicità fosse di diritto

Paola Catera

interno nei vari Paesi in cui l'O era chiamata ad operare o se fosse una vera e

propria soggettività di diritto internazionale.

La corte ricava questa soggettività internazionale proprio in via di

implicazioni, cioè dall'insieme dei poteri propri dell'O così come ad essa

conferiti dagli Stati membri a mezzo della Carta.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 11 APRILE 1949, RIPARAZIONE

DEI DANNI SUBITI AL SERVIZIO DELLE NAZIONI UNITE

Il parere consultivo, al quale già si è fatto riferimento a proposito della soggettività

internazionale delle organizzazioni internazionali (v. supra, nella cartella "gli altri soggetti del

diritto internazionale"), fa riferimento alla teoria dei poteri impliciti per affermare che,

quantunque la Carta delle Nazioni Unite, così come non conferisce espressamente

all'Organizzazione la personalità giuridica di diritto internazionale, nemmeno preveda la sua

capacità di proporre un reclamo internazionale, nondimeno tale capacità debba ritenersi

rientrare implicitamente nei poteri che la Carta stessa ha conferito agli organi

dell'Organizzazione, essendo necessario al fine di consentire l'efficace ed autonomo esercizio

di tali poteri che l'Organizzazione disponga della capacità di presentare i reclami

internazionali che l'esercizio delle sue funzioni renda necessari.

Ci possono essere varie forme di soggettività e si possono contrapporre alla

soggettività originaria la soggettività derivata e funzionale dell'O. Derivata

dagli Stati e funzionale nel senso che limitata a ciò che è necessario al

perseguimento delle funzioni che gli Stati hanno voluto conferire all'O a mezzo

del trattato costitutivo.

La Carta ONU non ha fatto dell'organizzazione un mero organo comune degli

Stati, la cui attività è imputabile agli Stati membri, ma ha creato, all'opposto,

un autonomo e separato centro di imputazione di diritti e di doveri.

La soggettività delle O è reciproca, nel senso che mano a mano che gli Stati

limitano la propria sovranità a favore di una OI, quest'ultima acquista ed

estende la propria soggettività, però non oltre a ciò che gli Stati hanno voluto

ad essa conferire.

CIG, PARERE 13 LUGLIO 1954, EFFICACIA DELLE SENTENZE DEL TRIBUNALE

AMMINISTRATIVO DELLE NAZIONI UNITE.

Il parere della Corte internazionale di giustizia, ponendosi sulla scia del precedente parere del

1949 sulla Riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite (v.), fa riferimento alla

teoria dei poteri impliciti per giustificare il riconoscimento all'Organizzazione del potere di

istituire un tribunale amministrativo, competente a giudicare delle controversie derivanti dai

contratti di servizio intercorsi tra l'Organizzazione e i membri del suo personale. In

particolare, la Corte desume l'esistenza di tale potere dall'assenza di alcuna disposizione nella

Carta che conferisca competenza in proposito ad alcuno degli organi principali dlele Nazioni

Unite e, al tempo stesso, dalla norma dell'art. 105 della Carta, che garantisce l'immunità

giurisdizionale dell'Organizzazione di fronte ai giudici nazionali, giungendo alla conclusione

che la Carta, alla luce dei principi che essa stessa enuncia, non può considerarsi aver voluto

creare una situazione nella quale i membri del proprio personale restino sprovvisti di qualsiasi

tutela giurisdizionale relativamente ai diritti che si basino sul rapporto di servizio con

l'Organizzazione.

Paola Catera

C'era il 105 della carta che prevedeva l'immunità dell'O. La carta aveva

previsto l'istituto, ma non aveva previsto i rimedi conseguenti. E quindi

Soccorre la teoria dei poteri impliciti.

CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE, SENTENZA 31 MARZO 1971, IN

CAUSA 22/70, ACCORDO EUROPEO SUL TRASPOSTO DI MERCI SU STRADA (AETS).

La Corte di giustizia delle Comunità europee (ora, a seguito del Trattato di Lisbona, Corte di

giustizia dell'Unione europea), ha fatto riferimento alla teoria dei poteri impliciti per

giustificare l'attribuzione alla allora Comunità economica europea (ora, come sopra,

all'Unione europea) del potere di concludere accordi internazionali con Stati terzi od

organizzazioni internazionali anche al di là delle ipotesi in cui tale potere le è espressamente

conferito dal Trattato istitutivo. La Corte di giustizia ha desunto tale potere dalle disposizioni

che regolano la competenza interna (vale a dire, ad adottare atti di diritto derivato) nella

materia considerata, argomentando che per le inevitabili ricadute dell'esercizio di tale

competenza su rapporti coinvolgenti anche Stati terzi, essa in tanto potesse essere

efficacemente esercitata in quanto fosse accompagnata da una parallela competenza esterna

nella stessa materia.

Teoria parallelismo : applicazione allo specifico contesto della teoria dei

poteri impliciti. La competenza esterna parallela di una data materia è

considerata implicita nell'attribuzione, sovente dell'avvenuto esercizio da

parte delle istituzioni dell'UE, della loro competenza interna della materia

stessa.

Rileva, al fine dell'esistenza in virtù dei poteri impliciti della competenza

parallela a concludere accordi internazionali con stati terzi o con OI, anche il

fatto che l'UE aveva posto in essere, esercitando la sua competenza in materia

e che la conclusione di accordi internazionali con stati terzi o con OI, possa

per sua natura andare ad avere delle ricadute sull'applicazione di questi Atti.

In presenza di una situazione così configurata, la conclusione di autonomi

accordi era suscettibile di turbare l'uniforme funzionamento. Era necessaria

non solo la competenza esterna parallela, ma anche che questa fosse esclusiva

e non già concorrente con gli stati membri proprio ad assicurare il

mantenimento della disciplina uniforme.

Nel caso della convenzione di Lugano, il discorso è più complicato. Creava

meccanismo sulla giurisdizione tra paesi UE da una parte e paesi terzi

dall'altra.

Si aveva che dall'estensione di questo meccanismo di libera circolazione delle

decisioni anche a paesi terzi, venivano immesse in circolazione sentenze

provenienti da Paesi terzi, le quali potevamo precludere, per effetto della cosa

giudicata, il riconoscimento dell'ipotesi di una sentenza emessa da un paese

membro.

Paola Catera

La conclusione di una convenzione di questo tipo era suscettibile di poter

pregiudicare il perfetto funzionamento del meccanismo di riconoscimento

decisioni tra paesi membri.

Parallelismo è da un duplice criterio: da un lato la previsione di una

corrispondente competenza interna e della necessità che questa sia

completata per poter essere efficacemente posta in essere e quindi

raggiungere il suo scopo da una parallela competenza esterna, ma anche dal

lato materiale che l'UE avesse materialmente esercitato la competenza

interna, ponendo in essere gli atti vincolanti tra tutti i paesi membri di quella

materia e che allo scopo di evitare interferenze con la corretta applicazione

di questi atti , fosse necessario che anche i corrispondenti accordi

internazionali con stati terzi fossero stipulati dall'Unione.

Martedì, 24 Ottobre 2017

Invalidità dei trattati

Norme di codificazione del diritto internazionale generale. Fissa un principio

importante per il quale una presunzione di validità dei trattati, salvo che sia

invocata e provata l’esistenza di una causa di invalidità che sono contemplate

nella Convenzione che si riferiscono ai trattai per i quali la Convenzione si

applica.

L’art 4 CV regime temporale di applicazione, la quale prevede che è fatta

salva l’applicazione anche a trattati che non sia soggetti alle regole della CV.

Le cause di invalidità sono quelle corrispondenti al diritto internazionale

consuetudinario

Art. 43

Obblighi imposti dal diritto internazionale indipendentemente dai trattati

La nullità, l’estinzione o la denuncia di un trattato, il ritiro di una delle parti o la

sospensione dell’applicazione del trattato, quando siano dovute all’applicazione della

presente convenzione od alle disposizioni del trattato, non pregiudicano in alcun

modo il dovere di uno Stato di adempiere ogni obbligo che sia enunciato nel trattato,

Paola Catera

al quale sia soggetto in base al diritto internazionale indipendentemente dal trattato

stesso

L’art 43 la nullità di un trattato non pregiudica l’applicazione di quelle regole

a cui gli stati contraenti siano comunque soggetti in virtù del diritto

internazionale generale o in virtù di altri obblighi pattizi.

Scindibilità delle disposizioni di un trattato

Si riverbera su una distinzione fra:

- Causa di invalidità assoluta

- Causa di invalidità relativa

La possibilità della scissione delle disposizioni dei trattati, invocando una

invalidità parziale che colpisca solo alcune clausole del trattato è solo per

l’azione delle cause di invalidità relativa, per le cause di invalidità assoluta

questa travolge l’intero trattato.

Affinché si possa dare luogo ad una invalidità parziale del trattato è decisivo

che le clausole del trattato colpite dal vizio di invalidità non siano essenziali

per il perseguimento dell’oggetto e dello scopo del trattato stesso.

Art. 44

Scindibilità delle disposizioni di un trattato

1. Il diritto di una parte, previsto nel trattato o derivante dall’articolo 56, di

denunciare il trattato, di ritirarsi da esso o di sospenderne l’applicazione, non

può essere esercitato che nei confronti del trattato stesso nel suo insieme, a

meno che quest’ultimo non disponga o le parti non convengano altrimenti.

2. Un motivo di nullità o di estinzione di un trattato, o di ritiro di una delle parti o

di sospensione dell’applicazione del trattato, riconosciuto ai sensi della

presente convenzione, non può essere invocato che nei confronti del trattato

nel suo insieme, fatte salve le condizioni previste dai paragrafi seguenti o

dall’articolo 60.

3. Se il motivo in questione si riferisce soltanto ad alcune clausole particolari,

esso non può essere invocato nei confronti di quelle sole clausole quando:

a) Tali clausole si possano scindere dal resto del trattato per quanto attiene

alla loro esecuzione;

b) Risulti dal trattato o sia altrimenti accertato che l’accettazione delle

suddette clausole abbia costituito per l’altra parte o per le altre parti del

trattato, la base essenziale del loro consenso ad essere vincolate dal

trattato nel suo insieme;

c) Non sia ingiusto continuare ad eseguire quanto rimane del trattato.

1. Nei casi dipendenti dagli articoli 49 e 50, lo Stato che abbia diritto ad invocare

il dolo o la corruzione, può farlo sia nei confronti dell’insieme del trattato che,

nel caso di cui al paragrafo 3, soltanto nei confronti di alcune clausole

particolari.

2. Nei casi previsti dagli articoli 51, 52 e 53, non è ammessa scissione delle

disposizioni di un trattato.

Paola Catera

Art 60 inadimplenti non est

causa di estinzione del trattato, causa di

adimplendum.

La scindibilità si ammette per le cause di invalidità relative dell’art 49 – 50 si

riferiscono al dolo e alla corruzione dell’organo stipulante che sono di solito

cause di invalidità che operano in danno di una parte specifica del trattato.

Non è ammessa la scindibilità in relazione alle clausole di invalidità assolute:

Art 51

- – la violenza sull’organo stipulante

Art 52

- – la violenza sullo stato parte in quanto tale

Art 53 ius congens

- – la concretità dello

Altra differenza di regime tra le cause assolute e quelle relative attiene alla

possibilità di una sanatoria che opera solo in riferimento alle cause di

invalidità relativa. È l’acquiescenza dello stato cui spetterebbe di rilevare la

causa di invalidità relativa, di fatto rinuncia a farla valere.

Art 46 – 47 – violazioni delle norme interne dello stato sulla competenza a

stipulare

Art 48 – errore

Art 49 – 50 – dolo o la corruzione di un organo stipulante

60 – 62 CV – estinzione dei trattati

L’acquiescenza dello stato può manifestarsi in due modi:

- Espressa accettazione

- Esecuzione ad un trattato

Art. 46

Disposizioni di diritto interno concernenti la competenza a concludere trattati

1. Il fatto che il consenso di uno Stato ad essere vincolato da un trattato sia stato

espresso violando una disposizione del suo diritto interno concernente la

competenza a concludere trattati, non può essere invocato da tale Stato per

infirmare il proprio consenso, a meno che tale violazione non sia stata

manifesta e non concerna una norma di importanza fondamentale del proprio

diritto interno.

2. Una violazione è manifesta quando essa appaia obiettivamente evidente ad

ogni Stato che si comporti, in materia, in base alla normale prassi ed in buona

fede.

L’adesione dell’Italia alla carta delle NU, questa adesione avrebbe dovuto

essere preceduta da una legge di autorizzazione delle Camere, ma non vi fu

questa legge preventiva di autorizzazione all’adesione perché in quegli anni si

temeva un esito negativo del dibattito parlamentare, si pensò di procedere in

via esecutiva depositando l’atto di adesione in seguito al procedimento in seno

Paola Catera

all’organizzazione per ottenere l’ammissione dell’Italia alle NU. Si poteva dire

dell’art 46 CV

che ci fosse la causa di invalidità . dell’art 46 CV

L’atto di adesione dell’Italia poteva essere invalido ai sensi , si

è ritenuto che la legge che venne adottata dal Parlamento due anni, con la

quale è stata data esecuzione alla carta delle NU in Italia, avrebbe dovuto

considerarsi alla stregua di una sanatoria, perché, nonostante sia una atto a

fini del diritto interno dello stato, possa essere considerato una sanatoria,

perché l’Italia ha accettato di voler conformarsi alle norme contenute alla

Carta delle NU. l’art 46

Sanatoria perché è una causa di invalidità relativa che può essere

fatta valere dallo stato a cui si riferisce la violazione e lo stato stesso può

sanare questa violazione. Formulata in senso negativo.

L’affidamento in colpevole che adottando il normale standard di vigenza di

questa materia, altri stati abbiano fatto nella valida manifestazione del

contratto del consenso da parte dello stato a cui il vizio si riferisce.

Art 47

Restrizione particolare del potere di esprimere il consenso di uno Stato

Se il potere di un rappresentante di esprimere il consenso di uno Stato ad essere

vincolato da un determinato trattato è stato oggetto di particolari restrizioni, il fatto

che detto rappresentante non ne abbia tenuto conto non può essere invocato come

suscettibile di viziare il consenso da lui espresso, a meno che la restrizione non sia

stata notificata, prima che tale consenso venisse espresso, agli altri Stati che hanno

partecipato al negoziato.

Non vi è una restrizione del potere plenipotenziario, perché gli stati devono

potersi ritenere di fare affidamento su quella che è la prassi abituale tenuta in

materia di confusione di trattati, per cui la conoscenza di eventuali restrizioni

non piò essere presunta da parte degli altri contraenti e può essere fatta

valere solo se questa restrizione fosse portata a coscienza degli altri

contraenti.

SENTENZA ARBITRALE, 31 LUGLIO 1989, DELIMITAZIONE DELLA PIATTAFORMA

CONTINENTALE GUINEA-BISSAU C. SENEGAL

La sentenza arbitrale afferma che non possa ostare alla validità della conclusione di un

accordo internazionale in forma semplificata la presunta violazione delle norme costituzionali

interne di una delle parti contraenti, nella specie il Portogallo, che avrebbe imposto

l'approvazione del trattato da parte dell'Assemblea nazionale, laddove al tempo della

conclusione dell'accordo in questione era prassi che tali accordi fossero conclusi direttamente

dal Presidente Salazar, il quale al tempo era il capo incontrastato del regime autoritario

esistente nel paese, al punto che poteva considerarsi che l'altra parte, la Francia, avesse fatto

affidamento in buona fede sulla valida conclusione dell'accordo.

Paola Catera

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 10 OTTOBRE 2002, FRONTIERA

TERRESTRE E MARITTIMA (CAMERUN C. NIGERIA)

La Corte internazionale di giustizia afferma la validità ed efficacia come accordo

internazionale vincolante per le parti di una dichiarazione congiunta sottoscritta dai

presidenti del Camerun e della Nigeria, a ciò non potendo opporsi da parte della Nigeria che il

capo dello Stato avrebbe a tal fine necessitato della preventiva approvazione del proprio

governo ovvero Consiglio supremo militare. La Corte infatti, con riferimento all'art. 46, par. 2

della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, rileva che la violazione lamentata

di una norma interna sulla competenza a stipulare, benché riguardante una norma di

importanza fondamentale, non poteva considerarsi evidente per la controparte ai sensi della

norma in questione, posto che non poteva presumersene la conoscenza da parte di

quest'ultima, avuto riguardo al fatto che il capo dello Stato figura tra gli organi individuati

dall'art. 7, par. 2 della stessa convenzione come investiti di diritto dei pieni poteri.

Art 48

Errore

1. Uno Stato può invocare un errore in un trattato come suscettibile di viziare il

proprio consenso ad essere vincolato dal trattato stesso quando l’errore verte

su di un fatto o su di una situazione che tale Stato supponeva esistesse al

momento della conclusione del trattato e che costituiva base essenziale per il

consenso di detto Stato ad essere vincolato dal trattato.

2. Il paragrafo 1 non si applica quando detto Stato abbia contribuito con la sua

condotta a tale errore o quando le circostanze siano state tali che esso avrebbe

dovuto essere a conoscenza della possibilità di un errore.

3. Un errore che riguardi soltanto il modo in cui il testo di un trattato è redatto

non ne pregiudica la validità; in tal caso viene applicato l’articolo 79.

Errore essenziale non è un qualsiasi errore che può essere invocato come

causa di invalidità del trattato, ma solo un errore che cada su una circostanza

di fatto che sia stata determinante de consenso per gli stati ad obbligarsi. Si

vuole tutelare la buon fede dei rapporti internazionali ed evitare che uno stato

scovi un errore che avrebbe viziato il suo consenso.

L’errore deve essere essenziale e non può applicarsi quando lo stato coinvolto

abbai contribuito al prodursi dell’errore.

Norma di causa di invalidità relativa.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 15 GIUGNO 1962, CAMBOGIA C.

THAILANDIA, CASO DEL TEMPIO DI PRÉAH VIHÉAR

La sentenza si sofferma sull'errore essenziale come causa di invalidità dei trattati. In

particolare, con riferimento ad un trattato concluso il 13 febbraio 1904 tra la Francia, che

esercitava il dominio coloniale sull'Indocina, e il Regno del Siam, odierna Thailandia, si

trattava di accertare se questo fosse viziato da errore nella parte in cui, nel determinare il

confine tra l'Indocina, nella parte corrispondente al territorio dell'odierna Cambogia, e il

Siam, aveva deviato dalla linea determinata secondo certi riferimenti naturalistici fissati nel

trattato stesso facendo ricadere l'area su cui insisteva il tempio di Préah Vihéar nel territorio

indocinese anziché in quello siamese. La Corte internazionale di giustizia ritenne che nella

specie non potesse essere invocato il vizio dell'errore, dal momento che lo Stato contraente

Paola Catera

che lo eccepiva non poteva affermare di non essere stato al corrente dell'intenzione della

controparte di determinare il confine in tal modo nell'area interessata, risultando ciò

chiaramente dai lavori di una Commissione mista nominata dalle due parti al fine di

concretamente determinare il confine in base all'accordo, non sussistendo quindi i

presupposti della non riconoscibilità dell'errore al momento della conclusione dell'accordo e

dell'assenza di contributo al suo verificarsi ad opera della parte che lo invoca.

Art 49

Dolo

Ove uno Stato sia stato spinto a concludere un trattato dalla condotta fraudolenta di

un altro Stato che ha partecipato ai negoziati, esso può invocare il dolo come

suscettibile di viziare il proprio consenso ad essere vincolato dal trattato.

Il dolo di cui si parla è assimilabile come vizio del consenso dei negozi

giuridici di diritto interno. Il dolo si ha l’induzione di un parte in errore ad

opera della parte fraudolente dell’altra.

È una causa relativa si enuncia ove uno stato sia stato spinto quello stato può

invocare. Solo lo stato vittima della condotta fraudolenta a poter invocare

questa causa. Approccio restrittivo volto a tutelare la valida conclusione del

trattato.

Circostanze limite. Lo stato per negligenza che cada vittima della manovra

dolosa dell’altro stato potrebbe trarsi precluso ad invocare questo dolo.

Art 50 ultima causa relativa

Corruzione del rappresentante di uno Stato

Ove l’espressione del consenso di uno Stato ad essere vincolato da un trattato sia

stata ottenuta mediante la corruzione del suo rappresentante con azione diretta o

indiretta di un altro Stato che ha partecipato ai negoziati, lo Stato può invocare detta

corruzione come suscettibile di viziare il proprio consenso ad essere vincolato dal

trattato.

Si riferisce ai trattati conclusi in forma semplificata, in cui la manifestazione

del consenso a vincolarsi è espressa dal plenipotenziario. Forma particolare di

dolo perché è un raggiro per trovare il consenso dello stato.

Vi è una coincidenza fra lo stato colpito dal vizio dallo stato che può invocare,

si interrompe perché non si legittima solo quello stato, ma si configura un

effetto generale invalidante che può essere fatto valere da qualunque stato

che non può essere sanabile.

La violenza sul plenipotenziario sempre su trattati conclusi in forma

semplificata.

Art 51

Paola Catera

Violenza esercitata sul rappresentante di uno Stato

Il consenso espresso da uno Stato ad essere vincolato da un trattato che sia ottenuto

con la violenza esercitata sul suo rappresentante a mezzo di atti o minacce contro di

lui dirette, è privo di ogni effetto giuridico.

Art 52

Violenza esercitata su di uno Stato con le minacce o l’uso della forza

Qualsiasi trattato la cui conclusione sia stata ottenuta con le minacce o con l’uso

della forza in violazione dei principi di diritto internazionale incorporati nella Carta

delle Nazioni Unite sarà ritenuto nullo.

C’è una diversità in vista dell’analogia delle cause di invalidità dei trattati e

cause di invalidità dei negozi giuridici di diritto interno. Nel caso di uno stato

c’è una dissociazione da parte di un soggetto titolare del rapporto che si viene

a creare e l’organo mezzo per il quale il trattato deve essere concluso.

La violenza dello stato in quanto tale solo in quanto rileva solo quando

raggiunga la soglia della minaccia con l’uso della forza. Riferimento alle

regole della carta delle NU.

dell’art 52

La violenza è più di recente emersione, perché è collegata ad una

regola che minaccia dell’uso della forza per la risoluzione della controversie,

mentre un tempo era legittimo.

CORTE DISTRETTUALE DI ARNHEM (PAESI BASSI), 17 GENNAIO 1952, CASO

MAENNER (ACCORDO RELATIVO ALLA CESSIONE DEI SUDETI)

La sentenza si sofferma sulla violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico

riferimento al trattato tra la Germania e la Cecoslovacchia del 20 novembre 1938 relativo alla

cessione del territorio dei Sudeti, per effetto del quale i cittadini cecoslovacchi residenti nel

territorio in questione avevano acquisito la cittadinanza tedesca, con la conseguenza

materiale di non poter beneficiare, in base alla legge dei Paesi Bassi relativa alla riparazione

dei danni di guerra, delle misure di ristoro stabilite dalla legge stessa. La corte distrettuale

olandese alla quale l'attore si era rivolto ritenne invalido il trattato in questione in quanto esso

era stato concluso sotto la minaccia della violenza bellica nei confronti della Repubblica

cecoslovacca, con conseguente venir meno della cittadinanza tedesca conferita all'attore in

virtù del trattato stesso. La sentenza venne peraltro rovesciata in appello, osservandosi in

quella sede che la Cecoslovacchia aveva dato esecuzione all'accordo e non ritenendosi

pienamente provata l'esistenza di una regola di diritto internazionale generale per la quale

debbano considerarsi nulli gli accordi conclusi sotto costrizione, essendo nella prassi sovente

gli accordi di cessione di territorio conclusi attraverso pesanti pressioni o l'uso della forza

bellica.

DIVISIONE GIUDIZIARIA DEL CONSIGLIO PER IL RIPRISTINO DEI DIRITTI, SENT.

29 GIUGNO 1956, RATZ-LIENERT, KLEIN C. ISTITUTO BEHEERS

La sentenza, come le precedenti della Corte distrettuale e della Corte d'appello di Arnhem

rispettivamente del 17 gennaio e del 18 novembre 1952, concerne la validità del trattato di

Berlino del 20 novembre 1938 tra la Germania e la Cecoslovacchia, per il quale, a seguito

della cessione del territorio dei Sudeti al Reich tedesco, gli abitanti di tale territorio avevano

Paola Catera

acquistato la cittadinanza tedesca. Diversamente dalle conclusioni alle quali era pervenuta la

Corte d'appello di Arnhem nella sentenza da ultimo ricordata, la Divisione giudiziaria della

Commissione per il ripristino dei diritti olandese ritenne invalido il trattato in questione, in

quanto concluso sotto costrizione esplicita, ineludibile ed illecita, dal momento che la

Cecoslovacchia aveva accettato di divenire parte al trattato solo dopo aver dovuto subire la

cessione del territorio dei Sudeti alla Germania, impostale per effetto dell'accordo di Monaco

del 29 settembre 1938 intervenuto tra la Germania, l'Italia, la Gran Bretagna e la Francia e

attuata sotto la minaccia dell'invasione bellica.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 2 FEBBRAIO 1973, REGNO UNITO

C. ISLANDA E REP. FED. DI GERMANIA C. ISLANDA (GIURISDIZIONE SULLE ZONE

DI PESCA)

La sentenza tratta della violenza come causa di invalidità dei trattati, con specifico riferimento

ad un accordo concluso tra il Regno Unito e l'Islanda in merito alla delimitazione delle zone di

pesca nel Mare del Nord, del quale l'Islanda affermava l'invalidità per essere stato concluso

sotto la minaccia dell'uso della forza bellica. Nella specie, essendo l'accordo stato concluso in

esito ad una fase di tensione tra i due Stati, nella quale il Regno Unito aveva posto in essere

misure di intimidazione mediante il dispiegamento della flotta militare britannica, la Corte

internazionale di giustizia ha ritenuto nondimeno che l'Islanda non avesse adeguatamente

suffragato l'eccezione del vizio di violenza con prove atte a dimostrare la effettiva incidenza

degli atti di intimidazione in questione sulla determinazione della volontà dell'Islanda di

concludere l'accordo, che al contrario risultava invece negoziato su di un piano di perfetta

parità tra i due Stati. jus congens.

Contrasto del trattato con una forma di

Art 53

Trattati in contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale generale

(jus cogens)

È nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con

una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della presente

convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una

norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati

nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non

può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale

avente lo stesso carattere.

È disomogenea rispetto alle altre, perché le altre si riferiscono a vicende di

l’art 53

carattere procedurale, invece quanto alla contrarietà della norma di

ius cogens non attiene alle modalità o circostanze delle quali il trattato è stato

stipulato, ma attiene al contenuto del tratto a ciò che le parti hanno

concordato nel trattato stesso.

Il contrasto del trattato nella sistematica della CV si formerà in due sensi:

- Come causa di invalidità del trattato, vizio originale del consenso se la

norma è preesistente al trattato in cui le parti hanno negoziato il

trattato

Paola Catera

- Ius congens superveniens la sopravvenienza di una nuova norma

imperativa del diritto internazionale generale, con la quale il trattato

vada a confliggere proprio per il fatto del sopravvenire.

In questo secondo caso viso che la norma si forma solo successivamente alla

conclusione dell’entrata in vigore del trattato, si tratterà di una causa di

ius congens

estinzione e non di invalidità. Le norme di sono tali perché si

tutelano un interesse generale che è sottratto al potere di disporre dei singoli

stati. Mercoledì, 24 Ottobre 2017

Ius cogens

La sua incidenza come causa di invalidità dei trattati che contengono al loro

interno delle trascrizioni contrastanti con norme imperative di diritto

internazionale generale.

La categoria delle norme ius cogens è una categoria di recente emersione.

Tanto che nei lavori della Commissione del diritto internazionale delle Nazioni

Unite venne contestata da alcune parti, esattamente la parte francese.

L’opportunità della introduzione di una Convenzione di regole come quelle

artt. 53 e 64

degli , che prevedono appunto, rispettivamente, l'invalidità del

ius cogens

Trattato che contrasti con una norma di di diritto internazionale

art. 64

inderogabile esistente dal momento della sua formazione, o , la

ius cogens

restrizione in caso di contrasto con norma che si formi

successivamente, ne veniva discussa l'effettiva corrispondenza di questa

regola di diritto internazionale generale esistente al momento, cosicchè la

Francia si rifiutò di ratificarla.

CORTE PERMANENTE DI GIUSTIZIA INTERNAZIONALE, SENT. 12 DICEMBRE 1934,

OSCAR CHINN, OPINIONE INDIVIDUALE DEL GIUDICE SCHUECKING

L'opinione individuale in questione costituisce una delle prime affermazioni dell'esistenza di

un nucleo di regole di diritto internazionale generale le quali non possono essere derogate

dalla volontà delle parti, con conseguente invalidità di ogni accordo che contenesse statuizioni

contrastanti con tali regole. L'opinione individuale in questione trae spunto a tal fine dalla

norma dell'art. 20 del Patto della Società delle Nazioni, che prevede l'obbligo per gli Stati

Paola Catera

contraenti di non contrarre per il futuro tra di loro obblighi incompatibili con le disposizioni

del Patto, affermando che sarebbe da considerarsi implicita nella volontà stessa degli Stati di

porre in essere la Società delle Nazioni e di promuovere al suo interno un'attività di

codificazione del diritto internazionale l'intenzione di convenire determinate regole giuridiche

con l'effetto che esse non possano essere derogate tramite l'accordo di alcune parti soltanto.

La CIG a composizione collegiale ammette le opinioni:

- Individuali – l'opinione individuale è quella che se ne discosta per

quanto attiene all'argomentazione.

- Dissenziente – l'opinione dissenziente è quella che dissente il tale

risultato raggiunto dalla soluzione accolta dalla Corte.

In questa materia prettamente di diritti patrimoniali si potrebbe dubitare

dell'idoneità di questo particolare ambito, a figurare come terreno di

emersione di norme cogenti.

Nell'opinione di Schuecking la Corte dà l'idea di inderogabilità di alcun regole

fondamentali contenute nel Patto Società delle Nazioni.

È un Trattato a sua volta, quindi in quanto tale non può dare luogo alle norme

ius cogens

di se non nella misura in cui si ritenga che alcune norme in esso

contenute, oltre ad essere corrispondenti a regole di diritto internazionale

consuetudinario, siano corrispondenti a norme di diritto consuetudinario

avente carattere cogente. all'art.103

La dottrina ha fatto riferimento della carta Nazioni Unite, come

cogens,

guida all'individuazione almeno di un certo numero di norme che

troverebbero codificazione nei principi generali a cui l'organizzazione si basa.

L’idea di Schuecking, per allora molto innovativa, è che analogo fenomeno

venisse con riferimento alla Carta delle Società delle Nazioni, nel caso in cui

questo contiene questa clausola di supremazia.

Secondo lui questa clausola tanto si giustificherebbe, in quanto le norme del

Patto della Società delle Nazioni, potessero considerarsi ricognitive di norme

particolarmente imperative e atte a tutelare interessi generali, altrimenti non

si giustificherebbe questa sovra ordinazione delle norme del Patto.

contra bonus mores.

C’è un richiamo della figura dei Trattati Ci sarebbe una

sorta di ordine pubblico e buon costume anche nei rapporti giuridici

internazionali e sarebbe costituito dal rispetto di certi principi di moralità e di

etica delle relazioni internazionali.

Bisognerebbe sancire l'esistenza di questi principi all'interno di regole morali

internazionali e tradurle in regole vincolanti e provviste del contributo di

inderogabilità delle altre regole di diritto internazionale

Paola Catera

Si inizia così a discutersi l'idea che ci siano dei principi fondamentali che

prevalgono e verso i quali non si possono contrarre degli obblighi di carattere

pattizio che siano con essi incompatibili. Al tempo stesso questa figura viene

anche coltivata in dottrina, in alcuni scritti apparsi nel 1938, in modo

particolare la teoria giusnaturalistica di Kelsen, Verdross, Lauterpacht.

CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA, SENT. 7 APRILE 1965, VALUTAZIONE DEGLI

STRANIERI PER LA TASSAZIONE DI GUERRA

La sentenza della Corte costituzionale tedesca fa riferimento alla regola dell'art. 25 della

Legge fondamentale (Grundgesetz) tedesca, concernente l'adattamento del diritto tedesco alle

regole di diritto internazionale, osservando che la norma, nel prevedere l'adattamento a tali

regole nella misura in cui esse siano da considerarsi valide ai sensi del diritto internazionale

stesso, per implicazione non può consentire la produzione di effetti in Germania a regole

contenute in accordi internazionali che siano in contrasto con norme di diritto internazionale

generale inderogabili. A questo riguardo, la Corte osserva come soltanto poche regole

giuridiche di importanza fondamentali siano da considerarsi provviste di tale carattere

inderogabile, dovendo trattarsi di regole che siano profondamente radicate nel convincimento

della comunità degli Stati e che siano indispensabili per l'esistenza stessa di un ordinamento

giuridico internazionale.

La corte tedesca sembra accogliere l'idea che le norme internazionali possono

a loro volta poter soggiacere ad un requisito di validità dal punto di vista

dell'ordinamento internazionale.

Con questo si inseriscono anche qui regole cogenti perché inderogabili in

opinio

quanto poste in ottica di specialità, sovraordinate. Regole sorrette da

iuris cogentis, tutelano interessi internazionali. I procedimenti di adattamento

presuppongono che le fonti siano compiuti in essere nell'ordinamento

d'origine, cioè nel trattato internazionale.

La Corte Costituzionale tedesca sovrappone due aspetti:

Norme ius cogens

- , da intendersi in ottica gerarchica come norme

diritto internazionale generale inderogabile.

Norme istitutive di obblighi erga omnes

- , obblighi che ogni Stato

uti singuli – uti

singolo – deve nei confronti Stati universi.

All'imperatività e obbligatorietà corrisponde la presenza di interessi e valori

che non sono propri di due o più Stati soltanto, ma sono valori propri della

Comunità nel suo insieme, al punto che ogni Stato avrebbe interesse a

invocarne il rispetto e a reclamare in caso ne riscontrasse la violazione, anche

ove quello Stato non è direttamente e specificamente leso dalla violazione

stessa.

Lo straniero deve essere tutelato nei suoi diritti, ma anche che non debba

andare assoggettato a degli obblighi che non trovi giustificazione in un

sufficiente collegamento tra lo straniero stesso e il territorio dello Stato in cui

si trova.

Paola Catera

TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE PER I CRIMINI COMMESSI NELL'EX-

JUGOSLAVIA (CAMERA DI PRIMA ISTANZA), SENT. 10 DICEMBRE 1998,

FURUNDZIJA

La sentenza si sofferma sulla definizione della tortura come crimine internazionale,

affermando la natura del divieto di tortura quale norma imperativa di diritto internazionale

ovvero di ius cogens. Secondo quanto affermato dal Tribunale, la norma di diritto

internazionale generale che vieta la commissione di atti di tortura, oltre a presentare

carattere inderogabile, si presenta idonea a far sorgere obblighi erga omnes, nel senso che la

violazione di tale obbligo da parte di un qualsiasi soggetto di diritto internazionale costituisce

al tempo stesso una violazione del corrispondente diritto a che l'obbligo sia rispettato del

quale sono titolari tutti i membri della comunità internazionale, con la conseguenza che

ciascuno di essi ha diritto di richiedere il rispetto di tale obbligo ovvero la cessazione della

sua violazione.

Non refoulement: divieto di respingimento in materia diritto di

immigrazione.

- Irretroattività che rende inapplicabile regole in essa contenute in

relazione a trattati conclusi anteriormente alla sua entrata in vigore, se

non nella misura in cui si tratta di norme contenute nella CV le quali

corrispondono per l'appunto al diritto internazionale generale.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENTENZA 3 FEBBRAIO 2006, REP. DEM.

CONGO C. RUANDA, ATTIVITÀ ARMATE SUL TERRITORIO DEL CONGO (NUOVO

RICORSO DEL 2002)

La sentenza si sofferma sulla irretroattività della disciplina del diritto dei trattati contenuta

nella Convenzione di Vienna del 1969 (v. cartella "Testi normativi di riferimento generale"),

per cui, in base al suo art. 4, la Convenzione non si applica ai trattati conclusi anteriormente

alla sua entrata in vigore per gli Stati contraenti interessati. Nella specie, la Corte respinge

l'argomentazione volta a superare tale limite temporale all'applicazione della Convenzione, al

fine di applicarla, per quanto rilevava ai fini del caso di specie, alla Convenzione per la

prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948. Tale argomentazione

si basava sul carattere di codificazione delle norme di diritto internazionale generale in

materia proprio della Convenzione di Vienna del 1969, per cui le sue regole avrebbero in

sostanza potuto considerarsi preesistenti alla Convenzione e quindi applicabili anche a trattati

conclusi anteriormente. La Corte, nel confermare il carattere di codificazione proprio della

Convenzione di Vienna, nondimeno afferma che tale carattere non è riscontrabile nelle

disposizioni di carattere procedurale come quella contenuta nell'art. 66, che prevede la

sottoponibilità alla Corte internazionale di giustizia di questioni attinenti alla contrarietà a

norme cogenti.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 3 FEBBRAIO 2012, IMMUNITÀ

GIURISDIZIONALI DELLO STATO (GERMANIA C. ITALIA)

La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa all'immunità giurisdizionale della

Germania dalle azioni risarcitorie proposte davanti ai giudici italiani dalle vittime e da parenti

delle vittime dei crimini commessi dalle forze armate tedesche in territorio italiano durante la

seconda guerra mondiale, ha negato, ritenendo non conforme al diritto internazionale

l'orientamento in proposito adottato dalla Corte di cassazione italiana, che il carattere di ius

cogens delle norme violate dagli atti che davano origine alle azioni risarcitorie in questione

potesse comportare, in assenza di una specifica regola di carattere consuetudinario che lo

prevedesse, un'eccezione all'applicazione delle regole generali di diritto internazionale

Paola Catera

consuetudinario che prevedono l'immunità giurisdizionale degli Stati esteri rispetto ad azioni

giudiziarie concernenti atti posti in essere iure imperii, vale a dire nell'esercizio della potestà

d'imperio dello Stato estero, come gli atti pur qualificabili alla stregua di crimini

internazionali che formavano oggetto delle azioni in questione. La Corte ha inoltre negato che

tra le une e le altre norme potesse configurarsi un reale contrasto, dato che esse avevano un

carattere diverso, procedurale le norme consuetudinarie in materia di immunità

giurisdizionale dello Stato estero, sostanziale le norme di ius cogens che vietando la

commissione di crimini internazionali tutelano i diritti fondamentali della persona umana.

Le regole confliggenti: da un lato le regole sui diritti umani e dall'altro le

regole consuetudinarie semplici che garantiscono le immunità giurisdizionale

degli Stati Esteri per gli atti iure imperi.

Iure imperi:

- atti commessi nell'esercizio della potestà d'imperio

Iure gestionis:

- atti commessi nell'esercizio privato.

Martedì, 31 Ottobre 2017

Estinzione dei trattati

Il fenomeno dell’estinzione si ha quando un trattato è valido e dopo cessa di

ex nunc.

produrre effetti per qualche evenienza sopravvenuta con effetto

Paola Catera

Nel caso dell’estinzione il fenomeno sopravvenuto è di carattere definitivo, il

caso di sospensione dell’efficacia dei trattati il fenomeno sopravvenuto è di

carattere temporaneo. Le stesse cause possono operare come cause di

sospensione e estinzione a seconda del tipo di carattere che presentano.

Si distinguono dalle cause di estinzione quelle previste dal trattato:

- Temine finale – allo scadere del termine questo cessa di avere

applicazione

- Condizione risolutiva espressa – è legata al verificarsi di un evento dopo

il quale il trattato cessa di avere applicazione.

L’estinzione per mutuo consenso. Le parti devono consultare anche quelli che

stati che avessero partecipato al trattato anche se non era entrato in vigore

nei loro confronti.

Art. 54

Estinzione di un trattato o ritiro da esso in base alle disposizioni del trattato stesso o

con il consenso delle parti

L’estinzione di un trattato o il ritiro di una parte possono avere luogo:

a) In base alle disposizioni del trattato;

b) o b) in ogni momento, con il consenso di tutte le parti, previa consultazione

degli altri Stati contraenti.

Alcuni trattati multilaterali aperti di carattere normativo subordinano la loro

entrata in vigore al raggiungimento di un numero di ratifiche, perché con la

codificazione le norme possono considerarsi ricognitive e non siano

considerate.

Se uno degli stati previsti recede, ma il trattato resta in vigore per tutti gli

altri.

Art. 55

Numero di parti di un trattato multilaterale inferiore al numero necessario per la sua

entrata in vigore

A meno che il trattato non disponga altrimenti, ad un trattato multilaterale non si

pone termine per il solo motivo che il numero delle parti è inferiore al numero

necessario per la sua entrata in vigore.

Art. 56

Denuncia o ritiro nel caso di un trattato che non contenga disposizioni relative

all’estinzione, alla denuncia o al ritiro

Paola Catera

1. Un trattato che non contenga disposizioni relative alla sua estinzione e che non

preveda la possibilità di un ritiro o di una denuncia non può essere oggetto di

denuncia o di ritiro, a meno che:

a) Non sia accertato che era nell’intenzione delle parti di accettare la

possibilità di una denuncia o di un ritiro;

b) b) il diritto alla denuncia o al ritiro non possa essere dedotto dalla

natura del trattato.

2. Una parte deve notificare con almeno dodici mesi di anticipo la propria

intenzione di denunciare un trattato o di ritirarsi da esso in base alle

disposizioni del paragrafo 1.

Un esempio tipico è la carta delle NU, non disciplina il recesso. Per un verso è

il silenzio della carta, ma si tratta di un trattato particolare.

Art. 59

Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione implicite a causa della

conclusione di un trattato successivo

1. Si ritiene che un trattato abbia avuto termine qualora tutte le parti del trattato

abbiano concluso successivamente un trattato sullo stesso argomento e:

a. Se risulta dal trattato successivo od è in altro modo accertato che era

intenzione delle parti di regolare la materia in questione con tale

trattato; o

b. Se le disposizioni del trattato successivo sono incompatibili con quelle

dei trattato precedente in modo tale che non sia possibile applicare due

trattati contemporaneamente.

2. Il trattato precedente viene considerato semplicemente sospeso quando risulti

dal trattato successivo o sia in altro modo accertato che questa era l’intenzione

delle parti.

Art. 60

Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione come conseguenza

della sua violazione

1. Una sostanziale violazione di un trattato bilaterale da parte di una delle parti

autorizza l’altra parte a invocare la violazione come motivo per porre termine

al trattato o sospenderne completamente o parzialmente l’applicazione.

2. Una sostanziale violazione di un trattato multilaterale da parte di una delle

parti autorizza:

a) Le altre parti, che agiscono di comune accordo, a sospenderne

completamente o parzialmente l’applicazione o a porvi termine:

i. Sia nelle relazioni fra di loro e lo Stato autore della violazione;

ii. Che fra tutte le parti;

b) Una parte particolarmente danneggiata dalla violazione, ad invocare

detta violazione come motivo di sospensione dell’applicazione completa

o parziale del trattato nelle relazioni fra di essa e lo Stato autore della

violazione;

c) Qualsiasi parte diversa dallo Stato autore della violazione, ad invocare la

violazione come motivo per sospendere l’applicazione dei trattato

completamente o parzialmente per quanto la riguarda, se detto trattato

Paola Catera è di natura tale che una violazione sostanziale delle disposizioni

compiuta da una parte modifichi radicalmente la situazione di ciascuna

delle parti relativamente al successivo adempimento dei propri obblighi

in base al trattato.

3. Ai fini dei presente articolo, per violazione sostanziale di un trattato si intende:

a) Un rifiuto del trattato che non sia autorizzato dalla presente

convenzione; o Diritto dei trattati 20 0.111

b) La violazione di una disposizione essenziale per la realizzazione

dell’oggetto o dello scopo del trattato.

4. I paragrafi precedenti non pregiudicano nessuna delle disposizioni del trattato

che si possa applicare in caso di violazione.

5. I paragrafi da 1 a 3 non si applicano alle disposizioni riguardanti la protezione

della persona umana che sono contenute nei trattati di carattere umanitario ed

in particolare non si applicano alle disposizioni che escludono ogni forma di

rappresaglia esercitata nei confronti di persone che sono protette dai

summenzionati trattati.

Inadimplenti non est adimplendum, libera l’altra dal suo obbligo di osservare

il trattato. I diritti e gli obblighi derivanti dal trattato sono causati da

reprocità.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 25 SETTEMBRE 1997, UNGHERIA

C. SLOVACCHIA, PROGETTO GABCIKOVO-NAGYMAROS (DIGHE SUL DANUBIO)

La sentenza della Corte internazionale di giustizia, oltre a soffermarsi sul profilo

dell'inadempimento come causa di estinzione dei trattati si è soffermata altresì sui

presupposti delle ulteriori cause di estinzione dei trattati costituite dall'impossibilità

sopravvenuta dell'esecuzione del trattato e dal mutamento fondamentale delle circostanze

esistenti al momento della conclusione del trattato (c.d. clausola "rebus sic stantibus"). Con

riferimento alla prima, la Corte ha negato che potesse comportare una effettiva impossibilità

sopravvenuta dell'esecuzione il mero sopravvenire di difficoltà finanziarie di uno Stato parte,

per quanto gravi. Con riferimento alla seconda, la Corte ha negato che, in relazione

all'oggetto del trattato, che comportava l'esecuzione di opere di carattere idraulico a scopo di

produzione di energia e di miglioramento delle vie navigabili, potessero comportare un

mutamento fondamentale delle circostanze che avevano determinato il consenso delle parti ad

obbligarsi i mutamenti di carattere politico avvenuti nei due Stati successivamente alla

conclusione del trattato.

La Corte internazionale di giustizia nella sentenza in esame, oltre a pronunciarsi sul punto

della successione degli Stati nei trattati (v.), si è soffermata sull'inadempimento come causa di

estinzione dei trattati. Nella specie, l'avere la Cecoslovacchia unilateralmente deciso di

realizzare una deviazione delle acque del fiume Danubio a proprio vantaggio costituiva un

inadempimento essenziale agli obblighi assunti con il trattato concluso con l'Ungheria.

contra factum proprium

Divieto di venire

Art. 61

Sopravvenienza di una situazione che renda impossibile l’esecuzione

1. l. Una parte può invocare l’impossibilità di dare esecuzione ad un trattato come

motivo per porvi fine o per ritirarsene qualora tale impossibilità risulti dalla

sparizione o dalla definitiva distruzione di un oggetto indispensabile

Paola Catera

all’esecuzione del trattato in questione. Quando l’impossibilità è temporanea

essa può essere invocata soltanto come motivo per sospendere l’applicazione

del trattato.

2. L’impossibilità di dare esecuzione ad un trattato non può essere invocata da

una parte come motivo per porre fine al trattato, per ritirarsene o per

sospenderne l’applicazione se tale impossibilità deriva da una violazione

commessa dalla parte che la invoca, sia di un obbligo dei trattato che di ogni

altro obbligo internazionale

rebus sic stantibus,

Vige la regola ogni obbligo si ritiene contratto così come

era stato assunto.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. UN., SENT. 8 NOVEMBRE 1971, N. 3147, LANIFICIO

BRANDITEX C. S.A.R.L. AZAIS & VIDAL

La sentenza della Corte di cassazione si pronuncia sulla rilevanza dello stato di guerra come

causa di estinzione ovvero di sospensione dei trattati. La Cassazione fa riferimento in

proposito all'esigenza di valutare se, alla luce dell'oggetto e dello scopo del trattato, il suo

mantenimento in vigore sia o meno incompatibile con lo stato di guerra sopravvenuto tra le

parti e, in particolare, se l'eventuale incompatibilità presenti carattere irreversibile o,

viceversa, solamente temporaneo. Con riferimento al caso di un accordo, la Convenzione di

Ginevra del 24 settembre 1923, concernente la disciplina dell'arbitrato nelle controversie

commerciali internazionali, la Cassazione ha ritenuto che, seppure il sopravvenire dello stato

di guerra tra le parti, avvenuto con la dichiarazione di guerra dell'Italia nei confronti della

Francia durante la seconda guerra mondiale, giustificasse una sospensione dell'efficacia del

trattato tra le parti in conflitto, nondimeno le vicende belliche intercorse non pregiudicassero

la ripresa dell'esecuzione del trattato una volta cessate le ostilità al termine del conflitto e

ripresi i normali rapporti internazionali tra le parti.

La cassazione afferma che si poteva ipotizzare una sospensione

dell’applicazione di questa Convenzione.

La tesi per la quale l’adozione della norma del 117, primo comma della Cost.

si sosteneva che leggi di esecuzione per i trattati internazionali prevalevano

ius gens

su leggi contrarie e successive in virtù della specialità che

esprimevano una doppia volontà, disciplinare la materia e di assicurare

l’osservanza da parte dell’Italia dell’obbligo internazionale.

CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE, SENT. 16 GIUGNO 1998, IN

CAUSA C-162/96, RACKE

La sentenza si sofferma sulla clausola rebus sic stantibus come causa di estinzione dei trattati,

consistente nel mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della

conclusione del trattato. Nella specie, trattandosi di un accordo commerciale concluso dalla

Comunità europea con la disciolta Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, la Corte di

giustizia ha ritenuto che lo smembramento della ex Jugoslavia con la conseguente formazione

di nuovi Stati sul suo territorio, avvenuta a seguito di una prolungata fase di conflittualità,

costituissero un mutamento fondamentale delle circostanze esistenti al momento della

conclusione dell'accordo, tale da inficiarne l'applicazione.

Paola Catera

Si ha applicazione delle regole generali dei trattati, per i quali si creassero dei

nuovi stati che si presumono liberi dagli obblighi contratti dallo stato

predecessori ad eccezione dei trattati localizzabili. Martedì, 31 Ottobre 2017

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 25 SETTEMBRE 1997, PROGETTO

GABCIKOVO-NAGYMAROS (UNGHERIA C. SLOVACCHIA)

La sentenza, oltre ai profili relativi alla successione degli Stati nei trattati (sui quali v. nella

cartella relativa), si sofferma sulle cause di estinzione dei trattati, con particolare riferimento

all'inadempimento da parte di una delle parti del trattato. Nella specie, trattandosi di un

trattato concluso nel 1977 tra l'Ungheria e la allora esistente Repubblica cecoslovacca per la

costruzione di un sistema di dighe sul Danubio nel tratto ricompreso tra i territori dei due

Stati, si poneva la questione se la sospensione dei lavori da parte dell'Ungheria, da questa

giustificato per ragioni legate a difficoltà finanziarie, potesse essere invocata dalla

Cecoslovacchia quale inadempimento atto a giustificare, a titolo di contromisura, l'adozione

da parte di quest'ultima di una variante unilaterale al progetto.

L'inadempimento è un fatto internazionale illecito.

Inadempimento che l'Ungheria aveva teso a giustificare come abbiamo visto

nell'altra scheda relativa all'impossibilità sopravvenuta nell'esecuzione del

(rebus sic estantibus)

Trattato e al mutamento fondamentale delle circostanze

con rifermento al primo punto che fosse divenuto per l'Ungheria impossibile

eseguire il trattato a seguito delle difficoltà finanziarie sopravvenute e che

fossero mutate altrimenti le circostanze determinanti al consenso se dalla

caduta del muro di berlino e della disgregazione dei vari Stati che si

ispiravano al sistema sovietico, tra cui la rep. Cecoslovacchia disciolta e in

precedenza l'ordinamento costituzionale della pur mantenutasi repubblica

dell'Ungheria dall'altra parte. L'inadempimento in questione può giustificare,

liberare l'altra parte dagli obblighi che questa si era assunta sulla base del

trattato e sulla questione dell'adempimento essenziale.

Paola Catera

Nel caso di specie, la CIG aveva rilevato che in realtà il trattato stesso

conteneva al suo interno appositi meccanismi di adattamento negoziale delle

sue clausole al sopravvenire di difficoltà o di mutamento delle circostanze che

potessero avere una incidenza sulla esecuzione del progetto e, di

conseguenza, le clausole e i meccanismi pattuiti all'interno del trattato

avevano la precedenza in virtù della specialità sulle previsioni più generali e

quindi anche sulle cause di estinzione dei trattati.

Prima di arrivare all'extrema ratio di invocare la causa di estinzione per

inadempimento essenziale della controparte, le parti erano tenute a tentare

quei meccanismi di adattamento delle pattuizioni contenute nel trattato (che il

trattato stesso prevedeva).

La corte è molto prudente nel valutare la condotta delle parti ed è restrittiva

nel valutare questa variante unilaterale apportata dalla Cecoslovacchia senza

aver consultato l'Ungheria.

Successione degli stati nei trattati

Presenta anche un collegamento con l'estinzione dato che in determinate

circostanze il verificarsi di una successione di stati potrebbe integrare gli

estremi del mutamento delle circostanze, ma la giurisprudenza a questo

nel caso Racke

riguardo è molto cauta: ad esempio, , è necessario valutare se

questo mutamento delle circostanze inerente nella vicenda di successione di

stati, abbia avuto un impatto tale sul trattato da rendere impossibile

continuare ad eseguire il trattato malgrado lo smembramento.

Nel caso, l'accordo commerciale concluso dalla Comunità Europea da un lato

e dalla disciolta Repubblica Socialista federativa Jugoslava dall'altro, in

realtà, al di là delle specifiche pattuizioni di carattere tecnico ovverosia di

questi regimi preferenziali sui dazi all'importazione nella Comunità Europea di

merci provenienti da territori della ex repubblica federativa Jugoslavia, questo

accordo si proponeva delle finalità più ampie di creare, cioè, una

cooperazione globale tra la Comunità Europea e la repubblica Jugoslava e

quindi si dubitava se, essendo stata travolta la repubblica Jugoslava dallo

smembramento sanguinoso, avesse senso pensare di continuare ad applicare

quel trattato nei confronti di quegli stati sorti, appunto, dallo smembramento

della disciolta repubblica socialista federativa di Jugoslavia, oltre al fatto che

gli stati non necessariamente potevano essere intenzionati ad accollarsi quel

trattato che era stato concluso da quest'ultima.

Nessuno di quegli stati si considerava un successore.

Alla luce del caso di specie la successione, avvenuta in quel particolare

contesto, è stata ritenuta dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea

come atto a causare un'estinzione del trattato per effetto della clausola rebus

sic stantibus, così come codificata dall'art.62 CV, la quale però è una clausola

Paola Catera

di esclusione di carattere eccezionale che si applica solo in presenza di

circostanze estreme.

Questa materia ha formato oggetto, a sua volta, della Convenzione di Vienna

sulla successione degli Stati nei Trattati del 1978. È considerata debolmente

rappresentativa perché è stata redatta sull'onda di decolonizzazione e quindi

privilegia gli Stati di nuova indipendenza. Proprio questa differenziazione ha

causato le resistenze a ratificare.

È una Convenzione adottata sotto l'auspicio dell'ONU in quanto il testo

prodotto dalla Commissione (ONU) è stato poi votato nella sesta commissione

dell'assemblea generale.

La successione è il subentro di uno Stato ad un altro nella responsabilità per

le relazioni internazionali del territorio. Questa definizione, però, non è del

tutto soddisfacente perché la successione si ha quando lo Stato subentra ad

un altro in toto, non solo nella gestione delle relazioni internazionali, ma

anche nell'esercizio della sovranità interna.

Questa definizione è limitata poiché è dettata dall'economia specifica di

questa convenzione che preoccupandosi della successione di stati nei trattati,

si preoccupa evidentemente della successione di stati nelle relazioni

internazionali i cui trattati fanno parte.

Lo Stato predecessore è quello che normalmente si estingue o cessa di

esercitare la sovranità territoriale su quella porzione territorio su cui si è

formato lo Stato nuovo. Lo Stato successore è lo stato subentrante.

Sono poi menzionati alcuni strumenti tecnici che possono intervenire:

- "La notifica di successione", meccanismo particolare che avviene per

regolare in via convenzionale la successione nei trattati multilaterali

aperti.

In questo caso uno Stato parteciperebbe con un'adesione, ma c'è un problema

tecnico: un'adesione produce effetto da un certo momento in poi e questo

potrebbe creare dei problemi di diritto intertemporale poiché, in ossequio alla

tempus regit actum,

regola relativamente agli atti commessi a e ai fatti

avvenuti in quel dato territorio nel periodo di tempo interstiziale tra quando

cessa la sovranità del predecessore a quando ha effetto l'adesione del nuovo

Stato, quel trattato non sarebbe più in vigore.

Invece con questo atto unilaterale con il quale il nuovo stato subentrante

dichiara di voler subentrare allo stato predecessore negli obblighi che questo

aveva, si ha che la dichiarazione di successione retrocede ad opera dell'effetto

ex tunc

retroattivo in modo che vi è una continuità nell'applicazione di quel

Paola Catera

dato trattato relativamente nel territorio sul quale è intervenuto in fenomeno

di successione. nell'art. 4 della CV del 69

Esiste una regola simile a quella che figura , per

cui il fatto che alcuni casi non ricadano nell'ambito di applicazione di questa

convenzione, non preclude l'applicazione ad essa di quelle regole contenute

nella convenzione stessa e che siano corrispondenti a d i. generale e quindi si

applichino a tutti i fenomeni di successione.

La questione è stata risolta mediante un accordo tra gli stati subentrati,

accordo di Alma Ata. Si configura, però, come un accordo di devoluzione: se

ne occupa l'art.8, sono accordi che intervengono tra lo stato predecessore e lo

stato successore. Ad essi non sono parte gli altri contraenti originari che

avevano contratto l'obbligo con il contraente oggetto della successione.

Questi accordi non sono ponibili agli altri contraenti originari a meno che

questi non li accettino. Il trattato deve essere di carattere aperto e deve

essere accettato dagli altri contraenti altrimenti resta privo di effetti.

dell'uti

A questo riguardo si applica la regola di diritto consuetudinario

possidetis iuris lo stato successore eredita le frontiere dello stato

predecessore.

PARERE COMMISSIONE ARBITRALE MISTA ISTITUITA DALLA CONFERENZA PER

3.

LA PACE IN JUGOSLAVIA (C.D. COMMISSIONE BADINTER) 11 GENNAIO 1992, N.

Il parere afferma il principio dell'intangibilità delle frontiere, basato sulla regola uti possidetis

iuris, in relazione ad una successione di Stati come verificatasi nel territorio della ex-

Jugoslavia, per effetto della quale i nuovi stati sorti sul territorio della ex Repubblica socialista

federativa di Jugoslavia dovevano ritenersi tenuti al rispetto dei confini interni

precedentemente stabiliti tra le diverse componenti territoriali della disciolta Repubblica,

confini i quali, per effetto dell'autonoma sovranità acquistata dai nuovi Stati sorti sulle

rispettive porzioni del territorio del precedente Stato unitario, venivano pertanto ad assumere

valenza di frontiere dal punto di vista del diritto internazionale.

Art.12 , regola seguita anche dalla CIG nella sentenza Ungheria c. Slovacchia:

prima ancora di discutere della sussistenza di cause di estinzione trattati, si

poneva innanzitutto la questione se la Slovacchia potesse considerarsi il

successore della disciolta repubblica cecoslovacca, perché è evidente che così

non essendo il trattato sarebbe caduto per effetto dell'estinzione di una delle

due parti.

L'art. 12 è una regola assoluta, oggettiva: il trattato localizzabile transita dallo

stesso stato predecessore allo stato successore con limitatissime eccezioni

(trattati riguardanti gli stati membri basi militari straniere perché non è solo

questione di uso di territorio, ma presenta rilevanti implicazioni sul piano

politico).

Paola Catera

DICHIARAZIONE UNILATERALE DEL TANGANICA INVIATA IL 9 DICEMBRE 1961 AL

SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE

Con tale dichiarazione il Tanganica aveva manifestato la volontà di accollarsi gli obblighi di

carattere convenzionale contratti dal Regno Unito con altri Stati nel periodo in cui il

Tanganica era stato sottoposto al suo dominio coloniale, con ciò esprimendo unilateralmente

la volontà di derogare all'applicazione della regola della tabula rasa. Tale dichiarazione, oltre

ad essere subordinata alla condizione della reciprocità, non potendo produrre effetto che nei

confronti di quegli Stati parti degli accordi interessati che reciprocamente intendessero

ritenersi vincolati nei confronti del Tanganica, prevedeva un termine di due anni, entro il

quale i trattati che non avessero formato oggetto di nuovi accordi volti alla loro modifica o

abrogazione sarebbero stati considerati estinti salvo che, in base alle regole di diritto

internazionale generale, dovessero considerarsi ad altro titolo ancora in vigore. La

dichiarazione in questione ha inaugurato una prassi, detta del periodo di riflessione, seguita

poi da altri Stati in circostanze analoghe.

L'efficacia non è certo costitutiva, non è di certo un requisito che posta

condizioni di validità del trattato, semplicemente rileva questo adempimento

al fine di eventuali invocabilità del trattato davanti agli organi delle nazioni

unite (es. un'eventuale mozione che uno stato potrebbe presentare all'ONU, la

richiesta di adozione di misure da parte del consiglio di sicurezza delle nazioni

unite ecc).

Regola della tabula rasa .

Lo stato successore nasce libero degli obblighi contratti dal predecessore a

differenza degli obblighi relativi gli stati membri nelle frontiere o degli

obblighi relativi all'utilizzazione di una porzione del territorio.

CORTE D'APPELLO DI ROMA, SENT. 17 OTTOBRE 1980, BOTTALI

La sentenza, relativa all'applicabilità nei rapporti tra l'Italia e l'India di una convenzione

bilaterale di estradizione conclusa tra l'Italia e il Regno Unito il 5 febbraio 1873 in

considerazione del fatto che al momento della sua conclusione il Regno Unito esercitava il suo

dominio coloniale sul territorio indiano, esamina gli strumenti attraverso i quali, in deroga alla

regola generale della tabula rasa, gli accordi conclusi dalla madrepatria durante il periodo

coloniale possono continuare a trovare applicazione nei confronti degli Stati sorti dalla

decolonizzazione, osservando che i meri accordi di devoluzione intervenuti a tal fine tra la ex

potenza coloniale e gli Stati di nuova indipendenza siano, in quanto res inter alios acta, di per

sé inopponibili alle controparti con le quali la potenza coloniale si era obbligata, salvo

intervenga una notificazione di successione, ove si tratti di un trattato multilaterale aperto,

ovvero, ove, come nel caso di specie, si tratti di un trattato bilaterale, un accordo apposito,

solitamente concluso in forma semplificata mediante un mero scambio di note, nel quale lo

Stato subentrante e la controparte manifestano la volontà di continuare ad applicare il

trattato. Conseguentemente, la Corte d'appello di Roma ritenne che in assenza di tali passi

formali come pure di un comportamento concludente che indicasse in modo non equivoco la

volontà delle parti di ritenersi obbligate dall'accordo, questo non potesse considerarsi

applicabile nei rapporti tra l'Italia e lo stato successore.

Caso di distacco : lo stato predecessore rimane ad esistenza nel territorio

originario.

Paola Catera

Possono avvenire due cose:

- La formazione nuovo stato avviene per decolonizzazione oppure per

secessione. Il nuovo stato nasce libero dagli obblighi contratti dal

predecessore a meno che si tratti particolari obblighi o che non notifichi

la sua intenzione di succedere agli obblighi.

- Distacco seguita da incorporazione: la porzione di territorio

distaccatasi dal territorio dello stato, va ad unirsi al territorio di un altro

stato. Ci può anche essere incorporazione come conseguenza

dell'estinzione dello stato con conseguente incorporazione.

Ci può essere lo Smembramento : lo stato preesistente si estingue e al suo

posto sorgono nuovi stati, liberi dai precedenti obblighi contratti.

Al livello di creazione nuovi stati, vi è l'Istituto della fusione: più stati si

estinguono per dare vita un nuovo stato il quale, però, non è continuatore di

nessuno dei predecessori.

Paola Catera Martedì, 7 Novembre 2017

Adattamento

La problematica dell’adattamento dell’ordinamento statale al diritto

internazionale presuppone che i due ordinamenti siano fra di loro distinti,

quello prevalente è l’approccio dualista.

Procedimento di adattamento ordinario in rapporto alla normale funzione

di produzione normativa dello stato. Consiste nella riformulazione della norma

di diritto internazionale in un atto normativo interno dell’ordinamento dello

stato.

Presenta degli inconvenienti, frappone il testo di una norma del diritto

interno, tanto che l’interprete applica la norma interna e questo può

comportare degli equivoci quando ai criteri di applicazione. Il ricorso a questo

tipo di procedimento si può rendere necessario, quando la norma

non self executing,

internazionale sia non va direttamente ad applicarsi.

self executing

Negli altri casi con una norma si può procedere anche al

diverso procedimento speciale. E speciale consiste in un rinvio che è fatto alla

norma internazione. Il vantaggio è che l’interprete è portato a riferirsi alla

norma internazionale, senza l’intermediazione di una norma interna.

Art 10 della Cost. si limita a fare un rinvio generale di carattere permanente e

atto ad adattarsi al contenuto della fonte richiamata. Ma i problemi circa la

rilevazione divengono problemi anche del giudice interno.

Il rango delle norme del diritto interazione immesse nell’ordinamento interno

assumono è quello che assume la corte che opera dell’adattamento.

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 18 GIUGNO 1979, N. 48, RUSSELL

La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'adattamento dell'ordinamento

italiano alle norme del diritto internazionale generale operato in via permanente ad

automatica dall'art. 10, 1° comma Cost. è suscettibile di incontrare un limite nei casi in cui

tali regole entrino in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale

italiano, nondimeno limita la portata di tale sindacato di compatibilità alle norme di diritto

internazionale generale che vengano a formarsi dopo l'entrata in vigore della Costituzione,

distinguendo in proposito la posizione di quelle regole - come quelle concernenti le immunità

giurisdizionali degli agenti diplomatici - che indiscutibilmente si siano formate anteriormente

e siano state regolarmente osservate nell'ordinamento italiano già da tempo anteriore

all'adozione della Carta costituzionale.

Paola Catera Martedì, 7 Novembre 2017

Russel,

Se il primo caso, il caso riguardava le norme sulle immunità

diplomatiche, si ammette sia presentata alla corte costituzionale, dal tribunale

di Roma innanzi al quale era sorta la controversia principale con una

questione di compatibilità tra costituzione per le norme immesse

nell'ordinamento con legge 1967. La questione era stata poi riformulata dalla

Corte Costituzionale sull'assunto che queste norme erano preesistenti alla

costituzione e che andavano a giudizio della corte costituzionale sottratte a

questo sindacato di compatibilità con i principi generali dell'ordinamento di

quello che attiene il diritto di accesso alla giustizia.

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 22 OTTOBRE 2014, N. 238, CONCERNENTE

L'IMMUNITÀ GIURISDIZIONALE DEGLI STATI ESTERI IN RELAZIONE ALLA

COMMISSIONE DI CRIMINI INTERNAZIONALI

La sentenza della Corte costituzionale supera il precedente orientamento di cui alla sentenza

del 12 giugno 1979, n. 48, Russell (v. supra, in questa cartella) per il quale il sindacato di

compatibilità delle norme di diritto internazionale generale immesse nell'ordinamento dello

Stato italiano tramite l'art. 10, 1° comma della Costituzione con i principi generali della stessa

carta costituzionale non si applica alle norme consuetudinarie, come quelle in materia di

immunità tanto degli Stati quanto degli agenti diplomatici stranieri, formatesi da epoca

anteriore alla Costituzione e regolarmente osservate dallo Stato italiano. Con particolare

riferimento all'adattamento dell'ordinamento italiano alle regole consuetudinarie

sull'immunità giurisdizionale degli Stati esteri così come interpretate dalla Corte

internazionale di giustizia nella sentenza del 3 febbraio 2012 nella controversia Germania c.

Italia (v. supra, nella cartella relativa allo ius cogens), la Corte costituzionale, se dapprima ha

affermato di non poter sindacare l'interpretazione che di tali regole ha dato la Corte

internazionale di giustizia (CIG), ha tuttavia poi proceduto ad un'autonoma interpretazione

delle regole in questione, affermando che le regole stesse, così come interpretate dalla CIG

nella sentenza in questione, non possano considerarsi corrispondere pienamente alle "regole

del diritto internazionale generalmente riconosciute" per i fini dell'art. 10, 1° comma della

Costituzione, se non nella misura in cui prevedano un'eccezione per il caso in cui gli atti

imputabili allo Stato estero, benché posti in essere iure imperii, e cioè nell'esercizio della

potestà d'imperio dello Stato, siano configurabili quali crimini internazionali, eccezione la cui

sussistenza la CIG nella sentenza in questione aveva per l'appunto negato. Sulla base di tale

assunto, la Corte costituzionale ha inoltre dichiarato l'illegittimità costituzionale della legge

con la quale è stata data esecuzione nell'ordinamento dello Stato italiano allo Statuto delle

Nazioni Unite, nella parte in cui si riferisce all'art. 94 dello Statuto stesso, che prevede

Paola Catera

l'obbligo per i membri delle Nazioni Unite che siano parti di una controversia innanzi alla CIG

di conformarsi a quanto deciso dalla Corte nella propria sentenza, per quanto riguarda la

sentenza del 3 febbraio 2012 nella causa in questione. Inoltre, la Corte ha altresì dichiarato

l'illegittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5, con il quale erano

state adottate delle specifiche disposizioni di adattamento dell'ordinamento interno dello

Stato italiano volte a consentire l'esecuzione della sentenza in questione.

Sulla base di queste azioni risarcitorie per le vittime e per i loro parenti c'era

2004 causa Ferrini.

stata una famosa sentenza di cassazione del nella

In questa è stata negata l'immunità della Germania ritenendosi che i crimini

internazionali sono vietati da norme cogenti, queste norme prevarrebbero

sulle altre norme di diritto internazionale generale.

Tutto questo creò una crisi diplomatica tra i due paesi, con conseguente

3 febbraio 2012

sottoposizione della questione alla CIG, la quale il ha

pronunciato una sentenza con la quale ha rilevato che la soluzione accolta

dalla corte italiana fosse una posizione isolata e che quindi la particolare

concezione per la quale regole consuetudinarie sull'immunità degli stati esteri

iure imperii,

per atti troverebbero un'eccezione nei casi in cui questi atti

configurano crimini internazionali, in realtà questa pretesa eccezione non

trovava corrispondenza nella prassi generale degli stati. Il diniego

dell'immunità della Germania era da considerarsi una violazione e quindi

l'Italia era stata ritenuta responsabile dalla CIG.

LEGGE 14 GENNAIO 2013, N. 5, ADESIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA ALLA

CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SULLE IMMUNITÀ GIURISDIZIONALI

DEGLI STATI E DEI LORO BENI, NONCHÉ NORME DI ADEGUAMENTO

DELL'ORDINAMENTO INTERNO, ART. 3

La disposizione dell'art. 3 della legge n. 5/2013, la quale si inseriva accidentalmente nella

legge che contiene l'autorizzazione all'adesione e l'ordine di esecuzione della Convenzione

delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, provvedeva

all'adattamento del diritto interno non già alla Convenzione in questione, per il quale è

sufficiente l'adattamento mediante procedimento speciale o per rinvio realizzato mediante

l'ordine di esecuzione contenuto nell'art. 2 della stessa legge, bensì alla sentenza della Corte

internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 relativa alla controversia Germania c. Italia,

concernente l'immunità giurisdizionale della Germania relativamente alle azioni risarcitorie

promosse innanzi ai giudici italiani per i danni derivanti dai crimini commessi dalla forze

armate tedesche in territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale (v. supra, in questa

stessa cartella). A questo proposito, la norma intendeva superare l'ostacolo all'attuazione

della sentenza della Corte internazionale di giustizia rappresentato dall'efficacia di cosa

giudicata acquisita dalle sentenze con le quali la Corte di cassazione, negando l'immunità

giurisdizionale della Germania in relazione a tali azioni (v. supra, in questa stessa cartella,

sentenze relative ai casi Ferrini, del 2004, e Amministrazione provinciale della Vojotia, del

2008), aveva affermato l'esistenza della giurisdizione italiana a conoscere delle domande

risarcitorie. La disposizione, pur discutibile per la fin troppo evidente riconducibilità alla

fattispecie concreta dietro gli apparenti termini generali in cui è formulata, si proponeva di

superare le incertezze nelle quali si erano imbattuti i giudici che avevano dovuto pronunciarsi

nel merito di tali domande successivamente all'emanazione della sentenza della Corte

internazionale di giustizia. La norma dell'art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5, è stata

Paola Catera

dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza del 22

ottobre 2014, n. 238 dell'art.3

La CIG dichiara l'illegittimità costituzionale di questa legge e

dichiara che non opera proprio l'adattamento alle regole di diritto

internazionale generale nella misura in cui queste regole vengono a

configgere con le regole che tutelano i diritti fondamentali della persona

umana.

Un aspetto critico è la rilevanza che questa dà alla sentenza del 2012 nella

controversia Germania c. Italia in quanto all'interpretazione delle regole

consuetudinarie delle regole sull'immunità, perché la CIG nasce come giudice

arbitrale chiamato a risolvere quella specifica controversia, e non è chiamato

per stabilire regole generali di diritto o a pronunciarsi sull'interpretazione di

regole consuetudinarie, quindi il passaggio in cui la Corte costituzionale fa

riferimento all'interpretazione delle regole consuetudinarie è un passaggio

forzato perché CIG e un giudice arbitrale e non ha valenza di interpretazione

autentica.

Per la prima volta si è ritenuto che l'adattamento automatico al diritto

consuetudinario non fosse incondizionato, ma trovasse un limite nel rispetto

dei principi costituzionali.

La declaratoria di legittimità costituzionale, a norma delle regole della

costituzione e delle leggi costituzionali che governano il funzionamento della

corte costituzionale, si può fare solamente con le leggi e con gli atti con forza

di legge. Le norme consuetudinarie internazionali, anche una volta immessa

nello stato, non sono leggi o atti forza di legge.

La sentenza della corte costituzionale cade sulla legge di esecuzione dello

statuto delle nazioni unite che, però, è una norma di legge che realizza un

adattamento in via speciale a un trattato internazionale, conferendo ad esso lo

stesso valore della legge ordinaria che, in quanto tale, può essere soggetta al

sindacato di legittimità costituzionale.

Il problema è che la pronuncia della Corte Costituzionale travolge i mezzi

attraverso i quali, alla sentenza della CIG 2012 ne vedono travolti gli effetti

interno dello stato italiano, ma resta l'obbligo internazionale dell'Italia di

conformarsi ad essa, perché su quell'obbligo la CIG non può incidere.

Dal punto di vista della realtà costituzionale interna, è tenuta a non seguire la

pronuncia CIG o quanto meno può non dare attuazione, posto evidentemente

che le regole consuetudinarie. L'obbligo di natura pattizia derivante dallo

Statuto NU non trova applicazione, perché la legge è stata dichiarata

incostituzionalmente illegittima nella misura in cui comporta l'obbligo di dare

attuazione a quella particolare sentenza.

Paola Catera

Successivamente sono ripresi i procedimenti di condanna della Germania

davanti ai giudici di merito innanzi ai quali erano stati intrapresi in data

anteriore la sentenza CIG, Tribunale di Firenze.

TRIBUNALE DI FIRENZE, ORDINANZA 23 MARZO 2015, ALESSI E ALTRI C.

REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA

L'ordinanza è stata pronunciata dal Tribunale di Firenze nell'ambito dell'azione risarcitoria

promossa nei confronti della Repubblica federale di Germania dagli eredi di un cittadino

italiano vittima di un atto di deportazione ed assoggettamento ai lavori forzati da parte delle

forze armate tedesche durante l'occupazione del territorio italiano nel corso della seconda

guerra mondiale, dalla quale era sorta la questione di legittimità costituzionale risolta dalla

Corte costituzionale con la sentenza 22 ottobre 2014, n. 238 (v. in questa cartella). Il

Tribunale di Firenze, preso atto della sopravvenuta inapplicabilità nell'ordinamento dello

Stato italiano, a seguito della pronuncia della Corte costituzionale, delle norme internazionali

di natura tanto consuetudinaria quanto pattizia, con specifico riferimento all'obbligo di dare

attuazione alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 nella causa

Germania c. Italia, in base alle quali avrebbe dovuto riconoscersi l'immunità giurisdizionale

della Germania in relazione alle pretese risarcitorie in questione, avuto riguardo alla

peculiarità delle circostanze ha disposto per una risoluzione della controversia in via

conciliativa, o, in caso di mancata accettazione ad opera delle parti della proposta conciliativa

formulata nell'ordinanza o di altra analoga da convenirsi tra le parti stesse, tramite il ricorso

alla mediazione per ordine del giudice ex art. 5, comma 2, D. lgs. n. 28/2010.

TRIBUNALE DI SULMONA, ORD. 2 NOVEMBRE 2017, SU PROCEDIMENTO N.

20/2015, COMUNE DI ROCCARASO E ALTRI C. REPUBBLICA FEDERALE DI

GERMANIA

L'ordinanza si basa sulla sentenza della Corte costituzionale n. 238/2014 (v. supra, in questa

cartella) per negare l'immunità giurisdizionale della Germania rispetto alle azioni risarcitorie

promosse nei suoi confronti dal Comune di Roccaraso (AQ) e dai parenti delle vittime della

strage di Pietransieri, frazione del comune suddetto, compiuta dalle forze armate tedesche nel

corso del secondo conflitto mondiale, condannando la Germania a consistenti risarcimenti nei

confronti dei parenti delle vittime.

LEGGE 10 NOVEMBRE 2014, N. 162, DI CONVERSIONE DEL D.L. 12 SETTEMBRE

2014, N. 132, ART. 19-BIS

La norma, inserita dalla legge di conversione nel testo del decreto-legge recante misure

urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell'arretrato in

materia di processo civile, stabilisce l'immunità dall'esecuzione delle somme a disposizioni

delle rappresentanze diplomatiche e consolari di Stati esteri, subordinatamente alla

preventiva comunicazione da parte del capo della rappresentanza stessa che tali somme sono

esclusivamente destinate alle funzioni istituzionali della rappresentanza.

Da una parte, dice la corte costituzionale, ha dichiarato illegittima la legge

con la quale si negava l'immunità della giurisdizione della Germania,

l'indomani il Governo reintroduce quest'altra legge che cade sulla immunità

dall'esecuzione.

Questa incide sul diritto di accesso alla giustizia nella misura in cui la parte

soccombente non ottempera spontaneamente alla sentenza, bisogna agire

Paola Catera

esecutivamente e tutto questo questa paralizza la realizzazione materiale del

diritto.

Questa disposizione ancora in vigore si riferisce unicamente ai conti correnti,

però crea un meccanismo volto a tappare la falla creatasi nei rapporti

internazionali dell'Italia con meccanismo goffo, cioè di lasciare all'autorità

dello stato interessato di dichiarare se i beni suoi sono più o meno aggredibili.

sentenza Condor e Filvem c.

La corte costituzionale, nella

Amministrazione delle finanze dello stato, aveva dichiarato l'illegittimità

costituzionale di un antico regio decreto del 1926 il quale subordinava

l'esecuzione forzata su beni di stati esteri all'autorizzazione del ministero della

giustizia. Era illegittimo perché comportava indebita ingerenza del potere

esecutivo nell'esercizio di funzioni giudiziarie.

L’adattamento automatico non è più adattamento cieco che si applica

indistintamente, ma incontra limite, quale mancato operare di adattamento

qualora le norme consuetudinaria siano inconciliabili con i principi

fondamentali della costituzione, per altro verso, però, ha dato luogo a una

serie di questioni, ma di cui non si vede ancora la fine.

Principi generali del diritto riconosciuti dalle nazioni civili, sempre

nella misura in cui questi principi siano invocati così come che essi siano

sentiti e riconosciuti vigenti a livello di diritto internazionale generale.

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 8 APRILE 1976, N. 69, CASO ZENNARO

La sentenza della Corte costituzionale, nell'affermare che l'art. 10, 1° comma della Costituzione, nel prevedere

l'adattamento dell'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, si presta ad

assicurare l'adattamento non soltanto alle norme consuetudinarie bensì ugualmente ai principi generali di diritto

riconosciuti dalle nazioni civili, esclude che possa considerarsi come tale un principio volto ad estendere la regola

del ne bis in idem dalla sfera interna ad un singolo ordinamento ai rapporti tra sentenze penali pronunciate in

paesi diversi. ne bis in idem

Il principio generale di diritto .

L’unico problema è che non era invocato nella eccezione nel quale

generalmente vigente, ma veniva ritenuto inapplicabile in quanto non

ne bis in idem

corrispondente al internazionale ovverosia dei rapporti

reciproci tra procedimenti penali davanti ai giudici dei paesi terzi.

Evidentemente, l'equiparazione di questa diversa fattispecie alla situazione

ne bis in idem

del interno, non suppone il riconoscimento, l'attribuzione

dell'efficacia alla sentenza penale straniera.

E' una cosa che dal punto di vista italiano non può dirsi discendere da un

obbligo di diritto internazionale generale, bensì sussiste solamente:

1) Per autonoma determinazione del procedimento italiano

Paola Catera

2) In base a regole contenute in convenzioni internazionali di carattere

pattizio

3) In ossequio agli atti normativi che l'UE ha adottato nel settore della

cooperazione penale nei paesi membri, ma che dal punto di vista di

diritto internazionale sono fonti di diritto doppiamente particolare, in

quanto sono fonti di diritto posti da accordi.

Al di fuori di questi meccanismi di fonte direttamente o indirettamente

pattizia, non ci sono regole di diritto internazionale generale che impongano

l'obbligo ai giudici di un paese di attribuire rilevanza a un procedimento

penale svoltosi all'estero.

Anche la rievocazione di un principio generale di diritto riconosciuto, se da

l'art.10 Cost

una parte è pacifico che include anche il richiamo dei principi

generali di diritto riconosciuti alle nazioni civili, resta fermo che tali principi

varranno solo in quanto coincidano l'accensione che a quei principi è dato nel

diritto internazionale generale, e non già in base a fonti di carattere

particolare dove le convenzioni in materia di estradizione o reciproca

consegna dei condannati o in virtù di atti.

L'art.10 Costituzione nel prevedere l'adattamento, non si può estendere

all'adattamento delle fonti pattizie che sono di carattere particolare.

Nonostante ciò non fa acquistare per proprietà transitiva lo stesso carattere

enorme di diritto generalmente riconosciute alle norme la cui vincolarità essa

riconosce. Queste norme restano vincolanti solo nell'ambito loro propri di

efficacia, tanto materiale quanto personale o spaziale.

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 16 APRILE 2008, N. 129, DORIGO

La sentenza della Corte costituzionale afferma l'inapplicabilità della norma di cui all'art. 10,

1° comma Cost., per la quale l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto

internazionale generalmente riconosciute, alle norme di diritto internazionale di carattere

pattizio, con particolare riferimento a disposizioni, come nella specie l'art. 6 della

Convenzione europea dei diritti umani, che non possano essere considerate corrispondenti a

norme di diritto internazionale generale.

Queste fonti sono di carattere pattizio, tutelano i diritti fondamentali della

persona umana, ma non si può dire che la tutela che quel diritto riceve nelle

nell'art.6

specifiche disposizioni contenute dei diritti dell'uomo.

Nel testo iniziale della costituzione, in termine di adattamento, si vede

dall'art.10 primo comma all'art. 11.

qualche lacuna perché si passava , fino

art.4

Redatta per rispecchiare statuto NU nella parte in cui fissa requisiti che

devono presentare i candidati a membri dell'organizzazione.

La corte costituzionale, nella ben nota sentenza Costa c. Enel 1964 e

Frontini 1973 e industrie chimiche Italia centrale 1975, ha affermato

Paola Catera dell'art.11

che la norma poteva utilizzarsi per conferire copertura a livello

costituzionale anche alla partecipazione all'UE.

l'art.10 e l'art.11

Ma tra c' è un vuoto, c'è l'ambito degli obblighi scaturenti

dagli altri trattati internazionali, quelli non istitutivi di un'organizzazione,

bensì atti a regolare la materia che ne forma oggetto. A questo riguardo, c'è

una legge costituzionale del 2001 dove è stata inserita una norma importante,

117 primo comma

il .

obblighi internazionali

Dagli appare atta a ricomprendere anche gli altri

obblighi internazionali, e quindi atta ad applicarsi anche in riferimento a

trattati internazionali.

Le norme pattizie vengono immesse nell'ordinamento interno con la

distinzione di principio tra procedimento di adattamento:

self executing

- Ordinario, non

self executing

- Special,

Tuttavia, si suole ricorrere a situazione intermedia facendo un rinvio e

parallelamente si dettano ulteriori disposizioni materiali che sono necessarie a

completare e ad attuare quelle disposizioni contenute nel trattato

internazionale di cui si discute e che necessitano, per poter essere

completamente applicate, di ulteriori specificazioni.

Adattamento ai trattati:

Legge 2013 n.5 art.1 e 2

- hanno la configurazione standard delle

norme di adattamento al trattato internazionale.

Art.1:

- Autorizzazione alla ratifica. Serve solo ove la Convenzione per

dell'art.80

sua natura ricada o possa ricadere in una delle materie

Costituzione.

Art. 2:

- Ordine di esecuzione. Opera l'adattamento tramite rinvio deve

essere presente in tutte le leggi in qualsiasi caso anche in quelle in cui

non sia necessaria la preventiva autorizzazione.

Art. 33 CV:

- Si acclude una traduzione non vincolante della convenzione

stessa. Rischio interprete tende a ripiegare. Ci sono stati alcuni casi in

cui ci si è accorti del testo discordante dalla lingua ufficiale.

Dare attuazione alla convenzione:

La giurisprudenza era solita risolvere questa problematica secondo specialità

sui generis.

La legge, cioè, esprime una doppia volontà: la volontà ordinaria di disciplinare

quella materia in un certo modo; una seconda volontà implicita di far in modo

che l'ordinamento italiano possa adempiere al suo obbligo di dare attuazione

alla convenzione.

Paola Catera

Una qualsiasi legge interna, senza esprimere esplicitamente la volontà di

disapplicare l'obbligo, si limitasse a disciplinare un'altra materia considerata,

eliminerebbe solo la prima delle due volontà, ma non dovrebbe scalfire l'altra

volontà, quella di dare attuazione alla Convenzione per fare in modo che non

possa essere trovata inadempiente ai suoi obblighi pattizi.

Mercoledì, 8 Novembre 2017

L’ordine di esecuzione con una legge, ma anche con diverso tipo di atto

normativo, come una legge costituzionale, dipende dall’oggetto della materia

del trattato.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. UN., SENT. 22 MARZO 1972, N. 867, SOCIETÀ UNIONE

MANIFATTURE C. MINISTERO DELLE FINANZE

La sentenza afferma l'ammissibilità per l'ordinamento italiano della conclusione di accordi in

forma semplificata, i quali entrano in vigore per effetto della sola firma dei plenipotenziari

senza necessità di un atto di ratifica, distinguendo nondimeno in proposito i casi contemplati

dall'art. 80 Cost., nei quali è comunque necessario un atto del Parlamento diretto non già ad

autorizzare la ratifica, dato che questa relativamente agli accordi conclusi in forma

semplificata non ha luogo, bensì comunque ad approvare il contenuto dell'accordo

internazionale.

O con un accordo concluso in forma solenne o in forma semplificata, per

introdurre le disposizioni dell’ordinamento interno dello stato, servirà

comunque l’ordine di esecuzione. Sarà in ogni caso coincidete con la fase

discendente, l’introduzione delle norme dell’accordo interno di uno stato.

Produrrà effetto solo nel momento in cui l’accordo si sarà perfezionato.

self executing

Ove nel trattato non fossero si completerà con successive

disposizioni che sono necessarie per l’applicazione del trattato.

Il GATT non era mai entrato in vigore in quanto si era disposto solo una

applicazione provvisiona che si era protratta nel tempo senza l’entrata in

vigore. Non c’era stata una legge che prevedesse l’esecuzione.

Contrasto fra le norme interne dell’ordinamento dello stato e di una

Convenzione internazionale

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 22 OTTOBRE 2007, N. 348, R.A. C. COMUNE DI

TORRE ANNUNZIATA ET AL.

La sentenza della Corte costituzionale affronta, come la seguente sentenza n. 349 del 2007(v.),

le conseguenze dell'incompatibilità di una norma interna con le disposizioni della Convenzione

europea dei diritti umani, affermando che, malgrado la grande rilevanza delle disposizioni

della Convenzione in quanto volte a tutelare i diritti fondamentali della persona umana,

queste nondimeno sono disposizioni di carattere pattizio, le quali obbligano lo Stato italiano

nel suo insieme ma non sono idonee a produrre effetti diretti nell'ordinamento interno alla

stessa stregua delle norme dell'Unione europea. Tale distinzione risulta chiaramente

evidenziata, ad avviso della Corte, anche dall'art. 117, 1° comma, Cost., come risulta dalla

Paola Catera

riforma del 2001, il quale fa riferimento separatamente agli obblighi internazionali e a quelli

derivanti dall'ordinamento comunitario (ovvero, ora, dell'Unione europea). Pertanto, in caso di

contrasto, ne potrà scaturire come conseguenza la dichiarazione di illegittimità costituzionale

delle norme interne incompatibili, per violazione dell'art. 117, 1° comma, Cost. in quanto

norma interposta, e non già la immediata disapplicazione delle norme interne contrastanti da

parte del giudice interno, come avviene in caso di contrasto con le norme dell'ordinamento

dell'Unione europea provviste di effetto diretto o di diretta applicabilità.

CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 22 OTTOBRE 2007, N. 349, E. P. C. COMUNE DI

AVELLINO ET AL.

La sentenza della Corte costituzionale, al pari della precedente sentenza n. 348 del 2007 (v.),

tratta delle conseguenze dell'incompatibilità delle norme interne dell'ordinamento italiano con

le disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani. Alle considerazioni già svolte nella

precedente sentenza, alla cui sintesi si rimanda, la sentenza n. 349 aggiunge ulteriori

considerazioni relative all'invocabilità in proposito dell'art. 11 Cost., escludendo che la

disposizione in questione possa trovare applicazione con riferimento alla Convenzione

europea dei diritti umani, la partecipazione alla quale da parte dell'Italia non comporta,

diversamente da quanto avviene in relazione all'ordinamento dell'Unione europea, alcuna

cessione di sovranità ad un ordinamento distinto. La Corte costituzionale esclude, inoltre, che

l'art. 11 Cost. possa venire in considerazione indirettamente, per via della rilevanza che alle

norme della Convenzione europea è attribuita dall'art. 6 del TUE al fine della ricostruzione dei

principi generali del diritto dell'Unione europea in materia di protezione dei diritti

fondamentali, in quanto tali principi si applicano unicamente, quale parte del diritto

dell'Unione, nell'ambito di applicazione proprio di tale diritto. Tale conclusione non appare

poter essere superata dall'attesa adesione dell'Unione europea alla Convenzione europea dei

diritti umani, prevista dall'art. 6, par. 2, TUE come modificato dal Trattato di Lisbona.

Si poteva disapplicare a norma interna incompatibile, nasceva dalla prassi che

è seguita in casi di incompatibilità con norme del diritto europeo che siano

provviste di effetto diretto di applicabilità.

Il giudice che rileva che dovrà sottoporre la questione solo di fronte alla corte

costituzionale.

SENTENZA 26221 3 NOVEMBRE 2017

Adattamento agli atti delle organizzazioni internazionali

CORTE DI GIUSTIZIA DELL'UNIONE EUROPEA, SENT. 8 SETTEMBRE 2015, CAUSA

C-105/04, TARICCO E ALTRI

La sentenza della Corte di giustizia, relativa all'interpretazione dell'art. 325 TFUE,

concernente le misure da prendersi da parte degli Stati membri per contrastare la frode e le

altre attività illegali che ledono gli interessi finanziari dell'Unione, si pronuncia sull'incidenza

sul corretto adempimento da parte dell'Italia degli obblighi posti da tale articolo dell'operare

delle norme contenute nel codice penale italiano in materia di prescrizione dei reati,

applicabili anche in relazione alle frodi suscettibili di pregiudicare gli interessi finanziari

dell'Unione, come quelle di cui erano accusati gli imputati nel procedimento innanzi al giudice

a quo. La sentenza, pur affrontando (par. 53 ss. della motivazione) il profilo della compatibilità

dell'eventuale disapplicazione di tali regole con la tutela dei diritti fondamentali degli accusati

come tutelati, in particolare, dall'art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione

europea, che enuncia i principi di legalità e proporzionalità dei reati e delle pene, appare

affermare che l'eventuale disapplicazione delle regole in materia di prescrizione non sia atta

Paola Catera

ad incidere sul rispetto di tali principi. L'interpretazione che appare accolta sul punto dalla

Corte di giustizia ha suscitato la reazione della Corte costituzionale italiana, la quale, con

ordinanza n. 24/2017 ha rimesso una nuova questione pregiudiziale alla Corte di giustizia,

chiedendole di meglio precisare la propria interpretazione degli effetti discendenti dalla

norma di cui all'art. 325 TFUE per il rispetto del principio di legalità tutelato al tempo stesso

dalla Costituzione italiana, prospettando l'eventuale applicazione dei c.d. contro limiti

costituzionali nel caso in cui la Corte di giustizia precisasse la propria interpretazione in un

senso non conciliabile con la tutela del principio di legalità come inteso secondo la tradizione

costituzionale italiana.

Gli atti vincolanti dell’ONU pongono un problema, cioè le risoluzione che il

Consiglio di sicurezza adotta ai sensi del capitolo 7 della Carta. Il problema si

pone per quegli atti che non implicano l’uso della forza, come le sanzioni.

CORTE DI GIUSTIZIA DELL'UNIONE EUROPEA, SENT. 18 LUGLIO 2013, CAUSE C-

584/10 P, C-593/10 P E C-595/10 P, COMMISSIONE EUROPEA E CONSIGLIO

DELL'UNIONE EUROPEA C. KADI

La sentenza conclude una lunga vicenda giudiziaria innanzi alla Corte di giustizia dell'Unione

europea in merito alla legittimità dei regolamenti UE con i quali è stata data attuazione al

livello dell'Unione europea, in base ad una decisione assunta nell'ambito della politica estera e

di sicurezza comune (PESC) alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con

le quali sono state disposte misure restrittive a carico di soggetti sospettati di sostenere il

terrorismo internazionale, inclusi in una lista a tal fine elaborata dal Comitato delle sanzioni

delle Nazioni Unite, organo ausiliario del Consiglio di sicurezza. La vicenda è emblematica

delle problematiche che possono sorgere quando la competenza a dare attuazione alle

risoluzioni del Consiglio di sicurezza è stata trasferita da alcuni Stati membri dell'ONU ad

altra organizzazione della quale essi facciano parte, come contemplato dall'art. 48 della Carta.

Nel caso di specie, l'attuazione di misure implicanti la restrizione della libertà di circolazione

delle persone e della libertà di circolazione dei capitali ricade nelle competenze che gli Stati

membri hanno trasferito all'Unione europea, la quale con propri atti di carattere vincolante,

provvisti, trattandosi di regolamenti, di portata generale e diretta applicabilità in tutti gli Stati

membri dell'Unione europea, ha dato attuazione alle accennate risoluzioni del Consiglio di

sicurezza, attuando le misure in questione con atti destinati a spiegare la loro efficacia

vincolante in ciascuno degli Stati membri, senza necessità di ulteriori misure statali di

adattamento. Ciò comporta, data l'idoneità degli atti dell'Unione adottati a tal fine ad incidere

direttamente sulla sfera giuridica dei soggetti destinatari delle misure restrittive, la

sottoposizione di tali atti al sindacato di legittimità della Corte di giustizia dell'Unione, non

rilevando al riguardo come esimente che l'atto comportasse, quanto all'individuazione dei

destinatari delle misure restrittive, una mera recezione del contenuto delle liste elaborate dal

Comitato delle sanzioni delle Nazioni Unite (cf., a questo riguardo, in particolare i punti 65 ss.

della sentenza allegata).

SENTENZA 23 DICEMBRE 1993 Misure di embargo, invio armi

Jugoslavia caso Barcot

Paola Catera Martedì, 14 Novembre 2017

Illecito internazionale

Gli elementi costitutivi dell’illecito internazionale sono presenti nel Progetto

del 2001 adottato dalla Commissione internazionale delle NU. Non ha efficacia

vincolante, ma valore di valenza dottrinale. A questo progetto di tende a fare

riferimento come codificazione di un testo scritto del diritto consuetudinario

della materia.

Gli elementi costitutivi dell’illecito sono due:

- Soggettivo è riferito all’imputabilità dell’illecito internazionale allo

stato.

- Oggettivo è riferito all’anti giuridicità del comportamento dal punto di

vista del diritto internazionale.

Si viene a creare un comportamento consistente di una azione di omissione

nel quale a) può essere attribuito allo stato e b) costituisce un obbligo

internazionale dello stato.

Irrilevanza del diritto interno, lo stato non può trincerarsi.

Lo stato è una persona astratta, agiscono con i loro ordini. La regola si

riferisce all’elemento oggettivo, ma non a quello soggettivo, perché ogni stato

ha la propria struttura. Le norme interne non sono del tutto prive di rilevanza.

Art 4 distingue due ipotesi:

Paola Catera

- Organo de iure è l’organo che riveste tale posizione secondo

l’ordinamento dello stato in questione.

- Organo di facto rileva sulla base di elementi fattuali che prescindono

dal dato normativo, solo nella misura in cui si pone da discutere se un

determinato agente sia di fatto o che si tratti di un organo di diritto.

Alla posizione dell’organo all’interno dello stato è irrilevante. L’elemento

stato di organizzazione

oggettivo rileva un concetto di , inteso come insieme

dei suoi organi. Contrapposta a quello di stato di popolazione.

La nozione è ampia, perché dipende dall’oggetto specifico della norma violata

e se ricada o meno nella competenza di un organo di un tipo e di un organo di

un altro. Ogni stato rimane sovrano di organizzarsi autonomamente.

Ci possono essere situazioni in cui formalmente organi dello stato, ma sono

abilitate a esercitare prerogativa di governo. Nella situazioni di intervento

armato del territorio potrebbe avvenire che uno stato meta a disposizioni della

forze, lo stato a disposizioni dei quali sono posti gli organi sarà responsabile.

Se un organo agisca al di là delle sue funzioni si fa riferimento alla regola

generale a tutti gli organi dello stato. L’irrilevanza esterna dal punto di vista

internazionale delle demarcazioni di competenza dei diversi organi dello stato.

Conseguentemente i diversi organi dello stato sarà considerato come un atto

dello stato ai sensi del diritto internazionale.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 24 MAGGIO 1980, IRAN C. STATI

UNITI, CASO DEL PERSONALE DIPLOMATICO DEGLI STATI UNITI IN OSTAGGIO A

TEHERAN

La sentenza tratta dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, consistente

nell'imputabilità allo Stato dell'illecito stesso, con riferimento ad un fatto posto in essere da

soggetti privati, nella specie dei militanti i quali avevano occupato la sede dell'ambasciata

statunitense a Teheran e sequestrato il personale diplomatico presente, in palese violazione

delle regole di diritto internazionale consuetudinario sulle immunità della sede e del

personale diplomatico, codificate nella Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni

diplomatiche. Nell'ambito della prolungata vicenda erano, come ravvisato dalla Corte, da

distinguersi due fasi: una prima in cui l'azione dei militanti non aveva ricevuto alcuna

approvazione ufficiale e pertanto era da considerarsi un mero atto di privati, per il quale lo

Stato iraniano poteva essere chiamato a rispondere solo in via indiretta, e cioè per avere

violato i doveri di prevenire e successivamente di reprimere l'attività illecita di privati che

possa comportare la violazione di obblighi internazionali dello Stato, e una seconda, nella

quale lo Stato iraniano con dichiarazioni del proprio ministro degli esteri aveva fatte proprie

le azioni in questioni, affermando che esse avrebbero trovato giustificazione a titolo di

contromisure per pretesi illeciti, in termini di ingerenza negli affari interni iraniani, che il

governo iraniano intendeva imputare agli Stati Uniti.

La responsabilità iraniana era indiretta, cioè quella consistente nell’essere

venuti meno al dovere di prevenire e di reprimere la condotta illecita che

Come Caso Bernadotte)

potesse essere nociva. (

Paola Catera

Contano più le azioni concrete eseguite dagli stati che le affermazioni astratte.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 27 GIUGNO 1986, NICARAGUA C.

STATI UNITI, ATTIVITÀ MILITARI E PARAMILITARI DEGLI STATI UNITI IN

NICARAGUA E CONTRO IL NICARAGUA

La sentenza, tra gli altri profili, tratta anche dell'elemento soggettivo dell'illecito

internazionale, con specifico riferimento alla questione dell'imputabilità agli Stati Uniti degli

atti posti in essere nel territorio del Nicaragua da una parte dai c. d. UCLAs (Unilaterally

Controlled Latino Assets), i quali erano sostanzialmente dei mercenari reclutati dagli Stati

Uniti per l'esecuzione di determinate operazioni militari in Nicaragua e, dall'altra, dai

Contras, i quali erano invece dei ribelli anti-sandinisti nicaraguensi, i quali avevano posto in

essere attività paramilitari di guerriglia contro il governo nicaraguense. Se con riferimento ai

primi non pareva discutibile che essi, in quanto reclutati espressamente dagli Stati Uniti per

l'esecuzione delle operazioni, agissero sotto il diretto controllo degli Stati Uniti ai quali erano

conseguentemente imputabili gli illeciti commessi, relativamente ai secondi la sussistenza

dell'elemento soggettivo dell'illecito appariva più controversa, in quanto, se era certo che gli

Stati Uniti avessero finanziato, equipaggiato ed addestrato i Contras, non altrettanto chiara

era la sussistenza di un effettivo controllo degli Stati Uniti sulle operazioni poste in essere da

questi ultimi.

Overall controll controllo insieme. Lo standard rilevante per stabilire il

controllo è valutare che la forza che si ritiene controllata avrebbe potuto porre

in essere quegli atti in questione anche senza il sostegno dato.

Caso Loizidou Turchia.

TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE PER L'EX JUGOSLAVIA (CAMERA

D'APPELLO), SENT. 15 LUGLIO 1999, TADIC

La sentenza della Camera d'appello del Tribunale per l'ex Jugoslavia si sofferma

sull'imputazione delle attività armate svoltesi sul territorio dell'ex Jugoslavia dopo il 19

maggio 1992, data nella quale l'esercito popolare jugoslavo si è ritirato dalla Bosnia-

Erzegovina, al fine dell'applicazione dell'art. 2 dello Statuto del Tribunale. La norma prevede

infatti, come presupposto per la ricorrenza di una violazione grave delle Convenzioni di

Ginevra di diritto umanitario del 1949 per i fini da essa contemplati, che si sia in presenza di

un conflitto internazionale. A tal fine, la Camera d'appello ha affermato che il carattere

internazionale del conflitto può derivare non solo dal coinvolgimento diretto di un altro Stato

con proprie truppe regolari, bensì anche dalla partecipazione ad un conflitto armato interno

allo Stato territoriale di forze che agiscano per conto di un altro Stato. La sentenza fa

riferimento in proposito da una parte ai criteri enunciati nell'art. 4 della Terza Convenzione di

Ginevra del 1949 e dall'altra al criterio del controllo da parte di un altro Stato adottato dalla

Corte internazionale di giustizia nel caso delle Attività militari e paramilitari in Nicaragua (v.

in questa stessa cartella). A quest'ultimo riguardo, la Camera d'appello osserva che il grado di

controllo delle forze armate intervenute nel conflitto da parte di un altro Stato può variare a

seconda delle circostanze di fatto di ciascun caso, ritenendo che alla luce delle circostanze del

caso di specie si dovesse fare riferimento al criterio del controllo complessivo, che non può

limitarsi al finanziamento ed equipaggiamento delle forze in questione, bensì richiede la

partecipazione dello Stato in questione alla preparazione ed alla supervisione delle operazioni

militari, senza, pur sempre, richiedere che tale controllo si manifesti capillarmente

nell'emanazione di specifici ordini od istruzioni relativamente alle singole azioni, ed

indipendentemente dalla contrarietà o meno di tali azioni alle norme del diritto internazionale

umanitario .

Paola Catera

Conflitto internazionale quando il territorio di uno stato era occupato dalle

forze armate di un altro stato. Nel momento in cui l’esercito si ritira, perde il

connotato internazionale resta interno.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 26 FEBBRAIO 2007, BOSNIA-

ERZEGOVINA C. SERBIA E MONTENEGRO, APPLICAZIONE DELLA CONVENZIONE

PER LA PREVENZIONE E REPRESSIONE DEL CRIMINE DI GENOCIDIO

La sentenza affronta la problematica dell'elemento soggettivo dell'illecito internazionale, con

riferimento all'imputabilità alla Serbia del massacro di Srebrenica del 1995, che la Corte

stessa ha qualificato alla stregua di un genocidio ai sensi della Convenzione del 1948 relativa

alla prevenzione e repressione di tale crimine. Nella specie, si trattava di accertare se gli

esecutori materiali del massacro, pur non essendo organi de iure della Serbia, nondimeno

potessero considerarsi alla stregua di organi de facto di quest'ultima. A tal fine, la Corte,

richiamandosi anche alla precedente sentenza del 1986 relativa alle Attività militari e

paramilitari in Nicaragua (v.), ha affermato che affinché soggetti non facenti parte

dell'apparato organizzativo di uno Stato possano nondimeno considerarsi alla stregua di

organi di fatto dello stesso, è necessario che essi agiscano in completa dipendenza dallo Stato

stesso, senza godere di alcun margine di autonomia nella condotta delle azioni rilevanti. Nella

specie, la Corte ha ritenuto che gli esecutori materiali del massacro non potessero dirsi

operare in completa dipendenza dalla Serbia, nonostante il notevole sostegno ricevuto da

quest'ultima nello svolgimento delle proprie azioni. Martedì, 14 Novembre 2017

Elemento oggettivo (elemento dell'antigiuridicità comportamento)

Art. 12

Violazione di un obbligo internazionale

Paola Catera

Si ha violazione di un obbligo internazionale da parte di uno Stato quando un atto di

quello Stato non è conforme a quanto gli è richiesto da quell’obbligo, quale che ne sia

la fonte o la natura.

L’elemento dell'antigiuridicità consiste nel contrasto con qualsiasi obbligo di

diritto internazionale, sia che esso derivi da norme di diritto generale sia che

esso derivi da norme di diritto particolare.

Ovviamente, le norme di diritto internazionale generale vincolano tutti i

soggetti di diritto internazionale, quindi tutti gli stati, per le fonti di diritto

internazionale particolare bisogna accertare che la fonte fosse in vigore per lo

Stato in questione.

Altro aspetto cruciale, di profilo del diritto intertemporale, ovvero sia il

tempus regit actum.

principio Si deve avere attenzione al fatto che l'obbligo

internazionale violato si riferisca a un obbligo discendente da una norma di

diritto internazionale che fosse in vigore per quello Stato e che fosse in vigore

al tempo della condotta in questione.

Quindi, non già al tempo, magari, di molti anni dopo, quando dalla condotta

illecita in questione sorge una controversia internazionale, ma si deve avere

riferimento al tempo in cui il fatto si è svolto.

Art.13

Obbligo internazionale in vigore per uno Stato

Un atto di uno Stato non costituisce una violazione di un obbligo internazionale a

meno che lo Stato non sia vincolato dall’obbligo in questione al momento in cui l’atto

è compiuto.

Se c’è un obbligo che discende dal trattato internazionale, bisogna avere

riguardo al fatto se il trattato fosse in vigore nello Stato in questione nel

momento in cui l'illecito è stato compiuto. L'obbligo sancito in una

convenzione internazionale, potrebbe sussistere per lo Stato in questione

indipendentemente dalla norma convenzionale in quanto previsto da una

corrispondente norma di diritto internazionale consuetudinario.

Tuttavia, il discorso di diritto intertemporale vale anche per le norme

consuetudinarie, perché bisogna accertare che, nel caso in cui si tratti di una

violazione di diritto consuetudinario, questa fosse in vigore, fosse

compiutamente formata e sorretta da una prassi stabile degli stati (opinio

iuris) già all'epoca in cui il fatto è compiuto.

A questo riguardo, vi è una Sentenza arbitrale famosa dell'arbitro unico Huber

nel caso dell'isola di Palmas.

Art. 14

Paola Catera

Estensione nel tempo della violazione di un obbligo internazionale

1. La violazione di un obbligo internazionale per mezzo di un atto dello Stato non

avente carattere continuativo si produce nel momento in cui l’atto è compiuto,

anche se i suoi effetti perdurano.

2. La violazione di un obbligo internazionale per mezzo di un atto dello Stato

avente carattere continuativo si estende per tutto il periodo durante il quale

l’atto continua e rimane non conforme all’obbligo internazionale.

3. La violazione di un obbligo internazionale che richiede ad uno Stato di

prevenire un dato evento si perfeziona quando l’evento si produce e si estende

per tutto il periodo durante il quale l’evento continua e rimane non conforme a

quell’obbligo.

Ci possono essere situazioni come il caso del Nicaragua, in cui l'atto illecito

non si consuma tutto in un'unica azione istantanea, ma perdura nel tempo.

Consta o in una singola operazione che perdura e permane illecita per un

lungo arco di tempo oppure in una serie di interventi ripetuti nel tempo. A

questo punto si deve assumere che nel caso di una violazione di carattere

continuativo, questa ha inizio nel momento in cui viene commesso il primo

atto e perdura finché continua a prodursi le conseguenze di quell'atto e la

situazione rimane non conforme all'obbligo internazionale violato.

Violazione degli obblighi di prevenire il fatto illecito

Caso Bernadotte in cui l'oggetto del reclamo di cui si discuteva, se le Nazioni

Unite avessero o meno la potestà di esprimere nei confronti dello stato

d'Israele, era che Israele non avesse posto in essere le misure preventive atte

ad evitare che il Bernadotte, come inviato delle Nazioni Unite, potesse cadere

vittima di un attentato.

Il momento di concretizzazione dell'obbligo di prevenire si ha nel momento in

cui l'evento si produce, anche se a rigore che l'obbligo di prevenire tanto ha

senso quando sia posto in essere la condotta corrispondente anteriormente,

evidentemente, a quando si produce. Siccome diventa difficile a quel punto

dies a quo,

stabilire un la violazione dell'obbligo si concretizza nel momento in

cui L'atto non è stato prevenuto perché esso materialmente si materializza.

atto complesso

Violazione è un , rileva il criterio che il primo atto, che da sé

solo, integra la violazione di un obbligo internazionale.

La violazione complessa segue un regime temporale simile a quella dell'illecito

nell'illecito continuato

continuato. La differenza è che c'è una singola

nell'atto complesso

azione che perdura nel tempo, mentre c'è una serie di

piccole azioni che nel loro insieme configurano l'illecito complesso.

Progetto di articoli si occupa poi di un'altra questione che, in realtà, si colloca

sulla frontiera tra l'elemento oggettivo e l'elemento soggettivo. La questione

Paola Catera

affrontata sul piano dell'elemento soggettivo quando sono messi a disposizione

gli organi dello Stato a favore di un altro.

Ci possono essere casi di aiuto e l'assistenza in una commissione di un fatto

internazionalemente illecito e l'aiuto e l'assistenza fa sorgere un illecito,

anche allo stato che aiuti questo, se agisce nella consapevolezza di concorrere

al prodursi di un atto internazionalmente illecito e se l'atto si estende la

responsabilità allo stato che aiuti. Questa regola è specificata nella

Convenzione dei crimini sul genocidio, la quale ha fatto riferimento alla

sentenza della CIG 2007 Bosnia E c. Serbia in cui si punisce non solo la

commissione dell'illecito, ma anche la cooperazione e l'assistenza al

compimento di un atto simile. dell'art.8,

Ripetendo la logica di quella norma di quel progetto di articoli, le

direttive fanno sorgere ugualmente la responsabilità internazionale

corrispondente allo Stato. Lo Stato che pone in essere la coercizione è a

propria volta responsabile come se avesse lui stesso commesso l'illecito.

carattere sussidiario

Queste norme sono di e non pregiudicano lo Stato che

compie l'atto in base alle regole del capitolo stesso. È, quindi, una

responsabilità che si aggiunge a quella dello stato che si renda complice o

coatti dell'altro stato, ma l'altro stato non è di per sé esentato.

Le cause di esclusione dell'antigiuridicità

Sono circostanze in presenza delle quali un viene meno l'elemento oggettivo

dell'illecito. L'azione che sarebbe antigiuridica, cioè che si porrebbe

astrattamente in contrasto con un obbligo internazionale dello Stato, viene ad

essere scriminata a beneficio di una causa di esclusione.

Le causa di esclusione presentano una certa similitudine con quelle nel diritto

interno dello stato. Volenti non fit in iuria.

Consenso dello stato leso. Il consenso di chi subisce il

comportamento illecito, fa venir meno l'illiceità del comportamento.

Tuttavia, questa regole non è senza limiti:

- Deve essere in forma scritta (in forma espressa) e proveniente da

organo competente a esprimere la volontà dello Stato.

- Vale solo nei limiti del consenso in cui l'atto rispetto al quale esso opera,

e non ecceda nello stesso. Requisito implicito, in quanto attiene alla

forma e nei poteri dell'organo, ma attiene anche alla disponibilità della

situazione giuridica in questione.

- Non è ammissibile il consenso in relazione alla violazione di forme di

diritto inderogabile o cogenti perché altrimenti potrebbero essere

rigirate mediante il semplice fatto della violazione.

Paola Catera

Art.26

Rispetto di norme imperative

Nessuna disposizione del presente capitolo esclude l’illiceità di ogni atto di uno Stato

che non sia conforme ad un obb1igo derivante da una norma imperativa del diritto

internazionale generale.

Art.21

Legittima difesa

L’illiceità di un atto di uno Stato è esclusa se l’atto costituisce una misura lecita di

legittima difesa presa in conformità alla Carta delle Nazioni Unite.

Carta NU art.2 par.4 Art.51

e

Il progetto pur mirando alla codificazione delle regole di diritto internazionale

generale, si richiama i requisiti della carta, così in qualche maniera

ammantando questi requisiti di una veste di conformità perché altrimenti non

si giustificherebbe, un riferimento alle norme della Carta.

Si giustifica solo in caso di attacco armato. Nell'ottica collettiva, un attacco

contro membro delle NU potrebbe autorizzare non soltanto la reazione dello

stato leso, ma anche la reazione di uno stato diverso, se, lo stato leso, non sia

in grado di difendersi da solo.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 8 LUGLIO 1996, LICEITÀ DELLA

MINACCIA E DELL'IMPIEGO DELLE ARMI NUCLEARI

Il parere, di carattere consultivo, emanato su richiesta dell'Assemblea generale delle Nazioni

Unite, si sofferma sulla rilevanza delle risoluzioni adottate dall'Assemblea generale come

prova dell'esistenza di un'opinio iuris sive necessitatis a sostegno dell'emersione di una nuova

regola di diritto internazionale consuetudinario, atta, nella specie, a vietare la minaccia e

l'impiego di armi nucleari. La Corte osserva che l'efficacia in tal senso di una risoluzione

dell'Assemblea generale è inevitabilmente sminuita ove la stessa sia stata adottata con un

numero consistente di astensioni o voti contrari, prova che la supposta opinio iuris a sostegno

della nuova regola non possa considerarsi generalmente condivisa e, conseguentemente, che

si sia al più in presenza di una regola in corso di emersione.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 9 LUGLIO 2004, CONSEGUENZE

GIURIDICHE DELLA COSTRUZIONE DEL MURO NEI TERRITORI PALESTINESI

OCCUPATI

Il parere della Corte internazionale di giustizia, prima di addentrarsi ad esaminare le

conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi da parte di Israele, si è

innanzitutto soffermata sulla liceità della costruzione stessa dal punto di vista del diritto

internazionale. Ritenendo che la costruzione del muro secondo il tracciato prescelto da Israele

comportasse una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e del divieto di

annessione con la forza di territori altrui, oltre ad altre violazioni relative ai diritti umani ed

alle norme di diritto internazionale umanitario, la Corte ha affrontato la questione

dell'invocabilità di cause di esclusione dell'illiceità. In proposito, la Corte ha escluso la

sussistenza della necessità militare, non essendo provato che il tracciato prescelto fosse

Paola Catera

imposto da ragion di carattere militare. Ha escluso inoltre l'invocabilità della legittima difesa,

a motivo del fatto che gli attacchi militari subiti da Israele non provenivano da una forza

esterna, come è necessario al fine dell'invocazione della causa di esclusione in questione,

bensì dall'interno degli stessi Territori palestinesi occupati. Infine, ha escluso l'invocabilità

dello stato di necessità, causa d'esclusione dell'illiceità la quale presuppone la contestuale

presenza di una serie di presupposti destinati ad applicarsi cumulativamente, non essendo in

particolare provato che la costruzione del muro secondo quel particolare tracciato fosse

l'unico mezzo per salvaguardare l'interesse essenziale della sicurezza dello Stato di Israele. In

merito alle conseguenze derivanti dall'illecito in questione, la Corte afferma il carattere erga

omnes degli obblighi violati, in quanto concernenti il rispetto del diritto

all'autodeterminazione dei popoli e delle disposizioni del diritto internazionale umanitario, con

la conseguenza che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere le conseguenze, in

termini di delimitazione territoriale, derivanti dalla costruzione del muro, nonché l'obbligo di

non prestare assistenza allo Stato di Israele nel mantenimento della situazione derivante dalla

costruzione stessa, nonché più in generale l'obbligo di assicurare il rispetto da parte di Israele

dei diritti violati (cfr. art. 41 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati).

Art. 41

Conseguenze particolari di una violazione grave di un obbligo ai sensi del presente

capitolo

1. Gli Stati devono cooperare per porre fine con mezzi leciti ad ogni violazione

grave ai sensi dell’articolo 40.

2. Nessuno Stato riconoscerà come legittima una situazione creata attraverso una

violazione grave sensi dell’articolo 40, né presterà aiuto o assistenza nel

mantenere tale situazione.

3. Quest’articolo non reca pregiudizio alle altre conseguenze previste nella

presente parte ed alle ulteriori conseguenze che una violazione, cui si applica il

presente capitolo, può comportare ai sensi dei diritto internazionale.

Art.22.

Contromisure in risposta ad un atto illecito internazionale

L’illiceità di un atto di uno Stato non conforme ad un obbligo internazionale nei

confronti di un altro Stato è esclusa se e nella misura in cui tale atto costituisce una

contromisura presa contro quest’ultimo Stato conformemente al capitolo II della

Parte III.

Art. 23

Forza maggiore

1. L’illiceità di un atto di uno Stato non conforme ad un obbligo di tale Stato è

esclusa se l’atto è dovuto a forza maggiore, che è il verificarsi di una forza

irresistibile o di un avvenimento imprevedibile, fuori dal controllo dello Stato,

che rende materialmente impossibile, nelle circostanze, agire in conformità

all’obbligo.

2. Il paragrafo 1 non si applica se:

a) La situazione di forza maggiore è da attribuirsi, sia in via esclusiva che

in combinazione con altri fattori, alla condotta dello Stato che la invoca;

o

Paola Catera

b) Lo Stato ha accettato il rischio che quella situazione poteva verificarsi.

Art. 24.

Distress (Estremo pericolo)

1. L’illiceità di un atto di uno Stato non conforme ad un obbligo

internazionale di uno Stato è escluso se l’autore di quell’atto non ha

ragionevolmente nessun altro mezzo, in una situazione di estremo

pericolo, per salvare la propria vita o quella delle altre persone affidate

alle sue cure.

2. Il paragrafo 1 non si applica:

a) Se la situazione di estremo pericolo è dovuta, unicamente o

unitamente ad altri fattori, al comportamento dello Stato che la

invoca; o

b) Se tale atto è suscettibile di creare un pericolo comparabile o più

grave.

Art. 25

Stato di necessità.

1. Lo Stato non può invocare lo stato di necessità come causa di esclusione

dell’illiceità di un atto non conforme ad uno dei suoi obblighi internazionali se

non quando tale atto:

a) Costituisca per lo Stato l’unico mezzo per proteggere un interesse

essenziale contro un pericolo grave ed imminente; e

b) Non leda gravemente un interesse essenziale dello Stato o degli Stati nei

confronti dei quali l’obbligo sussiste, oppure della comunità

internazionale nel suo complesso.

2. In ogni caso, lo stato di necessità non può essere invocato da uno Stato come

motivo di esclusione dell’illiceità se:

a) L’obbligo internazionale in questione esclude la possibilità di invocare lo

stato di necessità; o

b) Lo Stato ha contribuito al verificarsi della situazione di necessità.

SENTENZA ARBITRALE DEL 30 APRILE 1990, NUOVA ZELANDA C. FRANCIA (CASO

DEL RAINBOW WARRIOR)

La sentenza tratta delle cause di esclusione dell'illiceità, vale a dire di quelle circostanze la

cui sussistenza è suscettibile di far venir meno l'elemento oggettivo dell'illecito

internazionale, costituito dall'antigiuridicità della condotta. In particolare, oggetto della

sentenza era la sussistenza di circostanze atte a giustificare la violazione da parte della

Francia degli obblighi previsti in un accordo bilaterale con la Nuova Zelanda nel quale erano

state individuate le misure da prendersi da parte della Francia a titolo di riparazione per

l'illecito costituito dal sabotaggio della nave Rainbow Warrior, di proprietà dell'associazione

Greenpeace, nel porto di Auckland in Nuova Zelanda in relazione allo svolgimento degli

esperimenti nucleari francesi nell'atollo di Mururoa. In particolare, contestandosi alla Francia

un inadempimento all'obbligo di mantenere al confino in un atollo del Pacifico i due agenti

francesi esecutori materiali dell'atto, si discuteva se le ragioni di salute addotte dalla Francia

Paola Catera

per giustificare il rimpatrio anticipato dei due agenti potessero integrare una delle cause di

esclusione dell'illiceità contemplate dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale

degli Stati (v. tra i testi normativi di riferimento generale). Il Tribunale arbitrale, escluso che

le circostanze addotte dalla Francia potessero qualificarsi in termini di forza maggiore,

mancando all'evidenza il requisito della presenza di una forza irresistibile ed anche quello

dell'impossibilità assoluta di adempiere all'obbligo violato, ed ugualmente che potesse

ricorrere lo stato di necessità, non essendo in pericolo nella specie un interesse vitale dello

Stato nel suo insieme, ha ammesso invece la tendenziale configurabilità nella specie

dell'estremo pericolo, per essere in pericolo se non già la vita quantomeno l'integrità fisica

dell'organo dello Stato. Il Tribunale arbitrale ha nondimeno affermato che l'invocabilità

dell'estremo pericolo come causa escludente l'illiceità del rimpatrio anticipato dei due agenti

era da ritenersi subordinata da una parte al riconoscimento della gravità delle circostanze di

carattere medico ad opera della controparte, e, dall'altra, al ristabilimento della situazione

originaria, con la riconduzione dei due agenti al confino una volta cessate le esigenze, e

all'esistenza di uno sforzo condotto in buona fede allo scopo di ottenere il consenso della

controparte alla sospensione temporanea dell'esecuzione dell'obbligo violato.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 25 SETTEMBRE 1997, UNGHERIA

C. SLOVACCHIA, PROGETTO GABCIKOVO-NAGYMAROS (DIGHE SUL DANUBIO)

La sentenza, tra gli altri profili, si sofferma sullo stato di necessità come causa di esclusione

dell'illiceità, con riferimento alla sua invocabilità da parte dell'Ungheria come giustificazione

per la decisione di sospendere unilateralmente l'esecuzione dei lavori relativi alla

realizzazione del progetto di deviazione e sfruttamento delle acque del fiume Danubio a

seguito della variante unilateralmente adottata dalla Slovacchia. Nella specie, l'Ungheria

invocava lo stato di necessità a giustificazione della propria decisione di sospendere i lavori

asserendo che la variante adottata dalla Slovacchia fosse suscettibile di causare un grave

pregiudizio all'ambiente ungherese. La Corte, pur riconoscendo, con riferimento anche al

proprio Parere sulla Liceità dell'impiego delle armi nucleari, l'importanza dell'ambiente non

già unicamente per gli Stati bensì anche per il genere umano nel suo insieme, nondimeno ha

ravvisato la mancanza nella specie di un pericolo di carattere grave e imminente per

l'ambiente stesso derivante dalla variante apportata al progetto dalla Slovacchia, essendo il

pericolo in realtà meramente paventato, ed anche la mancata dimostrazione da parte

dell'Ungheria dell'assenza di mezzi diversi da quelli utilizzati per fare fronte al pericolo

stesso, requisiti i quali formano parte integrante dello stat0 di necessità come causa di

esclusione dell'illiceità. Mercoledì, 15 Novembre 2017

Conseguenze dell’illecito internazionale

Nell’ordinamento internazionale mancando un sistema centrale di attuazione

del diritto, il sistema classico è quello dell’autotutela, ovvero della reazione

all’illecito. Il Progetto si occupa anche di questo aspetto.

La regola della permanenza del dovere, ovvero dalla violazione scaturiscono

obblighi

delle conseguenze ulteriori quelle che la dottrina chiama

secondari.

Si distinguono:

- Obblighi primari previsti dalla norma che è stata violata

Paola Catera

- Obblighi secondari che scaturiscono dalla violazione, l’obbligo di

provvedere alla riparazione, ma questo non fa venire l’obbligo di

osservare l’obbligo primario.

Uno dei requisiti che presiedono le contromisure, quegli atti che lo stato può

prendere in azione, è quello di tendere al ripristino dell’osservanza

dell’obbligo operato.

Art. 30 Progetto 2001

Cessazione e non ripetizione

Lo Stato responsabile dell’atto internazionalmente illecito ha l’obbligo di:

a) Porre fine a quell’atto se esso continua;

b) Offrire adeguate assicurazioni e garanzie di non ripetizione se le circostanze lo

richiedono

Riparazione

Art. 31

Riparazione

1. Lo Stato responsabile ha l’obbligo di riparare integralmente il pregiudizio

causato dall’atto internazionalmente illecito.

2. Il pregiudizio comprende ogni danno, sia materiale che morale, causato

dall’atto internazionalmente illecito di uno Stato.

Art. 32

Irrilevanza del diritto interno

Lo Stato responsabile non può avvalersi delle disposizioni del suo diritto interno

come giustificazione per il mancato rispetto dei propri obblighi ai sensi di questa

parte.

Art. 33

Portata degli obblighi internazionali stabiliti nella presente parte

1. Gli obblighi dello Stato responsabile stabiliti dalla presente parte possono

esser dovuti nei confronti di un altro Stato o di più Stati, o della comunità

internazionale nel suo complesso, a seconda della natura e del contenuto

dell’obbligo internazionale e delle circostanze della violazione.

2. La presente parte non pregiudica alcun diritto che la responsabilità

internazionale di uno Stato può far sorgere direttamente a favore di una

persona o di un ente diverso da uno Stato.

Dipende da chi siano i beneficiari dell’obbligo violato. Se è un obbligo che è

dovuto di un singolo stato, obbligo primario, allora anche l’obbligo secondario

sarà solo nei confronti di quello stato, ma se è stato leso un diritto comune o

Paola Catera

di un gruppo di stati, la riparazione sarà dovuta nei confronti di tutti quei stati

che compongono quel gruppo.

Ci deve essere qualche stato che faccia valere la violazione e invochi

l’adempimento degli obblighi secondari. Lo stato che fa vedere questi obblighi

lo fa agendo per conto dell’intera comunità internazionale.

Modalità di riparazione:

restituito in integrum

1. Restituzione – ripristino della situazione esistente

prima che la violazione avesse inizio

Si può utilizzare questi metodi o singolarmente o insieme.

Art. 35

Restituzione

Lo Stato responsabile di un atto internazionalmente illecito ha l’obbligo di procedere

alla restituzione, cioè a ristabilire la situazione che esisteva prima che l’illecito fosse

commesso se e nella misura in cui:

a) Non sia materialmente impossibile;

b) Non comporti un onere sproporzionato rispetto al beneficio a paragone di

quello che deriverebbe dal risarcimento. restituito in

2. Risarcimento – nella misura in cui non sia possibile una

integrum.

Art. 36

Risarcimento

1. Lo Stato responsabile di un atto internazionalmente illecito ha l’obbligo di

risarcire il danno causato da tale atto nella misura in cui il danno non è

riparato attraverso la restituzione.

2. Il risarcimento coprirà ogni danno suscettibile di valutazione economica ivi

compreso il mancato guadagno nella misura in cui sia determinato .

Art. 37

Soddisfazione

1. Lo Stato responsabile di un atto internazionalmente illecito ha l’obbligo di

fornire soddisfazione per il pregiudizio causato dall’atto nella misura in cui non

può essere riparato mediante restituzione o risarcimento.

2. La soddisfazione può consistere in un riconoscimento della violazione, una

manifestazione di rincrescimento, la presentazione di scuse o altra modalità

adeguata. 3. La soddisfazione non può essere sproporzionata rispetto al

Paola Catera

pregiudizio e non può assumere una modalità umiliante per lo Stato

responsabile.

La soddisfazione non può essere sproporzionata rispetto alla violazione e non

può essere umiliante per lo stato. Uno stato non può invocare una causa di

esclusione di antigiuridicità quando abbia dato causa alle circostanze. Nel

valutare il diritto alla riparazione si tiene conto del comportamento dello stato

all’illecito.

Regole procedurali.

Art. 42

Invocazione di responsabilità da parte dello Stato leso

1. Uno Stato è legittimato, come Stato leso, ad invocare la responsabilità di un

altro Stato se l’obbligo violato sussiste nei confronti di:

a) Quello Stato individualmente;

b) Un gruppo di Stati comprendente quello Stato, o della comunità

internazionale nel suo insieme, e la violazione dell’obbligo:

i. Riguarda specialmente quello Stato,

ii. È di natura tale da modificare radicalmente la posizione di tutti gli

altri Stati nei confronti dei quali l’obbligo sussiste rispetto al

successivo adempimento dell’obbligo.

Per evitare che uno stato che non è direttamente coinvolto si erga a

“guardiano del mondo” – cit. Fabrizio.

Art. 43

Comunicazione da parte di uno Stato leso

1. Uno Stato leso che invoca la responsabilità di un altro Stato deve dare

comunicazione della sua domanda a tale Stato.

2. Lo Stato leso può precisare in particolare:

a. Il comportamento che lo Stato responsabile dovrebbe tenere per porre

fine all’illecito, se perdura;

b. La forma che la riparazione dovrebbe assumere in conformità alle

disposizioni della parte II.

Prima di rincorrere a contromisure deve essere fatta valere la responsabilità

dello stato con una intimazione. Non è necessario che lo stato si addentri in

ciò che lo stato offensore faccia per far verificare la violazione ed eseguire la

riparazione come conseguenza.

Art. 44

Ammissibilità delle domande

La responsabilità di uno Stato non può essere invocata se:

Paola Catera

a. La domanda non è avanzata in conformità alle norme applicabili in materia

di nazionalità delle domande;

b. La domanda è una di quelle alle quali si applica la regola del previo

esaurimento dei ricorsi interni e non è stato esaurito ogni ricorso interno

disponibile ed effettivo.

Art. 45

Perdita del diritto di invocare la responsabilità

La responsabilità di uno Stato non può essere invocata se:

a) Lo Stato leso ha validamente rinunciato del reclamo;

b) Si deve ritenere che lo Stato leso, in ragione della propria condotta, abbia

validamente prestato acquiescenza all’abbandono della domanda.

Art. 46

Pluralità di Stati lesi

Ove più Stati siano lesi dal medesimo atto internazionalmente illecito, ciascuno di

essi può invocare individualmente la responsabilità dello Stato che ha commesso

l’atto internazionalmente illecito.

Art. 47

Pluralità di Stati responsabili

1. Ove più Stati siano responsabili del medesimo atto internazionalmente illecito,

può essere invocata la responsabilità di ciascuno di tali Stati in relazione a

quell’atto.

2. Il paragrafo 1:

a) Non consente a nessuno Stato offeso di ricevere un risarcimento

superiore al danno che ha subito;

b) Non pregiudica alcun diritto di ricorso avverso gli altri Stati

responsabili.

Art. 48

Invocazione della responsabilità da parte di uno Stato diverso da uno Stato leso

1. Ogni Stato diverso da uno Stato leso è legittimato ad invocare la responsabilità di

un altro Stato ai sensi del paragrafo

2. 2 se: a) L’obbligo violato sussiste nei confronti di un gruppo di Stati

comprendente quello Stato, ed è stabilito per la tutela di un interesse

collettivo del gruppo;

b) L’obbligo violato si pone nei confronti della comunità internazionale nel

suo complesso.

3. Ogni Stato legittimato ad invocare la responsabilità in virtù del paragrafo 1 può

reclamare dallo Stato responsabile:

a. La cessazione dell’atto internazionalmente illecito, ed assicurazioni e

garanzie di non ripetizione in conformità all’articolo 30; e

Paola Catera

b. L’adempimento dell’obbligo di riparazione in conformità con gli articoli

precedenti, nell’interesse dello Stato offeso o dei beneficiari dell’obbligo

violato. 3. Le condizioni perché uno Stato offeso possa invocare la

responsabilità prevista dagli articoli 43, 44 e 45 si applicano quando la

responsabilità è invocata da parte di uno Stato legittimato a farlo ai sensi

del paragrafo 1.

La contromisura è il classico mezzo di attuazione dell'autotutela. Uno Stato

può prendere 2 tipi di misure:

La contromisura

- è il compimento di un atto che è di per sé considerato

sarebbe illecito, però giustificato in quanto reazione all'altrui illecito.

La ritorsione

- è un atto di per sé e lecito, ma che consiste in un atto

inamichevole.

La questione della possibilità di ricorre a contromisure forma oggetto di una

disciplina più restrittiva e tassativa nel progetto di articoli che non al ricorso

di ritorsioni.

Art. 22

Contromisure in risposta ad un atto illecito internazionale

L’illiceità di un atto di uno Stato non conforme ad un obbligo internazionale nei

confronti di un altro Stato è esclusa se e nella misura in cui tale atto costituisce una

contromisura presa contro quest’ultimo Stato conformemente al capitolo II della

Parte III.

Art. 49

Oggetto e limiti delle contromisure

1. Uno Stato leso può adottare contromisure nei confronti di uno Stato che sia

responsabile di un atto internazionalmente illecito soltanto al fine di indurre

quello Stato a conformarsi ai propri obblighi ai sensi della parte II. (cioè di

indurre quello Stato a dare riparazione all'illecito commesso e a cessarlo se

esso prosegue).

2. Le contromisure sono limitate al non rispetto temporaneo di obblighi

internazionali dello Stato che agisce nei confronti dello Stato responsabile.

3. Per quanto possibile le contromisure saranno adottate in modo tale da

permettere la ripresa dell’adempimento degli obblighi in questione.

Art. 50

Obblighi non pregiudicabili da contromisure

1. Le contromisure non pregiudicheranno:

a) L’obbligo di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza come espresso

dalla Carta delle Nazioni Unite;

b) Gli obblighi di tutela dei diritti umani fondamentali;

c) Gli obblighi di carattere umanitario che vietano rappresaglie;

Paola Catera

d) Gli altri obblighi derivanti da norme imperative di diritto internazionale

generale.

2. Uno Stato che ricorra a contromisure non è esentato dall’adempiere ai propri

obblighi:

a) Derivanti da procedure di soluzione delle controversie applicabile nei

rapporti con lo Stato responsabile;

b) Di rispettare l’inviolabilità di agenti, locali, archivi e documenti

diplomatici o consolari

Nell'art. 50 troviamo gli obblighi previsti da norme inderogabili dal diritto

internazionale generale.

Es. Nel contenzioso Italia - India: questa ultima infastidita dalla decisione

italiana di aver minacciato di non far ritornare in India i due Marò al termine

di un permesso che hanno avuto di rimanere in Italia, aveva minacciato di

ritirare il passaporto all'ambasciatore italiano. Una simile reazione suscitò una

levata di scudi perché è regola che le contromisure non possono mai ignorare

le regole sulle immunità diplomatiche.

C'è un nocciolo duro di obblighi che viene indicato come non pregiudicabile da

contromisure. Fermo restando questo, ci sono criteri più generali: ricorso alla

proporzionalità, ne abbiamo parlato a proposito dei mezzi a cui si può

ricorrere alla legittima difesa.

Art. 51

Proporzionalità

Le contromisure devono essere commisurate al pregiudizio subito, tenendo conto

della gravità dell’atto internazionalmente illecito e dei diritti in gioco.

Art. 52

Condizioni del ricorso a contromisure

1. Prima di prendere contromisure uno Stato leso dovrà:

a) Invitare lo Stato responsabile, in conformità all’articolo 43, ad

adempiere ai propri obblighi in base alla parte II;

b) Comunicare allo Stato responsabile ogni sua decisione di ricorrere a

contromisure ed offrirsi di negoziare con tale Stato.

2. Nonostante il paragrafo 1 b), lo Stato offeso può prendere le contromisure

urgenti che siano necessarie per preservare i propri diritti.

3. Non possono essere prese contromisure, e se già prese devono essere sospese

senza indebito ritardo, se:

a) L’atto internazionalmente illecito è cessato; e

b) La controversia pende innanzi ad una corte o ad un tribunale che abbia

il potete di adottare decisioni vincolanti per le parti.

4. Il paragrafo 3 non si applica se lo Stato responsabile non attiva la procedura di

soluzione delle controversie in buona fede.

Paola Catera

Non possono esserci contromisure se l'atto è cessato. Trova un limite,

quest'ultima norma, nel caso in cui lo Stato responsabile non collabori per

dare effettivo corso alla procedura della risoluzione delle controversie. È

adottata per fare pressione sullo stato membro che non intenda

spontaneamente provvedere a porre termine alla violazione e a alla

riparazione delle conseguenze della riparazione stessa per indurlo a

conformarsi a questi obblighi.

Art. 53

Cessazione delle contromisure

Le contromisure dovranno essere fatte cessare non appena lo Stato responsabile si

sia conformato agli obblighi che gli derivano dalla parte II in relazione all’atto

.

internazionalmente illecito

Art. 54

Misure prese da Stati diversi da uno Stato leso

Il presente capitolo non pregiudica il diritto di ogni Stato, legittimato ai sensi

dell’articolo 48, paragrafo 1 di invocare la responsabilità di un altro Stato, di adottare

misure lecite contro quello Stato per assicurare la cessazione della violazione e la

riparazione nell’interesse dello Stato leso o dei beneficiari dell’obbligo violato.

L'art.54 sembra proprio una limitazione al ricorso unilaterale di contromisure

che implicano l'uso della forza davanti a uno stato diverso da quello leso al

fine di evitare che ci possono essere stati forti nel sistema che si avvalgano del

loro ruolo di poliziotti nel mondo per imporre, magari, la propria ottica nello

scenario internazionale.

SENTENZA ARBITRALE DEL 31 LUGLIO 1928, GERMANIA C. PORTOGALLO, CASO

DEL FORTE DI NAULILAA

La sentenza arbitrale tratta dei presupposti per il ricorso a contromisure armate,

anteriormente all'affermazione, nella Carta delle Nazioni Unite e parallelamente nel diritto

internazionale generale, della regola generale del divieto dell'uso della forza eccettuati i casi

di legittima difesa (cfr. art. 2, par. 4 e art. 51, Carta delle Nazioni Unite; art. 21, Progetto di

articoli sulla responsabilità degli Stati). Nella specie, con riferimento ad un attacco armato

sferrato dalla Germania, che al tempo della Prima guerra mondiale esercitava il dominio

coloniale sul Sud-ovest africano (odierna Namibia) contro l'Angola (al tempo colonia

portoghese) con la distruzione di alcune fortificazioni ivi esistenti, la sentenza arbitrale ha

ritenuto non sussistenti i presupposti per considerare l'attacco sferrato dalla Germania alla

stregua di una contromisura in relazione all'uccisione di alcuni militari tedeschi da parte di

militari portoghesi in Angola. Infatti, per quanto allo stato del diritto consuetudinario come a

quel tempo vigente non si fosse ancora pienamente affermata una regola che stabilisse un

necessario rapporto di proporzionalità tra l'illecito subito e la reazione a titolo di contromisura

(cfr. attualmente art. 51, Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati),

nondimeno nel caso di specie si era in presenza di una manifesta sproporzione della reazione

rispetto all'illecito subito. Per di più, la sentenza arbitrale rilevava la presenza di violazioni di

Paola Catera

carattere procedurale, per non essere stata la reazione tedesca preceduta da alcuna

intimazione allo Stato offensore (cfr. art. 52, Progetto di articoli sulla resp. int.le degli Stati).

Contromisure pacifiche : corrispondono alla sospensione del trattamento di

favore che è dovuto alla controparte di un accordo di carattere commerciale.

Non implicanti l'uso della forza, ma implicanti la sospensione dell'osservanza

di un obbligo. Sospensione dell'osservanza di un obbligo che in quanto tale

illecita, ma che diviene lecita in quanto adottata in ottica bilaterale reciproca

di reazione all'illecito altrui.

SENTENZA ARBITRALE DEL 9 DICEMBRE 1978, STATI UNITI C. FRANCIA, CASO

DEI SERVIZI AEREI

La sentenza arbitrale discute dei presupposti del ricorso a contromisure di carattere pacifico,

a proposito della reazione degli Stati Uniti di fronte al rifiuto della Francia di accettare

determinate proposte sulla base di quanto concordato tra i due Stati in un apposito accordo

sul traffico aereo. La sentenza ha affermato in proposito la necessità che le contromisure

presentino un certo grado di equivalenza rispetto all'obbligo violato, precisando altresì che,

quanto all'elemento della proporzionalità, essa debba essere valutata non soltanto con

riferimento ai danni materiali, nella specie di carattere economico, derivanti dall'illecito, bensì

anche con riferimento all'importanza delle questioni di principio sollevate. Sul piano

procedurale, la sentenza arbitrale ha affermato in sostanza gli obblighi che si possono trovare

enunciati nell'art. 52 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, con

particolare riferimento all'obbligo per le parti di attivarsi al fine di trovare una soluzione

negoziale della controversia, ed all'obbligo di astenersi dal ricorso a contromisure pendente

un procedimento di carattere arbitrale o giudiziario volto alla risoluzione della controversia,

affermando nondimeno che quest'ultimo obbligo non preclude l'adozione di contromisure

urgenti durante il tempo occorrente per l'attivazione del meccanismo arbitrale.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 27 GIUGNO 1986, ATTIVITÀ

MILITARI E PARAMILITARI DEGLI STATI UNITI IN NICARAGUA E CONTRO IL

NICARAGUA

La sentenza, tra gli altri profili, tratta anche dell'elemento soggettivo dell'illecito

internazionale, con specifico riferimento alla questione dell'imputabilità agli Stati Uniti degli

atti posti in essere nel territorio del Nicaragua da una parte dai c. d. UCLAs (Unilaterally

Controlled Latino Assets), i quali erano sostanzialmente dei mercenari reclutati dagli Stati

Uniti per l'esecuzione di determinate operazioni militari in Nicaragua e, dall'altra, dai

Contras, i quali erano invece dei ribelli anti-sandinisti nicaraguensi, i quali avevano posto in

essere attività paramilitari di guerriglia contro il governo nicaraguense. Se con riferimento ai

primi non pareva discutibile che essi, in quanto reclutati espressamente dagli Stati Uniti per

l'esecuzione delle operazioni, agissero sotto il diretto controllo degli Stati Uniti ai quali erano

conseguentemente imputabili gli illeciti commessi, relativamente ai secondi la sussistenza

dell'elemento soggettivo dell'illecito appariva più controversa, in quanto, se era certo che gli

Stati Uniti avessero finanziato, equipaggiato ed addestrato i Contras, non altrettanto chiara

era la sussistenza di un effettivo controllo degli Stati Uniti sulle operazioni poste in essere da

questi ultimi.

L'autotutela collettiva si può invocare per legittimare il ricorso di

contromisure di carattere militare da parte di stati terzi o in presenza di una

richiesta dello stato direttamente leso oppure in presenza di un accordo che

contenga una clausola di tutela collettiva.

Paola Catera Trattato NATO art.5

Un simile accordo è presente nel , che contiene che vale

solo tra stati membri della nato e nella misura in cui si tratti di attacco che

avviene nel suo territorio, a livello europeo e non al di fuori di questi

presupposti. Trattato UE par.7 art.42.

Altra ipotesi simile Martedì, 21 Ottobre 2017

CASO RELATIVO ALL'INCIDENTE DEL SATELLITE COSMOS 954, AVVENUTO IL 24

GENNAIO 1978

Il caso in questione, risolto in via amichevole a seguito di uno scambio di note tra il governo

canadese e quello dell'U.R.S.S. con un accordo firmato a Mosca nel 1981, concerne la

responsabilità internazionale dello Stato per attività lecite, consistenti nella specie nel lancio

di oggetti spaziali. In proposito, rilevavano le disposizioni pattizie contenute in una

convenzione del 29 marzo 1972 sulla responsabilità per danni arrecati da oggetti spaziali,

nonché in un precedente trattato del 1967 sui principi che regolano le attività degli Stati

nell'esplorazione e nell'utilizzo dello spazio extra-atmosferico, dei quali entrambi gli Stati

erano parti. Tali trattati stabiliscono un regime di responsabilità assoluta dello Stato di lancio

degli oggetti spaziali per i danni da questi causati alla superficie terrestre, il quale è

ulteriormente confermato dall'esistenza di un principio generale di diritto comune alle nazioni

civili che prevede un regime di responsabilità analogo per i danni derivanti da attività

pericolose. Oltre alla sussistenza della responsabilità dell'Unione sovietica quale Stato di

lancio del satellite a titolo obiettivo, il Canada faceva inoltre valere l'omissione da parte

dell'U.R.S.S. della notifica preventiva che sarebbe stata tenuta a dare del pericolo di caduta di

frammenti del satellite sul territorio canadese in occasione del rientro del satellite stesso

nell'atmosfera. La dichiarazione resa in proposito dal Canada si soffermava inoltre sulle

modalità della riparazione, specificando che questa dovesse comportare un risarcimento tale

da consentire di ripristinare la situazione che sarebbe esistita se il danno non si fosse

Paola Catera

verificato, avuto riguardo anche alla particolare nocività dei frammenti del satellite caduti in

territorio canadese, in quanto radioattivi.

Sorgeva questione della riparazione, il rimedio era una riparazione che doveva

restituito in integrum.

avere la forma della Nel caso di specie venne ritenuto

necessario procedere sotto forma di un risarcimento pecuniario.

L’elemento oggettivo dell’illecito è sostituito dall’esistenza di regole che

affermano l’intrinseca pericolosità di determinate attività dello stato e la cui

conseguenza fa scaturire una responsabilità

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 9 APRILE 1949, ALBANIA C. REGNO

UNITO (CASO DELLO STRETTO DI CORFÙ)

La sentenza rileva con riferimento alle conseguenze dell'illecito internazionale. In particolare,

con riferimento all'illecito commesso nel caso di specie dal Regno Unito mediante la rimozione

a mezzo di proprie navi militari delle mine presenti nel tratto dello stretto di Corfù rientrante

nel mare territoriale albanese senza il consenso dell'Albania, la Corte internazionale di

giustizia ritenne che l'accertamento della violazione da parte della Corte stessa costituisse,

avuto riguardo alle circostanze del caso di specie, già di per sé una forma di soddisfazione

appropriata .

SENTENZA ARBITRALE DEL 30 APRILE 1990, NUOVA ZELANDA C. FRANCIA (CASO

DEL RAINBOW WARRIOR)

La sentenza tratta delle cause di esclusione dell'illiceità, vale a dire di quelle circostanze la

cui sussistenza è suscettibile di far venir meno l'elemento oggettivo dell'illecito

internazionale, costituito dall'antigiuridicità della condotta. In particolare, oggetto della

sentenza era la sussistenza di circostanze atte a giustificare la violazione da parte della

Francia degli obblighi previsti in un accordo bilaterale con la Nuova Zelanda nel quale erano

state individuate le misure da prendersi da parte della Francia a titolo di riparazione per

l'illecito costituito dal sabotaggio della nave Rainbow Warrior, di proprietà dell'associazione

Greenpeace, nel porto di Auckland in Nuova Zelanda in relazione allo svolgimento degli

esperimenti nucleari francesi nell'atollo di Mururoa. In particolare, contestandosi alla Francia

un inadempimento all'obbligo di mantenere al confino in un atollo del Pacifico i due agenti

francesi esecutori materiali dell'atto, si discuteva se le ragioni di salute addotte dalla Francia

per giustificare il rimpatrio anticipato dei due agenti potessero integrare una delle cause di

esclusione dell'illiceità contemplate dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale

degli Stati (v. tra i testi normativi di riferimento generale). Il Tribunale arbitrale, escluso che

le circostanze addotte dalla Francia potessero qualificarsi in termini di forza maggiore,

mancando all'evidenza il requisito della presenza di una forza irresistibile ed anche quello

dell'impossibilità assoluta di adempiere all'obbligo violato, ed ugualmente che potesse

ricorrere lo stato di necessità, non essendo in pericolo nella specie un interesse vitale dello

Stato nel suo insieme, ha ammesso invece la tendenziale configurabilità nella specie

dell'estremo pericolo, per essere in pericolo se non già la vita quantomeno l'integrità fisica

dell'organo dello Stato. Il Tribunale arbitrale ha nondimeno affermato che l'invocabilità

dell'estremo pericolo come causa escludente l'illiceità del rimpatrio anticipato dei due agenti

era da ritenersi subordinata da una parte al riconoscimento della gravità delle circostanze di

carattere medico ad opera della controparte, e, dall'altra, al ristabilimento della situazione

originaria, con la riconduzione dei due agenti al confino una volta cessate le esigenze, e

all'esistenza di uno sforzo condotto in buona fede allo scopo di ottenere il consenso della

controparte alla sospensione temporanea dell'esecuzione dell'obbligo violato.

Paola Catera

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 31 MARZO 2004, AVENA (MESSICO

C. STATI UNITI)

La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che riguarda una fattispecie simile a quella

oggetto della precedente sentenza relativa al caso LaGrand del 2001 (si veda nella cartella

"La risoluzione della controversie internazionali: la Corte internazionale di giustizia), ha

affermato che l'art. 36, par. 1 della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari,

relativo all'obbligo di comunicazione alle autorità consolari dello Stato il cui cittadino sia

arrestato o sottoposto a procedimento penale, crea un diritto individuale , il quale può essere

fatto valere dallo Stato nazionale del soggetto interessato. La Corte ha individuato come

forma di riparazione per l'illecito commesso dagli Stati Uniti con l'omissione di tale

comunicazione l'imposizione agli Stati Uniti stessi dell'obbligo di consentire una revisione dei

procedimenti nei quali si era verificata la violazione di tale obbligo con effetti pregiudizievoli

per i soggetti interessati. L'attuazione di tale obbligo, che aveva formato oggetto di un

memorandum da parte del Presidente degli Stati Uniti, è stata successivamente vanificata

dalla Corte suprema degli Stati Uniti nella sentenza del 2008 relativa alla causa Medellin c.

Texas (v. nella cartella relativa alla Corte internazionale di giustizia), nella quale la Corte

suprema ha negato che la sentenza della Corte internazionale di giustizia resa nel caso Avena

potesse produrre effetti diretti all'interno dell'ordinamento degli Stati Uniti in assenza di un

atto legislativo che assicurasse l'adattamento dell'ordinamento interno a quanto in essa

disposto. La Corte suprema ha escluso al tempo stesso che un memorandum del Presidente

degli Stati Uniti, in quanto atto di carattere meramente politico, potesse provvedere

all'adattamento ritenuto necessario.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 20 APRILE 2010, CARTIERE SUL

FIUME URUGUAY (ARGENTINA C. URUGUAY)

La sentenza della Corte internazionale di giustizia ha accertato la violazione di un obbligo di

carattere procedurale posto da un accordo bilaterale tra l'Argentina e l'Uruguay recante lo

statuto del fiume Uruguay che scorre alla frontiera tra i due paesi, in base al quale l'Uruguay

averebbe dovuto notificare all'Argentina il proprio progetto di realizzare delle cartiere sulla

propria sponda del fiume in questione. Alla luce delle circostanze del caso, e in particolare

della conclusione raggiunta a maggioranza dalla Corte internazionale di giustizia nel senso

dell'assenza di ulteriori violazioni di obblighi di carattere sostanziale derivanti dall'accordo in

questione, la Corte ha ritenuto che l'accertamento giudiziale della violazione dell'obbligo

procedurale indicato costituisse di per sé una forma di soddisfazione appropriata nei confronti

dell'Argentina in quanto Stato leso.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 30 NOVEMBRE 2010, DIALLO (REP.

DI GUINEA C. REP. DEM. DEL CONGO)

La sentenza della Corte internazionale di giustizia si è soffermata, tra gli altri profili, sulla

riparazione dovuta allo Stato nazionale di un investitore straniero che abbia subito dei

pregiudizi personali e patrimoniali rilevanti a seguito di atti posti in essere dallo Stato

territoriale. La Corte ha affermato che il carattere fondamentale di alcuni dei diritti violati

rendeva necessaria, oltre alla soddisfazione insita nell'accertamento giudiziale dell'illecito ad

opera della stessa Corte internazionale di giustizia, una riparazione, che, nell'impossibilità di

una restitutio in integrum, doveva presentare il carattere di un risarcimento pecuniario. Nel

caso di specie, la Corte aveva rimesso alle parti di determinare in via consensuale l'importo

del risarcimento, con riserva di pronunciarsi essa stessa in proposito ove un accordo in tal

senso non fosse stato raggiunto entro un termine fissato nella sentenza, ciò che poi

materialmente è avvenuto.

Paola Catera

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 27 GIUGNO 1986, NICARAGUA C.

STATI UNITI, ATTIVITÀ MILITARI E PARAMILITARI IN NICARAGUA E CONTRO IL

NICARAGUA

La sentenza della Corte, tra gli altri profili, si sofferma sulla legittimità del ricorso a

contromisure di carattere armato nel quadro delle norme di diritto internazionale

consuetudinario concernenti la legittima difesa. In particolare, la Corte riafferma la legittimità

di tali contromisure ove esse siano poste in essere, a titolo di autotutela individuale, dallo

Stato vittima di un attacco armato, soffermandosi poi ampiamente invece sui presupposti del

ricorso all'autotutela collettiva, invocata nella specie dagli Stati Uniti a giustificazione del

proprio intervento mediante l'invio di bande armate all'interno del territorio del Nicaragua. La

Corte afferma che in linea di principio un tale intervento possa essere giustificato solo in

presenza di una richiesta dello Stato individualmente leso. La Corte afferma altresì che

eventuali procedure previste nel contesto di sistemi pattizi come la Carta delle Nazioni Unite,

per i quali (cfr. art. 51 della Carta) il ricorso all'autotutela collettiva potrebbe essere ritenuto

legittimo sulla base di un rapporto presentato ad un organo internazionale competente a

stabilire la legittimità delle misure adottate, non possono applicarsi evidentemente al di fuori

del sistema pattizio che un tale organo istituisca. La Corte nega infine che l'intervento degli

Stati Uniti in Nicaragua possa essere giustificato a titolo di intervento umanitario, dovendo la

tutela dei diritti garantiti dagli strumenti in materia di diritti umani essere subordinata agli

organi di controllo istituiti dalla stesse fonti pattizie in materia.

PROGETTO DI ARTICOLI SULLA RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALE DEGLI STATI

1996, ART. 19

Si riporta il testo dell'art. 19 contenuto nella precedente versione del progetto di articoli sulla

responsabilità internazionale degli Stati, approvato nel 1996, il quale enunciava la distinzione

tra crimini e delitti internazionali. Come crimini internazionali l'art. 19 del progetto del 1996

identificava, al par. 2, quegli atti internazionalmente illeciti consistenti nella violazione da

parte di uno Stato di un obbligo internazionale a tal punto essenziale per la protezione degli

interessi fondamentali della comunità internazionale che la violazione di un tale obbligo è

riconosciuta dalla comunità internazionale nel suo insieme come un crimine internazionale. A

titolo esemplificativo, il par. 3 della norma identificava come crimini internazionali: a) una

violazione grave degli obblighi posti a protezione della pace e della sicurezza internazionale,

come il crimine di aggressione; b) una violazione grave del diritto di autodeterminazione dei

popoli mediante l'instaurazione o il mantenimento con la forza della dominazione coloniale; c)

una violazione grave e su vasta scala degli obblighi posti a salvaguardia della dignità umana,

come la pratica della schiavitù, il genocidio e l'apartheid; d) una violazione grave degli

obblighi di salvaguardia e preservazione dell'ambiente umano, come l'inquinamento massiccio

dell'atmosfera o dei mari. Ogni altro illecito internazionale che non fosse da considerarsi un

crimine internazionale ai sensi del par. 2, costituiva invece un delitto internazionale. Si veda,

ora, invece, la figura delle gravi violazioni di obblighi derivanti da norme imperative del diritto

internazionale generale, alla quale è fatto riferimento negli articoli 40, 41 e 48 del testo

definitivo del progetto di articoli, come approvato nel 2001.

dell’art 19

Mentre la norma si soffermava sull’aspetto strutturale della

gli art 40, 41

natura collettiva del’interesse leso, si soffermano sull’aspetto

gerarchico di carattere inderogabile delle norme violate. Un’idea di

personificazione della comunità internazionale come insieme di stati

complessivamente considerati.

Art. 40

Paola Catera

Applicazione del presente capitolo

1. Il presente capitolo si applica alla responsabilità internazionale che discende

da una violazione grave da parte dello Stato di un obbligo derivante da una

norma imperativa del diritto internazionale generale.

2. Una violazione di un obbligo di tal genere è grave se implica da parte dello

Stato responsabile una violazione evidente e sistematica del dovere di

adempiere l’obbligo.

Art. 41

Conseguenze particolari di una violazione grave di un obbligo ai sensi del presente

capitolo

1. Gli Stati devono cooperare per porre fine con mezzi leciti ad ogni violazione

grave ai sensi dell’articolo 40.

2. Nessuno Stato riconoscerà come legittima una situazione creata attraverso una

violazione grave sensi dell’articolo 40, né presterà aiuto o assistenza nel

mantenere tale situazione.

3. Quest’articolo non reca pregiudizio alle altre conseguenze previste nella

presente parte ed alle ulteriori conseguenze che una violazione, cui si applica il

presente capitolo, può comportare ai sensi dei diritto internazionale

Limitazione ad operare con mezzi leciti. Il ricorso si potrà giustificare solo in

quanto siano soddisfatti gli standard per ricorrere alla tutela protettiva

secondo le norme del diritto internazionale generale. Non si può scavalcare il

ruolo primario dello stato leso.

Art. 42

Invocazione di responsabilità da parte dello Stato leso

Uno Stato è legittimato, come Stato leso, ad invocare la responsabilità di un altro

Stato se l’obbligo violato sussiste nei confronti di:

a) Quello Stato individualmente;

b) Un gruppo di Stati comprendente quello Stato, o della comunità internazionale

nel suo insieme, e la violazione dell’obbligo:

i. Riguarda specialmente quello Stato,

ii. È di natura tale da modificare radicalmente la posizione di tutti gli

altri Stati nei confronti dei quali l’obbligo sussiste rispetto al

successivo adempimento dell’obbligo.

Art. 48

Invocazione della responsabilità da parte di uno Stato diverso da uno Stato leso

1. Ogni Stato diverso da uno Stato leso è legittimato ad invocare la responsabilità

di un altro Stato ai sensi del paragrafo 2 se:

a. L’obbligo violato sussiste nei confronti di un gruppo di Stati

comprendente quello Stato, ed è stabilito per la tutela di un interesse

collettivo del gruppo;

Paola Catera

b. L’obbligo violato si pone nei confronti della comunità internazionale nel

suo complesso.

2. 2. Ogni Stato legittimato ad invocare la responsabilità in virtù del paragrafo 1

può reclamare dallo Stato responsabile: a) la cessazione dell’atto

internazionalmente illecito, ed assicurazioni e garanzie di non ripetizione in

conformità all’articolo 30; e b) l’adempimento dell’obbligo di riparazione in

conformità con gli articoli precedenti, nell’interesse dello Stato offeso o dei

beneficiari dell’obbligo violato. 3. Le condizioni perché uno Stato offeso possa

invocare la responsabilità prevista dagli articoli 43, 44 e 45 si applicano

quando la responsabilità è invocata da parte di uno Stato legittimato a farlo ai

sensi del paragrafo 1.

Art. 54

Misure prese da Stati diversi da uno Stato leso

Il presente capitolo non pregiudica il diritto di ogni Stato, legittimato ai sensi

dell’articolo 48, paragrafo 1 di invocare la responsabilità di un altro Stato, di adottare

misure lecite contro quello Stato per assicurare la cessazione della violazione e la

riparazione nell’interesse dello Stato leso o dei beneficiari dell’obbligo violato.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 15 FEBBRAIO 1970, BELGIO C.

SPAGNA, CASO BARCELONA TRACTION

La sentenza, relativa all'identificazione dello Stato legittimato ad intervenire in protezione

diplomatica nell'ipotesi in cui il soggetto leso nel godimento dei diritti che gli Stati sono tenuti

a garantire agli stranieri sia una persona giuridica, si sofferma incidentalmente sulla

distinzione tra obblighi reciproci degli Stati, quali sono quelli che sorgono nell'ambito della

protezione diplomatica tra lo Stato territoriale al quale la violazione è imputabile e lo stato

nazionale del soggetto leso, ed obblighi di carattere collettivo od erga omnes, che gli Stati

assumono nei confronti della Comunità internazionale nel suo insieme. Questi ultimi obblighi

riguardano tutti gli Stati, nel senso che, in considerazione dell'importanza dei diritti che

sorgono in corrispondenza degli obblighi erga omnes, tutti gli Stati possono essere considerati

come aventi un interesse giuridico a che tali diritti ricevano tutela. La configurazione degli

obblighi erga omnes tracciata per la prima volta dalla Corte internazionale di giustizia nella

sentenza in esame, oltre a ricomparire in pronunce successive (cfr. anche il Parere del 2004

sulle Conseguenze della costruzione del muro nei Territori palestinesi occupati (v. supra nella

cartella relativa all'elemento oggettivo dell'illecito internazionale e alle circostanze escludenti

l'antigiuridicità)) è rintracciabile, pur dopo l'eliminazione dell'art. 19 del precedente testo del

Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, nell'art. 48 del testo

definitivo del Progetto di articoli come approvato nel 2001 .

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 30 GIUGNO 1995, TIMOR

ORIENTALE (PORTOGALLO C. AUSTRALIA)

La sentenza si sofferma sul diritto all'autodeterminazione dei popoli, che la Corte identifica

come atto a far sorgere obblighi erga omnes, la cui violazione può essere fatta valere anche

da Stati non direttamente lesi, i quali agiscano "uti universi", vale a dire per conto della

comunità internazionale nel suo insieme. Nondimeno, la Corte internazionale di giustizia

osserva che il carattere erga omnes dell'obbligo violato non comporta di per sé una deroga

alle regole concernenti l'esercizio della giurisdizione da parte della Corte stessa, la quale non

può pertanto pronunciarsi in un caso in cui a formare oggetto di giudizio sia il comportamento

di uno Stato che non è parte del procedimento pendente davanti alla Corte.

Paola Catera

RISOLUZIONE DELL'INSTITUT DE DROIT INTERNATIONAL SUGLI OBBLIGHI ERGA

OMNES NEL DIRITTO INTERNAZIONALE

L'Institut de droit international, associazione scientifica con sede a Ginevra che riunisce i più

autorevoli studiosi di diritto internazionale dei diversi paesi a livello mondiale allo scopo di

discutere di temi di particolare rilevanza nell'ambito del diritto internazionale, sui quali,

nell'ambito delle sessioni convocate a cadenza biennale di volta in volta in un paese diverso

nelle vari parti del mondo, adotta delle risoluzioni di carattere propositivo contenenti

l'enunciazione dei principi e regole generali relative alla materia che ne forma oggetto, ha

adottato in occasione della sessione tenutasi a Cracovia (Polonia) nel 2005 una risoluzione sul

tema "Obligations erga omnes in International Law / Les obligations erga omnes en droit

international". La risoluzione, oltre a contenere una definizione della nozione di obblighi erga

omnes, formula alcune regole generali in ordine alle conseguenze derivanti dalla violazione di

tale tipo di obblighi. Tali regole appaiono in buona parte ispirate al regime previsto dal

Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati come adottato nel 2001 (v.

nella cartella dei testi normativi di riferimento generale) relativamente alle conseguenze delle

gravi violazioni di norme imperative di diritto internazionale generale (v. in particolare art. 5

della risoluzione dell'Institut de droit international, a fronte degli articoli 41 e 48 del Progetto

di articoli del 2001).

Paola Catera Martedì, 21 Novembre 2017

Nella situazione attuale il Consiglio di sicurezza è soggetto al veto dei membri

all'art.27 dello Statuto

permanenti, perché il meccanismo è quello di cui

ONU.

Votazione

1. Ogni Membro del Consiglio di Sicurezza dispone di un voto.

2. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su questioni di procedura sono prese

con un voto favorevole di nove Membri.

3. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su ogni altra questione sono prese con

un voto favorevole di nove Membri, nel quale siano compresi i voti dei Membri

permanenti; tuttavia nelle decisioni previste dal Capitolo VI e dal paragrafo 3

dell’articolo 52, un Membro che sia parte di una controversia deve astenersi

dal voto.

L'Italia è membro non permanente consiglio di sicurezza. I membri non

permanenti sono tali per due anni, ma l'Italia insieme ai Paesi Bassi, ha deciso

di essere membro non permanente per un anno ciascuno.

Il problema è che nelle questioni di procedura, le delibere sono basate su 9

membri su 15, quali esse siano. Invece, su ogni altra la maggioranza si forma

comprendendo nei 9 voti i 5 voti dei membri permanenti.

In seguito al parere della CIG relativo alla continua presenza del Sudafrica in

276/1970

Namibia, nonostante la risoluzione , si è affermata in via

interpretativa la regola per la quale le delibere del consiglio di sicurezza su

questioni di carattere non procedurale possono essere adottate anche con

l'astensione di uno o più membri permanenti.

Ciò ha semplificato sensibilmente il compito, perché eventualmente in sede

negoziali che possono avvenire all'interno del consiglio di sicurezza, se può

essere difficile in certi casi ottenere il voto favorevole di uno o più membri

Paola Catera

permanenti diciamo che con pur faticose trattative ai può ottenere

quantomeno l'astensione, anziché il voto contrario. La delibera sulla questione

di carattere non procedurale passa con l'astensione di un membro

permanente.

Nelle risoluzioni del consiglio di sicurezza sulle situazioni che implicano

minacce per la sicurezza internazionale, le delibere sono sfumate. Sono

risoluzioni che sollecitano, che incoraggiano gli Stati membri a prendere una

certa posizione, ma che in genere non raggiungono la soglia dell'obbligo vero

e proprio. Questo soprattutto in quelle risoluzioni dove mette conto l'adozione

di misure implicanti una qualche misura di ricorso alla forza armata.

Diverse sono invece le risoluzioni nelle quali siano contromisure non

implicanti l'uso della forza perché in questo caso l'efficacia vincolante nei

confronti degli Stati membri è sostanzialmente indiscussa.

Quanto alla natura delle misure le norme rilevanti sono quelle del cap. 7 carta.

Articolo 41

Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della

forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può

invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono

comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle

comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la

rottura delle relazioni diplomatiche.

Articolo 42

Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano

inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze

aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la

pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni,

blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle

Nazioni Unite. art. 42

Le misure ex non si concretano in azioni intraprese dal consiglio.

Molto spesso si traducono nella autorizzazione al ricorso da parte degli stati

membri o agiscono unilateralmente a titolo di autotutela collettiva dicendo che

c'è stata una richiesta da parte dello Stato direttamente leso oppure

sostenendo che sono in pericolo interessi generale della comunità

internazionale, es. Isis.

Le risoluzioni più recentemente adottate non contengono espressamente

un'autorizzazione all'uso della forza. Ma contengono espressioni più neutri

che sono tratte dal progetto di articoli.

Paola Catera

Si invitano stati ad agire con mezzi leciti: di fronte a una concreta minaccia di

carattere armato sarebbe lecito nei limiti della proporzionalità, dell'attualità e

della reazione alla minaccia stessa, anche una reazione di carattere armato.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 8 LUGLIO 1996, LICEITÀ DELLA

MINACCIA E DELL'IMPIEGO DELLE ARMI NUCLEARI

Il parere, di carattere consultivo, emanato su richiesta dell'Assemblea generale delle Nazioni

Unite, si sofferma sulla rilevanza delle risoluzioni adottate dall'Assemblea generale come

prova dell'esistenza di un'opinio iuris sive necessitatis a sostegno dell'emersione di una nuova

regola di diritto internazionale consuetudinario, atta, nella specie, a vietare la minaccia e

l'impiego di armi nucleari. La Corte osserva che l'efficacia in tal senso di una risoluzione

dell'Assemblea generale è inevitabilmente sminuita ove la stessa sia stata adottata con un

numero consistente di astensioni o voti contrari, prova che la supposta opinio iuris a sostegno

della nuova regola non possa considerarsi generalmente condivisa e, conseguentemente, che

si sia al più in presenza di una regola in corso di emersione.

I requisiti della legittima difesa devono essere applicati anche al modello

specifico della reazione della minaccia nucleare, tenendo presente che una

volta che l'attacco è stato sferrato per la sua natura distruttiva, potrebbe

essere difficile o comunque non tempestiva una reazione a titolo di legittima

difesa. Le modalità concrete possono variare a seconda del grado di controllo

che il consiglio mantiene sull'operazione che viene così autorizzata.

Si è parlato molto spesso di Deleghe in bianco: casi in cui viene autorizzata

l'azione senza fornire dei criteri direttivi specifici circa il modo in cui questa

debba realizzarsi e senza prevedere un monitoraggio, un obbligo di riferire al

consiglio di sicurezza costantemente dei provvedimenti che vengono adottati.

risoluzione 1244 del 1999

Successivamente, il consiglio di sicurezza con ,

detta una copertura di legittimità e di compatibilità con i fini del capitolo

settimo della carta a questo intervento che alcuni stati membri

dell'organizzazione deciso in sede nato per porre fine conflitto in Kosovo, però

poi con quella risoluzione si instituì la UNMIK per ricreare una situazione di

pace.

Missione temporanea che veniva considerata un vero controllo effettivo del

territorio, tanto che i singoli stati membri non potevano considerarsi avere

controllo effettivo di quei territori.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 21 GIUGNO 1971, CONSEGUENZE

GIURIDICHE PER GLI STATI DELLA CONTINUA PRESENZA DEL SUDAFRICA IN

NAMIBIA NONOSTANTE LA RISOLUZIONE 276 (1970) DEL CONSIGLIO DI

SICUREZZA

Il parere afferma l'ammissibilità della formazione di consuetudini particolari all'interno di

organizzazioni internazionali, con particolare riferimento all'ammissibilità dell'adozione di

risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su questioni di carattere non

procedurale con l'astensione di uno o più membri permanenti del Consiglio stesso.

Paola Catera

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE N. 1441

(2002) CONCERNENTE LA SITUAZIONE IN IRAQ

La risoluzione in esame sollevava un problema interpretativo, consistente nello stabilire se

nell'imporre l'obbligo all'Iraq di consentire lo svolgimento delle ispezioni volte ad accertare

l'adempimento dei propri doveri di disarmo potesse contenere al proprio interno

un'autorizzazione all'uso della forza militare in caso di violazione dell'obbligo suddetto. In

proposito, le dichiarazioni pronunciate dai membri del Consiglio di sicurezza in occasione

dell'adozione della risoluzione consentono di concludere nel senso che la risoluzione non

contenesse al proprio interno alcun dispositivo nascosto (hidden trigger) atto ad autorizzare

l'uso della forza in caso di violazione degli obblighi incombenti all'Iraq in assenza di una

nuova risoluzione che disponesse in questo senso.

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE N. 1970

(2011) NEI CONFRONTI DELLA LIBIA

La risoluzione costituisce un esempio della prassi delle risoluzioni con le quali il Consiglio di

sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato misure non implicanti l'uso della forza ai sensi

dell'art. 41 della Carta delle Nazioni Unite. Tali risoluzioni, che costituiscono atti vincolanti

per tutti gli Stati membri dell'organizzazione, possono in alcuni casi, come in quello in esame,

prevedere l'adozione da parte degli Stati membri dell'organizzazione, ovvero, ove del caso, da

parte di un'organizzazione di carattere regionale come l'Unione europea alla quale gli Stati

membri abbiano trasferito la competenza ad adottare atti in proposito, di misure di carattere

restrittivo, con particolare riferimento alla libertà di circolazione ovvero di movimento di

capitali, nei confronti di determinati soggetti, persone fisiche o giuridiche, indicati in un

allegato alla risoluzione stessa.

Si dispongono semplicemente misure di carattere economico di beni di

soggetti sospettati o di sostenere il terrorismo internazionale oppure

comunque di sostenere regimi la cui presenza implica minaccia per la pace e

la sicurezza internazionale.

Il regime in questione, nel 2011, è il regime di Gheddafi, si prese rapidamente

azione per debellare questo regime senza preoccuparsi di ciò che si sarebbe

dovuto fare dopo lo smantellamento di questo regime per assicurare la

transizione dello stato libico verso un regime di democrazia atto ad assicurare

la pace e la sicurezza internazionale. Il risultato ora è sotto gli occhi di tutti,

failed states,

nel senso che si è creata una situazione di stato non proprio

fallito, ma cessato nel quale non c'è effettivo controllo dello stato stesso,

malgrado quanto ha affermato il consiglio di sicurezza nelle recenti

risoluzioni.

Inoltre, ha disposto delle misure restrittive a carico di soggetti sospetti di

sostenere il regime libico e quindi di Gheddafi, bloccando anche l'accesso alle

persone e il congelamento dei fondi delle risorse economiche secondo il

sistema già in essere a seguito della risoluzione adottata nel 2001 per la lotta

contro il regime di Al Qaeda.

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE N. 2249

(2015), DEL 20 NOVEMBRE 2015, RELATIVA AL TERRORISMO INTERNAZIONALE,

IN RELAZIONE AGLI ATTENTATI ATTRIBUIBILI ALL'ISIS

Paola Catera

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dichiara che lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante

(ISIS, noto anche come Da'esh) , con il suo violento estremismo ideologico, i suoi atti

terroristici, i suoi continui attacchi sistematici e su larga scala alle popolazioni civili, le

violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, la distruzione del

patrimonio culturale e il traffico illecito di beni culturali, ma anche con il controllo su parte

significativa del territorio e delle risorse naturali della Siria e dell'Iraq, costituisce una

minaccia globale e senza precedenti alla pace e alla sicurezza internazionale (a global and

unprecedented threat to international peace and security). La risoluzione, nella sua parte

operativa (v. in particolare il punto 5), chiama tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite che ne

hanno la capacità a prendere tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale,

e in particolare della Carta delle Nazioni Unite, così come dei diritti umani, del diritto dei

rifugiati e del diritto internazionale umanitario, sul territorio che si trova sotto il controllo

dell'ISIS in Siria e in Iraq, a raddoppiare e coordinare gli sforzi per prevenire e reprimere

attacchi terroristici commessi dall'ISIS così come da altri individui o entità associate ad Al

Quaeda, o da altri gruppi terroristici, così come identificati dal Consiglio di Sicurezza d'intesa

con l'International Syria Support Group, in base alla dichiarazione di quest'ultimo in data 14

novembre 2014, allo scopo di sradicare il "riparo sicuro" (safe haven) che l'ISIS si è creato in

parti significative del territorio della Siria e dell'Iraq. La risoluzione, al di là delle espressioni

enfatiche utilizzate, rivela in realtà un approccio molto prudente, scrupoloso di rispettare la

sovranità territoriale degli Stati interessati, particolarmente della Siria, che, diversamente

dall'Iraq, non ha allo stato invocato l'intervento degli altri Stati a titolo di autotutela collettiva

di fronte alla minaccia costituita dall'ISIS. Come tale, la risoluzione, pur prevedendo (al punto

7) l'aggiornamento delle liste di soggetti sospettati di sostenere il terrorismo internazionale,

tenute dal Comitato delle sanzioni creato con la propria risoluzione n. 1267 (1999), allo scopo

di meglio fronteggiare, attraverso misure non implicanti l'uso della forza come il blocco dei

beni e le restrizioni alla libertà di circolazione dei soggetti in questione, la minaccia

terroristica in atto, non si spinge fino al punto di autorizzare misure implicanti l'uso della

forza nelle zone interessate .

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE N. 2259

(2015) DEL 23 DICEMBRE 2015, SULLA SITUAZIONE IN LIBIA

La risoluzione del Consiglio di sicurezza esprime appoggio all'accordo politico di Skyrat

concluso il 17 dicembre 2015 con il quale è stata stabilita la costituzione di un governo libico

di unità nazionale con sede a Tripoli, invitando gli Stati membri dell'ONU a sostenere tale

governo, incoraggiando le altre parti presenti nel territorio libico ad unirsi ad esso. La

risoluzione invita al tempo stesso gli Stati membri a far cessare ogni supporto e contatti con

altre istituzioni che pretendano di costituire la legittima autorità ma che non siano parti

dell'accordo istitutivo del governo di unità nazionale (v. punto 5 della parte dispositiva della

risoluzione). La risoluzione, nell'esprimere un chiaro sostegno dell'organizzazione al governo

di unità nazionale costituitosi nella parte occidentale del paese, e nell'auspicare che più parti

del paese si uniscano ad esso, non affronta tuttavia efficacemente la criticità insita nella

presenza, segnatamente, di un governo parallelo con base a Tobruk nella parte orientale del

paese, sostenuto da alcuni Stati, e di ampie parti del paese che soggiaciono al controllo di

gruppi ribelli, in alcuni casi affiliati all'ISIS, per cui il controllo esercitato dal governo di unità

nazionale, malgrado il sostegno ONU, appare in realtà difettare tuttora di effettività in ampie

parti del paese.

Modalità risoluzione delle controversie internazionali

La corte permanente di giustizia internazionale ha fornito in occasione di una

sua risalente sentenza del 1924 la definizione di controversia internazionale.

Paola Catera

CORTE PERMANENTE DI GIUSTIZIA INTERNAZIONALE, SENT. 30 AGOSTO 1924,

GRECIA C. REGNO UNITO, CONCESSIONI MAVROMMATIS IN PALESTINA

La sentenza, relativa all'esercizio da parte della Grecia del diritto di intervenire in protezione

diplomatica a tutela dell'interesse di un proprio cittadino, Mavrommatis, nei confronti della

Gran Bretagna, paese sotto il cui mandato la Palestina era stata posta, si sofferma

preliminarmente sulla definizione di controversia internazionale, identificando come tale un

disaccordo su di un punto di diritto o di fatto, una contraddizione, ovvero un'opposizione di

tesi giuridiche o di interessi tra due parti, che concerna un rapporto disciplinato dal diritto

internazionale.

Si discuteva se la controversia internazionale che nasceva non già dalla

violazione commessa nei confronti dello stato straniero, ma dalla violazione

commessa nei confronti del privato straniero, potesse considerarsi una

controversia internazionale.

Chiaramente, la controversia diviene internazionale nel momento in cui alla

violazione dei diritti di Mavrommatis come straniero, corrisponde, secondo la

logica tradizionale dell'istituto della protezione diplomatica che riflette la

vecchia ottica stato centrica, una lesione delle prerogative sovrane allo stato

nazionale.

I mezzi giurisdizionali, in assenza di un sistema centrale di accertamento del

diritto che abbia giurisdizione obbligatoria nei confronti degli Stati, si basa sul

consenso degli stati.

Ricorda il caso Lexie.

Molto spesso ci si ferma su questo caso del consenso che molto spesso è

motivo di inammissibilità. Anche il caso dell'attività militare e paramilitare in

Nicaragua per cui la dichiarazione di accettazione della giurisdizione della

CIG da parte degli USA non si applicava in relazione a controversie che

avessero ad oggetto trattati conclusi dagli usa.

Questa esclusione limita le possibili controversie sottoponibili e la CIG ha

aggirato questo ostacolo dando un'interpretazione teologica delle espressioni

contenute nella dichiarazione di accettazione statunitense, nel senso di

aggirare il più possibile l'ostacolo fino ad arrivare a tutte le volte in cui un

obbligo in capo agli usa derivante da un trattato, trova un suo parallelo in un

obbligo che sorge negli usa , la giurisdizione c e perché la questione non è più

questione relativa ad un trattato concluso dagli USA, ma è una questione

relativa al diritto internazionale generale.

In certi casi, attività armate nel territorio del Congo 2006, ha escluso che il

carattere cogente delle norme violate, potesse giustificare alcuna deroga ai

limiti del consenso.

Il consenso è fondamentale perché senza di esso non si può procedere al

ricorso di meccanismi giurisdizionali.

Paola Catera

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 1° APRILE 2011, GEORGIA C.

FEDERAZIONE RUSSA, APPLICAZIONE DELLA CONVENZIONE SULL'ELIMINAZIONE

DI OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE RAZZIALE (ECCEZIONI PRELIMINARI)

La sentenza, che tratta di alcune questioni preliminari di carattere procedurale sorte

relativamente ad una controversia tra la Georgia e la Federazione Russa derivante dagli

illeciti commessi da quest'ultima nei territori dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, si sofferma

sull'interpretazione della clausola compromissoria contenuta nell'art. 22 della Convenzione

sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. La clausola compromissoria, che è

una disposizione contenuta in un accordo internazionale la quale prevede la devoluzione di

tutte o alcune delle controversie che potranno sorgere dall'accordo nel quale è inserita ad un

arbitro o giudice internazionale, prevedeva nella specie la giurisdizione della Corte

internazionale di giustizia con riferimento alle controversie concernenti l'interpretazione od

applicazione della Convenzione. Al fine di accertare la propria giurisdizione in base alla

clausola, la Corte si è quindi dovuta pronunciare sulla portata del termine "controversia",

richiamandosi alla pronuncia della Corte permanente di giustizia internazionale relativa al

caso delle Concessioni Mavrommatis in Palestina (v.)

Articolo 33

1. Le parti di una controversia, la cui continuazione sia suscettibile di mettere in

pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, devono,

anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta,

mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad

organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta.

2. Il Consiglio di Sicurezza ove lo ritenga necessario, invita le parti a regolare la

loro controversia medianti tali mezzi.

Ci si basa sulla trattativa degli stati in questione senza l'intervento di soggetti

terzi.

L’inchiesta, si configura nell' investitura di organo di un'organizzazione

internazionale, il quale può essere lo stesso consiglio di sicurezza NU o un

osservatore il quale ha lo scopo di condurre delle indagini ed esaminare la

situazione, gli elementi fattuali della controversie.

In questo caso vi è il ruolo di un terzo: si distinguono a questo riguardo ruoli

d'uffici che mette d'accordo le parti e la mediazione che assiste

nell'individuare la soluzione.

La Conciliazione: mezzo diplomatico però di carattere più incisivo perché il

conciliatore formula una proposta di conciliazione e le parti sono libere di

accettare o meno.

L'arbitrato: è un mezzo pacifico però produce un esito vincolante. Si basa sul

consenso degli stati, ma l'esito è che si arriva ad una vera e propria sentenza

di carattere giurisdizionale e questa ha l'effetto di vincolare le parti.

Paola Catera Mercoledì, 22 Novembre 2017

CIG

È rappresentata nella carta delle NU come il principale organo giudiziario

dell’organizzazione, tuttavia è inesatto dire che essa sia l’organo giudiziario,

in quanto non ha funzioni istituzionale di risolvere le controversie legate

all’organizzazione, dal momento che essa svolge più funzioni:

- Contenziosa, volta alla risoluzione delle controversie internazionali fra

stati, la corte riconosce solo sulla base del consenso che gli stati abbiano

dato alla sottoposizione della controversia alla corte stessa.

Articolo 92 Carta NU

La Corte Internazionale di Giustizia costituisce il principale organo giurisdizionale

delle Nazioni Unite. Essa funziona in conformità allo Statuto annesso che e basato

sullo Statuto della Corte Permanente di Giustizia Internazionale e forma parte

integrante del presente Statuto.

Articolo 93

1. Tutti i Membri delle Nazioni Unite sono ipso facto aderenti allo Statuto della

Corte Internazionale di Giustizia.

2. Uno Stato non Membro delle Nazioni Unite può aderire allo Statuto della Corte

Internazionale di Giustizia alle condizioni da determinarsi caso per caso

dall’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza.

Può accadere che uno stato che non è membro delle NU può aderire allo

statuto della CIG, senza aderire necessariamente all’organizzazione (come il

caso della Svizzera).

- Consultiva, si concreta per la composizione di pareri, la quale può

essere attivata solo su iniziativa di un organo o di un istituto

specializzato delle NU. Pareri che possono vertere anche su questioni sul

diritto internazionale anche non necessariamente legate

all’organizzazione stessa.

Chi diviene parte e aderisce allo statuto delle NU, diviene anche parte dello

statuto della CIG.

Articolo 2 Statuto CIG

Paola Catera

La Corte è un corpo di giudici indipendenti, eletti senza riguardo alla loro nazionalità,

tra persone di alta levatura morale, che posseggano i requisiti richiesti nei loro

rispettivi paesi per la nomina alle più alte cariche giudiziarie, o siano giureconsulti di

riconosciuta competenza nel campo del diritto internazionale.

Articolo 3

1. La Corte si compone di 15 membri, tra i quali non può essere compreso più di

un cittadino di uno stesso Stato.

2. A tale effetto, colui che possa essere considerato come cittadino di più di uno

Stato, sarà considerato cittadino di quello Stato in cui ordinariamente eserciti i

diritti civili e politici

È data la possibilità agli stati parti di una controversia che non si trovino ad

ad hoc

avere un proprio giudice cittadino di nominare un giudice solo per

quella controversia, ovviamente in parità con le altre parti. Per garantire

parzialità nella situazione in cui una delle parti della controversia si trovi ad

avere un giudice cittadino nella corte e l’altro no. Nel caso, invece, nessuno

dei due stati parti abbia un giudice nella corte, allora si può:

a) Rescindere dalla controversia

b) Di consentire ad entrambi gli stati parti di nominare un giudice ad hoc.

Il procedimento di selezione dei giudici coinvolge la corte permanente

arbitrato, organo che amministra lo svolgimento di procedimenti arbitrali

internazionali. Vi è un regolamento di procedura e vi è una lista di arbitri e nel

ad hoc,

caso in cui sia necessario nominare un giudice si richiede che questo

giudice si scelto da questo elenco.

Competenza della corte

In sede contenziosa:

Articolo 34

1. Solo gli Stati possono essere parti nei processi davanti alla Corte.

2. La Corte, nei limiti del suo Regolamento ed alle condizioni da esso stabilite,

può richiedere ad organizzazioni pubbliche internazionali informazioni

concernenti le controversie di cui essa sia investita, e può ricevere altresì simili

informazioni presentate dalle dette organizzazioni di loro iniziativa.

3. Quando sia in discussione, in una controversia davanti alla Corte,

l'interpretazione dell'atto costitutivo di una organizzazione internazionale

pubblica o di una convenzione internazionale stipulata in base ad esso, il

Cancelliere dà notizia all'organizzazione internazionale pubblica interessata e

comunica ad essa copia di tutti gli atti del procedimento scritto.

Articolo 35

1. La Corte è aperta agli Stati aderenti al presente Statuto.

Paola Catera

2. Le condizioni alle quali la Corte è aperta agli altri Stati sono determinate, con

riserva delle speciali disposizioni contenute nei trattati in vigore, dal Consiglio

di Sicurezza, ma in nessun caso tali condizioni possono porre le parti in

posizione di ineguaglianza davanti alla Corte.

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE DEL 15

OTTOBRE 1946, N. 9 (1946)

Con la risoluzione n. 9 del 1946 il Consiglio di sicurezza ha fissato, in base all'art. 35, par. 2,

dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, le condizioni alle quali Stati non aderenti

allo Statuto della Corte possono accedere alla Corte, posto, pur sempre, che sussista il

consenso al fine dell'esercizio della giurisdizione ai sensi dell'art. 36 dello Statuto. Ai sensi del

par. 1 della risoluzione, di cui si allega il testo in inglese e in francese, Stati non aderenti allo

Statuto della Corte potranno accedere alla stessa a condizione che ne accettino la

giurisdizione ai sensi delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e alle condizioni

previste dallo Statuto, e che si impegnino ad eseguire in buona fede le decisioni della Corte e

ad adempiere agli obblighi previsti al riguardo dall'art. 94 della Carta.

Articolo 36

1. La competenza della Corte si estende a tutte le controversie che le parti

sottopongano ad essa ed a tutti i casi espressamente previsti dallo Statuto

delle Nazioni Unite o dai trattati e dalle convenzioni in vigore.

2. Gli Stati aderenti al presente Statuto possono in ogni momento dichiarare di

riconoscere come obbligatoria ipso facto e senza speciale convenzione, nei

rapporti con qualsiasi altro Stato che accetti il medesimo obbligo, la

giurisdizione della Corte su tutte le controversie giuridiche concernenti:

a. L’interpretazione di un trattato;

b. Qualsiasi questione di diritto internazionale;

c. L’esistenza di qualsiasi fatto che, se accertato, costituirebbe la violazione

di un obbligo internazionale;

d. La natura o la misura della riparazione dovuta per la violazione di un

obbligo internazionale.

3. Le dichiarazioni di cui sopra possono essere fatte incondizionatamente o sotto

condizione di reciprocità da parte di più Stati o di determinati Stati o per un

periodo determinato.

4. Tali dichiarazioni sono depositate presso il Segretario Generale delle Nazioni

Unite, che ne trasmette copia agli Stati aderenti al presente Statuto ed al

Cancelliere della Corte.

5. Le dichiarazioni fatte in applicazione dello articolo 36 dello Statuto della Corte

Permanente di Giustizia Internazionale, e che siano tuttora in vigore, sono

considerate, nei rapporti tra Stati aderenti al presente Statuto, come

accettazioni della giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di

Giustizia per il periodo per il quale debbano ancora aver vigore, e in

conformità alle loro clausole.

6. In caso di contestazione sulla competenza della Corte, la Corte decide.

Kompetenz – kompetenz regola generale che si applica anche nel diritto

arbitrato.

DICHIARAZIONE ITALIANA DI ACCETTAZIONE DELLA GIURISDIZIONE DELLA

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

Paola Catera

La Repubblica italiana ha presentato in data 25 novembre 2014 la propria dichiarazione di

accettazione della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 36, par.

2, dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. La dichiarazione, secondo una prassi

diffusa, è assortita di alcune riserve, volte ad escludere, in particolare, l'effetto retroattivo

della dichiarazione, specificandosi, al par. 1, che essa produce effetto unicamente con

riferimento a controversie che sorgano posteriormente alla presentazione della dichiarazione

stessa e relative a fatti verificatisi successivamente a tale data. La dichiarazione fa inoltre

salvi, al par. 1, (i), i casi nei quali le parti abbiano concordato di ricorrere esclusivamente ad

altro mezzo di risoluzione delle controversie e, al par. 1, (ii), esclude che essa possa essere

invocata da un altro Stato che abbia invece accettato la giurisdizione della Corte unicamente

con riferimento alla specifica controversia, oppure con una dichiarazione avente efficacia

generale ma presentata meno di dodici mesi prima del deposito della domanda presso la

Corte. La Repubblica italiana si riserva inoltre, al par. 2, il diritto di integrare, modificare o

ritirare le riserve apposte alla dichiarazione, od ogni altra che dovesse essere aggiunta in

seguito.

Dichiarazione di accettazione della giurisdizione della corte (art 36

par. 2)

Compromesso , un accordo con il quale due stati a lite insorta si accordano

per sottoporla alla CIG oppure ad altro tribunale internazionale che si basi sul

ad hoc.

consenso degli stati o sul tribunale arbitrale

clausola compromissoria

Si può inserire una , nella quale si dispone che

tutte o alcune delle controversie relative all’interpretazione e applicazione del

trattato saranno devolute all’organo abitarle designato. Può essere:

- Completa, quando implica direttamente nel suo testo l’organo al quale

ricorrere.

- Incompleta, quando ad esempio si prevede il consenso di ricorrere

all’arbitrato nel caso in cui sorga una controversia fra strati, ma non si

specifica quale sia l’istanza arbitrale alla quale ricorrere. Sarà

necessario concludere il compromesso per individuare l’organo al quale

ad hoc)

rivolgersi. (Arbitrato

Trattato generale di arbitrato , viene stipulato a titolo principale per

prevede la sottoposizione all’arbitrato delle controversie contemplate nel

tratto stesso. Può essere:

- Completo

- Incompleto

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 4 DICEMBRE 1998, SPAGNA C.

CANADA, COMPETENZA IN MATERIA DI ZONE DI PESCA

La sentenza della Corte internazionale di giustizia, relativa ad una controversia sulla

delimitazione delle zone di pesca che contrapponeva la Spagna al Canada, si sofferma in via

preliminare sulla sussistenza della giurisdizione della Corte in base al meccanismo

contemplato nell'art. 36, par. 2 dello Statuto della Corte stessa (v. tra i testi normativi di

riferimento generale). In base alla norma in questione, la giurisdizione della Corte

internazionale di giustizia può sorgere per effetto dell'incontro di due dichiarazioni rese

Paola Catera

autonomamente dagli Stati parte della controversia, ognuno dei quali abbia dichiarato di

accettare di sottoporsi per il futuro alla giurisdizione della Corte in relazione alle controversie

internazionali che sorgano con un altro Stato il quale abbia emesso a propria volta una

dichiarazione analoga. La Corte si sofferma in particolare sull'interpretazione di tali

dichiarazioni, le quali possono, come nella specie, contenere riserve o limitazioni, esaminando

in particolare la misura nella quale possa farsi riferimento in proposito alle regole

consuetudinarie sull'interpretazione dei trattati come codificate negli articoli 31 ss. della

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati (v.), tenuto conto del carattere

unilaterale di tali dichiarazioni.

Statuto corte internazionale di giustizia

Articolo 36

1. La competenza della Corte si estende a tutte le controversie che le parti

sottopongano ad essa ed a tutti i casi espressamente previsti dallo Statuto

delle Nazioni Unite o dai trattati e dalle convenzioni in vigore.

2. Gli Stati aderenti al presente Statuto possono in ogni momento dichiarare di

riconoscere come obbligatoria ipso facto e senza speciale convenzione, nei

rapporti con qualsiasi altro Stato che accetti il medesimo obbligo, la

giurisdizione della Corte su tutte le controversie giuridiche concernenti:

a. L’interpretazione di un trattato;

b. Qualsiasi questione di diritto internazionale;

c. L’esistenza di qualsiasi fatto che, se accertato, costituirebbe la violazione

di un obbligo internazionale;

d. La natura o la misura della riparazione dovuta per la violazione di un

obbligo internazionale.

3. Le dichiarazioni di cui sopra possono essere fatte incondizionatamente o sotto

condizione di reciprocità da parte di più Stati o di determinati Stati o per un

periodo determinato.

4. Tali dichiarazioni sono depositate presso il Segretario Generale delle Nazioni

Unite, che ne trasmette copia agli Stati aderenti al presente Statuto ed al

Cancelliere della

1. Corte.

5. Le dichiarazioni fatte in applicazione dello articolo 36 dello Statuto della Corte

2. Permanente di Giustizia Internazionale, e che siano tuttora in vigore, sono

considerate, nei rapporti tra Stati aderenti al presente Statuto, come

accettazioni della giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di

Giustizia per il periodo per il quale debbano ancora aver vigore, e in

conformità alle loro clausole.

6. In caso di contestazione sulla competenza della Corte, la Corte decide.

Articolo 37

Quando un trattato o una convenzione vigente prevede il deferimento di una

questione ad un tribunale da istituirsi dalla Società delle Nazioni, o alla Corte

Permanente di Giustizia Internazionale, la questione, se riguarda Stati aderenti al

presente Statuto, è deferita alla Corte Internazionale di Giustizia.

Articolo 38

Paola Catera

1. La Corte, la cui funzione è di decidere in base al diritto internazionale le

controversie che le sono sottoposte, applica:

a. Le convenzioni internazionali sia generali che particolari, che

stabiliscono norme espressamente riconosciute dagli Stati in lite:

b. La consuetudine internazionale, come prova di una pratica generale

accettata come diritto;

c. I principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili;

d. Con riserva delle disposizioni dell'articolo 59, le decisioni giudiziarie e la

dottrina degli autori più qualificati delle varie nazioni come mezzi

sussidiari per la determinazione delle norme giuridiche.

2. Questa disposizione non pregiudica il potere della Corte di decidere una

controversia ex aequo et bono qualora le parti siano d'accordo.

Art.38 enumera le fonti del diritto sulla cui base la corte deve rinvenire la

risoluzione alla controversia.

Modalità di traduzione e procedimento

Se non c'è stato previo consenso o se il consenso previo è espresso nella

formula di una clausola compromissoria di un trattato non completo è

necessario un successivo compromesso a lite insorta. Se invece la clausola è

di carattere completo o se c'è stata la dichiarazione di accettazione, una delle

due parti può liberamente introdurre procedimento.

Articolo 41

1. La Corte ha potere di indicare, ove ritenga che le circostanze lo richiedano, le

misure cautelari che debbono essere prese a salvaguardia dei diritti rispettivi

di ciascuna parte.

2. In attesa della decisione definitiva, notizia immediata delle misure così

proposte deve essere data alle parti ed al Consiglio di Sicurezza.

Art. 41: potere della corte di indicare le misure cautelari e soprattutto gli

effetti giuridici.

A questo riguardo si assiste a una differenza di formulazione tra la versione

francese e la versione inglese: debbono essere prese.

- La versione francese dice che should,

- L'espressione inglese, invece, usa il termine potrebbero essere

prese.

Viene discussa circa l'effettiva efficacia vincolante di queste misure cautelari.

Per le sentenze viene specificato quale delle due versioni faccia fede, invece

per lo statuto è autentico in entrambe le versioni.

Criterio per il quale un trattato internazionale sia autenticato in due lingue,

ove tra le due venga una differenza di significato, dovrà essere trovato il

significato che consenta di conciliarle. Unico modo di far prevalere quel

Paola Catera

significato che è maggiormente corrispondente allo scopo e all'oggetto della

norma di cui si discute nel contesto del trattato in cui è inserito.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, SENT. 27 GIUGNO 2001, GERMANIA C.

STATI UNITI, CASO LA GRAND

La sentenza affronta la questione degli effetti delle misure di carattere provvisorio o cautelare

indicate dalla Corte internazionale di giustizia ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto (v.), con

particolare riferimento all'ordinanza con la quale la Corte richiedeva agli Stati Uniti, parti

della controversia introdotta nei loro confronti dalla Germania innanzi alla Corte, di adottare

le misure necessarie al fine di assicurare che la sentenza di condanna alla pena di morte

dell'accusato (La Grand) non venisse eseguita in pendenza della decisione della controversia

nel merito da parte della Corte stessa. La Corte ha interpretato la disposizione dell'art. 41

dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, il quale, nel prevedere il potere della

Corte di indicare misure cautelari, non precisa gli effetti delle misure stesse, nel contesto

dello Statuto della Corte nel suo complesso, ed in particolare dell'art. 59 dello Statuto stesso,

argomentando, sulla base della funzione propria delle misure cautelari di assicurare in

pendenza del giudizio la possibilità di dare attuazione alle decisioni vincolanti della Corte

stessa, che esse debbano considerarsi a propria volta come provviste di efficacia vincolante.

Proprio in quanto le misure cautelari sono volte a salvaguardare il buon fine,

la possibile esecuzione della sentenza della corte, evitando che vengano

pregiudicate in maniera irrecuperabile le situazioni esistenti, è ragionevole

che queste misure debbano avere carattere vincolante. Lo stato che non si

conformi a queste disposizioni risponde di questo mancato adempimento nella

maniera in cui risponderebbe anche della mancata esecuzione della sentenza

finale della corte.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, ORD. 28 MAGGIO 2009, CASO HISSÈNE

HABRÉ (BELGIO C. SENEGAL, MISURE CAUTELARI)

L'ordinanza della Corte internazionale di giustizia si sofferma sui presupposti dell'esercizio

del potere della Corte stessa di indicare misure cautelari ai sensi dell'art. 41 del suo Statuto

(v.). Nel caso di specie, relativo alla domanda presentata dal Belgio nei confronti del Senegal

innanzi alla Corte internazionale di giustizia con riferimento all'obbligo di 'aut dedere aut

iudicare' (concedere l'estradizione ovvero intraprendere un procedimento penale) nei

confronti dell'ex-presidente del Chad Hissène Habré, ritenuto responsabile di crimini

internazionali, la Corte internazionale di giustizia ha negato la sussistenza dei requisiti per

l'emanazione di tali misure, ritenendo, in particolare, che le misure già disposte

autonomamente dal Senegal allo scopo di impedire la fuga di Habré fossero sufficienti a far

venir meno il 'periculum in mora' che avrebbe giustificato l'indicazione di ulteriori misure da

parte della Corte. (v. anche, quanto agli effetti delle misure cautelari indicate dalla Corte

internazionale di giustizia, la sentenza della stessa Corte relativa al caso LaGrand (2001), in

questa stessa cartella).

I due paesi chiedevano alla corte di decidere quali dei due paesi avesse

giurisdizione per processare l'autore.

clausola aut dedere aut iudicare

O se, in virtù della , per la quale

essenzialmente in relazione agli individui ritenuti responsabili di crimini

internazionali, di fronte alla richiesta di un stato dell'estradizione del

responsabile per poterlo sottoporre al procedimento penale, lo stato nei cui

Paola Catera

confronti la richiesta di estradizione è emanata, cioè nel cui territorio la

persona si trova, ha due alternative:

- Concedere l'estradizione

- Procedere lui stesso a processare.

Effetti sentenze CIG

Articolo 59

La decisione della Corte non ha valore obbligatorio che fra le parti in lite e riguardo

alla controversia decisa.

Portata degli effetti vincolanti

Articolo 94

1. Ciascun Membro delle Nazioni Unite si impegna a conformarsi alla decisione

della Corte Internazionale di Giustizia in ogni controversia di cui esso sia

parte.

2. Se una delle parti di una controversia non adempie agli obblighi che le

incombono per effetto di una sentenza resa dalla Corte, l’altra parte può

ricorrere al Consiglio di Sicurezza, il quale ha facoltà, ove lo ritenga

necessario, di fare raccomandazioni o di decidere circa le misure da prendere

perché la sentenza abbia esecuzione.

CORTE SUPREMA DEGLI STATI UNITI, SENT. 25 MARZO 2008, MEDELLIN C. TEXAS

La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti tratta degli effetti delle sentenze della Corte

internazionale di giustizia nell'ordinamento statunitense, con specifico riferimento alla

sentenza pronunciata dalla Corte nel 2004 relativamente al caso Avena (v. nella cartella

relativa alle conseguenze dell'illecito internazionale), la quale aveva accertato che la

condanna di quest'ultimo e di altri cittadini messicani, tra cui il ricorrente Medellin, alla pena

capitale era stata emessa in violazione dell'art. 36, par. 1, lett. b) della Convenzione di Vienna

sulle relazioni consolari del 1963. La Corte suprema ha affermato che le sentenze della Corte

internazionale di giustizia emesse nei confronti degli Stati Uniti, pur vincolanti nei confronti

dello Stato in quanto parte della controversia ai sensi dell'art. 59 dello Statuto della Corte (v.)

e dell'art. 94, par. 1, dello Statuto delle Nazioni Unite (v.), nondimeno non presentano il

carattere di norme self-executing, atte ad essere direttamente applicate nei confronti di

soggetti privati all'interno dell'ordinamento statale in assenza di un atto interno di attuazione.

LEGGE 14 GENNAIO 2013, N. 5, ADESIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA ALLA

CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SULLE IMMUNITÀ GIURISDIZIONALI

DEGLI STATI E DEI LORO BENI, NONCHÉ NORME DI ADEGUAMENTO

DELL'ORDINAMENTO INTERNO, ART. 3

La disposizione dell'art. 3 della legge n. 5/2013, la quale si inseriva accidentalmente nella

legge che contiene l'autorizzazione all'adesione e l'ordine di esecuzione della Convenzione

delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, provvedeva

all'adattamento del diritto interno non già alla Convenzione in questione, per il quale è

sufficiente l'adattamento mediante procedimento speciale o per rinvio realizzato mediante

l'ordine di esecuzione contenuto nell'art. 2 della stessa legge, bensì alla sentenza della Corte

internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 relativa alla controversia Germania c. Italia,

Paola Catera

concernente l'immunità giurisdizionale della Germania relativamente alle azioni risarcitorie

promosse innanzi ai giudici italiani per i danni derivanti dai crimini commessi dalla forze

armate tedesche in territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale (v. supra, nella

cartella relativa allo ius cogens). A questo proposito, la norma intendeva superare l'ostacolo

all'attuazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia rappresentato dall'efficacia

di cosa giudicata acquisita dalle sentenze con le quali la Corte di cassazione, negando

l'immunità giurisdizionale della Germania in relazione a tali azioni (v. supra, sentenze

riportate nella cartella relativa alle immunità giurisdizionali degli Stati esteri), aveva

affermato l'esistenza della giurisdizione italiana a conoscere delle domande risarcitorie. La

disposizione, pur discutibile per la fin troppo evidente riconducibilità alla fattispecie concreta

dietro gli apparenti termini generali in cui è formulata, si proponeva di superare le incertezze

nelle quali si erano imbattuti i giudici che avevano dovuto pronunciarsi nel merito di tali

domande successivamente all'emanazione della sentenza della Corte internazionale di

giustizia. La norma dell'art. 3, come è noto, è stata dichiarata costituzionalmente illegittima

dalla Corte costituzionale, con sentenza del 22 ottobre 2014, n. 238 (v. supra, nella cartella

relativa all'adattamento del diritto interno al diritto internazionale generale).

Paola Catera Martedì, 28 Novembre 2017

Risoluzioni delle controversie

La funzione consultiva è una funzione che può essere attivata dalla istituzioni

le quali ritengano di chiedere al CIG un parer di carattere consultivo, ma non

vincolante su una qualsiasi questione di diritto internazionale sottoposta alla

loro attenzione.

Articolo 96

1. L’Assemblea Generale od il Consiglio di Sicurezza possono chiedere alla Corte

Internazionale di Giustizia un parere consultivo su qualunque questione

giuridica.

2. Gli altri organi delle Nazioni Unite e gli Istituti specializzati, che siano a ciò

autorizzati in qualunque momento dall’Assemblea Generale, hanno anch’essi la

facoltà di chiedere alla Corte pareri su questioni giuridiche che sorgano

nell’ambito delle loro attività.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA, PARERE 8 LUGLIO 1996, LICEITÀ DELLA

MINACCIA O DELL'IMPIEGO DI ARMI NUCLEARI (SU RICHIESTA DELL'OMS)

Il parere, emanato nella stessa data del parere parallelo sulla medesima questione richiesto

dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite (v. nella cartella relativa all'elemento oggettivo

dell'illecito internazionale e alle cause di esclusione dell'antigiuridicità) , si sofferma sui

presupposti della ricevibilità di una richiesta di parere che provenga, anziché dall'Assemblea

generale o dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che, ai sensi dell'art. 96, par. 1 della

Carta ONU, possono richiedere il parere della CIG su qualsiasi questione di diritto

internazionale, da altri organi dell'Organizzazione ovvero da istituti specializzati (come, nella

specie, l'Organizzazione mondiale della sanità) che siano a ciò autorizzati dall'Assemblea

generale. In quest'ultimo caso, l'art. 96, par. 2 della Carta prevede che la richiesta di parere

possa riguardare solamente questioni giuridiche che sorgano nell'ambito di attività dello

specifico organo o istituto specializzato richiedente, requisito che, nel caso di specie, la Corte

internazionale di giustizia ha ritenuto non soddisfatto.

Questi pareri hanno un valore significativo, come il parere del 2004 sulla

costruzione del muro o il parere del 1971 sulle conseguenze giuridiche della

presenza in Sud Africa in Namibia. Mentre la pronuncia di una sentenza ha

valore vincolante, dall’altro è necessario che sorga la controversa, che ci sia la

volontà e il consenso degli stati a sottoporre la questione alla corte

Diritto del mare

Questo ambito, oltre alla presenza di un tribunale del diritto del mare istituito

ai sensi dell’allegato sesto della Convenzione delle NU del diritto del mare,

quello che rileva sono le norme che la Convenzione del diritto del mare risolve

le controversie.

Paola Catera

La convenzione si segnala come eccezione, perché prevede un meccanismo

per il quale vi è un obbligo per qualunque stato, contraente alla convenzione,

di accettare uno dei più possibili mezzi di risoluzione delle controversie. Si

default,

prevedeva una mezzo di risoluzione che opera per ovvero anche in

assenza di espressa accettazione da parte di uno stato e anche ove gli stati

parti della convenzione per cui materialmente sorge la controversia, abbiano

scelto mezzi diversi per la risoluzione. ad hoc

Questo mezzo, come nel caso dell’Enrica Lexie, è il ricorso al tribunale

costituito ai sensi dell’allegato settimo alla convenzione stessa. L’art 287 della

convenzione è in questo senso importante.

TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER IL DIRITTO DEL MARE, ORDINANZA 24

AGOSTO 2015, INCIDENTE DELL'"ENRICA LEXIE" (ITALIA C. INDIA)

L'ordinanza del Tribunale internazionale per il diritto del mare, che si riporta nel testo

originale in lingua inglese, riguarda la richiesta di misure cautelari presentata dall'Italia nella

controversia contro l'India relativamente all'incidente della nave "Enrica Lexie", che vede

coinvolti due fucilieri di marina italiani imbarcati su di una nave mercantile battente bandiera

italiana nell'ambito dell'azione di contrasto alla pirateria, accusati di avere ucciso due

pescatori indiani a bordo di un peschereccio battente bandiera indiana. Il caso, nelle sue

circostanze e nella problematica giuridica che solleva, è particolarmente indicativo delle

peculiarità dell'ordinamento internazionale e dei suoi intrinseci limiti.

CORTE PERMANENTE D'ARBITRATO, CASO N. 2015-28, PENDENTE DINANZI A UN

TRIBUNALE ARBITRALE COSTITUITO IN BASE ALL'ALLEGATO VII DELLA

CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUL DIRITTO DEL MARE, ITALIA C. INDIA,

INCIDENTE DELL'"ENRICA LEXIE"

Il tribunale arbitrale, costituito ai sensi dell'allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite

sul diritto del mare al fine di pronunciarsi sugl merito della controversia internazionale tra

Italia e India concernente l'incidente dell'Enrica Lexie, ha adottato il 29 aprile 2016

un'ordinanza sulla richiesta di misure cautelari presentata dall'Italia. Il tribunale arbitrale ha

modificato in parte le misure cautelari precedentemente disposte, in pendenza della

costituzione del tribunale arbitrale, dal Tribunale internazionale per il diritto del mare

nell'ordinanza sopra riportata. In particolare, il tribunale arbitrale ha disposto in via cautelare

una mitigazione (relaxation) delle condizioni di custodia del sergente Girone, autorizzandolo a

rientrare in Italia fino alla conclusione del giudizio arbitrale sul merito, stabilendo nondimeno

che il medesimo debba restare fino a tale momento sotto la giurisdizione della Corte suprema

indiana, e confermando l'obbligo dell'Italia di far ritornare l'interessato in India nel caso in cui

il tribunale arbitrale nella propria pronuncia sul merito dovesse affermare l'esistenza della

giurisdizione indiana sull'incidente dell'Enrica Lexie. Al fine di garantire l'ottemperanza da

parte di entrambe le parti alle misure disposte nell'ordinanza, il tribunale arbitrale ha posto in

capo alle parti l'obbligo di presentare rapporti sull'osservanza di tali misure, autorizzando il

presidente del tribunale arbitrale a rivolgere richieste di informazioni alle parti stesse in caso

di mancata presentazione di tali rapporti entro tre mesi dalla data dell'ordinanza ovvero alle

scadenze successive che il presidente del tribunale arbitrale potrà fissare.

Organizzazione mondiale del commercio

Opera solo con riferimento alle norme dell’organizzazione, si riferisce solo a

quelle controversie relative ad uno o più dei trattati dell’organizzazione.

Paola Catera

Sotto l’organizzazione ci sono tre accordi principali:

GATT

- , merci

GATS

- , servizi

TRIPS

- , aspetti del diritto intellettuale legati al commercio

Accordi multilaterali vincolano tutti gli stati membri dell’organizzazione si

pongono al di sotto altri accordi che sono detti plurilaterali, ai quali non è

necessario partecipare ad essi, ci sono ancora gli accordi bilaterali o

plurilaterali che si stabiliscono regimi di concessione per l’esportazione o

importazione delle merci etc.

DSU

memorandum,

Esiste il , intesa sulla risoluzione delle controversie. La

procedura di risoluzione delle controversie articolate in una serie di fasi:

- Partono da una consultazione delle parti

- Per passare ad un sistema arbitrale basato sul consenso discende

DSU

dall’essere parte del

Effetto vincolate delle decisioni che potranno essere adottate, ha un doppio

livello di giurisdizione:

panels, ad hoc

- Davanti ai collegio di arbitri presenti in una lista di

esperti che non sono giuristi. Può essere impugnato per motivi di diritti

davanti all’organo di appello.

- Organo d’appello organo permanente che si compone di sette membri di

esperti.

Covered agreements, accordi coperti del sistema. Si ha un sistema chiuso. È

stabilito dall’intesa che riguardano gli accordi attinenti al sistema di

applicazione che sono i più indicati.

DBS non risolve la controversia, ma è l’organo sovraintende

l’amministrazione del procedimento.

Il sindacato è quello si svolge davanti al panel e all’organo vincolante ma

l’effetto vincolate dei rapporti del panel o dell’organo d’appello discendono

dalla delibera di approvazione del DBS.

Siede il consiglio generale dell’organizzazione. È variabile la funzione. Decide

consensus negativo.

con una regola particolare che è il Si ha l’adozione di una

consensus,

delibera per si segue un procedimento semplificato. Il presidente si

limita ad denunciare il contenuto della libera che intende adottare, se nessuno

si oppone la delibera si ritiene approvata.

consensus

Si deve formare il ai fini del rigetto del rapporto del panel che

altrimenti si ha per adottato. Affinché sia adottato tutti devono essere

d’accordo a rigettarlo.

Paola Catera


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paolacat

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in operatore giudiziario (JESI)
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paolacat di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Marongiu Fabrizio.

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