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Diritto Internazionale - Appunti

Appunti di Diritto internazionale contenenti i principali concetti della materia, quali: la formazione delle norme internazionali, il contenuto delle norme, l’applicazione delle norme internazionali all’interno dello Stato, la violazione delle norme e le relative conseguenze, la consuetudine ed i suoi elementi... Vedi di più

Esame di Diritto internazionale docente Prof. P. Picone

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un’azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere un suo scopo, il Consiglio, deliberando all’una

animità, può prendere le disposizioni del caso”.

Per quanto riguarda le interpretazioni unilateralistiche, sembra che debbano essere escluse. Mal si

conciliano con l’idea stessa di trattato, in quanto punto di incontro e di fusione della volontà degli Stati

contraenti e muovono coscientemente o incoscientemente dalla presunzione che la volontà di ciascuno

Stato sia nel senso di obbligarsi in modo conforme al proprio diritto, ovvero da una interpretazione di tipo

subbiettivistico spinta all’eccesso.

13. La successione degli Stati nei trattati.

Escluso qualsiasi problema per quanto riguarda le norme generali di diritto internazionale che, in quanto

consuetudinarie, sono sempre e comunque valide in tutti gli Stati nuovi o subentranti, le norme invece

pattizie che costituiscono i trattati si applicano o meno in casi di successione in base a tre principi

consuetudinari, raccolti nella Convenzione di codificazione di Vienna del ’78 sulla “successione degli Stati

rispetto ai trattati” (complementare a quella sul diritto dei trattati), che sono: 1. v’è successione solo dei

trattati e delle clausole di natura reale o territoriale; 2. v’è intrasmissibilità di tutti i trattati o clausole di

natura politica (quindi è una causa d’estinzione); 3. tabula rasa per tutti gli altri casi, ovvero la prassi è

orientata in senso contrario alla successione, tuttavia considerando 2 stemperamenti: nei trattati multilaterali

aperti si può notificare la successione che sarà valida dall’inizio, e lo stesso vale in caso di nuovi Stati

formatisi da smembramento di vecchi. In casi di fusione: tabula rasa; in casi di incorporazione lo Stato

che accoglie estende i suoi trattati a quello che si unisce (che conseguentemente li perde). Nei casi storici di

nuovi Stati federali, i trattati e le clausole sono rimasti eccezionalmente validi. Nessuna eccezione per i

mutamenti radicali di Governo (valide le tre regole), idem per i debiti pubblici, anche se frequentemente

c’è l’accollo o l’equa ripartizione per continuare a godere del credito internazionale.

14. Cause di invalidità e di estinzione dei trattati.

Fra le cause di invalidità e di estinzione degli accordi internazionali ne troviamo molte analoghe a quelle

proprie dei contratti, e più in generale dei negozi giuridici del diritto interno. Tanto per fare qualche esempio:

l’errore essenziale, il dolo, la violenza per quanto riguarda l’invalidità; la condizione risolutiva, il termine

finale, la denuncia, il recesso, l’inadempimento, la sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione, l’abrogazione

per quanto riguarda l’estinzione.

Tra le cause d’estinzione troviamo la violenza esercitata sullo Stato al fine di costringerlo all’accordo. La

violenza è intesa come “minaccia all’uso di forza armata” e la prassi non sembra ricomprendere in tale

categoria pressioni di altro genere (politiche, economiche ecc.).

Altra forma particolare di estinzione dei trattati è il principio rebus sic stantibus secondo il quale un trattato si

estingue quando le circostanze di fatto esistenti al momento della stipulazione siano radicalmente mutate.

La guerra non determina l’estinzione dei trattati come invece sembrava secondo il diritto internazionale

classico. Oggi si deve applicare il principio rebus sic stantibus per determinare quali trattati devono

estinguersi.

Quali sono i mezzi per far valere una causa di invalidità o di estinzione? Operano in automatico o occorre un

atto formale? La dottrina è divisa. Sembra da accettare l’ipotesi secondo la quale tale rilevazione è

automatica e spetterebbe ai giudici interni (soprattutto) di applicare o non un accordo “critico”. In questo caso

però la decisione vale per ogni singolo caso concreto e non vincola altri giudici o lo stesso giudice in un’altra

fattispecie. Una denuncia formale invece, a meno che non sia espressamente prevista dall’accordo

medesimo, tende opportunamente a manifestare una volta per tutte la volontà dello Stato di sciogliersi. Se

dopo 3 mesi (Convenzione di Vienna) nessuno Stato si oppone il trattato si estingue, altrimenti entra in una

fase di incertezza risolvibile solo attraverso un nuovo accordo, un arbitrato, un negoziato (§ 50 e 52).

15. Le fonti previste da accordi. Il fenomeno delle organizzazioni internazionali. Le

Nazioni Unite.

Si è già detto che i trattati possono contenere non solo norme materiali ma anche regole formali e

strumentali per istituire nuove fonti di produzione. Tali sono i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali.

Generalmente l’attività di tali organizzazioni non è tanto quella di legiferare ma di facilitare la collaborazione

fra Stati e predisporre progetti di Convenzioni aperti alla ratifica.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (UN, http://www.un.org) fu fondata dopo la seconda guerra mondiale

dagli Stati che avevano combattuto contro le Potenze dell’Asse e prese il posto della Società delle Nazioni.

La conferenza di San Francisco ne elaborò nel 1945 la Carta. Organi delle UN sono:

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a) Il Consiglio di Sicurezza (§ 49), composto di 15 membri (5 a titolo permanente con diritto di veto: USA,

Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna - 10 eletti biennalmente dall’assemblea). Si occupa delle questioni

attinenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

b) L’Assemblea Generale, composta da rappresentanti di tutti i paesi, ha la competenza più vasta ma quasi

nessun potere vincolante (cosa che invece ha il Consiglio di Sicurezza).

c) Il Consiglio economico e sociale, composto da membri eletti dall’Assemblea ogni 3 anni.

d) Il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (che sta esaurendo la propria funzione consistente nel controllo

sull’amministrazione dei territori di tipo coloniale).

e) Il Segretariato, nella persona del Segretario Generale, è l’organo esecutivo.

f) La Corte di Giustizia, composta da 15 giudici, ha anche una funzione consultiva.

Tutti questi organi, ad esclusione del Segretario Generale e della Corte di Giustizia sono composti da Stati.

Gli ultimi due invece sono individuali.

Individuare la competenza dell’Organizzazione non è agevole tanto è estesa. E’ più semplice indicare le

materie di cui non può occuparsi che ai sensi dell’art. 2 par. 7 sono quelle di essenziale appartenenza alla

competenza interna di uno Stato. Possiamo comunque individuare tre settori fondamentali di competenza:

a) Mantenimento della Pace.

b) Sviluppo delle relazioni amichevoli fra gli Stati fondati sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e

dell’autodeterminazione dei popoli.

c) Collaborazione in campo economico, sociale, culturale e umanitario.

All’ampiezza dei fini dell’Organizzazione non corrispondono tuttavia poteri vincolanti nei confronti degli Stati

membri. I casi di decisioni vincolanti sono rari e possiamo individuare:

a) Per quanto riguarda l’Assemblea Generale la possibilità di imporre la ripartizione delle spese

dell’Organizzazione fra gli Stati membri.

b) Sempre l’Assemblea può determinare in modo vincolante modi e tempi per la concessione

dell’indipendenza ai territori sotto dominio coloniale.

c) Al Consiglio di Sicurezza è riconosciuta la capacità di intraprendere azioni belliche contro uno Stato e

sanzioni di altro genere (embargo ecc.).

16. Gli Istituti specializzati delle Nazioni Unite. Altre organizzazione internazionali a

carattere universale. Le decisioni “tecniche” di organismi internazionali.

Gli Istituti specializzati (o Istituzioni specializzate) delle UN sono organizzazioni che divengono tali in forza di

un accordo di collegamento con le UN. Tale schema prevede lo scambio di rappresentanti, osservatori,

documenti, ricorso a consultazioni, coordinamento, il rispetto e la considerazione delle raccomandazioni UN,

ecc.

I casi di decisioni vincolanti degli Istituti specializzati si inquadrano tra le fonti previste da accordi (§ 15),

ovvero dall’accordo istitutivo della relativa organizzazione. Queste sono:

FAO: Le sue funzioni spaziano dall’attività di ricerca ed informazione alla promozione ed esecuzione di

programmi di assistenza tecnica e di aiuti nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione.

ILO: Organizzazione Internazionale del Lavoro. Emana raccomandazioni ed elabora progetti di Convenzioni

multilaterali in materia di lavoro.

UNESCO: Si propone di diffondere la cultura, di promuovere lo sviluppo dei mezzi di educazione all’interno

degli Stati membri e l’accesso all’istruzione senza distinzioni di sesso, razza, condizione economica ecc.

ICAO: Regola il traffico aereo e vincola tutti gli Stati, anche dissenzienti, quindi è fonte di diritto.

WHO: L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha l’obiettivo di far conseguire a tutti gli Stato il livello più alto

di salute. Svolge e ha svolto una intensa opera di assistenza tecnica.

IMO: Regola i traffici marini ma non è mai vincolante.

ITU: Telecomunicazioni.

WMO: Meteorologia.

UPU: Poste. 8

IMF, IBRD, IFC, IDA: Fondo Monetario Internazionale, Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo

Sviluppo, Organo Finanziario Internazionale, Associazione Internazionale per lo Sviluppo. Si propongono di

promuovere la collaborazione monetaria internazionale, la stabilità dei cambi, l’equilibrio della varie bilance

dei pagamenti ecc. Dispone di un capitale sottoscritto pro quota dagli Stati membri.

IFAD: Il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo ha la funzione di promuovere lo sviluppo

dell’agricoltura nei paesi poveri soprattutto mediante prestiti.

WIPO: Si occupa della proprietà intellettuale nel mondo, assicurando la cooperazione amministrativa tra le

Unioni già esistenti nel settore.

UNIDO: Ha prevalentemente funzioni operative in ambito di sviluppo industriale tecnologico.

IAEA: promuove lo sviluppo e la diffusione delle applicazioni pacifiche dell’energia atomica.

WTO: Organizzazione Internazionale del Commercio (del ’94, 135 stati tra cui l’Italia e la CE), è del tutto

indipendente all’UN, e non ne contiene addirittura menzione dell’accordo istitutivo. Il WTO offre un forum per

lo svolgimento dei negoziati relativi alle relazioni commerciali multilaterali, e tendenti alla massima

liberalizzazione del commercio mondiale, ovvero globalizzazione dei mercati. Esso veglia anche su gli

accordi sortiti da questi negoziati, trai quali il più importante è il GATT. Il WTO emana tra le altre anche

decisioni vincolanti con la maggioranza dei ¾ dei membri, in materia di interpretazione, derogabilità

temporanea a trattati o contromisure per la loro violazione.

17. Le comunità Europee.

Le tre comunità costituiscono delle organizzazioni tra loro separate e indipendenti e furono costituite in tempi

diversi: 1951 a Parigi per la CECA, 1957 a Roma per CEE (nel 1993 CE) ed EURATOM. Sebbene separate,

le comunità hanno gli organi fondamentali in comune. Con l’atto Unico del 1986 (firmato a Lussemburgo)

furono apportate alcune modifiche alle comunità per potenziare certe funzioni del Parlamento Europeo e per

rafforzare ed estendere l’integrazione economica fra gli Stati membri. Fra le tre comunità la CE è senza

dubbio la più importante. CECA ed EURATOM sono organizzazioni settoriali, rispettivamente per attività

carbosiderurgiche e per l’energia atomica. La CE invece ha preso vita e si è sviluppata come una

Organizzazione che investe tutta la vita economico-sociale degli Stati membri. Prevede la libera circolazione

di merci, persone, servizi e capitali, assicura la libera concorrenza, sostiene una politica agricola, dei

trasporti e commerciale comune, si occupa di sviluppo tecnologico, tutela dell’ambiente, parità dei sessi,

politica monetaria, il ravvicinamento delle legislazioni degli stati membri, ecc.

Le Comunità Europee presentano elementi che non si riscontrano in alcuna altra organizzazione

internazionale, come gli ampi poteri decisionali attribuiti ai loro organi, la loro sostituzione agli Stati membri

nella disciplina di molti rapporti puramente interni, l’esistenza di una Corte di Giustizia destinata a controllare

la conformità ai loro trattati istitutivi dei comportamenti degli organi e degli stati membri, ecc. Alcuni vincoli

sono propri dei vincoli federali, tra cui il principio di prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno (§ 41).

Gli organi delle Comunità Europee sono essenzialmente cinque:

a) La Commissione, organo composto da individui e non da Stati. Nella CE e nell’EURATOM ha solo poteri

di iniziativa ed esecutivi mentre nella CECA è l’organo decisionale effettivo.

b) Il Consiglio (poi Consiglio Europeo, che non è il Consiglio d’Europa, § 18), organo costituito dai

rappresentanti degli Stati è presieduto a turno da ciascun membro per sei mesi. Nella CE (ed EURATOM)

emana gli atti più importanti della legislazione comunitaria mentre nella CECA ha prevalentemente funzioni

consultive. E’ considerato il “legislatore” CE.

c) L’Assemblea o Parlamento Europeo, formata a partire dal 1979 dai rappresentanti dei popoli degli Stati

membri eletti a suffragio universale e diretto, dispone di un potere decisionale assai scarso e non è certo da

considerare come l’organo legislativo delle Comunità. Essa esprime pareri e procede ad interrogazioni nei

confronti degli altri organi; inoltre può votare una mozione di sfiducia nei confronti della Commissione,

provocandone le dimissioni.

d) La Corte dei Conti, che controlla tutte le entrate e le spese delle Comunità, composta da 15 esperti

nominati dal Consiglio.

e) La Corte di Giustizia delle Comunità Europee veglia sul rispetto del trattato, ha una serie di

competenze interessanti e nuove e può tra l’altro essere adita anche dagli individui. Ad essa, così come

previsto dall’atto unico europeo, è stato affiancato nel 1988 e limitatamente ad un certo tipo di controversie

un Tribunale di primo grado.

L’art. 249, (ex 189 del Trattato CEE) prevede i seguenti tipi di atti vincolanti del Consiglio Europeo (che non

è il consiglio d’Europa, § 18 – Per l’adattamento di questi atti all’interno dello Stato, § 41)

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a) Regolamenti: sono gli atti comunitari più importanti e completi. Il regolamento è l’atto attraverso il quale la

legislazione comunitaria può sovrapporsi o sostituirsi alle norme interne degli Stati membri. Ha portata

generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

b) Decisioni: differiscono dai regolamenti perchè non hanno portata generale ma concreta ed individuata.

Una decisione in altri termini si indirizza ad uno Stato membro, ad una impresa o ad un individuo

determinato e il soggetto destinatario è tenuto ad osservarla.

c) Direttive: la direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere,

salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi. Anche la direttiva come

le decisioni deve essere notificata allo Stato o agli Stati destinatari.

Ultimamente assistiamo ad un singolare fenomeno. Questo consiste nell’emanazione di direttive c.d.

dettagliate, tanto da renderle sostanzialmente identiche ai regolamenti. Circa la loro legittimità dobbiamo

verificare se la materia che disciplinano sia regolabile anche mediante regolamento e in tal caso nessun

problema. Se invece fosse prevista la sola direttiva la legittimità di tali direttive è da negarsi. Per attenuare

tale tesi è possibile sostenere che l’illegittimità sia sanata allorché lo Stato esegua comunque la direttiva.

Le Raccomandazioni e pareri (§ 19) non hanno invece efficacia vincolante. Possiamo poi trovare una serie

di atti atipici affermatisi con la prassi. Per citare un esempio tali sono alcune decisioni dei rappresentanti dei

governi degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio (es. le c.d. riunioni di accelerazione). Tali atti vanno

considerati come accordi in forma semplificata (§ 9) conclusi tra gli Stati membri.

La CE, in qualità di organizzazione internazionale, può concludere accordi internazionali. L’art. 300, oltre a

stabilire la competenza degli organi a stipulare, sancisce un principio anomalo rispetto al diritto

internazionale classico: “gli accordi conclusi dalle Comunità sono vincolanti per le istituzioni delle

Comunità stesse e per gli Stati membri”. La competenza della CE a concludere accordi internazionali nei

casi contemplati dal Trattato, ha carattere esclusivo. Gli Stati membri non possono quindi concludere

accordi per conto loro nelle stesse materie a meno che non ottengano l’autorizzazione da parte del

Consiglio. A questo punto rileva un altro problema: può la Comunità stipulare in una delle tante altre materie

regolate dal trattato che non siano accordi di associazione o commerciali? La concezione classica dava

parere negativo. Negli ultimi anni è però intervenuta la giurisprudenza della Corte comunitaria a sostenere il

contrario. Secondo tale tendenza che si fonda sul parallelismo tra competenze interne ed esterne, la CE ha

la competenza a concludere accordi con Stati terzi in tutte quelle materie in cui può emanare atti di

legislazione comunitaria. Gli Stati membri restano liberi di stipulare accordi internazionali finché la Comunità

non abbia agito all’interno o all’esterno.

18. L’OCSE ed il Consiglio d’Europa.

Subito dopo la seconda guerra mondiale furono istituite due organizzazioni che hanno dato un notevole

contributo al rafforzamento dei vincoli tra gli Stati dell’Europa occidentale: l’OCSE (Organizzazione per la

Cooperazione e per lo Sviluppo Economico) e il Consiglio d’Europa. Quest’ultimo in particolare ha il fine di

conseguire una più stretta unione fra i suoi membri per salvaguardare e promuovere gli ideali e i principi che

costituiscono il loro comune patrimonio e di favorire il loro progresso economico e sociale. Tale organo

elaborò la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata

a Roma nel 1950. Le norme di questa convenzione possono essere divise in due gruppi: uno normativo,

uno procedurale che da vita a due organi, la Commissione e la Corte europea dei diritti dell’uomo,

destinati insieme al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa a garantire sul piano internazionale il

rispetto della Convenzione stessa.

19. Le raccomandazioni degli organi internazionali.

Come detto più volte, la raccomandazione non è vincolante per lo Stato destinatario dell’atto stesso.

Possiamo però ritenere che nonostante ciò la raccomandazione produca un effetto importante che è quello

della “liceità”. Secondo tale principio, lo Stato che in seguito ad una raccomandazione vada contro a

precedenti impegni assunti mediante accordo o obblighi derivanti dal diritto internazionale. L’effetto della

liceità è da ammettere soltanto nei rapporti fra gli Stati membri e solo in ordine a raccomandazioni legittime.

Inoltre l’effetto della liceità potrà verificarsi solo fra quegli Stati membri che abbiano votato a favore della

raccomandazione o che comunque l’abbiano approvata senza alcuna riserva; nei confronti degli Stati che

abbiano votato contro o si siano astenuti l’effetto della liceità dovrà escludersi.

20. La gerarchia delle fonti internazionali.

Tracciamo ora un quadro della gerarchia delle fonti del diritto internazionale. Al vertice troviamo le norme

Consuetudinarie, seguono i trattati e infine le fonti previste da accordi. Resta da analizzare il problema circa

la possibile derogabilità delle norme di grado superiore da parte di quelle inferiori. Le norme consuetudinarie

sono caratterizzate dallo loro flessibilità e quindi la loro derogabilità da parte di accordi è da ammettere.

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Questo però se le norme del diritto internazionale da derogare non fanno parte di quel gruppo particolare

che è costituito dalle norme cogenti. Il problema è quindi individuare queste norme cogenti (e quindi

inderogabili) dato che anche la Convenzione di Vienna non è di grande aiuto. Partiamo comunque dall’art.

103 della Carta UN. Secondo tale articolo in caso di contrasto tra gli obblighi contratti fra i membri delle

Nazioni Unite in base alla Carta e gli obblighi assunti con qualsiasi altro accordo internazionale prevalgono i

primi. Questo è confermato dalla prassi tanto da farlo considerare non un semplice articolo di un accordo ma

una vera e propria norma consuetudinaria. Fra gli obblighi che possono farsi rientrare nell’ambito di

applicazione dell’art. 103 ne troviamo alcuni degni di nota: a) il principio che impone agli Stati di astenersi

dalla minaccia o dall’uso della forza nei rapporti internazionali (salva l’autotutela); b) principio di

collaborazione in campo economico tra gli Stati; c) rispetto della dignità umana; d) autodeterminazione

dei popoli.

Sempre sul tema dei rapporti tra consuetudini e accordi dobbiamo riconoscere come inderogabili le norme

sulle cause di estinzione e invalidità dei trattati (§ 14).

Per quanto riguarda infine gli atti delle organizzazioni internazionali il problema dei limiti entro i quali essi

possono derogare alle norme dei trattati che ne prevedono l’emanazione va ovviamente risolto caso per

caso.

Parte Seconda

Il Contenuto Delle Norme Internazionali

21. Il contenuto del diritto internazionale come insieme di limiti all’uso della forza

internazionale ed interna degli Stati.

Il contenuto del diritto internazionale attuale (in riferimento naturalmente alle norme materiali) è vastissimo.

Tuttavia possiamo senz’altro affermare che si snodi intorno ad un filo conduttore: insieme di limiti all’uso

della forza da parte degli Stati. Forza intesa sia esternamente che internamente. Per forza esterna si

intende la forza di tipo bellico ovvero qualsiasi atto che implichi operazioni militari. Definire invece la forza

interna è cosa meno semplice dato che consiste nel potere di Governo esplicato sugli individui e sui loro

beni. Possiamo sintetizzare che il potere di Governo sia costituito da qualsiasi intervento concreto di organi

statali, sia avente esso stesso natura coercitiva sia in quanto suscettibile di essere coercitivamente attuato.

22. La sovranità territoriale.

La prima e fondamentale norma consuetudinaria in tema di delimitazione del potere di governo dello Stato è

quella della sovranità territoriale. In base a tale norma può dirsi che ad ogni Stato è riconosciuto il diritto di

esercitare in modo esclusivo il potere di governo sulla comunità territoriale (e sovranità completa e

permanente su tutte le sue ricchezze, risorse naturali, attività economiche. Inoltre libertà di scegliere il

proprio sistema economico, politico, culturale, ed obbiettivi e mezzi di sviluppo). Correlativamente ogni Stato

ha l’obbligo di non esercitare in territorio altrui il proprio potere di governo, ossia di non svolgervi con i propri

organi azioni di natura coercitiva o comunque suscettibili di essere coercitivamente attuate. In linea di

principio, oltre ad essere esclusivo, il potere di governo è anche libero. In linea di principio perché, nato

come assoluto, è andato nel tempo restringendosi con l’affermazione del diritto internazionale moderno. Ad

esempio notevoli eccezioni rilevano a proposito del trattamento di certi stranieri (come agenti diplomatici

ecc.). Altri importanti limiti sono quelli che perseguono valori di giustizia e solidarietà tra i popoli.

Per quanto riguarda l’acquisto della sovranità territoriale vale il criterio della effettività del potere di governo.

La prassi sembra ancor oggi sostanzialmente orientata nel senso che l’effettivo e consolidato esercizio del

potere di governo su di un territorio, comunque conquistato, comporti l’acquisto della sovranità territoriale.

23. I limiti della sovranità territoriale. L’erosione del c.d. dominio riservato ed il

rispetto dei diritti umani.

Nel corso degli anni si è andato progressivamente erodendo il c.d. dominio riservato (competenza interna, o

domestic jurisdiction) dello Stato, espressione con cui si intende appunto indicare le materie delle quali il

diritto internazionale, sia consuetudinario che pattizio, si disinteressa e rispetto alle quali lo Stato è

conseguentemente libero da obblighi. Oggi si ritiene che i limiti al dominio riservato possano essere le

azioni UN necessarie per il mantenimento della pace.

Inoltre, per quanto riguarda l’ambito dei diritti umani, la tendenza è quella di promuovere la tutela

dell’individuo ovunque esso si trovi. In particolare il diritto consuetudinario indica il divieto delle c.d. gross

violations ossia le violazioni gravi e generalizzate ti taluni diritti, categoria cui si è soliti riportare quelle

pratiche di governo particolarmente disumane ed efferate (apartheid, genocidio, tortura ecc.). Gli stati

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devono altresì vigilare affinché queste violazioni non siano commesse (da chiunque) sul proprio territorio

(navi, aerei, zone controllate), e sono tenuti a prendere tutte le misure necessarie idonee (standard di

comune diligenza, polizia, misure giudiziarie) a prevenirle e reprimerle.

La violazione di norme consuetudinarie sui diritti umani non può pertanto ritenersi consumata finché esistano

nell’ordinamento dello Stato offensore rimedi adeguati ed effettivi per eliminare l’azione illecita o per fornire

congrua ricompensa.

24. La punizione dei crimini internazionali

Chi commette crimini internazionali, anche se la sua punizione in larga parte à affidata a tribunali interni,

diviene soggetto di diritto internazionale, vedendo una serie di regole indirizzate direttamente a lui.

Questi crimini sono il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra, e comunque qualsiasi

crimine contro la pace (aggressione).

Si ritiene vi sia una duplice responsabilità, dell’individuo ed anche dello Stato, perché normalmente

l’individuo che commette un crimine internazionale o è un suo organo o riconducibile ad esso, ovvero

difficilmente sarebbe in grado di produrre attacchi estesi e sistematici contro la popolazione civile (l’attacco al

WTC è un eccezione, in cui individui non a capo di governi o di eserciti, e non membri istituzionali di nessuno

Stato, hanno realizzato la cancellazione di oltre 4000 vite umane).

Il principio dell’universalità della giurisdizione penale ritiene che ogni Stato possa (ma non sia obbligato,

salvo accordi pattizi che in quel caso obbligano a) procedere alla punizione di un crimine internazionale o

concedere l’estradizione ovunque (anche catturato illegittimamente all’estero in violazione della sovranità

territoriale) e da chiunque (non richiesto un collegamento con lo Stato del giudice) il crimine sia stato

commesso (in virtù di un interesse proprio di tutta la comunità internazionale). La sua presenza nel territorio

dello Stato, sia essa causale o provocata, comune è stata fino ad ora necessaria per procedere contro un

criminale internazionale.

25. I limiti relativi ai rapporti economici e sociali. La protezione dell’ambiente.

Numerosi sono i limiti che la sovranità territoriale di uno Stato incontra in ambito economico (materia

dominata da norme convenzionali, e dove la formazione di norme consuetudinarie è esclusa, perfino nel

caso dell’antitrust o del boicottaggio). I rapporti economici tra i Paesi in sviluppo ed i Paesi industrializzati

costituiscono particolare interesse, in virtù dell’alto valore dell’obbiettivo di sviluppo e progresso dei primi (es.

accordi per prodotti di base o sistema delle preferenze). Tutti gli altri accordi, negoziati prevalentemente in

seno all’WTC, riguardano la liberalizzazione del commercio internazionale, la libera circolazione delle merci,

dei servizi, dei capitali ecc.

Infine molto importante è il problema relativo agli usi nocivi del territorio. Secondo la Convenzione di

Stoccolma gli Stati avrebbero il diritto di sfruttare come meglio credono il territorio con l’obbligo però di non

recare danno agli altri Stati. La convenzione non ha carattere vincolante e non recita una norma

consuetudinaria (tranne in caso di fiumi e laghi comuni, su cui c’è una convenzione UN del ‘97). Invece

possiamo dire che si va affermando la prassi secondo la quale lo Stato che si trovi in un imminente pericolo

di recare danno a terzi è obbligato ad informare questi terzi perchè possano provvedere. Nemmeno è da

accettare la tesi di un obbligo ad una gestione sostenibile delle risorse del territorio. Tuttavia è diffuso il

ricorso a trattati specifichi che tagliano alla radice il problema stabilendo quali attività non possano essere

esercitate ed a quali condizioni, ecc. Diametralmente opposta la situazione sul piano interno, dove

numerosissime sono le leggi e le responsabilità cui sono assoggettati i trasgressori.

26. Il trattamento degli stranieri.

Due sono i principi fondamentali in materia di trattamento degli stranieri.

1. Il primo prevede che allo straniero non possano imporsi prestazioni, e più in generale non possano

richiedersi comportamenti che non si giustifichino con un sufficiente “attacco” dello straniero stesso con la

comunità territoriale. In particolare non potranno applicarsi sanzioni penali se non di fronte a reati che

dovunque siano stati commessi presentino un qualche collegamento con lo Stato territoriale e i suoi sudditi,

salvo che si tratti di reati particolarmente efferati, come tali idonei a turbare la coscienza dell’individuo medio

e quindi collegati, in un certo senso, con qualsiasi comunità territoriale (cosiddetto principio dell’universalità

della giurisdizione penale che copre anche i crimina juris gentium ovvero i crimini contro la pace e la

sicurezza dell’umanità). Si badi, infine, che lo Stato può ma non è obbligato a punire e nemmeno ha

l’obbligo di estradizione dell’individuo verso lo Stato che intenda punirlo (a meno che ciò non sia previsto da

un accordo).

2. Il secondo prevede il principio dell’obbligo di protezione dello straniero secondo il quale lo Stato deve

predisporre misure idonee a prevenire e a reprimere le offese contro la persona o i beni dello straniero,

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l’idoneità essendo commisurata a quanto di solito si fa per tutti gli individui in uno Stato civile, cioè in uno

Stato “il quale provveda normalmente hai bisogni di ordine e sicurezza della società sottoposta al suo

controllo”.

Per quanto riguarda la protezione degli investimenti stranieri occorre fare una sintesi tra le posizioni dei

Paesi in sviluppo, tendenzialmente favorevoli all’assoluta libertà dello Stato territoriale, e le posizioni dei

Paesi industrializzati, tendenzialmente favorevoli alla massima protezione degli investimenti stranieri.

Circa l’espropriazione e nazionalizzazione di beni stranieri nessuno dubita dell’assoluta libertà dello Stato

di operarle. L’unica importante questione riguarda l’indennizzo che secondo la corrente di pensiero

prevalente sarebbe dovuto. E’ da notare come l’indennizzo venga corrisposto nei modi più vari (es. accordi

di compensazione globale) e che non si possa parlare di illecito internazionale qualora l’indennizzo non sia

corrisposto in ottemperanza di un accordo.

A questo stesso tema si riallaccia il problema del rispetto dei debiti pubblici contratti con gli stranieri dallo

Stato predecessore (nei casi di distacco, smembramento ecc.). La dottrina classica era favorevole alla

successione ma il nuovo indirizzo tende a seguire i principi valevoli per la successione dei trattati ovvero

ammette la successione nei debiti localizzabili.

Nessun limite è previsto dal diritto internazionale per quanto concerne l’ammissione e l’ espulsione degli

stranieri essendo valida in pieno la norma sulla sovranità territoriale. Tuttavia ciò non esclude che tale

materia sia oggetto di accordi e quindi diversamente regolata.

Nel caso in cui uno Stato non rispetti le norme sul trattamento degli stranieri, lo Stato cui lo straniero stesso

appartiene può esercitare la c.d. protezione diplomatica. Questa consiste nella difesa sul piano

internazionale (proteste, proposte di arbitrato, contromisure) del suo suddito fermo restando che per arrivare

a questo debbono essersi esaurite tutte le procedure che lo straniero ha a disposizione nell’ambito

dell’ordinamento dello Stato territoriale. Inoltre, siccome lo Stato non agisce come rappresentante o

mandatario dell’individuo, può sempre rinunciare.

Va notato che l’istituto della protezione diplomatica è oggetto di contestazioni, limitatamente ai rapporti

economici facenti capo a stranieri, da parte degli Stati in sviluppo. Questi si rifanno alla dottrina Calvo

secondo la quale le controversie in tema di trattamento degli stranieri sarebbero esclusiva competenza dei

Tribunali dello Stato locale (e questi paesi introducono spesso nei contratti con imprese straniere questa

clausola, c.d. appunto clausola Calvo).

La protezione diplomatica può essere esercitata a favore di un individuo o di una persona giuridica come

una società commerciale. In quest’ultima ipotesi rileva il problema della sua nazionalità. Gli indirizzi della

dottrina sono essenzialmente due: uno che guarda allo Stato dove si trova la sede principale e l’altro che

guarda alla nazionalità della maggioranza dei soci. La prima ipotesi è la più accettabile.

27. Il trattamento degli organi stranieri, particolarmente degli agenti diplomatici.

Particolari limiti alla potestà di governo nell’ambito del territorio sono previsti dal diritto consuetudinario per

quanto riguarda gli agenti diplomatici. Essi si concretano nel rispetto delle c.d. immunità diplomatiche che

riguardano gli agenti diplomatici presso lo Stato territoriale e accompagnano l’agente dal momento in cui

esso entra nel territorio di tale Stato per esercitarvi le sue funzioni fino al momento in cui ne esce.

a) Inviolabilità personale: l’agente diplomatico deve essere innanzitutto protetto contro le offese alla sua

persona mediante particolari misure preventive e repressive. L’inviolabilità personale consiste anche e

soprattutto nella sottrazione del diplomatico straniero a qualsiasi misura di polizia (fermo, arresto ecc.).

b) Inviolabilità domiciliare: intendendosi per domicilio sia la sede della missione diplomatica sia l’abitazione

privata dell’agente diplomatico.

c) Immunità dalla giurisdizione penale e civile: bisogna distinguere fra atti compiuti dal diplomatico in

quanto organo dello Stato e atti da lui compiuti come privato. Nel primo caso tali atti non sono a lui imputabili

bensì al suo Stato e non possiamo neanche parlare di vera e propria immunità (cosiddetta immunità

funzionale). Nella seconda ipotesi invece esiste una vera e propria immunità processuale nel senso che il

diplomatico finché esplica la sua funzione non può essere processato.

d) Immunità fiscale: sussiste solo per le imposte dirette personali.

Ci siamo sempre riferiti a agenti diplomatici. In questa categoria vanno inclusi anche i capi missione, tutto il

personale diplomatico delle missioni, le famiglie degli agenti e di coloro che fanno parte di questo

personale.

Le suddette immunità spettano anche ai Capi di Stato, di Governo e ai Ministri quando si recano all’estero

in forma ufficiale. Per qualsiasi altro organo statale il diritto internazionale non prevede nessuna immunità

salva quella funzionale. 13

28. Il trattamento degli Stati stranieri.

Il principio più classico e conosciuto è quello della non ingerenza negli affari di altri Stati ma la cui vera

portata non è altrettanto chiara e circoscritta. Si tratta essenzialmente di un principio giuridico spesso di

mera propaganda politica e che negli ultimi tempi ha perso molto della originaria autonoma sfera di

applicazione. Oggi le regole più importanti sono costituite dai limiti alla forza internazionale degli Stati e gli

interventi di questi ultimi diretti a condizionare le scelte di politica interna e internazionale di un altro Stato (si

pensi alle misure di carattere economico). Nel principio di non ingerenza non rientrano le manifestazioni di

condanna o di critica del sistema politico o del regime economico, sociale ecc. di uno Stato straniero (a parte

la norma consuetudinaria che impone di vietare la preparazione di atti di terrorismo diretti altri Stati).

Un problema interessante in tema di trattamento degli Stati stranieri è se questi siano assoggettabili alla

giurisdizione civile dello Stato territoriale. Il diritto internazionale classico era favorevole alla c.d. immunità

assoluta. Oggi, grazie alla giurisprudenza italiana e belga si è verificata un’inversione di tendenza verso

quella che si è chiamata immunità ristretta o relativa. Secondo tale teoria l’esenzione degli Stati stranieri

dalla giurisdizione civile è limitata agli atti jure imperii (quelli mediante i quali si esplica la funziona pubblica

dello Stato) mentre per gli atti jure privatorum (cioè a carattere privatistico) non sussisterebbe. Uno dei campi

in cui tale distinzione rileva maggiormente è quello del lavoro, in particolare riferimento al lavoro presso

ambasciate, dove è piuttosto difficoltoso stabilire quali aspetti del rapporto di lavoro stesso siano da

considerare per classificarli come pubblicistici o privatistici. Secondo la Convenzione europea sull’immunità

degli Stati se il lavoratore ha la nazionalità dello Stato straniero che lo recluta, l’immunità sussiste in ogni

caso; se il lavoratore ha la nazionalità dello Stato territoriale, o quivi risieda abitualmente pur essendo

cittadino di terzo Stato, e il lavoro deve essere prestato nel territorio, l’immunità è esclusa.

L’immunità della giurisdizione civile sopra esposta si applica anche agli enti territoriali e alle persone

giuridiche pubbliche.

L’esecuzione forzata su beni di Stati esteri può considerarsi ammissibile solo se è esperita su beni non

destinati ad una pubblica funzione.

Le Corti di uno Stato, anche nei giudizi tra parti private, non possono controllare la legittimità internazionale o

interna di leggi, sentenze ed atti amministrativi stranieri che in un modo o nell’altro vengano in rilievo nei

giudizi medesimi (dottrina dell’Act of State).

29. Il trattamento delle Organizzazioni Internazionali.

Per quanto riguarda il trattamento dei funzionari delle organizzazioni internazionali non esistono norme

consuetudinarie che impongano agli Stati di concedere loro particolari immunità, e tanto meno le immunità

diplomatiche; sicché solo mediante convenzione lo Stato può essere obbligato in tal senso.

Lo Stato nel cui territorio opera ufficialmente un funzionario internazionale che non abbia la sua nazionalità è

tenuto a proteggerlo con le misure preventive e repressive previste dalle norme consuetudinarie sul

trattamento degli stranieri. Oltre in capo allo Stato esiste un obbligo di protezione anche in capo

all’Organizzazione cui il medesimo soggetto appartiene? Allo stato attuale la risposta è affermativa ma solo

per il risarcimento dei danni ad essa arrecati e non quelli arrecati all’individuo in quanto tale.

30. Il diritto internazionale Marittimo. Libertà dei mari e controllo degli Stati costieri

sui mari adiacenti.

Nella materia del diritto internazionale Marittimo esistono quattro convenzioni adottate a Ginevra nel 1958: la

convenzione sul mare territoriale e la zona contigua, quella sull’alto mare, sulla pesca e conservazione delle

risorse biologiche dell’alto mare, sulla piattaforma continentale. Inoltre nel 1982 è stata firmata a Montego

Bay una nuova convenzione per la ricodificazione del diritto internazionale Marittimo (ben 320 articoli) che

nonostante non sia ancora entrata in vigore ha fatto si che molte sue norme innovative siano state accettate

da tutti i Governi.

Il principio classico della “libertà dei mari” significa che il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto

intralciare l’utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri Stati. L’utilizzazione degli spazi marini incontra

il limite che consiste nella pari libertà altrui. In contrapposizione al principio della libertà dei mari si è sempre

manifestata la pretesa degli Stati ad assicurarsi un certo controllo delle acque adiacenti alle proprie coste.

Nascono così i concetti di mare territoriale (fine secolo scorso), piattaforma continentale (fine seconda

guerra mondiale) e la zona economica esclusiva (da alcuni anni).

31. Il mare territoriale e la zona contigua.

Il mare territoriale è sottoposto alla sovranità dello Stato costiero così come la terraferma. L’acquisto della

sovranità è automatico. L’art. 1 della prima Convenzione di Ginevra lo definisce così: “La sovranità dello

Stato si estende, al di là del suo territorio e delle sue acque interne, a una zona di mare adiacente alle coste

14

denominata mare territoriale”. In base ad un principio da ritenersi ormai consolidato e sancito anche nella

Convenzione di Montego Bay il mare territoriale può estendersi fino ad un massimo di 12 miglia dalla costa.

Lo Stato ha anche il diritto di esercitare poteri di vigilanza doganale in una zona contigua al mare territoriale.

Questa zona, inizialmente fissata in massimo 12 miglia di larghezza, estesa a 24 dalla convenzione di

Montego Bay, trova invece, secondo il diritto internazionale consuetudinario un limite funzionale e non

spaziale. Lo Stato sarebbe cioè legittimato a prevenire e reprimere il contrabbando nelle acque adiacenti alle

sue coste ma senza “vincoli numerici”.

Per quanto riguarda il limite interno del mare territoriale l’art. 3 della Convenzione di Ginevra fissa il principio

della linea di bassa marea come base per la misurazione. All’art. 4 introduce poi la possibilità di derogare a

tale principio con il sistema delle “linee rette”. Secondo questo sistema la base per la misurazione si ha

congiungendo i punti sporgenti della costa in linea retta e non seguendone le sinuosità. Nel caso di una baia,

se i punti estremi sono distanti fino a 24 miglia si congiungono e le acque della baia sono considerate

“interne”. Altrimenti si traccia una linea retta di 24 miglia all’interno della baia.

I poteri che spettano allo Stato costiero sono in linea di principio gli stessi esercitati nell’ambito del territorio

ma con alcuni limiti peculiari: a) diritto di passaggio inoffensivo secondo il quale ogni nave straniera può

attraversare il mare territoriale se non reca pregiudizio alla pace e al buon ordine dello Stato costiero; b) La

giurisdizione penale non può esercitarsi in ordine a fatti puramente interni alla nave straniera che cioè non

turbino in alcun modo il normale svolgimento della vita della comunità territoriale.

32. La piattaforma continentale. La zona economica esclusiva.

In seguito alla seconda guerra mondiale, la tecnologia iniziò a permettere lo sfruttamento di risorse marine

diverse dalla semplice ittica (minerali, idrocarburi ecc.).

Secondo un’altra delle Convenzioni di Ginevra, largamente riproduttiva del diritto consuetudinario, lo Stato

costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo

arino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si

mantiene ad una profondità costante (circa 200m) per poi precipitare negli abissi. Il diritto sulla piattaforma

continentale ha natura funzionale. Lo Stato non può cioè esercitare in modo generico il suo potere di

governo sulla piattaforma ma solo per sfruttarne le risorse. Poiché la dottrina sulla piattaforma, facendo leva

sulla conformazione geografica, risulta in certi casi iniqua (es. Perù e Cile che ne sono sprovvisti) l’art. 1

della Convenzione di Ginevra stabilisce che per piattaforma continentale debba intendersi anche il suolo

delle regioni marine dove la profondità delle acque sovrastanti consente lo sfruttamento delle risorse naturali

delle dette regioni.

Altro problema è la delimitazione della piattaforma di due Stati che si fronteggiano. In tal caso si traccia una

linea i cui punti siano equidistanti dai punti delle rispettive linee di base del mare territoriale. Dobbiamo

considerare che il criterio di equità che la Corte internazionale di giustizia prescrive per gli accordi in materia

è in realtà irrilevante dato che una volta concluso l’accordo questo resta valido qualunque siano stati i criteri.

Negli ultimi anni ai poteri dello Stato costiero sulla piattaforma continentale si sono venuti sovrapponendo

quelli esercitabili nell’ambito della zona economica esclusiva la quale può estendersi fino a 200 miglia dalla

linea di base del mare territoriale. I poteri consistono nell’attribuzione esclusiva di tutte le risorse economiche

della zona, sia biologiche che minerali.

Per gli Stati diversi da quello costiero nella zona economica esclusiva è ammessa la navigazione, la posa di

cavi sottomarini, e il sorvolo.

Per quanto riguarda la piattaforma continentale che geologicamente si estende oltre 200 miglia è ammessa

la giurisdizione da parte dello Stato costiero secondo la Convenzione di Montego Bay. Tuttavia una parte di

ciò che lo Stato ricava in tale zona deve essere versata alla costituenda Autorità internazionale dei fondi

marini.

Per i Paesi in sviluppo la zona economica esclusiva costituisce una sorta di “sequestro conservativo” dato

che spesso non hanno i mezzi necessari a goderne.

33. Il mare internazionale e l’area internazionale dei fondi marini.

Negli spazi marini situati oltre la zona economica esclusiva cessa ogni tutela degli interessi degli Stati

costieri. Il mare internazionale è l’unica zona in cui trova ancora applicazione il vecchio principio della libertà

dei mari. Tutti gli Stati hanno eguale diritto a trarre dal mare internazionale le risorse che questo è in grado di

offrire. Naturalmente, trattandosi spesso di risorse esauribili, non è ammissibile che gli Stati se ne approprino

a loro arbitrio. Questo problema è stato affrontato nella Convenzione di Montego Bay con la costituzione

dell’Autorità internazionale dei fondi marini destinata a presiedere allo sfruttamento delle risorse del fondo e

del sottosuolo del mare internazionale in modo che tutto avvenga nell’interesse dell’umanità. Quest’ultimo

15

obiettivo verrebbe raggiunto dividendo ogni area da sfruttare in due parti uguali, l’una attribuita allo Stato che

l’ha individuata e l’altra direttamente sfruttata dall’Autorità.

Il problema è che l’Autorità non è ancora operativa. Come debbono comportarsi allora gli Stati? Non sembra

accettabile l’ipotesi secondo la quale lo sfruttamento di tali risorse sia congelato fino alla istituzione

dell’Autorità. Dobbiamo concludere che vada ammesso purché nell’interesse dell’umanità.

34. La navigazione marittima.

Il principio generale è che ogni nave è sottoposta esclusivamente al potere dello Stato di cui ha nazionalità:

lo Stato di bandiera o Stato nazionale ha diritto all’esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità

navale e esercita siffatto potere attraverso il comandante (considerato come organo dello Stato). Vediamo

ora le eccezioni che tale principio incontra allorché una nave si avvicini alle coste di un altro Stato:

a) Acque internazionali. La nave pirata può essere catturata da qualsiasi Stato e sottoposta a misure

repressive. Lo Stato nel cui territorio è in corso una guerra civile può visitare e catturare qualsiasi nave che si

proponga di recare aiuto (in armi o armati) agli insorti.

b) Zona economica esclusiva. Lo Stato costiero può visitare e catturare navi e relativo carico per infrazioni

alle proprie leggi sulla pesca o allo sfruttamento delle risorse sottomarine.

c) Mare territoriale. Rilevano i principi già analizzati del diritto di passaggio inoffensivo e della sottrazione alla

giurisdizione penale dello Stato costiero dei fatti puramente interni alla nave.

Le navi da guerra o comunque destinate a servizi pubblici possono inseguire una nave straniera che abbia

violato le loro leggi purché l’inseguimento sia continuo e abbia avuto inizio almeno nelle acque contigue al

mare territoriale. Se la nave inseguita entra nelle acque territoriali di un altro Stato l’inseguimento cessa.

Per quanto riguarda la nazionalità delle navi occorre che tra queste e lo Stato che concede la bandiera

esista un legame sostanziale (genuine link).

35. La protezione dell’ambiente marino.

La lotta all’inquinamento marino non può non fondarsi su una stretta cooperazione internazionale. Ecco

perchè la Convenzione di Montego Bay dedica all’argomento più di quaranta articoli. Tuttavia nella prassi

non vi sono elementi che inducano ad affermare l’esistenza di obblighi particolari in materia in capo agli

Stati. La problematica è molto simile a quella che già abbiamo affrontato al riguardo degli inquinamenti su

terraferma. Al contrario, per quanto riguarda il diritto convenzionale numerose sono gli accordi stipulati in

materia.

Ad imporre divieti ed a comminare sanzioni saranno lo Stato della bandiera e, nelle zone sottoposte a

giurisdizione nazionale, lo Stato costiero (per prevenire inquinamento delle sue acque interne e territoriali).

E’ ammesso l’intervento eccezionale su una nave altrui in acque internazionali per prendere le misure

strettamente necessarie ad impedire o attenuare i danni derivanti da un incidente già avvenuto.

36. Gli spazi aerei e cosmici.

Sono due i principi fondamentali: il primo è che la sovranità dello Stato si estende allo spazio atmosferico

sovrastante il suo territorio e le acque territoriali; il secondo è che fuori da questa ipotesi lo spazio aereo sia

libero all’utilizzazione da parte di tutti gli Stati. E’ inoltre invalsa nella prassi la cosiddetta “zona di

identificazione”, zona che si estende anche per centinaia di miglia nello spazio sovrastante all’alto mare

intorno alle coste. Gli aerei che attraversano queste aree hanno l’obbligo di farsi identificare.

Per quanto riguarda la navigazione cosmica ad essa è applicabile per analogia il principio sulla libertà di

sorvolo degli spazi nullius dato che non avrebbe senso parlare di “sorvolo” del territorio.

Circa le risorse dello spazio, in particolare riferimento all’utilizzabilità in ambito di radio-telecomunicazioni,

vige il principio della libertà con il consueto limite del rispetto delle pari libertà altrui.

37. Le regioni polari.

Le regioni polari non sono soggette alla sovranità di alcuno Stato nonostante i vari tentativi in tal senso

(teoria dei settori). L’Antartide è stato internazionalizzato con il trattato di Washington del 1959. Principi

fondamentali del trattato sono il divieto di ogni attività militare e la libertà di ricerca scientifica. Il regime

internazionale dell’Antartide, essendo previsto da un trattato, vincola solo le parti contraenti.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto internazionale contenenti i principali concetti della materia, quali: la formazione delle norme internazionali, il contenuto delle norme, l’applicazione delle norme internazionali all’interno dello Stato, la violazione delle norme e le relative conseguenze, la consuetudine ed i suoi elementi costitutivi, l’accertamento delle norme internazionali e la soluzione delle controversie tra Stati.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Picone Paolo.

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