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imprenditori a norma dell’art.2082 c.c., anche alle società occasionali, ai lavoratori autonomi e persino ai

professionisti intellettuali.

Specialità della disciplina e suoi rapporti con l’illecito civile extracontrattuale

Presso la giurisprudenza, in base a ciò che abbiamo appena detto, si è diffusa l’idea che. qualora un

comportamento vietato dall’art.2598 c.c. fosse posto in essere in assenza del presupposto del rapporto di

concorrenza tra imprenditori, si dovesse dar luogo alla disciplina generale dell’illecito extracontrattuale ai

sensi dell’art.2043 c.c.. In realtà, specifica l’autore, è impossibile un intercambiabilità automatica tra le

norme, in quanto non vi né affinità fra le due categorie di illecito, né tanto meno omologabilità delle

clausole generali (ingiustizia del danno da un lato e scorrettezza professionale dall’altro). Quindi sarà

impossibile ricorrere all’art.2043 nel caso in cui, per difetto di requisito essenziale, non si possa applicare

l’art.2598 c.c.

Gli atti tipici di concorrenza sleale

La clausola generale della slealtà, ossia della non conformità alla correttezza professionale, è trattata,

all’interno dell’art.2598 c.c., al numero 3, ma nei primi due numeri dell’articolo il legislatore specifica egli

stesso una serie di atti che danno luogo a concorrenza sleale, suddividendoli tra “atti di confusione”

(numero 1 dell’articolo) da un lato e denigrazione commerciale ed appropriazione di pregi, dall’altro

(numero 2). Si configurano come atti di confusione:

• L’uso di nomi o segni distintivi altrui: fatta salva la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto,

la norma sembra fornire una tutela contro le appropriazioni abusive di segni distintivi “atipici” non

tutelati diversamente (slogan pubblicitario, ditta irregolare ecc.). Nel caso, invece, di segni distintivi

“tipici” (es. marchio) potrà essere esperita sia l’apposita azione di contraffazione, tanto quanto

quella di concorrenza sleale;

• L’imitazione servile: si attua quando viene riprodotto, da un’impresa concorrente, l’aspetto

esteriore/la forma del prodotto di un altro imprenditore. Ovviamente deve trattarsi di una forma

distintiva ed individualizzante del prodotto e non di una forma comune (es. la bottiglia) che tutti

potrebbero utilizzare;

• Altri atti di confusione: il numero 1 dell’art.2598 c.c. si conclude con una formula di chiusura

classica, la quale prevede che “con qualsiasi altro mezzo” non debba essere ingenerata la

confusione con prodotti ed attività di un imprenditore concorrente.

Il numero 2 dell’articolo in questione, prende in considerazione la “denigrazione commerciale”, la quale si

configura nel momento in cui vengono divulgate notizie sui prodotti e sull’attività di un concorrente idonee

a screditare lo stesso agli occhi dei consumatori. Ovviamente è lecita sia una critica veritiera, sia una

pubblicità comparativa, nel caso in cui vengano divulgate notizie vere e complete, che anzi aiutano il

consumatore nella sua scelta.

Sempre il numero 2 dell’art.2598 prende in considerazione “l’appropriazione di pregi”, la quale si attua nel

momento in cui un impresa si attribuisce pregi appartenenti ad altra impresa concorrente o ai prodotti di

quest’ultima. La sola denominazione d’origine non veritiera è sufficiente a configurare l’appropriazione di

pregi come atto di concorrenza sleale. 8

Le fattispecie atipiche

Oltre alle fattispecie contemplate, direttamente dal legislatore, come contrarie alla correttezza

professionale, vi è una serie di fattispecie “atipiche”, frutto dell’elaborazione della giurisprudenza, che

configurano comunque un atto di concorrenza sleale:

• Concorrenza parassitaria: imitazione delle iniziative di mercato di un concorrente;

• Ribassi di prezzo e vendite sotto-costo: solitamente leciti, questi comportamenti divengono

anticoncorrenziali se posti in essere da un impresa che è già o che vuole porsi in posizione

dominante, acquisendo di fatto una posizione di monopolio. Si definiscono, in tal caso, come atti

predatori;

• Storno dei dipendenti: consiste nell’assunzione di personale appartenente ad un’impresa

concorrente, il cui solo fatto è lecito, ma che diviene anticoncorrenziale se posto in essere con

particolari modalità o al solo fine di disgregare l’impresa concorrente;

• Boicottaggio: ricorre nel momento in cui una pluralità di imprese si accorda affinché non si possa

contrarre con uno specifico soggetto, di fatto escludendolo dagli affari;

• Spionaggio industriale: consiste nella sottrazione di informazioni riservate appartenenti ad

un’impresa concorrente;

• Pratiche commerciali scorrette: azioni, omissioni, condotte o dichiarazioni ingannevoli attuate al

fine di falsare il comportamento del consumatore.

Pubblicità commerciale e concorrenza sleale. L’autodisciplina. Dai dd.lgs. 74/1992 e 67/2000 al

d.lgs.146/2007

Una specifica disciplina è stata dedicata, col passare del tempo, al fenomeno pubblicitario: il d.lgs. 74/1992

si occupò di stabilire, per la prima volta, le norme in materia di pubblicità ingannevole e pubblicità

comparativa, poi modificate dal d.lgs.146/2007. Per pubblicità ingannevole si intende quel tipo di

pubblicità che, in qualunque modo, possa indurre in errore i soggetti alla quale è rivolta, falsandone il

comportamento economico o recando un danno ad un’impresa concorrente. La pubblicità comparativa,

invece, è quel tipo di pubblicità che attua un raffronto, diretto nei confronti di uno specifico concorrente o

indiretto perché rivolto a tutti gli altri imprenditori del settore, tra più prodotto o servizi: essa era vista,

inizialmente, con sfavore dal legislatore italiano, che però ultimamente (d.lgs.146/2007) ha previsto che

essa sia lecita se oggettiva in merito ai prodotti comparati, non ingannevole, non confusoria e non

denigratoria dell’attività di un concorrente o dei suoi segni distintivi.

Oltre alla disciplina legislativa, nel settore pubblicitario merita attenzione il c.a.p., ossia il codice di

autodisciplina pubblicitaria, creazione dell’autonomia privata degli anni ’60, che per lungo tempo, e ancora

oggi, vincola tutti gli imprenditori che operano attraverso pubblicità tramite i mass media. E’ addirittura

previsto un organo giurisdizionale, il Giurì, competente a risolvere le controversie in materia, competenza

attribuita dagli stessi imprenditori, grazie alla presenza di una clausola di accettazione all’interno del

contratto pubblicitario. Il c.a.p. ha portato, nel tempo, notevoli risultati delimitando, giusto per fare un

esempio, la disciplina della c.d. pubblicità “superlativa” o “iperbolica”, mirata a magnificare il proprio

prodotto, definendolo con i più svariati aggettivi positivi, ma che, in nessun modo, deve ingannare il

consumatore. 9

La legittimazione all’azione e le sanzioni

Legittimato attivamente ad esperire l’azione di concorrenza sleale è l’imprenditore vittima della

scorrettezza, oltre alle associazioni di categoria rappresentative degli imprenditori. La sentenza può

prevedere sia un’inibitoria, con la quale il giudice dispone la cessazione del comportamento sleale e la non

reiterazione dello stesso. La sentenza, qualora non osservata, è suscettibile di esecuzione forzata.

Oltre all’inibitoria il giudice dispone la rimozione/eliminazione degli effetti di tale comportamento, per

ripristinare la situazione di fatto antecedente all’atto di concorrenza sleale. Può essere prevista, tra l’altro,

la pubblicazione della sentenza a spese della parte soccombente.

Provvedimenti urgenti in materia, come l’inibitoria, possono essere adottati anche dall’Autorità garante

della concorrenza e del mercato.

CAPITOLO IV – LA TUTELA DEI CONSUMATORI

I limiti all’azione imprenditoriale imposti dalla tutela degli interessi dei consumatori

A partire dalla prima metà degli anni ’80 i legislatore, tanto quello comunitario quanto quello italiano,

hanno prestato molta attenzione alla tutela dei consumatori. Il c.a.p., infatti, sebbene tutelasse sotto

molteplici aspetti il consumatore, condannando le pubblicità che attuavano forme di sfruttamento della

superstizione, delle credulità e delle paure , non era sufficiente per attuare una tutela a 360°.

I documenti legislativi, già esaminati, inerenti la pubblicità ingannevole e quella comparativa

sottolinearono, inoltre, come i consumatori facessero parte della categoria di soggetti da tutelare,

attribuendo loro la possibilità di adire l’Autorità garante in caso di atti lesivi della stessa categoria.

La l.281/1998, inerente la disciplina dei diritti dei consumatori e deli utenti, ha definitivamente

riconosciuto alle associazioni rappresentative la legittimazione ad agire a tutela di interessi collettivi.

Il “Codice del consumo” (d.lgs.206/2005)

Una frammentarietà della disciplina legislativa a tutela del consumatore, ha spinto il legislatore, con il

d.lgs.206/2005 ad emanare il c.d. codice del consumo, composto di 146 articoli, il quale ha assorbito 21

leggi speciali inerenti la protezione di tale categoria, oltre ad aver modificato il codice civile inerentemente

alle clausole vessatorie ed ai contratti di consumo e ad aver riordinato le precedenti normative in materia.

PARTE TERZA – I DIRITTI DI PROPRIETA’ INTELLETTUALE E INDUSTRIALE

CAPITOLO V – LA CONCORRENZA E LA DIFFERENZIAZIONE DEI PRODOTTI

Produzione di massa, standardizzazione e differenziazione dei prodotti; innovazione tecnologica

E’ solo con l’avvento della rivoluzione industriale che la proprietà intellettuale, concetto comprensivo

altresì di quello di proprietà industriale, riesce a staccarsi dai privilegi corporativi e dalle concessioni

sovrane.

La possibilità, per le varie aziende, di attingere dallo stesso patrimonio di conoscenze scientifiche e

tecniche, ha tuttavia determinato, col tempo, una “standardizzazione della produzione di massa”,

10

consistente nella compresenza di prodotti, provenienti da imprese diverse, ma sostitutivi l’uno dell’altro.

Questo fenomeno, tuttavia, ha fatto in modo che i mezzi di differenziazione, che rendono un prodotto

unico nel suo genere, assumessero una forte funzione concorrenziale.

In un mercato in cui si presentano sempre più imprese competitive, l’immagine del prodotto è tutto,

insieme alla pubblicità che viene fatta dello stesso, ma la “capacità d’innovazione” a livello gestionale

(management) e tecnologico (invenzioni, know-how) offre quella spinta in più, capace di trasformare una

delle tante imprese del mercato in un colosso in posizione dominante.

I diritti di proprietà intellettuale e industriale (“diritti sui beni immateriali”): funzionalità e tipicità

Alla fine del 1700 le prime leggi in materia attribuirono, agli autori ed agli inventori, diritti di sfruttamento

assoluti, che per loro natura erano molto simili al diritto di proprietà. Col passare del tempo, però, si è

compreso che oggetto di tali invenzioni, molto spesso, erano “beni immateriali”, ossia entità incorporali

(idee creative e segni di identificazione commerciale) che non potevano in alcun modo costituire oggetto di

godimento solitario, connotato essenziale della proprietà.

Per tal motivo i diritti sui beni immateriali, per tali intendendosi il fascio di poteri riconosciuto all’autore o

inventore, devono essere presi in considerazione in funzione delle finalità del legislatore. Tali finalità si

estrinsecano, da un lato, nel progresso culturale, tecnologico ed economico, evocato per giustificare il

riconoscimento di diritti di sfruttamento a favore di autori, inventori ed imprenditori, mentre da un diverso

punto di vista occorre evitare che si crei un monopolio delle idee. In poche parole, occorre che il

riconoscimento di diritti di sfruttamento assoluti realizzi il minor costo concorrenziale possibile e che tali

diritti siano riconosciuti dal legislatore (numero chiuso dei diritti di proprietà intellettuale). La categoria di

diritti della proprietà intellettuale riconosciuti dal diritto positivo ha conosciuto, nel tempo, un notevole

ampliamento: in questa categoria sono state ricomprese le biotecnologie, le invenzioni informatiche

(software), i microchips, le invenzioni dell’industrial design, nonché addirittura le idee pubblicitarie ed il

know-how industriale.

Il quadro normativo generale: dalle leggi speciali al nuovo codice della proprietà industriale

Il codice civile del 1942 limitò il proprio intervento in materia di diritti della proprietà intellettuale ed

industriale ad un ristretto numero di articoli, perché già a quel tempo erano presenti diverse leggi speciali

specifiche per ogni argomento trattato dal codice: l.633/1941 sul diritto d’autore, r.d.1127/1939 in materia

di brevetti per invenzioni industriali, r.d.1411/1940 in materia di brevetti per modelli industriali ed il

r.d.929/1942 inerente la disciplina dei marchi registrati. E’ lo stesso codice, nel suo testo originario, a

rinviare espressamente alla disciplina di tali leggi speciali.

Dunque tutta la materia dei diritti della proprietà intellettuale si è, per lungo tempo, basata sulle leggi

citate e sugli accenni del codice. Solo negli ultimi anni, con il d.lgs.30/2005 modificato nel 2006 e nel 2007,

è stato varato il nuovo Codice della proprietà industriale (escluso, dunque, il diritto d’autore), il quale

comprende 246 articoli ed è suddiviso in 8 capi:

1. Disposizioni generali;

2. Norme di diritto sostanziale inerenti le varie fattispecie protette;

Rimedi giurisdizionali per ogni tipo di proprietà industriale;

3.

4. Acquisto e mantenimento dei diritti; 11

5. Procedure speciali;

6. Ordinamento professionale;

7. Gestione dei servizi dell’UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi);

8. Disposizioni transitorie.

Alla fine del c.p.i. sono specificate tutte le leggi abrogate in funzione dello stesso.

La circolazione dei diritti di proprietà intellettuale e industriale

Il risultato creativo di un’attività intellettuale può, dunque, dar luogo a diritti patrimoniali sui beni oggetto

dell’invenzione, anche nel caso di beni immateriali. I diritti di sfruttamento esclusivo di beni immateriali

possono anche essere alienati, il che comporta una traslazione della proprietà, come avviene in caso di

“cessioni”, oppure se ne può concedere il godimento dietro il corrispettivo di un prezzo, come avviene per

le “licenze”. Tutto ciò, ovviamente per le invenzioni della proprietà intellettuale. Per il diritto d’autore,

invece, può essere, per esempio, concessa la possibilità di riprodurre una rappresentazione (musicale,

teatrale ecc.).

Limiti all’esercizio dei diritti: l’esaurimento nazionale e comunitario dei diritti di proprietà intellettuale e

industriale

L’esercizio dei diritti di proprietà intellettuale ed industriale incontra, però, determinati limiti previsti dallo

stesso legislatore: basti pensare, per fare alcuni esempi, ai limiti di durata nel tempo del diritto di brevetto,

alla decadenza dal diritto di marchio per perdita della capacità distintiva (o volgarizzazione) e per mancata

utilizzazione, oppure al principio di specialità, secondo cui l’esclusiva non si estende a prodotti o merci

diverse da quelle per cui il marchio è stato registrato.

Quindi anche l’esclusiva concessa all’autore/inventore/imprenditore incontra determinati limiti: uno di

questi è costituito dal “principio dell’esaurimento dei diritti di proprietà intellettuale ed industriale”,

previsto oggi anche all’interno del c.p.i., laddove è specificato che le facoltà esclusive riconosciute al

titolare del diritto cessano nel momento in cui “i prodotti oggetto del diritto di proprietà industriale,

all’interno dei quali è incorporata l’invenzione, siano messi in commercio nel territorio dello Stato o di uno

Stato membro dell’Unione”. Si dice, in tal caso, che il diritto del titolare è esaurito. Ovviamente occorre che

sia stato il titolare a far mettere in commercio tale prodotto o che egli stesso abbia autorizzato terzi a farlo.

Il quadro normativo internazionale

Importanti, in materia di diritti della proprietà industriale, sono diverse Convenzioni ed altrettanti Trattati

internazionali che, oltre a promuovere un’unica legislazione in materia ed i medesimi punti di vista uguali

per tutti, hanno determinato una produzione legislativa nei vari Stati uguale o quanto meno coordinata.

Il testo cita molti Trattati, ognuno avente ad oggetto una fattispecie diversa, come il diritto d’autore, la

protezione della proprietà industriale, la protezione delle denominazioni d’origine, il rilascio del brevetto

europeo e quant’altro. A noi basti ricordare la Convenzione di Parigi del 1885, da cui tutto ha avuto origine,

in merito alla protezione della proprietà industriale ed il ruolo determinante dell’OMPI, Organizzazione

Mondiale della Proprietà Intellettuale, con sede a Ginevra, che molto spesso ha auspicato la conclusioni di

accordi e trattati in materia. 12

Le fattispecie costitutive dei diritti (cenni generali)

Nella trattazione dei diritti di proprietà intellettuale, aventi ad oggetto, come abbiamo già detto, beni

immateriali, dobbiamo sottolineare come essi, anzitutto, si differenzino dal diritto morale degli autori e

degli inventori, che attiene agli aspetti personali inerenti il riconoscimento della paternità del risultato

creativo. Inoltre ogni diritto della proprietà intellettuale riconosciuto dal legislatore deve avere determinati

caratteri:

• Diritto d’autore: occorre il “carattere creativo dell’opera”, sotto il punto di vista della “forma

espressiva” e non del contenuto dell’opera stessa;

• Invenzioni industriali: occorre la “novità” dell’invenzione, in quanto il trovato non deve essere

compreso nello stato della tecnica, cioè non deve essere stato divulgato o reso noto al pubblico in

Italia o all'estero, “l’attività inventiva”, ossia l’originalità, in quanto il trovato deve essere il risultato

di uno sforzo inventivo e non risultare in modo evidente dall'applicazione di normali conoscenze

tecniche da parte di un tecnico esperto del ramo e “l’industrialità”, ossia è necessario che il trovato

possa essere oggetto di fabbricazione ed utilizzo in campo industriale;

• Modelli d’utilità: occorre, anche in tal caso, la “novità” del modello, ossia l’inesistenza dello stesso

sino a quel momento, così come “l’originalità”;

• Modelli e disegni registrati: è necessaria, ancora una volta, la “novità” del disegno o modello ed il

“carattere individuale”, in quanto ci deve essere la possibilità, da parte del consumatore medio, di

percepire l’unicità del modello o disegno;

• Segni distintivi (ditta, insegna e marchio): occorre che la “novità” e la “capacità distintiva”.

Per il diritto d’autore, inoltre, va specificato che il titolo d’acquisto del diritto patrimoniale proviene, in tal

caso, dalla “creazione dell’opera”, mentre per quanto riguarda le invenzioni industriali ed i modelli d’utilità,

dopo un procedimento amministrativo da parte dell’ufficio competente cui è stata presentata la domanda,

i diritti sorgono con il rilascio di un attestato, il “brevetto”. Ancora, i diritti esclusivi sui modelli e disegni

industriali, così come sul marchio, sorgono con la “registrazione”. Il brevetto e la registrazione sono

identificati come “titoli di proprietà industriale (intellettuale)”, ma esistono alcune forme di tutela, più

limitata, anche a favore di altri segni distintivi che non godono di tali titoli (es. marchio non registrato).

CAPITOLO VI – IL DIRITTO D’AUTORE

Società dell’informazione e riforme legislative: il d.lgs.68/2003

La disciplina del diritto d’autore, trattata dal legislatore italiano per la prima volta all’interno della

L.633/1941, è stata, negli ultimi anni, sottoposta a continue modifiche, in forza del processo di

digitalizzazione che ha riguardato l’intero sistema: le opere dell’ingegno, infatti, non necessitano più di un

supporto che le contenga (pensiamo al cd sostituito da Itunes e da altri programmi grazie ai quali è

possibile acquistare musica online, o agli ebook che stanno sostituendo i vecchi libri di testo) e ciò ha reso

necessarie diverse modifiche della disciplina di tutela degli autori. Su questo versante si sono mossi

soprattutto gli Stati Uniti d’America e l’UE, insieme all’OMPI (Organizzazione Mondiale della Proprietà

Intellettuale), emanando una serie di normative in materia, ultima delle quali la direttiva UE 29/2001,

ratificata all’interno del nostro ordinamento grazie al d.lgs.68/2003, ennesima modifica della famosa legge

633. 13

La tutela del diritto d’autore: oggetto e contenuto

Il diritto d’autore, disciplinato all’interno del codice civile a partire dall’art.2575 e all’interno della

L.633/1941, più volte modificata, ha ad oggetto le c.d. “opere dell’ingegno”, frutto della creatività di un

autore estrinsecatasi all’interno di una determinata opera. La legge 633 contiene un elencazione

esemplificativa di tutte le opere che possono essere oggetto del diritto d’autore, ma non esaurisce, in

alcun modo, tale categoria. Per fare degli esempi, le opere fotografiche, quelle scientifiche, quelle

letterario e cinematografiche, sono tutte oggetto del diritto d’autore. Anche prestazione intellettuali e di

natura organizzativo-imprenditoriale, “connesse” all’esercizio del diritto d’autore, sono riconosciute e

pertanto tutelate dal legislatore. Quindi il panorama dei prodotti culturali tende, col tempo, ad ampliarsi

sempre più.

Prima abbiamo avuto modo di precisare come all’autore di un’opera, ma anche all’inventore di una

determinata creazione industriale, appartengono sia dei diritti morali, inerenti la paternità dell’opera, sia

dei diritti patrimoniali. Nel diritto d’autore tale differenziazione è più che mai marcata, in quanto il diritto

morale non si esaurisce nella facoltà di rivendicare come propria una determinata opera, ma comporta il

diritto di opporsi a modificazioni e deformazioni della stessa, il diritto a ritirare l’opera dal commercio per

gravi ragioni morali (diritto di pentimento) e di vietare la pubblicazione della stessa (diritto di inedito). I

diritti patrimoniali di sfruttamento economico, invece, si estendono per tutta la vita dell’autore e sino a 70

dopo la sua morte, in capo agli aventi causa, e consistono nel diritto esclusivo di pubblicare l’opera e di

utilizzarla economicamente in ogni forma e modo, nonché, per le sole opere d’arte e per i manoscritti, nel

diritto di percepire un compenso per ogni vendita successiva alla prima cessione (diritto di seguito). Vi

sono, poi, tutta una serie di altri diritti inerenti l’esecuzione e la rappresentazione dell’opera in pubblico, la

riproduzione dell’opera stessa, la traduzione e l’elaborazione ecc.

L’autore, per disporre dei diritti di utilizzazione economica, può stipulare un contratto di edizione, col quale

viene trasferito all’editore il diritto di pubblicare l’opera dell’ingegno, e contratti di rappresentazione o di

esecuzione di opere teatrali, cinematografiche e musicali.

Segue: eccezioni e limitazioni all’esercizio dei diritti esclusivi (utilizzazioni libere)

Anche per ciò che concerne il diritto d’autore esiste l’eterna contrapposizione, caratteristica della proprietà

intellettuale, tra incentivazione alla creatività con il riconoscimento di un monopolio temporaneo ed

interessi collettivi e privati meritevoli di tutela. Per tal motivo è previsto, all’interno della L.633/1941 ed in

particolar modo grazie al d.lgs.68/2003 modificativo della stessa, un regime di eccezioni e limitazioni

all’esercizio dei diritti esclusivi. La riproduzione di copie di un’opera è consentita, per esempio, se

temporanea, priva di rilievo economico e proprio di un procedimento tecnologico (eccezione tecnologica).

Inoltre è libera, ugualmente, l’utilizzazione e la riproduzione di opere soggette al diritto d’autore, per fini di

informazione e cronaca, di insegnamento e di ricerca scientifica, di pubblica sicurezza e di interesse

politico. Le opere presenti nelle biblioteche accessibili al pubblico, inoltre, possono essere soggette, per

uso personale, ad essere fotocopiate nel limite del 15%, dietro corresponsione agli autori ed editori di un

compenso calcolato per pagina.

Particolari oggetti di tutela: design, programmi per elaboratori (software) e banche dati

L’elenco delle opere dell’ingegno che possono formare oggetto del diritto d’autore è stata, come abbiamo

già detto, ampliata col tempo, arrivando a comprendere le opere del disegno industriale che abbiano

14

carattere creativo e valore artistico, ossia quelle opere realizzate dalle imprese per personalizzare un

proprio prodotto e fare maggior presa sui consumatori, i programmi per elaboratori elettronici (software

per pc), i quali non godono della tutela brevettuale, essendo costituiti(come ha specificato il Parlamento

Europeo nel rigettare una proposta di direttiva in materia) da una connessione di formule matematiche,

ma godono del diritto d’autore, in quanto opere dell’ingegno digitalizzate. Come opere dell’ingegno,

inoltre, sono state individuate anche le banche dati, veri e propri magazzini d’informazioni in formato

elettronico, qualora godano di originalità e creatività. La creatività, di per se, non attribuisce tuttavia alcun

diritto d’autore: è il caso dei format televisivi.

La tutela giurisdizionale: la direttiva “enforcement” 2004/48 e la sua attuazione in Italia (d.lgs.140/2006)

Non abbiamo ancora parlato, nella nostra trattazione, del TRIPs del 1994, l’Accordo sui diritti di Proprietà

Intellettuale relativi al commercio, al quale molti Paesi del globo hanno aderito e dato applicazione. L’Italia

ha provveduto a far ciò con due interventi legislativi, uno del 1996 inerente la proprietà industriale ed uno

del 2000 inerente il diritto d’autore. Solo in seguito, con la direttiva “enforcement” 2004/48, l’Unione

Europea, firmataria anch’essa del TRIPs, ha provveduto a dar applicazione all’accordo suddetto, rendendo

necessario un nuovo adeguamento degli Stati membri a tale disciplina. L’Italia ha ottemperato a tale

dovere con il d.lgs.140/2006, con il quale sono state introdotte alcune novità di carattere processuale, in

merito alla c.d. discovery, ossia la possibilità di chiedere al giudice l’esibizione, ad opera della controparte

in giudizio, dei documenti e delle informazioni detenute dalla controparte stessa, ed in merito al diritto

d’informazione, ossia la possibilità della parte lesa di chiedere al giudice che la controparte fornisca tutte le

informazioni sull’origine e sulle reti di distribuzione di merci e prestazioni di servizi che violano il diritto

d’autore.

L’autore di un’opera, comunque, conserva sempre la possibilità di chiedere al giudice l’inibitoria di un

comportamento lesivo del proprio diritto, la distruzione/rimozione dello stato di fatto che risulta dalla

violazione, la pubblicazione della sentenza ed il risarcimento del danno, qualora vi siano i presupposti.

CAPITOLO VII – LE INVENZIONI ED I MODELLI INDUSTRIALI

L’oggetto del brevetto d’invenzione. I requisiti di brevettabilità

Il diritto di sfruttamento esclusivo di un’invenzione nasce con il rilascio di un particolare attestato

amministrativo, definito come “brevetto”, da parte di un apposito organo, l’Ufficio Italiano Brevetti e

Marchi (UIBM). La procedura che porta al rilascio di tale attestato inizia con il deposito, presso l’ufficio già

menzionato o presso una Camera di commercio, della domanda di brevetto, all’interno della quale devono

essere contenuti:

• L’identificazione del richiedente e, qualora vi sia, del mandatario che deposita la domanda;

• L’indicazione del titolo dell’invenzione (o modello d’utilità), nella quale siano riassunti i caratteri e

lo scopo;

• La descrizione tecnica dell’invenzione, tale che un esperto del ramo possa attuarla;

• L’atto di nomina del mandatario, qualora il richiedente ne abbia identificato uno;

• Le rivendicazioni, ossia dichiarazioni con le quali il richiedente specifica quale debba essere

l’oggetto del brevetto. 15

L’UIBM provvede solo ad un controllo di regolarità formale della domanda, non dando luogo in alcun modo

ad un esame tecnico di accertamento dei requisiti di “novità, originalità ed industrialità”. La procedura si

conclude con la pubblicazione, in un apposito Bollettino ufficiale, della notizia di concessione del brevetto.

Non possono formare oggetto di brevetto:

• Le scoperte, le teorie scientifiche ed i metodi matematici;

• Piani, principi e metodi per attività intellettuali o di gioco;

• I programmi per elaboratori (software);

• Metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico ed i metodi di diagnosi applicati al corpo umano

o animale (fatta eccezione per i prodotti, sostanze e miscele di sostanze, utili per l’attuazione di tali

metodi).

Noi sappiamo, però, che il semplice risultato dell’attività inventiva non sempre è brevettabile, in quanto

occorre il rispetto di tre requisiti fondamentali:

• Novità: il prodotto non deve essere conosciuto, non deve essere già a disposizione del pubblico, né

tanto meno l’idea inventiva deve essere stata divulgata, se non agli stretti collaboratori

dell’inventore o ad una piccola cerchia di gente inesperta e deve trattarsi di una “novità assoluta”,

ossia mai presentata né in Italia né all’estero. Si deve trattare di un’invenzione che non è stata

ancora compresa nello stato della tecnica;

• Originalità: vi deve essere stata attività inventiva per giungere alla creazione/ideazione

dell’invenzione stessa, in quanto il trovato non si deve poter evincere dall'applicazione di normali

conoscenze tecniche da parte di un tecnico esperto del ramo;

• Industrialità: il trovato deve essere utilizzabile e fabbricabile all’interno di qualsiasi industria.

Attuando una distinzione tra le invenzioni industriali, possiamo affermare che esse si distinguono in:

• Invenzioni derivate, qualora rappresentino il perfezionamento di un’invenzione già esistente;

• Invenzioni di combinazione, quando risultino dal coordinamento originale ed innovativo di elementi

già noti, determinando un risultato nuovo;

• Invenzioni di traslazione, qualora l’attività inventiva riguardi l’applicazione di un invenzione già nota

all’interno di un diverso settore, dando luogo ad un risultato finale diverso.

Il contenuto del diritto

L’acquisto del diritto di attuare l’invenzione e di disporne in via esclusiva per un periodo di venti anni

(periodo maggiorato per i medicinali) si ha solo e solamente con il rilascio del “brevetto”. Tuttavia una

distinzione che dobbiamo attuare da subito è quella tra il “diritto AL brevetto”, ossia il diritto a “chiedere e

vedersi riconosciuto” il rilascio del brevetto, ed i “diritti DI/SUL brevetto”, ossia i diritti patrimoniali e di

esclusiva che scaturiscono da tale rilascio.

Per quanto riguarda il diritto AL brevetto, è importante sottolineare che la richiesta può essere inoltrata

dall’inventore, ma può capitare, talune volte, che l’inventore ed il richiedente non coincidano. E’ il caso di

un’invenzione fatta in ambito lavorativo subordinato, ossia in costanza di un rapporto di dipendenza

lavorativa: può trattarsi di un’invenzione conseguita DURANTE l’esecuzione di un contratto di lavoro o di

impiego, IN CUI L’ATTIVITA’ INVENTIVA SIA OGGETTO DEL CONTRATTO, ed in tal caso possiamo distinguere

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“l’invenzione servizio”, che si ha qualora nel contratto fosse prevista un’apposita retribuzione, e

“l’invenzione aziendale”, che prevede un equo premio a favore dell’inventore/lavoratore; oppure può

trattarsi di un’invenzione conseguita da un soggetto lavoratore che NON RIENTRI NEL CONTRATTO DI

LAVORO, MA SOLO NEL SETTORE DI ATTIVITA’ DELL’IMPRESA: in tal caso il diritto al brevetto compete al

lavoratore, salvo il riconoscimento di un diritto d’opzione sull’uso dell’invenzione e di prelazione

sull’acquisto della stessa.

Per ciò che concerne, invece, i diritti DI brevetto, essi devono essere esercitati nei limiti ed alle condizioni

imposte dalla legge: il brevetto non è una “licenza di fare”, ma un titolo che “impedisce ad altri di fare”. I

diritti di sfruttamento esclusivo sono limitati, però, nel caso in cui qualcuno abbia fatto uso dell’invenzione

nei 12 mesi precedenti al deposito della domanda per l’ottenimento del brevetto: in tal caso è tutelato il

“diritto di preuso”, secondo cui il soggetto può continuare ad utilizzare l’invenzione nei limiti dell’uso che

ne faceva prima, limiti territoriali e settoriali.

Particolari fattispecie brevettabili: invenzioni chimiche, nuove varietà vegetali e animali, biotecnologie

Analizziamo ora particolari fattispecie brevettabili, alle quali si applicano discipline specifiche, basate su

quella generale del brevetto, ma con alcune differenziazioni.

Un particolare brevetto viene rilasciato, per esempio, per le “invenzioni chimiche” da quando, alla fine

degli anni ’70, una sentenza della Corte Costituzionale, eliminò il divieto di brevettazione per i prodotti

farmaceutici. Per i farmaci, infatti, oltre al brevetto, viene rilasciato un “certificato complementare di

protezione”, il quale assicura un periodo di tutela aggiuntivo. Inoltre, per ciò che concerne i farmaci, vi è

una particolare limitazione all’utilizzo esclusivo dell’invenzione farmaceutica, inerente alle “licenze

obbligatorie” di produzione e vendita di farmaci destinati a Paesi importatori per problemi di salute.

Altra fattispecie peculiare è quella inerente le “nuove varietà vegetali”: in tal caso il termine brevetto viene

sostituito da quelli di “privativa” ed il diritto di brevetto diviene “diritto di costitutore”. Oltre alla differenza

terminologica, va sottolineato come la privativa abbia sempre durata ventennale (trenta per gli alberi e le

viti), ma, oltre ai requisiti propri di ogni invenzione, occorrono i requisiti dell’omogeneità, secondo cui i

nuovi esemplari di varietà vegetale devono manifestare variazioni limitate, rientrando quindi in una

famiglia vegetale già esistente, e della “stabilità dei caratteri essenziali”, dovendo rimanere, le nuove

varietà in questione, fedeli nei propri caratteri anche dopo riproduzione e moltiplicazione.

Vi sono, poi, altre fattispecie essenziali, quali le biotecnologie e le nuove razze animali (la materia risulta, in

tal caso, troppo specifica e scientifica).

Le vicende traslative e l’estinzione del diritto

Il titolare di un brevetto può benissimo decidere di disporre, a titolo oneroso quanto gratuito, per atto

inter vivos o mortis causa, dei diritti di natura patrimoniale che lo stesso attestato (il brevetto appunto)

attribuisce. Dobbiamo in tal casa distinguere la “cessione” a titolo definitivo dalla concessione del

godimento di tali diritti in forza della costituzione di un diritto reale o personale. L’esempio più importante

di questa concessione del godimento è offerto dal “contratto di licenza”, in base al quale il titolare del

brevetto trasferisce ad un altro soggetto, definito come licenziatario, la facoltà di fare uso dell’invenzione

brevettata, verso il corrispettivo del versamento di un canone periodico (royalty), commisurato al volume

delle vendite (pensiamo all’Intel, che ideando un microchip di nuova generazione, concede all’ASUS o alla

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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Labanca Giuseppe.

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