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Diritto finanziario - lezioni Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto finanziario sulle lezioni tenute dal professor Marcheselli. Sono appunti molto dettagliati e presi a lezione con molta cura utili per un 30. Gli argomenti trattati sono i seguenti: iva, tasse, imposta, canone rai, dichiarazione dei redditi.

Esame di Diritto finanziario docente Prof. A. Marcheselli

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ESTRATTO DOCUMENTO

confiscare. Come si fa a dire che si preleva una quota di una cosa che si deve prelevare in toto.

Poiché il codice penale prevede spesso la confisca come conseguenza della ricchezza illecita, si

realizzerebbe un’incompatibilità di fatto. Il legislatore nel 1993 ha risolto la questione dicendo che

sono imponibili anche i proventi che derivano da attività illecita. La data non è casuale, perché nel

’91, ’92, ’93 in Italia era appena stata scoperta Tangentopoli, il periodo in cui per fare soldi si

facevano mali affari. Per mettere fine a tangentopoli si è fatto in modo che fossero imponibili anche

le tangenti e da qui la legge del ’93. Il legislatore non si è limitato a rendere imponibili i proventi di

attività illecita, ma ha aggiunto che erano imponibili se non già soggetti a confisca. Nel caso della

vecchietta, il delinquente in questo caso non pagherebbe i tributi perché il provento gli sarebbe stato

confiscato. Quindi la vecchietta che ha perso il reddito continuerebbe a pagare i tributi mentre il

delinquente che l’ha perso no, ed è strano che venga più tutelato il delinquente. La cassazione dice

che la confisca vale se fatta nel momento in cui si ha la ricchezza, per cui il ladro paga le imposte se

la confisca gli viene fatta ad esempio un anno dopo.

Termini nominali e termini reali  esempio della compera e successiva vendita con inflazione. La

corte costituzionale ha stabilito che la regola sia il sistema nominale salvo che ci siano distorsioni

particolarmente grave.

Immaginiamo un sistema ad imposte progressive e che preveda che sulle quote da 0 a 100 ci sia

aliquota al 10 %, che tra i 100 e 200 l’aliquota sia al 20 % e sopra i 200 l’aliquota sia al 30 %. Ora

supponiamo che io guadagni 200: posso dividere il reddito in due fette, da 0 a 100 e da 100 a 200.

Sui primi 100 pago con l’aliquota al 10%. Sulla seconda fetta pagherò il 20 %. Quindi pagherò 30.

Supponiamo che l’anno successivo ci sia stata l’inflazione del 10 % e supponiamo che il lavoratore

riesca a guadagnare 220 per mantenere lo stipendio reale. In questo caso ci sono tre fette. Bisogna

fare il 30 % di venti. L’imposta diventa 36. L’imposta è aumentata in modo più che proporzionale

all’inflazione, perché se avesse solamente rispettato l’inflazione l’imposta sarebbe stata di 33.

Questo succede perché l’imposta è progressiva. Questo fenomeno si chiama drenaggio fiscale, o più

comunemente, fiscal drag. Il fiscal drag è un inconveniente che nasce quando si combinano imposte

progressive e inflazione. Come si può correggere? Aumentando le fette. Non sarà più da 0 a 100, ma

da 0 a 110 e da 110 a 220. Nell’esempio di prima con il mio guadagno dell’anno due, dove ho

guadagnato 220. Sulla prima fetta pago il 10 %, di 110, che è 11 e sulla seconda fetta pago il 20 %

che è 22. L’imposta è 33. Funziona.

Altra questione molto delicata è decidere qual è l’unità soggettiva tassabile: voglio sapere se la base

imponibile la devo sempre parametrare al singolo individuo oppure no. Stiamo pensando al reddito

delle famiglie. Prendo i redditi di ciascun componente e li tasso oppure li sommo e ne tasso uno? Il

problema è che se noi teniamo sempre a conto l’individuo abbiamo sempre dei risultati distorsivi.

Ad es.  caso 1. Una famiglia di due persone dove uno guadagna 200 e l’altro 0 e una famiglia di

due persone che guadagnano entrambe 100. La disponibilità è sempre 200. Nel primo caso

l’imposta è di 30 (vedi sopra) sul nucleo famigliare. Nel secondo caso la famiglia paga 20 sul

nucleo famigliare, pur avendo la stessa disponibilità. Questa è la discriminazione della famiglia

monoreddito, perché fiscalmente tratto peggio le famiglie in cui è solo uno a guadagnare. I fattori

colpevoli sono due, la scelta del legislatore e l’imposta progressiva. In Italia la tassazione è

individuale. Come si potrebbe risolvere il problema? Sommando i redditi famigliari e applicando

l’aliquota sul reddito finale. Nell’esempio di prima pagherebbero 30 entrambe le famiglie. Ma

sorgerebbero altri problemi, ad esempio disincentivare la formazione di nuclei famigliari. Inoltre

condizionerebbe anche la scelta del decidere di lavorare o meno. Supponiamo una famiglia in cui ci

sono marito e moglie, reddito di 200 e un sistema di redditi cumulabili, e che ci sia un figlio in età

da lavoro con reddito zero. Per decidere se lavorare o meno il figlio deve tenere conto che il reddito

che aggiungerà alla famiglia farà salire l’aliquota al reddito famigliare, a meno che non se ne vada

di casa. Allora cosa si può fare? Si può usare il sistema che ad esempio usano in America, lo

splitting: si sommano i redditi cumulati, si dividono per due e in questo modo si determina

l’aliquota, nel caso di 200, diviso due, 100, 10%. L’aliquota poi si applica su tutto il reddito, quindi

200. L’imposta è 20. Lo splitting è un passo avanti perché è come se fossero individuali. Anche lo

splitting ha un difetto però perché divide il reddito in base al numero di persone che guadagnano e

non a quelle che compongono la famiglia, per cui si può dire di dividere per il numero dei

componenti. C’è ancora un difetto: in termini economici non tiene conto delle economie di scale; le

spese di mantenimento di una famiglia non sono proporzionali al numero di componenti di una

famiglia. Economia di scala  più persone si mettono insieme più si riducono i costi. Il difetto è che

lo splitting considera ogni componente aggiuntivo con lo stesso costo. Allora  Francia. Questa tiene

conto anche dell’economia di scala e applica il c.d. coefficiente famigliare, che è calcolato dalla

statistica tenendo conto dell’economia di scala. In una famiglia di tre persone tengo conto che il

primo componente vale 1, il secondo, 0,6 e il terzo 0,4 e che quindi ottengo un coefficiente

famigliare di 2 e in base a quello tasso il reddito. 06/03/2014

RISARCIMENTO DEL DANNO

Reddito = guadagno.

Il risarcimento del danno inteso come il ristoro di una perdita. Il sillogismo che si può costruire è

che il risarcimento del danno non è mai un reddito. Ma è sbagliato. Bisogna vedere di che perdita il

risarcimento costituisce il ristoro. Se si tratta di danno emergente, reddito non è, ma se è lucro

cessante, si ha un guadagno, quindi è imponibile, come lo sarebbe stato il reddito che ho perso a

causa del danno.

Come si applicano le imposte sul reddito in Italia?

Il testo unico prevede sei tipi di reddito e una norma generale che dice che il presupposto delle

imposte sul reddito è il possesso di un reddito di una o più delle categorie previste dal testo.

Le sei categorie sono le seguenti: redditi fondiari, redditi di capitale, redditi da lavoro autonomo,

redditi da lavoro dipendente, redditi d’impresa, redditi diversi (categoria residuale). Il test da fare

per applicare il sistema tributario è vedere se c’è un reddito, poi verificare se rientra in una delle

categorie; poi, a ciascuna categoria corrisponderanno norme specifiche. Se il reddito è fatto da più

categorie, quello finale è il REDDITO COMPLESSIVO (somma di tutti i guadagni)  base

imponibile su cui applicare l’aliquota. Si prende ciascun guadagno e si guarda se corrisponde alle

definizioni del testo unico.

C’è un tipo di reddito che ha la caratteristica di attrarre tutti gli altri: il reddito d’impresa. Se c’è un

imprenditore, tutti i suoi guadagni diventano automaticamente reddito d’impresa.

Es.  Fiat. Se la fiat investisse, quello che guadagnerebbe, anche se si tratterebbe di reddito capitale,

diverrebbe reddito d’impresa. La differenza sta nel regime applicato ai vari redditi. Nel reddito

d’impresa non vige il PRINCIPIO DI CASSA. Se un imprenditore investe si applica il PRINCIPIO

DI COMPETENZA., perché come abbiamo detto questo reddito viene attratto nel reddito

d’impresa. Inoltre il reddito d’impresa è imponibile al lordo, perché normalmente non si sostengono

spese per investire, anche se questo può essere considerato un punto di vista un po’ ottocentesco.

Nel reddito d’impresa i costi sostenuti per investire sono deducibili.

Come si tassano le società? È tipico che siano costituite società per diverse ragioni, una fra tutte la

limitazione della responsabilità patrimoniale. Il fatto che si sia inventata la società di capitali è stato

un forte fattore di progresso, ricchezza e innovazione. Cosa facciamo con la ricchezza prodotta da

una società? Potremmo far finta che la società non esista. In questo caso il legislatore tributario può

decidere di non considerare i guadagni della società, finché questi non rimangono in capo alla

società. A ciò, però, segue una CONTROINDICAZIONE  tutti lascerebbero i soldi in pancia alle

società per sfuggire all’imposizione. Oppure  il legislatore potrebbe applicare il PRINCIPIO DI

TRASPARENZA per cui i guadagni della società sono considerati direttamente in capo ai soci in

base alle quote. Questo è il modo in cui vengono imposte le società di persone (snc, sas, srl): i

guadagni sono imputati direttamente ai soci. Qui si applicano le stesse regole delle persone fisiche

(realtà di piccole dimensioni).

Altra possibilità è quella per cui si stabilisce che è imponibile il reddito prodotto dalle società, come

avviene ad es. per le società di capitali, ma anche qui vi è un PROBLEMA  il problema della

doppia imposizione dei redditi societari. Se stabilisco che sono imponibili i redditi societari, creo il

presupposto per una duplicazione: un’imposizione sia sulla società, sia sui soci. La doppia

imposizione, dal punto di vista economico-finanziario, costituisce un grosso problema, perché il

legislatore tributario dovrebbe essere neutro sulla scelta di costituire o meno una società.

Esempio  supponiamo che per quanto riguarda l’imposizione vi siano gli scaglioni 0/100, con

un’aliquota al 10%, 100/200, con un’aliquota al 20%, e 200/300, con l’aliquota al 30%.

Supponiamo poi che io metta su un chiosco da solo e che guadagni 400. 10+20+60=90.

Supponiamo ora che io faccia una società SRL e che con lo stesso chiosco guadagni sempre 400.

Aggiungiamo un’imposta sulla società (supponiamo il 20%) che è pari, quindi, a 80. Mi rimane

320. Supponendo che il guadagno sia attribuito ad una sola persona, avremmo poi la normale

imposizione pari a 66 (10+20+36). Bene: 80 (imposta sulla società) + 66 (imposta sul reddito) =

146. Ecco che ci troviamo davanti alla stessa ricchezza ma con un’imposta diversa. Questo è il

problema della doppia imposizione. Vi sono dei rimedi?

Prima possibilità  CREDITO D’IMPOSTA: si considerano le imposte pagate dalla società come un

acconto delle imposte che deve pagare il socio, al quale successivamente verrà applicato uno

sconto, tenendo conto di quello che ha pagato la società.

Ritornando all’esempio, si calcola l’imposta su quello che avrebbe guadagnato se la società non ci

fosse stata: il risultato è, come abbiamo visto, 90. A questo risultato si detrae l’imposta giù pagata

dalla società, 80. Il socio, dunque, pagherà soltanto 10. Questo metodo funziona perché

l’imposizione è identica. Quale difetto ha?

Seconda possibilità  ESENZIONE DELLA PARTECIPAZIONE: toglie l’imposta sui redditi

percepiti dal socio, paga solo la società. Sorge un problema: l’imposta sul reddito delle persone

fisiche è progressiva, mentre quella delle società è proporzionale. Se usiamo questo metodo vuol

dire che se costituisco una società eludo la progressività delle imposte. Non si può applicare in

maniera pura. Il rimedio è l’esenzione anche se non totale, un’esenzione parziale. I dividendi delle

società di capitali sono imponibili in parte (49%). 7/03/2014

ESENZIONE ALLA PARTECIPAZIONE

realizzata prendendo sui dividendi una determinata quita su cui vado poi ad applicare le aliquote

normali ricordando che il concetto di base imponibile è ben distinto dal concetto di aliquota. Perchè

l'esenzione non è totale? poichè si vogliono evitare le imposte progressive che hanno valenza solo

ed esclusivamente per le persone fisiche. Per cui per esempio è indifferente l'applicazione di tale

meccanismo ai casi in cui si abbia una società avente per soci una ulteriore altra società. Il

dividendo sarebbe imponibile solo in relazione a parte del suo ammontare per cui è stabilita una

imposizione sui dividendi della società considerata per il fatto che la società socia è tassata sulla

differenza fra ricavi e costi. Fra i costi deducibili poi, vi sono le spese di gestione delle

partecipazioni ossia quelle inerenti al fatto di essere socio.Sussiste la possibilità di dedurre i costi

attraverso una tassazione parziale dei dividendi per risolvere sempre il problema di determinazione

del guadagno.

Si ricordi che il reddito è paragonabile ad una sorta di bilancia fra ricavi e costi per cui se togliessi

l'imponibilità sulla bilancia avrei solo dei costi.

Ciò che conta invece nel diritto tributario e finanziario è giusto appunto la simmetria, ergo ''ciò che

è deducibile, è imponibile e viceversa''.

RAPPORTO FRA CONCETTO DI REDDITO E FINALITà DI LUCRO

Può essere sfumata la distinzione poichè ci si può chiedere: se il reddito è guadagno, allora in esso è

ricompreso pure il lucro? NO

Il diritto trib. tassa il reddito ossia il guadagno, il lucro invece è una specie di surplus un qualcosa in

più( per es. sono imponibili le società calcistiche)

Dunque mentre il concetto di lucro è essenziale al reddito, cio non puo dirsi anche per la definizione

di fine di lucro.

PERCHè COSTITUIAMO SOCIETà?

è un dato di fatto, statisticamente normale. Costituisco una società per fini produttivi o per ragioni

fisiologiche inerenti magari la gestione di un ingente patrimonio cosi che io possa attribuire a

ciascun familiare la corrispettiva quota societaria. Vi sono due tipi di società: 1. ''non operative''

ossia realizzate con scopo non produttivo, non fanno impresa come quelle di mero godimento. 2.'' di

comodo'' viste invece con sospetto dal legislatore poichè possono costituire strumenti per attività

non fiscalmente lodevoli.

In termini generali le società si puo dire che vengano costituite per ragioni non fiscali. Il legislatore

introdusse una disciplina rigida per le società di comodo, statuendo un principio ambiguo:'' se una

società non è operativa( che quindi ''non fa'' per la quale non ho un fatturato minimo), il legislatore

presume che abbia un credito minimo da lui stabilito'' ossia si presume che una società che non fa

per definizione, realizzi poi dei guadagni. Perchè? La società costituita che non dichiara perchè

nasconde?

La legge dice che il contribuente può chiedere alla agenzia delle entrate di disapplicargli il reddito

minimo presumibile, è vero. Ma se ciò non accade? è una quaestio ancora aperta circa

l'eliminazione del diritto di difesa in giudizio. Si potrebbe giustificare in altro modo quella norma?

La società di per sè è elemento di ricchezza, per cui il contributo sono sempre tenuto a pagarlo per il

semplice fatto che la società sia stata costituita.

QUANTO LE COSE SONO IMPONIBILI

Applico i due principi visti precedentemente ossia quello di cassa e di competenza.

COME LOCALIZZO IL REDDITO ovvero DOVE è IMPONIBILE

Regola Base: quasi tutti i paesi fanno uso dei due criteri suddetti combinati fra di loro.

Intanto bisogna vedere se il contribuente sia residente o meno: se è residente, è imponibile il reddito

ovunque prodotto; se non è residente il criterio applicato sarà quello del luogo di produzione del

reddito prodotto, questo perchè è ovvietà far pagare i tributi a chi consuma servizi per cui è

legittimo ritenere che il soggetto che non sia residente, sia tassato in relazione al luogo ove il

reddito sia stato prodotto.

Cio solleva due ordini di problemi:

1. individuazione della residenza del soggetto( risalire all'iscrizione all'anagrafe, dimora abituale,

effettiva residenza in italia)

2. se nei confronti del soggetto non residente è imponibile solo il reddito prodotto in italia, allora

COME COLLEGARE IL REDDITO CON IL TERRITORIO? dipende sempre dal tipo di reddito!

TIPI DI REDDITO

-Fondiario: dove si trova l'immobile

-Da lavoro autonomo e dipendente: in relazione allo stato dove lavora

-Capitale: ossia luogo di produzione e luogo ove si trova il soggetto che paga gli interessi

-Di Impresa: stabile organizzazione

Si crea però un problema di ''doppione'' nel caso in cui per es. il soggetto sia residente in italia ma

abbia svolto la propria attività lavorativa parziale o totale in francia. Come fare?

2 correttivi possibili:

CONVEZIONI VS DOPPIE IMPOSIZIONI ossia patti bilaterali internazionali ove gli stati si

spartiscono la pretesa impositiva. Furono rese esecutive con legge italiana.

In mancanza di tale possibilità, è impugnato un criterio a valenza generale con funzione sussidiaria

ossia il CREDITO D'IMPOSTA contro la doppia imposizione internazionale. è una sorta di sconto

fra gli stati per cui viene tolta dall'imposta in italia quella che ho gia pagato all'estero. Ma se le

imposte straniere fossero più di quelle italiane? Allora in tale caso non avrei nessuno sconto che

dunque non può essere applicato in forma integrale. 10/03/2014

IL PROBLEMA DELLA DOPPIA IMPOSIZIONE INTERNAZIONALE.

L’Italia in parte rinuncia all’imposta che farebbe pagare, attribuendo al contribuente un credito

d’imposta, uno sconto. Supponiamo un reddito di 100 tassato in Francia per l’importo di 10. Si

tratta di un reddito imponibile anche in Italia perché il soggetto è residente in Italia. Supponiamo

che quel soggetto in Italia abbia quei 100 e altri 100. Supponiamo che l’Italia chieda sui 200 sia 15.

L’Italia non sconta 10, perché quei dieci la Francia li tassa solo sui 100, quindi se l’Italia scontasse

10, andrebbe a scontare anche l’imposta che non c’entra nulla con il reddito percepito in Francia

(dovrebbe essere 7,5).

Il problema che le persone spostano le ricchezze nei paesi dove è più conveniente, dove la

tassazione è più bassa. Una possibilità sarebbe quella di un accordo globale, molto difficile da

trovare. Allora, si potrebbe dire di fare tassare le ricchezze prodotte all’interno del proprio territorio.

L’Italia ha una pressione fiscale molto elevata, che produce due problemi: far scappare gli

investitore stranieri e frenare il consumo.

CATEGORIE DI REDDITI (cosa è imponibile, cosa no)

Il primo passo che devo fare per vedere cosa è imponibile o no è vedere se un guadagno rientra in

una delle categorie del testo unico.

REDDITO FONDIARIO  derivano dal possesso di immobili in Italia. L’imposizione in Italia gli

immobili devono essere censiti tutti a catasto. Nel catasto c’è l’attribuzione del reddito medio

detraibile da quell’immobile  rendita catastabile, che non va confusa con l’attribuzione del valore

dell’immobile. I redditi fondiari si articolano in redditi dei terreni e redditi dei fabbricati. Gli uni

sono i redditi degli immobili destinati ad uso agricoli, mentre gli altri sono i redditi degli immobili

destinati ad uso non agricolo. E se non sono situati in Italia? Il bene fonte del reddito si trova

all’estero, quindi ragionevolmente il reddito è prodotto all’estero. Per i non residenti nessun

problema. Per i residenti? Si può trattare di redditi diversi. Il reddito di terreni è il reddito che deriva

dall’uso agricolo, quindi fondamentalmente dalle coltivazioni dall’allevamento, dalla vendita e dalla

trasformazione di prodotti. Per le attività di vendita e trasformazione bisogna che abbiano ad

oggetto beni entro un certo limite. Se si esce dal limite? Si entra nella categoria del reddito

d’impresa. Si sta dentro l’ambito dell’allevamento se ho bestiame fino a quattro volte tanto il

foraggio che ricavo dal terreno.

Il reddito dei terreni ha due componenti: il reddito dominicale (del padrone) ed il reddito agrario

(del coltivatore). Il primo è quello che deriva dal fatto di essere proprietario, il secondo è il reddito

che deriva dal fatto che il terreno viene utilizzato. Chi è titolare del reddito dominicale? Il

proprietario o l’usufruttuario. Chi è titolare del reddito agrario? Chi sfrutta il terreno (il proprietario

o l’usufruttuario, oppure l’affittuario). I due redditi possono essere in capo allo stesso soggetto,

oppure possono essere in capo a due soggetti diversi. Quella dell’affittuario è l’unico caso in cui c’è

un soggetto che non è titolare del diritto reale a cui viene attribuito il reddito, che non è possessore

giuridicamente del terreno.

I redditi dei fabbricati sono quelli derivati dagli immobili destinati ad uso urbano. Com’è

imponibile questo reddito? Anche qui il reddito è imponibile in base alla rendita catastale, quindi

normalmente il canone reale non conta. Se il canone è maggiore della rendita catastale diventa

imponibile il canone effettivo, e questa è una seconda deroga (la prima è che il reddito fondiario in

un caso non è attribuito al possessore). Il canone va decurtato del 15 %, tenendo conto delle spese

del proprietario. Nasce un grande problema pratico: sociologicamente ci sono due tipi di contratto

dal punto di vista merceologico. I fabbricati posso affittarli a imprenditori professionisti (avvocato

che ha bisogno di uno studio, un negoziante e il negozio...). E’ facile evadere, dal punto di vista del

proprietario? Non tanto: se io devo concedere in locazione ad negoziante, questo chiederà subito la

ricevuta, poiché il canone per lui è un costo di cui deve avere la documentazione per detrarlo dalle

imposte. Il locatore può nasconderlo senza dichiarare l’entrata anche se ha fatto la ricevuta, ma è

più facilmente rintracciabile. Quindi evasione in questo campo è minore. Supponiamo che

l’imprenditore conduttore voglia nascondere i costi invece, perché lavora nel “nero assoluto”, allora

si potrebbe mettere d’accordo con il locatore. Un campo dove c’è più evasione è dove ci siano

contratti tra soggetti non professionali, come un locatore pensionato, e un conduttore studente. Sono

un po’ di anni che si va alla caccia dei proprietari d’immobili con due strategie: spaventando e

quindi aumentando le sanzioni. Si dice che i contratti di locazione devono essere registrati. Il

contratto di locazione non registrato è nullo. Il conduttore che lo sa può approfittarsene. Questo non

ha funzionato moltissimo. Allora il legislatore ha introdotto il regime della cedolare secca: il

proprietario se vuole può applicare un’imposta sostitutiva, pagare un’imposta unica sull’immobile,

senza dover andare al registro. Si vede benissimo una delle costanti del diritto finanziario italiano:

una certa difficoltà nel recuperare le evasioni fiscali. Si fa uno sconto agli evasori purché paghino; è

la stessa logica del condono fiscale. In termine di giustizia non è una cosa giusta, facciamo uno

sconto a chi ha evaso, ma in realtà l’alternativa è non trovarli, dal punto di vista utilitarista.

Chi è titolare del reddito nei fabbricati? Sempre il possessore, può succedere che ci sia un

proprietario che concede usufrutto che a sua volta concede in locazione il bene e ancora lo subloca

ad un altro, in questo caso è reddito quello del sublocatore? Sicuramente si, non è il possessore ma

detiene il bene e ne trae un introito, viene considerato come reddito diverso imponibile sempre con

la regola del canone. Altra categoria particolare di immobili è quella di immobili posseduti dalle

imprese, in questi casi gli immobili non danno vita a reddito fondiario ma nel reddito di impresa,

ciò non basta perché si deve distinguere tra immobili dell'imprenditore come strumento per svolgere

l'attività di impresa (es. appartamento per uffici o capannone  strumentale per scopo o per natura)

che non danno vita ad un reddito autonomo e immobili dell'imprenditore che non vengono usati,

non sono immobili strumentali ma sono solo immobili relativi all'impresa (es. appartamento che

affitto ad una famiglia), tale immobile come misura è imponibile con la regola catastale oppure

canone però il quantum è quello del reddito fondiario ma non è un reddito fondiario. 13/03/2014

REDDITI CAPITALI.

Come dice la parola stessa sono i guadagni che derivano dall’investimento di capitali/denaro.

Fondamentalmente ci sono due modi di investire che rilevano al reddito capitale: attraverso le

operazioni di prestito e attraverso il compartecipamento in attività produttive.

OPERAZIONI DI PRESTITO  prevedono degli interessi (ad es. le banche). Gli interessi sono i

tipici guadagni da reddito capitale. Gli interessi di cui parliamo sono quelli che ricavo

dall’investimento di capitale, la remunerazione, è il prezzo del denaro. Diversi sono gli

INTERESSI MORATORI  ritardo nell’adempimento  risarcimento del danno. Ancora diversi sono

gli INTERESSI DA DILAZIONE  compro una cosa, si pattuisce un prezzo, mi accorgo che tarderò

nel pagamento, per cui scatterebbe la mora. Allora ci si accorda con il venditore che in caso di

ritardo, pagherò degli interessi. Gli interessi da investimento sono sempre imponibili. Gli interessi

moratori producono reddito da risarcimento del danno. Gli interessi da dilazione costituiscono

reddito della categoria cui accedono.

DIVIDENDI  seconda categoria di reddito capitale (la 1° è costituita dagli interessi). In questo

caso, c’è sempre un investimento e una remunerazione, ma chi investe partecipa al rischio

dell’attività e, nel caso vada bene, partecipa agli utili. È la stessa differenza che c’è tra le

obbligazioni e le azioni: con le une, l’interesse c’è sempre, l’utilità è sempre garantita; con le altre

s’investe in una società. In questo secondo caso non si può essere sicuri né economicamente, né

tantomeno giuridicamente dell’utilità. Investire nelle obbligazioni è sicuro nell’“an”, ma il

“quantum” è basso. Nelle azioni è il contrario.

Quando è imponibile il reddito di capitale? È imponibile quando è percepito (PRINCIPIO DI

CASSA). Il legislatore ha previsto alcune presunzioni: ad esempio, se nel contratto è prevista una

scadenza, si presume che gli interessi siano percepiti alla scadenza, salvo prova contraria.

Qual è il criterio di collegamento con il territorio? la residenza. Il reddito di capitale è imponibile

quando il debitore di interessi risiede in Italia (luogo di produzione del bene).

Ci sono, però, tantissime regolamentazioni speciali, o meglio, semplificazioni, che superano le

ipotesi che sottostanno alla regola generale.

Ci sono moltissime ipotesi di regimi SOSTITUTIVI  ad esempio, la banca fa i conti, verifica

quanti soldi ci deve come interesse per il deposito e da li calcola l’imposta che dovremmo pagare e

applica la RITENUTA D’IMPOSTA. E così come questo, ci sono moltissimi altri regimi sostitutivi.

Perché? Per ragioni di praticità, sentita sia quando l’investitore non è un soggetto professionale, sia

quando si tratta di residenti all’estero.

È bene che ci ricordiamo che i dividendi li abbiamo già incontrati quando parlavamo in generale del

sistema tributario, in tema, ad esempio, di scelta di come tassare le società: parziale esenzione.

Confinanti con la nozione di reddito capitale, ci sono i c.d. CAPITAL GAIN  i guadagni derivanti

dal giocare in borsa. Il guadagno consiste in questo: c’è sempre del denaro alla base; cerco di

prevedere come reagiscono le borse, compro azioni che penso che di li a poco cresceranno in borsa

e vendo azioni che penso che di li a poco scenderanno. I guadagni stanno nei differenziali tra il

prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita. Si gioca sui differenziali. In effetti, questi non sono

redditi di capitale. Sono una via di mezzo tra il lavoro autonomo ed il gioco d’azzardo. Come sono

imponibili? Hanno un regime sostitutivo  due modi: RISPARMIO AMMINISTRATO e

RISPARMIO GESTITO. La differenza sta nel fatto che in uno s’impone ogni singolo guadagno; nel

secondo sistema s’impone il guadagno globale.

REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE

Tutto ciò che viene percepito in pendenza del contratto di lavoro. Nelle buste paga si sono

stratificate sempre più voci. Le ragioni della complicazione di tale retribuzione, sono in parte quelle

storico-sindacali, e in parte quelle per cui i lavoratori hanno sempre cercato di evadere le nuove

forme di imposizione. Per cui il legislatore ha stabilito che tutta la retribuzione è imponibile,

indipendentemente dalle voci sotto le quali sono indicate.

Nell’ambito del rapporto di lavoro ci sono anche dei contributi previdenziali, sia del lavoratore, sia

del datore di lavoro. Questi non sono imponibili, anche se costituiscono ricchezza (anche se futura).

Il legislatore fa il ragionamento che la pensione sarà un reddito imponibile, quindi  ECCEZIONE.

Sono reddito da lavoro dipendente tutte le pensioni, come quelle dei lavoratori autonomi, degli

imprenditori (passano da reddito da lavoro autonomo/d’impresa, a reddito da lavoro dipendente).

Quando è imponibile? Quando è percepito(PRINCIPIO DI CASSA). Il reddito da lavoro dipendente

è imponibile quando è prodotto in Italia, se si tratta di non residente. Se l’individuo è residente,

invece, il reddito è imponibile ovunque sia prodotto.

Problema della DEDUZIONE DELLE SPESE  nel reddito di capitale non si deducono costi,

perché si presume che per prestare denaro non si siano sostenute spese. La stessa cosa si verifica per

il reddito da lavoro dipendente. La ragione è storica: il legislatore aveva in mente l’industria

dell’inizio dell’industrializzazione, dove il lavoratore metteva a disposizione l’energia fisica e

intellettuale, e il datore di lavoro metteva a disposizione i mezzi, quindi non si prevedevano costi

per il lavoratore. Visione superata: ad esempio ci si sposta per andare a lavorare sostiene dei costi.

Ad ogni modo è ancora così, anche se la ratio storicamente non regge più. La seconda ragione è

pratica: sarebbe complicato calare le imposte singolarmente in base a ciò che ogni lavoratore

spende; quindi  FRIZIONE CON IL PRINCIPIO DI CAPACITA’ CONTRIBUTIVA.

CORRETTIVI  il lavoratore ha uno sconto forfettario per riequilibrare i costi, ma non è una

correzione precisa, perché approssimata. L’altro fatto che controbilanciala non deducibilità dei costi

è il fatto che i costi continuano a non essere deducibili, però se il datore di lavoro rimborsasse i costi

sostenuti, questi non sarebbero imponibili, perché non sono retribuzione. Il legislatore ha però

messo dei limiti quantitativi di ragionevolezza.

Cos’è? Il reddito che deriva dall’attività sotto un datore di lavoro. Come si determina? Tutte le voci

eccetto le contribuzioni previdenziali. Vi sono poi delle ipotesi assimilate al lavoro dipendente; che

indichiamo sono due: COCOCO (Collaborazioni Coordinate Continuative)  rapporti di lavoro che

hanno una certa continuità, ma non la stabilità di un rapporto normale e hanno un principio di

coordinazione, ma non prevedono una gerarchia vera e propria; RENDITA VITALIZIA  costituita

a titolo oneroso. In cambio di una certa prestazione, ci si impegna a garantire al soggetto una rendita

vita natural durante (ad es. la farmacia).

Bisogna precisare due concetti: LAVORO SOMMERSO e LAVORO DIPENDENTE

DISSIMULATO. Il primo è lavoro dipendente non dichiarato, nero. Normalmente il lavoro

sommerso si trova dove c’è un’impresa sommersa. Diverso è il lavoro dipendente dissimulato, che

si verifica quando si vede che c’è un’attività lavorativa, ma non si vuol fare vedere che c’è del

lavoro dipendente, ma solo lavoro autonomo. Tutto ciò non riguarda il diritto tributario.

REDDITI D’IMPRESA

Definire il reddito d’impresa è più complicato perché richiede sia delle nozioni di stampo giuridico,

sia nozioni di ragioneria, economia aziendale, diritto commerciale. È molto importante. Perché?

Stabilire se una ricchezza appartiene al reddito d’impresa è importante perché a volte indica

stabilire se una ricchezza è imponibile o meno. Ci sono, infatti, delle ricchezze che sono imponibili

solo se rientrano nella categoria del reddito d’impresa. Inoltre, è importante perché il regime del

reddito d’impresa è molto diverso: cambia il criterio  PRINICPIO DI COMPETENZA (non più di

cassa). Gli imprenditori, poi, sono legati a degli obblighi contabili molto più complicati. Ci sono dei

regimi semplificati solo per gli imprenditori (ad es. lo scontrino fiscale); sui redditi d’impresa, di

regola, non è applicata la ritenuta a titolo d’imposta.

Quali sono i criteri per individuare l’impresa? Ci sono due criteri: uno SOGGETTIVO e uno

OGGETTIVO.

SOGGETTIVO  ci sono determinati tipi di soggetti che in quanto tali sono imprenditori, come le

società di capitali e le società di persone di tipo commerciale (S.N.C. e S.R.L.).

OGGETTIVO  si riferisce al tipo di attività (bagni, gelateria...); ATTIVITA’ ABITUALE. È attività

d’impresa l’attività rientrante nell’art. 2195 c.c. che prevede le attività commerciali. In effetti, se

l’attività oggettivamente rientra nell’ambito del 2195, si è nell’ambito dell’attività d’impresa, senza

verificare se c’è l’impresa dal punto di vista civilistico  conta solo il tipo di attività ai fini tributari.

GRANDE CONSEGUENZA  l’impresa agricola rientra nella definizione d’impresa per il codice

civile, ma per il diritto tributario ha un regime a sé; inoltre non importa la dimensione dell’impresa,

ma sempre e solo il tipo dia attività.

Restano fuori le prestazioni di servizio  queste rientrano solo se l’attività è ORGANIZZATA ad

impresa. N. 1 2195  volte alla produzione industriale di beni e servizi.

Qual è la distinzione rispetto alle prestazioni di servizio che restano fuori dall’art. 2195?

Nell’articolo si dice “produzione industriale”  il requisito della industrialità rende un’attività

impresa anche se non c’è l’organizzazione.

Innanzitutto ci sono servizi che vengono svolti sempre nell’ambito delle attività professionali

tradizionali, che hanno sempre la prevalenza dell’elemento individuale ( medico, avvocato, notaio,

dentista, etc..., lavoro autonomo). Sono i casi in cui il cliente sceglie il fornitore di servizi in base

alle sue qualità e caratteristiche personali. Queste sono le cosiddette PROFESSIONI LIBERALI,

per cui d’impresa non si parla mai, a prescindere, rispetto alla prestazione tipica,

dall’organizzazione che hanno.

Rimane la PRODUZIONE INDUSTRIALE DI SERVIZI e LA PRESTAZIONE DI SERVIZI. Se

c’è l’elemento industriale, non importa l’organizzazione. In che cosa consiste il requisito

dell’industrialità allora? Prevale la componente materiale rispetto a quella intellettuale. Si tratta di

un criterio di massima. Ad es.  l’elettricista deve avere delle nozioni teoriche, ma prevale la

componente dell’apprendistato materiale, quindi  IMPRENDITORE (così come l’idraulico). Ci

sono poi delle zone grigie, ad esempio nell’informatica (l’installatore di software?). ebbene: se non

prevale la materialità, si ha impresa solo se c’è l’ORGANIZZAZIONE IMPRENDITORIALE.

24/03/2014

Contabilità. Si tratta di un insieme di registri e annotazioni nelle quali vengono registrati tutti i fatti

che riguardano la vita di un’impresa. L’imprenditore ha l’obbligo di tenere dei registri contabili che

gli permettano di tenere sotto controllo l’andamento della sua impresa. Bisogna tenere anche degli

inventari che registrino le varie operazioni compiute. La contabilità innanzitutto nasce da

un’esigenza dell’imprenditore. Ai fini della determinazione del reddito d’impresa assumono rilievo

altre due figure: il bilancio o stato patrimoniale e il conto economico. Il bilancio è il resoconto dei

beni posseduti in un dato momento. Il conto economico dice invece cosa è successo nel corso di un

esercizio in un certo periodo, un anno. Nel conto economico trovo quanto ho ricavato, quanti beni

ho prodotto che sono rimasti in magazzino e quanto ho speso. Il conto economico si chiude o con

un utile di esercizio o con una perdita. Qual è la ragione per cui sono tenuti questi registri? Si tratta

di ragioni che sono pre fiscali. Queste figure nascono come una rappresentazione che non hanno

funzione fiscale ma che hanno una notevole utilità ai fini tributari. Il conto profitti e perdite dice il

reddito sostanzialmente. Questo dice perché si applichi il principio di derivazione  il punto di

partenza per la determinazione del reddito d’impresa è il risultato del conto economico. Non si tratta

però di un automatismo. La legge dice che il reddito imponibile è il risultato del conto economico

dopo che vi sono state apportate le variazioni che derivano dall’applicazione delle regole fiscali. La

ragione è che il bilancio e il conto sono redatti per ragioni che non sono prettamente fiscali. Il

bilancio civilistico realizza delle finalità che non sempre coincidono con quelle fiscali. Il legislatore

commerciale civile si preoccupa della tutela dei creditori. Il legislatore fiscale ha il problema

opposto. La prudenza in senso civilistico è di non esagerare, mentre in senso fiscale è di non

evadere, non fregare. Ad es.  una società ha un bene, ho un brevetto informatico che ho pagato

moltissimo. Può essere che io abbia comprato per tantissimo qualcosa che non vale niente. Di fatto,

io so già che ho una perdita- il legislatore civilistico, che è preoccupato che io mi sovra stimi, mi

consente di fare una correzione di questo tipo, una svalutazione (si tratta di una minus valenza di

99). Il legislatore tributario invece vuole che la deduzione avvenga una volta che la perdita è

avvenuta veramente, cioè nel momento in cui vendo il brevetto che ho pagato 100 a 1. Ho un conto

economico che dice 100 ma io ho perso 99. Questa è una delle variazioni di cui si parlava nella

legge, quando si dice che si guarda il risultato del conto economico con le variazioni dovute alle

regole fiscali. Per le imprese IAS si applica invece il principio di derivazione secco, il risultato cioè

del conto economico.

Un’altra regola di carattere generale è la regola della competenza. Il principio di competenza è

contrapposto a quello di cassa. Competenza significa il momento in cui compete, in cui matura il

diritto. La legge distingue tra cessione di beni e prestazione di servizi. All’interno delle cessioni di

beni si distingue tra cessioni di beni mobili, che si realizza al momento della consegna o spedizione,

e cessione di beni immobili, che si realizza al momento del rogito notarile.

Per le prestazioni di servizi, le attività di fare, la regola generale per la competenza è che il

momento di riferimento è quello in cui il servizio viene terminato. Il momento di imputazione

insomma non è il momento di pagamento ma la maturazione del diritto.

Nascono due problemi rispetto al principio di competenza: è possibile che ci si sbagli a stabilire il

momento di riferimento per determinare la competenza. È frequente che durante i controlli

dell’agenzia delle entrate vengano riscontrati degli errori, come l’essersi dedotto un costo in un

momento sbagliato. Bisogna stabilire se e che tipo di evasione è questa. Siamo in un quadro nel

quale non ci si è inventati un costo che non c’è. Non è un’evasione complessiva. Forse, non è

neanche un’evasione, perché se il costo l’ho sostenuto, che importanza ha dove si mette,

l’importante è che il costo si sia sostenuto. Non cambia nulla. È indifferente per l’imprenditore

collocare un costo in uno o in un altro esercizio? No, non è indifferente. Supponiamo che

nell’esercizio 1 non ci siano utili, quindi che senso ha dedurre un costo dove già imposte non ne

pago perché non ho utili. Allora, l’imprenditore può pensare di dedurre il costo nell’esercizio dove

c’è utile, riducendo così le imposte per quell’esercizio. Ecco perché la rettifica della competenza ha

un senso, ed ha ancora maggio senso se l’imprenditore di cui trattasi è un imprenditore individuale.

Allora, può essere che spostando il costo da un esercizio all’altro, io riesco a giocare con le aliquote.

Dedurre il costo in un esercizio dove la deduzione comporta una discesa nello scaglione inferiore,

diventa conveniente. Le rettifiche sulla competenza hanno un senso economico. Queste, però,

possono determinare un altro problema: ho dedotto un costo nell’esercizio 2 che avevo sostenuto

nell’esercizio 1. Allora l’agenzia dell’entrate potrebbe allora sottintendere che a quell’esercizio

vada alzato il reddito del costo che ho dedotto. Qui però scatterebbe una doppia imposizione. Allora

il contribuente chiede che il costo sia ricollocato ma l’agenzia delle entrate sostiene che sia il

contribuente che se lo ricollochi chiedendo un rimborso, il che diventa un meccanismo complesso.

Allora la P.A. d’ufficio fa gli accertamenti, solo che lo può fare solo fino ai 5 anni precedenti. Può

succedere che l’esercizio in cui andrebbe ricollocato il costo sia precedente ai 5 anni di competenza

della pubblica amministrazione. C’è un inghippo ulteriore: il rimborso si può chiedere solo entro

due anni dal pagamento. E se l’amministrazione finanziaria mi rettifica il costo dopo il secondo

anno, dopo che il contribuente non può più chiedere il rimborso? Qui interviene la giurisprudenza

dicendo che il termine per il rimborso è di due anni, se però l’amministrazione rettifica il costo dopo

i due anni, il termine per il rimborso si riapre.

Componenti del reddito d’impresa. I ricavi e le plus valenze  ci sono due categorie di beni, i beni

oggetto dell’attività e gli altri beni. Ai fini che ci interessano noi chiamiamo i beni merce i primi e i

beni strumentali gli altri. Sono beni diversi, perché i beni merce non vengono registrati in

contabilità uno per uno, ma sono contabilizzati per masse, quanti ne ho, quanti ne vale ciascuno e

quanto valgono in massa. Gli altri beni sono contabilizzati uno per uno, per una ragione di praticità.

I beni merce danno vita alla prima componente del reddito d’impresa, il ricavo, che è il corrispettivo

per la cessione di un bene merce. La tassazione della ricchezza prodotta dai beni merce funziona in

modo che alla fine dell’esercizio si vedano i prezzi dei beni consegnati nell’esercizio, si vede quanti

ne ho venduti e quante sono le rimanenze, e poi quanto si è speso. Si tassa la differenza tra i ricavi

più il valore delle rimanenze meno le spese. Per i beni che danno vita a plus valenze la regola è

diversa, perché determinano il reddito dando vita a plus valenze o a minus valenze. Questi, i beni

strumentali, rilevano fiscalmente sulla base del criterio di plus valenze e ammortamenti. Funziona

così: quando compro un bene strumentale sostengo un costo per procurarmelo; il bene strumentale è

un bene destinato a servire tanti anni. È sicuramente un bene inerente, è sicuramente un bene di

competenza, ma è un costo inerente per tanti anni. Per cui, mentre il costo per un bene merce è

deducibile secondo le regole ordinarie, per i beni strumentali opera l’ammortamento  la

distribuzione del costo di acquisto di un bene strumentale per vari anni. Il costo si “spalma”. Io

compro un bene che userò più anni, per cui lo imputerò a più anni. Come posso dedurre i costi di

ammortamento? Liberamente? Ci sono delle regole. La regola è che il costo di beni durevole si può

dedurre solo per quote. La legge stabilisce la quota di costo massimo che si può dedurre ogni anno,

attraverso dei decreti. Ad esempio, il decreto potrebbe dire che chi compra dei capannoni potrà

dedurre il costo 10% all’anno. Nel patrimonio entra il valore del bene che ho comprato. Come si

misura il valore dei beni strumentali? Si parte da quello che ho speso per acquistare il bene, che

quindi entra nello stato patrimoniale e ci rimarrà ogni anno. Ma io quel bene ce l’ho, ma può

succedere che io decida di venderlo. Cosa succede? Non si realizza un ricavo, perché non è un bene

merce, ma succede che posso controllare che dall’operazione di vendita io ci guadagni o meno,

essendo i beni strumentali contabilizzati uno per uno. Per cui dalla vendita di un bene strumentale

posso verificare se ci guadagno o ci perso, se si realizza una plus valenza o una minus valenza.

Come la calcolo la plus valenza? Si fa una differenza tra il prezzo a cui rivendo il bene e ciò che ho

speso per compralo: ma ciò che ho speso per comprarlo l’ho già dedotto con l’ammortamento. Si

parla allora di valore fiscalmente riconosciuto  il prezzo di acquisto meno le quote di

ammortamento che ho già dedotto. Questo è quindi il valore che va ad occupare il secondo termine

della differenza per determinare la plus valenza. Ci sono possibili equivoci, quando si parla di

bilancio si parla di valori contabili e non di denaro.

Come si distinguono i beni che danno vita a ricavi e a plus valenze? Il rientrare del bene in una o

nell’altra categoria dipende dalle caratteristiche del bene? No dipende dall’oggetto dell’attività.

Dato che le plus valenze sono un qualche cosa che matura nel tempo, ci si pone il problema: ma se

io faccio una plus valenza, posso tassarla tutta subito? L’imprenditore può scegliere se sottoporla

tutta ad imposizione nello stesso anno in cui si è realizzata, oppure può scegliere di spalmarla,

oppure di spalmarla in quote costanti fino ad un periodo massimo di cinque anni. 27/03/2014

REDDITO D’IMPRESA

Se tengo conto del fatto che il bene strumentale lo userò per diversi anni, allo stesso tempo devo

tenere conto che perderà anche di valore. Fiscalmente parlando, se ne deduco il costo per dieci anni,

perderà allo stesso tempo la stessa quota di valore. Il bene alla fine dell’ammortamento, fiscalmente

varrà zero. È possibile però che il capannone valga ancora qualcosa perché ad esempio alla fine dei

10 anni sia ancora in piedi. È possibile che io lo venda e ci faccia una cifra forfettaria come 20. Il

venti in più è un guadagno: ho pagato un bene 100, l’ho dedotto in 10 anni e alla fine dei dieci anni

fiscalmente vale 0, ma io ci guadagno comunque 20. Ecco la plus valenza. È possibile che la

valorizzazione fiscale corrisponda alla realtà, ma è anche possibile che io venda il bene ad un valore

maggiore di quello fiscale, come nell’esempio appena fatto. Ma può accadere anche il contrario. In

questo caso ho un problema a riallineare la ricchezza reale con la valorizzazione fiscale e qui

realizzo una minus valenza. Il valore fiscalmente riconosciuto è un valore calcolato in base a

coefficienti sulla durata media di un bene. La legge prevede l’ipotesi che il valore fiscale di un bene

scenda, perché è la situazione fisiologica. Ma il valore può anche salire? Il meccanismo sarebbe

quello della rivalutazione e non più quello delle quote di ammortamento. Questa situazione può

verificarsi o quando c’è l’inflazione: cosa succede qui? Applicandosi il principio del valore

nominale, realizzo una plus valenza, ma è finta perché c’è stata l’inflazione. Qui servirebbe una

rivalutazione perché potrebbe difendermi da un’eventuale tassazione su una plus valenza che non è

reale. La legge prevede la rivalutazione solo in caso di norme specifiche. Il valore può poi

aumentare anche realmente: ad esempio, uno ha un edificio come bene strumentale in una zona

poco valutata, poi ci si costruisce qualcosa e il valore del tuo immobile sale. C’è un problema

fiscale se non lo rivaluto? In realtà no perché la plus valenza che realizzo dopo è reale. La plus

valenza qui sarà tassata come tale nel caso di vendita. Questo fa si che gli immobili che aumentino

di valore hanno nel loro patrimonio un’enorme ricchezza. Finché non vendo il bene, e quindi plus

valenza latente, il sistema tributario non se ne interesse. Ma può succedere che quando ci siano più

beni che aumentassero di valore, non potendo tassare la plus valenza latente, si possano fare delle

leggi speciali che fanno una specie di mercato. Si entra in una logica un po’ contrattuale: se

applichiamo le regole generali, il legislatore dovrebbe applicare le aliquote normali e la plus

valenza sarebbe tassata solo al momento della sua realizzazione. Allora lo stato ha previsto in certi

periodi di applicare aliquote molto più basse per poter tassare la plus valenza subito. Il vantaggio

per l’imprenditore è che si vede il valore del bene e la plus valenza la paga subito e definitivamente

ad un’aliquota molto più bassa. Si tratta delle rivalutazioni periodiche, ed è a scelta

dell’imprenditore.

SERVIZI  ci sono delle impresi che forniscono servizi. Si può realizzare una plus valenza con un

servizio? No, per definizione, perché il servizio è una cosa che faccio.

I ricavi in senso proprio sono i corrispettivi, ma c’è almeno una voce che è equiparata al ricavo ma

non è propriamente un ricavo e sono i contributi in conto servizio  ad es., l’AMT. I suoi servizi

vengono venduti ad un prezzo che è molto inferiore rispetto al valore di mercato. I ricavi per le

aziende municipalizzati sono molto più bassi dei costi, per cui si prevedevano dei contributi per

ripianare il deficit di bilancio. Integrando i ricavi, il legislatore mette questi contributi nel cassetto

dei ricavi. C’è anche un altro tipo di contributi: l’amt ha due problemi. Il primo è che non ha ricavi

sufficienti per coprire i costi. Il secondo problema è che ha bisogno di fare qualcosa che appartiene

alla manutenzione straordinaria, ha bisogno di spese di manutenzione e per questo servirebbero

degli utili. A questo scopo ci sono i contributi in conto capitale. Non è erogato in sostituzione dei

ricavi, ma va nella categoria delle sopravvenienze attive, degli arricchimenti di sorpresa per

l’imprenditore.

Le società  tendenzialmente i dividendi sono esenti dall’imposizione. Mettiamoci nei panni di un

soggetto che ha un bel pacchetto azionario di una società che sta andando molto bene. La società ha

degli utili stellari. Io mi aspetto gli utili, ma la società per la propria politica non distribuisce gli utili

e preferisce tenerli in pancia alla società. Cosa posso fare se non riesco a convincere a darmi gli

utili? Posso vendere le azioni mettendo dentro il prezzo delle azioni il diritto a ricevere i dividendi

che sono in pancia alla società. Cosa realizzo vendendo delle azioni ad un prezzo maggiore di

quello a cui le ho acquistate? Una plus valenza. Facendo così questa verrebbe tassata con le regole

ordinarie. Io, però potrei dire che effettivamente e giuridicamente è una plus valenza, ma

economicamente si tratta di un dividendo. Mi faccio pagare il dividendo da un’altra persona. Cosa

succede? C’è la regola per cui le plus valenze sulle partecipazioni hanno lo stesso regime dei

dividendi, perché può essere che quando io venda le partecipazioni, contestualmente monetizzi il

dividendo. Questa regola funzioni in presenza di una serie di requisiti. Questa regola, si applica per

gli imprenditori a condizione che le azioni siano detenute come beni investimento.

Imprenditori in forma societari e le imprese che appartengano ad un gruppo  insieme di società

controllate le une dalla altre. Di solito i grandi imprenditori si strutturano in questo modo, ad es. la

Fiat. Se c’è una società controllante, in termini economici, abbiamo un centro d’imputazione di

interessi economici unico. L’entità unica è un insieme di soggetti e la regola è che ogni soggetto di

diritto è un soggetto passivo di tributo, per il diritto tributario, quindi ogni società paga i suoi tributi.

Es  è possibile che la controllata abbia un utile di 100 ed è possibile che la controllante abbia

registrato una perdita di 100. Complessivamente il risultato è zero. Ma i soggetti sono autonomi. Ci

sono dei possibili correttivi. Agli imprenditori societari che costituiscono gruppi vengono dati

strumenti per evitare che ogni soggetto sia autonomo. Si parla a proposito di consolidato fiscale.

Questo non vuol dire che vengano meno le diverse società, che rimangono autonome, e tutte

continuano a fare il proprio bilancio e dichiarazione dei redditi, però i risultati si unificano tutti ed è

la capo gruppo quella nella quale si consolidano le dichiarazioni e paga i tributi (nell’esempio di

prima risultato è 0). Esistono due tipi di consolidato: nazionale e mondiale. La differenza sta nel

fatto che quello nazionale si può fare solo con le società residenti in Italia, quello mondiale con le

società ovunque esse si trovino. Poi mentre in quello nazionale si sceglie quali società riunire, se il

gruppo opta per il consolidato mondiale tutte le società del gruppo devono essere riunite.

Cosa diversa dal consolidato è il meccanismo di imputazione per trasparenza. Imputazione per

trasparenza è un particolare regime di tassazione per i redditi di società  i redditi prodotti della

società sono imputati direttamente in capo al socio. Questo è il meccanismo che si applica per le

società di persone. Perché questo regime è diverso dal consolidato? Nel consolidato ciascuna

società è autonoma e solo il risultato finale è algebricamente riunito, nell’imputazione il reddito è

direttamente imputato al socio. Questo regime è l’unico possibile per le snc e sas. Questo regime è

opzionale per le altre società. Le società di capitale possono scegliere di non pagare imposte sulla

società ma di pagarle direttamente in capo ai socie. Es.  piccole società a base azionaria. Molto

spesso si fanno srl per società molto piccole. Perché? Perché nelle srl si risponde solo con il

patrimonio della società. Economicamente però sono la stessa cosa per cui il legislatore lascia la

scelta del regime alle srl, a patto che i soci non siano più di 10 e siano solo persone fisiche.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gabriele.palumbo.3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto finanziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Marcheselli Alberto.

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