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Diritto finanziario

Appunti delle lezioni di diritto finanziario del prof Marcheselli basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Marcheselli dell’università degli Studi di Genova - Unige, facoltà di Giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto finanziario docente Prof. A. Marcheselli

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ESTRATTO DOCUMENTO

un costo e quindi la deduzione avrebbe senso.

Domanda: Il costo non è dato dai soldi che investo? No perché se io investo 100 e

mi danno indietro 110 il mio reddito di capitale/ciò che ho guadagnato è 10 (ma mi

tornano indietro anche i 100 investiti inizialmente). Quindi normalmente i costi non ci

sono, ma non vuol dire che non ci siano mai.

● Caso: Ho un amico che ha avuto l’idea di costruire una piattaforma (es Zuckerberg) ,

ma non ha i soldi per realizzarla, io glielo vorrei prestare, ma non li ho, li chiedo a mia

volta in prestito ad un amico ricco senza dirgli per cosa, mi faccio dare un milione e

gli dovrò restituire un milione e 100.000. L’amico di partenza mi da una quota di utile

nella società di un milione, ma devo anche 100.000 da ridare all'altro amico quindi

devo sostenere un costo (100.000) in assenza del quale non avrei potuto partecipare

all attività. NON è consentita la deduzione del costo neanche in questo caso.

La deduzione dei costi è invece SEMPRE possibile per l’imprenditore, per la regola

dell’assorbimento dei redditi di impresa: normalmente per capire che reddito è si

guarda al tipo di investimento e guadagno, ma quando un'attività speculativa è svolta

da un imprenditore la sua presenza prevale e diventa tutto reddito di impresa (cioè

se l’amico di zuckerberg era un imprenditore la manovra poteva farla allo stesso

modo ma i costi li poteva dedurre).

La differenza è che i redditi di capitale sono tassati al lordo ma non sempre questo e

giusto.

I redditi da fonte illecita

Reddito uguale guadagno che è uguale a ricavi meno costi: altro settore di cui si parla

poco è quello della criminalità e delle attività illecite e c’è da domandarsi: se il guadagno è

effettivo ed è netto, significa che è anche lecito? Per essere imponibile deve avere

anche una base di liceità?

La questione è stata fortemente dibattuta in passato, ma ora è risolta, in quanto dal 1994 si

sostiene che anche i redditi da fonte illecita sono imponibili.

Vicenda: la domanda talvolta riceveva risposta negativa sulla base del fatto che era

considerato immorale tassare la ricchezza da fonte illecita, perché è come se lo stato in tal

modo la riconoscesse.

Si riteneva che di fronte alla ricchezza da fonte illecita ci dovesse essere sia la sanzione (per

l’illiceità dell’attività), sia il tributo perché comunque si trattava di possedere una ricchezza.

Ma l'illiceità di un bene ne comporta la confisca, e allora come fanno ad esserci sia la

confisca che la tassazione? Tale contraddizione è stata risolta dal legislatore con la

considerazione per cui non è detto che la confisca subentri subito: è dunque possibile

tassare la ricchezza da fonte illecita purché nell’arco del periodo in cui non ci sia stata la

confisca.

La norma è nata perché tra il 1992-1994 era successa una vicenda per cui un pezzo grosso

di mani pulite era finito in una vicenda giudiziaria: si voleva sapere da dove provenissero i

suoi soldi e lui rispose di essere un politico, ma di fare anche consulenze; gli vennero allora

chieste le fatture di tali consulenze e lui rispose che erano tutte fatte in nero. Allora si decise

di trasmettere gli atti al fisco e a questo punto l’imputato si contraddisse dicendo che faceva

tangenti (che non sono imponibili) e non consulenze.

Il legislatore allora decise di rendere imponibili (oltre a quelle provenienti da fonte

lecita), tutte le attività da fonte illecita.

● Originariamente il legislatore aveva detto essere imponibili i frutti da attività illecita

se corrispondono a delle attività lecite: esempio in caso di reddito di capitale illecito

(l’usura, ovvero il reato in cui incorre chi si fa dare o promettere interessi usurari, cioè

superiori a quelli ammessi dalla legge).

● Successivamente il legislatore è andato avanti e ha detto che anche le attività

illecite presuppongono dei costi e i costi delle attività illecite non sono deducibili: qui

non stiamo parlando di punire ma di tassare perché si tratta di ricchezza:

○ Originariamente la norma voleva rendere indeducibili i costi illeciti e in

particolare i costi delle spese sostenute dalle tangenti; sono successi poi una

serie di scandali.

○ Successivamente la norma dice che non sono deducibili i costi sostenuti per

acquistare beni o servizi direttamente utilizzati per commettere degli illeciti

salva a tutela dei diritti costituzionali: questo per prevenire la commissione di

fatti illeciti, punire i delinquenti e impedire che siano deducibili le tangenti.

Non si può dunque dedurre quello che si spende per comprare oggetti che

servono per commettere il reato (es droga, pistola, munizioni ecc), ma in

realtà non è che compra qualcosa per fare il reato, il reato lo commette

comprando.

Nozione di guadagno

Vi sono diverse nozioni secondo la scienza economica:

Reddito prodotto: Si considera guadagno rilevante solo quello che deriva dall’attività o

fonte produttiva, quindi non tutti i guadagni, ma solo quelli che derivano dall’aver fatto

qualcosa o aver messo a frutto qualcosa.

Rientrano nella nozione:

● Il reddito di capitale, che è sicuramente un reddito prodotto in quanto si mette a frutto

qualcosa;

● Il reddito fondiario,

● Il reddito d’impresa (tendenzialmente anche).

Non rientrano in questa nozione:

● l’ici, il biglietto della lotteria: vincere alla lotteria non significa aver fatto un

investimento perché la vincita non deriva dalla fruttuosità del denaro guadagnato, ma

dipende dalla sorte. Ecco che allora c’è una nozione più ampia del reddito prodotto;

Reddito entrata: Nozione più ampia che va a comprendere tutto ciò che va a far aumentare

il patrimonio, indipendente dal fatto che si sia usata una fonte o attività produttiva; tuttavia

anche questa nozione non abbraccia l'eredità e le donazioni.

Reddito consumato: Importante differenza tra:

● Imposizione sui consumi (IVA): Qui il fatto di consumare è indicativo del fatto di

avere i mezzi

● Reddito consumato: L’imposizione sul reddito inteso come consumo è una cosa

diversa, perché vuol dire che si considera rilevante per l’imposizione soltanto il

reddito che viene speso. Rovesciando il concetto si può dire che chi sostiene che

debba essere tassato il reddito come consumo dice che non deve essere tassato il

risparmio, cioè quello che non si spende non viene tassato, vengono tassati solo i

guadagni spesi. Ciò si può giustificare in tanti modi:

○ E’ una forma di incentivazione del risparmio, ma risparmiare non è neanche

tanto conveniente perché se la gente risparmia non consuma e se non c’è il

consumo l’economia non gira. Però in termini economici incoraggiare il

risparmio vorrebbe dire anche tenere più soldi in banca e che di conseguenza

le imprese possono prelevare più soldi dalle banche perché c’è chi ve li

lascia, cioè i risparmiatori.

○ Non sarebbe inoltre giusto tassare il reddito risparmiato perché ciò vorrebbe

dire tassarlo due volte: nel momento in cui lo si prende, e nel momento in cui

lo si mette da parte. In realtà non è proprio vero che viene tassato due volte

lo stesso reddito perché: una volta viene tassato il primo guadagno, ma nel

momento in cui la cosa la si mette a frutto si fa un altro guadagno, quindi

si vanno a tassare due guadagni diversi.

Reddito consumo significa tassare spostando più avanti: se guadagno 100 mi viene

tassato 100, se li metto da parte e arrivo a 110 mi viene tassato 110, quindi una

grandezza diversa.

Dal punto di vista della disciplina interna italiana la strada seguita dal legislatore e

quella del reddito di entrata (è prevista anche la tassazione sulle vincite).

QUANDO SI TASSA IL REDDITO (variabile del tempo): Cioè in quale momento si

possiede di fatto il reddito per far sì che possa essere tassato. Ci sono due criteri:

● Principio di cassa: Il reddito entra nella sfera materiale del soggetto quando è

incassato. “Io ho guadagnato quando incasso”.

○ Si applica a tutti i redditi eccetto il reddito d’impresa, ma in realtà

neanche alla categoria dei redditi fondiari (in cui non si applica né l’uno

né l'altro) perché il principio di cassa riguarda i redditi effettivi e il reddito

fondiario non è un reddito effettivo, perché non c'è un incasso, ma si tassa la

rendita catastale. Criterio autonomo.

● Criterio di competenza: Si possiede il reddito quando compete, cioè quando si

acquista il diritto a recepirlo. “Io ho guadagnato quando ho il diritto di incassare”.

○ Si applica solo al reddito di impresa.

Principio di competenza: Dipende dal tipo di provente di cui si tratta:

● Nella compravendita di beni immobili la regola è che il provente si considera

conseguito al momento della stipula del contratto; momento di competenza uguale

momento in cui si firma l’atto indipendentemente dal pagamento del prezzo:

ovvero si ha guadagnato anche se non si hanno ancora i soldi.

● Nella compravendita di beni mobili il provente è conseguito al momento della

consegna.

DOVE SI TASSA IL REDDITO (variabile dello spazio): L’ordinamento italiano è inserito in

quello internazionale e quindi bisogna tenere conto di quest’ultimo.

● Se una persona lavora in Italia e guadagna solo in Italia, il reddito è tutto inserito

nell’ambito del territorio italiano;

● Se il lavoro è prestato anche all’estero ci deve essere un criterio di collegamento

(sfiorato parlando di art 53), e in particolare quasi tutti i paesi del mondo usano una

coppia di criteri: Combinazione del criterio di residenza con il criterio del luogo

di produzione del reddito.

Bisogna guardare al soggetto: vedere se è residente o meno in Italia:

○ Se residente in Italia tutto il reddito prodotto è imponibile in Italia a

prescindere da dove lo ha guadagnato. (dal punto di vista costituzionale si

giustifica affermando che risiedendo in Italia si consumano i servizi italiani e si

va a incidere sulla spesa pubblica italiana).

○ Se non residente in Italia si applica il criterio del luogo di produzione: se non

si risiede in Italia è imponibile in Italia solo il reddito ivi prodotto:

Residenza

E’ residente in Italia:

- Chi è iscritto all’anagrafe di uno dei comuni d’Italia per più della metà di un anno

OPPURE

- Chi si dimostra aver avuto dimora abituale per la maggior parte del reddito di

imposta o il domicilio inteso come sede principale degli affari e interessi in Italia.

Applicazione pratica di questo concetto si è avuta nel caso di Valentino Rossi, il quale

sosteneva di non stare mai in Italia (per i gran premi in giro per il mondo) e perché aveva

residenza a Londra, mentre l’agenzia al contrario sosteneva che egli avesse residenza in

Italia.

LUOGO DI PRODUZIONE DEL REDDITO

Ci sono regole proprie di ciascuna categoria:

● Redditi fondiari: il problema non si pone perché sono i redditi iscritti al catasto.

● Redditi di lavoro autonomo o dipendente: il luogo di produzione del reddito è il

luogo in cui si svolge l'attività.

● Redditi di capitale: la ricchezza è prodotta nel luogo in cui si trova il debitore del

reddito di capitale (se Tizio è in Italia e presta denaro a Caio che risiede in Francia, il

reddito risulta prodotto in Francia).

● Reddito di impresa: si considera prodotto in Italia se ivi c'è stabile organizzazione,

cioè una sede fissa di affari (es cantiere, negozio, filiale) o qualsiasi elemento

materiale che radichi in Italia il soggetto residente all’estero (es Blockbuster, società

straniera, che ha un negozio in Italia). Non dovrebbe essere stabile organizzazione

una società controllata (es società madre francese che possiede azioni in società

italiana la quale è quindi controllata da quella francese, ma non è stabile

organizzazione di essa perché se in Italia c’è una società c’è anche un soggetto).

Caso particolare: si era posto il problema di venire a far cantare Sting a Sanremo in cambio

di compenso: la sua attività, essendo lavoro autonomo, sarebbe stata tassata in Italia. Un

consulente gli suggerisse di costruire una società, in modo tale da poter venire in Italia in

qualità di dipendente\emissario di tale società. In questo modo il reddito di lavoro

autonomo diventa reddito di impresa e in quanto tale il compenso non sarebbe stato

imponibile in Italia.

Il legislatore a seguito di ciò, e per scongiurare tali fenomeni, introdusse la regola: “in caso

di attività artistiche autonome svolte per conto di società, il luogo di produzione del reddito e

quello della città in cui l’attività autonoma è esercitata”.

Ma la stessa ricchezza può diventare imponibile in 2 paesi. Esempio

- In Italia perché Tizio ha lavorato in Francia ma risiede in Italia, paga in italia;

- In Francia perché l’attività lavorativa è stata prestata lì.

Questo crea il problema della doppia imposizione internazionale: quando la ricchezza

è prodotta attraverso i confini. Il problema si risolve con due correttivi:

- Speciale: gli Stati possono mettersi d’accordo e stipulare convenzioni bilaterali per

decidere quale principio far valere (trattati internazionali ratificati);

- Residuale unilaterale: Riconoscimento in Italia dell’imposta pagata da un soggetto

all’estero (funziona come il meccanismo della ritenuta d’acconto). Ma se all’estero

sulla stessa ricchezza vengono fatte pagare più tasse lo “sconto” in Italia viene fatto

nei limiti della quota di imposta italiana che corrisponde al reddito estero (se in

Francia su una ricchezza si paga 15 e in Italia 10, il riconoscimento viene fatto solo

per i 10 e non per i restanti 5).

Giovedì 5 aprile

PROCEDIMENTO DI APPLICAZIONE DEI TRIBUTI

Un procedimento è una successione ordinata di atti, tale che tendenzialmente quelli

successivi presuppongono l’emissione di quelli precedenti. Questa caratteristica è generale,

cioè vale nel procedimento tributario ma anche in tutti gli altri (es amministrativi e

giurisdizionali).

Fasi

Anche qualsiasi fase del procedimento tributario è la stessa di tutti gli altri procedimenti. Tutti

si articolano in 4 fasi:

1. Iniziativa: normalmente è una domanda di parte, (nel processo civile c’è la

citazione), ma ci sono anche procedimenti che si aprono d’ufficio (es nell’ambito della

magistratura di sorveglianza per l’esecuzione penale).

2. Istruttoria: accertamento dei fatti accaduti (es per accertare che ci sia stata

un’evasione fiscale), fase quindi che presuppone l’iniziativa.

3. Decisoria: nei processi è la sentenza (o decreto o ordinanza), nel procedimento

tributario normalmente si chiama “avviso di accertamento”

4. Di esecuzione: momento in cui ciò che è stato deciso deve essere portato in

esecuzione (es momento in cui il debitore deve pagare). Nel procedimento tributario

si chiama “riscossione” perché normalmente nell’ambito dei tributi ciò che si deve

eseguire è una riscossione (di un debito).

LA RISCOSSIONE

Nella la stragrande maggioranza dei casi la riscossione è spontanea e avviene con dei

versamenti che possono avere due forme:

● Versamenti effettuati con le ritenute: fase di attuazione del rapporto della ritenuta

(il sostituto deve calcolare la ritenuta, effettuare la rivalsa, trattenerla e versare

l’importo trattenuto dal suo sostituito). Tantissima parte dei tributi sul reddito avviene

mediante il versamento spontaneo del sostituto.

● Pagamento da parte del soggetto passivo dopo che ha effettuato la

dichiarazione dei redditi: Attualmente il sistema finanziario è tutto sbilanciato

sull’auto adempimento nel senso che normalmente il soggetto deve autodenunciarsi,

dire quanto ha guadagnato, calcolare il tributo e spontaneamente versarlo. Il

soggetto fa la dichiarazione dei redditi e versa spontaneamente (magari con l’ausilio

di un caf o del commercialista). Normalmente inoltre, partendo dal presupposto che il

flusso di guadagni è più o meno costante, si fa un versamento in anticipo.

Può succedere che qualcosa non sia stato adempiuto, e ciò succede quando qualcuno

evade, cioè non paga quanto dovuto. Ciò può corrispondere a comportamenti molto

diversi perchè dipende a quale comando ci si sottrae:

VERIFICHE AUTOMATICHE/IMMEDIATE SENZA ISTRUTTORIA

Prima ipotesi: OMESSO VERSAMENTO: se si ha l’obbligo di versare, l’inadempimento più

semplice è fare tutto (dichiarazione dei redditi) eccetto che versare.

In questo caso si ha sicuramente una violazione, ma è la meno grave perchè è la più facile

da scoprire: basta effettuare una corrispondenza tra ciò che una persona deve versare e ciò

che ha effettivamente versato/non ha versato. Questa condotta, essendo la meno grave, è

anche quella tendenzialmente meno punita perché considerata non un reato, ma una

violazione amministrativa.

Tuttavia alcune fattispecie di omesso versamento sono state elevate a reato perché

particolarmente insidiose:

● Violazioni del sostituto d’imposta: qui il sostituto che deve versare e non lo fa non

solo non adempie, ma ruba dei soldi a un’altra persona (il sostituito);

● In materia di IVA: perché in questo campo si possono fare delle frodi molto grosse.

In questo caso:

● Non c’è bisogno di eseguire l ’istruttoria perché si tratta solo di effettuare il confronto

tra ciò che si dovrebbe pagare e ciò che di fatto viene pagato.

● Non c’è un vero e proprio provvedimento di accertamento

procedura semplificata

C’è una :

➢ Atto di contestazione dell’omesso pagamento (un avviso di mancato versamento); se

la cosa non va a buon fine,

➢ Notifica alla persona della “Iscrizione a ruolo”, che attesta l’inserimento nell’elenco

dei debitori della pubblica amministrazione.

➢ Notifica alla persona della “Cartella di pagamento”, l’atto nel quale si chiede di

pagare l’importo, (non c’è dunque nessun atto amministrativo autoritativo finchè non

si riceve la cartella). A questo punto:

○ Se la persona paga: il procedimento si arresta;

○ Se la persona non paga: il procedimento passa alla fase esecutiva, cioè si

adottano strumenti simili al processo civile, il principale dei quali è il

pignoramento (cioè si vanno a prendere coattivamente questi soldi),

provvedimento con il quale si procede allo spossessamento dei beni (di cui

quelli diversi dal denaro verranno venduti all’asta se la persona continuerà a

non pagare).

C’è però una possibilità intermedia, sempre nell’ambito dell’omesso versamento, ossia che

la persona non sia convinta di dover pagare: una volta ricevuta la cartella di pagamento,

questi la può impugnare sostenendo infondata la pretesa.

Seconda ipotesi: ERRORI FORMALI: Quando la dichiarazione dei redditi effettuata dalla

persona presenta degli evidenti errori (di calcolo). In tal caso si applica lo stesso tipo di

procedimento semplificato visto sopra; è un’ipotesi di evasione non così evidente, ma

ugualmente facile da individuare.

Terza ipotesi: Confronto incrociato con le obbligazioni del sostituto d’imposta: anche

in questo caso è facile scoprirlo, in quanto basta mettersi nella posizione del sostituito, il

quale non ha un interesse ad evadere se ha fatto tutto quello che doveva.

VERIFICHE COMPLESSE: ISTRUTTORIA E ACCERTAMENTO

Accanto a questa che era la procedura di riscossione nei casi di evasione semplice, nei casi

di evasione più particolari la procedura è diversa.

Esempi:

● Il caso in cui viene fatta la dichiarazione dei redditi e in essa vengono trovate delle

imposte non pagate: potreste dire tanto vale non farla la dichiarazione dei redditi;

questo tipo di comportamento era più diffuso in passato.

● Il caso in cui il libero professionista nasconde qualche cosa omettendo ad esempio di

fare ogni volta la fattura: in questo caso si fa qualcosa di diverso dall’omettere di

versare, cioè si omette di registrare/dichiarare tutto. Infatti:

○ Non si adempie l’obbligo di versamento;

○ Non si adempie l’obbligo di dichiarare (perché non si dichiara tutto). In questo

caso il penale c’è ma solo se si superano determinate soglie.

● Caso più grave: oltre a non versare e a non dichiarare, si nasconde l’evasione

fatta dietro un’apparenza ingannevole. Dal punto di vista delle sanzioni la reazione

sanzionatoria è esattamente corrispondente.

(Chi compie reati fraudolenti usa un particolare strumento di frode, ovvero le fatture

per obbligazioni inesistenti).

Procedura più complessa

In tutte queste ipotesi diverse dall’omissione di versamento, il procedimento di riscossione si

fa più complicato:

➢ Prima fase di istruttoria;

➢ Emanazione di un provvedimento, ovvero ”l’avviso di accertamento”.

NB: il concetto è:

- Se SI istruttoria SI avviso di accertamento

- Se NO istruttoria, NO accertamento, SI riscossione con il ruolo della cartella.

Fino al 2011, arrivati all’avviso di accertamento dopo l’istruttoria, la procedura proseguiva

come nel procedimento semplificato, cioè:

● Si decideva di impugnare o meno l’avviso di accertamento

● Se si trattava di passare a riscuotere c’erano, anche qui, l’iscrizione a ruolo e la

notifica della cartella.

Dal 2011 in poi, invece, il legislatore si è chiesto, in presenza di avviso di accertamento, che

bisogno ci fosse di fare anche l’iscrizione a ruolo e la notifica della cartella e così le ha

rimosse dal procedimento “complesso” e l’avviso di accertamento è diventato esecutivo:

cioè in esso si trova anche scritto che la persona deve pagare, assorbendo così le funzioni

del ruolo e della cartella.

NB: Quindi:

- Verifiche automatiche o immediate senza istruttoria: Ruolo e cartella;

- Verifiche complesse: istruttoria e accertamento che contiene l’invito a pagare.

Dal punto di vista del debitore

Mettendoci dal punto di vista del soggetto che deve subire l’esecuzione (ipotetico evasore),

nel sistema attuale:

● Se si tratta di un’evasione semplice (ovvero verifica di omesso versamento oppure

errore formale): Si riceve la notifica della cartella di pagamento, che viene

impugnata dal soggetto che l’ha ricevuta se questi ritiene insussistente l’obbligo.

● Se si tratta di un’evasione complessa: Si riceve l’avviso di accertamento che viene

impugnato dal soggetto che lo ha ricevuto dinanzi al giudice se ritiene

insussistente l’obbligo.

Prima del 2011 invece, c’erano:

● L’avviso di accertamento che definiva la situazione

● La notifica della cartella

Questa duplicazione, eliminato successivamente dal legislatore, da un certo punto di vista

era forse eccessiva, ma dava una garanzia in più: può infatti succedere che gli atti non

siano notificati regolarmente,

- Esempio che magari sia notificato l’avviso di accertamento a Tizio, ma per un errore

la notifica sia stata inviata ad un indirizzo sbagliato: Tizio quindi non sa niente e

quando l’amministrazione nota che non risponde all’avviso, prima del 2011, alla

persona venivano notificate anche l’iscrizione a ruolo e la cartella, per cui, potendo

ricevere due notifiche era possibile che la seconda funzionasse da “salvagente”. Si

poteva dunque ancora eventualmente agire impugnando la cartella.

Ora che c’è solo l’avviso di accertamento, si va direttamente alla fase di

esecuzione, quindi nel caso patologico in cui ci sia un avviso di accertamento nullo,

cioè che non arriva al destinatario uno può trovarsi improvvisamente pignorato.

- Esempio: l’avviso di accertamento non solo è inviato ad indirizzo errato, ma è anche

errato di suo e il soggetto si trova pignorato improvvisamente, MA NON PUò

SEMPLICEMENTE IMPUGNARE

In passato: Grosso problema perché la possibilità di andare dal giudice tributario

riguarda solo gli atti tributari, non copre l’esecuzione forzata, quindi ci si può andare

solo per impugnare gli atti fino alla cartella di pagamento se c’è, mentre è escluso che si

possa invocare in merito alle liti nella fase esecutiva.

Sempre nel caso della vittima di accertamento sbagliato e non notificato che si vede

pignorato dei suoi beni ingiustamente, e non può rivolgersi al giudice tributario, si potrebbe

ipotizzare che possa allora rivolgersi al giudice civile. Nella fase esecutiva nella quale io

contesto l’insussistenza del debito c’è una coincidenza che si chiama opposizione

all’esecuzione art 615 c.p.c: se un soggetto subisce esecuzione forzata, ma ritiene che il

titolo non ci sia, può recarsi dal giudice chiedendo che tale situazione sia arrestata. Ma c’è

un’altra norma speciale che dice che ci si può recare dal giudice civile, con riguardo a

pignoramenti tributari, solo in un caso eccezionale, cioè per contestare che i beni

pignorati non erano pignorabili.

E la scelta del legislatore qui non è priva di logica, perché non ha effettivamente senso

doversi rivolgere al giudice civile per una cosa che non può essere fatta dinanzi ad un

giudice tributario.

Quindi cosa può fare il soggetto? La giurisprudenza ha ora risolto il dubbio affermando

che si impugna il pignoramento perché a monte di esso c’è un avviso di accertamento mai

ricevuto e se la persona ne riceve notizia mediante il pignoramento può impugnare

l’avviso di accertamento, quindi solo l’atto tributario .

Quindi la riscossione, nella stragrande maggioranza delle ipotesi si fa spontaneamente, la

parte coattiva si fa:

- Nel caso di evasione che non necessita di istruttoria articolata: mediante il

meccanismo della cartella e dell’iscrizione a ruolo, alla cui ricezione si può sempre

adempiere spontaneamente;

- Nel caso di evasione complessa: mediante avviso di accertamento che ha efficacia

esecutiva.

- Ipotesi: Supponendo l’ipotesi in cui in un procedimento si arriva alla fase di

esecuzione e al pignoramento, ma il soggetto in questione non ha nulla (non ha

casa ecc). La situazione in questo caso rimane in uno stato sospensorio: c’è un

credito assistito da un titolo esecutivo, ma non c’è possibilità di portarlo in

esecuzione e il debitore è in una condizione difficile, perché sa che se guadagna

qualcosa, o se nel suo patrimonio entra qualcosa, sarà sottoposto ad esecuzione

forzata. C’è tuttavia un momento a partire dal quale l’esecuzione non può più essere

eseguita.

L’omesso versamento è una violazione di cui si può rispondere anche per colpa; poi ci

possono essere degli errori matematici o errori di applicazione delle norme (da parte del

commercialista).

Il danno per essere risarcibile deve essere un danno ingiusto: se il commercialista sbaglia,

dicendo che il cliente non deve pagare un’imposta che invece va pagata, il cliente non può

chiedere il risarcimento perchè quel tributo lo doveva effettivamente pagare.

RAPPORTO TRA LA RISCOSSIONE E IL GIUDIZIO

Finora abbiamo considerato le ipotesi in cui, una volta ricevuto l’avviso di accertamento o la

cartella come atti su cui si può fondare l’esecuzione:

- Se la persona paga finisce lì;

- Se la persona non paga si da avvio all’esecuzione forzata (nell’ambito della quale si

può sempre pagare spontaneamente).

C’ anche un’ipotesi intermedia tra le due: Dopo aver ricevuto il provvedimento (avviso di

accertamento o cartella), la persona non vuole pagare e impugna facendo ricorso al

giudice tributario.

POSSIBILE DOMANDA TEST!! Ma se la persona impugna, l’esecuzione è sospesa o

no? Cioè la riscossione può essere paralizzata dal fatto di aver presentato ricorso al

giudice?

Il ricorso di per sé non ha effetto sospensivo, ma potremmo rispondere NI, nel senso che

esiste un istituto che è la riscossione frazionata: In caso di impugnazione, il debito

tributario deve essere eseguito durante l’impugnazione, ma non per intero: solo di regola per

⅓ ⅓

dell’imposta (non della sanzione). Quindi quell’ deve essere versato.

La domanda cautelare

Esiste anche uno strumento per limitare la riscossione frazionata (supponendo che una

persona abbia un debito ad es per 3 milioni e non vuole pagare neanche 1 milione, cioè

di 3 milioni), che si può chiedere al giudice, cioè la domanda cautelare: Domanda che si fa

per evitare, in un certo periodo di tempo (ovvero quello che impiega il giudice tributario a

stabilire se ha torto o ragione), la produzione di danni irreversibili o molto gravi. Il soggetto

può dunque chiedere al giudice di stabilire che non deve pagare niente fino a quando non ci

sarà la sentenza.

I presupposti dell’azione cautelare (in presenza dei quali si può avanzare la richiesta al

giudice), sono cumulativi e sono i tipici presupposti di tutte le domande cautelari:

● Fumus boni iuris : Se il giudice ritiene vi sia (da una lettura superficiale) una

verosimiglianza di ragioni; ciò non vuol dire ragione assoluta, ma apparente.

● Periculum in mora: Se il soggetto ha anche un motivo per non pagare, perché se

paga subisce un danno “grave e irreparabile”, (irreparabile inteso come

sproporzionato).

C’è anche un orientamento dei giudici (non previsto dalla legge) per il quale il fumus e il

periculum sono due vasi comunicanti:

- Se c’è molto fumus, cioè e praticamente sicuro che il soggetto ha ragione, basta

poco periculum,

- Se c'è molto periculum e non è sicuro che il soggetto ha ragione, ma ci sono

elementi per ritenerlo, si può concedere la sospensione.

PROGETTAZIONE DEL SISTEMA IMPOSITIVO (ripresa lezione del 22)

Di alcune scelte che il legislatore deve fare abbiamo già parlato:

- Quella di stabilire se la base imponibile deve essere misurata in valori nominali

oppure effettivi: In un sistema perfetto la ricchezza dovrebbe essere misurata

tenendo conto dell’inflazione, ma questo abbiamo detto, sarebbe molto complicato

ed ecco perchè quasi tutti i sistemi la misurano sulla base dei valori nominali.

Ci sono altre due scelte che devono essere fatte:

1.Tassazione dei soggetti diversi dalle persone fisiche

Posto che si applica l’imposta progressiva sulle persone fisiche, bisogna stabilire che regime

impositivo introdurre in merito ai soggetti diversi dalle persone fisiche ed in particolare alle

società.

● Ipotesi : le società non dovrebbero essere tassate, perché chiunque costruisca una

società per fare la sua attività economica alla fine e perché i soldi li vuole

guadagnare lui: questa scelta prevederebbe che il sistema attende che la

ricchezza prodotta dalla società, cioè gli utili, siano distribuiti, aspettando che

la ricchezza arrivi al socio.

La difficoltà di questo sistema è che se fosse così tutti costruirebbero società e

rimanderebbero il più possibile la distribuzione degli utili.

Per le società di persone

Meccanismo della trasparenza: Si potrebbe allora stabilire una rilevanza nel senso

opposto, ovvero che gli utili diventano direttamente guadagno dei soci: è come se la

società fosse trasparente rispetto alla tassazione, cioè produce utile (per lei reddito), ma la

tassazione va a colpire direttamente i soci.

- Esempio: Ci sono due soci che hanno ciascuno il 50% del capitale sociale di una

società e questa guadagna 100. Se si applica il principio della trasparenza, 50/100

diventano reddito mio e 50/100 dell’altro socio. Questo sistema non ha la

complicazione di quello precedente, nel senso che la società è come se non ci

fosse (è trasparente) e il reddito è completamente tassato.

Il meccanismo della trasparenza, cioè della diretta imputazione dei redditi prodotti da

società ai soci è il sistema vigente in Italia per le società di persone (SS, SAS e SNC). La

diretta imputazione dei redditi e però indipendentemente dal fatto che questi siano stati

effettivamente percepiti dai soci perché i guadagni ad esempio di una SNC sono guadagni

dei soci indipendentemente dal fatto che escano dalla cassa della società.

Per le società di capitali

SRL, SA e SAA hanno la caratteristica della separazione/ autonomia patrimoniale:

civilisticamente, dei debiti di quella società risponde solo il patrimonio di essa e non i soci

(se la società fallisce non si vanno a chiedere i soldi ai soci).

C’è tuttavia una separazione non completa in senso assoluto tra patrimonio della

società e patrimonio dei soci.

Qui la soluzione è consistita nel sostenere che: essendo la società separata dai soci dal

punto di vista civilistico, lo e anche dal punto di vista tributario, per cui qui non si applica il

regime di trasparenza, ma il reddito è imputato ai soci quando gli viene distribuito.

- Esempio: La società ricava 200, spende 100 e fa un utile di 100 che è il guadagno.

Per tassare i soci, che sono due, aspetta che questo guadagno di 100 sia versato ad

essi, i quali prendono 50 a testa.

Se il sistema si fermasse qua avremmo però il problema esposto all’inizio, cioè la società di

capitali non fa distribuire gli utili così non si pagano le tasse.

Ragione per la quale, a differenza delle società di persone, le società di capitali sono

anche soggette all’imposta sul reddito, cioè l’IRES.

● Nelle società di persone c’è la trasparenza, quindi finisce tutto direttamente nelle

mani dei soci con tassazione progressiva,

● Nelle società di capitali non si imputa direttamente ai soci, ma alla società.

Viene applicata l’ires (imposta sul reddito delle società), in maniera proporzionale e anche

quando gli utili non sono subito distribuiti tra i soci.

C’è però un grosso problema: Così facendo, quella stessa ricchezza viene in realtà tassata

due volte perché il dividendo del socio (che viene tassato), altro non è che parte del reddito

della società che viene già tassato con l’ires.

Questo è un elemento distorsivo, perché tassa diversamente, a parità di reddito, quello

prodotto in forma societaria e quello prodotto in forma individuale.

Se la stessa attività fosse stata fatta da una persona fisica il reddito sarebbe stato tassato

una volta sola con l’imposta progressiva.

- Esempio 1: soliti scaglioni 0-100, 100-200, oltre 200 e le solite aliquote del 10% 20%

e 30%. Supponiamo che 400 siano guadagnati da un imprenditore persona fisica,

quindi assoggettato solo all’irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche).

Dobbiamo fare:

- il 10% sulla fetta dei 100 che è = 10

- il 20% sulla seconda fetta dei 200 = 20 + 10 (di prima)= 30

- 30% di 200 = 60 + 30 (di prima)= 90

Quindi sull’utile prodotto di 400 il costo totale della persona fisica è 90.

- Esempio 2 : la medesima attività con le medesime caratteristiche e svolta da una

società di capitali, dobbiamo quindi aggiungere l’imposta sulla società (ires) che

supponiamo sia pari al 20%. Supponiamo che l’utile della società è 400, deve pagare

l’imposta sulla società del 20%, ovvero 80. Alla società è rimasto 320 (400-80) sono

distribuiti tra i soci, che supponiamo sia uno solo. Dobbiamo fare ora la stessa

operazione di prima:

- Il 10% sulla fetta dei 100= sempre 10

- Il 20% sulla fetta dei 200 = 20 + 10 (di prima)= sempre 30

- Ne rimangono 120 quindi il 30% di 120 = 36 + 30 (di prima) = 66 che è

l’imposta pagata dal socio.

Sommando l’imposta pagata dalla società (80) e quella pagata dal socio (66) il totale

è 146, che è differente. Fatta individualmente la stessa attività costa 90, fatta

tramite società di capitali costa 146.

Questo meccanismo distorsivo per cui sommando le due imposte, anche se la base

imponibile è diversa, determina l’imposta più alta, si chiama doppia imposizione dei redditi

societari che deve essere corretta mediante:

Il meccanismo del credito di imposta

L’imposta pagata dalla società viene considerata un acconto dell’imposta che deve pagare il

socio, il quale diventa il centro dell’imposizione. Tecnicamente ciò avviene attribuendo al

socio un credito di imposta, cioè uno sconto sulla sua imposta pari a quella pagata

dalla società. Quando si calcola l’imposta che deve pagare il socio questi non la paga tutta,

ma paga quello che deve pagare meno quello che ha pagato la società.

- Esempio: 400 è sempre l’utile della società, la quale ha pagato 80 di imposta e quindi

le rimangono 320 che distribuisce al socio; a questo punto il socio deve calcolare

quanto deve pagare lui, ma per calcolarlo, deve considerare tutto il bene prodotto

della società quindi non solo sui 320 ma sui 400. Quindi:

- Prima parte uguale a prima, ma l’operazione degli scaglioni viene fatta su 400

e non su 320 quindi,

- Per il terzo scaglione ne rimangono 200 (e non 120), e si fa il 30% di 200 =60

+ 30 (di prima) = 90.

Il socio dovrebbe quindi pagare 90, ma 80 li ha già pagati la società: il totale che

deve pagare il socio è solo 10 (90-80). Se invece ci fosse stato il singolo senza la

società avrebbe anche egli dovuto pagare 90.

Metodo del participation exemption PEX (usato invece del primo), esenzione dalla

partecipazione, cioè il contrario: nel credito di imposta il centro è il socio, mentre qui è la

società perche l’imposta viene applicata tendenzialmente, solo su di essa.

Tendenzialmente c’è solo un’aliquota proporzionale sulla società, e in questo modo, se

è esente il dividendo, cioè tasso solo la società, non c’è un utile da dividere. Però

avremmo ingiustizia inversa: Se fosse tassato SOLO il reddito della società ci sarebbe un

enorme incentivo a costruire società, data dal fatto di sfuggire alla tassazione progressiva.

Non si può dire che è totalmente esente il dividendo, infatti esso (quota di utile distribuita al

socio):

- Non può essere imponibile perchè sennò ci sarebbe doppia imposizione;

- Non può neanche essere tutto esente perché sennò non ci sarebbe progressività:

Allora si dice che il dividendo del socio persona fisica è imponibile per la sua frazione

( il monte è del 40%):l’esenzione è parziale e quel 40% è imponibile come normale reddito

progressivo. Quindi il dividendo e parzialmente imponibile perchè altrimenti ci sarebbe

l’imposta progressiva.

Resta però un buco perché questa necessità di fare una parziale esenzione vale solo se il

socio è una persona fisica, perché si determinerebbe un suo sfuggire dal regime

progressivo.

Ma se il socio della società è a sua volta una società, cioè è anche lui soggetto a ires,

non dovrebbe pagare alcuna imposta progressiva, non ci sarebbe bisogno di tassarlo perchè

la ragione di farlo è che altrimenti si sfuggirebbe alla progressività. Dunque la soluzione

corretta sarebbe quella di rendere imponibile parzialmente il dividendo del socio persona

fisica e rendere esente il dividendo di un socio che sia soggetto a ires: e invece no: Per il

5% infatti, anche il dividendo del socio soggetto a ires è nuovamente sottoposto a

imposizione;

POSSIBILE DOMANDA!!! Perchè allora c’è questa imposizione del 5% sui soci soggetti a

ires? Perché si pone la necessità di ripristinare un’altra simmetria perché:

- Per il socio persona fisica la ragione dell’imposizione parziale e data dal fatto che

sennò sfugge alla progressività.

- Per il socio societa è un’altra, e cioè che, essendo una societa, tra i tanti costi che

può dedurre dal mercato, ha anche i costi di gestione delle partecipazioni, cioè i

costi che sostiene per gestire le partecipazioni delle altre società.

Il ragionamento è: se facciamo dedurre i costi perché gestisce le altre società, dobbiamo

tassargli qualcosa, ed è per questo che l’esenzione per il socio che non sia una persona

fisica non è totale.

2.La tassazione delle famiglie

Fisicamente c’è differenza tra:

1. Persona che guadagna 100 e vive da sola;

2. Persona che guadagna 100 e ha persona a carico

3. Persona che guadagna 100 e vive con altra persona che guadagna 100.

Ipotesi 1 e 3: sono ipotesi diverse, perchè a parità di ricchezza che guadagno io se convivo

con altra persona che guadagna 100 ho un certo vantaggio e questo spingerebbe a non

considerare irrilevante la convivenza.

Però considerando come impositiva non l’individuo singolo, ma la famiglia cumulandone i

redditi si produrrebbero 2 effetti:

● Fiscalmente c’è uno svantaggio, perché:

○ Se Tizio prende 100 ed e da solo, nel primo scaglione paga 10.

○ Se Tizio convive con una persona che guadagna anch’essa 100 e cumuliamo

i loro redditi diventa 200, quindi si ricade nel secondo scaglione e si paga 30

IN DUE, cioè 15 invece che 10 a testa.

1. A parità di tutto è disincentivato il lavoro nella famiglia.

Queste sono le ragioni per cui, in Italia come dappertutto si considera come unità

impositiva la singola persona. Il soggetto passivo è quindi l’individuo ma c’è un’altra

controindicazione e diseguaglianza perché distinguendo:

- Famiglia in cui ci sono due persone che guadagnano 100 a testa;

- Famiglia in cui uno lavora, prende 200 e deve mantenere un’altra persona: qui la

famiglia ha a disposizione complessivamente 200, ma e tassata di più perché è

tassata 20 contro i 30 (quindi 15 a testa) di quella in cui lavorano entrambi

prendendo complessivamente 200.

Ci sono dei possibili correttivi, un sistema e quello dello splitting: I coniugi non hanno

l’imposta sulla somma dei loro redditi, bensì si divide il reddito complessivo tra i due, quindi

100 a testa, e l’aliquota da applicare a ciascuno e di 10 che viene applicata però su tutto,

cioè su 200; in questo modo i due pagano 20 in due (perché il 10%di 200 e 10) e si elimina il

problema della disincentivazione del lavoro per il reddito diviso.

Se la coppia ha dei figli che lavorano si dovrebbe fare lo splitting anche nei loro confronti,

Però i raffinatisti francesi non sono d’accordo, in quanto ritengono che bisogna tenere conto

anche del fatto che mano a mano che la famiglia cresce, risparmia. Hanno allora inventato il

quoziente familiare che e uno splitting raffinato che consiste nel sommare i redditi dei

coniugi e dividere il risultato per un numero rappresentativo dei membri del nucleo familiare.

All'aumentare della numerosità del nucleo familiare, il reddito su cui si applica l'imposta si

riduce.

Lunedì 9 aprile

All'interno della disciplina delle imposte sui redditi è definito il presupposto applicativo:

ovvero il possesso di una delle sei categorie di redditi.

Dopo aver enunciato i redditi delle diverse categorie, essi si sommano, dando origine al

reddito complessivo lordo, che si definisce tale sebbene molti dei redditi che lo formano

sono al netto. Da tale reddito complessivo lordo si scalano gli oneri deducibili (spese che

non sono costi delle attività, ma che il legislatore consente di dedurre), ottenendo il reddito

complessivo netto che è la base imponibile su cui si applica l'aliquota, ottenendo

l'imposta lorda, da cui si devono togliere gli acconti (ritenute a titolo di acconto subite), il

credito d'imposta, la detrazione (diversa dalla deduzione) al fine di arrivare all'imposta

netta.

• Deduzioni si fanno dal reddito: da vantaggio diverso a seconda della base

imponibile (più è alta più si risparmia).

• Detrazioni si fanno dall'imposta: sono neutrali.

Redditi fondiari: sono redditi tassati con un criterio diverso, non cioè sulla base del

concetto di reddito effettivo, ma sulla base di quello di reddito medio ordinario

(quanto potevi guadagnare in un anno medio comportandoti in modo mediamente

diligente). I redditi fondiari sono solo redditi di immobili, siti in Italia e il sistema è

quello del catasto. I redditi fondiari si dividono in due:

◦ Agrario: Titolare del reddito agrario è titolare di un diritto reale che gli attribuisca

il diritto di godimento.

◦ Di impresa commerciale.

Reddito dei fabbricati: immobile ad uso non agricolo, case, abitazioni e le loro

pertinenze. Qui la regola dell'applicazione dell'imposta sul reddito medio ordinario

prevede delle eccezioni: se il canone di locazione è superiore di una certa soglia alla

rendita catastale, l'imposta si applica sul canone di locazione effettivo.

Immobili relativi alle imprese: non danno vita a reddito fondiario; bisogna vedere

di che bene si tratta, può trattarsi:

◦ Di un immobile che l'impresa possiede e usa direttamente per la sua

attività: si definiscono immobili strumentali, che producono reddito d'impresa

(quindi non danno luogo a provento autonomo).

◦ Di un immobile d'impresa che però non è usato direttamente per attività

d'impresa: Si tratta di immobili che vengono concessi in locazione dall'impresa;

in tal caso c'è un canone che va a formare una componente autonoma del

reddito d'impresa ed è misurato come se fosse reddito fondiario. I beni

dell'impresa non usati in essa sono calcolati come fossero reddito fondiario, ma

quella voce finisce quale provento del reddito d'impresa.

Redditi di capitale: sono i rendimenti degli investimenti in denaro, quindi dipendono

dalla fruttuosità di esso. Possono essere in due possibili forme:

◦ Interesse: Corrispettivo del prezzo di un prestito, la maggiorazione di un

capitale. Gli interessi devono essere intesi come investimenti, ma ci sono anche

gli interessi moratori e quelli per dilazione del pagamento, (che sono redditi della

stessa categoria del provento cui accedono, sono cioè componenti del ricavo).

Quindi solo gli interessi che corrispondono a una attività speculativa sono redditi

di capitale.

◦ Dividendo: altro tipo di investimento che posso fare con il denaro, es presto del

denaro a qualcuno che vuole avviare un'attività redditizia e come corrispettivo gli

chiedo una (percentuale) del suo guadagno, una partecipazione degli utili. I

dividendi sono imponibili in modo da essere conformi al divieto di doppia

imposizione: se ci fosse esenzione totale rispetto alla persona fisica il reddito di

capitale sfuggirebbe alla progressività, se non si fosse ci sarebbe doppia

imposizione.

Il reddito di capitale è tassabile al lordo, ma se la manovra è fatta dall'imprenditore

diventa reddito d'impresa. Si considera prodotto in Italia se il soggetto debitore è ivi

residente.

NB: Il risarcimento del danno può essere un reddito? Dipende dal danno che si sta

risarcendo:

◦ Danno emergente

◦ Lucro cessante: è la perdita di un guadagno, il risarcimento del lucro cessante

quindi può costituire reddito proprio perché ristora della perdita di un

reddito. Il risarcimento del danno del lucro cessante è quindi della stessa

categoria del reddito perso.

Giovedì 12/03

CREDITI D’IMPRESA

E’ la categoria più rilevante dal punto di vista concettuale (LA CHIEDE!!!!!)

La nozione di imprenditore, dal punto di vista fattuale, assorbe tantissime fattispecie, e dal

punto di vista giuridico, distinguere se uno è o meno imprenditore ha molta importanza;

infatti:

- Gli imprenditori, salvo un caso eccezionale, non subiscono ritenute, a differenza

dalle altre categorie;

- Per essi vale il principio di competenza, mentre nelle altre categorie no;

- Per essi vale il principio di attrazione per cui tutti i redditi, anche se appartenenti ad

un’altra categoria, diventano d’impresa quando sono percepiti nell’esercizio di attività

commerciali (es. redditi fondiari e redditi di capitale, redditi immobiliari).

- Le scritture contabili dell’imprenditore sono più complesse di quelle dei

professionisti;

- Può incidere sul regime della documentazione delle prestazioni: gli imprenditori

commercianti al minuto sono esonerati dall'obbligo di presentare la fattura, mentre vi

si applica il regime dello scontrino fiscale.

Riconoscimento dell’imprenditore

Vi sono 2 criteri:

Criterio soggettivo

Ci sono certi tipi di soggetti che di regola, e solo perché tali, sono imprenditori (senza che ci

sia bisogno di andare a vedere cosa fanno), e si tratta delle società commerciali (società di

persone e di capitali). Tutto quello che consegue questo soggetto è dunque credito

d’impresa. Fermo restando ciò, tra società di persone e di capitali, dal punto di vista del

regime di tassazione e imputazione, c'è un’importante differenza vista con riferimento al

regime di doppia imposizione, per cui:

● Società di persone: Il reddito è direttamente imputabile ai soci e la società è come

se non ci fosse, per cui in esse il reddito è calcolato come reddito d’impresa, ma non

si pagano le imposte su di esso.

● Società di capitali: sul reddito d’impresa pagano l’ires e sui dividendi distribuiti tra i

soci si applica il regime di tassazione dei dividendi.

Criterio oggettivo

Quando si tratta non di una società, ma ad esempio di una persona fisica che lavora

autonomamente, o associazioni o gruppi di società (SAS, SRL ecc) il problema rimane.

Criterio oggettivo significa guardare all’oggetto, cioè all'attività e come essa viene svolta.

Ci si potrebbe immaginare che sia decisivo l'elemento dell’organizzazione imprenditoriale, in

quanto l’impresa è definita come “insieme di beni organizzati dall'imprenditore per svolgere

attività economica”, ma nel diritto tributario, nella stragrande maggioranza dei casi NON è

così; il criterio oggettivo stabilisce infatti che sono imprenditori coloro che,

indipendentemente dall’organizzazione, svolgono una delle attività di cui all’art 2195

c.c. Quindi oggettivo risponde qui alla domanda “cosa fai” e non “come lo fai”.

L’art 2195 c.c definisce l’impresa commerciale: civilisticamente, le attività commerciali

sono:

- Quelle destinate alla produzione industriale di beni o servizi,

- L’attività intermediaria alla circolazione dei beni: far circolare i beni riguarda tutto il

commercio;

- L'attività bancaria e assicurativa,

- Le attività di trasporto;

- Le attività ausiliarie delle precedenti.

Quindi è imprenditore chi produce e fa circolare le cose (es Tizio che fa origami davanti

al Duomo e li vende è imprenditore).

Dal punto di vista pratico però è più complicato, perché ci deve essere una di queste 5

attività e deve essere svolta in maniera abituale .

E’ più facile capire cosa NON vuol dire abituale:

- Non è necessario che l’attività sia continua (cioè svolta senza sosta);

- Non è necessario che sia svolta durante tutto il corso dell’anno (es bagnino che

lavora solo d’estate).

- Non è necessario che l’attività sia svolta con regolarità cioè a scansioni fisse.

Se l'attività non è abituale, non è reddito d’impresa, ma finisce nella categoria residuale

dei redditi (la sesta) (es facendo una sola vendita isolata)

Quindi criterio oggettivo significa che, se svolte in maniera abituale e indipendentemente da

tutto il resto, quelle cinque attività costituiscono attività d’impresa.

Di quelle 5 attivita c’e n'è una in particolare: la prestazione di servizi, che la norma dice

“diventa attività imprenditoriale solo se organizzata in forma civilistica d’impresa”.

Quindi in questo caso l’organizzazione rileva.

Il legislatore ha quindi il problema di stabilire la linea di confine tra le attività di prestazione di

servizi che sono impresa da quelle che sono lavoro autonomo (quelle del professionista).

Attività come il notaio, l’avvocato, l’otorino, l’elettricista ecc, sono tutte attività che, pur

avendo organizzazione, in senso sociologico sono lavori autonomi, (senza avere una

persona che li dirige).

Per riconoscere il criterio di riconoscimento bisogna distinguere due estremi

● Ad un estremo ci sono le professioni o arti liberali: Le attività, svolte senza datore

di lavoro e controllo superiore, nelle quali il centro è rappresentato dalle

caratteristiche, abilità e capacità del soggetto che le svolge; es l’avvocato,

l’artista, il notaio, attività clinica. Coloro che svolgono queste attività sono sempre

professionisti e non imprenditori, perché contano le caratteristiche e abilità dei

singoli. Questi possono poi avere anche un’organizzazione imprenditoriale (in senso

non giuridico): I notai molto spesso hanno una grossa organizzazione, l dentisti

possono avere apparecchiature molto costose. Si tratta quindi attività svolte senza

padrone che mettono in gioco le specifiche capacità personali.

POSSIBILE DOMANDA TEST!!! Quanto appena detto vale per il soggetto che fa

quel tipo di attività nei limiti in cui svolga l'attività professionale propria: Un medico,

che svolge in quanto tale una professione liberale, può anche gestire una casa di

cura o clinica, e con riferimento a tale ultima attività, l’ambito è diverso, cioè la clinica

diventa impresa se c’è l’organizzazione.

● All’estremo opposto ci sono i servizi prodotti industrialmente (richiamo nel 2195,

per cui se si fanno servizi a livello industriale non è necessario che ci sia impresa).

La produzione industriale è contrapposta alla prestazione di servizi; nel primo caso

per accertarlo bisogna andare a vedere se c’è organizzazione, quindi bisogna

interpretare l’aggettivo “industriale”: E’ industriale o meno a seconda della materialità

e del peso relativo che hanno l'elemento materiale e quello intellettuale. Le attività

in cui prevale l’elemento materiale sono produzioni industriali, prevale quello

che fai e, anche nell’apprendimento, prevale il tirocinio pratico; le altre sono

prestazioni di servizi.

- Esempi: l’idraulico ed elettricista si collocano nell’ambito della produzione industriale,

mentre nel campo dell’informatica: l’installatore di reti fa ancora parte della

produzione industriale (perché prevale l’elemento materiale), ma ci sono ad es i

programmatori di software per cui questa cosa non vale più.

ESEMPI DOMANDE!!!

1. E’ sempre rilevante l’organizzazione di impresa? NO, ma in qualche caso lo è come

per la prestazione di servizi.

2. Ci sono attività che sono sempre NON imprenditoriali? SI, le attività di prestazione di

lavoro autonomo.

Le società di comodo

Quindi criterio soggettivo significa che certi soggetti, se producono reddito, producono

direttamente reddito d’impresa.

C’è però un’altra disciplina, quella delle cosiddette società di comodo, e c’e normativa

ulteriore che dice che in certe condizioni una società e tassata anche se NON produce

reddito.

Società di comodo: E’ una società costituita NON per lo scopo tipico della società, cioè

svolgere attività economica giovandosi del principio di autonomia patrimoniale, ovvero

separando la quota del proprio patrimonio usato per svolgere attività rischiosa, dal resto del

proprio patrimonio.

Le società possono essere costituite anche per fini diversi:

- Possono essere realizzate per fare da schermo e compiere reati o elusione;

- Oppure realizzate non per fare qualcosa, ma per possedere qualcosa ed essere

titolari di determinati beni (società di godimento): es le società costruite per essere

titolari di palazzi, condomini ecc, ma non per lavorarci.

Questa situazione per cui le società possono essere utilizzate in vari modi, induce un certo

sospetto sulle società non operative, cioè quelle di mero godimento: per queste la

costituzione non prevede nulla di illecito, ma neanche di fiscalmente rilevante.

- Esempio: Famiglia ricca che decide di mettere tutto in una società perché è più facile

da gestire ed è più facile far circolare le quote di essa, (è anche più facile dividere).

A volte si tratta di un problema di semplice comodità, fiscalmente la costituzione di società:

- A volte è vantaggiosa

- A volte NO: Se ad esempio costruisco una SRL o una SA e gli conferisco degli

immobili, fiscalmente si possono avere dei vantaggi (per le spese di ristrutturazione i

costi sono deducibili), ma ci sono anche svantaggi es se li vendo finisce tutto nella

tassazione di plusvalenza.

Trattamento delle società non operative

Quindi i motivi per costruire società di godimento non sono sempre fiscali.

Il legislatore le ha per molto tempo guardate con sospetto, attribuendole un trattamento

particolare: Le società non operative (cioè che non raggiungono certi minimi di fatturato e

che quindi sono poco o per nulla attive) si considerano produttive di un reddito minimo,

cioè si presume il fatto di guadagnare dal fatto di non fare, ma ciò a livello logico sarebbe

un'assurdità.

Nelle aule di giustizia ci si è allora domandati, dal punto di vista dell’art 53 cost, che

giustificazione ci sia nel fatto di porre una tassazione su chi non fa nulla;

- Ipotesi 1: Tale giustificazione consiste nel fatto che la ricchezza c’è ed è data dalla

presenza della società (se si costituisce società si ha capacità contributiva); questo

ragionamento però lo si può fare con i terreni (che se produttivi danno qualche

ricchezza), non si può applicare alle società;

- Ipotesi 2: La ratio di queste società è evasiva, cioè si ritiene di doverle tassare

perché nascondono dei redditi, ma questo non è detto.

- Ipotesi 3: Non voler colpire chi evade, ma chi sta abusando di uno strumento

societario aggirando gli obblighi tributari: Questo è possibile, ma bisogna

dimostrarlo. Esempio: costituisco una società come villaggio vacanze, ma non affitto

a nessuno e ci vado solo io; in questo caso potrebbe essere, perché il soggetto in

questione deduce i costi per andare in vacanza lui (sarebbe addirittura evasione).

- Ipotesi 4: Forse si dice imposta sul reddito, perché presuppone un reddito minimo,

ma in realtà è un imposta patrimoniale, che si paga perchè la società ha dei

beni;anche qui tuttavia ci sono delle obiezioni

Allo stato attuale le società di comodo sono ancora un mistero, ma non sono mai state

dichiarate incostituzionali.

Come si determina il reddito d’impresa

Bisogna individuare i componenti del reddito d’impresa, ma prima esaminiamo un criterio

generale preliminare:

Il rapporto tra le regole di determinazione del reddito d'impresa e le regole sul

bilancio.

Ci sono due documenti rappresentativi dell'attività d’impresa molto importanti nella pratica:

● Lo stato patrimoniale o bilancio in senso stretto: “fotografia di quello che si ha”:

l’elenco di tutti i rapporti attivi e passivi (crediti e debiti), con l’attribuzione del relativo

valore, che un imprenditore ha ad una certa data. Se dovessimo costruire un’imposta

servirebbe per l’imposta patrimoniale.

● Il conto economico: “fotografia di come sono andato”: l’elenco di tutti i movimenti

realizzati nel corso di un esercizio, quindi rispetto ad un certo periodo (es quanto è

stato speso di energia, per i dipendenti, e dall’altro lato i ricavi ottenuti dalla vendita

di beni ecc). Il conto economico si chiude con un bilanciamento tra le voci attive e

passive che è l’utile, e che permette di capire se durante l’anno si ha guadagnato o

si ha perso. L’imposta in questo caso sarebbe sul reddito.

Il principio generale di derivazione (del reddito fiscale da quello civilistico)

E’ il principio per cui la tassazione del reddito di un'impresa deriva da quello che è stato

rappresentato nel conto economico, quindi il legislatore fiscale non pretende che si ricalcoli

tutto per tassare l’imprenditore, ma si parte da esso.

Ma “deriva” vuol dire che “coincide” con il conto economico? No perché le ragioni del

legislatore in ambito civilistico rispondono a criteri e obiettivi diversi da quelli che interessano

il legislatore fiscale:

- La funzione del conto economico in ambito civilistico è quella di dare una

rappresentazione fedele dell’attività economica orientata alla tutela del mercato e dei

creditori; quindi la preoccupazione è che l’imprenditore non si presenti sul mercato in

maniera più solida di quello che è.

- In ambito fiscale, laddove ci sono delle valutazioni oggettive, la preoccupazione è

che l’imprenditore possa nascondere qualcosa.

Ci sono quindi regole tributarie che sono diverse da quelle civilistiche:

- Esempio: Accantonamenti per rischi futuri: Un imprenditore prudente che ha tanti

crediti può aver paura che i suoi clienti/debitori non lo paghino. Egli valuta quindi i

suoi crediti in misura minore, perché pensa di valere meno, a sua volta perché ha

timore che i suoi debitori non lo pagheranno.

Quindi questo rapporto di relazione tra regole civili e fiscali non è di coincidenza: Il reddito

di impresa è l'utile civilistico rettificato sulla base delle regole fiscali.

Ci possono essere situazioni in cui civilmente valgo meno e fiscalmente valgo di più, ma

anche situazioni contrarie in cui non è ancora applicabile l’imposizione dal punto di vista

fiscale (perché non si considera ancora realizzato un certo provente), ma dal punto civilistico

si.

Prima di esaminare le singole voci del reddito, 3 preconcetti:

● Voce del patrimonio dell’impresa: il concetto di AVVIAMENTO, elemento che

compare nello stato patrimoniale la cui funzione è quella di tenere conto del fatto che

non sempre un'impresa ha un valore corrispondente alla somma del valore dei suoi

beni.

○ Esempio: Tizio ha avuto informazione del fatto che in una zona della città

stanno costruendo uno stadio; lì c'è la capannetta di Caio che vende hot dog,

ma passa una persona ogni 10 giorni. Tizio dice a Caio di volergli comprare la

capannetta e che vale poco (cioè la somma delle assi del magazzino ecc).

Caio è informato e acconsente a venderla, ma ad un prezzo più alto della

semplice somma dei beni perché sa che stanno costruendo lo stadio. Quindi

la somma delle assi, del magazzino ecc della capannetta vale un tot, ma il

prezzo è stabilito su un altro criterio.

Il differenziale si chiama avviamento: misurazione della prospettiva di guadagno

(che a volte è la prospettiva della clientela), ma non sempre.

● Concetto specifico ed esclusivo delle voci negative (dei costi), è l’INERENZA ed e la

qualità che deve avere il costo per essere rilevante nel determinare il reddito

d’impresa.

Abbiamo detto spesso che il reddito è la grandezza netta di ciò che guadagno, non

corrisponde semplicemente al ricavo, che è il lordo.

○ Esempio: Se produco scarpe il reddito è la differenza tra quello che guadagno

dalla vendita delle scarpe meno tutto ciò che ho speso per produrle; Quel per

produrle” è il concetto di inerenza. Ciò che posso dedurre non sono le spese

e i consumi che ho fatto con ciò che ho guadagnato: se vado in vacanza o ad

un concerto, i costi non ha senso dedurli dai ricavi, perché il reddito è ciò che

ho guadagnato, ma è indifferente, per il concetto di reddito, come vengono

spesi i soldi guadagnati.

Ciò che posso dedurre non sono dunque i consumi che faccio con ciò che ho

guadagnato, i quali non sono costi deducibili, perché non stanno a monte. (Il

cuoio per produrre la scarpa invece sta a monte di quello che ho guadagnato).

L’inerenza è la necessità che ci sia una connessione tra l'attività e il costo che

si vuole dedurre, e che presuppone che ci sia un guadagno, ma diventa complicato

in pratica perché

ci sono tentativi che si fanno di frequente per ridurre il proprio carico impositivo:

- Il tentativo di dedurre il più possibile;

- Il tentativo di trascinare tra la cose deducibili cose che in realtà sono dei meri

consumi, realizzando una forma di evasione che è la deduzione di costi non

inerenti.

Cosa è inerente

● Sicuramente ciò che è stato necessario per produrre il ricavo; (senza cuoio non

si sarebbero realizzate le scarpe)

● Ciò che è stato utile (senza una bella vernice le scarpe si sarebbero realizzate, ma

non si sarebbero vendute).

La tendenza è quella di dire che è inerente solo ciò che si vede che è stato necessario, ma

ciò confonde da un punto di vista logico:

- Esempio di una cosa inutile : Io ho un locale e penso di attirare molti clienti invitando

Buffon, ma la gente dice che è un cretino e nessuno viene nel mio locale.

- Esempio di una cosa i

nutile 2: Sono genoano e invito un calciatore genoano in un

locale a sampierdarena dove sono tutti sampdoriani e non viene nessuno.

In entrambe le ipotesi si è realizzato un costo inutile.

- Esempio: Fare spese inutili, degli errori e dei costi che si rivelano inutili e non

produttivi. Questo è un errore perché il presupposto della tassazione è la ricchezza

effettivamente prodotta, ma se capita ciò e si realizzano imprendimenti sbagliati, si

guadagnerà di meno, quindi meno ricchezza, e quindi quei costi dovrebbero

comunque essere deducibili.

Ci sono poi costi utili, ma eccessivi:

- Esempio : Tizio paga il doppio per comprare del legno perché quel venditore gli è

simpatico. Quel costo è inerente perché fatto per comprare il legno, ma ci si potrebbe

chiedere se il concetto di inerenza è anche quantitativo, e se quindi in tal caso è

deducibile solo il costo normale del legno, e non quello eccessivo.

No, perchè l’inerenza quantitativa e un'assurdità: Nell’ipotesi del legno il costo è inerente, il

legno è stato pagato troppo, ma perché è stata una cosa stupida.

Cosa diversa è fingere di aver pagato il costo eccessivo, e in tal caso la ragione per cui quel

costo non va dedotto non è che non è inerente, ma che è fittizio.

C’è una possibilità che un costo eccessivo sia spia di non inerenza ma è un caso strano:

Tornando all’esempio del legno, si decide di pagare di più per motivi personali, perché c’è

un interesse verso quella persona o le si vuole fare un regalo: il movente non è più quello di

prima (comprare il legno per la propria attività), ma per un motivo personale, NON inerente.

La conclusione è che l’inerenza NON è estranea all'attività imprenditoriale; dal fatto

che sia inutile c'è indizio che non lo si è fatto per interessi dell’impresa.

CRITERIO DI IMPUTAZIONE DEL REDDITO DI IMPRESA NEL TEMPO

Si applica il principio di competenza , che stabilisce quando un certo reddito è realizzato.

Ci sono 2 regole:

● Il momento di compiutezza dei componenti del reddito d’impresa correlati con la

cessione di beni mobili (Quando si realizzano i ricavi della vendita degli oggetti):

Nel momento della consegna o della spedizione: non nel momento dell’incasso e

ciò vale:

- Per i componenti attivi, cioè per i ricavi;

- Per i costi, che sono deducibili quando la cosa e stata consegnata.

● Il momento di compiutezza dei componenti del reddito d’impresa correlati con la

cessione di beni immobili: Nel momento della stipula del contratto, quindi

indipendentemente dal possesso e dall’avvenuto pagamento: si realizza il

disallineamento rispetto al principio di cassa.

POSSIBILE DOMANDA!!! Se ti consegno una cassa di prodotti nell’anno 1, me la paghi

nell’anno 2 e nell’anno 3 ti diminuisco il prezzo, il ricavo di che anno è? Dell’anno 1

Il principio di competenza crea qualche problema:

➢ Molto spesso il fatto di sbagliare l'imputazione dei componenti del reddito di

competenza, non comporta la volontà di evadere. Queste regole possono creare

spesso problemi perché:

○ Esempio: Prevedo di fare un certo ricavo quest anno, in realtà lo conseguirò

l’anno prossimo, ma il criterio di competenza si applica già in quest’anno: si

assiste ad errori sulla credenza di quando sia il periodo di competenza. In tal

caso è vero che nell’anno corrente ho evaso qualche cosa perché quel ricavo

non c’è ancora, quindi se vengono fatti controlli nell’anno di competenza si

potrebbe dire che c'è evasione fiscale. Qui si vede se i controlli sono

formalistici o sotanziali. Quando succedono queste cose si fanno delle

compensazioni.

➢ Supponendo di consegnare il prodotto che vendo, si realizza il ricavo (appunto dalla

consegna), ma è possibile che non venga incassato perché il cliente non lo paga

mai: problema del disallineamento tra competenza e cassa (realtà). Questo comporta

inoltre la situazione per cui è come se quell’anno si fosse dichiarata una ricchezza

che si rivela essere inesistente; (in tale anno si è pagata più imposta per una

ricchezza che non si è effettivamente realizzata).

Il correttivo si fa nell’anno successivo

Sopravvenienze: Voci che servono, in questa parte, a correggere gli effetti del

disallineamento tra il principio di competenza e il principio di cassa.

Lunedì 16 aprile

PRINCIPIO DI COMPETENZA

Può implicare uno scollamento tra il momento della tassazione e il momento dell’effettiva

percezione del provento, il che determina un problema tutte le volte in cui si sia avuta la

rilevanza imponibile che non corrisponde a realtà. Si può dire che il principio di competenza

corrisponda ad una previsione: concorre alla formazione della base imponibile il ricavo di un

bene mobile venduto nel momento in cui è consegnato; non e detto che sia gia stato

incassato quel provento, ma e comunque già imponibile nel momento in cui viene

consegnato.

Se le cose non vanno come il principio di competenza prescrive: Non si va a riaprire il

periodo e correggere come si potrebbe pensare, ma si preferisce fare una cosa più

semplice: nel momento in cui si verifica l’insussistenza, e quindi si scopre che quel provento

non può essere realizzato, o per converso, che quel costo non deve essere pagato quel

momento in cui si realizza l’effetto diverso da quello previsto dal principio di competenza si

realizza un altro tipo di voce imponibile, cioè la sopravvenienza, che in senso stretto e un

provento che serve a correggere il malfunzionamento del principio di competenza. La

sopravvenienza può essere

- Attiva: se si scopre che in realtà non devo pagare un costo che avevo già dedotto;

serve ad evitare di avere uno “sconto fiscale” che ex post che non e uno sconto, ma

un segno meno che si rivela successivamente non dovuto.

- Passiva: il caso opposto, cioè ho dovuto registrare un ricavo che, dal punto di vista

fiscale, ho conseguito, ma materialmente no. Nell’esercizio in cui si scopre che non

lo conseguo, registro una sopravvenienza passiva.

ISTITUTI DEL REDDITO DI IMPRESA

Ricavi e Plusvalenze

Nell’ambito dei proventi, cioè degli elementi attivi che concorrono a determinare il reddito di

impresa, abbiamo i ricavi e le plusvalenze.

● Ricavi: Rappresentano la voce positiva più tipica dell’impresa, e sono i corrispettivi

dei beni o servizi che l’impresa produce e mette in vendita. Calcolare i ricavi significa

vedere quanto l’imprenditore incassa quando lo pagano per ciò che fa come tale.

○ Se l’imprenditore vende beni, i ricavi sono il prezzo delle merci;

○ Se un soggetto fa servizi, (nell’art 2195 ci sono molte categorie di attività

commerciali che in realtà sono servizi) i ricavi sono il corrispettivo per quei

servizi

I ricavi si distinguono dalle plusvalenze perché i ricavi sono voce attiva

corrispondente al prezzo di ciò che offro al mercato.

● Plusvalenze: sono dei differenziali, il margine di guadagno che si ha sulla rivendita

di un bene; si realizza quando si compra qualcosa a un prezzo e la si rivende a un

prezzo maggiore.

Il problema e quello di stabilire quali beni hanno il regime dei ricavi e quali quello delle

plusvalenze.

● Danno vita ai ricavi i beni alla cui produzione o scambio è destinata l'attività

dell’impresa. Danno vita ai ricavi i servizi (che non possono dare plusvalenza).

Il problema riguarda i beni perché la distinzione e in concreto: dipende da ciò che fa

l’impresa.

- Esempio del capannone industriale: tipico bene che può dar vita a

plusvalenza. L’imprenditore ha questo capannone, poi decide di costruirne un

altro in un’altra area e decide di rivendere il primo: c'è un differenziale positivo

tra il prezzo di rivendita e il costo di acquisto che da luogo alla plusvalenza.

Questo perche l’oggetto della sua attivita cosi come l’abbiamo teorizzata non

e costruire capannoni. Quindi la domanda: la rivendita da parte di un

imprenditore di un bene (il capannone) da sempre luogo a plusvalenza? La

risposta e DIPENDE da cosa fa l’imprenditore; se l’imprenditore costruisce

capannoni la risposta e NO perché per lui il capannone sara un bene che da

vita a ricavi.

- Esempio: La ruspa e un bene mobile; il fatto che dia vita a ricavi o

plusvalenze anche qui dipenderà qual è l'oggetto dell'attività: Se quel

soggetto fa il concessionario di ruspe quando le vende farà dei ricavi, mentre

se e un bene strumentale usato per altra attività (es imprenditore nell’edilizia)

si otterrà una plusvalenza perche non e un bene alla cui produzione o

scambio è destinata l'attività di impresa.

Ricavi e Plusvalenze sono diverse nel modo in cui si calcolano:

● I ricavi sono il prezzo;

● Le plusvalenze sono già una differenza: dipendono dai beni, ma non per loro

caratteristiche oggettive, bensì per il loro rapporto con l'attività di impresa.

Anche dal punto di vista della contabilità e della rappresentazione delle scritture

dell'imprenditore le due categorie sono diverse:

- I beni che danno vita a plusvalenze (beni strumentali) sono registrati in contabilità

unitariamente: nella contabilità e rappresentato il singolo bene;

- I beni che danno luogo a ricavi non sono invece registrati uno per uno, ma sono

contabilizzati per masse: es. l’imprenditore che produce autoveicoli non avrà in

contabilità l’annotazione di ogni singola macchina che ha prodotto, ma la quantità è il

costo complessivo di ciascuno.

Nei ricavi si procede per masse: si ha il totale ricavi, cioè di quanto si ha guadagnato dalla

vendita e il totale dei costi di produzione, mentre dal lato dei beni strumentali c’e

l’annotazione uno per uno. I semilavorati, le merci e le materie prime rientrano nel regime

dei ricavi insieme al prodotto finito; se quindi l’imprenditore decide di rivendere i semilavorati

o le materie prime perché decide di uscire dal mercato, farà dei ricavi.

Le plusvalenze, possono maturare anche in un periodo abbastanza lungo (si può trattare di

beni tenuti in proprietà per lungo tempo prima di rivenderli).

Se sono presenti certe circostanze (bene posseduto per più di 3 anni), il soggetto ha la

possibilità di scegliere se tassare la plusvalenza tutta in una volta (far concorrere il

guadagno tutto in un esercizio) o spalmarla su più esercizi, dividendole in quote costanti su

5 esercizi (vantaggio se si ha un’imposta progressiva).

Interessi e Dividendi del reddito di impresa

Richiamo al fatto che esiste il principio di detrazione del reddito di impresa: le voci di

reddito che oggettivamente sarebbero reddito di altre categorie, se percepite da un

imprenditore cambiano natura e diventano reddito di impresa.

Abbiamo parlato di interessi (investimenti di capitale) dicendo che e reddito di capitale, il

quale ha la caratteristica di essere tassabile al lordo, cioe non e prevista la deduzione di

costi. Se questa operazione la fa un imprenditore diventa una voce del reddito di impresa e

quindi:

- Esempio: imprenditore vede una possibilità di business e decide di prestare del

denaro a una persona che ha un’iniziativa molto profittevole, e non avendo denaro a

disposizione se lo fa prestare dalla banca. Se questa operazione la fa:

- Un soggetto non imprenditore: gli interessi che paga alla banca non sono

deducibili dal reddito di capitale che ottiene dal suo investimento.

- Un imprenditore: gli interessi che paga alla banca sono deducibili, perchè

spese inerenti alla produzione di reddito di capitale.

Le partecipazioni

Concettualmente e più impegnativa una particolare categoria di plusvalenze (che sono i

guadagni fatti su beni diversi da quelli alla cui produzione o scambio è destinata l'attività di

impresa), cioè le partecipazioni (azioni o quote).

Una società può ad esempio decidere di acquistare delle azioni. Può decidere di acquistarle

e tenerle:

- Perché sono strategiche;

- Perché hanno una finalità non industriale: es posso fare acquisti azionari e quindi

acquisire dei pacchetti di partecipazioni per finalità di investimento diverse, finalità ad

esempio finanziaria. Può essere che la società di cui l’impresa acquista le azioni sia

molto profittevole e quindi l’obiettivo sia quello di farsi distribuire gli utili, che sono

dividendi che vengono tassati come normalmente vengono tassati i dividendi.

Può succedere che, una volta acquistate le partecipazioni, l’imprenditore decida di

cederle ; qui il problema riguarda il come assoggettare ad imposizione le plusvalenze sulle

partecipazioni. Si potrebbe pensare che le azioni, non essendo altro che beni, possono

essere rivendute, per cui se il loro prezzo di rivendita e superiore al costo di acquisto si ha

plusvalenza. Ciò e corretto, ma c'è una particolarità data dalle caratteristiche del bene

“ partecipazione ”: l’azione e un bene che da diritto ad una partecipazione alla società di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulia.fabrizio.1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto finanziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Marcheselli Alberto.

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