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Riassunto esame Diritto ecclesiastico, prof. Petroncelli, libro consigliato I beni culturali religiosi quali prospettive di tutela, Hubler Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente I beni culturali religiosi quali prospettive di tutela di Flavia Petroncelli Hubler. In cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le scelte dello Stato Unitario, le riforme del legislatore... Vedi di più

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. F. Petroncelli Hubler

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ESTRATTO DOCUMENTO

all’inizio del XX e finalizzate ad una tutela generale e

diretta, come le precedenti, tendono ad assicurare la

salvaguardia dei beni d’arte.

La prima legge in tal senso è la legge 185/1902,

intitolata la conservazione dei monumenti e degli

oggetti di antichità e di arte.. In essa i beni da

proteggere vengono genericamente individuati nei

monumenti, immobili ed oggetti mobili che abbiano

pregio d’antichità o d’arte esclusi gli edifici e gli oggetti

d’arte di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad

oltre 50 anni. Si ritiene quindi meritevole di tutela ogni

testimonianza irripetibile dell’ ingegno artistico.

La stessa legge stabilisce l’obbligo di un’iscrizione

preventiva “dei monumenti e degli oggetti di antichità e

d’arte” in cataloghi la cui redazione è affidata al Ministro

della pubblica istruzione, il quale deve seguire in tale

operazione la fondamentale distinzione tra beni

immobili e mobili. I due cataloghi sono, a loro volta,

suddivisi all’interno in altre due parti: “l’una

comprenderà i monumenti e gli oggetti d’arte e

d’antichità spettanti agli enti di diritto pubblico e l’altra i

monumenti e gli oggetti d’arte e d’antichità di proprietà

privata che siano iscritti per denuncia privata o

d’ufficio”. A garanzia della proprietà privata, nel

catalogo dei beni mobili saranno iscritti solo “gli oggetti

d’arte e d’antichità di sommo pregio, la cui esportazione

dal Regno costituisca un danno grave per il patrimonio

artistico e per la storia”.

Allo stesso fine si dispone che i beni immobili e mobili di

proprietà dello Stato, delle province, dei comuni, degli

istituti ecclesiastici e degli altri corpi morale legalmente

riconosciuti sono posti sotto la vigilanza del Ministro

della pubblica istruzione, e gli enti devono essere

autorizzati per effettuare vendite, interventi di

recupero, rimozioni, laddove invece i privati hanno solo

un dovere di denuncia alle soprintendenze. Altri beni

degli enti, tra cui “quelli che adornano chiese e luoghi

dipendenti o altri edifici pubblici” sono inalienabili a

meno che intervenga una specifica autorizzazione che

consenta il trasferimento ad altri enti o allo Stato.

Nonostante i grandi meriti, nella legge del 1902

esistono due limiti: un’inadeguata disciplina delle

esportazioni e una concezione troppo “elitaria” di beni

d’arte o di cultura.

È proprio per questo che nel 1906 viene nominata una

commissione ministeriale col compito di elaborare un

nuovo progetto di disciplina, cioè il testo della

successiva legge 364/1909.

La legge del 1909 si rivela più efficace, sia perché

supera radicalmente l’ottica della preventiva

catalogazione e delle scelte elitarie, sia perché è

maggiormente attenta ai rischi insiti nelle esportazioni.

In essa, non si parla più dei beni che abbiano pregio

d’arte o d’antichità bensì di beni di interesse storico,

archeologico o artistico, mentre restano invariati i limiti

riguardanti i beni di artisti viventi o risalenti a meno di

50 anni fa.

Inoltre la legge prevede: il passaggio delle cose d’arte

da un ente all’altro, previa autorizzazione del Ministro

della pubblica istruzione, “quando non derivi danno alla

loro conservazione e non ne sia menomato il pubblico

godimento”; la possibilità di custodia in pubblici Istituti

per provvedere all’integrità e alla sicurezza dei beni;

l’utilizzazione della notifica, quale strumento

dichiarativo dell’interesse del bene e costitutivo di una

serie di obblighi per i privati proprietari o possessori;

l’estensione della tutela dettata per le cose appartenenti

allo Stato, alle province e ai comuni, anche alle cose

appartenenti a “fabbricerie, confraternite, enti morali

ecclesiastici di qualsiasi natura e ad ogni ente morale

riconosciuto”, nonché la richiesta “ai parroci, ai rettori di

chiese e in generale a tutti gli amministratori di enti

morali” di presentare al Ministro della pubblica

istruzione l’elenco delle cose che rientrano nella loro

competenza.

Nel successivo regolamento n. 363 del 1913 sarà poi

specificato che “nelle chiese, loro dipendenze ed altri

edifici sacri, le cose d’arte e d’antichità dovranno essere

visibili a tutti in ore a ciò determinate”. I ministeri

dell’istruzione, di grazia e giustizia e degli interni

dovranno adottare, in accordo, speciali norme di

cautela, laddove cose di eccezionale valore o il carattere

particolare di “stabilimenti ecclesiastici” rendono

necessarie “limitazioni al generale diritto di visita del

pubblico”.

6.) Tutela degli archivi

La tutela degli archivi segue una disciplina autonoma,

dal momento che questi beni assolvono funzioni di

testimonianza storico-culturale e di ordinaria

documentazione amministrativa.

Il legislatore liberale, con il r.d. 1875/2552 istitutivo

dell’ Archivio centrale del Regno, dispone che gli archivi

delle province, comuni, dei corpi morali tutelati dal

governo, le curie diocesane, devono essere custoditi

ordinariamente dall’ente stesso e sono soggetti al

controllo dei sovrintendenti. Insieme a questo

provvedimento (con cui si garantisce che lo Stato non

interferisca preventivamente nella gestione degli archivi

degli enti ecclesiastici) resta fermo il divieto di

procedere a visite,perquisizioni o sequestri di documenti

negli uffici e Congregazioni pontificie.

La disciplina finora descritta si fa più dettagliata con il

Regolamento per gli Archivi di Stato (r.d. 1911/1163,

ancora oggi in vigore) dove all’ art. 73 si precisa che “le

province, i comuni, gli enti morali, tanto civili quanto

ecclesiastici, e gli istituti da essi dipendenti, debbono

conservare in buon ordine gli atti dei loro archivi e

depositare copia dell’ inventario degli atti stessi nell’

Archivio dello Stato romano. In caso di inadempimento,

verrà stabilito dal Ministro dell’ interno un termine

perentorio, trascorso il quale saranno posti in ordine e

inventariati, a cura del Governo e a spese dell’ ente

possessore, gli atti che fossero da ordinare e

inventariare. Saranno invece versati negli archivi di

Stato gli archivi delle corporazioni religiose soppresse,

eccetto quelli che con speciale disposizione vennero

lasciati nella primitiva loro sede”.

Alle disposizioni legislative finora citate seguono ben

presto ordinari interventi di tutela delle cose di

interesse storico e artistico che offrono occasioni di

contatto tra il governo e le autorità ecclesiastiche.

Peculiari esigenze di cooperazione tra autorità civili e

ecclesiastiche si concretano nella configurazione di

alcuni enti la cui disciplina, in taluni casi, risulta essere

molto complessa: emblematica è la situazione della R.

Cappella del Tesoro di San Gennaro in Napoli. La

Cappella, parte integrante del Duomo di Napoli, ha

statuto e regolamento interno del 1894 che fissano

competenze di governo dell’ ente in capo ad una

Deputazione, presieduta dal sindaco della città e

integrata da rappresentanti dei nobili e del popolo, e

funzioni del personale ecclesiastico, che non escludono

mansioni amministrative e compiti di sicuro rilievo dell’

ingente patrimonio artistico di cui l’ ente dispone.

CAPITOLO SECONDO (PARAGRAFI 1 – 5)

LE RIFORME DEL LEGISLATORE FASCISTA

1.) La cultura e l’arte nell’Italia fascista.

È nel ventennio fascista che acquistano nuove

dimensioni i rapporti tra lo Stato e le confessioni

religiose. L’orientamento della cultura, la tutela dei beni

d’arte ed il riconoscimento di determinati interessi

confessionali, costituiscono momenti forti della politica

fascista, anche perché è su tali temi che il Governo

cerca di fondare il consenso popolare.

In particolare, l’ arte acquista il ruolo di testimoniare il

“modo di vita” e di celebrare i fasti del sistema fascista,

imponendo, non a caso, canoni estetici dall’ esterno.

Riguardo alla cura del patrimonio storico e artistico,

essa acquista una centralità nuova, con mirati

programmi diretti a conservare le testimonianza di

tradizioni locali e nazionali.

In tutto l’ Italia deve primeggiare e testimoniare,

tramite il suo ineguagliabile patrimonio storico, la sua

modernità e la grandezza. Così alla Carta di Atene del

1931, che fissa le regole base per la protezione dei

monumenti, segue nel 1939 la Carta italiana del

restauro, che eleva il restauro dei monumenti al grado

di questione nazionale.

Volendo tirare le somme del sistema fascista, non si

può non affermare come, al di là della eccessiva

esaltazione della romanità e degli aspetti monumentali

e celebrativi del regime, la legislazione fascista abbia

contribuito non poco al radicamento di un sistema

culturale articolato e diffuso, il tutto nella prospettiva

dei rapporti tra Stato e Chiesa.

2.) L’impatto della “Conciliazione” con i programmi di

tutela del patrimonio artistico.

Il progetto di riconciliazione tra stato e Chiesa cattolica

muove i primi passi con il programma di riforma

culturale.

Gli orientamenti del Governo mirano, da principio, solo

ad una soluzione pattizia della “questione romana”, ma

la Santa Sede era parimenti preoccupata di conseguire

soddisfacenti condizioni di autonomia sovrana e

garanzie di libera attività della Chiesa in Italia. Pio XI si

propone quindi di giungere alla stipulazione dei

concordati con gli stati per assicurare piena personalità

giuridica alle attività della Chiesa e degli enti

ecclesiastici.

Si giunse pertanto alla stipula del Trattato, diretto a

risolvere la questione “internazionale”, e di un

Concordato, per regolare le condizioni della religione e

della Chiesa in Italia.

Sin dall’inizio è presente in questi testi il tema della

tutela dei beni d’arte.

Per il Trattato, il Cardinale Gasparri nei suoi appunti

individuava una disponibilità della Santa sede a

consentire visite e studi sui tesori artistici e bibliografici

dei palazzi vaticani. I testi elaborati nel 1928 e nel 1929

si limitarono a stabilire che i tesori d’arte esistenti nella

Città del Vaticano e nei palazzi Lateranensi dovessero

essere resi visitabili agli studiosi ed ai visitatori,

riservando alla santa sede la facoltà di regolarne

l’accesso. Nel contempo, l’Italia riconosce alla Santa

Sede la piena proprietà sul Vaticano con tutte le sue

pertinenze e dotazioni.

In relazione agli immobili posti in territorio italiano, dei

quali si riconosce la piena proprietà alla Santa Sede, lo

Stato assicura la facoltà di mutarne l’assetto, “senza

bisogno di autorizzazioni o consensi” da parte delle

competenti autorità italiane.

Quanto al Concordato, invece, in esso, in materia d’arte

e cultura, più volte si scontrano le posizioni di Stato e

Chiesa. La Chiesa mira ad arrogarsi il diritto di tutela

esclusiva sui beni d’arte di rilevanza religiosa. Il

Governo, invece, se pur disposto a confessionalizzare lo

Statonon era disposto a concedere deroghe alla Chiesa

sulle leggi di tutela del patrimonio ecclesiastico ed

archeologico, fermo restando che era disposto a

concedere accordi per i provvedimenti da adottare in

ordine agli edifici sacri. Di fatto, però, ogni previsione

attinente ai beni culturali sparisce nei testi successivi su

richiesta di Mussolini, cui non si oppone la Santa Sede:

il Concordato rimane così privo di ogni riferimento alla

tutela culturale del patrimonio ecclesiastico. Infatti,

secondo il legislatore fascista, l’obiettivo di una tutela

privilegiata dell’arte sacra si sarebbe raggiunto con le

disposizioni poste a tutela della destinazione al culto e

con le garanzie di libera gestione ordinaria e

straordinaria dei beni appartenenti a qualsiasi istituto

ecclesiastico od associazione religiosa.

La reale attuazione del Concordato è posta in essere

con la legge 848/1929, che prevede la cessione ai

neocostituiti enti-chiesa delle chiese pubbliche aperte al

culto appartenenti agli enti ecclesiastici soppressi e poi

passati al Fondo per il culto, in uno con le sacre

suppellettili e ferma la loro soggezione alla tutela

statale del patrimonio storico e artistico. Il regolamento

di esecuzione precisa che “ove si trovino oggetti d’arte,

carte o libri di valore storico od artistico, se ne compila

uno speciale elenco da trasmettersi in copia al Ministero

dell’educazione nazionale”; e a questo si aggiunge che

le fabbricerie delle chiese cattedrali e di quelle che siano

dichiarate “monumento nazionale” sono di nomina

ministeriale e devono avere quattro dei componenti

scelti dal Prefetto, sentito l’ordinario diocesano, laddove

“per le altre fabbricerie tutti i componenti non di diritto

sono nominati su proposta dell’ordinario diocesano”.

Il fascismo quindi per quanto attento a recepire le

istanze cattoliche non era disposto a stabilire

compartecipazioni nell’esercizio nella tutela dei beni che

considerò di rilievo per esaltare la propria grandezza.

Quanto invece ai beni appartenenti ai culti ammessi, la

legge 1159/1929, non va certo oltre le previsioni della

legge del 1909 e del regolamento del 1913,

ammettendosi che, benché la religione cattolica

apostolica romana sia la religione di Stato, la tutela di

beni espressione di altri culti ammessi dovesse spettare

alla Stato in quanto espressione dell’evoluzione storica

ed artistica del nostro Paese.

3.) Il riconoscimento delle esigenze religiose nella

nuova legislazione di tutela delle cose d’interesse

artistico e storico.

A partire dal 1939, tre diverse leggi organiche allargano

l’orizzonte di tutela dei beni da parte del Governo

andando al di là dei limiti della mera “conservazione”.

Vennero emanate tre leggi:

1. L.1089 sulla tutela delle cose artistiche e storiche

2. L.1497 sulla salvaguardia delle bellezze naturali

3. L.2006 sugli archivi del regno

La legge 1089/1939 tutela le cose di interesse storico e

artistico, per cui vengono automaticamente tutelate le

cose di valore artistico e storico che appartengono a

qualsiasi ente o istituto legalmente riconosciuto,

pubblico o privato. Per queste “cose” si procede senza

la “notifica”, mediante la concreta individuazione, che

ha valore dichiarativo; i proprietari o possessori sono

tenuti alla compilazione di elenchi, ma l’esercizio delle

attività di tutela prescinde dall’adempimento di

quest’obbligo.

“Quando si tratti di cose appartenenti ad enti

ecclesiastici, il Ministro per l’educazione nazionale,

nell’esercizio dei suoi poteri, procederà per quanto

riguarda le esigenze del culto, d’accordo con l’autorità

ecclesiastica”(art. 8). In questo modo si istituzionalizza

una prassi e si formalizza la rilevanza di determinati

interessi religiosi nella tutela dei beni della cultura e se

ne affida la rappresentanza alle autorità ecclesiastiche

competenti.

Tuttavia si comprimono, così, le garanzie di libero

esercizio di determinate attività ministeriali riconosciute

alla Chiesa cattolica, laddove l’ art. 29 del testo patrizio

impegnava a rivedere la legislazione ecclesiastica la fine

di armonizzarla con lo spirito e le direttive dei Patti

lateranensi.

Le autorità ecclesiastiche, a loro volta, cercano di

arginare tali situazioni con gli strumenti a loro

disposizione: le riforme canoniche, una zelante

utilizzazione delle garanzie concordatarie, e, per quanto

possibile, la situazione di favore accordata alla religione

cattolica .

4.) (Segue): e nella tutela degli archivi.

La legge 2006 del 1939 un riassetto degli archivi del

regno, al fine di mettere ordine e di consentire

un’adeguata conservazione degli atti e delle scritture

storico – scientifiche.

La tutela degli archivi è prevista nella legge organica

2006/1939, in cui si stabilisce che lo Stato provvede a

“conservare” gli atti e le scritture di propria pertinenza,

e a “esercitare la vigilanza sugli archivi degli enti

parastatali, degli enti ausiliari dello Stato e delle

istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza; sugli

archivi degli istituti di credito di diritto pubblico e delle

associazioni sindacali; sugli archivi privati”. La

conservazione si effettua nell’Archivio del Regno, con

sede a Roma, e negli archivi statali, con sede in ogni

capoluogo di provincia. Per la vigilanza vengono istituite

le soprintendenze archivistiche.

A questo apparato di tutela non dovrebbero sfuggire gli

enti ecclesiastici, perché l’ elencazione delle strutture

soggette alla vigilanza statale non è tassativa, e lo

conferma il titolo VI che si rivolge alle persone

giuridiche pubbliche in genere. Tuttavia, la mancanza di

un’esplicita menzione fa dubitare della sottoposizione

degli archivi ecclesiastici ai controlli statuali.

5.) La disciplina dei beni nel codice civile del 1942: luci

e ombre della riconosciuta co-insistenza di più interessi

su un’unica res.

È il codice civile del 1942 a contenere numerose norme

presenti sulla tutela dei beni d’arte.

Secondo l’art. 810 c.c. sono “beni” le cose che possono

formare oggetto di “diritti”. In tal modo si consente di

precisare che, con riferimento ad un’ unica cosa,

possono darsi diversi diritti, diversi interessi, e diverse

utilità. In questa prospettiva, il Titolo I capo II del libro

delle proprietà assicura importanti elementi giuridici

riguardo ai beni

artistici, storici, e quelli destinati al culto appartenenti

allo stato, agli enti pubblici ed agli enti ecclesiastici.

Secondo l’art. 822 c.c.: “Gli immobili di interesse

storico, archeologico e artistico; le raccolte dei musei,

delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche”, se

appartengono allo Stato, fanno parte del demanio

pubblico. Tali cose e quelle della stessa specie che

appartengono a province e comuni, secondo l’art. 824

c.c., appartengono parimenti al demanio. Secondo l’art.

823 c.c. i beni che fanno parte del demanio pubblico

“sono inalienabili e non possono formare oggetto di

diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti

stabiliti dalle leggi”. Ancora, secondo l’art. 826 c.c.: “Le

cose di interesse storico, archeologico, paleontologico e

artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel

sottosuolo” fanno parte del patrimonio indisponibile

dello Stato e, secondo l’art. 828 c.c., non possono

essere sottratte alla loro destinazione se non nei modi

stabiliti dalle leggi che li riguardano. Infine l’art. 831

c.c., al comma 1 stabilisce che i beni degli enti

ecclesiastici sono soggetti alle norme del codice civile

“in quanto non è diversamente disposto dalle leggi che

li riguardano”. Al comma 2, invece, lo stesso articolo

stabilisce che: “Gli edifici destinati all’esercizio del culto

cattolico, anche se appartengono a privati, non possono

essere sottratti alla loro destinazione neppure per

effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa

non sia cessata in conformità delle leggi che li

riguardano”.

Da queste disposizioni si ricava che la tendenza della

legislazione codicistica era non solo quella di sottrarre

un ingiustificato numero di beni al commercio, ma

anche di rafforzare il regime vincolista sui beni di

appartenenza pubblica tramite la demanializzazione;

per quelli di proprietà privata si opera un espresso

rinvio alle leggi speciali. Nulla si aggiunge riguardo ai

beni degli enti ecclesiastici che sottostanno al diritto

comune, per quanto non sia diversamente disposto

dalle leggi speciali; mentre il concordato e le leggi per

la sua attuazione assicurano ampi spazi di rilevanza al

diritto canonico, sia per quanto concerne la gestione

patrimoniale, sia con riferimento alla capacità della

Chiesa di attribuire a determinati beni la qualità di cosa

sacra destinata al culto.

Riguardo agli edifici di culto, fermo l’uso ecclesiale,

s’impongono specifici indirizzi di restauro, manutenzione

e conservazione di sacre suppellettili considerate a

rischio. Se la chiesa monumentale è di appartenenza

privata ,ferma la garanzia di destinazione al culto, si

tiene conto dei termini della tutela dei beni artistici di

privati e delle aspettative del proprietario ad una

qualche utilizzazione, anche a scopi economici. Se

l’edificio di culto appartiene allo stato o ad altri enti

territoriali le determinazioni in ordine alla conservazione

acquistano rilievo dominante e a queste si tende a

adattare le aspettative del culto.

CAPITOLO TERZO (PARAGRAFI 1 – 7)

L’EVOLUZIONE DELLA PROBLEMATICA DEI BENI

CULTURALI

1.) La tutela del patrimonio storico e artistico come

questione costituzionale.

La Costituzione repubblicana apre nuovi orizzonti alla

tutela del patrimonio storico e artistico, sancendo,

infatti, all’art. 9 che: “La Repubblica promuove lo

sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico

della Nazione”.

Apprezzato il lavoro di cura di tali beni nel periodo

fascista, si ritenne opportuno procedere ad alcuni

cambiamenti, operando scelte ben precise.

La tutela del patrimonio storico e artistico trova posto

nell’ambito dei principi fondamentali, con la chiara

specificazione che si tratta di patrimonio della “Nazione”

e che la tutela è affidata alla “Repubblica”.

Oltretutto è preciso impegno da parte dello stato quello

di promuovere o sviluppo dell’arte e delle ricerca

scientifica (art.33).

2.) Vicende e dimensioni della problematica dei “beni

culturali”.

L’ impegno della tutela del patrimonio artistico e storico

procede, per oltre un decennio di vita della Repubblica,

come attività di ordinaria routine. E’ solo a partire dagli

anni ’60 che si guarda al dettato costituzionale con

maggiore attenzione per ciò che concerne la

problematica dei beni culturali. Tuttavia, per affrontare

adeguatamente il problema, occorre in primo luogo dar

conto della nozione di bene culturale.

3.) La nozione giuridica di bene culturale e le

concettualizzazioni sottese.

Seppure la Convenzione dell’Aja già nel 1954 aveva

introdotto per i beni di interesse artistico e storico la

dicitura di “beni culturali”, tale dicitura, seppur diffusa

nel panorama internazionale, tarda ad essere attuata in

Italia, dove solo nel 1957 si utilizza questo termine

quando, con il d.l. 657 viene creato il Ministero per i

beni culturali ed ambientali. Tuttavia è bene ancora dire

che laddove la Convenzione internazionale dell’Aja del

1954ha individuato i beni da sottoporre a tutela, in

Italia si mira ad una definizione giuridica capace di

contenere ogni testimonianza di cultura.

Seguendo tale orientamento la commissione

Franceschini parla di bene che costituisca testimonianza

materiale avente valore di civiltà, offrendo così per la

prima volta una sintesi ampia e veramente informativa

di tutti i beni culturali.

La commissione Papaldo invece definisce i beni culturali

“le cose che presentano interesse storico, archeologico,

artistico, letterario ed ambientale”. Nessuna di queste

definizione però si considera soddisfacente.

Per tal motivo ebbe largo seguito l’affermazione del

Giannini, secondo cui, tenuto conto che la nozione di

bene culturale lascia aperti i problemi circa ciò che si

dovrebbe intendere per cultura o per civiltà, occorrono

degli specifici parametri di individuazione che assicurino

fondate e ampie possibilità di intervento pubblico. Per

questo l’autore consiglia di rivolgere maggiore

attenzione allo studio della natura giuridica del bene

culturale. E molti seguono il suggerimento, spostando

l’attenzione dal bene e dai poteri del proprietario alla

loro “fruizione pubblica e ai poteri

dell’Amministrazione”.

Così, dalla fine degli anni ’70, l’uso dell’espressione

“beni culturali” diviene corrente nel linguaggio giuridico

e rileggendo il dettato costituzionale, si propone di

escludere “quegli elementi di cultura incompatibili con il

tessuto connettivo dell’art. 9 Cost.: per esempio

l’economia o la religione e di circoscrivere il concetto di

bene culturale alle sole manifestazioni dell’arte e della

scienza: includendovi, però, non solo le espressioni più

raffinate, ma qualsiasi prodotto artistico o scientifico in

grado di concorrere alla formazione culturale dei

consociati”.

4.) Le riflessioni sulla natura giuridica del bene

culturale.

Quanto alle riflessioni sulla natura giuridica del bene

culturale, numerose sono le definizioni che si cercano di

dare al riguardo. L’ orientamento diffuso comunque tra i

giuristi è quello di creare dei profili del bene culturale

atti superare le controversie derivate dall’ applicazione

dei provvedimenti contenuti nella legge del ’39, quali l’

incidenza sul bene stessi dei diritti dei privati proprietari

e dei poteri della pubblica amministrazione,

considerazioni che spinsero la dottrina e la

giurisprudenza a propendere per una limitazione alla

proprietà privata. Così, si parla di beni di interesse

pubblico, caratterizzati da un vincolo di destinazione,

per i beni di appartenenza statale, mentre per i beni di

diversa appartenenza si parla di una destinazione

pubblica di carattere funzionale.

Nel dibattito conserva, comunque, autorevolezza la tesi

del Giannini di definire la natura giuridica del bene

culturale con riguardo all’interesse protetto, in modo da

accomunare la tutela dei beni pubblici e privati. Il bene

culturale viene inteso come “bene immateriale”, e

quindi pubblico, “non perché appartiene allo Stato, ma

in quanto bene di fruizione” e non come bene nel senso

dell’ appartenenza.

Sul bene, così, insistono diversi diritti: quello del

proprietario, il diritto dei fruitori e quello della pubblica

amministrazione all’integrità del bene.

Siffatte riflessioni, finalizzate esclusivamente alla

conservazione, vengono superate da nuovi

orientamenti.

Agli inizi degli anni ’90 si ribadisce che non c’è più un

rapporto tra P-A e bene (rapporto che quindi esclude il

proprietario), si critica inoltre la dottrina del Giannini,

ritenendo inadeguata la qualifica di bene immateriale se

questa si risolve in una frattura del rapporto tra

testimonianza ecose.

I nuovi orientamenti si dirigono verso nuove concezioni

che non considerano più quella dei beni culturali come

un’ oasi protetta dallo Stato, ma come un qualcosa che

deve coinvolgere la comunità e rispondere alle

aspettative di sviluppo della società. In questo senso si

tende a vedere il bene culturale come bene collettivo,

per il quale rilevano potestà statuali ed impegno da

parte di enti e privati, sia a livello progettuale che

gestionale.

5.) L’adeguamento dei mezzi di tutela e la

riorganizzazione delle competenze nell’attesa di una

nuova legge organica sui beni culturali.

Le incertezze del dibattito sulle riforme da introdurre e

le crescenti attese di una più efficace tutela dei beni

culturali hanno indotto ad adottare provvedimenti di

settore e moderate innovazioni nella ripartizione delle

competenze.

Quando la politica di tutela muoveva in termini

garantisti, nel convincimento che la più grave minaccia

per il patrimonio storico-artistico fosse “costituita dalle

azioni e dalle omissioni di coloro che hanno il diritto o

l’interesse ad alternarne le condizioni”, la legge

1552/1961, mirando al consenso dei proprietari e ad

esiti di pubblica fruizione dei beni, ha offerto la

possibilità di accedere a rimborsi delle spese sostenute

per la conservazione dei beni vincolati, mediante un

accordo tra privato-proprietario e ministro competente.

Dopo venti anni, la legge 512/1982 ha consentito

l’integrale deduzione dal reddito imponibile delle spese

sostenute per la conservazione dei medesimi beni, la

possibilità di cedere beni d’arte a soluzione di oneri

fiscali e diverse altre agevolazioni. Più di recente la

legge 352/1997 ha stabilito la possibilità di intervento

dello Stato, con la concessione di contributi, sui mutui

accordati da istituti di credito per restauri.

Tornando al problema dell’introduzione della dizione

“beni culturali”, va detto che essa fu usata per la prima

volta in Italia nel 1974, quando fu istituito il Ministero

per i beni culturali e ambientali.

Tale Ministero è stato dotato di estesi poteri e questo gli

ha consentito meglio di gestire le risorse destinate ai

beni culturali.

Risultati positivi sono stati conseguiti, in materia, anche

grazie al “decentramento regionale”, cui sono seguiti

pochi e contraddittori provvedimenti operativi per il

prevalere in seno al Parlamento di una volontà

“centralista”. Il quadro, anziché semplificarsi, si è

ancora di più complicato: alla competenza attribuita alle

regioni a statuto speciale, si è contrapposta, per tutte le

altre regioni, una quasi impossibilità di esercitare

compiti di tutela al di là della materia

costituzionalmente attribuita (musei e biblioteche di enti

locali).

Concludendo si può dire che se il ricorso al

decentramento regionale è risultato utile perché ha

consentito di colmare alcune carenze del sistema di

tutela italiano, d’ altro canto ha innescato delicati

conflitti di attribuzione tanto da indurre la Corte

Costituzionale a interventi chiarificatori.

6.) Lo sviluppo della “valorizzazione” come ulteriore

aspettativa di riforma dell’assetto legislativo.

La crescente attenzione verso i beni culturali ha spinto

via via a sviluppare una politica di valorizzazione degli

stessi.


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Riassunto per l'esame di Diritto ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente I beni culturali religiosi quali prospettive di tutela di Flavia Petroncelli Hubler. In cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le scelte dello Stato Unitario, le riforme del legislatore fascista, l'evoluzione della problematica dei beni cultirali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Petroncelli Hubler Flavia.

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Riassunto esame Diritto ecclesiastico, prof. Guarino, libro consigliato per la parte speciale Ministri di culto di Ciotola
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Parte storica, Diritto ecclesiastico
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