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Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Pacillo, libro consigliato Diritto Ecclesiastico, Vitale

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Ecclesiastico, Vitale. Analisi dei seguenti argomenti: la religione e la legalità costituzionale, la libertà religiosa (libertà positiva e negativa), la professione di fede... Vedi di più

Esame di Diritto Ecclesiastico docente Prof. V. Pacillo

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identificazione dei soggetti che richiedono di compiere uffici rilevanti anche per lo Stato, non lo

sono quando si risolvono in compressioni di libertà.

Da questo punto di vista, s’impone una nuova legislazione che incida sulla precedente in

questo senso:

1) soppressione dei limiti del buon costume e dell’ordine pubblico riferiti ai principi

professati, ed all’ordine pubblico riferito ai riti praticati;

2) soppressione dell’autorizzazione per le alienazioni di beni dei corpi morali, nonché delle

forme di vigilanza e di intervento nelle gestioni interne degli istituti riconosciuti come

persone giuridiche. Il carattere ecclesiastico e il fine di religione e di culto

L’art. 20 della Costituzione stabilisce: “

d’una associazione o istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né

di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività ”.

Anche questa norma contiene entrambe le modalità di attuazione del principio di giustizia: da

discriminazione di

una parte essa può essere letta nel senso che deve ritenersi illegittima “la

enti che abbiano fine di religione o di culto rispetto ad enti aventi finalità diverse ”, dall’altra

può essere letta nel senso che differenziazioni siano ragionevolmente ammissibili quando lo

esiga particolare natura e funzione degli enti con finalità di religione.

PARTE SECONDA

FENOMENO RELIGIOSE E LEGALITA’ LEGISLATIVA

Sezione Prima

LIBERTA’ RELIGIOSA INDIVIDUALE E COLLETTIVA

CAPITOLO I

DIRITTO A FORMARE LIBERAMENTE LA COSCIENZA E COSTRIZIONI

I problemi maggiori derivano dal fatto che, di fronte al diritto alla libera formazione della

di

propria coscienza, esistono altri diritti il cui contenuto consiste proprio nella possibilità “

rivolgersi alle coscienze e di indirizzarle”, per cui occorre trovare un giusto equilibrio,

vigilando affinché questi altri diritti non sfocino nell’abuso, che può configurare vere e proprie

forme di costrizione oppure di indottrinamento forzato.

Si può convenire che i rischi maggiori di violazione della libertà morale in nome della religione

l’età giovanile rappresenta l’anello debole della

si verifichino a danno dei minori, visto che “

catena esperienziale attraverso la quale si forma la coscienza individuale ”.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo

L’art. 2 Cost. enuncia ”;

fondandosi questa garanzia sul valore di persona essa vale non solo per gli adulti ma anche

per i minori. Ma i minori sono persone che devono essere guidate verso la progressiva

acquisizione di uno spirito critico, e quindi nel loro caso la libertà morale deve fare i conti da

“dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli

una parte con il ”,

dall’altro con i processi educativi dell’ambiente scolastico.

La libera formazione della coscienza del minore in famiglia può essere impedita da un

malinteso senso del dovere di educazione dei figli da parte dei genitori. Questi invero,

disponendo di un loro patrimonio ideologico, culturale, religioso, possono ritenere che rientri

nel loro dovere educativo il compito di trasmetterlo al figlio minore come il più adatto e il più

adeguato a lui, sostanzialmente imponendoglielo. gli

L’art. 14 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 che, dopo aver dichiarato che “

Stati rispettano il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione ”,

di guidare” “nell’esercizio

riconosce ai genitori il diritto e il dovere semplicemente “ il fanciullo

del summenzionato diritto in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità ”.

S’intende che risulta violata la libertà psicologica del minore non solo quando i genitori

impongono ai figli determinati valori etico-religiosi, ma anche quando affidano il loro compito

educativo ad una scuola che impedisce al minore di valutare criticamente la pluralità dei

modelli di vita proponibili.

Il problema è molto delicato, se si pensa che l’art. 9 n. 1 dell’Accordo 1984 stabilisce che la

“garantisce alla Chiesa cattolica il diritto di istituire liberamente scuole di

Repubblica italiana

ogni ordine e grado e istituti di educazione ”. Si potrebbe ipotizzare per lo studente la libertà di

scelta fra una scuola neutrale ed una ideologicamente orientata; a parte il fatto che questa

prospettazione nasconde la realtà di una prassi per cui è sempre stata riconosciuta ai genitori

una priorità nella scelta del tipo di istruzione per i figli. Né è possibile che un minore abbia la

maturità intellettuale sufficiente per difendere la sua libertà critica di fronte al messaggio

monolitico.

Al più, si può tollerare la scelta dello studente a farsi impartire uno specifico messaggio

religioso se la scuola ideologicamente orientata rimane estranea all’organizzazione scolastica

pubblica.

In linea di principio, problemi di tutela della libertà morale dei soggetti non dovrebbero

sorgere di fronte a strutture ed istituzioni statuali, in cui tutti dovrebbero sentirsi egualmente

laicità

a proprio agio e che perciò dovrebbero attenersi a quell’aspetto della che è il principio di

non identificazione con un particolare messaggio religioso.

nel rispetto della libertà di coscienza e

L’art. 9 n. 2 del nuovo Accordo 1984 stabilisce che “

della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno di scegliere se avvalersi o

non avvalersi di detto insegnamento”.

gli studenti delle scuole secondarie superiori esercitano

Detta legge infatti dichiara che “

personalmente all’atto dell’iscrizione, a richiesta dell’autorità scolastica, il diritto di scegliere

se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione “La domanda di iscrizione a

”.

tutte le classi della scuola secondaria superiore degli studenti minori di età, contenente le

indicazioni delle scelte di cui ai c. 1°, 2° e 3°, è sottoscritta per ogni anno scolastico da uno dei

genitori o da chi esercita la patria potestà, nell’adempimento della loro responsabilità

educativa, in base all’art. 147 del codice civile”.

Che accade se i genitori sono in contrasto fra di loro e deve decidere il giudice? Ritiene cioè il

giudice che, in mancanza di accordo fra i genitori, il minore debba seguire l’insegnamento della

comune sentire in materia della maggioranza della

religione cattolica, tenendo conto del “

popolazione italiana” “particolare riconoscimento dato dalla Repubblica italiana alla

e del

cultura religiosa ed al cattolicesimo”.

CAPITOLO II

LIBERTA’ DI COSCIENZA E INDOTTRINAMENTO FORZATO

Il proselitismo è stato sempre motivo di conflitti interconfessionali. Nei Paesi in cui il regime

politico si identifica con il sistema religioso stabilito, la religione tradizionale è per così dire

garantita contro questi rischi attraverso il divieto di proselitismo imposto agli altri gruppi

religiosi; nei Paesi in cui il regime politico non si identifica con il sistema religioso, le chiese

tradizionali in linea generale non godono di questa garanzia.

La loro pressione sull’opinione pubblica consiste nel connotare il proselitismo come un

atteggiamento di per sé negativo ed illecito.

La comunicazione del messaggio religioso può avvenire sia attraverso tecniche corrette, sia

attraverso tecniche scorrette, che per loro natura comprimono cioè quella libertà di

valutazione e si risolvono in forme di costrizione o di condizionamento eccessivo

all’accettazione del messaggio trasmesso.

indottrinamento ideologico,

Possono crearsi situazioni di intendendosi per tale l’acquisizione di

un sapere inculcato, senza personale assimilazione e partecipazione critica.

L’incidenza delle tecniche sulla libertà morale della persona fa emergere immediatamente la

nuovi movimenti

problematica cui danno vita quelli che abbiamo convenuto di chiamare

religiosi.

Come ogni agire comunicativo-persuasivo, il proselitismo presuppone sempre il valore

suggestivo del messaggio e la fiducia che esso suscita nel destinatario, inducendolo a lasciarsi

coinvolgere e a dedicare le sue energie alla sua realizzazione secondo le modalità del

comunicante. Ma si intuisce allora che l’attività di proselitismo può configurarsi come illecita

tanto per quel che riguarda i mezzi adoperati, quanto per quel che riguarda l’abuso dell’opera

di convincimento per fini ulteriori.

Sarebbe veramente azzardato legittimare interventi del potere pubblico in chiave apertamente

paternalistica, per sostituirsi cioè al diretto interessato nello stabilire ciò che per lui è giusto o

più opportuno. Ogni pretesa di tutela della libertà morale potrebbe costituire il pretesto per

perseguitare movimenti religiosi non conformisti e pericolosi, a causa del loro aggressivo

proselitismo, per i movimenti religiosi di impianto tradizionale.

la possibilità di scelta si traduce nella possibilità di

Partendo invero dalla considerazione che “

recepire da più parti più messaggi e quindi di selezionarli, proprio perché si tratta di messaggi

molteplici, reagendo ad essi secondo le nostre capacità ”, si potrebbe evidenziare l’illiceità del

condizionamento psicologico, e utilizzare per la tutela della libertà soggettiva l’art. 605 c.p.,

allorché il condizionamento precostituisce le condizioni per cui al condizionato viene preclusa

ogni possibile alternativa al messaggio che gli si vuole far accettare, ponendolo in un totale

isolamento di modo che egli non possa avere scambi con terzi i quali possano comunicargli

messaggi diversi o contrastanti.

Per quanto riguarda l’abuso dell’attività di proselitismo per fini illeciti, certo molto spesso

a volte gestite in forma

queste nuove forme di religiosità appaiono atipiche e pittoresche, “

imprenditoriale da ciarlatani con pochi scrupoli”.

È facile constatare che spesso l’attività svolta non è oggettivamente illecita: vogliamo dire che

essa configura effettivamente una fattispecie di reato subordinatamente all’accertamento

dell’elemento psicologico dell’agente coincidente con l’obiettivo del perseguimento di un fine

ingiusto, riprovevole.

Difficile poi stabilire se l’attività di proselitismo è svolta veramente in un ambito religioso o è

una montatura per scopi di profitto.

Abusi elettorali dei ministri di culto. Tale reato di configura quando il ministro di qualsiasi

“abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera … a vincolare i

culto,

suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati

candidati”. puro e semplice incitamento a

Si deve dire che la norma ha per scopo non già di impedire il “

votare in un certo modo “che l’elettore sia indotto a votare diversamente

”, bensì di impedire

dalle proprie convinzioni, originarie o maturate attraverso la propaganda elettorale, allo scopo

di conseguire un vantaggio o di evitare un danno, l’uno e l’altro prospettati dal pubblico

ufficiale o da altro soggetto equiparato”.

CAPITOLO III

LIBERTA’ DELLA SCELTA RELIGIOSA COMPIUTA appartenenza

Normalmente la scelta religiosa coincide con l’ingresso e la conseguente ad un

gruppo religioso; problemi invece ci sono per quanto riguarda il recesso del singolo dal gruppo

stesso.

Il diritto di recesso. È questo un caso in cui la libertà religiosa, in questo suo particolare

a) aspetto, va difesa non già contro i poteri pubblici, bensì contro il potere privato

rappresentato dallo stesso gruppo di appartenenza. È noto che le grandi religioni

vera

monoteiste considerano l’abbandono della religione come un gravissimo delitto. Ad

esempio, i Paesi che si conformano al diritto confessionale islamico prevedono nella loro

apostasia,

legislazione il reato di che comprende non solo l’abbandono della religione

“la derisione, con parole o atti, di un profeta, di un messaggero, di un

islamica, ma anche

angelo o del Corano”. L’ordinamento ha in talcoso il compito di tutelare il singolo contro

abuso di potere

quello che appare come un del gruppo religioso.

Il passaggio da un credo religioso ad un altro. Nella nostra cultura non può trovare

b) accoglimento una visione colpevolizzante del cambiamento di religione, neppure nella più

colpa sociale

ridotta dimensione di per farne scaturire delle responsabilità nella vita di

relazione.

Spesso, infatti, l’opera di convincimento svolta dai nuovi movimenti religiosi ha come risultato

che il soggetto destinatario dia al gruppo un’adesione che comporta un coinvolgimento totale,

che induce il soggetto stesso a troncare nettamente le occupazioni della vita quotidiana e le

status.

relazioni legate al suo

Si comprende che una svolta così radicale possa avere un effetto traumatico rispetto alle attese

della famiglia.

Sono ormai noti a tutti i casi di famiglie americane che si affidano a veri e propri professionisti

deprogrammatori

– i c.d. – i quali dietro congruo pagamento rapiscono sostanzialmente i figli –

non importa se minorenni o maggiorenni – che hanno aderito radicalmente al gruppo religioso

seguendolo nel suo stabilirsi in un certo luogo, e li restituiscono alla famiglia dopo aver

condotto nei loro confronti una sorta di contro-lavaggio del cervello.

L’assoluzione dei deprogrammatori sarebbe accettabile solo se fosse acquisita la dimostrazione

sicura circa la illiceità della tecnica adoperata dal gruppo religioso per convincere il giovane ad

abbandonare la famiglia per seguire il gruppo stesso.

In mancanza di una dimostrazione del genere, il comportamento dei parenti non solo è

particolarmente lesivo della libertà religiosa del figlio, ma configura pure tutta una serie di

reati, dal sequestro di persona alla violenza privata.

CAPITOLO IV

TUTELA DELLA SENSIBILITA’ RELIGIOSA

Il problema della tutela si pone, in linea più particolare, con riferimento al settore della

pubblicità commerciale, ed in linea generale con riferimento a qualunque tipo di

comunicazione, verbale o attraverso strumenti di comunicazione come la stampa, lo spettacolo,

le rappresentazioni artistiche e teatrali, e così via.

“La pubblicità televisiva … non deve offendere convinzioni religiose o politiche ”, l’art. 8 c. 1°

della legge 6 agosto 1990 n. 223 concernente la Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico

La pubblicità radiofonica e televisiva non deve offendere la dignità della

e privato stabilisce: “

persona, non deve evocare discriminazioni di razza, sesso e nazionalità, non deve offendere

convinzioni religiose e ideali”.

Il compito di prevenire e reprimere queste offese è affidato al Garante per le radiodiffusioni e

l’editoria. advertising

Le più importanti associazioni e società che operano in Italia nel settore dell’ hanno

Autodisciplina Pubblicitaria,

dato vita ad una istituzione privata, l’Istituto della la quale ha

l’osservanza di regole dirette a

elaborato un Codice. Questo codice all’art. 10 impone “

salvaguardare valori essenziali come quello della non discriminazione, del rispetto della

persona umana e del rispetto delle altrui convinzioni civili, morali e religiose ”.

A tal fine è istituito un Comitato di controllo che ha per l’appunto il compito di far applicare le

norme del Codice, e può ordinare la cessazione del messaggio pubblicitario il cui esame gli è

stato richiesto dal Comitato di Controllo.

titolo “Dei delitti contro il sentimento religioso

Il nostro codice penale ha un che reca ”; il capo I

Dei delitti contro la religione dello Stato e i culti ammessi

dell’indicato titolo in realtà recita: “ ”,

e le figure di reato sono le seguenti.

vilipendio

L’art. 402 prevede il alla religione dello Stato. Il vilipendio consiste in espressioni,

verbali o scritte, di disprezzo, di scherno, di ingiuria grossolana e volgare.

“chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche

L’art. 405 punisce

religiose del culto cattolico, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto

medesimo”. contro un culto

L’art. 406 punisce i fatti preveduti dagli artt. 403, 404 e 405 se commessi “

ammesso nello Stato, ma la pena è diminuita”.

“contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi

Infine, tra le ”, che tutelano il bene

giuridico costituito dai principi fondamentali del pubblico buon costume, ce n’è una che

bestemmia, “invettive o

comunque attiene al fattore religioso, in quanto punisce la ossia le

parole oltraggiose contro la Divinità”.

Il sistema si prospetta altamente problematico in tre diverse prospettive: la prima è quella che

attiene alle ripercussioni derivanti dall’abolizione del principio della religione cattolica come

religione dello Stato, la seconda che attiene alla individuazione del bene giuridico tutelato

dalle norme penali, la terza che attiene alla compatibilità del sistema con i principi dell’art. 3 e

dell’art. 8 c. 1° Cost., che esigono una eguaglianza di trattamento.

religione dello Stato,

Per quanto riguarda la prima prospettiva la nozione di palesemente

scomparsa dall’ordinamento

contrastante con il principio di laicità dello Stato, è comunque “

giuridico”, si

giacché l’art. 1 del Prto. Addizionale al Concordato del 1984 stabilisce che “

considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi,

della religione cattolica come religione dello Stato italiano ”. religione

La Cassazione prima, la Corte Costituzionale poi, hanno sostenuto che l’espressione

dello Stato “semplicemente il tramite linguistico per mezzo del

costituisce al giorno d’oggi

quale, ora come allora, viene indicata la religione cattolica ”. Di modo che la caduta del

riferimento alla religione dello Stato non incide sulla oggettività giuridica del reato: oggetto,

ben determinato, della tutela è la religione cattolica.

Per quel che riguarda la seconda prospettiva problematica, ossia la individuazione del bene

giuridico tutelato, va tenuto presente che si è avuto un deciso mutamento nel tempo:

nell’esperienza giuridica fascista, il codice penale si preoccupa soprattutto di tutelare la

religione in senso oggettivo, ossia come fatto istituzionalizzato.

Ecco allora che viene offerta una nuova visione del bene giuridico protetto: si tratterebbe del

sentimento religioso in quanto base della libertà religiosa.

Giacché le offese alla sensibilità religiosa non sono tanto quelle che possono concretizzarsi

nell’offesa percepita da una singola persona a causa di un vilipendio o di una bestemmia, bensì

quelle astrattamente percepibili da un pubblico indeterminato.

È evidente che, in tali casi, invocare una tutela della sensibilità religiosa può equivalere a

chiedere il ripristino di forme di censura che comprimerebbero la libertà di manifestazione del

pensiero e la libertà dell’arte. Mentre è facile misurare l’entità dell’offesa arrecata ad un bene

giuridico di tipo materiale, non lo è affatto misurare l’entità dell’offesa arrecata ad un valore

ideale.

Questo spiega la ritrosia dei giudici a condannare per queste figure di reati, ed il numero

sempre più esiguo dei procedimenti penali che, in questo campo, arrivano ad una sentenza.

Si può cioè ipotizzare che le offese ad un credo religioso possano produrre effetti negativi sulla

personalità individuale degli aderenti a quel credo. Ma la difesa di questi aspetti della

personalità umana non può passare attraverso la tutela di un valore ideale ed astratto qual è

il sentimento religioso.

Per evitare che il diritto penale sia adoperato come arma di conservazione dei modelli di

comportamento sociale consolidati contro ogni fatto che li mette duramente in questione,

occorrerebbe sottomettere la tutela del sentimento religioso al criterio personalistico, dare cioè

rilievo alle offese alla religione solo quando queste ledono un’esigenza umana così radicata ed

essenziale che il danno prodotto possa compromettere lo sviluppo e la strutturazione della

personalità.

Ma si tratta di verifiche tutt’altro che semplici e sicure.

Per quanto riguarda la terza prospettiva problematica, bisogna considerare che questi

problemi di compatibilità si pongono a due livelli diversi, il primo in quanto vi è una figura di

generico

reato, quella del vilipendio c.d. previsto dall’art. 402, che tutela esclusivamente la

religione cattolica. È palese, allora, la violazione del generale principio di eguaglianza sancito

dall’art. 3 Cost. e del più specifico principio della eguale libertà delle confessioni religiose

sancito dall’art. 8 c. 1° Cost.

Vi è poi l’ulteriore livello, costituito dal fatto che le figure di reato previste negli artt.da 403 a

a

405 sono previste anche in danno alle confessioni diverse dalla cattolica, ma in questi casi “

pena diminuita”. prevede una pena

La Corte Costituzionale ha constatato che l’art. 404 “

eccedente quella diminuita, comminata per il fatto previsto dall’art. 406 ”, e pertanto l’ha

dichiarato incostituzionale per la parte eccedente.

CAPITOLO V

LIBERTA’ DI COMPORTARSI SECONDO LE REGOLE DI VITA DEL CREDO RELIGIOSO

Il passaggio dall’enunciazione di principio alla sua concretizzazione è irta di difficoltà, perché

coscienza,

la se assunta a superiore istanza decisionale, non garantisce più la tenuta dei

rapporti sociali; e allora si pone il problema della misura in cui l’ordinamento possa

riconoscere questa libertà di conformarsi alla coscienza senza mettere in pericolo la sua stessa

sopravvivenza.

Il risultato di questo delicato bilanciamento di esprime perciò in quelle normazioni speciali che

obiezione di coscienza,

riconoscono le svariate figure tradizionalmente ricondotte alla che

politica

consentono cioè a determinati soggetti di sottrarsi alla legge per seguire il

“dettatogli dal micrordinamento normativo della coscienza

contrapposto imperativo ”.

a) La questione della carta d’identità.

chador

La questione del nelle scuole francesi.

b)

c) Conseguimento dello status coniugale.

Perché si possa porre seriamente un conflitto di doveri, occorre che sia individuabile nella

normativa statuale un preciso dovere di comportamento: se tale dovere non è con certezza

individuabile, evidentemente un autentico conflitto non si pone.

[Gran parte dei problemi legati all’obiezione di coscienza al servizio militare deriva dalla

tradizionale interpretazione dell’art. 52 Cost. nel senso di un logico e stretto collegamento fra

sacro dovere”

il primo comma, dove si parla del “ di difesa della Patria, ed il secondo comma, da

una parte fa pensare che il pericolo contro cui va difesa la Patria sia costituito da un esercito

nemico assalitore, dall’altra, e conseguenzialmente, fa arguire che il servizio militare

costituisca l’esclusivo strumento per contrastare siffatto pericolo. che dichiarano di

La legge n. 772 solleva dall’obbligo del servizio militare armato i soggetti “

essere contrari all’uso personale delle armi per imprescrivibili motivi di coscienza ”attinenti

ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici e

morali”. “deve indicare il motivo o i motivi rientranti tra quelli indicati

La domanda ” in

“può essere corredata di tutti i documenti che l’interessato ritenga utili a

precedenza, e

sostegno dei motivi addotti”. il ministro per la difesa, con proprio decreto, decide sulla

L’art. 3 della legge stabilisce che “

domanda sentito il parere di una commissione circa la fondatezza e la sincerità dei motivi

addotti dal richiedente”. entro sei mesi

Sulla base di questo parere, il Ministro della difesa decideva, con suo decreto, “

dalla presentazione della domanda”.

Qualche giudicante, fondandosi sull’art. 700 c.p.c. concernente i provvedimenti di urgenza,

aveva accordato all’aspirante obiettore, in attesa delle conclusioni del procedimento

tutela cautelare

amministrativo contro il rigetto della domanda da parte del ministro, la c.d.

anticipatoria,

attraverso una misura sostanzialmente riconoscendo cioè all’interessato il

“a prestare, in luogo del servizio militare armato, servizio sostitutivo”.

diritto

Il 14 aprile 1998 la Camera dei Deputati ha approvato una proposta di legge, che ovvia ai

descritti inconvenienti, subordinando l’accoglimento della domanda di prestazione del servizio

civile all’accertamento negativo, da parte del competente organo di leva, dell’esistenza di

precise cause ostative. il personale esercente le

L’art. 9 della legge 22 maggio 1978 n. 194 stabilisce al c. 1° che “

attività sanitarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli artt. 5 e 7 ed agli

interventi per l’interruzione della gravidanza, quando sollevi obiezioni di coscienza con

preventiva dichiarazione”. “l’obiezione non abbisogna di essere concessa, bensì è

Qui invero

operante quando è dichiarata; non occorre motivazione, né la dichiarazione è soggetta al

vaglio dell’amministrazione”.

Il personale medico e para-medico non può sottrarsi a qualsiasi prestazione collegata

all’interruzione della gravidanza. servizio,

Ad ogni modo, costituendo l’interruzione della gravidanza un pubblico occorre

preventivamente ovviare alla eventuale situazione di paralisi che si creerebbe nei reparti di

ostetricia-ginecologia ove mai tutti i sanitari fosse obiettori.

Un richiamo diretto all’efficacia dei diritti costituzionali in questi casi appare infatti

autonomia negoziale.

difficilmente conciliabile con il rispetto delle possibilità concesse all’

Il problema certo è più generale, nel senso che riguarda tutte le ipotesi in cui il lavoratore

possa sottrarsi al suo dovere di prestazione in ossequio a un diritto costituzionalmente

garantitogli, ma non si può non rilevare che nel campo degli interessi religiosi esso può

assumere connotati particolarmente interessanti.

Già molti anni fa, in Germania, ci si era dovuti occupare del caso della commessa di farmacia

che si era rifiutata di vendere al pubblico i contraccettivi.

Il diritto contrattuale non legittima il rifiuto della prestazione motivato da un convincimento

interiore, così come non libera il portatore di siffatto convincimento dalla colpa e dalla

responsabilità per quel rifiuto ad effettuare la prestazione lavorativa, rifiuto che deve

considerarsi illegittimo ed equivale pertanto ad inadempimento.

Sezione Seconda

AUTONOMIA ORGANIZZATORIA DEI GRUPPI RELIGIOSI

PREMESSA

Quando nella prima parte abbiamo parlato dell’autonomia organizzatoria dei gruppi religiosi,

abbiamo detto che questa è ovviamente riconosciuta quando si esaurisce all’interno del

gruppo, ma non può considerarsi esaurita all’interno del gruppo in due casi:

se ha rilessi sui diritti fondamentali del soggetto, diritti fondamentali che l’ordinamento

a) formazioni sociali.

ha il dovere di tutelare anche all’interno delle

b) se l’esplicazione della autonomia organizzatoria ha ripercussioni su altri valori e interessi

della collettività, meritevoli di doverosa tutela da parte dell’ordinamento.

CAPITOLO I

L’ESERCIZIO DEL POTERE DISCIPLINARE

Ogni qual volta un bene, garantito alla persona in quanto espressione di un valore

costituzionale venga leso dall’autorità del gruppo religioso attraverso un provvedimento

disciplinare che risulta legittimo, anzi necessario secondo le regole interne del gruppo

religioso, ma che può tuttavia configurare un illecito per l’ordinamento statuale se la sanzione

disciplinare consiste in una qualifica negativa di disapprovazione morale a carico del soggetto

deviante che può da questo fatto considerarsi colpito nella sua onorabilità.

c)

L’art. 2 lett. del Prot. Addiz. al nuovo Accordo fra Stato e Chiesa cattolica, che si riferisce

che necessariamente incidono sulla sfera

alle ipotesi di provvedimenti e sentenze ecclesiastici “

civile, in quanto investono situazioni giuridiche preesistenti e connesse alla qualificazione

ecclesiastica o religiosa del destinatario ”: ebbene, tali provvedimenti possono essere presi

con i diritti

liberamente dall’autorità ecclesiastica, purché però si armonizzino “

costituzionalmente garantiti ai cittadini italiani ”.

I diritti aventi ad oggetto beni immateriali sono disponibili solo se l’offesa non comporti una

menomazione così grave da compromettere la funzione sociale della persona. Ora, la sanzione

disciplinare può consistere in una qualificazione del tenore piuttosto pesante, che può

travolgere la persona in un giudizio negativo di portata generale, incidendo quindi su di essa

legame

in una misura assai più vasta di quella che il di gruppo lascia trasparire come

ragionevole.

L’ordinamento statuale non può intervenire in difesa del cittadino-fedele che ritenga ingiusto

un provvedimento dell’autorità confessionale.

Ma anche qui bisogna fare un’eccezione, per i casi in cui i provvedimenti dell’autorità

principio supremo

confessionale si basino sulla violazione di un dell’ordinamento quale quello

difesa, giusto procedimento.

della del

Se ed in quanto possa dimostrarsi che il danno e la sofferenza prodotti dalla sanzione

disciplinare dell’autorità confessionale si fondano su uno scorretto uso del potere, ben si

potrebbe ipotizzare un intervento del giudice statuale ed un suo provvedimento che la possa

configurare alla stregua di un illecito civile, imponendo all’autorità ecclesiastica il

“dei danni patrimoniali subiti dal soggetto leso”.

risarcimento

Sezione Terza

LA REALIZZAZIONE DELLA DIMENSIONE POSITIVA DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA

CAPITOLO I

PROBLEMI DI IDENTIFICAZIONE DEI GRUPPI RELIGIOSI

interventista,

Quando invece la tecnica giuridica è usata in funzione ciò avviene per

ricollegare ad un certo fenomeno una disciplina, una tutela la cui particolarità è giustificata

proprio da quella qualifica, ed è pertanto limitata a quel fenomeno, mentre non dev’essere

utilizzata per fenomeni che non godono di quella qualifica. Si configura un interesse della

collettività a non conferire risorse pubbliche o poteri giuridici particolari, a non caricarsi cioè

di un sacrificio, se non a favore dei soggetti che lo meritano.

L’identificazione avviene, da parte della pubblica autorità, o caso per caso sulla base di criteri

empirici, oppure sulla base del riconoscimento di personalità giuridica.

Si ha il primo caso quando ai fini della determinazione dell’imponibile IVA delle associazioni

non aventi ad oggetto principale l’esercizio di attività commerciale, e dell’imponibile IRPEG

degli enti non commerciali, le rispettiva leggi considerano fatte nell’esercizio di imprese e

nell’esercizio di attività commerciale le cessioni di beni e le prestazioni di servizi agli associati

ad eccezione di quelle effettuate, in conformità alle

verso pagamento di corrispettivi specifici, “

finalità istituzionali, da associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, assistenziali,

culturali e sportive”. istituti di culti diversi dalla religione cattolica

Ricorre il secondo caso a proposito degli “ ”. Per

istituti

tali l’ordinamento ha voluto precostituire un riconoscimento di personalità giuridica

che si differenzia da quello di carattere generale soprattutto perché comporta uno specifico

trattamento di favore. Ogni volta che sia stabilita una agevolazione tributaria a favore di enti

che perseguono fini di istruzione e di beneficenza questa agevolazione si estende anche agli

organismi in quanto perseguono un fine di religione o di culto.

La identificazione del soggetto beneficiario degli interventi statuali è dunque un procedimento

affidato all’autorità amministrativa, caratterizzato quindi inevitabilmente da una certa dose

discrezionalità.

di

Sul giudizio dell’autorità amministrativa potrebbe invero pesare la reazione comune

a)

dell’opinione pubblica contro i nuovi movimenti religiosi, i quali svolgono pratiche di culto

inconsuete e caratterizzate da modalità di svolgimento estranee a quelle cui il senso comune è

b) c)

abituato; svolgono attività di proselitismo in forme molto dinamiche ed aggressive;

nell’uno e nell’altro caso tengono comportamenti che talvolta configurano fattispecie aventi la

d)

connotazione della illiceità; propugnano atteggiamenti e valutazioni e stili di vita lontani

da, o fortemente critici nei confronti, dei valori etici dominanti nella società.

Rispetto ai movimenti inconsueti, l’autorità amministrativa dovrebbe controllare innanzitutto

la pericolosità del gruppo che si proclama religioso. Ma la discrezionalità della P.A. nel

concedere il riconoscimento della personalità giuridica, siccome non è contenuta da precisi

parametri normativi, potrebbe costituire lo strumento attraverso cui il potere politico continua

a tenere l’atteggiamento che gli sarebbe precluso dal principio di laicità: basterebbe negare il

riconoscimento della personalità giuridica ad un gruppo religioso non gradito per rendergli

difficile la vita e l’attività, e di precludergli l’accesso a certi beni e certe risorse di cui invece il

gruppo religioso favorito può godere.

Per non assegnare risorse in modo scorretto, bisognerebbe assicurasi che il gruppo cui si dirige

“persegua autentici scopi fideistici

la disciplina speciale ”. Si profilano le categorie della

autenticità in autenticità.

e della

C’è il rischio, allora, che il giudizio sull’autenticità possa servire per compiere, sotto mutate

spoglie, quella valutazione del contenuto dottrinale delle credenze religiose, che è vietata dal

incompetenza

principio di dello Stato.

La soluzione drastica sarebbe quella di rimettersi alla qualificazione che il gruppo fa di sé

religiosa.

stesso come associazione, aggregazione Ma è evidente che questo affidarsi a quel che

il gruppo proclama di sé stesso è altrettanto pericoloso proprio per le ipotesi di mala fede o

buona fede.

Una corretta assegnazione di risorse giuridiche e materiale può aversi solo facendo astrazione

soggetti oggetti attività,

dai e riferendosi invece esclusivamente ad ed i contorni delle quali,

almeno garantiscono un più neutrale collegamento di effetti giuridici.

sociali,

Interessi al soddisfacimento dei quali in linea di principio dovrebbe attendere

innanzitutto lo Stato, cui questo compito è indicato dalla Costituzione, e che però non sempre è

in grado di assolvere direttamente a questo compito.

Del soddisfacimento di questi interessi si occupano gruppi ed organismi che, nel perseguire

attraverso tali attività un fine solidaristico, operano praticamente in convergenza con i

soggetti dell’amministrazione pubblica, dai quali si distinguono proprio perché estranei

fini

all’apparato predisposto istituzionalmente per raggiungere i dello Stato. Si tratta, da

non profit,

questo punto di vista, di enti formuletta con cui si vuole sottolineare il fenomeno,

sempre più rilevante, dell’incontro fra attività lucrativa e scopi altruistici, il fenomeno, cioè,

per cui molti organismi che si dedicano a scopi benefici, sia pure con una motivazione

erogazione,

religiosa, per lo più non sono pure e semplici aziende di bensì sono vere e proprie

produzione.

aziende di

È noto che il pluralismo sociale ha difficoltà a tradursi, con riferimento all’istruzione, in

pluralismo scolastico, inteso come concorrenza di istituti scolastici pubblici e privati nell’offrire

pubblico.

questo delicato servizio oggettivamente

Ogni impegno finanziario dello Stato rivolto al sostegno della scuola privata è escluso in virtù

dell’art. 33 c. 3° Cost. che, dopo aver dato ampio riconoscimento al pluralismo scolastico,

senza oneri per lo Stato”.

precisa però che ogni iniziativa scolastica sorge e si sviluppa “

L’art. 33 c. 3° è spiegabile solo come frutto della considerazione che il settore scolastico privato

era (ed è) di quasi esclusiva ispirazione confessionale cattolica, per cui l’intervento finanziario

dello Stato finirebbe con il favorire praticamente un solo gruppo ideologico molto forte

socialmente.

Bisogna dire però che va prendendo sempre più forza l’esigenza di attuazione del principio

parità scolastica

della inteso come diritto di accesso al tipo di scuola preferito in condizioni di

eguaglianza, e questo suggerisce un’interpretazione più elastica del divieto indicato, nel senso

istituzione

che esso si riferirebbe esclusivamente alla di scuole private ma non già alla loro

gestione.

Diversamente si prospetta il problema, se ci si pone dal punto di vista dei soggetti aspiranti a

ricevere l’istruzione.

Bisogna a questo proposito distinguere due ipotesi, a seconda cioè che l’alunno accesa

all’istruzione per assolvere ad un obbligo stabilito dalla legge, oppure vi acceda al di fuori e al

di là di questo vero e proprio obbligo.

Nel primo caso se indirizzate ai soli alunni che frequentano le scuole pubbliche, sarebbero

“ingiustificatamente discriminatorie”.

incostituzionali rispetto all’art. 3 Cost., in quanto

Diversa sarebbe la soluzione se la legge che istituisce provvidenze rivolte ad agevolare

“riferimento alla capacità economica del destinatario della

l’obbligo scolastico facesse

provvidenza”. diritti sociali

La consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale considera i come

“diritti finanziariamente condizionati”; quando cioè l’intervento a favore di un diritto sociale è

oneroso per la finanza pubblica e crea un problema per la disponibilità finanziaria, la selezione

“rientra nella discrezionalità del legislatore, che non può essere

nell’impiego delle risorse

sindacata in sede di giudizio di legittimità costituzionale se non quando emerge la manifesta

irrazionalità della relativa normativa”.

Ebbene, non appare irrazionale l’atteggiamento del legislatore che destina i fondi per il diritto

allo studio prioritariamente alle scuole pubbliche.

un diritto concretamente esigibile e fondamentale

Il diritto allo studio non è assolutamente “ ”,

bensì è un diritto subordinato al bilanciamento con altri beni ugualmente protetti dalla

Costituzione.

Organizzazione non lucrative di utilità sociale . Sono tali associazioni ed enti i cui statuti o atti

costitutivi prevedono espressamente lo svolgimento di attività nei campi dell’assistenza sociale

l’esclusivo

e sanitaria, della beneficenza, istruzione e formazione e altro ancora, proponendosi “

perseguimento di finalità di solidarietà sociale ”. Siccome cioè gli utili ricavati dall’attività

svolta non vengono distribuiti ai membri, bensì vengono destinati ad uno scopo altruistico,

“un regime fiscale agevolato”,

solidaristico, l’ordinamento istituisce ossia non grava delle

irpeg iva

imposte ed i redditi e i guadagni derivanti da tali attività.

È evidente che di queste possibilità potranno fruire tutti gli organismi religiosi che perseguono

enti confessionali.

fini solidaristici, ivi compresi gli

Da notare che, in relazione a questi ultimi enti, quand’anche essi non rispondessero ai

organizzazioni non

requisiti richiesti per essere riconducibili alla specifica categoria delle

lucrative sociale, comunque essi potrebbero essere ricondotti alla più generale categoria degli

enti non commerciali, degli enti cioè non svolgono attività produttiva di ricchezza; e come tali

fruire delle esenzioni ed agevolazioni tributarie previste dalla normativa disciplinatrice delle

o.n.l.u.s.

CAPITOLO II

IL FINE DI RELIGIONE O DI CULTO

dall’insieme delle norme dell’ordinamento”

La Corte Costituzionale ritiene che “ sia possibile

il significato della locuzione associazione religiosa

trarre i criteri idonei a chiarire “ ”: ebbene,

“che qualificano l’ordinamento dello Stato i fini di religione e di culto”.

tali criteri sono quelli fine di religione o ci culto “ha caratterizzato l’intera tradizione

Il ricorso al criterio del

giuridica italiana”.

Il fine di religione e di culto riguarda quindi opere rivolte a ceti che – nella divisione classista

di un tempo – appaiono socialmente ed economicamente inferiori.

Il fine di religione o di culto coincide con il soddisfacimento delle esigenze religiose dei

cittadini, e costituisce perciò interesse pubblico la promozione delle iniziative che ne

garantiscono il conseguimento.

Una volta stabilito che il criterio per l’assegnazione di risorse materiali e giuridiche è quello

del fine di religione o di culto perseguito da un soggetto, il problema è solo rinviato e non

fine attività

ancora risolto, in quanto il è una astrazione, ed è ricavabile solo da concrete che

ne costituiscano l’adeguato mezzo di raggiungimento.

Il fatto è, però, che non sempre un’attività indiscutibilmente funzionale ad un fine di religione

valenza

o di culto presenta una esclusivamente religiosa.

Se si considerassero attività di religione o di culto, ai fini di interventi finanziari positivi o

negativi anche queste a doppia valenza, vi sarebbe una plateale discriminazione rispetto agli

organismi che perseguono queste stesse attività ponendosi però in una esclusiva prospettiva

statualistica. Pertanto, quale che sia la valutazione di queste attività dal punto di vista

confessionale, esse non possono assurgere a criterio per l’interventismo dello Stato. Questo

potrà esplicare i suoi interventi giustificati dalla meritorietà del fine di religione o di culto

prendendo come punto di riferimento solo attività che abbiano un’esclusiva valenza religiosa,

senza autonoma rilevabilità da altri punti di vista da altri punti di vista.

Va precisato che la determinazione delle attività di religione e di culto non è condizionata dai

tipi di attività che il soggetto stesso ritiene espressive del fine di religione così come lui stesso

se lo prospetta. Insomma la rilevazione del fine di religione e di culto è fatta dallo Stato con

criteri del tutto autonomi a quelli confessionali.

fine di religione e di culto

Il costituisce dunque il criterio per individuare i gruppi qualificabili

religiosi.

come Va avvertito però che il criterio deve considerarsi oggettivo, nel senso che non

religioso

intende individuare direttamente un soggetto come assegnandogli comunque risorse

materiali e giuridiche sulla base di questa semplice qualificazione.

Stante la possibilità che accanto alla finalità principale ve ne siano altre, il trattamento

speciale delle attività svolte in genere da un soggetto avente fine di religione o di culto

privilegio

costituirebbe per questo soggetto un ingiusto rispetto a qualsiasi altro soggetto che,

religioso,

non essendo qualificabile come si troverebbe a svolgere le identiche attività del

primo senza le facilitazioni accordate al primo.

Invece il criterio del fine di religione o di culto ha carattere oggettivo: vale a dire che non verrà

religioso:

facilitata l’attività, di qualsiasi genere essa sia, solo perché svolta da un soggetto

questo soggetto avrà l’aiuto finanziario e giuridico dello Stato solo con riferimento al peculiare

tipo di attività considerata direttamente funzionale al raggiungimento del fine di religione o di

culto.

CAPITOLO III

INTERVENTI FINANZIARI

Modalità attraverso cui l’ordinamento giuridico agevola l’interesse del gruppo confessionale al

soddisfacimento delle esigenze religiose dei propri appartenenti. Le modalità sono

sostanzialmente di due tipi: o interventi finanziari, oppure messa a disposizione di strutture

necessarie per la resa del servizio. diretti,

Per quel che riguarda i finanziamenti, essi possono essere e consistono allora in vere e

indiretti,

proprie erogazioni finanziarie, oppure e consistono allora in sgravi fiscali.

Per quel che riguarda i finanziamenti diretti, l’organismo beneficiario viene individuato nelle

confessioni religiose.

Quando l’ordinamento individua il soggetto beneficiario dell’assegnazione di risorse nella

confessione religiosa, sorgono ulteriori problemi.

In effetti, si producono i seguenti inconvenienti:

a) non trovano possibilità di soddisfacimento le esigenze di gruppi che, pur avendo come

specifico riferimento uno specifico messaggio religioso, dissentono dalle modalità di

professione di fede stabilite dall’autorità confessionale;

b) non ricevono attenzione le esigenze di collettività unificate sì dalla comune credenza, ma

carenti di un centro di imputazione gerarchico confessionale.

Per quel che riguarda il primo inconveniente, occorre considerare che attiene alla tattica di

qualsiasi gruppo presentare i propri interessi istituzionali come interessi individuali dei suoi

membri.

Ma ci sono casi, sia pure eccezionali, in cui la base dei fedeli può ritenere che le proprie

esigenze religiose siano lese od ostacolate proprio da quella autorità confessionale che di tali

esigenze viene riconosciuta quale interprete privilegiata.

Ci si chiede allora se esistano margini perché le esigenze sociali religiose possano essere

soddisfatte prescindendo dal gruppo confessionale.

Il presupposto su cui si basa il meccanismo di finanziamento è quello di commisurare il

“al consenso dei cittadini

sostegno economico ”; pertanto esso consiste in ciò, che una piccola

quota del gettito complessivo della imposta IRPEF – precisamente l’8 per mille – “sulla base

delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi”, viene

“in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione

destinata

statale”, e, in parte, viene devoluta alla Chiesa cattolica ed alla maggior parte delle confessioni

che hanno stipulato intesa con lo Stato. La Chiesa cattolica utilizza le somme così corrisposte

“per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi ”; le altre

confessioni invece utilizzeranno le somme ottenute esclusivamente per interventi sociali,

assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all’estero.

Si infrange il principio basilare per cui non è ammissibile che i cittadini interferiscano

direttamente sull’impiego delle entrate iscritte al bilancio dello Stato.

In secondo luogo, si opera in materia di tributi mediante una negoziazione concordataria, ossia

ad iniziativa del Governo, laddove per tutte le leggi in materia di spese e di tributi è richiesto

uno specifico controllo parlamentare che in questo caso non può esplicarsi.

Da notare che, con riferimento alla Chiesa Cattolica ed alla Chiesa Evangelica Luterana in

in caso di scelte non espresse da parte dei

Italia è stabilito nelle rispettive intese che “

contribuenti, la destinazione si stabilisce in base alle scelte espresse ”.

Viene così istituita, a beneficio delle sole Chiesa Cattolica e Chiesa Luterana, una presunzione

in caso di scelte non espresse

discutibile che non sussiste per altre confessioni, le quali invece “

da parte dei contribuenti”, “alla quota relativa a tali scelte in favore della gestione

rinunciano

statale, rimanendo tale imposta di esclusiva pertinenza dello Stato”.

Ad ogni modo, le somme così determinate attraverso le indicazioni dei contribuenti, vengono

versate, se la scelta è per la Chiesa cattolica, alla Conferenza episcopale, la quale le utilizza,

per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del

secondo suoi criteri di ripartizione, “

clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di Paesi del Terzo Mondo ”.

a interventi sociali

Se la scelta è per gli avventisti o i pentecostali, le somme sono destinate “

ed umanitari anche a favore di Paesi del Terzo Mondo”. a

Una disciplina a parte è prevista per le Comunità ebraiche, i cui appartenenti sono tenuti, “

norma di Statuto”, “contributi annuali”.

a versare alle Comunità stesse

I sacerdoti ricevono la loro remunerazione (nella misura fissata dal rispettivo vescovo)

diocesi

dall’ente della Chiesa locale presso il quale prestano servizio (la per il vescovo e per i

sacerdoti che lavorano nella curia diocesana, la parrocchia per il parroco ed i vicari

parrocchiali, ecc.). La legge 20 maggio 1985 n. 222 ha stabilito che in ogni diocesi viene eretto

Istituto diocesano per il sostentamento del clero,

un al quale compete la titolarità e

dote

l’amministrazione di una serie di beni prima costituenti la dei c.d. benefici. Istituto

La Conferenza Episcopale Italiana ha istituito una peculiare persona giuridica, l’

Centrale per i sostentamento del clero, che è sotto il suo diretto controllo, e che ha come scopo

“erogare agli istituti diocesani e a quelli interdiocesani per il

precipuo quello di

soddisfacimento del clero le risorse necessarie a consentire l’integrazione, fino al livello fissato

dalla CEI, delle remunerazioni dei sacerdoti che svolgono servizio in favore della diocesi ”.

Canali di entrata fiscale dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero:

a) la quota versata dallo Stato pari all’8 per mille dell’IRPEF;

b) le erogazioni liberali (donazioni di denaro) fatte dai cittadini.

sacerdoti secolari e ministri di culto delle

Per quanto riguarda il rischio di malattia, i “

confessioni religiose diverse dalla cattolica ” sono tenuti a versare all’INPS i contributi sociali

di malattia previsti in linea generale, a carico di tutte le categorie di lavoratori, per il

finanziamento del Servizio sanitario nazionale.

Per la invalidità e la vecchiaia, più specificatamente, la legge 22 dicembre 1973 n. 903 ha

Fondo

istituito un di previdenza per il clero della confessione cattolica e per i ministri di culto

delle confessioni acattoliche.

Il Fondo ha lo scopo di concedere una pensione diretta all’iscritto che abbia raggiunto il limite

di età stabilita, oppure sia divenuto permanentemente invalido, ed una pensione indiretta (o

reversibilità)

di ai superstiti dell’iscritto o pensionato del Fondo.

Soggetti all’obbligo di iscrizione sono tutti i sacerdoti secolari e tutti i ministri di culto delle

confessioni religiose diverse dalla cattolica, aventi cittadinanza italiana e residenti in Italia.

Restano dunque esclusi da questo sistema di sicurezza sociale i religiosi – a meno, ovviamente,

che non lavorino alle dipendenze di terzi – per i quali la soluzione del problema è complicata

dal fatto che essi, per definizione, sono poveri.

“tutte le manifestazioni del culto, ivi indubbiamente incluse, in

L’art. 19 Cost. garantisce

quanto forma e condizione essenziale del suo pubblico esercizio, l’apertura di templi ed

oratori”, e che quindi l’apertura di un tempio da parte di un gruppo religioso rappresenta un

“per una autonoma professionale della fede religiosa

mezzo indispensabile ”, questa esigenza di

libertà si traduce facilmente in criterio confermativo dell’azione pubblica.

opere pubbliche;

Gli edifici di culto possono essere perciò considerati e siccome la loro

costruzione si pone nel quadro del compito specifico della Pubblica Amministrazione di

“assicurare uno sviluppo equilibrato ed armonico dei centri abitativi ”, il loro approntamento

chiese

rientra fra le opere urbanistiche. Pertanto la legge 22 ottobre 1971 n. 865 annovera le “

ed altri edifici per servizi religiosi ” fra le opere di urbanizzazione secondaria.

piani di zona, “gli spazi

Precisamente, i comuni, nella formazione dei c.d. devono indicare,

riservati … ad edifici pubblici e di culto”.

Stante l’obbligo di legge di determinare questi spazi riservati secondo standard minimali di

“autorità civile” “contro delle esigenze religiose delle

volumetria, l’obbligo imposto all’ di tener

popolazioni, fatte presenti” per quanto concerne la

dalle autorità delle rispettive confessioni, “

costruzione di nuovi edifici di culto”.

Una volta identificati gli spazi da destinare alle “attrezzature religiose”, il comune oppure i

soggetti direttamente interessati, promuovono il procedimento di espropriazione per pubblica

utilità.

Se il procedimento lo promuove il comune, questo acquisisce l’area nel suo patrimonio

indisponibile e poi la trasferisce, a titolo di proprietà oppure di semplice superficie, agli enti

“attrezzature religiose”.

interessati alla costruzione delle

Se invece il procedimento di espropriazione lo promuove direttamente il soggetto interessato

alla costruzione dell’edificio di culto e di opere annesse, è questo soggetto che deve pagare a

favore dei proprietari espropriati l’indennità di espropriazione, dopo di che acquisisce l’area

come sua proprietà. impegni finanziari”, “contributi

Anche a questo riguardo lo Stato si assume “ consistenti in

regionali e comunali”.

Questi contributi sono erogabili sulla base di entrate ottenute attraverso due strumenti

finanziari complementari:

il primo strumento finanziario è basato sui proventi derivanti dalla tassa di concessione

a) comunale a carico di qualunque cittadino che intensa costruire o ricostruire e delle

sono

sanzioni pecuniarie per eventuali costruzioni abusive. In tal caso, i denari incassati “

versati in un conto corrente vincolato presso la tesoreria del comune e sono destinati alla

realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria ”;

il secondo strumento finanziario, da attivarsi evidentemente e soprattutto in caso di

b) mancanza di fondi derivanti dall’applicazione della legge n. 10 del 1977, è costituito dai

finanziamenti agevolati di cui il comune può fruire assumendo mutui con la Cassa depositi

“destinate ad attività religiose”.

e prestiti proprio per la realizzazione di opere

A integrazione di queste due fonti di finanziamento, e solo per quel che riguarda la Chiesa

cattolica, ulteriore fonte di finanziamento è costituita da una parte delle somme introitate

dalla CEI attraverso il gettito dell’8 per mille dell’IRPEF destinato, su indicazione dei

contribuenti, a scopi religiosi.

Impegni particolari di cura e manutenzione gravano sull’amministrazione pubblica in

relazione agli edifici di culto di proprietà statale.

Proprio per provvedere alla conservazione, al restauro, alla tutela ed alla valorizzazione di tali

Fondo edifici di culto

edifici è stata creata un’apposita struttura amministrativa, il , dotato di

personalità giuridica, che quindi è diventato proprietario di questo patrimonio, certo di valore

urbanistico e monumentale inestimabile, ma non redditizio e per la cui cura e manutenzione

sono necessari rilevanti interventi finanziari.

Il Fondo edifici di culto provvede a questa cura e manutenzione con i proventi derivanti dalla

gestione di un patrimonio assegnatogli.

Quando si parla di finanziamenti indiretti si intende la c.d. incentivazione passiva, ossia

quella forma di finanziamento indiretto che è costituito dalle agevolazioni tributarie, e che è il

più idoneo a favorire iniziative ritenute particolarmente meritevoli.

Restano da considerare quelle che sono disposte in favore di determinate persone giuridiche

confessionali e delle loro attività.

a) Edifici di culto.

Gli edifici di culto sono dunque esclusi dalla determinazione del reddito ai fini delle

imposte IRPEF ed IRPEG, non tanto e non solo per la presunzione di improduttività di

reddito di tali edifici, ma anche e soprattutto perché strumentali ad un’attività attraverso

cui si compie lo sviluppo della persona umana.

Per quanto riguarda le imposte sul patrimonio, bisogna distinguere quelle che riguardano

il patrimonio dal punto di vista statico dalle altre che concernono invece i trasferimenti di

detto patrimonio.

Sotto il primo aspetto, abolita l’INVIM decennale, viene in rilievo l’ICI, in relazione alla

b)

quale l’art. 7 lett. del D.lgs. 504/1992 stabilisce che sono esentati da questa imposta “i

fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto, purché compatibile con le

disposizioni degli artt. 8 e 19 Cost. e le loro pertinenze”.

Sotto il secondo aspetto, per quanto riguarda cioè le varie imposte sui trasferimenti

patrimoniali, l’esenzione si ha solo se l’edificio di culto viene acquistato a titolo gratuito;

ma l’aliquota dell’imposta di registro è ridotta alla metà se il trasferimento, anche a titolo

oneroso, ha per oggetto “immobili di interesse storico, artistico o archeologico”, e fra questi

potrebbero esserci, molto spesso, proprio gli edifici di culto.

b) Beni culturali religiosi.

Canale di finanziamento dei beni culturali ecclesiastici può provenire dalla disposizione,

che intende incentivare donazioni per la tutela di beni di rilevante interesse culturale,

secondo cui sono detraibili dal reddito delle persone fisiche e giuridiche le erogazioni

liberali in denaro fatte in favore dello Stato, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni,

di associazioni legalmente riconosciute, le quali utilizzino le somme donate per interventi

di protezione di beni facenti parte del patrimonio culturale.

c) Gli enti confessionali.

Sul terreno tributario, vale per gli enti confessionali, come una sorta di norma di chiusura,

il principio secondo cui, agli effetti tributari, il fine di culto è equiparato a quello di

beneficenza e di istruzione. Siccome gli enti ecclesiastici in tanto sono riconosciuti in

quanto abbiano un fine di religione o di culto, è evidente che essi godranno di tutte le

agevolazioni tributarie ricollegate a quel fine.

CAPITOLO V

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA NELLE SCUOLE STATALI

Stato sociale

Nel quadro dell’ideologia dello che s’impegna a soddisfare una serie di bisogni

non solo di tipo materiale, ma anche di tipo spirituale, in particolare perciò attinenti alla

cultura, istruzione.

trova un posto centrale il soddisfacimento del bisogno di

Molte famiglie possono desiderare che, nel quadro di questo progetto educativo, i loro figli

possano ricevere anche un’istruzione religiosa; una istruzione religiosa è stata impartita nella

scuola, e la Chiesa ne fatto sempre un punto irrinunciabile delle sue richieste al potere

politico.

Il problema è se se ne possa fare carico, ed a quali condizioni, il potere politico di un

ordinamento democratico.

Per soddisfare la domanda religiosa rispettando il valore essenziale della laicità dello Stato,

occorrerebbe trovare modalità di erogazione del servizio religioso che esprimano una netta

distinzione fra servizio scolastico direttamente reso dallo Stato e servizio religioso reso da

organismi ad esso doverosamente estranei.

Per rispondere alla domanda di istruzione religiosa cattolica, viene mantenuto il modello

consistente nell’incorporare direttamente l’organizzazione confessionale cattolica

nell’organizzazione amministrativa statale.

L’improponibilità del fondamento dell’insegnamento della religione cattolica nella libertà

religiosa ha reso accorto il legislatore, che ha preferito richiamarsi ad una più generica e meno

“importanza della cultura religiosa”.

confutabile

In quanto elemento della cultura la religione potrebbe essere considerata solo per la sua

idoneità allo sviluppo di valori umanistici e quindi universalmente accettabili, non già come

strumento di comunicazione controllata di uno specifico messaggio religioso.

cultura religiosa”, “i

Sulla base del valore che va riconosciuto alla “ nonché del dato per cui

principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano ”, l’art. 9 n. 2

nelle scuole pubbliche

del nuovo Accordo garantisce l’insegnamento della religione cattolica “

non universitarie di ogni ordine e grado a)

”. E l’art. 5 lett. del Protocollo addiz. all’Accordo del

1984 stabilisce che l’insegnamento della religione cattolica è impartito “in conformità alla

“da insegnanti che siano riconosciuti idonei all’autorità ecclesiastica,

dottrina della Chiesa” e

nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica”.

incaricati a tempo indeterminato”,

Gli insegnanti di religione sono considerati come “ i quali

“una volta nominati o assunti in servizio, si intendono automaticamente confermati negli anni

successivi, salvo nuova intesa o revoca da parte dell’ordinario diocesano ”.

Questo provvedimento comporta quindi, per il Preside, l’obbligo di procedere alla revoca

“atto dovuto”.

dell’incarico, revoca che rappresenta un attività dovuta

Con un solo limite, e cioè che questo revoca assume il carattere di solo se

avviene a fine d’anno scolastico; ché se interviene nel corso dell’anno scolastico, essa è

“idonee ragioni di pubblico interesse prevalenti rispetto alla

legittima solo se motivata con

posizione soggettiva dell’insegnante ed alle esigenze di continuità didattica ”. Gli insegnanti di

religione appaiono inevitabilmente esclusi dalle garanzie di sicurezza e di stabilità che sono

deducibili da valori costituzionali.

Viene istituito così un insegnamento attraverso il quale la Chiesa cattolica può esplicare nelle

munus docendi,

scuole statali il suo cioè il suo essenziale compito della evangelizzazione, e che

quindi costituisce un ufficio ecclesiastico. È vero che l’insegnamento della religione avviene,

nel quadro delle finalità della scuola

secondo una formula di ambigua lettura, “ ”, rispetto alle

quali quell’insegnamento dovrebbe in chiave culturale e non già di indottrinamento.

laicità dello Stato

È sintomatico che la Corte costituzionale affermi il principio di in occasione

di questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, che rappresentano

proprio un caso di conferimento di partecipazione all’esplicazione di poteri pubblici a favore di

coerente con

un’organizzazione di tendenza religiosa. La Corte considera tale insegnamento “

la forma di Stato laico della Repubblica italiana ”, una volta che lo Stato-comunità garantisca

allo studente il diritto all’autodeterminazione consistente nel non avvalersi di detto

insegnamento.

Abbiamo già visto come sia stato riconosciuto allo studente il diritto di avvalersi o non

avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Quello che viene concesso in termini di

riconoscimento astratto può venire in parte tolto attraverso i meccanismi predisposti per dare

effettiva attuazione a questo riconoscimento; per cui si tratta di vedere se siffatti meccanismi

siano approntati in modo:

a) da consentire veramente al diretto interessato la libera scelta se avvalersi o non avvalersi

dell’insegnamento della religione;

b) da non scoraggiare o rendere particolarmente difficile la scelta in favore del non avvalersi

dell’insegnamento della religione, in modo da pilotare la scelta in senso contrario.

b)

Per quanto riguarda il punto va detto che nessun problema sarebbe sorto se si legesse la

norma dell’art. 9 n. 2 del concordato, cioè l’insegnamento della religione cattolica è da

facoltativo,

considerarsi con la conseguenza che per coloro che usufruiscono di tale

insegnamento dovrebbe essere previsto un orario aggiuntivo.

Attraverso la burocrazie ministeriale e la giurisprudenza del Consiglio di Stato, è stata

effettuata un’operazione di recupero, che è passata attraverso due fasi progressive:

la prima fase è consistita nel far passare l’insegnamento della religione cattolica da

a) facoltativo opzionale alternativi

meramente ad rispetto ad insegnamenti e da determinare

anche in relazione alla concreta attuabilità; libera

la seconda fase è consistita nel trasformare questa raggiunta opzionalità da in

b) obbligatoria, nel senso che gli studenti che non vogliono avvalersi dell’insegnamento della

religione cattolica sono obbligati a seguire l’insegnamento alternativo.

Questa seconda fase è stata bloccata dalla Corte Costituzionale, la quale ha dichiarato che

“per quanti decidono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica l’alternativa è

uno stato di non obbligo”. stato di non

La Corte Costituzionale ha dovuto ribadire che lo

obbligo “di non rendere equivalenti e alternativi l’insegnamento della religione

ha la funzione

cattolica ed altro impegno scolastico, per non condizionare dall’esterno della coscienza

individuale l’esercizio di una libertà costituzionale, come quella religiosa, coinvolgente

l’interiorità della persona”.

“Alla stregua dell’attuale organizzazione scolastica è innegabile che lo stato di non-obbligo può

comprendere, tra le altre possibili, anche la scelta di allontanarsi o assentarsi dall’edificio

della scuola”. intese,

Ulteriore garanzia è costituita da un impegno che, nelle rispettive alcune confessioni

l’ordinamento scolastico provvede a che … non siano

hanno richiesto, quello cioè secondo cui “

previste forme di insegnamento religioso diffuso nello svolgimento dei programmi di altre

discipline”.

Questo impegno è più semplice nell’ambito della scuola media, ma molto meno nell’ambito

“la scuola riconosce il valore della realtà religiosa come un dato

della scuola elementare,

storicamente, culturalmente e moralmente incarnato nella realtà sociale in cui il fanciullo

vive”, ed allora diventa molto difficile distinguere tra religione cattolica come comunicazione di

tipo catechistico e religione cattolica come dato culturalmente rilevante.

Una circolare ministeriale del 13 febbraio 1992 suggeriva che i Consigli di circolo o di istituto

la partecipazione a riti

potessero deliberare di far rientrare fra dette attività extrascolastiche “

e cerimonie religiose” nonché gli incontri delle scolaresche con i vescovi diocesani nell’ambito

visite pastorali

delle da essi effettuate.

Le delibere con cui i Consigli d’Istituto consentono pratiche religiose in sostituzione delle

normali ore di lezione sono illegittime, innanzitutto per un motivo formale, perché cioè

l’indicato testo normativo, nel riferirsi ad attività extrascolastiche, indica esplicitamente

“attività culturali, sportive e ricreative ”; ed in secondo luogo sono illegittime per un motivo

sostanziale, perché cioè se la Chiesa fosse legittimata a compiere pratiche religiose nelle sedi

“assisteremmo ad una vera interferenza della Chiesa nell’attività dell’istituzione

scolastiche,

statale, esclusa e non consentita dalla Costituzione”.

Sezione Quinta

RILEVANZA DEI POTERI DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE

Premessa

Il nostro ordinamento si caratterizza per il fatto che concede rilevanza alla regolamentazione

dei gruppi confessionali ritirando la propria.

I modi in cui viene data rilevanza ai poteri confessionali non deve far dimenticare che essi

devono rispettare sempre due limiti di carattere generale, che derivano:

a) dalla garanzia dei diritti inviolabili, fra cui le libertà fondamentali dell’individuo, ivi

appartenenza

compresi quegli aspetti della libertà religiosa connessi all’ del singolo al gruppo

ed al suo eventuale rifiuto;

b) dall’esigenza di giustizia che permane anche là dove la rilevanza di poteri confessionali

statuti personali,

implica, almeno in linea di tendenziale, la costituzione di ammissibili a

condizione che le differenziazioni che essi inevitabilmente comportano siano ragionevoli.

CAPITOLO I

RICONOSCIMENTO DI POTERE AMMINISTRATIVO: GLI ENTI CONFESSIONALI

In un ordinamento confessionale complesso, tali soggetti sono costituiti da organismi che

enti ecclesiastici.

vivono al suo interno e che l’ordinamento statuale qualifica come La

disciplina speciale cui questi enti confessionali sono sottoposti riguarda soprattutto l’attività

gestionale dei beni,e quindi ha come generale effetto riflesso una condizione particolare di cui

vengono a godere i beni ad essi appartenenti.

Qualsiasi soggetto, per raggiungere i suoi obiettivi, ha bisogno di risorse; ed anche un

ordinamento giuridico ha esigenze analoghe. Il problema fondamentale dell’ordinamento

confessionale è quello di salvaguardare questi beni dalla loro dispersione e di conservarli per

la loro funzionalizzazione ai suoi obiettivi.

La conseguenza è che i meccanismi che l’ordinamento confessionale adopera per tutelare i beni

devono tener conto di questa situazione per cui l’unitaria funzione cui devono essere

conservati i beni passa attraverso la proprietà frammentata e articolata di essi da parte di

siffatti organismi.

L’ordinamento confessionale stabilisce perciò regole accurate circa la gestione di queste

risorse; regole che prevedono forme di controllo, ossia autorizzazioni a compiere attività che

possano incidere sulla consistenza delle risorse, nonché rimedi per il caso che l’attività sia

stata posta in essere sfuggendo a tale controllo.

Tra questi controlli sulla gestione patrimoniale hanno particolare importanza quelli che

impongono un limite alla capacità di rappresentanza degli organi dei singoli enti,

straordinaria amministrazione

subordinando l’esercizio degli atti di all’intervento di organi

superiori, i quali vengono ad integrare la capacità negoziale dei rappresentanti degli enti

inferiori. licenza beneplacito apostolico

In mancanza della o del della superiore autorità ecclesiastica, la

volontà negoziale dell’organo-amministratore non è imputabile alla persona giuridica

canonica.

Il fatto è che il patrimonio degli organismi particolari interessa all’ordinamento confessionale

per la sua conservazione ed il suo sviluppo, che può avvenire attraverso acquisti, cessioni,

transazioni commerciali: operazioni la cui disciplina giuridica avviene nell’ambito

dell’ordinamento statuale, e richiede quindi, in chi le compie, le condizioni di capacità

soggettività

giuridica – ossia di – richieste dal nostro ordinamento.

Quindi l’ordinamento confessionale, per garantirsi che il patrimonio sminuzzato fra i tanti

suoi organismi sia conservato ai fini istituzionali dell’ordinamento stesso, conservi cioè la

patrimonio ecclesiastico,

caratteristica di deve fare in modo che l’ordinamento statale

riconosca ai suoi enti la personalità giuridica.

Se, in conseguenza del conferimento della personalità giuridica, l’ente confessionale dovesse

adeguarsi alla disciplina generale prevista per gli enti a scopi ideali, esso si troverebbe

“restia a dare libertà di movimento agli enti con scopo

sottoposto ad una regolamentazione

non di profitto”.

Vale a dire che gli scopi che l’ente ideale intende raggiungere, per il suo valore sociale, non sta

a cuore solo all’ente stesso, bensì anche allo Stato. costante

La conseguenza è che la disciplina degli enti a scopi ideali è caratterizzata dal “

intervento del potere politico-amministrativo, dal riconoscimento all’attività e sino allo

scioglimento ed al finale destino dei beni”: discrezionalità

potere che si esplica con una che

costituisce un rischio permanente per la libertà d’azione dei soggetti collettivi.

Il problema allora è il seguente: come fare perché l’ordinamento confessionale conservi la sua

autonomia organizzatoria, malgrado il fatto che questi organismi particolari si sottopongono a

quella disciplina statualistica che in linea di principio li sottrae all’esplicazione di poteri

confessionali? L’ordinamento confessionale ha bisogno di vedersi garantita di fronte

all’ordinamento statuale l’efficacia delle sue sanzioni contro atti negoziali compiuti dai

rappresentanti degli organismi operanti all’interno della confessione senza il rispetto delle

regole confessionali.

Il fatto è che nel nostro ordinamento vige il principio dell’autonomia associativa, in virtù del

quale ogni organismo che sorge e vuole vivere nell’ordinamento deve poterlo fare senza

condizionamenti dall’esterno, lo Stato deve introdurre una rilevante eccezione a questo

principio: si tratta invero di riconoscere organismi che, invece di essere autonomi, devono

configurarsi come subordinati ed eteronomi.

Il riconoscimento della personalità giuridica deve dunque accompagnarsi alla creazione di

un’”area di specialità” ma dal riconoscimento di un ente ideale con l’attribuzione di questa

peculiare qualifica discendono, in progressione, due conseguenze logicamente collegate:

a) la prima è quella per cui la gestione ed utilizzazione dei beni di tali enti riconosciuti è

sottratta alla maggior parte dei poteri di controllo e vigilanza statuale; ai

la seconda è che quella stessa gestione e utilizzazione dei beni è invece soggetta “

b) controlli previsti dal diritto canonico”.

La domanda di riconoscimento va inoltrata al Ministero dell’Interno ed il riconoscimento viene

conferito con decreto del Ministro dell’Interno, udito il parere del Consiglio di Stato.

Il problema però è quello di ridurre per quanto possibile il margine di libertà – la

discrezionalità – di cui gode in generale il potere politico-amministrativo nella scelta delle

modalità di gestione degli interessi pubblici, per evitare il rischio che la valutazione di

opportunità del riconoscimento dell’ente sia influenzata da ideologie ostili, senza peraltro

pregiudicare la tutela di un interesse pubblico indiscutibile, quello cioè ad evitare l’utilizzo

forma

elusivo della dell’ente ecclesiastico. ente ecclesiastico,

Ai fini del riconoscimento di un organismo in qualità di l’ordinamento

carattere ecclesiastico” “il fine di

richiede la ricorrenza di due requisiti vale a dire il “ ed

religione o di culto”.

Il primo requisito, di carattere soggettivo, consiste in ciò, che l’organismo che chiede il

dell’”assenso”

riconoscimento deve essere provvisto dell’autorità ecclesiastica.

Il secondo requisito, di carattere oggettivo, costituisce l’unica e vera ragione per cui

l’ordinamento statale d’induce a conferire a questi organismi una disciplina di eccezione al

sistema di normali controlli sulle persone giuridiche.

Vale a dire che il nostro ordinamento è disposto a creare per gli organismi confessionali da

riconoscere un’area di specialità non già in maniera indiscriminata, bensì solo per quelli che

abbiano un esclusivo o prevalente fine di religione o di culto, solo cioè se si può dire che le

attività che essi svolgono si traducono, direttamente e indirettamente, in soddisfacimento

delle esigenze religiose dei cittadini.

Ebbene, solo gli organismi la cui attività si collega direttamente e immediatamente al

perseguimento del fine di religione o di culto possono essere riconosciuti secondo la disciplina

speciale.

In realtà, il riferimento allo scopo va integrato con il riferimento a specifiche attività, fra le

tante che l’organismo può esplicare e che, nella sua prospettiva, potrebbero essere funzionali a

quel fine.

L’eccezione si realizza riconoscendo efficacia nell’ordinamento statuale alle sanzioni stabilite

dal diritto confessionale per il caso di attività di gestione del patrimonio e di natura

contrattuale che gli amministratori dei singoli organismi riconosciuti come enti ecclesiastici

abbiano posto in essere in modo scorretto.

Lo Stato deve però farsi carico delle conseguenze derivanti da questa eccezione: in particolare,

deve fare in modo che i terzi che negoziano con il rappresentante dell’ente ecclesiastico siano

messi in grado di conoscere questi limiti alla rappresentanza stabiliti da norme confessionali,

non conoscendo i quali rischiano di essere danneggiati dalle sanzioni di nullità del negozio

stipulato.

Lo Stato ha consentito a dare rilevanza ai controlli canonici, ma si è preoccupato di garantire i

terzi. Tale garanzia è realizzabile attraverso una forma di pubblicità; questa forma di

pubblicità già esiste in linea generale. un pubblico registro delle persone giuridiche”,

Il nostro codice civile prevede l’istituzione di “ in

il cognome e il nome degli amministratori, con la

cui deve essere indicato, fra l’altro, “

menzione di quelli ai quali è attribuita la rappresentanza ”: questa è la sede in cui possono

essere indicati gli eventuali limiti della rappresentanza.

Bisogna tener presente che nel nostro ordinamento, tradizionalmente, non trova accoglimento

dell’ultra vires,

il principio nel senso che si intende riconosciuta alla persona giuridica una

capacità giuridica generale e non già funzionale, per cui essa può esercitarsi qualsiasi tipo di

attività.

Questo dato ingenera immediatamente grossi problemi, inerenti tanto allo svolgimento di

attività diverse da quelle funzionali al fine di religione o di culto, quanto all’utilizzazione delle

risorse per fini diversi da quelli per cui si giustifica la creazione della figura speciale degli enti

ecclesiastici civilmente riconosciuti.

Quando si verificano ipotesi del genere, non sarebbe giusto mantenere il principio del ritiro dei

controlli statuali dagli enti confessionali.

quali caratteristiche debba presentare una data attività perché possa

Occorre cioè accertare “

essere considerata diretta al raggiungimento” del fine di religione o di culto.

ente ecclesiastico

La disciplina speciale riassunta nella formula presuppone certo che sia

acclarato il fine di religione o di culto, ma si applica effettivamente solo in quanto

all’accertamento di quel fine si accompagna il compimento di specifiche attività e non di altre,

che evidentemente sottostanno ad altri tipi di disciplina. identità

L’ordinamento è disposto a considerare espressione di libertà religiosa o di collettiva

tendenza

che si traduce in una religiosa solo quell’attività che è funzionale in modo esclusivo a

finalità religiosa, e non anche quella suscettibile di valutazione e di rigorosa disciplina rispetto

al conseguimento di ulteriori e concorrenti finalità.

L’art. 2 c. 2° della legge n. 222 stabilisce che il fine di religione o di culto deve essere accertato

“in conformità alle disposizioni dell’art. 16 ”, il quale elenca le attività che costituiscono il

criterio-guisa per dedurre l’esistenza del fine indicato: esse sono, in relazione alla Chiesa

“all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione dei

cattolica quelle dirette

ministri di culto, a scopi missionari e di evangelizzazione cristiana, all’educazione cristiana ”.

Questo non vuol dire che l’organismo che chiede il riconoscimento come ente ecclesiastico non

di assistenza e beneficenza, istruzione,

possa svolgere anche altre attività, ossia attività “

educazione e cultura e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro ”, bensì solamente

“svolte dagli enti ecclesiastici sono soggette … alle leggi dello Stato

che tali attività

concernenti tali attività”.

Nel primo caso, va detto che l’attività economica svolta da un ente ecclesiastico, se ed in

quanto risponda al requisito della obiettiva economicità, può configurarsi come attività

d’impresa, fa acquistare cioè al soggetto che la esercita lo status di imprenditore.

b)

Ebbene, dall’art. 16 lett. della legge n. 222/1985 si evince che l’ente ecclesiastico ben può

svolgere attività di impresa commerciale, ma per queste attività non vale la disciplina speciale

prevista dalla legge stessa, bensì quella generale concernente l’impresa.

Il fatto è che la qualifica di ente ecclesiastico e quella, concorrente in capo allo stesso soggetto,

“rappresentano la sintesi verbale di due regimi giuridici”.

di imprenditore,

L’art. 7 n. 3 dell’Accordo 1984, che stabilisce la sottoposizione degli enti ecclesiastici alla legge

nel rispetto della

dello Stato, si preoccupa di precisare che tale sottoposizione deve avvenire “

struttura e della finalità di tali enti ”.

Infine, la disciplina dell’attività d’impresa impedisce che sia invocabile la disciplina speciale

realizzata per gli enti confessionali proprio nella sua funzione centrale, quella cioè che

consente i controlli dell’autorità ecclesiastica su ciascun atto di straordinaria amministrazione

posto in essere dai rappresentanti degli enti confessionali, con le conseguenze indicate in caso

di mancata acquisizione di questi atti di controllo. utilità sociale,

L’ente ecclesiastico, in quanto svolga un’attività considerata di può richiamarsi

alla disciplina favoritivi prevista per le organizzazioni di questo tipo, disciplina che consente di

svolgere in condizioni di particolare favore attività di natura commerciale, se ed in quanto i

proventi di detta attività sono destinati all’auto-finanziamento dell’ente per supportare

l’attività funzionale al perseguimento dell’indicata finalità socialmente utile.

Se ed in quanto un ente ecclesiastico decide di fruire di tale disciplina favoritivi, non potrà

certo sottrarsi ai controlli cui devono sottostare tutte le organizzazioni non lucrative di utilità

sociale. Anche qui si pone allora l’ipotesi di un eventuale conflitto tra disciplina statualistica e

identità dell’ente ecclesiastico. coerenza

Abbiamo detto che si configura un interesse pubblico alla istituzionale dell’ente

confessionale, cioè a che l’ente ecclesiastico non si dedichi a pratiche trasformistiche, non

forma

utilizzi cioè la sua speciale per operazioni che nulla hanno a che vedere con quelle che

“coerenza istituzionale”.

giustificano la forma speciale: che insomma conservi una sua

De iure condendo, come si suol dire, viene suggerito che, attraverso adeguate forme di

pubblicità, l’acquisto di un bene effettuato dall’ente venga portato a conoscenza dell’autorità

amministrativa, la quale entro un termine breve potrebbe dichiarare invalido l’acquisto per

illegittimità od inopportunità, per rapporto alla coerenza istituzionale dell’ente; se non lo

silenzio-assenso

facesse, in virtù del principio del la valutazione s’interebbe positiva.

Un’area più ristretta di specialità è prevista per determinati organismi riconducibili alla

associazioni pubbliche di fedeli.

categoria canonistica della

Sono insomma gruppi che sorgono non già dalla libera e spontanea esigenza di aggregazione

che si sviluppa fra i soggetti facenti parte dell’ordinamento bensì dal vertice; proprio questo

loro carattere non si applica la disciplina integrale riservata dal codice civile alle associazioni.

Questa riserva da una parte consente all’autorità ecclesiastica di esercitare sugli organi

dell’ente i controlli e la vigilanza necessari per assicurare la loro piena rispondenza alla

natura ed ai compiti della Chiesa, dall’altra comporta che le situazioni soggettive sorgenti dal

rapporto tra membro e gruppo vengono considerate estranee all’ordinamento statuale, e

quindi non sono tutelabili attraverso gli organi giudiziari di questo ordinamento.

CAPITOLO II

RICONOSCIMENTO DI POTERE AMMINISTRATIVO: CERTIFICAZIONI


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Ecclesiastico, Vitale. Analisi dei seguenti argomenti: la religione e la legalità costituzionale, la libertà religiosa (libertà positiva e negativa), la professione di fede religiosa, i soggetti collettivi, il problema dei limiti dell’esercizio della libertà religiosa, la Costituzione e gli ordinamenti professionali, la regola della bilateralità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Pacillo Vincenzo.

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