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 GIURISDIZIONE SULLA VALIDITA’ DEI MATRIMONI RELIGIOSI

L’ATTO DI MATRIMONIO NON RIENTRA NELL’ORDINE PROPRIO DELLA CHIESA

L’atto di matrimonio, essendo caratterizzato “da una disciplina conformata nella sua sostanza

all’elemento religioso”, dovrebbe essere caratterizzato come uno di quegli atti che rientrano

nell’ordine proprio degli ordinamenti confessionali.

Ma l’atto di matrimonio dinanzi a ministro di culto, accanto a caratteri religiosi o non profani,ne ha

altri decisamente profani, sia per quanto riguarda la struttura, sia per quanto riguarda la funzione: il

celebrante legge gli articoli del codice civile concernenti diritti e doveri dei coniugi.

Il matrimonio dinanzi a ministro del culto va dunque considerato come una situazione che, oltre ad

elementi interni, presenta anche elementi di estraneità. Situazioni del genere sono ben presenti ad

ogni ordinamento, il quale anche su questo piano elabora suoi criteri di collegamento. Questi criteri

di collegamento fanno parte delle regole denominate di dir. Internazionale privato-processuale, e si

compendiano essenzialmente nell’art. 3 della legge 31 maggio 1995 n. 218: “La giurisdizione

italiana sussiste quando il convenuto è domiciliato o residente in Italia”. Ciò vuol dire che la

persona residente in Italia, potrebbe proporre la causa ai giudici italiani, anzichè a quelli stranieri.

Tale criterio di collegamento si può considerare approvato dall’ordinamento confessionale nel

momento in cui ha accettato di apparire di fronte all’ordinamento statuale, per quel che riguarda la

rilevanza del proprio potere giurisdizionale, proprio come straniero.

Ovviamente, il collegamento tra gli ordinamenti per mezzo della indicata regola di dir. int. privato

potrebbe essere escluso nel caso che le due Parti abbiano contrattualmente stabilito “una espressa

riserva a favore dei tribunali ecclesiastici”.

E infatti, il concordato del 1929 stabiliva che le cause concernenti la nullità del matrimonio erano

riservate alla competenza dei tribunali ecclesiastici. Con l’Accordo del 1984, la Chiesa non ha avuto

la forza di far ripetere la formula del precedente concordato e l’interrogativo è allora questo:

sussiste ancora detta riserva, oppure essa è venuta meno?

La risposta all’interrogativo dipende perciò, effettivamente, solo dalla scelta se interpretare

l’Accordo del 1984 nel segno della frattura oppure nel segno della continuità.

La Corte di Cassazione ha scelto la prima linea di interpretazione. Essa è partita dall’art. 13 n.1

dell’Accordo 1984, il quale stabilisce che le disposizioni del concordato precedente non riprodotte

nel nuovo testo “sono abrogate”; è venuta meno la riserva della giurisdizione ecclesiastica, di modo

che “il giudice italiano, in quanto preventivamente adito, può giudicare sulla domanda di nullità

di un matrimonio concordatario”.

La Corte costituzionale ha invece scelto la linea di interpretazione nel segno della continuità, nel

senso cioè che “le nuove disposizioni rispecchiano il permanere” del sistema precedente, per cui,

essendo l’atto di matrimonio religioso disciplinato dal diritto canonico, “è logico corollario che le

controversie sulla sua validità siano riservate alla cognizione degli organi giurisdizionali

dell’ordinamento canonico”.

In conclusione, anche in materia di nullità matrimoniale esiste il “concorso tra giurisdizione

italiana e giurisdizione ecclesiastica, da risolversi mediante il criterio della prevenzione”.

Una volta affermata la competenza del giudice statuale in ordine al controllo della validità del

vincolo matrimoniale religioso, occorre precisare quale diritto sostanziale il giudice statale debba

applicare nel pronunciarsi sulla domanda di nullità di un matrimonio canonico.

Nelle sentenze emanate dopo l’enunciazione di principio della Corte di Cassazione, si è dato per

scontato che il giudice italiano, nel giudicare sulla nullità del matrimonio concordatario, debba

applicare la legge sostanziale italiana e non quella canonica.

Comunque, al di là di questi criteri, ci pare esista una indicazione più diretta dell’ordinamento cui

ricollegare la fattispecie.

E veramente, l’art. 8 n. 1 del nuovo Accordo quando dice che sono riconosciuti effetti civili “ai

matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico” dà una precisa indicazione circa la

normativa da applicare, che è quella canonistica.

Ciò non deve certo sorprendere in quanto esiste il principio secondo cui il giudice deve conoscere

la legge, anche quella straniera dunque, e non solo in astratto, ma anche come viene interpretata.

L’UTILIZZAZIONE EVENTUALE DELA GIURISDIZIONE ECCLESIASTICA

Se invece al cittadino italiano stanno maggiormente a cuore gli interessi che il matrimonio suscita

nell’ordinamento della Chiesa, allora appare ragionevole di consentirgli di sottoporre la verifica

della ricorrenza delle condizioni di validità del consenso matrimoniale agli organi giudiziali di

quello stesso ordinamento cui si fa rinvio per la disciplina sostanziale del consenso.

L’art. 8 n. 2 dell’Accordo 1984 stabilisce che le sentenze di nullità matrimoniale emanate dai

tribunali ecclesiastici “sono, su domanda delle parti di una di esse, dichiarate efficaci nella

Repubblica italiana con sentenza della Corte d’Appello competente”. Viene cioè ricalcato e

adattato il tradizionale procedimento di DELIBAZIONE per le sentenze straniere, previsto dall’art.

796 del c.p.c. e che consiste in un accertamento della sussistenza dei requisiti di efficacia

elencati nell’art. 797 del c.p.c.

E’ però successivamente entrata in vigore la legge n. 218 del 1985, che rivoluziona praticamente le

logiche e le ideologie, “la sentenza straniera è riconosciuta in Italia senza che sia necessario il

ricorso ad alcun procedimento”. Cade dunque, per tutte le sentenza straniere, il procedimento di

delibazione che paradossalmente per esse era stato ideato e ne restano legate solo le sentenze

ecclesiastiche a causa della previsione dell’ art. 8 .2 dell’Accordo del 1984.

LEGGE 218/1985

Le Corti d’Appello hanno dichiarato che “deve escludersi l’applicabilità, alle sentenze di nullità di

matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, della disciplina di cui agli art. 64 e segg. della

legge n. 218/1985”. La ragione starebbe nel fatto che la stessa legge n. 218 prevede un proprio

limite di applicazione per il caso che convenzioni internazionali dispongano diversamente, e l’art. 8

c. 2° dell’Accordo 1984 è per l’appunto da considerarsi una convenzione internazionale. La

conseguenza di questo orientamento è che la delibazione resta in vita solo per le sentenze

ecclesiastiche.


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niobe

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Cimbalo Giovanni.

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