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Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Folliero, libro consigliato Corso di Diritto Ecclesiastico, Vitale

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Corso di Diritto Ecclesiastico, Vitale. Si analizza la religione, l’art. 19 della Costituzione afferma che "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata,... Vedi di più

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. M. Folliero

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Contro persecuzioni o punizioni, o discriminazioni per il semplice fatto di aderire ad un

credo religioso;

Contro punizioni, ostacoli e difficoltà frapposte alla decisione del soggetto di mutare la

scelta compiuta, sia nel caso di un semplice recesso, sia nel senso di un passaggio da un

credo religioso ad un altro.

In particolare, i primi due aspetti sono quasi esclusivamente quelli su cui si è sviluppato, fino ai

tempi moderni, il problema della libertà religiosa, a causa della scissione provocata dalla Riforma e

dalla conseguente necessità di affermare il principio cuius regio eius religio (sancito con la pace di

Augsburg nel 1555).

Normalmente la scelta religiosa coincide con l’ingresso e l’appartenenza ad un gruppo religioso;

ma se non ci sono problemi per l’ingresso nel gruppo, ve ne possono essere per quanto riguarda il

recesso:

Il diritto di recesso: è questo un caso in cui la libertà religiosa va difesa non contro i poteri

pubblici, ma contro il potere rappresentato dallo stesso gruppo di appartenenza. Le grandi

religioni monoteiste considerano l’abbandono della religione “vera” come un gravissimo

delitto: i Paesi che si conformano al diritto confessionale islamico prevedono nella loro

legislazione il reato di apostasia, che comprende l’abbandono, la derisione, con parole o atti,

si un profeta, di un messaggero, di un angelo o del Corano. Tale reato è punito con la pena

di morte. Nel nostro ordinamento, come in tutti gli ordinamenti democratici occidentali, il

soggetto è libero di aderire ad un credo religioso, cos’ come è libero di ritirare questa

adesione. L’ordinamento, quindi, ha il dovere di tutelare il singolo contro quello che appare

come un abuso di potere del gruppo religioso;

Il passaggio da un credo religioso ad un altro: nella nostra cultura non può trovare posto

una visione colpevolizzante del cambiamento di religione. Ad esempio, la Cassazione ha

dovuto dichiarare illegittimo il tentativo di far riconoscere come motivo di addebito della

separazione coniugale – oppure come causa ostativa all’affidamento del figlio minore – la

conversione del coniuge ad altra religione.

La difficoltà di approntare strumenti giuridici in grado di tutelare i soggetti dagli abusi della

libertà di proselitismo necessariamente riconosciuta ai movimenti religiosi, innesca talvolta delle

reazioni a catena in cui ad un torto si cerca di riparare con un altro torto. Spesso, infatti, l’opera di

convincimento svolta dai nuovi movimenti religiosi ha come risultato un coinvolgimento totale del

soggetto destinatario che decida di aderire al gruppo. Molte volte, infatti tale soggetto è indotto a

troncare le occupazioni della vita quotidiana e le relazioni legate al suo status, determinando un

effetto traumatico rispetto a ciò che la famiglia si aspetta. Sono ormai noti i casi di famiglie

americane che, persuase del fatto che la decisione del congiunto sia frutto di un “lavaggio del

cervello”, si affidano a veri e proprio professionisti – i deprogrammatori – i quali “rapiscono” i

figli e li restituiscono alla famiglia dopo aver condotto nei loro confronti una sorta di contro-

lavaggio del cervello.

Si tratta di episodi molto gravi, che dovrebbero comportare precisa responsabilità penali. In

realtà, l’assoluzione dei deprogrammatori sarebbe accettata solo se fossa dimostrata l’illiceità della

tecnica di persuasione adottata per convincere il giovane. In mancanza di una dimostrazione del

genere, il comportamento della famiglia non solo lede la libertà religiosa del figlio, ma configura

una serie di reati (dal sequestro di persona alla violenza privata).

8. La tutela delle convinzioni interiori e della sensibilità religiosa della persona

La scelta religiosa compiuta va protetta contro ogni attività rivolta a lederne il contenuto. La

religione rappresenta un valore che comporta un convincimento affettivo ed emozionale, a cui si

può dare il nome di sentimento. Il sentimento è l’organo attraverso cui la coscienza individuale si

mette in rapporto con i valori. Esso fa sì che venga avvertito come un male ciò che colpisce quel

valore.

Benché il diritto si occupi normalmente di fatti di conoscenza, esso si occupa talvolta anche di

fatti di sentimento, specialmente se il sentimento è relativo a valori sentiti in maniera forte (la

dignità, il rispetto della persona). La lesione del valore religioso è prodotta da offese consistenti nel

porre in ridicolo, nello svilire i convincimenti religiosi, in modo che ne risulta ferita la sensibilità

dei soggetti che nutrono quei convincimenti.

La Corte Costituzionale riconduce il sentimento religioso alla coscienza, considerata sfera

virtuale delle espressioni esterne tutelate dai diritti fondamentali; la conseguenza è che anche il

sentimento religioso è da considerarsi tra i beni costituzionalmente rilevanti, anzi, costituisce

elemento base della libertà di religione che la Costituzione riconosce a tutti. Questo implica la

necessità di misure legislative rivolte a proteggere il sentimento religioso.

9. Tutela della sensibilità religiosa

Il sentimento religioso costituisce un bene costituzionalmente rilevante, in quanto riconducibile

alla coscienza, e pertanto si giustifica una tutela della sensibilità dei credenti contro le offese che

possono essere arrecate ai loro convincimenti. Queste offese possono provenire dai modi di

comunicazione dei messaggi pubblicitari e da comportamenti offensivi comuni nei quali è

ravvisabile una nota di illiceità.

10. Pubblicità commerciale attraverso la radiotelevisione

Il problema della tutela si pone con riferimento al settore della pubblicità commerciale e, in linea

generale, con riferimento a qualunque tipo di comunicazione (stampa, spettacolo, rappresentazioni

artistiche o teatrali).

I messaggi pubblicitari esigono un controllo più intenso, poiché in essa la funzione della

comunicazione non è speculativo-politica o ideologica, ma commerciale. La direttiva del Consiglio

delle Comunità Europee n. 552 del 1989 afferma che la pubblicità televisiva non deve offendere

convinzioni religiose o politiche. La legge n. 223 del 1990 afferma che la pubblicità radiofonica e

televisiva non deve offendere la dignità della persona, non deve evocare discriminazioni di sesso,

razza e nazionalità, non deve offendere le convinzioni religiose o ideali.

Il compito di prevenire e reprimere queste offese è affidato al Garante per le radio diffusioni e

l’editoria, il quale diffida gli interessati a cessare dal comportamento illegittimo ed impone la

rettifica, in mancanza può irrogare la sanzione del pagamento di una somma da 10 a 100 milioni e,

nei casi più gravi, la sospensione dell’efficacia della concessione.

11. Pubblicità in generale

Le più importanti associazioni e società che operano in Italia nel settore dell’advertising,

nell’interesse di tutelare la credibilità dell’attività pubblicitaria nei confronti dei consumatori, hanno

dato vita ad un’istituzione privata, l’Istituto della Autodisciplina Pubblicitaria, la quale ha

elaborato un Codice che obbliga all’osservanza delle proprie regole in primo luogo gli associati

dell’Istituto. Questo Codice impone l’osservanza di regole dirette a salvaguardare valori essenziali

come quello della non discriminazione, del rispetto della persona umana, e del rispetto delle altrui

convinzioni civili, morali e religiose.

A tal fine è istituito un Comitato di controllo che ha il compito di accertare elementi che

facciano ipotizzare la non conformità di una pubblicità commerciale al Codice di Autodisciplina,

promuovendo l’intervento di un Giurì, che ha il compito di far applicare le norme del Codice.

Ad esempio, il Giurì ha ordinato la cessazione di pubblicità per i prodotti Benetton, le quali

utilizzavano l’immagine di un prete ed una suora nell’atto di baciarsi, oppure le croci di un cimitero

di guerra.

12. Tutela penale della sensibilità religiosa

L’esame delle forme di tutela della sensibilità religiosa deve riguardare anche le sanzioni più

afflittive, ossia quelle penali. Dal combinato disposto degli artt. 403-406 c.p. risulta che vengono

punite le offese arrecate alle confessioni religiose mediante vilipendio di chi le professa e di cose

che formino oggetto di culto, nonché di turbamento di funzioni, cerimonie o pratiche religiose

compite con l’assistenza di un ministro di culto.

Forse sarebbe preferibile attuare la tutela del sentimento religioso non già attraverso figure

specifiche di reato, bensì attraverso qualificazioni specifiche di ipotesi generali quali l’ingiuria, la

diffamazione, che consentono di collegare l’offesa al sentimento religioso con l’offesa di beni

meglio individualizzabili quali l’onore, la reputazione e la libertà di domicilio.

Viene considerato illecito amministrativo la bestemmia, ossia le invettiva o parole oltraggiose

contro la Divinità (art. 7 l. 205 del 1999).

Capitolo II: Diritto a formare liberamente la coscienza e costrizioni

1. La tutela della libertà morale contro forzatura fisiche o psichiche

Prima di parlare delle garanzie assicurate alle diverse attività esterne attraverso cui si intende

compiere l’esperienza religiosa, occorre chiedersi se vi siano garanzie sufficienti riguardo il

processo psicologico da cui dipende l’adesione ad un credo religioso.

I problemi maggiori derivano dal fatto che ,di fronte alla libera formazione della propria

coscienza, esistono altri diritti – il diritto di propaganda, il diritto all’educazione – il cui contenuto

consiste nella possibilità di rivolgersi alle coscienze ed indirizzarle, per cui occorre trovare un

giusto equilibrio.

2. La libertà morale del minore nella famiglia e nella scuola

I rischi maggiori di violazione della libertà morale in nome della religione si verificano a danno

dei minori, visto che l’età giovanile rappresenta l’anello debole della catena esperienziale attraverso

la quale si forma la coscienza individuale.

L’art. 2 Cost. afferma che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia

come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Tale norme non vale solo

per gli adulti, ma anche per i minori. I minori, però, sono persone che devono essere guidate verso

la progressiva acquisizione di uno spirito critico, e quindi, nel loro caso, la libertà morale deve fare i

conti:

Con il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli (art. 30.1 Cost.);

Con i processi educativi dell’ambiente scolastico.

Per quanto riguarda la libertà morale della famiglia, può accadere che i genitori siano indotti a

trasmettere al figlio il loro patrimonio ideologico, culturale, religioso, sovrapponendo la loro

decisione all’eventuale scelta del minore. Questo atteggiamento si ricollega alla persistenza di una

concezione antiquata del rapporto educativo; mentre la funzione educativa oggi deve svolgersi in

ossequio all’art. 2 Cost., che intende garantire lo sviluppo della personalità. La famiglia, come

tutte le formazioni sociali, deve essere fondata su un rapporto educativo inteso come rapporto tra

due interlocutori entrambi attivi, la cui dignità va egualmente rispettata.

L’art. 14 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 riconosce, infatti, ai genitori il

diritto e dovere semplicemente di guidare il fanciullo nell’esercizio del diritto alla libertà di

pensiero, di coscienza e di religione, in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità.

La libertà psicologica del minore può essere violata, inoltre, anche quando i genitori affidano il

loro compito educativo ad una scuola confessionale che, per ispirarsi ad un modello educativo

monolitico, impedisce al minore di valutare criticamente la pluralità dei modelli di vita proponibili.

L’art. 9 dell’Accordo del 1984 afferma che la Repubblica garantisce alla Chiesa Cattolica il diritto

di istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione. A questo punto,

certo, si potrebbe ipotizzare per lo studente la libertà di scelta tra una scuola neutrale e una

confessionale, tuttavia:

In primo luogo è sempre stata riconosciuta ai genitori una priorità nella scelta del tipo di

istruzione per i figli;

In secondo luogo non è pensabile che un minore abbia la maturità intellettuale sufficiente

per difendere la sua libertà critica di fronte ad un messaggio monolitico.

Al più, si può tollerare la scelta dello studente a farsi impartire uno specifico messaggio religioso

se la scuola confessionale rimane estranea all’organizzazione scolastica pubblica; ma queste scuole

possono chiedere la parità con le scuole pubbliche (come prevede l’art. 33 Cost.), nonostante possa

sembrare inconcepibile che venga riconosciuta la parità di scuole che si fondano sulla violazione

sistematica delle libertà fondamentali dell’alunno minore.

In linea di principio, problemi di tutela della libertà morale dei soggetti non dovrebbero sorgere di

fronte a strutture ed istituzioni statuali, che dovrebbero attenersi a quell’aspetto della laicità che è il

principio di non identificazione con un particolare messaggio religioso. Però, nel nostro

ordinamento quel principio non viene rispettato, poiché lo Stato pone le sue strutture educative a

disposizione della Chiesa cattolica per la comunicazione della sua dottrina.

L’art. 9 dell’Accordo 1984 stabilisce che «nel rispetto della libertà di coscienza e della

responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno di scegliere se avvalersi o non avvalersi

si detto insegnamento». La norma non identifica il titolare del diritto di scelta, per cui è stata

necessaria una precisazione legislativa (l. 281 del 1986). È stato stabilito che gli studenti delle

scuole secondarie superiori esercitano personalmente all’atto dell’iscrizione il diritto di scegliere

se avvalersi i non avvalersi dell’insegnamento della religione. La domanda di iscrizione, comunque,

è sottoscritta per ogni anno scolastico da uno dai genitori o da chi esercita la patria potestà.

Resta, comunque, fuori discussione che, per gli studenti al di sotto dei 14 anni, la scelta se

avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica spetta ai genitori. Se i genitori

sono in contrasto tra loro e deve decidere il giudice, il minore seguirà l’insegnamento della

religione cattolica, tenendo conto del comune sentire in materia della maggioranza della

popolazione italiana e del particolare riconoscimento dato dalla repubblica italiana alla cultura

religiosa e al cattolicesimo.

Capitolo III: Libertà di coscienza e indottrinamento forzato

1. Ostilità per la libertà di proselitismo

La libertà di proselitismo costituisce parte integrante ed inscindibile della libertà religiosa; tuttavia

non tutto è pacifico a questo riguardo. Infatti, questa libertà gioca a favore dei nuovi movimenti

religiosi, che cercano di persuadere dei fedeli a danno delle religioni saldamente stabilite.

Il proselitismo è stato sempre motivo di conflitti interconfessionali,e le religioni più forti,

quando possono, cercano di ottenere dallo Stato che frapponga ostacoli ad esso:

Nei Paesi in cui il regime politico si identifica con il sistema religioso stabilito (i Paesi

Arabi, lo Stato di Israele), la religione tradizionale è garantita contro questi rischi attraverso

il divieto di proselitismo;

Nei Paesi in cui il regime politico non si identifica con il sistema religioso (gli Stati laici), le

Chiese tradizionali non godono di questa garanzia. Solo in Grecia hanno ottenuto che la

Costituzione del 1975 dichiari che il proselitismo è proibito.

2. Libertà di proselitismo e libertà morale o psicologica

Al di là di queste gravi eccezioni, in genere la libertà di proselitismo è, in linea di principio,

pienamente garantita. Tuttavia questo aspetto della libertà religiosa è quello che, paradossalmente,

può tradursi nella lesione di altri aspetti della libertà.

La comunicazione del messaggio religioso, infatti, può avvenire sia con tecniche corrette, sia

attraverso tecniche che comprimono la libertà di valutazione (ipnosi, droga, persuasione occulta) e

si risolvono in forme di costrizione.

Questo condizionamento può assumere connotazioni abnormi, considerando che spesso si è in

presenza di un rapporto tra un soggetto particolarmente esperto nella manipolazione dell’io ed un

soggetto in piena crisi esistenziale. Basti pensare ai rapporti tra insegnanti e studenti, genitori e figli,

psicanalista e paziente, che fanno pensare a quelli che potremmo definire poteri privati.

In tali casi possono crearsi situazioni di indottrinamento ideologico, intendendosi per pale

l’acquisizione di un sapere inculcato, senza personale assimilazione e partecipazione critica.

3. I nuovi movimenti religiosi

L’incidenza delle tecniche adoperate per fare proselitismo sulla libertà morale della persona fa

emergere la problematica cui danno vita i nuovi movimenti religiosi, specialmente per quel che

riguarda il proselitismo.

Il proselitismo presuppone sempre il valore suggestivo del messaggio e la fiducia che esso suscita

nel destinatario, inducendolo a lasciarsi coinvolgere. L’attività di proselitismo può configurarsi

come illecita:

tanto per quel che riguarda i mezzi adoperati;

quanto per quel che concerne l’abuso dell’opera di convincimento per fini ulteriori (ad es.

quando al convincimento può seguire la dedizione di energie personali e patrimoniali,

sfruttando la fiducia delle persone nella dottrina).

4. Eventuale illiceità delle tecniche di proselitismo

Spesso, la coscienza di certi soggetti è indebolita da fattori traumatici (sofferenza, perdita di

persone care) e da sempre le religioni hanno trovato in questi stati d’animo il loro terreno di cultura.

Tuttavia, alcune notizie riferite dai mezzi di comunicazione, inducono il sospetto che, talvolta,

l’opera di convincimento da parte di certi movimenti religiosi arrivi a schiavizzare la volontà

dell’individuo: in questi casi, l’adesione al gruppo religioso sarebbe il frutto della compressione

della libertà morale, e ci si chiede se l’ordinamento possa farsi carico della protezione del soggetto

debole contro i mezzi subdoli adoperati dal potere di pressione spirituale.

Da un lato, sarebbe azzardato legittimare interventi del potere pubblico in chiave

paternalistica, per sostituirsi al diretto interessato;

D’altra parte, di fronte al bene della libertà morale, c’è da tutelare la libertà religiosa come

libertà di fare opera di convincimento e di proselitismo a favore del messaggio in cu si

crede.

Eppure, di fronte ai casi sconcertanti di individui che sembrano aver abdicato alla propria capacità

di autodeterminarsi per rimettere in mani altrui il proprio destino, sembra legittimo porsi il

problema della tutela della libertà morale. La possibilità di scelta di traduce nella possibilità di

recepire più messaggi e quindi selezionarli; per cui si potrebbe evidenziare l’illiceità del

condizionamento psicologico allorché esso preclude ogni possibilità alternativa al messaggio che gli

si vuole far accettare, ponendolo in un isolamento totale, in una sorta di sequestro intellettuale, di

modo che egli non possa avere scambi con terzi che possano comunicargli messaggi contrastanti.

5. Abuso dell’attività di proselitismo per fini ulteriori

Per quanto riguarda l’abuso dell’attività di proselitismo per fini illeciti, molto spesso queste nuove

forme di religiosità appaiono atipiche, a volte gestite in forma imprenditoriale da ciarlatani con

pochi scrupoli, che si avvalgono della religione per procurarsi introiti finanziari o lavoro gratuito.

Tuttavia, non sempre le tradizionali categorie penalistiche sembrano adattabili a talune fattispecie

concrete.

Spesso l’attività svolta non è oggettivamente illecita: essa configura una fattispecie di reato solo

se si accerta che l’obiettivo dell’agente sia il perseguimento di un fine ingiusto, e non risponde ad

un’autentica ispirazione religiosa. Questa indagine non sempre è semplice, e rischia di ledere la

libertà religiosa del soggetto: talvolta la linea di demarcazione tra attività di esplicazione del diritto

di libertà religiosa e la sua sicura riconducibilità ad un reato è incerta.

Ne costituisce un esempio la Associazione o Chiesa Dianetics e Scientology, fondata negli anni

’40 da Ron Hubbard. L’attività di questa associazione si svolge attraverso corsi di purificazione

spirituale, aventi costo variabile: ci si trova, dunque, di fronte ad un gruppo religioso che vende il

proprio messaggio di salvezza. Alcuni hanno ravvisato in questa fattispecie il reato di truffa

contrattuale, ma la condanna per truffa non appare molto convincente, dal momento che non

esistono gli strumenti idonei ad escludere la possibilità di ottenere benefici di natura spirituale

attraverso le tecniche di Scientology.

6. Gli abusi elettorali dei ministri di culto

Un difesa della libertà di autodeterminazione dei soggetti, quando deve esprimersi attraverso il

diritto di voto (art. 48.2 Cost.) si ha mediante una figura di reato che viene qualificato come abusi

elettorali dei ministri di culto (art. 98 d.p.r. 361/1957, modificato dal d. lgs. 534/1993).

Tale reato si configura quando il ministro di qualsiasi culto, abusando delle proprie attribuzioni e

nell’esercizio di esse, si adopera a vincolare i suffragi degli elettori a favore o in pregiudizio di

determinate liste o di determinati candidati.

Questa figura di reato non è in armonia con i principi costituzionali e con i mutamenti culturali: in

un ordinamento democratico i ministri di culto devono avere la possibilità di orientare i rispettivi

fedeli nelle loro scelte politiche. Inoltre, la maturazione delle coscienze non consente di ritenere

pregiudizialmente che il fedele sia condizionato dai suggerimenti del ministro di culto.

Questa norma, perciò, sta cadendo in desuetudine, e quando la si invoca si tende a darne

un’interpretazione riduttiva: l’unico modo per rendere questa norma coerente con il nostro

sistema democratico è di intendere l’abuso di cui essa parla coincidente con un illecito avente per

contenuto la coartazione o l’annullamento della libertà dell’elettore. La noma ha per scopo non già

di impedire l’incitamento a votare in un certo modo, ma di impedire che l’elettore sia indotto a

votare diversamente dalle proprie convinzioni.

Capitolo IV: La libertà religiosa come tutela di azioni esterne

1. Le categorie di azioni esterne per le quali si rivendica libertà religiosa

Quando si passa all’esame di azioni esterne il compimento delle quali si vuole tutelato dal diritto

di libertà religiosa, il discorso diventa complesso, perché queste azioni esterne sono di natura molto

diversa tra loro, e bisogna individuare distinte tipologie.

2. Le azioni tipiche di qualunque esperienza religiosa

Una prima tipologia riguarda le azioni che si ritengono tipiche di qualsiasi forma di esperienza

religiosa. Esse sono:

Attività di natura simbolica (culto); ogni esperienza religiosa si compie attraverso peculiari

attività che, per essere ritenute idonee a realizzare il collegamento dell’individuo con una

realtà trascendente, si esprimono in pratiche simboliche (la c.d. attività di culto), il cui

significato dipende da un codice posseduto solo da coloro che compiono tali pratiche;

Attività di natura comunicativo-persuasiva (propaganda della propria fede).

La libertà religiosa riconosce a ciascuno la possibilità di adoperarsi per convincere altri a

condividere la credenza, la fede che si ritiene vera e buona. Da questo punto di vista, la

propaganda va intesa come possibilità di far pervenire ad altri soggetti il messaggio religioso

attraverso tutti i mezzi di comunicazione e diffusione idonei a tale scopo (giornali, libri,

trasmissioni radiotelevisive, scuole).

Molto spesso, però, per un gruppo religioso la propaganda ha il preciso fine di procurare nuovi

adepti (fine di proselitismo) e il loro contributo alla realizzazione dei fini religiosi. In linea di

principio, quindi, il proselitismo costituisce parte indisgiungibile del diritto di libertà religiosa.

3. Condizionamenti storico-ambientali nell’individuazione delle attività protette

Abbiamo già avuto modo di mettere in luce la storicità del fenomeno religioso di fronte al diritto.

È comprensibile che il legislatore per il passato ha avuto soprattutto presente la realtà costituita

dalla preponderante rilevanza sociale della religione cattolica, e ha fatto riferimento alle attività di

culto e di propaganda di quella religione.

Secondo queste rappresentazioni del fenomeno religioso consolidate e comunemente accolte, lo

svolgimento del culto avviene attraverso attività che non hanno nulla a che vedere, per esempio, con

quelle di carattere economico, medico o psichiatrico.

La professione di fede religiosa si esterna in attività che nulla hanno a che vedere con la politica e

richiede ai fedeli, nella vita quotidiana, comportamenti che non urtano contro i valori mediamente

circolanti nella vita sociale, sono conformi alla morale corrente. La propaganda delle credenze

religiose ed il proselitismo avvengono secondo tecniche che la tradizione illuministica ritiene

legittime nell’ambito delle modalità di formazione e costruzione dei convincimenti provati e

dell’opinione pubblica.

4. Le azioni richieste dalle regole di vita di ciascun messaggio religioso

Normalmente, un messaggio religioso include anche regole di vita, precetti morali, l’osservanza

dei quali è condizione indispensabile per il compimento dell’esperienza religiosa secondo quel

peculiare messaggio. Pertanto, l’adesione ad una determinata religione implica il consapevole rinvio

a queste regole di vita, deducibili dal messaggio religioso.

Il rispetto di queste regole di vita trova la sua fonte immediata nella coscienza, che richiede dal

soggetto comportamenti esterni conformi ai modelli ideali ed alle convinzioni che il soggetto ha

maturato. Se il soggetto venisse impedito dal tenere comportamenti conformi ai dettati normativi

della propria coscienza, sarebbe leso nella sua identità.

È possibile che un comportamento imposto ad un soggetto come dovere da parte dello Stato sia

vietato come illecito da parte della religione, così come può accadere il contrario; e sorge, quindi,

nel soggetto un conflitto interiore (c.d. conflitto di lealtà) fra due doveri di comportamento.

5. Il diritto di agire secondo i dettami del proprio credo religioso

Siccome in queste circostanze l’ostacolo a questa particolare forma di libertà è costituito da una

norma dell’ordinamento statuale, il riconoscimento di essa non può che avvenire attraverso la

decisione dell’ordinamento dello Stato di rinunciare alla pretesa di osservanza della norma da

parte di soggetti per i quali l’adempimento dell’obbligo giuridico comporterebbe il tradimento della

normatività della propria coscienza.

Queste situazioni di conflitto sono apparse per molto tempo insuperabili:

Da una parte perché si riteneva inconcepibile una rinuncia al principio della obbligazione

politica, fondato sulla considerazione che ogni obbligo giuridico è fondato su una doverosità

di carattere etico;

Dall’altra parte, perché appariva troppo clamorosa la disuguaglianza di trattamento fra la

generalità dei consociati (la cui disobbedienza è considera comportamento antigiuridico) e la

persona a cui fosse consentito sottrarsi a questa valutazione.

Entrambe queste preoccupazioni oggi appaiono poco rilevanti:

I doveri richiesti dall’ordinamento sono il frutto di precise opzioni etiche, ma esse possono

non essere condivise, perché il soggetto può pervenire a opzioni differenti che hanno la loro

radice prossima nella coscienza;

Oggi il principio di uguaglianza si traduce in quello della ragionevolezza delle

differenziazioni.

Il frutto della riconosciuta libertà di coscienza è inevitabilmente il pluralismo dei valori di

coscienza, che si traduce nella possibilità di tenere comportamenti differenti da quelli imposti alla

generalità dei cittadini. Pertanto, è possibile configurare, come espressione particolare di libertà

religiosa, il diritto alla testimonianza della fede, ossia il diritto di agire secondo i dettami del proprio

credo.

6. Possibilità e limiti delle deroghe a doveri giuridici

In effetti, per il nostro ordinamento la coscienza individuale è dotata di una normatività così

elevata da giustificare deroghe rispetto a generali doveri giuridici anche fondamentali. Qualsiasi

attività attraverso cui un credente ritiene di dover manifestare la sua convinzione religiosa, quindi,

risulterebbe tutelata. Si pensi, ad es., alla contravvenzione alle norme sull’obbligatorietà del casco

in motocicletta da parte di membri di gruppi religiosi indù che sono tenuti a portare un turbante.

Si capisce, perciò, che la normatività della coscienza non può avere riconoscimento assoluto,

giacché anche la norma statuale può poggiare su valori meritevoli di tutela, ed è necessario un

contemperamento. Si rende necessaria, perciò, una interpositio legislatoris, intesa a bilanciare la

libertà di coscienza con contrastanti doveri o beni di rilievo costituzionale e a graduarne le

possibilità di realizzazione in modo da non arrecare pregiudizio al buon andamento delle strutture

organizzative e dei servizi di interesse generale.

Fermo questo bilanciamento, può essere la previsione di esenzioni privilegiate dall’assolvimento

di doveri pubblici qualificati dalla Costituzione come inderogabili (c.d. obiezione di coscienza).

Capitolo V: Libertà di comportarsi secondo le regole di vita

del credo religioso

1. L’attuazione del diritto a comportarsi secondo coscienza

Abbiamo detto che nella nostra Costituzione trova saldo fondamento il diritto a comportarsi

secondo il proprio credo religioso. Ma il passaggio dall’enunciazione di principio alla sua

concretizzazione è irta di difficoltà, perché la coscienza, se assunta a superiore istanza decisionale,

non garantisce più la tenuta dei rapporti sociali.

Si tratta, dunque, di stabilire fin dove possa ricevere attenzione l’esigenza di sottrarsi

all’osservanza della legge generale, al fine di poter seguire i dettami etici del messaggio religioso di

appartenenza. La Corte Costituzionale non lascia alla valutazione soggettiva la decisione in favore

della coscienza, ritenendo necessaria un’opera del legislatore volta a contemperare la realizzazione

della libertà di coscienza con esigenze altrettanto meritevoli di tutela. Il riconoscimento di un

diritto, comunque, è condizionato dalla concreta possibilità, da parte dell’ordinamento, di convertire

l’obbligo principale in un altro obbligo.

Il risultato di questo bilanciamento si esprime in quelle normazioni speciali che riconoscono le

figure tradizionalmente ricondotte all’obiezione di coscienza, consentendo a determinati soggetti di

sottrarsi alla legge politica per seguire l’imperativo dettatogli dal microcosmo normativo della

coscienza.

Distinguiamo:

Doveri giuridici che consistono nell’impiegare le energie lavorative per la produzione di

beni e servizi da parte della Pubblica Amministrazione;

Doveri giuridici che consistono nell’impiegare le energie lavorative per la produzione di

beni e servizi da parte di un datore di lavoro privato.

In via preliminare, comunque, vogliamo dedicare in breve cenno alle frequenti ipotesi in cui non

si tratta di un vero e proprio conflitto di coscienza, ma di difficoltà di fronte all’imposizione di

oneri da parte della legge statale.

2. Il presupposto: norma che impone un onere

In primo luogo possiamo analizzare la questione della carta d’identità. In Belgio una Corte

d’Appello ha accolto il ricorso di una ragazza turca cui il comune di Beringen aveva rifiutato il

rilascio della carta d’identità perché l’interessata rifiutava di togliersi il velo. La sentenza sostiene

che la presenza del velo non ostacola l’identificazione della ragazza, ed ha condannato il comune al

risarcimento del danno per la mancata concessione del documento.

Un’altra questione importante è quella del chador nelle scuole francesi, sorta perché alcune

scuole hanno proibito l’ingresso a ragazze islamiche che volevano tenere il velo, motivando che

questo comporterebbe una caratterizzazione inammissibile in una scuola neutrale. È dovuto

intervenire il Consiglio di Stato, il quale ha affermato che il portare segni religiosi caratterizzanti di

per sé costituisce esercizio di libertà, ma tali segni non sono ammissibili quando potrebbero

costituire un atto di pressione e provocazione.

Riguardo il conseguimento dello status coniugale, esso si verifica con il matrimonio. Senonché,

il matrimonio è uno di quegli eventi tradizionalmente circondati da un significato religioso, e molti

soggetti non saprebbero concepire quella decisione se non alla luce dl suo valore religioso. I

comportamenti sentiti e vissuti dai soggetti per il valore che essi annettono al matrimonio hanno

sovente un’effettività anche sociale, che diventa pressione per tradursi in effettività giuridica.

3. Il presupposto: norma che impone un dovere

Perché si possa stabilire seriamente un conflitto di doveri, occorre che sia individuabile nella

normativa statuale un dovere di comportamento: se tale dovere non è individuabile con certezza,

non si pone un autentico conflitto. Ad esempio, nel caso del medico di base che si è rifiutato di

prescrivere ad una cliente la pillola anti-concezionale adducendo motivi di coscienza, possiamo

evincere che esiste un codice di deontologia secondo cui qualora il medico venga richiesto di

interventi sanitari che contrastano con la sua coscienza o con il suo convincimento clinico, può

rifiutare la propria opera, a meno che non sia immediatamente necessaria per salvare la vita al

paziente.

La stessa cosa può dirsi per i trattamenti sanitari, riguardo ai quali si parla di obiezione di

coscienza dei Testimoni di Geova perché costoro, in base ad un’interpretazione rigorosa di alcuni

passi del Levitino, considerano illecito il ricambio di sangue. Il conflitto esiste fra questo rifiuto e

l’interpretazione, da parte del medico, di dover intervenire per la salute del paziente: conflitto molto

delicato, ma che esula dalla problematica di un’effettiva obiezione di coscienza.

4. Doveri di prestazione nei confronti delle istituzioni pubbliche

L’art. 9 della legge 22 maggio 1978 n. 194 stabilisce che il personale esercente le attività sanitarie

non è tenuto a prendere parte alle procedure intese all’accertamento dei parametri previsti dal

legislatore per potersi procedere all’interruzione della gravidanza e agli interventi per l’

interruzione della gravidanza, quando sollevi obiezione di coscienza con preventiva dichiarazione.

Non occorre motivazione, né la dichiarazione è soggetta al vaglio dell’amministrazione.

La ratio del riconoscimento dell’obiezione, che si spiega con la forte pressione esercitata in sede

di elaborazione della legge dalle forza politico-sociali legate al mondo cattolico, è quella di esimere

il soggetto dalla responsabilità di una cooperazione diretta alla decisione della gestante. Pertanto,

l’obiezione non è configurabile per soggetti, diversi dal personale sanitario, che devono a vario

titolo intervenire nel processo decisionale della gestante senza assumersi una corresponsabilità nella

decisione abortiva della gestante.

È questo il caso, ad es., del giudice tutelare, al quale è affidato il compito di autorizzare o meno

l’interruzione della gravidanza nel caso di donna di minore età, quando manchi l’assenso di chi

esercita la potestà del genitore. In effetti, il giudizio del giudice non agisce come una valutazione

circa l’opportunità di interrompere la gravidanza, ma si limita a valutare la capacità della giovane di

dare adeguata importanza dell’atto che si accinge a compiere.

Comunque, l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività

ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a

determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente

all’intervento.

Ad ogni modo, costituendo l’interruzione della gravidanza un pubblico servizio, occorre

preventivamente ovviare all’eventuale situazione di paralisi che si creerebbe nei reparti di ostetricia

e ginecologia ove mai tutti i sanitari fossero obiettori. A tal fine la l. 12/1982 conferisce alle

Regioni – nel limite della quota del fondo nazionale loro assegnato – il potere di prestabilire un

ampliamento delle piante organiche e la contestuale copertura dei relativi posti, per i servizi e

strutture sanitarie finalizzati all’attuazione della l. 194/1978. I medici o para-medici chiamati ad

occupare quei posti non possono poi dichiararsi obiettori, essendo scopo della legge quello di

consentire l’esplicazione del servizio.

5. Doveri di prestazione nei confronti di datori di lavoro pubblico

Il richiamo all’efficacia dei diritti costituzionali appare più problematico quando l’azione di colui

che detiene l’autorità appare il corrispettivo di doveri derivanti dall’assunzione di impegni

contrattuali.

Un richiamo diretto all’efficacia dei diritti costituzionali in questi casi appare difficilmente

conciliabile con il principio dell’autonomia negoziale che, ad esempio, consente al datore di lavoro

di licenziare il lavoratore per giusta causa o per giustificato motivo.

Il problema certo è più generale, nel senso che riguarda tutte le ipotesi in cui il lavoratore possa

sottrarsi al suo dovere di prestazione in ossequio a un diritto costituzionalmente garantitogli. In

Spagna vi è stato un caso di un avventista che rifiutava di lavorare dal tramonto del venerdì a quello

del sabato; in Austria ci si è preoccupati di garantire i ricercatori universitari di fronte

all’imposizione di ricerche i cui metodi e contenuti possano creare problemi di coscienza.

In Italia, l’unico caso che si è presentato è stato quello di un lavoratore che ha rifiutato, in

fabbrica, di essere addetto ad un settore di produzione bellica. Qualche autore si appella

all’efficacia anche interprivata dei diritti costituzionale, per dedurne che il datore, prima di

procedere al recesso per giusta causa, proponga al lavoratore che obietta di svolgere mansioni

diverse. Il problema, però, è di difficile soluzione in aziende con produzione monotipia, in cui

l’obiezione di coscienza non può esplicarsi se non attraverso l’auto-licenziamento. In questo caso,

dunque, il giudice respinge il ricorso contro il licenziamento comminato all’operaio per tale

illegittimo rifiuto di adempimento, poiché l’obiezione di coscienza non può diventare titolo

giuridico per sopraffare gli altri, a meno che essi non esigano adempimenti di doveri riprovati dalla

comune coscienza giuridica.

Fuori di questo caso estremo, il diritto contrattuale non legittima il rifiuto della prestazione

motivato da un convincimento interiore, così come non libera il portatore di questo convincimento

dalla colpa per quel rifiuto ad effettuare la prestazione lavorativa, che equivale ad inadempimento.

Capitolo VI: Dalla libertà religiosa alla libertà positiva

1. Libertà religiosa e variabilità delle restrizioni da superare

Dobbiamo ora occuparci dei diversi aspetti che la libertà religiosa assume se la si considera

nell’ottica concernente la natura delle restrizioni degli ostacoli da cui il soggetto intende liberarsi.

Nella teoria e nella prassi, l’impedimento all’ispirazione a poter scegliere e decidere liberamente,

può derivare dal potere pubblico o privato.

Se si guarda ai dati storici, si può constatar che quello che caratterizza la lotta per la libertà

religiosa è la liberazione di certe attività religiose dalle interferenze e dai controlli frapposti

soprattutto dal potere politico nei confronti di convinzioni da esso non gradite.

Oggi si va affermando il convincimento che per tutelare effettivamente la libertà, non basta

fermarsi alle restrizioni costituite da illegittimi attacchi da parte dei poteri pubblici e privati, ma

occorre anche guardare alle restrizioni costituite:

dalla carenza di mezzi economici, in conseguenza alla distribuzione delle risorse;

da ostacoli di tipo giuridico, ossia da limiti imposti per evitare incidenza e ripercussioni

nella sfera di altri soggetti.

Va detto che, rispetto al variabile configurarsi di restrizioni, l’attenzione si concentra sulle

modalità di impiego del diritto per superarle: si elabora, in altri termini, una politica della libertà.

Rispetto alle restrizioni dovute all’ostilità del potere politico, l’uso del diritto è in funzione

garantista, poiché deve configurare gli atti autoritativi come contrari alla legalità. Rispetto alle

restrizioni consistenti nella carenza di risorse giuridiche ed economiche, l’uso del diritto è in

funzione interventista, ossia deve:

determinare le modalità d’intervento del potere pubblico al fine di rimuovere gli ostacoli di

natura economica;

ampliare la sfera giuridica dei soggetti, concedendo loro maggiori possibilità d’azione.

2. La dimensione positiva della libertà religiosa

Questo discorso varrebbe anche per la libertà religiosa, in quanto il nostro ordinamento è mosso

dall’obiettivo di dare una sempre più piena ed appagante soddisfazione al diritto di libertà religiosa

del civis-fidelis.

Gli aspetti della libertà religiosa che abbiamo finora illustrato sono riconducibili alla dimensione

negativa della libertà religiosa. Da questo punto di vista lo Stato ha una posizione garantista:

Da una parte, impegna i propri poteri ordinamentale a non ostacolare le attività e i

comportamenti attraverso cui i soggetti realizzano la loro esperienza religiosa;

Dall’altra, impegna il proprio potere giudiziario ad intervenire per tutelare i soggetti da

ostacoli tuttavia frapposti sia da parte dei poteri pubblici, sia da parte di numerosi poteri

privati.

Oggi appare necessario evidenziare una dimensione della libertà religiosa qualificabile come

positiva, ossia ricollegabile ad una serie di condizioni di fatto, mancando le quali il diritto di libertà

religiosa rimane praticamente lettera morta. Queste condizioni di fatto sono le attività attraverso cui

il singolo può condurre l’esperienza religiosa. Esse sono poste in essere tramite il gruppo religioso

di appartenenza, che perciò deve essere aiutato mediante il conferimento di risorse materiali e

giuridiche (funzione interventista o promozionale dello Stato).

3. La libertà religiosa positiva come diritto di prestazione

Nella dimensione negativa, la libertà religiosa appare come una rigorosa pretesa giuridica

azionabile, di fronte alla quale si configurano obblighi giuridicamente controllabili. Invece, nella

sua dimensione positiva, la libertà religiosa appare come posizione degna di attenzione sul piano

politico, come un diritto di prestazione nei confronti delle strutture pubbliche.

In una prospettiva autenticamente partecipata e solidaristica dello Stato democratico, tutte le

libertà costituiscono un bene di valore eminentemente sociale, ma questa considerazione non può

affatto trasferirsi in modo automatico dal piano etico-politico a quello tecnico-giuridico. In altri

termini, le forme di aiuto che il potere pubblico decide di fornire costituiscono il frutto di scelte

politiche discrezionali. Siccome i mezzi per soddisfare il diritto di libertà religiosa possono essere

svariatissimi per natura, qualità e quantità, la libertà religiosa può diventare un “manto” che ricopre

qualsiasi tipo di intervento pubblico che viene invocato: non si vede, infatti, che cosa non possa

essere richiesto come mezzo di realizzazione della libertà religiosa.

4. La libertà religiosa positiva al servizio degli interessi istituzionalizzati

A questo punto, va detto che la valorizzazione della dimensione positiva della libertà religiosa

costituisce l’anello di congiunzione tra ideologia democratica della libertà e rivalutazione delle

formazioni sociali. La valorizzazione della dimensione positiva della libertà religiosa serve per

giustificare il soddisfacimento non certo di interessi religiosi individuali, ma degli interessi religiosi

di cui si fa titolare il gruppo confessionale.

Le formazioni sociali sono funzionali allo sviluppo della persona (art. 2 Cost.): se il gruppo può

beneficiare di risorse, esso potrà impiegarle per organizzare la gestione dei servizi grazie ai quali i

fedeli compieranno la loro esperienza religiosa. Si può parlare di rappresentanza: infatti, se il

gruppo si caratterizza per un elemento da cui il singolo ritiene di ricavare una propria identità, si

può dire che ciò che una persona è costituisce anche il prodotto di queste comunità di appartenenza.

Ne consegue che gli interessi del soggetto sono influenzati dal suo modo di sentire l’appartenenza a

tali comunità, e che gli ostacoli all’autonomia della comunità di appartenenza vengono avvertiti

come ostacoli all’autonomia individuale. Se quest’ultima è raggiunta solo se es in quanto è

realizzata la prima, la liberà viene pensata come un diritto della comunità.

5. La libertà religiosa positiva come diritto riflesso del singolo

Per consentire ai fedeli di compiere la loro esperienza religiosa il gruppo confessionale ha dunque

bisogno di risorse materiali e giuridiche: quanto maggiori risorse avrà il gruppo, tanto più agevole

sarà la realizzazione del diritto di libertà religiosa dei soggetti membri del gruppo stesso.

A questo punto, però, la libertà religiosa non deve essere considerata in modo unitario, ossia

comprensiva degli aspetti positivi e negativi: una simile considerazione unitaria rischia di

minimizzare le ripercussioni immediate che gli aspetti positivi hanno sui valori di democrazia,

libertà ed uguaglianza. Quando si parla di aspetti positivi della libertà religiosa, bisogna tener conto

che ci si muove in una logica tutta diversa, in quanto la libertà religiosa non è allora un diritto

immediato dei singoli, ma è un diritto di riflesso (il singolo ne gode in proporzione alle risorse del

gruppo). La libertà del singolo, insomma, dipende dalla libertas ecclesiae, di modo che qualunque

ampliamento di questa sarebbe giustificato per la realizzazione di quella.

6. Libertà religiosa positiva e tramonto dell’eguaglianza nella libertà

Non è difficile valutare le conseguenza dell’uno o dell’altro modo di guardare all’aspetto

soggettivo della libertà religiosa, specie alla luce del principio di uguaglianza:

Se essa viene intesa in chiave individualistica, facilmente il suo contenuto può essere reso

conforme all’esigenza di eguaglianza;

Se la libertà religiosa viene intesa in chiave comunitaria, il suo contenuto varierà in

corrispondenza alla capacità della comunità di ottenere possibilità finanziarie e giuridiche

indispensabili per sentirsi libera. La conseguenza sarà che, nella misura in cui la libertà del

gruppo si riflette sugli appartenenti al gruppo, i cittadini avranno gradi diversi di libertà sulla

base della loro appartenenza ad una o all’altra comunità. Addirittura, si verifica uno

spostamento di competenza, circa la determinazione del contenuto di questa libertà,

dall’ordinamento statale a quello confessionale: neanche l’antico Stato confessionale

arrivava a tanto.

7. La libertà religiosa positiva come valore da tutelare per sé stesso

L’accento dalla portata individuale alla portata sociale del diritto di libertà religiosa si è spostato ,

ed ha acquistato sempre maggiore rilevanza la dimensione positiva della libertà religiosa (ossia la

scelta politica di promuovere le attività compiute dai gruppi religiosi).

Da questo punto di vista, gli stessi strumenti di negoziazione si configurano come una risorsa, in

quanto consentono al gruppo di far valere meglio i propri interessi. Concordati e intese sarebbero

indirizzate al fine di pervenire ad uno svolgimento il più ampio e completo possibile di tutte le

estrinsecazioni della libertà religiosa (dunque, espressione di libertà positiva).

La legittimazione del potere pubblico ad assegnare risorse ai gruppi confessionali è rinsaldata dal

fatto che la fruizione della libertà religiosa, oltre ad essere un valore in sé (come ad es., la libertà di

manifestazione economica) può anche essere ritenuta socialmente rilevante (come la libertà

economica)

8. La libertà religiosa positiva come valore socialmente utile

Bisogna tener presente, inoltre, che obiettivo dell’ordinamento è il progresso materiale e

spirituale della società (art. 4.1 Cost.), che può realizzarsi attraverso la formazione morale e

intellettuale dei consociati. A questa formazione concorre ogni valore idoneo a sollecitare e a

arricchire la loro sensibilità come persone, nonché il perfezionamento della loro personalità e il

progresso anche spirituale, oltre che materiale.

Ne consegue che è socialmente utili qualsiasi attività svolta da un soggetto – individuale e

collettivo – che concorra a tale progresso. Di sicuro la cultura favorisce questo progresso, e

l’ordinamento la promuove; ma questa affermazione è rischiosa poiché presuppone che lo Stato

debba avere un suo ideale culturale. L’attenzione per la cultura non è disinteressata, ma opera in

funzione del consenso di cui il potere ha bisogno.

D’altra parte, è ragionevole che le forme di vita spirituale meritino soddisfacimento, dal momento

che si rischia una schiavizzazione dell’uomo a causa del prevalere delle macchine e della

tecnologia. L’accostamento a forme di vita spirituale (arte, scienza, religione) stimola le facoltà

intellettive dell’uomo, consentendo di vivere una dimensione di libertà e universalità.

Nessuno può negare che la religione sia una componente della cultura: essa, infatti, rileva anche

come espressione di particolari modalità di formazione e svolgimento della persona umana,

perseguite attraverso pratiche sociali il cui insieme delinea le forme storiche concrete della vita

sociale.

Nessuno avrebbe mai pensato che l’art. 9 dell’Accordo volesse guardare anche alla religione,

invece ora emerge l’idea per cui la Repubblica italiana riconosce il valore della cultura religiosa.

Ne consegue che i soggetti che si preoccupano di provvedere al soddisfacimento di bisogni religiosi

possono essere considerati soggetti che portano un contributo al progresso spirituale della società.

Come ogni scelta politica, anche quella consistente nell’intervenire a favore di richieste

provenienti dal mondo religioso dovrebbe essere il frutto di un bilanciamento fra l’opportunità di

soddisfacimento delle stesse e i doveri di salvaguardia dei cardini su cui poggia la forma di Stato.

Tuttavia è evidente che, quanto più la classe politica ha bisogno dell’appoggio dei gruppi religiosi

forti, tanto meno il bilanciamento sarà corretto e scrupoloso (favori contro sostegno). Si rischia,

quindi, di dare vita ad una linea di continuità con le precedenti forme di Stato, che intendevano

surrettiziamente favorire il perseguimento dei fini confessionali da parte delle istituzioni religiose

(basti pensare al regime fascista).

Occorre, quindi, individuare dei parametri oggettivi per la valorizzazione della dimensione

positiva della libertà religiosa, consapevoli che si tratta comunque di espedienti la cui utilità non

basta a forzare preferenze ed ostilità del potere pubblico per l’uomo o per l’altro gruppo sociale. La

dimensione positiva della libertà religiosa, quindi, costituisce una brillante operazione per dare

legittimazione indiscutibile a posizioni di potere religioso altrimenti non difendibili.

9. Finanziamento pubblico a favore dell’edilizia di culto

Uno dei settori in cui è più percepibile il passaggio dalla dimensione negativa a quella positiva

della libertà religiosa è quello dell’edilizia di culto. Premesso che l’art. 19 Cost. garantisce «tutte le

manifestazioni del culto, ivi indubbiamente incluse, in quanto forma e condizione essenziale per il

suo pubblico esercizio, l’apertura di templi e oratori», questa esigenza di libertà si traduce

facilmente in criterio conformativo dell’azione pubblica. Lo Stato, infatti, deve farsi in qualche

misura carico dell’approntamento di tali edifici, strumentali al soddisfacimento di interessi sociali

(alla stessa maniera di cui si fa carico degli edifici scolastici).

Gli edifici di culto, perciò, possono essere considerati opere pubbliche, poiché la loro costruzione

è legittimata da un interesse pubblico. Siccome la loro costruzione si pone nel quadro del compito

della Pubblica Amministrazione di assicurare uno sviluppo equilibrato ed armonico dei centri

abitativi, il loro approntamento rientra fra le opere urbanistiche.

La legge 865 del 1971 annovera le Chiese ed altri edifici per servizi religiosi fra opere di

urbanizzazione secondaria, ossia fra le opere che, ponendosi accanto a quelle di urbanizzazione

primaria (strade, rete idrica e fognaria) appaiono funzionali ai servizi urbani e sociali che devono

caratterizzare un ambiente di vita dignitoso.

10. Meccanismi d’intervento: disposizioni statali e competenza religiose

Per quanto riguarda la realizzazione di queste peculiari opere pubbliche, bisogna tener presente

che, in base all’art. 117 Cost., la materia dell’urbanistica è riservata alle Regioni, per cui spetta a

queste ultime disciplinare il concetto di attrezzature religiose da ricomprendere nelle opere di

urbanizzazione, la determinazione di aree da riservare alle attrezzature religiose, ecc. I comuni,

nella formazione dei piani di zona, devono indicare gli spazi riservati ad edifici pubblici e di culto

(legge 167 del 1962). Vi è un obbligo imposto all’autorità civile di tener conto delle esigenze

religiose delle popolazioni, fatte presenti dalle autorità delle rispettive confessioni. (art. 5.3 del

Concordato con la Chiesa Cattolica, art. 27.3 dell’intesa con le Chiese avventiste).

Una volta identificati gli spazi da destinare alle attrezzature religiose, il comune oppure i soggetti

direttamente interessati promuovono il procedimento di espropriazione per pubblica utilità:

Se il procedimento è promosso dal comune, questo acquisisce l’area nel suo patrimonio

indisponibile (versando ai proprietari espropriati l’indennizzo) e poi la trasferisce, a titolo di

proprietà oppure di superficie, agli enti interessati alla costruzione delle attrezzature

religiose;

Se il procedimento è promosso dai soggetti interessati alla costruzione delle attrezzature

religiose, è questo soggetto che deve pagare a favore dei proprietari l’indennizzo stabilito

con decreto regionale, dopo di che acquisisce l’area come sua proprietà.

Una volta acquisita l’area, su di essa va costruito l’edificio di culto. Anche a questo riguardo lo

Stato si assume degli impegni finanziari, consistenti in contributi regionali e comunali (art. 53.2,

legge 222 del 1985), per la costruzione dell’edificio e per l’acquisizione delle pertinenti opere

parrocchiali.

Questi contributi sono erogabili sulla base di entrate ottenute attraverso:

Proventi derivanti dalla tassa di concessione comunale a carico di qualunque cittadino che

intenda costruire o ricostruire, e delle sanzioni pecuniarie per eventuali costruzioni abusive.

In tal caso, i denari incassati sono versati in un conto corrente vincolato presso la tesoreria

del comune e sono destinati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e

secondaria. Nessun criterio è indicato per determinare la misura degli introiti da destinare

alla costruzione degli edifici di culto (legge 10/1977);

Finanziamenti agevolati di cui il comune può fruire assumendo mutui con la Cassa depositi

e prestiti proprio per la realizzazione di opere destinate ad attività religiose. Si tratta di uno

strumento finanziario da attivarsi in mancanza di fondi (legge 847/1964).

L’edificio costruito con i contributi regionali o comunali viene attribuito agli enti

istituzionalmente competenti del servizio religioso. Essendo l’attribuzione di risorse finanziarie

preordinata alla soddisfazione dei bisogni religiosi dei cittadini, beneficiarie di questo intervento

non possono essere considerate solo le confessioni religiose che abbiano stipulato con lo Stato

un’intesa a termini dell’art. 8.3 Cost., ma tutti i gruppi identificabili come confessioni religiose.

Infatti, essi sono tutti uguali di fronte alla legge (art. 8.1 Cost.), quando il loro impegno è rivolto ad

agevolare un diritto di libertà dei cittadini.

A integrazione di queste due fonti di finanziamento, solo per quel che riguarda la Chiesa

Cattolica, ulteriore fonte di finanziamento è costituita da una parte delle somme introitate dalla CEI

attraverso il gettito dell’8 per mille all’IRPEF destinato a scopi religiosi.

Sezione Seconda: Libertà religiosa collettiva

Capitolo VI: I soggetti collettivi

1. Le associazioni a finalità religiosa

Il fenomeno religioso si presenta come pluridimensionale, nel senso che lascia scorgere:

Soggetti individuali;

Soggetti meta-individuali o collettivi: la religione, infatti, provoca aggregazione tra coloro

che condividono la stessa fede.

Questo momento collettivo è passibile di configurazioni diverse, passando da un massimo di

fluidità ad un massimo di concentrazione, passando per tutti i gradi di quella scala che i sociologi

indicano segnando il passaggio dal movimento all’istituzione.

Questo vuol dire che sono rilevabili non solo bisogni religiosi riconducibili alla dimensione

individuale, ma anche bisogni religiosi riconducibili a una dimensione collettiva. Gli interessi

religiosi, quindi, presentano vari e differenziati livelli di coesione e strutturazione.

Anche per i soggetti collettivi si pongono problemi di libertà.

2. Libertà strumentali e libertà finali

Va precisato che, di fronte ad un gruppo o associazione, il problema delle garanzie di libertà non

riguarda solo l’attività direttamente connessa al fine da perseguire, ma anche l’insieme degli

strumenti organizzativi che rendono possibile lo svolgimento di un’attività in forma associata.

L’organizzazione sta ad indicare quell’insieme di mezzi e strumenti che consentono al gruppo di

perseguire le sue finalità, di provvedere al soddisfacimento degli interessi che ne giustificano

l’esistenza.

Per i gruppi, quindi, le esigenze di libertà si pongono, prima ancora che riguardo ai fini, anche

riguardo ai mezzi: essi devono poter scegliere le modalità con cui provvedere al soddisfacimento

degli interessi,per essere libere. Si tratta di un principio generale, anche se non esplicitamente

enunciato, che si sintetizza nel concetto di autonomia (perché si risolve nel potere di porre delle

regole).

Bisogna, pertanto, tener conto delle restrizioni che possano ostacolare l’esigenza del gruppo di

dettare le regole necessarie per il più efficace funzionamento della propria organizzazione.

Vengono, quindi, in rilievo le cc.dd. esigenze di libertà strumentali, rivolte al funzionamento

dell’organizzazione del gruppo.

3. La libertà di associazione

Cominciamo con l’occuparci delle libertà finali. Professione della propria fede, propaganda

religiosa ed esercizio del culto possono aversi anche in forma associata (art. 19 Cost.). Il soggetto

collettivo più elementare cui viene rivolta attenzione dall’ordinamento è dunque l’associazione.

Di libertà di associazione si può parlare in una duplice prospettiva:

Come garanzia per il gruppo di non dover sottostare a regolamentazioni di terzi;

Come libertà di svolgere le attività liberamente scelte.

Per quanto riguarda la libertà di associazione come autonoma determinazione delle scelte, la

libertà di decidere il modo di perseguire le proprie finalità è garantito dalla Costituzione. Il valore

dell’associazionismo deriva dal vedere in esso l’espressione di quel pluralismo politico-ideologico

in cui si manifesta un aspetto essenziale dell’ideale democratico: un’impostazione autoritaria

sarebbe incompatibile con la natura e le funzioni assegnate alle associazioni.

Questo punto va sottolineato perché un limite della nostra Costituzione è quello di aver pensato

solo a formazioni sociali tipiche – famiglia, partito politico, sindacato, confessione religiosa – e

non anche ad altre formazioni che si possono creare. In particolare, per le confessioni religiose, c’è

l’implicito convincimento secondo cui ad ogni bagaglio dottrinale riferibile ad una professione di

fede corrisponderebbe una sola formazione religiosa.

La situazione diventerebbe grave se, di fronte ad un’associazione religiosa atipica – e sorta in

modo autonomo rispetto all’ordinamento confessionale ufficiale – che invoca la tutela del diritto

statuale, si stabilisse che questa tutela non può esserci perché, essendo l’associazione a finalità

religiosa sostanzialmente cattolica, essa è, per ciò stesso, sottoposta al diritto canonico.

In base ai principi in materia di libertà associativa, un gruppo può perseguire una finalità religiosa

riconducibile al messaggio cristiano-cattolico anche se, nelle modalità di realizzazione, si pone in

aperto contrasto con l’autorità confessionale, oppure – anche senza porsi in contrasto – intende

mantenersi autonomo. Infatti, i principi di gerarchia che sono stabiliti da un ordinamento

confessionale sono irrilevanti per quel che riguarda la concezione giuridica delle associazioni con

finalità di religione.

La rilevanza del collegamento, che giustificherebbe l’eventuale rinuncia dell’ordinamento statuale

a tutelare la libertà associativa, deve essere esplicitamente stabilita per casi specifici, ed è comunque

ammissibile nei limiti in cui non coarti le libere decisioni degli associati.

Per quanto concerne la libertà di associazione come libertà di svolgere le attività liberamente

scelte, le attività da garantire sono:

La liceità delle azioni: come per i singoli, così anche per le associazioni a finalità religiosa,

è nello stesso svolgimento delle indicate attività (professione della fede, propaganda, culto)

che si trova realizzato il fine. Dal punto di vista empirico, attività (mezzo ) e fine

coincidono, e la loro distinzione è possibile solo da un punto di vista logico. Questo dato è

da tenere in considerazione, dal momento che alle associazioni è riconosciuta libertà

d’azione (art. 18), ma fra i limiti di questa attività c’è il perseguimento di un fine lecito. Nel

caso della libertà d’associazione religiosa il fine è per definizione lecito, e la stretta

coincidenza empirica fra attività e fine potrebbe indurre a far ricadere sul fine l’eventuale

valutazione di illiceità che si riferisce semplicemente alle attività (ad es. tecniche illecite di

proselitismo), sia pure isolabili dal fine solo su un piano logico;

Le attività a doppia valenza: vengono alla luce attività che il gruppo religioso considera

espressione del suo agire simbolico e che, invece, lo Stato considera sotto una luce diversa

(sottoponendone lo svolgimento a condizioni, il mancato rispetto delle quali può comportare

sanzioni). Ad esempio, per quanto riguarda la già citata Associazione Dianetics e

Scientology, che vende i propri strumenti di salvezza, ci troviamo di fronte ad un’attività che

può anche essere considerata commerciale, con tutte le conseguenze che ne derivano. In

questi casi, l’attività che, nelle intenzioni di chi la compie, ha valore religioso, non può

appellarsi a tale valore per sfuggire alle norme dell’ordinamento statale.

4. Autonomia organizzatoria del gruppo religioso

Passiamo ora ad occuparci delle libertà strumentali del gruppo religioso. Molto spesso i

fenomeni associativi sono accompagnati da una autonormazione, e dalla previsione di un sistema

di giustizia interno: ossia da poteri del tutto analoghi a quelli di cui si serve l’ordinamento statuale

per raggiungere i suoi fini ad assolvere ai suoi compiti.

Ogni gruppo può essere considerato, in linea di principio, come un ordinamento: esso sarà

realmente autonomo se potrà esercitare liberamente i suoi poteri ordinamentali. Tuttavia, questi

poteri si esercitano nell’ambito territoriale in cui già si esercitano gli analoghi poteri statuali in

ordine alle situazioni giuridicamente rilevanti per questi poteri. La conseguenza è che l’autonomia

dei gruppi consiste nella possibilità di esercizio dei loro poteri ordinamentali, nell’ambito del

giuridicamente indifferente per lo Stato (faccende interne al gruppo). In linea di principio, infatti, la

politica non può pretendere di occuparsi di interessi e situazioni che riguardano aspetti

dell’esistenza cui essa si proclama estranea, e che pertanto sono lasciati alla cura di altri tipi di

ordinamenti.

5. Limiti all’autonomia organizzatoria del gruppo religioso

Si capisce, allora, che questo impegno vale finché tali interessi siano estranei al campo

dell’interesse della politica. Se l’esplicazione dei poteri ordinamentale del gruppo incide su

situazioni relativamente alle quali si pone una regolamentazione da parte dei poteri statali, subisce

le valutazioni e le eventuali sanzioni previste dall’ordinamento statale.

L’ordinamento, infatti, deve tutelare i diritti fondamentali dei soggetti anche all’interno delle

formazioni sociali in cui sono coinvolti (art. 2 Cost.). È frequente anche il caso di poteri

sanzionatori esercitati dall’autorità religiosa nei confronti dei membri del gruppo che trasgrediscano

i comportamenti richiesti dall’ordinamento stesso. Non è fuori della realtà che le sanzioni

comminate dall’autorità religiosa possano ledere quello che appare un bene fondamentale della

persona (onore, immagine, libertà).

In sostanza, l’autonomia organizzatoria dei gruppi religiosi è ovviamente riconosciuta quando si

esaurisce all’interno del gruppo, ma non può considerarsi esaurita all’interno del gruppo in 2 casi:

Se ha riflessi sui diritti fondamentali del soggetto (nel caso in cui i membri del gruppo

religioso siano colpiti da qualche sanzione, o nel caso in cui i soggetti hanno istituito con il

gruppo religioso un rapporto di lavoro che l’ordinamento statuale circonda di garanzie);

Se l’esplicazione dell’autonomia organizzatoria ha ripercussioni su altri valori e interessi

della collettività, meritevoli di doverosa tutela da parte dell’ordinamento (parleremo di

queste ipotesi quando ci occuperemo specificamente dei gruppi qualificati come confessioni

religiose). Capitolo VII: Potere disciplinare

1. Potere disciplinare e restrizioni della sfera giuridica

Può accadere che comandi emessi nell’ordine confessionale abbiano ripercussioni lesive su

situazioni e interessi tutelati nell’ordine statuale. Eventualità del genere possono presentarsi quando

un bene, garantito alla persona in quanto espressione di un valore costituzionale, venga leso

dall’autorità del gruppo religioso attraverso un provvedimento disciplinare che risulta legittimo,

anzi necessario secondo le regole interne del gruppo religioso.

2. Legittimità dell’intervento del giudice solo in caso di riflessi sociali del provvedimento

confessionale

In questi casi, il principio di non interferenza (art. 7 Cost.) non è utilizzabile, ed è necessario

partire dall’art. 2 Cost. che impone all’ordinamento di tutelare i diritti fondamentali anche

all’interno delle formazioni sociali.

A questo orientamento appare ispirato l’art. 2, lett. c, del Prot. Addiz. al nuovo accordo fra Stato e

Chiesa Cattolica, che si riferisce alle ipotesi di provvedimenti e sentenze ecclesiastici che

necessariamente incidono nella sfera civile, in quanto investono situazioni giuridiche preesistenti e

connesse alla qualificazione ecclesiastica o religiosa del destinatario. Tali provvedimenti possono

essere presi dall’autorità ecclesiastica, purché si armonizzino con i diritti costituzionalmente

garantiti ai cittadini italiani.

Ma non è detto che, ogni volta che si profili un conflitto, debba necessariamente imporsi, in via

pregiudiziale, la posizione individuale. L’aver sostenuto che la lettura della Costituzione induce a

rilevare l’importanza, accanto alla dimensione individuale, anche di quella organicistica della vita

sociale, comporta che le posizioni del singolo e del gruppo possono anche apparire sullo stesso

piano, trattandosi allora di ricercare un bilanciamento, o di porre in maggior rilievo la posizione del

gruppo.

In effetti, la considerazione del valore positivo riconosciuto ai gruppi confessionali, esige che si

verifichi con estrema cautela il ricorrere della figura del reato; nel senso che il provvedimento

disciplinare non deve essere considerato come reato se esso colpisca il soggetto solo in quanto

membro della comunità confessionale, senza incidere su altri aspetti della sua personalità. Pertanto,

il giudice statuale dovrà accertare la congruenza tra forme di pubblicità date al provvedimento

disciplinare e gli scopi ad esso inerenti.

I diritti aventi ad oggetto beni immateriali (onore, riservatezza, libertà) sono disponibili solo se

l’offesa non comporti una menomazione così grave da compromettere la funzione sociale della

persona. La sanzione disciplinare può consistere in una qualificazione dal tenore pesante che può

travolgere la persona in un giudizio negativo di portata generale; e le forme di pubblicità del

provvedimento disciplinare possono essere tali che ne risulti investita l’attività del fedele anche al di

fuori dell’organizzazione confessionale. In tal caso, si colpisce in modo grave la reputazione del

soggetto.

3. Riflessi civilistici del provvedimento disciplinare ingiusto

Al di là di queste ipotesi di reato, l’ordinamento statuale non può intervenire in difesa del

cittadino-fedele che ritenga ingiusto un provvedimento dell’autorità confessionale, perché al fine di

questa verifica dovrebbe entrare nel merito del provvedimento, ledendo l’autonomia del gruppo

religioso.

Anche qui bisogna fare un’eccezione, per i casi in cui i provvedimenti dell’autorità confessionale

si basino sulla violazione di un principio supremo dell’ordinamento, quale quello della difesa o del

giusto procedimento (art. 24.2 Cost.): ad es., il provvedimento potrebbe essere stato adottato sulla

base di documenti e testimonianze infamanti ma false.

Se ed in quanto possa dimostrarsi che il danno e la sofferenza prodotti dalla sanzione disciplinare

dell’autorità confessionale si fondano su uno scorretto uso del potere, si potrebbe ipotizzare un

intervento del giudice statuale e un suo provvedimento che possa considerare la sanzione

disciplinare alla stregua di un illecito civile, imponendo all’autorità ecclesiastica il risarcimento dei

danni patrimoniali subiti dal soggetto leso.

Capitolo IX: L’appartenenza confessionale

1.Gli statuti personali

Un’altra ipotesi in cui l’esercizio dei poteri ordinamentali del gruppo ha discutibili riflessi sul

piano statualistico e, quindi, crea problemi è quella che prende forma dalla considerazione secondo

cui anche per i gruppi, come già per i singoli, si pone un’esigenza di coerenza ossia di identità

collettiva. Il gruppo intende porsi come il punto di riferimento di un bene, di un valore che

costituisce per i membri del gruppo, all’interno del più vasto contesto sociale, un fattore

identificante. La vita e lo sviluppo del gruppo dipendono sostanzialmente dal rispetto e dallo

sviluppo della sua identità.

Se questa, in linea generale, dipende dalla coerenza con le regole di vita dedotte dal messaggio

religioso, è evidente che l’identità collettiva dipende dalla possibilità che il gruppo ha di far

rispettare le regole che esso stabilisce per indirizzare i comportamenti degli aderenti in modo che

essi siano coerenti con il sistema dei valori cui il gruppo si richiama.

In altri termini, l’aspirazione del gruppo è che i suoi membri possano avvalersi delle leggi

confessionali piuttosto che di quelle statuali. Ma questo comporta due tipi di problemi:

Il primo parte dall’esigenza di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge;

Il secondo deriva dell’eventuale ispirazione delle leggi confessionali a valori diversi da

quelli comunemente condivisi.

2.Condizioni e limiti di ammissibilità degli statuti personali

È evidente che l’espansione illimitata dei poteri confessionali soddisferebbe al massimo grado

l’esigenza di libertà intesa come identità collettiva, ma si capisce la scarsa propensione ad accedervi

da parte dello Stato, dal momento che si verificherebbe il ritiro della normazione statuale e la

formazione di una zona franca, di uno statuto personale.

Il modello di Stato finora invalso, essendo ispirato al concetto della sovrana unità nazionale,

ammette una sola appartenenza, quella unificante legata al suo territorio, e misconosce tutte le altre,

fondate su fattori differenti. Dato che al riconoscimento del diritto alla differenza si contrappongono

il principio di unicità dell’ordinamento giuridico e scelte politiche intese a realizzare

l’unificazione dei comportamenti, ci si chiede entro quali limiti oggi sia possibile riammettere gli

statuti personali all’interno di un unico ordinamento generale.

Un primo limite potrebbe essere costituito dal principio di eguaglianza, tuttavia “eguaglianza”

non deve necessariamente coincidere con “omogeneizzazione”. Alcune differenziazioni, infatti,

possono e devono essere valorizzate.

Oggi il problema dell’eguaglianza non ha più un valore universale, bensì solo settoriale (per

esempio, per quanto riguarda i diritti), mentre più importante appare il problema

dell’inclusione/esclusione, del riconoscimento delle identità collettive. Questo problema va risolto

secondo il criterio del pluralismo culturale, pur tenendo conto della salvaguardia dei valori di

fondo.

3.Valori del gruppo religioso e valori della società civile

La società civile ha un suo sistema di valori, che permeano non solo dalle regole morali e di

costume, ma anche dalle regole giuridiche. Nulla esclude che il sistema di valori su cui si regge la

società civile nel suo complesso sia diverso da quello su cui si regge il gruppo religioso, di modo

che le regole dettate da un gruppo possono porsi in collisione rispetto alle regole dell’altro.

Se, perciò, non desta eccessive preoccupazioni il riconoscimento di libertà ad un isolato obiettore

di coscienza, ancestrali paure affiorano se ricevono spazio valori contrapposti a quelli cui si affida il

bisogno di sicurezza collettiva. Ci si chiede, quindi, se sia possibile ammettere comportamenti

orientati alla realizzazione di valori diversi da quelli comunemente condivisi dai membri della

società civile.

Gli ostacoli al rispetto delle identità collettive provengono proprio dall’ordinamento statuale, il

quale, per ragioni storiche e politiche è stato sempre in condizione di sovrapporre i propri poteri nei

confronti degli analoghi poteri degli altri organismi sociali (grazie al monopolio della forza

legittima), e può imporre oneri o doveri che non tengono adeguato conto dei fattori (etnia, lingua,

religione) che costituiscono per un gruppo determinato un elemento fondante di identità.

Segnali verso il riconoscimento di un diritto alla propria preservazione nei confronti di gruppi

etnici, nazionali o religiosi provengono dalla comunità internazionale, e specificamente dalla

Convenzione per la prevenzione e la repressione del diritto di genocidio, approvata il 9 dicembre

1948, la quale vuol combattere un reato che riguarda un soggetto collettivo perseguitato proprio in

ragione di qualche sua diversità rispetto al persecutore.

4.Diritto alla differenza e valori universali

Fin dove può spingersi il riconoscimento delle differenze? Per rispondere a questa domanda

occorre tenere presente che è necessario procedere ad un’operazione di pesatura del costo del

conflitto in termini di sacrificio di altri beni: l’ordinamento può sopportare un tale costo finché esso

non giunga a cancellare una delle condizioni di pensabilità dell’ordinamento stesso.

Non è possibile attenersi al relativismo culturale, secondo cui tutte le culture si equivalgono;

esistono dei valori che, essendo legati all’idea della dignità della persona umana, hanno un

fondamento razionale che li pone al di sopra delle singole culture e fa assumere loro una portata

tendenzialmente universale. Tali valori, a cui il nostro ordinamento si adegua, non sono rinunciabili

per rispetto alle culture particolari, alle quali non può essere consentita alcuna forma di

accoglimento: non sarà tollerabile alcuna differenza, quando questa intende esplicarsi in attività

lesive di beni fondamentali come la vita, la pari dignità delle persone, l’onore.

In definitiva, per quel che riguarda la tolleranza, essa dovrà arrestarsi allorché il comportamento

diverso è indiscutibilmente deviante. Per quel che riguarda invece il pluralismo, bisogna tener

presente che questo non è fine a se stessa, ma funzionale alla garanzia dei diritti inviolabili

dell’uomo (art. 2 Cost.): il criterio discretivo dell’ammissibilità delle differenze è costituito dunque

dalla garanzia dei diritti inviolabili della persona in una società pluralista.

Capitolo X: Libertà religiosa come identità collettiva

1. Dimensione comunitaria del diritto alla differenza

L’ordinamento è disponibile a riconoscere varie forme di obiezione di coscienza, dal momento

che esse hanno dimensione strettamente individuale. Ma il principio del pluralismo impone di

intendere il diritto alla differenza in una dimensione comunitaria, come diritto del gruppo a dettare

regole di convivenza al proprio interno.

In questa dimensione comunitaria resta certo però anche il problema dell’eccezione alla regola

legata al riscontro di determinate qualità; ma queste qualità non riguardano l’individuo come

singolo, bensì l’individuo in quanto appartenente ad un gruppo confessionale.

In una società autenticamente pluralista, si è consapevoli che il desiderio di differenziazione non

è un male in sé: la sua valutazione dipende dalla natura della qualità in cui ci si vuol differenziare.

L’obiettivo di differenziarsi in qualità personali e sociali, con l’effetto di acquistare forza di fronte a

soggetti deboli, è certamente da valutare negativamente; il desiderio di differenziarsi in qualità

attinenti alla cultura in senso lato, invece, deve essere rispettato e anche incoraggiato.

2. L’appartenenza confessionale

Non potendo lo Stato conoscere tutte le peculiarità dei gruppi confessionali, era inevitabile che

l’intesa con lo Stato costituisse lo strumento essenziale per consentire alle diverse confessioni

religiose di uscire dalla in distinzione, creandosi una identità pubblica e affermando la propria

individualità. Proprio con le intese con le confessioni di minoranza comincia ad acquistare rilievo

nel nostro ordinamento la differenza confessionale.

Una volta che lo Stato abbia riconosciuto ai gruppi confessionali una legittimazione a figurare

come rappresentanti delle esigenze religiose dei loro fedeli, si ammette che il singolo trovi nella

condizione di appartenenza al gruppo stesso la più efficace tutela di aspetti della propria personalità

che difficilmente vedrebbe tutelati come singolo.

Da un punto di vista strettamente logico-giuridico la tutela particolare riconosciuta ad alcuni

soggetti sulla base della loro appartenenza ad un gruppo equivale ad una rischiosa lesione del

principio di parità di trattamento (art. 3.1 Cost.), ma questa preoccupazione non ha motivo di

essere quando la tutela particolare valga a rimuovere ostacoli che impediscono il pieno svolgimento

della personalità dei soggetti garantiti. La rilevanza del rapporto di appartenenza alla confessione

minoritaria appare lo strumento indispensabile per realizzare, in relazione a gruppi storicamente

emarginati, l’eguaglianza sostanziale di cui parla l’art. 3.2 Cost. (dalla qualità di fedele

appartenente alla Chiesa cristiana avventista deriva la possibilità di un’obiezione di coscienza al

servizio militare).

Bisogna, poi, tener presente che ogni confessione esige dai suoi appartenenti che dedichino alle

pratiche del culto delle giornate (dette festive). D’altra parte, anche la comunità civile ha interesse

ad una periodica interruzione dei ritmi quotidiani (art. 36.3 Cost.), affinché i lavoratori possano

ritemprare le energie fisiche e psichiche e dedicarsi ad attività familiari e sociali. L’art. 2109 c.c.

afferma che «il prestatore di lavoro ha diritto ad un giorno di riposo ogni settimana, di regola in

coincidenza con la domenica», che è il giorno festivo dei cattolici, ed al cui rispetto lo Stato si è

impegnato in via bilaterale (art. 6 concord.).

L’attenzione ai valori degli altri gruppi confessionali comporta rilevanti variazioni su questo tema.

Dalla qualità di fedele avventista oppure di appartenente alle Comunità ebraiche discende il diritto

di osservare il riposo sabbatico, con conseguenze di rilievo per quanto riguarda l’orario scolastico,

l’organizzazione dei concorsi pubblici e l’organizzazione del lavoro. Il diritto al riposo sabatico

come riposo settimanale non è incondizionato, bensì deve essere esercitato nel quadro della

flessibilità dell’organizzazione del lavoro.

Anche le festività straordinarie devono tener conto di questa pluralità di valori religiosi. Lo

Stato è impegnato a rispettare queste festività con riferimento alla Chiesa Cattolica (ad es. Pasqua

Cattolica), ma anche con riferimento ad altre confessioni (ad es. Pasqua ebraica).

Da qualità più specifiche (i colportori evangelisti, gli studenti dell’Istituto avventista di cultura

biblica, dell’istituto biblico Italiano, del Collegio Rabbinico Italiano) derivano altri benefici relativi

a diversi settori dell’ordinamento come l’istruzione, il commercio.

Una rilevanza particolare assume la qualità di ministro del culto di ciascuna confessione.

In tutti questi casi, in cui a cerchie più o meno vaste di soggetti viene concesso un privilegio, il

problema che l’ordinamento ha il dovere di risolvere è quello connesso all’esigenza che del

trattamento normativo speciale fruiscano esclusivamente i soggetti forniti della qualità che

costituisce la ragione politico-sociale del trattamento speciale. Si pone allora il delicato problema

dell’accertamento della qualità su cui si fonda il trattamento normativo.

In linea di principio tale accertamento spetta a quello stesso Stato che predispone il trattamento

normativo; va detto, tuttavia, che lo Stato, compiendo un atto di fiducia negli ordinamenti

confessionali con cui ha stipulato intese, si affida per lo più alle certificazione delle rispettive

autorità confessionali. Tuttavia, talvolta manca questo conferimento di delega al potere

confessionale, per cui manca un serio riscontro dell’effettiva ricorrenza della qualità richiesta,

abbandonata all’arbitrio dei soggetti interessati.

3. La religione come movente di azioni lesive di altri valori

La religione, per il suo ruolo di fattore identificante che stimola lo spirito di appartenenza, può

suscitare sentimenti di intolleranza e di disprezzo nei confronti di chi non condivide questo valore,

fino a tradursi in comportamenti che offendono la dignità della persona umana e ledono i valori

fondamentali della tolleranza e del pluralismo. Come tali, questi comportamenti configurano un

illecito contro cui l’ordinamento può reagire mediante sanzioni penali.

La legge n. 205/1993, recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, all’art. 1

prevede tre ipotesi criminose:

Che incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici,

nazionali o religiosi;

Chi incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi

razziali, etnici, nazionali o religiosi;

Chi partecipa o chi promuove o dirige organizzazioni, movimenti o gruppi aventi per scopo

l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o

religiosi. Basta che questi soggetti creino un pericolo, e non già un danno immediato, ai beni

che si vogliono tutelare (dignità umana e tolleranza).

Capitolo XI: Gruppi religiosi e libertà positiva

1. L’identificazione dei soggetti titolari della libertà positiva

Delicati problemi presenta l’attuazione della dimensione positiva della libertà religiosa. La

valorizzazione di questa dimensione è funzionale al sostegno dei gruppi religiosi dominanti, ma uno

Stato in cui vige il principio del pluralismo non può enunciare scopertamente questa funzione, e

deve occultarla generalizzando quella funzione di favore a tutti i gruppi religiosi.

A questo punto sorgono le difficoltà, derivanti dall’inflazione di gruppi religiosi o sedicenti tali.

Quando la tecnica giuridica è usata non in funzione garantista, ma in funzione interventista, si

configura un interesse della collettività a non conferire risorse pubbliche o poteri giuridici

particolari, se non a favore dei soggetti che lo meritano.

Perciò, è necessario che i gruppi interessati ai benefici previsti si facciano riconoscere e

identificare. Ogni ordinamento che elargisce benefici ai gruppi religiosi prevede una qualche forma

di identificazione mediante l’istituzione di registri in cui tali gruppi potrebbero iscriversi. Da noi

questo non c’è ancora, per cui l’identificazione avviene:

O caso per caso, sulla base di criteri empirici;

Oppure sulla base del riconoscimento di personalità giuridica.

2. Riconoscimenti di fatto e riconoscimenti formali

Si ha il primo caso (riconoscimento empirico) quando, ad esempio, ai fini della determinazione

dell’imponibile IVA delle associazioni non aventi ad oggetto principale l’esercizio di attività

commerciale, e dell’imponibile IRPEG degli enti non commerciali, le rispettive leggi considerano

fatte nell’esercizio di imprese e nell’esercizio di attività commerciale le cessioni di beni e le

prestazioni di servizi agli associati verso pagamento di corrispettivi specifici, ad eccezione di quelle

effettuate, in conformità alle finalità istituzionali, da associazioni politiche, sindacali e di categoria,

religiose, assistenziali, culturali e sportive.

Ricorre il secondo caso (riconoscimento della personalità giuridica) a proposito di istituti di

culti diversi dalla religione cattolica (art. 2, l. 1159/1929). Per tali istituti l’ordinamento ha voluto

precostituire un riconoscimento di personalità giuridica che si differenzia da quello di carattere

generale soprattutto perché comporta uno specifico trattamento di favore.

Di fatti, «relativamente agli atti compiuti nell’interesse di istituti, eretti in ente morale, dai culti

ammessi nello Stato, il fine di culto è, a tutti gli effetti tributari, equiparato a quello di beneficenza e

di istruzione» (art. 12 del r.d. n. 289/1929).

Se ci si chiede poi quali sono gli organismi che accettano di figurare come istituti di culti diversi

dalla religione cattolica, si constata che si tratta, in sostanza, dei gruppi confessionali che, essendo

poco diffusi nella società e dotati di un’organizzazione semplice, possono senza difficoltà tradursi

nelle forma unitaria della personalità giuridica. Il loro interesse ad ottenere il riconoscimento

discende, oltre tutto, dal fatto che l’aver ottenuto un riconoscimento pubblico costituisce un

criterio privilegiato per identificare le confessioni religiose ai fini dell’esplicazione della funzione

promozionale, interventista del diritto.

3. Sentimenti di ostilità nei confronti dei nuovi movimenti religiosi

L’identificazione del soggetto beneficiario degli interventi statuali è, dunque, un procedimento

affidato all’autorità amministrativa, caratterizzato da una certa dose di discrezionalità (vale a dire

che il procedimento potrebbe concludersi con un rifiuto di identificazione quando non ne ricorrano

le condizioni). Questo riconoscimento può rispondere all’obiettivo politico di controllare il

soggetto richiedente, tanto nel momento di ingresso nella vita giuridica, quanto nell’esplicazione

della vita giuridica cui è stato ammesso. Dunque, bisognerebbe capire quali sono i criteri in base ai

quali l’autorità amministrativa procede a questa identificazione.

Sul giudizio dell’autorità amministrativa potrebbe pesare la reazione comune dell’opinione

pubblica contro i nuovi movimenti religiosi i quali:

Svolgono pratiche di culto inconsuete e caratterizzate da modalità di svolgimento estranee a

quelle cui il senso comune è abituato;

Svolgono attività di proselitismo in forme molto dinamiche e aggressive;

Tengono comportamenti che talvolta configurano fattispecie aventi la connotazione

dell’illiceità;

Propugnano atteggiamenti e stili di vita lontani o critici nei confronti dei valori etici

dominanti nella società.

Si consideri, inoltre, che la religiosità di un soggetto non è un dato oggettivo: si può propugnare

una verità anche senza crederci. È possibile pensare ad una prima linea, quella della mala fede: un

soggetto che non è affatto religioso ma finge di esserlo per fruire delle risorse che il potere pubblico

affida a soggetti religiosi. Ma c’è anche una seconda linea, quella della buona fede: può essere il

caso di gruppi i cui caratteri religiosi appaiono al senso comune così incredibili e fantasiosi da far

pesare che ci si rovi di fronte a persone in buona fede, ma in preda ad esaltazione o fanatismo tali da

non poter essere presi sul serio.

4. Inammissibilità di un vaglio di pericolosità

Tutti questi fattori si traducono in un diffuso sentimento di diffidenza, di timore e di ostilità nei

confronti di questi momenti religiosi, e questi sentimenti comuni potrebbero influenzare la

formazione del giudizio della pubblica amministrazione o degli organi giudiziari cui è demandato

il compito di identificare i soggetti beneficiari degli interventi statali.

Rispetto ai movimenti inconsueti, l’autorità amministrativa dovrebbe controllare innanzitutto la

pericolosità del gruppo che si proclama religioso. L’art. 2 della legge 1159/1929 considerava

ammesso un culto a condizione che non professasse principi e non seguisse riti contrari all’ordine

pubblico o al buon costume. Ma la discrezionalità della P.A. potrebbe costituire lo strumento

attraverso cui il potere politico continua a tenere l’atteggiamento che gli sarebbe precluso in base al

principio di laicità; basterebbe negare il riconoscimento della personalità giuridica ad un gruppo

religioso non gradito per rendergli difficile la vita e l’attività.

Occorre quindi contribuire a che questi rischi siano eliminati, affinché la discrezionalità della P.A.

nel riconoscimento non costituisca un’occasione per il ripresentarsi dell’intolleranza che ha

caratterizzato epoche non lontane. La Costituzione, con i valori di libertà religiosa e libertà


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Corso di Diritto Ecclesiastico, Vitale. Si analizza la religione, l’art. 19 della Costituzione afferma che "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto", l’ordinamento deve garantire la libera esplicazione delle attività rivolte al compimento dell’esperienza religiosa contro qualsiasi intervento esterno inteso ad impedirne lo svolgimento o a costringere il soggetto a compiere atti implicanti adesione o interessamento ad uno specifico messaggio religioso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Folliero Maria Cristina.

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