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società, che non mancano di produrre consistenti riflessi in ambito

giuridico. Peraltro, una volta ricordato come il concetto di “Confessione

religiosa”rilevante ai fini del discorso che si sta svolgendo in questa

sede sia il solo concetto giuridicamente rilevante, come tale ricavabile

dall’ordinamento secondo i consueti canoni interpretativi della legge e

delle altre fonti dell’ordinamento, discenderà da ciò come naturale

conseguenza il ricorso ad elementi tratti da esperienze culturali di portata

generale ed “esterne”, la prima e la più importante delle quali conduce

ad un breve richiamo del significato del termine “religione”.

Quest’ultima, in particolare, sembra essere validamente considerata dalle

principali concezioni filosofiche, come “la credenza in una garanzia

soprannaturale offerta all’uomo per la propria salvezza e le tecniche

dirette ad ottenere o conservare questa garanzia”. Tale garanzia è

soprannaturale nel senso che va al di là dei limiti cui possono giungere i

poteri riconosciuti propri dell’uomo; che agisce o può agire anche là

dove i poteri sono riconosciuti impotenti e, infine, che il suo modo di

azione è misterioso o imperscrutabile. L’origine soprannaturale della

garanzia non implica peraltro necessariamente che essa sia offerta da una

divinità e che pertanto il rapporto con la divinità sia “necessario alla

28

religione” . A questo punto, una volta ricordato come il principio di

28 Cfr. ABBAGNANO N., Dizionario di filosofia, sub voce “Religione”, Torino,

22

laicità dello Stato non implichi necessariamente indifferenza di esso nei

confronti della religione ma, bensì, garanzia dello Stato per la

29

salvaguardia della libertà di religione , non si può non aderire,

ritenendola corretta, all’impostazione sistematica secondo la quale, per

ricostruire la nozione giuridica di “Confessione religiosa”, bisogna

certamente tenere conto del tenore e del significato di tutte le singole

norme giuridiche in cui ricorre, come elemento della fattispecie da esse

prevista e regolata, tale locuzione. Qualsiasi disposizione normativa

contenente un qualche riferimento al concetto di “Confessione” o/e al

concetto di “religioso” può offrire un utile contributo per la soluzione del

problema in esame, pur dovendosi riconoscere, in caso di incompatibilità

tra fonti normative collocate su diversi gradi gerarchici, la preminenza

alla fonte di livello o di grado superiore. Fermo restando quanto appena

precisato, va chiarito come sia parimenti possibile, all’interno della

singola fonte normativa, ricavare preziose indicazioni studiando il

rapporto fra la specifica norma in cui ricorre quella locuzione e (alcune o

30

tutte) le altre norme della medesima fonte . Volendo ora esaminare il

secondo dei requisiti sopra richiamati, vale a dire lo svolgimento da parte

.

2006, p. 723

29 Cfr. sul punto Corte Cost., sent. 11-12 aprile 1989, n. 203, in Quaderni di diritto.

e politica ecclesiastica, 1990/I, p. 200

Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 155 ss.

30 e 23

del soggetto di attività qualificabile nel diritto dello Stato come

“esercizio di ministero”, bisogna innanzi tutto procedere ad alcune

imprescindibili considerazioni, osservando in primo luogo come occorra

stabilire se l’insieme delle attività svolte e dei compiti concretamente

disimpegnati nell’ambito delle finalità perseguite dal gruppo

confessionale siano o no inquadrabili all’interno di una nozione, propria

del sistema giuridico statale, di attività di esercizio del ministero. In altri

termini, essendo difficile negare come il concetto di ministro di culto

implichi, dal punto di vista logico quanto da quello lessicale, una

distinzione rispetto al semplice appartenente ad una confessione, ne

seguirà che il ministro dovrà pur sempre segnalarsi tra la massa dei

praticanti un certo credo religioso in base ad una qualunque

31

connotazione specifica . Al fine di meglio individuare i tratti specifici

qualificanti il ruolo svolto dal ministro di culto, risulterà di indubbia

utilità richiamare il criterio individuato da una (sia pure non recente)

32

pronuncia giurisprudenziale secondo la quale con la locuzione

“ministro di culto” la legge indica colui che, per le regole stesse del culto

cui appartiene è chiamato ad esercitarne i riti o le funzioni essenziali.

L’elemento dell’essenzialità delle funzioni è stato ritenuto criterio idoneo

a qualificare, dal punto di vista giuridico, il ruolo ricoperto dal ministro

31 Per approfondimenti si veda tra gli altri BETTETINI A., op. cit., p. 255.

32 Cfr. App. Roma, 26 aprile 1952, in Giust. pen., 1953, II, c. 442.

24

di culto anche da una parte della dottrina che ha esattamente sottolineato

come la qualità di ministro venga determinata dalle sue attribuzioni

religiose, le quali però possono essere molto diverse, a seconda delle

concezioni religiose vigenti nelle rispettive Confessioni di appartenenza.

Il criterio unificante sembra invero da individuarsi nella accertata

essenzialità di una determinata persona fisica in relazione al compimento

degli atti di culto e del governo dei fedeli, in quanto la qualità

ministeriale deve rispondere ad un’esigenza intrinseca della Confessione.

Peraltro, volendo attenersi (come appare corretto fare) all’esame del

lessico normativo, come suggerisce anche il termine greco “diacono” va

ulteriormente osservato come all’essenza concettuale del termine

ministro (da minor, minus) sembri essere intimamente legata l’idea di

una comparazione fra più soggetti, uno dei quali (il ministro, appunto)

riveste un ruolo essenzialmente “funzionale”. Da qui scaturisce il

concetto del servire, invero non più diffuso nel linguaggio comune ma

ancora ricorrente nella terminologia di molte confessioni religiose, ma

anche l’accezione espressa col verbo “amministrare” presuppone, in

fondo, l’attribuzione del soggetto al servizio di coloro nel cui interesse o

per il cui conto ha luogo lo svolgimento della relativa funzione e dei

relativi compiti. D’altra parte, l’aspetto caratterizzante la relazione fra

l’istituzione confessionale e la relativa base comunitaria, composta

25

dall’insieme dei fedeli di un determinato “credo” religioso rappresenta

un elemento fondamentale ai fini del discorso che in questa sede si sta

svolgendo. L’istituzione confessionale deve necessariamente avere un

qualche elemento della propria organizzazione che sia “servente” al fine

tipico da essa perseguito, vale a dire di diffondere tra i fedeli un

determinato messaggio religioso. In altre parole, per realizzare il proprio

scopo costitutivo la Confessione (similmente ad un’entità collettiva

personificata) deve avvalersi dell’ausilio di un certo numero di persone

fisiche che agiscono al servizio e per conto dell’istituzione medesima. E’

quindi da ritenere correttamente probabile che quando il legislatore

statale disciplina la condizione giuridica del “ministro di culto” intenda

proprio far riferimento alle persone fisiche cui è riconosciuto, all’interno

del gruppo confessionale, un ruolo molto simile a quello svolto dagli

organi delle persone giuridiche. Tale assimilazione sarebbe peraltro

confermata dalla circostanza per cui determinate incompatibilità previste

dalla legge a carico di chi riveste la qualità di ministro di culto possono

essere giustificate alla luce del principio di uguaglianza “senza

33

distinzioni di religione” , solo presupponendo non tanto l’esistenza di

uno stretto legame tra il ministro di culto e (l’ordine proprio del) la

Confessione religiosa di appartenenza, quanto piuttosto una vera e

33 Cfr. art. 3 comma 1° della Costituzione.

26

propria (almeno parziale) immedesimazione dell’uno nell’altra, quella

stessa immedesimazione considerata oggi dalla prevalente dottrina tipica

del rapporto organico. In definitiva, chi riveste la qualità di ministro di

culto rappresenta la fondamentale “cellula” dell’organizzazione

confessionale, e proprio per questo il parametro di riferimento, in

relazione al quale valutare se i compiti e le attribuzioni di un certo

soggetto che agisce per la Confessione religiosa determino o no in lui la

qualifica di “ministro di culto”, deve essere ricercato negli elementi

costitutivi della finalità tipica della Confessione stessa, che vale a

caratterizzare come tale un gruppo ordinato su base associativa.

“Ministro di culto”, pertanto, è colui che agisce per realizzare la finalità

tipica della Confessione essendo investito (o facendosi di fatto carico),

con esclusione degli altri membri del gruppo della totalità o della parte

principale o, talvolta, persino di una sola delle attribuzioni apicali di

carattere strettamente religioso, tanto che il suo agire tende a presentarsi

come l’agire della Confessione stessa. Sarà quindi l’organo più

“rappresentativo” della Confessione religiosa titolare, a differenza della

generalità dei membri del gruppo, di poteri a carattere strettamente

religioso, da cui deriva la sua peculiare posizione di superiorità, per lo

meno carismatica, rispetto al semplice fedele. Risulta invece indifferente

la circostanza che la peculiare posizione del soggetto, fonte di

27

preminenza spirituale nei confronti dei propri fedeli, abbia come cardine

34

la titolarità esclusiva di un “potere sacrificale” o, come accade nelle

“religioni prive della cultura del sacrificio”, trovi piuttosto il suo

fondamento nel bagaglio sapienziale del saggio e dello studioso fermo

restando che, anche in questa seconda ipotesi, essa si traduce nello

svolgimento di specifiche funzioni apicali di carattere religioso non

accessibili al semplice fedele. Va tuttavia mantenuta ferma

l’osservazione per cui l’elemento caratteristico dell’attività ministeriale

deve in ogni caso ravvisarsi nella capacità di compimento in

rappresentanza della Confessione religiosa di appartenenza, delle più

importanti attività di carattere strettamente religioso che, ai ministri della

Chiesa Cattolica, deriva dalla c.d. “potestà d’ordine” e non

dall’attribuzione di specifici compiti legati al governo della comunità dei

35

fedeli . L’esercizio di tale potestà di governo, peraltro, da parte di tali

ministri, anche quando non presupponga la titolarità esclusiva di

particolari funzioni, rappresenta pur sempre lo svolgimento di una tipica

36

attività di carattere ministeriale . Rimangono a questo punto da svolgere

34 Si veda a tal proposito COLAIANNI N., Confessioni religiose e intese.

Contributo allo studio dell’art. 8 della Costituzione, Bari, 1990, p. 9, ove trovasi

espressamente affermato come il potere sacrificale costituisca tuttora un elemento

fondamentale di distinzione di funzioni e status all’interno delle religioni.

Trattasi della c.d. “potestà di giurisdizione”.

35 Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 202 e ss.

36 28

alcune considerazioni concernenti il terzo ed ultimo dei requisiti

sopraccennati, vale a dire l’investitura del soggetto da parte del gruppo

confessionale di appartenenza. Le Confessioni religiose, infatti,

disciplinano con proprie norme l’investitura di determinati soggetti

abilitati alla direzione delle principali attività dirette alla realizzazione

del loro fine tipico e costitutivo, per la quale investitura viene

normalmente richiesta la ricorrenza di determinati presupposti, quali ad

esempio requisiti di età e di capacità; in concreto, la formale investitura

del soggetto consegue di solito ad un rituale, più o meno solenne,

anch’esso spesso minuziosamente disciplinato in tutte le sue principali

fasi. Non è peraltro ipotizzabile che il rinvio implicitamente operato

dalla disposizione della legge statale (in cui ricorre, quale elemento

soggettivo della fattispecie, la locuzione “ministro di culto”) a dati di

fonte confessionale, possa rendere concretamente ed automaticamente

applicabili, nell’ordinamento giuridico civile, le sopra ricordate norme

organizzative del gruppo religioso. In realtà, quando la dottrina propone

di far ricorso allo schema della presupposizione, sembra talvolta

individuare una tecnica di collegamento tra sistemi giuridici che

postulerebbero il richiamo o la ricezione, nell’ordinamento dal cui punto

di vista ci si pone, di norme “esterne”. Va tuttavia rilevato come il

richiamo operato dalla norma civile non abbia lo scopo di individuare il

29

diritto applicabile ad un certo fatto o rapporto rientrante nelle comuni

qualificazioni operate dall’ordinamento ma, per varie ragioni, non

direttamente disciplinato da quella stessa norma: esso serve piuttosto a

dare contenuto ad un elemento della fattispecie prevista

dall’ordinamento statale, che non può direttamente disciplinare in tutti i

suoi elementi o in tutti i profili dotati di rilevanza giuridica. Per alcuni di

detti profili vi è peraltro una vera e propria radicale incompetenza

dell’ordinamento statale a dettare la relativa disciplina giuridica. Sulla

base delle considerazioni appena esposte pare inoltre corretto concludere

che il rinvio di presupposizione non costituisce direttamente un vero e

proprio rinvio a norme esterne, ossia ad una fonte normativa di un altro

ordinamento, costituendo piuttosto un rinvio ad un fatto regolato da

norme esterne, perché (almeno in parte) estraneo alle comuni

qualificazioni operate dal sistema giuridico di riferimento (nel caso in

esame quello statale). In altri termini, le norme esterne di origine

confessionale non sono oggetto diretto del rinvio, ma costituiscono una

sorta di antecedente o presupposto del fatto rilevante per l’ordinamento

giuridico statale (“nomina o investitura del soggetto da parte della

Confessione”). Proprio per questa ragione, l’operatore del diritto statale

dovrebbe essere abilitato ad accertare la qualifica di ministro di culto del

soggetto anche solo sulla base di una serie di indizi o circostanze di fatto

30

che rendono presumibile l’avvenuta nomina da parte della Confessione e

quindi, in definitiva, l’esistenza della volontà di questa di avvalersi di

una determinata persona fisica come proprio organo. Pare invece corretto

ritenere, da un lato, che sia precluso all’operatore del diritto statale

spingersi oltre il delineato tipo di accertamento per verificare ad

esempio, la regolarità della nomina in base alle norme confessionali,

ossia se essa sia affetta da vizi che ne inficiano la validità o l’efficacia; e,

dall’altro, che non sia consentito alla Confessione negare l’esistenza o la

regolarità dell’investitura di una persona fisica che di fatto risulti

all’operatore del diritto statale agire nella qualità di “ministro di culto”

37

col concorso della volontà della Confessione medesima . Per concludere

questa breve rassegna dedicata alla qualifica di “ministro di culto”, pare

corretto osservare come l’avere la concreta possibilità di nominare

liberamente i ministri cui affidare l’incarico di agire per il perseguimento

delle finalità proprie della Confessione è tra le prime e fondamentali

estrinsecazioni del diritto di essa di organizzarsi in piena autonomia in

quanto, dal punto di vista dell’ordinamento statale, equivale a

riconoscere al gruppo la libertà di agire, nell’ambito di vigenza spaziale

delle leggi civili, come entità collettiva, organizzazione in vista del

conseguimento di un fine specifico, distinto da quello perseguito dai

Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 202 e ss.

37 31

fedeli nella loro individualità. In altre parole, la Confessione religiosa

che non avvertisse la necessità di avere propri ministri di culto, non

avrebbe la possibilità tecnica di agire nell’ordinamento statale come

entità collettiva, e la particolare concezione del mondo che si facesse

risalire alla medesima potrebbe costituire al più solo l’oggetto di un

credo o convinzione religiosa di carattere individuale. Quella

Confessione, invece, che si vedesse nominati o approvati i propri

funzionari ecclesiastici dallo Stato non sarebbe veramente libera e

38

indipendente nel suo ordine . Si può quindi conclusivamente affermare

come nell’attuale e complessa società, ai fini della corretta

individuazione della qualifica di “ministro di culto”, non sia sufficiente

la certificazione di tale qualifica da parte della Confessione, ma sia

altresì necessario un “imprimatur” da parte dello Stato; tale necessaria

“concordanza” dei due ordini, statale e confessionale, si pone peraltro

alla base dell’importanza della c.d. legislazione negoziata (o patrizia),

che consiste in intese fra lo Stato italiano e le singole confessioni

regolanti i rapporti fra di essi e che verrà esaminata in un apposita (e

39

successiva) sezione del presente lavoro .

Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 228 e ss.

38 Vedi cap ….

39 32

3. Le funzioni del ministro di culto

Dopo avere, nel precedente paragrafo, esaminato la qualifica di ministro

di culto, soffermandosi in particolare sulle caratteristiche e i requisiti di

essa, pare opportuno procedere ad una disamina di quelle che sono le

(almeno più rilevanti) funzioni e attività costituenti competenze e

responsabilità prerogative dei soggetti qualificati come ministri di culto,

fra le quali un’indubbia importanza va attribuita al ruolo svolto dal

ministro di culto nella celebrazione del matrimonio canonico da

trascrivere agli effetti civili. Peraltro, nel complesso delle attività che,

costituendo esercizio di compiti propriamente ministeriali caratterizzano

uno degli elementi costitutivi della nozione stessa di “ministro di culto”,

il ruolo svolto da chi è chiamato a celebrare un matrimonio canonico

sembrerebbe assumere un rilievo indiretto e secondario. Per

l’ordinamento canonico (latino), infatti, “ministri” del sacramento del

matrimonio sono gli stessi coniugi, e colui che nel linguaggio comune è

individuato come “celebrante” in realtà assolve semplicemente la

funzione di presenziare all’atto nella veste di testimone qualificato o

pubblico nel nome della Chiesa. Appare tuttavia evidente come, da un

lato, tale configurazione del ruolo di ministro di culto durante lo

33

svolgimento dell’atto in parola rappresenti i termini di una concezione

dommatica o dottrinale sicuramente non vincolante in modo assoluto dal

punto di vista delle qualificazioni normative proprie dell’ordinamento

40

statale , e dall’altro che, per lo stesso ordinamento canonico (latino),

sebbene non si stabilisca nella celebrazione del matrimonio un rapporto

di carattere propriamente ministeriale, tra chi agisce in nome della

Chiesa ed i coniugi, l’atto richiede sempre o l’intervento di chi sia

rivestito della qualità di ministro di culto o di chi da tale soggetto abbia

ricevuto apposita delega. Sicché la celebrazione del matrimonio

canonico, se non comporta l’instaurazione di un rapporto di carattere

ministeriale tra il celebrante e gli sposi, rimane pur sempre caratterizzata

dalla qualità ministeriale (sia pure eventualmente rappresentata per il

tramite della delega) di chi agisce nel nome della Chiesa. Giova

ricordare in proposito che, ai sensi dei canoni 1108 e ss. del Codex Juris

Canonici la potestà ordinaria di assistere ai matrimoni spetta

all’Ordinario del luogo dove si celebra il matrimonio che può delegare a

sacerdoti o diaconi la facoltà, anche generale, di assistere ai matrimoni

41

entro i confini del proprio territorio , mentre solo dove mancano

sacerdoti e diaconi il Vescovo diocesano, previo il voto favorevole della

In tal caso sembrerebbe peraltro difficile negare come il celebrante svolga un compito qualificabile come tipico esercizio di attività

40 ministeriale.

Cfr. can 1111, par. 1° c.j.c.

41 34

Conferenza Episcopale e ottenuta la facoltà dalla Santa Sede, può

42

delegare dei laici perché assistano ai matrimoni . Appare utile, a questo

punto, soffermarsi su alcuni profili di particolare interesse legato allo

svolgimento di atti di competenza dello stesso ministro di culto, con

specifico riguardo all’individuazione di eventuali funzioni pubbliche

statali. I termini della questione risultano peraltro legati anzitutto alla

possibilità di scindere, nel complesso delle attività svolte dal ministro di

culto, quanto sia posto in essere nell’esplicazione di una funzione

religiosa regolata dalle leggi proprie dell’ordinamento canonico, da

quanto invece costituisca adempimento di formalità necessarie a far

produrre all’atto conseguenze giuridiche nell’ordinamento statale;

particolare rilievo rivestirà inoltre la possibilità di ricondurre fra i

compiti e le funzioni proprie dell’ufficiale di stato civile chiamato a

43

celebrare un matrimonio ai sensi degli artt. 84 e ss. del Codice Civile .

E’ difficile non scorgere nell’attività svolta dal ministro di culto davanti

al quale ha luogo la celebrazione del matrimonio ai sensi dell’art. 8

44

dell’Accordo del 18 febbraio 1984 , il duplice aspetto o momento

Cfr. can. 1112, par 1° c.j.c.

42 E’ bene inoltre ricordare come, in altre fattispecie previste dall’ordinamento, notevole rilevanza riveste il principio del “monopolio statale”

43 sullo “stato delle persone, attraverso il quale i moderni sistemi giuridici assicurano ineludibili garanzie di certezza e di uguaglianza tra

civile”

tutti i cittadini.

Trattasi dell’Accordo intercorso fra lo Stato italiano e la Santa Sede diretto a modificare i Patti Lateranensi sottoscritti fra le

44 medesime

Alte Parti l’11 febbraio 1929. 35

dell’esercizio di compiti strettamente religiosi, da un lato, e di funzioni

di natura tipicamente civile, dall’altra. Va inoltre ravvisata una

corrispondente scansione di ordine temporale, che vuole eseguiti gli

adempimenti della lettura degli articoli del codice civile relativi ai diritti

e ai doveri dei coniugi e della redazione dell’atto di matrimonio “subito

45

dopo la celebrazione” . A differenza però del matrimonio regolato dalla

legge sui culti ammessi, in cui l’attività posta in essere dal ministro di

culto in adempimento del proprio ruolo ecclesiastico è (per

l’ordinamento statale) totalmente irrilevante perché assorbita da uno

schema vincolante di atto matrimoniale e di celebrazione “civile”

integralmente disciplinata dalla legge (o perché destinata ad aggiungersi

a quanto è già sufficiente al perfezionarsi della stessa celebrazione e al

definitivo radicarsi del vincolo civile), nel caso del matrimonio

concordatario si ripropone anche nella fase della celebrazione il

complesso intreccio tra normativa canonica e normativa civile che

intrinsecamente lo caratterizza come suo aspetto tipico, e che può

comportare una peculiare rilevanza del diritto confessionale nell’ordine

46

giuridico statale . A parte tale aspetto, non pare comunque che si possa

revocare in dubbio come l’accennata scomposizione fra funzioni

ecclesiastica e funzione civile del ministro di culto si possa (almeno

45 Cfr. art. 8, comma 1°, n. 1, Accordo cit.

46 Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 579 e ss.

36

concettualmente) fare, e come da essa sia necessario muovere per

pervenire ad una qualificazione convincente della figura oggetto del

presente lavoro. Sembra inoltre potersi correttamente concordare con la

47

(sia pure risalente) dottrina secondo la quale è necessario isolare due

momenti delle attività e dei poteri del ministro di culto, che interviene ed

assiste alla celebrazione del matrimonio. Il primo momento

comprenderebbe tutti i poteri nella celebrazione canonica in vista della

realizzazione del sacramento, in cui gli sposi sono i ministri e il

funzionario canonico è teste qualificato con poteri e funzioni pubbliche

soltanto del proprio ordinamento (canonico), mentre il secondo

comprende tutti i poteri di accertamento e certificazione del ministro di

culto, quando il sacramento del matrimonio si è già perfezionato e

quando la fase del procedimento canonico è chiusa, comprendendo

dunque i poteri e i doveri imposti al ministro al solo scopo di cooperare

alla realizzazione della trascrizione: gli atti che hanno per destinatario

l’ufficiale di stato civile sono gli atti del secondo momento. In altre

parole, gli atti del primo momento esauriscono la loro funzione con la

costituzione del sacramento e di dichiarazione di scienza e prova

canonica dell’avvenuta celebrazione, mentre gli atti del secondo hanno

di mira gli effetti civili e la documentazione agli effetti civili del

47 Cfr. MAGNI C., “Gli effetti civili del matrimonio canonico”, Padova, 1965, p.

104 e ss. 37

sacramento e della celebrazione canonica già costituiti. Nell’ambito di

tale costruzione deve peraltro correttamente ritenersi che il ministro

agisca come organo indiretto dell’amministrazione statale, esercitando

funzioni amministrative statuali in senso stretto pur rimanendo, in tale

esercizio, legato allo Stato da un vincolo funzionale e non organico,

48

quando compie gli atti del secondo momento sopra indicato .

Nonostante quanto ricordato, deve tuttavia ritenersi che l’organo

ecclesiastico chiamato a celebrare un matrimonio canonico destinato alla

trascrizione, non eserciti, in relazione a tutti gli adempimenti ora

ricordati, una competenza piena ed esclusiva, che lo renda cioè

assimilabile in toto ad una sorta di sostituto o di delegato dell’ufficiale

dello stato civile. E’ in merito corretto affermare come il potere di

acclarare in modo definitivo la volontà delle parti rivolta agli effetti

civili, per l’ipotesi in cui essa dovesse risultare divergente rispetto a

quella costitutiva del vincolo canonico, non spetti al ministro celebrante

48 Sicché, dalle considerazioni appena esposte, emerge chiaramente come al

ministro di culto, quando accerta l’esistenza della volontà degli effetti civili dei

nubendi, quando legge gli articoli del Codice Civile, quando compila il certificato

di matrimonio e, infine, quando lo trasmette all’ufficiale di stato civile, compie

atti di accertamento e certificazione non meramente canonici poiché esso agisce

con lo scopo di collaborare non solo all’efficacia civile del negozio ma anche a

porre in essere la speciale documentazione probatoria richiesta dallo Stato anche

per i matrimoni celebrati canonicamente e ammessi all’effetto civile. Trattasi

quindi di atti di funzione amministrativa statuale in senso stretto.

38

ma al citato funzionario statale. Ferma restando la necessità, per la

costituzione del vincolo nell’ordine civile, di un matrimonio contratto

49

secondo le norme del diritto canonico , la legge, nel dare mandato al

ministro di culto di compiere determinati adempimenti civilistici, in vece

e per conto del funzionario statale ordinariamente competente, postula

senza dubbio una partecipazione dell’organo ecclesiastico ad un

pubblico potere, ma determina ulteriori requisiti della peculiare

fattispecie matrimoniale, non completamente e non sempre coincidenti

con quanto sarebbe riconducibile, in materia, alla caratteristica funzione

50

e ai tipici poteri dell’ufficiale dello stato civile . Attraverso tali

precisazioni, il richiamo ai poteri amministrativi di accertamento e di

certificazione, che sarebbero esercitati dal ministro di culto sin dal

momento in cui si conclude un’ideale prima fase della celebrazione

esclusivamente rimessa alla disciplina dell’ordinamento canonico, può

continuare a rendere configurabile l’esercizio soggettivo, da parte dello

stesso ministro, di una vera e propria pubblica funzione, destinata a

riguardare il compimento di una serie di atti e a protrarsi quindi per un

certo lasso di tempo, in contrasto con alcune tesi, espresse in passato,

inclini ad escludere del tutto, nell’organo ecclesiastico, qualsiasi

esercizio di funzioni amministrative di carattere pubblico, o ad

49 Cfr. art. 8, n. 1, comma 1°, Accordo cit.

50 Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 586 e ss.

39

ammetterne la ricorrenza solo nella trasmissione del secondo originale

dell’atto di matrimonio all’ufficiale dello stato civile per la trascrizione.

51

Ne deriva che egli , anche agli effetti penali, sarà considerato pubblico

52

ufficiale in quanto può venire in rilievo, ai sensi dell’art. 357 c.p. , sia

un momento di formazione o manifestazione della volontà della pubblica

amministrazione (oggettivamente intesa), sia un momento del suo

svolgersi per mezzo di poteri certificativi. Peraltro, la ricorrenza, agli

effetti penali, della qualifica di pubblico ufficiale nell’organo canonico

celebrante il matrimonio “concordatario” ha conseguenze immediate,

preliminarmente, sulla stessa concreta legittimazione a compiere in

modo regolare l’attività in esame. Se colpito dalla pena accessoria

53

dell’interdizione dai pubblici uffici , egli non potrà considerarsi abilitato

a porre regolarmente in essere gli atti di sua competenza, in quanto è

pacifico che la privazione, nei confronti del condannato, della qualità di

51 Leggasi il ministro di culto.

52 Secondo l’art. 357 c.p., rubricato “Nozione del pubblico ufficiale” si dispone che:

“Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano

una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa.

Agli stessi effetti e' pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di

diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla

manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi

per mezzo di poteri autoritativi o certificativi” (*).

(*) Articolo così sostituito dalla L. 26 aprile 1990, n. 86 e successivamente

modificato dall’art. 4, L. 7 febbraio 1992, n. 181.

53 Per cui cfr. art. 28 c.p. 40

pubblico ufficiale come conseguenza della pena accessoria, opera anche

nel caso in cui la predetta qualità non sia inerente all’esercizio organico

di una pubblica funzione, ma sia piuttosto coordinata solo

funzionalmente ed oggettivamente con l’attività amministrativa, come è

dato osservare nel caso in esame. La stessa qualifica dovrebbe incidere

altresì sui doveri d’ufficio del ministro di culto, vuoi che si tratti di

doveri inerenti in modo specifico allo svolgimento dell’iter procedurale

finalizzato alla trascrizione, vuoi che si tratti, più in generale, di peculiari

doveri cui sono tenuti tutti i pubblici ufficiali. Occorre a tal proposito

considerare, peraltro, che le recenti riforme riguardanti i c.d. delitti dei

54

pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione , sembrano aver

confinato in improbabili casi-limite l’applicabilità al ministro di culto di

sanzioni penali, pur quando sia configurabile un obbligo normativo di

55

compiere un determinato atto : così non pare censurabile penalmente e

56

direttamente l’omessa lettura, alla luce del testo vigente , degli articoli

54 Si allude in particolare alla particolare fattispecie concernente il reato di

omissione di atti d’ufficio di cui all’art. 328 c.p.

55 Almeno nel caso in cui si esclude che la violazione di siffatto obbligo produca

conseguenze sull’intero procedimento di trascrizione, con particolare riguardo

alla validità di quest’ultimo.

56 Si allude, naturalmente, alla lettura degli artt. 143, 144 e 145 c.c., inerenti i diritti

e i doveri dei coniugi, lettura che, peraltro, deve comunque risultare dall’atto di

matrimonio dove senza alcun dubbio la legge non consente l’inserimento di false

attestazioni neppure qualora si faccia luogo alla “regolarizzazione” ai sensi

41

del codice civile, stante l’assenza delle c.d. “ragioni di giustizia”

secondo la dizione contenuta nell’art. 328 c.p., nel caso di ingiustificata

omessa trasmissione dell’atto di matrimonio all’ufficiale dello stato

civile. E’ invece da risolvere senz’altro in senso affermativo la questione

della responsabilità penale dell’ecclesiastico per il caso di false

attestazioni risultanti dall’atto di matrimonio. In tale ambito, la qualifica

soggettiva di chi redige tale atto si riflette immediatamente sulla natura

del documento e sul regime giuridico cui esso è sottoposto. Non bisogna

tuttavia confondere l’atto di matrimonio redatto dal ministro di culto ma

non ancora trascritto con l’atto di matrimonio già trascritto nei registri

comunali da parte dell’ufficiale di stato civile. Una volta ricordato come,

agli effetti delle norme penali sulla falsità dei documenti, occorre

57

distinguere gli atti pubblici in senso stretto dagli atti pubblici in senso

58

lato , si può affermare, conformemente all’autorevole dottrina

richiamata, che, fin quando non sia trascritto, l’atto di matrimonio è da

considerare atto pubblico in senso lato, perché redatto da un pubblico

ufficiale titolare di un potere di certificazione inerente ad una funzione

amministrativa in senso stretto, riconosciuta dal diritto pubblico

dell’art. 20 della legge matrimoniale.

57 Ossia gli atti “fidefacenti”, che fanno cioè prova sino a querela di falso secondo

le stessa nozione di atto pubblico offerta dall’art. 2699 c.c.

58 Cfr. ANTOLISEI F., “Manuale di diritto penale- parte speciale”, II° vol., 8° ed.,

Giuffrè, Milano, p. 590 e ss. 42

59

ecclesiastico interno italiano ; dopo la trascrizione, il documento redatto

dal ministro di culto diventa atto di matrimonio vero e proprio, con la

stessa efficacia erga omnes degli atti compiuti direttamente dall’ufficiale

di stato civile: si tratta cioè di un atto pubblico in senso stretto, da

considerare tale non perché semplicemente e genericamente redatto da

un pubblico ufficiale, ma perché assimilato dalla legge (e di fatto

equivalente) ad un atto dello stato civile. Naturalmente, una volta

eseguita la trascrizione, la seconda qualificazione dell’atto assorbe la

prima, la quale ha modo di rilevare autonomamente nei soli casi in cui,

per qualsiasi ragione non si sia fatto luogo, e comunque sia

limitatamente al periodo che precede l’inserimento dell’atto di

60

matrimonio nei registri dello stato civile . Un’altra funzione di notevole

rilievo nella società contemporanea, svolta dai ministri di culto, può

pacificamente ritenersi consistente nella c.d. “assistenza spirituale”, da

intendersi come l’attività alla cura, per così dire quotidiana, delle anime

dei fedeli, finalizzata all’accostamento ed avvicinamento di essi al

messaggio religioso propugnato da ciascuna Confessione religiosa. A

tale tematica pare quindi opportuno rivolgere ora l’attenzione, svolgendo

alcune considerazioni, anche con particolare riguardo a quanto previsto

61

dall’Accordo di Villa Madama . Al riguardo, va innanzitutto osservato

59 Cfr. MAGNI C., op. cit., p. 100. 43

come, in epoca premoderna e preindustriale, non fosse neppure dato

distinguere fra assistenza sociale e assistenza spirituale (ancor meno tra

assistenza spirituale e assistenza religiosa), tanto queste attività erano

strettamente connesse all’unitaria opera svolta dalla Chiesa cattolica e

quella seppur minoritaria nel nostro Paese, svolta da altre confessioni

religiose. Le funzioni e le finalità che l’assistenza spirituale, una volta

emersa come autonomo servizio, ha assunto nel tempo, e che tuttora può

assumere a seconda dei diversi ordinamenti, costituiscono poi una

variabile dipendente sia del tipo di ordinamento civile considerato, dei

valori cui esso è informato, e dal modello di Stato cui si ispira, sia,

dall’altro fronte, delle concezioni teologiche ed ecclesialogiche

appartenenti alle singole confessioni religiose di riferimento. Appare

utile peraltro evidenziare come, alla fine dei conti, sia invalsa una

nozione per così dire “classica” di assistenza spirituale, da porre in

relazione con uno Stato che intenda assumere come costitutivi i principi

del personalismo, della democrazia, del pluralismo e della laicità.

Presupposto necessario di tale nozione è l’esistenza di una situazione di

“soggezione speciale” che limiti, in maniera più o meno incisiva,

l’abituale esercizio della libertà personale. Codesto stato di “soggezione

speciale” può essere originato o da ragioni di carattere giuridico (come

nel caso delle forze armate e dell’ordinamento penitenziario), oppure da

44

ragioni di carattere naturale, come il caso del ricovero in ospedale o in

casa di cura o assistenza. In queste circostanze, il consueto esercizio dei

diritti e delle libertà individuali fondamentali viene ad essere

notevolmente sacrificato, sebbene vada ricordato come i medesimi diritti

fondamentali, di rilevanza costituzionale, non siano suscettibili di subire

un affievolimento totale tale da degradarli a meri interessi di fatto (o

tutt’al più legittimi) neppure di fronte alle pressanti e pur legittime

esigenze limitative della libertà personale. In particolare, perché il diritto

62

di libertà religiosa sia reso concretamente fruibile, si rende necessario

63

un intervento dello Stato, che è stato definito costituzionalmente

doveroso, diretto a rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà dei

64

cittadini, “impediscano il pieno sviluppo della persona umana” , valore

insopprimibile, da tutelare anche in queste situazioni. Trattasi, in altri

termini, di una prospettiva che vede fondersi le dimensioni garantite

dallo Stato di diritto con quella interventista e promozionale dello Stato

65

sociale . Il problema, poi, delle concrete modalità di organizzazione del

62 Segnatamente nella sua espressione culturale.

63 Cfr. CARDIA C., “Manuale di diritto ecclesiastico”, Il Mulino, Bologna, 1999,

p. 407.

64 Cfr. art. 3, comma 2° della Costituzione.

65 I riferimenti costituzionali delle considerazioni svolte appaiono evidenti: oltre al

citato art. 3, comma 2°, va altresì ricordato l’art. 19, sul diritto di libertà religiosa

a tutti garantito nelle sue tipiche manifestazioni negative (vietando l’indebita

intromissione dello Stato e dei consociati) e positive (atte a garantire lo

45

servizio di assistenza spirituale è questione che in larga parte riguarda le

scelte lato sensu politiche del legislatore, la sua prudente discrezionalità

potendosi estendere, lo stesso servizio, da un livello minimo (consistente

nel consentire l’accesso agli “assistenti religiosi” nelle strutture

coercitive) ad un livello massimo, consistente nella predisposizione di un

servizio stabile di assistenza spirituale. Possono variare, in altri termini,

talune funzioni e finalità attribuite all’assistenza spirituale non nel senso

ovviamente di discostarsi né tantomeno di contrapporsi, a quelle

66

indefettibili, primarie ed essenziali del modello citato , ma nel senso che

ad esse possono sommarsene delle ulteriori e diverse. Esse, infatti, se

strettamente intese, dovrebbero riguardare le sole pratiche di culto (e in

tal caso dovrebbe più correttamente parlarsi di assistenza religiosa, ma

sovente lo Stato persegue pure scopi che oltrepassano la garanzia della

libertà religiosa individuale o funzionalmente ricollegata a quella delle

confessioni religiose) attribuendo al servizio di assistenza spirituale

alcune valenze attinenti ad interessi anch’essi meritevoli di tutela, che

emergono nelle singole istituzioni “totali”, e che proprio per questo

svolgimento della personalità umana) quali la libera professione della propria

fede, la propaganda e l’esercizio dei culti; senza dimenticare gli artt. 7 e 8 in

merito alle confessioni religiose nei loro aspetti istituzionali, all’uguale libertà ad

esse riconosciuta nonché la loro indipendenza ed autonomia nei confronti dello

Stato.

66 Cfr. quanto detto nella nota n. 63. 46

concorre a soddisfare. E’ noto ad esempio come la legge di riforma

67

dell’ordinamento penitenziario contempli proprio la religione tra gli

elementi significativi a cui fare ricorso in vista della rieducazione del

68

condannato , quale sede naturale di realizzazione di tale fine

principalmente legato al servizio di assistenza spirituale fornito presso

tali strutture. Per quanto attiene alle forze armate è stato giustamente

69

osservato come il servizio di assistenza spirituale concorra, seppure

nelle modalità sue proprie, nel promuovere lo sviluppo della personalità

dei militari e nell’assicurare la qualità della vita all’interno

dell’istituzione militare. Risultano poi senz’altro innovative alcune

funzioni che vengono assegnate all’assistenza spirituale nelle strutture

ospedaliere dalle recenti intese intervenute tra le regioni e la Conferenze

episcopali regionali, in materia di assistenza spirituale nelle strutture di

ricovero. Il servizio viene infatti qualificato, oltre che per

l’imprescindibile ministero spirituale, attuato in forma individuale e/o

comunitaria, per il suo apporto al processo terapeutico dell’ammalato,

per la sua relazione di sostegno psicologico a livello umano e sociale,

mentre i responsabili dell’assistenza spirituale vengono chiamati a far

67 Cfr. l. 26 luglio 1975, n. 354.

68 Cfr. art. 15 comma 1°, l. cit.

69 Si veda sul punto DALLA TORRE G., “Assistenza spirituale nelle forze armate

e qualità della vita”, in Iustitia, XLII, 1990, p. 390 con particolare riguardo alla

normativa contenuta nella l. n. 382/1978.

47

parte dei comitati etici per fornire il proprio contributo di natura etico -

religiosa. Anche in passato il legislatore ha cercato di perseguire, mercé

il servizio di assistenza spirituale, finalità sue proprie, spesso svolte

mediante un uso strumentale della religione, ma oggi non pare più

corretto parlare di un tale uso strumentale, bensì di considerazione della

sua funzione sociale, e lo Stato laico, pur conservando tale sua

fondamentale attitudine, può riferirsi ai valori religiosi come a valori

moralmente utilizzabili, per così dire, laicamente. Si tratta, in sostanza,

di riconoscere l’idoneità della religione a produrre valori umanistici

fondativi della convivenza. Una questione per così dire “tradizionale” (e

che merita in questa sede qualche, sia pure brevissimo, cenno) in tema di

assistenza spirituale, è quella concernente la diversa modalità di

organizzazione e di svolgimento del servizio nei confronti della religione

cattolica e dei propri appartenenti, da un lato, e quella prevista per le

70

altre confessioni e i loro membri, dall’altro. Infatti, in estrema sintesi ,

mentre ai culti diversi dal cattolico è assicurato il livello minimo di

garanzia (libero accesso dei ministri di culto, certificati come tali dalla

confessione di appartenenza, nelle strutture obbliganti; disposizione dei

locali per la celebrazione dei riti, la partecipazione, ove possibile, dei

militari alle attività religiose che si svolgono nelle località dove essi

70 L’argomento sarà peraltro ripreso e approfondito nel prosieguo del presente

lavoro, specificamente nella parte dedicata alla legislazione negoziata.

48

risiedono per ragioni di servizio, e via dicendo), viceversa nella

confessione cattolica è garantita la predisposizione di un vero e proprio

servizio stabile di assistenza spirituale, con relativo organico finanziato

dallo Stato. Con riguardo alla diversità di trattamento che ne deriva

occorre osservare come, anche a prescindere da giustificazioni di tipo

statistico-quantitativo (la c.d. “religione della maggioranza” o la c.d.

“teoria quantitativa”), proprio per la struttura e caratteristiche

intrinseche del servizio in esame, costituisca principio di razionalità ed

economicità che impedisce assimilazioni di funzioni e di condizione

giuridica prive di fondamento reale. Pare a questo punto opportuno

esaminare alcuni tratti caratteristici dell’art. 11 del citato Accordo di

Villa Madama, con specifico riguardo, da un alto, all’applicazione della

norma ai c.d. “istituti obbliganti” e, dall’altro, ai soggetti abilitati a

svolgere il servizio di assistenza spirituale. Con riguardo al primo punto,

un primo problema concerne l’elenco delle istituzioni segreganti

contenuto nel 1° comma del citato articolo, che sembra connotarsi per la

tassatività delle fattispecie considerate, elemento che risulta

ulteriormente rafforzato dai vincoli procedurali concordatari in vista di

eventuali revisioni della materia. A questo proposito, pare significativo

rilevare come il problema sembra essere stato avvertito in occasione

della stipula di numerosi strumenti pattizi precedenti e successivi a

49

quello vigente nel nostro Paese. Infatti, nella parte in cui essi dispongono

riguardo all'esistenza spirituale, l'elenco delle istituzioni obbliganti molto

spesso non assume il predetto carattere di tassatività, in quanto viene

concluso e integrato da formule del tipo: “e negli altri stabilmente tenuti

71 72

da enti pubblici” , e “altri simili” ed “altri simili stabilimenti dello

73

Stato, delle autarchie locali ed istituzionali, e delle Misericordie” e

74

“centri simili” via dicendo. Dall'esame comparativo dei testi

concordatari emerge inoltre, come ulteriore dato interessante, il

progressivo accrescimento del “ventaglio” dei luoghi pattiziamente

riconosciuti come obbliganti: mentre buona parte delle fonti

concordatarie più risalenti assegna tale qualifica ai penitenziari, agli

ospedali e alle case di cura, gli accordi più recenti riconoscono altre

realtà comunitarie come luoghi ove l'armonico svolgimento della

personalità religiosa dell'individuo necessita di una speciale attenzione

pubblica. Così, secondo un disegno che parrebbe prospettico

all'incremento dei ruoli che contraddistingue il moderno Stato di diritto

nel settore socio-sanitario e denunciando una corrispondente e

significativa evoluzione terminologica, le fonti in parola estendono la

71 Concordato fra la Santa Sede e il Reich germanico.

Che conclude l'elencazione dell'art. XXIX del Concordato con il Regno di Jugoslavia del 25 luglio 1935.

72 Art. XXIII del Concordato con la Spagna del 27 agosto 1953.

73

74 Concordato con la repubblica Dominicana del 16 giugno 1954.

50

“rosa” dei luoghi ove il servizio di assistenza religiosa è espressamente

assicurato al “residente”: insieme ai tradizionali ambienti segreganti

prima menzionati, ossia penitenziari, ospedali, case di cura, sono

menzionati asili, collegi, orfanotrofi, case di riposo, centri di assistenza

sociale e le istituzioni di cura e di reinserimento sociale dei

tossicodipendenti. Pertanto, se secondo la lettura dell'art. 11, comma 1°

dell'Accordo italiano sembra precluso estendere il disposto pattizio ad

ulteriori casi non previsti, sembra tuttavia ammissibile, quanto meno,

un'interpretazione estensiva delle singole strutture di soggezione speciale

ivi nominate. In particolare, la locuzione “ed altri servizi assimilati”

riferita alle forze armate e alla polizia, nonché la nozione di “case di

assistenza pubblica” paiono idonee a poter ricomprendere al loro interno

75

fattispecie nuove che avessero a verificarsi in futuro . Altro problema

connesso a quello appena accennato, è quello concernente l'applicabilità

del citato art. 11 anche ad istituzioni private. La lettura della norma non

lascia, per la verità, margini di dubbio circa le volontà delle Alte Parti di

impegnare solo le strutture pubbliche, in quanto la ratio della norma sta

evidentemente nell'intento dello Stato nel non assumere impegni che

vincolino altri enti diversi da se stesso e dagli altri enti pubblici. Da un

75 Si veda in proposito TURCHI V., “Assistenza spirituale: quid novi dopo

l'Accordo di Villa Madama?” in Il diritto delle persone e della famiglia, 2007, 3,

p. 380 e ss. 51

punto di vista più generale, peraltro, e pur nel rispetto doveroso della

lettera della disposizione concordataria, occorre considerare come il

diritto alla libertà religiosa, allo stesso modo di tutti i diritti fondamentali

di natura costituzionale, sia ritenuto riferibile ed applicabile direttamente

anche ai rapporti intersubbiettivi privati, almeno nel suo nucleo

essenziale, che nel nostro caso pare consistere “nell'esercizio della

76

libertà religiosa e nell'adempimento delle pratiche di culto” . Quanto

alla seconda questione più sopra richiamata, vale a dire l'individuazione

dei soggetti abilitati a svolgere il servizio di assistenza spirituale, va

innanzitutto osservato come il 2° comma dell'art. 11 del citato Accordo

ne individui la facoltà in favore di ecclesiastici nominati dalle autorità

italiane competenti su designazione dell'autorità ecclesiastica. Una volta

osservato come la ratio della norma risiede nel reciproco interesse dello

Stato di individuare le personale confessionalmente qualificato e idoneo

a frequentare le c.d. comunità ad adesione necessitata, va peraltro

ricordato come anche questo profilo presenti un quid novi, ravvisabile

nell'insegnamento e nella prassi della Chiesa, nonché dell'evolversi

sociale e legislativo tendenti a valorizzare, promuovere ed incentivare il

contributo proveniente dalle varie attività di volontariato, soprattutto in

relazione alle strutture carcerarie ed ospedaliere. Sembrano dunque

76 Cfr. art. 11, comma 1°, Accordo cit. 52

riprendere corpo le antiche forme di intreccio tra assistenza spirituale e

77

sociale, che si integrano e assumono carattere di complementarietà .

Rientra pertanto fra gli interessi dello Stato quello di tutelare l'assistenza

spirituale attuata anche secondo queste nuove forme che richiedono una

maturazione del rapporto fra Stato persona e Stato comunità e fra Stato e

confessioni religiose. Sempre con riferimento ai soggetti idonei a

svolgere il servizio di assistenza spirituale, appaiono peraltro molto

significative le disposizioni contenute in diverse delle già richiamate

intese intercorse fra Regioni e Conferenze episcopali regionali in materia

di assistenza spirituale nelle strutture ospedaliere. In esse viene infatti

stabilito che il personale di assistenza religiosa, debitamente abilitato

dall'Ordinario diocesano del luogo si qualifica in presbiteri, diaconi,

religiosi e laici. Evidenti sono, nel caso in esame, le ascendenze

canonistiche nella rinnovata pastorale sanitaria post-conciliare, che vuole

l'intera comunità cristiana, in tutte le sue componenti, coinvolta

nell'assistenza spirituale al mondo della sofferenza. Resta comunque

insostituibile il compito del sacerdote, per l'apporto sacramentale e la

cura pastorale che gli sono propri; ma corrisponde ugualmente ad

78

un'ecclesiologia comunitaria valorizzare ogni componente del popolo di

Dio, secondo quel principio di corresponsabilità che ha sicure

77 Cfr. CONSORTI P., op. cit., p. 26-27.

78 Sviluppate peraltro secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

53

implicazioni anche in questo importante settore di impegno e

testimonianza della comunità cristiana. In quest’ottica, spicca il

riconoscimento pure ai laici, accanto a presenze più tradizionali come

quelle dei religiosi, dell’attitudine a prendere parte all’azione pastorale di

assistenza spirituale, anche nelle istituzioni sanitarie. E non solo sulla

base di più o meno impegnative dichiarazioni di principio, ma

prevedendosi l’effettiva possibilità di essere “aggregati” alla cappellania

79 80

ospedaliera secondo le innovative esperienze delle cappellanie miste .

Un’altra fattispecie (sia pure, come si vedrà, erroneamente ritenuta

residuale) rilevante ai fini dell’esame delle funzioni dei ministri di culto

(e alla quale pare pertanto utile rivolgere in questa sede qualche pur

breve considerazione) riguarda la situazione disciplinata dall’art. 609

81

c.c., con riguardo alla quale pare sicuro potersi affermare come il

ministro di culto eserciti una pubblica funzione. La modesta rilevanza

pratica dell’istituto in esame non solo non autorizza vere e proprie

79 Cfr. Consulta Nazionale per la Pastorale della Sanità, “La Pastorale della salute

nella Chiesa italiana”, n. 80, p. 820.

80 Cfr. TURCHI V., op. cit., p. 385 e ss.

81 Tale articolo dispone, al comma 1° che, “quando il testatore non può valersi

delle forme ordinarie, perché si trova in un luogo dove domina una malattia

reputata contagiosa, o per causa di pubblica calamità o di infortunio, il

testamento è valido se ricevuto da un notaio o dal conciliatore del luogo, dal

sindaco o da chi ne fa le veci o da un ministro di culto, in presenza di due

testimoni di età non inferiore ai sedici anni”.

54

amnesie da parte dell’interprete, ma non potrebbe giustificare neppure

uno scarso, o comunque sia ridotto, apprezzamento della fattispecie

medesima. Anzi, la singolarità della medesima, nella parte in cui si

riferisce al ministro di culto (emergente sotto diversi aspetti anche se non

risulta adeguatamente messa in risalto dalla dottrina) può essere

considerata valido motivo di più attenta riflessione. Non varrebbe

neppure osservare sbrigatamene che il legislatore del 1942 si sarebbe

limitato a riprodurre una norma dettata dai codici precedenti a partire da

quelli risalenti alla tradizione confessionistica. Dall’esame del citato art.

609 c.c., risulta anzitutto che fra i soggetti abilitati a ricevere l’atto

(notaio, giudice di pace, sindaco e ministro di culto) solo quest’ultimo è

persona non appartenente ad alcun titolo alla pubblica amministrazione,

mentre tutti gli altri sono veri e propri organi o funzionari pubblici.

Peraltro, pur di fronte all’importante acquisizione che i testamenti

speciali costituiscono species di testamenti pubblici, di cui rappresentano

82

lo schema formale generale , non pare neppure corretto accostare la

figura del ministro di culto a quella del comandante di nave o

aeromobile. Infatti, sebbene sia incontestabile che entrambe tali

categorie di persone non appartengano alla pubblica amministrazione, il

comandante di nave o aeromobile è investito di un complesso di

82 Cfr. DI GIANDOMENICO G., “Testamento a bordo di nave o aeromobile: una

verità interessante”, in Rivista del notariato, 1996, p. 362.

55

attribuzioni e poteri pubblicistici che ripete direttamente dallo Stato. Non

altrettanto può affermarsi riguardo al ministro di culto, che non può

considerarsi persona alla quale l’ordinamento affidi l’esercizio di

funzioni pubblicistiche in sostituzioni di propri organi, almeno nello

stesso senso in cui ciò si verifica per il comandante di nave o

aeromobile. Basta considerare che le funzioni esercitate dal comandante,

allorché riceva dei testamenti ai sensi degli artt. 611 e 616 Cod. Civ.,

sono concordemente ricondotte dalla dottrina al suo titolo di capo della

comunità viaggiante, in virtù del quale egli è titolare di un complesso di

poteri che attuano finalità proprie dello Stato, attribuiti ad un soggetto

non appartenente alla pubblica amministrazione in ragione della

particolare situazione della nave o dell’aeromobile come organizzazioni

che, durante il viaggio, sono distaccate dai luoghi dove le funzioni

attribuite al comandante sono esercitate da organi dello Stato o da

83

esercenti pubbliche funzioni . Se la ratio della particolare competenza

attribuita al ministro di culto dall’art. 609 c.c., non può, dunque,

individuarsi nella titolarità, da parte di tale soggetto, di generali poteri

pubblicistici, essa per forza di cose deve ricercarsi altrove. Si dovrà

inoltre ammettere, in via preliminare, che norme come quella in esame

danno vita ad ipotesi del tutto eccezionali in cui il ministro di culto è

83 Cfr. A. LEFEBVRE- G. PESCATORE- L. TULLIO, “Manuale di diritto della

navigazione”, Giuffrè, Milano, 2007, p. 382.

56

investito di poteri pubblicistici non riferibili per altro, direttamente alla

funzione ecclesiastica svolta, ma ad interessi di mera natura civile che

appartengono alla competenza dell’ordinamento statale. D’altra parte, in

tutti i casi (eccezionali) in cui il ministro di culto risulta

dall’ordinamento investito di funzioni pubblicistiche, queste non valgono

a qualificare la funzione ecclesiastica svolta dal soggetto, ma si

ricollegano ad interessi civili coinvolti in certa maniera e misura

dall’esercizio di quella funzione. Volendo quindi cercare di individuare

la ragione che ha spinto il legislatore ad includere il ministro di culto fra

le figure di cui al citato art. 609 c.c., è necessario sgombrare il campo da

ipotesi poco verosimili, quali, ad esempio, una presunta garanzia

84

oggettiva di fedeltà alla volontà dispositiva del testatore che verrebbe

assicurata da persona religiosamente qualificata, oppure l’ipotesi che fa

leva direttamente sulla natura e sulle caratteristiche essenziali delle

attribuzioni e delle funzioni del ministro di culto, nel quale ultimo caso

non si spiegherebbero, a differenza del testamento ricevuto dal notaio, le

ridotte garanzie formali riconosciute nel caso in cui l’atto sia ricevuto da

un ministro di culto. Contemporaneamente, però, deve escludersi

84 Oggettiva fedeltà che, conformemente a rilevante dottrina (cfr. A. C. JEMOLO,

“Lezioni di diritto ecclesiastico”, Giuffrè, Milano, 1975, p. 237), verrebbe

senz’altro garantita laddove il testamento sia affidato ad un soggetto esercitante la

professione di notaio ai sensi della l. 16 febbraio 1913 n. 89.

57

l’avvenuta inclusione, fra i soggetti abilitati a ricevere il testamento nella

forma speciale di cui all’art. 609 c.c., di soggetti non in grado di offrire

le necessarie garanzie di fedeltà alla volontà dispositiva del testatore.

Piuttosto, il legislatore deve aver considerato il ministro di culto (fra i

semplici cittadini) soggetto idoneo ad offrire particolari garanzie di

natura soggettiva, fondate sul (probabile) rispetto di precetti religiosi

ampiamente diffusi e condivisi, che legittimano l’instaurarsi di un

particolare rapporto di fiducia con il testatore. In fondo, viene in rilievo

quello stesso rapporto che il legislatore ravvisa alcune volte fra persone

legate da stretti vincoli di parentela, nel caso in esame non preso in

considerazione per evidenti ragioni di conflitto d’interessi, essendo i

85

parenti più prossimi i naturali successori del soggetto . La testimonianza

di un’impegnativa adesione ad un ordine etico di natura religiosa

personalmente offerta dal ministro di culto, con l’esercizio positivo di un

suo diritto di libertà atto a condizionare e qualificare il proprio

complessivo stile di vita, partecipa così alla realizzazione di un interesse

meramente civile, la cui tutela rientra fra i fini perseguiti dallo Stato, e

85 Cfr. peraltro, gli artt. 536 e ss. c.c., per quanto riguarda i c.d. legittimari, i

soggetti cioè (principalmente il coniuge, i figli, e in mancanza di questi, gli

ascendenti del de cuius) ai quali l’ordinamento riconosce in ogni caso il diritto ad

una porzione del patrimonio del de cuius; nonché gli artt. 565 e ss., del medesimo

Codice Civile, disciplinanti le c.d. successioni legittime, i casi cioè in cui il de

cuius deceda senza lasciare alcun atto di ultime volontà.

58

che consiste nell’assicurare al soggetto impedito dalle particolari

situazioni descritte dalla norma dell’art. 609 c.c., la possibilità di

disporre dei suoi beni per dopo la sua morte, affidando il contenuto degli

atti di disposizione a persona ritenuta idonea ad offrire adeguate garanzie

in ordine al rispetto delle ultime volontà del testatore. Lo schema

descritto è in definitiva quello sottostante ai casi in cui l’ordinamento

civile si avvale del giuramento per rafforzare l’efficacia dei suoi precetti

(si pensi al caso del giuramento religioso imposto al testimone per

rafforzare l’obbligo di questi di dire la verità e di non tacere nulla di cui

sia a conoscenza). Va solo aggiunto come la scelta dell’ordinamento di

fare leva sui precetti di natura religiosa, in funzione della realizzazione

di interessi meramente civili, si debba ritenere operazione legittima, a

patto che non sia fonte di costrizioni e di obblighi legati a più o meno

implicite professioni di fede, e non dia luogo a discriminazioni. In

relazione a questi ultimi aspetti, l’istituto regolato dall’art. 609 c.c.,

appare sostanzialmente in linea con i precetti costituzionali, in quanto il

ruolo svolto dal ministro di culto, come del resto la determinazione del

testatore di affidare a costui le proprie ultime volontà, sono frutto di

scelte pienamente libere, e tutti gli organi confessionalmente

86

caratterizzati sono oggetto di pari trattamento .

86 Cfr. per considerazioni analoghe, LICASTRO A., op. cit., p. 259 e ss.

59

CAPITOLO II°: GLI ASPETTI RETRIBUTIVI

CONNESSI ALLA FIGURA DEL MINISTRO DI CULTO

.

PARAGRAFO 1°: IL DIRITTO ALLA REMUNERAZIONE DEL

MINISTRO DI CULTO

.

In via preliminare pare opportuno osservare come ogni gruppo religioso

avverta l’esigenza di provvedere ai bisogni di chi volge un servizio in

favore della comunità dei fedeli; tale assunto va necessariamente

analizzato sulla base della netta distinzione esistente nell’ambito dei

diversi sistemi statuali. Nei sistemi rigidamente separatisti, infatti, i

problemi del sostentamento dei ministri di culto sono rimessi all’ordine

87

interno di ciascuna confessione . Negli Stati interventisti, invece, sono

generalmente previste, e variamente realizzate, delle forme di

finanziamento pubblico per le confessioni religiose, i cui proventi

vengono sovente utilizzati anche per il sostentamento dei ministri di

88

culto .

87 Per approfondimenti si vedano FIORITA N., Remunerazione e previdenza dei

ministri di culto, Giuffrè, 2003, p. 61 nonché BERLINGO’ S., Sostentamento dei

ministri di culto, in Enciclopedia giuridica, XXX, Roma, 1993, p. 1-3.

88 Si ricordi che nell’ordinamento italiano, sono previsti due canali di finanziamento

pubblico per le confessioni religiose quali quello dell’otto per mille e quello delle

deducibilità fiscali delle oblazioni dei fedeli entro un certo importo, i cui proventi

possono essere utilizzati, secondo le previsioni concordate con i gruppi

60

L’intervento nei confronti di questi ultimi è stato per lungo tempo

limitato alla sola Chiesa cattolica, unica beneficiaria, fino alla stipula

delle intese con le confessioni acattoliche, di misure di sostegno

89

economico da parte dello Stato . L’intervento di sostegno de quo è stato

poi progressivamente esteso ai ministri delle confessioni stipulatarie di

intese con lo Stato, sebbene esistano significative differenze tra i sistemi

90

delineati su base pattizia .

confessionali, anche per sovvenire alle esigenze dei ministri di culto. Sul rapporto

tra gli interventi in favore dello sviluppo del fenomeno religioso e i caratteri del

moderno Stato sociale si vedano per approfondimenti: R. BOTTA, Spese di culto,

in Digesto delle discipline pubblicistiche, XIV, Torino, 1999, p. 459; C. CARDIA,

Stato e confessioni religiose, V) il regime finanziario, in Enciclopedia giuridica,

XXX, Roma, 1993, p. 2; F. FINOCCHIARO, Lo Stato sociale e il fenomeno

religioso, in Nuovi studi di diritto canonico ed ecclesiastico, a cura di V. TOZZI,

Salerno, 1990, p. 553 e ss.; G.. VEGAS, Spesa pubblica e confessioni religiose,

Padova, 1990; L. ZANNOTTI, Stato sociale, edilizia di culto e pluralismo

religioso, Milano, 1990, p. 89 e ss.

89 Si vedano a tal proposito DEL PORTILLO A., Laici e fedeli nella Chiesa,

Milano, 1998, p. 228; FIORITA N., op. cit., p. 113 e ss.; VITALE A., voce

Chierici, in Dig. disc. pubbl., vol. II, 1987, p. 546; MAURO T., Gli aspetti

patrimoniali dell’ organizzazione ecclesiastica, in Il nuovo codice di diritto

canonico, a cura di S. Ferrari, Bologna, 1983.

90 Per una ricostruzione del vivace dibattito che ha condizionato le singole

confessioni religiose durante la trattativa con lo Stato, conducendole ad effettuare

delle scelte sensibilmente diverse, cfr., LONG G., DI PORTO V., Dall’eccezione

alla regola: le confessioni non cattoliche e l’otto per mille dell’IRPEF, in

Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 15, 1998, I, p. 41 e ss. Cfr.,

sull’argomento anche FIORITA N., op. cit., p. 58.

61

Il contributo al mantenimento dei ministri di culto, nato per sostenere la

funzione di rilievo sociale da essi svolta, ha assunto, nei secoli, diverse

91

modalità ed è stato giustificato con differenti motivazioni .

Nel nuovo sistema si è giunti ad un intervento finanziario dello Stato che

non è più rivolto soltanto al clero che svolge un servizio in favore della

92

diocesi , ma si attua attraverso l’erogazione di un contributo globale alla

91 Si ricordi che una prima forma di intervento del potere civile in materia di

sostentamento dei ministri di culto cattolici si ebbe all’epoca del riconoscimento

del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero romano (riconoscimento

avvenuto col noto Editto di Teodosio nel 380 d.C.) e fu giustificato sulla base

della considerazione che la dimensione religiosa era elemento essenziale della vita

sociale: cfr. P. CONSORTI, La remunerazione del clero. Dal sistema beneficiale

agli Istituti per il sostentamento, Torino, 2000, p. 10. Per un esame delle diverse

concezioni storiche riguardanti il trattamento economico dei ministri di culto nelle

diverse epoche, si vedano anche PALAZZINI P., La aequa remuneratio del clero,

in Il sostentamento del clero nella legislazione canonica e concordataria italiana,

Città del Vaticano, 1993, p. 13 e ss.; PETRONCELLI HÜBLER F., I beni

culturali religiosi. Quali prospettive di tutela, Napoli, 2001, p. 51; DE PAOLIS V.,

Il sistema beneficiale e il suo superamento. Dal Concilio Vaticano II ai nostri

giorni, in Il sostentamento del clero nella legislazione canonica e concordataria

italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1993, p. 29 e ss.

92 Più precisamente, per parte dello Stato la riforma del sistema trova origine nella

volontà di non dismettere l’impegno di tutela e promozione della funzione sociale

svolta dal clero, considerata però nel contesto dello Stato laico sociale e non in

continuità con la linea storica seguita nella prima parte del secolo, non priva cioè

di elementi di collateralismo confessionale. In altri termini, come lo Stato liberale

sovvenzionava il clero curato per l’utilità del suo servizio religioso, lo Stato laico

sostiene il clero in servizio in favore della diocesi in ragione della socialità

connessa con tale impegno ministeriale, riconoscendo come “l’insostituibile

62

Chiesa, che poi provvede anche al sostentamento del clero. Inoltre, non è

più lo Stato a fissare i minimi di congrua ma è la CEI a stabilire la

93

misura del sostentamento dovuto ai sacerdoti .

Si deve preliminarmente considerare il fatto che, nel Codice di diritto

canonico, i termini di remunerazione e sostentamento del ministro di

funzione che i chierici assolvono nell’ambito delle comunità religiose, non può

essere ignorata dall’autorità civile. Cfr., tale orientamento CONSORTI P., op. cit.,

p. 44.

93 In concreto, il sistema di sostentamento del clero, disegnato dalla legge 222/1985,

funziona in questo modo: se i ministri di culto,con la remunerazione che ricevono

dagli enti ecclesiastici, presso i quali esercitano il ministero, o con gli stipendi,

eventualmente percepiti da altri soggetti, non raggiungono la soglia minima

stabilita, interviene l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero che, in caso

di insufficienza dei redditi propri, richiede all’Istituto centrale la somma residua

necessaria. L’Istituto centrale provvede ad integrare le risorse degli Istituti

diocesani o interdiocesani con le proprie entrate costituite dalle oblazioni dei

fedeli e dalle somme destinate dalla CEI al sostentamento del clero sul

complessivo importo derivante dalla quota dell’otto per mille dell’IRPEF,

assegnata alla Chiesa cattolica. Per un commento, si veda VEGAS G., op. cit., p.

172. Con la legge n. 222/1985 si è giunti ad una riforma dell’antico regime

beneficiale e si è avviato un nuovo meccanismo di sostentamento del clero che

concerne tutti gli ecclesiastici che prestano servizio in favore delle diocesi e non

più, come nel sistema lateranense, i soli ecclesiastici titolari di benefici. Sono

ormai gli Istituti diocesani per il sostentamento del clero ad assicurare, nella

misura periodicamente determinata dalla Conferenza Episcopale Italiana, il

congruo e dignitoso sostegno degli ecclesiastici, i quali, tutti, hanno diritto di

ricevere una remunerazione base la cui misura è fissata in modo uguale per tutte le

“categorie”, ivi compresi i vescovi. L’onere della remunerazione è ripartito tra

l'Istituto diocesano e, eventualmente, l’ente ecclesiastico presso cui il sacerdote

assolve ad un incarico. Una volta perfezionata la determinazione ecclesiastica, i

63

culto sono utilizzati indifferentemente sebbene, a livello semantico

94

nonché giuridico, gli effetti relativi siano ben diversi tra loro . Appare

tuttavia pacifico come la remunerazione abbia il carattere di

controprestazione eseguita nei confronti del ministro di culto in ragione

del servizio pastorale reso tenendo in considerazione il fatto che, oltre a

tali entrate, si possono considerare anche proventi esulanti il servizio

sacerdoti acquistano un vero e proprio diritto soggettivo a ricevere le somme che

loro spettano dall'Istituto diocesano o dall'ente sul quale gravi l’onere. Non va

dimenticato che la nascita di questi Istituti ha comportato l’abolizione canonica

dei benefici ecclesiastici e la generale definizione degli enti territoriali della

Chiesa. A tale scopo la stessa legge n. 222 del 1985 ha previsto che con il decreto

di erezione dell'Istituto diocesano fossero contestualmente estinti gli antichi

istituti (mensa vescovile, benefici capitolari, parrocchiali, vicariali, curiali o

comunque denominati) esistenti nelle diocesi, regolando anche la conseguente

redistribuzione ed imputazione dei beni ex beneficiali e di quelli destinati ad oneri

diversi da quello relativo al sostentamento del clero. L’applicazione di queste

disposizioni ha provocato una profonda trasformazione nell'organizzazione

ecclesiastica e un sostanziale trasferimento perequativo di “ricchezza all’interno

della Chiesa italiana”.

94 Cfr., REDAELLI C., Il sostentamento del clero, in I beni temporali della Chiesa,

Milano, 1997, p. 176 e ss., in tale opera l’A. riconosce la necessarietà della

remunerazione per i ministri di culto ai fini dell’adempimento alle elementari

esigenze di vita sottolineando anche il carattere di controprestazione resa al

religioso per il servizio prestato nei confronti della comunità dei fedeli; si veda

altresì MARCUZZI G. P., Il sostentamento del clero nella normativa codiciale

latina, in AA. VV., Il sostentamento del clero cit., 1993, p. 34.; GALDI F., La

remunerazione del clero secondo la normativa pattizia di esecuzione, in Il

sostentamento del clero, nella legislazione canonica e concordataria italiana,

Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1993.

64

reso e che costituiscono nondimeno delle entrate patrimoniali; si veda,

per esempio, il sostentamento disciplinato dal can. 281 § 2, per i

sacerdoti inabili oppure il can. 583 § 3, per il parroco rinunciante. Sulla

base di tali esempi si può sostenere che il sostentamento sia una

questione che nasce sulla base del fatto che esso viene elargito al

ministro sacro in quanto tale, laddove invece la remunerazione possiede

un carattere specifico in quanto trova la sua ragione d’essere nel servizio

pastorale reso. Da una attenta lettura del can. 281 § 1, è possibile

cogliere una sovrapposizione dei due termini de quo laddove è stabilito

che: “ai chierici, in quanto si dedicano al ministero ecclesiastico, spetta

una remunerazione congrua alla loro condizione perchè con essa

possano provvedere alle necessità della vita”. Il dato testuale riportato

lascia sottintendere che la remunerazione è data in funzione del

sostentamento e non in ragione del servizio prestato. Tale testo ha

generato numerose difficoltà a livello interpretativo, comunque superate

attraverso un’attenta lettura del can. 222 che impone ai fedeli il dovere di

sovvenire alle necessità del clero, e del can. 1274 in cui è stabilito che è

dovere dell’autorità ecclesiastica’ nella quale il ministro è incardinato di

provvedere al suo sostentamento nel caso in cui non sia stato stabilito

95

altrimenti , fermo restando la competenza riconosciuta alla CEI ad

95 Cfr. tale lettura, FELICIANI G., Il Popolo di Dio, Bologna, 1991, p. 81; DE

PAOLIS V., Rapporto tra il vescovo diocesano ed il sacerdote diocesano in

65

emanare atti vincolanti in materia e la disciplina pattizia eventualmente

96

prevista . Il diritto alla remunerazione, inscindibilmente legato al

sostentamento, assume, alla luce delle considerazioni svolte, un aspetto

del tutto peculiare che esclude la semplice provenienza lavoristica dei

proventi a favore del ministro di culto quale unico fattore legittimante

97

per le corresponsioni economiche dovute .

Altro fattore molto importante da considerare ai fini dell’analisi sulla

remunerazione consiste nella circostanza per cui, nell’attuale panorama

materia patrimoniale, in L’Amico del clero, 2/2001, p. 117; GHIRLANDA G., Il

diritto nella Chiesa mistero di comunione, Cinisello Balsamo, 1990, p. 158;

contra DE OTADUY J., Comentario al can. 281, in Comentario exègetico al

codigo de derecho canonico, Pamplona, vol. II, 1996, p. 353 in cui è sostenuto il

diritto dei chierici di ottenere il sostentamento adeguato nei soli confronti

dell’autorità ecclesiastica presso la quale sono incardinati con l’esclusione di un

dovere generico in capo ai fedeli di adempiere a siffatto dovere.

96 A tal fine si deve necessariamente sottolineare l’importanza delle norme patrizie

ai fini dell’elevazione alla figura di “diritto soggettivo” della remunerazione

spettante al ministro di culto, in ciò avvalendosi dell’istituzioni di appositi organi

deputati a garantire una più rapida ed efficacia tutela di tale diritto. Cfr. tale

orientamento FELICIANI G., Il nuovo sistema di sostentamento del clero. Profili

canonistici della legge 20.5.1985 n. 222, in Aggiornamenti sociali, 41, 1990, p.

112.

97 Si vedano approfonditamente FELICIANI G., Il Popolo di Dio, cit., p. 82;

FRUGIUELE L., Lavoro della Chiesa e diritto dello Stato, Milano, 1194, p. 128;

LO CASTRO G., Prime controversie sul sostentamento del clero, in Dir. eccl.,

1988, II, p. 662 e ss.; MATERNINI ZOTTA M. F., Amministrazione pubblica e

beni ecclesiastici. L’amministrazione del patrimonio ecclesiastico negli Accordi

di Villa Madama, Giappichelli, 1997, p. 18.

66

legislativo e concordatario, vigono l’art. 24 della legge 222 del 1985 e il

98

Decreto pontificio del 29 aprile 2000 nei quali è conferito alla CEI il

compito di definire i contenuti e la misura della suddetta remunerazione

avendo riguardo al fatto che si dovranno altresì considerare le eventuali

entrate personali percepite dal ministro di culto negli ambiti diversi da

99

quelli pastorali .

La CEI, con la delibera n. 45 del 1986, trasfusa poi in un Testo unico

adottato con la delibera n. 58 del 1991 ha disciplinato i casi e i soggetti

legittimati a ricevere quote aggiuntive di denaro nei casi di mancato

raggiungimento della soglia minima economica utile alla sopravvivenza

100

del ministro di culto . I soggetti, in base a tale normativa hanno diritto

98 Si ricordi che il testo integrale del suesposto decreto è rinvenibile in Ius

Ecclesiae, 2001/2 p. 532 e ss.

99 Si vedano a tal fine DE PAOLIS V., Il sostentamento del clero dal Concilio al

Codice di diritto canonico, in AA. VV., Vaticano II. Bilancio e prospettive

venticinque anni dopo, Assisi, 1987, p. 587, nota n. 53; MISTO’ L., Diritto alla

remunerazione, beni dei chierici, uguaglianza e diversità di trattamento, in Quad.

dir. eccl., 1/1989, p. 64; MINAMBRES J., Note sull’adeguata remunerazione dei

chierici. A proposito di un recente decreto di congruenza fra legislazione

particolare e norma codiciale, in Ius Ecclesiae, 2001/2, p. 543.

100 Per un approfondimento sulla normativa si veda per tutti FIORITA N., op. cit., p.

121 e ss. In particolare si noti che la XLVII Assemblea Generale, modificando la

lettera f) dell’art. 1, § 1, del Testo unico, ha ricompreso tra i sacerdoti che

svolgono servizio in favore della diocesi i sacerdoti i c.d. “fidei donum”,

stabilendo in tal modo il loro inserimento a pieno titolo nel sistema di

sostentamento del clero. Nella consapevolezza dell’impossibilità di provvedere a

costoro con le stesse misure articolate di remunerazione con le quali si provvede

67

alla remunerazione solo se svolgono un servizio a tempo pieno,

intendendosi con questo termine che lo svolgimento continuativo della

missione pastorale conferita dal vescovo ai sacerdoti costituisca un

101

impegno che ricopre la quasi totalità della giornata del soggetto .

I poteri della CEI, poi, in ordine alla remunerazione sono andati via, via

agli altri sacerdoti inseriti nel sistema di sostentamento, anche a motivo della

grande disparità di condizioni e di costo della vita esistenti nei Paesi nei quali si

svolge il loro servizio, la XLVIII Assemblea Generale, approvando l’art. 4 bis del

Testo unico, ha poi stabilito i criteri che presiedono alla determinazione della

misura della remunerazione loro spettante. In esecuzione del combinato disposto

dell’art. 4 bis, § 1, e dell’art. 6, il Consiglio Episcopale Permanente ha approvato

le seguenti determinazioni: 1) La remunerazione spettante a ciascun sacerdote

secolare messo a disposizione dalla diocesi di incardinazione per la cooperazione

missionaria con diocesi di Paesi stranieri è garantita attraverso tre quote poste a

carico degli enti indicati, secondo la seguente ripartizione: a) una quota pari al

32% a carico della diocesi “ad quam”; b) una quota pari al 23% a carico della

diocesi “a qua”; c) una quota pari al 45% a carico dell’Istituto per il

sostentamento del clero della diocesi “a qua”; 2) La quota a carico del sistema di

sostentamento del clero viene erogata, per conto dell’Istituto diocesano,

dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero con periodicità mensile; 3) Le

modalità di versamento della quota erogata dall’Istituto centrale sono le stesse

previste per le integrazioni dovute agli altri sacerdoti inseriti nel sistema di

sostentamento del clero; 4) Le presenti determinazioni entrano in vigore il 1

gennaio 2007. La presente determinazione, approvata dal Consiglio Episcopale

Permanente nella sessione del 18-21 settembre 2006 in Notiziario della

Conferenza Episcopale Italiana 2006, 8, p. 211, modifica la precedente

determinazione approvata dal Consiglio Episcopale Permanente nella sessione del

24-27 settembre 2001 in Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana 2001, 8,

p. 258-259. Assai importante ai fini dell’indagine condotta è anche l’art. 2 del

Testo unico nel quale sono contenuti i criteri di calcolo per la remunerazione

68

progredendo grazie all’introduzione dell’art. 4 del Testo unico del 1991

con cui sono state espropriate alcune prerogative inerenti il calcolo della

remunerazione spettanti in precedenza ai vescovi; in tal modo si è dato

l’avvio ad un sistema perequato fondato sulla base di calcoli che abbiano

come misura di riferimento la quota capitaria fissa garantita al ministro e

il numero degli abitanti proprio delle parrocchie presso cui i ministri

prevista a favore dei ministri di culto; all’uopo si deve segnalare che il testo risulta

dalle modifiche approvate dal Consiglio Episcopale Permanente tenutosi dal 20 al

22 marzo 2006 in Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana 2006, 4, p.

125-126 ed è entrato in vigore il 1 gennaio 2007. Esso modifica la determinazione

adottata dai Presidenti delle Conferenze Episcopali Regionali, in forza della

delibera approvata dalla XXXII Assemblea Generale (14-18 maggio 1990 in Atti

della XXXII Assemblea Generale, p. 121), riuniti in occasione del Consiglio

Episcopale Permanente tenutosi dal 17 al 20 settembre 1990, che stabiliva: “i

Vescovi diocesani possono assegnare ai sacerdoti secolari punti aggiuntivi nella

misura complessiva risultante dal numero dei sacerdoti secolari presenti nel

sistema di sostentamento del clero moltiplicato per due”(in Notiziario della

Conferenza Episcopale Italiana 1990, 8, p. 224). Il testo originario del § 1, lett. d),

della delibera n. 43 prevedeva, tra i criteri per la determinazione della

remunerazione dovuta ai sacerdoti, un coefficiente correttivo per aree socio-

geografiche. Tale criterio è stato soppresso con delibera della XXXII Assemblea

Generale in Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana 1990, 8, p. 208.

101 Sul punto si vedano GALDI F., La remunerazione del clero secondo la

normativa pattizia di esecuzione, in Il sostentamento del clero, nella legislazione

canonica e concordataria italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano,

1993, p. 144; GOTTARDIS A., Considerazione e interrogativi sulla introduzione

del nuovo sistema di sostentamento del clero, in L’Amico del clero, 4/1987, p.

181; CARDIA C., Principi di diritto ecclesiastico Torino, 2003, p. 385.

69

102

svolgono il loro servizio .

La delega di funzioni alla CEI, in ordine alla misura della

remunerazione, è stata oggetto di ricorsi concernenti le basi di calcolo (il

cui ammontare di due terzi deve essere uguale per tutti i sacerdoti) sui

quali applicare la maggiorazione prevista in caso d’insufficienza

103

economica riscontrata dal ministro “stipendiato” . Le ulteriori basi di

calcolo, oltre la quota fissa prevista, sono ottenute attraverso l’operato di

102 Si vedano MAURO T, Il servizio del clero in favore della diocesi, in AA. VV.,

Rapporti di lavoro e fattore religioso. Intervento, in Rapporti di lavoro e fattore

religioso, a cura di Vitale, Jovene, Napoli, 1988 p. 168; LO CASTRO G.,

Problemi attinenti alle controversie sul sostentamento del clero in Italia, in Dir.

eccl., I, p. 786; SANGUINETI G., La remunerazione dei presbiteri-decisioni

dell’assemblea CEI, in L’Amico del clero, 1986 p. 159 e ss.

103 Per un esame dettagliato sulle diverse controversie generate dalle delibere della

CEI soprattutto in ordine alla competenza dell’organo giudicante, si vedano in

giurisprudenza Corte cass., sent. n. 8870 del 1990 in Corr. giur., 12, 1990, p. 1258

e ss., con nota di BOTTA R., Giurisdizione concorrente del pretore del lavoro in

tema di giusta paga del sacerdote, p. 1262 e ss.; Decreto del Vescovo di Pinerolo,

in Dir. eccl., 1998, II, p. 645 e ss. In dottrina si vedano altresì MANCUSO C., Gli

organi di composizione delle controversie tra il clero e gli I.D.S.C. Brevi

annotazioni a proposito di una recente sentenza, in Dir. eccl., 1988, I, p. 187;

COLANGELO T., La giurisdizione ordinaria e quella ecclesiastica in materia di

sostentamento del clero a servizio della diocesi, in Dir. eccl., 1991, II, p. 370 e ss.;

FINOCCHIARO M., Giurisdizione del Pretore-giudice del lavoro, per la

qualificazione della remunerazione spettante ai sacerdoti investiti della cura delle

anime, in Giust. civ., 1991, I, p. 3131 e ss.; GUARNIERI G., Retribuzione del

sacerdote e rito del lavoro, in Dir. prat. lav., 46, 1990, p. 2904 e ss.; SASSI P.,

Diritto del sacerdote al sostentamento, ricorsi e tutela giurisdizionale dello Stato,

in Foro it., 1991, I, p. 1837 e ss. 70

due principi base che si applicano a seconda di una serie di circostanze e

condizioni quali: a) l’anzianità di “servizio” del ministro di culto; b) la

previsione di bonus aggiuntivi connessi all’esercizio di determinati

uffici; così, ad esempio, un bonus sarà diverso a seconda se il ministro di

culto eserciti le funzioni in qualità di cappellano nelle carceri, oppure se

parroco che svolga la cura pastorale in parrocchie molto estese o

numerose. Si tratta in definitiva di un sistema particolarmente complesso

sensibile a continui aggiustamenti da parte della CEI e che tende ad

avvicinare in modo sorprendente la legislazione canonica con quella

104

lavoristica disciplinata dal codice civile .

La remunerazione percepita dal ministro di culto è stata oggetto di

numerosi dibattiti in seno alla dottrina, a tal fine occorre segnalare

l’orientamento di taluni autori i quali hanno ritenuto che questa rientri

nella nozione generale di retribuzione, quale corrispettivo del servizio

104 Si vedano per ulteriori approfondimenti GOTTARDIS A., Considerazioni e

interrogativi sulla introduzione del nuovo sistema di sostentamento del clero, in

L’amico del clero, 1987, 4, p. 176; BERTONE T., La Conferenza Episcopale

Italiana e le sue competenze in materia concordataria, in AA. VV., Il nuovo

Accordo tra Italia e Santa Sede, 1996, p. 443 e ss.; SCALERA L., Il ruolo della

CEI in materia di sostentamento del clero: le principali attribuzioni, in Dir. eccl.,

1992, p. 913 e ss; BONI G., La rilevanza del diritto dello Stato nell’ordinamento

canonico, Milano, 1998, p. 101 e ss.; DEL GIUDICE L., Qualche riflessione de

iure condendo sulle competenze normative interordinamentali delle conferenze

episcopali alla luce dell’esperienza italiana, in Lo studio del diritto ecclesiastico.

Attualità e prospettive, a cura di V. Tozzi, Salerno, 1996, p. 231 e ss.

71 105

prestato dal ministro di culto a favore della diocesi . Un altro

orientamento, invece, ha tentato di inquadrare la remunerazione

nell’ambito di una prestazione di tipo alimentare in quanto volta a

106

soddisfare le esigenze primarie del sacerdote .

Per quanto i sistemi di intervento siano diversi, ciò che emerge dalla

disciplina complessiva sul sostentamento dei ministri di culto è che lo

105 Cfr., BOTTA R., Manuale di diritto ecclesiastico, Torino, 1998 p. 281; VEGAS

C., op. cit., p. 174. La tesi suesposta presta il fianco a numerose critiche che le

tolgono ogni fondamento di attendibilità in quanto la remunerazione del ministro

di culto, presenta una notevole particolarità rispetto alla retribuzione cioè il

ministro decade dal diritto di percepirla nel momento in cui il soggetto consegue

altre entrate patrimoniali, il che non è proponibile in base ai principi civilistici che

regolamentano la retribuzione; cfr., per tale asserzione CARDIA C., Manuale di

diritto ecclesiastico, I ed., Bologna, 1996, p. 401. Un’altra argomentazione che

milita a sfavore della tesi sopra enunciata è data dal fatto che l’accostamento tra la

retribuzione e la remunerazione è causa della perdita del carattere sacramentale

proprio della missione pastorale intrapresa dal ministro di culto, cfr., LO

CASTRO G., op. cit., p. 786 e ss., e in giurisprudenza si veda Trib. Viterbo sent.

n. 359 del 1991 in Dir. eccl., 1993, II, p. 448 e ss.

106 Per approfondimenti su tale tesi si vedano BOTTA R., Tutela del sentimento

religioso ed appartenenza confessionale nella società globale, Torino, 2002, p. 25

e ss.; nonché MUSELLI L., TOZZI V., Manuale di diritto ecclesiastico, Roma-

Bari, 2000, p. 232. Secondo questi autori il diritto agli alimenti non ha natura

patrimoniale ma soddisfa principi di solidarietà familiare secondo il disposto

contenuto nell’art. 433 c.c., per cui ciò non avvicina la remunerazione del ministro

di culto con obblighi di matrice sostanzialmente familiare, cfr., tale orientamento

anche AULETTA L., voce Alimenti, in Enc. Giur., Vol. I, 1988, p. 2 e ss., e in

giurisprudenza si veda Corte Cass., sent. n. 886 del 1949 in Foro it., 1959, I, p.

842. 72

Stato interviene, fondamentalmente, per sostenere le attività delle

confessioni religiose. Infatti, il dato di fatto da cui partire è che il canale

di accesso al sistema è costituito dalla concreta attuazione del principio

di bilateralità, e le modalità in cui si articolano i finanziamenti o i fini cui

vengono destinati i fondi erogati dallo Stato sono rimessi alla normativa

pattizia. Sicché si comprende come siano le confessioni religiose a

stabilire in che modo utilizzare le risorse ottenibili e, nello specifico, se

utilizzarle per il sostentamento dei propri ministri. Sulle diverse scelte in

concreto adottate giocano un influsso determinante i principi e il tipo di

organizzazione, propri di ciascun gruppo confessionale. L’intervento

dello Stato appare, dunque, diretto primariamente a favorire gli interessi

propri di una confessione religiosa e non a soddisfare i bisogni e le

esigenze dei ministri di culto considerati uti singuli.

I tentativi dottrinali suesposti, uniti ad un preciso orientamento

giurisprudenziale, tesi a rileggere la normativa di settore valorizzando la

dimensione umana dei ministri di culto, appaiono dissonanti rispetto al

sistema normativo vigente. In particolare, in uno studio recente, partendo

107

dalla asserita natura assistenziale del diritto alla remunerazione , si è

107 È fortemente controversa la natura del diritto alla remunerazione. Si oscilla

prevalentemente tra posizioni che tendono a ricostruire tale diritto come una

retribuzione, intesa anche in accezione “lata”, e posizioni che, invece, gli

riconoscono una natura alimentare o assistenziale. Per la prima ipotesi cfr.

VEGAS G., op. cit., p. 174; R. BOTTA, Giurisdizione concorrente del pretore del

73

sostenuto che l’impegno finanziario dello Stato è diretto a rimuovere lo

stato di bisogno in cui il ministro viene a trovarsi per il suo essere dedito

108

ad un’attività ritenuta meritevole .

Tale costruzione trova un precedente illustre nella sentenza della Corte di

Cassazione del 27 maggio 1996, n. 4871, in cui si era ricondotto il diritto

alla remunerazione al fondamentale principio dell’art. 2 Cost.,

assegnandogli “la struttura e la funzione di una prestazione

109

assistenziale” . La Corte Suprema precisava, nella succitata pronuncia,

lavoro in tema di “giusta paga” del sacerdote, in Corriere Giuridico, 7, 1990, p.

1265. Per la seconda ipotesi cfr. FIORITA N.,op. cit., p. 153. Per una critica alle

diverse ricostruzioni, cfr. P. CONSORTI, op. cit., p. 182 secondo cui: “In

conclusione, nonostante gli sforzi profusi per valutare ipotesi di analogia, anche

in questo settore si deve constatare l’assoluta specificità delle situazioni

giuridiche che nascono nell’ambito delle Confessioni religiose, “e che non

possono esser inquadrate nelle altre comuni categorie”. Il diritto alla

remunerazione del clero riveste infatti una natura giuridica sui generis,

praticamente irripetibile, che dipende da un lato dall’intreccio tra normativa

canonica e normativa civile cui si è più volte fatto cenno, e dall’altro lato dalla

conservazione di una “forma, tipica per il nostro Paese, di intervento finanziario

pubblico a favore del clero”.

108 Si veda FIORITA N., op. cit., p. 72 e ss.

109 Si vedano nello specifico Cass., Sez. lav., 27 maggio 1996, n. 4871, in Dir. Eccl.,

1997, II, p. 124; nonché Cass., Sez. unite, 28 agosto 1990, n. 8870, in Dir. Eccl.,

1990, II, p. 253 e ss. La dottrina ecclesiastica è, del resto, tendenzialmente

concorde nel ritenere che la retribuzione spettante ai ministri di culto e, in

particolare, quella dei sacerdoti cattolici, sia da considerare non il compenso per

lo svolgimento di un rapporto di lavoro subordinato, bensì “un assegno di tipo

alimentare corrisposto a chi dedichi il proprio tempo a una missione salvifica, di

74

che il diritto alla remunerazione del clero non si fonda sull’art. 36, ma

sull’art. 38, primo comma, della Costituzione, in quanto garantisce il

sostentamento dei cittadini che non prestano “lavoro retribuito” in senso

stretto ma che svolgono un’attività rivolta “alla promozione dell’uomo e

all’interesse del Paese”. Seguendo l’argomentazione della Corte, i

ministri di culto, o, nel caso di specie, i sacerdoti, in quanto dediti alle

loro attività ministeriali, dovrebbero essere assimilati a soggetti inabili al

lavoro o, comunque, incapaci di provvedere al loro mantenimento. Il loro

stato di bisogno legittimerebbe quindi l’intervento dello Stato.

A tale ricostruzione sembra però ostare proprio il fatto che il ministro,

nella normativa vigente, viene sostenuto in quanto dedito ad attività

ministeriali: lo svolgimento, da parte del ministro, di attività strumentali

alla realizzazione dei fini confessionali, sembra dimostrare che questi

resta, nonostante la sua condizione confessionale, pienamente capace di

esercitare attività qualificabili come lavorative, nell’accezione lata di

lavoro consentita dall’art. 4 Cost.

carattere religioso, nella quale il ministro di culto cerca anche di raggiungere la

propria perfezione spirituale” si veda a tal fine: FINOCCHIARO F., Diritto

ecclesiastico, Bologna, 2000, p. 390. In argomento, per più ampie considerazioni,

si vedano altresì BOTTA R., Il lavoro dei religiosi, Padova, 1984; ID., L’attività

lavorativa dei religiosi, cit., p. 91 e ss.; VITALE A., Corso di diritto ecclesiastico,

Milano, 1989, p. 270; C. CARDIA, Stato e confessioni religiose Bologna, 1992, p.

264. 75

Ciò, da un lato, inficia la ricostruzione del diritto alla remunerazione

come obbligo di natura assistenziale, visto che tale obbligo scatta non

quando il soggetto ministro di culto si venga a trovare in una situazione

110

di bisogno , bensì quando svolga attività socialmente utili, e, dall’altro,

dimostra che lo Stato non interviene finanziariamente per garantire la

111

realizzazione della scelta di libertà religiosa individuale del ministro ,

quanto per consentire la realizzazione della libertà collettiva, nei limiti

delle richieste all’uopo avanzate dai gruppi confessionali. D’altronde, se

anche si volesse ritenere che il ministro di culto viene sostenuto in

quanto, per il suo essere dedito ad attività ritenute meritevoli, si viene a

trovare in uno stato di bisogno, si dovrebbe necessariamente estendere

l’intervento finanziario dello Stato, fino a ricomprendervi una serie

indefinita di potenziali beneficiari. Infatti, se il presupposto

dell’intervento statale fosse dato solo dall’attenzione ai bisogni

individuali e dall’importanza delle attività svolte, allora esso non

dovrebbe necessitare del filtro della confessione religiosa. Lo Stato,

quindi, dovrebbe estendere il sistema di sostentamento previsto per il

clero cattolico a quanti, sia pure privi di una qualifica confessionale,

110 Si veda a tal proposito FLORIS P., Autonomia confessionale. Principi-limite

fondamentali e ordine pubblico, Napoli, 1992, p. 131.

111 Per una visione critica di tale aspetto si veda FIORITA N., op. cit., p. 160, che

sostiene che la finalità che muove e giustifica l’intervento pubblico in materia è la

promozione della libertà religiosa del singolo ministro di culto.

76

scelgano di realizzarsi come persone dedicandosi ad attività connesse

112

alla promozione dell’uomo ; in caso contrario, si realizzerebbe una

lesione della libertà religiosa e del principio di uguaglianza, poiché si

creerebbe una discriminazione dovuta non ad un’appartenenza, ma a una

113

non-appartenenza confessionale .

112 Tale ipotesi è presente in FIORITA N., op. cit., p. 161-162, ove si sostiene che

una volta svincolato il riconoscimento di questo diritto dalla normativa speciale,

tale estensione si potrebbe spingere fino a garantire il sostentamento anche a tutti

quei soggetti che esercitano un servizio, in qualche modo parificabile a quello

svolto dai ministri di culto, all’interno di organizzazioni ateistiche (o, meglio, non

confessionali). Anche in questo caso, infatti, non vi è ragione per escludere che

una permanente incapacità del soggetto di procurarsi il reddito minimo possa

derivare dallo svolgimento di un’attività, laica e non religiosa, ugualmente

meritevole e ugualmente idonea a favorire la realizzazione della personalità

individuale. Il sistema, in tal modo, si avvicinerebbe alla disciplina vigente in

Belgio, dove stipendi e pensioni ai ministri di culto sono a carico dello Stato, che

assicura tali prestazioni ai culti riconosciuti e anche alle associazioni filosofiche

non confessionali, si veda a tal proposito CIMBALO G., Appartenenza religiosa e

credenze “filosofiche” nella revisione costituzionale del sistema di finanziamento

dei culti in Belgio, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 12, 1995, I, p.

131-153.

113 Si veda per approfondimento COLAIANNI N., Ministri del sacro nello Stato

laico, in Il diritto ecclesiastico, 115, 2004, I, p. 14, il quale rileva che la laicità

dello Stato comporta che gli interventi di sostegno stabiliti per la inabilità sociale

in cui viene a trovarsi chi si dedica a tempo pieno ad attività di progresso

materiale e spirituale della società vengano estesi potenzialmente a tutti. Il

principio di laicità, infatti, “non può sopportare che questi interventi non vengano

allora garantititi a 360 gradi nei confronti di qualsiasi cittadino, quale che sia

l’organizzazione umanitaria o altruistica cui egli appartenga e con cui svolga

gratuitamente la sua attività finalizzata ad obiettivi di progresso della collettività:

77

Seguendo detta interpretazione, l’intervento di sostegno civile dovrebbe

quanto menoessere esteso a tutti i ministri di culto, a prescindere dal

fatto che appartengano o meno ad una confessione che abbia stipulato

intesa e a prescindere dal fatto che vi sia una norma pattizia che sancisca

un diritto alla remunerazione. Una tale soluzione viene respinta anche da

chi sostiene la natura assistenziale della remunerazione: tutela del

proprio diritto a ricevere una remunerazione (o altra prestazione di tipo

114

assistenziale) da parte dello Stato .

Il sistema normativo attualmente vigente sembra, nonostante i tentativi

portati avanti in tal senso, impedire una lettura unitaria del

sostentamento dei ministri di culto. Infatti, la materia appare complicata

verificandosi lo stato di bisogno, egli ha diritto ad essere considerato parte di

questa categoria sottoprotetta”.

114 Per dei rilievi critici sulla questione si veda LICASTRO A., I ministri di culto,

cit., p. 471. L’A. asserisce che, valutata nel merito, la tesi “assistenziale” non

riesce a spiegare in modo convincente perché la situazione di bisogno del

sacerdote o di altro ministro di culto debba essere tutelata dall’ordinamento in

modo diverso e più intenso rispetto a situazioni personali di bisogno

oggettivamente del tutto analoghe, ma in atto collocate fuori dall’area di

protezione sociale (o tutelate in forma diversa o più attenuata). Si ha l’impressione

che tutto origini dalla ricorrente convinzione secondo cui si debba a tutti i costi

sostenere l’idea, non di una ragionevole non completa assimilabilità della

posizione del ministro di culto a quella del tipico lavoratore, ma di una totale (e

assoluta) irriducibilità del primo al secondo modello normativo, e ciò anche

quando è lo stesso legislatore a suggerire un preciso criterio di orientamento

all’interprete. 78

dalla difesa delle specificità identitarie di ogni gruppo confessionale ed è

pertanto fatta oggetto di disciplina bilaterale. Se in sede di contrattazione

una confessione rinuncia ad interventi di sostegno in favore del

sostentamento dei propri ministri, tale scelta non è sindacabile e la

rinuncia è legittima proprio perché l’intervento civile in materia non è

diretto al ministro considerato come individuo, bensì al suo essere un

funzionario confessionale.

Il sistema delineato bilateralmente consente di salvaguardare

l’autonomia organizzativa interna delle confessioni religiose che,

peraltro, non può spingersi fino ad escludere qualsiasi diritto di

remunerazione per coloro che svolgono in loro favore un’attività

ministeriale. Infatti, anche a prescindere dalla discussa possibilità di

configurare il rapporto che lega il ministro alla propria confessione

115

secondo lo schema del rapporto di lavoro subordinato , resterebbe

115 In riferimento al clero cattolico tale soluzione sembra essere scongiurata dallo

stesso diritto alla remunerazione, collegato funzionalmente alle necessità del

sostentamento e non costituente, quindi, un mero corrispettivo dell'attività resa.

Peraltro, anche in relazione ad altre confessioni religiose, la riconducibilità del

sistema di sostentamento all'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato viene

sovente sconfessata dal concreto svolgimento del rapporto. Cfr., in proposito,

Pretura Circondariale di Roma, 12 agosto 1996, in Il diritto ecclesiastico, 108

1997, II, p. 159 e ss., sulla pretesa configurabilità di un rapporto di lavoro tra la

Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova e taluni suoi ministri. Nella

motivazione della decisione della sentenza in questione, si fa presente che “Le

attività prestate da un ministro di culto della Congregazione Cristiana dei

79

fermo, alla stregua di un indirizzo fatto proprio dalla Cassazione, un

diritto alla remunerazione che sebbene “non inquadrabile nell’area

applicativa dell’art. 36 Cost., è pur sempre riconducibile al

fondamentale principio dell’art. 2 Cost., toccando la tutela della

116

persona in relazione all’esigenza di sostentamento” .

Ed è proprio in relazione a tale esigenza che riaffiora, vigorosa, la

dimensione umana del ministro di culto, il cui diritto fondamentale al

117

sostentamento, ricondotto all’art. 2 Cost. o all’art. 36 Cost. , giustifica

Testimoni di Geova nell'ambito e per la realizzazione dei fini della confessione

religiosa non sono riconducibili allo schema del rapporto di lavoro subordinato,

per cui tali prestazioni devono ritenersi gratuite in quanto rese religionis causa”.

L’argomento della difesa, poi sposato dalla sentenza, affermava: “è da escludere

che, nel periodo in cui hanno svolto la loro opera di ministri di culto, tra i

ricorrenti e la Congregazione si è instaurata quella dualità di posizioni e quel

conflitto di interessi che contraddistinguono i rapporti contrattuali e, in

particolar modo, il rapporto di lavoro subordinato dove la contrapposizione – del

tutto peculiare – tra capitale e lavoro ha dato luogo all'esigenza di dettare un

ampio complesso di norme a tutela del prestatore di lavoro”.

116 Si veda Cass. Civ., Sez. Un., 28 agosto 1990, n. 8870, in Il foro italiano, 1991, I,

c. 1847 e ss.

117 Cfr., tale orientamento BOTTA R., Giurisdizione concorrente del pretore del

lavoro in tema di “giusta paga” del sacerdote, in Corriere Giuridico, 7, 1990, p.

1265, il quale ritiene che l’art. 36 Cost. codificherebbe un diritto “fondamentale”

dell’uomo a conseguire dalla prestazione della propria attività, quale che sia, a

vantaggio della collettività, un “ritorno in termini di mezzi di vita” idoneo ad

assicurargli un “congruo e dignitoso sostentamento”. Occorre altresì considerare

quella parte della dottrina che inquadra il diritto alla remunerazione de quo in base

al disposto dell’art. 38 comma 1, Cost., in tal caso, l’ordinamento assicurererebbe

80

un interessamento dei pubblici poteri e un limite all’autonomia

confessionale: “Qualunque sia la norma costituzionale che assicura

protezione al diritto del sacerdote al sostentamento non è dubbio che

esso è un diritto fondamentale, rispetto al quale non sarebbe concepibile

una rinuncia o una abdicazione dello Stato nell’esercizio della propria

118

giurisdizione” .

Definiti i fondamenti giuridici del diritto alla remunerazione, è di vitale

importanza compiere un rapido cenno circa i mezzi di tutela previsti

dalla legge nei casi di asserita lesione del diritto al sostentamento

riconosciuto al ministro di culto.

Le alternative che a tal fine si pongono, possono essere di due tipi: o

sollevare un ricorso presso gli organi giudiziari statuali, oppure esperire

parimenti un ricorso avvalendosi delle norme canoniche all’uopo

previste. In quest’ultimo caso sarà necessario che il ministro di culto

abbia intentato, preliminarmente, un tentativo di conciliazione innanzi

agli organi di composizione delle controversie tra sacerdoti e vescovi

al ministro di culto lo stesso diritto di remunerazione spettante ai soggetti

inabilitati al lavoro e ciò a seguito della decisione del soggetto di occuparsi di un

diverso tipo di attività (certamente funzionale per la personalità dell’individuo)

legittimante una pari fruizione del diritto in questione. Cfr., BOTTA R.,

Controversie sul sostentamento del clero, in Dig. disc. pubbl., vol. XI, 1996, p.

501; nonché ROSSI F. P., La previdenza sociale, IV ed., Padova, 1993, p. 8.

118 Si veda per tutti LICASTRO A., Contributo allo studio della giustizia interna

alle confessioni religiose, Milano, 1995, p. 100.

81

diocesani per il sostentamento del clero, appositamente istituiti dalla CEI

119

in base alla norma contenuta nell’art. 34 della legge n. 222 del 1985 .

Gli organi di cui si sta parlando possiedono un carattere di “specialità”

che risulta essere particolarmente accentuato sia per la composizione

degli stessi, che garantisce una rappresentatività equa del clero, sia per

quanto concerne le due fasi di giudizio in cui, ad un primo grado rivolto

a conciliare le parti controvertenti, segue un altro grado (eventuale,

chiaramente) al cui termine viene pronunciata una sentenza motivata e

120

resa immediatamente esecutiva .

119 Le necessaria intermediazione preliminare degli organi de quo è stata introdotta

dalla delibera n. 51 della CEI la quale ha altresì fissato il termine perentorio di

dieci giorni entro il quali iniziare il suddetto procedimento. Cfr. a tal fine, DE

ANGELIS A., La giustizia amministrativa in materia di sostentamento del clero,

in L’Amico del clero, 7, 1987, p. 325. Si ricordi che tali organi di composizione

delle controversie devono essere istituiti in ogni diocesi ed essere formati dal

vicario giudiziale che li presiede, da un sacerdote o un laico eletto dal consiglio

presbiterale diocesano, e dal presidente o da un suo incaricato diocesano della

FACI, che è l’organo che tutela le esigenze e i diritti dei sacerdoti. Per una

rassegna storica sull’argomento, si veda per tutti GUASCO M., Stato e Clero in

Italia negli ultimi due secoli, in L’Amico del clero, 2, 2001, p. 156.

120 Per approfondimenti su tali organi e sul carattere critico ai fini di un loro

inquadramento negli organi amministrativi statutali, si vedano LICASTRO A.,

Contributo allo studio della giustizia interna alle confessioni religiose, Milano,

1996, p. 61; BERTOLINO R., La tutela dei diritti nella Chiesa, Torino, 1983, p.

121-123; GROCHOLEWSKI Z., Nota bibliografica a Il sostentamento del clero

nella legislazione canonica e conocordataria italiana, in Monitor ecclesiasticus,

I-II, 1993, p. 235; LO CASTRO G., Prime controversie, cit., p. 657.

82

Il provvedimento è soggetto ad impugnazione presso il vescovo

diocesano, senza che nell’ulteriore fase di giudizio, si verifichino effetti

sospensori del provvedimento pronunciato nel grado precedente.

Il ricorso in questione dovrà essere presentato entro il termine di dieci

giorni allo stesso vescovo diocesano del quale si intende riformare il

provvedimento in base al can. 1734, § 2 e solo dopo, potrà essere

esperito il ricorso gerarchico presso l’organo superiore, ossia la

Congregazione per il clero.

Avverso la decisione di quest’ultimo organo è possibile esperire un

nuovo ricorso che determina il trasferimento del procedimento stesso in

un ambito giudiziario, fermo restando che il sacerdote che agisce

attraverso i ricorsi amministrativi, può chiedere una revisione dell’atto

impugnato sia sotto il profilo della legittimità che del merito, vantando

altresì il diritto ad ottenere una pronuncia scritta e motivata sulla

121

fondatezza o meno della sua istanza . In alternativa, quale extrema

121 Non si dimentichi che è sempre possibile il ricorso straordinario al Romano

Pontefice, si vedano ampiamente per questo e su argomenti affini ARRIETA J. I.,

Funzione pubblica e attività di governo nell’organizzazione centrale della

Chiesa: il regolamento generale della Curia romana, in Ius Ecclesiae, 1992/2, p.

812; BETTINI A., Il diritto di azione come diritto fondamentale del fedele, in

Bertolino R., Gherro S., Lo Castro G., Diritto per valori ed ordinamento

costituzionale della Chiesa, Torino, 1996, p. 165; D’OSTILIO F., Il diritto

amministrativo della Chiesa, Città del Vaticano, 1995, p. 477; HERRANZ J., La

giustizia amministrativa nella Chiesa dal Concilio Vaticano II al Codice del 1983,

83

ratio, il sacerdote può presentare ricorso, entro il termine di trenta giorni,

davanti alla Sectio Altera della Segnatura apostolica, l’unico tribunale

amministrativo dell’ordinamento canonico la cui competenza è peraltro

122

limitata ai soli vizi di legittimità dell’atto amministrativo impugnato .

Per quanto concerne infine il diritto accordato al ministro di culto di

in Ius Ecclesiae, 1990/2, p. 433 e ss.

122 Le competenze attuali del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica sono

stabilite nella Costituzione Apostolica Pastor Bonus del 28 giugno 1988, agli artt.

121-125. Per quanto riguarda la potestà strettamente giudiziaria la Segnatura

Apostolica giudica: le querele di nullità, le richieste di restitutio in integrum

contro le sentenze rotali; i ricorsi nelle cause sullo stato delle persone, che la Rota

Romana rifiutò di ammettere a nuovo esame; le cause contro gli Uditori della

Rota Romana per atti posti durante l’esercizio delle loro funzioni; i conflitti di

competenza di cui al can. 1416. Quale Tribunale contenzioso-amministrativo

dirime: le contese sorte per un atto di potestà amministrativa ecclesiastica, ad esso

legittimamente deferite; in questi casi, oltre al giudizio di illegittimità, esso può

anche giudicare, qualora il ricorrente lo chieda, circa la riparazione dei danni

recati con l’atto illegittimo; le altre controversie amministrative ad esso deferite

dal Romano Pontefice o dai dicasteri della Curia Romana; e il conflitto di

competenza tra gli stessi dicasteri. In virtù della potestà amministrativa

riguardante il foro giudiziario ad essa spetta: vigilare sulla retta amministrazione

della giustizia; prorogare la competenza dei tribunali; promuovere ed approvare

l’erezione dei tribunali di cui ai cann. 1423 e 1439. Altre attribuzioni le derivano

dall’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano e da taluni

concordati. Si vedano per approfondimenti Pontificiae Universitatis Gregorianae,

La difesa dei diritti dei fedeli nella Chiesa. Il danno e la sua riparazione nella

Giustizia Amministrativa Canonica. Excerpta ex dissertatione ad Doctoratum in

Facultate Iuris Canonici (cum specializatione in Iurisprudentia), Brescia 1997;

La giurisprudenza dei Tribunali Apostolici e dei Tribunali delle Chiese

particolari, in Il diritto della Chiesa. Interpretazione e prassi, Studi giuridici, 41,

84

avvalersi degli strumenti civilistici previsti dall’ordinamento statuale, si

deve sottolineare che in materia, dopo alcune incertezze, si è addivenuti

ad una conclusione positiva sul possibile esperimento della giurisdizione

statuale in luogo di quella canonica stante la natura assistenziale e

obbligatoria della remunerazione, con la conseguente applicazione

123

dell’art. 442 c.p.c. in materia di controversie di lavoro .

PARAGRAFO 2°: GLI ISTITUTI DI SOSTENTAMENTO PER IL

CLERO.

Città del Vaticano 1996, p. 111-134; MONETA P., voce Segnatura apostolica

(Supremo Tribunale della), in Enc. dir., vol. XLI, 1989, p. 946; BONNET P. A.,

La competenza del tribunale della Rota Romana e del Supremo Tribunale della

Segnatura apostolica, in Ius Ecclesiae, 7, 1995, p. 28 e ss.

123 Si veda a tal fine Cass., sent. n. 8870 del 1990 in Corr., giur., 1990. p. 1261 in

cui, pur riconoscendo in entrambi gli ordinamenti, quello statale e quello

canonico, la protezione del diritto soggettivo del ministro di culto di percepire una

remunerazione si era espressa nell’applicazione del criterio della prevenzione, in

ossequio al quale la competenza a conoscere della causa spetterebbe al giudice

adito per primo escludendo pertanto, qualsiasi forma di concorrenza fra organi

potenzialmente e parimenti competenti. Successivamente la Corte con la sentenza

n. 4871 del 1996 cit., si è espressa a favore della riconduzione di controversie

aventi per oggetto le remunerazioni ed ogni altra forma di assistenza obbligatoria

alla competenza del giudice ordinario secondo il rito del lavoro. Cfr., in dottrina

FIORITA N., Il sistema di sostentamento del clero di fronte alla Cassazione: un

cenno critico in Quad. dir. pol. eccl., 1996/3, p. 843 e ss.; SOLFERINO A., Il

sostentamento dei sacerdoti tra esigenze canonistiche e prospettive civilistiche, in

Dir. eccl., 1998, I, p. 81 e ss. 85

Gli istituti di sostentamento del clero (I.d.s.c.) ricoprono una posizione di

estrema centralità nella materia di assistenza economica e previdenziale

nei confronti dei ministri di culto.

Con il can. 1274 si è passati da un regime imperniato sul sistema

beneficiale ad un’altra forma organizzativa ove è prevista l’istituzione,

presso ogni diocesi, di singoli istituti atti a provvedere al mantenimento e

alla sicurezza sociale del clero, fungendo in tal modo da strumento di

124

protezione delle diocesi più povere . Nell’ambito della stessa riforma,

si è altresì prevista l’istituzione di istituti interdiocesani ai quali conferire

125

il riconoscimento civile della personalità giuridica .

Il Codex, pur riconoscendo la validità pratica di un sistema così

strutturato, ha tuttavia evitato di dettare una disciplina unitaria che

raccordasse normativamente le diverse masse patrimoniali previste, ma

si è unicamente occupato dell’I.s.d.c. lasciando però al “legislatore”

124 Si vedano per approfondimenti DE PAOLIS V., Il codice del Vaticano II. I beni

temporali della Chiesa, Bologna, 1995, p. 142; MUSELLI L.,voce Istituti per il

sostentamento del clero, in Enc. Giur., 1989, XVII, p. 1; DE ANGELIS A.,

L’inserimento degli istituti di sostentamento del clero nella chiesa particolare, in

AA. VV., Il sostentamento del clero, 1993, Città del Vaticano, p. 127.

125 La stessa legge prevede che l’Istituto centrale e gli altri Istituti per il

sostentamento del clero acquistino la personalità giuridica civile dalla data di

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministro dell’Interno, che

conferisce ad essi la qualifica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto. Si

tratta, pertanto, di ente ecclesiastico nei confronti del quale è lo stesso

ordinamento giuridico a riconoscere l’attribuzione della personalità giuridica.

86

particolare un’ampia discrezionalità di intervento nel funzionamento di

tale ente.

La particolare situazione di questi enti risiede nel fatto che la disciplina

pattizia contenuta nel can. 1274, si è sostanzialmente limitata a

regolamentare i rapporti tra l’I.s.d.c. e l’Istituto centrale per lo

126

svolgimento di attività previdenziali di tipo integrativo .

Con l’aggiunta del comma 3 all’art. 21 si è invece prevista l’istituzione

di un Istituto centrale che potesse funzionare da interlocutore unico con

lo Stato italiano, ai fini di una pattuizione inerente gli interessi

economici del clero, mentre con il comma 2 dell’art. 27 si è assegnato

agli I.d.s.c. il compito di destinare una parte delle proprie risorse al

sopperimento di eventuali mancanze economiche di soggetti che avendo

abbandonato la propria missione si siano posti in condizione di bisogno.

La legge n. 222 pone l’istituto diocesano in una posizione di assoluta

centralità nella soluzione di problemi legati alle necessità economiche

del clero, sia in sede di materiale elargizione dell’integrazione spettante

al ministro di culto, sia per quanto concerne la fase di accertamento del

127

diritto del ministro di culto ad ottenere la suddetta integrazione .

126 Si veda a tal fine SALERNO F., Gli istituti per il sostentamento del clero negli

Accordi del 15 Novembre 1984: profili istituzionali, patrimoniali e fiscali, in Il

sostentamento del clero, 1993, Città del Vaticano, p. 88.

127 Si ricordi che la suesposta centralità degli I.d.s.c. seppure ha potuto vantare di un

riconoscimento normativo, a livello di prassi, è andata sminuendosi a favore del

87

La dottrina è concorde nel riconoscere agli I.d.s.c. la natura di persona

giuridica canonica pubblica, godendo essi del regime giuridico previsto

128

dal § 1 del can. 116 . La CEI a tal fine, aveva un margine di scelta

molto ristretto ai fini della qualificazione di taluni istituti, in quanto

andava comunque rispettata la disposizione suesposta che manteneva

inalterata la natura giuridico-pubblica degli enti in questione.

I suddetti enti sono considerati da più parti quali elementi facenti parte

129

della costituzione gerarchica della Chiesa Cattolica , con evidenti

ripercussioni sul tipo di disciplina ad essi applicabile che è data

dall’incontro tra le norme di diritto comune con le disposizioni statutarie

ruolo ricoperto dall’Istituto centrale il quale, da semplice organo di controllo sullo

stato previsionale delle spese di ogni istituto diocesano (ex artt. 42 e43 legge n.

222 del 1985) ne ha iniziato ad assorbire sempre di più le rispettive funzioni.

128 Sul punto si ricordi che spesso venivano costituiti istituti per il sostentamento

privi di personalità giuridica con evidente violazione della normativa prevista. Si

vedano sul punto CAPPELLINI E., Beni ecclesiastici ed onesto sostentamento del

clero nel codice di diritto canonico, in AA. VV., Norme per il sostentamento del

clero. Studi e documenti, Brescia, 1986, p. 23; SALERNO F., op. cit., p. 84.

129 Per approfondimenti in dottrina si vedano MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit.,

p. 22; PUNZI NICOLO’ A. M., Gli enti di struttura delle nuove disposizioni

concordatarie, in AA. VV., Studi in memoria di Mario Condorelli, vol. 1, t. 2, p.

1186; SALERNO F., op. cit., p. 103, contra LEZIROLI G., Il riconoscimento

degli enti ecclesiastici, Milano, 1990, p. 218; FLORIS P., L’ecclesiasticità degli

enti. Standards normativi e modelli giurisprudenziali. Torino, 1997, p. 139.

Addirittura questi istituti sono stati definiti come una vera e propria “anomalia

giuridica”, si veda a tal fine CONSORTI P. La remunerazione del clero, cit., p.

108. 88

dell’ente stesso, creando a tal fine, una sorta di diritto “speciale” e, come

tale, in grado di derogare il diritto canonico comune.

Per quanto concerne il profilo civilistico della qualificazione giuridica

degli I.d.s.c., essi ottengono il riconoscimento della personalità giuridica

nel diritto statale in base ad una presunzione del tipo di attività religiosa

130

e culturale che contraddistingue il loro operato .

Uno dei principi fondamentali sottesi al riconoscimento, in capo agli enti

ecclesiastici, di una disciplina “privilegiata”, consiste nella peculiarità

dei loro fini, ossia nei fini di religione e di culto ritenuti meritevoli nella

131

società e, quindi, degni di essere incentivati soprattutto a livello fiscale

(si veda ad esempio l’art. 7.3 della l. 121 del 1985). Gli I.d.s.c. non

svolgono però un’attività spirituale o di culto; la specialità del regime

giuridico a cui sono sottoposti si spiega tuttavia tenendo presente la

circostanza che la loro istituzione è di assoluta preminenza per

l’attuazione di fini che altrimenti renderebbero vanificati anche gli

132

impegni concordatari tra lo Stato e la Chiesa Cattolica .

130 Si veda per tutti BERLINGO’ S., Enti e beni religiosi in Italia, Bologna, 1992, p.

117.

131 Sul punto si veda CARDIA C., Riconoscimento degli enti ecclesiastici e

Consiglio di Stato in Dir. eccl., 1995, I, p. 632-636.

132 Si tratta di una eccezione al principio generale dell’ordinamento giuridico dello

Stato italiano, di cui all’art. 2, comma 3, legge n. 222 del 1985, secondo il quale lo

scopo di religione e di culto è richiesto come requisito costitutivo, essenziale e

imprescindibile al fine di riconoscere la qualificazione ecclesiastica di un ente. Un

89

In base all’art. 23 della legge n. 222/’85 lo statuto di un I.d.s.c. viene

emanato dal vescovo a cui appartiene la diocesi con l’osservanza delle

disposizioni indicate dalla CEI (l’organo a tal fine investito è il Comitato

133

per il sostentamento del clero costituito dalla CEI stessa) . Sono tre i

tipi di statuti previsti: uno relativo agli I.d.c.s., e gli altri due riguardanti

gli istituti interdiocesani.

Questa suddivisione riflette la posizione egemonica ricoperta dalla CEI,

la quale tuttavia non è così ampia da compromettere i poteri autonomi

del vescovo essenziali per quanto concerne l’organizzazione dell’istituto;

il vescovo dispone altresì di un potere decisionale in ordine

all’istituzione di un collegio di revisori dei conti (ex art. 11 par. 2, legge

n. 222) decidendo su ogni questione economica riguardante ciascun

membro di tale organo e del consiglio di amministrazione laddove

134

esistente .

elemento obiettivo che rafforza ancora di più quanto è stato detto, è dato

dall’esonero di detti enti dall’osservanza degli artt. 19 e 20 della legge n. 222 che

disciplinano rispettivamente la revoca del riconoscimento dell’ente nel caso di

mutamento sostanziale del fine perseguito, nonché la sua soppressione. Vedi a tal

fine FIORITA N., Remunerazione, op. cit., p. 80 e ss.

133 Si veda per tutti FELICIANI G., Gli istituti per il sostentamento del clero nella

nuova normativa della CEI, in Agg. soc., 11/1985, p. 690 e ss.

134 Si vedano per approfondimenti sull’asserita natura meramente eventuale del

collegio dei revisori, MORGANTE M., Nuovo sistema e istituti diocesani per il

sostentamento del clero, in L’Amico del clero, 2/1987, p. 91; FELICIANI G., ult.

op. cit., p. 693; MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit., p. 59.

90

Le prerogative spettanti all’I.d.c.s. sono molto ampie ed interessano i più

svariati ambiti di competenza, quali ad esempio lo svolgimento di

attività di amministrazione del patrimonio clericale, la corresponsione

delle remunerazioni spettanti ai sacerdoti nonché la cura degli aspetti

previdenziali per il sostentamento di sacerdoti intrattenendo, a tal fine,

una lunga serie di contatti sia con le amministrazioni civili, sia, in

particolare, con l’Istituto centrale al fine di comunicargli i dati relativi

all’esercizio finanziario emergenti dal bilancio revisionale e dal

rendimento consuntivo dell’anno di riferimento.

La questione primaria sulla quale occorre prestare la massima attenzione

riguarda la distinzione, nell’ambito dei mezzi economici appartenenti

all’ente in questione, fra il vero e proprio patrimonio stabile e i mezzi di

135

funzionamento . Gli atti dispositivi del patrimonio (alienazione,

135 Si ricordi che fanno parte del patrimonio stabile i beni prima appartenenti ai

benefici che non siano stati ritrasferiti, le donazioni e i lasciti di beni immobili

nonché ogni bene che sia stato oggetto di liberalità disposta a favore prima

dell’estinzione del beneficio e da questo accettata con un atto avente data

precedente al 1 luglio 1987. Rientrano infine nel patrimonio de quo anche tutti i

beni che sono stati acquistati per il patrimonio stabile del consiglio di

amministrazione. Per quanto concerne i mezzi di funzionamento pare corretto

affermare come essi siano dati, oltre che dai redditi prodotti dal patrimonio, anche

dalle integrazioni inviate dall’Istituto centrale e da ogni altra entrata ulteriore.

Sulla distinzione fra mezzi e patrimonio si veda MAURO T., voce Patrimonio

ecclesiastico, in Enc. giur., vol. XII, 1990, p. 2. Per ulteriori approfondimenti si

veda PIERANTONI S., Linee guida del nuovo sistema di sostentamento :

soggetti, risorse, impieghi, in La sfida del sovvenire (a cura di Misio L.), Cinisello

91

costituzione di diritti reali di garanzia) sono soggetti alla previa licenza

dell’autorità competente in base al can. 1291, disposizione che invece

non si applica per quanto riguarda i mezzi di funzionamento.

Al momento della soppressione dei benefici ecclesiastici, si è posto il

problema di ritrasferire i beni ai beneficiari legittimi per la mancanza di

un titolo legittimo di possesso dell’istituto diocesano; in ciò ha avuto

un’estrema importanza la delibera n. 50 del 1986 con la quale la CEI ha

stabilito i criteri direttivi per regolamentare il suddetto passaggio.

Notevoli sono state, e lo sono anche attualmente, le problematiche legate

alla perdurante incapacità contributiva dell’istituto diocesano il quale,

per assolvere alle sue funzioni, abbisogna di continue sovvenzioni da

parte dell’Istituto centrale. All’uopo, sono molteplici le raccomandazioni

che l’Istituto compie al fine di garantire una gestione ottimale delle

risorse disponibili evitando che gli istituti in questione conducano

136

politiche in grado di compromettere la loro solvibilità . Per meglio

Balsamo, 1995, p. 104 e ss.

136 Sulla legittimità di eventuali atti di donazione effettuati dagli Istituti diocesani

per il sostentamento del clero, si è pronunciato il Cons. Stato, sez. I, 17 ottobre

1990, n. 1270, in Riv. Not. 1991, il quale ha espresso opinione negativa, stante la

destinazione del patrimonio dei suddetti Istituti al solo esclusivo scopo, appunto,

del sostentamento del clero e la conseguente contrazione patrimoniale che ne

deriverebbe. E’ legittimo chiedersi se anche l’atto di donazione effettuato tra due

Istituti diocesani per il sostentamento del clero sia da ritenersi invalido, secondo la

suddetta pronuncia del Consiglio di Stato: parrebbe, infatti che il trasferimento fra

92

realizzare tale finalità, è stato introdotto il comma 3 dell’art. 35 della

legge n. 222, nel quale è stabilito che gli I.d.s.c. sono obbligati al

versamento di parti di eventuali avanzi gestionali alle casse dell’Istituto

centrale, favorendo in tal modo una perequazione in grado di

razionalizzare i flussi monetari evitando possibili “speculazioni” da parte

137

delle diocesi relativamente più abbienti .

Il discorso appena svolto costituisce la premessa per l’introduzione di un

tema molto importante, concernente il sistema dei controlli sull’attività

svolta dagli Istituti diocesani, soprattutto in ordine alla gestione dei loro

patrimoni che coinvolgono interessi non solo facenti capo alle autorità

ecclesiastiche ma anche a quelle civili. L’art. 7 n. 5 dell’Accordo di Villa

due Istituti aventi identica finalità non comporti distrazione del bene trasferito

rispetto alla sua destinazione esclusiva, sia pure con riferimento al sostentamento

del clero di una diversa diocesi. In materia si segnalano le risposte fornite

dall’Ufficio Studi del Consiglio Nazionale del Notariato, in relazione ai quesiti nn.

1426 e 1550, ove si giunge ad opposta conclusione, stante l’inesistenza,

nell’ordinamento giuridico italiano di norme che comminino la nullità per gli atti

di disposizione a titolo gratuito compiuti dagli Istituti diocesani per il

sostentamento del clero, rinviando comunque il problema all’esame dell’autorità

ecclesiastica competente per il rilascio della necessaria autorizzazione. In dottrina

si vedano GUASCO M., CHARRIER F., Dal beneficio allo stipendio:

trasformazioni del clero italiano, in Quad. dir. pol. eccl., 1998, p. 209; CELLI A.,

Il concreto funzionamento degli Istituti per il sostentamento del clero, in Quad.

dir. pol. eccl., 2001, I, p. 989.

137 Si veda per un rilievo critico MARCHI T., Problemi ed esperienze nella prima

fase dell’avvio del nuovo sistema per il sostentamento del clero, in Quad. dir. pol.

eccl., 1990, 2, p. 103. 93

Madama costituisce, a tal fine, il punto di incontro per equilibrare

esigenze legate alla salvaguardia della certezza del diritto, unitamente

alla tutela dei soggetti che entrano in rapporti contrattuali con gli enti

ecclesiastici. Per soddisfare queste esigenze, l’art. 6 della legge 222 ha

imposto a questi enti l’obbligo di iscriversi nel registro delle persone

138

giuridiche, pena la nullità degli atti compiuti ; ad esso va ad

aggiungersi l’art. 18 della stessa legge con cui si stabilisce che: “ai fini

dell’invalidità o dell’inefficacia di negozi giuridici posti in essere da enti

ecclesiastici non possono essere opposti a terzi, che non ne fossero a

conoscenza, le limitazioni dei poteri di rappresentanza o l’omissione di

controlli canonici che non risultino dal codice di diritto canonico o dal

registro delle persone giuridiche”. Il combinato disposto di queste due

norme è reso operativo, ai fini di controlli sicuri e celeri, mediante l’art.

2 punto b) del d.P.R. n. 33 del 1987 in cui è previsto che alla domanda di

riconoscimento, siano allegate le norme statutarie dell’ente e i controlli

canonici a cui è soggetto, salvo che tali elementi non siano rilevabili di

per sé da indicazioni specifiche contenute nella domanda stessa.

138 Per approfondimenti critici su un’asserita lesione ex art. 20 Cost. della

disposizione contenuta nel suddetto art. 6, si veda ADAMI F. E., I controlli

canonici e civili sull’amministrazione dei beni temporali ecclesiastici, in Monitor

Ecclesiasticus, 1986, I-II, p. 76; contra BERLINGO’ S., Enti e beni, op. cit., p.

89; FLORIS P., Autonomia confessionale. Principi-limite fondamentali e ordine

pubblico, Napoli, 1992, p. 204 e ss. 94

In tema di trasferimenti immobiliari, l’art. 37 della legge n. 222/1985

stabilisce l’obbligo per l’Istituto per il sostentamento del clero che

intenda vendere a soggetti diversi da Stato, comune, università degli

studi, regione e provincia, un immobile per prezzo superiore alle vecchie

lire 1.500

milioni, di darne comunicazione, con atto notificato, al Prefetto della

provincia nella quale è ubicato l’immobile, dichiarando il prezzo e

specificando le modalità di pagamento e le altre condizioni essenziali di

139

vendita .

Entro sei mesi dalla ricezione della proposta, il Prefetto comunica

all’Istituto, con atto notificato, se e quale ente tra Stato, comune,

università degli studi, regione e provincia, intende acquistare il bene per

le proprie finalità istituzionali. Nei successivi due mesi, decorrenti da

tale ultima notifica, deve essere stipulato il contratto di vendita. La legge

disciplina poi i termini per il pagamento del prezzo (entro due mesi dalla

stipula, se acquirente sia un ente pubblico diverso dallo Stato; nella

misura del 40% entro due mesi dalla registrazione del decreto di

approvazione del contratto ed il residuo entro quattro mesi, se acquirente

sia lo Stato). Qualora la comunicazione del Prefetto all’Istituto, relativa

139 Trattasi chiaramente di una forma di prelatio a favore delle strutture pubbliche.

Si veda per tutti TESTA C., Nuove delibere della CEI: alienazioni, acquisti,

locazione degli enti ecclesiastici, in L’amico del clero, 1/1991, p. 15.

95

alla indicazione dell’ente acquirente, non sia notificata nei sei mesi dalla

ricezione della proposta, l’Istituto può vendere liberamente l’immobile a

prezzo non inferiore e a condizioni non diverse rispetto a quelle

comunicate al Prefetto.

E’ nullo il contratto di vendita stipulato in violazione dell’obbligo di

notifica posto a carico dell’Istituto diocesano che intende alienare

l’immobile, ovvero per un prezzo inferiore o a condizioni diverse

140

rispetto a quelli comunicate al Prefetto .

Queste disposizioni non si applicano quando acquirente del bene sia un

ente ecclesiastico, ovvero quando esistano diritti di prelazione

(presumibilmente legale), sempre che i soggetti titolari li esercitino.

In seguito all’abrogazione dell’art. 17 c.c. (ex art. 13 legge n. 222)

sull’autorizzazione agli acquisti per tutte le persone giuridiche, non è più

necessaria l’autorizzazione governativa nemmeno per gli acquisti

effettuati dagli enti ecclesiastici, in virtù del rinvio operato dall’art. 17

141

legge n. 222/1985 .

140 Si vedano a tal proposito ZAMPAGLIONE L., La prelazione pubblica sui beni

immobili per il sostentamento del clero, in AA. VV., Enti ecclesiastici e attività

notarile, p. 141; FINOCCHIARO F., Diritto ecclesiastico, Bologna, 1997, p. 380;

RICCA M., Prelazione a favore della P.A. ed alienazione di beni immobili da

parte degli enti ecclesiastici ovvero “normativa bilaterale vs. libertà religiosa”, in

Dir. eccl., 1999, I, p. 256.

141 Si veda per approfondimento la Circolare Ministeriale del 3 novembre 1999, n.

122. 96

Per quanto concerne i controlli operati dalle autorità canoniche, va

rilevato come anch’esse, allo stesso modo delle precedenti, si basano

sull’assolvimento dell’obbligo di ottenere l’autorizzazione del vescovo

per ogni tipo di operazione transattiva e, nel caso di importi con valori

triplicati, tale dovere dovrà essere assolto comunicando l’esistenza della

142

transazione alla Santa Sede, sentita preliminarmente la CEI .

Queste disposizioni, come del resto tutte le altre, sono necessarie alla

conservazione delle entità patrimoniali esistenti presso gli enti

ecclesiastici; fra queste, un ruolo molto importante è poi attribuito alle

direttive impartite dalla CEI la quale mediante proprie delibere, è in

143

grado di modificare le disposizioni statutarie armonizzandole tra loro .

Nell’approfondire, invece, il discorso circa gli organi interni di un

I.d.s.c., va per prima cosa evidenziato che la presenza di alcuni di loro ha

carattere di indispensabilità, potendo altri invece essere anche solo

eventuali. Indispensabile è il consiglio di amministrazione composto da

un numero variabile di membri che va da cinque a nove, alcuni dei quali

142 Si ricordi che nel caso di transazioni di un certo importo economico condotte

dall’I.d.s.c. in violazione degli obblighi di avviso alla Santa Sede, verrà applicato

il can. 1337 a seguito del quale l’ente incorrerà in una responsabilità di tipo

penalistico. Si veda a tal fine BOTTA R., La norma penale nel diritto della

Chiesa, Bologna, 2001, p. 199-200.

143 Si veda per un esame critico di talune fattispecie di questo tipo, GOTTARDIS

A., Rapporto tra l’ordinario (uffici amministrativi diocesani) e gli istituti per il

sostentamento del clero, in L’amico del clero, 10/1986, p. 427.

97 144

nominati dal vescovo, ed altri eletti dal clero . Gli amministratori

durano in carica cinque anni e possono essere rieletti. Il loro compito è di

provvedere alla programmazione economica e al compimento degli atti

di ordinaria e straordinaria amministrazione. Il consiglio deve, invece,

riunirsi almeno una volta ogni trimestre, la validità delle adunanze è data

dalla presenza di almeno la metà dei consiglieri aventi diritto. Lo statuto

può prevedere cause di legittima dimissione dalla carica nonché di

revoca del mandato, precisando però che, in quest’ultimo caso, ci si

dovrà trovare di fronte a gravi inadempimenti del consigliere tali da

145

suggerirne la rimozione immediata (ex can. 1279) .

In alcuni casi, espressamente previsti dallo statuto, i compiti del

144 Si ricordi che i componenti del consiglio di amministrazione possono essere sia

chierici che laici, e la loro elezione da parte del clero costituisce una effettiva ed

adeguata partecipazione presbiterale nell’amministrazione. Nei confronti dei

componenti del collegio, sono previste delle cause di incompatibilità

rigorosamente disciplinate dallo statuto. Si veda per approfondimenti SCHOUPPE

J. P., Elementi di diritto patrimoniale canonico, Milano, 1997 in particolare si

approfondisca lo studio della parte V; si veda anche la circolare della CEI n. 19

del 25 settembre 1990.

145 Si vedano per quanto concerne le discussioni dottrinarie in ordine a tale

problema, REDAELLI C., La responsabilità del vescovo diocesano nei confronti

dei beni ecclesiastici, in Quad. dir. Eccl., 3/1991, p. 335; TOGNONI G., La tutela

degli interessi diffusi nell’ordinamento canonico, in Quad. dir. Eccl., 3/1995, p.

321 e ss.; MONETA P., I soggetti nel giudizio amministrativo ecclesiastico, in

AA. VV., La giustizia amministrativa nella Chiesa, Città del Vaticano, 1993, p.

66. 98

consiglio di amministrazione possono peraltro essere deferiti ad uno o

più componenti o riunirsi nella persona di un direttore generale. Al

vertice del consiglio si colloca il presidente, nominato dal vescovo

diocesano e scelto tra tutti i componenti. I compiti di quest’ultimo sono

quelli di rappresentare l’istituto, convocare il consiglio e adottare,

quando occorrono, provvedimenti urgenti di natura conservativa.

L’aver riservato al vescovo il potere di nominare le cariche più alte

risponde alla volontà di eliminare, per quanto possibile, la potenziale

insorgenza di contrasti tra il consiglio di amministrazione e l’autorità

ecclesiastica.

Il buon funzionamento dell’I.d.s.c è altresì garantito dalla presenza di un

organo di controllo interno, ossia il collegio dei revisori dei conti,

composto da tre membri, di cui almeno uno, laddove possibile, deve

essere iscritto presso l’albo dei revisori ufficiali dei conti. I revisori

devono vigilare sull’osservanza delle norme di legge, sulla regolarità

delle scritture contabili e sulla corrispondenza dei dati inseriti in bilancio

e quelli corrispondenti nelle menzionate scritture. I revisori, al termine di

ogni esercizio finanziario, dovranno redigere un bilancio che sarà poi

oggetto di approvazione dell’assemblea e di un successivo esame da

parte del vescovo.

Da ultimo, non si può non segnalare l’importante ruolo ricoperto

99

dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero, il quale è persona

giuridica pubblica nell’ordinamento canonico, mentre è qualificato come

ente ecclesiastico dal diritto comune. La creazione di questo organo non

è stata prevista dal Codex per cui la sua formazione, è di origine

tipicamente patrizia; la sua specialità si ricollega all’importanza e alle

responsabilità che sono connaturate alle sue funzioni.

L’istituto centrale gestisce i fondi e i flussi finanziari che permettono la

sopravvivenza degli istituti diocesani e soprattutto la remunerazione

spettante ai sacerdoti svolgendo a tal fine, anche una funzione

146

previdenziale integrativa . Altre funzioni importantissime svolte da tale

ente sono quelle di cura delle relazioni fra gli enti ecclesiastici e le

autorità amministrative pubbliche, nonché le funzioni di controllo e

razionalizzazione del patrimonio appartenente ai singoli istituti diocesani

i quali, a tal fine, potranno vantare anche l’ausilio da parte del predetto

Istituto per la conduzione e lo studio delle migliori tecniche gestionali

147

del patrimonio .

L’art. 25, comma 2, della legge n. 222 attribuisce all’Istituto centrale il

ruolo di sostituto di imposta: l’ente, in tal caso, opera le ritenute fiscali

sulle somme corrisposte a favore del clero a titolo remunerativo e versa i

146 Si ricordi che questa funzione è stata introdotta dalla legge n. 222 ed è stata poi

resa obbligatoria mediante l’applicazione dell’art. 5 della delibera n. 58 della CEI.

147 Cfr., CARDIA C., Manuale di diritto ecclesiastico, I ed., Bologna, 1996, p. 380.

100 148

dovuti contributi ai sacerdoti, laddove questi ne abbiano il diritto .

L’Istituto centrale si avvale, per l’esercizio delle sue funzioni, del

patrimonio composto da quella parte di otto per mille che la CEI

annualmente destina per il sostentamento del clero, e dall’ammontare

delle offerte dei fedeli che costituisce la parte più esigua delle entrate.

Per quanto riguarda le transazioni aventi per oggetto beni immobili di un

certo valore, è altresì necessaria la preventiva autorizzazione della CEI e

l’informativa alla Santa Sede. Inoltre, è stabilito che l’Istituto, alla fine di

ogni semestre, debba inviare alla CEI una rendicontazione delle

operazioni effettuate sulle quali la stessa non esercita alcun potere

valutativo in quanto l’assolvimento di tale obbligo, obbedisce ad una

149

finalità di semplice pubblicità .

Per quanto concerne infine le norme relative alla struttura dell’Istituto

centrale, vanno segnalate alcune piccole differenze rispetto agli I.d.s.c.:

la nomina del presidente e del vice-presidente è di competenza della CEI

e il numero dei componenti del consiglio di amministrazione è elevato a

148 Una simile funzione svolta dall’Istituto, rende molto più celere e sicuro l’intero

meccanismo di riscossione dei tributi che saranno poi versati ai soggetti

destinatari. Si veda per una conferma di tale aspetti REDAELLI C., La

dichiarazione dei redditi del sacerdote, in ex Lege, 2/2001, p. 78.

149 Si veda per approfondimenti MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit., p. 55;

REDAELLI C., Istituto centrale , istituti diocesani per il sostentamento del clero

e loro funzionamento, in AA. VV., Il sostentamento del clero, 1993, Città del

Vaticano p. 57; 101

nove. Tale consiglio può delegare parte delle sue funzioni ad un comitato

esecutivo composto a sua volta da tre o cinque membri consiglieri. Le

deliberazioni prese, infine, devono risultare da un apposito libro delle

adunanze e delle deliberazioni appositamente tenuto dall’organismo

incaricato.

La delega al comitato esecutivo non esonera il consiglio dalle

150

responsabilità che statutariamente gli spettano , vi è solo un tipo di

attività concorrente volta a rendere più celere lo svolgimento delle

funzioni previste.

Anche nell’Istituto centrale vi è la presenza di membri eletti dal clero

diocesano, rappresentato dai delegati regionali della FACI e dai

componenti della commissione presbiteriale italiana.

Si deve infine dire che il collegio dei revisori è un organo la cui esistenza

è obbligatoria, e vista l’importanza delle funzioni che esso ricopre, è

prevista la sussistenza in capo ai soggetti che ne fanno parte, di un

requisito soggettivo ulteriore rispetto a quello degli altri, e cioè essi

dovranno essere esperti in materia di economia e di diritto civile. Si

ricordi infine che le delibere del collegio sono valide se approvate con la

maggioranza dei due terzi degli aventi diritto.

Volendo a questo punto tirare le somme del discorso, si può senza dubbio

150 Cfr., PORTALE G. B., Trattato delle società per azioni, Torino, 1991, p. 304;

GALGANO F., Diritto commerciale, Bologna, 1996, p. 272 e ss.

102

affermare che, a quasi venticinque anni dalla revisione degli accordi

concordatari del 1984, l’informazione relativa alla scelta sul famoso

“rigo dell’otto per mille” della dichiarazione dei redditi è penetrata

fortemente nella conoscenza comune, mentre è poco sentita e in parte

ancora non ben compresa l’offerta a favore dei sacerdoti, la c.d. offerta

151

“deducibile” .

Il sostenere la Chiesa oggi è possibile anche con quest’offerta dalla

doppia valenza: le offerte per il sostentamento del clero infatti

contribuiscono ad assicurare un dignitoso sostentamento ai trentottomila

sacerdoti che sono in Italia, ma anche liberano fondi dell’otto per mille a

favore delle attività caritative in Italia e nel Terzo mondo, e per le

esigenze di culto della popolazione.

3. L’assistenza e la previdenza dei ministri di culto.

Per quanto concerne la funzione previdenziale è necessario avere come

punto di riferimento il dato storico ed obiettivo che contraddistingue la

previdenza quale istituto tipicamente incentrato ad apprestare una tutela

151 Cfr., tale orientamento NICOIRA A., Dieci anni di sostentamento del clero. La

revisione del concordato 1984/1985: un bilancio nella Chiesa, in L’amico del

clero, 3/1996, p. 115; GIACHI G., Sovvenire alle necessità della Chiesa, in Civ.

catt., fasc. 3342, 1989, p. 500; REDAELLI C., Il sostentamento del clero, in AA.

VV., I beni temporali della Chiesa, Milano, 1997, p. 187.

103

assicurativa al lavoratore. Inizialmente, infatti, il sistema era fondato sul

versamento, da parte del lavoratore, di una somma di denaro, il cui

accantonamento serviva a formare una rendita da utilizzare nel caso di

152

infortuni, di vecchiaia o invalidità .

Lo Stato, infatti, non interveniva sul sistema ma vigilava sul suo corretto

funzionamento. Col tempo, e in particolar modo dopo l’avvento della

Costituzione, i compiti dei poteri pubblici in materia si sono

progressivamente ampliati e, correlativamente, il concetto di previdenza

ha subito un’evoluzione volta ad immettere in essa elementi assistenziali.

In tal modo si è determinata una situazione nuova, che ha visto costretto

l’apparato pubblico non solo e non tanto ad aumentare la quota di risorse

pubbliche destinate a coprire le esigenze dei lavoratori indotte dal

verificarsi di eventi predeterminati, quanto, soprattutto, a predisporre una

serie di interventi volti a ridurre la povertà e ad eliminare ogni situazione

di bisogno, comunque generatasi, in cui possano venire a trovarsi i

153

cittadini .

La lenta sovrapposizione tra previdenza ed assistenza, richiamati insieme

anche dall’art. 38 Cost., ha determinato delle notevoli ambiguità sul

152 Cfr., FIORITA N, Remunerazione, cit., p. 180; CASTRONOVO C.,

Legittimazione, discorso giuridico, diritto privato, in Jus, 46, 1985, p. 440; PESSI

R., Lezioni di diritto previdenziale, Padova, 2000, p. 267 in particolare.

153 Cfr., per tutti FIORITA N., ult. op. cit., p. 181.

104

piano legislativo e perplessità negli orientamenti dottrinali, divisi tra una

154 155

concezione unitaria e una concezione bipartita di sicurezza sociale.

Nonostante le incertezze sul concetto stesso di previdenza sociale,

l’evoluzione della legislazione ha consentito di delineare un punto

fermo: il rapporto di lavoro, sottostante al sistema previdenziale, deve

essere inteso in senso ampio, alla stregua del disposto dell’art. 4 Cost.

Ed è stata proprio una concezione ampia del lavoro che ha consentito

156

l’adozione della disciplina previdenziale in favore dei ministri di culto .

La rilevanza sociale del servizio religioso svolto dagli operatori

confessionali ha portato all’istituzione, nel 1961, di due Fondi presso

l’INPS, rispettivamente per la previdenza del clero secolare e per quella

154 Si veda sul punto PERSIANI V. M., Diritto della previdenza sociale, Padova,

1987, p. 26, il quale sostiene che il sistema di sicurezza sociale dovrebbe essere

fondato essenzialmente sulla liberazione dal bisogno e sull’eliminazione di ogni

forma di distinzione tra lavoratori e cittadini.

155 Cfr., CINELLI M., Previdenza sociale, in Enciclopedia giuridica, XXIV, Roma,

1991, p. 4.

156 Si veda a tal proposito LICASTRO A., I ministri di culto nell’ordinamento

giuridico italiano, Milano, 2005 p. 470 in cui si asserisce che il ministro di culto

non è giuridicamente qualificabile in senso proprio come “lavoratore”, ma

malgrado ciò, per espressa previsione di legge, è destinatario di alcuni diritti (di

natura previdenziale) che, proprio per la natura dell’attività ministeriale svolta,

altrimenti non gli spetterebbero. Si vedano altresì GROSSETTI E., Il trattamento

di pensione per il clero ed i ministri di culto diversi, in Previdenza sociale,

1/1975, p. 29 e ss.; NOTARO L., Proposte in tema di previdenza e assistenza dei

religiosi, in Dir. eccl., 1989, II, p. 356 e ss.

105 157

dei ministri delle confessioni acattoliche . I due Fondi sono stati poi

158

unificati con la legge 903 del 1973 , la quale, pur avendo avuto il

merito di creare un regime unitario per tutti i ministri di culto, ha operato

due importanti esclusioni, lasciando fuori dal sistema di tutela sia i

religiosi, chierici o laici che fossero, sia i ministri che non avessero la

157 L’istituzione dei Fondi di previdenza del 1961 era stata preceduta da un

provvedimento, il r.d. 1482 del 1924, con il quale si era stabilito di assoggettare

all'assicurazione obbligatoria per i lavoratori dipendenti “i sacerdoti solo nel caso

che godano di una retribuzione da parte di enti, associazioni e privati per ufficio

cui non sia annesso un beneficio ecclesiastici”. Per un’organica ricostruzione

della disciplina si veda PETRONCELLI HÜBLER F., La previdenza per i ministri

di culto e per i religiosi, in Rapporti di lavoro e fattore religioso, Napoli, 1988, p.

9-24, ove, tra l’altro, si pone in evidenza (vedi in particolare pag. 13), come, in

seguito al 1961, l’INPS adottasse ampi criteri per estendere al clero l'obbligo

assicurativo per lavoro dipendente, facendosi, in particolare, riferimento ad alcune

categorie specifiche quali: a) ai sacerdoti, comunque denominati, che, per

designazione dell’Ordinario, sono addetti alle parrocchie, ricevendo dal parroco

compensi in denaro o in natura; b) ai sacerdoti addetti ai vari uffici di curia; c) ai

sacerdoti addetti all'insegnamento religioso o non religioso presso i seminari; d) ai

sacerdoti che svolgono attività anche spirituale presso enti ecclesiastici; e) ai

sacerdoti che esercitano stabilmente la missione spirituale alle dipendenze di enti

laici o privati (ad esempio i cappellani); (p. 13). Cfr. anche F. HÜBLER,

Osservazioni in materia di assicurazioni sociali del clero; gli inconvenienti della

"giungla" legislativa, in Il diritto ecclesiastico, 89, 1978, II, p. 583.

158 Attualmente, le prestazioni erogate dal Fondo sono: 1) pensione di vecchiaia. La

legge del 1973 prevedeva il raggiungimento del 65° anno di età, con almeno 10

anni di contribuzione. La legge 488/1999 ha variato questi requisiti. L’età è stata

elevata gradualmente a 68 anni (dal 1 gennaio del 2000 sono stati necessari 66

anni; dal 1 luglio 2001 67 anni; e dal 1 dicembre 2003 68 anni). Il minimo

contributivo è stato portato da 10 a 20 anni (a partire con 11 anni per il 2001, per

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AUTORE

Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti che analizzano un'indagine particolareggiata sui molteplici aspetti connessi alla figura del ministro di culto sia cattolico che acattolico in Diritto Ecclesiastico. In particolar modo è importante la parte riguardante il trattamento economico di tale figura e l'attuale sistema previdenziale vigente in Italia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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