Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

dalla difesa delle specificità identitarie di ogni gruppo confessionale ed è

pertanto fatta oggetto di disciplina bilaterale. Se in sede di contrattazione

una confessione rinuncia ad interventi di sostegno in favore del

sostentamento dei propri ministri, tale scelta non è sindacabile e la

rinuncia è legittima proprio perché l’intervento civile in materia non è

diretto al ministro considerato come individuo, bensì al suo essere un

funzionario confessionale.

Il sistema delineato bilateralmente consente di salvaguardare

l’autonomia organizzativa interna delle confessioni religiose che,

peraltro, non può spingersi fino ad escludere qualsiasi diritto di

remunerazione per coloro che svolgono in loro favore un’attività

ministeriale. Infatti, anche a prescindere dalla discussa possibilità di

configurare il rapporto che lega il ministro alla propria confessione

115

secondo lo schema del rapporto di lavoro subordinato , resterebbe

115 In riferimento al clero cattolico tale soluzione sembra essere scongiurata dallo

stesso diritto alla remunerazione, collegato funzionalmente alle necessità del

sostentamento e non costituente, quindi, un mero corrispettivo dell'attività resa.

Peraltro, anche in relazione ad altre confessioni religiose, la riconducibilità del

sistema di sostentamento all'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato viene

sovente sconfessata dal concreto svolgimento del rapporto. Cfr., in proposito,

Pretura Circondariale di Roma, 12 agosto 1996, in Il diritto ecclesiastico, 108

1997, II, p. 159 e ss., sulla pretesa configurabilità di un rapporto di lavoro tra la

Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova e taluni suoi ministri. Nella

motivazione della decisione della sentenza in questione, si fa presente che “Le

attività prestate da un ministro di culto della Congregazione Cristiana dei

79

fermo, alla stregua di un indirizzo fatto proprio dalla Cassazione, un

diritto alla remunerazione che sebbene “non inquadrabile nell’area

applicativa dell’art. 36 Cost., è pur sempre riconducibile al

fondamentale principio dell’art. 2 Cost., toccando la tutela della

116

persona in relazione all’esigenza di sostentamento” .

Ed è proprio in relazione a tale esigenza che riaffiora, vigorosa, la

dimensione umana del ministro di culto, il cui diritto fondamentale al

117

sostentamento, ricondotto all’art. 2 Cost. o all’art. 36 Cost. , giustifica

Testimoni di Geova nell'ambito e per la realizzazione dei fini della confessione

religiosa non sono riconducibili allo schema del rapporto di lavoro subordinato,

per cui tali prestazioni devono ritenersi gratuite in quanto rese religionis causa”.

L’argomento della difesa, poi sposato dalla sentenza, affermava: “è da escludere

che, nel periodo in cui hanno svolto la loro opera di ministri di culto, tra i

ricorrenti e la Congregazione si è instaurata quella dualità di posizioni e quel

conflitto di interessi che contraddistinguono i rapporti contrattuali e, in

particolar modo, il rapporto di lavoro subordinato dove la contrapposizione – del

tutto peculiare – tra capitale e lavoro ha dato luogo all'esigenza di dettare un

ampio complesso di norme a tutela del prestatore di lavoro”.

116 Si veda Cass. Civ., Sez. Un., 28 agosto 1990, n. 8870, in Il foro italiano, 1991, I,

c. 1847 e ss.

117 Cfr., tale orientamento BOTTA R., Giurisdizione concorrente del pretore del

lavoro in tema di “giusta paga” del sacerdote, in Corriere Giuridico, 7, 1990, p.

1265, il quale ritiene che l’art. 36 Cost. codificherebbe un diritto “fondamentale”

dell’uomo a conseguire dalla prestazione della propria attività, quale che sia, a

vantaggio della collettività, un “ritorno in termini di mezzi di vita” idoneo ad

assicurargli un “congruo e dignitoso sostentamento”. Occorre altresì considerare

quella parte della dottrina che inquadra il diritto alla remunerazione de quo in base

al disposto dell’art. 38 comma 1, Cost., in tal caso, l’ordinamento assicurererebbe

80

un interessamento dei pubblici poteri e un limite all’autonomia

confessionale: “Qualunque sia la norma costituzionale che assicura

protezione al diritto del sacerdote al sostentamento non è dubbio che

esso è un diritto fondamentale, rispetto al quale non sarebbe concepibile

una rinuncia o una abdicazione dello Stato nell’esercizio della propria

118

giurisdizione” .

Definiti i fondamenti giuridici del diritto alla remunerazione, è di vitale

importanza compiere un rapido cenno circa i mezzi di tutela previsti

dalla legge nei casi di asserita lesione del diritto al sostentamento

riconosciuto al ministro di culto.

Le alternative che a tal fine si pongono, possono essere di due tipi: o

sollevare un ricorso presso gli organi giudiziari statuali, oppure esperire

parimenti un ricorso avvalendosi delle norme canoniche all’uopo

previste. In quest’ultimo caso sarà necessario che il ministro di culto

abbia intentato, preliminarmente, un tentativo di conciliazione innanzi

agli organi di composizione delle controversie tra sacerdoti e vescovi

al ministro di culto lo stesso diritto di remunerazione spettante ai soggetti

inabilitati al lavoro e ciò a seguito della decisione del soggetto di occuparsi di un

diverso tipo di attività (certamente funzionale per la personalità dell’individuo)

legittimante una pari fruizione del diritto in questione. Cfr., BOTTA R.,

Controversie sul sostentamento del clero, in Dig. disc. pubbl., vol. XI, 1996, p.

501; nonché ROSSI F. P., La previdenza sociale, IV ed., Padova, 1993, p. 8.

118 Si veda per tutti LICASTRO A., Contributo allo studio della giustizia interna

alle confessioni religiose, Milano, 1995, p. 100.

81

diocesani per il sostentamento del clero, appositamente istituiti dalla CEI

119

in base alla norma contenuta nell’art. 34 della legge n. 222 del 1985 .

Gli organi di cui si sta parlando possiedono un carattere di “specialità”

che risulta essere particolarmente accentuato sia per la composizione

degli stessi, che garantisce una rappresentatività equa del clero, sia per

quanto concerne le due fasi di giudizio in cui, ad un primo grado rivolto

a conciliare le parti controvertenti, segue un altro grado (eventuale,

chiaramente) al cui termine viene pronunciata una sentenza motivata e

120

resa immediatamente esecutiva .

119 Le necessaria intermediazione preliminare degli organi de quo è stata introdotta

dalla delibera n. 51 della CEI la quale ha altresì fissato il termine perentorio di

dieci giorni entro il quali iniziare il suddetto procedimento. Cfr. a tal fine, DE

ANGELIS A., La giustizia amministrativa in materia di sostentamento del clero,

in L’Amico del clero, 7, 1987, p. 325. Si ricordi che tali organi di composizione

delle controversie devono essere istituiti in ogni diocesi ed essere formati dal

vicario giudiziale che li presiede, da un sacerdote o un laico eletto dal consiglio

presbiterale diocesano, e dal presidente o da un suo incaricato diocesano della

FACI, che è l’organo che tutela le esigenze e i diritti dei sacerdoti. Per una

rassegna storica sull’argomento, si veda per tutti GUASCO M., Stato e Clero in

Italia negli ultimi due secoli, in L’Amico del clero, 2, 2001, p. 156.

120 Per approfondimenti su tali organi e sul carattere critico ai fini di un loro

inquadramento negli organi amministrativi statutali, si vedano LICASTRO A.,

Contributo allo studio della giustizia interna alle confessioni religiose, Milano,

1996, p. 61; BERTOLINO R., La tutela dei diritti nella Chiesa, Torino, 1983, p.

121-123; GROCHOLEWSKI Z., Nota bibliografica a Il sostentamento del clero

nella legislazione canonica e conocordataria italiana, in Monitor ecclesiasticus,

I-II, 1993, p. 235; LO CASTRO G., Prime controversie, cit., p. 657.

82

Il provvedimento è soggetto ad impugnazione presso il vescovo

diocesano, senza che nell’ulteriore fase di giudizio, si verifichino effetti

sospensori del provvedimento pronunciato nel grado precedente.

Il ricorso in questione dovrà essere presentato entro il termine di dieci

giorni allo stesso vescovo diocesano del quale si intende riformare il

provvedimento in base al can. 1734, § 2 e solo dopo, potrà essere

esperito il ricorso gerarchico presso l’organo superiore, ossia la

Congregazione per il clero.

Avverso la decisione di quest’ultimo organo è possibile esperire un

nuovo ricorso che determina il trasferimento del procedimento stesso in

un ambito giudiziario, fermo restando che il sacerdote che agisce

attraverso i ricorsi amministrativi, può chiedere una revisione dell’atto

impugnato sia sotto il profilo della legittimità che del merito, vantando

altresì il diritto ad ottenere una pronuncia scritta e motivata sulla

121

fondatezza o meno della sua istanza . In alternativa, quale extrema

121 Non si dimentichi che è sempre possibile il ricorso straordinario al Romano

Pontefice, si vedano ampiamente per questo e su argomenti affini ARRIETA J. I.,

Funzione pubblica e attività di governo nell’organizzazione centrale della

Chiesa: il regolamento generale della Curia romana, in Ius Ecclesiae, 1992/2, p.

812; BETTINI A., Il diritto di azione come diritto fondamentale del fedele, in

Bertolino R., Gherro S., Lo Castro G., Diritto per valori ed ordinamento

costituzionale della Chiesa, Torino, 1996, p. 165; D’OSTILIO F., Il diritto

amministrativo della Chiesa, Città del Vaticano, 1995, p. 477; HERRANZ J., La

giustizia amministrativa nella Chiesa dal Concilio Vaticano II al Codice del 1983,

83

ratio, il sacerdote può presentare ricorso, entro il termine di trenta giorni,

davanti alla Sectio Altera della Segnatura apostolica, l’unico tribunale

amministrativo dell’ordinamento canonico la cui competenza è peraltro

122

limitata ai soli vizi di legittimità dell’atto amministrativo impugnato .

Per quanto concerne infine il diritto accordato al ministro di culto di

in Ius Ecclesiae, 1990/2, p. 433 e ss.

122 Le competenze attuali del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica sono

stabilite nella Costituzione Apostolica Pastor Bonus del 28 giugno 1988, agli artt.

121-125. Per quanto riguarda la potestà strettamente giudiziaria la Segnatura

Apostolica giudica: le querele di nullità, le richieste di restitutio in integrum

contro le sentenze rotali; i ricorsi nelle cause sullo stato delle persone, che la Rota

Romana rifiutò di ammettere a nuovo esame; le cause contro gli Uditori della

Rota Romana per atti posti durante l’esercizio delle loro funzioni; i conflitti di

competenza di cui al can. 1416. Quale Tribunale contenzioso-amministrativo

dirime: le contese sorte per un atto di potestà amministrativa ecclesiastica, ad esso

legittimamente deferite; in questi casi, oltre al giudizio di illegittimità, esso può

anche giudicare, qualora il ricorrente lo chieda, circa la riparazione dei danni

recati con l’atto illegittimo; le altre controversie amministrative ad esso deferite

dal Romano Pontefice o dai dicasteri della Curia Romana; e il conflitto di

competenza tra gli stessi dicasteri. In virtù della potestà amministrativa

riguardante il foro giudiziario ad essa spetta: vigilare sulla retta amministrazione

della giustizia; prorogare la competenza dei tribunali; promuovere ed approvare

l’erezione dei tribunali di cui ai cann. 1423 e 1439. Altre attribuzioni le derivano

dall’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano e da taluni

concordati. Si vedano per approfondimenti Pontificiae Universitatis Gregorianae,

La difesa dei diritti dei fedeli nella Chiesa. Il danno e la sua riparazione nella

Giustizia Amministrativa Canonica. Excerpta ex dissertatione ad Doctoratum in

Facultate Iuris Canonici (cum specializatione in Iurisprudentia), Brescia 1997;

La giurisprudenza dei Tribunali Apostolici e dei Tribunali delle Chiese

particolari, in Il diritto della Chiesa. Interpretazione e prassi, Studi giuridici, 41,

84

avvalersi degli strumenti civilistici previsti dall’ordinamento statuale, si

deve sottolineare che in materia, dopo alcune incertezze, si è addivenuti

ad una conclusione positiva sul possibile esperimento della giurisdizione

statuale in luogo di quella canonica stante la natura assistenziale e

obbligatoria della remunerazione, con la conseguente applicazione

123

dell’art. 442 c.p.c. in materia di controversie di lavoro .

PARAGRAFO 2°: GLI ISTITUTI DI SOSTENTAMENTO PER IL

CLERO.

Città del Vaticano 1996, p. 111-134; MONETA P., voce Segnatura apostolica

(Supremo Tribunale della), in Enc. dir., vol. XLI, 1989, p. 946; BONNET P. A.,

La competenza del tribunale della Rota Romana e del Supremo Tribunale della

Segnatura apostolica, in Ius Ecclesiae, 7, 1995, p. 28 e ss.

123 Si veda a tal fine Cass., sent. n. 8870 del 1990 in Corr., giur., 1990. p. 1261 in

cui, pur riconoscendo in entrambi gli ordinamenti, quello statale e quello

canonico, la protezione del diritto soggettivo del ministro di culto di percepire una

remunerazione si era espressa nell’applicazione del criterio della prevenzione, in

ossequio al quale la competenza a conoscere della causa spetterebbe al giudice

adito per primo escludendo pertanto, qualsiasi forma di concorrenza fra organi

potenzialmente e parimenti competenti. Successivamente la Corte con la sentenza

n. 4871 del 1996 cit., si è espressa a favore della riconduzione di controversie

aventi per oggetto le remunerazioni ed ogni altra forma di assistenza obbligatoria

alla competenza del giudice ordinario secondo il rito del lavoro. Cfr., in dottrina

FIORITA N., Il sistema di sostentamento del clero di fronte alla Cassazione: un

cenno critico in Quad. dir. pol. eccl., 1996/3, p. 843 e ss.; SOLFERINO A., Il

sostentamento dei sacerdoti tra esigenze canonistiche e prospettive civilistiche, in

Dir. eccl., 1998, I, p. 81 e ss. 85

Gli istituti di sostentamento del clero (I.d.s.c.) ricoprono una posizione di

estrema centralità nella materia di assistenza economica e previdenziale

nei confronti dei ministri di culto.

Con il can. 1274 si è passati da un regime imperniato sul sistema

beneficiale ad un’altra forma organizzativa ove è prevista l’istituzione,

presso ogni diocesi, di singoli istituti atti a provvedere al mantenimento e

alla sicurezza sociale del clero, fungendo in tal modo da strumento di

124

protezione delle diocesi più povere . Nell’ambito della stessa riforma,

si è altresì prevista l’istituzione di istituti interdiocesani ai quali conferire

125

il riconoscimento civile della personalità giuridica .

Il Codex, pur riconoscendo la validità pratica di un sistema così

strutturato, ha tuttavia evitato di dettare una disciplina unitaria che

raccordasse normativamente le diverse masse patrimoniali previste, ma

si è unicamente occupato dell’I.s.d.c. lasciando però al “legislatore”

124 Si vedano per approfondimenti DE PAOLIS V., Il codice del Vaticano II. I beni

temporali della Chiesa, Bologna, 1995, p. 142; MUSELLI L.,voce Istituti per il

sostentamento del clero, in Enc. Giur., 1989, XVII, p. 1; DE ANGELIS A.,

L’inserimento degli istituti di sostentamento del clero nella chiesa particolare, in

AA. VV., Il sostentamento del clero, 1993, Città del Vaticano, p. 127.

125 La stessa legge prevede che l’Istituto centrale e gli altri Istituti per il

sostentamento del clero acquistino la personalità giuridica civile dalla data di

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministro dell’Interno, che

conferisce ad essi la qualifica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto. Si

tratta, pertanto, di ente ecclesiastico nei confronti del quale è lo stesso

ordinamento giuridico a riconoscere l’attribuzione della personalità giuridica.

86

particolare un’ampia discrezionalità di intervento nel funzionamento di

tale ente.

La particolare situazione di questi enti risiede nel fatto che la disciplina

pattizia contenuta nel can. 1274, si è sostanzialmente limitata a

regolamentare i rapporti tra l’I.s.d.c. e l’Istituto centrale per lo

126

svolgimento di attività previdenziali di tipo integrativo .

Con l’aggiunta del comma 3 all’art. 21 si è invece prevista l’istituzione

di un Istituto centrale che potesse funzionare da interlocutore unico con

lo Stato italiano, ai fini di una pattuizione inerente gli interessi

economici del clero, mentre con il comma 2 dell’art. 27 si è assegnato

agli I.d.s.c. il compito di destinare una parte delle proprie risorse al

sopperimento di eventuali mancanze economiche di soggetti che avendo

abbandonato la propria missione si siano posti in condizione di bisogno.

La legge n. 222 pone l’istituto diocesano in una posizione di assoluta

centralità nella soluzione di problemi legati alle necessità economiche

del clero, sia in sede di materiale elargizione dell’integrazione spettante

al ministro di culto, sia per quanto concerne la fase di accertamento del

127

diritto del ministro di culto ad ottenere la suddetta integrazione .

126 Si veda a tal fine SALERNO F., Gli istituti per il sostentamento del clero negli

Accordi del 15 Novembre 1984: profili istituzionali, patrimoniali e fiscali, in Il

sostentamento del clero, 1993, Città del Vaticano, p. 88.

127 Si ricordi che la suesposta centralità degli I.d.s.c. seppure ha potuto vantare di un

riconoscimento normativo, a livello di prassi, è andata sminuendosi a favore del

87

La dottrina è concorde nel riconoscere agli I.d.s.c. la natura di persona

giuridica canonica pubblica, godendo essi del regime giuridico previsto

128

dal § 1 del can. 116 . La CEI a tal fine, aveva un margine di scelta

molto ristretto ai fini della qualificazione di taluni istituti, in quanto

andava comunque rispettata la disposizione suesposta che manteneva

inalterata la natura giuridico-pubblica degli enti in questione.

I suddetti enti sono considerati da più parti quali elementi facenti parte

129

della costituzione gerarchica della Chiesa Cattolica , con evidenti

ripercussioni sul tipo di disciplina ad essi applicabile che è data

dall’incontro tra le norme di diritto comune con le disposizioni statutarie

ruolo ricoperto dall’Istituto centrale il quale, da semplice organo di controllo sullo

stato previsionale delle spese di ogni istituto diocesano (ex artt. 42 e43 legge n.

222 del 1985) ne ha iniziato ad assorbire sempre di più le rispettive funzioni.

128 Sul punto si ricordi che spesso venivano costituiti istituti per il sostentamento

privi di personalità giuridica con evidente violazione della normativa prevista. Si

vedano sul punto CAPPELLINI E., Beni ecclesiastici ed onesto sostentamento del

clero nel codice di diritto canonico, in AA. VV., Norme per il sostentamento del

clero. Studi e documenti, Brescia, 1986, p. 23; SALERNO F., op. cit., p. 84.

129 Per approfondimenti in dottrina si vedano MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit.,

p. 22; PUNZI NICOLO’ A. M., Gli enti di struttura delle nuove disposizioni

concordatarie, in AA. VV., Studi in memoria di Mario Condorelli, vol. 1, t. 2, p.

1186; SALERNO F., op. cit., p. 103, contra LEZIROLI G., Il riconoscimento

degli enti ecclesiastici, Milano, 1990, p. 218; FLORIS P., L’ecclesiasticità degli

enti. Standards normativi e modelli giurisprudenziali. Torino, 1997, p. 139.

Addirittura questi istituti sono stati definiti come una vera e propria “anomalia

giuridica”, si veda a tal fine CONSORTI P. La remunerazione del clero, cit., p.

108. 88

dell’ente stesso, creando a tal fine, una sorta di diritto “speciale” e, come

tale, in grado di derogare il diritto canonico comune.

Per quanto concerne il profilo civilistico della qualificazione giuridica

degli I.d.s.c., essi ottengono il riconoscimento della personalità giuridica

nel diritto statale in base ad una presunzione del tipo di attività religiosa

130

e culturale che contraddistingue il loro operato .

Uno dei principi fondamentali sottesi al riconoscimento, in capo agli enti

ecclesiastici, di una disciplina “privilegiata”, consiste nella peculiarità

dei loro fini, ossia nei fini di religione e di culto ritenuti meritevoli nella

131

società e, quindi, degni di essere incentivati soprattutto a livello fiscale

(si veda ad esempio l’art. 7.3 della l. 121 del 1985). Gli I.d.s.c. non

svolgono però un’attività spirituale o di culto; la specialità del regime

giuridico a cui sono sottoposti si spiega tuttavia tenendo presente la

circostanza che la loro istituzione è di assoluta preminenza per

l’attuazione di fini che altrimenti renderebbero vanificati anche gli

132

impegni concordatari tra lo Stato e la Chiesa Cattolica .

130 Si veda per tutti BERLINGO’ S., Enti e beni religiosi in Italia, Bologna, 1992, p.

117.

131 Sul punto si veda CARDIA C., Riconoscimento degli enti ecclesiastici e

Consiglio di Stato in Dir. eccl., 1995, I, p. 632-636.

132 Si tratta di una eccezione al principio generale dell’ordinamento giuridico dello

Stato italiano, di cui all’art. 2, comma 3, legge n. 222 del 1985, secondo il quale lo

scopo di religione e di culto è richiesto come requisito costitutivo, essenziale e

imprescindibile al fine di riconoscere la qualificazione ecclesiastica di un ente. Un

89

In base all’art. 23 della legge n. 222/’85 lo statuto di un I.d.s.c. viene

emanato dal vescovo a cui appartiene la diocesi con l’osservanza delle

disposizioni indicate dalla CEI (l’organo a tal fine investito è il Comitato

133

per il sostentamento del clero costituito dalla CEI stessa) . Sono tre i

tipi di statuti previsti: uno relativo agli I.d.c.s., e gli altri due riguardanti

gli istituti interdiocesani.

Questa suddivisione riflette la posizione egemonica ricoperta dalla CEI,

la quale tuttavia non è così ampia da compromettere i poteri autonomi

del vescovo essenziali per quanto concerne l’organizzazione dell’istituto;

il vescovo dispone altresì di un potere decisionale in ordine

all’istituzione di un collegio di revisori dei conti (ex art. 11 par. 2, legge

n. 222) decidendo su ogni questione economica riguardante ciascun

membro di tale organo e del consiglio di amministrazione laddove

134

esistente .

elemento obiettivo che rafforza ancora di più quanto è stato detto, è dato

dall’esonero di detti enti dall’osservanza degli artt. 19 e 20 della legge n. 222 che

disciplinano rispettivamente la revoca del riconoscimento dell’ente nel caso di

mutamento sostanziale del fine perseguito, nonché la sua soppressione. Vedi a tal

fine FIORITA N., Remunerazione, op. cit., p. 80 e ss.

133 Si veda per tutti FELICIANI G., Gli istituti per il sostentamento del clero nella

nuova normativa della CEI, in Agg. soc., 11/1985, p. 690 e ss.

134 Si vedano per approfondimenti sull’asserita natura meramente eventuale del

collegio dei revisori, MORGANTE M., Nuovo sistema e istituti diocesani per il

sostentamento del clero, in L’Amico del clero, 2/1987, p. 91; FELICIANI G., ult.

op. cit., p. 693; MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit., p. 59.

90

Le prerogative spettanti all’I.d.c.s. sono molto ampie ed interessano i più

svariati ambiti di competenza, quali ad esempio lo svolgimento di

attività di amministrazione del patrimonio clericale, la corresponsione

delle remunerazioni spettanti ai sacerdoti nonché la cura degli aspetti

previdenziali per il sostentamento di sacerdoti intrattenendo, a tal fine,

una lunga serie di contatti sia con le amministrazioni civili, sia, in

particolare, con l’Istituto centrale al fine di comunicargli i dati relativi

all’esercizio finanziario emergenti dal bilancio revisionale e dal

rendimento consuntivo dell’anno di riferimento.

La questione primaria sulla quale occorre prestare la massima attenzione

riguarda la distinzione, nell’ambito dei mezzi economici appartenenti

all’ente in questione, fra il vero e proprio patrimonio stabile e i mezzi di

135

funzionamento . Gli atti dispositivi del patrimonio (alienazione,

135 Si ricordi che fanno parte del patrimonio stabile i beni prima appartenenti ai

benefici che non siano stati ritrasferiti, le donazioni e i lasciti di beni immobili

nonché ogni bene che sia stato oggetto di liberalità disposta a favore prima

dell’estinzione del beneficio e da questo accettata con un atto avente data

precedente al 1 luglio 1987. Rientrano infine nel patrimonio de quo anche tutti i

beni che sono stati acquistati per il patrimonio stabile del consiglio di

amministrazione. Per quanto concerne i mezzi di funzionamento pare corretto

affermare come essi siano dati, oltre che dai redditi prodotti dal patrimonio, anche

dalle integrazioni inviate dall’Istituto centrale e da ogni altra entrata ulteriore.

Sulla distinzione fra mezzi e patrimonio si veda MAURO T., voce Patrimonio

ecclesiastico, in Enc. giur., vol. XII, 1990, p. 2. Per ulteriori approfondimenti si

veda PIERANTONI S., Linee guida del nuovo sistema di sostentamento :

soggetti, risorse, impieghi, in La sfida del sovvenire (a cura di Misio L.), Cinisello

91

costituzione di diritti reali di garanzia) sono soggetti alla previa licenza

dell’autorità competente in base al can. 1291, disposizione che invece

non si applica per quanto riguarda i mezzi di funzionamento.

Al momento della soppressione dei benefici ecclesiastici, si è posto il

problema di ritrasferire i beni ai beneficiari legittimi per la mancanza di

un titolo legittimo di possesso dell’istituto diocesano; in ciò ha avuto

un’estrema importanza la delibera n. 50 del 1986 con la quale la CEI ha

stabilito i criteri direttivi per regolamentare il suddetto passaggio.

Notevoli sono state, e lo sono anche attualmente, le problematiche legate

alla perdurante incapacità contributiva dell’istituto diocesano il quale,

per assolvere alle sue funzioni, abbisogna di continue sovvenzioni da

parte dell’Istituto centrale. All’uopo, sono molteplici le raccomandazioni

che l’Istituto compie al fine di garantire una gestione ottimale delle

risorse disponibili evitando che gli istituti in questione conducano

136

politiche in grado di compromettere la loro solvibilità . Per meglio

Balsamo, 1995, p. 104 e ss.

136 Sulla legittimità di eventuali atti di donazione effettuati dagli Istituti diocesani

per il sostentamento del clero, si è pronunciato il Cons. Stato, sez. I, 17 ottobre

1990, n. 1270, in Riv. Not. 1991, il quale ha espresso opinione negativa, stante la

destinazione del patrimonio dei suddetti Istituti al solo esclusivo scopo, appunto,

del sostentamento del clero e la conseguente contrazione patrimoniale che ne

deriverebbe. E’ legittimo chiedersi se anche l’atto di donazione effettuato tra due

Istituti diocesani per il sostentamento del clero sia da ritenersi invalido, secondo la

suddetta pronuncia del Consiglio di Stato: parrebbe, infatti che il trasferimento fra

92

realizzare tale finalità, è stato introdotto il comma 3 dell’art. 35 della

legge n. 222, nel quale è stabilito che gli I.d.s.c. sono obbligati al

versamento di parti di eventuali avanzi gestionali alle casse dell’Istituto

centrale, favorendo in tal modo una perequazione in grado di

razionalizzare i flussi monetari evitando possibili “speculazioni” da parte

137

delle diocesi relativamente più abbienti .

Il discorso appena svolto costituisce la premessa per l’introduzione di un

tema molto importante, concernente il sistema dei controlli sull’attività

svolta dagli Istituti diocesani, soprattutto in ordine alla gestione dei loro

patrimoni che coinvolgono interessi non solo facenti capo alle autorità

ecclesiastiche ma anche a quelle civili. L’art. 7 n. 5 dell’Accordo di Villa

due Istituti aventi identica finalità non comporti distrazione del bene trasferito

rispetto alla sua destinazione esclusiva, sia pure con riferimento al sostentamento

del clero di una diversa diocesi. In materia si segnalano le risposte fornite

dall’Ufficio Studi del Consiglio Nazionale del Notariato, in relazione ai quesiti nn.

1426 e 1550, ove si giunge ad opposta conclusione, stante l’inesistenza,

nell’ordinamento giuridico italiano di norme che comminino la nullità per gli atti

di disposizione a titolo gratuito compiuti dagli Istituti diocesani per il

sostentamento del clero, rinviando comunque il problema all’esame dell’autorità

ecclesiastica competente per il rilascio della necessaria autorizzazione. In dottrina

si vedano GUASCO M., CHARRIER F., Dal beneficio allo stipendio:

trasformazioni del clero italiano, in Quad. dir. pol. eccl., 1998, p. 209; CELLI A.,

Il concreto funzionamento degli Istituti per il sostentamento del clero, in Quad.

dir. pol. eccl., 2001, I, p. 989.

137 Si veda per un rilievo critico MARCHI T., Problemi ed esperienze nella prima

fase dell’avvio del nuovo sistema per il sostentamento del clero, in Quad. dir. pol.

eccl., 1990, 2, p. 103. 93

Madama costituisce, a tal fine, il punto di incontro per equilibrare

esigenze legate alla salvaguardia della certezza del diritto, unitamente

alla tutela dei soggetti che entrano in rapporti contrattuali con gli enti

ecclesiastici. Per soddisfare queste esigenze, l’art. 6 della legge 222 ha

imposto a questi enti l’obbligo di iscriversi nel registro delle persone

138

giuridiche, pena la nullità degli atti compiuti ; ad esso va ad

aggiungersi l’art. 18 della stessa legge con cui si stabilisce che: “ai fini

dell’invalidità o dell’inefficacia di negozi giuridici posti in essere da enti

ecclesiastici non possono essere opposti a terzi, che non ne fossero a

conoscenza, le limitazioni dei poteri di rappresentanza o l’omissione di

controlli canonici che non risultino dal codice di diritto canonico o dal

registro delle persone giuridiche”. Il combinato disposto di queste due

norme è reso operativo, ai fini di controlli sicuri e celeri, mediante l’art.

2 punto b) del d.P.R. n. 33 del 1987 in cui è previsto che alla domanda di

riconoscimento, siano allegate le norme statutarie dell’ente e i controlli

canonici a cui è soggetto, salvo che tali elementi non siano rilevabili di

per sé da indicazioni specifiche contenute nella domanda stessa.

138 Per approfondimenti critici su un’asserita lesione ex art. 20 Cost. della

disposizione contenuta nel suddetto art. 6, si veda ADAMI F. E., I controlli

canonici e civili sull’amministrazione dei beni temporali ecclesiastici, in Monitor

Ecclesiasticus, 1986, I-II, p. 76; contra BERLINGO’ S., Enti e beni, op. cit., p.

89; FLORIS P., Autonomia confessionale. Principi-limite fondamentali e ordine

pubblico, Napoli, 1992, p. 204 e ss. 94

In tema di trasferimenti immobiliari, l’art. 37 della legge n. 222/1985

stabilisce l’obbligo per l’Istituto per il sostentamento del clero che

intenda vendere a soggetti diversi da Stato, comune, università degli

studi, regione e provincia, un immobile per prezzo superiore alle vecchie

lire 1.500

milioni, di darne comunicazione, con atto notificato, al Prefetto della

provincia nella quale è ubicato l’immobile, dichiarando il prezzo e

specificando le modalità di pagamento e le altre condizioni essenziali di

139

vendita .

Entro sei mesi dalla ricezione della proposta, il Prefetto comunica

all’Istituto, con atto notificato, se e quale ente tra Stato, comune,

università degli studi, regione e provincia, intende acquistare il bene per

le proprie finalità istituzionali. Nei successivi due mesi, decorrenti da

tale ultima notifica, deve essere stipulato il contratto di vendita. La legge

disciplina poi i termini per il pagamento del prezzo (entro due mesi dalla

stipula, se acquirente sia un ente pubblico diverso dallo Stato; nella

misura del 40% entro due mesi dalla registrazione del decreto di

approvazione del contratto ed il residuo entro quattro mesi, se acquirente

sia lo Stato). Qualora la comunicazione del Prefetto all’Istituto, relativa

139 Trattasi chiaramente di una forma di prelatio a favore delle strutture pubbliche.

Si veda per tutti TESTA C., Nuove delibere della CEI: alienazioni, acquisti,

locazione degli enti ecclesiastici, in L’amico del clero, 1/1991, p. 15.

95

alla indicazione dell’ente acquirente, non sia notificata nei sei mesi dalla

ricezione della proposta, l’Istituto può vendere liberamente l’immobile a

prezzo non inferiore e a condizioni non diverse rispetto a quelle

comunicate al Prefetto.

E’ nullo il contratto di vendita stipulato in violazione dell’obbligo di

notifica posto a carico dell’Istituto diocesano che intende alienare

l’immobile, ovvero per un prezzo inferiore o a condizioni diverse

140

rispetto a quelli comunicate al Prefetto .

Queste disposizioni non si applicano quando acquirente del bene sia un

ente ecclesiastico, ovvero quando esistano diritti di prelazione

(presumibilmente legale), sempre che i soggetti titolari li esercitino.

In seguito all’abrogazione dell’art. 17 c.c. (ex art. 13 legge n. 222)

sull’autorizzazione agli acquisti per tutte le persone giuridiche, non è più

necessaria l’autorizzazione governativa nemmeno per gli acquisti

effettuati dagli enti ecclesiastici, in virtù del rinvio operato dall’art. 17

141

legge n. 222/1985 .

140 Si vedano a tal proposito ZAMPAGLIONE L., La prelazione pubblica sui beni

immobili per il sostentamento del clero, in AA. VV., Enti ecclesiastici e attività

notarile, p. 141; FINOCCHIARO F., Diritto ecclesiastico, Bologna, 1997, p. 380;

RICCA M., Prelazione a favore della P.A. ed alienazione di beni immobili da

parte degli enti ecclesiastici ovvero “normativa bilaterale vs. libertà religiosa”, in

Dir. eccl., 1999, I, p. 256.

141 Si veda per approfondimento la Circolare Ministeriale del 3 novembre 1999, n.

122. 96

Per quanto concerne i controlli operati dalle autorità canoniche, va

rilevato come anch’esse, allo stesso modo delle precedenti, si basano

sull’assolvimento dell’obbligo di ottenere l’autorizzazione del vescovo

per ogni tipo di operazione transattiva e, nel caso di importi con valori

triplicati, tale dovere dovrà essere assolto comunicando l’esistenza della

142

transazione alla Santa Sede, sentita preliminarmente la CEI .

Queste disposizioni, come del resto tutte le altre, sono necessarie alla

conservazione delle entità patrimoniali esistenti presso gli enti

ecclesiastici; fra queste, un ruolo molto importante è poi attribuito alle

direttive impartite dalla CEI la quale mediante proprie delibere, è in

143

grado di modificare le disposizioni statutarie armonizzandole tra loro .

Nell’approfondire, invece, il discorso circa gli organi interni di un

I.d.s.c., va per prima cosa evidenziato che la presenza di alcuni di loro ha

carattere di indispensabilità, potendo altri invece essere anche solo

eventuali. Indispensabile è il consiglio di amministrazione composto da

un numero variabile di membri che va da cinque a nove, alcuni dei quali

142 Si ricordi che nel caso di transazioni di un certo importo economico condotte

dall’I.d.s.c. in violazione degli obblighi di avviso alla Santa Sede, verrà applicato

il can. 1337 a seguito del quale l’ente incorrerà in una responsabilità di tipo

penalistico. Si veda a tal fine BOTTA R., La norma penale nel diritto della

Chiesa, Bologna, 2001, p. 199-200.

143 Si veda per un esame critico di talune fattispecie di questo tipo, GOTTARDIS

A., Rapporto tra l’ordinario (uffici amministrativi diocesani) e gli istituti per il

sostentamento del clero, in L’amico del clero, 10/1986, p. 427.

97 144

nominati dal vescovo, ed altri eletti dal clero . Gli amministratori

durano in carica cinque anni e possono essere rieletti. Il loro compito è di

provvedere alla programmazione economica e al compimento degli atti

di ordinaria e straordinaria amministrazione. Il consiglio deve, invece,

riunirsi almeno una volta ogni trimestre, la validità delle adunanze è data

dalla presenza di almeno la metà dei consiglieri aventi diritto. Lo statuto

può prevedere cause di legittima dimissione dalla carica nonché di

revoca del mandato, precisando però che, in quest’ultimo caso, ci si

dovrà trovare di fronte a gravi inadempimenti del consigliere tali da

145

suggerirne la rimozione immediata (ex can. 1279) .

In alcuni casi, espressamente previsti dallo statuto, i compiti del

144 Si ricordi che i componenti del consiglio di amministrazione possono essere sia

chierici che laici, e la loro elezione da parte del clero costituisce una effettiva ed

adeguata partecipazione presbiterale nell’amministrazione. Nei confronti dei

componenti del collegio, sono previste delle cause di incompatibilità

rigorosamente disciplinate dallo statuto. Si veda per approfondimenti SCHOUPPE

J. P., Elementi di diritto patrimoniale canonico, Milano, 1997 in particolare si

approfondisca lo studio della parte V; si veda anche la circolare della CEI n. 19

del 25 settembre 1990.

145 Si vedano per quanto concerne le discussioni dottrinarie in ordine a tale

problema, REDAELLI C., La responsabilità del vescovo diocesano nei confronti

dei beni ecclesiastici, in Quad. dir. Eccl., 3/1991, p. 335; TOGNONI G., La tutela

degli interessi diffusi nell’ordinamento canonico, in Quad. dir. Eccl., 3/1995, p.

321 e ss.; MONETA P., I soggetti nel giudizio amministrativo ecclesiastico, in

AA. VV., La giustizia amministrativa nella Chiesa, Città del Vaticano, 1993, p.

66. 98

consiglio di amministrazione possono peraltro essere deferiti ad uno o

più componenti o riunirsi nella persona di un direttore generale. Al

vertice del consiglio si colloca il presidente, nominato dal vescovo

diocesano e scelto tra tutti i componenti. I compiti di quest’ultimo sono

quelli di rappresentare l’istituto, convocare il consiglio e adottare,

quando occorrono, provvedimenti urgenti di natura conservativa.

L’aver riservato al vescovo il potere di nominare le cariche più alte

risponde alla volontà di eliminare, per quanto possibile, la potenziale

insorgenza di contrasti tra il consiglio di amministrazione e l’autorità

ecclesiastica.

Il buon funzionamento dell’I.d.s.c è altresì garantito dalla presenza di un

organo di controllo interno, ossia il collegio dei revisori dei conti,

composto da tre membri, di cui almeno uno, laddove possibile, deve

essere iscritto presso l’albo dei revisori ufficiali dei conti. I revisori

devono vigilare sull’osservanza delle norme di legge, sulla regolarità

delle scritture contabili e sulla corrispondenza dei dati inseriti in bilancio

e quelli corrispondenti nelle menzionate scritture. I revisori, al termine di

ogni esercizio finanziario, dovranno redigere un bilancio che sarà poi

oggetto di approvazione dell’assemblea e di un successivo esame da

parte del vescovo.

Da ultimo, non si può non segnalare l’importante ruolo ricoperto

99

dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero, il quale è persona

giuridica pubblica nell’ordinamento canonico, mentre è qualificato come

ente ecclesiastico dal diritto comune. La creazione di questo organo non

è stata prevista dal Codex per cui la sua formazione, è di origine

tipicamente patrizia; la sua specialità si ricollega all’importanza e alle

responsabilità che sono connaturate alle sue funzioni.

L’istituto centrale gestisce i fondi e i flussi finanziari che permettono la

sopravvivenza degli istituti diocesani e soprattutto la remunerazione

spettante ai sacerdoti svolgendo a tal fine, anche una funzione

146

previdenziale integrativa . Altre funzioni importantissime svolte da tale

ente sono quelle di cura delle relazioni fra gli enti ecclesiastici e le

autorità amministrative pubbliche, nonché le funzioni di controllo e

razionalizzazione del patrimonio appartenente ai singoli istituti diocesani

i quali, a tal fine, potranno vantare anche l’ausilio da parte del predetto

Istituto per la conduzione e lo studio delle migliori tecniche gestionali

147

del patrimonio .

L’art. 25, comma 2, della legge n. 222 attribuisce all’Istituto centrale il

ruolo di sostituto di imposta: l’ente, in tal caso, opera le ritenute fiscali

sulle somme corrisposte a favore del clero a titolo remunerativo e versa i

146 Si ricordi che questa funzione è stata introdotta dalla legge n. 222 ed è stata poi

resa obbligatoria mediante l’applicazione dell’art. 5 della delibera n. 58 della CEI.

147 Cfr., CARDIA C., Manuale di diritto ecclesiastico, I ed., Bologna, 1996, p. 380.

100 148

dovuti contributi ai sacerdoti, laddove questi ne abbiano il diritto .

L’Istituto centrale si avvale, per l’esercizio delle sue funzioni, del

patrimonio composto da quella parte di otto per mille che la CEI

annualmente destina per il sostentamento del clero, e dall’ammontare

delle offerte dei fedeli che costituisce la parte più esigua delle entrate.

Per quanto riguarda le transazioni aventi per oggetto beni immobili di un

certo valore, è altresì necessaria la preventiva autorizzazione della CEI e

l’informativa alla Santa Sede. Inoltre, è stabilito che l’Istituto, alla fine di

ogni semestre, debba inviare alla CEI una rendicontazione delle

operazioni effettuate sulle quali la stessa non esercita alcun potere

valutativo in quanto l’assolvimento di tale obbligo, obbedisce ad una

149

finalità di semplice pubblicità .

Per quanto concerne infine le norme relative alla struttura dell’Istituto

centrale, vanno segnalate alcune piccole differenze rispetto agli I.d.s.c.:

la nomina del presidente e del vice-presidente è di competenza della CEI

e il numero dei componenti del consiglio di amministrazione è elevato a

148 Una simile funzione svolta dall’Istituto, rende molto più celere e sicuro l’intero

meccanismo di riscossione dei tributi che saranno poi versati ai soggetti

destinatari. Si veda per una conferma di tale aspetti REDAELLI C., La

dichiarazione dei redditi del sacerdote, in ex Lege, 2/2001, p. 78.

149 Si veda per approfondimenti MATERNINI ZOTTA M. F., op. cit., p. 55;

REDAELLI C., Istituto centrale , istituti diocesani per il sostentamento del clero

e loro funzionamento, in AA. VV., Il sostentamento del clero, 1993, Città del

Vaticano p. 57; 101

nove. Tale consiglio può delegare parte delle sue funzioni ad un comitato

esecutivo composto a sua volta da tre o cinque membri consiglieri. Le

deliberazioni prese, infine, devono risultare da un apposito libro delle

adunanze e delle deliberazioni appositamente tenuto dall’organismo

incaricato.

La delega al comitato esecutivo non esonera il consiglio dalle

150

responsabilità che statutariamente gli spettano , vi è solo un tipo di

attività concorrente volta a rendere più celere lo svolgimento delle

funzioni previste.

Anche nell’Istituto centrale vi è la presenza di membri eletti dal clero

diocesano, rappresentato dai delegati regionali della FACI e dai

componenti della commissione presbiteriale italiana.

Si deve infine dire che il collegio dei revisori è un organo la cui esistenza

è obbligatoria, e vista l’importanza delle funzioni che esso ricopre, è

prevista la sussistenza in capo ai soggetti che ne fanno parte, di un

requisito soggettivo ulteriore rispetto a quello degli altri, e cioè essi

dovranno essere esperti in materia di economia e di diritto civile. Si

ricordi infine che le delibere del collegio sono valide se approvate con la

maggioranza dei due terzi degli aventi diritto.

Volendo a questo punto tirare le somme del discorso, si può senza dubbio

150 Cfr., PORTALE G. B., Trattato delle società per azioni, Torino, 1991, p. 304;

GALGANO F., Diritto commerciale, Bologna, 1996, p. 272 e ss.

102

affermare che, a quasi venticinque anni dalla revisione degli accordi

concordatari del 1984, l’informazione relativa alla scelta sul famoso

“rigo dell’otto per mille” della dichiarazione dei redditi è penetrata

fortemente nella conoscenza comune, mentre è poco sentita e in parte

ancora non ben compresa l’offerta a favore dei sacerdoti, la c.d. offerta

151

“deducibile” .

Il sostenere la Chiesa oggi è possibile anche con quest’offerta dalla

doppia valenza: le offerte per il sostentamento del clero infatti

contribuiscono ad assicurare un dignitoso sostentamento ai trentottomila

sacerdoti che sono in Italia, ma anche liberano fondi dell’otto per mille a

favore delle attività caritative in Italia e nel Terzo mondo, e per le

esigenze di culto della popolazione.

3. L’assistenza e la previdenza dei ministri di culto.

Per quanto concerne la funzione previdenziale è necessario avere come

punto di riferimento il dato storico ed obiettivo che contraddistingue la

previdenza quale istituto tipicamente incentrato ad apprestare una tutela

151 Cfr., tale orientamento NICOIRA A., Dieci anni di sostentamento del clero. La

revisione del concordato 1984/1985: un bilancio nella Chiesa, in L’amico del

clero, 3/1996, p. 115; GIACHI G., Sovvenire alle necessità della Chiesa, in Civ.

catt., fasc. 3342, 1989, p. 500; REDAELLI C., Il sostentamento del clero, in AA.

VV., I beni temporali della Chiesa, Milano, 1997, p. 187.

103

assicurativa al lavoratore. Inizialmente, infatti, il sistema era fondato sul

versamento, da parte del lavoratore, di una somma di denaro, il cui

accantonamento serviva a formare una rendita da utilizzare nel caso di

152

infortuni, di vecchiaia o invalidità .

Lo Stato, infatti, non interveniva sul sistema ma vigilava sul suo corretto

funzionamento. Col tempo, e in particolar modo dopo l’avvento della

Costituzione, i compiti dei poteri pubblici in materia si sono

progressivamente ampliati e, correlativamente, il concetto di previdenza

ha subito un’evoluzione volta ad immettere in essa elementi assistenziali.

In tal modo si è determinata una situazione nuova, che ha visto costretto

l’apparato pubblico non solo e non tanto ad aumentare la quota di risorse

pubbliche destinate a coprire le esigenze dei lavoratori indotte dal

verificarsi di eventi predeterminati, quanto, soprattutto, a predisporre una

serie di interventi volti a ridurre la povertà e ad eliminare ogni situazione

di bisogno, comunque generatasi, in cui possano venire a trovarsi i

153

cittadini .

La lenta sovrapposizione tra previdenza ed assistenza, richiamati insieme

anche dall’art. 38 Cost., ha determinato delle notevoli ambiguità sul

152 Cfr., FIORITA N, Remunerazione, cit., p. 180; CASTRONOVO C.,

Legittimazione, discorso giuridico, diritto privato, in Jus, 46, 1985, p. 440; PESSI

R., Lezioni di diritto previdenziale, Padova, 2000, p. 267 in particolare.

153 Cfr., per tutti FIORITA N., ult. op. cit., p. 181.

104

piano legislativo e perplessità negli orientamenti dottrinali, divisi tra una

154 155

concezione unitaria e una concezione bipartita di sicurezza sociale.

Nonostante le incertezze sul concetto stesso di previdenza sociale,

l’evoluzione della legislazione ha consentito di delineare un punto

fermo: il rapporto di lavoro, sottostante al sistema previdenziale, deve

essere inteso in senso ampio, alla stregua del disposto dell’art. 4 Cost.

Ed è stata proprio una concezione ampia del lavoro che ha consentito

156

l’adozione della disciplina previdenziale in favore dei ministri di culto .

La rilevanza sociale del servizio religioso svolto dagli operatori

confessionali ha portato all’istituzione, nel 1961, di due Fondi presso

l’INPS, rispettivamente per la previdenza del clero secolare e per quella

154 Si veda sul punto PERSIANI V. M., Diritto della previdenza sociale, Padova,

1987, p. 26, il quale sostiene che il sistema di sicurezza sociale dovrebbe essere

fondato essenzialmente sulla liberazione dal bisogno e sull’eliminazione di ogni

forma di distinzione tra lavoratori e cittadini.

155 Cfr., CINELLI M., Previdenza sociale, in Enciclopedia giuridica, XXIV, Roma,

1991, p. 4.

156 Si veda a tal proposito LICASTRO A., I ministri di culto nell’ordinamento

giuridico italiano, Milano, 2005 p. 470 in cui si asserisce che il ministro di culto

non è giuridicamente qualificabile in senso proprio come “lavoratore”, ma

malgrado ciò, per espressa previsione di legge, è destinatario di alcuni diritti (di

natura previdenziale) che, proprio per la natura dell’attività ministeriale svolta,

altrimenti non gli spetterebbero. Si vedano altresì GROSSETTI E., Il trattamento

di pensione per il clero ed i ministri di culto diversi, in Previdenza sociale,

1/1975, p. 29 e ss.; NOTARO L., Proposte in tema di previdenza e assistenza dei

religiosi, in Dir. eccl., 1989, II, p. 356 e ss.

105 157

dei ministri delle confessioni acattoliche . I due Fondi sono stati poi

158

unificati con la legge 903 del 1973 , la quale, pur avendo avuto il

merito di creare un regime unitario per tutti i ministri di culto, ha operato

due importanti esclusioni, lasciando fuori dal sistema di tutela sia i

religiosi, chierici o laici che fossero, sia i ministri che non avessero la

157 L’istituzione dei Fondi di previdenza del 1961 era stata preceduta da un

provvedimento, il r.d. 1482 del 1924, con il quale si era stabilito di assoggettare

all'assicurazione obbligatoria per i lavoratori dipendenti “i sacerdoti solo nel caso

che godano di una retribuzione da parte di enti, associazioni e privati per ufficio

cui non sia annesso un beneficio ecclesiastici”. Per un’organica ricostruzione

della disciplina si veda PETRONCELLI HÜBLER F., La previdenza per i ministri

di culto e per i religiosi, in Rapporti di lavoro e fattore religioso, Napoli, 1988, p.

9-24, ove, tra l’altro, si pone in evidenza (vedi in particolare pag. 13), come, in

seguito al 1961, l’INPS adottasse ampi criteri per estendere al clero l'obbligo

assicurativo per lavoro dipendente, facendosi, in particolare, riferimento ad alcune

categorie specifiche quali: a) ai sacerdoti, comunque denominati, che, per

designazione dell’Ordinario, sono addetti alle parrocchie, ricevendo dal parroco

compensi in denaro o in natura; b) ai sacerdoti addetti ai vari uffici di curia; c) ai

sacerdoti addetti all'insegnamento religioso o non religioso presso i seminari; d) ai

sacerdoti che svolgono attività anche spirituale presso enti ecclesiastici; e) ai

sacerdoti che esercitano stabilmente la missione spirituale alle dipendenze di enti

laici o privati (ad esempio i cappellani); (p. 13). Cfr. anche F. HÜBLER,

Osservazioni in materia di assicurazioni sociali del clero; gli inconvenienti della

"giungla" legislativa, in Il diritto ecclesiastico, 89, 1978, II, p. 583.

158 Attualmente, le prestazioni erogate dal Fondo sono: 1) pensione di vecchiaia. La

legge del 1973 prevedeva il raggiungimento del 65° anno di età, con almeno 10

anni di contribuzione. La legge 488/1999 ha variato questi requisiti. L’età è stata

elevata gradualmente a 68 anni (dal 1 gennaio del 2000 sono stati necessari 66

anni; dal 1 luglio 2001 67 anni; e dal 1 dicembre 2003 68 anni). Il minimo

contributivo è stato portato da 10 a 20 anni (a partire con 11 anni per il 2001, per

106

159

cittadinanza italiana . Per questi ultimi è stata di recente varata una

misura legislativa, volta ad estendere l’obbligo di iscrizione al Fondo “ai

sacerdoti e ai ministri di culto non aventi cittadinanza italiana e presenti

in Italia al servizio di diocesi italiane e delle chiese o enti acattolici

riconosciuti, nonché ai sacerdoti o ai ministri di culto aventi

arrivare a 20 anni nel 2015); 2) pensione di invalidità, a qualunque età, con

almeno 5 anni di contribuzione, per coloro che si trovino nell’impossibilità

materiale e permanente di esercitare il proprio ministero a causa di malattia o per

difetto fisico o mentale; 3) pensione ai superstiti, in caso di decesso del pensionato

o dell'iscritto con almeno 5 anni di contribuzione, secondo le norme

dell'assicurazione generale obbligatoria. Per quanto concerne le malattie, i ministri

di culto, al pari di tutti gli altri cittadini, godono delle prestazioni del Servizio

sanitario nazionale (legge 23 dicembre 1978, n. 833 e succ. modif.).

159 Cfr. F. PETRONCELLI HÜBLER, La previdenza, cit., p. 23. La legge 22

dicembre 1973, n. 903, identifica, all’art. 5, i soggetti all'obbligo di iscrizione al

Fondo in “tutti i sacerdoti secolari, nonché tutti i ministri di culto delle

confessioni religiose diverse dalla cattolica aventi cittadinanza italiana, residenti

in Italia, dal momento della loro ordinazione sacerdotale o dall’inizio del

ministero di culto in Italia fino alla data di decorrenza della pensione di

vecchiaia ovvero della pensione di invalidità”. La previsione di un momento

temporale diverso per l’obbligo di iscrizione, l’ordinazione sacerdotale per il

clero cattolico e l’inizio del ministero per i ministri acattolici, appare temperato

dalla disposizione del terzo comma dell’art. 5 della summenzionata legge del

1973, ove si prevede, anche per i sacerdoti, un’attestazione dell’ordinario

competente quale atto di accertamento delle condizioni di cui al primo comma

“riguardanti l’attività di culto”. Cfr. LICASTRO A., Ministri di culto, cit., p. 986

ove è affermato come la legge, richiedendo ai fini previdenziali una certificazione

dell’attività di culto anche per i sacerdoti, non sembri rimettersi al dato

meramente formale e statico dell’ordinazione sacerdotale quale presupposto del

sorgere dell’obbligo contributivo. In tal senso si veda anche Cass. civ. sez. lav., 28

107

cittadinanza italiana, operanti all’estero, al servizio di diocesi italiane e

160

delle chiese o enti acattolici riconosciuti” .

Il sistema previdenziale descritto dalla legge del 1973 prescinde, così,

dall'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, essendo diretto a

tutelare i soggetti esercenti il servizio ministeriale, in considerazione del

161

suo rilievo sociale . I sacerdoti cattolici e i ministri di culto delle altre

confessioni religiose, in caso di svolgimento di attività lavorative fuori

dei rispettivi ordinamenti, sono soggetti anche all'assicurazione generale

obbligatoria per l'invalidità e la vecchiaia. Tale pensione è cumulabile

con quella a carico del Fondo dei previdenza dei ministri di culto, ma

162

questa è ridotta di un terzo . Il versamento dei contributi previdenziali

dicembre 1991, n. 13983, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 10, 1993,

III, p. 913 e ss.

160 Si veda a tal fine l’art. 42 comma 6, legge 23 dicembre 1999, n. 488.

161 Per approfondimenti si veda BOTTA R., Previdenza sociale del clero, in Digesto

delle discipline pubblicistiche, IV, Torino, 1991, p. 501. L’A. conferma l’assunto

secondo il quale il sistema previdenziale prescinde dall’esistenza di un rapporto di

lavoro subordinato alle dipendenze di terzi, e ciò è utile ad assicurare ai sacerdoti

e ai ministri di culto una tutela previdenziale evidentemente in ragione della

configurazione del ministero sacerdotale come attività rispondente ad esigenze

proprie della collettività, riconosciute del resto dagli artt. 7 e 8 Cost., e d’altra

parte come assolvimento del “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e

la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale

o spirituale della società” (art. 4, comma 2, Cost.). Cfr., conformemente a tale

assunto anche FIORITA N., Remunerazione, cit., p. 187.

162 Si vedano FINOCCHIARO F., Diritto ecclesiastico, cit., p. 404; FRONZAROLI

L., Evoluzione del concetto di invalidità pensionabile nel fondo speciale di

108

al Fondo per i ministri di culto avviene attraverso importi fissi e uguali

163

per tutti , e viene effettuato, in riferimento al clero cattolico,

164

dall'Istituto centrale per il sostentamento del clero . Ad esso, la legge

222 del 1985, art. 27, comma 1, affida anche la competenza circa le

funzioni previdenziali integrative autonome per il clero, la cui

regolamentazione segna una discrasia rispetto al sistema generale

vigente. Infatti, normalmente, la pensione integrativa è privata ed è

lasciata alla libera iniziativa dei soggetti interessati, mentre, nel caso dei

sacerdoti, i contributi per la previdenza integrativa vengono attinti dalle

somme, in gran parte accumulate attraverso l’intervento dello Stato con

l’otto per mille, che la CEI destina al sostentamento del clero.

All’epoca in cui è stata emanata, la legge n. 903 del 1973, nonostante

previdenza per il clero, in Previdenza sociale, 1974, p. 944;

163 Si veda per approfondimenti BOTTA R., Tutela del sentimento, cit., p. 204 ove è

specificato che il Fondo è alimentato da un contributo annuo degli iscritti e da un

contributo straordinario dello Stato: il contributo individuale è un contributo

fissato in base ad una misura periodicamente aggiornata con decreto del Ministero

del lavoro e delle Politiche sociali in base all’aumento percentuale subito

dall’importo delle pensioni erogate, per effetto della perequazione automatica

(anche il contributo dello Stato è periodicamente aggiornato), e non è rapportato

ad una percentuale della retribuzione percepita, come accade nel sistema delle

assicurazioni comuni.

164 Si veda a tal proposito l’art. 25, comma 2, legge 222 del 1985 secondo cui:

“L’Istituto centrale versa anche, per i sacerdoti che vi siano tenuti, i contributi

previdenziali ed assistenziali previsti dalle leggi vigenti”.

109 165

alcune considerevoli “zone d'ombra” , si è prestata a risolvere molti

166

problemi pratici . In particolare, essa è intervenuta sull’età

pensionabile, avvicinandola a quella prevista nelle altre forme di

previdenza, ha risposto alle esigenze di adeguamento dell’importo della

pensione di vecchiaia al costo della vita nonché introducendo quella di

167

invalidità ; ha introdotto, anche per i ministri di culto, la pensione di

reversibilità in favore dei superstiti; ha disposto la compatibilità tra

l’iscrizione al Fondo e la soggezione alle altre assicurazioni generali; ha

chiarito la sorte, sotto il profilo previdenziale, dei soggetti che fossero

stati ridotti, per scelta o per intervento dell’autorità ecclesiastica, allo

stato laicale.

In relazione ai sistemi di accesso al Fondo, la legge ha previsto per i

168

ministri acattolici la necessità di una stipula di mini-intese con le

165 Si veda per approfondimenti PETRONCELLI HÜBLER F., La previdenza, cit.,

p. 13; BOTTA R., Dieci anni di giurisprudenza su fattore religioso e diritto del

lavoro, in Quad. dir. pol. eccl., 2001/3, p. 739.

166 Si veda a proposito MORICONI C., Clero cattolico e ministri delle confessioni

acattoliche (Previdenza sociale), in Novissimo Digesto Italiano, Appendice I,

Torino, 1980, p. 1277.

167 Si vedano a tal fine CANNELLA G., Il diritto a pensione di invalidità a carico

del fondo speciale a favore del clero cattolico, in Previdenza sociale, 1962, p.

1448; FRONZAROLI L., Evoluzione del concetto di invalidità pensionabile nel

fondo speciale di previdenza per il clero, in Previdenza sociale, 1974, p. 944.

168 Si veda FIORITA N., op. cit., p. 202 ove è asserito che trattasi si tratti di intese

amministrative, destinate a produrre esclusivamente i limitati effetti loro assegnati

dalla norma che le prevede, ovvero consentire una piana applicazione delle

110

confessioni religiose di appartenenza.

Anche sul piano della previdenza, quindi, come in altri settori, la legge

ha subordinato ad una previa concertazione con il gruppo confessionale

di riferimento, il godimento di peculiari misure di vantaggio che, in

questo caso, impegnano lo Stato anche sotto il profilo finanziario.

L’attivazione delle dinamiche della bilateralità e la stipula di intese ex

art. 8, comma 3, Cost., non ha inciso, almeno in una prima fase,

sull’unilateralità della regolamentazione della materia previdenziale, per

quanto le disposizioni pattizie abbiano contribuito a determinare un

allargamento della platea degli operatori confessionali da sottoporre a

tutela. L’unica eccezione a tale regola generale è costituita dall’intesa

con l’Unione delle Comunità ebraiche, con cui si è provveduto a

completare quanto disposto dall’art. 5 della legge 903 del 1973, che già

esentava i rabbini, i vice-rabbini ed ogni altro funzionario del culto

israelitico, dall’obbligo di iscrizione al Fondo, introducendo per questi

169

soggetti la semplice possibilità di iscrizione . Il trattamento peculiare

disposizioni generali, la cui principale caratteristica è quella di seguire, e non

precedere, la legge dello Stato senza operare alcuna discriminazione nei riguardi

di tutte le confessioni religiose. Cfr., tale orientamento anche BERLINGÒ F.,

Fonti del diritto ecclesiastico, in Digesto discipline pubblicistiche, IV, Torino,

1991, p. 459 nonché CHIZZONITI A. G., Le certificazioni confessionali

nell’ordinamento giuridico canonico, editore Vita e pensiero, 2000, p. 244-245.

169 Si veda a tal proposito l’art. 30 legge n. 101 del 1989; cfr., per un commento,

FIORITA N., Remunerazione, cit., p. 206.

111

assicurato dalla legge del 1973 ai ministri del culto ebraico ha consentito

di tenere ferme, sostanzialmente, le disposizioni della c.d. legge Falco,

regio decreto 30 ottobre 1930 n. 1731. L’art. 62 del succitato

provvedimento legislativo prevedeva, infatti, che le comunità o l’Unione

avevano il compito di assicurare ai ministri di culto, che non fossero più

in grado di soddisfare i propri bisogni essenziali, un adeguato

trattamento di quiescenza, il quale, in ogni caso, non poteva essere

inferiore a quello spettante, a norma di legge, agli impiegati degli enti

locali. Il modello ebraico di previdenza per i ministri di culto, descritto

in via bilaterale, ha influenzato le ultime intese, concluse con la

Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova e con l’Unione Buddista

italiana che, inserendo la materia previdenziale nelle disposizioni

pattizie, hanno sancito per i rispettivi ministri di culto, nel primo caso, la

“possibilità” (art. 7), nel secondo, la “facoltà” (art. 2) di iscrizione al

Fondo. Tali previsioni hanno suscitato, giustamente, perplessità poiché

sembrano intaccare alle radici il principio generale dell’obbligatorietà

dell'iscrizione, specie laddove si consideri l’assenza di qualsivoglia

motivazione o esigenza specifica che possa supportare questa

170

differenziazione .

Va comunque rilevato che anche il disegno di legge sulla libertà

170 Per tutti FIORITA N., Remunerazione, cit., p. 207.

112

religiosa, all’esame delle Camere, prevede, con una disposizione, l’art.

27, la quale, peraltro, è ancora dibattuta, che l’iscrizione al Fondo è

171

facoltativa .

Nell’ambito del diritto vigente si deve tenere in considerazione

l’esclusione della tutela previdenziale per i religiosi; un tale fenomeno è

stato diversamente giustificato nell’ambito della dottrina: alcuni

ancoravano il sistema di sicurezza sociale per i ministri di culto al

172

possesso di uno status , mentre secondo altri l’esclusione poteva

apparire motivata alla luce del rilievo che la qualità di religioso era priva

di uno specifico spessore sul piano civile. Occorre tuttavia considerare

che più spesso il problema della tutela previdenziale dei religiosi è stato

affrontato in chiave giuslavoristica, sul presupposto che il sistema

previdenziale si innestava su un rapporto di lavoro, sia pure inteso in

senso ampio, si è ritenuto, non senza contrasti, che i religiosi, legati al

proprio istituto dal desiderio di realizzare un ideale di perfezione

spirituale, potessero godere della tutela previdenziale solo qualora

171 Si ricordi che tale articolo dispone che i ministri di culto delle confessioni

religiose diverse dalla cattolica possono iscriversi al fondo di previdenza istituito

con l. 22 dicembre 1973, n. 903, sulla base delle procedure e con le modalità

previste dalla legge stessa, come modificata dall’art. 42, comma 6, della l. 23

dicembre 1999, n. 488.

172 Si vedano CAMPESE U., Considerazioni sulla previdenza sociale del clero

cattolico, in Previdenza sociale, 40, 1984, 4-5, p. 1242; TURSI A., La previdenza

complementare nel sistema italiano di sicurezza sociale, Milano, 2001, p. 11 e ss.

113

avessero prestato attività lavorative alle dipendenze di terzi.

In particolare, sul piano legislativo, l’articolo unico della legge 392 del

1956 disponeva che “i religiosi e le religiose quando prestano attività di

lavoro retribuita alle dipendenze di terzi diversi dagli enti ecclesiastici e

dalle associazioni e case religiose di cui all'art. 29, lett. a) e b), del

Concordato tra la Santa Sede e l’Italia, sono soggetti alle assicurazioni

sociali obbligatorie per la invalidità, vecchiaia e per la tubercolosi”. Su

tale disposizione intervenne, in passato, la Corte Costituzionale, con

sentenza 9 giugno 1977, n. 108, dichiarandone l’illegittimità, nella parte

in cui escludeva dalle assicurazioni sociali obbligatorie, i religiosi e le

religiose che prestassero attività di lavoro retribuita alle dipendenze di

enti ecclesiastici, associazioni e case religiose di cui all’art. 29 lett. a) e

173

b) del Concordato . Nella sentenza, comunque, si chiariva che, nella

categoria di terzi-datori di lavoro, non si poteva far rientrare l’ordine o la

174

congregazione religiosa di appartenenza .

173 Per un sistematico commento della sentenza della Corte Costituzionale n. 108

del 1977, si vedano HÜBLER F., Osservazioni, cit., p. 583-602. nonché FIORITA

N., Remunerazione, cit., p. 211 in cui è stabilito che: “L’orientamento di fondo

che segna la sentenza n. 108 del 1977 può essere individuato nella volontà della

Corte di salvaguardare il diritto del religioso a ricevere una tutela previdenziale

qualora egli svolga la propria attività in favore di terzi, di qualsiasi terzo,

giacché in questo caso non appare esservi ragione alcuna per sottoporlo ad un

trattamento diverso da quello stabilito in via ordinaria per qualsiasi lavoratore”.

174 Si veda ancora HÜBLER F., Osservazioni, cit., p. 595 in cui si stabilisce che

114

I religiosi, per tale via, sono rimasti privi di una tutela previdenziale

specifica. La scelta dell’esclusione legislativa è stata spiegata sulla base

della premessa concettuale secondo cui l’opera prestata dal religioso per

il conseguimento dei fini istituzionali dell’ordine di appartenenza non

può essere qualificata come rapporto di lavoro subordinato, ma piuttosto

175

come una forma di adempimento dei voti di obbedienza e povertà .

L’obiettiva lacuna legislativa sulla tutela previdenziale dei religiosi ha

dato adito a diverse soluzioni sul piano teorico. Si è ritenuto, ad esempio,

che l’attività svolta dal religioso per il proprio istituto potesse essere

considerata, a prescindere dalle motivazioni soggettive che la

supportavano, “oggettivamente” lavorativa e, in quanto tale, non esente,

almeno in linea di principio, all’assoggettamento ad un sistema

previdenziale.

Tale costruzione, peraltro, è apparsa piuttosto forzata e destinata a cedere

sarebbe più opportuna, invece, sembrerebbe la precisazione che terzi datori di

lavoro, non possono essere considerati l’ordine o la congregazione religiosa

d’appartenenza. Infatti, tale affermazione, anche se non è stata motivata, sembra

aderire alla più accreditata dottrina che qualifica il rapporto tra l’ente e l’adepto

alla stregua di un accordo di diritto privato, che scaturisce dalla libera adesione di

quest’ultimo, nell’esercizio del diritto di libertà religiosa, alla regola giuridica e

alle finalità dell’ente; quindi, come una libera determinazione del soggetto di

collaborare nel rispetto delle regole statutarie. Si veda altresì PERONE G.., La

previdenza per i ministri di culto e per i religiosi, in AA. VV., Rapporti di lavoro,

Napoli, 1988, p. 29.

175 Cfr., BOTTA R., Previdenza sociale, cit., p. 510.

115

dinanzi al confronto con la realtà del peculiare legame tra il religioso ed

il proprio istituto, fondato su una libera adesione da parte del soggetto al

modello di vita propugnato dall'ordine di appartenenza e caratterizzato

per la mancanza di alterità di interessi, tipica del rapporto di lavoro

176

subordinato .

I tentativi di allargare le maglie del sistema previdenziale per inserirvi i

177

religiosi si sono dovuti scontrare sia con ostacoli teorici che pratici .

176 Si veda a tal proposito quanto detto da CARDIA C., Principi, cit., p. 229; così

anche PERONE G., La previdenza, cit., p. 35 secondo cui: “Il religioso, infatti,

non esplica prestazioni per interessi o finalità di terzi alle quali egli rimane

estraneo. Tali prestazioni, pur collocate nel necessario alveo organizzativo e a lui

affidate dal competente superiore, gli consentono di realizzare la propria

vocazione liberamente scelta e vissuta, per cui le finalità dell’istituto sono le sue

personali finalità, così come egli stesso viene ad identificarsi con l'istituto, nella

comunione che si realizza con tutti i confratelli. Significativa, in tal senso, è

l'espressione con cui il can. 654 definisce il rapporto che si instaura nella

professione religiosa con l’istituto: testualmente si dice che il professo

incorporatur, realizza un sol corpo”. Si noti altresì la soluzione offerta dal

Finocchiaro, il quale, pur negando al rapporto tra religioso e istituto il carattere di

lavoro subordinato o parasubordinato, asserisce che, in costanza del rapporto, la

retribuzione sarebbe legittimamente rinunciata e sostituita dal mantenimento, si

veda a tal fine FINOCCHIARO F., Diritto ecclesiastico, cit., p. 408.; nonché

INGOGLIA A., Qualificazione delle attività svolte dal religioso e contribuzione

obbligatoria, in Dir., eccl., 1988, II, p. 313 e ss.; ROSELLI F., Il lavoro

parasubordinato, in Diritto e processo del lavoro e della previdenza sociale, (a

cura di G. Santoro Passatelli), Milano, 2000, p. 111 e ss.

177 Si veda FINOCCHIARO F., Ibidem, p. 409. In proposito, occorre osservare che,

quando il rapporto associativo cessi, per qualsiasi ragione, poiché il lavoro svolto

dal religioso, in quanto “fatto” anche economico, è soggetto alle qualificazioni

116

L’estensione della tutela, infatti, comporterebbe sia per lo Stato che per

gli istituti religiosi, un impegno economico piuttosto gravoso, non

giustificato, almeno apparentemente, da alcuna effettiva situazione di

necessità, visto che gli istituti religiosi assicurano ai propri membri il

178

sostentamento e l’assistenza in ogni fase della loro vita . Nella realtà,

un’effettiva situazione di bisogno sembra potersi ravvisare solo nel caso

di abbandono della vita religiosa, poiché solo in questo caso, il soggetto

ex religioso potrebbe trovarsi in una situazione tale da necessitare di un

sostegno economico. Si ravvisa, pertanto, l’opportunità di un intervento

legislativo ad hoc che dovrebbe apprestare forma di tutela per i religiosi,

da rendere fruibili solo nelle situazioni di effettivo bisogno, al fine di

evitare che resti privo di mezzi il soggetto che, per realizzare un ideale di

perfezione spirituale, ha svolto attività strumentali alla promozione della

proprie del diritto dello Stato, viene meno la causa giuridica, il perfezionamento

spirituale: art. 2 Cost., che rendeva valida la rinunzia alla retribuzione e, perciò, il

religioso ha diritto alle dette indennità, al pari di ogni altro lavoratore. Contra

FLORIS P., Autonomia confessionale, cit., p. 147. In giurisprudenza si vedano

Corte Costituzionale, ordinanza n. 483 del 1988 in Infor. prev., 1988, p. 1038 e ss.

con commento di BOER R., Note in tema di previdenza a favore dei religiosi non

appartenenti al clero secolare; per approfondimento della questione oggetto

dell’ordinanza menzionata, si veda ROMOLI G., La tutela previdenziale dei

religiosi , in Inform. prev., 1988, p. 815 e ss. Si veda altresì Corte Costituzionale,

ordinanza n. 592 del 1989, in Riv. dir. lav., 1990, II, p. 545 e ss., con nota di POSO

V., Sull’esclusione della tutela previdenziale per il lavoro dei religiosi.

178 Si veda SPINELLI V., Il fondo di previdenza per il clero e per i ministri di culto.

La legge di applicazione, Bologna, 2000, p. 27-28.

117

179

persona umana .

La materia è certamente delicata e i tentativi di riforma finora presentati

non hanno avuto un buon esito. Allo stato, comunque, dovrebbe almeno

essere adottato un intervento livellatore per i religiosi che siano anche

sacerdoti.

L’esclusione del clero regolare dall’obbligo di iscrizione al Fondo di

previdenza per i ministri di cult, per quanto, in passato, abbia ottenuto

180

l’avallo della Corte Costituzionale , appare discriminatoria, poiché essa

179 Cfr., FLORIS P , Autonomia confessionale, cit., p. 148 secondo cui: “Vanno

.

condivisi i rilievi formulati da quanti hanno visto in un intervento legislativo la

via più adeguata per la soluzione dei problemi legati al sostentamento della

persona, piuttosto che la via giudiziaria fondata sulla qualificazione ex post del

rapporto associativo come rapporto di lavoro”. Cfr. VITALE A., Corso di diritto

ecclesiastico, cit., p. 266: “Come si vede, la soluzione più ragionevole del

problema circa la natura del rapporto tra religioso e comunità monastica, e che è

quella consistente nel considerare spiritualizzato per annessione il lavoro

prestato dal religioso a favore del suo istituto, lascia aperto il problema umano

del religioso uscito o espulso (dimesso, in termini canonistici) dal convento,

problema che va risolto perché lo esige il dovere inderogabile di solidarietà

sociale iscritto nella costituzione (art. 2)”.

180 La discrasia esistente nel sistema di tutela delineato per il clero cattolico era stata

avallata da una pronuncia della Corte Costituzionale che, investita della questione

di legittimità dell’art. 5 della legge 903 del 1973 in relazione all’art. 3 Cost.,

rilevava che “la condizione del sacerdote del clero secolare avente diritto in virtù

di tale status, all’iscrizione al Fondo di cui alla legge n. 903 del 1973, e quella

del sacerdote del clero regolare non sono assimilabili, in quanto «relativamente a

quest’ultimo, i voti di castità, di obbedienza e di povertà, la sua appartenenza ad

una comunità costituente garanzia di assistenza e di mantenimento, integrano uno

118

si basa solo sulla qualità di “religioso” rivestita dal soggetto che, in

quanto tale, dovrebbe essere irrilevante per lo Stato.

Le distorsioni esistenti nel sistema di previdenza per i ministri di culto

potrebbero essere corrette attraverso la valorizzazione del servizio

181

ministeriale che, d’altra parte, ha già condotto ad un ampliamento

della tutela, stabilito ad opera della legge n. 488 del 1999, in favore dei

status complessivamente non comparabile con quello tenuto presente dal

legislatore come idoneo a legittimare ex se l’iscrizione del sacerdote secolare al

Fondo suddetto; d’altronde, si evidenziava che il sacerdote regolare «ove presti

lavoro a favore di enti concordatari (come la parrocchia)”; tuttavia, aveva

asserito la non mancanza di una tutela assicurativa, considerato che la stessa Corte

Costituzionale aveva dichiarato la parziale illegittimità dell’articolo unico legge n.

392 del 1956 con la summenzionata sentenza del 1977, si veda a tal fine Corte

Cost., ord. 27 aprile 1988, n. 483, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 6,

1989, I, p. 252.

181 D’altra parte, la stessa revisione concordataria, ancorando il diritto al

sostentamento del clero al servizio svolto in favore della diocesi, senza procedere

a distinzioni di sorta tra clero secolare e regolare, sembra militare per una

parificazione del sistema previdenziale per i sacerdoti: cfr., in proposito, le

previsioni dell’art. 1 del Testo unico delle disposizioni di attuazione delle norme

relative al sostentamento del clero che svolge servizio in favore della diocesi; si

veda altresì la delibera CEI n. 58 del 1 agosto 1991, in Il diritto ecclesiastico, 102,

1991, II, p. 476, che colloca tra coloro che svolgono servizio in favore della

diocesi ai fini del diritto al sostentamento tanto i sacerdoti secolari quanto i

sacerdoti appartenenti a Istituti di vita consacrata o a Società clericali di vita

apostolica: per i sacerdoti regolari si richiede che, oltre al mandato del Vescovo

essi abbiano avuto “la designazione o almeno l’assenso del Superiore competente

lett. b) e c)”. 119 182

ministri di culto privi della cittadinanza italiana o operanti all’estero .

Resta, tuttavia, in itinere un progetto normativo in grado di formalizzare

con assoluta certezza una disciplina che equipari a tutti gli effetti il

ministro di culto ad un qualsivoglia cittadino. In quanto non va

dimenticato come i bisogni economici, per il diritto, non dovrebbero

183

infatti basarsi su distinzioni di status .

182 La legge 488 del 1999 fa riferimento “ai sacerdoti e ai ministri di culto non

aventi cittadinanza italiana e presenti in Italia al servizio di diocesi italiane e

delle chiese o enti acattolici riconosciuti, nonché ai sacerdoti o ai ministri di

culto aventi cittadinanza italiana, operanti all'estero, al servizio di diocesi

italiane e delle chiese o enti acattolici riconosciuti”.

183 Per un approfondimento su tale asserzione si veda ROSSI E., Abolire la miseria,

nuova ediz., Roma-Bari, 2001, p. 44 e ss.

120

CAPITOLO III: I MINISTRI DEI CULTI ACATTOLICI E

LE RELATIVE CONFESSIONI DI APPARTENENZA.

1. Lo status dei ministri di culto delle confessioni religiose

acattoliche nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano.

Come già ampiamente osservato nella prima parte del presente lavoro,

l’ordinamento giuridico ha sempre attribuito una particolare condizione

giuridica a quei soggetti investiti di funzioni istituzionali all’interno delle

confessioni religiose, riconoscendo loro, attraverso la legislazione

unilaterale e mediante disposizioni pattizie, determinati diritti e

prerogative, o prevedendo per essi specifiche incompatibilità con doveri

o funzioni pubbliche o sociali.

Un dato significativo che si ricava dall’esperienza attuale, denota una

particolare mancanza di una tipizzazione statuale della figura

ministeriale, nonché lo scarso rigore con cui l’espressione è stata

utilizzata dal legislatore civile impediscono di addivenire con semplicità

all’individuazione di una nozione unitaria e certa di ministro di culto tale

da potersi indistintamente applicare a tutte le confessioni religiose. La

scelta ordinamentale di dare rilevanza alla designazione compiuta dalle

121

confessioni religiose, a causa della pluralità e della varietà degli

ordinamenti confessionali, ha indotto a ricomprendere nella generale

accezione di ministro del culto una pluralità eterogenea di soggetti, quali

i sacerdoti cattolici, i pastori delle religioni protestanti, i rabbini

184

israelitici o gli imam musulmani .

A questo fenomeno deve necessariamente aggiungersi la diffusione

sempre più crescente dello strumento bilaterale in materia religiosa; a tal

fine, non può non considerarsi l’effetto nascente dalla stipula di una serie

di intese tra lo Stato e le confessioni religiose le quali hanno condotto

184 Per uno studio approfondito sul punto, si veda in particolare CARDIA C.,

Principi di Diritto Ecclesiastico, Tradizione europea legislazione italiana, Torino,

2002, p. 217 secondo cui una diversità dei ministri del culto cattolico si può

individuare nell’elemento di carattere sacramentale, civilmente rilevante, in base

al quale vengono qualificati. Ciò ha indotto a configurare un riconoscimento,

almeno parziale, di uno status clericale, che è invece escluso per i ministri dei

culti acattolici. Si vedano altresì MAURO T., Considerazioni sulla posizione dei

ministri dei culti acattolici nel diritto vigente, in Scritti di diritto ecclesiastico e

canonico, in AA. VV., Scritti in onore di V. Del Giudice, Milano, 1953, Vol. I, p.

199; VANNICELLI L., Sulla condizione giuridica dei ministri di culto, in Studi in

onore di P. D'Avack, Vol. III, Milano, 1976, p. 983; LICASTRO A., op. cit., p. 475

e ss. Esigenze di completezza impongono altresì una specificazione del termine

islamico “imam”, che è colui che guida la preghiera del venerdì e non deve essere

inteso come un sacerdote investito di una funzione che solo lui può svolgere, ma

semplicemente come un musulmano che possegga le qualificazioni per condurre

la preghiera comunitaria e per pronunciare un discorso la cui natura sia adeguata

alla sacralità della circostanza. Per quanto concerne la religione islamica e le

problematiche riferite alla mancanza di un’intesa con l’Italia, si veda infra par. 3

del presente capitolo. 122

all’emanazione di una serie di norme che hanno rafforzato l’autonomia

della potestà confessionale in ordine alla possibilità di attribuire ad

alcuni soggetti la qualifica di ministri di culto, riconoscendo alle autorità

185

cultuali un esplicito potere di certificazione . Alcune confessioni,

nell’addivenire all’intesa con lo Stato italiano, hanno fatto propria

l’espressione “ministro di culto” allo scopo di adeguarsi alla

terminologia civilistica favorendo, nel contempo, quella certezza

giuridica necessaria a regolare situazioni e rapporti sociali di particolare

importanza.

Il superamento del modello tradizionale di ministro di culto secondo

185 Si vedano a titolo esplicativo, Art. 4 della L. 22 novembre 1988, n. 516 Norme

per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione italiana delle Chiese

cristiane avventiste del settimo giorno; art. 5 della L. 22 novembre 1988, n. 517,

Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e le Assemblee di Dio in Italia;

art. 4 della L. 29 novembre 1995, n.520 Norme per la regolamentazione dei

rapporti tra lo Stato e la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI); art. 2 della

L. 20 dicembre 1996 n. 638, Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e

l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane; art. 2 dell’Intesa tra la Repubblica

Italiana e la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova; art. 7 dell’Intesa tra

la Repubblica Italiana e l’Unione Buddhista Italiana. In dottrina si vedano altresì

DOMIANELLO S., CASUSCELLI G.., Le intese con le confessioni diverse dalla

cattolica, in AA. VV., Le fonti e i principi del diritto ecclesiastico, Torino, Utet

Libreria, 2000, p. 33-58; FINOCCHIARO, F., Le intese nel pensiero dei giuristi

italiani in AA. VV., Le intese tra Stato e confessioni religiose,Milano, 1996, pp.

428 ss.; ARNONE, T., Sulle intese tra Stato e confessioni acattoliche, in Il diritto

ecclesiastico, I, 1993, p. 782-833; CHIZZONITI A.G., Le certificazioni

confessionali nell’ordinamento giuridico italiano, Milano 2001, p. 132.

123

l’esperienza cristiana ha esteso l’applicazione di tale status a confessioni

cui normalmente sarebbe estraneo. Ciò è accaduto per l’intesa con

l’Unione Buddista, nella quale si utilizza il termine “ministro di culto”

estraneo alla tradizione filosofica di tale organizzazione, e per l’intesa

con i Testimoni di Geova che si avvale anche essa della stessa locuzione

al fine di favorire un percorso negoziale quanto più imitativo dei

186

precedenti negoziati con altre confessioni religiose .

La fenomenologia religiosa ha subito, negli ultimi anni, una rapida

diffusione coinvolgendo in maniera sempre più crescente i giuristi, e il

legislatore stesso, nella risoluzione del problema di regolamentazione

delle numerose situazioni inerenti ad una realtà divenuta multiculturale e

multireligiosa. A tal fine si deve necessariamente considerare, in via

preliminare, che le norme emanate dal legislatore pre-costituzionale

erano fondate sul principio del numero chiuso, o quantomeno

controllato, delle forme confessionali. La legge n. 1159 del 1929

distingueva all’uopo i culti ammessi e non ammessi nel Regno, e

considerava ministri solo coloro che erano definiti tali da un culto

186 Per approfondimenti sul tema si vedano DAQUANNO C., Multiculturalismo e

compatibilità (riflessi normativi e giurisprudenziali in Europa), in Europa e

diritto privato, fasc. 1, 2003, p. 221 e ss; BOTTA R., Tutela del sentimento

religioso ed appartenenza confessionale nella società globale, Torino, 2002, p.

198; BARILE P., Appunti sulla condizione dei culti acattolici, in Il Diritto

ecclesiastico, 1952, p. 348 ss. 124

ammesso operante nello Stato e fornito di una propria organizzazione

187

giuridica . La normativa costituzionale, introducendo il principio della

generale libertà di tutte le organizzazioni a carattere religioso, ha

sostituito il precedente regime della loro “ammissione controllata” e ha

fatto venir meno la ripartizione tra culti ammessi e altri culti; ministri

delle confessioni diverse dalla cattolica che non abbiano stipulato intese

con lo Stato, sono tutti assoggettati alle medesime norme, ovvero quelle

188

“emanate per la regolamentazione dei culti ammessi” .

E’ noto come, nell’attuale assetto normativo relativamente al fenomeno

religioso, vi sia la compresenza di due distinti punti di riferimento: l’uno,

frutto di una ormai crescente legislazione speciale, oggetto di

contrattazione fra lo Stato e le Confessioni religiose (ossia le intese

secondo la terminologia utilizzata dall’art. 8 Cost.); l’altro costituisce il

187 Si vedano VANNICELLI L., op. cit., p. 987; ONIDA F., Ministri di culto, voce

in Enciclopedia Giuridica Treccani, Vol. XX, Roma , 1990, p. 3. Secondo l’A., il

principio precostituzionale del numero chiuso, è stato integralmente ribaltato, con

la conseguenza di dover adattare una normativa fondata su una quantità ristretta di

soggetti ad una nuova realtà normativa che ne prevede una, potenziale, infinità.

188 Secondo parte della dottrina, l’innovazione introdotta dalle norme costituzionali,

sta nel superamento dell’istituto dell’ammissione e del concetto stesso di “culto

ammesso” che è stato sostituito dalla condizione giuridica nuova nascente dalla

eguale libertà sancita per tutte le confessioni religiose, indistintamente

considerate. Cfr. PEYROT G., Libero esercizio degli atti del proprio ministero da

parte dei Pastori evangelici ed approvazione governativa dei ministri di culto

ammesso, Diritto ecclesiastico, parte II, 1956, p. 377.

125

mantenimento del retaggio culturale proprio dell’ormai anacronistica

189

legge sui “culti ammessi” del 1929 . In particolare, si deve considerare

l’impostazione dottrinaria che sottolinea nella legislazione del 1929 il

carattere meramente unilaterale delle disposizioni statali concernenti la

regolamentazione dei rapporti con le confessioni religiose diverse da

quella cattolica, in quanto esse appaiono soggette ad una disposizione

verosimilmente generale la quale regolamenta il fenomeno religioso in

base ad un rapporto di contraddizione/esclusione con la normativa

prevista per la Chiesa cattolica, la quale costituisce la scriminante di

riferimento per le molteplici fattispecie interessanti le confessioni

190

religiose di minoranza . Si è pertanto di fronte ad una norma in bianco,

189 Cfr. LICASTRO A., op. cit., p. 476 e ss.

190 Si veda particolarmente CASUSCELLI G., Libertà religiosa e confessioni di

minoranza. Tre indicazioni operative, in Quad. dir. pol. eccl., 1997, p. 71 in cui è

sostenuto che, per quanto concerne la materia dei “ministri di culto”, la

legislazione del 1929 non costituirebbe il frutto della rilevanza accordata di volta

in volta, alla singola confessione religiosa, ma completerebbe in via residuale e

sussidiaria la disciplina del fenomeno religioso organizzato dando vita ad una

sorta di diritto delle Confessioni senza intesa in quanto tali; LONG G., Le

confessioni religiose, Bologna, 1991, p. 25. Si ricordi che l’approvazione

governativa dei ministri di culto acattolici fu istituita dal legislatore del 1929

come un atto avente scopo politico e di polizia ecclesiastica in perfetta coerenza

con la situazione politica dell’epoca; la stessa necessità di ottenere certezza delle

qualità del ministro e di conoscerne e sorvegliarne le attività, emerge anche dalle

affermazioni contenute nella relazione del Guardasigilli alla Camera dei Deputati.

Sul punto si veda BIANCONI S., Insistenza e irrilevanza dei limiti territoriali

nella competenza dei ministri approvati di un culto ammesso, in ordine alla

126

quella sui ministri di culto acattolico, “destinata a colorarsi, di volta in

volta, attraverso la qualifica confessionale attribuita al soggetto dalla

confessione di appartenenza”. Poiché, però, tale qualifica costituisce il

punto di riferimento di speciali diritti e obblighi nonché di un pubblico

interesse, l’ordinamento civile non può, e non deve (almeno per le

confessioni che non sono addivenute ad una intesa con lo Stato),

determinare l’appartenenza religiosa differenziata unicamente “per

rinvio di presupposizione sulla base di una semplice certificazione

191

confessionale” . A tal fine, l’art. 3 della legge n. 1159 del 1929

connesso con le norme di attuazione di cui al r.d. 28 febbraio 1930 n. 289

disciplina ampiamente la materia concernente i ministri di culto

acattolico riconoscendo non solo la qualifica personale del soggetto

celebrazione di matrimoni religiosi, validi agli effetti civili, in Diritto

ecclesiastico, parte II, 1961, p. 300 nonché la Relazione del Guardasigilli alla

camera Atti parlamentari, Camera dei deputati, legislatura 28’, Sess. 1° 1929.

191 Cfr., ONIDA F., op. cit., p. 3; FINOCCHIARO F., Diritto ecclesiastico, Bologna,

2003, p. 66 nonché VANNICELLI L., Ancora sulla problematica

(ecclesiasticistica) connessa al tema della rilevanza dei ministri di culto nell'

ordinamento italiano vigente, in Archivio giuridico “Filippo Serafini”, fasc. 4-6,

1983, p. 198-199 ove è sostenuto che il collegamento in termini giuridici tra

l’ordinamento italiano e l’ecclesiale interno dovrebbe attuarsi per mezzo dei rinvii

materiali con funzione ricettizia e dei rinvii formali non ricettizi. Se infine una

materia è del tutto estranea allo Stato, che però le ricollega taluni effetti, si ha

notoriamente la figura del “presupposto” La determinazione dei ministri di culto

(come le funzioni religiose o le discipline liturgiche) rientra tra le potestà

confessionali presupposto dall’ordinamento statale.

127

preposto alle funzioni rituali, ma anche riconoscendo formalmente la

legittimazione ad agire propria del gruppo confessionale “ammesso”

secondo le finalità e per le esigenze connesse alle loro funzioni

192

pubbliche . Il criterio formale deve essere, però, sempre contemperato

con quello sostanziale: nel valutare la posizione giuridica di un soggetto

(che sia un ministro di culto oppure la confessione religiosa che egli

rappresenta) nel nostro ordinamento bisogna riferirsi non solo alla sua

qualifica nominale interna, ma è necessario altresì valutare l’attività

193

effettivamente svolta . Per gli stessi fini, anche in riferimento ai criteri

stabiliti in situazioni analoghe, si possono, mutatis mutandis, applicare i

principi fissati dalla Corte Costituzionale in materia di riconoscimento

192 Per approfondimenti si vedano BERLINGO’ S., Il potere autorizzativo nel

diritto ecclesiastico, Milano, 1974 p. 382 e ss.; PEYROT G., La legislazione sulle

confessioni religiose diverse dalla cattolica in D’AVACK P. A., (a cura di), La

legislazione ecclesiastica, Milano, 1967, p. 545; ID Libertà costituzionali e

approvazione governativa dei ministri di culto ammessi, in Dir. eccl., 1959, p. 839

e ss.; ID., Libero esercizio degli atti del proprio ministero da parte dei Pastori

evangelici ed approvazione governativa dei ministri di culto ammesso, ivi, 1956;

II, p. 374 e ss.; BORTOLAZZI A., L’approvazione governativa delle nomine dei

ministri di culto diversi dalla religione dello Stato, in Dir. eccl., 1961, II, p. 309 e

ss.; PARLATO V., Le intese con le confessioni acattoliche, Torino, 1996, p. 84.

193 Cfr. BETTETINI A., op. cit., p. 255; MIRABELLI C., L’appartenenza

confessionale. Contributo allo studio delle persone fisiche nel diritto ecclesiastico

italiano, Padova, 1975, p. 330 e ss; LARRICCIA S., Ecclesiastici (diritto

ecclesiastico), in Enciclopedia del diritto, Vol. XII, 1990, p. 2; FERRARI S.,

Ministri di culto, in Dig. disc. pubbl., vol. IX, 1996, p. 533; JEMOLO A C.,

Lezioni di diritto ecclesiastico, Milano, 1975, p. 27.

128

dello status di confessione religiosa. In recenti e recentissime decisioni

la Corte ha negato valore vincolante alla sola autoqualificazione

statuendo il principio secondo cui la reale natura si debba desumere

dall’attività in concreto esercitata dall’organizzazione, da precedenti

riconoscimenti pubblici, “o comunque dalla comune considerazione,

quale fondamentale apertura alle istanze pluralistiche imposte

194

nell’ambito dell’esperienza moderna” .

L’autorità statale ha tuttavia una limitata discrezionalità nel valutare gli

elementi formali e sostanziali sulla base dei quali attribuire la qualifica

194 Si veda approfonditamente la nota a Corte Costituzionale 16 luglio 2002, n. 346

di D’ANDREA L., Eguale libertà e interesse alle intese delle confessioni

religiose: brevi note a margine della sent. Cost. n. 346/2002, in Il diritto

ecclesiastico, 115, 2004, II, p. 481 ove si sostiene che: “Negli ordinamenti

costituzionali l’unità del sistema non può che configurarsi fisiologicamente,

ordinariamente quale sintesi equilibrata (vale a dire ragionevole) delle

pluralistiche istanze delle diverse fattispecie coinvolte: in linea di principio l’unità

non può darsi contro (e neppure malgrado), ma attraverso le manifestazione del

pluralismo”; Corte Costituzionale, 19 novembre 1992 n. 467 in Foro Italiano, I, 2,

1994, p. 2987 e ss.; Corte Costituzionale, 27 aprile 1993, n. 195 in Diritto

Ecclesiastico, 1993, II, p. 195 e ss. In particolare per quanto riguarda quest’ultimo

provvedimento, sancisce due importanti principi secondo cui: 1) l’approvazione

della nomina non può dipendere da valutazioni di merito riguardanti il gruppo

confessionale (vietate dai principi costituzionali), non essendo più consentito che

essa operi in funzione della legittimazione del libero agire del gruppo stesso come

Confessione; 2) l’approvazione della nomina può dipendere dalla ricorrenza dei

requisiti cui è subordinato, in genere, l’esercizio di pubbliche funzioni, perché

essa, pur non condizionando l’attività pastorale del ministro di culto, lo abilita a

compiere atti con effetti civili. 129

di ministro di culto, poiché a questa è ricollegata la produzione di

specifici effetti giuridici all’interno del nostro ordinamento fermo

restando che è preclusa ogni indagine inerente alla sfera meramente

195

interna della confessione . L’entrata in vigore della Costituzione ha poi

favorito il completamento di un processo nel quale i provvedimenti

amministrativi concernenti il riconoscimento delle confessioni

acattoliche si devono necessariamente uniformare ai principi statuiti

nell’art. 8 Cost., relativamente alle forme di culto non previste

dall’autorità governativa e all’accertamento sulla ricorrenza dei requisiti

soggettivi richiesti a tutti coloro che intendono esercitare funzioni

196

pubbliche al pari di tutte le altre confessioni . Da segnalare è che una

195 Ci si riferisce nel caso specifico, ad una indagine attinente le modalità di

elezione e di esercizio delle facoltà pastorali e di culto del ministro. Ovviamente

appare necessario stabilire i limiti di discrezionalità posti all’autorizzazione

governativa circa l’identificazione dei propri ministri di culto, i quali possono

essere assai ristretti in tutti i casi in cui ci si trovi innanzi ad una legislazione

bilaterale con la quale lo Stato assuma un impegno al riconoscimento della libertà

di scelta degli organismi confessionali; di converso, saranno assai ampi in

presenza di organizzazioni religiose riconosciute o esistenti solo de facto,

l’esercizio delle potestà valutative “deve” essere esercitato singolarmente ogni

qual volta ciò sia “opportuno”. Cfr. in tal senso BETTETINI A., op. cit., p. 257;

FIORITA N. op. cit., p. 43.

196 In particolare si deve analizzare il principio statuito al comma 2 dell’art. 8 Cost.,

in cui testualmente è previsto che: “Le confessioni religiose diverse dalla

cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non

contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”. Si deve altresì rammentare che

il terzo comma dell’art. 21 del r.d. n. 289 del 1930, prevede dei particolari

130

parte della dottrina si è posta il problema di considerare qualsiasi forma

di controllo statuale preventivo come strumento in contrasto con il

principio dell’uguale libertà di tutte le confessioni religiose come è

197

statuito dall’art. 8 Cost.

Nel caso delle confessioni riconosciute ovvero delle confessioni di fatto

l’ordinamento mantiene intatto il proprio potere di accertamento in

ordine alla corrispondenza tra la qualifica confessionale e le reali

mansioni svolte. Mentre però le prime hanno ottenuto una “collocazione

ordinamentale che ne ha vagliato la congruità degli statuti” ai principi

198

fondamentali dell’ordinamento , le seconde si caratterizzano per la

requisiti oggettivi e soggettivi che devono necessariamente sussistere ai fini

dell’approvazione e del riconoscimento della comunità religiosa come ad es., la

serietà del fine religioso perseguito, un numero sufficiente di fedeli, la comprovata

moralità del soggetto deputato ad essere considerato ministro di culto. Si veda a

tal proposito, Cons. Stato sez. I, parere 2 febbraio 1995, n. 1039/90, in Quad. dir.

pol. eccl., 1996/3, p. 859 e ss. Per approfondimenti sugli ulteriori casi

giurisprudenziali si veda oltre nel testo del presente lavoro.

197 Tale posizione di matrice estremista ha addirittura teorizzato l’implicita

abrogazione della legge n. 1159 del 1929 in quanto esplicatesi in un vincolo che

impedisce sia pure parzialmente la libertà di rito”, nonché in una forma di

“sindacato statale sulla scelta dei ministri del culto”. Cfr. tale asserzione PEYROT

G., Libertà costituzionali e approvazione governativa dei ministri dei culti

ammessi, in Diritto ecclesiastico, 1951, p. 843; BARILE P., Appunti sulla

condizione dei culti acattolici in Italia, in Diritto ecclesiastico, 1952, p. 349-350.

In giurisprudenza si veda Pret. Buccino 2 dicembre 1949 in Diritto Ecclesiastico,

1951, p. 844.

198 Per quanto riguarda gli elementi dimostrativi caratterizzanti gli statuti delle

131

parziale completezza delle loro strutture organizzative e per le modalità

con le quali agiscono, tipiche delle associazioni di fatto, nelle quali

199

assume rilevanza l’accordo tra gli associati . In quest’ultimo caso, il

controllo statuale sarà più approfondito e verterà essenzialmente non

solo sul presupposto formale (nomina confessionale) e sul suo riscontro

sostanziale (effettivo svolgimento delle funzioni ministeriali), ma anche

sull’eventuale verifica dell’esistenza di un atto di autocertificazione con

il quale il ministro di culto, comprovi l’effettiva sussistenza della volontà

200

dei fedeli di attribuirgli incarichi istituzionalmente rilevanti . In

relazione all’approvazione governativa, l’art. 20 del R.D. del 1930

confessioni acattoliche si veda ampiamente BOTTA R., Il potere di certificazione

delle autorità confessionali nella nuova disciplina di derivazione pattizia, in

Diritto ecclesiastico, 1992, p. 48 ove è sostenuto che l’attività certificativa non è

svolta dall’autorità confessionale in forza di una potestà propria, bensì in forza di

un potere ad essa riconosciuto specificatamente da una legge dello Stato.

199 Cfr. CARDIA C., op. cit., p. 171

200 Cfr. BETTETINI A., op. cit., p. 250; LICASTRO A., op. cit., 483 e ss. Si ricordi

che con l’approvazione governativa il ministro di culto acattolico diviene titolare

di alcune situazioni giuridicamente rilevanti quali: il potere di celebrare matrimoni

produttivi degli stessi effetti giuridici del matrimonio celebrato innanzi

all’ufficiale dello stato civile, il diritto di affissione all’interno o all’esterno del

luogo di culto di atti riguardanti il governo spirituale secondo le disposizioni

contenute nel d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639; la possibilità concessa al ministro, di

eseguire collette per sovvenzionare le attività della confessione senza ingerenza

delle autorità civili; la dispensa dalla chiamata alle armi secondo l’art. 7 del r.d.

289 del 1930. Si veda in giurisprudenza, per quanto riguarda quest’ultimo punto,

Tar Lazio sez. I, 26 gennaio 1987, n. 165 in Foro amm., 1987, p. 1887 e ss.

132

stabilisce ancora che essa deve essere chiesta con domanda diretta alla

Prefettura dal ministro di culto interessato. In particolare dalla norma in

esame, si evince che sono espressamente richiesti riguardo alla posizione

di ministro di culto: a) l’allegazione dell’atto di nomina (art. 20,secondo

comma); b) l’allegazione dei documenti atti a provare che la nomina

stessa è avvenuta in conformità alle norme confessionali interne del

gruppo cui il ministro appartiene (art. 20, secondo comma); c) il

possesso della cittadinanza italiana, nel caso in cui i seguaci del culto

siano, in maggioranza, cittadini italiani oppure nel caso in cui al ministro

del culto spetti la facoltà di celebrare matrimoni con effetti civili (art. 21,

terzo comma); d) la conoscenza della lingua italiana, nelle stesse ipotesi

appena richiamate (art. 21, terzo comma). Il primo comma dell’art. 21,

infine, parla di «altre [rispetto a quelle indicate nel precedente art. 20]

informazioni necessarie per completare l’istruttoria», assunte dalle

prefetture. Qualora il culto non sia, o per erezione dei suoi istituti in ente

morale od altrimenti, già noto al Governo, debbono essere fornite anche

notizie circa la denominazione di esso, i suoi scopi, i suoi riti, i mezzi

finanziari dei quali dispone, i nomi degli amministratori, l’autorità

201

ecclesiastica superiore da cui dipende .

201 Sulla legittimità dei controlli assunti in sede amministrativa, si veda il recente

contributo di LICASTRO A., Sui requisiti “morali” per l’approvazione della

nomina dei ministri dei “culti ammessi” (osservazione a TAR Sicilia Catania, Sez.

133

L’art. 21 stabilisce infine che le Prefetture, assunte le altre informazioni

necessarie per completare l’istruttoria e sentito il Prefetto della provincia

in cui il ministro del culto esercita il suo ufficio, trasmettono gli atti al

Ministero dell’interno il quale disporrà la nomina con decreto, in base

all’art. 3 della legge n. 1159 del 1929. In mancanza di approvazione

II, 28 settembre 2007, n. 1505) riguardante l’accoglimento del ricorso avverso un

diniego di autorizzazione governativa nei confronti di un ministro di culto della

“Chiesa Cristiana Pentecostale Parola di Vita”, quale organismo confessionale

autonomo nato dalla scissione con le “Assemblee Cristiane Evangeliche

Pentecostali” del quale lo stesso soggetto, ne faceva parte precedentemente, nella

stessa vece e in base ad una legittimazione governativa. La motivazione del

diniego, si basava sulla comprovata cattiva condotta assunta in precedenza dal

ministro di culto ricorrente, e in tal caso il problema che ne derivava riguardava

essenzialmente la giustificabilità o meno di una penetrante forma di controllo

governativo sulla personalità morale del soggetto, assunto quale ministro di culto

di una confessione acattolica. Tra i motivi del ricorso spicca l’asserito trattamento

di disuguaglianza lamentato dalla parte ricorrente rispetto all’assenza di controlli

amministrativi in capo a confessioni riconosciute, tra cui, in primis, quella

cattolica. La particolarità di tale sentenza è costituita dal comprovato superamento

giurisprudenziale del regime normativo antecedente alla promulgazione della

Costituzione per cui un ministro di culto, in quanto tale, non sarebbe un semplice

cittadino atteso il conferimento dei poteri di natura pubblicistica non spettanti alla

generalità dei consociati e come tale l’amministrazione, protettrice degli interessi

pubblici della collettività, può negare la richiesta approvazione della nomina di un

ministro di culto “a causa dei numerosi precedenti penali risultanti a carico

dell’interessato dal certificato generale del casellario giudiziale”. Nella

motivazione della sentenza si specifica chiaramente che la Costituzione non

prevede culti «ammessi» e «non ammessi», ma sancisce che: «Tutte le confessioni

religiose sono egualmente libere davanti alla legge» (art. 8, primo comma, Cost.),

a patto che l’organizzarsi del gruppo non contrasti con l’«ordinamento giuridico

134

governativa, precisa il secondo comma, nessun «effetto civile può essere

riconosciuto agli atti del proprio ministero compiuti da tali ministri di

202

culto» . Sul punto, si deve necessariamente ricordare che il fine

dell’istituto non è di fornire all’autorità governativa il mezzo per

ostacolare, o comunque controllare, l’attività dei ministri acattolici, bensì

italiano» (art. 8, comma 2, Cost.) e non si pongano in essere riti contrari al buon

costume (art. 19 Cost.). L’istituto dell’approvazione della nomina (così come ha

chiarito la Corte costituzionale in più occasioni), può essere mantenuto anche nel

nuovo quadro dei principi fondamentali in materia ecclesiastica, purché, però,

esso non incida più direttamente sulla libertà dei gruppi, ma serva solo alla

Confessione religiosa interessata a far sì che dalle nomine dei propri ministri si

faccia dipendere la produzione di determinati effetti nell’ambito dell’ordinamento

giuridico statuale. In dottrina si veda sul punto FINOCCHIARO F., Note intorno

ai ministri dei culti acattolici ed ai poteri dell’autorità in relazione al diritto di

libertà religiosa, in Dir. eccl., 1959, II, p. 31. L’asserzione contenuta nella

sentenza del 2007, capovolge il contenuto della massima del Consiglio di Stato

sez. I, parere 16 giugno 2004, n. 7499, in Quad. dir. pol. eccl., 2005/3, p. 1004 e

ss., con nota di approfondimento di MAZZA S., Ministro di culto senza

approvazione governativa: ministro senza poteri?, in Cons. Stato, 2004, I, p. 2526

e ss. Dal punto di vista strettamente penalistico, come riprova dell’eccessivo (ma

spesso giustificabile) rigore assunto nei confronti dei soggetti de quo, si veda la

massima di Cass. pen., sez. III, 5 giugno 2007, n. 21785, in Quad. dir. pol. eccl.,

2007/3, secondo cui nei reati a sfondo sessuale compiuti da un ministro di culto,

tale qualifica non da diritto alla concessione delle attenuanti generiche.

202 Su tale disposizione si è soffermato il Consiglio di Stato il quale ha considerato

la legislazione anteriore in tema di approvazione non abrogata per incompatibilità

con le norme costituzionali, dato che “l’intervento del provvedimento

amministrativo, in questa ipotesi, è produttivo di conseguenze giuridiche

favorevoli che non potrebbero derivare dalle norme costituzionali”, si veda a tal

fine Consiglio di Stato, Sez. IV, 8 luglio 1955, in Diritto Ecclesiastico, parte II,

135

soltanto di stabilire un requisito per il godimento di determinate

prerogative, che non conseguono tutte necessariamente dal principio

203

della libertà religiosa . In base a questa considerazione, si può

procedere all’analisi di una delle più importanti funzioni svolte dal

ministro di culto acattolico, ossia il potere riconosciutogli

dall’ordinamento di celebrare un matrimonio avente gli stessi effetti

civili di quello celebrato innanzi all’ufficiale di stato civile, previa

autorizzazione rilasciatagli da quest’ultimo per lo svolgimento di tale

204

atto (art. 8 l. n. 1159) . L’accentuata connotazione pubblicistica della

1956, p. 373 e ss. Il ministro di culto acattolico, per quanto sancito nella

Costituzione, può liberamente esercitare gli atti del suo ministero senza che

occorra, al riguardo, una preventiva autorizzazione governativa, ma, se intende

compiere atti produttivi di conseguenze giuridiche previste dalla legge e dal

regolamento sui culti ammessi, “occorre che chieda ed ottenga l’approvazione

della nomina da parte del Ministro dell’Interno. In senso favorevole a tale

interpretazione si è espressa altresì la Corte Costituzionale nella sent. n. 59 del 18

novembre 1958, in Diritto ecclesiastico, parte II, 1959, p. 25 e ss. In base alla

dottrina più risalente sui limiti controversi del sindacato di legittimità governativa,

si vedano tra gli altri CAVARRETTA F. C., Questioni discusse e non discusse del

nuovo diritto matrimoniale italiano in Rivista di diritto pubblico, fasc. I, 1930, p.

275; MAGNI C., Intorno al nuovo diritto dei culti acattolici ammessi, in Studi

sassaresi, 1931, p. 109

203 Si vedano per un approfondimento sul punto, SINOPOLI F., La legge sui culti

ammessi in rapporto alla Costituzione e alla legge di pubblica sicurezza, in

Rivista trimestrale di diritto pubblico, 1952, p. 352; ESPOSITO G., Libertà e

potestà delle confessioni religiose, in Giurisprudenza costituzionale, 1958, p. 901.

204 Si consideri, a fini di completezza, il dato storico concernente la diversità di

trattamento riconosciuto alla confessione cattolica rispetto ai culti c.d. “ammessi”

136

funzione svolta dal ministro di culto acattolico trova la sua ratio

giustificatrice nel rapporto che si instaura con l’ufficiale dello stato civile

a seguito del rilascio della summenzionata autorizzazione, la quale

rappresenterebbe una sorta di delega di funzioni e una investitura

statuale concessa al ministro di culto acattolico per il compimento di

in base alla legislazione precedente alla Costituzione. Il sistema in vigore per il

culto cattolico disponeva che il matrimonio stipulato in facie Ecclesiae era

regolamentato in tutti i suoi aspetti dalle norme del diritto canonico, così come

sussisteva l’esclusività della giurisdizione ecclesiastica per le controversie

riguardanti questa materia; nel caso invece di unione contratta di fronte ai ministri

dei culti ammessi, il matrimonio veniva regolato dalle norme di essi solamente per

quanto concerneva la forma della celebrazione, restando disciplinato dal diritto

civile, con relativa giurisdizione dei tribunali dello Stato, ogni aspetto giuridico

legato alla disciplina sostanziale del matrimonio ed alla sua validità. Si trattava,

dunque, di un matrimonio civile di cui la sola forma di celebrazione era delegata

al rito delle confessioni di minoranza. Tale regime normativo, con la l. n. 1159,

subì una profonda modifica in quanto fu introdotta in Italia la possibilità di dare

riconoscimento ed efficacia civile anche ai matrimoni celebrati dinanzi ai ministri

dei culti acattolici “ammessi”, a condizione che venissero rispettate le disposizioni

previste dalla stessa legge nonché quelle integrative predisposte con il r.d. 28

febbraio 1930, n. 289 che prevedeva che i ministri del culto abilitati fossero

cittadini italiani e che la loro nomina fosse stata approvata dal Ministero degli

Interni, dal momento che essi venivano ad espletare non solo una mansione

religiosa rimarchevole per la confessione di appartenenza ma anche una funzione

civilmente rilevante. Si deve sottolineare che le disposizioni disciplinanti in

generale l’istituto furono inserite nella l. n. 1159 (artt. 7-12) e nel r.d. n. 289 (artt.

25-28) e non nella legge matrimoniale del 27 maggio 1929, n. 847, dal momento

che la Santa Sede si oppose a che una unica legge regolasse l’efficacia civile di

ogni forma di matrimonio religioso e ciò al fine di evitare ogni possibilità di

equiparazione tra questi matrimoni e sul piano formale anche una piena

137 205

funzioni giuridicamente rilevanti nell’ordinamento . L’istituto

dell’approvazione è stato oggetto di numerose considerazioni dottrinarie,

alcune delle quali hanno sottolineato la necessaria sovrapposizione tra la

funzione ecclesiastica e la funzione civile, entrambe sussistenti sullo

stesso soggetto abilitato a svolgerle e non scindibili ai fini della validità

206

dell’atto .

parificazione della loro disciplina e del relativo iter procedimentale Per uno studio

più approfondito si vedano in generale AA. VV., Principi pattizi e realtà religiose

minoritarie (a cura di PARLATO V. e VARNIER G. B.), Torino, 1996;

TEDESCHI M., Manuale di diritto ecclesiastico, Torino, 1998, p. 290 e ss.;

CRISOSTOMI MARINI G., Il diritto matrimoniale nelle recenti disposizioni

legislative, Roma, 1929, p. 169 e ss.; MAGNI C., op. cit., p. 112 e ss.; D’AVACK

P. A. , Il diritto matrimoniale dei culti acattolici nell' ordinamento giuridico

italiano, Roma, 1933; GIACCHI O., La legislazione italiana sui culti ammessi,

Milano, 1934; PIACENTINI M., I culti ammessi nello Stato italiano, Milano,

1934; FUBINI G., Considerazioni «de jure condendo» in tema di matrimoni e di

culti acattolici, in Foro it., 1960, IV, c. 156 e ss.; LA RICCIA S., Statuti delle

confessioni religiose, in Enc. dir., XLIII, Milano, 1990, p. 1071 e ss.; SARACENI

G., UCCELLA F., voce Matrimonio delle confessioni religiose diverse dalla

cattolica, in Enc. giur., XIX, Roma, 1990.

205 Cfr. PUGLIATTI S., La trascrizione, vol. I, tomo 1, La pubblicità in generale,

Milano, 1957, p. 447.

206 Si vedano per approfondimenti sulle diverse concezioni prospettate BERLINGO’

S., op. cit., p. 377 e ss.; ONIDA F., Volontà degli sposi e poteri dei ministri di

culto nel matrimonio degli acattolici, in AA. VV., Studi in onore di P.A. d’Avack,

vol. III, Milano, 1976, p. 421 e ss.; DOMIANELLO S., I matrimoni davanti ai

ministri di culto, in AA. VV., Famiglia e matrimonio, a cura di Ferrando G.,

Fortino M., Ruscello F., tomo I, Relazioni familiari- Matrimonio- Famiglia di

fatto, Milano, 2002, p. 367 e ss.; PEYROT G., Riflessi della riforma del diritto di

138

L’indagine finora svolta rivela l’esistenza di un regime normativo

suscettibile di discordanti interpretazioni: secondo alcuni, infatti, non ci

sarebbe una nozione uguale per tutte le confessioni in ordine allo status

di ministro di culto stante la “prevaricazione” delle religioni dominanti o

tradizionali sulle altre, le quali assumerebbero una specifica identità

soltanto attraverso il meccanismo negoziale di natura amministrativa e/o

207

legislativa . Appare tuttavia preferibile la considerazione secondo cui,

al fine di scongiurare l’eccessiva frammentazione e disparità di

trattamento tra le singole confessioni, sia necessario porre l’accento sullo

strumento dell’accordo o dell’intesa con le quali appare possibile, per

alcune figure confessionali, non solo concordare deroghe alla disciplina

generale concernente lo status di ministro di culto per meglio conciliare

la normativa generale alle esigenze connesse ai “singoli e specifici”

famiglia sulle celebrazioni nuziali, in Dir. eccl., 1976, I, p. 48 e ss. Per quanto

concerne invece il compimento degli atti da parte di un ministro acattolico

riguardanti l’istruzione, l’assistenza religiosa e la celebrazione dei riti negli istituti

di prevenzione e pena, il d.P.R. 29 aprile 1976 n. 431 faceva riferimento ad un

apposito elenco formato dal Ministro dell’Interno in base al quale venivano

designati i ministri di culto di confessioni religiose acattoliche, abilitati allo

svolgimento degli atti summenzionati, e ciò in base ad una serie di intese all’uopo

previste. Tale disciplina è stata riletta in base alla nuova normativa contenuta

nell’art. 58, comma 6, d.PR. 30 giugno 2000, n. 230 sul quale sono stati enunciati

pareri discordanti sul mantenimento o meno di un regime sperequato, si vedano a

tal fine FIORITA N., op. cit., p. 54; COLAIANNI N., op. cit., p. 23;

CHIZZONITI A.G., op. cit., p. 261.

207 Cfr. per tutti COLAIANNI N. op. cit., p. 20-21.

139

istituti interni alle confessioni, ma nello stesso tempo, permette altresì di

tutelare in maniera significativa, i diritti della collettività attraverso il

connaturato bilanciamento degli interessi sotteso alla nozione stessa di

208

intesa . In sostanza, con la norma contenuta nell’art. 8, comma 2, Cost.,

lo Stato manifesta i suoi legittimi poteri sovrani sia in ordine alla tutela

positiva della libertà religiosa (con ciò tutelando le confessioni religiose)

209

sia procedendo alla tutela di altri interessi costituzionalmente garantiti .

208 Uno dei casi che meglio ricalca le differenziazioni esistenti all’interno dei singoli

statuti delle confessioni religiose, è dato da quello appartenente alla confessione

luterana. L’art. 4 dell’Intesa del 20 aprile 1993 stipulata fra l’Italia e la suddetta

confessione (CELI) disciplina la qualifica di ministro di culto prevedendo

l’attribuzione di tale status in capo sia al Pastore, che è il preposto alla pubblica

predicazione, alla somministrazione dei sacramenti, alla cura delle anime e

all’istruzione nelle Parrocchie, sia al Diacono che al Presbitero. Questi ultimi due

soggetti non trovano alcuna disciplina o collocazione all’interno dello Statuto

della confessione poiché i Diaconi, esercitano funzioni non ecclesiastiche bensì

pratiche quali ad es. curare l’amministrazione o redigere i verbali delle delibere

del Concistoro, e possono essere infermieri, artigiani o semplici operai che

svolgono tali funzioni all’interno delle comunità o delle missioni a cui sono stati

designati. I Presbiteri invece, sono al pari dei Diaconi, ministri di culto ma

svolgono funzioni di membri del Consiglio parrocchiale ed hanno funzioni anche

ecclesiastiche quali ad es. fare le vedi del Pastore nella predica nelle occasioni in

cui questo sia impedito nello svolgimento delle sue funzioni.

209 Per approfondimenti si vedano, ONIDA V., Profili costituzionali delle intese, in

Le intese tra Stato e confessioni religiose, Milano, 1978; LICASTRO A., p. 492-

497; MIRABELLI C., Diritto ecclesiastico e comparazione giuridica.

Introduzione al diritto ecclesiastico comparato in Margiotta F., Broglio C.,

Mirabelli F., Onida F., Religioni e sistemi giuridici, Bologna, 2000, p. 73;

FIORITA N., op. cit., p. 46 e ss. 140

A proposito delle intese ex art. 8, comma 3 Cost., e della loro importanza

ai fini dei rapporti fra lo Stato italiano e le confessioni religiose

acattoliche, si deve compiere un cenno specifico alle intese firmate dal

Governo Prodi il 4 aprile 2007. Mediante tale strumento sono state

firmate intese che hanno modificato su più punti i rapporti intercorrenti

210

con alcune confessioni religiose . A titolo esemplificativo si può dire

che la modifica dell’intesa vigente con la Tavola Valdese, consentirà alla

Confessione religiosa di concorrere anche alla ripartizione dell’ulteriore

quota dell’8% risultante dalle scelte non espresse (alla ripartizione

partecipano attualmente lo Stato, la Chiesa Cattolica, l’Unione delle

Comunità ebraiche italiane, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia e

l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno).

La modifica dell’intesa vigente con l’Unione delle Chiese cristiane

avventiste del 7° Giorno consentirà il riconoscimento delle lauree in

teologia rilasciate dall’Istituto Avventista di Cultura Biblica “Villa

Aurora” di Firenze, ai sensi della vigente normativa in materia.

Si aggiunga infine che alle confessioni religiose che hanno stipulato

nuove intese non saranno più applicabili, dopo l’entrata in vigore delle

rispettive leggi di approvazione, le disposizioni della normativa 1929-

1930 sui c.d. “culti ammessi”.

210 Per quanto concerne lo studio delle singole confessioni acattoliche, si veda il

successivo paragrafo del presente lavoro.

141

Con la firma di queste intese il Governo, in conformità alle dichiarazioni

programmatiche del Presidente del Consiglio, il quale ha sottolineato che

è compito dello Stato assicurare la salvaguardia della libertà di religione

in regime di pluralismo confessionale e culturale, compie un ulteriore

passo avanti nell’attuazione dell’art. 8 Cost., allargando l’ambito e il

numero delle Confessioni religiose con le quali lo Stato italiano ha un

rapporto pienamente conforme al dettato costituzionale.

I testi dei relativi disegni di legge di approvazione, ai sensi dell’art. 8

Cost., dovranno essere quindi sottoposti al Consiglio dei Ministri per la

successiva trasmissione al Parlamento, al fine di avviare l’iter

211

legislativo . Per quanto concerne una dettagliata osservazione dei

contenuti di tali disegni di legge, una particolare menzione deve essere

fatta circa la riesumazione del privilegio (già accordato agli Avventisti

nell’intesa del 1986) dell’automatico riconoscimento dell’obiezione di

coscienza al servizio militare di leva (nell’ipotesi di una sua

reintroduzione), nonché della (ancora più discutibile) facoltà accordata, a

chi il servizio militare l’ha già svolto, di optare per il servizio civile in

caso di richiamo alle armi (art. 3, intesa buddista; art. 3, intesa induista).

Rimanendo in tema, appare poi interessante la norma che permette ai

ministri di culto mormoni appartenenti alle forze armate e di polizia di

211 Si veda per approfondimenti il sito www.governo.it/notizie/not_archivio.asp

142

svolgere, «unitamente agli obblighi di servizio, anche il ministero di

assistenza spirituale nei confronti degli appartenenti ai rispettivi corpi

212

che lo richiedano» . Nonostante l’apprezzabile intento di porre in

essere una disciplina il più possibile aderente alle necessità imposte dalla

diffusione di uno spirito marcatamente liberista e laico, vi sono ancora

delle questioni aperte che richiederebbero un immediato intervento del

Governo in particolar modo nei rapporti con l’Islam che costituisce la

seconda comunità religiosa in Italia e che nonostante ciò, resta priva di

212 Le intese finora intervenute danno atto della autonomia e della indipendenza

degli ordinamenti religiosi diversi da quello cattolico. Ciascuna intesa contiene

disposizioni dirette a disciplinare i rapporti tra lo Stato e quella confessione

religiosa che ha stipulato l’intesa. Si tratta, pertanto, di norme specifiche, spesso

finalizzate a tutelare aspetti particolari, peculiari della confessione interessata. Si

possono tuttavia individuare alcuni elementi ricorrenti: quasi tutte le intese recano

disposizioni per l’assistenza individuale nelle caserme, negli ospedali, nelle case

di cura e di riposo e nei penitenziari, per l’insegnamento della religione nelle

scuole, per il matrimonio, per il riconoscimento di enti con fini di culto, istruzione

e beneficenza, per il regime degli edifici di culto e per i rapporti finanziari con lo

Stato nella ripartizione dell’otto per mille del gettito IRPEF e, infine, per le

festività. In generale, tali disposizioni concorrono a definire un regime di

maggiore indipendenza rispetto a quello valido per le confessioni prive di intesa.

Più in generale, a conferma del vero spirito delle intese sta il fatto che, mentre in

alcune di esse simbolicamente si parla dell’obiezione di coscienza a un servizio

militare di leva che non c’è più, nulla è detto nell’intesa con i Testimoni di Geova

(che hanno testimoniato con l’accettazione del carcere le loro convinzioni in

proposito). Per un approfondimento sui rilievi critici riguardanti i progetti di legge

summenzionati, si veda per tutti FIORITA N., La disciplina della libertà

religiosa: accontentarsi del male minore?, in Quad. cost. 2007/1, 118.

143 213

un’apprezzabile base negoziale al pari delle altre confessioni religiose .

2. I ministri di culto delle confessioni religiose acattoliche e

le intese con lo Stato Italiano. Alcune considerazioni sulla

singolare questione dell’Islam in Italia.

La questione lasciata in sospeso sulla necessaria e tempestiva

regolamentazione dei rapporti fra lo Stato e l’Islam, trova la sua

giustificazione più immediata nella crescente presenza degli islamici in

Italia; di qui, la necessità di risolvere una serie di questioni giuridiche

che toccano libertà e diritti fondamentali.

Nella prospettiva del costituzionalista è importante tenere conto dei

caratteri peculiari dell’Islam italiano, a partire dalla composizione che

vede una forte prevalenza di stranieri immigrati ai quali si applicano le

molteplici previsioni normative che nel nostro ordinamento tutelano i

214

diritti fondamentali degli stranieri .

In un simile contesto non si può non porre l’accento sul fenomeno

215

religioso e sul fatto che, in base alla Costituzione , tutti hanno il diritto

213 Per approfondimenti sull’attuale situazione della religione islamica in Italia, si

veda il paragrafo successivo del presente capitolo.

214 Per uno studio sulla questione si veda BONETTI P., I principi, i diritti e doveri.

Le politiche migratorie, in Nascimbene B., (a cura di), Diritto degli stranieri,

Padova, 2004, p. 81 e ss.

215 Trattasi dell’art. 19 Cost., il quale recita testualmente che: “Tutti hanno diritto di

144

di professare liberamente la propria fede religiosa; pertanto questo diritto

deve essere riconosciuto anche agli stranieri, compresi quelli di religione

islamica. Il dato preliminare che occorre affrontare per poter addivenire

ad una soluzione positiva del problema, riguarda la radicale diversità

delle tradizioni islamiche rispetto a taluni principi fondamentali

dell’ordinamento italiano, quali ad esempio la poligamia oppure il

ripudio che consente al marito di allontanare la moglie a propria

216

discrezione e senza dover addurre alcun motivo a giustificazione . Si

tratta di capire quale sia la via migliore per affrontare, alla luce della

Costituzione, le questioni giuridiche connesse alla presenza degli

islamici in Italia, tenendo in considerazione che i contrasti sul fronte

della laicità nascono soprattutto dalla mancata distinzione fra sfera

217

religiosa e sfera politica che caratterizza l’Islam , nonché sul fronte

professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o

associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto,

purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

216 Si vedano per approfondimenti su alcuni caratteri tipici dell’islamismo,

COLAIANNI N., Poligamia e principi del diritto europeo, in Quaderni di diritto

e politica ecclesiastica, 2002, p. 227-261 nonché BONETTI P., I principi, i diritti

e doveri. Le politiche migratorie, in Nascimbene B., (a cura di), Diritto degli

stranieri, Padova, 2004, p. 81 e ss.; TEDESCHI M., Confessioni religiose/VIII)

Islam, in Enciclopedia giuridica, volume aggiornamento XI, Roma, 2003, p. 1 e

ss.; NOJA S., La recente evoluzione del diritto nei paesi musulmani del vicino

oriente, Roma 1968.

217 Cfr. GUOLO R., L'Islam è compatibile con la democrazia?, Roma-Bari, Laterza,

2004, p. 33 e ss.; LILLO P., Ebraismo ed islamismo: tensioni monastiche ed

145

dell’eguaglianza fra i coniugi, laddove vige la subordinazione della

moglie al marito istituto che caratterizza particolarmente la concezione

islamica della famiglia, e più in generale dal ruolo subalterno assegnato

218

alla donna .

A tali considerazioni, si deve necessariamente aggiungere il dato

obiettivo fornito dalla dottrina islamica la quale ha rimarcato più volte il

fatto che tale religione non contempla nel modo più assoluto la presenza

219

del clero nel suo interno . Tale postulato viene sostenuto sulla base

dell’organizzazione reticolare della comunità islamica, diretta

espressione della concezione secondo cui tutti i fedeli sono equidistanti

da Dio e che non vi sono persone che abbiano, rispetto alle altre, ruoli di

mediazione liturgica o particolari competenze nei sacrifici rituali.

A tal fine, l’acclamata tutela della libertà religiosa e i diritti degli

aperture pluralistiche, in C. Cardia (ed.), Studi in onore di Anna Ravà, Torino,

2003, p. 493-522.

218 Si vedano per un approfondimento CARRE’ O., L'Islam laico, Bologna, 1997, p.

Islām,

100; RUTHVEN M., Torino, Einaudi, 1999, p. 90 e ss.; ALLIEVI S.,

DASSETTO S., Il ritorno dell'Islam: I musulmani in Italia, Roma 1993; PACINI

A., L'islam in Italia, in Rassegna di teologia, 42, 2001/6, p. 810 e ss.

219 Cfr. TEDESCHI M., op. cit., p. 1 secondo cui l’Islam non è assimilabile ad una

confessione gerarchicamente strutturata con la presenza di un clero, bensì deve

essere vista in un’ottica che predilige invece l’immedesimazione della confessione

con la società civile. Si veda altresì VINCENZO A.A.W., Islam, l’altra civiltà,

Milano, 2001, p. 38 ove è specificato che, nella prospettiva islamica, il rito non

consiste nell’affidarsi passivamente a un officiante, anche perché nell’Islam non

esiste clero né sacerdozio. 146 220

stranieri, a cui si aggiunge la tutela prevista per le minoranze religiose ,

permettono di affrontare solo una parte di tali questioni, motivo per cui si

è pensato di ricorrere allo strumento che la Costituzione prefigura per i

rapporti fra Stato e confessioni religiose. Effettivamente vari gruppi

islamici hanno chiesto di stipulare un'intesa con lo Stato, ma proprio la

pluralità di soggetti rappresentativi ha fin qui costituito un ostacolo

preliminare alla conclusione dell’accordo. In realtà si possono

immaginare diverse soluzioni alternative, come per esempio intese

221

separate con i vari gruppi , oppure un’intesa aperta alla quale i vari

222

gruppi possano progressivamente aderire . Sicuramente da escludere è

la riconduzione forzata a un’unica leadership, soluzione che la Corte di

Strasburgo ha giudicato in contrasto con l’art. 9 della Convenzione

223

europea dei diritti dell’uomo che tutela la libertà religiosa . Fermo

220 Cfr. CASTRO F., Diritto musulmano e dei paesi musulmani, in Enciclopedia

giuridica, vol. XI, 1989, p. 1-17

221 Si veda per tutti CASUSCELLI G., Le proposte d'intesa e l'ordinamento

giuridico italiano. Emigrare per Allah/emigrare con Allah, in Ferrari S., (a cura

di), Musulmani in Italia, Bologna, 2000, p. 102.

222 Cfr. BOTTA R., op. cit. p. 103.

223 Si veda a tal fine la sentenza sul caso Supreme Holy Council of the Muslim

Community v. Bulgaria, 16 dicembre 1994. L’art. 9 della Convenzione

summenzionata stabilisce che “la legislazione statale prevede la registrazione

delle confessioni religiose, come persone giuridiche, in particolare i praticanti di

ciascuna confessione religiosa si devono riconoscere in un solo ente esponenziale,

essendo vietata l’esistenza di enti paralleli appartenenti alla stessa religione”. Nel

caso di specie due diversi soggetti si contendevano la leadership della comunità

147

restando la natura politica della decisione di concludere un’intesa, il

punto fondamentale della questione consiste nella circostanza per cui

l’accertamento della lesione dei principi fondamentali dell’ordinamento

italiano prescinde necessariamente dall’analisi delle situazioni concrete e

comporta perciò un giudizio sui principi dottrinari di una religione che

224

l’art. 8 Cost., non prevede . Non va inoltre dimenticato come l’intesa

non sia lo strumento adatto per affrontare gli aspetti più controversi,

come per esempio la concezione islamica di taluni istituti del diritto di

225

famiglia . Del resto, sul piano normativo, non c’è solo la via dell’intesa,

laddove non sarebbe auspicabile una normativa speciale per i musulmani

relativamente al diritto di famiglia in quanto ciò comporterebbe la

creazione di un vero e proprio “sistema di diritto personale” del tutto

226

antitetico ai fondamenti costituzionali dell’ordinamento italiano .

musulmana, contestando la regolarità delle elezioni che, in modo alterno, avevano

visto sia l’uno che l’altro presiedere il Supremo Consiglio. La Corte, adita da uno

dei due contendenti, ritiene tale misura gravemente nociva per il pluralismo

all’interno di una società democratica. In particolare la legislazione va oltre il

limite del margine di apprezzamento statale; margine al quale la Corte nella sua

giurisprudenza sull’art. 9, ha sempre riconosciuto di notevole importanza.

224 Cfr. FERRARI S., Introduzione, in ID., (a cura di), Musulmani in Italia,

Bologna, Mulino, 2000, p. 10 e ss.

225 Cfr. BERLINGO’ S., La prospettiva di un'intesa con l'Islam in Italia, in Anuario

de derecho eclesiástico del Estado, vol. XIV, 1998, p. 651 e ss.

226 Cfr. MUSELLI L., Islam e ordinamento italiano: riflessioni per un primo

approccio al problema, in Diritto ecclesiastico, I, 1992, p. 625. Si veda altresì

ANDO’ S., Cristianesimo ed Islam tra società e Stato, in Rassegna parlamentare,

148

Ciò che rileva, sotto altri punti di vista, è la presenza di norme di

garanzia che sono applicabili agli islamici anche se non sono dettate

specificamente per essi, come per esempio le disposizioni del testo unico

sull’immigrazione relative alle discriminazioni per motivi di religione.

Ben difficilmente, invece, vedrà luce la tanto attesa legge sulla libertà

religiosa che dovrebbe sostituire la vecchia e ormai inadeguata disciplina

227

sui culti ammessi .

Una soluzione positiva invece potrebbe ottenersi sul piano

giurisprudenziale, tenendo conto delle situazioni concrete e di un

migliore bilanciamento degli interessi in campo e ciò a fronte della

generalità e astrattezza delle norme. Di fronte alle tensioni indotte dalle

“differenze culturali” la soluzione giurisprudenziale appare preferibile

soprattutto quando costituisca applicazione ai casi specifici di principi

228

generali e costituzionali . E’ indubbio che pur addivenendo a soluzioni

compromissorie non si potrà giungere ad un radicale capovolgimento dei

principi cardine dell’ordinamento italiano appellandosi, per esempio, ad

2002, p. 158-203.

227 Per una considerazione di tale fenomeno, si veda il paragrafo precedente del

presente capitolo.

228 Probabilmente, i frequenti riferimenti alla Costituzione sono dovuti alla natura

del contrasto fra sistemi normativi e culturali profondamente diversi, che richiede

di essere affrontato al livello dei principi fondamentali dell’ordinamento. Cfr. tale

asserzione GUAZZAROTTI A., Giudici e Islam. La soluzione giurisprudenziale

dei “conflitti culturali”, in Studium iuris, 2002. p. 877.

149

un concetto di ordine pubblico “attenuato” così come una corrente

229

dottrinaria minoritaria ha prospettato . Tuttavia, una minima apertura ai

principi musulmani è riscontrabile in quei casi in cui il giudice deve

operare un bilanciamento fra principi costituzionali, casi che si risolvono

con l’applicazione della regola islamica accanto al principio

230

costituzionale prevalente .

Le considerazioni sinora svolte ruotano tutte attorno alla controversa

questione relativa ad una possibile istituzionalizzazione di un regime

normativo volto a favorire l’integrazione della religione islamica in

Italia; all’uopo, le più volte sottolineate differenze culturali denotano la

presenza di insormontabili ostacoli alla progettazione di intese in grado

di dare una piena esecuzione alla norma contenuta nel comma 3 dell’art.

229 Cfr. CAMPIGLIO C., La famiglia islamica nel diritto internazionale privato

italiano, in Rivista di diritto internazionale privato e processuale, 1999, p. 26.

230 Questa soluzione, alternativa a quella volta a valorizzare istituti del diritto

islamico che non trovano riscontro nell’ordinamento italiano, risponde al bisogno

di elaborare tecniche di decisione adeguate ai conflitti fra culture differenti, ed è

una conferma degli scambi e delle interferenze che caratterizzano tali conflitti.

Cfr. JAYME E., Diritto di famiglia: società multiculturale e nuovi sviluppi del

diritto internazionale privato, in Rivista di diritto internazionale privato e

processuale, 1993, p. 303 e ss. Dal punto di vista comparativo si rinvia, per

approfondimenti sull’analoga situazione esistente in Italia a VECCHI F., L’Islam

in Francia: integrazione e “istichara”, lungo il solco della “laicité” e della

“raison naturelle” nella Chiesa del 28 gennaio 2000, in Dir. eccl., 2001, I, p.

1348. 150

231

8 Cost.

3. Un’analisi dello status dei ministri di culto della

confessione luterana e l’Intesa con lo Stato Italiano.

In base alle considerazioni sopra svolte, si è ora in grado di affrontare

un’altra tematica molto importante nell’ambito dei rapporti intercorrenti

fra lo Stato e le confessioni di minoranza, ed è quella che si riferisce alla

Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI). Il punto di riferimento

normativo da considerare è costituito dall’Intesa del 20 aprile 1993

231 Per meglio comprendere le difficoltà e le lungaggini esistenti sulla possibilità di

un’intesa con il mondo islamico, si veda il sito internet

www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/islam. In tale articolo si fa riferimento

alla presentazione da parte dell’organismo unitario musulmano di un progetto di

intesa nel quale vengono fissati alcuni punti essenziali al riconoscimento del

diritto di partecipazione della confessione islamica all’otto per mille, nonché, il

diritto a siglare un intesa che definitivamente riconosca tale religione agli effetti

civili. I punti sopra menzionati possono riassumersi nei seguenti capi: 1) rifiuto

della poligamia; 2) riconoscimento della laicità dello Stato; 3) uguaglianza tra

uomo e donna; 4) corsi di italiano e di diritto per gli imam; 4) bilanci trasparenti

per le moschee. Si veda altresì in dottrina, i rilievi critici di TEDESCHI M., op.

cit., p. 6, il quale evidenzia che le difficoltà relative all’organizzazione interna

delle comunità islamiche presenti in Europa, prive di un clero o di un ente

esponenziale, hanno influito in modo determinante, in Italia, sulla possibilità di

attivare le dinamiche della bilateralità, ai sensi dell’art. 8, comma 3, Cost., in

riferimento alla confessione islamica. Allo stato, infatti, sono stati presentati tre

diversi progetti di intesa dalla CO.RE.IS, Comunità Religiosa Islamica Italiana

dall’AMI, Associazione Musulmani Italiani, e dall’UCOII, Comunità ed

Organizzazioni Islamiche in Italia. 151

recepita nell’ordinamento italiano con la legge n. 520 del 29 novembre

232

1995 . In particolare, l’art. 2 dell’Intesa riconosce la conformità ai

principi della Costituzione della confessione luterana, prevedendo il

diritto dei fedeli di professare liberamente la fede evangelica secondo i

dettami della confessione luterana di Augusta del 1530, mediante

l’esercizio del diritto di riunione ed associazione nonché di

manifestazione del proprio credo con la parola, lo scritto o con ogni altro

233

mezzo di diffusione del pensiero . La disciplina appena esposta trova

poi il suo necessario completamento nell’art. 3 della legge di intesa nel

quale è riconosciuta l’autonomia della CELI e delle Comunità che ne

232 Si ricordi che l’Intesa è stata raggiunta mediante il riconoscimento della chiesa

luterana quale ente in base alle disposizioni contenute nel d.P.R. 18 maggio 1961

n. 676, sostituito dal d.P.R. n. 192 del 1975, e avendo riguardo altresì alla

disciplina fornita dalla legge n. 1159 del 1929. Si vedano per approfondimenti

LICASTRO A., op. cit., p. 715 e ss.; GISMONDI P., Culti acattolici, in Enc. Dir.,

Milano, 1962, p. 440-453.

233 Secondo gran parte della dottrina, la disciplina delle libertà così come sono state

riconosciute e previste nel testo dell’Intesa, non dovrebbero essere l’oggetto di

una contrattazione in quanto tali libertà trovano la loro tutela dai principi

inderogabili contenuti nella stessa Costituzione. Cfr. NEUMANN F., Lo Stato

democratico e lo Stato autoritario, Bologna, 1973, p. 71 e ss.; MATTEUCCI N.,

Il liberalismo in un mondo di trasformazione, Bologna, 1972, p. 91 e ss.; ONIDA

V., Profili costituzionali delle intese, op. cit., p. 36 e ss. Contra CARDIA C., op.

cit., p. 287 il quale sostiene che i testi pattizi individuando soggetti, mezzi,

strumenti che giovano e favoriscono la libertà religiosa, favoriscono il pieno

raccordo fra i principi costituzionali e il concreto adattarsi dell’ordinamento alle

multiformi fattispecie meritevoli di una specifica regolamentazione.

152

234

fanno parte , la libertà di organizzarsi secondo le proprie tradizioni e

ordinamenti in base agli statuti all’uopo previsti. L’essenzialità di tali

riconoscimenti assume la sua pienezza di significato, soprattutto avendo

riguardo al fatto che tale autonomia, si estende anche agli atti di governo

o di natura spirituale che la Confessione stessa potrà emanare senza

alcun tipo di ingerenza statale. Fra gli atti menzionati rientra a pieno

titolo il diritto della confessione di nominare liberamente i propri

ministri senza che vi sia l’applicazione dell’art. 3 della legge n. 1159 del

1929 in cui tale nomina doveva essere necessariamente notificata al

235

Ministro dell’Interno per la sua approvazione . Per quanto concerne

l’ordinamento della confessione luterana, la sua specialità riguarda

234 E’ utile ricordare l’art. 18 dell’Intesa fra lo Stato italiano e la confessione

luterana in cui è disciplinato il riconoscimento della personalità giuridica alle altre

Comunità collegate con la CELI. Secondo la dizione di tale articolo il

riconoscimento della personalità giuridica ad altre Comunità della CELI, nonché

la modifica delle rispettive circoscrizioni territoriali, l’unificazione e l’estinzione

di quelle esistenti, sono concessi con decreto del Ministro dell’interno, udito il

parere del Consiglio di Stato, su domanda di chi rappresenta la Comunità, con

allegata motivata delibera del Sinodo della CELI, come documento idoneo a dar

titolo al riconoscimento. Le Comunità riconosciute non sono altro che le

Parrocchie, la cui disciplina è contenuta nel relativo Statuto, che sono

rappresentate dal consiglio parrocchiale. Il Sinodo è invece l’organo deputato a

deliberare sull’ammissione delle nuove Parrocchie, previo esame dei requisiti

necessari da parte del Concistoro.

235 Non c’è dubbio che, mediante un’intesa, una data confessione religiosa possa

godere di una condizione giuridica più rispondente ai valori di libertà contenuti

nella Costituzione. Cfr. tale assunzione LONG G., op. cit., p. 257.

153

essenzialmente la composizione interna, poiché occorre tenere distinta

l’organizzazione della Confessione centrale con quella delle varie

Comunità locali.

Fra gli organi merita un cenno particolare, il Decano menzionato nell’art.

14, comma 1 della legge n. 520 il quale, ai sensi dell’art. 39 dello

Statuto, è il Ministro dirigente della Chiesa; egli viene eletto dal Sinodo

dei parroci ed ha il compito di visitare le singole parrocchie nelle quali

può liberamente celebrare il culto, accertando nel contempo il loro

perfetto funzionamento. A livello locale non può sottovalutarsi

l’importante ruolo rivestito dalla parrocchia e dagli organi preposti quali:

236

l’Assemblea e il Consiglio parrocchiale .

I ministri di culto della Confessione luterana, in base alle disposizioni

contenute nella legge n. 520 del 1995, sono oggetto di una disciplina

articolata la quale attribuisce loro uno status riflettente la diversa

organizzazione e composizione della Confessione. A tal fine, come si è

già detto prima, si è soliti distinguere i ministri della Chiesa (CELI) da

236 Si ricordi che l’Assemblea elegge il Parroco il quale ricopre l’Ufficio della

pubblica predicazione e della somministrazione dei sacramenti, della cura delle

anime e dell’istruzione (art. 20 Statuto). Per poter ricoprire tale carica, lo Statuto

della confessione luterana prevede la sussistenza in capo al soggetto, di alcuni

requisiti fondamentali quali: un titolo valido di studio in teologia e soprattutto

l’ordinazione. Per ulteriori approfondimenti si veda per tutti LICASTRO A., op.

cit., p. 716. 154

quelli delle singole comunità, e ciò in evidente applicazione del criterio

territoriale di appartenenza del singolo ministro. A tali ministri è

riconosciuto il libero esercizio del proprio ministero e alcune prerogative

riguardanti gli assegni corrisposti per il loro sostentamento riconosciuti a

fini fiscali come redditi da lavoro (art. 29). Altre norme che direttamente

interessano i ministri di culto luterano (così come tutti gli altri

appartenenti alle altre confessioni religiose acattoliche) riguardano poi

l’assistenza spirituale offerta fra le forze armate, negli ospedali e nelle

carceri nonché il riconosciuto diritto dei ministri di poter svolgere il loro

compito ministeriale in compatibilità con l’assolvimento degli obblighi

militari (art. 4, comma 6). Il terzo comma dell’art. 4 dell’Intesa

disciplina inoltre il diritto dei ministri di culto a mantenere il segreto

237

d’ufficio su quanto abbiano appreso nell’esercizio del loro ministero .

La legislazione statale prevede altresì delle incompatibilità di determinati

uffici o funzioni civili con la qualifica di ministro di culto. Infatti, questi

non possono rivestire gli incarichi di consiglieri comunali e provinciali,

ed è interdetta altresì la possibilità di essere eletti in qualità di sindaci.

Un’altra disposizione di questo tipo è quella data dall’art. 12 della legge

237 Si ricordi che il diritto a mantenere il segreto di ufficio non ha natura

propriamente pattizia in quanto tale fattispecie trova una sua regolamentazione

negli artt. 200 c.p.p. e 249 c.p.c. Per approfondimenti si veda FINOCCHIARO F.,

Diritto ecclesiastico, Bologna, 1996, p. 387.

155

del 10 aprile 1951, n. 287 con cui è stato fatto divieto ai ministri di culto

di poter ricoprire la carica di giudici popolari presso la Corte di Assise.

Altre incompatibilità previste dalla legge si riferiscono all’esercizio della

professione di notaio (ex art. 2 della legge 6 febbraio 1913, n. 89), e di

238

esattore delle imposte (ex art. 17 T.V. 17 ottobre 1922, n. 1401) .

Gli elementi obiettivi che emergono dall’intesa con la confessione

luterana, denotano una marcata specialità riconosciuta in seno ai rapporti

che interessano i ministri di culto luterano; a tal fine l’art. 4 della legge

n. 520 cit., dichiara che “la Repubblica italiana riconosce il ministero

pastorale, diaconale e presbiteriale conferito e riconosciuto dalla

CELI”. Fra le altre disposizioni che possono dare maggiore concretezza

allo status di ministro di culto figurano inoltre gli artt. 5, 6, 7 della citata

legge nei quali è disciplinata la funzione spirituale del Pastore luterano

presso le forze armate, la polizia e negli ospedali, con la previsione di

una possibile delegazione di tali compiti a dei consiglieri espressamente

delegati.

La particolarità che contraddistingue l’Intesa con la CELI risiede nella

qualifica generale di ministro di culto che si specifica alle figure di

Diacono, Pastore o Presbitero senza rilevanza alcuna che riguardi il

238 Per quanto concerne approfondimenti sul tema delle incompatibilità dei ministri

di culto e delle ragioni ideologiche e politiche sottese ad esse, si veda per tutti

CARDIA C., op. cit., p. 293 e ss. 156

potere certificativo della confessione, e ciò in fattispecie che sono

particolarmente rilevanti nell’ordinamento italiano; in particolare trattasi

dell’art. 13, disciplinante la celebrazione del matrimonio religioso con

239

effetti civili e dell’art. 14 riguardante la tutela degli edifici di culto.

Una particolarità rinvenibile nell’Intesa con la confessione luterana ex

legge n. 520 cit. riguarda la definizione normativa contenuta nel comma

2 dell’art. 4 dove è stabilito che “ai ministri di culto, pastori e laici,

nominati dalla CELI e dalle Comunità è assicurato il libero esercizio del

240

ministero, nonché il libero svolgimento delle attività di cui all’art. 22” .

239 Si veda per approfondimenti CHIZZONITI A.G., op. cit., p. 252 in cui è

sottolineata la particolare difficoltà data dal mancato rinvio all’art. 8 della legge n.

520 riguardante la certificazione del ministro di culto in casi quali la celebrazione

del matrimonio religioso, che necessita di un adeguato raccordo con le

competenze di un organo pubblico quale l’ufficiale di stato civile. Ciò è

chiaramente causato dal fatto che molto spesso l’Intesa con la confessione

luterana fa genericamente riferimento alla figura di ministro di culto senza

specificare effettivamente quale ministro sia investito dell’esercizio di una data

funzione; ne è un esempio calzante l’art. 13 dove si fa genericamente riferimento

al ministro di culto celebrante che abbia ottenuto il nulla osta dall’ufficiale di stato

civile attestante l’assenza di cause di impedimento all’assolvimento del suoi

compiti e alla validità del matrimonio stesso. Il chiaro esempio esposto, denota il

fatto che non esiste un unico modello matrimoniale delle confessioni acattoliche,

bensì tanti modelli a seconda della Confessione che si sta considerando. Cfr. tale

assunzione, UCCELLA F., Sul matrimonio “acattolico” degli appartenenti alle

confessioni che hanno stipulato le intese, in Giur. it., vol. II, 1989, p. 420 e ss.

240 Si veda per approfondimenti ed eventuali assonanze riscontrabili con la

confessione protestante COLAIANNI N., op. cit., p. 20.

157

Il dato che deve essere rilevato dall’esame di questa disposizione si

riferisce essenzialmente alla contraddizione terminologica usata; infatti,

l’uso del termine “laico” appare espresso in modo del tutto fungibile

rispetto a quello di ministro di culto, laddove a rigore di logica,

quest’ultimo si distingue nettamente dal fedele-laico per la posizione di

specializzazione e per il ruolo di consacrazione allo svolgimento di

funzioni che gli competono in quanto ministro. L’osservazione appena

esposta, per quanto giusta, non trova un riscontro positivo nell’ambito

dell’organizzazione autonoma della confessione luterana poiché in essa,

pur riconoscendo il ruolo primario attribuito al ministero dei Pastori, vi

sono accanto ad essi anche i fedeli i quali possono essere chiamati a

svolgere funzioni laicali di tipo ministeriale anche in casi non

241

espressamente previsti dall’Intesa . Un’interpretazione di questa

disposizione che ammetta la legittimità di tale ipotesi, non può non

prendere atto della peculiarità insita nell’organizzazione della

Confessione de quo, in cui vi è la totale assenza di una linea di

demarcazione fra i ministri-pastori e i ministri-laici in riferimento allo

svolgimento di funzioni non espressamente riservate ai primi

241 Cfr. tale assunto sia pure in riferimento alle chiese luterane tedesche, DE WALL

H., Autorità religiosa nelle chiese luterane tedesche, in Daimon 3/2003, p. 195 e

ss.; si veda altresì per ulteriori approfondimenti sul tema, BACHRACH R.,

L’intesa tra la Chiesa Luterana in Italia e lo Stato italiano, in AA.VV., Le intese

viste dalle Confessioni, Napoli, 1999, p. 94.

158

(chiaramente una certa sacralità di funzioni, come ad es. la celebrazione

del matrimonio, non può essere attuata fungibilmente prescindendo dalla

persona deputata dalla Confessione allo specifico svolgimento di

242

funzioni di pubblico ufficiale) .

Per quanto concerne il sostentamento della confessione luterana, questa

si è da sempre contraddistinta, rispetto alle altre chiese evangeliche, per

il favore espresso in riguardo all’intervento finanziario statuale. L’Intesa,

a tal fine, rileva una perfetta simmetria esistente con il regime finanziario

adottato per la Chiesa cattolica. Il bilancio della CELI e dei suoi enti,

viene finanziato in gran parte dalla contribuzione dei privati oltre che dai

contributi obbligatori delle Parrocchie (art. 26). Lo Stato italiano,

nell’Intesa raggiunta con la confessione luterana, ha previsto all’uopo la

possibile deduzione dal reddito complessivo delle persone fisiche, agli

effetti dell’IRPEF, delle erogazioni liberali in denaro fino all’importo di

due milioni delle vecchie lire (€ 1032,91) effettuate nei confronti della

CELI e delle Comunità ad essa collegate. A tal fine la Confessione,

partecipa, per il suo finanziamento, alla ripartizione della quota dell’otto

per mille e per quella parte di quota “non espressa”, e si riserva altresì, il

242 Cfr. SARACINO R., L’Intesa con la Chiesa evangelica luterana in Italia, in

www.olir.it (agosto 2004); KLEEMAN J., Struttura e principi ordinamentali della

Chiesa evangelica luterana in Italia, in Parlato V., Varnier G. B., Normativa ed

organizzazione delle minoranze confessionali in Italia, 1992, p. 182-201.

159

potere di indicare le altre destinazioni degli introiti da utilizzare,

243

compreso il sostentamento dei ministri di culto (art. 27) .

Da ultimo, occorre segnalare l’importanza assunta dall’Intesa per quanto

concerne l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche non

universitarie, essendo questo in Italia un tema assai scottante e altamente

dibattuto in quanto motivato dall’acclamata esigenza di studiare la

religione cattolica “perché i principi del cattolicesimo fanno parte del

patrimonio storico del popolo italiano” (ex art. 9. n. 2 dell’Accordo di

revisione 1984). La materia è disciplinata dall’art. 10 dell’Intesa, con la

quale la CELI ha espressamente invitato gli alunni di fede religiosa

diversa dalla cattolica ad astenersi da ogni forma di addottrinamento

cattolico, attuando in tal caso, una linea puramente difensiva su un

244

trattamento che appare del tutto sperequato . E’ fatto salvo, all’art. 11

243 Per approfondimento si veda BACHRACH R., op. cit., p. 95 e ss., ove si fa un

esplicito riferimento alle necessità della Confessione luterana di finanziamenti

indispensabili per il suo operato, stante la più volte denunciata inefficienza dello

Stato sociale.

244 Per uno studio critico su questo tema che coinvolge l’intero fenomeno religioso

estraneo al mondo cattolico si vedano tra gli altri, LONG G., op. cit., p. 181 e ss.;

BONAIUTI R., Presenza multireligiosa nella scuola e insegnamento della

religione, in La religione nella società dell’incertezza. Per una convivenza

solidale in una società multireligiosa, a cura di De Vita R. e Berti F., Milano

2001, p. 373-374; PAJER F., L’educazione religiosa in ambito scolastico, in

Orientamenti Pedagogici, 47, 2000, p. 527-533; BERTOLINO R., Diritto di

scelta dell’insegnamento della religione cattolica, divieto di discriminazione e

ora alternativa nel sistema scolastico italiano dopo gli accordi con le Chiese, in

160

della predetta Intesa, il diritto di rispondere ad eventuali richieste

provenienti dagli alunni o dalle famiglie di religione luterana, di

impartire l’insegnamento della loro Confessione di appartenenza

mediante l’operato di incaricati della CELI, previo accordo con gli

organi scolastici di competenza. L’importanza di questa disposizione

trova la sua ratio nella prevalenza dell’elemento facoltizzante che

pervade l’intera materia dell’insegnamento religioso diverso da quello

cattolico, stante la necessità, che agli occhi di molti teorici appare del

tutto “residuale”, di avere un’apposita richiesta come presupposto di

insegnamento di principi religiosi ormai diffusi in una società non più

245

conservatrice ma multietnica e multireligiosa .

4. Lo status del ministro di culto acattolico alla luce della

Studi in memoria di M. Petroncelli, vol. 1, Napoli, 1989, p. 41 e ss.

245 E’ tuttavia evidente che, nonostante il suddetto processo di apertura, tale

integrazione europea non comporta comunque, per il momento, la sostituzione dei

vari modelli esistenti di istruzione religiosa con un unico modello transnazionale,

che risulterebbe quantomeno artificioso: allo stato attuale, dal punto di vista

giuridico e amministrativo, oltre che culturale, non sarebbe né pensabile né

auspicabile. Per un approfondimento sul tema si possono consultare PAJER F.,

Quale ‘religione’ insegnare a scuola nell’Europa di domani? Tendenze attuali,

futuri possibili, in Cultura Religione Scuola .L’insegnamento della religione nella

trasformazione culturale e nell’innovazione scolastica, in prospettiva europea, a

cura di Damiano E., Morandi R., Milano 2000, p. 106-145; SPIEGEL E., L’ora

delle alternative. Sull’essenzialità dell’insegnamento della religione e la pluralità

dei suoi modelli nel futuro dell’Europa, ivi, p. 146-186.

161

legislazione sui culti “ammessi”. Cenni sulle Intese con le

principali Confessioni di minoranza.

Si è più volte visto che il quadro spirituale dominante si caratterizza

oggi, in Occidente, per l’eterogeneità delle credenze religiose presenti

nella società civile; è una realtà innanzi alla quale il legislatore ha dovuto

operare una sintesi degli interessi in gioco attraverso una disciplina in

grado di tutelare la libertà religiosa non solo dei gruppi confessionali di

minoranza, ma anche delle singole persone.

La risposta dell’ordinamento giuridico italiano ad un fenomeno che

coinvolge un assetto istituzionalmente cambiato attraverso la

promulgazione della Costituzione ha poggiato le sue basi sugli accordi

essenzialmente bilaterali con le confessioni religiose acattoliche

esistenti, anche se a tal fine molti teorici hanno sostenuto l’unilateralità

246

statuale delle concessioni oggetto di intesa .

L’approvazione governativa delle nomine confessionali, ad esempio, è

ancora applicabile (e applicata) alle confessioni disciplinate dalla legge

sui culti ammessi e si sostanzia in un atto amministrativo autonomo dalla

cui concessione dipende, ex lege, il realizzarsi di specifiche

conseguenze. A norma dell’art. 3 della legge 1159 del 1929, ai fini della

produzione degli effetti civili degli atti posti in essere dai ministri di

246 Cfr. per tutti BETTETINI A., op. cit., p. 263.

162

culto occorre che la loro nomina sia approvata dal Ministero

247

dell’Interno . Il R.D. n. 289 del 1930 detta poi le modalità concrete per

l’attuazione del citato art. 3: la domanda per l’ottenimento

dell’approvazione deve essere corredata dall’atto di nomina e dai

documenti atti a provare che la nomina stessa sia avvenuta nel rispetto

248

delle regole confessionali interne . Con l’entrata in vigore della

247 L’art. 3 cit. è stato oggetto di numerose interpretazioni per quanto concerne la

validità dell’intervento autorizzatorio del Ministro nell’ambito di sfere cultuali

che non avrebbero nulla a che fare con gli effetti legittimanti tale intervento. Si

deve tuttavia considerare che il ministro di culto acattolico, per quanto sancito

nella Costituzione, può liberamente esercitare gli atti del suo ministero senza che

occorra, al riguardo, una preventiva autorizzazione governativa, ma, se intende

compiere atti produttivi di conseguenze giuridiche previste dalla legge e dal

regolamento sui culti ammessi, occorre che faccia richiesta ed ottenga

l’approvazione della nomina da parte del Ministro dell’Interno, in senso

favorevole a tale impostazione si vedano in giurisprudenza Consiglio di Stato,

Sez. IV, 8 luglio 1955, in Diritto Ecclesiastico, parte II, 1956, p. 373 e ss; Corte

Costituzionale, sent. n. 59 del 18 novembre 1958, in Diritto ecclesiastico, parte II,

1959, p. 25 e ss.

248 Si deve necessariamente sottolineare, in relazione all’approvazione governativa,

l’art. 20 del R.D. del 1930 che stabilisce ancora che essa deve essere chiesta

mediante domanda diretta alla Prefettura dal ministro di culto interessato. Qualora

il culto non sia, o per erezione dei suoi istituti in ente morale od altrimenti, già

noto al Governo, debbono essere fornite anche notizie circa la denominazione di

esso, i suoi scopi, i suoi riti, i mezzi finanziari dei quali dispone, i nomi degli

amministratori, l’autorità ecclesiastica superiore da cui dipende. L’art. 21, poi,

stabilisce che le Prefetture, assunte le altre informazioni necessarie per completare

l’istruttoria e sentito il Prefetto della provincia in cui il ministro del culto esercita

il suo ufficio, trasmettono gli atti al Ministero dell’interno. L’approvazione della

163


PAGINE

191

PESO

645.33 KB

AUTORE

Moses

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti che analizzano un'indagine particolareggiata sui molteplici aspetti connessi alla figura del ministro di culto sia cattolico che acattolico in Diritto Ecclesiastico. In particolar modo è importante la parte riguardante il trattamento economico di tale figura e l'attuale sistema previdenziale vigente in Italia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto ecclesiastico

Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Lo Castro, libro consigliato Diritto Ecclesiastico, Finocchiaro
Appunto
Diritto ecclesiastico - rapporti tra Stato e Chiesa
Appunto
Diritto ecclesiastico - Domande
Esercitazione
Diritto ecclesiastico - Lezioni
Appunto