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Diritto della proprietà industriale e della concorrenza

Riassunto idoneo per sostenere l'esame di Diritto della proprietà industriale e della concorrenza, basato su una rielaborazione personale di appunti personali e sullo studio del testo consigliato dal docente Rocchi, "Lezioni di diritto industriale - Proprietà industriale, intellettuale e concorrenza" a cura di Gustavo Ghidini e Giovanni Cavani. Gli appunti, nello specifico, contengono... Vedi di più

Esame di Diritto della proprietà industriale e della concorrenza docente Prof. E. Rocchi

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ESTRATTO DOCUMENTO

La nullità può colpire sia l’intero brevetto, sia una parte.

Effetti della nullità: La sentenza che dichiara la nullità del brevetto ha da un lato efficacia erga

omnes, con la conseguenza che nessuno è più tenuto a rispettare il brevetto nullo. D’altro canto la

sentenza ha effetto retroattivo e dunque anche gli atti di utilizzazione dell’invenzione non

autorizzati dal brevettante, pur compiuti prima della sentenza, non possono considerarsi illeciti. La

retroattività della sentenza non pregiudica: a) né gli atti di esecuzione di sentenze di contraffazione

passate in giudicato già compiuti; b) i contratti aventi ad oggetto l’invenzione conclusi

anteriormente al passaggio in giudicato della sentenza che ha dichiarato la nullità nella misura in

cui siano già stati eseguiti; c) pertanto tutti i pagamenti effettuati dal cessionario o dal licenziatario

del brevetto poi dichiarato nullo non sono ripetibili. L’oggetto viene meno in quanto il brevetto è

dichiarato nullo e tutti quei pagamenti che non sono stato effettuati non devono essere effettuati.

Decadenza:

E’ decaduto il brevetto per:

1) per mancato pagamento delle tasse annuali per il suo mantenimento in vita;

2) se entro 2 anni dalla concessione della prima licenza il brevetto continui a non essere attuato in

misura sufficiente.

3) ipotesi in cui il brevetto venga scavalcato da un brevetto riguardante la stessa invenzione,

concesso in esito a una domanda in data antecedente.

MARCHIO

Il marchio attribuisce al titolare una esclusiva (“un monopolio”) su un segno, esclusiva che al

contrario di quella brevettuale, si pone quale monopolio tendenzialmente perpetuo , data la

rinnovabilità della registrazione del segno. Ratio: l’ordinamento consente questo, per garantire la

fondamentale esigenza di distinzione tra gli operatori di mercato e di orientamento e informazione

del consumatore.

L’articolo 1 del codice di procedura industriale (c.p.i) pone al primo posto tra i diritti di proprietà

industriale, i “marchi registrati” e subito dopo gli altri “segni distintivi” intendendo con ciò i

“marchi non registrati” e i “marchi di fatto”.

La funzione (pro-concorrenziale) del marchio può spiegarsi sulla base di tre postulati del modello

teorico della concorrenza perfetta:

1) Quanto al primo aspetto, il marchio consente al titolare di differenziare i suoi prodotti o servizi

da quelli di altre imprese e permette ai consumatori di compiere una scelta tra le varie offerte

presenti sul mercato. Il marchio sul mercato è dunque segno di identificazione e riconoscibilità che

favorisce il processo di miglioramento qualitativo.

2) In secondo luogo il marchio strumento di comunicazione e di informazione e relativamente

all’azienda figura come elemento che ne rispecchia l’avviamento e il valore. Il marchio favorisce il

processo di selezione e scelta da parte del consumatore, stimolando la domanda del prodotto.

3) In terzo luogo, grazie al marchio il consumatore può operare una valutazione razionale della sua

scelta di acquisto, in base alla qualità e al prezzo, per cui il marchio dovrebbe permettere in

definitiva ai migliori sul mercato di essere preferiti, favorendo una competizione basata sul merito

(e non una concorrenza fondata solo su elementi suggestivo-irrazionali, indotti dalla pubblicità,

come pur sovente accade, ad es. come accade per la bevanda Coca-Cola).

Riforma del 1992:

La riforma del 1992 costituisce un punto di svolta per il diritto armonizzato dei marchi.

Con la riforma del ’92:

1) Il marchio ha subito una materializzazione che lo avvicina ad un bene immateriale tutelato in

base al valore commerciale che esso esprime. Quindi è fondamentale sul piano della circolazione

del marchio l’abbandono della regola dell’inscindibile connessione del marchio all’azienda in

occasione del trasferimento.

2) La registrazione può essere ottenuta da chiunque si proponga unicamente di far utilizzare il

marchio a imprese di cui abbia il controllo o che ne usino con il suo consenso, facendo venir meno

il precedente requisito della necessità di un’attività imprenditoriale propria.

3) Si elimina infine la cessazione definitiva dell’attività come causa di decadenza del marchio.

Quindi con il 1992, viene meno in definitiva, la regola “1 marchio 1 impresa”, con i seguenti

corollari:

1) il diritto sul marchio nasce a prescindere dalla circostanza dell’esistenza di un’entità aziendale;

2) con la tutela del marchio che gode di rinomanza si trascendono ormai i tradizionali limiti di

tutela legati all’affinità merceologica e alla confondibilità tra imprese e prodotti;

3) la circolazione del marchio diventa possibile a prescindere da quella dell’azienda o di un suo

ramo;

4) il diritto esclusivo sopravvive alla dissoluzione dell’impresa, proprio perché il titolare del

marchio può ben essere un non imprenditore, per cui il suo diritto è indipendente dalla vicende

dell’impresa che ha usato (ad es. su licenza) il marchio.

La riforma del ’92 ha concesso senz’altro protezione al valore attrattivo del marchio, attribuendo a

marchi che godono di rinomanza un diritto di esclusiva che trascende i limiti merceologici. In

questo modo si riserva a determinati soggetti di registrare come marchi certi segni dotati di valore

attrattivo. Ciò significa che il marchio non si propone di distinguere, in modo che il consumatore si

rivolga per l’una o per l’altra qualità, al prodotto preferito, ma concorrendo con le altre qualità del

prodotto diviene esso stesso qualità e la motivazione stessa dell’acquisto. E in ciò un importante

ruolo è ricoperto dalla pubblicità non informativa, ma persuasiva.

Requisiti per la valida registrazione del marchio:

1) Capacità distintiva:

Perché il marchio possa distinguersi occorre che sia dotato di capacità distintiva. Un segno ha

capacità distintiva quando venga percepito dallo specifico pubblico cui i prodotti o servizi

contrassegnati sono destinati come segno che denota l’origine del prodotto o servizio da un

determinato imprenditore. Il requisito della capacità distintiva ha lo scopo in particolare di evitare

il formarsi di monopoli sul linguaggio (potenzialmente perpetui) e sul prodotto stesso con

particolare riguardo al marchio di forma. Tale requisito della capacità distintiva presenta vari livelli

che sono chiari nella Direttiva Europea, ma che sono messi in evidenza anche nel c.p.i. Tali livello

sono:

A) Il “primo livello” did istintività è costituito “dall’attitudine a distinguere”, infatti perché un

segno sia registrabile come marchio occorre che:

- sia un segno;

- sia riproducibile graficamente;

- sia atto a distinguere i prodotto o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese.

B)Il “secondo livello” esclude la registrazione di disegni privi di carattere distintivo, cioè segni che

pur rientrando in astratto nella definizione di segni registrabili come marchi in quanto atti a

distinguere, in concreto sono privi di tale distintività.

C) Il “terzo livello” infine richiede che i segni non possono essere costituiti esclusivamente dalle

denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni descrittive.

Riabilitazione e volgarizzazione:

Il requisito della capacità distintiva deve sussistere al momento della domanda di registrazione del

marchio.

La capacità distintiva ha inoltre carattere dinamico, in quanto dipende da come il pubblico

percepisce il marchio, più il pubblico lo percepisce come distintivo e più acquisterà capacità

distintiva.

In tale prospettiva, l’art. 13 c.p.i. prevede due fenomeni opposti e simmetrici:

- Un primo che è la riabilitazione, per il quale si devono considerare due ipotesi:

a) la prima, disciplinata dal comma 2 dell’articolo 13, che fa riferimento all’acquisto di capacità

distintiva di un marchio che prima aveva un significato generico e che a questo successivamente se

ne aggiunge uno distintivo (un secondo significato distintivo). E’ il caso in cui il marchio prima

della registrazione acquista capacità distintiva e può essere registrato, salva la prova documentale

che il richiedente deve esibire;

b) la seconda, disciplinata dal comma 3 dell’articolo 13, che fa riferimento all’acquisto di capacità di

un marchio che prima non aveva carattere distintivo e poi questo venga acquistato. Questa ipotesi

riguarda quei marchi che acquistano distintività solo in corso d’opera (per l’uso che ne è fatto sul

mercato) dopo la registrazione, e che quindi si riabilitano.

- Un secondo che è la volgarizzazione, è cioè quell’istituto tale per cui un marchio prima dotato

di capacità distintiva può con il decorso del tempo, perderla a causa dell’attività o dell’inattività del

suo titolare e diviene nel commercio una denominazione generica di quel prodotto o servizio (ad es.

thermos, nylon, cellophane, borotalco sono classici esempi di volgarizzazione del marchio). La

volgarizzazione dipende però oggi soprattutto dall’attività del titolare del marchio, che per evitare

la decadenza del proprio marchio è tenuto nel caso di prodotto nuovo a non rimanere inerte,

perseguendo i contraffattori, qualora il suo marchio cominci ad essere utilizzato in modo improprio

come termine generico (ad esempio chiamare Rolex tutti gli orologi).

2) La novità:

La novità è assente quando vi siano marchi registrati in conformità a domande di registrazione

anteriori, a prescindere dalla loro conoscenza da parte dei consumatori. Inoltre è assente quando

un segno era già noto nel mercato.

Per stabilire se un marchio è dotato di novità si prendono in considerazione: la notorietà e il pre-

uso.

La notorietà è configurabile quando il marchio è già conosciuto su una parte rilevante del territorio

nazionale. Questa notorietà rende nullo il marchio successivo se a causa della somiglianza tra i

segni ciò comporterebbe confusione per il pubblico.

Il preuso che non comporti notorietà o ne importi solo una locale non distrugge la novità del

marchio successivo. I diritti acquisti dal preutente sono salvaguardati ed egli può continuare ad

usare il marchio negli stessi limiti in cui ha usato il marchio prima dell’altrui registrazione. Nella

zona del preuso potranno coesistere sia il marchio registrato che quello di fatto.

Successivamente tra i due segni potrà crearsi un conflitto. I conflitti-ipotesi di contraffazione sono

tre:

a) ipotesi di conflitto per “doppia identità” tra segni identici dove si prescinde dall’accertamento in

concreto e si procede astrattamente. In questi casi il marchio è imitato integralmente e i

consumatori sono perfettamente consapevoli della contraffazione (ad es. repliche Rolex);

b) ipotesi in cui vi sono segni identici per prodotti identici o affini tali da comportare il rischio

della confusione per il pubblico per difetto di associazione del prodotto al suo marchio. Ai fini della

valutazione della confondibilità occorre valutare l’interdipendenza tra i vari fattori generano la

confondibilità;

c) ipotesi dei marchi rinomati: in questo caso, il marchio rinomato è protetto e gode di una

efficacia invalidante per i marchi successivamente registrati.

Hanno poi rilevanza come fatto distruttivo della novità anche il marchio comunitario e quello

internazionale (marchi già da altri registrati nello Stato o con efficacia nello Stato).

La c.d. priorità unionista: se un cittadino di uno Stato deposita un marchio presso l’ufficio di

uno Stato membro, può entro 6 mesi, depositare anche negli altri stati la domanda di registrazione

con effetti che retroagiscono alla data del primo deposito.

Convalidazione del marchio:

Se il titolare di un marchio anteriore e il titolare di una marchio in pre-uso che importi la notorietà,

nei 5 anni successivi abbiano tollerato, essendone a conoscenza, l’uso di un marchio posteriore

registrato uguale o simile, non potranno decorsi i 5 anni chiederne la dichiarazione di nullità di

quel marchio posteriore, salvo nel caso in cui il marchio sia stato domandato in mala fede

(consapevole dell’interferenza con quello precedente in quanto noto). Ratio: questo istituto evita

quella pratica maliziosa per cui il titolare di un marchio precedente, finga di tollerare un marchio

successivo, per attendere che quest’ultimo si sia accreditato presso il pubblico per poi approfittare

di questo credito e sostitutivi il proprio segno.

Limiti del diritto di marchio:

Il titolare di un diritto di marchio non può vietare a terzi, purché l’uso sia conforme ai principi

della concorrenza professionale, una serie di utilizzazioni del proprio marchio che permangono

“libere” quali l’uso: a) del loro nome e indirizzo; di indicazioni relative alla specie, alla qualità, alla

quantità, alla destinazione, al valore, alla provenienza geografica, all’epoca di fabbricazione del

prodotto; c) del marchio d’impresa se esso è necessario per indicare la destinazione di un prodotto

o servizio, in particolare come accessori e pezzi di ricambio.

A ciò si aggiunge il divieto di uso illecito del marchio, confusorio o uso ingannevole e inoltre è

vietato fare uso di una marchio la cui registrazione sia stata dichiarata nulla per illeicità della causa

di nullità.

Altra limitazione è quella costituita dal c.d. principio dell’esaurimento, principio generale in

forza del quale i marchi si esauriscono una volta che i prodotti siano stati messi in commercio dal

titolare o con il suo consenso nel territorio dello Stato, esclusi quei casi in cui il titolare rivendichi

motivi legittimi che consentono la ricommercializzazione del prodotto.

3) la liceità:

E’ vietata la registrazione come marchio oltre che degli stemmi, emblemi e bandiera, dei segni

contrari alla legge, all’ordine pubblico, al buon costume e dei segni idonei ad ingannare il pubblico

in particolare su provenienza geografica, natura o qualità dei prodotti.

La circolazione del diritto di marchio: cessione e licenze di marchio:

1) Cessione: con la cessione si trasferisce la titolarità del diritto, mentre con la licenza il titolare

rimanendo tale, permette ad un terzo di sfruttare il diritto esclusivo. Entrambi i contratti (cessione

e licenza) sono di regola attribuiti verso un corrispettivo. Circa la cessione, con la riforma del ’92, si

ammettono le cessioni parziali, ma solo dal punto di vista merceologico e non territoriale (al

contrario delle licenze). La cessione deve avere quindi ad oggetto una intera categoria di prodotti,

per evitare la coesistenza in capo a soggetti diversi di marchi fra loro interferenti.

2) Licenza: può essere definita come l’accordo attraverso cui il titolare concede a terzi l’utilizzo in

genere contro corrispettivo. Il licenziante oltre a mantenere la titolarità del marchio, può

controllare l’uso che il licenziatario fa del suo marchio. Può ottenere continuo e reiterato vantaggio

economico attraverso il canone e concedere una pluralità di licenze, inoltre può

contemporaneamente continuare a sfruttare il proprio marchio.

Inoltre sono possibili sia licenze esclusive che licenze non esclusive:

a) Licenze non esclusive: il marchio può essere di licenza non esclusiva solo se il licenziatario si

obbliga a contraddistinguere beni o servizi uguali a quelli corrispondenti messi in commercio o

prestati dal titolare o dagli altri licenziatari: lo stesso prodotto, con lo stesso marchio, nello stesso

momento deve avere le stesse qualità. Per i marchi speciali vige il divieto di deteriorare in modo

rilevante e celato il prodotto o servizio, in quanto ciò porterebbe ad ingannare il pubblico. Per i

marchi generali (Ad es. : FIAT), per evitare l’inganno al pubblico, la cessione deve essere

alternativamente accompagnata da quell’azienda o da una congrua informazione del pubblico che

la cessione riguarda solo il marchio isolatamente considerato.

b) Licenze esclusive: sono quelle in cui una sola impresa ha la facoltà di usare il marchio per un

tipo di beni. Questa può essere totale quando il titolare rinuncia alla sua presenza sul mercato e

concede licenza ad un solo licenziatario. Se invece vi sono più licenziatari esclusivi bisogna

distinguere l’ipotesi dei beni non affini e quella dei beni affini. Nel primo caso si ha il contratto di

merchandising che concede a terzi l’uso del marchio per prodotti appartenenti a generi

merceologici diversi dal settore originario, per sfruttare il valore suggestivo del marchio (ad es.

cappelli Rolex, magliette Rolex).

Nullità e decadenza del marchio:

La nullità e la decadenza riguardano la patologia e quindi la “morte”, l’estinzione del diritto di

marchio. Questi due fenomeni sono particolarmente importanti se si considera che l’esclusiva sul

marchio è tendenzialmente perpetua.

Mentre la nullità attiene ai difetti originari del segno o del suo deposito, le ipotesi di

decadenza attengono a difetti sopravvenuti.

1) Nullità:

Le cause di nullità del marchio sono costituite dalla mancanza dei presupposti e requisiti di

validità.

Il marchio è nullo se:

1) manca uno dei requisiti dell’art. 7 c.p.i. e cioè se il marchio non è un segno, non è riproducibile

graficamente, non ha attitudine a distinguere;

2) manca la novità;

3) si registrano stemmi e emblemi o bandiere, ha carattere di illeicità, assenza di capacità

distintiva, domanda in mala fede, forme non tutelabili come marchio di forma;

4) se la registrazione è effettuata a nome di chi non aveva il diritto.

2) Decadenza:

Importante sottolineare ancora una volta la ratio pro-concorrenziale comune a tutte le ipotesi di

decadenza, quella cioè di privare di protezione giuridica segni ormai divenuti generici o decettivi

(cioè ingannevoli) o non più usati e quindi ingiustamente monopolizzati.

Il marchio decade per:

1) volgarizzazione del marchio;

2) per non uso (da parte del titolare): in tal caso il marchio non viene concretamente usato. E’

dunque assente la volontà del titolare di affermare seriamente il marchio sul mercato. La riforma

del ’92 ha però rafforzato la tutela per attenuare il verificarsi della decadenza. Il periodo di

decadenza è stato allungato a 5 anni. Se però il non uso è dovuto a un motivo legittimo, non figura

come causa di decadenza; in questo caso si intende una ragione non dipendente dalla volontà del

titolare come l’attesa di un’autorizzazione amministrativa necessaria per a commercializzazione del

prodotto.

3) per illiceità sopravvenuta, ed in particolare in tre ipotesi:

a) decettività sopravvenuta;

b) contrarietà alla legge, ordine pubblico, buon costume;

c) omissione dei controlli dei regolamenti per l’uso dei marchi.

Registrazione del marchio:

Chi voglia registrare il proprio marchio si trova di fronte ad un’alternativa: da una parte la

registrazione nazionale i cui effetti sono assimilabili alla registrazione internazionale; dall’altra

parte la registrazione comunitaria.

Dunque l’impresa secondo le proprie esigenze può ottenere un marchio nazionale, un marchio

comunitario oppure un fascio di marchi nazionali.

Nel primo caso (registrazione nazionale e internazionale): la domanda va presentata presso

l’UIBM, che la trasmette all’ufficio di Ginevra nel caso di registrazione internazionale. La

registrazione ha effetti solo tra i paesi aderenti al protocollo di Madrid. Questo sistema consente di

ottenere con un’unica registrazione la tutela del marchio presso ogni paese designato. Il soggetto

depositante, sarà titolare di tanti marchi nazionali quanti sono gli Stati dove ha chiesto il deposito.

Se entro 6 mesi dalla data di deposito nazionale, se ne estende la validità a livello internazionale,

è possibile rivendicare la priorità del precedente deposito. In questo modo il deposito

internazionale si considera effettuato nello stesso giorno in cui è stato effettuato quello nazionale.

Scaduti i 6 mesi si potrà comunque depositare il marchio internazionale, ma non si potrà più

rivendicare la priorità.

Nel secondo caso (registrazione comunitaria): il procedimento è gestito dall’Ufficio di Alicante

(UAMI) in Spagna, cui la domanda può essere inoltrata anche dall’UIBM. Il marchio comunitario,

invece, attribuisce un’esclusiva di carattere unitario, dal momento che dispiega gli stessi effetti in

tutta l’Unione Europea volendo incoraggiare le imprese ad operare su scala europea e permettendo

un deciso superamento del principio di territorialità.

Gli effetti della registrazione retroagiscono al momento del deposito della domanda.

CONCORRENZA SLEALE

La disciplina in materia di concorrenza è dettata dalla Convenzione di Unione per la tutela

della proprietà industriale, stipulata a Parigi nel 1925. Essa è coordinata e integrata con

l’articolo 2598 del codice civile.

L’articolo 2598 c.c. stabilisce che: ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi

e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque:

1) usa nomi e segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi

legittimamente usati da altri o imita servilmente i prodotti di un concorrente o compie con

qualsiasi altro mezzo o atto idoneo a creare confusione con i prodotti e con l’attività;

2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente idonei a

determinate il discredito o si appropria di pregi dei prodotto o dell’impresa di un concorrente;

3) si avvale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della

correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

Prima, in mancanza di questa norma, si riconduceva la fattispecie all’illecito aquilano, ovvero

all’articolo 2043 c.c. (qualsiasi fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto,

obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno). Ma questa era una forzatura in quanto

la concorrenza sleale è solo una specie del gene dell’illecito civile e di conseguenza l’idea era quella

di inibire la concorrenza, non solo di sanzionarla come consente l’articolo 2043.

I requisiti soggettivi:

La disciplina della concorrenza sleale si applica solo quando ricorrano taluni presupposti soggettivi

tra soggetto attivo e passivo e quando questi presentino determinate qualità professionali. Tra i due

deve intercorrere un rapporto di concorrenza, anche solo potenziale. Cioè i due soggetti devono

offrire sul mercato beni e servizi idonei a soddisfare gli stessi bisogni o bisogni simili.

Se manca un’identità verbale propria tra prodotti e servizi occorre stabilire cosa significhi il

termine “simili” sotto due profili:

a) profilo merceologico (ad es. abiti e maglieria intima): basta che il rapporto di concorrenza

non sia attuale, ma meramente potenziale, che vi sia una probabilità concreta in un non lontano

futuro, desumibile da circostanze del caso o da regole di esperienza;

b) profilo territoriale : solitamente assume rilievo per le imprese di piccole dimensioni; il

mercato di incidenza di un’impresa deve ritenersi coincidente con la sua sfera di notorietà (è ovvio

che una panetteria di Enna non possa ritenersi in concorrenza con una panetteria di Bergamo). Per

le imprese in cui il problema sotto il profilo territoriale si pone, occorre valutare non solo

l’estensione attuale, ma anche un dato di estensione potenziale (ad esempio: Barilla dovrà ritenersi

in concorrenza con qualsiasi pastificio, anche piccolissimo, in quanto è nazionalmente nota).

Qualifica di imprenditore:

Per l’applicazione della disciplina in esame come si evince dall’articolo 2598 commi 2 e 3, occorre

che i soggetti sia attivi che passivi, siano imprenditori, ovvero soggetti che esercitino sul mercato

un’attività economica organizzata finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o servizi.

L’attività del terzo interposto:

Vi è concorrenza anche quando gli atti sono posti in essere non solo dall’imprenditore, ma anche

dai dipendenti nello svolgimento delle loro mansioni o dal persone che fungono da organo dell’ente

quando si tratta di impresa societaria. E’ necessario però che l’atto sia posto in essere nell’interesse

dell’imprenditore e ciò consapevolmente. Inoltre è affermato in giurisprudenza il principio per il

quale non è necessario che l’atto provenga direttamente dall’impresa concorrente, ma è sufficiente

che esso sia volto a procurare vantaggio a quell’impresa per opera di terzo a danno di altro

imprenditore.

Concorrenza tra imprese operanti a livelli diversi:

Un ulteriore problema si ha quando due imprenditori trattino prodotti uguali o analoghi nella

stessa zona, ma a livelli economici diversi. L’esempio tipico è quello di produttore e commerciante.

L’esistenza di un rapporto di concorrenza, come affermato dalla giurisprudenza, è data dal fatto che

il risultato ultimo dell’attività di entrambi incide sulla medesima categoria di consumatori. La

cassazione ha osservato la situazione in cui il commerciante favorisce un altro produttore, indiretta

concorrenza con quello colpito da atto sleale, riconducendo la fattispecie al rapporto di

concorrenza fra i suoi produttori, nell’interesse di uno dei quali il commerciante agisce.

Rapporto di concorrenza e storno di clientela:

Il concentrare l’attenzione sulla possibilità di storno di clientela ha fatto si che rimanessero un pò

in ombra i termini in cui il problema si pone nelle fattispecie che ne toccano la clientela (storno di

dipendenti). Se infatti di norma l’interesse a stornare dipendenti altrui si riscontra fra imprenditori

che esercitano la medesima attività, può anche darsi che si manifesti in situazioni diversi, con

riferimento a dipendenti come gli amministrativi, che possono trovare utile collocazione in imprese

operanti in settori diversi. Ci si chiede se in questi casi possa assumere rilevanza la sussistenza di

un rapporto di concorrenza sul mercato del lavoro. Si può anche menzionare il rapporto fra il

produttore ed un suo distributore che operi scorrettamente sul mercato. In questo caso non si avrà

storno neppure indiretto di clientela e tuttavia il primo, se danneggiato da quel comportamento,

può agire per concorrenza sleale.

Principi della concorrenza professionale:

Il giudizio di conformità ai principi di correttezza professionali deve avvenire secondo la morale

pubblica corrente e non quella professionale dell’imprenditore. Questo giudizio di correttezza

effettuato dal giudice deve essere effettuato mettendo in relazione la tutela del consumatore e della

libera concorrenza.

L’idoneità a danneggiare l’altrui azienda:

L’idoneità deve essere qualificata nel senso che deve essere maggiore rispetto alla normale

dannosità di un atto dello stesso tipo non scorretto. Deve anche concernere l’altrui azienda, ovvero

qualsiasi danno economico che colpisca l’azienda del concorrente. La dannosità può essere sia

interna (elementi organizzativi) che esterna ( clienti); inoltre basta la mera idoneità dell’atto a

produrre effetti dannosi per il concorrente, indipendentemente dal fatto che il danno di sia

verificato o meno.

Danno concorrenziale:

Il tipo di danno trattato finora prende il nome di danno concorrenziale. Secondo la giurisprudenza

consolidata a concretare la concorrenza sleale è sufficiente l’idoneità dell’atto a produrre effetti di

mercato dannosi per il concorrente, ma non è richiesta la dimostrazione dell’effettiva produzione

del danno. Potenzialità dannosa senza danno attuale si ha quando si tratti di attività concorrenziale

continuata che dal punto di vista quantitativo non abbia ancora raggiunto una dimensione

sufficiente ad incidere negativamente sul concorrente. Ed un altro esempio si avrà nelle ipotesi di

tentativo, cioè una situazione in cui il danno non sia ancora provocato, ma ci si trovi tuttora in una

situazione di potenzialità dannosa per la probabilità che il tentativo venga reiterato.

Il divieto di imitazione servile e di atti confusori (articolo 2598 n.1 c.c.):

Secondo l’articolo 2598 c.c. compie concorrenza sleale chi:

a) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o segni distintivi

legittimamente usati da altri;

b) imita servilmente i prodotti di un concorrente;

c) compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con le attività

di un concorrerete.

Per questo si parla abitualmente di concorrenza sleale confusoria, in quanto si convince il

destinatario che i prodotti o l’attività con cui è venuto in contatto siano di un imprenditore, mentre

in realtà devono ricondursi ad un altro imprenditore. Occorre che vi sia confusione, cioè un falso

convincimento nei destinatari circa i prodotti o l’attività, deve essere sull’origine quindi riguardare

la figura dell’imprenditore.

L’articolo del codice civile menziona 3 specie di atti confusori:

1) adozione di nomi o segni distintivi confondibili con quelli di altri;

2) imitazione servile di prodotti altrui;

3) clausola generale, che fa riferimento a qualsiasi altro atto idoneo a creare confusione.

L’imprenditore ha diritto assoluto sui propri segni distintivi.

I segni distintivi consistono in qualsiasi entità idonea a caratterizzare un prodotto e distinguerlo da

altri analoghi di diversa provenienza, presenti sul mercato.

La capacità distintiva:

E’ l’idoneità a distinguere i prodotti/attività di un imprenditore da quelli analoghi di un altro. La

capacità distintiva può mancare in due ipotesi: a) segno considerato dal pubblico come struttura

del prodotto; b) segno consistente in denominazione generica o indicazione descrittiva del prodotto

contrassegnato. Alla forza di un segno corrisponde una tutela più meno intensa: il segno forte sarà

protetto contro ogni somiglianza anche solo evocatrice, mentre la protezione del segno debole sarà


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto idoneo per sostenere l'esame di Diritto della proprietà industriale e della concorrenza, basato su una rielaborazione personale di appunti personali e sullo studio del testo consigliato dal docente Rocchi, "Lezioni di diritto industriale - Proprietà industriale, intellettuale e concorrenza" a cura di Gustavo Ghidini e Giovanni Cavani. Gli appunti, nello specifico, contengono il riassunto dei capitoli: I) Brevetti e modelli; II) I segni distintivi; e III) Concorrenza sleale e pratiche commerciali scorrette.
Riassunti idonei per sostenere l'esame orale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteo.vignola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della proprietà industriale e della concorrenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Rocchi Ettore.

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