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La direttiva mira a garantire un trattamento equo ai cittadini di Paesi terzi che risiedono legalmente

nel territorio degli Stati membri.

A questo fine prevede che il ricongiungimento familiare sia uno strumento necessario alla vita

familiare, in quanto contribuisce a creare stabilità socioculturale nell’integrazione con i cittadini dei

Paesi terzi.

Tale azione si articola:

da un lato attraverso misure finalizzare alla libera circolazione dei

- cittadini, congiuntamente a misure di accompagnamento relative

al controllo delle frontiere esterne, all’asilo e all’immigrazione;

da un altro con misure in materia di asilo, immigrazione e tutela dei

- diritti dei cittadini di Paesi terzi.

La riunificazione familiare può essere rifiutata per motivi debitamente giustificati. In particolare la

persona interessata non dovrebbe costituire una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza

interna.

NB. Nella nozione di ordine pubblico può rientrare anche una condanna per reato grave.

In definitiva, la possibilità per la persona di usufruire dei diritti derivati dall’ordinamento

dell’Unione va sottoposta dagli Stati membri al bilanciamento tra la salvaguardia dell’interesse

generale alla sicurezza e la protezione dei diritti individuali, anche con riferimento alla

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, valutando nel caso concreto se prevalga l’uno o gli altri.

Secondo le condizioni fissate dalla direttiva 2003/86, gli Stati membri autorizzano l’ingresso e il

soggiorno dei seguenti familiari:

a)Coniuge del soggiornante;

b)Figli minorenni del soggiornante e del coniuge, compresi quelli adottivi.

È detto soggiornante, il cittadino di un paese terzo legalmente soggiornante in uno Stato membro

che chiede o i cui familiari chiedono in ricongiungimento familiare (Art. 2 lett. c).

In virtù della stessa direttiva gli Stati possono autorizzare l’ingresso e il soggiorno di altri familiari.

Se si tratta di ascendenti diretti di primo grado del soggiornante o del coniuge, quando siano

a carico di questi e non dispongano di adeguato sostegno familiare nel Paese di origine.

Nonché se si tratta di figli adulti non coniugati (Art. 4 n°2 lett. a e b).

Oltre alla possibilità di respingimento della domanda di ingresso e soggiorno dei familiari per

motivi di ordine pubblico, sicurezza pubblica e sanità pubblica, la direttiva prevede che stesso

risultato si raggiunga in caso di matrimonio poligamo.

Qualora il soggiornante abbia già un coniuge convivente sul territorio di uno Stato membro,

lo Stato membro interessato non può autorizzare il ricongiungimento familiare di un altro coniuge

(Art. 4 n°4, 1°comma).

Quanto ai figli minorenni del soggiornante e di tale altro coniuge (e quindi avuti in comune

durante il matrimonio poligamico) si puntualizza che gli Stati membri ne possono limitare il

ricongiungimento familiare in deroga a quanto all’opposto si fa obbligo di operare nel senso del

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ricongiungimento, in generale per i figli del soggiornante (Art. 4 n°4, 2°comma con riferimento

all’Art. 4 n°1 lett. c).

Le persone beneficiarie di protezione internazionale e i loro familiari.

Ci si occupa infine del ricongiungimento familiare del rifugiato e cioè

Il cittadino di un Paese terzo o l’apolide cui sia riconosciuto lo status di rifugiato ai senti della

Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1951,

modificata dal Protocollo di New York del 1967.

Facciamo quindi riferimento alle persone beneficiarie di protezione internazionale, per le quali

invece valgono tutt’altre disposizioni rispetto a quelle che regolano l’immigrazione di chi è alla

ricerca di un miglioramento economico, nella quale ad esempio rientra la questione

dell’accoglimento degli sfollati.

L’approccio dell’Unione europea alle richieste di asilo e all’ottenimento dello status di rifugiato in

presenza di fondate aspettative di persecuzione per motivi basati su:

Razza

- Religione

- Nazionalità

- Opinione politica

- Appartenenza a determinato gruppo sociale

-

ha prodotto una serie di misure non sempre valutate positivamente. Le osservazioni si sono rivolte

in particolare:

alla direttiva 2005/85 del Consiglio cd. direttiva procedure, recante Norme minime per

 le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello

status di rifugiato.

Al regolamento 343/2003 del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccanismi di

 determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di asilo

presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo. Questo viene

criticato in quanto l’elencazione dei criteri consentono di determinare un unico Stato

dell’Unione competente ad esaminare la domanda di rifugio di stranieri.

Più generoso è il dettato della nostra Costituzione, che all’Art. 10, 3°comma dispone:

lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche

garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo sul territorio della Repubblica secondo le

condizioni stabilite dalla legge.

Per quanto riguarda invece gli Stati membri, questi sono da ritenersi reciprocamente sicuri. Il

controllo sulla sicurezza in questione è reso comunque possibile dal sistema di garanzia organizzato

dall’ Art. 7 n°1 TUE

, che consente di constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave

da parte di uno Stato membro dei valori su cui l’Unione si fonda ed elencati all’Art. 2 TUE.

Questi sono i valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia,

dell’uguaglianza, etc.

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La direttiva 2004/83 del Consiglio contenente Norme minime sull’attribuzione a cittadini di Paesi

terzi o apolidi della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione

internazionale, contiene la nozione di familiare dell’individuo che acceda a protezione

internazionale, in essa comprendendo la protezione definita sussidiaria quando, pur non essendo

soddisfatte le condizioni di riconoscimento dello status di rifugiato (di cui sopra), la persona non

possa ritornare nel Paese di origine per la fondata aspettativa di subirvi danni gravi e ingiustificati.

I familiari del beneficiario di protezione ne sono in linea generale coperti allo stesso modo.

La protezione internazionale è riferibile anche al minore non accompagnato e cioè al cittadino di un

Paese terzo o apolide, di età inferiore ai 18 anni che giunga nel territorio dello Stato membro senza

essere accompagnato da un adulto che ne sia responsabile in base alla legge o agli usi, ivi

compresi i minori che vengono abbandonati dopo essere entrati nel territorio degli stati membri.

L’esclusione dal riconoscimento dello status di rifugiato dipende, fra le altre possibilità, dalla

commissione di un:

- crimine contro la pace,

- crimine di guerra,

- crimine contro l’umanità,

- reato grave di diritto comune al di fuori del Paese di accoglienza,

- atto contrario alle finalità e ai principi delle Nazioni Unite, quali stabiliti nel Preambolo

e negli Artt. 1 e 2 della Carta (Art. 12 n°2).

È facoltà dello Stato revocare la protezione a una persona quando la si possa ritenere un pericolo

per la sicurezza del Paese membro in cui si trova.

Anche l’esclusione dal riconoscimento di protezione sussidiaria dipende dalle situazioni

precedentemente elencate.

Rendono possibile l’esclusione, in tal caso, anche altri reati non elencati, commessi prima

dell’ammissione nello Stato membro, che sarebbero punibili con la reclusione se fossero stati

perpetrati nello Stato membro interessato e le cui sanzioni hanno rappresentato il solo motivo per il

quale la persona richiedente protezione ha lasciato lo Stato di origine (Art. 17 n°3).

L’Art. 19 della direttiva disciplina poi i casi di revoca della protezione sussidiaria.

Ai fini della protezione internazionale, l’Art. 20 della direttiva, obbliga gli Stati a tener conto delle

specifiche situazioni di persone vulnerabili, quali i minori, i disabili, etc.

La direttiva salvaguarda dal respingimento alla frontiera dichiarando ossequio agli obblighi

internazionali degli Stati in materia, sottolineando comunque di consentire il respingimento a

motivo del fatto che la persona rappresenti un pericolo per il Paese membro in cui si trova, ovvero,

essendo stata condannata per un reato di particolare gravità, detta persona costituisca un pericolo

per la comunità di tale Stato membro (Art. 21).

Pluralismo di ordinamenti e circolazione di modelli giuridici.

Sentenza della Corte del 2 Ottobre 2003, Garcia Avello, va ricordata per la sua incidenza in

ambito familiare da una prospettiva internazional-privatistica.

Vi si enuncia, con riferimento al divieto di discriminazione in base alla nazionalità (Art. 18 TFUE)

e in caso di possesso di doppia cittadinanza di Paesi dell’Unione, il diritto a un trattamento diverso

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in situazioni diverse, specificamente il diritto alla considerazione degli status personali acquisiti in

conformità al diritto dello Stato di ulteriore cittadinanza (la Spagna che consente il doppio

cognome) del Paese di residenza (nonché di altra contemporanea cittadinanza: il Belgio) che

imponga la trasmissione ai figli di un solo cognome.

Sebbene allo stato attuale del diritto dell’Unione, le norme che disciplinano il cognome di una

persona rientrino nella competenza degli Stati membri, questi ultimi, nell’esercizio di tale

competenza, devono rispettare il diritto dell’Unione.

Va dunque contro gli Artt. 18 e 20 TFUE ed ostacola l’identità personale e l’integrazione

sociale, il fatto che un Paese membro respinga la richiesta volta a far sì che i minorenni figli

residenti in questo Stato e in possesso della doppia cittadinanza possano portare il cognome doppio

di cui sarebbero titolari in forza del diritto e della tradizione di un altro Stato membro.

Facciamo poi riferimento alle sentenze della Corte di giustizia e del Tribunale, concernenti casi di

pluralismo dei modelli familiari, ricordando a riguardo la Sentenza 31 Maggio 2001, D. e Regno di

Svezia VS Consiglio, concernente l’annullamento di una sentenza con cui il Tribunale aveva negato

il beneficio dell’assegno di famiglia a un funzionario comunitario svedese legato a un concittadino

dello stesso sesso da un’unione stabile registrata ai sensi del proprio ordinamento nazionale.

La Corte qui respinse il ricorso rimarcando che lo Statuto del personale delle Comunità

europee riconosceva il diritto agli assegni familiari al funzionario coniugato, al funzionario vedovo,

nonché a quello che, non trovandosi nelle due condizioni precedenti assuma tuttavia realmente oneri

di famiglia.

Osservando che, ai sensi dell’ordinamento svedese, l’unione stabile registrata ha gli stessi effetti

giuridici del matrimonio, salvo le eccezioni previste, sottolineava il fatto che sia pacifico che il

termine matrimonio, secondo la definizione comunemente accolta dagli Stati membri, designasse

una unione tra due persone di sesso diverso.

In tal senso ne scaturiva una interpretazione dello Statuto del personale, secondo cui la negata

equiparazione della situazione in questione alle relazioni familiari da quello considerate derivava

dal fatto che il giudice comunitario non può prescindere dai concetti prevalenti nell’insieme delle

Comunità.

Su questa base si costruiva una nozione autonoma di rapporto familiare rilevante per il diritto

dell’Unione, invece di tenere conto delle singole nozioni nazionali. Per cui si è modificato lo

Statuto dei funzionari:

Ai fini del presente Statuto, le unioni non matrimoniali sono equiparate al matrimonio, a

condizione che siano rispettate

tutte le condizioni previste dall’Art. 1 par. 2 lett. c, dell’Allegato VII;

cosicché il diritto all’assegno di famigli si estende fra l’altro al funzionario registrato come

membro stabile di un’unione di fatto a certe condizioni, fra cui che la coppia non abbia accesso al

matrimonio civile in uno Stato membro.

La cooperazione giuridica, in particolare giudiziaria, in materia civile.

L’Art. 81 TFUE conferisce all’Unione il compito di stabilire misure nel settore della cooperazione

giudiziaria in campo civile.

Il Trattato di Lisbona ha integrato l’Art. 65 CE con la precisazione che “tale cooperazione

può includere l’adozione di misure intese a ravvicinare le disposizioni legislative e regolamentari

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degli Stati membri”, senza specificare se tale armonizzazione sia solo processuale o anche del

diritto materiale.

Le innovazioni quindi intaccano anche i presupposti. Permangono:

- il nesso di funzionalità con la realizzazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e

giustizia (evocato nell’Art. 67 nn°1 e 4 TFUE);

- la dimensione transnazionale della situazione (qui si corregge la precedente disposizione

che improntava tale carattere sulle implicazioni transfrontaliere).

Cade invece il presupposto della stretta necessità dell’atto normativo rispetto al corretto

funzionamento del mercato interno, dal momento che la disposizione del TFUE considera questo

rapporto come una soltanto delle ipotesi al verificarsi della quale di radica la competenza

dell’Organizzazione (Art. 81 n°2 TFUE).

L’applicazione delle norme europee in materia è soggetta a limiti determinati dalla volontà di alcuni

Stati membri di non partecipare pienamente a questa forma di cooperazione.

Regno Unito e Irlanda hanno conservato la facoltà di sottrarsi in via di principio alle norme

del Trattato in materia e agli atti di diritto derivato adottati su questa base, riservandosi il diritto di

notificare di volta in volta al Consiglio di voler partecipare all’adozione e all’applicazione degli

stessi (cd. clausola di opting in

).

Danimarca invece opta per la cd. clausola di opting out prevista dal Trattato di Amsterdam:

per cui, per ogni misura che costituisce sviluppo del corpo normativo relativo allo Spazio Schengen,

la Danimarca può decidere se recepire tale misura nel proprio diritto interno come obbligo di diritto

internazionale (e non UE).

La competenza normativa dell’Unione in questa materia deve quindi essere esercitata con atti

adottati da Parlamento europeo e Consiglio tramite la procedura legislativa ordinaria (Art. 81 n°2

TFUE).

Fa eccezione la materia relativa al diritto di famiglia (n°3), qui gli Stati non hanno voluto

rinunciare al diritto di veto che essi già detenevano in materia, potendo le misure in questione essere

adottate dal solo Consiglio che delibera all’unanimità.

Gli ambiti materiali nei quali si esplica la competenza dell’Unione sono:

a)la circolazione delle decisioni giudiziarie in materia civile;

b)la disciplina in materia di conflitti di legge;

c) la cooperazione fra le autorità giudiziarie civili;

d)l’accesso alla giustizia.

Per il periodo 2007-2013 l’azione dell’Unione nel settore della cooperazione giudiziaria civile si

articolerà secondo le linee guida individuate nella decisione di Parlamento europeo e Consiglio

n°1149/2007 e concernenti:

1)la promozione della cooperazione basata su riconoscimento e fiducia reciproci;

2)l’armonizzazione dei sistemi processuali nazionali in funzione di eliminare gli ostacoli al

corretto funzionamento dei procedimenti e facilitare l’accesso alla giustizia;

13 3)il miglioramento dei rapporti tra le autorità giudiziarie.

L’esercizio delle competenze normative nel settore della cooperazione giudiziaria civile ha dato vita

ad un corpus normativo di diritto internazionale privato e processuale europeo che si affianca alle

norme nazionali escludendo l’applicazione di queste ultime nelle fattispecie che ricadono entro la

sua previsione.

Direttamente sulla base dell’Art. 293 CE è stata adottata dagli Stati membri delle Comunità

europee la Convenzione di Bruxelles sulla competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle

decisioni in materia civile e commerciale del 1968.

L’assetto di cui all’Art. 65 CE era perfettamente funzionale allo spirito dei tre originari Trattati

comunitari: le aspettative riposte dagli Stati erano infatti principalmente rivolte alla costruzione di

un mercato comune.

Il Trattato di Maastricht, fondativo dell’Unione, era così intervenuto in questo campo stabilendo che

la cooperazione giudiziaria in materia civile fosse materia di interesse comune degli Stati membri.

Tuttavia in relazione a tale materia era previsto che il Consiglio avrebbe potuto adottare

all’unanimità solo il testo di convenzioni internazionali, da raccomandare all’adozione degli Stati

che avessero voluto ratificarle secondo le rispettive procedure costituzionali e che sarebbero entrate

in vigore solo dopo l’unanime ratifica degli stessi o, dopo la riforma di Amsterdam, di almeno la

metà di essi (Art. 34 n°2 TUE).

Il Trattato di Amsterdam, compiendo un ulteriore passo avanti prevedeva che con regolamento

comunitario il Consiglio adottasse norme in materia di conflitti di legge e di giurisdizione.

Il Trattato di Lisbona ha proseguito la via intrapresa valorizzandola con le suddette modifiche.

Per quanto riguarda invece la competenza dell’Unione a impegnarsi in materia sul piano delle

relazioni internazionali.

Tale competenza è stata accertata dalla Corte di giustizia, che ne ha pure affermato la portata

esclusiva.

I conflitti di giurisdizione e la circolazione delle decisioni giudiziarie in materia civile: il

principio di riconoscimento reciproco.

Le questioni di diritto processuale civile internazionale sono nell’Unione europea affrontate dalla

prospettiva dell’attuazione della libera circolazione delle sentenze, quindi di un’ulteriore libertà di

circolazione.

Questa libertà è stata tuttavia limitata per lungo tempo nell’ambito giudiziario civile e

commerciale, fino a quando con una serie di iniziative convergenti si è manifestata la volontà degli

Stati di estendere il principio di reciproco riconoscimento a settori diversi.

Fra le misure adottate, si segnala: Regolamento 44/2001disciplina come atto unilaterale

comunitario la stessa materia della Convenzione di Bruxelles del 1968. Con questo

atto viene:

14 Determinata la competenza dei giudici di uno Stato membro sulla base del criterio di

o collegamento costituito dal domicilio del convenuto;

Il riconoscimento automatico (salvo vi sia contestazione)

o L’esecutività delle sentenze sulla base di una dichiarazione di esecutività da parte del

o giudice nazionale su istanza di parte, contro la quale è possibile proporre

successivamente ricorso.

Il procedimento riguarda ogni decisione di autorità giudiziaria nazionale che ricada nella materia

civile e commerciale, salve le limitazioni di applicazione previste dal’Art. 1 di Convenzione e

regolamento.

È prevista inoltre la facoltà di far eseguire le decisioni giudiziarie che riguardano controversie di

modesta entità (ovvero non superiori a 2000 euro).

Regolamento 805/2004 le decisioni e le transazioni

giudiziarie, nonché gli atti pubblici che accertano un credito non contestato possono

vedersi dotare di efficacia esecutiva senza alcun procedimento

intermedio e senza possibilità di contestazione, secondo la

disciplina del titolo esecutivo europeo.

Qui la circolazione del titolo avviene tramite un certificato

standard contenuto nel regolamento stesso, consegnato

all’autorità competente per l’esecuzione unitamente all’atto che

accerta il credito.

Regolamento 1896/2006 è stata messa a punto una

procedura europea di ingiunzione di pagamento di crediti liquidi ed esigibili che

si applica nelle controversie transnazionali, a prescindere

dalla natura della giurisdizione, purché di natura civile o

commerciale.

La domanda dell’attore accettata dal giudice dello Stato di emissione dell’ingiunzione viene

presentata al giudice dello Stato di esecuzione, il quale, verificate che siano soddisfatte le

condizioni di ammissibilità, emette l’ingiunzione di pagamento europea.

Il convenuto viene così informato che ha la possibilità di:

A) Pagare al ricorrente l’ammontare del credito;

B) Opporvisi, presentando ricorso al giudice d’origine, o alla autorità che ha emesso

l’originaria ingiunzione.

Regolamento 1346/2000 in materia di insolvenza. Mira ad evitare il trasferimento di

 beni e procedimenti giudiziari da uno Stato membro ad un

altro, accogliendo il principio dell’universalità della procedura

contemperato dalla possibilità che al procedimento principale

si affianchino procedure secondarie (aperte successivamente in

15 altro Stato membro ove il debitore eserciti un’attività

economica).

Le decisioni del giudice competente devono essere

riconosciute in ogni altro Stato membro (salvo la loro

contrarietà con l’ordine pubblico, ovvero in caso di decisione

che limita la libertà individuale o il segreto postale).

Regolamento 1347/2000 in materia familiare. Prevede un modello di disciplina come

 cd. Bruxelles II bis il suddetto. Si occupa della giurisdizione, del

riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni giudiziarie in

materia di divorzio, separazione personale dei coniugi e

annullamento del matrimonio, oltre che dei provvedimenti

relativi alla responsabilità genitoriale.

Regolamento 4/2009 ha l’obiettivo di armonizzare le

procedure di esecuzione delle sentenze emesse nei diversi Stati membri dell’Unione in

materia di obbligazioni alimentari, oltre che di disporre in tema

di conflitti di legge e di giurisdizione.

I motivi di un non riconoscimento in un altro Stato membro dell’Unione delle decisioni di divorzio,

separazione personale o annullamento del matrimonio, riguardano la loro manifesta contrarietà

all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto del riconoscimento (Art. 22).

Questo accade anche in relazione alle decisioni relative alla responsabilità genitoriale, ma in

questi casi è necessario effettuare un bilanciamento tra l’applicazione dell’eccezione di ordine

pubblico e l’interesse superiore del minore (Art. 23).

Facendo salvi infine i Concordati conclusi con la Santa Sede da Paesi come Italia, Portogallo,

Spagna e Malta, il regolamento non rinuncia a stabilire che le decisioni nazionali relative

all’invalidità di un matrimonio disciplinata da siffatti Trattati vanno riconosciute negli Stati membri

non concordatari a norma del regolamento stesso, e con le limitazioni da esso consentite, benché

agli Stati concordatasi sia consentito di sottoporre il riconoscimento delle decisioni canoniche delle

procedure e ai controlli applicabili alle sentenze dei tribunali ecclesiastici pronunciate in base ai

propri trattati internazionali con la Santa Sede (Art. 63).

I conflitti di legge.

La competenza a dettare norme in materia di conflitti di legge è stata nel tempo esercitata dalla

Comunità europea con l’adozione di direttive e decisioni nel campo del diritto societario, dei

contratti di assicurazione, di lavoro, di agenzia, di trasferimento dei dati personali, ovvero conclusi

con i consumatori.

Il primo corpus normativo unitario in materia di conflitti di legge è la Convenzione di Roma del

1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali: non è un atto comunitario, ma un

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accordo tra i soli (ma tutti) Stati membri dell’allora Comunità europea, funzionale alle esigenze del

mercato interno.

Oggi sono in vigore fra gli Stati membri dell’Unione due regolamenti:

a) Roma I sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, sostitutivo della Convenzione di

Roma;

b) Roma II sulla legge applicabile alle obbligazioni extracontrattuali.

La cooperazione tra le autorità giudiziarie civili a fini processuali.

Con la decisione del Consiglio 2001/470 è stata predisposta una rete giudiziaria europea. Questa è

composta dalle autorità giudiziarie nazionali preposte alla cooperazione giudiziaria e da punti di

contatto nazionali.

I compiti principali della rete consistono nel:

1)Facilitare la cooperazione giudiziaria tramite un sistema di scambio delle informazioni;

2)Predisporre un sistema di informazione destinato al pubblico.

I punti di contatto nazionali operano proprio in quest’ambito: questi sono incaricati, anche su

richiesta dei cittadini, di fornire le informazioni necessarie allo svolgimento di singoli atti della

cooperazione giudiziaria; di individuare le soluzioni migliori in materia; mantenere i contatti.

Tale predisposizione alla cooperazione vi è anche in materia di assunzione delle prove e di

notificazione e comunicazione degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o

commerciale.

Per quanto riguarda l’assunzione delle prove, si tenta, tramite il dialogo diretto fra le autorità

giudiziarie nazionali, di far sì che le prove assunte in un procedimento nazionale siano trasmesse al

giudice di fronte al quale è pendente il procedimento.

Nel secondo caso, invece, si tratta di consentire la notificazione e la comunicazione rapida

degli atti processuali che devono essere trasmessi alle parti di un procedimento: il regolamento

istituisce una procedura standard, che deve esaurirsi in tempi brevi, con mezzi di trasmissione

stabiliti dallo Stato richiesto.

L’accesso alla giustizia e le altre misure funzionali alla cooperazione giudiziaria civile.

L’accesso alla giustizia, già al tempo dell’ordinamento comunitario, era garantito a tutti i soggetti

domiciliati nel territorio degli Stati membri, a condizioni di parità con i cittadini di tali Stati,

seppure in modo settoriale:

per la materia civile e commerciale era infatti intervenuta la Convenzione di Bruxelles

 del 1968;

per la materia matrimoniale aveva provveduto il regolamento 2201/2003.

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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto dell'Unione Europea sulla parte speciale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia , le materie funzionali al conseguimento di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e le competenze attribuite all’Unione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Di Federico Giacomo.

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