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1) le istituzioni politiche della Comunità manifestano solennemente la loro adesione ai diritti

fondamentali e la volontà di rispettarli. Dichiarazione comune sul rispetto dei diritti

fondamentali del 1977 (atto privo di valore giuridico).

2) La Corte di Giustizia recupera in via giurisprudenziale una forma comunitaria di tutela dei

diritti fondamentali che si basa su due postulati: a) il rifiuto di ammettere che la validità di

un atto di un'istituzione possa essere vagliata alla luce di norme nazionali, benchè di rango

costituzionale; b) la Corte riconduce la tutela dei diritti fondamentali ai principi generali del

diritto che le istituzioni comunitarie devono rispettare e la cui osservanza è sottoposta al

controllo della Corte. L'inclusione tra i principi generali del diritto di quelli attinenti alla

protezione dei diritti fondamentali viene menzionata nella sentenza Nold del 1974.

Secondo l'impostazione della Corte:

a) i diritti fondamentali vanno tutelati nell'ordinamento comunitario in quanto rientranti nei

principi generali del diritto;

b) al fine di definire il contenuto di tali diritti e la portata della tutela che deve essere accordata

ad essi, la Corte utilizza, quale fonti di ispirazione i) le tradizioni costituzionali comuni agli

Stati membri e ii) i trattati internazionali in materia di tutela dei diritti dell'uomo.

In quanto mere fonti di ispirazione, le tradizioni costituzionali comuni e i trattati internazionali non

hanno valore normativo immediato nell'ordinamento comunitario e pertanto non vincolano

direttamente la Corte. Ciò vale anche per la Convenzione europea di salvaguardia dei diritti

dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma 1950). Benchè la Corte l'abbia eletta per il proprio

controllo sul rispetto dei diritti fondamentali e nonostante che la Corte si sia spinta fino ad includere

nelle proprie sentenze più recenti ampi e precisi riferimenti alla giurisprudenza della Corte europea

dei diritti dell'uomo, la Convenzione non è in quanto tale vincolante per la Comunità, non essendo

la Comunità stessa parte contraente.

Questa soluzione elaborata dalla giurisprudenza comunitaria è stata codificata nell' art. 6 TUE pre

Lisbona: i diritti fondamentali sono garantiti come risultano dalla CEDU e dalle tradizioni

costituzionali comuni agli Stati membri.

Sentenza Hauer, 13 settembre 1979.

Il primo esempio in cui la Corte si riferisce espressamente alla CEDU per verificare se un atto delle istituzioni sia

contrario ad un diritto fondamentale. Un regolamento impedisce alla signora Hauer di piantare vigneti in Germania,

violando il suo diritto di proprietà.

Alla Corte spetta il compito di individuare quali diritti siano da considerare fondamentali alla luce

delle tradizioni costituzionali comuni e dei trattati internazionali, ma anche di delineare il contenuto

e la portata dei diritti così individuati. Elevato grado di flessibilità è attribuito agli interventi della

Corte in materia di diritti umani. Il sistema è poco trasparente.

Per ovviare a questo difetto a Colonia nel 1999 si promuove l'elaborazione di una Carta dei diritti

fondamentali dell'Unione europea che sancisca l'importanza capitale e la portata di tali diritti.

Una Convenzione di 15 rappresentanti dei Capi di Stato e di Governo, di un rappresentante della

Commissione e da 16 componenti del Parlamento e da 30 membri dei Parlamenti nazionali ha

redatto il testo. La Carta sarà proclamata in occasione del Consiglio europeo di Nizza il 7 dicembre

2000. Quando la Carta nasce è priva di valore di autonoma fonte del diritto, è solo strumento

interpretativo privilegiato.

Trattato di Lisbona

Ha emendato la Carta di Nizza, proclamandola nuovamente nel 2007. La Carta ha carattere

documentale: riassume in un unico documento l'elenco e la descrizione dei diritti fondamentali

ricavabili dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali, dalle carte sociali adottate dal Consiglio d'Europa e dall'Unione, dalla giurisprudenza

della CdG e della Corte europea dei diritti dell'uomo e già facenti parte dei principi generali del

diritto comunitario.

La Carta rielabora anche con notevole libertà le disposizioni della CEDU.

Art. 53 clausola di compatibilità = la Carta non impedisce l'applicazione della CEDU o degli altrir

strumenti di cui la Comunità fa parte, quando questi prevedono una tutela più ampia di quella

garantita dalla Carta.

Art. 52 clausola di equivalenza = la Carta deve essere applicata in modo che il livello di protezione

assicurato dalla Carta ai diritti tutelati anche dalla CEDU sia almeno equivalente a quello garantito

da quest'ultimo strumento. Resta salva la possibilità che il diritto dell'Unione preveda un livello di

tutela addirittura superiore o che la Carta protegga diritti non coperti affatto dalla CEDU.

NUOVO art. 6 TUE = richiama la Carta e non la riproduce. La Carta ha lo stesso valore giuridico

dei trattati e le sue norme hanno lo stesso carattere cogente delle norme dei trattati. È dubbio che

l'eventuale violazione del contenuto della Carta da parte di uno Stato membro possa dare vita ad un

procedimento di infrazione. Le norme della Carta non estendono le competenze dell'Unione definite

nei trattati. Gli Stati membri sono vincolati dalla Carta solo quando applicano il diritto dell'Unione.

La Carta si interpreta in conformità del Titolo VII della Carta che disciplina la sua interpretazione e

applicazione.

Protocollo n. 30 = limitazione degli effetti della Carta nei confronti di Polonia e UK.

Problema sulla responsabilità degli Stati membri di fronte agli orgnai della CEDU

Sentenza Bosphorus VS Irlanda

Gli Stati membri i quali abbiano trasferito a un organizzazione internazionale come la CE taluni

poteri sovrani non sono sottratti, per quanto riguarda l'esercizio dei poteri sovrani oggetto del

trasferimento, all'obbligo di rispettare i diritti tutelati dalla CEDU. La Corte non intende esercitare il

proprio controllo riguardo ad ogni attività intrapresa da uno Stato in attuazione degli obblighi

derivanti dalla sua appartenenza a una tale organizzazione. In proposito la Corte distingue tra:

a) Casi in cui manca ogni discrezionalità in capo agli Stati membri e si limitano ad attuare atti

della CE. L'intervento della Corte è necessario perchè la CE tutela i diritti fondamentali in

un modo che, tanto dal punto di vista sostanziale, quanto da quello del meccanismo di

controllo, è almeno equivalente a quello della Convenzione.

b) Casi in cui sussiste un margine di discrezionalità in capo agli Stati membri .

La Corte giudica che “a State would be fully responsible under the Convention” trattandosi di “acts

falling outside its strict international legal obligations”.

La funzione dei principi generali del diritto

Hanno funzione strumentale, in quanto influiscono sull'applicazione di norme materiali derivatni da

altre fonti. Le funzioni sono 3:

1) Fungono da criteri interpretativi delle altre fonti del diritto comunitario.

Caso Carpenter = l'UK ha adottato un ordine di espulsione nei confronti di una donna Filippina

arrivata con un visto da turista, che, senza chiedere il rinnovo del visto, si è sposata con Mr

Carpenter, inglese. Lei cura i figli, lui svolge un'attività pubblicitaria a beneficio dell'UK e di altri

Stati membri. La donna svela la mancanza del rinnovo del visto, che non le viene rinnovato. Mr

Carpenter non si è mai mosso dall'UK quindi gli spettano i diritti derivanti dall'art. 56 TFUE sulla

libera prestazione di servizi per la sua attività alvorativa. Dunque egli gode anche dell'art. 8 CEDU,

rispetto della privacy e della vita familiare. Se l'UK, dice la Corte, mandasse via la signora,

verrebbe violato il giusto equilibrio tra gli interessi in gioco (interesse di mr Carpenter a condurre

una vita equilibrata e interesse dello Stato sull'immigrazione). Per concludere, quando si beneficia

anche di una libertà comunitaria, si beneficia anche dei diritti fondamentali ad essa correlati. Tale

diritto copre il soggetto e i suoi familiari.

2) Parametro di legittimità per gli atti delle istituzioni . Questi possono essere anche annullati o

dichiarati invalidi per violazione dell'uno o dell'altro dei principi innanzi indicati.

Caso Parlamento europeo c. Consiglio, 2006.

Il Parlamento impugna dinnanzi alla CdG una direttiva del Consiglio sul ricongiungimento

familiare di stranieri non appartenenti all'UE. Il Parlamento lo impugna poiché ritiene che non tuteli

sufficientemente i figli minori. La Corte dice che la direttiva non è invalida poiché il margine di

discrezionalità lasciato agli Stati membri non è uno spazio libero, ma deve essere esercitato avendo

come riferimento l'interesse superiore del minore. Quindi i diritti fondamentali sono parametri di

legittimità del diritto derivato e il comportamento degli Stati membri è vincolato alla direttiva.

3) Parametro di legittimi per alcuni comportamenti degli Stati membri . Quando il

comportamento o l'atto in causa è stato adottato dallo Stato membro in attuazione di una

norma del Trattato o di un atto delle istituzioni che ne autorizzi o ne richieda l'adozione.

Commissione c. Germania, 9 marzo 2010.

Il diritto interno è vincolato dal rispetto dei diritti fondamentali. Caso di tutela del diritto alla

privacy. Dovere di istituire autorità indipendenti di controllo. Cosa si intende per piena

indipendenza? Sia dai privati che dalle pubbliche istituzioni. La Commissione rimprovera la

Germania di non aver dato giusta esecuzione a tale direttiva. La Germania addice come

giustificazione il principio generale di democrazia. La Corte accoglie tale argomento, ma poi dice

che nel caso di specie il principio sarebbe rispettato comunque se lo Stato avesse attuato la direttiva.

Caso Omega, 2004.

Su come i diritti possono essere invocati anche al di fuori dell'applicazione del diritto UE, sul

diritto/principio del rispetto della vita dell'uomo.

Perchè ad uno Stato membro possa essere contestata la violazione di un principio generale è

necessario che sussista una collegamento tra il comportamento dello Stato membro e il diritto

comunitario. I comportamenti degli Stati membri confliggenti con i diritti dell'uomo possono essere

oggetto anche dellaa procedura di controllo e sanzione prevista dall'art. 7 TUE, in caso di violazione

grave e persistente o rischio di violazione grave dei principi di cui all'art. 6 TUE.

Il diritto internazionale generale

Art. 47 TUE = L'Unione costituisce un soggetto di diritto internazionale autonomo e ha personalità

giuridica.

Essa gode delle prerogative delle persone giuridiche internazionali ed è dunque interessata da tutte

le norme internazionali che la riguardano. Non è detto però che il diritto internazionale

consuetudinario debba essere applicato all'interno dell'UE nei rapporti tra gli Stati membri.

Le norme di diritto internazionale generale applicabili all'Unione fanno parte dell'ordinamento

giuridico comunitario, esse svolgono una funzione analoga a quella dei principi generali del diritto.

Il diritto internazionale generale ha due funzioni:

• venire utilizzato per l'interpretazione delle norme comunitarie, comprese quelle dei Trattati;

• costituire un parametro per verificare la legittimità degli atti di diritto derivato.

Le norme di d.i.g. Possono essere invocate dai soggetti degli ordinamenti interni e debbono essere

utilizzate dai giudici degli Stati membri quando si trovano a giudicare su controversie che

coinvolgono norme comunitarie..

Es. Sentenza 4 dicembre 1974, Van Duyn.

Controversia interna all'UK. Una signora olandese si trasferisce in UK e si iscrive a Scientology; l'UK le rifiuta il

permesso di ingresso e soggiorno per una sua politica repressiva contro tale tipo di religione (scientology), quindi per

ragioni di ordine pubblico. Veniva opposto che l'appartenenza alla Chiesa di Scientologia non era vietata per i cittadini

britannici e che pertanto il divieto di ingresso nei confronti della signora olandese aveva carattere discriminatorio. La

Corte respinge l'obiezione e da ragione all'UK.

Il diritto internazionale è usato per preservare la libertà dello Stato. Il d.i. può essere usato sia come parametro

interpretativo, sia di legittimità.

Es. Sentenza Racke.

Qui la Corte utilizza una norma di diritto internazionale generale come parametro di legittimità.

Accordi internazionali

Gli accordi internazionali con Stati terzi che vengono in rilievo rispetto all'ordinamento comunitario

sono di tre tipi:

1) Accordi internazionali conclusi dagli Stati membri, art. 351 TFUE.

Non fanno parte dell'ordinamento comunitario, ma assumono rilevanza nella misura in cui un

accordo del genere può essere invocato dallo Stato membro contraente come causa di

giustificazione per il mancato rispetto di obblighi comunitari. L'art. 351 contiene una clausola di

compatibilità: i trattati non pregiudicano gli accordi stipulati dagli Stati membri con Stati terzi

prima dell'entrata in vigore dei trattati stessi. Gli Stati membri devono però applicare tutte le misure

necessarie per evitare incompatibilità. Se la convenzione non impone obblighi, ma facoltà,

dev'essere rispettato il diritto dell'UE.

Sentenza 15 gennaio 2002, Gottardo vs INPS.

Una cittadina italiana si trasferisce in Francia, si sposa dovendo perdere la cittadinanza italiana. Ella ha lavorato in

Francia, Italia e Svizzera e quindi chiede una pensione all'INPS. La Corte dice che la signora non ha trascorso in Italia

anni sufficienti a far sorgere il diritto alla pensione. Qui entra in gioco la Convenzione italo-svizzera del 1962 che

prevede la totalizzazione (somma dei periodi in Italia e in Svizzera per raggiungere il diritto). La Gottardo chiede la

totalizzazione, l'INPS non gliela concede perchè non è cittadina italiana. La signora invoca la violazione della non

discriminazione in base alla nazionalità e la Corte le dà ragione.

L'art. 351 permette di derogare al diritto derivato e al diritto primario, però non ai fondamenti

costituzionali dell'UE (art. 2 e 6 TUE).

Accordi conclusi dagli Stati membri in un settore di competenza comunitaria esclusiva =

Nei settori di competenza esclusiva dell'Unione la clausola di compatibilità dell'art. 351 potrà

riguardare soltanto gli accordi, la cui conclusione sia stata previamente autorizzata dalla

Commissione.

Accordi conclusi dagli Stati membri predigenti = ovvero conclusi anteriormente al TCE e aventi ad

oggetto materie comprese nella competenza esclusiva dell'Unione. È stata configurata una sorta di

successione dell'Unione nei diritti e negli obblighi che gli Stati membri contraenti traevano dagli

accordi in questione. L'Unione non è tenuta a consentire agli Stati membri contraenti di continuare a

rispettare l'accordo, ma è essa stessa tenuta a rispettarlo nell'esercizio della propria competenza.

Un caso di successione si è verificato rispetto al GATT (General Agreement on Trade and Tariff)

concluso il 3 ottobre 1947 e avente per oggetto materie pienamente rientranti nella politica

commerciale comune.

Sentenza 12 dicembre 1972, International Fruit.

La Corte di giustizia è chiamata a pronunciarsi sulla validità di alcuni regolamenti della Commissione contestati in

quanto incompatibili con talune disposizioni del GATT. Secondo la Corte “in tutti i casi in cui, in forza del TCE, la

Comunità ha assunto dei poteri, già spettanti agli Stati membri, nell'ambito di applicazione del GATT, le disposizioni di

questo sono vincolanti per la Comunità stessa”. La necessità di configurare una successione del genere di quella

descritta è stata superata dalla rinegoziazione del GATT nell'ambito dell'Accordo istitutivo dell'Organizzazione

Mondiale del Commercio (OMC), concluso a Marrakech nel 1994, rispetto al quale l'Unione è essa stessa parte

contraente.

Sentenza 3 giugno 2008, Intertanko.

La Corte ha negato che si fosse prodotto un fenomeno di successione a carico della Comunità per quanto riguarda la

Convenzione internazionale per la prevenzione dell'inquinamento causato da navi (MARPOL) firmata a Londra il 2

novembre 1973.

La clausola di compatibilità dell'art.351 TFUE consente allo Stato membro interessato di sottrarsi

agli obblighi derivanti dai Trattati soltanto nella misura strettamente necessaria per permettergli di

rispettare gli obblighi assunti nei confronti dello Stato terzo. Uno Stato membro non potrebbe

invocare un accordo con uno Stato terzo per giustificare comportamenti che non sono imposti

dall'accordo stesso.

2) Accordi internazionali conclusi dall'Unione con Stati terzi o con altre organizzazioni

internazionali, art. 216 TFUE.

L'Unione può concludere un accordo con uno o più Stati terzi o organizzazioni internazionali

qualora i trattati lo prevedano o qualora la conclusione di un accordo sia necessaria per realizzare,

nell'ambito delle politiche dell'Unione, uno degli obiettivi fissati dai trattati, o sia prevista in un atto

giuridico vincolante dell'Unione, oppure possa incidere su norme comuni o alterarne la portata. Gli

accordi conclusi dall'Unione vincolano le istituzioni dell'Unione e gli Stati membri. Ci sono due

condizioni perchè l'art. 216 funzioni: il giudice deve poter conoscere l'accordo (giudiziabilità) e

l'accordo dev'essere idoneo a conferire diritti individuali.

Tuttavia la competenza esterna dell'Unione non ha portata illimitata, essa soggiace al principio della

competenza d'attribuzione.Inoltre la soggettività di diritto internazionale dell'Unione coesiste con

quella degli Stati membri.

3) Accordi internazionali conclusi dall'Unione e dagli Stati membri (accordi misti).

Inizialmente la pratica degli accordi misti era imposta dal rifiuto di taluni Stati terzi di riconoscere

la competenza dell'Unione. Successivamente l'accordo misto si è rivelato utile di fronte ad ipotesi di

accordi riguardanti anche materie che non rientravano affatto nella competenza comunitaria ovvero

materie sottoposte alla competenza concorrente di Unione e Stati membri. Non c'è competenza

esclusiva.

In generale gli accordi internazionali fungono da parametro di legittimità degli atti delle istituzioni.

Esistono invece accordi che non possono essere utilizzati a questo fine (es. Accordo istitutivo

dell'Organizzazione mondiale del commercio, OMC).

Sentenza 1 marzo 2005, Van Parys.

Lunga controversia tra UE e alcuni paesi produttori di banane, la Corte ha ritenuto di non potere essere chiamata a

sindacare la legittimità di alcuni regolamenti comunitari alla luce dell'accordo GATT e della richiamata decisione DSB.

La scadenza del termine concesso all'Unione per conformarsi alla decisione del DSB e all'intesa raggiunta dalle parti in

proposito non implica che l'Unione abbia esaurito le possibilità prospettate dall'intesa di comporre la controversia che la

vede parte. Ciò considerato, imporre al giudice comunitario, per il solo fatto della scadenza del termine, di controllare la

legittimità delle misure comunitarie in questione alla luce delle norme dell'OMC potrebbe avere l'effetto di indebolire la

posizione dell'Unione nella ricerca di una soluzione reciprocamente accettabile della controversia e conforme con le

dette regole.

Sentenza 14 dicembre 2005, FIAMM

Il Tribunale si pronuncia su un ricorso per danni proposto dalle imprese vittime delle contromisure legittimamente

adottate dagli USA come reazione alla mancata esecuzione della decisione del DSB cit. da parte dell'UE. Il Tribunale,

conformandosi alla giurisprudenza della Corte, nega che, nonostante l'intervenuta decisione del DSB, le ricorrenti

possano utilmente sostenere, ai fini della loro domanda di risarcimento, che il comportamento contestato al Consiglio e

alla Commissione sia contrario alle norme dell'OMC. Secondo il Tribunale, dal momento che l'illiceità del

comportamento contestato alle istituzioni convenute non può essere dimostrata, una delle tre condizioni cumulative che

fanno sorgere la responsabilità extracontrattuale dell'Unione per comportamento illecito dei suoi organi non è

soddisfatta.

Gli atti delle istituzioni, art. 288 TFUE.

Per esercitare le competenze dell'Unione, le istituzioni adottano regolamenti, direttive, decisioni,

raccomandazioni e pareri.

Si dividono in atti tipici (i più importanti) e atti atipici (es. atti amministrativi della Commissione,

bilancio dell'Unione, accordi interistituzionali).

Accanto agli atti atipici vanno annoverati alcuni tipi di atti affermatisi soltanto in via di prassi,

soprattutto nel settore della disciplina della concorrenza e degli aiuti di Stato alle imprese. In

entrambi questi settori la Commissione gode di poteri diretti di controllo e di sanzione, ma anche di

un ampio margine di discrezionalità. Per orientare i comportamenti dei destinatari di tali poteri, la

Commissione pubblica periodicamente delle comunicazioni per rendere noto il modo in cui intende

applicare le norme dei Trattati con riferimento a determinate categorie di fattispecie. Le

comunicazioni sono considerate dalla giurisprudenza come atti attraverso cui la Commissione

definisce i limiti del proprio potere discrezionale. Ne consegue che la Commissione non può

discostarsene nella valutazione dei casi concreti. Quindi le comunicazioni hanno un effetto

autovincolante per la Commissione.

Sentenza 26 marzo 1993, CIRFS.

La Corte conosce di un ricorso d'annullamento proposto contro una decisione con cui la Commissione aveva stabilito

che un aiuto erogato dal Governo francese ad un'impresa per la creazione di un'unità di produzione di fibre sintetiche

destinate ad uso industriale non era soggetto all'obbligo di notifica preventiva. La ricorrente sostiene che la decisione

viola la disciplina sugli aiuti nel settore delle fibre sintetiche contenuta in una lettera inviata dalla Commissione agli

Stati membri nel 1977 e da questi accettata. La disciplina prevede l'obbligo di notifica per tutti gli aiuti del genere,

senza esentare gli aiuti destinati a fabbricanti di fibre ad uso industriale. La Corte annulla la decisione impugnata,

affermando che un atto di portata generale non può essere modificato implicitamente da un decisione individuale.

Una mera prassi che non si sia tradotta in comunicazioni della Commissione, può essere invece

variata nel tempo dalla Commissione senza che le imprese interessate possano vantare un legittimo

affidamento circa il mantenimento della prassi anteriore.

• Atti tipici = regolamento, direttive, decisioni, raccomandazioni e pareri. Solo i primi tre sono

atti vincolanti, raccomandazioni e pareri sono atti non vincolanti. Tra gli atti vincolanti è

possibile distinguere gli atti normativi (regolamenti e direttive) dagli atti amministrativi

(decisioni).

I regolamenti

Art. 288 TFUE = “Il regolamento ha portata generale. Esso è obbligatorio in tutti i suoi elementi e

direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri”.

Caratteristiche:

1) Portata generale = indica che il regolamento ha natura normativa. Esso pone regole di

comportamento rivolte alla generalità dei soggetti. Il regolamento non si indirizza a nessuno.

Può accadere che un regolamento definisca i requisiti di fatto o di diritto richiesti per la sua

applicazione in maniera che soltanto un numero relativamente ristretto di persone li soddisfi.

Può anche darsi che il campo di applicazione sia talmente esiguo che si possa individuare a

priori coloro ai quali il regolamento, una volta entrato in vigore, si applicherà. Tuttavia il

regolamento resta di portata generale.

2) Obbligatorietà integrale = il regolamento dev'essere rispettato in tutti i suoi elementi, nella

sua interezza. Gli Stati membri non possono lasciare inapplicate talune disposizioni del

regolamento, limitarne il campo d'applicazione dal punto di vista temporale, territoriale o

personale, subordinarle a condizioni d'applicazione non previste ovvero introdurre facoltà di

deroga non contemplate dal regolamento stesso.

3) Diretta applicabilità = diretta applicabilità in ciascuno degli Stati membri. Tale caratteristica

presenta due profili distinti ma complementari. La diretta applicabilità riguarda

l'adattamento degli ordinamenti interni degli Stati membri, che avviene direttamente, cioè

immediatamente e automaticamente, senza che sia necessario e nemmeno consentito agli

Stati membri subordinare l'applicazione del regolamento ad un specifico atto interno di

adattamento o di attuazione. Nello stesso momento in cui entrano in vigore nell'ordinamento

comunitario, i regolamenti sono applicabili anche all'interno di ciascuno Stato membro. La

diretta applicabilità non esclude però che gli Stati membri siano chiamati ad adottare

provvedimenti nazionali integrativi. Talvolta è il regolamento stesso che richiede agli Stati

membri l'adozione di misure di questo tipo.

L'applicabilità diretta dei regolamenti implica la loro capacità di produrre effetti diretti all'interno

degli ordinamenti degli Stati membri (c.d. efficacia diretta). Il regolamento, alla stessa stregua di

qualsiasi fonte normativa di diritto interno, è atto ad attribuire ai singoli dei diritti che i giudici

nazionali devono tutelare.

Requisiti formali = Il regolamento dev'essere motivato e fare riferimento alle proposte e ai pareri

previsti obbligatoriamente. Il regolamento è firmato dal Presidente del Parlamento e dal Presidente

del Consiglio, se adottato congiuntamente dalle due istituzioni. È pubblicato nella Gazzetta

Ufficiale dell'UE ed entra in vigore venti giorni dopo la pubblicazione, salvo che sia dsposto

diversamente.

Le direttive

Art. 288 TFUE = “La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato

da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai

mezzi”.

La direttiva ha portata individuale, ha infatti dei destinatari definiti in ciascuna direttiva, che

possono consistere in uno o più Stati membri. La normativa che ne deriva, tuttavia è ha portata

generale e lascia spazio a una certa specificità degli ordinamenti interni (c.d. Normativa di

armonizzazione). La direttiva non vincola i privati.

Le direttive rappresentano uno strumento di normazione in due fasi:

1) accentrata a livello comunitario, dove vengono fissati gli obiettivi e i principi generali;

2) decentrata a livello nazionale, dove ciascuno Stato membro attua, attraverso strumenti

normativi completi e dettagliati, gli obiettivi e i principi generali fissati dalla direttiva.

Come il regolamento, anche la direttiva ha obbligatorietà integrale. Tuttavia, a differenza del

regolamento, la direttiva si limita ad imporre agli Stati membri un risultato da raggiungere,

lasciandoli liberi di scegliere le misure di adattamento necessarie per realizzare il risultato

prescritto. Si può dire che la direttiva comporta un obbligo di risultato, invece il regolamento un

obbligo di mezzi. La direttiva impone agli Stati di attuarla, scegliendo i mezzi e le forme

appropriate.

La direttiva non gode della diretta applicabilità soprattutto per quanto riguarda la non necessità di

misure di adattamento. La direttiva riceve attuazione da parte degli Stati membri attraverso apposite

misure. Gli Stati membri sono tenuti ad adattare l'ordinamento interno in modo da assicurare che il

risultato voluto dalla direttiva sia raggiunto. Dunque la direttiva è uno strumento che risponde ad

una visione internazionalistica dei rapporti tra ordinamenti. Quanto alla capacità della direttiva di

produrre effetti diretti negli ordinamenti interni anche in mancanza di misure d'attuazione da parte

degli Stati membri (c.d. Efficacia diretta) certamente la direttiva non gode di efficacia diretta nella

stessa misura in cui ne godono i regolamenti.

L'obbligo di attuazione di una direttiva è assoluto per ciascuno Stato membro al quale la direttiva è

rivolta. L'unica ipotesi in cui è possibile omettere si ha quando lo Stato membro è in grado di

dimostrare che il proprio ordinamento interno è già perfettamente conforme alla direttiva.

L'obbligo va adempiuto entro il termine di attuazione imperativo e perentorio fissato dalla direttiva

stessa. Tale termine varia a seconda dell'importanza della materia oggetto della direttiva e delle

difficoltà che si possono incontrare.

Lo Stato deve garantire strumenti di trasparizione efficaci. I privati devono poter conoscere i diritti.

L'obbligo di attuazione sorge nel momento in cui la direttiva entra in vigore. Lo Stato membro può

attuare la direttiva anche prima della scadenza.

Obbligo di stand-still = o di non aggravamento. Lo Stato membro non può adottare provvedimenti

in contrasto con la direttiva o comunque tali da compromettere gravemente la realizzazione del

risultato che la direttiva prescrive.

Sentenza 18 dicembre 1997, Inter-Environment Wallonie.

La questione pregiudiziale posta dal Conseil d'Etat belga riguarda la legittimità di una disposizione della Regione

vallone che, in pendenza del termine per attuare una direttiva relativa ai rifiuti, aveva adottato un provvedimento

giudicato dal giudice del rinvio come contrastante con la direttiva stessa. La Corte distingue il caso di disposizioni

difformi rispetto alla direttiva e che si presentino come trasposizione definitiva e completa della direttiva dal caso in cui

lo Stato membro abbia adottato disposizioni provvisorie o abbia scelto di attuare la direttiva in varie fasi. Nel primo

caso, lo Stato membro violerebbe gli artt. 10 (obbligo di leale collaborazione) e 288 ancor prima della scadenza del

termine d'attuazione, qualora appaia che le disposizioni adottate non possano essere modificate in tempo utile e che

pertanto il risultato prescritto dalla direttiva non sarà realizzato entrò i termini stabiliti. Nel secondo caso, invece,

nessuna violazione degli articoli citati potrebbe essere contestata allo Stato membro prima della scadenza del termine,

posto che la difformità di disposizioni transitorie del diritto nazionale con detta direttiva o l'omessa trasposizione di

alcune disposizioni di quest'ultima non comprometterebbe necessariamente il risultato da essa prescritto.

Gli Stati membri sono competenti riguardo alla scelta delle forme e dei mezzi di attuazione. La

scelta non è del tutto libera. È infatti necessario che gli strumenti scelti dal legislatore nazionale

siano idonei a produrre la modificazione degli ordinamenti interni voluta dalla direttiva. Nella scelta

della forma e dei mezzi si deve quindi tener conto della gerarchia delle fonti di diritto interno.

Requisiti formali = Le direttive adottate congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio e adottate

dal solo Consiglio o dalla Commissione e rivolte a tutti gli Stati membri sono pubblicate nella

Gazzetta Ufficiale dell'UE ed entrano in vigore dopo venti giorni dalla pubblicazione. Le altre

direttive sono notificate ai loro destinatari ed hanno efficacia in virtù della notificazione.

Le decisioni

Art. 288 TFUE = “La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi. Se designa i destinatari è

obbligatoria soltanto nei confronti di questi”.

Caratteristiche:

1) Obbligatorietà integrale = la decisione, come il regolamento, è obbligatoria in tutti i suoi

elementi e deve quindi essere rispettata nella sua interezza.

2) Non ha portata generale = come la direttiva, vincola solo i destinatari da essa designati. Se

non vincola i destinatari designati allora si tratterà di una decisione generale.

A differenza della direttiva però la decisione può essere rivolta non solo a Stati membri, ma anche

ad altri soggetti, compresi i singoli. (Art. 107 TFUE ss.).

• Decisioni rivolte agli Stati membri = simili alle direttive, qualora impongano un obbligo di

facere. In questo caso, l'attuazione è disciplinata in maniera analoga a quanto si è visto per le

direttive. Tuttavia l'obbligo di facere imposto dalle decisioni è molto più specifico

dell'obbligo di attuare una direttiva e lascia quindi allo Stato membro un margine di

discrezionalità molto più ristretto. In caso invece di decisione che impongono un obbligo di

non facere, lo Stato membro destinatario è tenuto ad astenersi dall'attività vietata.

• Decisioni rivolte ai singoli = decisioni che la Commissione adotta nell'ambito della

disciplina della concorrenza, che possono prevedere anche la comminazione di sanzioni

pecuniarie a carico delle imprese. In quest'ultimo caso, le decisioni costituiscono titolo

esecutivo ai sensi dell'art. 299 TFUE.

Requisiti formali = Uguali a quelli previsti dall'art. 297 TFUE per le direttive diverse da quelle

rivolte a tutti gli Stati membri: le decisioni sono notificate ai loro destinatari ed hanno efficacia in

virtù della notificazione.

Gli atti delle istituzioni nel Trattato di Lisbona

Il Trattato di Lisbona ha introdotto l'importante differenziazione tra atti legislativi e atti non

legislativi basata sulla procedura d'adozione.

Art. 289 TFUE = soltanto gli atti giuridici adottati mediante procedura legislativa sono atti

legislativi. A contrario gli atti adottati con procedura non qualificata saranno atti non legilativi.

Si potranno avere regolamenti, direttive e decisioni legislativi o non legislativi a seconda della

procedura decisionale mediante la quale ciascun atto è stato adottato.

Per sapere se un atto è legislativo o meno ci si potrà servire di un criterio istituzionale. La

procedura legislativa ordinaria e quelle legislative speciali prevedono l'adozione di atti da parte del

Parlamento europeo e del Consiglio congiuntamente ovvero da parte dell'una o dell'altra istituzione.

Di conseguenza gli atti della Commissione e del Consiglio europeo non saranno mai per definizione

legislativi.(Art. 15 TUE).

Per quanto riguarda gli atti del Parlamento europeo e del Consiglio, invece, il criterio è dato dalla

base giuridica che, stabilendo se si debba seguire una procedura legislativa o non qualificata com

tale, determina la natura legislativa o meno degli atti adottati.

Un ulteriore criterio per stabilire la natura di un atto, è quello di accertare se l'adozione dell'atto è

prevista direttamente dai trattati oppure da un altro atto delle istituzioni. Non sono legislativi gli atti

giuridici di secondo grado.

Il fatto che un atto giuridico sia o meno legislativo comporta alcune conseguenze:

• I lavori del Consiglio per l'adozione di un atto legislativo dovranno svolgersi in seduta

pubblica, con la necessità di dividere ciascuna sessione in due parti dedicate,

rispettivamente, alle deliberazioni su atti legislativi dell'Unione e alle attività non legislative.

(Art. 16.8 TUE).

• In merito agli atti legislativi saranno esercitati poteri di controllo dei parlamenti nazionali

circa il rispetto del principio di sussidiarietà.

• Le condizioni di ricevibilità dei ricorsi d'annullamento delle persone fisiche o giuridiche

sono più severe se l'atto impugnato ha carattere legislativo di quanto lo sono in caso di

impugnazione di atti regolamentari.

Esiste inoltre una distinzione tra atti primari e atti delegati.

Per quanto riguarda gli atti giuridici di secondo grado (gli atti adottati sulla base di un precedente

atto legislativo) il Trattato di Lisbona offre una disciplina alquanto articolata ad un fenomeno che

prima era sviluppato solo per via di prassi. Ora sono previsti due diversi tipi di atti:

1) Atti delegati art. 290 TFUE = Atti non legislativi di portata generale che integrano o

modificano determinati elementi non essenziali dell'atto legislativo. Li adotta la

Commissione in base ad un'autorizzazione contenuta in un atto legislativo di delega. Gli atti

legislativi di delega hanno il seguente contenuto: i) delimitano esplicitamente gli obiettivi, il

contenuto, la portata e la durata della delega di potere ;ii) fissano esplicitamente le

condizioni cui è soggetta la delega, che sono le modalità di controllo che Consigli e

Parlamento europeo esercitano sulla maniera in cui la Commissione dà attuazione alla

delega ricevuta.

2) Atti d'esecuzione art. 291 TFUE = Atti adottati dalla Commissione o eccezionalmente dal

Consiglio, per dare esecuzione ad atti giuridici vincolanti dell'Unione. Il titolo di tali atti

dovrà includere la dizione di esecuzione. Il par. 3 si occupa del controllo da parte degli Stati

membri sull'operato della Commissione, prevedendo che le regole e i principi generali

relativi alle modalità di tale controllo saranno stabiliti dal Parlamento europeo e dal

Consiglio, deliberando mediante regolamenti secondo la procedura legislativa ordinaria.

Il nuovo regime degli atti giuridici dell'Unione è semplificato rispetto alla vecchia situazione

pre-Lisbona, per effetto dell'abolizione della struttura basata su pilastri distinti, ciascuno dotato di

una tipologia di atti diversi. La tipologia di atti che era prevista dall'art.34 exTUE è stata soppressa.

È sparita la tormentata categoria delle decisioni quadro, mentre anche nei settori della cooperazione

di polizia e giudiziaria in materia penale le istituzioni possono adottare regolamenti e direttive.

Per il settore della PESC il Trattato di Lisbona ha mantenuto un regime distinto anche per quanto

riguarda gli atti giuridici. L'art. 25 TUE dice che gli atti giuridici attraverso i quali l'Unione

condurrà la PESC sono di due tipi: 1) gli orientamenti generali e 2) le decisioni. Le decisioni

possono assumere vari contenuti: possono definire i) le azioni che l'Unione deve intraprendere; ii) le

posizioni che l'Unione deve assumere; iii) le modalità di attuazione delle decisioni di cui ai punti i)

e ii). Gli atti che possono essere adottati in ambito PESC non hanno mai carattere legislativo.

Diritto dell'UE e soggetti degli ordinamenti interni

La caratteristica propria dell'ordinamento comunitario consiste nel riconoscere come titolari di

soggettività giuridica non solo gli Stati membri, ma anche coloro ai quali tale soggettività spetta

nell'ambito degli ordinamenti interni degli Stati membri.

La capacità delle norme comunitarie di rivolgersi direttamente ai cittadini degli Stati membri

comporta che le norme comunitarie presentano due dimensioni:

1) Dimensione internazionale = di tipo internazionalistico sono i rapporti giuridici che il diritto

comunitario fa sorgere in capo agli Stati membri e all'Unione. Il contenuto di tali rapporti è

costituito da una serie di diritti e obblighi che l'Unione o lo Stato membro può far valere nei

confronti di un altro Stato membro o di un'istituzione. Lo Stato membro è espressione

comprensiva di tutte le componenti in cui si articola la propria organizzazione interna. I

rapporti sfociano, in caso di controversia, nei procedimenti giudiziari di soluzione, anch'essi

di stampo internazionalistico.

2) Dimensione interna = i rapporti giuridici interessati dal diritto comunitario che coinvolgono

soggetti di tali ordinamenti. Rapporti che vedono contrapposti un soggetto privato ad un

altro (rapporti orizzontali). Più spesso, essi sorgono tra un soggetto privato e un soggetto

pubblico (rapporti verticali).

Il diritto comunitario può intervenire su tali rapporti con intensità variabile.

• Effetto di sostituzione = casi rarissimi. Il diritto comunitario fornisce in tutto o in parte la

disciplina di tali rapporti. Es. I regolamenti, essendo direttamente applicabili, costituiscono

una fonte che assume valore normativo anche all'interno degli ordinamenti nazionali,

disciplinando un'intera materia e sostituendosi alle eventuali norme interne preesistenti.

• Effetto di opposizione = il diritto comunitario può interessare la disciplina di un rapporto

giuridico dettando principi generali o anche regole particolari che si limitano ad impedire

l'applicazione di norme interne ad esse contrarie. La disciplina del rapporto resta soggetta al

diritto interno, dal quale vengono espunte solo le norme incompatibili con il diritto

comunitario.Es. sentenza 2 febbraio 1989, Cowan.

Tanto nel caso di effetto di sostituzione che di opposizione, la norma comunitaria produce effetti

diretti, ovvero gode di efficacia diretta negli ordinamenti interni e quindi nei confronti dei soggetti

riconosciuti da tali ordinamenti.

Es. Sentenza 9 novembre 1983, San Giorgio.

L'art. 30 TFUE (ex art. 25 TCE), che vieta la riscossione di determinate tasse o importi, crea a favore del soggetto

interessato non solo il diritto di opporsi al pagamento, ma, ove il pagamento sia già avvenuto, il diritto ad ottenerne la

restituzione.

L'efficacia diretta di una norma comunitaria implica che il soggetto nei cui confronti la norma

produce effetti favorevoli può pretenderne il rispetto da parte dell'altro soggetto del rapporto

(efficacia diretta in senso sostanziale). In caso di mancato rispetta c'è l' invocabilità in giudizio:

i soggetti favoriti dalla norma comunitaria possono chiedere al giudice nazionale l'applicazione in

giudizio della norma stessa, ottenendone la corrispondente tutela giurisdizionale.

Es. Sentenza 22 giugno 1989, Fratelli Costanzo.

In violazione di una direttiva in materia di appalti di lavori pubblici, la normativa italiana continuava a prevedere

l'esclusione automatica dalle gare delle offerte che risultassero anormalmente basse. Applicando la normativa italiana, il

Comune di Milano aveva escluso l'offerta dell'impresa Costanzo. Il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia

chiede alla Corte di sapere se l'amministrazione comunale avesse il potere-dovere di disapplicare le norme interne

contrastanti con la direttiva o se tale potere-dovere spettasse solo ai giudici nazionali. La Corte risponde che “qualora

sussistano i presupposti necessari affinchè le disposizioni di una direttiva siano invocabili dai singoli dinanzi ai giudici

nazionali, tutti gli organi dell'amministrazione, compresi quelli degli enti territoriali, come i comuni, sono tenuti ad

applicare le suddette disposizioni e a disapplicare le norme del diritto nazionale non conformi”.

Soprattutto in passato la Corte distingueva tra applicabilità diretta (per i soli regolamenti) ed

efficacia diretta per tutto il resto.

In presenza di norme prive della capacità di produrre effetti diretti, la giurisprudenza ha individuato

almeno due forme di efficacia indiretta.

Efficacia indiretta = effetto residuale. La norma europea è in contrasto col diritto interno, ma non

può sorreggersi da sola. Ha due forme:

1) Riconoscere che il diritto comunitario, anche non direttamente efficace, ha un valore

interpretativo cogente rispetto alle norme interne. I giudici nazionali sono infatti soggetti ad

un obbligo di interpretazione conforme, capace di ovviare a situazioni di apparente conflitto

tra norme interne e norme comunitarie.

2) Riconoscere che la mancata attuazione di una norma non direttamente efficace fa sorgere, in

capo a coloro che sono stati danneggiati dalla mancata attuazione, il diritto di risarcimento

del danno a carico dello Stato membro responsabile.

I presupposti dell'efficacia diretta.

Caratteristiche sostanziali dell'efficacia diretta:

• Sufficiente precisione = formulazione della norma considerata alla luce del suo scopo e del

contesto in cui si inserisce, la norma deve contenere un precetto sufficientemente definito

perchè i soggetti destinatari possano comprenderne la portata e il giudice possa applicarlo

nei giudizi di propria competenza. La norma deve specificare almeno il titolare dell'obbligo,

il titolare del diritto e il contenuto del diritto-obbligo creato dalla norma stessa.

Sentenza 5 febbraio 1963, Van Gend & Loos.

La Corte si esprime a proposito della clausola di standstill in materia di dazi doganali contenuta nell' art.12 TCE. “Il

disposto dell'art.12 pone un divieto chiaro e incondizionato che si concreta in un obbligo non di fare, ma di non fare. A

questo obbligo non fa riscontro alcuna facoltà degli Stati membri di subordinare l'efficacia all'emanazione di un

provvedimento di diritto interno. Il divieto dell'art. 12 è per sua natura perfettamente atto a produrre effetti sui rapporti

giuridici intercorrenti fra gli Stati membri e i loro amminisrati”. Ne consegue che Van Gend & Loos ha diritto ad

opporsi alla richiesta avanzata dall'amministrazione doganale dei Paesi Bassi di pagare un dazio doganale superiore a

quello applicabile al momento dell'entrata in vigore del Trattato.

Sentenza 19 novembre 1991, Francovich.

Il sig. Francovich aveva proposto dinanzi al Pretore di Bassano del Grappa un'azione contro lo Stato italiano per

ottenere il pagamento dell'indennità istituita da una direttiva a vantaggio dei lavoratori, in caso di insolvenza del datore

di lavoro. Malgrado la scadenza del termine, l'Italia non aveva assunto alcuna misura per l'attuazione della direttiva.

L'inadempimento era stato persino accertato con sentenza della Corte. In forza dell'art. 234 il Pretore chiede se la

direttiva debba essere interpretata nel senso che gli interessati possono far valere il diritto all'indennità nei confronti

dello Stato, pur in mancanza di provvedimenti d'attuazione. Secondo la Corte, per rispondere a tale questione

pregiudiziale è necessario chiedersi se la direttiva contiene disposizioni sufficientemente precise sotto tre aspetti: “la

determinazione dei beneficiari della garanzia stabilita da detta disposizione, il contenuto di tale garanzia e l'identità del

soggetto tenuto alla garanzia. La Corte perviene a una soluzione negativa solo riguardo al terzo aspetto. La direttiva

lascia aperta la possibilità di mettere la garanzia a carico del bilancio dello Stato ovvero di un fondo costituito con

contributi dei datori di lavoro. Viene negato che la direttiva abbia efficacia diretta.

Sentenza 15 aprile 2008, Impact.

La Corte ha affermato la sufficiente precisione di una norma di una direttiva e l'ha negata rispetto a un'altra norma della

stessa direttiva. Legislazione irlandese che dà attuazione tardiva ad una direttiva in materia di lavoro a tempo

determinato, senza prevedere l'applicazione retroattiva della nuova disciplina a situazioni sorte nell'intervallo tra la data

di entrata in vigore di tale legislazione e la scadenza del termine di attuazione della direttiva. Nell'ordinamento irlandese

esiste un principio che esclude la portata retroattiva di una nuova legge salvo indicazione chiara ed univoca in senso

contrario. Alla Corte si chiede se tale principio debba essere superato in ossequio all'obbligo di interpretazione

conforme. La Corte risponde negativamente e dice che in assenza di una siffatta disposizione, il diritto comunitario, in

particolare l'esigenza di interpretazione conforme, non potrebbe interpretarsi, salvo costringere il giudice nazionale ad

interpretare il diritto nazionale contra legem, come un diritto che gli impone di conferire alla legge irlandese una portata

retroattiva alla data di scadenza del termine di trasposizione della direttiva.

Sentenza 30 aprile 1996, CIA Security International.

Un'impresa contestava l'applicazione nei suoi confronti di una normativa belga relativa agli impianti di sicurezza. Tale

normativa non era stata sottoposta a procedure di controllo preventivo previste da una direttiva relativamente a tutte le

nuove norme tecniche che gli Stati membri intendono introdurre. Su rinvio pregiudiziale del Tribunale di commercio di

Liegi, la Corte conclude che la direttiva deve essere interpretata nel senso che i singoli possono avvalersene dinanzi al

giudice nazionale, cui compete la disapplicazione di una regola tecnica nazionale che non sia stata notificata

conformemente alla direttiva, limitandosi a constatare che gli articoli della direttiva sono dal punto di vista sostanziale,

incondizionati e sufficientemente precisi.

• Incondizionatezza = assenza di clausole che subordino l'applicazione della norma ad

ulteriori interventi normativi da parte degli Stati membri o delle istituzioni comunitarie,

ovvero consentano agli Stati membri un certo margine di discrezionalità nell'applicazione.

Sentenza 19 gennaio 1982, Becker.

Riguarda il diritto tributario europeo. L'art. 13 di una direttiva in materia di IVA obbliga gli Stati membri ad esonerare

da tale imposta varie categorie di operazioni, tra le quali la concessione e la negoziazione di crediti. La signora Becker

invocava l'esonero per operazioni di questo tipo, compiute tra la scadenza del termine di attuazione ed il momento in cui

la direttiva era stata attuata (in ritardo) dalla Germania. Secondo l'amministrazione tedesca, l'art. 13 non sarebbe

incondizionato, perchè prevede che gli Stati membri esonerano queste operazioni alle condizioni da essi stabilite per

assicurare la corretta e semplice applicazione delle esenzioni e per prevenire ogni possibile frode, evasione ed abuso. In

assenza di tali disposizioni, la norma resterebbe condizionata e quindi priva di effetti diretti. La Corte di Giustizia ha

riconosciuto che, benchè la stessa direttiva “implichi incontestabilmente a favore degli Stati membri un margine di

discrezionalità più o meno ampio per l'attuazione di talune delle sue disposizioni, non si può negare ai singoli il diritto

di far valere quelle disposizioni che, tenuto conto del loro specifico oggetto, sono atte ad essere isolate dal contesto ed

applicate come tali”. Concentrando l'esame sull'art. 13, la Corte osserva che le condizioni che gli Stati membri

avrebbero dovuto specificare non riguardano in alcun modo la definizione del contenuto del previsto esonero. Ne deriva

che “uno Stato membro non può opporre ad un contribuente, che sia in grado di provare che la propria situazione fiscale

rientra in una delle categorie di esonero definite dalla direttiva, la mancata adozione delle disposizioni destinate ad

agevolare l'applicazione di tale esonero”. L'art. 13 può pertanto essere fatto valere da un soggetto nella situazione della

sig.ra Becker, senza che lo Stato membro interessato possa opporre la mancata attuazione della direttiva.

Direttiva “Comitato di coordinamento per la difesa della cava”.

Direttiva che impone di garantire lo smaltimento dei rifiuti senza pericolo per l'uomo e l'ambiente. Viene criticata

perchè lascia troppo margine di discrezionalità agli Stati membri.

Le norme transitorie e programmatiche non hanno mai efficacia diretta.

L'efficacia diretta ha due limiti : 1) la certezza del diritto e 2) la separazione dei poteri.

Ai fini della verifica dell'efficacia diretta, la destinatarietà formale della norma non ha alcun rilievo.

La circostanza che la norma si rivolga agli Stati membri o alle istituzioni non comporta

necessariamente che sia priva di efficacia diretta.

Sentenza 8 aprile 1976, Defrenne c. Sabena.

La signora Defrenne invocava la violazione da parte del proprio datore di lavoro del principio della parità di

retribuzione tra lavoratori di entrambi i sessi previsto, al tempo, dall'art. 141 TCE. Tale articolo stabiliva che “ciascuno

Stato membro assicura l'applicazione del principio della parità di retribuzione...”. Interrogata dalla Cour du travail di

Bruxelles sulla diretta efficacia della norma, la Corte afferma che non si può trarre argomento contro il riconoscimento

dell'efficacia diretta dalla circostanza che essa menzioni espressamente solo gli Stati membri. Secondo la Corte tale

circostanza “non esclude affatto che, al tempo stesso, vengano attribuiti dei diritti ai singoli interessati all'osservanza

degli obblighi” precisati dalla norma.

Le caratteristiche proprie di ciascuna fonte portano ad alcune differenze di approccio e a soluzioni

particolari.

• Disposizioni dei Trattati

Alcune di esse si riferiscono espressamente ai singoli. Un esempio è dato dalle norme in materia di

concorrenza (art. 101-102 TFUE), che vietano alcuni comportamenti delle imprese. Queste norme

sono direttamente efficaci, nel senso che sono opponibili direttamente alle imprese interessate.

Caso Ciff del 2003.

Quali sono gli obblighi delle imprese e quando questi obblighi entrano in conflitto?

Sentenza 13 luglio 2006, Manfredi

Alcuni assicurati per la responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli avevano proposto azione di

risarcimento nei confronti delle rispettive compagnie assicuratrici, sostenendo che i premi assicurativi erano stati fissati

ad un livello eccessivo, in quanto le compagnie stesse avrebbero dato vita ad un'intesa vietata ai sensi dell'art. 81 TCE

(oggi 101 TFUE). Su rinvio del giudice di pace di Bitonto, la Corte è chiamata a pronunciarsi sul se l'articolo citato

legittimi chiunque a far valere la nullità dell'intesa e a chiedere il risarcimento dei danni subiti. La Corte, ricordato che “

qualsiasi singolo è legittimato a far valere in giudizio la violazione dell'art. 81 par.1 e a invocare la nullità di un intesa o

di una pratica vietata da tale articolo”, ne ha tratto la conclusione che “chiunque ha il diritto di chiedere il risarcimento

del danno subìto quando esiste un nesso di causalità tra tale danno e un'intesa o pratica vietata dall'art. 81 TCE”.

Anche le norme dei Trattati formalmente rivolte agli Stati membri possono produrre effetti diretti

qualora siano dotate delle caratteristiche della sufficiente precisione e della incondizionatezza.

Questo tipo di norme producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali, quanto nei rapporti

orizzontali. È dunque possibile invocarne il disposto non solo nei confronti di un'autorità pubblica,

ma anche nei confronti di un privato. Si parla pertanto di efficacia diretta verticale e di efficacia

diretta orizzontale.

Sentenza 6 giugno 2000, Angonese.

Il sig. Angonese contestava l'esclusione da un concorso per un posto presso la Cassa di Risparmio di Bolzano, dovuta al

mancato possesso del c.d. “patentino” di bilinguismo (italiano e tedesco). Invocando le conoscenze linguistiche

acquisite in vari soggiorni, Angonese sosteneva che il requisito del patentino comportava una discriminazione nei suoi

confronti , vietata dall'art. 45 TFUE (ex 39 TCE). Il Pretore di Bolzano chiede alla Corte di Giustizia se l'art. 45 può

essere invocato nei confronti di un soggetto privato come la Cassa di Risparmio. La Corte dice che il principio di non

discriminazione enunciato dall'art. 45 è formulato in termini generali e non è rivolto in modo particolare agli Stati

membri. Aggiunge che, essendo le condizioni lavorative nei vari Stati membri disciplinate talvolta da norme legislative

o regolamentari, talvolta da contratti ed altri atti stipulati o emessi da privati, una limitazione del divieto di

discriminazione basata sulla cittadinanza agli atti della pubblica autorità rischierebbe di creare disparità nella sua

applicazione. Ne consegue che il divieto si applica anche ai privati.

• Accordi internazionali conclusi dall'Unione con Stati terzi

E' possibile che soggetti privati siano interessati a far valere la disciplina contenuta in tali accordi,

per contestazione di legittimità di comportamenti degli Stati membri o delle istituzioni. Si pensi agli

accordi che prevedono per le merci provenienti dallo Stato terzo contraente un regime di

importazione di particolare favore, ovvero estendono ai cittadini di quello Stato il principio della

libera circolazione.

La verifica della Corte per decidere sull'efficacia diretta delle disposizioni contenute in accordi

internazionali si caratterizza per una particolare attenzione rivolta al contesto.

L'analisi si svolge in due tempi: 1)dimostrare che la natura e la struttura dell'accordo permettono di

riconoscere effetti diretti alle sue disposizioni in generale; 2)provare che la specifica disposizione

invocata presenti le caratteristiche della sufficiente precisione e della incondizionatezza.

• Regolamenti

La caratteristica della diretta applicabilità implica che le disposizioni dei regolamenti siano anche

capaci di produrre effetti diretti. Il principio è attenuato nei regolamenti che richiedono

l'emanazione da parte degli Stati membri di provvedimenti di integrazione o di esecuzione. In questi

casi, in mancanza dei provvedimenti nazionali, non si può fare a meno di verificare che la

disposizione regolamentare in questione presenti i presupposti della sufficiente precisione e della

incondizionatezza.

Sentenza 11 gennaio 2001, Azienda Agricola Monte Arcosu.

La società Monte Arcosu chiedeva di essere iscritta nel registro tenuto dalla Regione Sardegna come imprenditore

agricolo, invocando a tal fine l'art. 2 par. 5 del regolamento del Consiglio del 15 luglio 1991, relativo al miglioramento

dell'efficienza delle strutture agricole, che dispone: “gli Stati membri definiscono la nozione di imprenditore a titolo

principale ai sensi del regolamento. Per le persone diverse dalle persone fisiche gli Stati membri definiscono tale

nozione alla luce dei criteri di cui al comma precedente. Gli Stati membri sono tenuti a adottare tali misure entro il

termine del 1 aprile 1985”. La Regione Sardegna non aveva adottato alcun provvedimento in proposito. Interpellata dal

Tribunale di Cagliari per sapere se la Monte Arcosu potesse pretendere l'iscrizione anche in mancanza di tali

provvedimenti, la Corte risponde negativamente. Riconoscendo che talune disposizioni dei regolamenti “possono

richiedere, per la loro applicazione, l'adozione di misure di esecuzione da parte degli Stati membri”, la Corte afferma

che “considerato il margine di valutazione di cui dispongono gli Stati membri per l'applicazione di tali disposizioni, non

si può ritenere che i privati possono far valere diritti sulla base di tali disposizioni in assenza di misure di esecuzione

adottate dagli Stati membri”.

Anche i regolamenti producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali quanto in quelli orizzontali.

• Le direttive

Anche le direttive per essere direttamente efficaci devono avere i presupposti sostanziali di

sufficiente precisione ed incondizionatezza. Le direttive non possono imporre obblighi ai singoli. Le

differenze rigurdano il momento a partire dal quale l'efficacia diretta si produce e i soggetti nei cui

confronti può essere fatta valere.

Portata temporale = la direttiva non è concepita come fonte di effetti diretti. La disciplina dei

rapporti giuridici interni rientranti nel suo oggetto non viene posta dalla direttiva stessa, ma dalle

norme di attuazione emanate da ciascuno Stato membro. Le direttive hanno, pertanto, un'efficacia

normativa interna meramente indiretta o mediata. Di effetti diretti di una direttiva si può parlare

solo dopo la scadenza del termine per l'attuazione concesso agli Stati membri. Prima la direttiva non

può produrre altri effetti se non quello di obbligare gli Stati membri ad attuarla. L'unico caso di

efficacia diretta anticipata si ha quando c'è un'attuazione completa effettuata prima della scadenza

del termine.

Portata soggettiva = la giurisprudenza che ha riconosciuto anche alle direttive non attuate le

possibilità di produrre effetti diretti, ha seguito un percorso argomentativo vario, ma coerente nel

sottolineare il nesso tra efficacia diretta e violazione dell'obbligo d'attuazione che grava sugli Stati

membri. Inizialmente, la Corte ha puntato sul carattere obbligatorio della direttiva, avvicinandola al

regolamento, ma anche sulla teoria dell'effetto utile, che porta ad interpretare le norme comunitarie

in maniera da consentire che esse esplichino i loro effetti nella maggiore misura possibile.

Es. Sentenza 4 dicembre 1974, Van Duyn.

Successivamente la Corte introduce un nuovo argomento che assimila l'efficacia diretta ad una sorta

di sanzione a carico dello Stato membro inadempiente.

Es. Sentenza 5 aprile 1979, Ratti.

Al sig. Ratti le autorità italiane contestavano la violazione delle norme interne relative all'etichettaggio delle vernici.

Ratti si difendeva affermando che tali norme erano incompatibili con una direttiva comunitaria adottata in materia, alla

quale le autorità italiane non avevano dato tempestiva attuazione, e sostenendo che le etichette dei propri prodotti erano

conformi alla citata direttiva. La Corte afferma che lo Stato membro che non ha recepito la direttiva, deve subire le

conseguenze del proprio inadempimento e non può impedire ai singoli di avvalersi dei diritti ad essi riconosciuti dalla

direttiva inattuata (principio dell'estoppel).

La direttiva ha solo efficacia diretta verticale, non orizzontale, poiché la direttiva inattuata può

essere addossata solo ad un'autorità pubblica.

Sentenza 14 luglio 1994, Faccini Dori.

La Corte si occupa dell'efficacia diretta di una direttiva per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori

dai locali commerciali. L'art. 4 della direttiva attribuisce al consumatore un diritto di recesso da esercitare entro un

determinato termine. La direttiva non era stata attuata tempestivamente dall'Italia. Si trattava perciò di stabilire se la

signora Faccini Dori, che aveva concluso un contratto rientrante nel campo d'applicazione della direttiva, potesse

esercitare il diritto di recesso nei confronti dell'altra parte, in mancanza di misure d'attuazione. Al Giudice conciliatore

di Firenze che aveva sollevato questione pregiudiziale di interpretazione, la Corte risponde negativamente: estendere la

giurisprudenza relativa all'efficacia diretta delle direttive inattuate “all'ambito dei rapporti tra singoli, significherebbe

riconoscere in capo alla Comunità il potere di emanare norme che facciano sorgere con effetto immediato obblighi a

carico di questi ultimi, mentre tale competenza le spetta solo laddove le sia attribuito il potere di adottare regolamenti.

Tuttavia, in numerose sentenze riguardanti direttive inattuate, che venivano invocate nel contesto di

cause relative a rapporti orizzontali, la Corte ha omesso di sollevare d'ufficio la questione della

mancanza di effetti diretti orizzontali.

Di fronte ad una direttiva inattuata, risulta pertanto determinante stabilire se il soggetto nei cui

confronti si intende invocare la direttiva è un soggetto pubblico o un soggetto privato.La Corte

considera che l'obbligo di attuare la direttiva incombe sugli organi dello Stato centrale e anche su

qualsiasi articolazione della struttura pubblica.

Il mero fatto che l'applicazione di una direttiva inattuata comporti effetti sfavorevoli nei confronti

dei singoli non sempre conduce a classificare la fattispecie come un'ipotesi di efficacia diretta

orizzontale.

1) Rapporti triangolari = rapporti in cui un privato invoca l'applicazione di una direttiva inattuata

nei confronti di un organo pubblico, a titolo principale, ma anche nei confronti di altri soggetti

privati, la cui posizione verrebbe compromessa dall'applicazione della direttiva (controinteressati).

Qui la Corte non sembra considerare l'effetto pregiudizievole indirettamente subito dai soggetti

privati controinteressati come circostanza preclusiva alla produzione di effetti diretti da parte della

direttiva.

Es. Sentenza Fratelli Costanzo.

La pretesa dell'impresa Costanzo che la propria offerta non venga esclusa dalla gara d'appalto, avrebbe probabilmente

comportato l'aggiudicazione dell'appalto all'impresa Costanzo stessa, con conseguente annullamento dell'aggiudicazione

già effettuata. Costanzo, Comune di Milano, Lodigiani.

2)Procedure comunitarie di controllo = procedure adottate da direttive sulle normative degli Stati

membri. Tali direttive non sono dirette ad attribuire diritti a soggetti privati o a definire la disciplina

delle loro relazioni contrattuali, ma riguardano adempimenti prescritti a carico dei soli Stati

membri. In questi casi, la direttiva inattuata non influisce sulla disciplina di rapporti interprivati, se

non indirettamente, nel senso di precludere l'applicazione di una normativa interna emanata in

violazione delle procedure di controllo. In casi del genere, la Corte ritiene che la direttiva non crea

né diritti né obblighi per i singoli e può essere applicata da giudice, senza che si possa parlare di

efficacia orizzontale.

Es. Sentenza 20 settembre 2000, Unilever.

Central Food rifiutava di pagare a Unilever una fornitura di olio d'oliva, la cui etichetta non era conforme a una

normativa italiana. Unilever invocava pertanto la direttiva per sostenere che Central Food non poteva opporre nei suoi

confronti la normativa italiana. Interrogata dal Pretore di Milano, la Corte distingue il presente caso da quelli in

relazione ai quali è stata sviluppata la differenza tra effetti verticali e orizzontali. Secondo la Corte , la violazione della

direttiva costituisce un vizio procedurale sostanziale della normativa italiana, che ne comporta l'inapplicabilità; d'altra

parte la direttiva “non definisce in alcun modo il contenuto sostanziale della norma giuridica sulla base della quale il

giudice nazionale deve risolvere la controversia dinanzi ad esso pendente”. Ne consegue che il Pretore di Milano ha il

potere di disapplicare la normativa italiana adottata in violazione della direttiva.

Es. Caso Wells.

Una signora abita vicino una cava mineraria che è stata rimessa in funzione. Violazione direttiva “V.I.A.”.

Successione di norme interne = casi di successione di norme interne, di cui la più recente, a

3)

differenza della più antica, sia incompatibile con una direttiva. In casi del genere la direttiva non

comporterebbe di per sé effetti negativi a carico di privati, dal momento che essa si limiterebbe ad

impedire l'applicazione della disposizione interna più recente; sarebbe invece lo stesso ordinamento

interno, attraverso la orma più antica tornata in vigore, che produrrebbe effetti del genere. La tesi è

stata respinta dalla Corte nella sentenza 3 maggio 2005 Berlusconi-Adelchi. La sentenza è stata resa

con riferimento a casi in cui il riconoscimento di effetti diretti avrebbe comportato un aggravamento

della responsabilità penale degli imputati. Anche se la Corte non ha mai accolto una cosa del

genere, lo potrebbe fare in un contesto che non coinvolga conseguenze di tipo penale.

Sentenza 3 maggio 2005, Berlusconi.

Alcuni processi penali in cui alcuni individui erano stati rinviati a giudizio per violazione degli artt. 2621-2622 c.c. Tali

disposizioni sanzionano penalmente alcuni comportamenti illeciti in materia societaria e il c.d. Falso in bilancio. Il

regime sanzionatorio era stato modificato nel 2002 nel senso di renderlo meno severo sotto vari aspetti. I fatti oggetto

dei processi penali erano stati commessi quando era ancora in vigore il vecchio testo degli articoli. Tuttavia, l'art. 2.2

c.p. (principio del favor rei), avrebbe imposto l'applicazione del nuovo testo degli stessi articoli, ciò che avrebbe escluso

una sentenza di condanna a carico dei soggetti rinviati a giudizio. Il Tribunale di Milano e la Corte d'appello di Lecce

sospettavano che la nuova normativa fosse in contrasto con alcune normative comunitarie in materia societaria e con

l'obbligo imposto agli Stati membri dall'art. 6 della prima di tali direttive, di prevedere sanzioni adeguate in caso di

violazione degli obblighi di pubblicità dei conti sociali. Interrogata sul se fosse possibile invocare la violazione del

citato art. 6 al fine di evitare l'applicazione del nuovo testo degli artt. 2621-2622, la Corte ha ritenuto che “far valere nel

caso di specie l'art. 6 della prima direttiva sul diritto societario al fine di far controllare la compatibilità con tale

disposizione dei nuovi artt. 2621-2622 c.c. potrebbe avere l'effetto di escludere l'applicazione del regime sanzionatorio

più mite previsto da detti articoli” e ha pertanto concluso che “in circostanze come quelle in questione nelle cause

principali, la prima direttiva sul diritto societario non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato

membro nei confronti degli imputati nell'ambito di procedimenti penali, poiché una direttiva non può avere come effetto

di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o

aggravare la responsabilità penale degli imputati”.

4)Caso Viamex del 2008 = applicazione a sfavore di un singolo di una direttiva, in combinato

disposto di un regolamento UE. Ha effetti sfavorevoli. Istituto doganale, restituzioni

all'esportazioni, sussidi degli Stati all'esportazione di determinate merci (bovini) hanno normativa

comunitaria in subordina al rispetto della direttiva 91/623(vita dei bovini durante il viaggio).

Domanda della Viamex: direttiva preclude l'accesso alle restituzioni? Diventa parametro dei

comportamenti dei singoli rispetto al richiamo del regolamento.

5) Caso Kukukdeveci = riguardo al licenziamento discriminatorio, assunzione prima dei 25 anni,

Relazione di carattere orizzontale:direttiva non è strumento applicato direttamente, ma il principio

generale. La direttiva è solo la disciplina di dettaglio (punto 27 della sentenza).

• Decisioni

Costituiscono titolo esecutivo negli ordinamenti interni. Nella sentenza Grad, la Corte, occupandosi

di una decisione del Consiglio rivolta agli Stati membri, ha riconosciuto la possibilità che tale

decisione possa essere invocata non soltanto dalle istituzioni comunitarie, ma anche “da qualsiasi

soggetto interessato al suo adempimento”. La Corte non ha però mai avuto occasione di precisare se

le decisioni inadempiute possono avere efficacia diretta anche orizzontale ovvero se anche a questi

atti si applicano le stesse limitazioni individuate a proposito delle direttive.

L'obbligo di interpretazione conforme.

È la prima forma di efficacia indiretta. Quando sono chiamati ad applicare norme interne, gli

operatori giuridici e soprattutto i giudici sono tenuti ad interpretarle in conformità con il diritto

comunitario, anche se questo non è direttamente efficace. Tale obbligo si ricollega all' obbligo di

leale cooperazione, art. 4 par. 3 TUE, di cui costituisce un'applicazione specifica. In quanto organi

dello Stato membro, i giudici devono fare il possibile perchè il risultato voluto dalla direttiva sia

raggiunto.

Differenze con l'efficacia diretta = nell'efficacia diretta il giudice disapplica la norma interna

confliggente con la norma comunitaria, nell'interpretazione conforme egli applica pur sempre la

norma interna ma interpretandola in modo aderente a quella comunitaria.

L'obbligo di interpretazione conforme è stato affermato anzitutto quando il giudice nazionale si

trova a dover interpretare e ad applicare le disposizioni che uno Stato membro ha specificamente

adottato per attuare una direttiva.

Sentenza 10 aprile 1984, von Colson.

La Corte viene invocata da una donna, esclusa dalla selezione per un posto da direttore di stabilimento penitenziario per

ragioni legate al suo sesso, a sostegno di una domanda tendente a ottenere l'assunzione negata. La Corte riconosce che

gli Stati membri hanno la possibilità di scegliere il tipo di rimedio da assicurare in casi del genere e possono optare per

l'imposizione al soggetto responsabile della discriminazione di un obbligo di risarcimento. La signora von Colson, in

alternativa ad una sentenza che condannasse il datore di lavoro all'assunzione, chiedeva il risarcimento dei danni. La

norma adottata dalla Germania per dare attuazione all'art. 6 della direttiva era stata fino ad allora interpretata dalla

giurisprudenza tedesca nel senso di limitare il risarcimento al rimborso delle spese incorse per presentare la candidatura.

Avendo riconosciuto che una tale norma non è conforme alle esigenze di efficace trasposizione della direttiva, la Corte

statuisce che “nell'applicare il diritto nazionale, in particolare la legge nazionale adottata per l'attuazione della direttiva

76/207, il giudice nazionale deve interpretare il proprio diritto nazionale alla luce della lettera e dello scopo della

direttiva”. La Corte conclude che “spetta al giudice nazionale dare alla legge adottata per l'attuazione della direttiva, in

tutti i casi in cui il diritto nazionale gli attribuisce un margine discrezionale, un'interpretazione ed un'applicazione

conformi alle esigenze del diritto comunitario”.

Successivamente, l'obbligo di interpretazione conforme è stato esteso anche a disposizioni nazionali

più antiche rispetto alla direttiva e pertanto prive di qualunque legame funzionale con la direttiva

stessa.

Sentenza 13 novembre 1990, Marleasing.

Contrasto tra due società. Direttiva che elenca le ipotesi di annullamento di un atto di scoietà per vizio, elenco tassativo.

La dottrina ricorre in via analogica alle norme del c.c. sulla nullità del contratto. Incorporata in frode alla legge per

sottrarre ai creditori determinati importi. Si rivolge ai giudici interni: nullità atto costitutivo della società. La Corte dice

che il giudice ha l'obbligo di interpretare il diritto interno per evitare nullità in casi diversi dalla direttiva (traduzione

sbagliata) “nella misura del possibile” non inserito nella traduzione.

Da ultimo, la Corte ha chiarito che l'obbligo in questione riguarda tutto il diritto nazionale, senza

alcuna distinzione.

Limiti all'obbligo

1) L'obbligo resta subordinato all'esistenza di un margine di discrezionalità che consenta

all'interprete di scegliere tra più interpretazioni possibili della norma interna. Sorge l'obbligo

di scegliere l'interpretazione maggiormente conforme al diritto comunitario. Se, invece la

norma interna è inequivocabilmente contraria alla norma comunitaria e questa è priva di

efficacia diretta, l'obbligo in esame viene meno. L'obbligo di interpretazione conforme non

può servire da fondamento ad un'interpretazione contra legem del diritto nazionale.

2) Di carattere temporale. L'obbligo non sorge prima della scadenza del termine d'attuazione

della direttiva in questione.

3) Nel riferirsi al contenuto delle direttive quando interpreta le norme di diritto interno, il

giudice deve rispettare “i principi generali che fanno parte del diritto comunitario ed in

particolare quelli della certezza del diritto e dell'irretroattività” e tenere conto che “una

direttiva non può avere l'effetto di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno

Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità

penale di coloro che agiscano in violazione delle sue disposizioni” (sentenza 8 ottobre 1987,

Kolpinghuis). La Corte nega la possibilità che le direttive inattuate possano avere l'effetto di

aggravare la responsabilità penale degli individui, ad esempio creando nuove ipotesi di reato

o estendendo il campo d'applicazione di quelle già previste dall'ordinamento interno.

Sentenze Arcaro e Kolpinghuis Nijmegen.

Riguardavano azioni penali intentate contro privati responsabili di comportamenti che si assumevano in violazione di

direttive inattuate (nel caso Arcaro, in materia di inquinamento da scarico di sostanze pericolose in ambiente idrico; nel

caso Kolpinghuis, in materia di acque minerali naturali). Siffatti comportamenti non avrebbero integrato alcuna ipotesi

di illecito penale in base al solo diritto nazionale in vigore al momento della commissione dei fatti.

Sentenza della Corte Costituzionale n°28/2010

Direttiva UE non invocabile contro l'imputato, funge da parametro costituzionale della normativa interna più mite.

La Corte ha affermato anche che l'obbligo di interpretazione conforme sussiste anche riguardo alle

decisioni quadro adottate nell'ambito del III pilastro, nonostante che l'art. 34.2 TUE(ora abrogato)

specificasse che tali atti “non hanno efficacia diretta”.

Es. Sentenza 16 giugno 2005, Pupino.

La signora Pupino era indagata dinanzi al Tribunale di Firenze per i reati di abuso di mezzi di

disciplina e lesioni personali commessi nei confronti di alcuni suoi alunni minorenni. Il pubblico

ministero aveva chiesto, nell'interesse delle vittime, che l'assunzione delle loro testimonianze

avvenisse anticipatamente rispetto al dibattimento, applicando le modalità dell'incidente probatorio

(art. 392 c.p.p.). Il giudice delle indagini preliminari, ritenendo che tale norma avesse portata

eccezionale e fosse applicabile solo ai reati specificatamente indicati, tra i quali non figurano quelli

contestati alla Pupino, interroga in via preliminare la Corte circa l'interpretazione della decisione

quadro 2001/220/GAI del Consiglio relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale.

L'art. 8 prevede: “Ove sia necessario proteggere le vittime, in particolare le più vulnerabili, dalle

conseguenze della loro deposizione in udienza pubblica, ciascuno Stato membro garantisce alla

vittima la facoltà, in base ad una decisione del giudice, di rendere testimonianza in condizioni che

consentano di conseguire tale obiettivo e che siano compatibili con i principi fondamentali del

proprio ordinamento”. Il giudice a quo si chiede se la decisione quadro gli imponga di consentire

l'assunzione anticipata della prova testimoniale in un caso come quello di specie. Secondo la Corte,

la questione pregiudiziale mira ad accertare se “l'obbligo che incombe alle autorità nazionali di

interpretare il loro diritto nazionale per quanto possibile alla luce della lettera e dello scopo delle

direttive comunitarie si applichi con gli stessi effetti e limiti qualora l'atto interessato sia una

decisione quadro presa sul fondamento del titolo VI del TUE”. La Corte dà alla questione risposta

affermativa. Essa si basa su tre argomenti:

1. La circostanza che l'art.34 par.2, riconosce alle decisioni quadro carattere vincolante negli

stessi termini delle direttive.

2. Previsione di una competenza pregiudiziale analoga a quella prevista dall'art. 234 TCE:”Tale

competenza sarebbe privata dell'aspetto essenziale del suo effetto utile se i singoli non

avessero il diritto di far valere le decisioni quadro al fine di ottenere un'interpretazione

conforme del diritto nazionale dinanzi ai giudici degli Stati membri”.

3. Esistenza di un obbligo di leale collaborazione a carico degli Stati membri anche nell'ambito

del III pilastro. Secondo la Corte “sarebbe difficile per l'Unione adempiere efficacemente

alla sua missione se il principio di leale cooperazione, che implica in particolare che gli Stati

membri adottino tutte le misure generali o particolari in grado di garantire l'esecuzione dei

loro obblighi derivanti dal diritto dell'UE, non si imponesse anche nell'ambito della

cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale, che è del resto interamente fondata

sulla cooperazione tra gli Stati membri e le istituzioni”.

Il risarcimento del danno

Un'altra forma di efficacia indiretta è il riconoscere che la norma comunitaria, anche se non

direttamente efficace, può essere fonte di un diritto al risarcimento del danno.

Secondo la Corte = “Il principio della responsabilità dello Stato per danni causati ai singoli in

violazione del diritto comunitario ad esso imputabili è inerente al sistema del Trattato”.

Qualora gli organi di uno Stato membro ledano il diritto attribuito ad un singolo da una norma

comunitaria direttamente efficace, tali organi siano tenuti al risarcimento. In questi casi il diritto al

risarcimento “costituisce un corollario necessario dell'effetto diretto riconosciuto alle norme

comunitarie la cui violazione ha dato origine al danno subito”.

Ipotesi di mancata attuazione di una direttiva priva di efficacia diretta = Il comportamento

omissivo degli organi statali impedisce il sorgere stesso del diritto, per cui il pregiudizio subito non

si rapporta alla lesione di un diritto già sorto, ma ne precede il sorgere. In casi del genere si può

parlare di efficacia indiretta della direttiva, posto che il diritto al risarcimento costituisce non già

un'integrazione o un'alternativa rispetto ad un diritto principale, ma un diritto a sé stante.

Condizioni perchè il diritto al risarcimento sorga:

1) La norma comunitaria violata deve essere diretta a conferire diritti ai singoli danneggiati, il

cui contenuto possa essere individuato in base alla norma stessa;

2) la violazione della norma deve essere sufficientemente grave e manifesta;

3) tra la violazione e il danno deve esistere un nesso di causalità diretto.

Organi che possono mettere in gioco la responsabilità per danni dello Stato membro:

• Organi legislativi di uno Stato, di autorità fiscali, di una cassa di previdenza per dentisti, di

un ente locale ma anche del potere giudiziario.

Quanto alle condizioni formali e sostanziali per l'esercizio del diritto al risarcimento, compresa la

definizione del giudice competente, queste dipendono dalle varie legislazioni nazionali.

La tutela processuale dei diritti di origine comunitaria

Le norme comunitarie possono essere invocate, di fronte ai giudici degli Stati membri, per ottenere

la tutela giurisdizionale delle posizioni create in loro favore da tali norme.

Uno dei più grandi problemi riguarda l'applicazione pratica.

La definizione degli aspetti processuali spetta all'ordinamento nazionale dello Stato membro nel cui

ambito la norma comunitaria è azionata; è per questo che si parla di autonomia processuale degli

Stati membri.

Es. Sentenza 16 dicembre 1976, Rewe.

Si trattava di un azione di restituzione di diritti corrisposti da Rewe alle dogane tedesche per controlli fito-sanitari su

una partita di mele di origine francese. Tali diritti costituivano tasse d'effetto equivalente ad un dazio doganale ed erano

pertanto vietati in forza dell'art. 30 TFUE. L'azione di restituzione era stata tuttavia proposta quando il termine previsto

dal diritto tedesco per impugnare il provvedimento di riscossione era già scaduto. La Corte statuisce che il diritto

comunitario non si oppone all'applicazione ad un azione del genere di “ragionevoli termini d'impugnazione, a pena di

decadenza” fissati dal legislatore nazionale. I conclusione la Corte ricorda che “in mancanza di una specifica disciplina

comunitaria, è l'ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro che designa il giudice competente e stabilisce

le modalità procedurali delle azioni giudiziali intese a garantire la tutela dei diritti spettanti ai singoli in forza delle

norme comunitarie aventi efficacia diretta”.

Tale principio incontra alcuni limiti cumulativi:

1) Principio di effettività = le modalità non possono essere tali da rendere praticamente

impossibile o eccessivamente difficile l'esercizio dei diritti di derivazione comunitaria. Il

principio di effettività rappresenta un minimum standard di tutela giudiziaria a prescindere

dallo Stato. E' simile al principio di tutela giurisdizionale effettiva.

2) Principio di equivalenza = le modalità definite dal diritto nazionale per l'esercizio di

posizioni di derivazione comunitaria non possono essere meno favorevoli di quelle applicate

per la protezione in via giudiziaria di posizioni analoghe, di origine puramente interna.

Sentenza 13 marzo 2007, Unibet.

Unibet lamenta che la normativa svedese in materia di scommesse le impedisce di vendere i propri servizi di

scommesse via Internet e viola pertanto il diritto ad esercitare tale attività in regime di libera prestazione di servizi.

Propone un'azione diretta ad ottenere in via principale l'accertamento dell'incompatibilità delle norme svedesi con il

diritto UE. Tale azione viene respinta in primo grado e in appello perchè l'ordinamento svedese non contempla

un'azione attraverso cui i soggetti interessati possano ottenere in via principale una sentenza come quella richiesta da

Unibet. La Corte suprema, di fronte alla quale Unibet impugna la sentenza d'appello, interroga la Corte sul se

l'indisponibilità di un'azione dichiarativa del tipo proposto da Unibet violi i richiamati principi di equivalenza ed

effettività. La Corte parte dalla constatazione che Unibet avrebbe potuto ottenere una dichiarazione di incompatibilità in

via incidentale nell'ambito di un giudizio per l'annullamento dei provvedimenti adottati contro Unibet ovvero nel quadro

di un'azione di risarcimento dei danni. La Corte risponde così: “il principio di tutela giurisdizionale effettiva dei diritti

conferiti ai singoli dal diritto comunitario deve essere interpretato nel senso che esso non richiede, nell'ordinamento

giuridico di uno Stato membro, l'esistenza di un ricorso autonomo diretto, in via principale, ad esaminare la conformità

di disposizioni nazionali dell' art.49 CE, qualora altri rimedi giurisdizionali effettivi, non meno favorevoli di quelli che

disciplinano azioni nazionali simili, consentano di valutare in via incidentale una tale conformità, cosa che spetta al

giudice nazionale verificare”.

Sentenza 9 novembre 1983, San Giorgio.

L'art. 30 TFUE (ex art. 25 TCE), che vieta la riscossione di determinate tasse o importi, crea a favore del soggetto

interessato non solo il diritto di opporsi al pagamento, ma, ove il pagamento sia già avvenuto, il diritto ad ottenerne la

restituzione.

Sentenza 14 dicembre 1995, Peterbroeck.

La Corte si è occupata delle norme nazionali che limitano il potere del giudice di sollevare d'ufficio argomenti tratti dal

diritto comunitario. La Corte ha giudicato inapplicabile ad un'azione in cui veniva in rilievo l'art. 49 TFUE, la norma

belga che impediva al giudice di esaminare d'ufficio motivi non sollevati dalle parti. Nella specie, benchè il termine

assegnato alle parti per sollevare i propri motivi fosse ragionevole, la Corte ha ritenuto che privare il giudice adito della

possibilità di esaminare d'ufficio l'argomento tratto dal diritto comunitario, quando non vi sia nessun altro giudice che

possa farlo nell'ambito di un ulteriore procedimento, non soddisfa il principio dell'effettività, rendendo praticamente

impossibile o eccessivamente difficile invocare la norma comunitaria.

Nella sentenza Rewe la Corte parte dall'idea che le norme processuali sono di natura processuale.

Per questo la Corte ha stabilito che il principio del primato non riguarda le norme processuali.

Tuttavia esistono 3 sentenze che, invece, sostengono che le norme processuali siano pari alle altre

( Caso Simmenthal, Factartame, Lucchini).

Nonostante il principio dell'autonomia processuali, esistono 2 ambiti in cui interviene il diritto

dell'Unione europea:

i. Molti strumenti di diritto sostanziale prevedono norme di diritto processuale. Es. art. 9

“Direttiva Avvocato europeo”; gli Stati membri nell'attuare la direttiva prevedono un diritto

di ricorso contro le decisioni che negano o revocano l'iscrizione agli albi. Es. Causa Caffaro,

Causa Wilson.

ii. Tutta la categoria del diritto internazionale privato e processuale dell'UE.

Il principio dell'autonomia processuale degli Stati membri e i limiti a tale principio si applicano

anche nel caso di azioni per ottenere il risarcimento del danno imputabile agli organi statali per

violazione del diritto comunitario.

Sentenza 13 giugno 2006, Traghetti del Mediterraneo (TDM).

La Corte ha negato che la disciplina italiana della responsabilità dei magistrati (L. 13 aprile 1988 n. 117, sul

risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie) risponda al richiamato principio

dell'effettività. TDM aveva proposto azione di risarcimento nei confronti di Tirrenia, sua concorrente nel campo dei

collegamenti marittimi con le isole maggiori, accusandola di aver ricevuto dallo Stato italiano aiuti pubblici vietati dagli

artt. 107-108 TFUE. L'azione veniva rigettata in primo grado, in appello e dalla Corte di cassazione. Quest'ultima aveva

ritenuto che non si trattasse di aiuti incompatibili con i citati articoli, ritenendo che tale soluzione risultava da una

costante giurisprudenza della Corte di Giustizia e rifiutando così di effettuare un rinvio pregiudiziale, nonostante

l'obbligo di rinvio previsto per i giudici di ultima istanza. Convinto che la sentenza della Corte di cassazione fosse

manifestamente contraria al diritto UE, TDM proponeva azione di risarcimento ai sensi della L. n. 117/88. Tale legge

impone condizioni estremamente restrittive per poter ottenere un risarcimento. Su rinvio del Tribunale di Genova, la

Corte ha statuito: “il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la

responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario

imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da

un'interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo

giurisdizionale. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale

responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la

sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione

.

manifesta del diritto vigente

Esistono anche dei settori speciali del principio di effettività:

• Poteri del giudice quando è confrontato a certe normative europee (es. tutela del consumatore).

• Giurisprudenza europea dà un rilievo alla situazione fattuale in cui si trova il ricorrente. Es. “Caso Santex”.

• Orientamento giurisprudenziale sul primato processuale del diritto dell'UE.

Una questione rimasta aperta è quella di stabilire se, nel caso di un diritto attribuito da una direttiva

inattuata, i termini di prescrizione o di decadenza (c.d. Di ricorso) previsti dal diritto nazionale

comincino a decorrere prima che lo Stato membro interessato abbia provveduto all'attuazione della

direttiva stessa.

Sentenza 25 luglio 1991, Emmott.

La signora Emmott, invocando una direttiva in materia di parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici e una

precedente sentenza della Corte resa a titolo pregiudiziale, si era rivolta alle competenti autorità irlandesi per ottenere

retroattivamente alcune prestazioni sociali da cui era stata esclusa in violazione della direttiva. La risposta delle autorità

era stata interlocutoria. Successivamente, la signora Emmott iniziava un'azione di judicial review ai fini del recupero di

quanto dovuto. L'azione, tuttavia, veniva iniziata dopo la scadenza del termine di decadenza previsto per questi casi dal

diritto irlandese. Interrogata dalla High Court irlandese, la Corte afferma che “finchè la direttiva non è correttamente

trasposta nel diritto nazionale, i singoli non sono posti in grado di avere piena conoscenza dei loro diritti” e che solo nel

momento della corretta trasposizione “si è creata la certezza giuridica necessaria per pretendere dai singoli che essi

facciano valere i loro diritti”. Ne discende che “fino al momento della corretta trasposizione della direttiva, lo Stato

membro inadempiente non può eccepire la tardività di un'azione giudiziaria avviata nei suoi confronti da un singolo al

fine della tutela dei diritti che ad esso riconoscono le disposizioni della direttiva e che un termine di ricorso può

cominciare a decorrere solo da tale momento”.

Tale precedente è stato successivamente smentito da numerose sentenze cha hanno collegato la soluzione della sentenza

Emmott alle circostanze tipiche di detta causa, nelle quali la decadenza dei termini arrivava a privare totalmente la

ricorrente nella causa principale della possibilità di far valere il suo diritto alla parità di trattamento.

Una soluzione analoga a quella Emmott, invece, è rappresentata dalla

Sentenza 27 febbraio 2003, Santex.

La ditta Santex partecipa ad una gara di appalto di forniture di pannolini. Nel bando c'è una clausola restrittiva sulla

capacità finanziaria dei concorrenti. La Santex non soddisfa la clausola, la quale è però in contrasto con una direttiva

UE sulle gare d'appalto (vedi caso Costanzo). Allora l'amministrazione cambia la portata della clausola, che non sarà

più d'accesso, ma di valutazione delle offerte. Poi però il vincitore dell'anno precedente protesta al TAR e la clausola

torna d'accesso. La Corte decide che il termine di ricorso è di 60 giorni, l'amministrazione dice che il vizio deriva dal

bando che non è più impugnabile. La Corte si sofferma sul comportamento dell'amministrazione e lo giudica contrario

al principio di effettività e di grave incertezza del diritto. Questa sentenza sta a mostrare che conta anche il contesto

fattuale, oltre all'assetto normativo del diritto interno. Il caso Emmott è l'antefatto del caso Santex.

Una recente manifestazione del principio del primato con riferimento ad una norma interna di tipo

processuale è la

Sentenza 18 luglio 2007, Lucchini.

Inizia tutto nel 1975. La norma interna in esame era l'art. 2909 c.c., ai sensi del quale: “l'accertamento contenuto nella

sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa”. Lucchini aveva ottenuto una

sentenza d'appello non impugnata e divenuta pertanto definitiva, con la quale era stato riconosciuto il suo diritto ad

ottenere una sovvenzione da parte del Ministero italiano dell'industria, sovvenzione che le era stata effettivamente

versata. Nel frattempo però era intervenuta una decisione della Commissione, con la quale veniva stabilito che la

sovvenzione percepita da Lucchini costituiva un aiuto di Stato vietato ai sensi dell'art.267 TFUE. La decisione, benchè

già emanata, non veniva invocata dalla difesa del Ministero né era altrimenti presa in considerazione nella sentenza

d'appello. Successivamente il Ministero adottava un provvedimento con il quale si richiedeva a Lucchini il rimborso

della sovvenzione percepita. Lucchini si opponeva, invocando la sentenza d'appello. Adita dal Consiglio di Stato, la

Corte di Giustizia ricorda che, come risulta da una giurisprudenza costante, “il giudice nazionale incaricato di applicare,

nell'ambito della propria competenza, le norma di diritto comunitario ha l'obbligo di garantire la piena efficacia di tali

norme, disapplicando all'occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione

nazionale”. Da tale principio la Corte deduce che “il diritto comunitario osta all'applicazione di una disposizione del

diritto nazionale, come l'art.2909 c.c., volta a sancire il principio dell'autorità di cosa giudicata, nei limiti in cui

l'applicazione di tale disposizione impedisce il recupero di un aiuto di Stato erogato in contrasto con il diritto

comunitario e la cui incompatibilità con il mercato comune è stata dichiarata con decisione della Commissione divenuta

definitiva”.

Caso Olimpiclub, 3 settembre 2009.

Problema secondo cui ci sarebbe un contratto tra la società Olimpic Club e un associazione senza scopo di lucro,

riguardo l'amministrazione e la gestione di alcune strutture sprtive. Olimpic da in comodato all'associazione la gestione

di questi sistemi sportivi, l'associazione paga determinati proventi attraverso il parametro delle quote associative. I soci

coincidono: tutti i membri dell'Olimpic sono anche membri dell'associazione. La differenza sta nel fatto che le attività

associative non sono soggette all'imposizione dell'iva, mentre lo sono quelle della società. Quindi il contratto di

comodato è adotto da Olimpic per sottrarsi all'imposta dell'iva. L'agenzia delle entrate competente contesta alla società

la giustificazione del contratto di comodato e dice che ha fatto il contratto per sottrarsi con frode al pagamento dell'iva.

Si arriva a contenzioso: si arriva dinnanzi alle commissioni tributarie competenti e poi si va alla Corte di Cassazione

italiana che rinvia la questione alla Corte di Giustizia. È soltanto in Cassazione che la società, che peraltro era già

arrivata allo stato di fallimento, che il procuratore fallimentare eleva un principio che nasce dall'interpretazione della

stessa Corte di Cassazione dell'art. 2909 c.c. E il principio è quello degli effetti del giudicato esterno nel processo

tributario.Tale principio dice che

Situazione del caso in specie: Olimpic club è incolpato di non aver pagato l'iva per alcune annualità (dal 1998 in poi).

La società si richiama ad alcune sentenze delle commissioni tributarie in circostanze fattuali analoghe, le quali

avrebbero accertato che il contratto di comodato non era un contratto in frode alla legge, o meglio, nelle quali l'agenzia

delle entrate non aveva dimostrato che i contratti stipulati fossero in frode alla legge. Allora olimpiclub dinnanzi alla

Cassazione dice che il principio dell'autorità della cosa giudicata come cristallizza le sentenze relative agli anni 87 e 92

deve valere anche per gli accertamenti tributari di cui adesso sono in controversia in base all'effetto espansivo ed

esorbitante della cosa giudicata.

Punto 24 elenca principio di equivalenza e di effettività. Punto 22, 23, 24, 25, 28, 29, 30, 31.

Caso Trasportes Urbanos

Controversia in materia di IVA riguardante il diritto a detrarre dal pagamento dell'IVA la percentuale di imposta relativa

ai beni e servizi utilizzati dall'impresa in proprio. Secondo una normativa spagnola vi sono delle limitazioni al principio

di detrazione che sono state ritenute con una autorevole presa di posizione incompatibili con la direttiva: secondo la

Corte di Giustizia è incompatibile con la disciplina dell'IVA. Punto 8: come la Trasportes Urbanos poteva far valere

questa incompatibilità = il soggetto passivo ha il diritto di chiedere la rettifica delle sue autoliquidazioni e,

eventualmente, di esigere il rimborso dei versamenti non dovuti. Questo diritto dev'essere esercitato nel termine di 4

anni, dal momento in cui il versamento non goduto è stato effettuato.

Quando lo Stato viola il diritto dell'UE può essere costretto a risarcire al singolo. Società inizia azione di responsabilità

contro Presidente del Consiglio spagnolo. Il ministero dice che manca nesso di causalità tra l'azione della società e la

violazione. Ciò per la regola del previo esaurimento dei rimedi che si riferisce non all'azione di responsabilità , ma

all'azione principale. Il ministero vuol dire che se tu prima non hai impugnato l'atto amministrativo interno sul

pagamento, non puoi far valere successivamente l'illecito dello Stato. Questa regola si applica per quanto riguarda i

ricorsi fondati sul diritto dell'UE, ma non si applica ai ricorsi fondati sul diritto interno.

Nel caso in specie il termine di riferimento sono i ricorsi di costituzionalità.

Principio dell'equivalenza qua deve riguardare i modi per contestare un atto amministrativo interno fondato su una legge

che si pretende incostituzionale e raffrontarli su una atto di diritto interno fondato su una legge che si pretende fondata

sul diritto europeo. Il principio presuppone una similitudine di situazione.

La Corte dice che le situazioni non sono diverse, ma analoghe. Quindi non è opponibile alla Trasportes Urbanos il

previo esaurimento dei ricorsi nella misura in cui questa regola non è opponibile a un soggetto che si trova in una

situazione puramente interna.

Punto da 16 a 20. = qui si nasconde il problema. Il giudice del rinvio dice che vi sono delle differenze tra ricorsi

costituzionali presi in esame e ricorsi fondati sul diritto dell'Unione.

La Corte dice: il diritto di risarcimento è un diritto di origine comunitaria. Punto 35 e ss.

Punti 41 e 42. punto 44.

Il primato del diritto comunitario

Tra la norma comunitaria e quella nazionale possono sorgere dei conflitti che si risolvono in base al

principio del primato del diritto comunitario, secondo il quale le norme nazionali non possono in

alcuna maniera ostacolare l'applicazione del diritto comunitario all'interno degli ordinamenti degli

Stati membri.

Da un punto di vista logico, il principio del primato si salda con quello dell'efficacia diretta.

A cedere di fronte al diritto comunitario sono le norme interne di qualunque rango.

Il principio del primato si è affermato in via giurisprudenziale in almeno quattro sentenze.

Sentenza 15 luglio 1964, Costa c. Enel.

La legge italiana di nazionalizzazione dell'energia elettrica, di cui il sig. Costa contestava la compatibilità con alcuni

articoli del Trattato, era successiva alla legge contenente l'ordine d'esecuzione del Trattato stesso. Il Governo italiano

sosteneva l'inammissibilità della questione pregiudiziale del Giudice conciliatore di Milano, affermando che il giudice

nazionale è comunque tenuto ad applicare la legge interna. Secondo la Corte, invece, l'integrazione del diritto

comunitario nell'ordinamento interno di ciascuno Stato membro “ha per corollario l'impossibilità per gli Stati di far

prevalere, contro un ordinamento giuridico da essi accettato a condizione di reciprocità, un provvedimento unilaterale

ulteriore, il quale pertanto non potrà essere opponibile all'ordine comune. Se l'efficacia del diritto comunitario variasse

da uno Stato all'altro, in funzione delle leggi italiane posteriori, ciò metterebbe in pericolo l'attuazione degli scopi del

Trattato. Scaturito da una fonte autonoma, il diritto originato dal Trattato non potrebbe, in ragione appunto della sua

specifica natura, trovare un limite in qualsiasi provvedimento interno senza perdere il proprio carattere comunitario e

senza che ne risulti scosso il fondamento stesso della Comunità”. Un atto statale successivo al Trattato ma con il

Trattato incompatibile “sarebbe del tutto privo di efficacia”.

Sentenza 18 luglio 2007, Lucchini.

Il progetto di Costituzione europea riprendeva nell'art. I-6 il principio del primato.

Il Trattato di Lisbona non ha comportato l'inserimento nei trattati di una norma corrispondente

perchè si cerca di de-costituzionalizzare la riforma. Al suo posto, in allegato all'Atto finale, figura la

Dichiarazione n. 17 = “La conferenza ricorda che, per giurisprudenza costante della Corte di

giustizia dell'Unione europea, i trattati e il diritto adottato dall'Unione sulla base dei trattati

prevalgono sul diritto degli Stati membri alle condizioni stabilite dalla summenzionata

giurisprudenza”.

Secondo la Corte, l'ordinamento comunitario non soltanto impone la prevalenza della norma

comunitaria sulla norma interna incompatibile, ma determina anche le modalità attraverso cui tale

prevalenza deve trovare applicazione e in particolare l'organo competente a farlo valere.

La Corte riconosce, in particolare, che “il giudice nazionale, incaricato di applicare nell'ambito della

propria competenza, le disposizioni di diritto comunitario, ha l'obbligo di garantire la piena efficacia

di tali norme, disapplicando all'occorrenza di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante

della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere la previa

rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale” (Sentenza

Simmenthal).

Sentenza 9 marzo 1978, Simmenthal.

Modo in cui il primato dev'essere realizzato. Simmenthal chiedeva la restituzione di alcuni diritti di visita sanitaria

riscossi dall'amministrazione italiana in relazione all'importazione di carni bovine d'origine comunitaria. Da una

precedente sentenza della Corte risultava che i diritti in questione costituivano delle tasse d'effetto equivalente a un

dazio doganale ed erano pertanto vietati da un regolamento del Consiglio. Tuttavia, per accogliere la domanda di

Simmenthal, il Pretore di Susa avrebbe dovuto preliminarmente disapplicare le disposizioni di legge italiane che

prevedevano la riscossione dei diritti e che erano successive rispetto al regolamento. Considerata della giurisprudenza

della Corte costituzionale la sentenza n. 232/75, il Pretore chiede alla Corte di giustizia se la diretta applicabilità di tali

norme comunitarie vada intesa “nel senso che eventuali disposizioni nazionali successive con esse contrastanti vanno

immediatamente disapplicate senza che si debba attendere la loro rimozione ad opera dello stesso legislatore nazionale

o di altri organi costituzionali”. La Corte risponde affermativamente a tale quesito.

Della sentenza Simmenthal vanno ricordati alcuni passaggi, in cui la Corte sembra voler delineare

l'esistenza di un rapporto gerarchico tra un ordinamento comunitario e ordinamenti degli Stati

membri, tale da provocare l'invalidità della norma interna incompatibile con quella comunitaria: “le

disposizioni del Trattato e gli atti delle istituzioni, qualora siano direttamente applicabili, hanno

l'effetto nei loro rapporti col diritto interno degli Stati membri, non solo di rendere ipso iure

inapplicabile, per il fatto stesso della loro entrata in vigore, qualsiasi disposizione contrastante della

legislazione nazionale preesistente, ma anche di impedire la valida formazione di nuovi atti

legislativi, nella misura in cui questi fossero incompatibili con norme comunitarie”.

La descritta impostazione non è stata accettata dalla Corte costituzionale nella sentenza Granital ed

è stata ridimensionata dalla Core di giustizia nella sentenza IN.CO.GE. '90.

Esistono poteri per il giudice nazionale di emanare provvedimenti provvisori, che comportino la

sospensione dell'applicazione di una norma interna, in attesa che sia definitivamente accertata

l'incompatibilità della noram interna con il diritto comunitario.

Sentenza 19 giugno 1990, Factortame I.

Le norme in vigore in Gran Bretagna non consentivano l'iscrizione nel registro di navi da pesca, la cui proprietà fosse

indirettamente riconducibile a soggetti da nazionalità non britannica e la cui gestione avvenisse a partire da porti non

situati nel territorio del Regno Unito. Le norme in questione avevano l'obbiettivo di escludere navi solo apparentemente

britanniche dalla ripartizione delle quote di pesca riservate al Regno Unito, nell'ambito delle misure comunitarie di

protezione delle risorse marine. Sospettando che le norme britanniche non fossero compatibili con il diritto comunitario,

la House of Lords domanda alla Corte se possa concedere dei provvedimenti provvisori di tutela comportanti la

sospensione delle norme contestate, nonostante che un giudice britannico non ha il potere di emettere ingiunzioni nei

confronti delle autorità statali. Secondo la Corte “la piena efficacia del diritto comunitario sarebbe del pari ridotta se una

norma di diritto nazionale potesse impedire al giudice nazionale chiamato a dirimere una controversia disciplinata dal

diritto comunitario di concedere provvedimenti provvisori allo scopo di garantire la piena efficacia della pronuncia

giurisdizionale sull'esistenza dei diritti invocati in forza del diritto comunitario”. La House of Lords può pertanto

concedere provvedimenti del genere, disapplicando la norma interna che lo impedirebbe.

La circostanza che una norma interna sia incompatibile con il diritto comunitario e vada pertanto

disapplicata dal giudice nazionale in forza del principio del primato, non esime lo Stato membro

interessato dal provvedere alla abrogazione della norma incompatibile o alla sua modifica. In

mancanza, la permanenza della norma nell'ordinamento dello Stato membro “mantiene gli

interessati in uno stato di incertezza circa la possibilità loro garantita di fare appello al diritto

comunitario”.

La giurisprudenza della Corte costituzionale italiana

La piena accettazione del principio del primato da parte della Corte costituzionale italiana è risultata

particolarmente difficoltosa.

• Inizialmente la Corte parte dall'assunto che l'unico procedimento attraverso cui una legge in

vigore può essere resa inapplicabile è la dichiarazione di incostituzionalità (art. 134 Cost.).

Essa si preoccupa quindi di individuare un aggancio, che non c'è nella sentenza Costa c.

Enel. L'attenzione della Corte si focalizza sulla legge di esecuzione del Trattato, la quale è

una legge ordinaria. Da ciò la Corte costituzionale deduce che anche le norme del Trattato

hanno il rango di legge ordinaria e sono quindi destinate a cedere di fronte ad una norma di

legge successiva.

La Corte esclude che la legge contenente disposizioni difformi dal Trattato sia “incostituzionale per

violazione indiretta dell'art. 11 Cost. attraverso il contrasto con la legge esecutiva del Trattato”.

Secondo la Corte l'art. 11 Cost. ha funzione permissiva, “non attribuisce un particolare valore, nei

confronti delle altre leggi, a quella esecutiva del Trattato”. In conclusione, in caso di legge

(precedente o successiva) incompatibile con il Trattato, si pone una mera questione di successione

di leggi nel tempo, che deve essere risolta dal giudice di merito e non dalla Corte costituzionale.

Netto contrasto tra questa posizione e quella assunta dalla Corte di giustizia.

• Primo avvicinamento

Caso Frontini 170/73 = la Corte reinterpreta l'art. 11 Cost.: art. 11 garantisce il rispetto di queste

limitazioni di sovranità. Non è solo permissivo, ma è una norma di garanzia.

Sentenza I.C.I.C. = la Corte costituzionale deduce che l'art. 11 consente all'Italia di accettare

limitazioni di sovranità con legge ordinaria ed esige che il legislatore rispetti le limitazioni di

sovranità così accettate e non ostacoli la diretta applicabilità dei regolamenti. Il giudice italiano, per

effetto del principio della successione delle leggi nel tempo, ha il potere di disapplicare una norma

di legge interna contraria al diritto comunitario qualora la legge preceda nel tempo la norma

comunitaria, ma non ha il potere di fare altrettanto qualora il rapporto temporale sia inverso: in

questo caso il giudice non potrà fare altro che sollevare la questione di legittimità costituzionale e

attendere la decisione della Corte costituzionale.

• Sentenza 8 giugno 1984 n. 170, Granital

Controversia in materia di prelievi agricoli all'importazione. Alcuni regolamenti comunitari

imponevano di calcolare il prelievo secondo il tasso in vigore alla data della accettazione della

dichiarazione d'importazione. In applicazione di alcune norme italiane successive rispetto ai

regolamenti, Granital aveva invece corrisposto prelievi calcolati secondo il tasso più favorevole

intervenuto prima dell'immissione in libera pratica. Di fronte alla opposizione di Granital contro il

provvedimento che le ingiungeva di versare la differenza, il Tribunale di Genova, ritenendo di

essere in presenza di un'ipotesi di conflitto tra un regolamento e norme di legge successive, solleva

questione di costituzionalità delle norme stesse per violazione dell'art. 11 Cost. Sorprendentemente

la Corte dichiara inammissibile la questione. L'art.11 diventa norma di coordinamento. La novità è

il rifiuto di assimilare le norme comunitarie a norme nazionali di legge. Da ciò discende

l'impossibilità di applicare ai conflitti tra norme comunitarie e norme di legge i metodi di

risoluzione previsti per l'ipotesi di conflitto tra norme entrambe appartenenti all'ordinamento

italiano, compresa la dichiarazione di incostituzionalità ai sensi dell'art. 134 Cost.. Trattandosi di

norme di ordinamenti diversi, gli eventuali conflitti vanno risolti in base al criterio della

competenza.

Occorrerà stabilire se la materia disciplinata rientri tra quelle in relazione alle quali l'Italia ha

accettato di limitare la propria sovranità in favore dell'Unione. Tale compito va svolto dal giudice

ordinario e non dalla Corte costituzionale. Se la materia risulta nei compiti attribuiti dal Trattato

all'Unione, il giudice italiano non darà importanza all'aspetto cronologico.

La giurisprudenza successiva ha riconosciuto che il potere del giudice di applicare direttamente le

norme comunitarie, lasciando inapplicate le leggi interne incompatibili va esteso a tutte le fonti

comunitarie capaci di produrre effetti diretti.

La soluzione elaborata dalla Corte costituzionale in Granital è vicina a quanto richiesto dalla Corte

di giustizia nella sentenza Simmenthal, ma ci sono ancora alcune differenze.

La Corte costituzionale, inoltre, esclude in due ipotesi il potere del giudice di applicare

immediatamente la norma comunitaria e di disapplicare l'eventuale legge interna confliggente,

esigendo che sia sollevata questione di costituzionalità. I casi ancora oggi riservati alla competenza

residua della Corte costituzionale sono:

1) Teoria dei controlimiti

Eventualità di una norma comunitaria contraria ai principi fondamentali dell'ordinamento

costituzionale e ai diritti dell'uomo.

Nel caso Frontini la Corte afferma che è da escludersi che le limitazioni di sovranità accettate con

l'art. 11 “possano comunque comportare per gli organi della C.E.E. un inammissibile potere di

violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o i diritti inalienabili della

persona umana”. “Qualora dovesse darsi all'art. 189 (ora 288 TFUE) una sì aberrante

interpretazione sarebbe sempre assicurata la garanzia del sindacato giurisdizionale di questa Corte

sulla perdurante compatibilità con i predetti principi fondamentali”. Il giudice nazionale sarebbe

pertanto tenuto a sollevare questione di costituzionalità relativamente alla legge d'esecuzione del

Trattato, in quanto da tale legge deriverebbe l'applicazione in Italia di una norma comunitaria del

genere.

La competenza rivendicata dalla Corte costituzionale confligge con la competenza esclusiva della

Corte di giustizia a giudicare della violazione dei diritti dell'uomo da parte di atti delle istituzioni.

La Corte costituzionale comunque non esclude che il giudice a quo si rivolga prima alla Corte di

giustizia, interrogandola, e che sollevi questione di costituzionalità solo in caso di risposta

insoddisfacente da parte della Corte di giustizia (Sentenza 22 maggio 1985, FRAGD).

2) Norme di legge dirette ad impedire il rispetto dei principi fondamentali dei Trattati.

Statuizioni di legge statale, che si assumono costituzionalmente illegittime, in quanto dirette ad

impedire o pregiudicare la perdurante osservanza dei Trattati, in relazione al sistema e al nucleo

essenziale dei suoi principi. Casi caratterizzati da particolare gravità e da una comprovata

intenzione di impedire l'applicazione in Italia di interi settori del diritto comunitario. In casi del

genere “la Corte sarebbe quindi chiamata ad accertare se il legislatore ordinario abbia

ingiustificatamente rimosso alcuni dei limiti della sovranità statale, da esso medesimo posti,

mediante la legge d'esecuzione del Trattato in diretto e puntuale adempimento dell'art. 11 Cost.”.

La competenza della Corte costituzionale a conoscere di conflitti tra norma comunitaria e norme

interne sussiste anche in tutte quelle ipotesi che si pongano al di fuori del giudizio di costituzionalità

in via di eccezione. Qualora infatti un conflitto del genere venga in rilievo nell'ambito di una delle

sue competenze dirette, la Corte costituzionale è chiamata a risolverlo, rispettando, come tutti gli

organi dello Stato, il principio del primato.

• Riforma del Titolo V della Costituzione.

Conferma e rafforzamento dell'art. 11. Il principio del primato trova esplicita consacrazione nel

nuovo testo dell'art. 117 Cost.: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel

rispetto...dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario” (rinvio mobile).

P.S. Ordinanza 109/2008 = mandato di arresto europeo, sorta di estradizione semplificata.

IL SISTEMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE

L'ordinamento comunitario comprende un sistema di tutela giurisdizionale che assicura la

protezione delle posizioni giuridiche sorte per effetto del diritto comunitario ed è ripartito tra

giudice comunitario e giudice nazionale.

Competenza esclusiva del giudice comunitario

• Competenze dirette = azioni che i soggetti interessati possono proporre direttamente davanti

allo stesso giudice comunitario:

Contenziose

Ricorsi per infrazione = proposti nei confronti di uno Stato membro che ha violato gli obblighi

derivanti dai trattati.

Ricorsi d'annullamento = viene contestata la legittimità degli atti delle istituzioni.

Ricorsi in carenza = si vuole far constatare l'illegittimità delle omissioni addebitabili alle istituzioni.

Ricorsi per risarcimento = mettono in gioco la responsabilità extracontrattuale delle istituzioni.

Eccezioni d'invalidità = nell'eventualità di una controversia che mette in causa un regolamento,

ciascuna parte può, anche dopo lo spirare del termine previsto dall'art. 263, valersi dei motivi

previsti dall'art. 263 per invocare dinanzi alla Corte di Giustizia l'inapplicabilità del regolamento

stesso. L'invalidità di un regolamento può essere fatta valere anche in via d'eccezione, nell'ambito di

un'altra controversia di competenza del giudice comunitario in cui venga in rilievo l'applicazione

del regolamento stesso.

Consultive

La più importante riguarda la compatibilità con il trattato degli accordi internazionali la cui

conclusione è prevista dalle istituzioni. La Corte deve esprimersi sulla compatibilità, non sulla

legittimità.

• Competenze indirette = la competenza diretta è dei giudici nazionali. Per evitare che

nell'applicare il diritto comunitario i giudici nazionali possano pregiudicare l'uniformità

delle disposizioni di tale diritto, interpretandole come se si trattasse di norme appartenenti al

rispettivo ordinamento nazionale, i trattati prevedono uno strumento di raccordo con il

giudice comunitario.

Rinvio pregiudiziale = art. 267 TFUE. Il giudice nazionale ha la facoltà o l'obbligo di deferire alla

Corte di Giustizia le questioni riguardanti il diritto comunitario. Collaborazione di tutela

giurisdizionale.

Secondo la Corte di Giustizia, il sistema comunitario di tutela giurisdizionale deve essere completo.

Diritto ad una tutela giudiziaria effettiva = principio generale rispettato dall'ordinamento

comunitario. Il titolare di una posizione soggettiva di origine comunitaria deve avere la possibilità

di esperire un ricorso effettivo dinanzi ad un giudice competente contro gli atti che violano tale sua

posizione.

Art. 19 TUE = “Gli Stati membri stabiliscono i rimedi giurisdizionali necessari per assicurare una

tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell'Unione”.

Qualora dovessero darsi lacune (manchi un rimedio giurisdizionale utilizzabile per ottenere la

protezione di determinate posizioni soggettive), dovrebbero essere colmate attraverso

un'interpretazione evolutiva delle norme applicabili. Per parlare di lacune è tuttavia necessario

prendere in considerazione i rimedi esistenti tanto a livello comunitario, quanto a livello nazionale.

Es. Sentenza Les Verts.

Il ricorso per infrazione

Il ricorso per infrazione è disciplinato dagli artt. 258-259-260 TFUE.

oggetto

L' del ricorso è la violazione da parte di uno Stato membro di “uno degli obblighi a lui

incombenti in virtù dei trattati”.

• Stato membro = visione internazionalistica. Va inteso lo Stato-organizzazione, comprensivo

di tutte le articolazioni in cui è organizzato l'esercizio del potere pubblico sul territorio

statale. Può pertanto essere chiamato a rispondere non solo di comportamenti di organi

facenti capo al Governo nazionale, ma anche di comportamenti imputabili a poteri

indipendenti rispetto a quello esecutivo o ad enti territoriali dotati di autonomia e di

competenze esclusive.

Es. Sentenza 16 gennaio 2003, Commissione c. Italia.

La Commissione contesta che le tariffe per l'ingresso a palazzo dei Dogi in Venezia violano il divieto di discriminazione

in base alla nazionalità, perchè riservano una riduzione ai soli cittadini italiani ultrasessantenni. Il Governo italiano si

difende sostenendo che la fissazione delle tariffe di carattere regionali è di competenza esclusiva delle Regioni. La

Corte respinge la difesa e dice che comunque lo Stato è responsabile dell'inosservanza del diritto comunitario da parte

degli enti territoriali.

• Obbligo = l'oggetto del ricorso può riguardare la violazione di qualsiasi obbligo derivante

direttamente dai trattati o da atti adottati in base ad essi. Frequenti sono i ricorsi per mancata

o non corretta attuazione delle direttive entro il termine.

L'unica eccezione riguarda il rispetto del divieto di disavanzi eccessivi, la cui violazione è sottratta

all'applicazione degli artt. 258-259. In alternativa è prevista una procedura sanzionatoria di carattere

politico, affidata al Consiglio.

Un ricorso per infrazione non è esperibile nemmeno riguardo alla violazione dei diritti dell'uomo

tutelati in quanto principi generali del diritto comunitario, salvo che il comportamento stesso sia

stato adottato dallo Stato membro in attuazione di una norma dei trattati o di un atto delle istituzioni

che ne autorizzi o ne richieda l'adozione. Tuttavia per le ipotesi di grave e persistente violazione dei

principi di cui all'art. 2 TUE, l'art. 7 TUE prevede una procedura di constatazione affidata al

Consiglio, che può sfociare nella fissazione di sanzioni a carico dello Stato membro interessato.

Il par. 1 dell art. 7 TUE prevede inoltre una procedura di preallarme in caso di evidente rischio di

violazione grave di uno dei principi di cui all'art. 2, in casi del genere il Consiglio procede ad una

constatazione dell'esistenza del rischio e rivolge appropriate raccomandazioni.

• Violazione = è presa in considerazione del suo obiettivo manifestarsi. Significato oggettivo.

Lo Stato membro non può addurre giustificazioni tratte da eventi interni quali lo

scioglimento anticipato del Parlamento nazionale o una crisi di governo, né può invocare

particolari difficoltà derivanti, ad esempio, dalla necessità di rispettare determinati

adempimenti costituzionali o la ripartizione delle competenze interne tra Stato e Regioni o

altri enti territoriali.

procedimento

Il per proporre un ricorso per infrazione varia a seconda del soggetto che ne assume

l'iniziativa: la Commissione (art. 258 TFUE) o lo Stato membro (art. 259 TFUE).

In entrambi i casi sono previste due fasi: precontenziosa e contenziosa.

Fase precontenziosa = ha due scopi:

1) favorire la composizione amichevole della controversia riguardante il rispetto degli obblighi

dei trattati. Imponendo alle parti di discutere tra di loro e di confrontare le posizioni

rispettive, si può evitare l'intervento della Corte.

2) Scopo processuale. Il suo svolgimento è condizione di ricevibilità del ricorso alla Corte.

Fase contenziosa = prevede il ricorso alla Corte di giustizia e l'emanazione di una decisione

giudiziaria.

Nel caso disciplinato dall'art. 258 TFUE (il più frequente), la scelta di dare avvio al procedimento,

quella di portarlo avanti con maggiore o minore celerità e persino quella di porvi termine spettano

alla Commissione. La Commissione quando reputa che uno Stato membro abbia mancato a uno

degli obblighi a lui incombenti in virtù dei trattati, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver

posto lo Stato in condizioni di presentare le sue osservazioni.

FASE PRECONTENZIOSA

a) invio allo Stato membro di un atto non formale, noto come lettera di messa in mora, con cui

la Commissione, dopo aver contestato allo Stato membro determinati comportamenti, gli

assegna un termine entro il quale presentare le proprie osservazioni;

b) presentazione delle osservazioni da parte dello Stato membro;

c) emissione di un parere motivato, mediante il quale la Commissione espone in via definitiva

gli addebiti mossi allo Stato e lo invita a conformarsi entro il termine fissato (per prassi di 2

mesi).

Si noti come l'atto finale della fase sia costituito da un atto non obbligatorio. Infatti il potere di

constatare l'infrazione commessa da uno Stato membro non spetta alla Commissione, ma alla Corte.

Nella prassi il dialogo tra la Commissione e lo Stato membro è molto più articolato e passa

attraverso lo scambio di numerose lettere e la tenuta di uno o più incontri tra funzionari dello Stato e

della Commissione. Per alcune materie si applica un procedimento speciale, in cui non è necessario

esperire la fase precontenziosa: es. in materia di controllo sugli aiuti di Stato alle imprese. In tale

ambito la Commissione, dopo aver intimato agli interessati di presentare le loro osservazioni,

assume una vera e propria decisione, con cui obbliga lo Stato che abbia concesso un aiuto non

permesso a sopprimerlo o modificarlo nel termine da essa fissato. Se lo Stato membro non vi

provvede, la Commissione può adire direttamente la Corte di giustizia.

FASE CONTENZIOSA

Si passa alla fase contenziosa una volta che il termine fissato nel parere motivato sia decorso

invano. Se lo Stato in causa non si conforma al parere motivato entro il termine stabilito, la

Commissione può adire la Corte di giustizia.

La Commissione non è obbligata a ricorrere alla Corte, né a farlo entro un termine predeterminato.

Una volta presentato il ricorso alla Corte, l'eventuale eliminazione da parte dello Stato membro

della violazione contestata non comporta alcuna conseguenza sull'esito del giudizio: la situazione di

infrazione si cristallizza al momento della presentazione del ricorso.

La fase contenziosa termina con una sentenza di accertamento della Corte, che riconosce solo che

lo Stato membro ha mancato ad un obbligo derivante dai trattati. Non è una condanna.

Lo stesso art. 259 prevede che lo Stato membro è tenuto a prendere i provvedimenti che

l'esecuzione della sentenza della Corte comporta. La sentenza non indica a quali adempimenti lo

Stato membro dovrà dar corso e neppure il termine entro cui dovrà provvedere.

La mancata o ritardata adozione dei provvedimenti necessari conformarsi alla sentenza può indurre

la Commissione ad avviare un secondo procedimento di infrazione. Il TFUE ha previsto una

specifica disciplina nell'art. 260. Il secondo procedimento di infrazione può condurre all'emanazione

di una vera e propria sentenza di condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria. La Corte può

comminargli il pagamento di una somma forfettaria o di una penalità. La Commissione può adire

alla Corte subito dopo aver posto tale Stato in condizione di presentare osservazioni, senza necessità

di emanare il parere motivato e di attendere la scadenza del termine concesso allo Stato membro.

Inoltre essa può nel ricorso indicare alla Corte l'importo che lo Stato deve versare in proporzione

alle circostanze.

Iniziativa di uno Stato membro

art. 259 TFUE. Lo Stato deve rivolgersi alla Commissione, chiedendole di agire nei confronti

dell'altro Stato membro. La Commissione deve porre in condizione gli Stati interessati di presentare

in contraddittorio le loro osservazioni scritte. Successivamente la Commissione emette un parere

motivato e seguirà le procedure dell'art. 258. Se però il parere non è stato formulato nel termine di

tre mesi dalla domanda (caso di inerzia della Commissione), lo Stato può presentare ricorso

direttamente alla Corte di giustizia. In caso di accoglimento del ricorso, la sentenza della Corte sarà

di accertamento. Tuttavia non è data allo Stato membro la possibilità di richiedere una sentenza di

condanna in caso di secondo procedimento di infrazione.

Il ricorso di annullamento

Il ricorso d'annullamento disciplinato dagli articoli 263 TFUE e ss. costituisce la forma principale di

controllo giurisdizionale di legittimità prevista per gli atti delle istituzioni comunitarie. Esso mira

ad ottenere l'annullamento degli atti che risultino illegittimi.

Il sistema comunitario di tutela giurisdizionale prevede altre procedure che consentono alla Corte di effettuare un

controllo sulla legittimità degli atti delle istituzioni:

a) l'eccezione d'invalidità;

b) le questioni pregiudiziali di invalidità.

Un controllo di legittimità può essere esercitato a titolo incidentale nell'ambito di un ricorso per risarcimento dei danni

extracontrattuali, dal momento che la responsabilità extracontrattuale della Comunità presuppone l'invalidità dell'atto

che ha causato il danno. La pluralità delle procedure attraverso cui può essere contestata la legittimità di un atto delle

istituzioni impone il mantenimento di una certa coerenza tra le stesse.

Atti impugnabili = primo comma dell'art. 263 TFUE. Tre criteri:

• Autore = possono essere impugnati: i) gli atti legislativi adottati o dal Parlamento europeo o

dal Consiglio o da tutte e due le istituzioni; ii) gli atti del Consiglio, della Commissione e

della BCE che non siano pareri o raccomandazioni; iii) gli atti del Parlamento europeo e del

Consigli europeo destinati a produrre effetti verso i terzi; iv) gli atti degli organi o organismi

dell'Unione destinati a produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi. Le suddette

istituzioni e la BCE sono dotate pertanto di legittimazione passiva nell'ambito del ricorso

d'annullamento.

Il testo originale del TCE non prevedeva l'impugnabilità degli atti del Parlamento europeo. Tale lacuna è stata colmata

con la sentenza 23 aprile 1986, Le Verts c. Parlamento europeo.

• Tipo = I pareri e le raccomandazioni non possono essere impugnati. Tutti gli altri atti si,

anche gli atti atipici delle istituzioni dotate di legittimazione passiva.

• Effetti = l'impugnazione è limitata agli atti suscettibili di creare effetti giuridici obbligatori.

La necessità che l'atto produca questi effetti si deduce dalla logica; dall'esclusione

dell'impugnabilità delle raccomandazioni e dei pareri; dall'espressa menzione, in relazione

agli atti impugnabili del Parlamento, che deve trattarsi di atti destinati a produrre effetti

giuridici nei confronti dei terzi.

I dubbi sul de l'atto sia destinato a produrre effetti giuridici obbligatori si pongono solo nei confronti delgi atti atipici, è

necessario quindi valutarne la natura di volta in volta.

Sentenza 16 giugno 1993, Francia c. Commissione.

La Francia impugna una comunicazione della Commissione relativa al controllo degli aiuti statali alle imprese

pubbliche. Secondo la Commissione, l'atto impugnato non impone alcun obbligo nuovo agli Stati membri, ma si limita

ad esplicitare quanto già previsto dagli artt. 107-108 TFUE e da una direttiva. La Corte ricorda che secondo la prassi

costante, l'azione di annullamento deve potersi esperire nei confronti di qualsiasi provvedimento adottato dalle

istituzioni che miri a produrre effetti giuridici. Siccome la comunicazione impone un obbligo agli Stati membri di

comunicare alla Commissione taluni dati, allora per la Corte la comunicazione sarà da considerare impugnabile per un

ricorso di annullamento.

Caso particolare degli atti preparatori

Atti che esauriscono le varie fasi di un procedimento complesso, destinato a sfociare in un provvedimento finale. L'atto

preparatorio, in quanto non definitivo, non è autonomamente impugnabile. Pertanto, i suoi vizi vanno fatti valere

impugnando l'atto finale (c.d. Illegittimità derivata).

Soggetti legittimati (legittimazione attiva) a proporre il ricorso:

1) Ricorrenti privilegiati = gli Stati membri, il Parlamento, il Consiglio e la Commissione. Il

loro diritto di ricorso non è soggetto ad alcun limite, essendo essi considerati portatori di un

interesse generale alla legittimità degli atti comunitari.

2) Ricorrenti intermedi = Corte dei conti, il Comitato delle regioni e la BCE. La legittimazione

a ricorrere di tali organi non è generale, ma finalizzata a salvaguardare le loro prerogative.

Quindi esse possono ricorrere solo sostenendo che l'atto impugnato invade la sfera riservata

alle loro competenze o ne pregiudica l'esercizio.

Fino al Trattato di Nizza, anche il Parlamento europeo rientrava tra i ricorrenti intermedi.

3) Ricorrenti non privilegiati = (vecchia definizione dell'art. 230 TCE) qualsiasi persona fisica

o giuridica può proporre, alle stesse condizioni, un ricorso contro

a) le decisioni prese nei suoi confronti;

b) le decisioni che, pur apparendo come un regolamento o una decisione presa nei confronti di altre

persone, la riguardano direttamente ed individualmente.

L'identificazione dei casi in cui tale doppio requisito può dirsi soddisfatto costituisce un problema

interpretativo. Conviene affrontarne l'esame distinguendo a seconda che l'atto impugnato sia

i) una decisione rivolta ad un'altra persona fisica o giuridica;

perchè una persona fisica o giuridica possa impugnare una decisione rivolta ad un'altra persona

fisica o giuridica, l'onere probatorio consiste nel dimostrare che il ricorrente è portatore di un

interesse qualificato all'annullamento dell'atto. In casi del genere la ricevibilità del ricorso viene

ammessa.

ii) un regolamento o una decisione rivolta a uno o più Stati membri;

l'onere probatorio che il ricorrente non privilegiato deve superare è maggiore. Le difficoltà non

riguardano tanto l'interesse diretto inteso come dimostrazione che il ricorrente è pregiudicato

direttamente dall'atto impugnato. Per i regolamenti l'interesse diretto è in re ipsa. Per le decisioni si

tratta di provare che le autorità nazionali non dispongono di alcun potere discrezionale riguardo

all'applicazione della decisione o che, pur godendo della facoltà di non applicare la decisione o di

applicarla parzialmente, hanno già manifestato in anticipo la loro volontà di dare all'atto piena

applicazione.

Il vero scoglio è costituito dall'interesse individuale, dove la giurisprudenza applica la formula di

Plaumann (dall'omonima sentenza del 1963): trattandosi di un impugnazione da parte di un'impresa

di una decisione della Commissione rivolta ad uno Stato membro, la Corte afferma che “chi non sia

destinatario di una decisione può sostenere che questa lo riguarda individualmente solo qualora il

provvedimento lo tocchi a causa di determinate qualità personali, ovvero di particolari circostanze


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Corso di laurea: Giurisprudenza
SSD:
Università: Trieste - Units
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.attura.5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell' Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trieste - Units o del prof Amadeo Stefano.

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