Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

può omettere di attivarsi). L'obbligo va adempiuto entro il termine di attuazione fissato

dalla direttiva stessa, il quale, può variare a seconda dell'importanza della materia

oggetto della direttiva e delle difficoltà che gli Stati membri possono incontrare

nell'attuazione. Il termine è imperativo è perentorio.

Gli Stati membri sono competenti quanto alla scelta delle forme e dei mezzi di

attuazione. La scelta non è peraltro del tutto libera. È infatti anzitutto necessario che gli

strumenti scelti dal legislatore nazionale siano idonei a produrre la modificazione degli

ordinamenti interni voluta dalla direttiva. Nella scelta si deve quindi tenere conto della

gerarchia delle fonti di diritto interno. In secondo luogo, devono essere scelti strumenti

di attuazione che garantiscano trasparenza e certezza del diritto (evitando procedure

agevolate di attuazione, come circolari o semplici istruzioni rivolte agli uffici

amministrativi).

Per quanto riguarda il contenuto delle direttive, come si è visto, il meccanismo previsto

dal art. 249 TCE si articola intorno al binomio risultato/ forme e mezzi. Tuttavia

determinati risultati non possono essere definiti limitandosi ad indicare obiettivi i

principi generali, ma richiedono l'elaborazione di un quadro normativo alquanto

dettagliato, che lascia alla libera determinazione degli Stati membri soltanto interventi

limitati ad aspetti di secondaria importanza. Si parla a tal proposito di direttive

dettagliate, le quali, benché simili nel contenuto e regolamenti, non soltanto mantengono

la struttura di qualsiasi direttiva (obbligo d'attuazione e termine) ma si giustificano in

base al risultato voluto (adottate fino a gli anni '80, soprattutto nel campo

dell'armonizzazione delle legislazioni tecniche, caratterizzate da una disciplina

particolarmente precisa e particolareggiata).

(Requisiti formali: sono gli stessi di quelli previsti per i regolamenti. Con una differenza:

le direttive a) adottate congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio e b) adottate dal

solo Consiglio o dalla Commissione rivolte tutti gli Stati membri sono pubblicate nella

gazzetta ufficiale dell'Unione Europea ed entrano in vigore dopo venti giorni dalla

pubblicazione. Le altre direttive sono notificate ai loro destinatari e danno efficacia in

virtù della notificazione).

10. Le decisioni.

Art. 249.4: "la decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa

designati".

La decisione coniuga due caratteristiche, l'una propria dei regolamenti e l'altra delle

direttive. Come il regolamento è obbligatoria in tutti i suoi elementi, come la direttiva

non ha portata generale, vincolando i soli destinatari da essa designati. A differenza

della direttiva può essere rivolta non solo agli Stati membri, ma anche ad altri soggetti,

compresi i singoli.

Le decisioni rivolte agli Stati membri sono nella sostanza simili alle direttive, qualora

impongano un obbligo di facere. Tuttavia l'obbligo di facere è spesso molto più

specifico dell'obbligo di attuare una direttiva che lascia quindi allo Stato membro un

margine di discrezionalità molto più ristretto. Esistono anche decisioni che si limitano a

prescrivere un obbligo di non facere. In questo caso lo Stato membro destinatario è

tenuto ad astenersi dall'attività vietata. (Ad esempio le decisioni della Commissione in

materia di aiuti statali delle imprese possono avere l'uno e l'altro contenuto).

Le decisioni possono poi essere rivolte ai singoli. I casi più importanti sono rappresentati

dalle decisioni che la Commissione adotta nell'ambito della disciplina della concorrenza,

e che possono prevedere anche la comminazione di sanzioni pecuniarie a carico delle

imprese. In quest'ultimo caso le decisioni costituiscono titolo esecutivo ai sensi

dell'articolo 256 TCE (previa apposizione della forma esecutiva da parte dell'autorità

designata dallo Stato membro in cui s'intende ottenere l'esecuzione, è quindi possibile

procedere alla loro esecuzione forzata).

(Requisiti formali: sono uguali a quelli previsti dal art.254 per le direttive diverse da

quelle rivolte a tutti gli Stati membri: sono notificate ai loro destinatari ed hanno

efficacia in virtù della notificazione).

11. Gli atti del secondo e del terzo pilastro.

Abbiamo già visto che le istituzioni possono adottare atti anche nell'ambito del secondo

e del terzo pilastro. Si tratta di atti, tuttavia, che rispondono a denominazioni e

caratteristiche diverse dagli atti previsti dal art. 249 TCE.

Atti del terzo pilastro: presentano analogie più marcate rispetto agli atti comunitari. L'art

34 par. 2 TUE elenca quattro tipi di atti (tutti del Consiglio):

1) posizioni comuni: definiscono l'orientamento dell'Unione in merito ad una questione

specifica. Sono atti tipici della cooperazione intergovernativa. Si limitano a fissare le

linee direttrici che l'Unione e gli Stati membri devono seguire su una determinata

questione.

2) decisioni- quadro: adottate per il ravvicinamento delle disposizioni legislative e

regolamentari degli Stati membri. Tipo di atto che si ispira chiaramente al modello delle

direttive comunitarie. Sussista però un importante differenza, in quanto le decisioni-

quadro non hanno efficacia diretta.

3) decisioni: sono vincolanti e non hanno efficacia diretta. Anche le decisioni del terzo

pilastro sembrano godere di obbligatorietà integrale. Attraverso una decisione può essere

perseguito qualsiasi altro scopo coerente con gli obiettivi del presente titolo. Non viene

invece precisato quali siano i possibili destinatari di esse. Ulteriore differenza tra le

decisioni e le decisioni- quadro: mentre le prime vengono attuate mediante misure

adottato dal Consiglio, l'attuazione delle decisioni- quadro è affidata agli Stati membri.

4) convenzioni: di esse il Consiglio raccomanda l'adozione agli Stati membri secondo le

rispettive norme costituzionali. Non si tratta di un vero e proprio atto dell'Unione: il

Consiglio si limita ad approvare nel testo. Per entrare in vigore, la Convenzione deve

essere ratificata dai singoli Stati membri. L'entrata in vigore delle convenzioni non è

subordinata alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, essendo sufficiente che esse

vengano adottate da almeno la metà degli Stati (ovviamente in questo caso l'entrata in

vigore è limitata agli Stati ratificanti). Le misure di applicazione di queste convenzioni

sono adottate in seno al Consiglio a maggioranza dei due terzi delle Parti contraenti.

Ricordiamo che l'art. 24 estende al terzo pilastro la possibilità di concludere accordi

internazionali.

Atti del secondo pilastro: sono molto diversi dagli atti comunitari. Sono previste le

seguenti tipologie:

1) strategie comuni: previste dal art. 13 TUE. Si tratta di atti decisi dal Consiglio

europeo, su raccomandazione del Consiglio, il quale poi le attua. Sono atti di altissima

politica, che definiscono le linee guida su cui Unione deve muoversi nel settore della

politica estera. Fissano i rispettivi obiettivi, la durata di mezzi che l'Unione e gli Stati

membri devono mettere a disposizione.

2) azioni comuni: disciplinate dal art. 14 TUE. Esse affrontano specifiche situazioni in

cui si ritiene necessario un intervento operativo dell'Unione. A differenza delle strategie

comuni, si estrinsecano in un'azione concreta dell'Unione nel settore della politica estera.

Hanno un valore vincolante nei confronti degli Stati membri, i quali non se ne possono

discostare nelle loro prese di posizioni e nella conduzione della loro azione.

3) posizioni comuni: previste dal art. 15 TUE. Si limitano a definire l'approccio

dell'Unione su una questione particolare di natura geografica o tematica. Non sembrano

essere vincolanti (si dice "gli Stati membri provvedono affinché le loro politiche

nazionali siano conformi alle posizioni comuni", quindi la forma verbale "provvedere"

risulta essere sinonimo di non cogenza).

4) accordi internazionali: l'articolo 24 TUE prevede infine la possibilità di concludere

accordi internazionali con uno o più Stati od organizzazioni internazionali.

12. Gli atti delle istituzioni nella Costituzione.

Le innovazioni che il progetto di Costituzione introduce riguardo alla tipologia degli atti

delle istituzioni sono notevoli. La nuova tipologia è contenuta nell' art. I-33, che elenca

le seguenti categorie di strumenti giuridici: legge europea, la legge quadro europea, il

regolamento europeo, la decisione europea, raccomandazioni e pareri.

Subito differenzia gli atti legislativi dagli atti di altra. Tale differenziazione si ripercuote

anche sulle istituzioni, cui è riservata l'approvazione di atti legislativi e sulla procedura

applicabile.

1) atti legislativi: a loro voltasi distinguono in:

a) leggi europee: hanno le stesse caratteristiche degli attuali regolamenti comunitari;

b) leggi quadro europee: corrispondono alle direttive. Essere vincolalo tutti gli Stati

membri destinatari. Da ciò potrebbe desumersi che una legge quadro

deve rivolgersi a tutti gli Stati membri e non potrebbe avere come destinatari Stati

membri definiti. (Contrariamente al regolamento europeo).

2) atti non legislativi: a loro voltasi distinguono in:

a) regolamenti europei: atti normativi di secondo grado. Hanno portata generale che

sono rivolti a dare attuazione agli atti legislativi ovvero a specifiche disposizioni della

Costituzione. Può essere configurato come un attuale regolamento comunitario, in

questo caso è obbligatorio in tutti su elementi e direttamente applicabile. Può invece

essere configurato come un attuale direttiva, in questo caso vincola lo Stato membro

destinatario circa risultato da raggiungere. I regolamenti europei possono essere adottati

tanto dal Consiglio, quanto dalla Commissione, oltre che dalla BCE, ove previsto. I

regolamenti europei delegati sono emanati dalla Commissione in forza di una delega

contenuta in una legge europea o in una legge quadro europea. Possono infatti

completare o modificare determinati elementi non essenziali della legge o legge quadro.

I regolamenti europei d'esecuzione contengono misure necessarie per l'attuazione di atti

giuridicamente obbligatori dell'Unione, quando si sia ritenuto che gli stessi richiedano

condizioni uniformi di esecuzione. Sono adottati dalla Commissione, su autorizzazione

conferita nell'atto da eseguire, o dal Consiglio in casi specificatamente motivati;

b) decisioni europee: obbligatoria in tutti i loro lamenti. A differenza di quelle previste

dal art. 249.4 TCE, esse non hanno sempre destinatari specifici. In questo senso la sua

obbligatorietà e generale. Qualora invece siano designati dei destinatari, la decisione è

obbligatoria soltanto nei confronti di questi. Possono essere adottate dal Consiglio, dalla

Commissione, ma anche dal Consiglio europeo, nei casi specificatamente previsti, e

dalla BCE. Le decisioni europee possono essere anche di secondo grado: ciò avviene

quando la decisione di base attribuisce alla Commissione o al Consiglio la competenza

ad adottare misure uniformi d'esecuzione attraverso una decisione europea d'esecuzione.

Aspetti positivi della nuova tipologia:

- la scelta di distinguere anche dal punto di vista formale gli atti legislativi da quelli di

altra natura;

- il riconoscimento di un tipo di decisioni che non hanno nulla a che fare con le decisioni

di portata individuale di cui parla l'art.249.4 TCE.

Aspetti negativi:

- la previsione di un unico atto normativo, ma non legislativo (il regolamento europeo);

- la distinzione tra regolamenti delegati e regolamenti d'esecuzione.

13. L'adattamento dell'ordinamento italiano al diritto comunitario.

Come si è visto i Trattati si presentano nella forma di normali trattati internazionali. Più

precisamente l'ordine di esecuzione di ciascun trattato è stato dato con la medesima

legge con cui il Parlamento ha autorizzatola ratifica del trattato stesso da parte del Capo

dello Stato, ai sensi dell'art. 80 Cost. Il ricorso ad una legge ordinaria per eseguire

trattati così importanti come quelli europei ha dato luogo difficoltà. La legge

costituzionale 18 ottobre 2001 n.3 si limita a dare già per acquisitala partecipazione

italiana alla Comunità. Il nuovo art. 117 Cost. stabilisce infatti che la potestà legislativa

è esercitata dallo Stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli

derivanti dall'ordinamento comunitario e da gli obblighi internazionali (altri Stati

membri hanno invece modificato la propria Costituzione Nazionale, inserendo apposite

"clausole europee"). In assenza di una norma costituzionale specifica, si è ritenuto di

poter ricondurre l'adesione italiana alla Comunità e poi all'Unione all'art. 11 Cost.

Questa possibilità ha trovato conferma nella giurisprudenza della Corte costituzionale,

secondo la quale l'articolo 11 non è solo una norma permissiva, ma è anche una norma

procedurale: consente di accettare limitazioni di sovranità, senza necessità di procedere

ad una revisione costituzionale.

Più difficile è risultato il compito di assicurare l'attuazione in Italia del diritto

comunitario secondario o derivato. In Italia inizialmente si ricorreva allo strumento della

delega legislativa al Governo, ai sensi dell'art. 76 Cost. Un nuovo e più efficiente

meccanismo di attuazione degli atti comunitari è stato adottato con la legge 9 marzo

1989 n. 86, nota come Legge La Pergola, ora sostituita dalla legge 4 febbraio 2005 n. 11

(sono entrambe leggi ordinarie ed in questo stati loro limite, in quanto possono essere

abrogate da leggi ordinarie successive). La novità introdotta dalla Legge La Pergola è

l'introduzione di un meccanismo legislativo annuale: ogni anno, il Parlamento approva

una legge comunitaria, che contiene provvedimenti volti a rendere conforme

l'ordinamento italiano a tutti gli obblighi comunitari, che vengono a maturazione entro

l'anno di riferimento. In particolare si tratta degli obblighi che conseguono:

a) all'emanazione di ogni atto comunitario e dell'Unione europea che vincoli della

Repubblica italiana ad adottare provvedimenti di attuazione;

b) all'accertamento giurisdizionale, con sentenza della Corte di giustizia delle Comunità

europee, della incompatibilità di norme legislative e regolamentari dell'ordinamento

giuridico nazionale con le disposizioni dell'ordinamento comunitario;

c) all'emanazione di decisioni- quadro e di decisioni adottate nell'ambito della

cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.

(Dopo la riforma del titolo V alcune Regioni hanno introdotto nella rispettivo

ordinamento meccanismi analoghi, che prevedono l'adozione di vere proprie leggi

comunitarie regionali).

Vengono previsti tre metodi principali, attraverso i quali la legge comunitaria opera per

rendere l'ordinamento italiano conforme agli obblighi sopra citati:

1) attuazione diretta: la stessa legge comunitaria abroga o modifica disposizioni statali

vigenti. Può essere seguito in due casi:

a) disposizioni statali vigenti in contrasto con gli obblighi specificati dall' art.1 cit.;

b) disposizioni statali vigenti oggetto di procedure di infrazione avviate dalla

Commissione delle Comunità europee nei confronti della Repubblica italiana. Si tratta

del procedimento più dispendioso. Esso viene utilizzato per adempimenti puntuali e di

semplice definizione oppure quando vi sono motivi di urgenza.

2) delega legislativa al Governo: ai sensi del art. 76 Cost. la legge comunitaria, può

avere (in parte) il contenuto di una legge delega. In questo caso essa prevede i criteri per

l'attuazione delle norme comunitarie da parte del Governo, mediante decreti legislativi.

3) attuazione in via regolamentare e amministrativa: rappresenta l'elemento di maggior

rilievo introdotto dalla legge La pergola. La legge comunitaria può contenere

disposizioni che autorizzano il Governo ad attuare in via regolamentare le direttive a

norma del art. 11. Il regolamento emanato in forza della citata disposizione è perciò in

grado di modificare norme di legge preesistenti, grazie all'espressa autorizzazione data

dal Parlamento nella legge comunitaria. Si opera pertanto la delegificazione delle

materie interessate.

La legge La pergola e ora la legge 4 febbraio 2005 n. 11 si occupano anche

dell'attuazione del diritto comunitario da parte delle Regioni. L' attuale sistemazione

della materia riconosce un ruolo sempre più ampio alle Regioni, salvo restando il

principio della responsabilità del solo Stato nei confronti delle istituzioni comunitarie.

Le regioni e le province autonome, delle materie di loro competenza provvedono

all'attuazione e all'esecuzione degli atti dell'Unione Europea, nel rispetto delle norme di

procedura stabilite con legge dello Stato, che disciplina le modalità d'esercizio del potere

sostitutivo in caso di inadempienza (art. 117). In attuazione di tale principio l'articolo 16

della legge n. 11/ 2005 prevede che le regioni e le province autonome, nelle materie di

loro competenza, possano dare immediata attuazione alle direttive comunitarie. Esse

possono provvedere non appena la direttiva entra in vigore e diventa pertanto

obbligatoria per lo Stato. (Ciò non esclude del tutto l'intervento dello Stato. In primo

luogo, nelle materie di competenza concorrente, è compito dello Stato la determinazione

dei principi fondamentali in secondo luogo gli artt. 117.5 e 120.2 Cost. prevedono a

favore dello Stato un potere sostitutivo nel caso di inadempimento regionale riguardante

la normativa comunitaria. Per quanto riguarda l'attuazione di atti normativi comunitari,

la legge n. 11/2005 ribadisce il sistema precedente, consistente in un meccanismo di

sostituzione preventiva. Lo Stato in pratica adotta decreti legislativi o regolamenti di

attuazione anche riguardo a direttive che ricadono nelle materie di competenza

regolamentare o legislativa delle regioni o delle province autonome. Tali provvedimenti

hanno natura cedevole. Una procedura di sostituzione successiva, disciplinata

dall'articolo 8, prevede la messa in mora preventiva della Regione che versi in situazione

di mancato rispetto della normativa comunitaria, con l'assegnazione di un congruo

termine per adottare i provvedimenti dovuti o necessari. Decorso invano detto termine, il

Consiglio dei ministri provvederà direttamente o nominando un'apposita commissione.

Alla riunione del Consiglio, partecipa il Presidente della Giunta regionale o provinciale

interessata).

FONTI COMUNITARIE E SOGGETTI DEGLI ORDINAMENTI INTERNI

1. Considerazioni generali.

Abbiamo visto come la caratteristica propria dell'ordinamento comunitario, consiste nel

riconoscere come titolari di soggettività giuridica non solo gli Stati membri, ma anche

coloro ai quali tale soggettività spetta nell'ambito degli ordinamenti interni degli Stati

membri. Tale caratteristica comporta che le norme comunitarie presentano due

dimensioni:

- dimensione internazionale: sono di tipo internazionalistico i rapporti giuridici che il

diritto comunitario fa sorgere in capo agli Stati membri e alla Comunità. Il contenuto di

tali rapporti è costituito da una serie di diritti e obblighi che la Comunità, o lo Stato

membro può far valere nei confronti di un altro Stato membro o istituzione. Nell'ambito

di tali rapporti, lo Stato membro interessato si presenta in maniera unitaria,

analogamente a quanto avviene nell'ordinamento internazionale.

I rapporti di tipo internazionalistico sfociano, in caso di controversia, nei procedimenti

giudiziari di soluzione, il più importante dei quali è disciplinato dagli artt. 226 e 227

TCE.

- dimensione interna: appartengono ad una dimensione interna all'ordinamento di

ciascuno Stato membro, i rapporti giuridici interessati dal diritto comunitario che

coinvolgono soggetti di tali ordinamenti. Talvolta si tratta di rapporti orizzontali

(contrapposti sono soggetti privati), più spesso si tratta di rapporti verticali (sorgono tra

un soggetto privato e un soggetto pubblico). Il diritto comunitario può intervenire su tali

rapporti con intensità variabile.

In primo luogo, può darsi che il diritto comunitario fornisca la disciplina di tali rapporti.

Ciò avviene, in particolare, nel campo d'applicazione dei regolamenti, i quali, essendo

direttamente applicabili, disciplinano un'intera materia e si sostituiscono alle eventuali

norme interne preesistenti (effetto di sostituzione). Tale effetto, seppur su scala più

limitata, può derivare anche da altre fonti di diritto comunitario.

In secondo luogo il diritto comunitario può interessare la disciplina di un rapporto

giuridico dettando principi o regole che si limitano ad impedire l'applicazione di norme

interne ad esse contrarie (effetto di opposizione). In questi casi, la disciplina del

rapporto resta soggetta al diritto interno, dal quale vengono eliminate soltanto le norme

incompatibili con il diritto comunitario.

In entrambi i casi precedenti si suole dire che la norma comunitaria produce effetti

diretti ovvero gode di efficacia diretta negli ordinamenti interni (non è possibile definire

a priori il contenuto degli effetti diretti che una norma comunitaria può produrre,

essendo questi strettamente legati al contenuto della norma stessa e al contesto in cui la

norma è invocata).

L'efficacia diretta di una norma comunitaria implica che il soggetto nei cui confronti la

norma produce effetti favorevoli può pretenderne il rispetto da parte dell'altro soggetto

del rapporto (efficacia diretta in senso sostanziale). In caso di mancato rispetto,

l'efficacia diretta comporta anche l'invocabilità in giudizio: i soggetti favoriti della

norma comunitaria possono chiedere al giudice nazionale l'applicazione in giudizio della

norma stessa, ottenendone la corrispondente tutela giurisdizionale.

Occorre rilevare che in passato, la Corte usava indistintamente i termini efficacia diretta

e applicabilità diretta. In realtà l'applicabilità diretta in senso stretto è riservata dall' art.

249 TCE ai soli regolamenti. L'efficacia diretta è invece una caratteristica che può essere

presente anche in altre fonti comunitarie, appare quindi opportuno distinguere le due

nozioni ed utilizzare soltanto il termine efficacia diretta per riferirsi all'oggetto della

presente Parte.

Non sempre le norme comunitarie presentano le caratteristiche necessarie per produrre

effetti diretti (persino di regolamenti).

L'efficacia diretta non costituisce tuttavia l'unica forma attraverso cui le norme

comunitarie assumono rilevanza normativa interna. In presenza di norme prive della

capacità di produrre effetti diretti, la giurisprudenza ha individuato almeno due forme di

efficacia indiretta:

- interpretazione conforme: riconoscere che il diritto comunitario, anche non

direttamente efficace, ha un valore interpretativo cogente rispetto alle norme interne. I

giudici nazionali sono infatti soggetti ad un obbligo di interpretazione conforme.

- risarcimento del danno: riconoscere che la mancata attuazione di una norma non

direttamente efficace fa sorgere, in capo coloro che sono stati danneggiati dalla mancata

attuazione, il diritto al risarcimento del danno a carico dello Stato membro responsabile.

2. I presupposti dell'efficacia diretta

Già si è detto che l'efficacia diretta non è una caratteristica propria di ogni norma

comunitaria. Pertanto il giudice nazionale, qualora intenda trarre da una norma

comunitaria effetti diretti al fine di risolvere una controversia, ha l'onere di verificare

d'ufficio se la norma presenti le caratteristiche necessarie, avvalendosi, se del caso, del

rinvio pregiudiziale di cui al art. 234 (è una questione infatti che attiene

all'interpretazione della norma stessa e rientra pertanto nella competenza pregiudiziale

della corte di giustizia).

Per stabilire se una norma comunitaria abbia o meno efficacia diretta, la Corte mira ad

individuare nella norma in questione alcune caratteristiche sostanziali che la rendano

suscettibile di essere applicata dal giudice. Le caratteristiche richieste sono espresse con

formule variabili ma che ruotano sempre intorno al concetto di sufficiente precisione e

in incondizionatezza della norma. (V. sentenza Van Gend & Loos).

1)Sufficiente precisione: ha riguardo alla formulazione della norma: essa deve contenere

un precetto sufficientemente definito perché i soggetti destinatari possano comprenderne

la portata e il giudice possa applicarlo nei giudizi di propria competenza. La norma

comunitaria deve specificare almeno tre aspetti:

a) il titolare dell'obbligo;

b) il titolare del diritto;

c) il contenuto del diritto-obbligo creato dalla norma stessa.

(V. sentenza Francovich e sent. CIA Security International).

La diretta efficacia si determina anche in funzione del contenuto del diritto che si

intende azionare (v. sentenza Johnston e sent. von Colson).

2) incondizionatezza: attiene all'assenza di clausole che subordinino l'applicazione della

norma ad ulteriori interventi normativi da parte degli Stati membri o delle istituzioni

comunitarie, ovvero consentano agli Stati membri un certo margine di discrezionalità

dell'applicazione (v. sentenza Becker). L'esistenza di norme che consentono agli Stati

membri di derogare all'applicazione di un'altra norma per determinati motivi non esclude

di per sé l'efficacia diretta di quest'ultima (sentenza Van Duyn).

Inoltre ai fini della verifica dell'efficacia diretta, la destinatarietà formale della norma

non ha alcun rilievo. In particolare la circostanza che la norma si rivolga agli Stati

membri o alle istituzioni non comporta necessariamente che sia priva di efficacia diretta

(v. sentenza Defrenne).

In linea di massima, i presupposti dell'efficacia diretta sono gli stessi qualunque sia il

tipo di norma comunitaria rispetto alla quale il problema si pone. Le caratteristiche

proprie di ciascuna fonte portano ad alcune differenze di approccio e, talvolta, a

soluzioni particolari.

- Disposizioni del Trattato: alcune di esse si riferiscono espressamente singoli.

Esempio importante è dato dalle norme in materia di concorrenza (in particolare gli artt.

81 e 82), le quali sono senz'altro direttamente efficaci, nel senso che sono direttamente

opponibili alle imprese interessate (v. sentenza Pronumptia e sentenza Manfredi). Quindi

anche norme del Trattato formalmente rivolte agli Stati membri possono produrre effetti

diretti qualora siano dotate delle caratteristiche della sufficiente precisione e della

incondizionatezza (v. sentenza Van Gend & Loos,Defrenne,Van Duyn e Reyners). Le

norme del Trattato producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali, quanto nei

rapporti orizzontali. Si parla pertanto di efficacia diretta verticale e di efficacia diretta

orizzontale (v. sentenza Angonese e sentenza Deliège).

- Accordi internazionali conclusi dalla Comunità (art. 300): anche per essi si pone il

problema dell'efficacia diretta. È infatti possibile che soggetti privati siano interessati a

far valere la disciplina contenuta in tali accordi, per contestare la legittimità di

comportamenti o di provvedimenti degli Stati membri o delle istituzioni (v. sentenza

Kupferberg e sentenza Sevince). La verifica svolta dalla Corte per decidere circa

l'efficacia diretta delle disposizioni contenute in accordi internazionali si caratterizza per

una particolare attenzione rivolta al contesto. Dapprima occorre dimostrare che la natura

e la struttura dell'accordo permettono di riconoscere effetti diretti alle sue disposizioni in

generale. Successivamente, è necessario provare che la specifica disposizione invocata

presenti le caratteristiche della sufficiente precisione e della incondizionatezza (v.

sentenza Kupferberg).

- Regolamenti: per essi il problema dell'efficacia diretta ha scarsa consistenza. Infatti la

caratteristica della diretta applicabilità implica che, normalmente, le disposizioni dei

regolamenti siano anche capaci di produrre effetti diretti. Il principio subisce una certa

attenuazione nel caso di regolamenti che richiedono l'emanazione da parte degli Stati

membri di provvedimenti di integrazione o di esecuzione. In mancanza quindi dei

provvedimenti nazionali, non si può fare a meno di verificare che la disposizione

regolamentare in questione presenti i presupposti della sufficiente precisione e della

incondizionatezza (v. sentenza Leonesio e sentenza Azienda Agricola Monte Arcosu).

Anche i regolamenti producono effetti diretti tanto nei rapporti verticali (efficacia diretta

verticale) quanto in quelli orizzontali (efficacia diretta orizzontale).

3. Segue: il caso delle direttive e delle decisioni.

- Direttive: per quanto riguarda i presupposti sostanziali, anche le direttive per essere

direttamente efficaci, devono presentare le caratteristiche della sufficiente precisione ed

incondizionatezza (v. sentenza Marshall). Le differenze dai casi precedenti riguardano

invece il momento a partire dal quale l'efficacia diretta si produce e i soggetti nei cui

confronti può essere fatta valere.

1) portata temporale: per sua natura la direttiva non è concepita come fonte di effetti

diretti. La disciplina dei rapporti giuridici interni rientranti nel suo oggetto viene posta

dalle norme di attuazione emanate da ciascuno Stato membro (hanno un'efficacia

normativa interna meramente indiretta o mediata). Tuttavia, capita spesso che gli Stati

membri attuino le direttive in ritardo oppure in forme non corrette o sufficienti, in modo

da impedire il raggiungimento del risultato voluto. Solo in casi del genere si pone il

problema di stabilire se, nonostante la mancanza o l'insufficienza delle misure nazionali

d'attuazione, la direttiva possa produrre effetti diretti. Quindi di effetti diretti di una

direttiva non può parlarsi se non dopo la scadenza del termine per l'attuazione concesso

agli Stati membri. Prima di questo momento l'unico effetto giuridico che produce è

quello di obbligare gli Stati membri ad attuarla. (L'unico caso di efficacia diretta

anticipata potrebbe darsi nell'ipotesi di attuazione completa effettuata prima della

scadenza del termine. V. sentenza Inter-Environnement Wallonie, sentenza Mangold e

sentenza Adeneler).

2) portata soggettiva dell'efficacia diretta di una direttiva: la giurisprudenza ha seguito

un percorso argomentativo alquanto vario, ma coerente nel sottolineare il nesso tra

efficacia diretta e violazione dell'obbligo d'attuazione che grava sugli Stati membri.

(Inizialmente, la Corte ha puntato sul carattere obbligatorio della direttiva, avvicinandola

in tal modo al regolamento, ma anche sulla teoria dell'effetto utile, che porta ad

interpretare le norme comunitarie in maniera da consentire che esse esplichino i loro

effetti nella maggior misura possibile.V. sentenza Van Duyn.- Successivamente la Corte

introduce un nuovo argomento che sembra assimilare l'efficacia diretta ad una sorta di

sanzione a carico dello Stato membro inadempiente. V. sentenza Ratti). Dal momento

che l'efficacia interna della direttiva inattuata è conseguenza dell'obbligatorietà della

stessa nei confronti degli Stati membri, si comprende perché la Corte abbia limitato tale

l'efficacia ai soli rapporti verticali e, più specificatamente, ai rapporti in cui la direttiva è

invocata contro un'autorità pubblica.Ogni autorità pubblica, infatti, è tenuta, nel proprio

ambito di competenza, ad attuare la direttiva ai sensi dell'art. 249.3 (ad essa è perciò

possibile rimproverare di non averlo fatto). Viceversa, la direttiva inattuata, non può

produrre effetti diretti dei rapporti orizzontali o comunque in modo da addossare

obblighi ai soggetti privati, i quali non possono essere in alcun modo considerati

responsabili della mancata attuazione. La direttiva pertanto ha soltanto efficacia diretta

verticale, mentre è priva di efficacia diretta orizzontale (v. sentenza Ratti,sentenza

Marshall,Faccini Dori e Pfeiffer).

Di fronte ad una direttiva inattuata , risulta pertanto determinante stabilire se il soggetto

nei cui confronti si intende invocare la direttiva è un soggetto pubblico o un soggetto

privato. La Corte considera che l'obbligo di attuare la direttiva non incombe soltanto

sugli organi dello Stato centrale, ma anche su qualsiasi articolazione della struttura

pubblica, indipendentemente dal se si tratti di entità dotate di poteri autoritativi ovvero

di entità che agiscano con gli strumenti dell'autonomia privata (v. sentenza Marshall,

sentenza Foster, sentenza Ratti,sentenza Johnston e Van Duyn).

Il mero fatto che l'applicazione di una direttiva inattuata comporti effetti sfavorevoli nei

confronti di singoli non sempre conduce a classificare la fattispecie come un'ipotesi di

efficacia diretta orizzontale. In proposito vi sono tre ipotesi:

a) rapporti triangolari: rapporti in cui un privato invoca l'applicazione di una direttiva

inattuata nei confronti di un organo pubblico, a titolo principale, ma anche nei confronti

di altri soggetti privati, la cui posizione verrebbe compromessa dall'applicazione della

direttiva. In casi del genere, la Corte non sembra considerare l'effetto pregiudizievole

indirettamente subito dai soggetti privati controinteressati come circostanza preclusiva

alla produzione di effetti diretti da parte della direttiva (v. sentenza Fratelli Costanzo).

b) direttive che prevedono procedure comunitarie di controllo sulle normative degli Stati

membri: tali direttive riguardano adempimenti prescritti a carico dei soli Stati membri.

In questi casi, la direttiva inattuata non influisce sulla disciplina dei rapporti interprivati,

se non indirettamente, nel senso di precludere l'applicazione di una normativa interna

emanata in violazione delle procedure di controllo. In casi del genere, la Corte ritiene

che la direttiva non crea né diritti né obblighi per i singoli e può dunque essere applicata

dal giudice, senza che si possa parlare di efficacia orizzontale (v. sentenza Unilever).

c) successione di norme interne di cui la più recente sia incompatibile con una direttiva:

si è sostenuto che in casi del genere la direttiva non comporterebbe di per sé effetti

negativi a carico dei privati, dal momento che essa si limiterebbe ad impedire

l'applicazione della disposizione interna più recente. La tesi è stata respinta dalla Corte

nella sentenza Berlusconi. Tuttavia la sentenza è stata resa con riferimento a casi in cui il

riconoscimento di effetti diretti avrebbe comportato un aggravamento della

responsabilità penale degli imputati. Tenendo conto che la Corte si è sempre mostrata

restia ad attribuire alle norme comunitarie effetti del genere, non è escluso che, in un

contesto che non coinvolga conseguenze di tipo penale, la Corte possa accogliere la tesi

sopradescritta.

La scelta di negare alle direttive inattuate ogni efficacia diretta in senso orizzontale è

stata oggetto di molte critiche (s'è parlato di discriminazione arbitraria).

- Decisioni: raramente la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla loro efficacia

diretta. Nella sentenza Grad la Corte occupandosi di una decisione del Consiglio rivolta

agli Stati membri, ha riconosciuto la possibilità che tale decisione possa essere invocata

non soltanto dalle istituzioni comunitarie, ma anche da qualsiasi soggetto interessato al

suo adempimento, anticipando in gran parte gli argomenti che sono stati poi utilizzati a

proposito delle direttive nella citata sentenza Van Duyn (la Corte non ha però mai avuto

occasione di precisare se le decisioni inadempiute possono avere efficacia diretta anche

orizzontale ovvero se anche a questi atti si applicano le stesse limitazioni individuate a

proposito delle direttive - v. decisioni in materia di aiuti statali delle imprese).

4. L'obbligo di interpretazione conforme.

Si è visto come esistono numerosi motivi che possono escludere l'efficacia diretta di una

norma comunitaria. In ipotesi del genere, occorre domandarsi se la norma comunitaria

possa assumere un valore normativo indiretto nell'ordinamento degli Stati membri e

debba perciò essere presa in considerazione dal giudice nel risolvere una controversia.

L'individuazione di forme di efficacia indiretta del diritto comunitario è stata valorizzata

in particolare rispetto alle direttive. Il ricorso alle forme di efficacia indiretta è servito

alla Corte per attenuare gli inconvenienti derivanti dalla giurisprudenza sulla mancanza

di effetti orizzontali.

Prima forma di efficacia indiretta consiste nell'obbligo di interpretazione conforme: gli

operatori giuridici e soprattutto i giudici quando sono chiamati ad applicare norme

interne sono tenuti ad interpretarle in conformità con il diritto comunitario, anche se

questo non è direttamente efficace. Tale obbligo si ricollega all'obbligo di leale

collaborazione.

La differenza tra diretta efficacia e interpretazione conforme risiede nel fatto che, mentre

nel primo caso il giudice disapplica la norma interna confliggente con la norma

comunitaria, nel secondo egli applica pur sempre la norma interna ma interpretandola in

modo aderente a quella comunitaria (la distinzione è sottolineata dalla giurisprudenza,

secondo la quale l'interpretazione conforme delle norme interne non può giungere fino al

punto che ad un singolo venga opposto un obbligo previsto da una direttiva non

trasposta. In caso contrario si avrebbe la produzione di effetti diretti orizzontali).

L'obbligo di interpretazione conforme è stato affermato anzitutto quando il giudice

nazionale si trova a dover interpretare e ad applicare le disposizioni che uno Stato

membro ha specificatamente adottato per attuare una direttiva (sentenza von Colson).

Successivamente l'obbligo di interpretazione conforme è stato esteso anche a

disposizioni nazionali più antiche rispetto alla direttiva e pertanto prive di qualunque

legame funzionale con la direttiva stessa(sentenza Marleasing). Da ultimo la Corte ha

chiarito che l'obbligo in questione riguarda tutto il diritto nazionale.

L'obbligo di interpretazione conforme incontro alcuni limiti. In primo luogo esso resta

subordinato all'esistenza di un margine di discrezionalità che consenta l'interprete di

scegliere tra più interpretazioni possibili della norma interna. Se, invece, la norma

interna è inequivocabilmente contraria alla norma comunitaria e questa è priva di

efficacia diretta, l'obbligo in esame viene meno (in sintesi l'obbligo di interpretazione

conforme non può servire da fondamento ad un'interpretazione contra legem del diritto

nazionale - sentenza Adeneler). Il secondo limite è di carattere temporale: l'obbligo non

sorge prima della scadenza del termine di attuazione della direttiva in questione. In terzo

luogo la giurisprudenza ha precisato che nel riferirsi al contenuto delle direttive quando

interpreta le norme di diritto interno, il giudice deve rispettare i principi generali che

fanno parte del diritto comunitario(sentenza Kolpinghuis Nijmegen). La Corte nega

pertanto la possibilità che le direttive, finché restano inattuate, possano avere l'effetto,

anche solo sotto profilo interpretativo, di aggravare la responsabilità penale degli

individui (sentenza Arcaro e precedente cit.).

La Corte ha affermato che tale obbligo sussiste anche riguardo alle decisioni quadro

adottate nell'ambito del III pilastro, nonostante che l'art.34 par.2 TUE specifici che tali

atti non hanno efficacia diretta (sentenza Pupino).

5. Il risarcimento del danno.

Un'altra forma di efficacia indiretta consiste nel riconoscere che la norma comunitaria,

anche se non direttamente efficace, può essere fonte di un diritto al risarcimento del

danno. Secondo la Corte il principio della responsabilità dello Stato per danni causati ai

singoli in violazione del diritto comunitario ad esso imputabili è inerente al sistema del

Trattato (sentenza Brasserie du Pècheur). Non vi è dubbio che, qualora gli organi di uno

Stato membro ledano il diritto attribuito ad un singolo da una norma comunitaria

direttamente efficace, provocando un danno, tali organi siano tenuti al risarcimento. In

questi casi il diritto al risarcimento costituisce un corollario necessario dell'effetto diretto

riconosciuto alle norme comunitarie.

Più problematica è l'ipotesi di mancata attuazione di una direttiva priva di efficacia

diretta. In questi casi, il comportamento omissivo degli organi statali impedisce il

sorgere stesso del diritto che la direttiva intendeva garantire ai singoli, per cui si può

parlare di efficacia indiretta della direttiva, posto che il diritto al risarcimento costituisce

un diritto a sé stante (il diritto ad ottenere il risarcimento del danno subito in

conseguenza della mancata attuazione di una direttiva non direttamente efficace è stato

affermato per la prima volta nella sentenza Franchovich).

Le condizioni dettate dal diritto comunitario perché il diritto al risarcimento sorga sono

tre:

1) la norma comunitaria violata deve essere diretta a conferire diritti ai singoli

danneggiati, il cui contenuto possa essere individuato in base alla norma stessa;

2) la violazione della norma deve essere sufficientemente grave e manifesta;

3) tra la violazione e il danno deve esistere un nesso di causalità diretto (vedi sentenza

Francovich, sentenza Dillenkofer,Brink-mann,Lomas) (si ricordi che non è richiesta la

presenza di un particolare elemento psicologico, dolo o colpa che sia, da parte degli

organi statali responsabili del danno).

Quanto egli organi che, con il loro comportamento omissivo o commissivo, possono

mettere in gioco la responsabilità per danni dello Stato membro, può trattarsi degli

organi legislativi di uno Stato, di autorità fiscali, di una cassa di previdenza, di un ente

locale, ma anche del potere giudiziario (sentenza Kobler - per gli altri casi vedi sentenze

relative).

Condizioni formali sostanziali per l'esercizio del diritto al risarcimento: dipendono dalle

varie legislazioni nazionali, salvo il rispetto dei limiti che tali legislazioni devono

rispettare quando si applicano ad azioni aventi ad oggetto diritti di derivazione

comunitaria (sentenza Francovich cit.).

6. La disciplina processuale della tutela dei diritti di origine comunitaria.

Salvo eventuali interventi di armonizzazione da parte delle istituzioni comunitarie, la

definizione degli aspetti processuali spetta all'ordinamento nazionale dello Stato

membro nel cui ambito la norma comunitaria è azionata. Tale principio (definito

dell'autonomia processuale degli Stati membri) incontra tuttavia alcuni limiti:

1) principio di equivalenza: le modalità definite dal diritto nazionale per l'esercizio di

posizioni di derivazione comunitaria non possono essere meno favorevoli di quelle

applicate per la protezione in via giudiziaria di posizione analoghe, di origine puramente

interna;

2) principio di effettività: le modalità non possono essere tali da rendere eccessivamente

difficile l'esercizio dei diritti di derivazione comunitaria. Le due condizioni sono

cumulative (vedi sentenza Rewe,sentenza

Peterbroeck,Emmott,Fantask,Santex,Manfredi).

Il principio dell'autonomia processuale degli Stati membri e i limiti a tale principio si

applicano anche nel caso di azioni per ottenere il risarcimento del danno imputabile agli

organi statali per violazione del diritto comunitario (sentenza Francovich,Traghetti del

Mediterraneo,Kobler).

7. Il primato del diritto comunitario.

La capacità del diritto comunitario di produrre effetti diretti all'interno degli ordinamenti

degli Stati membri pone il problema dei conflitti che possono sorgere tra norme

comunitarie e norme interne incompatibili. Conflitti del genere sono risolti in base al

principio del primato del diritto comunitario: quando la norma comunitaria direttamente

efficace incontra una norma interna incompatibile , perché ne impedisce parzialmente o

totalmente l'applicazione, il principio del primato impone che la norma comunitaria

prevalga su quella interna.

Da un punto di vista logico, il principio del primato si salda con quello dell'efficacia

diretta: se l'efficacia diretta non si accompagnasse al primato, la norma comunitaria non

potrebbe concretamente creare diritti in capo ai soggetti di quegli ordinamenti degli Stati

membri in cui fossero presenti norme interne incompatibili. L'efficacia della norma

comunitaria varierebbe infatti da uno Stato membro all'altro. Una situazione del genere

sarebbe inaccettabile. È infatti un'esigenza fondamentale dell'ordinamento comunitario

che le sue norme siano applicate uniformemente in tutti gli Stati membri.

A cedere di fronte al diritto comunitario sono le norme interne di qualunque rango. In

caso contrario, l'efficacia della norma comunitaria varierebbe in ragione del diverso

rango delle norme interne che regolano, nei vari Stati, la stessa materia oggetto della

norma comunitaria (il principio del primato si è affermato in via giurisprudenziale, è

stato esplicitato per la prima volta nella sentenza Costa c. Enel: "se l'efficacia del diritto

comunitario variasse da uno Stato all'altro, in funzione delle leggi interne posteriori, ciò

non metterebbe in pericolo l'attuazione degli scopi del Trattato. La Costituzione riprende

il principio del primato in una norma scritta, la cui genericità lo farebbe valere anche per

gli atti adottati nelle materie già rientranti nel II e nel III pilastro, cosa che attualmente

sembra da escludersi). Secondo la Corte, l'ordinamento comunitario non soltanto impone

la prevalenza della norma comunitaria sulla norma interna incompatibile, ma determina

altresì le modalità attraverso cui tale prevalenza deve trovare applicazione e in

particolare l'organo competente a farlo valere (se l'ordinamento nazionale fosse libero di

determinare modalità e procedimenti, il carattere uniforme della norma comunitaria

verrebbe meno). La Corte riconosce in particolare, che il giudice nazionale ha l'obbligo

di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all'occorrenza di propria

iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale (sentenza

Simmenthal). Non possono pertanto essere ammesse le costruzioni normative o le prassi

giurisprudenziali che hanno per effetto di sottrarre al giudice ordinario il potere di

disapplicare immediatamente le norme interne incompatibili con il diritto comunitario e

di riservarlo ad organi diversi. Della sentenza Simmenthal rilevano alcuni passaggi in

cui la Corte sembra voler delineare l'esistenza di un rapporto gerarchico tra ordinamento

comunitario e ordinamenti degli Stati membri, tale da provocare l'invalidità della norma

interna incompatibile con quella comunitaria. Quindi non solo rendere ipso iure

inapplicabile qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale

preesistente, ma anche impedire la valida formazione di nuovi atti legislativi, nella

misura in cui questi fossero incompatibili con norme comunitarie (l'importazione questa

che non è stata accettata dalla Corte costituzionale della sentenza Granital e

recentemente ridimensionata anche dalla Corte di giustizia nella sentenza IN.CO.GE. -

la Corte ha respinto l'idea che l'incompatibilità con il diritto comunitario di una norma di

diritto nazionale successiva abbia l'effetto di rendere quest'ultima inesistente).

L'esigenza di assicurare la tutela giudiziaria immediata delle norme comunitarie

produttive di effetti diretti implica altresì il potere per il giudice nazionale di emanare

provvedimenti provvisori, che comportino la sospensione dell'applicazione di una norma

interna, in attesa che sia definitivamente accertato (mediante rinvio pregiudiziale alla

Corte di giustizia) l'incompatibilità della norma interna con il diritto comunitario

(sentenza Factortame I).

La circostanza che una norma interna sia incompatibile con il diritto comunitario e vada

pertanto disapplicata dal giudice nazionale in forza del principio del primato, norme

esime lo Stato membro interessato dal provvedere alla abrogazione della norma

incompatibile o alla sua modifica. In mancanza, la permanenza della norma

nell'ordinamento dello Stato membro mantiene gli interessati in uno stato di incertezza

circa la possibilità loro garantita di fare appello al diritto comunitario (sentenza 24

marzo 1988, Commissione c. Italia - sentenza San Giorgio, sentenza Provincia autonoma

di Bolzano). L'

8. Segue: la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana.

La piena accettazione del principio del primato da parte della Corte costituzionale

italiana è risultata particolarmente difficoltosa. Inizialmente la Corte parte dall'assunto

che, secondo l'ordinamento costituzionale italiano, l'unico procedimento attraverso cui

una legge in vigore può essere resa inapplicabile è la dichiarazione di incostituzionalità

ai sensi dell'art. 134 Cost. (Sentenza Costa c. Enel) L'attenzione della Corte si focalizza

sulla legge di esecuzione del Trattato,la quale, come si è visto, è una legge ordinaria. Da

ciò la Corte costituzionale deduce che anche le norme del Trattato hanno il rango di

legge ordinaria e sono pertanto destinate a cedere di fronte ad una norma di legge

successiva (la Corte infatti esclude che la legge contenente disposizioni difformi dal

Trattato sia incostituzionale per violazione indiretta dell'art. 11 attraverso il contrasto

con la legge esecutiva del Trattato. Ne consegue che deve rimanere saldo l'impero delle

leggi posteriori e quindi in caso di legge incompatibile con il Trattato, si pone una mera

questione di successione di leggi nel tempo, che deve essere risolta dal giudice di merito

e non dalla Corte costituzionale). Il contrasto è netto: secondo la Corte di giustizia il

giudice nazionale deve applicare le norme del Trattato, disapplicando qualsiasi norma

interna contraria, mentre, secondo la Corte costituzionale, il giudice italiano può

applicare le norme del Trattato soltanto se non sia intervenuta una legge interna

successiva incompatibile.

Un primo avvicinamento avviene con la sentenza I.C.I.C. La Corte costituzionale,

valorizzando maggiormente l'articolo 11 Cost., ne deduce che tale norma non soltanto

consente all'Italia di accettare limitazioni di sovranità con legge ordinaria, ma esige

altresì che il legislatore rispetti le limitazioni di sovranità così accettate e, in particolare,

non ostacoli, attraverso l'emanazione di leggi successive incompatibili o anche

meramente riproduttive, la diretta applicabilità dei regolamenti prescritta dall'art. 249.2

TCE. In simili evenienze, la norma di legge è incostituzionale per violazione

dell'articolo 11, ma tale vizio non può portare alla sua disapplicazione da parte del

giudice ordinario, rendendosi invece sempre necessario l'intervento della Corte

costituzionale ai sensi dell'art. 134 Cost.

Riassumendo, il giudice italiano, per effetto del principio della successione delle leggi

nel tempo, ha il potere di disapplicare una norma di legge interna contraria al diritto

comunitario qualora la legge preceda nel tempo la norma comunitaria, ma non ha il

potere di fare altrettanto qualora il rapporto temporale sia inverso: in questo caso il

giudice non potrà fare altro che sollevare la questione di legittimità costituzionale e

attendere la decisione della Corte costituzionale (la soluzione elaborata dalla Corte

costituzionale presenta il seguente vantaggio: le sentenze di incostituzionalità hanno

valore generale e privano la norma incostituzionale di efficacia, rimuovendola

definitivamente dall'ordinamento; ma anche rilevanti difetti: riduce il ruolo della Corte

ad una funzione puramente notarile e inoltre l'intervento della Corte costituzionale

ritardava il momento a partire dal quale il giudice poteva applicare direttamente la

norma comunitaria).

Il sopravvenire della sentenza Simmenthal (in cui la Corte di giustizia prende posizione

proprio contro la soluzione contenuta nella sentenza I.C.I.C.) costringe la Corte

costituzionale a modificare nuovamente il proprio orientamento. L'occasione viene

fornita dalla sentenza 8 giugno 1984 n. 170, Granital. La novità del ragionamento della

Corte costituzionale consiste nel rifiuto di assimilare le norme comunitarie a norme

nazionali di legge. Da ciò discende l'impossibilità di applicare ai conflitti tra norme

comunitarie e norme di legge i metodi di risoluzione previsti per l'ipotesi di conflitto tra

norme entrambe appartenenti all'ordinamento italiano, compresa la dichiarazione di

incostituzionalità. Trattandosi di norme di ordinamenti diversi, gli eventuali conflitti

vanno risolti in base ad un diverso criterio: il criterio della competenza (l'ordinamento

della C.e.e. e quello dello Stato, pur distinti e autonomi sono necessariamente

coordinati). Occorrerà pertanto stabilire se la materia disciplinata rientri tra quelle in

relazione alle quali l'Italia ha accettato, in conformità con l'articolo 11, di limitare la

propria sovranità in favore della Comunità. Tale compito va svolto dal giudice ordinario

e non richiede l'intervento della Corte costituzionale. Qualora risulti che la materia

rientra effettivamente nella competenza che il Trattato attribuisce alle istituzioni

comunitarie, il giudice italiano,accerta che la normativa scaturente da tale fonte regola il

caso sottoposto al suo esame e ne applica di conseguenza il disposto, con l'esclusivo

riferimento al sistema che governa l'atto da applicare e di esso determina la capacità

produttiva. La soluzione vale soltanto se e quando il potere trasferito alla Comunità si

estrinseca in una normazione compiuta e immediatamente applicabile dal giudice interno

(come nel caso dei regolamenti) (la giurisprudenza successiva ha riconosciuto che il

potere del giudice di applicare direttamente le norme comunitarie, lasciando inapplicate

le leggi interne incompatibili va esteso a tutte le fonti comunitarie capaci di produrre

effetti diretti). La soluzione elaborata dalla Corte costituzionale nella sentenza Granital

benché molto vicina a quanto richiesto dalla Corte nella sentenza Simmenthal, lascia

sopravvivere alcune differenze (separatezza dell'ordinamento statale rispetto a quello

comunitario su cui esiste la Corte costituzionale mentre visione integazionista della

Corte di giustizia nella sentenza Simmenthal. Secondo la Corte costituzionale la norma

di legge confliggente con la norma comunitaria non è invalida come sostiene la Corte di

giustizia, quindi la legge interna resta in vigore ma non interferisce nella sfera occupata

da tale atto).

La Corte costituzionale esclude in due ipotesi il potere del giudice di applicare

immediatamente la norma comunitaria e di disapplicare l'eventuale legge interna

confliggente, esigendo invece che sia sollevata questione di costituzionalità. Si tratta

pertanto di casi ancora oggi riservati alla competenza residua della Corte costituzionale:

1) norma comunitaria contraria ai principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale

e ai diritti dell'uomo: il giudice nazionale chiamato ad applicare una norma comunitaria

sospettata di violare i predetti principi, sarebbe pertanto tenuto a sollevare questione di

costituzionalità relativamente alla legge di esecuzione del Trattato, in quanto da tale

legge deriverebbe l'applicazione in Italia di una norma comunitaria del genere. (La

competenza rivendicata dalla Corte costituzionale confligge inevitabilmente con la

competenza esclusiva della Corte di giustizia a giudicare della violazione dei diritti

dell'uomo da parte di atti delle istituzioni. La Corte peraltro, non esclude che il giudice a

quo si rivolga prima alla Corte di giustizia, interrogandola sulla validità dell'atto in

questione per violazione dei diritti umani protetti dall'ordinamento comunitario, e sollevi

questione di costituzionalità solo in caso di risposta insoddisfacente a tale questione -

sentenza FRAGD, sentenza Frontini);

2) norme di legge dirette ad impedire il rispetto dei principi fondamentali del Trattato:

(sentenza Granital) dovrebbe trattarsi di casi caratterizzati da particolare gravità e da una

comprovata intenzione di impedire l'applicazione in Italia di interi settori del diritto

comunitario. In casi del genere la Corte sarebbe quindi chiamata ad accertare se il

legislatore ordinario abbia ingiustificatamente rimosso alcuni dei limiti della sovranità

statale, da esso medesimo posti, mediante la legge d'esecuzione del Trattato in diretto e

puntuale adempimento dell'articolo 11 Cost. (La competenza della Corte costituzionale a

conoscere di conflitti tra norme comunitarie e norme interne sussiste anche in tutte

quelle ipotesi che si pongano al di fuori del giudizio di costituzionalità in via di

eccezione. Qualora infatti un conflitto del genere venga in rilievo nell'ambito di una

delle sue competenze dirette, la Corte costituzionale è chiamata a risolverlo, rispettando,

come tutti gli organi dello Stato, il principio del primato (v. varie sentenze).

Con la riforma del Ttolo V della Costituzione il principio del primato del diritto

comunitario su quello interno ha trovato un'esplicita consacrazione nel nuovo testo

dell'art. 117.1. (Resta salvo pertanto il potere-dovere del giudice ordinario di

disapplicare direttamente la norma interna incompatibile secondo la soluzione delineata

a partire dalla sentenza Granital, senza dover ricorrere al giudizio di incostituzionalità in

via d'eccezione. Per quanto riguarda invece le competenze dirette della Corte

costituzionale l'art. 117 costituisce ormai il parametro di costituzionalità naturale).

IL SISTEMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE

1. Considerazioni generali.

L'ordinamento comunitario comprende un sistema di tutela giurisdizionale che assicura

la protezione delle posizioni giuridiche sorte per effetto del diritto comunitario. Tale

sistema è ripartito tra il giudice comunitario (Corte di giustizia, Tribunale di primo grado

e Tribunale Funzione pubblica) e i giudici degli Stati membri.

Alla competenza esclusiva del giudice comunitario spettano alcune azioni

tassativamente enumerate dal TCE, che i soggetti interessati possono proporre

direttamente davanti allo stesso giudice comunitario (competenze dirette):

a) ricorsi per infrazione;

b) ricorsi d'annullamento;

c) ricorsi in carenza;

d) ricorsi per risarcimento;

(il TCE attribuisce alla competenza diretta del giudice comunitario anche altre materie

minoris generis: controversie tra istituzioni e propri dipendenti, controversie riguardanti

la Banca Europea degli Investimenti, controversie derivanti da contratti di diritto privato

stipulati dalla comunità, controversie tra Stati membri connesse con l'oggetto del

trattato, qualora le parti concludano un compromesso che sottoponga la controversia al

giudice comunitario. A queste competenze di tipo contenzioso si aggiungono alcune

competenze consultive, tra cui la compatibilità con il Trattato degli accordi

internazionali la cui conclusione è prevista dalle istituzioni)

Al di fuori di tali azioni, vige invece la competenza dei giudici nazionali. I soggetti

interessati all'applicazione di una norma comunitaria possono infatti rivolgersi ai giudici

nazionali e chiedere loro di assicurare la tutela giudiziaria delle posizioni giuridiche loro

spettanti.

Per evitare che, nell'applicare il diritto comunitario, i giudici nazionali degli Stati

membri possano pregiudicare l'uniformità delle disposizioni di tale diritto,

interpretandole come se si trattasse di norme appartenenti al rispettivo ordinamento

nazionale, il TCE ha previsto uno strumento di raccordo con il giudice comunitario: la

procedura del rinvio pregiudiziale di cui all'art. 234, grazie alla quale il giudice

nazionale ha la facoltà o, in alcuni casi, l'obbligo di deferire alla Corte di giustizia le

questioni riguardanti il diritto comunitario.

(Con le pronunce su una questione pregiudiziale la Corte esercita una competenza

meramente indiretta. Essa infatti conosce solo delle questioni di diritto comunitario

deferite dal giudice nazionale, al quale spetta il potere di decidere l'intera controversia,

dopo che la Corte si sia pronunciata)

Secondo la Corte di giustizia, il sistema comunitario di tutela giurisdizionale dev'essere

completo. L'ordinamento comunitario, infatti rispetta il principio generale del diritto ad

un rimedio giudiziario effettivo. Ne consegue che il titolare di una posizione soggettiva

di origine comunitaria deve avere la possibilità di esperire un ricorso effettivo dinanzi ad

un giudice competente contro gli atti che violano tale sua posizione (v. sentenza

Johnston).

Qualora dovessero darsi delle lacune, nel senso che manchi un rimedio giurisdizionale

utilizzabile per ottenere la protezione di determinate posizioni soggettive, la lacuna

dovrebbe essere colmata attraverso un'interpretazione evolutiva delle norme applicabili.

Perché si possa parlare di lacune è tuttavia necessario prendere in considerazione i

rimedi esistenti tanto a livello comunitario, quanto a livello nazionale. L'insufficienza

dei rimedi esprimibili a livello comunitario non comporta violazione del diritto ad un

rimedio giurisdizionale effettivo, qualora esista un rimedio adeguato che possa essere

azionato davanti ai giudici nazionali. Nell'ipotesi che nessun rimedio giurisdizionale

effettivo esista sorge la necessità di colmare la lacuna in via interpretativa (v. sentenza

Parti écologiste Les Verts e sentenza Uniòn de Pequenos agricultores).

La disciplina del Titolo V TUE, relativo alla PESC, non predispone alcun tipo di

rimedio giurisdizionale. Gli atti adottati in tale ambito sono sottratti a qualunque tipo di

controllo di legittimità da parte della Corte di giustizia. Per quanto riguarda il Titolo VI,

relativo alla Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale, invece, l'art. 35

TUE attribuisce alla Corte di giustizia alcune competenze (v. sentenza 12 maggio 1988,

Commissione c. Consiglio).

2. Il ricorso per infrazione.

Disciplinato dagli articoli 226 e 227 TCE (l'art. 228 definisce portata obblighi e

conseguenze violazione).

L'oggetto del ricorso è la violazione da parte di uno Stato membro di uno degli obblighi

a lui incombenti in virtù del presente trattato.

Per Stato membro va inteso lo stato-organizzazione, comprensivo di tutte le articolazioni

in cui è organizzato l'esercizio del potere pubblico sul territorio statale (quindi non solo

gli organi facenti capo al Governo nazionale, ma anche poteri indipendenti rispetto a

quello esecutivo ed enti territoriali dotati di autonomia e di competenza esclusive - v.

sentenza 16 gennaio 2003, Commissione c. Italia). L'oggetto del ricorso può riguardare

la violazione di qualsiasi obbligo derivante direttamente dal Trattato o dagli atti adottati

in base ad esso (frequenti sono i ricorsi per mancata o non corretta attuazione delle

direttive entro il termine).

(L'unica eccezione riguarda il rispetto del divieto di disavanzi eccessivi la cui violazione

è sottratta all'applicazione degli articoli 226 e 227. Un ricorso per infrazione non è

esperibile nemmeno riguardo al comportamento di uno Stato membro che comporti

violazione dei diritti dell'uomo tutelati in quanto principi generali del diritto

comunitario, salvo che il comportamento stesso sia stato adottato dallo Stato membro di

in attuazione di una norma del Trattato o di un atto delle istituzioni che ne autorizzi o ne

richieda l'adozione. Tuttavia per ipotesi di violazione grave persistente da parte di uno

Stato membro dei principi di cui all'articolo 6, paragrafo 1, l'articolo 7, paragrafo 2 e

successivi TUE prevede una procedura di constatazione affidata al Consiglio, che può

sfociare nella fissazione di sanzioni a carico dello Stato membro interessato. Le sanzioni

possono consistere nella sospensione di alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro. È

prevista inoltre una procedura di pre-allarme).

La violazione è presa in considerazione nel suo obiettivo manifestarsi. Non è pertanto

necessario dimostrare la presenza di un atteggiamento psicologico di colpa o di dolo. Lo

Stato membro non può addurre giustificazioni (v. varie sentenze).

Il procedimento per proporre un ricorso per infrazione varia a seconda del soggetto che

ne assume l'iniziativa. L'art. 226 disciplina l'ipotesi più frequente, che sia alla

Commissione,in quanto custode della legalità comunitaria ad aprire il

procedimento.L'art. 227 contempla la possibilità che ad agire sia uno Stato membro.

(non è consentito ad altri soggetti, in particolare singoli, aprire il procedimento e, in

generale, rivolgersi direttamente alla Corte per far valere la violazione di un obbligo

comunitario da parte di uno Stato membro. Essi potranno semmai denunciare la

violazione alla Commissione o al proprio Stato membro per sollecitarli ad intervenire).

In entrambi i casi sono previste due fasi:

1) fase precontenziosa: ha due scopi. In primo luogo favorisce la composizione

amichevole della controversia riguardante il rispetto delle obblighi del Trattato.

Imponendo alle parti di discutere tra di loro si può evitare l'intervento della Corte. In

secondo luogo la fase a uno scopo processuale, in quanto il suo svolgimento è

condizione di ricevibilità del ricorso della Corte. L'inserimento nell'oggetto del ricorso

di contestazione diverse da quelle sollevate nella fase precontenziosa provocherebbe

l'irrecivibilità parziale del ricorso. In pratica la fase precontenziosa si articola nei

seguenti momenti:

a) invio allo Stato membro di un atto non formale, la lettera di messa in mora, con

quella Commissione, dopo aver contestato allo Stato membro determinati

comportamenti, gli assegna un termine entro il quale presentare le proprie osservazioni;

b) presentazione delle osservazioni da parte dello Stato membro;

c) emissione di un parere motivato, mediante il quale la Commissione espone in via

definitiva gli addebiti mossi allo Stato e lo invita a conformarsi entro il termine fissato.

L'atto finale della fase precontenziosa è costituito da un atto non obbligatorio. Nel

sistema del Trattato, infatti, il potere di constatare l'infrazione commessa da uno Stato

membro non spetta alla Commissione, ma alla Corte. Quindi lo Stato membro non è

obbligato a conformarsi al parere motivato, ma lo farà soltanto se preferisce evitare il

ricorso alla Corte di giustizia. Ciò esclude l'impugnabilità del parere ai sensi dell'articolo

230.

Nel caso disciplinato dall'articolo 226 la scelta di dare avvio al procedimento, quella di

portarlo avanti e di porre termine spettano alla Commissione, che gode in proposito di

un ampio potere discrezionale.

(Non è dunque possibile proporre un ricorso in carenza ai sensi dell'articolo 232 contro

l'omessa o ritardata apertura o conclusione del procedimento - v. sentenza Star Fruit e

sentenza Commissione c. Max.mobil).

(Nella prassi tuttavia il dialogo tra la Commissione e lo Stato membro è molto più

articolato. La durata del procedimento dipende dalla Commissione, alla cui

discrezionalità è rimessa la scelta di porvi fine, emanando il parere motivato. Per alcune

materie si applica un procedimento speciale, in cui non è necessario esperire la fase

precontenziosa prevista dall'articolo 226. Il caso più importante è previsto dall'articolo

88 in materia di controllo sugli aiuti di Stato alle imprese).

2) fase contenziosa: prevede il ricorso dinanzi alla Corte di giustizia e l'emanazione di

una decisione giudiziaria.

Il passaggio alla fase contenziosa è possibile soltanto una volta che il termine fissato nel

parere motivato sia decorso invano, ai sensi dell'articolo 226.2 TCE. La Commissione

non è obbligata a ricorrere alla Corte, né a farlo entro il termine per determinato.

Una volta presentato il ricorso la Corte, invece l'eventuale eliminazione da parte dello

Stato membro della violazione contestata non comporta alcuna conseguenza sull'esito

del giudizio (salvo che la stessa Commissione non accetti di rinunciare a ricorso): la

situazione di infrazione si cristallizza al momento della presentazione del ricorso,eventi

successivi pertanto restano i rilevanti (v. sentenza 30 maggio 1991, Commissione c.

Germania).

La fase contenziosa termine con una sentenza della Corte. Dall'articolo 228 si evince

che, in caso di accoglimento del ricorso, la Corte si limita a riconoscere che lo Stato

membro ha mancato ad un obbligo derivante dal Trattato si tratta pertanto di una

sentenza di mero accertamento. Lo stesso articolo prevede che lo Stato membro è

tenuto a prendere provvedimenti che l'esecuzione della sentenza della Corte di giustizia

comporta. La sentenza non indica a quali adempimenti lo Stato membro dovrà dar corso

e neppure il termine entro cui dovrà provvedere (v. sentenza 13 luglio 1972,

Commissione c. Italia). La mancata o ritardata adozione dei provvedimenti necessari a

conformarsi alla sentenza può indurre la Commissione ad avviare nei confronti dello

Stato membro un secondo procedimento di infrazione per violazione dell'art.228. Per

accrescere l'efficacia deterrente del secondo procedimento, il TUE ha previsto una

specifica disciplina, contenuta nel nuovo paragrafo 2 dell'articolo 228. La maggiore

novità consiste nella possibilità che il secondo procedimento possa condurre alla

emanazione, a carico dello Stato membro inadempiente, di una vera e propria sentenza

di condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria. Nel caso ritenga che uno Stato

membro non ha preso i provvedimenti imposti da una precedente sentenza della Corte, la

Commissione, esperita nuovamente la fase precontenziosa, presente alla Corte un

ricorso, nel quale può essere indicato l'importo della somma forfettaria o di una penalità

(v. varie sentenze).

(L'art. 227 disciplina il procedimento di infrazione avviato su iniziativa di uno Stato

membro lo Stato deve rivolgersi alla Commissione chiedendole di agire nei confronti

dell'altro Stato membro. La Commissione deve porre in condizione gli Stati interessati di

presentare in contraddittorio le loro osservazioni scritte. Successivamente la

Commissione emette un parere motivato. Se però il parere non è stato formulato nel

termine di tre mesi dalla domanda, lo Stato può presentare ricorso direttamente alla

Corte. In caso di inerzia della Commissione,quindi,lo Stato membro riacquista la propria

libertà di agire e può adire la Corte di giustizia. In caso di accoglimento del ricorso, la

sentenza della Corte avrà le stesse caratteristiche di una sentenza emanata a seguito di

ricorso della Commissione. Il potere di chiedere la comminazione di una sanzione

pecuniaria a carico dello Stato membro in occasione di un secondo procedimento di

infrazione è tuttavia di riservato alla Commissione. Per gli Stati membri il ricorso per

infrazione ex art. 227 è l'unico mezzo per risolvere una controversia tra di loro circa il

rispetto degli obblighi derivanti dal TCE)

3 Il ricorso d'annullamento.

Disciplinato dagli artt. 230 e ss. Costituisce la forma principale di controllo

giurisdizionale di legittimità prevista per gli atti dell'istituzioni comunitarie. Esso mira

ad ottenere l'annullamento degli atti che risultino illegittimi.

(sono previste altre procedure che consentono alla Corte di effettuare un controllo sulla

legittimità degli atti delle istituzioni: l'eccezione di invalidità e le questioni pregiudiziali

di invalidità. La pluralità delle procedure attraverso cui può essere contestata la

legittimità di un atto delle istituzioni impone il mantenimento di una certa coerenza tra le

stesse. Ciò si traduce nell'introduzione di elementi di armonizzazione della disciplina

relativa alle varie procedura - v. sentenza 10 dicembre 1969, Commissione c. Francia).

L'art. 230.1 definisce gli atti impugnabili facendo riferimento a tre criteri:

1)autore: possono essere impugnati nell'ordine

i) atti adottati congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio

ii) atti del Consiglio

iii) atti della Commissione

iv) atti della BCE

v) atti del Parlamento digitate istituzioni.

Le citate istituzioni e la BCE sono pertanto dotati di legittimazione passiva nell'ambito

del ricorso d'annullamento.

2)tipo: l' art. 230 parla genericamente di "atti" e menziona due delle categorie di atti

previsti dall'art. 249, i pareri e le raccomandazioni, alla limitato fine di escluderne

l'impugnabilità. Pertanto devono essere ritenuti impugnabili gli atti appartenenti a tutte

le altre categorie dell'art. 249 ma anche gli atti atipici delle istituzioni dotate di

legittimazione passiva.

3)effetti: permette di limitare l'impugnazione ad atti suscettibili di creare effetti giuridici

obbligatori.

(I dubbi sul se l'atto sia destinato a produrre effetti giuridici obbligatori si pongono, in

realtà, soltanto nei confronti degli atti atipici mancando una definizione normativa degli

stessi, è necessario valutarne, di volta in volta, la natura per dare una risposta - v.

sentenza 16 giugno 1993, Francia c. Commissione - Un caso particolare è dato dai c.d.

atti preparatori,ovvero atti che esauriscono le varie fasi di un procedimento complesso,

destinato a sfociare in un provvedimento finale)

I soggetti legittimati a proporre il ricorso (legittimazione attiva)sono individuati dai

commi 2,3,4 dell'art.230. Ciascuno di questi commi prevede condizioni diverse di

ricevibilità. Può pertanto parlarsi di tre categorie di ricorrenti.

-prima categoria (ricorrenti privilegiati): comprende Stati membri, Parlamento,

Consiglio e Commissione. Il loro diritto di ricorso non è soggetto ad alcun limite. Essi

possono proporre ricorso contro qualunque atto che rientri nella definizione di atto

impugnabile e non devono dimostrare alcuno specifico interesse a ricorrere, essendo

considerati portatori di un interesse generale alla legittimità degli atti comunitari.

(Per Stati membri ai sensi dell'art. 230.2 si intendono le sole autorità di Governo degli

Stati membri delle Comunità europee. Di conseguenza una regione che voglia

impugnare un atto delle istituzioni deve rispettare le condizioni previste dal quarto

comma delle persone fisiche o giuridiche. A norma della Legge la Loggia, si attribuisce

alle Regioni o Province autonome se agiscono individualmente un mero potere di

sollecitare il ricorso, mentre, attraverso la Conferenza Stato-Regioni, con deliberazione a

maggioranza assoluta, tali soggetti possono addirittura obbligare il Governo al ricorso.

Si tratterà comunque di un ricorso del Governo e dunque di ricorso di uno Stato membro

ai sensi dell'art. 230.1)

-seconda categoria (ricorrenti intermedi): costituita dalla Corte dei conti e dalla BCE.

La legittimazione ricorrere di tali organi non è generale, ma specificatamente finalizzata

a salvaguardare le loro prerogative.

-terza categoria (ricorrenti non privilegiati): costituita dalle persone fisiche e

giuridiche. Le condizioni alle quali è sottoposto il diritto di ricorso spettante a tali

soggetti sono definite in maniera particolarmente restrittiva dall'art.230.4. La norma

disciplina due ipotesi distinte: a) ( prima ipotesi) una persona fisica o giuridica impugna

una decisione di cui il ricorrente sia il destinatario. In questo caso occorre soltanto

dimostrare di avere interesse a ricorrere (esempi di tali decisioni si hanno nel campo

della disciplina della concorrenza); b) (seconda ipotesi) una persona fisica o giuridica

impugna un atto di cui formalmente non è il destinatario, in quanto appare come un

regolamento o una decisione rivolta ad altre persone. Per ricorrere contro un atto del

genere il ricorrente deve dimostrare che l'atto lo riguarda direttamente ed

individualmente. L'identificazione dei casi in cui tale duo più requisito può dirsi

soddisfatto costituisce un problema interpretativo dei più difficili e delicati dell'intero

diritto comunitario. Conviene affrontare l'esame distinguendo a seconda che l'atto

impugnato sia:

a) una decisione rivolta ad altre persone fisiche o giuridiche;

b) un regolamento o una decisione rivolta a uno o più Stati membri.

a) Perché una persona fisica o giuridica possa impugnare una decisione rivolta ad

un'altra persona fisica o giuridica, l'onere probatorio non è eccessivo. Basta dimostrare

che il ricorrente è portatore di un interesse qualificato all'annullamento dell'atto. Un

siffatto interesse è ritenuto implicito nel fatto di aver provocato l'avvio del procedimento

che ha portato all'adozione dell'atto impugnato o nell'avervi partecipato, presentando

osservazioni che sono state prese in considerazione nell'atto impugnato. In casi del

genere, la ricevibilità del ricorso viene ammessa, senza procedere ad un esame

differenziato dell'interesse diretto rispetto a quello individuale (soluzione questa seguita

in particolare riguardo all'impugnazione delle decisioni di in materia di concorrenza - v.

sentenza Metro).

b) Qualora invece l'atto impugnato sia costituito da un regolamento o anche da una

decisione rivolta ad uno o più Stati membri, l'onere probatorio è maggiore. Le difficoltà

non riguardano tanto l'interesse diretto. Per i regolamenti, considerato che si tratta di atti

direttamente applicabili negli Stati membri, l'interesse diretto è in re ipsa. Quanto alle

decisioni rivolte a Stati membri, si tratta di provare che le autorità nazionali non

dispongono di alcun potere discrezionale riguardo all'applicazione della decisione o che,

pur godendo della facoltà di non applicare la decisione o di applicarla parzialmente,

hanno già manifestato in anticipo la loro volontà di dare all'atto piena applicazione (v.

sentenze Piraiki-Patraiki e von Cramer-Klet). Il vero "scoglio" è costituito invece

dall'interesse individuale. V. sentenza 15 luglio 1963, Plaumann. Ciò che rileva da essa

non è che l'atto impugnato colpisca il ricorrente, ma a quale titolo il ricorrente sia

colpito. Non basta che ciò avvenga in quanto il ricorrente appartiene ad una categoria di

soggetti astrattamente individuata. Occorre invece dimostrare che l'atto ha preso in

considerazione proprio la posizione individuale del ricorrente e pertanto a) produce

effetti giuridici soltanto sulla sua posizione individuale ovvero b) produce sul ricorrente

effetti giuridici diversi (più gravi) rispetto a quelli che si producono a carico di tutti gli

altri soggetti. Conviene soffermarsi sui casi in cui l'interesse individuale può essere

considerato sussistente:

-smascheramento dell'atto: il ricorrente deve fornire la dimostrazione che l'atto non è

quel che appare, ma, in sostanza, è una decisione individuale nei suoi confronti (allo

smascheramento si è talvolta pervenuti in casi di impugnazione di regolamenti -v.

sentenza International Fruit);

-in altri casi è sufficiente dimostrare che l'atto contiene disposizioni che riguardano in

maniera individuale determinati operatori economici (v. sentenze Extramet e

Codorniu).

-presenza di un interesse individuale dimostrata dalla circostanza che l'atto impugnato

contiene un espresso riferimento a determinati soggetti, ovvero che il comportamento

di determinati soggetti sia stato preso in considerazione nel corso del procedimento per

l'emanazione dell'atto impugnato (v. sentenza Allied Corporation).

- interesse individuale può derivare anche dalle caratteristiche del procedimento che

conduce all'atto impugnato. Qualora sia prescritto che il procedimento coinvolga

obbligatoriamente determinati soggetti o sia garantita la partecipazione di altri soggetti

interessati, si presume che tutti questi soggetti siano portatori di un'interesse qualificato

che consente loro di impugnazione dell'atto finale, indipendentemente dalla sua natura

(esempio rilevante di ciò è dato dalle decisioni in materia di aiuti statali delle imprese -

v. sentenze Intermills e Cofaz).

-in maniera analoga, l'interesse individuale è provato se l'istituzione autrice dell'atto

impugnato è soggetta all'obbligo di prendere in considerazione la posizione giuridica

di determinati soggetti (v. sentenza Sofrimport).

Le notevoli difficoltà che le persone fisiche o giuridiche incontrano per dimostrare

l'esistenza delle condizioni previste dall'art. 230.4 ha spinto molti a chiedere

un'attenuazione del rigore mostrato finora dalla giurisprudenza. In particolare è stato

evidenziato il rischio che si producano lacune nel sistema di tutela giurisdizionale in

situazioni in cui i soggetti pregiudicati non dispongano di alcun rimedio giurisdizionale

effettivo, in alternativa al ricorso diretto ai sensi dell'art. 230.4. Lacune si avrebbero nel

caso di regolamenti che non richiedono alcun provvedimento d'esecuzione da parte delle

autorità nazionali. In questi casi verrebbe infatti meno anche la possibilità per gli

interessati di rimettere in discussione la legittimità del regolamento, impugnando il

provvedimento nazionale d'esecuzione e inducendo il giudice nazionale competente a

sollevare questione pregiudiziale ai sensi dell'art. 234. Ciò comporterebbe una

violazione del diritto fondamentale ad un rimedio giurisdizionale effettivo (v. sentenze

Uniòn de Pequenos agricultores e Jego-Quèrè - la Corte sembra mettere, in via di pura

ipotesi, che si possano dare situazioni in cui l'ordinamento comunitario non offra ai

soggetti direttamente interessati da un regolamento alcun rimedio né diretto né indiretto

per ottenere tutela giurisdizionale. Benché la Corte si sforzi poi di dimostrare come

situazioni del genere sarebbero rare e improbabili, resta il fatto che la completezza del

sistema di tutela giurisdizionale apprestato per i singoli dall'ordinamento comunitario

appaia indubbiamente meno assoluta di quanto la Corte ha sempre preteso - la

Costituzione prevederà condizioni di ricevibilità meno severe).

L'art. 230.2 elenca i vizi di legittimità, che possono essere fatti valere nell'ambito di un

ricorso all'annullamento:

a) incompetenza: può essere interna nel caso in cui l'istituzione di emette l'atto non ha il

potere di farlo, perché tale potere spetta ad altra istituzione. E' esterna quando nessuna

istituzione ha il potere di emanare l'atto in questione, che non rientra fatto nella

competenza comunitaria. (V. sentenza 9 agosto 1994, Francia c. Commissione e

sentenza 5 ottobre 2000, Germania c. Parlamento e Consiglio).

b) violazione delle forme sostanziali: sussiste quando non sono rispettati quei requisiti

formali di tale importanza da influire sul contenuto dell'atto. Può trattarsi di forme

relative al procedimento da seguire per l'emanazione dell'atto. Altre ipotesi attengono

all'atto in quanto tale. La più importante è costituita dalla violazione dell'obbligo di

motivazione prescritto dall'art. 253 TCE. Tale obbligo risulta violato quando la

motivazione è del tutto assente oppure quando è insufficiente. L'estensione che essa

deve assumere varia in ragione della natura dell'atto in questione: se l'atto è destinato ad

avere effetti individuali, la motivazione dovrà essere più precisa e dettagliata che per un

atto destinato ad operare con efficacia generale. Si deve inoltre tenere conto del contesto

in cui l'atto è stato adottato (v. sentenza 25 ottobre 2001, Italia c. Consiglio).

c) violazione del Trattato e di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua

applicazione: è il più frequentemente invocato dal momento che, da un punto di vista

logico, ingloba anche l'incompetenza e la violazione di forme sostanziali. È espressione

del principio della gerarchia delle fonti comunitarie e può riguardare la violazione di

qualunque norma giuridica che sia da considerare superiore rispetto all'atto impugnato.

d) sviamento di potere: si ha quando un'istituzione emana un atto che ha il potere di

adottare, perseguendo però scopi diversi da quelli per i quali il potere le è stato

attribuito. Riscontrabile in casi molto rari.

A norma dell'art. 230.5 il termine di ricorso è di due mesi. Esso decorre: a) dalla

pubblicazione sulla GUCE, se l'atto è stato pubblicato; b) dalla notificazione, se l'atto è

stato notificato; c) in mancanza di entrambe, dal giorno in cui il ricorrente ha avuto

conoscenza dell'atto.

L'art. 231 TCE disciplina l'efficacia delle sentenze di annullamento. Dal primo comma

si deduce che la sentenza ha portata generale e retroattiva: l'atto è nullo erga omnes erga,

e la nullità retroagisce al momento in cui l'atto è stato emanato. Il secondo comma

prevede un'eccezione alla regola generale, eccezione che è affidata la Corte la quale può

limitare discrezionalmente gli effetti della sentenza che annulli un regolamento.

Possibilità questa che è stata estesa dalla giurisprudenza anche ad altri atti di portata

generale (v. sentenza). Le limitazioni stabilite dalla corte possono avere ad oggetto la

portata ratione personarum dell'annullamento: in questo caso l'atto è annullato solo nei

confronti del ricorrente. Più spesso la limitazione ha ad oggetto la portata temporale

dell'annullamento, stabilendosi che gli effetti vengano fatti decorrere a partire da un

momento successivo individuato dalla corte (non quindi ex tunc) ovvero a partire

dall'adozione di un nuovo atto da parte delle istituzioni (potere giustificato da esigenze

di certezza del diritto e tutela dell'affidamento).

Il controllo sugli atti delle istituzioni esercitato dal giudice comunitario è un controllo di

mera legittimità. La sentenza pertanto si limita ad annullare l'atto. L'art. 229 prevede

tuttavia che regolamenti del Parlamento e del Consiglio possano attribuire al giudice

comunitario anche una competenza di merito, limitata al riesame delle sanzioni previste

nel regolamento stesso. In questi casi il giudice comunitario dispone del potere di

modificare l'ammontare della sanzione.

L'art. 35,par 6 TUE prevede che la Corte di giustizia eserciti un controllo di legittimità

analogo al ricorso all'annullamento di cui all'art. 230 TCE riguardo alle decisioni quadro

o alle decisioni adottate nell'ambito del terzo pilastro. Il ricorso può essere promosso da

uno Stato membro o dalla Commissione, entro tre mesi dalla pubblicazione dell'atto.

4. Il ricorso in carenza.

Esso è disciplinato dall'art. 232 TCE. Costituisce un'altra forma di controllo

giurisdizionale della legittimità del comportamento delle istituzioni. L'oggetto del

controllo in questi casi è un comportamento omissivo che si assume illegittimo, perché

tenuto in violazione di un obbligo di agire previsto dal Trattato. I presupposti del ricorso

sono perciò due:

a) esistenza di un obbligo di agire a carico dell'istituzione in causa: è quindi escluso che

si possa ricorrere in carenza contro l'omissione di atti la cui adozione è affidata alla

discrezionalità delle istituzioni (non può ad esempio esperirsi ricorso in carenza contro

l'omessa emanazione di un parere motivato - v. sentenza Star Fruit,Guèrin e Telecinco);

b) violazione di un obbligo di agire: essa può essere fatta valere tramite un ricorso ai

sensi dell'art. 232 a condizione che 1) l'istituzione in causa sia stata previamente

richiesta di agire e 2) sia scaduto un termine di due mesi da tale richiesta senza che

l'istituzione abbia preso posizione. In mancanza, il ricorso non è ricevibile. Anche l'art.

232, pertanto, prevede una fase precontenziosa obbligatoria.

La richiesta di agire (messa in mora) deve essere formulata in maniera tale che

l'istituzione comprenda che, in caso di inerzia, rischia di subire la presentazione di un

ricorso. Inoltre, deve indicare con chiarezza e precisione i provvedimenti che

l'istituzione è richiesta di adottare. Per interrompere la mora è insufficiente che

l'istituzione prenda posizione. Anche un atto di contenuto negativo, ovvero l'adozione di

un atto di contenuto non coincidente con la richiesta costituiscono prese di posizione ai

sensi dell'art.232.2 e rendono un'eventuale ricorso privo di oggetto. Resta salva la

possibilità di impugnare tali atti ai sensi dell'art. 230. La presa di posizione tuttavia

dev'essere definitiva. Una comunicazione di carattere meramente interlocutorio

lascerebbe sussistere la mora.

Se l'istituzione non prende posizione entro due mesi dalla richiesta, il soggetto che l'ha

formulata può presentare ricorso alla Corte di giustizia entro ulteriori due mesi (fase

contenziosa). I soggetti contro i quali può essere proposto un ricorso in carenza sono: il

Parlamento europeo, il Consiglio, la Commissione e la BCE. I soggetti che possono

adire il giudice comunitario sono distinti in tre categorie:

- prima categoria: definiti ricorrenti privilegiati, in quanto dispongono di un diritto di

ricorso particolarmente ampio e non soggetto a limitazioni. Essi sono gli Stati membri e

le altre istituzioni (anche la Corte dei conti);

- seconda categoria: costituita dalla sola BCE, che può ricorrere soltanto nei settori che

rientrano nella sua competenza;

- terza categoria: include le persone fisiche e giuridiche, le quali dispongono di un diritto

di ricorso limitato, sono definiti pertanto ricorrenti non privilegiati. (Art. 232.3) Alla

disposizione possono essere date due interpretazioni differenti:

1) posto che soltanto le decisioni possono essere emanate nei confronti di una persona

fisica o giuridica, la norma legittimerebbe tali persone a ricorrere esclusivamente contro

l'omissione di una decisione della quale sarebbero i destinatari formali;

2) la disposizione andrebbe letta alla luce dell'art.230.4. La norma pertanto dovrebbe

consentire alle persone fisiche e giuridiche di ricorrere anche contro l'omissione di un

regolamento o di una decisione da rivolgere ad altre persone, a condizione di dimostrare

che l'atto messo, se emanato, riguarderebbe direttamente ed individualmente il

ricorrente. Questa interpretazione ha prevalso il giurisprudenza (v. sentenza T.Port e

Telecinco).

Se il ricorso viene accolto, il giudice comunitario emana una sentenza di accertamento.

Non spetta alla Corte colmare la carenza, adottando l'atto omesso, e nemmeno

condannare l'istituzione responsabile ad un obbligo di facere specifico. La sentenza fa

però sorgere a carico dell'istituzione di un obbligo di agire (art. 233.1).

5. Il ricorso per risarcimento di danni.

Ai sensi dell'art. 235 la Corte di giustizia è competente a conoscere delle controversie

relative al risarcimento dei danni di cui all'art. 288.2, il quale a sua volta afferma che in

materia di responsabilità extracontrattuale, la Comunità deve risarcire,

conformemente ai principi generali comuni ai diritti degli Stati membri, i danni

cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell'esercizio delle loro funzioni. La

competenza del giudice comunitario è pertanto limitata a danni derivanti da

responsabilità extracontrattuale (riguardo alla responsabilità contrattuale della Comunità,

la competenza del giudice comunitario può essere prevista da una clausola

compromissoria inserita nel contratto).

Si è tentato di assimilare il ricorso per risarcimento al ricorso d'annullamento e a quello

in carenza, con l'obiettivo di estendere anche al ricorso per risarcimento le condizioni di

ricevibilità molto restrittive previste dagli artt. 230.4 e 232.3. La Corte non si è prestata

a tale manovra, insistendo invece sul fatto che il ricorso per risarcimento è concepito dal

Trattato come un rimedio autonomo (v. sentenza Lutticke e Zuckerfabrik

Schoppenstedt). La Corte ha precisato che il ricorso per risarcimento differisce

dall'azione di annullamento in quanto tende ad ottenere, non già l'eliminazione di un atto

determinato, bensì il risarcimento del danno causato da un'istituzione nell'esercizio dei

suoi compiti.

È stato inoltre necessario distinguere il ricorso per risarcimento dalle azioni che i

soggetti interessati possono esperire dinanzi ai giudici degli Stati membri. Il criterio

distintivo è legato anche alla disponibilità di un'azione da proporre dinanzi ai giudici

nazionali, che sia in grado di soddisfare pienamente la pretesa stessa. Se un'azione del

genere è possibile, la competenza della Corte ai sensi dell'art. 235 è esclusa. Il ricorso

per risarcimento si configura pertanto come un rimedio residuale rispetto alla tutela che

possono offrire i giudici nazionali (v. sentenza Wagner e sentenza Krohn).

I presupposti della responsabilità extracontrattuale vanno tratti dai principi generali

comuni ai diritti degli Stati membri (art. 288.2). Principi che spetta alla giurisprudenza

individuare. Secondo la Corte (v. sentenza Lutticke) ai tre presupposti del danno, del

nesso di causalità e dell'illegittimità del comportamento delle istituzioni, altri se ne

aggiungono qualora il comportamento delle istituzioni consista nell'esercizio di poteri

caratterizzati da un ampio margine di discrezionalità e, in particolare, nell'adozione di

atti normativi implicanti scelte di politica economica. In questi casi occorre altresì

provare che: a) la norma violata dalle istituzioni sia preordinata a conferire diritti

singoli e b) si tratti di una violazione grave e manifesta (v. sentenza

Zuckerfabrik,Brasserie du Pecheur,Bergaderm,Rica Foods).

La scelta di subordinare la responsabilità delle istituzioni in caso di esercizio di poteri

discrezionalità e, normativi in particolare, a specifici presupposti aggiuntivi discende

dalla necessità di evitare che l'istituzione in questione sia ostacolata nelle sue decisioni

dalla prospettiva di azioni di danni ogni volta che debba adottare, nell'interesse generale,

provvedimenti normativi che possono ledere interessi di singoli (v. sentenza Bayerische,

sentenza Mulder e sentenza Asteris).

Il diritto al risarcimento dei danni è soggetto ad un termine di prescrizione di cinque

anni, a decorrere dal momento in cui avviene il fatto che dà loro origine. (Il termine

s'interrompe se viene rivolta istanza di risarcimento all'istituzione responsabile. In casi

di rigetto dell'istanza, il ricorso assumerà le forme di un ricorso d'annullamento e andrà

proposto l'entro due mesi. In caso di silenzio dell'istituzione, andrà presentato un ricorso

in carenza).

6. La competenza pregiudiziale: concetti generali.

Art. 234: la Corte di giustizia può o, secondo i casi, deve essere chiamata a pronunciarsi

in via pregiudiziale sulle questioni riguardanti il diritto comunitario che si pongono

nell'ambito di un giudizio instaurato davanti ad una giurisdizione di uno degli Stati

membri. In base a tale competenza, la Corte conosce di determinate questioni di diritto

comunitario, soltanto in seguito al rinvio operato da un giudice nazionale. Questi

richiedere alla Corte di pronunciarsi su determinate questioni perché reputa necessaria

per emanare la sua sentenza una decisione su questo punto (art. 234.2). Si tratta quindi di

una competenza indiretta, in quanto l'iniziativa di rivolgersi alla Corte non è assunta

direttamente dalle parti interessate, ma dal giudice nazionale. Essa è anche una

competenza limitata, potendo la Corte esaminare soltanto le questioni di diritto

comunitario sollevate dal giudice nazionale. Questi rimane competente a pronunciarsi su

tutti gli altri profili della controversia.

Le ragioni che hanno condotto ad inserire una competenza di tipo pregiudiziale sono

relative ad alcune caratteristiche tipiche dell'ordinamento comunitario:

a) sistema decentralizzato di applicazione del diritto comunitario, per cui il compito di

applicare la normativa comunitaria ai soggetti del di ordinamenti interni è affidato alle

autorità di ciascuno Stato membro;

b) efficacia diretta delle norme comunitarie.

Entrambe queste caratteristiche rendono estremamente frequente l'insorgere di

controversie, le quali, in quanto non sottoposte dal Trattato alla competenza diretta del

giudice comunitario, vanno instaurate dinanzi ai giudici degli Stati membri.

Lo scopo di tale meccanismo è duplice:

a) evitare che ciascun giudice nazionale interpreti e verifichi la validità delle norme

comunitarie in maniera autonoma, col rischio di infrangere l'unitarietà del diritto

comunitario;

b) offrire ai giudici nazionali uno strumento di collaborazione per superare le difficoltà

interpretative che il diritto comunitario può sollevare (v. sentenza Rheinmuhlen).

In quanto garanzia della corretta applicazione e dell'uniforme interpretazione del diritto

comunitario, la competenza pregiudiziale ha dato un contributo di inestimabile

importanza allo sviluppo di tale diritto. Il meccanismo previsto dall'art. 234 ha infatti

coinvolto in prima persona i giudici nazionali, e quindi anche le persone che a tali

giudici si rivolgono, nello sforzo diretto a controllare che il diritto comunitario venga

correttamente interpretato da applicato da parte degli Stati membri e all'interno degli

stessi, moltiplicando in misura esponenziale le occasioni in cui tale controllo può venire

(v. sentenza Van Gend Loos). L'importanza della competenza pregiudiziale è

ampiamente riconosciuta dalla dottrina e dalla giurisprudenza della corte di giustizia (v.

sentenza Simmenthal).

(In forza dell'articolo 68.1 TCE, l'art. 234 si applica alle norme del TCE contenute nel

Titolo IV e agli atti adottati dalle istituzioni in base alle norme stesse, secondo

condizioni particolari. Per quanto riguarda la PESC non è prevista alcuna competenza

analoga a quella disciplinata dall'art. 234. Invece per il III pilastro, l'art. 35 TUE prevede

la possibilità per ciascuno Stato membro di depositare una dichiarazione di accettazione

della competenza pregiudiziale della Corte - v. sentenza Pupino)

La competenza pregiudiziale viene in rilievo anche sotto il profilo del diritto

fondamentale ad un rimedio giurisdizionale effettivo, tutelato dalla Convenzione

europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali

dell'Unione Europea. Infatti omettendo di sollevare una questione pregiudiziale davanti

alla Corte di giustizia quando invece le circostanze lo richiederebbero, il giudice,

pregiudica il diritto dei soggetti interessati ad un rimedio giurisdizionale effettivo o

addirittura li distoglie dal loro giudice naturale (v. ordinanza 25 gennaio 2000,

Moosbrugger c. Austria).

7. Segue: ammissibilità e rilevanza della questione pregiudiziale.

Giudici nazionali e Corte di giustizia svolgono quindi un ruolo complementare al fine di

individuare una soluzione al caso concreto che sia conforme al diritto comunitario.

Invece l'assenza di un rapporto di tipo gerarchico spiega perché la Corte non eserciti

alcun tipo di controllo sulla competenza del giudice nazionale a conoscere del giudizio

nel cui ambito le questioni pregiudiziali sono state sollevate (v. sentenza World Wildlife

Fund), ovvero sulla regolarità del giudizio stesso e, in particolare, del provvedimento

di rinvio (v. sentenza Luigi Spano). Si tratta di aspetti disciplinati solo dal diritto interno

del giudice nazionale e pertanto vanno risolti da quest'ultimo.

La Corte ha invece posto dei requisiti riguardanti il contenuto del provvedimento di

rinvio. Essa richiede che (soprattutto con riferimento a questioni riguardanti il settore

della concorrenza) il giudice nazionale definisca l'ambito di fatto e di diritto in cui si

inseriscono le questioni sollevate o che esso spieghi almeno le ipotesi di fatto. In

mancanza di sufficienti indicazioni la Corte non potrebbe giungere ad un'interpretazione

del diritto comunitario che sia utile per il giudice nazionale (v. sentenza

Telemarsicabruzzo) e si riserva quindi la possibilità di non rispondere alle questioni

pregiudiziali.

Normalmente, la Corte non verifica la necessità del rinvio e la rilevanza delle

questioni di diritto comunitario rispetto alla soluzione del caso pendente davanti al

giudice nazionale (v. sentenza CILFIT). Di conseguenza, in una prima fase, la Corte

riteneva che spettasse al solo giudice nazionale valutare la necessità del rinvio e, in

particolare, la rilevanza o la pertinenza delle questioni pregiudiziali. Successivamente un

uso talvolta improprio del rinvio pregiudiziale ad opera delle parti e degli stessi giudici

nazionali ha indotto la Corte a mutare atteggiamento. Essa si è così riservata il potere di

verificare la rilevanza delle questioni pregiudiziali al fine di controllare se essa sia

competente a rispondere e se non sussista alcuna delle ipotesi patologiche individuate

dalla giurisprudenza. Ovvero:

- questioni poste nell'ambito di controversie fittizie: così definite perché le parti sono

d'accordo tra di loro sull'interpretazione da dare alle norme comunitarie e vogliono

soltanto ottenere una pronuncia della Corte sul punto che abbia efficacia erga omnes (v.

sentenza Foglia);

- questioni manifestamente irrilevanti: in cui la norma comunitaria oggetto della

questione pregiudiziale è manifestamente inapplicabile alla fattispecie oggetto del

giudizio nazionale (v. sentenza Salgoil);

- questioni puramente ipotetiche: definite in ragione della loro genericità o del fatto che

non rispondono ad un effettivo bisogno del giudice nazionale, in vista della soluzione

della controversia (v. sentenza Meilicke).

Nella fase attuale, l'atteggiamento della Corte sembra nuovamente orientato verso

maggiore prudenza. Valorizzando il principio secondo cui qualora le questioni sollevate

dal giudice nazionale vertano sull'interpretazione di una norma comunitaria, in via di

principio la Corte è tenuta a scaturire (v. sentenza Laurenço Diàs), la Corte spesso si

accontenta che il giudice nazionale abbia indicato i motivi che lo inducono a ritenere

necessaria la risposta alle questioni pregiudiziali (v. sentenza Gonzàles Sànchez).

8. Segue: la nozione di giurisdizione.

La competenza pregiudiziale può essere attivata soltanto da un organo che possa essere

definito come una giurisdizione di uno degli Stati membri. La Corte si riserva il potere

di verificare che l'organo autore del rinvio pregiudiziale rientri effettivamente in tale

nozione, considerandola come una nozione comunitaria.

Il primo requisito che un organo nazionale deve soddisfare è che svolga una funzione

giurisdizionale, cioè che sia chiamato a statuire nell'ambito di un procedimento

destinato a risolversi in una pronuncia di carattere giurisdizionale (v. sentenza Job

Centre).

(La Corte non si è mai pronunciata sulla posizione della Corte costituzionale, a

differenza della Corte dei conti e del Consiglio di Stato. Essa pur avendo talvolta

evocato la possibilità di usare essa stessa il meccanismo del rinvio pregiudiziale, in una

più recente pronuncia ha espresso l'opinione che in essa non è ravvisabile quella

giurisdizione nazionale alla quale fa riferimento l'art.234. Pertanto è rimesso al giudice

comune il compito di rivolgersi dapprima alla Corte di giustizia e solo successivamente,

se necessario, alla Corte costituzionale, realizzando il sistema detto della doppia

pregiudizialità - v. sentenza Garofalo,Giampaoli, ordinanza Ferrara, sentenza

Berlusconi, sentenza Consorzio italiano fiammiferi)

Nei casi dubbi, debbono inoltre essere verificati altri requisiti. La possibilità che un

determinato organo effettui un rinvio pregiudiziale dipende da una serie di elementi

quali l'origine legale dell'organo, il suo carattere permanente, l'obbligatorietà della sua

giurisdizione, la natura contraddittoria del procedimento, il fatto che l'organo applichi

norme giuridiche e che sia indipendente (v. sentenza Dorsch Consult). Tuttavia l'esame

della giurisprudenza rivela come la presenza degli elementi citati sopra non venga

verificata in maniera sistematica. Più rigoroso è invece apparso l'atteggiamento della

Corte con riferimento al requisito dell'origine legale dell'organo, con particolare

riferimento al caso degli arbitri, ai quali ha costantemente negato il potere di sollevare

questioni pregiudiziali (v. sentenza Nordsee e sentenza Eco Swiss). L'unica eccezione

ammessa riguarda i casi di arbitrato obbligatorio.

9. Segue: facoltà e obbligo di rinvio.

Rispetto al rinvio pregiudiziale, la posizione dei giudici nazionali varia secondo che essi

emettano decisioni contro le quali sia possibile proporre un ricorso giurisdizionale di

diritto interno oppure no. Nel primo caso, il rinvio è oggetto di una semplice facoltà (art.

234.2) mentre nel secondo caso, il giudice è sottoposto ad un obbligo di rinvio (art.

234.3).

La ratio della distinzione è duplice: a) nel caso di un giudizio dell'ultima istanza, un

errore del giudice nel risolvere questioni di diritto comunitario resterebbe senza ulteriore

rimedio (quindi costituisce l'estrema forma di tutela); b) l'erronea soluzione data da un

giudice di ultima istanza a questioni di diritto comunitario rischia di consolidarsi.

La nozione di giudice di ultima istanza di, dipende dalla possibilità concreta di proporre

un'impugnazione contro le decisioni del giudice e non soltanto dal rango che occupa

nell'ordinamento giudiziario nazionale. Per stabilire se vi sia possibilità di proporre un

rimedio giurisdizionale di diritto interno vanno presi in considerazione soltanto i rimedi

ordinari (in Italia i giudici di ultima istanza sono la Corte di cassazione, il Consiglio di

Stato della Corte costituzionale, quest'ultima almeno nell'esercizio delle sue competenze

dirette).

La facoltà di rinvio che spetta ai giudici non di ultima istanza di implica che questi sono

liberi di scegliere se sollevare o meno le questioni di diritto comunitario davanti alla

Corte di giustizia, indipendentemente dalla richiesta delle parti (v. sentenza Salonia).

Tale libertà si estende inoltre alla scelta del momento in cui effettuare il rinvio (v.

sentenza Irish Creamery).

Nell'interpretare la portata dell'obbligo di rinvio a carico dei giudici di ultima istanza, la

Corte ha introdotto alcuni elementi di flessibilità. Essa ha affermato che anche i giudici

di ultima istanza dispongono dello stesso potere di valutazione di tutti gli altri giudici

nazionali nello stabilire se sia necessaria una pronuncia sul punto di diritto comunitario

onde consentire loro di decidere (v. sentenza CILFIT). La sola circostanza che le parti

non abbiano sollevato questioni di diritto comunitario non comporta perciò l'obbligo di

rinvio. Inoltre la Corte ha individuato alcune ipotesi in cui, pur in presenza di questioni

rilevanti, il rinvio può essere omesso. In casi del genere si può parlare di facoltà di

rinvio anche per i giudici di ultima istanza:

- quando la questione sia materialmente identica ad altra questione già decisa in via

pregiudiziale (v. sentenza Da Costa);

- quando la risposta da dare alle questioni risulti da una giurisprudenza costante della

Corte che risolva il punto di diritto litigioso (v. sentenza CILFIT);

- quando la corretta applicazione del diritto comunitario si imponga con tale evidenza da

non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio sulla soluzione da dare alla questione

sollevata (ipotesi dell'atto chiaro - v. sul libro le verifiche che deve compiere il giudice

prima di concludere in questo senso).

La distinzione tra giudici di ultima istanza e giudici delle istanze inferiori è stata

ulteriormente attenuata, introducendo un'ipotesi di obbligo di rinvio anche per giudici

non di ultima istanza. La Corte ha infatti negato che un giudice, anche non di ultima

istanza, possa autonomamente accertare l'invalidità di un atto delle istituzioni (v.

sentenza Foto-Frost). Da ciò discende che qualora ritenga fondati i motivi di invalidità

addotti dalle parti riguardo ad un atto delle istituzioni, il giudice è tenuto a rinviare alla

Corte la relativa questione pregiudiziale (v. sentenza IATA- a questo obbligo di rinvio

non si applicano le attenuazioni introdotte dalla sentenza CILFIT - v. sentenza Schul).

L'art.68,par.1 TCE limita la possibilità di effettuare un rinvio pregiudiziale riguardante

le disposizioni del Titolo (si parla del titolo V: visti, asilo, immigrazione...) o gli atti

adottati in forza di tali disposizioni, alle sole giurisdizioni di ultima istanza (il par.3

introduce un'ipotesi analoga al rinvio nell'interesse della legge). Invece gli Stati membri

che depositano una dichiarazione di accettazione della competenza pregiudiziale della

Corte per quanto riguarda il III pilastro (art. 35 TUE) possono scegliere se limitare la

possibilità di rinvio ai soli giudici di ultima istanza ovvero se estenderla anche ai giudici

delle istanze inferiori. In questo secondo caso è possibile prevedere un obbligo di rinvio

a carico del giudice di ultima istanza.

10. Segue: l'oggetto delle questioni pregiudiziali.

Dal testo del art. 234 risulta che la competenza pregiudiziale della Corte può riguardare

questioni di interpretazione e questioni di validità.

Le questioni pregiudiziali d'interpretazione possono aver ad oggetto:

a) il trattato: si deve intendere il testo del TCE nella versione applicabile ratione

temporis ai fatti della causa pendente davanti al giudice nazionale, compresi protocolli

allegati, tenendo conto degli emendamenti intervenuti ai sensi dell'art.48 TUE.

b) atti compiuti dalle istituzioni della Comunità e della BCE: nozione molto ampia. Essa

comprende anzitutto gli atti appartenenti alle categorie di cui all'art. 249 TCE, incluse le

raccomandazioni e pareri, ma anche gli atti atipici, gli accordi internazionali e gli atti

privi di efficacia diretta (non rientrano invece della competenza pregiudiziale della Corte

gli accordi o le convenzioni concluse tra gli Stati membri).

La lettera dell'art. 234 esclude che, nell'ambito di una questione d'interpretazione, la

Corte possa essa stessa procedere all'applicazione di norme comunitarie alla fattispecie

oggetto del giudizio pendente davanti al giudice nazionale. Tuttavia le risposte fornite

dalla Corte vanno spesso al di là di un'interpretazione meramente astratta della norma

comunitaria (per esempio nel settore della tariffa doganale comune - v. sentenza Poppe).

Parimenti non è previsto che la Corte possa procedere all'interpretazione di norme degli

Stati membri o pronunciarsi sull'incompatibilità di una norma nazionale con norme non

comunitarie. Entrambi questi compiti spettano al giudice nazionale che ha operato il

rinvio.

Per quanto riguarda eventuali questioni pregiudiziali con cui il giudice nazionale chiede

alla Corte un giudizio sulla compatibilità con il diritto comunitario di specifiche norme

interne, la Corte, le riformula in modo da fornire al giudice nazionale tutti gli elementi di

interpretazione che gli consentano di valutare tale compatibilità ai fini della soluzione

della causa. In questo modo, si permette che il rinvio pregiudiziale sia utilizzato dai

giudici nazionali per ottenere dalla Corte un giudizio, sia pure diretto, sulla compatibilità

della norma interna con il diritto comunitario (c.d. uso alternativo del rinvio

pregiudiziale - v. sentenze Piageme,Dzodzi,Kleinwort Benson).

Le questioni pregiudiziali di validità possono avere ad oggetto soltanto gli atti

compiuti dalle istituzioni della Comunità o della BCE. Tali questioni consentono alla

Corte di effettuare un controllo sulla validità di tali atti.

L'analogia con l'art. 230 comporta che oggetto di una questione pregiudiziale di validità

possano essere tutti gli atti contro i quali si può proporre un ricorso d'annullamento.

Anche i motivi di invalidità sono gli stessi. Tuttavia la questione di validità che riguardi

un regolamento o una decisione rivolta terzi non è sottoposta alle condizioni restrittive

di cui all'art.230.4.Parimenti non trova applicazione il termine di due mesi previsto dal

quinto comma. Ne consegue che una questione di validità può essere proposta anche a

distanza di anni dall'entrata in vigore dell'atto in causa (v. sentenza TWD Texilwerke

Deggendorf).

11. Segue: il valore delle sentenze pregiudiziali.

Le sentenze rese dalla Corte in un procedimento a norma dell'art. 234 vincolano

anzitutto il giudice che aveva effettuato il rinvio (v. sentenza Benedetti). Questi non può

discostarsene, ma può soltanto, qualora lo ritenga necessario, adire nuovamente la Corte

per chiedere ulteriori chiarimenti. Tuttavia la sentenza della corte assume un valore

generale: qualunque giudice nazionale, il quale si trovi a dover risolvere questioni il

merito le quali la Corte sia già pronunciata mediante sentenza pregiudiziale, deve

adeguarsi a tale sentenza, salva la possibilità di rivolgersi nuovamente alla Corte ai sensi

dell'art. 234. Il valore generale delle sentenze pregiudiziali di interpretazione risulta da

quanto si è detto a proposito dell'obbligo di rinvio di cui all'art.234.3 (v. sentenze

BECA,San Giorgio, Granital). Il principio è stato affermato con particolare chiarezza nel

caso di sentenze pregiudiziali di validità che dichiarano l'invalidità di un atto delle

istituzioni (v. sentenze International Chemical Corporation,Bela Muhle). In linea di

principio tutte le sentenze pregiudiziali hanno valore retroattivo. L'interpretazione

contenuta in una sentenza pregiudiziale, infatti, chiarisce il significato e la portata della

norma quale deve o avrebbe dovuto essere intesa ed applicata dal momento della sua

entrata in vigore (v. sentenza Denkavit).Il valore retroattivo delle sentenze della Corte

rese titolo pregiudiziale va tuttavia conciliato con il principio generale della certezza del

diritto (v. sentenza Kunhe & Heitz). Inoltre la Corte si riserva il potere di limitare del

tempo la portata delle proprie sentenze pregiudiziali tanto interpretative quanto di

validità (v. sentenze Defrenne,Roquette Frères) (esigenze di certezza del diritto e di

tutela dell'affidamento). La Corte tuttavia fa generalmente salva la possibilità di

invocare la sentenza pregiudiziale da parte di coloro che abbiano proposto un'azione

giudiziaria o un reclamo equivalente prima della sentenza stessa (v. sentenza FRAGD).

LE COMPETENZE DELL'UNIONE EUROPEA

1. Le competenze comunitarie: il principio della competenza d'attribuzione.

Art. 5 TCE: norma di grande importanza che sintetizza alcuni principi generali

riguardanti la portata delle competenze comunitarie e le condizioni per il loro esercizio.

Il primo comma enuncia il principio d'attribuzione: "La Comunità agisce nei limiti

delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal

presente trattato".

La Comunità non è un ente a finalità e competenza generali. Essa può intervenire

soltanto nei settori in cui ciò sia contemplato dal Trattato e soltanto per gli obiettivi che

il Trattato stesso indica.

(L'art. I-11,par.2 della Costituzione sottolinea la natura derivativa delle competenze

dell'Unione da un'attribuzione da parte degli Stati membri, nonché la specialità di tali

competenze rispetto a quelle degli stessi Stati membri)

La Corte di giustizia ha tuttavia ammesso che, pur in mancanza di un espressa

attribuzione di poteri, la Comunità possa essere considerata competente quando

l'esercizio di un certo potere risulti indispensabile per l'esercizio di un potere

espressamente previsto ovvero per il raggiungimento degli obiettivi dell'ente (teoria dei

poteri impliciti). (Ad esempio l'affermazione della competenza comunitaria a stipulare

accordi internazionali in materia di trasporti, in forza del c.d. principio del parallelismo

dei poteri interni ed esterni - v. sentenza AETS). D'altra parte, il Trattato stesso prevede

una sia pur parziale deroga al principio della competenza d'attribuzione, attraverso l'art.

308. L'inserimento di tale norma rivela come gli stessi autori del Trattato fossero

coscienti dell'impossibilità di definire in anticipo e con esattezza i poteri di cui la

Comunità avrebbe avuto bisogno per raggiungere i fini complessi e variegati descritti

nell'art. 2 del Trattato e quindi della necessità di consentire l'assunzione autonoma di

nuovi poteri, comprimendo così il principio d'attribuzione.

Le condizioni poste dall'art. 308 per l'esercizio del potere d'esame sono alquanto

restrittive. Da un punto di vista procedurale è richiesta una delibera unanime del

Consiglio, con coinvolgimento sia della Commissione, che formula la proposta, sia del

Parlamento, che viene obbligatoriamente consultato. Da un punto di vista sostanziale

occorre:

a) necessità dell'azione in relazione ai fini della Comunità: condizione che comporta un

notevole margine di discrezionalità in favore delle istituzioni. La vastità degli scopi

previsti dall'art. 2 è infatti tale che qualsiasi azione può essere agevolmente collegata

con essi (soprattutto in campo economico). Tuttavia la prassi applicativa dell'art. 308 ha

mostrato che, una volta raggiunto l'accordo unanime in seno Consiglio, non ci si

preoccupa eccessivamente di chiarire il nesso della nuova azione con gli scopi della

Comunità o con il funzionamento del mercato comune;

b) mancata previsione di adeguati poteri da parte del trattato: inizialmente la Corte

sembrava volerne sminuire l'importanza (v. sentenza Massey Ferguson) ma di recente ha

mostrato un atteggiamento più restrittivo, sottolineando il carattere residuale della norma

in esame ed escludendone l'utilizzabilità ogni volta che il Trattato prevede una base

giuridica alternativa (v. sentenza Erasmus).

Ci si domanda se esistano dei limiti intrinseci alla possibilità di ricorrere all'art. 308.

Risulta infatti evidente che esso costituisce un minus rispetto alla procedura di revisione

di cui all'art. 48 TUE. In primo luogo la norma in esame consente nuove azioni, ma non

deviazioni o deroghe rispetto alla disciplina materiale fissata dallo stesso Trattato. La

stessa soluzione negativa vale per il caso in cui le disposizioni che si vorrebbero fondare

sull'art. 308 siano tali da modificare, sia pure direttamente, la struttura istituzionale della

Comunità come delineata dal Trattato (situazione che si sarebbe verificata, secondo la

Corte, qualora la Comunità, avesse deciso di aderire alla Convenzione europea di

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. La posizione assunta dalla

Corte risulterebbe superata da quanto prevede l'art. I-9, par.2 della Costituzione. La

norma conferisce espressamente all'Unione la competenza a negoziare la propria

adesione alla citata Convenzione).

È invece possibile riconoscere alla Comunità nuovi poteri, nel senso di consentirle di

intervenire in settori non menzionati espressamente dal Trattato, purché non si vada al di

là dell'ambito generale risultante dal complesso delle disposizioni del Trattato ed in

particolare di quelle che definiscono i compiti e le azioni della Comunità (v. parere

2/94).

Una limitazione al ricorso all'art. 308 è derivata dall'introduzione del principio di

sussidiarietà. Tale principio è infatti sicuramente applicabile ogniqualvolta la sola base

giuridica disponibile per l'azione comunitaria è costituita dall'art. 308 (v. parere n. 2/92).

(La Costituzione ha mantenuto una norma analoga all'art. 308, si tratta dell'art. I-18.

Rispetto al testo attuale, il potere in esame non è più esercitabile soltanto in riferimento

al funzionamento del mercato comune ma nel quadro delle politiche definite nella parte

III)

2. I vari tipi di competenza comunitaria.

Non tutte le competenze attribuite dal Trattato alla Comunità hanno pari natura. Occorre

in primo luogo distinguere tra competenze esclusive e competenze concorrenti

(distinzione utilizzata dall'art. 5.2 e analogamente dall'art. 11). La distinzione in esame

attiene ovviamente ai rapporti tra competenza comunitaria e competenza (residua) degli

Stati membri.

Nei settori di competenza esclusiva, la competenza degli Stati membri è preclusa anche

qualora la competenza comunitaria non sia stata ancora esercitata pienamente. In siffatta

ipotesi, gli interventi degli Stati membri hanno carattere transitorio e debbono essere

autorizzati dalla Comunità (v. sentenza 5 maggio 1981, Commissione c. Regno Unito).

Nei settori di competenza concorrente, invece, almeno inizialmente Comunità e Stati

membri possono ciascuno esercitare i propri poteri. Situazione questa che potrebbe

modificarsi nel tempo a favore della Comunità. Infatti a mano a mano che questa agisce,

diminuisce corrispondentemente lo spazio d'azione degli Stati membri. In forza del

principio di leale collaborazione di cui all'art. 10, gli Stati membri non potrebbero

adottare provvedimenti in materie già oggetto di una disciplina comunitaria completa e

dettagliata. Ne risulta che, l'estensione e finanche la sopravvivenza stessa della

competenza degli Stati membri dipendono dai tempi e dai modi con cui la competenza

comunitaria viene esercitata. La Comunità può infatti scegliere di esercitare pienamente

la propria competenza, precludendo così agli Stati membri qualsiasi intervento. Al

contrario, la Comunità può preferire lasciare a lungo inutilizzati i propri poteri, facendo

così sopravvivere la competenza concorrente degli Stati membri (v. i vari pareri della

Corte).

Il Trattato non precisa se una determinata competenza comunitaria è esclusiva o soltanto

concorrente. Il problema di come classificare una determinata competenza va risolto in

via interpretativa, dando rilievo soprattutto agli scopi perseguiti dal Trattato

nell'attribuire alla Comunità determinati poteri. Così la Corte ha considerato come

esclusiva la competenza comunitaria nel settore della politica commerciale comune di

cui agli artt. 133 e ss. del Trattato (v. parere n. 1/75 e sentenza 5 maggio 1981,

Commissione c. Regno Unito). Mancano affermazioni giurisprudenziali circa

l'esclusività della competenza comunitaria in altri settori. In particolare la semplice

circostanza che un determinato settore sia oggetto di una "politica comune" (oltre alla

politica commerciale comune, agricoltura e trasporti) non implica che si possa parlare di

competenza esclusiva.

(Le norme del Trattato relativa all'agricoltura, ad esempio, prevedono che i prodotti

agricoli siano sottoposti ad una politica agricola comune. Tuttavia potrebbe diventare

esclusiva qualora fosse esercitata da prevedere una disciplina completa e dettagliata tale

da non lasciare alcun profilo alla disciplina degli Stati membri - v. sentenza

Galli,Grosoli,Roelstraete e British American Tobacco)

Il Trattato prevede inoltre un terzo tipo di competenze. In taluni settori, infatti, viene

precisato che la competenza comunitaria deve essere esercitata in parallelo con la

competenza degli Stati membri, attraverso azioni destinate a sostenere, coordinare o

integrare quelle degli Stati membri e senza che la competenza comunitaria possa,

nemmeno in prospettiva, sostituirsi a quella degli Stati membri (es. nuove azioni e

politiche attribuite alla competenza comunitaria a partire dall'AUE)

(La distinzione tra i vari tipi di competenza è definita in maniera particolarmente

articolata dall'art. I-12 della Costituzione. Accanto alla competenza esclusiva e a quella

concorrente esso parla anche di competenza per svolgere azioni di sostegno, di

coordinamento e di completamento rispetto all'azione degli Stati membri. A queste si

aggiungono la competenza per il coordinamento delle politiche economiche e

occupazionali e quella in materia di politica estera e di sicurezza comune, considerata a

parte)

3. Il principio di sussidiarietà.

È previsto dall'art. 5: "Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità

interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli

obiettivi dell'azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati

membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni degli effetti e dell'azione in

questione, essere realizzati meglio a livello comunitario".

Ha assunto un'importanza centrale nell'economia dell'intero Trattato e costituisce un

punto di riferimento obbligato quando si affronta il problema dei rapporti tra Comunità e

Stati membri. Ciò risulta evidente, osservando che il principio è richiamato anche nel

preambolo e dell'art. 2.2 TUE, e che ad esso è dedicato un apposito Protocollo allegato

al TCE. Le stesse istituzioni hanno concluso tra di loro un accordo interistituzionale in

proposito (Lussemburgo, 1993) e infine va ricordato il documento approvato dal

Consiglio europeo di Edimburgo nel 1992 ("Impostazione generale dell'applicazione da

parte del Consiglio del principio di sussidiarietà e dell'art. 3 B del trattato sull'Unione

Europea").

Il principio in esame si pone ad un livello successivo rispetto al principio d'attribuzione.

Esso presuppone infatti che il Trattato abbia conferito alla Comunità la competenza in

un certo settore e si preoccupa di regolarne le modalità d'esercizio. L'art. 5.2 specifica il

campo d'applicazione del principio di sussidiarietà. Esso vale soltanto nei settori che non

sono di competenza esclusiva comunitaria (peraltro in numero esiguo). Considerando

che, nei settori di competenza concorrente, la sopravvivenza della competenza statale

dipende dalla maniera con cui la competenza comunitaria viene esercitata, il principio di

sussidiarietà costituisce una garanzia per gli Stati membri che le loro competenze in

settori di competenza concorrente comunitaria non vengano limitate o addirittura

cancellate quando ciò non si giustifichi in relazione alla maggiore efficienza dell'azione

comunitaria rispetto a quella autonoma degli Stati membri.

In astratto il principio potrebbe essere considerato come neutrale. La scelta di dare la

preferenza all'azione statale ovvero a quella comunitaria dovrebbe dipendere da un

esame obiettivo, mirante a stabilire quale delle due azioni assicuri migliori risultati.


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

90

PESO

446.59 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Daniele Luigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in giurisprudenza

Manuale di diritto amministrativo, Casetta - Schemi
Appunto
Riassunto esame Istituzioni di Diritto Romano, prof. Finazzi, libro consigliato Istituzioni di Diritto Romano, Talamanca
Appunto
Diritto amministrativo - processo (schema)
Appunto
Riassunto esame Diritto costituzionale, prof. D'Atena, libro consigliato Lezioni di Diritto costituzionale, Crisafulli
Appunto