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Corso decentrato di diritto comunitario presso la Corte di Appello di SALERNO del 21.02.2003

- La cooperazione giudiziaria in materia civile e commerciale e il regolamento (CE) n. 44/2001 -

dimostrata quando un determinato comportamento è generalmente e regolarmente osservato dagli

operatori attivi in tale settore in sede di stipula di contratti di un determinato tipo.

In effetti, la Corte di giustizia ha così ribadito e specificato le coordinate per l’emersione di

una nozione autonoma dell’uso nell’àmbito dei rapporti commerciali internazionali ed ha anche

svolto le puntualizzazioni (sempre in chiave autonoma rispetto ai vari diritti interni) necessarie per

l’interpretazione della nozione di conoscenza e del rispetto dell’uso nel settore commerciale di rife-

rimento, anche con riguardo alla specifica sfera delle parti contraenti. Più sfumata (e probabilmente

non poteva essere altrimenti) si è profilata la posizione della Corte rispetto alla concreta valutazione

di adeguatezza di determinate pratiche - ed, in particolare, del silenzio serbato a fronte di una lettera

di conferma contenente la clausola di deroga - a dimostrare l’evenienza concreta dei presupposti per

l’applicazione della disposizione interpretata.

L’esito della vicenda ha registrato la susseguente pronunzia della Corte di Cassazione la

quale - dopo avere premesso che la clausola di deroga alla giurisdizione è valida, a norma dell’art.

17 cit., allorquando è conclusa secondo un uso del commercio internazionale che le parti conosce-

vano o avrebbero dovuto conoscere e che (secondo l’interpretazione vincolante della Corte di giu-

stizia) deve ritenersi l’esistenza di un uso nel commercio internazionale quando il comportamento

considerato è generalmente e regolarmente osservato dagli operatori attivi in tale settore in sede di

stipulazione di contratti di un determinato tipo (in ciò ravvisandosi il consenso presunto dei con-

traenti), restando irrilevanti il grado di diffusione di tale comportamento, le forme di pubblicità, le

contestazioni giudiziali e il collegamento con i requisiti eventualmente diversi previsti dai singoli

ordinamenti nazionali - ha, con riguardo al caso esaminato, osservato che, incombendo l’onere di

provare la deroga alla giurisdizione su chi l’eccepisce, deve escludersi la validità della clausola de-

rogativa della giurisdizione, riportata sul recto di una polizza di carico, sottoscritta dal caricatore ma

ai soli fini di conferma delle condizioni della merce, allorquando la prova sia costituita soltanto dal-

la produzione di vari formulari di polizze di carico, tutti predisposti dallo stesso vettore, senza di-

mostrare che le parti contraenti abbiano riconosciuto la validità della clausola di deroga in presenza

della situazione formale in questione (cfr. Cass., Sez. un., 25-10-1999, n. 748, in Dir. trasporti,

2000, 139).

Tornata sull’argomento, la Corte di legittimità interna ha, da altro angolo prospettico, affer-

mato che, in tema di commercio internazionale e con riguardo al testo dell’art. 17 della convenzio-

ne, la prova della deroga alla giurisdizione, conclusa secondo un uso in questo campo che le parti

conoscevano o avrebbero dovuto conoscere, non può essere collegata al dato della semplice utiliz-

zazione di contratti-tipo o condizioni-standard, occorrendo che in tali condizioni generali di contrat-

to sia contemplata, come prassi consolidata, l’introduzione di clausole attributive di competenza

giurisdizionale (così Cass., Sez. un., 29.01.2002, n. 1150, cit.).

**********

Va, infine, ribadito il trattamento singolare che, per le persone domiciliate nel territorio del Lussemburgo, sta-

bilisce l’art. 63 del regolamento - sia pure in via transitoria (per il già precisato periodo esaennale) e con esclusione dei

contratti relativi alla prestazione servizi finanziari -, disposizione che, conferita a dette persone la facoltà di eccepire

l’incompetenza giurisdizionale quando siano convenute in altro Stato membro se il luogo finale della fornitura della

merce o della prestazione del servizio sia situato nel Lussemburgo, contempla per questa fattispecie la stipulazione del

negozio attributivo della competenza giurisdizionale soltanto al primo caso fra quelli elencati dall’analizzato art. 23, os-

sia alle convenzioni concluse per iscritto oppure oralmente ma con conferma scritta.

4.2) La cd. proroga tacita

Le parti possono inoltre finire per accordarsi, se non altro tacitamente, sulla individuazione

del giudice dotato di competenza giurisdizionale in sede processuale: più generalmente, la parte ti-

tolare dell’interesse a sollevare la relativa eccezione può lasciar maturare - consapevolmente o me-

no, il punto non rileva (rimarca l’ininfluenza di ogni connotato soggettivo MARI, II, 690-694) - la

preclusione alla proposizione della questione.

L’art. 24 del regolamento (replicando l’art. 18 della convenzione di Bruxelles) individua la

competenza del giudice dello Stato membro in concreto adìto anche se diverso da quello o da quelli

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cui spetta la competenza alla stregua dei criteri sopra enunciati, a condizione che: 1) il convenuto,

comparendo, non eccepisca primariamente detta incompetenza giurisdizionale; 2) il rapporto non

rientri nella competenza giurisdizionale di altro giudice secondo uno dei criteri di competenza

esclusiva elencati dall’art. 22.

Fra i casi di competenza esclusiva non si ritiene rientri la competenza prorogata per accordo

extraprocessuale intervenuto fra le parti, sicché resta, in questa ipotesi, onere del convenuto conte-

stare tempestivamente la competenza giurisdizionale di un giudice di Stato membro diverso da

quello concordato (nell’interpretare il regime convenzionale Corte giustizia Comunità europee,

7.03.1985, n. 48/84, in Foro it., 1986, IV, 303, ha ritenuto non esservi alcun motivo connesso alla

struttura generale od agli scopi della convenzione per negare la sussistenza della facoltà delle parti -

che pure abbiano pattuito una determinata attribuzione di competenza giurisdizionale - di sottoporre

la lite concordemente e volontariamente al giudice di altro Stato contraente; cfr. anche Cass., Sez. un.,

2.02.1991, n. 999, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1992, 327, secondo cui, qualora una società straniera agisca da-

vanti al giudice italiano, chiedendo un accertamento negativo della propria legittimazione passiva rispetto alle pretese

che il convenuto abbia eventualmente a formulare con riguardo ad un rapporto di lavoro, si deve escludere che la socie-

tà medesima possa poi contestare la giurisdizione di detto giudice, rispetto alla domanda riconvenzionale con cui siano

state introdotte quelle pretese, invocando una clausola di proroga della competenza giurisdizionale in favore del giudice

straniero, pattuita ai sensi e nelle forme dell’art. 17 della convenzione di Bruxelles, atteso che la suddetta iniziativa di-

nanzi al giudice italiano, ancorché accompagnata da un preannuncio di eccezione di difetto di giurisdizione in caso di

successivo ampliamento del dibattito, implica proroga tacita della giurisdizione stessa, sull’intero rapporto a norma

dell’art. 18 della citata convenzione, con effetti prevalenti sull’indicata proroga pattizia).

Quindi, chi venga convenuto innanzi a giudice di Stato membro non dotato di competenza

giurisdizionale per causa non rientrante fra quelle di cui all’art. 22, può accettare tacitamente quella

competenza - ed, in ogni caso, l’accetta - costituendosi e non eccependone il difetto.

Il convenuto, per impedire il radicarsi della competenza giurisdizionale del giudice adìto,

deve formulare, in via principale, la relativa eccezione, potendo poi, ma in via soltanto subordinata,

trattare nel suo atto difensivo il merito della vertenza. Infatti, la disposizione convenzionale (il sud-

detto art. 18 della convenzione di Bruxelles) è stata interpretata nel senso che essa consente al con-

venuto non solo di eccepire l’incompetenza, ma anche di presentare congiuntamente, in via subor-

dinata, difese nel merito, senza tuttavia perdere il diritto di sollevare l’eccezione d’incompetenza

(cfr. Corte giustizia Comunità europee, 22.10.1981, n. 27/81, in Foro it., 1982, IV, 216, Corte giu-

stizia Comunità europee, 31.03.1982, n. 25/81, in Foro it., 1983, IV, 30, e Corte giustizia Comunità

europee, 14.07.1983, n. 201/82, in Foro it., 1984, IV, 130).

Particolarmente rilevante è che la questione di competenza sia sollevata in via del tutto prin-

cipale, non bastando che il convenuto operi la contestazione in aggiunta ad altre deduzioni difensi-

ve, di merito e non, ove queste ultime siano state prospettate in via prioritaria, e non subordinata-

mente alla questione di competenza (così Cass., Sez. un., 1.02.1999, n. 16, in Riv. dir. internaz. privato e proc.,

2000, 468; cfr. ancora Cass., Sez. un., 22.05.1998, n. 5145, che, applicando l’omologa disposizione della convenzione

di Lugano, ha rilevato, nella specie, come il cittadino svizzero convenuto dinanzi al giudice nazionale, pur avendo dif-

fusamente esposto, nella prima parte della comparsa di risposta, lo svolgimento dei fatti rilevanti ai fini del giudizio di

merito, aveva pur sempre, nella seconda parte dell’atto, concernente la trattazione in diritto, eccepito in via preliminare

il difetto di giurisdizione del giudice italiano, contestando, poi, solo successivamente, la fondatezza della domanda nel

merito, con ciò impedendo il realizzarsi della fattispecie della proroga tacita della giurisdizione italiana, anche se

l’eccezione di difetto di giurisdizione non risultava richiamata nelle conclusioni finali della comparsa, dovendo tale atto

). Ove, invece, sia stata formulata

difensivo formare pur sempre oggetto di valutazione complessiva e non parziale

l’eccezione di carenza di competenza giurisdizionale in via principale, non è di pregiudizio alla po-

sizione del convenuto l’articolazione di conclusioni di merito subordinate, pure se esse siano consi-

stite anche in una domanda riconvenzionale (arg. ex Cass., 17.06.1986, n. 4036, in Riv. dir. inter-

naz. privato e proc., 1987, 559).

In ogni caso, l’eccezione, qualora non preceda qualsiasi difesa nel merito, non deve essere

posteriore all’atto considerato, dal diritto processuale nazionale, come la prima difesa rivolta al giu-

dice adìto (cfr. Corte giustizia Comunità europee, 24.06.1981, n. 150/80, in Foro it., 1982, IV, 217).

Una volta radicata la competenza giurisdizionale del giudice attraverso il meccanismo

dell’art. 24 del regolamento, deve ritenersi lo stesso giudice dotato di competenza giurisdizionale

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per la domanda riconvenzionale che l’attore dispieghi nei limiti e secondo i canoni dell’art. 6, n. 3;

una domanda riconvenzionale che invece si connotasse per addurre un thema esorbitante

dall’àmbito consentito non potrebbe non conferire all’attore la giuridica possibilità di contestare, ma

nello stesso limitato modo di cui all’art. 24, l’evenienza della competenza giurisdizionale (Corte

giustizia Comunità europee 7.03.1985, n. 48/84, cit., ha stabilito che il giudice dello Stato contraen-

te, dinanzi al quale l’attore abbia accettato di discutere, senza eccepirne l’incompetenza, la domanda

di compensazione basata su un contratto o su una situazione di fatto diversa da quello o da quella su

cui si basano le pretese fatte valere e per la quale sia stata validamente pattuita ai sensi dell’art. 17

della convenzione di Bruxelles l’attribuzione di competenza in favore dei giudici di un altro Stato

contraente, deve ritenersi competente in forza dell’art. 18 della convenzione stessa).

Quanto alla trattazione ed alla definizione della questione di competenza giurisdizionale, il

giudice nazionale poi la effettuerà alla stregua del proprio ordinamento processuale. Infatti, l’art. 24

(come l’art. 18 della convenzione di Bruxelles) non prevede un procedimento speciale necessaria-

mente limitato alla soluzione, in via pregiudiziale, della questione di competenza giurisdizionale

(cfr. Cass., 17-02-1990, n. 1172, in Giust. civ., 1991, I, 993, secondo cui il giudice italiano che ab-

bia riconosciuto la propria competenza, può ben procedere all’esame del merito secondo quanto

stabilito dall’art. 189 c.p.c., e non è affatto tenuto ad iniziare una nuova fase istruttoria).

5) Controllo della competenza giurisdizionale, litispendenza e connessione

Al giudice dello Stato membro che venga adito in forza della disciplina afferente allo spazio

giudiziario europeo creato, in àmbito civile e commerciale, dal sistema convenzionale richiamato e

perfezionato dal regolamento incombe di verificare se sussista la propria competenza giurisdiziona-

le. Egli potrà farlo, tuttavia, con un’intensità diversa a seconda del tipo di controversie sottoposto al

suo esame e, poi, a seconda della posizione che il convenuto avrà assunto nel processo.

In primo luogo, quando venga dedotta in causa principaliter - e, dunque, non in via mera-

mente incidentale - una domanda avente ad oggetto una delle controversie assoggettate alla compe-

tenza giurisdizionale esclusiva (come fissata all’art. 22) di giudice di un altro Stato membro, il giu-

dice adìto deve dichiarare la propria carenza di giurisdizione, quand’anche il convenuto si fosse co-

stituito e nulla avesse osservato in merito alla questione di giurisdizione. La norma regolamentare

che così dispone (ossia l’art. 25 il quale ripropone l’art. 19 della convenzione) è del tutto coerente

con il disposto relativo all’accordo processuale sulla competenza giurisdizionale prima illustrato

che incontra un corrispondente limite per la sfera di competenza giurisdizionale esclusiva.

Per gli altri criteri di collegamento di competenza giurisdizionale stabiliti dal regolamento, il

giudice dello Stato membro che si riconosca carente di competenza giurisdizionale alla loro stregua

deve del pari dichiarare detta carenza e spogliarsi della cognizione della controversia se il convenu-

to non compare, ossia resti contumace (art. 26, paragrafo 1).

Con riferimento ad entrambi i settori di rilevabilità ufficiosa, il giudice adìto deve svolgere il

controllo sulla sussistenza o meno della giurisdizione sulla base degli atti del processo, secondo le

regole processuali applicabili innanzi a sé ed utilizzando i mezzi istruttori che il proprio ordinamen-

to eventualmente gli consenta di acquisire. Come si è già ricordato a proposito della competenza

esclusiva e come è espressamente previsto dall’art. 11 L. n. 218/95 per il caso del convenuto con-

tumace, il rilievo può avvenire in ogni stato e grado del processo.

Quanto, invece, all’ipotesi in cui il convenuto si costituisca senza svolgere nella prima difesa

ed in via principale l’eccezione di carenza di competenza giurisdizionale del giudice dello Stato

membro adìto in controversia che non riguardi le materie oggetto di competenza esclusiva, si radica

la competenza giurisdizionale del giudica adìto in virtù dell’accordo processuale tacito - id est, della

preclusione - di cui all’art. 24 del regolamento.

Mette ancora conto sottolineare che, per il disposto del regolamento (così come anche quello

della convenzione), la questione di competenza giurisdizionale in causa non devoluta alla cognizio-

ne esclusiva di giudice di altro Stato membro esige che l’eccezione venga immediatamente e priori-

tariamente formulata (lo stesso principio è sostanzialmente stabilito dall’art. 4, primo comma, se-

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conda parte, L. n. 218/95, in relazione a cui cfr. Corte d’Appello Bologna, 18.02.1998, in Giur. it.,

1999, 295, per l’affermazione del principio che, sebbene non sia ancora scaduto il termine di cui

all’art. 180, secondo comma, c.p.c., per proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili

di ufficio, deve ritenersi tardiva ex art. 4 cit. l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ita-

liano sollevata nella prima udienza di comparizione del convenuto che già si sia costituito tempesti-

vamente difendendosi nel merito).

Il carattere cruciale dell’accertamento della condizione di contumacia del convenuto fa sì

che il legislatore comunitario abbia confermato la speciale disciplina di tutela della posizione del

convenuto stesso stabilendo (al secondo comma dell’art. 26) che il giudice adìto è tenuto a sospen-

dere il processo fino a quando non sia accertato che al convenuto è stata data la possibilità di riceve-

re la domanda giudiziale o un atto equivalente in tempo utile per la presentazione delle proprie dife-

se ovvero che è stato fatto tutto il possibile in tal senso. Questa norma, contenente un necessario

tasso di genericità nella misura in cui deve operare una sorta di relatio alle modalità minime previ-

ste dai vari ordinamenti per la verifica della rituale instaurazione del contraddittorio, era surrogata

già in regime convenzionale dall’applicazione dell’art. 15 della convenzione dell’Aja del

15.11.1965 sulla notificazione e sulla comunicazione all’estero degli atti giudiziari ed extragiudizia-

ri (in materia civile e commerciale), qualora l’atto introduttivo di lite esaminato fosse stato da tra-

smettere secondo le norme della suddetta convenzione. Il regolamento, ora, pone quale fonte prima-

ria da applicare, in luogo della disposizione di tutela del convenuto prima riportata, il complessivo

disposto dell’art. 19 di un altro regolamento (CE), quello n. 1348/2000 del Consiglio del

29.05.2000, relativo alla notificazione negli Stati membri di atti giudiziari ed extragiudiziari in ma-

teria civile e commerciale, quando sia stato necessario operare la formalità notificatoria alla stregua

della sua disciplina; soltanto in subordine (ossia per il caso di mancata applicazione del regolamen-

to), vale il richiamo dell’art. 15 della convenzione dell’Aja.

Si ricorda che il primo comma dell’art. 19 del regolamento n. 1348/2000 dispone (in modo sostanzialmente

corrispondente al primo comma dell’art. 15 della convenzione dell’Aja) che, quando un atto di citazione o un atto equi-

valente sia stato trasmesso ad un altro Stato membro per la notificazione o la comunicazione, secondo le disposizioni

del presente regolamento, ed il convenuto non compare, il giudice è tenuto a soprassedere alla decisione fintanto che

non si abbia la prova: a) o che l'atto è stato notificato o comunicato secondo le forme prescritte dalla legislazione dello

Stato membro richiesto per la notificazione o la comunicazione degli atti redatti in tale paese e destinati alle persone che

si trovano sul suo territorio; b) o che l'atto è stato effettivamente consegnato al convenuto o nella sua residenza abituale

secondo un'altra procedura prevista dal presente regolamento; e che, in ciascuna di tali eventualità, sia la notificazione o

comunicazione, sia la consegna ha avuto luogo in tempo utile perché il convenuto abbia avuto la possibilità di difender-

si. **********

Quanto, poi, all’istituto della litispendenza comunitaria (art. 27 del regolamento), esso è ri-

masto sostanzialmente invariato nel regolamento rispetto al regime previsto in convenzione.

Il giudice di uno Stato membro che, con riferimento a domanda avente lo stesso oggetto e lo

stesso titolo proposta in causa vertente tra le stesse parti, risulti adìto successivamente rispetto

all’avvenuta proposizione della stessa domanda caratterizzate dall’identità di personae, petitum e

causa petendi innanzi a giudice di altro Stato membro deve sospendere, anche d’ufficio, il procedi-

mento fino a quando il giudice preventivamente adìto non abbia accertato la sussistenza o meno del-

la sua competenza. Ove, poi, il giudice preventivamente adìto accerti la sua competenza, il giudice

successivamente adìto dichiara la propria incompetenza a favore del primo.

La compiuta realizzazione di uno spazio giudiziario europeo deve essere necessariamente

dotata di meccanismi processuali di coordinamento e razionalizzazione della pluralità di iniziative

processuali aventi ad oggetto la medesima causa, al pari di quanto avviene all’intero di ciascun or-

dinamento nazionale, sia per ragioni di economia, sia soprattutto per ragioni connesse al persegui-

mento dell’obiettivo ultimo, ossia l’effettività del sistema giudiziario integrato, tale da precludere o

rendere comunque residuale l’eventualità della prosecuzione in diversi Stati membri di procedure

parallele e la conseguente emanazione di una pluralità di sentenze, semmai contrastanti fra loro, sul-

la stessa fattispecie sostanziale.

Il criterio fondamentale cui si è ispirato il legislatore comunitario per risolvere il concorso di

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procedimenti aventi ad oggetto cause identiche è (al pari del criterio adottato dall’ordinamento in-

terno italiano: art. 39 c.p.c.) quello della prevenzione. Peraltro, detto criterio non comporta

l’esigenza di un’immediata declaratoria di litispendenza da parte del giudice prevenuto, bensì im-

pone a quest’ultimo - ad eccezione del caso in cui egli sia titolare di una competenza esclusiva - di

non esaminare la competenza del giudice preventivamente adito ma soltanto sospendere il procedi-

mento qualora non dichiari la propria incompetenza (cfr. Corte giustizia Comunità europee,

27.06.1991, n. 351/89, in Foro it., 1992, IV, 159, con riguardo all’interpretazione dell’art. 21 della

convenzione). La giurisprudenza interna ha precisato che, in questo àmbito, in realtà, viene in rilie-

vo una questione di sospensione necessaria, non di giurisdizione da regolare, dovendo il giudice

successivamente adito limitarsi a sospendere il giudizio fino all’accertamento definitivo della com-

petenza giurisdizionale del giudice preventivamente adito (cfr. Cass., Sez. un., 13.02.1998, n. 1514,

in Corriere giur., 1998, 1194, che ha stimato non proponibile alcuna questione di giurisdizione - nel

caso concreto attinente alla presenza di una clausola compromissoria per arbitrato estero - poiché in

tal modo si sarebbero vanificate sia la disciplina, sia la ratio del tessuto convenzionale, nella specie

della convenzione di Lugano). In sostanza, a differenza di quanto stabilisce l’art. 7 l. n.218/95,

quando consente al giudice italiano di compiere per i casi di preveniente giurisdizione straniera una

prognosi sulla concreta possibilità del (futuro) provvedimento giurisdizionale straniero di produrre

effetto per l’ordinamento interno, non sembra che altrettanto spazio abbia il giudice interno rispetto

alla necessità di sospendere il procedimento prevenuto nella sfera di applicazione del regolamento.

Per quanto concerne l’ipotesi (di chiusura) in cui più giudici adìti risultino dotati di compe-

tenza giurisdizionale esclusiva in relazione alle domande loro proposte, come si è visto, il regola-

mento (all’art. 29) fissa nel criterio di prevenzione quello dirimente sicché il giudice successiva-

mente adìto deve rimettere la causa a quello preventivamente adìto.

Si è prospettata una lettura dell’istituto della litispendenza comunitaria tale da affiancare alla

deroga al regime della sospensione - desumibile per la competenza esclusiva anche dal principio di

cui all’art. 19 del regolamento (corrispondente all’art. 25 della convenzione), in base a cui il giudice

adìto che riconosca la competenza giurisdizionale esclusiva del giudice di altro Stato membro deve

dichiarare d’ufficio la propria incompetenza - anche alla sfera di alcune competenze protettive, os-

sia quelle in materia di contratti di assicurazione e di contratti di consumo, citate (al fianco della

competenza esclusiva) dall’art. 35, paragrafo 1, del regolamento per stabilire l’impossibilità del ri-

conoscimento delle decisioni assunte in altro Stato membro in violazione dei relativi criteri. Ciò, per

evitare incongruenze fra il momento di definizione della litispendenza e quello relativo al ricono-

scimento. Ma questa interpretazione non sembra trovare avallo nell’articolazione dell’istituto (pre-

vista dalla convenzione e) confermata dal regolamento, data l’autonomia dei due momenti, quello

della verifica della concreta procedibilità della domanda rispetto alla preveniente causa pendente

innanzi ad altro Stato membro e quello della verifica delle condizioni di riconoscibilità della deci-

sione assunta in altro Stato membro (potendo pertanto verificarsi il caso in cui il giudice successi-

vamente adìto debba attendere la declaratoria di difetto di giurisdizione da parte del giudice di altro

Stato membro per le sfere di competenza protettiva sopra indicate, oppure, ove quel giudice, dichia-

ratosi dotato di competenza, in effetti non lo fosse, di negare il riconoscimento alla relativa sentenza

straniera e, poi, ove nuovamente adìto, di dichiararsi stavolta titolare della competenza giurisdizio-

nale). Va, sotto altro aspetto, notato che la nozione di litispendenza adottata dalla giurisprudenza

comunitaria è alquanto estensiva al fine di rendere concreta la realizzazione della razionalizzazione

della competenza giurisdizionale ed evitare, per quanto possibile, la parallela ed, a volte, contrappo-

sta pendenza di più vertenze relative allo stesso rapporto giuridico in Stati membri diversi. Con ri-

guardo all’art. 21 della convenzione di Bruxelles, si è, di conseguenza, ritenuto che la nozione di li-

tispendenza contempla il caso in cui una parte presenti ad un giudice di uno Stato contraente una

domanda volta all’annullamento o alla risoluzione di un contratto di vendita internazionale mentre

una domanda dell’altra parte volta all’esecuzione del medesimo contratto è pendente dinanzi ad un

giudice di altro stato contraente (cfr. Corte giustizia Comunità europee, 8.12.1987, n. 144/86, in Fo-

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ro it., 1988, IV, 341). La giurisprudenza interna si è adeguata stabilendo che, ai fini del riscontro

della litispendenza nell’àmbito in questione non è necessaria l’identità formale delle domande, ma è

sufficiente che esse derivino dallo stesso rapporto giuridico (così Cass., Sez. un., 25.05.1999, n.

293, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1999, 625; cfr. anche Cass., Sez. un., 15.10.1992, n.

11262, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1994, 93, la quale ha specificato che si ha litispendenza

anche qualora con una delle domande sia proposta una pretesa accessoria, non mutando

quest’ultima l’oggetto connotato dalla principale).

Approfondendo i dati salienti della fattispecie disegnata dall’art. 21 della convenzione, si è

precisato che il titolo comprende i fatti e la norma giuridica addotta a fondamento della domanda e

l’oggetto consiste nello scopo della domanda e si è tratto da tale assunto che la domanda volta ad

ottenere che il convenuto venga dichiarato responsabile di un danno e condannato al risarcimento ha

lo stesso titolo e lo stesso oggetto di una precedente domanda del medesimo convenuto volta ad ot-

tenere l’accertamento negativo della sua responsabilità e, dunque, la declaratoria che egli non è re-

sponsabile del detto danno (così Corte giustizia Comunità europee, 6.12.1994, n. 406/92, in Giur. it., 1995, I, 1,

929, la quale nel caso esaminato ha anche chiarito che una domanda successiva continua ad avere il medesimo oggetto e

il medesimo titolo e ad opporre le stesse parti di una domanda precedente qualora la prima domanda, proposta dal pro-

prietario di una nave dinanzi al giudice di uno Stato contraente, configuri un’azione in personam volta a far dichiarare

la mancanza di responsabilità del detto proprietario relativamente all’allegato danneggiamento delle merci trasportate

dalla sua nave, mentre la domanda successiva è stata proposta dal proprietario delle merci dinanzi al giudice di un altro

Stato contraente mediante un’azione in rem relativa ad una nave oggetto di sequestro ed è stata poi proseguita sia in rem

sia in personam, ovvero unicamente in personam, a seconda delle distinzioni operate dal diritto nazionale di tale altro

Stato contraente).

Anche l’individuazione del requisito di identità delle parti ha sollecitato l’interpretazione

della Corte di giustizia la quale ha ritenuto che, ai fini dell’applicazione della nozione di “stesse

parti” (di cui all’art. 21 della convenzione), un assicuratore e un assicurato devono essere considera-

ti come una sola e medesima parte qualora i loro interessi coincidano a tal punto che una sentenza

pronunciata nei confronti dell’uno avrebbe forza di giudicato nei confronti dell’altro; è stato, per

contro, osservato che l’applicazione dell’istituto in esame non può avere la conseguenza di privare

l’assicuratore e il suo assicurato, nel caso in cui i loro interessi siano divergenti, della possibilità di

far valere in giudizio, nei confronti delle altre parti interessate, i loro rispettivi interessi (alla luce di

tale approdo, l’art. 21 cit. non è stato applicato al caso di due domande giudiziali di contributo alle avarie comuni, l’una

contemplante la vertenza tra l’assicuratore della nave affondata ed il proprietario del carico che si trovava a bordo al

momento del naufragio e il suo assicuratore, l’altra inerente alla causa fra questi due ultimi soggetti ed il proprietario

della nave ed il noleggiatore, salva l’evenienza della dimostrazione che, rispetto all’oggetto delle due controversie, gli

interessi dell’assicuratore della nave, da un lato, e quelli dei suoi assicurati - proprietario e noleggiatore della stessa na-

ve -, dall’altro, sono identici e inscindibili, in tal senso Corte giustizia Comunità europee, 19.05.1998, n. 351/96, in

Giust. civ., 1999, I, 3).

Il presupposto dell’identità di parti, poi, va valutato alla stregua del riscontro della loro pre-

senza nei due procedimenti, a prescindere dalla loro posizione nei detti procedimenti.

Se le parti del secondo procedimento coincidano solo parzialmente con le parti del procedi-

mento avviato in precedenza in un altro Stato contraente, la giurisprudenza della Corte di giustizia

ha ritenuto (con riguardo all’art. 21 della convenzione) che al giudice successivamente adìto è im-

posto di dichiarare la propria incompetenza solo qualora le parti nella causa dinanzi ad esso penden-

te siano altresì parti del procedimento avviato in precedenza, salva la possibilità della prosecuzione

del procedimento fra le altre parti (così Corte giustizia Comunità europee, 6.12.1994, n. 406/92,

cit.). Un’innovazione di sicura rilevanza introdotta dal regolamento (all’art. 30) è la definizione

autonoma del momento in cui il giudice può considerarsi adìto e precisamente: 1) quando la

domanda giudiziale o un atto equivalente sia depositato presso il giudice, a condizione che succes-

sivamente l’attore non abbia omesso di prendere tutte le misure a cui era tenuto affinché fosse effet-

tuata la notificazione o comunicazione al convenuto; 2) quando l’autorità competente per la notifi-

cazione o per la comunicazione lo riceve, se l’atto introduttivo deve essere notificato o comunicato

prima di essere depositato presso il giudice, a condizione che successivamente l’attore non abbia

omesso di prendere tutte le misure a cui era tenuto affinché l’atto fosse depositato presso il giudice.

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In precedenza, la mancanza di criteri autonomi siffatti nel testo convenzionale ha fatto pre-

valere l’interpretazione del relativo disposto nel senso di considerare come preventivamente adita la

giurisdizione davanti la quale si sono verificate, per la prima volta, le condizioni che permettono

l’instaurarsi d’una litispendenza definitiva, secondo condizioni da valutarsi alla stregua della legge

nazionale di ciascuna delle giurisdizioni interessate, essendosi valutato che questo metodo consente

ad ogni giudice di stabilire con sufficiente certezza - in rapporto alla propria legge nazionale per

quel che lo riguarda ed in rapporto alla legge nazionale di qualsiasi altro giudice adìto per quel che

riguarda quest’ultimo - la consecutio nel tempo di più domande (cfr. Corte giustizia Comunità eu-

ropee, 7.06.1984, n. 129/83, in Giust. civ., 1985, I, 3; così anche Cass., Sez. un., 12.10.1990, n.

10014, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1992, 956, la quale, applicando l’art. 21 della conven-

zione di Bruxelles, ha stabilito che le date in cui i giudici di Stati contraenti diversi sono stati aditi

devono essere individuate sulla base delle rispettive leggi nazionali e quindi, per quanto concerne la

Repubblica federale di Germania, con riferimento al giorno del deposito dell’atto introduttivo del

giudizio, non a quello successivo della sua notificazione). Il ché, nella vigenza di quel regime giuri-

dico, non poteva non condurre a soluzioni diverse a seconda del criterio rilevante (si è or ora citato

il caso tedesco; e si è provato, da parte di LOMBARDI, I, 396, a coniugarlo con la procedura civile

belga in base a cui la pendenza della lite coincide con la data di iscrizione a ruolo della vertenza do-

po la notificazione dell’atto introduttivo al convenuto, per segnalare che un cittadino tedesco, non

appena raggiunto dalla notificazione della citazione a comparire innanzi a giudice del Belgio da par-

te di un attore belga, avrebbe potuto immediatamente neutralizzare l’evenienza della prevenzione in

favore della causa promossa dall’avversario iniziando una controcausa innanzi al giudice del suo

Stato nei confronti dell’altra parte e perfezionando la relativa pendenza della lite con il deposito del

ricorso, quando presumibilmente l’avversario belga non aveva ancora potuto iscrivere a ruolo la

controversia).

Il criterio di identificazione della pendenza della lite prescelto dal legislatore comunitario si

segnala rispetto alle soluzioni sperimentate negli ordinamenti interni (l’art. 39, ultimo comma,

c.p.c., con riguardo a quello italiano) perché non si limita ad individuare il discrimine rilevante con

il mero perfezionamento della notificazione della citazione, per i procedimenti nei quali il contatto

tra le parti è fissato in tempo antecedente al coinvolgimento del giudice (evento - notificazione della

citazione - rispetto al quale la susseguente mancata iscrizione a ruolo o la costituzione delle parti

non svolgono alcuna funzione), o con il mero perfezionamento del deposito del ricorso, per i proce-

dimenti in cui l’attore abbia come primo suo onere quello di adire il giudice e soltanto successiva-

mente debba instaurare, secondo i ritmi giudizialmente e legalmente imposti, il contraddittorio con

l’avversario (è notoriamente il caso del processo del lavoro nell’esperienza interna dopo gli arresti regolatori di Cass.,

Sez. un., 16.04.1992, n. 4676, e Cass., Sez. un., 11.05.1992, n. 5597, in Foro it., 1992, I, 2089, in base a cui, nelle con-

troversie di lavoro, la pendenza della lite si determina con il deposito del ricorso introduttivo nella cancelleria del giudi-

. L’opzione

ce, instaurandosi in questo momento un rapporto tra due dei tre soggetti tra i quali si svolge il giudizio)

della fonte in esame si dirige verso l’adozione di criteri temperati allo scopo di porre su di un piano

di parità i soggetti domiciliati nei vari Stati membri e di contenere il rischio di utilizzazioni distorte

o di disguidi nell’applicazione degli stessi.

Infatti, con riguardo alla formalità del deposito dell’atto presso il giudice adìto, la sua ido-

neità a determinare la pendenza della lite dipende dall’effettiva adozione da parte dell’onerato di

tutte le misure necessarie alla sua concreta notificazione o comunicazione al convenuto: quindi,

ogni ipotesi di mancata notificazione o di inesistenza della notificazione o di nullità della notifica-

zione (se non se ne dimostri, ove mai possibile, la sua concreta inesigibilità) fa perdere

all’interessato il beneficio della prevenzione.

Con riferimento, poi, alla notificazione o comunicazione dell’atto introduttivo da operarsi in

via antecedente rispetto al contatto con l’ufficio giudiziario, la sua fissazione al momento della rice-

zione - non da parte del destinatario, bensì - dell’autorità notificante elide a vantaggio di chi pro-

muove la notifica tutti i tempi, non dipendenti dalla sua attivazione, impiegati dall’ufficiale notifi-

cante per raggiungere la sfera del convenuto. Anche in questo caso, però, ove poi l’attore non adotti

tutte le misure per far sì che l’atto notificato o comunicato sia depositato presso il giudice e, dun-

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que, non si costituisca - e, probabilmente, anche si costituisca in modo tardivo quando ciò provochi

lo stato di quiescenza del procedimento -, la pendenza della lite non si determina in modo effettivo

per l’interessato.

L’instaurazione della lite, come ora prefigurata, conferma vieppiù la precedente linea inter-

pretativa che aveva escluso la pendenza, ai fini qui rilevanti, in relazione al mero esperimento di

procedimenti cautelari ante causam oppure all’instaurazione di fasi precontenziose facoltative.

Infine, è da osservare che la litispendenza non può che instaurarsi in rapporto alle domande

effettivamente proposte dalle parti nelle varie sedi, mentre, nel caso in cui una parte formuli, in

corso di processo, ulteriori domande in modo che risulti ammissibile per l’ordinamento regolatore

della controversia, la pendenza della lite con riguardo a queste ulteriori domande si determina in ta-

le successiva epoca. **********

Per quanto concerne la disciplina della connessione, l’art. 28 del regolamento, ripropone (al

paragrafo 3) la nozione di causa connessa mutuata dalla convenzione (art. 22). Le cause si conside-

rano connesse quando abbiano tra loro un legame così stretto da “rendere opportuna” la loro tratta-

zione e la loro decisione unificate allo scopo di evitare l’assunzione di soluzioni incompatibili, in-

vece possibili se le cause fossero trattate in modo separato innanzi ai giudici di diversi Stati membri

(già l’omologo art. 22 della convenzione di Bruxelles è stato ritenuto applicabile soltanto quando

azioni connesse siano esperite dinanzi ai giudici di due o più Stati contraenti: cfr. Corte giustizia

Comunità europee, 24.06.1981, n. 150/80, in Foro it., 1982, IV, 217).

Trattasi, anche in tal caso, di una definizione autonoma e piuttosto ampia, che richiama

l’omologa definizione ora adottata dal regolamento anche per la verifica del nesso fra le domande

proposte nei confronti di più convenuti tale da giustificare il corrispondente cumulo soggettivo (art.

6, n. 1). Del resto, la giurisprudenza comunitaria ha avuto occasione di chiarire che della nozione di

connessione (come al tempo esposta dal ricordato art. 22 della convenzione) va data

un’interpretazione autonoma e che detta interpretazione va operata in senso ampio, senza limitarsi

al presidio avverso la possibile pronunzia di decisioni in contrasto per gli effetti ostativi al ricono-

scimento di esse (ai sensi dell’art. 27, n. 3, della convenzione, corrispondente all’art. 34, n. 3, del

regolamento), bensì comprendendo tutti i casi in cui si configuri il rischio di soluzioni contrastanti,

anche qualora le pronunce possano essere eseguite separatamente e i loro effetti giuridici non si

escludano reciprocamente (così, in particolare, Corte giustizia Comunità europee, 6.12.1994, n. 406/92, cit., la

quale ne ha tratto la conclusione secondo cui - affinché l’azione proposta in uno Stato contraente da un certo gruppo di

proprietari di merci contro il proprietario di una nave al fine del risarcimento di un danno causato ad una parte del cari-

co trasportato alla rinfusa nell’àmbito di contratti distinti ma identici sia definibile come connessa all’azione di danni

proposta in un altro Stato contraente avverso lo stesso proprietario della nave dai proprietari di un’altra parte del carico,

trasportata nelle stesse condizioni e nell’àmbito di contratti distinti ma identici a quelli conclusi fra il primo gruppo e il

proprietario della nave - è sufficiente che la loro istruzione e decisione separate comportino il rischio di pronunzie con-

trastanti, senza che sia necessario che si configuri il rischio di conseguenze giuridiche che si escludono reciprocamente).

Quando si verifichi la pendenza innanzi a giudici di diversi Stati membri di cause connesse,

si verifica, in primo luogo, la condizione affinché il giudice successivamente adìto possa sospende-

re il procedimento: in questo caso, al giudice è conferito quindi il potere (non il dovere) di sospen-

dere la causa successivamente radicata ed egli, nel decidere se farlo o meno, dovrà esercitare il suo

prudente apprezzamento circa la formulazione delle ragioni che hanno determinato la contempora-

nea pendenza delle due cause connesse e della prognosi di influenza dell’esito della prima sull’esito

della causa prevenuta innanzi a lui pendente. Il regolamento (art. 28, paragrafo 1) ha ampliato lo

spettro applicativo di questa ipotesi rispetto all’omologa (art. 22, paragrafo 1) disposizione conven-

zionale, perché non richiede più entrambe le vertenze pendano in primo grado.

Nel concorso di determinati presupposti, poi, il giudice successivamente adìto può pervenire

alla declaratoria della propria incompetenza giurisdizionale (art. 28, paragrafo 2). I presupposti so-

no: 1) se le cause connesse siano (stavolta, sì) pendenti in primo grado; 2) sia stata formulata istanza

in tal senso ad opera di una delle parti; 3) il giudice della causa preveniente risulti titolare di compe-

tenza giurisdizionale a conoscere delle domande proposte (ossia quelle connotanti la causa connessa

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e successivamente intrapresa); 4) la legge processuale applicabile innanzi al giudice della causa

preveniente consenta la riunione dei procedimenti. Anche in tal caso è contemplato l’esercizio di un

potere in certa misura discrezionale del giudice successivamente adìto affinché egli pervenga sem-

pre che sussistano gli indicati presupposti alla declaratoria della sua incompetenza giurisdizionale.

Di conseguenza, va condiviso l’orientamento della giurisprudenza interna che in merito agli istituti

della sospensione e della declaratoria di incompetenza, come già disciplinati dall’art. 22 della con-

venzione di Bruxelles, ha ritenuto che essi formino oggetto, non di un obbligo (come è invece quel-

lo previsto dall’articolo precedente per il caso di litispendenza), ma di una facoltà discrezionale, il

cui mancato esercizio, pertanto, non può sindacarsi in sede di legittimità (così Cass., Sez. un.,

26.11.1990, n. 11363, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1992, 107).

Come è agevole trarre dal raffronto fra l’ipotesi di concentrazione processuale di cui all’art.

6, n. 1, che consente di radicare ex ante il foro competente per le diverse cause connesse innanzi al-

lo stesso giudice, e quella della connessione fra le cause già pendenti innanzi a giudici di diversi

Stati membri, di cui all’art. 28, quest’ultima disposizione (al pari dell’art. 22 della convenzione di

Bruxelles, pur con la rilevata diversità inerente ai presupposti della sospensione), lungi dal determi-

nare ex se la competenza del giudice di uno Stato membro a statuire su una domanda connessa ad

altra proposta dinanzi a lui a norma del regolamento, si limita a porre una norma di coordinamen-

to, prevedendo che il giudice successivamente adito possa (paragrafo 1) sospendere il procedimento

o, in taluni casi (paragrafo 2), spogliarsi di esso, sempre però sul presupposto che già sussista la

competenza giurisdizionale sull’intera materia del contendere in capo al giudice della causa connes-

sa preventivamente adìto (chiarisce tale punto Cass., ord., Sez. un., 24.04.2002, n. 6040, in un caso di applicazione

del criterio di proroga della competenza quando precisa, in applicazione dell’art. 17 della convenzione di Bruxelles,

laddove consente alle parti di un rapporto giuridico - almeno una delle quali domiciliata nel territorio di uno degli Stati

contraenti - di accordarsi per attribuire al giudice di uno degli Stati contraenti la competenza esclusiva a decidere le con-

troversie derivanti da tale rapporto, che, nel caso in cui una società avente sede in Italia convenga in giudizio una socie-

tà con sede in Germania, promuovendo nei suoi confronti un’azione contrattuale di accertamento dell’illegittimità del

recesso dal contratto di distribuzione commerciale e la condanna al risarcimento del danno, la controversia appartiene

alla giurisdizione del giudice tedesco se le parti abbiano espressamente indicato nel contratto stesso quello di Berlino

come foro competente per entrambe le parti del giudizio, senza che la pendenza in Italia, tra le stesse parti, di una causa

connessa - nella specie, di responsabilità extracontrattuale da concorrenza sleale - possa comportare deroga alcuna alla

giurisdizione prorogata come sopra individuata).

Il regolamento non ha disciplinato se ed in qual modo, laddove il giudice di uno Stato mem-

bro dichiari la propria incompetenza giurisdizionale in favore del giudice di altro Stato membro, gli

effetti degli atti processuali assunti possano essere conservati. Non risulta, almeno per via esplicita,

prevista la possibilità della translatio iudicii. Pertanto, si è conseguentemente prospettata (CAR-

BONE, 183-185) l’esigenza che sia il giudice alfine investito della competenza della causa a verifi-

care, alla stregua della sua lex fori, se e quale forza conservativa degli effetti dell’originaria doman-

da possano dispiegarsi.

L’ordinamento processuale italiano, in particolare, conosce, almeno in modo testuale, la

translatio con riferimento alla riassunzione che segue alla declaratoria di incompetenza in senso

proprio (art. 50 c.p.c.), non con riferimento alla riattivazione del processo in sede interna dopo che

sia stata accertata la carenza di giurisdizione dell’autorità giudiziaria di altro Stato. E’ anche vero

che l’integrazione dei sistemi processuali appartenenti allo spazio giudiziario europeo - rispetto a

cui, per molti aspetti, risulta progressivamente attenuata la differenza fra giurisdizione e competen-

za - esigerebbe, per il suo migliore compimento, la previsione degli opportuni meccanismi proces-

suali di garanzia propri della translatio. Quel che, tuttavia, resta da approfondire è se tale approdo

possa essere raggiunto per via interpretativa, oppure se non occorrano invece ulteriori modificazioni

ordinamentali al fine di pervenire al risultato prefigurato (per un interessante, e non recente, tentativo giuri-

sprudenziale favorevole alla tesi affermativa in subiecta materia cfr. Corte d’Appello Genova, 5.02.1983, in Riv. dir.

internaz. privato e proc., 1983, 875, secondo cui, avendo la convenzione di Bruxelles effetto integrativo degli ordina-

menti nazionali nell’area della sua operatività, gli artt. 21-23 della stessa implicano deroga alla disposizione di cui

all’art. 3 c.p.c., al tempo vigente, per la quale la giurisdizione italiana non è esclusa dalla pendenza, davanti a un giudice

straniero, di causa medesima o connessa, per cui la promozione dell’azione innanzi a un giudice di uno Stato contraente

è stata idonea a produrre l’effetto impeditivo della decadenza previsto dall’art. 3 n. 6 della convenzione di Bruxelles del

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25 agosto 1924 sulla polizza di carico, anche qualora detto giudice sia risultato giurisdizionalmente incompetente, pur-

ché dopo la declinatoria di competenza pronunciata dal giudice straniero la causa sia stata riassunta nei termini previsti

dal codice di procedura civile davanti al giudice italiano competente; di sèguito, Cass., 18-06-1987, n. 5357, in Giur. it.,

1988, I, 1, 204, trattando in sede di legittimità lo stesso caso di specie, ha confermato l’approdo di merito, specificando

nella motivazione che l’effetto impeditivo della decadenza, direttamente previsto dall’art. 3, n. 6, quarto comma, della

convenzione di Bruxelles del 25 agosto 1924 sulla polizza di carico, resa esecutiva con R.D.L. 6.01.1928, n. 1958,

conv. in L. 19.07.1929, n. 1638, e provocato dalla domanda giudiziale diretta a far valere la responsabilità del vettore

italiano proposta di fronte a giudice straniero privo di competenza giurisdizionale, non viene meno qualora il vettore

venga poi citato in Italia davanti al giudice competente, ma sempre che l’azione venga riproposta tempestivamente, os-

sia nel termine di sei mesi dalla pronuncia declinatoria della giurisdizione: e, ciò, in base all’art. 50 c.p.c., ritenuto ap-

plicabile all’ipotesi, non prevista, della pronuncia declinatoria della giurisdizione straniera, in modo da attivare, alle

stesse condizioni stabilite dall’ordinamento interno, il principio di conservazione degli effetti sostanziali della domanda

che abbia instaurato un rapporto processuale inidoneo, per ragioni diverse dalla validità del rapporto stesso, a consegui-

re una pronunzia di merito).

6) Il riconoscimento delle decisioni

La seconda parte del regolamento, contemplata dal suo capo III, inerente alla disciplina del

riconoscimento, da un lato, e dell’esecuzione, dall’altro, delle decisioni all’interno dello spazio giu-

diziario europeo pure si indirizza nell’alveo tracciato dalla convenzione di Bruxelles, ma indubbia-

mente contiene innovazioni di non secondaria importanza volte ad accogliere, almeno in certi limiti,

le proposte ed i suggerimenti maturati nel trentennio di applicazione del regime convenzionale, sen-

za peraltro giungere ad esiti che possano far ritenere conclusa o, quanto meno, pervenuta in dirittura

d’arrivo l’aspirazione al conseguimento del titolo esecutivo europeo, ossia ad una forma, diffusa su

tutto il territorio dell’Unione europea, di esecutività automatica di una, più o meno ampia, serie di

decisioni assunte dai giudici dei singoli Stati membri: il ché supererebbe o renderebbe residuale

l’esigenza di procedere a delibazione od altra forma di verifica delle condizioni minime necessarie

per ottenere l’efficacia esecutiva del titolo nello spazio giudiziario europeo al di là del territorio del-

lo Stato membro di produzione del titolo stesso.

Questo traguardo ha costituito - come si è suggestivamente osservato in dottrina (BIAVATI,

1208) - il convitato di pietra delle ipotesi di rielaborazione ed aggiornamento del tessuto convenzio-

nale. E gli stessi lavori preparatori segnalano l’esigenza che l’approdo raggiunto dal regolamento

non freni il progetto di titolo esecutivo europeo, con particolare riferimento ai settori che ne recla-

mano in modo più urgente l’attuazione (ossia i crediti alimentari, i crediti maturati per ritardi nei

pagamento, in particolare per quanto concerne i crediti retributivi ed, in più specifica analisi, per

quanto concerne i crediti retributivi maturati a sèguito di fallimento del datore). Il parere del Comi-

tato economico e sociale in merito alla proposta del regolamento qui in esame già consiglia fra le

possibili strade per pervenire al titolo esecutivo europeo quella dell’introduzione di una procedura

“europea” per la riscossione di crediti definibili parimenti “europei”, secondo modalità identiche in

tutti gli Stati membri, in modo che ciascuna decisione pronunziata alla stregua del relativo modello

in ciascuno degli Stati stessi dovrebbe caratterizzarsi per gli stessi connotati qualificanti per diven-

tare esecutiva (sulla progressiva enucleazione dell’idea di titolo esecutivo europeo nelle sue varie

forme, cfr. DE STEFANO, II, 422 e ss.). Si è, fra l’altro, ricordata in principio la proposta di rego-

lamento sul titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati che dovrebbe aprire un ulteriore

varco verso una più profonda interconnessione fra gli ordinamenti del relativo spazio giudiziario.

L’applicazione delle convenzioni di Bruxelles e Lugano, che pure ha garantito un notevole

grado di coordinamento - oltre che quanto riguarda la distribuzione della competenza giurisdiziona-

le fra i giudici degli Stati (rispettivamente) contraenti - anche per ciò che concerne l’impulso al ri-

conoscimento dei titoli ed all’annessione ai medesimi dell’efficacia esecutiva, ha nel corso de tem-

po fatto emergere problemi, incompletezze, aporie tali da ostacolare il pieno dispiegamento del por-

tato convenzionale. Infatti, fermo il ruolo di “pietra angolare” svolto dalla convenzione di Bruxelles

per la costruzione dello spazio (giuridico e) giudiziario europeo enucleato nel terzo pilastro del

Trattato di Maastricht e poi attratto nella competenza comunitaria dal Trattato di Amsterdam (la no-

tazione si rinviene in ROSSI, 35), qualche limite all’ispessimento del grado di cooperazione giudi-

ziaria nel settore considerato lo strumento convenzionale lo ha evidenziato anche con riguardo alla

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seconda parte.

Si sono, volta a volta, lamentati (cfr. MERLIN, 436-437):

- la formulazione troppo estesa dell’ipotesi della causa di non riconoscibilità delle decisioni estere

regolata dall’art. 27, n. 2, in rapporto al riscontro di irregolarità della notificazione dell’atto intro-

duttivo nei confronti del convenuto, restato (apparentemente) contumace;

- la previsione del divieto di riconoscimento in caso di contrarietà della pronunzia oggetto della

domanda di esecutività all’ordine pubblico, di cui parte della dottrina ha auspicato (addirittura)

l’abolizione;

- la concreta durata della procedura di attribuzione dell’efficacia esecutiva, procedura pure struttura-

ta su base monitoria a contraddittorio processuale eventuale e differito, ma di articolazione non

sempre breve ed, in qualche esperienza nazionale, assoggettata a ritmi ragguagliabili a quelli delle

cause ordinarie di merito;

- la difficoltà del proponente l’istanza di ottenimento dell’esecutività del titolo estero di reperire i

documenti necessari (o almeno ritenuti tali sulla scorta del dettato convenzionale), con possibili esiti

infausti della procedura;

- la necessarietà della previa notificazione alla controparte della decisione ottenuta che, coniugata

con la non consentita possibilità di chiedere ed ottenere un provvedimento di natura conservativa

prima dell’inizio del procedimento di attribuzione dell’esecutività (posto che l’art. 39 della conven-

zione consente l’adozione di misure conservative soltanto in pendenza del termine assegnato al

soggetto che intenda opporsi al conferimento dell’exequatur), precostituisce una situazione tale da

rendere spesso concreto il rischio di diminuzione della garanzia patrimoniale debitoria, soprattutto

con riguardo ai beni ad alta volatilità (mobili, danaro, depositi bancari, titoli);

- la mancanza (ma per la verità il punto non riguarda soltanto l’àmbito qui in discussione) di una

procedura precostituita per l’individuazione dei beni del debitore costituenti la garanzia patrimonia-

le del credito tutelato.

Le novità presenti nel regolamento hanno tenuto in conto diverse delle indicazioni citate.

Non è stata modificata (art. 32, rispetto all’art. 25 della convenzione) la nozione di decisio-

ne suscettibile di circolazione nello spazio giudiziario degli Stati membri: come si è visto, si intende

per tale qualsiasi decisione emessa da un giudice di uno Stato membro, quale che sia la denomina-

zione adottata - decreto, sentenza, ordinanza, mandato di esecuzione od altra ancora (l’elencazione

fatta dalla disposizione è dichiaratamente esemplificativa) -, cui va aggiunto il provvedimento del

cancelliere che (conformemente al relativo ordinamento interno: si pensi, in particolare,

all’esperienza tedesca) abbia il potere di determinazione delle spese giudiziali.

Tranne quest’ultima categoria di provvedimenti, dunque, gli altri debbono essere emessi da

un’autorità giurisdizionale, non necessariamente ordinaria od addetta esclusivamente al settore (ci-

vile e commerciale) oggetto di disciplina del regolamento, ma che si connoti comunque per identifi-

care un organo di giustizia permanente, soggetto alla legge e dotato della potestas iudicandi in mo-

do autonomo ed indipendente, senza subordinazione ad altri poteri dello Stato, all’esito di procedi-

mento che garantisca il rispetto del principio del contraddittorio e del diritto di difesa (concetto, come

si vede, ampio, ma non tale da poter essere equiparato a quello che si è ritenuto, per evidenti esigenze di settore, di con-

figurare in altri atti comunitari: è, in particolare, il caso della sfera di applicazione del citato regolamento n. 1346/2000,

relativo alle procedure di insolvenza il cui art. 2, lettera D, puntualizza la definizione di "giudice" in relazione, non solo

all'organo giudiziari, ma anche a qualsiasi altra autorità competente di uno Stato membro legittimata ad aprire una pro-

cedura di insolvenza o a prendere decisioni nel corso di questa; ciò, per la ragione, resa del resto chiara nel decimo

“considerando” di quell’atto, che le procedure di insolvenza non richiedono necessariamente l'intervento di un'autorità

giudiziaria).

Circa l’àmbito spaziale di riferimento delle decisioni qui rilevanti, è stato già chiarito - con

riguardo alla convezione di Bruxelles - che gli art. 26 e 31 della convenzione devono essere letti in

combinato con l’art. 25 della medesima, per cui i procedimenti di cui al titolo III della convenzione,

concernente il riconoscimento e l’esecuzione, trovano applicazione solo in ipotesi di decisioni ema-

nate da un giudice di uno Stato contraente e che, inoltre, le norme sulla competenza di cui al titolo

II della convenzione non stabiliscono alcun foro per i procedimenti relativi al riconoscimento e

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all’esecuzione di sentenze emanate in uno Stato terzo, perché l’art. 16, n. 5, che prevede, in materia

di esecuzione delle sentenze, la giurisdizione esclusiva dei giudici dello Stato contraente nel cui ter-

ritorio ha luogo l’esecuzione deve anch’esso essere inteso alla luce della nozione di decisione figu-

rante nell’art. 25 (cfr. Corte giustizia Comunità europee, 20.01.1994, n. 129/92, cit., la quale, come si è già ricorda-

to, ha concluso nel senso che la convezione, ed in particolare agli art. 21, 22 e 23, non è applicabile a procedimenti o a

questioni che sorgano nell’ambito di procedimenti promossi in Stati contraenti in ordine al riconoscimento e

all’esecuzione di sentenze in materia civile e commerciale emanate in Stati terzi).

Non si ripropone, per questo settore, l’esigenza di massima che la parte convenuta sia domi-

ciliata in uno negli Stati membri, ossia la limitazione ratione personae, in quanto rientrano nella di-

sciplina qui esaminata anche le decisioni pronunziate in uno Stato membro in base all’art. 4, nei

confronti di convenuto non domiciliato in esso (cfr. SALERNO, II, 57-58); estensione non giudicata

sempre favorevolmente dalla dottrina, siccome realizzata mediante l’utilizzazione di criteri di fissa-

zione della competenza giurisdizionale nello Stato membro notevolmente esorbitanti rispetto a quel-

li stabiliti in sede comunitaria.

Né si richiede, poi, che la decisione sia definitiva nello Stato d’origine, come risulta già dal

collegamento di tale disposizione con l’art. 37.

Si è pure puntualizzato, sempre in regime convenzionale, che la nozione di decisione (ov-

viamente ai limitati fini dell’applicazione delle varie norme della convenzione in cui tale termine

ricorre) si attaglia unicamente alle decisioni giudiziarie effettivamente pronunciate da un giudice di

uno Stato contraente, in virtù delle quali egli abbia statuito con poteri propri su questioni controver-

se tra le parti, essendosi invece escluso che una transazione - anche se questa è avvenuta dinanzi a

un giudice di uno Stato contraente ed abbia posto fine ad una lite - sia suscettibile di essere inqua-

drata nel concetto in esame, giacché le transazioni giudiziarie rivestono carattere essenzialmente

contrattuale, nel senso che il loro contenuto dipende anzitutto dalla volontà delle parti (così Corte

giustizia Comunità europee, 2.06.1994, n. 414/92, in Raccolta, 1994, I, 2237). Il ché, peraltro, non

ha impedito a vari giudici nazionali di specificare, analizzando le peculiarità disciplinanti i singoli

provvedimenti, la differenza fra accordo delle parti propedeutico al provvedimento del giudice (ri-

tenuto rientrante nella sfera di cui all’art. 25 della convenzione) e mere transazioni concluse dalle

parti in sede giudiziaria (i cui effetti sono peraltro disciplinati dall’art. 51 della convenzione, come

riprodotti e specificati nell’art. 58 del regolamento).

Non sembra ritenersi da parte di un consistente filone dottrinale (su cui cfr. BARIATTI, II,

9-11) che rientrino nella sfera delle decisioni suscettibili di essere autonomamente riconosciute o

dotate dell’esecutività quelle emesse dal giudice di uno Stato membro sulla sua incompetenza giuri-

sdizionale ai sensi della convenzione (per litispendenza o connessione), avendo in tal caso il regime

(convenzionale prima, regolamentare poi) disciplinato direttamente gli effetti di tale decisione per il

successivo giudizio; salva ovviamente la sussumibilità della decisione di merito finale nel novero

delle decisioni regolate dall’art. 32 del regolamento. Ciò non pare poter significare che possa pre-

scindersi dalla verifica (ove richiesta, in caso di avversa contestazione) dei requisiti per la ricono-

scibilità anche di quelle pronunzie. In un recente arresto, la giurisprudenza di legittimità interna ha

istituito un collegamento diretto fra il concetto di decisione di cui all’art. 25 della convenzione e le

sentenze sulla competenza, ai fini del loro riconoscimento e degli effetti conseguenti (cfr. Cass.,

ord., Sez. un., 10.04.2002, n. 5127, secondo cui, premesso che l’art. 26 della convenzione di Bru-

xelles pone il principio dell’automatico riconoscimento delle sentenze rese in uno degli Stati con-

traenti, salvo il controllo - eventuale e successivo, ove sorga contestazione - in ordine alla ricorren-

za di uno dei motivi ostativi al detto riconoscimento, e che per decisione s’intende, ai sensi dell’art.

25, anche la sentenza non definitiva, il giudice italiano - a fronte della richiesta della parte convenu-

ta invocante l’efficacia della sentenza non definitiva del giudice dell’altro Stato contraente con cui

si dichiari la litispendenza tra la causa pendente innanzi a sé e quella promossa in Italia, nonché la

prevenzione della prima - deve, in mancanza di condizioni impeditive dell’automatico riconosci-

mento, prendere atto di detta decisione e della prevenzione in essa affermata in favore del giudice

straniero e, conseguentemente, disporre la sospensione del processo davanti a sé pendente fino a che

non sia definitivamente accertata la competenza del giudice straniero).

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E, sotto altro aspetto, sussiste una qualche incertezza nel far rientrare o meno nell’àmbito

delle decisioni giudiziali suscettibili di riconoscimento e/o esecutività i provvedimenti interlocutori

di ordine protettivo o cautelare, quali le imposizioni di garanzie in relazione alle questioni di risar-

cimento del danno da decidersi in prosieguo (fermo restando che per tali tipi di misure sussiste la

concorrente competenza giurisdizionale stabilita dall’art. 31).

Esulano, infine, del novero dei provvedimenti riconoscibili quelli a contenuto meramente

istruttorio che, come tali, non contengano l’accertamento in via sostanziale di alcun diritto.

**********

Si perpetua la consolidata distinzione fra riconoscimento ed esecuzione della decisione

straniera.

Il riconoscimento (recognition) è generalmente funzionalizzato all’estensione in altro Stato

di alcuni effetti tipici del giudicato (per i profili essenzialmente dichiarativi e costitutivi, nonché di

condanna, ma con il limite di cui in appresso) conseguito in altro Stato, senza peraltro implicare

l’utilizzazione del provvedimento per l’attuazione coattiva di esso; ciò, pur con tutte le distinzioni

fra gli effetti scaturenti dal giudicato straniero (ed in questo caso comunitario) ed il giudicato di di-

ritto interno (su cui cfr. l’approfondita analisi di CIVININI, 91 e ss.).

L’esecuzione (enforcement), invece, si propone di annettere alla decisione straniera

l’efficacia esecutiva propria dei provvedimenti decisori contemplati dall’ordinamento dello Stato in

cui si intende attuarla, con il conseguente uso di tutti gli strumenti coattivi ivi previsti, anche per ciò

che concerne l’attivazione della forza pubblica.

Va sul punto ricordato che, nel diritto processuale italiano, all’equiparazione dei due istituti

scaturita dalla concezione protezionistica del codice di rito del 1942 - che contemplava (agli artt.

796-805) l’unitaria procedura di delibazione, occorrente per far valere nel territorio della Repubbli-

ca qualsivoglia effetto proprio di una decisione straniera, a fini attuativi o ad altri fini giuridicamen-

te rilevanti - è seguita, con la L. n. 218/95 (abrogativa delle succitate disposizioni codicistiche), la

distinzione normativa fra il riconoscimento dei provvedimenti stranieri (artt. 64-66), che, in linea

generale e salva l’evenienza di dettagliate condizioni, avviene in modo automatico (si tralasciano

quindi i problemi relativi alla portata di detto automatismo: cfr. CARELLA, II, 1082-1086, per l’esposizione delle varie

e l’attuazione dei provvedimenti

posizioni e la difesa di un’interpretazione piena e non limitata di tale effetto)

stessi (artt. 67-68) - comprensiva sia del caso in cui il provvedimento riconoscibile sia stato conte-

stato od inottemperato sia, e soprattutto, del caso in cui il titolo giudiziario straniero debba essere

posto a base dell’esecuzione forzata - la quale esige lo svolgimento di un procedimento ad hoc per

l’accertamento positivo dei requisiti richiesti per il riconoscimento ed il conseguente ottenimento di

un provvedimento che, unito al titolo straniero, abilita all’attuazione o all’esecuzione forzata.

La disciplina convenzionale ha contemplato la distinzione fra riconoscimento ed esecuzione

fin dalla sua prima adozione e, con essa, il principio del riconoscimento de iure delle decisioni

emesse nel territorio degli Stati contraenti (art. 26, primo comma). Il principio dell’automaticità

del riconoscimento è confermato dal regolamento (art. 33) sulla base della presunzione di evenien-

za delle condizioni legittimanti il riconoscimento stesso, ferma la consequenziale previsione, pure

riproposta dalla norma, della libera contestabilità della sussistenza di quelle condizioni: il ché onera

ed allo stesso tempo legittima la parte interessata a chiedere il riconoscimento in via principale,

nelle forme procedurali disciplinate per il conseguimento dell’esecutività (sezioni 2 e 3 dello stesso

capo); peraltro, ove della riconoscibilità di una decisione straniera venga fatta questione, ad ogni

possibile titolo, ma comunque in via incidentale, nel corso di un procedimento avente altro oggetto

principale, il giudice dello Stato membro titolare dello stesso ha il potere di pronunziarsi al riguar-

do. Circa le forme del giudizio di riconoscimento in via principale, si rinvia dunque a quanto si

esporrà in tema di attribuzione dell’exequatur.

Posto, quindi, che il controllo in materia di riconoscimento è sempre eventuale e successivo,

la contestazione che fa sorgere l’interesse all’accertamento in via principale della sussistenza dei

presupposti per il riconoscimento può essere integrata da un qualsivoglia apprezzabile ostacolo

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frapposto da soggetti controinteressati a che la parte la quale fondi il proprio titolo su una decisione

resa in procedimento svoltosi nei loro confronti nello Stato d’origine faccia valere gli effetti del re-

lativo giudicato - con diretto riferimento allo stesso rapporto giuridico scrutinato nel primo proce-

dimento - anche nello Stato membro richiesto. In tal caso, l’esigenza di esperire la procedura previ-

sta dal regolamento al fine del conseguimento di tale riconoscimento fa sì che l’autorità competente

a pronunziarsi - come si ribadirà, non necessariamente un organo giurisdizionale - sia quella indica-

ta per ciascuno Stato dall’allegato II al regolamento (come da richiamo operato dall’art. 39): per

l’ordinamento italiano, la Corte d’appello.

Quando, invece, la decisione venga in rilievo nel corso di un procedimento innanzi a giudice

di Stato membro diverso da quello di origine avente ad oggetto un rapporto diverso da quello già

definito e rispetto a cui la decisione altrove assunta costituisca non più di un elemento della fatti-

specie costitutiva o, viceversa, estintiva, impeditiva, modificativa, da un lato, l’esame della decisio-

ne stessa va effettuato dal giudice (quale che esso sia) del procedimento in corso e, dall’altro, ine-

rendo alla soluzione in via incidentale, il suo esito non avrà l’effetto di determinare la formazione

del giudicato circa la riconoscibilità in via principale del titolo decisorio stesso o di conferire allo

stesso il munus dell’esecutività. Corollario di tale riflessione è che, quando l’esame di riconoscibili-

tà della decisione costituisca l’oggetto di una necessaria pronunzia con effetto di giudicato, per leg-

ge o per volontà delle parti, non è possibile per il giudice adìto limitarsi alla delibazione incidentale

e, pertanto, non possono non valere le regole, anche di competenza, previste per il riconoscimento

in via principale (in tal senso la pregressa, articolata disciplina dell’art. 799 c.p.c. costituisce una

traccia particolarmente indicativa). Va anche ricordato che, anche in questo àmbito, l’esigenza

dell’esame ricognitivo incidentale di una decisione straniera può sorgere anche nel corso del proce-

dimento che abbia ad oggetto in via principale il riconoscimento di altra decisione straniera (cfr. il

risalente caso esaminato da Cass. 6.08.1952, n. 2540, in cui venne ritenuto non potersi attribuire ef-

ficacia ad una sentenza straniera che si basava su altra sentenza straniera senza accertare, sia pure in

via incidentale, la sussistenza delle condizioni all’epoca richieste dall’art. 797 c.p.c. o dalle conven-

zioni internazionali eventualmente rilevanti per il riconoscimento di quella sentenza).

Una volta che la decisione straniera sia stata riconosciuta, esse deve ritenersi titolo idoneo ad

esplicare nello Stato membro in cui è fatta valere la stessa efficacia che ha nello Stato di origine

(cfr. Corte giustizia Comunità europee, 4.02.1988, n. 145/86, in Foro it., 1988, IV, 321).

**********

Circa i requisiti di riconoscibilità che il controllo a posteriori deve riscontrare, gli artt. 34 e

35 del regolamento (ripercorrendo la traccia degli artt. 27 e 28 della convenzione) prevedono i se-

guenti casi, costituenti il cd. merito processuale.

1) Il caso in cui il riconoscimento della decisione assunta in altro Stato membro sia manifestamen-

te contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto.

L’ipotesi non è stata abolita, come pure era stato richiesto da alcune parti, ma (a parte la

modesta esperienza applicativa registrata nel passato) si profila ridimensionata, mediante

l’inserzione dell’avverbio “manifestamente” che prospetta il restringimento dell’analisi comparativa

fino e non oltre la soglia della evidenza ed incontrovertibilità della violazione dell’ordine pubblico.

E’ tuttavia da considerare che la giurisprudenza comunitaria aveva già indirizzato la propria inter-

pretazione del testo convenzionale in senso notevolmente restrittivo ritenendo contrario all’ordine

pubblico soltanto quello iussum che importi violazione di un principio fondamentale

dell’ordinamento dello Stato richiesto (cfr. la motivazione di Corte giustizia Comunità europee,

4.02.1988, n. 145/86, in Foro it., 1988, IV, 321), dovendo tenersi per fermo che già lo spirito della

disciplina convenzionale (come si desume dalla corrispondente relazione) è orientato per

un’applicazione limitata soltanto ai casi eccezionali della clausola ostativa dell’ordine pubblico (cfr.

la recente pronunzia di Corte giustizia Comunità europee, 11.05.2000, n. 38/98, in Foro it., 2000, IV, 417, la quale ha

interpretato il corrispondente precetto convenzionale nel senso che non può considerarsi contraria all’ordine pubblico

una decisione, resa da un giudice di uno Stato contraente, che riconosca l’esistenza di un diritto di privativa intellettuale

su parti di carrozzeria di autoveicoli e che conferisca al titolare di tale diritto una protezione atta a consentirgli di vietare

a terzi, ossia ad operatori economici stabiliti in un altro Stato contraente, la fabbricazione, la vendita, il transito,

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l’importazione o l’esportazione in tale Stato delle dette parti di carrozzeria; per l’esame dei quesiti posti in questa occa-

sione alla Corte al fine della verifica di conformità alle regole protettive della concorrenza inserite nel Trattato di un sif-

fatto accordo di privativa, in relazione ai suoi effetti, cfr. Corte d’Appello Torino, 16.01.1998, in Dir. ind., 1998, 5; cfr.,

per altro recente caso di approfondimento del principio, Corte giustizia Comunità europee, 28.03.2000, n. 7/98, in Riv.

dir. internaz. privato e proc., 2000, 803, secondo cui, alla luce della clausola dell’ordine pubblico di cui all’art. 27 pun-

to 1, della convenzione di Bruxelles, il giudice dello Stato richiesto, per un verso, non può tener conto, nei confronti di

un convenuto domiciliato nel territorio di quest’ultimo, del solo fatto che il giudice dello Stato d’origine ha fondato la

propria competenza sulla cittadinanza della vittima di un reato, mentre, e per altro verso, il giudice dello Stato richiesto

può tener conto, nei confronti di un convenuto domiciliato nel territorio di quest’ultimo e perseguito per un reato dolo-

so, del fatto che il giudice dello Stato d’origine gli ha negato il diritto di farsi difendere senza comparire perso-

nalmente).

Anche la relazione alla proposta di regolamento ha, in qualche misura, legato l’inserzione

dell’avverbio sopra ricordato all’esigenza di sottolineare l’eccezionalità dei motivi di ordine pubbli-

co ostativi all’efficacia della decisione nello spazio giudiziario europeo.

Alla stregua del pregresso come dell’attuale assetto, dunque, la mera divergenza tra la legge

straniera applicata dal giudice straniero e la legge italiana non costituisce per ciò solo una violazio-

ne dell’ordine pubblico italiano idonea ad escludere il riconoscimento della sentenza straniera (cfr.

Cass., 26-06-1986, n. 4253, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1987, 767).

I principi fondamentali dell’ordinamento del foro che formano il concetto di ordine pubblico

qui rilevante sono comprensivi dei principi aventi carattere universale e di quelli comuni agli Stati

membri dell’Unione, dunque anche dei diritti inviolabili dell’uomo, nonché dei principi informatori

del diritto comunitario (cfr. CARBONE, 223-224, che sottolinea in particolare la forza esplicata al

riguardo dai principi di cui all’art. 81 del Trattato per l’effettivo funzionamento del mercato).

Deve ricordarsi anche che l’ordine pubblico così richiamato va inteso come limite riferibile

non solo al contenuto (sostanziale) della decisione straniera, ma anche al suo procedimento forma-

tivo (e, quindi, ordine pubblico processuale).

Il contenuto dell’ordine pubblico va desunto, per quanto attiene alle norme procedurali, uni-

camente dai principi inviolabili posti, nell’ordinamento interno, a garanzia del diritto di difesa. Tra

questi, sempre che sia stato assicurato il contraddittorio, è stato considerato non rientrare l’obbligo

di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, in quanto l’art. 111, primo comma, Cost. (nel te-

sto al tempo vigente), laddove prevede tale obbligo, sancisce un assetto organizzativo della giuri-

sdizione che attiene esclusivamente all’ordinamento interno. Si è tratta la conclusione della ricono-

scibilità (e, quindi, si è dichiarata esecutiva in Italia), a norma della convenzione di Bruxelles, di

una sentenza emessa in Gran Bretagna, anche se priva di motivazione (cfr. Cass. 18.05.1995, n.

5451, che richiama un principio già elaborato in precedenza: così, in particolare, la motivazione di

Cass. 28.05.1979, n. 3073).

Sempre con riguardo all’ordine pubblico processuale, la giurisprudenza interna di legittimi-

tà, dopo avere osservato che esso non è relativo soltanto al contenuto ed al procedimento formativo

della decisione straniera, ma anche all’incidenza su di essa dei gravami previsti in via ordinaria ed

al formarsi del giudicato, ha concluso tuttavia nel senso che non appare vigente nell’ordinamento

giuridico italiano un principio di ordine pubblico il quale, affinché possa essere considerato adegua-

tamente tutelato il diritto di difesa, richieda che la sentenza sia impugnabile dinanzi ad un giudice di

terzo grado senza che tale impugnazione possa essere sottoposta ad alcuna condizione (cfr. Cass.

3.03.1999, n. 1769, in Giust. civ., 1999, I, 3009, in ordine alla lamentata impossibilità,

nell’ordinamento francese, di ottenere la pronuncia del giudice di legittimità sul ricorso proposto

avverso la sentenza di merito, in relazione alla previsione da parte delle norme processuali civili di

quel sistema del potere del Presidente della Corte di cassazione di disporre il ritiro della causa dal

ruolo, su istanza del resistente, qualora il ricorrente non provi di avere eseguito la decisione impu-

gnata, con la subordinazione del successivo esame del ricorso al previo adempimento esecutivo en-

tro un termine, scaduto il quale il giudizio di cassazione soggiace a perenzione; nell’occasione la

Suprema Corte ha colto l’occasione per osservare che nemmeno la previsione del sistema di solve et

repete connesso all’esperimento del mezzo di impugnazione interferisce con il nucleo di principi

costituenti l’ordine pubblico processuale; alla stessa conclusione giungono, nel contesto di una

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complessiva trattazione dell’argomento, CAMPEIS - DE PAULI, II, 741-742, pure sul rilievo che il

subordinare l’adizione del terzo grado di giurisdizione ad un onere non appare di per sé contrario

all’ordine pubblico processuale italiano, in relazione alla mancanza di concreto pregiudizio al diritto

di difesa ed all’assenza dello stesso presidio costituzionale anche per il principio del doppio grado

di merito).

Sotto altro profilo, deve segnalarsi l’orientamento assunto dalla Cour de Cassation francese

la quale, con pronunzia del 16.03.1999 (riportata da CARBONE, 226), ha reputato contraria

all’ordine pubblico processuale una sentenza straniera impositiva a carico dell’attore di una cautio

iudicatum solvi considerata in concreto eccessiva, in relazione al principio fondamentale del libero

accesso alla giustizia, per la cui ricostruzione sistematica essa ha attinto, oltre che a parametri di di-

ritto interno, anche a quanto disposto in materia di giusto processo dall’art. 6, paragrafo 1, dalla

Convenzione di Roma del 4.11.1950 per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fonda-

mentali.

D’altronde, un richiamo alla disciplina posta da quest’ultima convenzione a garanzia del di-

ritto di difesa del convenuto come limite di ordine pubblico processuale si riscontra anche in una

delle ricordate pronunzie della Corte di giustizia (Corte giustizia Comunità europee, 28.03.2000, n.

7/98, cit.), nel solco di un costante insegnamento secondo cui i diritti fondamentali sono parte inte-

grante dei principi generali del diritto dei quali occorre garantire l’osservanza in sede di ordinamen-

to comunitario, ispirandosi a tal fine alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e alle

indicazioni fornite dagli atti internazionali relativi alla tutela dei diritti dell’uomo cui gli Stati mem-

bri hanno cooperato e aderito; in tale ultimo àmbito, non si è tralasciato di considerare il riferimento

operato dalla costante giurisprudenza comunitaria, rafforzato dal preambolo dell’atto unico europeo

e confermato dall’art. 6, n. 2, del trattato sull’Unione europea, ai diritti fondamentali della persona

protetti dalla convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo, sicché essa riveste un si-

gnificato particolare (cfr., fra le più recenti, Corte giustizia Comunità europee, 8.07.1999, n. 235/92

P, in Raccolta, 1999, I, 4539, e Corte giustizia Comunità europee, 4.02.2000, n. 17/98, in Giur. it.,

2001, 918).

In prospettiva, un indice normativo di un certo significato, quanto meno persuasivo, anche per il riscontro dei

parametri dell’ordine pubblico processuale potrà essere il contenuto dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali

dell’Unione europea; norma che, pur ispirandosi alle precedenti dichiarazioni solenni (fra cui l’art. 8 della Dichiarazio-

ne universale dei diritti dell’uomo proclamata dalle Nazioni Unite a New York il 10.12.1948 e gli artt. 6 e 13 della

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950), ripropone

nell’àmbito dell’Unione le già emerse “garanzie minime di legalità processuale” e, particolarmente, evidenzia il valore

della effettività della tutela giurisdizionale (da riferirsi, non soltanto ai mezzi di azione e difesa da esercitarsi nel corso

processuali, ma anche ai rimedi ed alle forme di tutela che si possono ottenere con la decisione finale: per un’efficace

sottolineatura di questo aspetto contenutistico dell’art. 47 cfr. COMOGLIO, 243-246).

Circa il controllo della competenza giurisdizionale, invece, lo stesso regolamento esplicita

(all’art. 35, paragrafo 3) che, ferma la non riconoscibilità di quelle decisioni prese in contrasto con i

parametri di competenza giurisdizionale di maggiore rilievo (ed a cui si accennerà in sèguito), la

violazione delle norme sulla competenza non riguarda l’ordine pubblico.

In tale quadro, dunque, può ritenersi che la nuova formulazione della norma, se non è perve-

nuta all’abolizione del vaglio relativo al rispetto dell’ordine pubblico, comunque avalla e rafforza

un’interpretazione tesa a circoscrivere le violazioni in tal senso rilevanti al novero di quelle aperta-

mente ed indisputabilmente stridenti con i principi assolutamente fondamentali, in relazione al suo

sistema di diritto internazionale privato, dell’ordinamento (sostanziale e processuale) dello Stato

membro richiesto.

Peraltro, come si evince dalle notazioni precedenti, alla tendenza a restringere la verifica del

requisito in parola ai fini del più agevole dell’efficacia delle decisioni nello spazio giudiziario euro-

peo - in consonanza con il determinante snellimento della prima fase del rito per il conseguimento

di tale efficacia -, fa riscontro la (non necessariamente collidente) progressiva identificazione di un

nucleo irrinunciabile relativo innanzi tutto alla tutela minima dei diritti processuali emergente dai

ricordati principi generali del diritto e fonti internazionali.

Facendo riferimento alle posizioni raggiunte dalla giurisprudenza comunitaria (con riguardo a Corte giustizia

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Comunità europee, 28.03.2000, n. 7/98, cit.) e da quella della CEDU (in particolare, a Corte europea diritti dell’uomo,

20-07-2001, Pellegrini c. Italia, in Dir. e giustizia, 2001, fasc. 32, 19, la quale ha stabilito che viola il principio posto

dall’art. 6, primo comma, della convenzione europea dei diritti dell’uomo, sul diritto di ogni persona a un equo processo

e, quindi, in primis a un giudizio in contraddittorio, la sentenza dei giudici italiani che dichiari l’efficacia, in detto ordi-

namento, di una pronuncia ecclesiastica di nullità del matrimonio senza verificare se il procedimento innanzi all’autorità

ecclesiastica si è svolto con le garanzie poste dal ricordato art. 6 ed ha stabilito la responsabilità dell’Italia, in quanto la

convenuta era stata interrogata dal tribunale ecclesiastico senza essere stata informata né della identità dell’attore, né dei

motivi di nullità del vincolo invocati da quest’ultimo, né della possibilità di avvalersi dell’assistenza di un avvocato), si

è segnalata l’emersione di una nozione di ordine pubblico processuale definita come “ordine pubblico europeo”, comu-

ne agli ordinamenti nazionali e, dunque, vincolante per i giudici dei singoli ordinamenti, pur se non riscontrabile per

esplicito nel tessuto normativo di questo o quell’ordinamento (in tal senso cfr. NASCIMBENE, 663-664, il quale nota

che, quanto più le due Corti europee riusciranno ad armonizzare ed integrare la loro azione giudicando sui valori fon-

damentali comuni, tanto più chiari e definitivi si configureranno i contorni della proposta nozione di ordine pubblico

europeo). Nella costante opera di verifica del rispetto del parametro in esame, l’interprete deve quindi progressivamente

stabilire quali garanzie fra quelle che, secondo le linee confezionate dall’elaborazione giurisprudenziale delle due Corti,

concretano il modello uniforme di equo processo europeo (questa definizione è ripresa da ANDOLINA - PULEO, 192-

195) si connotino per un grado di essenzialità ed irrinunciabilità tale da imporsi come formanti dell’ordine pubblico

processuale anche del singolo Stato membro.

2) Il caso della mancata notificazione o comunicazione della domanda giudiziale o dell’atto ad essa

equivalente al convenuto “in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese”

quando il convenuto sia rimasto contumace salvo però che “pur avendone avuto la possibilità,

egli non abbia impugnato la decisione”.

Anche per tale sfera, il regolamento pare avere inciso (stavolta in modo più pronunziato)

sempre in modo restrittivo rispetto alla disciplina convenzionale. Il caso del contumace involontario

è infatti tipico del contenzioso transnazionale e l’omologa disposizione della convenzione di Bru-

xelles sanziona con la carenza del crisma della riconoscibilità ogni ipotesi di mancata comunicazio-

ne o notificazione dell’atto introduttivo al convenuto contumace “regolarmente ed in tempo congruo

perché questi possa presentare le proprie difese”. Il carattere garantistico cui risulta ispirata la di-

sposizione della convenzione obbligava (ed obbliga per lo spazio di sua persistente applicazione) il

giudice dello Stato richiesto a denegare il riconoscimento ogni qualvolta la notificazione dell’atto

introduttivo risulti non regolare ed il convenuto non abbia attivamente partecipato al contraddittorio

processuale nello Stato d’origine, così in certa misura avallando tentazioni di parti vocate in ius ne-

gli altri Stati aderenti senza regolare notificazione - eppure venute a perfetta conoscenza della con-

troversia - a mantenere un atteggiamento inerte ed assente, salvo ad insorgere al momento in cui

l’attore, ottenuto comunque il titolo, lo utilizzi o chieda per esso l’attribuzione dell’exequatur.

Né la giurisprudenza comunitaria ha fornito spiragli ermeneutici di segno diverso [cfr. la det-

tagliata analisi di Corte giustizia Comunità europee, 16.06.1981, n. 166/80, in Foro it., 1982, IV, 217, che ha detta i se-

guenti principi: a) la nozione di “domanda giudiziale” comprende l’atto, come il decreto ingiuntivo (Zahlungsbefehl)

del diritto tedesco, la cui notifica consente all’attore, secondo il diritto del giudice di origine, di ottenere, in caso di con-

tumacia del convenuto, un provvedimento atto ad essere riconosciuto ed eseguito secondo le disposizioni della conven-

zione; b) un provvedimento, come l’autorizzazione dell’esecuzione (Vollstreckungsbefehl) del diritto tedesco, emesso in

seguito alla notifica del decreto ingiuntivo e che sia esecutivo a norma della convenzione, non rientra nella nozione di

“domanda giudiziale”; c) per accertare se il convenuto abbia potuto presentare le proprie difese ai sensi dell’art. 27, n. 2,

il giudice richiesto deve unicamente tener conto del termine, come quello per fare opposizione (Widerspruch) al decreto

ingiuntivo nel diritto tedesco, di cui il convenuto dispone per evitare che sia pronunziato in contumacia un provvedi-

mento esecutivo secondo la convenzione; d) l’art. 27, n. 2, va del pari applicato qualora il convenuto abbia fatto opposi-

zione al provvedimento emesso in contumacia e un giudice dello stato di origine abbia dichiarato l’opposizione irricevi-

bile per scadenza del termine; e) anche quando il giudice dello stato di origine ha deciso, in esito ad un procedimento

contraddittorio separato, che la notifica o comunicazione era regolare, l’art. 27, n. 2, esige che il giudice richiesto esa-

mini, ciò non di meno, la questione se tale notifica o comunicazione sia stata effettuata in tempo utile perché il conve-

nuto abbia potuto presentare le proprie difese; f) il giudice richiesto, in via generale, può limitarsi ad accertare se il ter-

mine, a partire dalla data in cui la notifica o comunicazione è stata regolarmente effettuata, abbia lasciato al convenuto

abbastanza tempo per difendersi; tuttavia egli deve accertare se, nel caso concreto, sussistano circostanze eccezionali

tali che la notifica o comunicazione, benché regolare, non sia stata tuttavia sufficiente per far decorrere detto termine; g)

l’art. 52 della convenzione e il fatto che il giudice dello stato richiesto giunga alla conclusione che, secondo il diritto di

questo stato, il convenuto era domiciliato nel territorio di questo alla data della notifica o comunicazione della domanda

giudiziale, non influiscono sulle soluzioni di cui sopra].

Si è - soprattutto - chiarito che l’art. 27, n. 2, della convenzione va interpretato nel senso che una sentenza pro-

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nunciata in contumacia in uno Stato contraente non può essere riconosciuta in altro Stato contraente quando la domanda

giudiziale non è stata notificata regolarmente al convenuto contumace, anche se questi è venuto dopo a conoscenza del-

la sentenza e non l’ha impugnata con i mezzi previsti dalle norme processuali dello Stato di origine (cfr. Corte giustizia

Comunità europee, 12.11.1992, n. 123/91, in Foro it., 1995, IV, 238), oppure quando l’irregolarità della notificazione

non abbia inciso sul tempo utile perché questi possa presentare le proprie difese (arg. ex Corte giustizia Comunità euro-

pee, 3.07.1990, n. 305/88, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1992, 146); ciò, ovviamente, senza che la valutazione di

regolarità invece compiuta dal giudice dello Stato d’origine possa vincolare il giudice dello Stato richiesto (così Corte

giustizia Comunità europee, 15.07.1982, n. 228/81, in Foro it., 1983, IV, 29).

Piuttosto, si è interpretato in modo sostanziale il requisito della costituzione in giudizio del convenuto deciden-

dosi che egli si intende costituito in giudizio quando, nell’ambito di un’azione di risarcimento, collegata ad un’azione

penale pendente davanti al tribunale, ha preso posizione nell’udienza di merito, tramite l’agente del proprio difensore,

sull’azione penale, ma non su quella civile che, tuttavia, è stata anch’essa oggetto di dibattimento orale in presenza di

quest’ultimo (così Corte giustizia Comunità europee, 21-04-1993, n. 172/91, in Foro it., 1994, IV, 233).

La giurisprudenza di legittimità interna, nell’applicare la disposizione alla stregua

dell’interpretazione sopra riassunta, ha puntualizzato che il requisito della regolarità si riferisce solo

alla notificazione o comunicazione, mentre per il termine a comparire è richiesta solo la congruità,

da accertarsi sulla base delle circostanze della fattispecie concreta, indipendentemente dalle norme

dei singoli ordinamenti (cfr., oltre a Cass., 11.04.1983, n. 2549, in Giust. civ., 1983, I, 1966, più di

recente Cass., 25.09.1998, n. 9615, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1999, 983). In altri termini,

salva la necessarietà del previo riscontro della regolarità della formalità notificatoria, si ritiene che

per il termine di comparizione sia richiesto solo il requisito della congruità e che tale ultimo requisi-

to sia oggetto di una valutazione discrezionale da compiersi esclusivamente in base alle circostanze

che caratterizzano la fattispecie concreta, indipendentemente dalle norme dei singoli ordinamenti

processuali. Il giudizio di congruità può, a sua volta, essere censurato in sede di legittimità unica-

mente sotto il profilo dell’adeguatezza della motivazione, trattandosi di giudizio di fatto che coin-

volge l’accertamento di elementi materiali e che comporta un apprezzamento degli stessi, il quale è

istituzionalmente riservato al giudice di merito (

nel caso da ultimo citato, è stata cassata, per difetto di motiva-

zione, la decisione della Corte d’appello che, in sede di opposizione alla dichiarazione di efficacia di sentenza straniera

per lamentata incongruità del termine di comparizione del convenuto - che era stato fissato davanti al giudice greco in

ventidue giorni dalla notifica dell’atto di citazione -, pur rilevando l’esistenza di moderni mezzi di comunicazione che

consentono di ridurre notevolmente i tempi per la scelta di un avvocato in un paese straniero e la predisposizione della

linea di difesa, nonché la possibilità, prevista dalla normativa processuale dello stato di cui si trattava, di chiedere alla

prima udienza un differimento, e la circostanza che il convenuto italiano avesse avuto la possibilità di contattare il lega-

le della controparte al fine di tentare una conciliazione, aveva affermato la insufficienza del termine in questione, limi-

tandosi ad osservare che quel termine sarebbe stato incongruo anche nel caso di citazione a comparire davanti al giudice

italiano, senza tener presente che l’accertamento di tale congruità va compiuto prescindendo dalle norme dei singoli or-

dinamenti processuali).

La nuova formulazione del requisito ex art. 34, n. 2, del regolamento contribuisce a ridimen-

sionare la sfera dei casi in cui il convenuto, rimasto assente dal contraddittorio nello Stato d’origine,

possa poi invocare l’involontarietà della contumacia al momento del riconoscimento o

dell’attribuzione di esecutività nello Stato richiesto.

Il riferimento al parametro del tempo utile ed in modo tale che il destinatario dell’atto possa

presentare le proprie difese ripropone la valutazione di fatto che il giudice dello Stato richiesto ha

da compiere per verificare la sussistenza o meno per il convenuto del tempo occorrente, nelle circo-

stanze di tempo e di luogo concrete, per apprestare la propria difesa processuale.

Il mancato richiamo della verifica della regolarità certo non interferisce con l’esigenza che,

al pari del controllo di validità della notificazione (o comunicazione) da svolgersi nel procedimento

svoltosi nello Stato d’origine, analogo controllo si reiteri in modo autonomo da parte del giudice del

riconoscimento quante volte risulti la mancata costituzione del convenuto; e detto controllo di vali-

dità della formalità notificatoria va fatto alla stregua delle norme proprie dell’ordinamento dello

Stato d’origine e della normativa uniforme ivi applicabile (ora, quindi, del regolamento comunitario

n. 1348/2000 del 29.05.2000).

L’elisione del riferimento alla regolarità della comunicazione o notificazione, piuttosto, è

stata funzionalizzata, secondo quanto espone la stessa Relazione della Commissione alla proposta di

regolamento, a chiarire che una mera irregolarità formale della notificazione o comunicazione non

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può condurre a denegare il riconoscimento quando non abbia precluso al convenuto di poter prov-

vedere alla sua difesa. Dunque, può (in via ancora approssimativa) dirsi che l’area della mancata ri-

conoscibilità della decisione va rapportata ad un vizio della notificazione che ne comporti la nullità

o l’inesistenza che abbia avuto come effetto (in mancanza del debito controllo da parte del giudice

dello Stato d’origine) la contumacia involontaria del convenuto.

Inoltre - anche in quest’ultimo caso -, al convenuto è tolta la protezione spettante al contu-

mace laddove egli non abbia impugnato la decisione pur avendone avuto la possibilità: sicché, ove

risulti che egli abbia conosciuto del processo, principalmente mediante la notificazione della sen-

tenza o comunque di un altro atto processuale, e non abbia gravato la decisione stessa, la sua con-

tumacia involontaria non può essere più opposta in sede di riconoscimento. Si è, fra l’altro, segnala-

to (MERLIN, 439) che - rispetto agli ordinamenti i quali, come quello italiano (ex art. 327, secondo

comma, c.p.c.), offrono tutela senza limiti temporali al contumace non raggiunto dalla notificazione

dell’atto introduttivo - non potrà mai dirsi che il detto soggetto non abbia avuto la possibilità di im-

pugnare la decisione, atteso che: 1) ove nessun elemento cognitivo della vicenda processuale sia an-

cora giunto alla sua sfera percettiva, egli sarà ancora ammesso all’impugnazione stessa; 2) vicever-

sa, ove egli abbia avuto cognizione del processo stesso, sarà per tale via insorta la concreta possibi-

lità di impugnare la sentenza nei termini previsti.

3) Il caso del contrasto della decisione da riconoscere con una decisione emessa tra le medesime

parti nello Stato membro richiesto.

Nessuna modificazione si profila intervenuta per questa ipotesi. Va ricordato che la sua arti-

colazione è tale (soprattutto ove raffrontata all’altra, speculare, relative a decisione proveniente da

Stato diverso da quello richiesto, regolata al numero seguente) da far concludere anche una deci-

sione successiva (e non soltanto precedente) resa nello Stato richiesto rispetto a quella emessa nello

Stato d’origine è di ostacolo al riconoscimento di quest’ultima.

Si intende così evitare il conflitto fra decisioni, sempre che ovviamente gli elementi decisori

da compararsi risultino emessi tra le stesse parti, nella nozione, sufficientemente ampia, datane in

sede di interpretazione comunitaria. Il contrasto oggettivo - dato che la norma del regolamento (co-

me quella della convenzione) non ne fa espressa descrizione specificativa, riferendosi generalmente

ai soli titoli decisori - viene inteso in senso estensivo, non limitato al rigoroso riscontro dell’identità

di titolo e di oggetto, bensì ritenendosi che lo stesso sussista quante volte vengano in rilievo nelle

due decisioni effetti tra loro contrastanti oppure sia stato in esse scrutinato il medesimo rapporto

giuridico, sul momento genetico o sugli elementi identificativi del quale esse abbiano formulato va-

lutazioni e tratto conseguenze giuridicamente determinanti ai fini del decisum, sì da porsi in con-

traddizione fra loro (cfr. CARBONE, 234-235).

Oltre che non necessariamente preventiva rispetto all’altra, la decisione dello Stato membro

richiesto nemmeno deve necessariamente appartenere all’area di operatività del regolamento (cfr.

per una concreta applicazione di tale orientamento Corte giustizia Comunità europee, 4.02.1988, n.

145/86, in Foro it., 1988, IV, 321, che ha giudicato la decisione straniera contenente condanna a ca-

rico di un coniuge a versare all’altro gli alimenti in relazione agli obblighi di convivenza derivanti

dal matrimonio in contrasto, ai sensi dell’art. 27, n. 3, della convenzione di Bruxelles, con una deci-

sione nazionale di divorzio resa tra le medesime parti, ossia con una decisione riguardante sfera che

di certo esula dall’àmbito regolato dalla convenzione).

Peraltro, la turbativa che può creare al principio di armonia delle decisioni fondato sul crite-

rio della prevenzione temporale la prevalenza della decisione emessa nello Stato richiesto in mo-

mento successivo a quello della decisione resa nello Stato membro d’origine è sottolineata da chi

(come SALERNO, II, 252-255), pur dando conto dei diversi approdi che ha raggiunto la giurispru-

denza comunitaria circa la preminenza della sentenza interna successiva - ma in materia sottratta al-

la disciplina comunitaria - ed in attesa di espliciti segnali normativi in tale direzione (quale l’art. 22,

primo comma, lettera A, della proposta della Commissione 2002/159 sui crediti non contestati),

suggerisce l’adozione del sistema delle specifiche impugnazioni di diritto interno (quale, per

l’ordinamento italiano, la revocazione ex art. 395, n. 5, c.p.c.) al fine di far prevalere “il principio

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generale comunitario a favore della decisione preveniente”.

In ogni caso, deve trattarsi di decisione, non di accordo scaturente dall’autonomia privata

delle stesse parti, pur finalizzato a scopo conciliativo di lite: si è infatti ritenuto (così Corte giustizia

Comunità europee, 2.06.1994, n. 414/92, in Foro it., 1996, IV, 463, resa nell’interpretazione della

disposizione corrispondente convenzionale) che una transazione suscettibile di esecuzione conclusa

dinanzi a un giudice dello Stato richiesto con la funzione di definire una lite pendente non costitui-

sce una “decisione resa tra le medesime parti” in quello Stato che possa impedire il riconoscimento

e l’esecuzione di una decisione giudiziaria resa in altro Stato d’origine.

4) Il caso del contrasto della decisione da riconoscere con un’altra decisione emessa precedente-

mente tra le medesime parti o in un altro Stato membro od anche in un paese terzo in una con-

troversia avente stessi titolo ed oggetto, quando questa precedente decisione presenti i requisiti per

essere riconosciuta nello Stato richiesto.

La dizione di questa ipotesi risulta leggermente modificata rispetto a quella inserita al n. 5

della corrispondente disposizione convenzionale: è infatti espressamente chiarito che la precedente

decisione ostativa al riconoscimento, quando si connoti per l’identità di personae, petitum e causa

petendi, può essere stata emanata indifferentemente da un altro Stato membro o da uno Stato terzo.

L’art. 27, n. 5, della convenzione di Bruxelles riferisce, invece, la decisione precedente al solo Stato

non contraente, lasciando - almeno sotto il profilo letterale - scoperta l’ipotesi in cui detta decisione

provenga da altro Stato contraente, anche se l’interpretazione logica e sistematica aveva già indiriz-

zato l’applicazione verso una sua accezione conducente alla sussunzione dell’ipotesi non prevista

sotto la medesima fattispecie normativa.

Per il resto, anche il legislatore comunitario ha riprodotto l’espressione più specifica - con la

previsione esplicita dell’identità, oltre che delle parti, anche dell’oggetto e del titolo - rispetto a

quella adottata per il caso di contrasto con decisione dello Stato richiesto, quasi a segnalare la linea

di un maggior rigore in ordine alla verifica del conflitto fra decisione dello Stato membro d’origine

e decisione (di altro Stato membro o di paese terzo, ma comunque) non dello Stato richiesto,

nell’alveo del favor per il relativo riconoscimento.

A ciò si aggiunge lo sbarramento posto dal riscontro che la decisione confliggente rispetto a

quella da riconoscere deve essere stavolta necessariamente precedente ad essa.

Infine, va sottolineato che il titolo decisorio che si oppone al riconoscimento deve essere

sempre tale che, a sua volta, dotato dei requisiti per essere riconosciuto - e, quindi, utilmente azio-

nato in opposizione - nello Stato richiesto (presupposto ovviamente non necessario per l’ipotesi

precedente, dato il carattere nazionale della decisione confliggente). E questi requisiti dovranno es-

sere valutati dal giudice dello Stato richiesto secondo i criteri (di diritto internazionale privato oppu-

re di diritto uniforme oppure di diritto comunitario, anche specifico, ove il titolo opposto sia prove-

niente da altro Stato membro ed inerisca all’àmbito civile e commerciale) volta a volta applicabili.

Per altro verso, non sembra fuor di luogo considerare che l’accezione sufficientemente am-

pia che dei concetti di identità di parti, da un lato, e di oggetto e titolo, in relazione

all’omnicomprensivo àmbito del rapporto giuridico, dall’altro, viene fornita dall’interpretazione re-

sa in tema di litispendenza (e di cui si è fatto cenno in precedenza) non possa restare del tutto estra-

nea alla ricognizione dei paralleli requisiti richiesti in questo diverso àmbito.

Quel che distingue, dunque, in modo netto questa ipotesi dalla precedente è - oltre al più cir-

costanziato rilievo degli elementi identitari - il fatto che a risolvere il conflitto vale per essa il crite-

rio temporale. **********

E’ stato, poi, soppresso il caso, previsto dall’art. 27, n. 4, della convenzione di Bruxelles,

contemplante quale ragione ostativa al riconoscimento l’accertamento da parte del giudice dello

Stato richiesto che il giudice dello Stato d’origine, nell’emettere la decisione dedotta come contra-

stante con quella da riconoscere, abbia violato una norma di diritto internazionale privato dello Sta-

to richiesto pronunziandosi su una questione relativa allo stato o alla capacità delle persone fisiche,

al regime patrimoniale fra coniugi, ai testamenti ed alle successioni, salva la verifica della irrilevan-

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za della violazione rispetto al risultato raggiunto (il quale sarebbe stato, quindi, lo stesso pur se la

norma violata fosse stata rettamente applicata). Si trattava (e si tratta, per quanto l’àmbito conven-

zionale ancora vige) della particolare protezione accordata all’ordinamento di diritto internazionale

privato del singolo Stato contraente per un determinato settore di questioni, già escluse dalla mate-

ria regolata dalla convenzione (art. 1, coma secondo, n. 1), la cui trattazione, quindi, per rilevare in

sede di riconoscimento, avvenisse (o avvenga) in via puramente incidentale.

Sorta in àmbito francese, detta regola ha avuto applicazione sporadica anche nella prassi

giurisprudenziale interna. Peraltro, in virtù del progressivo ravvicinamento attuato dalle discipline

nazionali nelle materie succitate e del contemporaneo ravvicinamento delle norme di conflitto nello

spazio giudiziario europeo, essa è stata ritenuta ormai non più attuale e, quindi, non è stata riprodot-

ta nel regolamento. **********

5) Il controllo della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato d’origine.

L’art. 35 del regolamento (riproducendo l’art. 28 della convenzione di Bruxelles) esclude la

riconoscibilità delle decisioni se esse risultano emesse in violazione delle norme sulla competenza

giurisdizionale comprese nella sezione 3, relativa alla materia delle assicurazioni, nella sezione 4,

relativa alla materia dei contratti dei consumatori, e nella sezione 6, relativa alla competenza giu-

risdizionale esclusiva, del capo II.

Ha destato perplessità (cfr. SALERNO, II, 238-239) l’esclusione del controllo della compe-

tenza giurisdizionale relativa ai contratti individuali di lavoro (sezione 5), anche perché il foro del

lavoratore, parte debole per antonomasia, è sovente collegato all’applicazione di norme imperative

locali. La giustificazione di tale opzione è stata dalla Commissione annessa alla ragione che qual-

siasi verifica sulla competenza giurisdizionale in questo settore avrebbe pregiudicato necessaria-

mente l’istante per il riconoscimento e/o la declaratoria di esecutività che, nella massima parte dei

casi, è lo stesso lavoratore.

Ai due casi di competenza protettiva ed all’ulteriore caso di competenza esclusiva viene poi

aggiunto il controllo del rispetto dell’art. 72 del regolamento (corrispondente all’art. 59 della con-

venzione) che fa salvi gli accordi anteriori alla sua entrata in vigore conclusi da Stati membri (ai

sensi dell’ora ricordato art. 59 della convenzione) e con cui essi si siano impegnati a non riconosce-

re una decisione emessa, in particolare in un altro Stato contraente, contro un convenuto avente il

proprio domicilio o la propria residenza abituale in un paese terzo, sempre che la decisione: 1) sia

stata emessa in un caso di operatività dell’art. 4 della convenzione; 2) si sia fondata soltanto sulle

norme di competenza previste dal secondo comma dell’art. 3 della convenzione (ossia i fori cc.dd.

esorbitanti).

Quando emerga, nel controllo di competenza giurisdizionale, la violazione dei parametri ora

elencati, la decisione emessa nello Stato membro d’origine non può essere riconosciuta.

Va chiarito che il giudice dello Stato richiesto non può compiere alcuna indagine di fatto,

essendo vincolato alle constatazioni di fatto operate nella decisione oggetto di riconoscimento dal

giudice dello Stato d’origine, essendo a lui consentito soltanto di rilevare l’erronea sussunzione del-

la fattispecie definita in quella sede sotto un modello di competenza giurisdizionale che non ne

avrebbe dovuto consentire - limitatamente ai quattro parametri sopra elencati - la cognizione in

quella sede.

Al di fuori dei casi ora circoscritti, il giudice dello Stato richiesto non può procedere al con-

trollo della competenza giurisdizionale dei giudici dello Stato d’origine, né, come si è già segnalato,

può inserire la questione del rispetto delle (ulteriori) norme sulla competenza in quella della verifica

dell’ordine pubblico (cfr., per un’applicazione dell’art. 28, terzo comma, della convenzione di Bru-

xelles, Cass., 23.05.1989, n. 2452, in Giust. civ., 1989, I, 2601, che ha concluso, nella specie, per

l’assenza in capo al giudice della delibazione dl potere di procedere al controllo della competenza

internazionale del giudice straniero, nella sfera di applicazione della cennata norma).

**********

Per il resto, viene mantenuta (dall’art. 36 del regolamento) l’inibizione del riesame del me-

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rito della decisione straniera.

Questo principio, già esposto dalla convenzione di Bruxelles (art. 29) in modo definito tran-

chant dalla dottrina (cfr. CARPI, 152), è stato applicato, nella vigenza degli artt. 796 e ss c.p.c., nel

senso che, quand’anche il procedimento delibatorio fosse stato introdotto nelle forme ordinarie, la

disposizione dell’art. 798 c.p.c. (che consentiva il riesame del merito della causa, fra l’altro, quando

la sentenza straniera da delibare era stata pronunciata in contumacia) non trovava applicazione con

riguardo a decisione pronunciata in uno Stato aderente alla convenzione di Bruxelles, attesa la pre-

minenza del principio posto dall’art. 29 di detta convenzione, tale da non consentire “in nessun ca-

so” l’accesso al riesame del merito della decisione straniera (cfr. Cass. 27.07.1989, n. 3524).

Si conferma la recisa contrarietà della fonte (ora) comunitaria alla sostanziale riapertura nel

merito del caso deciso dal giudice dello Stato d’origine allo scopo di dare concreto ed effettivo sen-

so all’integrazione giudiziaria perseguita.

Peraltro, la riforma del diritto internazionale privato di cui alla L. n. 218/95 ha abrogato, fra gli altri, l’art. 798

c.p.c., di guisa che anche al di là dello spazio giudiziario europeo l’ordinamento giuridico italiano, fatto salvo il riscon-

tro degli altri requisiti, si è aperto - pure sotto questo aspetto - ad una reale extraterritorialità della giurisdizione, supe-

rando i dubbi (certo, non peregrini) sollevati in ordine alla opportunità o meno di conservare il vaglio di merito per i soli

casi di evenienza di fattispecie revocatorie (ex art. 395, nn. 1, 2, 3, 4 e 6, c.p.c.) particolarmente gravi (già espressamen-

te legittimanti il riesame di merito ex art. 798 c.p.c.); con la specificazione che resta da verificare se e quanta parte di

queste fattispecie possa essere ricompresa nei vizi ostativi al riconoscimento (ex art. 64, lettere b e g).

Come si è visto, non soltanto la decisione definitiva o passata in cosa giudicata è suscettibile

di riconoscimento. Tuttavia (cfr. art. 37 del regolamento), quando essa sia stata assoggettata ad im-

pugnazione nello Stato d’origine, il giudice dello Stato richiesto ha il potere di sospendere il proce-

dimento finalizzato al riconoscimento in attesa della definizione del giudizio di impugnazione. La

facoltà di sospensione, con riferimento alle decisioni emesse in Irlanda e nel Regno Unito, si radica

quando l’esecuzione di quelle decisioni sia stata sospesa nello Stato d’origine per la presentazione

di un ricorso. L’esercizio di questo potere in sede di riconoscimento sarà trattato unitariamente con

l’affine istituto disciplinato, direttamente per il procedimento di exequatur, dall’art. 46.

7) L’esecutività delle decisioni e degli atti

Il procedimento di attribuzione alle decisioni ed agli altri atti della forza esecutiva nello Sta-

to membro - che poi è il medesimo per il conseguimento del riconoscimento delle decisioni in via

principale (in virtù del già ricordato richiamo dell’art. 33, paragrafo 2) - ha subìto alcune modifica-

zioni che ne incrementano la flessibilità sveltendo in modo cospicuo il controllo da svolgersi nella

prima delle due fasi, quella che già in precedenza si connotava per una cognizione sommaria.

Prima di fare il punto su tali modificazioni, vale la pena ricordare che l’istante per l’esecutività (art. 50) ha di-

ritto a mantenere nel procedimento innanzi allo Stato richiesto lo stesso trattamento (di gratuito patrocinio o di esen-

zione dalle spese) che avesse ottenuto nello Stato membro d’origine, secondo la corrispondente forma, che sia la “più

ampia”, prevista dall’ordinamento dello Stato richiesto. Sempre per il procedimento di dichiarazione di esecutività, si

conferma inoltre (all’art. 51) il principio di non discriminazione - per lo status di straniero o per il difetto di domicilio o

residenza - dell’istante in ordine all’imposizione di cauzione o deposito e si esclude che lo Stato richiesto possa imporre

un trattamento fiscale in via proporzionale rispetto al valore della controversia (art. 52).

**********

In sintesi, è noto che già la convenzione di Bruxelles contempla, ai sensi dell’art. 34, il con-

trollo di legalità d’ufficio - nei limiti stabiliti dagli artt. 27 e 28 -, senza peraltro alcun obbligo od

alcuna facoltà per il giudice di assumere i relativi elementi in contraddittorio (parendo esclusa la

possibilità di “osservazioni” preventive ad opera della parte contro la quale viene richiesta

l’esecuzione), con la conseguente emissione dell’exequatur all’esito della positiva verifica della

sussistenza dei requisiti di legalità. Al destinatario passivo della decisione così dotata

dell’esecutività è accordata unicamente tutela successiva, mediante l’instaurazione del contradditto-

rio in via posticipata, attraverso l’opposizione regolata dagli att. 36 e ss. del dettato convenzionale,

così come al richiedente che si sia visto respingere la domanda di attribuzione dell’esecutività alla

decisione è dato di opporsi alla stregua dell’art. 40. Discorso analogo è da compiersi per la conven-

zione di Lugano, per il relativo àmbito di operatività.

Si ritiene che, pur dopo la riforma del diritto internazionale privato italiano, le disposizioni

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in questione siano da stimarsi prevalenti - quale normativa speciale più favorevole, in armonia con

la ratio dell’adesione all’Unione Europea. - sulle diverse e generali previsioni della L. n. 218/95,

quanto meno nelle parti in cui le norme generali di quest’ultima legge si presentino meno favorevoli

e possano, di conseguenza, provocare maggiore difficoltà o dilatazione dei tempi nell’attuazione e

nell’esecuzione delle decisioni rese nell’àmbito degli Stati membri. Del resto, sarebbe del tutto in-

congrua una parificazione della pronunzie giudiziarie rese negli Stati membri con quelle rese nei

Paesi terzi, parificazione che finirebbe per escludere in concreto gli effetti di progressiva integra-

zione perseguiti costantemente nello spazio giudiziario europeo (e, di conseguenza, per avallare

un’interpretazione conducente alla violazione degli obblighi assunti dallo Stato italiano nei confron-

ti dell’Unione). In definitiva, può dirsi che già operi pienamente il principio di specialità che com-

porta la prevalenza, quanto ai rapporti intercorrenti nell’àmbito degli Stati membri, delle disposi-

zioni della convenzione sulle previsioni - successive, ma di carattere generale - della L. n. 218/95,

in ordine al rito da adottare, alle garanzie accordate ed alle forme di tutela, essendosi così determi-

nato un “doppio binario” che legittimamente differenzia quella sfera di rapporti dagli altri che esor-

bitano della sfera di applicazione della convenzione (cfr. in tal senso Corte d’Appello di Salerno,

16-23.05.2000, in proc. n. 3/2000 RGCC, inedita).

Pertanto, non vanno osservate, al fine di procedere all’esecuzione forzata, le previsioni di

cui all’art. 67 L. n. 218/95, nella parte in cui esse richiedono al giudice un controllo preventivo di

legalità, in relazione all’art. 64 L. cit., in contraddittorio tra le parti. E’ stato, tuttavia precisato che

la procedura delibativa prevista dalla convenzione, se è da considerarsi fatta salva dalla L. n.

218/95, non esclude l’ammissibilità dell’istanza di delibazione proposta direttamente in via conten-

ziosa da chi sia interessato al riconoscimento, da dichiararsi - se nulla vi osti - con sentenza che

condannerà alle spese processuali il convenuto ove questi si sia opposto al riconoscimento (cfr. per

un’ipotesi di tal genere Corte d’Appello Bari, 8.02-2000, in Giur. merito, 2001, 909; arg. già ex

Cass., 01-12-1982, n. 6519, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1984, 137, nel senso che la norma-

tiva convenzionale non osta a che l’istante, anziché avvalersi di questo rito semplificato, possa in-

trodurre il giudizio di delibatio con citazione, offrendo subito alla controparte la garanzia del con-

traddittorio, senza che possa considerarsi improcedibile la relativa domanda).

Il procedimento contenzioso si profila, invece, doveroso per i provvedimenti giudiziari resi in Stati terzi rispet-

to a cui non si applichi il regime della convenzione. Per questi, il silenzio del richiamato art. 67 circa il rito da adottare

deve essere inteso - non come ammissibilità del rito camerale, bensì - come necessità dell’adozione del rito ordinario in

unico grado, che si inizia con citazione e si conclude con sentenza (ricorribile per cassazione), senza possibilità di di-

sporre l’anticipata esecuzione mediante decreto inaudita altera parte con la procedura propria delle attività di tipo non

contenzioso, alla stregua del modulo previsto dagli artt. 737 e ss. c.p.c., nulla disponendo la norma in merito e non ap-

parendo possibile applicare un rito diverso dall’ordinario in ipotesi non specificamente regolata in tal senso (cfr. per

l’applicazione del rito ordinario nel procedimento ex art. 67 cit. anche Corte d’Appello Venezia, 26.11.1997, in Dir.

comunitario scambi internaz., 1998, 233, Corte d’Appello Napoli, ord., 21.04.1999, in Riv. dir. internaz. privato e

proc., 2000, 163, e Corte d’Appello Ancona, 21-07-1999, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 2000, 169). Al procedi-

mento relativo all’attuazione delle sentenze straniere disciplinato dall’art. 67 l. 31 maggio 1995 n. 218 si applica quindi

il rito ordinario, introdotto con atto di citazione e concluso con sentenza, e non le forme del procedimento in camera di

consiglio (cfr. nella stessa direzione CIVININI, 169 e ss., con utili approfondimenti in ordine alla problematica opzione

circa le modalità del rito innanzi alla corte d’appello per le competenze in unico grado; cfr., inoltre, le perplessità

espresse da CARLEVARIS, 85-88, in ordine a qualche prassi applicativa tesa, invece, a privilegiare il rito camerale).

**********

In tale quadro, il regolamento ha apportato sensibili innovazioni.

E’ ribadito il principio del previo conseguimento della declaratoria di esecutività nello

Stato d’origine ad istanza della parte interessata (per il Regno Unito e l’Irlanda, occorre il previo

conseguimento della registrazione per esecuzione) per dar luogo alla concreta attuazione delle deci-

sioni ottenute in altro Stato membro: l’interesse ad agire che deve caratterizzare la posizione della

parte istante ha riguardo all’identificazione degli effetti favorevoli ad una propria situazione sogget-

tiva che si prospettino ottenibili attraverso l’ottenimento dell’exequatur.

Per vagliare l’esecutività della decisione emessa dal giudice dello Stato d’origine, deve te-

nersi conto che l’attributo riguarda esclusivamente il carattere esecutivo dal punto di vista formale

delle decisioni straniere, non anche le condizioni alle quali tali decisioni possono essere eseguite

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nello Stato d’origine, spettando poi al giudice dello Stato richiesto (ove si inizi il giudizio di oppo-

sizione) determinare, secondo la propria legge, comprese le norme di diritto internazionale privato,

quali siano gli effetti giuridici di una decisione pronunciata nello Stato d’origine (in tal senso Corte

giustizia Comunità europee, 29.04.1999, n. 267/97, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1999, 669,

ha interpretato l’art. 31 della convenzione in relazione alla richiesta del giudice a quo finalizzata a

verificare la caratteristica dell’esecutività nell’ambito di una procedura di liquidazione giudiziaria).

All’individuazione dell’autorità - si badi, amministrativa o giudiziaria - competente a cono-

scere della domanda in ciascuno Stato membro provvede l’allegato II (come richiamato dall’art. 39)

che, per l’Italia, affida (come si è visto) detto compito alla Corte d’appello.

Per il riparto di competenza territoriale (in senso stretto) sono stati contemplati, in via perfet-

tamente alternativa, il criterio del domicilio dell’esecutando ed il criterio del luogo

dell’esecuzione.

Questo rapporto di concorrenza fra i due fori costituisce una novità, poiché il regime con-

venzionale (art. 32, comma secondo) impernia la distribuzione della competenza territoriale sul solo

foro del domicilio dell’esecutando ed, in via suppletiva - per il solo caso in cui egli non abbia domi-

cilio nel territorio dello Stato richiesto -, ricorre al criterio del luogo dell’esecuzione.

La possibilità di scelta che ora si presenta al richiedente gli consentirà, secondo sua valuta-

zione di convenienza, di puntare direttamente sul foro corrispondente al luogo dell’esecuzione

quante volte avrà chiaro dove si trovano i diritti (reali, immobiliari o mobiliari, o di credito) che in-

tende aggredire (secondo i criteri di competenza che, per il diritto interno, sono precisati dall’art. 26

c.p.c.). Ovviamente la possibilità di fruire di questo foro alternativo è legata alla prospettiva di ac-

quisizione di esecutività, mentre, ove il titolo decisorio straniero venga sottoposto alla delibazione

per il riconoscimento in via principale (non finalizzato a susseguente esecuzione), residua il solo fo-

ro del domicilio del destinatario passivo degli effetti del riconoscimento.

Le modalità di presentazione del ricorso per l’impostazione della prima fase restano regolate

dalla lex fori e permane anche l’obbligo del richiedente di eleggere domicilio nella circoscrizione

del giudice adìto oppure, ove tale obbligo non sia previsto dalla legge dello Stato membro, di desi-

gnare un procuratore: la funzione di tale elezione o designazione è, innanzi tutto, quella di agevola-

re il destinatario del provvedimento scaturito dalla fase senza contraddittorio al fine di proporre

l’opposizione in modo agevole e nell’àmbito del territorio dello Stato richiesto.

Alla luce di tale ratio si comprende perché la modificazione formulata nella iniziale propo-

sta di regolamento dalla Commissione - la quale restringeva l’obbligo della elezione di domicilio

nel caso in cui il provvedimento senza contraddittorio fosse emesso nei singoli Stati da autorità

amministrativa - non ha trovato sèguito.

Per l’ordinamento italiano potrà valere il principio di cui all’art. 82 R. D. n. 37/34 (pare opportuno ricordare

che, secondo Cass., ord., 9.05.2002, n. 6692, ai sensi di detta disposizione - da ritenersi applicabile anche dopo l’entrata

in vigore degli art. 1 e 6 L. n. 27/97 che, nel sopprimere la distinzione tra procuratori legali e avvocati, prescrivendo

l’iscrizione in un unico albo per entrambi, non ha eliminato, però, l’attività procuratoria - quando il procuratore della

parte esercita il proprio ufficio fuori della circoscrizione del tribunale al quale è assegnato e non ha provveduto ad eleg-

gere domicilio nel luogo in cui ha sede il giudice adito, le notificazioni e comunicazioni vanno effettuate al procuratore

medesimo presso la cancelleria di detto giudice).

Anche la documentazione che deve essere allegata all’istanza si presenta semplificata. Ora

(ex art. 40, in relazione all’art. 53) è necessario e sufficiente produrre: 1) una copia della decisione

che presenti tutte le condizioni di autenticità; 2) ove si tratti di istanza avente ad oggetto la dichiara-

zione di esecutività (e, quindi, non di istanza tesa al mero riconoscimento), anche l’attestato specifi-

camente disciplinato dall’art. 54.

Quest’ultima disposizione stabilisce che il giudice o l’autorità altrimenti competente dello

Stato membro d’origine della decisione deve rilasciare, su richiesta di ciascuna parte interessata, un

attestato da compilarsi secondo lo schema-formulario redatto in conformità all’allegato V al rego-

lamento che è concepito con l’inserzione dei seguenti elementi:

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

1. Stato membro d’origine 65

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2. Organo giurisdizionale o autorità competente che rilascia l’attestato

2.1. Nome

2.2. Indirizzo

2.3. Tel./fax/posta elettronica

3. Organo giurisdizionale che ha emesso la decisione / approvato la transazione giudiziaria (1)

3.1. Tipo di organo giurisdizionale

3.2. Sede dell’organo giurisdizionale

4. Decisione / transazione giudiziaria (2)

4.1. Data

4.2. Numero di riferimento

4.3. Parti in causa

4.3.1. Nome (i) dell’attore (degli attori)

4.3.2. Nome (i) del convenuto (dei convenuti)

4.3.3. Nome delle eventuali altre parti

4.4. Data di notificazione o comunicazione della domanda giudiziale in caso di decisioni contumaciali

4.5. Testo della decisione/transazione giudiziaria allegato al presente attestato

5. Nomi delle parti alle quali è stato concesso il gratuito patrocinio

La decisione / transazione giudiziaria (3) è esecutiva nello Stato membro d’origine (articoli 38 e 58 del regolamento)

contro:

Nome:

Fatto a …… data …….

Firma e/o timbro ….

________________

(1) (2) (3) Cancellare la dicitura inutile.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Come emerge dall’articolazione del formulario, la dichiarazione redatta in conformità del

sopra riportato allegato va rilasciata anche quando si tratti di conferire efficacia esecutiva all’atto di

transazione conclusa innanzi al giudice (ex art. 58 del regolamento).

Incidentalmente, va notato che l’impiego di formulari al fine della predisposizione di documenti certificativi in

modo uniforme si ripete, e non soltanto all’interno del presente regolamento, essendosi inteso anche attraverso tale

strumentario (come aveva preconizzato il Consiglio europeo di Tampere del 1999 sollecitando, al punto 31, per il mi-

gliore accesso alla giustizia in Europa la definizione di norme minime comuni per i formulari o documenti multilingui

da utilizzarsi nelle cause transnazionali) perseguire la sicurezza della tutela giudiziaria nello spazio europeo, in ragione

della conoscenza e del controllo maggiori e più agevoli che la loro corretta adozione è idonea a produrre (cfr. sul tema

TARZIA, 919-920).

La convenzione di Bruxelles, invece, agli artt. 46 e 47, richiedeva (e, per quanto di rilievo,

richiede), oltre alla copia autentica della decisione, anche: in caso di pronunzia contumaciale,

l’originale o una copia conforme del documento comprovante che la domanda giudiziale è stata no-

tificata o comunicata al contumace; inoltre, per la sola dichiarazione di esecutività della decisione,

qualsiasi documento atto a comprovare che, alla stregua della legge dello Stato d’origine, la deci-

sione è esecutiva ed è stata notificata; eventualmente, un documento comprovante che il richiedente

beneficia dell’assistenza giudiziaria nello Stato d’origine.

Si può, quindi, notare che per la nuova disciplina, in primo luogo, l’istanza di mero ricono-

scimento deve essere accompagnata soltanto da una copia perfettamente autentica della decisione.

Risulta l’elisione della concorrente prova documentale della notificazione o comunicazione al con-

tumace, in caso di procedimento svoltosi senza la costituzione del convenuto.

In secondo luogo, per l’ottenimento della declaratoria di esecutività, non è riproposta

l’esigenza di produzione di qualsiasi documento comprovante sia l’esecutività del titolo decisorio,

sia l’avvenuta sua notificazione alla controparte. A tale, indistinta dal punto di vista oggettivo, esi-

genza di produzione documentale viene sostituita la necessità della produzione dell’attestato prove-

niente dall’autorità dello Stato d’origine, nel quale, secondo le succitate articolazioni, devono rin-

venirsi sia (in caso di processo contumacia) la precisazione della data di notificazione della doman-

da al convenuto, sia l’asseverazione di esecutività del titolo, sia l’eventuale sussistenza del gratuito

patrocinio in favore di una delle parti. Né è più richiesta - ed il punto merita di essere evidenziato -

la previa notificazione della decisione.

L’inserzione di tutti gli elementi rilevanti a fini dell’ottenimento dell’esecutività

nell’attestato redatto secondo lo schema ora normativamente predeterminato e da rilasciarsi

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dall’autorità dello Stato d’origine della decisione costituisce un oggettivo ed evidente fattore di

agevolazione del compito del richiedente, rendendo improbabile l’insorgenza di contestazioni in or-

dine all’evenienza dei corrispondenti presupposti asseverati dall’unico atto fidefaciente, mentre in

precedenza è stato appunto il terreno relativo alla produzione della documentazione necessaria a

provare autonomamente gli indicati presupposti a dar luogo a contenziosi circa la completezza e re-

golarità degli atti allegati a corredo dell’istanza.

Certo, la semplificazione potrebbe incontrare nella prassi difficoltà non secondarie, giacché

la fonte non specifica il come ed il quando l’interessato debba farsi rilasciare dal giudice o

dall’autorità competente l’attestazione (MARTINETTI, 401). Di sicuro, però, quando la parte inte-

ressata formuli autonoma richiesta l’autorità dello Stato d’origine deve rilasciare l’attestato.

Rispetto al suo contenuto la possibilità eventualmente concessa (anche in relazione ad even-

tuali difficoltà emerse presso l’autorità dello Stato d’origine) dall’autorità dello Stato richiesto di

produzione di un documento equivalente (art. 55) non lascia, in verità, soverchio margine di scelta

all’interessato, atteso che un esaustivo riscontro delle circostanze che devono emergere

dall’attestato sembra alternativamente ottenibile soltanto con la produzione della copia dei corri-

spondenti atti processuali.

In concreto, è da rilevare che, sia pure con specifico riguardo all’applicazione di altro regolamento (quello Ce

del Consiglio n. 1347/2000 del 29.05.2000, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni

in materia matrimoniale e in materia di potestà dei genitori sui figli di entrambi i coniugi), il Ministero della Giustizia

italiano (con nota prot. 2/28/R/4 2002 m/12253 del 19.12.2002) ha segnalato le difformità registratesi in relazione al ri-

lascio delle certificazioni disciplinate dall’art. 33 di quel regolamento,con richiamo dei modelli uniformi descritti negli

allegati IV e V, con conseguenti difficoltà delle registrazioni da eseguirsi negli altri Stati membri, come da corrispon-

dente informativa del Ministero degli Affari Esteri.

Del tutto eliminata è la formalità della previa notificazione della decisione da rendere esecu-

tiva: questa innovazione era stata caldeggiata dagli interpreti della convenzione, essendosi osservato

che, in un regime nel quale era difficile (sebbene attuato da una parte della giurisprudenza francese)

somministrare le misure conservative (stante il disposto dell’art. 39 della convenzione) prima

dell’emissione dell’exequatur, a sua volta da farsi precedere dalla notificazione del titolo decisorio,

il tentativo di esecuzione nello Stato richiesto rischiava concretamente di essere vanificato. La stes-

sa Corte di giustizia si è fatta carico dell’obiettiva aporia insita nel descritto sistema ed ha configu-

rato in modo ampio la verifica dell’assolvimento da parte del richiedente della formalità notificato-

ria della decisione da rendersi esecutiva interpretando l’art. 47, n. 1, della convenzione nel senso

che, quando le norme processuali nazionali lo consentano, la prova della notificazione della deci-

sione può essere prodotta dopo la presentazione dell’istanza, e in particolare nel corso del procedi-

mento di opposizione successivamente instaurato dalla parte contro cui è chiesta l’esecuzione, a

condizione che quest’ultima disponga di un termine ragionevole per eseguire volontariamente la de-

cisione e che la parte che chiede l’esecuzione sopporti l’onere di eventuali procedimenti superflui,

salva restando, peraltro, la fissazione da parte della legge nazionale del processo di preclusioni alla

produzione documentale (cfr. Corte giustizia Comunità europee, 14.03.1996, n. 275/94, in Riv. dir.

internaz. privato e proc., 1996, 874; per l’accoglimento di un criterio ancor meno formalistico,

sempre con riferimento alla disciplina convenzionale, cfr. DE CRISTOFARO, III, 1474-1477, il

quale prospetta la sufficienza della notificazione del decreto di exequatur quando sia stato redatto in

calce alla sentenza esecutanda, sì che la notificazione dell’uno comporti necessariamente per il de-

stinatario la conoscenza dell’altra).

La documentazione volta a volta occorrente non richiede comunque legalizzazione alcuna o

formalità equivalente, al pari della procura alle liti, se necessaria (art. 56, riproduttivo della corri-

spondente disciplina della convenzione: art. 49). Resta non necessaria anche la traduzione dei do-

cumenti (arg. ex art. 55, paragrafo 2), spettando all’autorità dello Stato richiesto di sollecitare, ove

lo ritenga, una traduzione autenticata da soggetto a ciò abilitato in uno degli Stati membri.

**********

Alla semplificazione del corredo documentale da prodursi con l’istanza si combina il rile-

vantissimo alleggerimento del compito dell’autorità adìta nella prima fase per l’emissione

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dell’exequatur.

Centrale è la disposizione di cui all’art. 41 del regolamento laddove stabilisce che, nella fase

antecedente al contraddittorio, la decisione è dichiarata esecutiva “immediatamente”, all’esito del

solo perfezionamento delle formalità di acclusione documentale succitate (copia della sentenza ese-

cutiva e, specificamente per la dichiarazione di esecutività, attestato conforme all’allegato sopra ri-

portato); dunque, senza procedere alla verifica della sussistenza delle condizioni ostative alla

riconoscibilità elencate negli artt. 34 e 35. La radicale elisione nel corso della prima fase del controllo sud-

detto rende inadeguato anche ragguagliare questo procedimento a quello previsto dal diritto interno (all’art. 839 c.p.c.)

per la prima fase del riconoscimento e dell’esecuzione dei lodi stranieri (dal momento che l’autorità competente, il pre-

sidente della Corte d’appello, deve in quel caso procedere, pure in prima fase, alla verifica, oltre che della regolarità

formale del titolo, anche della compromettibilità della controversia secondo la legge italiana e dell’assenza nel lodo di

disposizioni contrarie all’ordine pubblico).

Il carattere del controllo diviene, dunque, di ordine essenzialmente formale e, secondo le in-

tenzioni dei conditores comunitari, concreta il completamento di una procedura “pressoché automa-

tica”, rispetto a cui è del tutto estraneo il coinvolgimento della parte controinteressata al riconosci-

mento o all’esecutività la quale è espressamente inibita dal poter presentare osservazioni: disposi-

zione, quest’ultima, già contenuta nella convenzione (e che, tuttavia, non aveva impedito in alcune

prassi nazionali di accogliere le memorie del controinteressato), ma che acquista uno spessore sicu-

ramente maggiore alla luce del diverso livello di indagine ora affidato all’autorità della prima fase.

Lo sveltimento di questa fase si apprezza compiutamente se si tiene conto che, nel regime

convenzionale, il giudice (art. 34) nel decidere “entro un breve termine” e sempre inaudita altera

parte, può e deve rigettare la domanda ove verifichi, anche in via ufficiosa (anzi, principalmente in

via ufficiosa, atteso il carattere unilaterale dell’iniziativa in questa fase), la carenza di uno dei requi-

siti per il riconoscimento, all’esito, quindi, di un sicuro esercizio di poteri di cognizione decisoria di

matrice contenziosa, sia pure a contraddittorio posticipato, tanto che è stato ritenuto del tutto con-

forme a diritto regolare le spese di tale fase secondo il principio di soccombenza (così Cass.,

26.06.1986, n. 4253, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1987, 767). La relativa procedura, per

come prevista dagli artt. 31 e ss. della convenzione, è stata qualificata come un procedimento di co-

gnizione - e non di volontaria giurisdizione - strutturato, analogamente al procedimento di ingiun-

zione ex art. 645 c.p.c., in due fasi: nella prima il ricorrente ottiene, inaudita altera parte, provve-

dimento di esecuzione della sentenza straniera, e nella seconda, puramente eventuale, viene (posti-

cipatamente) realizzato il contraddittorio (nel corso del quale opposto ed opponente, nelle rispettive posizioni

sostanziali di attore e convenuto, hanno la possibilità di modificare e precisare le originarie domande, eccezioni e con-

clusioni alla stregua del rito processuale applicato: cfr. Cass., 16.07.1994, n. 6704, in Giust. civ., 1994, I, 3087, la quale,

richiamando le scansioni di cui agli artt.183 e 184 c.p.c. nel testo ante L. n. 353/90, ha stabilito che, in quel regime,

all’opponente non è precluso dedurre ulteriori ragioni dell’opposizione avverso il decreto che concede l’esecutorietà al-

la sentenza straniera, annullando la decisione di merito nella parte in cui era stata ritenuta tardiva, perché formulata suc-

cessivamente alla citazione in opposizione, la richiesta di sospensione del procedimento a causa dell’impugnazione, nel-

lo Stato d’origine, della decisione straniera, ex art. 38 della convenzione).

Secondo il meccanismo previsto dal regolamento, invece, il controllo delle condizioni osta-

tive al riconoscimento di cui agli artt. 34 e 35 - ivi compreso quello di conformità all’ordine pubbli-

co (il ché è parso ad alcuni mutamento eccessivo, in rapporto all’esigenza di difesa degli interessi

generali della collettività statale, e comportante l’affievolimento dei valori garantiti dalla clausola di

salvaguardia, ivi comprese le norme comunitarie fondamentali: così SALERNO, II, 274) - risulta

escluso dalla fase a struttura unilaterale e questo dato si profila aver mutato, secondo gli spunti an-

cora provvisoria forniti da alcuni interpreti (MERLIN, 452-454, DE CESARI, 287), la stessa natura

del procedimento svolto in prima fase: da procedimento contenzioso a contraddittorio posticipato a

procedimento di natura sostanzialmente amministrativa, come tale prospetticamente attratto (quan-

do a provvedere sia, come è il caso dell’Italia, l’autorità giurisdizionale) nell’orbita della giurisdi-

zione volontaria, in certa misura ragguagliabile al procedimento interno di attribuzione

dell’esecutività al lodo arbitrale (come autonomamente disciplinato dall’art. 825 c.p.c., salvo, nel

caso qui in esame, l’ulteriore spatium intercorrente prima della concreta possibilità di procedere ad

esecuzione: cfr. su tale comparazione LOPES PEGNA, 629-630).

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Questa radicale semplificazione della prima fase non trova pari intensità nel regolamento n.

1347/2000 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione in materia matrimoniale e

di potestà genitoriale sui figli di entrambi i coniugi (cfr. MOSCONI, 550-551, con riferimento

all’analisi del relativo art. 24), ove persiste il potere del giudice di verificare d’ufficio la sussistenza

o meno di eventuali ragioni ostative alla riconoscibilità del titolo.

In tale nuova prospettiva - che peraltro deve misurarsi con gli effetti che il provvedimento,

in caso di mancata impugnazione, appare idoneo a produrre - è anche coerente l’opzione che il re-

golamento n. 44/2001 ha fatto di affidare la conduzione e definizione di questa prima fase ad orga-

no non necessariamente giurisdizionale, ma alternativamente anche ad altra autorità, anche di na-

tura amministrativa (come si desume dal testo dell’art. 39).

A fortiori, non è stata ritenuta utile la reiterazione, con riferimento alla prima fase, del divie-

to di riesame nel merito della decisione d’origine (come invece è stabilito nella diversa dinamica

convenzionale: cfr. art. 34), ma si è registrato il conseguente spostamento di tale precetto - al pari di

quello relativo alla fissazione dell’àmbito del riesame con il richiamo dei requisiti di riconoscibilità

- nella disciplina della fase a contraddittorio pieno (art. 45 del regolamento). La volontà del legisla-

tore comunitario trova, d’altronde, conferma nella preambolo (considerando 17) del regolamento

dove si chiarisce che la reciproca fiducia fra gli Stati membri implica che il procedimento inteso a

rendere esecutiva una decisione emessa in altro Stato membro si svolga in modo “efficace e rapido”

e, dunque, nel “pressoché automatico” concretato dal controllo “meramente formale” della docu-

mentazione e “senza che il giudice possa rilevare d’ufficio i motivi di diniego dell’esecuzione indi-

cati nel presente regolamento”.

Peraltro, al di là della verifica della regolarità e completezza della documentazione acclusa a

corredo dell’istanza introduttiva della prima fase, non sembrano obliterabili da parte dell’autorità

adìta - qualunque essa sia - alcuni generalissimi controlli, talmente basilari che potrebbe dirsi con-

corrano a fondare la stessa estrinsecazione del suo concreto potere di rilasciare il provvedimento ri-

chiesto.

Se, infatti, l’autorità richiesta non può più interessarsi della verifica concreta di esecutività

del titolo acquisito dal richiedente nello Stato d’origine, tranne che nel senso di verificare la perfetta

regolarità formale dell’attestato (salvo quanto si preciserà da qui a un momento), essa sembra do-

ver comunque procedere alla verifica: a) circa la sussunzione nel concetto (come riproposto dal re-

golamento all’art. 32) di decisione del provvedimento addotto, per modo che non potrebbe essere

riconosciuto o dichiarata esecutivo per tale verso un atto estraneo all’àmbito decisorio sopra accen-

nato (salva naturalmente, per gli atti pubblici e le transazioni giudiziarie, la disciplina del capo IV

del regolamento); b) circa il fatto che l’oggetto della decisione riguardi materia ricompresa nel

campo di applicazione circoscritto dal capo I del regolamento stesso; c) con limitato riferimento alle

procedure per dichiarazione di esecutività, che la decisione resa nello Stato d’origine sia effettiva-

mente esecutiva - verifica ordinariamente preclusa in regione della produzione dell’attestato di cui

all’art. 54, ma di nuovo occorrente - quando, in mancanza di produzione dell’attestato, si tratti di

valutare la documentazione equivalente oppure di disporne la dispensa alla stregua dell’art. 55.

Ciò chiarito, non pare poter influire in modo determinante sulla ricognizione della natura di

questa fase il potere (già previsto dalla convenzione e confermato dall’art. 55 del regolamento)

dell’autorità adìta - qualora l’attestato di cui all’art. 54 non venga prodotto - di fissare un termine

all’istante affinché provveda a presentarlo oppure di accettare (in sua vece) un documento equiva-

lente oppure di disporne addirittura la dispensa “qualora ritenga di essere informato a sufficienza”.

Che, dunque, si sia fuori da un procedimento ordinario (come ha avvertito la Commissione

nella presentazione della proposta di regolamento) sembra non dubitabile. Per il resto, che possa,

anche laddove il compito di verifica sopra descritto resta affidato all’autorità giudiziaria, ritenersi

assorbito il rito inaudita altera parte nella giurisdizione volontaria è proposta ermeneutica plausibi-

le, ma necessitante di approfondimenti e sedimentazioni ulteriori (ed esorbitanti dall’obiettivo di

queste note), soprattutto in rapporto alla questione dell’efficacia in qualche modo definitiva che,

come si dirà, non pare possa escludersi con riguardo a siffatto provvedimento ove non impugnato

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nei termini in sede di piena cognizione.

Le conseguenze scaturenti da tale inquadramento non sarebbero secondarie: chi sostiene (per

tutti, MERLIN, loc. ult. cit., la quale richiama il ragionamento di Corte giustizia Comunità europee,

14.03.1996, n. 275/94, cit.) l’approdo della prima fase del procedimento sulla sponda della volonta-

ria giurisdizione esclude che, all’esito di essa, l’autorità (nel caso italiano) giudiziaria debba (o pos-

sa) regolare le spese, data la sostanziale carenza di materia contenziosa nella fase stessa e, dunque,

della verifica della soccombenza in senso tecnico (a conclusioni sostanzialmente analoghe perviene

DE CRISTOFARO, III, 1479-1483, con riferimento alla disciplina convenzionale, quante volte la

notificazione della decisione straniera esecutiva sia stata effettuata nel corso - e non prima - della

fase procedimentale inaudita altera parte e sia stata seguita dallo spontaneo adempimento del debi-

tore). Certo, il favor per la circolazione delle decisioni nello spazio giudiziario europeo parrebbe

dover far propendere per quest’ultima tesi, poiché si concorrerebbe così a porre le basi per una mi-

nore conflittualità in seconda fase ad iniziativa del controinteressato il quale non verrebbe in alcun

modo gravato dei costi della procedura di exequatur della decisione: di cui, del resto, potrebbe

prendere cognizione soltanto con la notificazione (o comunicazione) della dichiarazione di esecuti-

vità ad essa seguita. Sennonché, la soluzione palesa anche il corrispondente limite di sacrificare,

senza assorbenti giustificazioni, l’interesse dell’istante: il quale resta comunque necessitato a procu-

rarsi l’exequatur al fine di attivare una procedura esecutiva, in tesi determinata dall’altrui inadem-

pimento a cospetto del diritto vantato dal richiedente. Non sembra quindi essere cessata, almeno

sotto il profilo funzionale (e soprattutto se l’istante abbia comunque notificato la decisione esecuti-

va alla controparte), l’esigenza di verificare se il costo del rito non debba gravare su chi ha dato

causa allo stesso. Occorre, dunque, rimettere ad ulteriori elaborazioni la definizione del punto.

La determinazione assunta dall’autorità adìta non può non essere regolata, per quanto la fon-

te comunitaria non dispone, dalla lex fori. In Italia, pur nella consapevolezza della varietà di opzioni

cui l’applicazione della convenzione di Bruxelles ha dato luogo, la via più ragionevole, in rapporto

alla natura del procedimento sopra enucleata ed all’autorità - che è organo giurisdizionale - indivi-

duata come competente, appare quella del procedimento camerale da esitarsi con decreto.

Per rispondere, poi, al quesito sul se sia o meno necessaria la motivazione a base del prov-

vedimento conclusivo di questa prima fase (con stretto riferimento all’esperienza italiana in cui,

come si è visto, la competenza alla sua adozione è affidata ad organo giurisdizionale) non sembra

esaustivo il richiamo all’art. 135 c.p.c. (che non richiede la motivazione per il decreto, ove la legge

non lo prescriva espressamente), potendosi opporre che, ove si ritenga congruente il richiamo al

procedimento camerale, dovrebbe valere piuttosto il disposto dell’art. 737 c.p.c. (che esige la moti-

vazione del decreto: allo stesso modo del richiamo alla disciplina monitoria ex artt. 633 e ss., colti-

vato alla luce della disciplina convenzionale, ex artt. 640 e 641 c.p.c.).

Sotto il profilo funzionale, invece, è ragionevole ritenere che, quando l’autorità richiesta si

determini per l’accoglimento dell’istanza, la parte motiva del provvedimento, in relazione al caratte-

re estremamente circoscritto delle verifiche devolutele, sarà certamente ridotta all’essenziale, essen-

do poi compito della parte esecutanda svolgere tutte le contestazioni, anche estranee al controllo

formale ed invece attinenti alle condizioni di cui agli artt.34 e 35, con la successiva impugnazione.

Più specifica potrà essere la motivazione del provvedimento di diniego della dichiarazione di esecu-

tività, in quanto incomberà all’autorità emittente di rendere noto all’istante per quale ragione (ca-

renza di documentazione, irregolarità della stessa, esorbitanza della decisione dalla materia oggetto

del regolamento, assenza di decisione nel senso dell’art. 32) il controllo ha sortito esito negativo, sì

che il destinatario del diniego possa, ove lo ritenga, proporre a sua volta il giudizio di cognizione

piena (impugnatorio in senso lato) su quella precisa questione oppure orientarsi, specie in caso di

difetto di corredo documentale, a porre rimedio al difetto rilevato e ripresentare l’istanza (ciò che,

nel regime convenzionale, si è ritenuto possibile, confermandosi il convincimento anche con riguar-

do al regolamento: cfr. rispettivamente SALERNO, I, 152-153, e SALERNO, II, 273).

Alla stregua disciplina dettata, per la fase a cognizione piena, dall’art. 48 del regolamento in

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ordine alla dichiarazione di esecutività parziale, è da ritenersi possibile che anche la fase a struttura

unilaterale si concluda con un exequatur parziale della decisione straniera, in particolare nel caso di

decisione ad oggetto multiplo, per alcuni capi della quale emerga l’estraneità della relativa materia

al campo d’applicazione del regolamento.

Questo provvedimento deve essere comunicato “immediatamente”, secondo le regole della

lex fori, alla parte richiedente che, nelle more, avrà eletto il proprio domicilio (alla stregua dell’art.

40). La correlativa dichiarazione di esecutività è comunicata o notificata - deve ritenersi, ad onere

della parte istante - alla parte esecutanda e, se ancora non lo si è fatto in precedenza (come è ora

possibile), va corredata dalla decisione dello Stato d’origine.

Le parti del rapporto notificatorio e, quindi, destinatarie degli effetti giuridici scaturenti

dall’eventuale mancata impugnazione o, per contro, dall’esito del procedimento seguito

all’impugnazione devono individuarsi con riferimento alle parti - o loro eredi e aventi causa - titola-

ri delle posizioni giuridiche scrutinate dalla decisione straniera e destinatarie delle statuizioni di

quest’ultima. Si ritiene, infatti, che di massima per i terzi - i quali, in ordine a rapporti giuridici non

direttamente coinvolti o attinti dalla decisione straniera, siano interessati a contestarne l’efficacia

nell’ordinamento interno - sia sufficiente lo strumento della contestazione nel relativo diverso giu-

dizio a far sorgere l’esigenza del riconoscimento incidentale in quella stessa sede ex art. 33, para-

grafo 3 (così LOPES PEGNA, 635-636). Sotto altro aspetto, le parti del rapporto scrutinato dalla

decisione dello Stato d’origine devono essere parti del procedimento teso a conseguirne

l’esecutività o il riconoscimento (cfr. Corte giustizia Comunità europee, 12.07.1984, n. 178/83, in

Riv. dir. internaz. privato e proc., 1985, 665, secondo cui, a norma dell’art. 40, secondo comma,

prima frase, della convenzione di Bruxelles, il giudice dinanzi al quale l’istante, cui è stata rifiutata

l’esecuzione di una sentenza pronunciata in un altro Stato contraente, ha proposto opposizione, deve

chiamare a comparire la parte contro cui l’esecuzione è fatta valere anche qualora l’istanza di appo-

sizione della formula esecutiva sia stata respinta in primo grado per il solo motivo che non erano

stati prodotti tempestivamente taluni documenti e l’exequatur sia chiesto per uno Stato diverso da

quello nel quale risiede la parte contro cui l’esecuzione è fatta valere).

La dichiarazione di esecutività non equivale ad autorizzazione ad eseguire in via imme-

diata: infatti, in pendenza del termine per contestare in via giudiziale questo provvedimento e fino a

quando (in caso di effettiva impugnazione) non sia stata adottata alcuna decisione in materia, che ha

ottenuto la dichiarazione di esecutività potrà procedere soltanto a provvedimenti conservativi sui

beni dell’esecutando (art. 47, paragrafo 3), al fine di preservare la garanzia patrimoniale per la futu-

ra soddisfazione del creditore e, comunque, le situazioni giuridiche afferenti al bene della vita og-

getto della decisione al vaglio dello Stato richiesto affinché - nella pendenza del termine e, se del

caso, nelle more del giudizio a cognizione piena - non venga pregiudicata l’effettività della decisio-

ne stessa. **********

Tanto la parte proponente che si sia vista rigettare l’istanza quanto la parte esecutanda che si

sia vista notificare, invece, la dichiarazione di esecutività e la relativa decisione hanno titolo a ricor-

rere avverso il provvedimento a loro rispettivamente sfavorevole, così dando l’avvio al procedimen-

to a cognizione piena da svolgersi “secondo le norme sul procedimento in contraddittorio”. La

legittimazione di entrambe le parti a dare inizio al giudizio contenzioso è stabilita dall’art. 43 del

regolamento che unifica la disciplina separata delle due posizioni prevista dalla convenzione (artt.

37 e 40). L’autorità innanzi a cui proporre la relativa azione è stavolta (in ogni Stato) un’autorità

giudiziaria, come da allegato III al regolamento. Per l’Italia si conferma la competenza della Corte

d’appello.

Il riesame da parte del giudice indicato dal cennato allegato III è necessario, non potendo prospettarsi una di-

retta (ed omisso medio) impugnazione del decreto in sede di legittimità (a fortiori nell’assetto attuale: cfr., con riguardo

al regime convenzionale, Cass., ord., 12.10.1988, n. 649, in Giust. civ., 1988, I, 2862, secondo cui il provvedimento con

il quale la corte d’appello dispone l’apposizione della formula esecutiva su sentenza resa dal tribunale straniero, essendo

suscettibile di opposizione davanti alla stessa Corte d’appello, con susseguente decisione impugnabile con ricorso per

cassazione e con rilievo di inammissibilità del ricorso per cassazione proposto direttamente contro detto provvedimen-

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to). Il termine è esplicitato soltanto con riferimento alla proposizione del ricorso avverso la di-

chiarazione di esecutività, ossia quello che compete all’esecutando di proporre: è previsto, infatti, il

termine di un mese a far data dalla notificazione della dichiarazione di esecutività, con il corredo

della decisione (ove non notificata in precedenza) se l’esecutando è domiciliato nello Stato richie-

sto, come si desume dall’espressa specificazione che il termine è di due mesi se l’esecutando è do-

miciliato in Stato membro diverso da quello richiesto, ma in tale secondo caso per la decorrenza

non è sufficiente una notificazione purchessia, bensì occorre che essa avvenga in mani proprie op-

pure nella residenza del destinatario.

Una volta che il decorso del termine sia iniziato, esso non può prorogarsi per ragioni inerenti

alla distanza.

La notificazione nulla non farà decorrere il termine, senza che il vizio del procedimento di

notificazione della dichiarazione di esecutività degli possa però ripercuotersi automaticamente sullo

stesso procedimento conclusosi con la dichiarazione stessa (cfr., per il carattere temporalmente pre-

cedente e funzionalmente indipendente di questa, Cass., 11.04.1983, n. 2544, in Riv. dir. internaz.

privato e proc., 1984, 362).

L’applicazione in àmbito convenzionale ha, come si è visto, condotto la giurisprudenza di

legittimità interna a ritenere anche che, una volta munita la decisione straniera della formula esecu-

tiva, ai sensi dell’art. 34 della convenzione, la parte contro la quale la pronuncia è fatta valere ha ti-

tolo per proporre, con procedimento contenzioso e non di volontaria giurisdizione, opposizione en-

tro trenta giorni dalla notificazione del provvedimento con cui la Corte d’appello ha reso esecutiva

la pronuncia straniera, pena l’inammissibilità dell’opposizione stessa. Si è peraltro specificato che

l’eventuale omessa notificazione della pronuncia straniera di condanna non può essere addotta per

escludere il decorso del termine, potendo essa concretare soltanto motivo di opposizione (cfr. anche

Cass., 9.06.1983, n. 3949, in Giust. civ., 1983, I, 2622). Quest’ultima conclusione resta, tuttavia, da

verificare alla luce del nuovo assetto regolamentare, in cui è strutturalmente contemplata la possibi-

lità che la decisione oggetto della declaratoria di esecutività non sia stata ancora notificata, sì che in

tal caso deve essere posta a corredo della notificazione del provvedimento di exequatur: pertanto,

nei casi in cui essa non risulti notificata in precedenza, la carenza della sua acclusione a corredo del-

la dichiarazione di esecutività potrebbe ora ritenersi integrare un vizio della notificazione stessa.

Benché il problema possa sembrare più teorico che pratico (data la probabilità comunque

bassa di un rigetto dell’istanza all’esito della prima fase), va osservato che non è previsto per espli-

cito il termine di proposizione del ricorso per la parte istante in esecuzione che si sia vista respinge-

re la domanda, né è, di conseguenza, previsto il corrispondente dies a quo.

Anche la convenzione tace sul termine in questione, ma, secondo quel che si è ritenuto per la

prima fonte, sembra ad alcuni (così SALERNO, I, 156, CARBONE, 211) inevitabile operare una

interpretazione estensiva della disposizione contemplante il termine mensile concesso all’altra par-

te. Non manca, peraltro, chi (cfr. MERLIN, 461) in assenza di espressa previsione propende (e

chiede che il legislatore interno chiarisca espressamente il punto) per l’assenza di termine alcuno, sì

che il creditore potrebbe proporre il ricorso per l’accertamento di piena cognizione sine die

(all’assenza, quanto meno apparente, di un termine di decadenza per l’opposizione avverso il dinie-

go di exequatur fanno riferimento, con riguardo al regime convenzionale, CARPI - LUPOI, 855).

Pure per la prima tesi, peraltro, resta - quanto al dies a quo - la difficoltà ermeneutica costi-

tuita dal rilievo che l’ipotesi espressamente disciplinata lo fissa in relazione alla notificazione della

decisione: la quale, data la natura della formalità, deve ritenersi avvenga ad onere della parte che ha

ottenuto l’exequatur. Non essendo, conseguentemente, previsto il decorso del termine dalla comu-

nicazione (da parte dell’autorità dello Stato richiesto) del provvedimento negativo nei confronti

dell’istante, entrambi i corni della possibile alternativa - ritenere che il termine comunque decorra

per l’istante da quest’ultimo, diverso evento procedimentale (ma la mancanza di espressa previsione

sembra francamente insuperabile) oppure ritenere che anche per lui il termine decorra dalla notifi-

cazione (che egli però non riceve, né ha interesse a promuovere nei riguardi della controparte, salvo

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che abbia ottenuto un exequatur parziale) - si profilano non pienamente appaganti.

La terminologia adottata per individuare l’atto di innesco del procedimento cognitivo non è

(più) quella di opposizione, bensì quella di ricorso. Peraltro, non sembra del tutto dirimente

l’adozione di questa locuzione per qualificare in concreto il tipo di atto con cui si deve dare inizio

alla seconda fase, parendo, anche alla luce del raffronto fra le varie versioni linguistiche del rego-

lamento, che l’obiettivo normativo sia stato quello di individuare la natura di impugnazione in senso

lato o speciale del provvedimento emesso in prima fase. Il problema non è di natura meramente les-

sicale. Invero, il regolamento (all’art. 43, paragrafo 3) si limita a porre come base unica ed ineludi-

bile del procedimento di cognizione piena quella per cui il ricorso è esaminato secondo le norme sul

procedimento in contraddittorio. La concretizzazione di tale precetto resta, di conseguenza, rimessa

alla legge dello Stato membro richiesto.

Orbene, se la conclusione che tale rilievo implica è che, in mancanza di richiami ad hoc di

altri riti, il procedimento da applicare a seguito del “ricorso” debba essere, per l’ordinamento giuri-

dico italiano, quello disciplinato dal rito ordinario di cognizione (di cui agli artt. 163 e ss. c.p.c.),

sembra non agevole determinarsi circa la natura dell’atto introduttivo: cioè, se il riferimento al ri-

corso (il quale deve essere “proposto”) vada inteso in senso letterale e, di conseguenza, alla parte

che intenda contestare il provvedimento emesso inaudita altera parte competa di depositare tempe-

stivamente il relativo atto presso la cancelleria della Corte d’appello competente, salvo ad instaurare

il contraddittorio nel termine che il presidente fisserà con decreto, oppure se sul dato letterale (da

inquadrarsi nel concetto di impugnazione in senso lato) debba far premio quello sistematico, con la

conseguente instaurazione del giudizio di piena cognizione mediante citazione (per una posizione

ugualmente problematica cfr. LOPES PEGNA, 646-647; nel senso dell’introduzione della cogni-

zione piena mediante citazione cfr. LA CHINA, 419; nel senso dell’introduzione della cognizione

piena mediante ricorso cfr. MERLIN, 447-448).

Va ricordato anche l’indirizzo, manifestatosi sotto il regime convenzionale (CARPI - LU-

POI, 856), che, nell’àmbito dell’assimilazione del rito a quello dell’opposizione al decreto ingiunti-

vo, propone di adottare l’esordio con citazione o con ricorso a seconda del rito che, per lo specifico

merito, si applica nel diritto interno (ad esempio, ricorso per la materia del lavoro subordinato o del

comodato).

In ogni caso, data la mutata connotazione della prima fase, non pare determinante, in un sen-

so o nell’altro, ritenere scontata la perdurante operatività del (già ricordato) orientamento maturato

con riguardo alla delibazione in Italia di sentenza resa in uno Stato aderente alla convenzione di

Bruxelles, in relazione alla procedura di tipo monitorio, con provvedimento della Corte d’appello su

ricorso dell’interessato inaudita altera parte, nonché con successiva pronuncia, a contraddittorio

posticipato, sull’eventuale opposizione della controparte, da inoltrarsi con la forma della citazione

(su cui v. già Cass. 1.12.1982, n. 6519). Quale che sia la soluzione, è chiaro che la sua rilevanza

consiste nello stabilire, secondo i consueti criteri propri di ciascuna forma introduttiva (deposito del

ricorso ed, invece, notificazione della citazione), in quale momento debba intendersi perfezionato il

rapporto processuale ai fini del rispetto del termine sopra richiamato.

E’, poi, da ricordare che (ex art. 43, paragrafo 4), con riferimento al riscontro della corretta

instaurazione del contraddittorio, nel caso in cui l’azione sia proposta dal soggetto istante per

l’esecuzione (il quale, quindi, abbia visto respingersi l’istanza nella prima fase oppure abbia inteso

trascorrere direttamente a quella a cognizione piena), laddove il convenuto, ossia la parte contro cui

è chiesta l’esecuzione non sia comparsa, la verifica della contumacia va fatta alla stregua del dispo-

sto di cui all’art. 26 (con il richiamo all’art. 19 del regolamento n. 1348/2000 e, per quanto di rilie-

vo, all’art. 15 della convenzione dell’Aja), anche se essa non sia domiciliata nel territorio di uno

degli Stati membri.

All’esigenza di rispettare le norme sul procedimento in contraddittorio si accompagna (ver-

rebbe da dire, fa da contraltare) l’obbligo per il giudice (ex art. 45, paragrafo 1, ultima parte) di pro-

nunciarsi “senza indugio”; e, certo, l’adozione del rito contenzioso ordinario (quale che sia

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l’alternativa che voglia seguirsi sul procedimento in concreto applicabile: ossia quello proprio del

procedimento di primo grado innanzi al Tribunale, con la permanenza della figura del consigliere

istruttore per la fase della comparizione-trattazione e per quella dell’istruzione, oppure quello pro-

prio del procedimento di appello, con completa devoluzione al collegio anche delle fasi suddette)

non agevola il rispetto del suddetto canone che per questo rito invera in modo più penetrante il prin-

cipio di ragionevole durata del processo (di cui all’art. 6, paragrafo 1, della convenzione di per la

salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ed all’art. 111 Cost.). Nonostante ciò,

sembra arduo ritenere, senza l’intervento attuativo e specificativo del legislatore interno, applicabile

già allo stato il rito camerale per la cognizione piena (rito verso cui si orientano le preferenze di par-

te della dottrina: così SALERNO, I, 157-159).

Peraltro, la natura eminentemente documentale che, il più delle volte, connoterà la vertenza

potrà indurre il giudice procedente, anche per l’ipotesi di adozione del rito ordinario di cognizione,

a velocizzare e, nei limiti in cui lo si ritenga possibile, accorpare la scansione delle udienze destina-

te all’impostazione del thema decidendum e del thema probandum (per molti versi, ad oggetto vin-

colato in questo caso, compatibilmente con l’assenza di deduzioni in ordine a fatti sopravvenuti) ed

a far transitare così la causa alla fase decisoria in tempi rapidi.

Certo, in casi come quello in esame, il panorama degli strumenti processuali di diritto inter-

no segnala la mancanza di un rito ordinario semplificato idoneo a garantire la rapida conclusione di

procedimenti insuscettibili (almeno in via di larga approssimazione) di trattazione ed istruttoria arti-

colate. Né sembra essere stato ancora colto l’invito rivolto da parte della dottrina (MERLIN, 460-

461) al legislatore interno di (seguire l’esempio tedesco in materia di exequatur convenzionale e

quindi di) intraprendere la strada di una legge di attuazione del regolamento per diradare i molti

punti oscuri e riempire i diversi vuoti che lo strumento normativo comunitario non poteva non la-

sciare. **********

Quanto alle ragioni che possono fondare il rigetto dell’istanza - ove già essa non sia stata ac-

colta nella prima fase - oppure la revoca della dichiarazione di esecutività - che quindi sia stata resa

in prima fase -, esse sono soltanto quelle esposte dagli artt. 34 e 35 del regolamento ed in prece-

denza citate (il cd. merito processuale); ciò, oltre ovviamente ai controlli di ordine pregiudiziale ed

assorbente già ritenuti possibili nella fase priva di contraddittorio (quali l’esame dell’operatività del

regolamento in relazione all’oggetto della decisione esaminata e, corrispondentemente, la natura di

decisione ai sensi dell’art. 32 del provvedimento sottoposto al vaglio del giudice dello Stato richie-

sto). E’ ribadito il divieto per il giudice dello Stato membro richiesto di riesaminare il merito che

ha formato oggetto della decisione straniera (art. 45). Nella stessa direzione sembra doversi leggere

la disposizione (art. 49) in base a cui l’esecutività delle decisioni straniere che abbiano applicato

una penalità si può riprodurre nello Stato richiesto soltanto se la misura della penalità stessa sia stata

definitivamente fissata dal giudice dello Stato d’origine (il riferimento a provvedimenti del tipo del-

le astreintes di diritto francese è trasparente: si intende così evitare che l’autorità dello Stato richie-

sto possa essere chiamata a compiere anche attività integrativa del titolo).

**********

Va inoltre fatto un cenno ad un punto di non secondaria importanza che conviene (per la sua

rilevanza) soltanto prospettare e lasciare aperto.

Si ammette, da parte di alcuni (anche sulla base delle relazioni alla convenzione di Bruxelles

elaborate da Jenard e poi da Schlosser) la deducibilità - ad opera della parte che contrasta la dichia-

razione di esecutività nella fase a cognizione piena - di motivi di estinzione dell’obbligazione sanci-

ta a suo carico per fatti storici sopravvenuti (cfr. LOPES PEGNA, 643, con la sottolineatura che i

motivi sopravvenuti non devono sfociare in domande nuove che avrebbero dovuto presentarsi al

giudice straniero; cfr. anche DE CRISTOFARO, II, 767-770, che esclude da tale novero i fatti de-

dotti a sostegno di un’impugnazione della decisione straniera innanzi al giudice dello Stato

d’origine; cfr., con specifico riferimento ai fatti storici sopravvenuti alla pronunzia della decisione

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straniera, Corte d’Appello Milano, 11.04.1995, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1996, 299; cfr.,

invece, per un’ipotesi relativa ad altro àmbito, Cass., 11.04-1983, n. 2544, cit., secondo cui, dato

che l’istanza diretta ad ottenere l’esecutorietà di una sentenza straniera può essere rigettata, ai sensi

dell’art. 34 della convenzione di Bruxelles, solo per uno dei motivi di cui agli art. 27 e 28, tra i quali

non rientra la cessione del credito che è stato oggetto della lite davanti al giudice straniero, questa

non può essere fatta valere in sede di opposizione alla dichiarazione di esecutività ma solo in sede

di opposizione all’esecuzione; a fondare la tesi positiva viene richiamata Corte giustizia Comunità

europee, 4.02.1988, n. 145/86, cit., quando afferma che l’art. 36 della convenzione di Bruxelles de-

ve essere interpretato nel senso che la parte, che non ha impugnato il provvedimento di exequatur ai

sensi di tale disposizione, non può far valere nella fase di esecuzione della sentenza straniera un

motivo di impugnazione che avrebbe potuto invocare in sede di opposizione al provvedimento di

exequatur; con la precisazione che tale regola, la quale deve essere applicata di ufficio dal giudice

dello Stato richiesto, tuttavia, non vige se ha per effetto di obbligare il giudice dello Stato di origine

della decisione straniera di cui si chiede l’esecuzione).

Una prima categoria di tali fatti è quella comprensiva dei fatti estintivi e modificativi

dell’obbligazione accertata dalla decisione straniera e posta a base della pronunzia, in particolare di

condanna: l’ipotesi classica è quella dell’avvenuto adempimento dell’obbligazione in tempo poste-

riore alla sentenza straniera. Anche la giurisprudenza comunitaria ha di recente puntualizzato una

linea interpretativa che sembra consentire l’esame nella sede della verifica della dichiarazione di

esecutività i suddetti fatti sopravvenuti, quando ha stabilito che il termine “esecutive” di cui all’art.

31, primo comma, della convenzione di Bruxelles deve essere interpretato nel senso che riguarda

esclusivamente il carattere esecutivo, dal punto di vista formale, delle decisioni straniere e non le

condizioni alle quali tali decisioni possono essere eseguite nello Stato d’origine, spettando poi al

giudice dello Stato richiesto, nell’ambito di un’opposizione proposta ai sensi dell’art. 36 della con-

venzione, determinare, secondo la propria legge, comprese le norme di diritto internazionale priva-

to, quali siano gli effetti giuridici di una decisione pronunciata nello Stato d’origine (nel caso di

specie, relativamente ad una procedura di liquidazione giudiziaria: cfr Corte giustizia Comunità eu-

ropee, 29.04.1999, n. 267/97, in Riv. dir. internaz. privato e proc., 1999, 669). Una seconda catego-

ria è quella relativa a fatti inerenti alla decisione straniera: in particolare, l’avvenuto accoglimento

nello Stato d’origine di una impugnazione nelle more presentata avverso quella decisione, con la

caducazione dei relativi effetti (cfr., per un’esaustiva ed approfondita trattazione della materia dei

fatti sopravvenuti, CIVININI, 120 e ss. e, con specifico riguardo alla sfera convenzionale, 134 e ss.,

con adesione alla tesi favorevole alla deducibilità degli stessi in sede di cognizione piena di verifica

di legittimità dell’exequatur).

Critica in ordine all’ammissibilità dell’esame dei fatti sopravvenuti nel giudizio di cognizio-

ne piena relativo alla verifica dell’exequatur, inquadrato come rito ad oggetto strettamente proces-

suale, è altra parte della dottrina che ora rafforza il suo convincimento in relazione al carattere, oltre

che sommario, anche limitato dell’esame del titolo decisorio nella prima fase come disciplinata dal

regolamento ed, in ogni caso, contesta la preclusione in capo al debitore della deducibilità dei fatti

sopravvenuti estintivi della pretesa sostanziale maturati nelle more e non dedotti con il rito della

impugnazione alla dichiarazione di esecutività ex art. 43 del regolamento (in tal senso MERLIN,

454-455; pare restrittiva anche la posizione espressa da SALERNO, II, 278, con riferimento ai fatti

nuovi). A sostegno della tesi che già il sistema convenzionale non imponesse (pur non vietandolo)

un inquadramento del giudizio di exequatur tale cumulare al riscontro dei requisiti formali anche la

delibazione degli eventuali fatti storici sopravvenuti si è anche addotta l’incompatibilità di

quest’ultima analisi con i valori di speditezza perseguiti dalla normativa uniforme in sede di dichia-

razione di esecutività (fra l’altro, con rito che, nell’esperienza italiana, vede limitato ad un solo gra-

do il giudizio di merito) e la conseguente possibilità di consentire, con l’ingresso delle deduzioni di

fatti sopravvenuti, l’artificioso differimento della soddisfazione delle ragioni creditorie (così CON-

SOLO, 423-433).

Per chi non ammette alcun ampliamento del giudizio in esame ai fatti storici sopravvenuti, la

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sede necessaria per l’allegazione dei medesimi è, conseguentemente, l’opposizione all’esecuzione

(ex art. 615 c.p.c.). ***********

L’ipotesi di rigetto del ricorso proposto dalla parte esecutanda (in caso di emissione

dell’exequatur in prima fase) oppure quella, speculare, di accoglimento del ricorso proposto dalla

parte istante in esecuzione (in caso di diniego della dichiarazione di esecutività in prima fase), non è

espressamente disciplinata, ma anche queste ipotesi individuano esiti possibili del giudizio a cogni-

zione piena, con la conseguente esigenza di (rispettivamente) confermare o emettere (ex novo) la

dichiarazione di esecutività della decisione straniera.

**********

In ordine alla dialettica procedimentale che connoterà le posizioni delle parti, è stato osser-

vato (MERLIN, 456-457, SALERNO, 275-276) che la modificazione sostanziale dell’oggetto

dell’accertamento compiuto in prima fase (senza alcuna possibilità della delibazione ufficiosa delle

ipotesi di non riconoscibilità elencate dalla fonte comunitaria) si profila comportare la conseguenza

che, quando l’exequatur sia stato emesso, l’esecutando che vi si oppone finisce per proporre

un’azione di accertamento negativo delle condizioni di riconoscibilità (anche in tal senso proponen-

dosi di superare l’inquadramento della fase a cognizione piena nella struttura dell’opposizione al

decreto ingiuntivo, a sèguito della quale attore in senso sostanziale è invece l’ingiungente), salvo

restando ogni approfondimento sul se all’inversione dell’onere dell’azione di natura giurisdizionale

certa corrisponda sempre una vera e propria inversione dell’onere della prova, tema su cui possono

svolgersi soltanto riflessioni largamente provvisorie.

Il punto è di particolare rilievo, poiché l’esperienza applicativa convenzionale, come del re-

sto quella riferita allo strumento del riconoscimento delle sentenze fuori del campo di applicazione

della convenzione, ha caricato su chi richiede il riconoscimento o l’esecutività l’onere della compiu-

ta prova della sussistenza delle condizioni richieste con conseguente individuazione del potere uffi-

cioso del giudice adìto in ordine all’evenienza di condizioni ostative (cfr., ad esempio, Cass.,

1.08.1997, n. 7151, la quale conferma l’onere a carico della parte - che chieda, in applicazione della

convenzione di Bruxelles, il riconoscimento e l’esecuzione di una sentenza resa in uno dei paesi

aderenti alla convenzione e nei cui confronti venga proposta opposizione avverso la decisione che

nella fase sommaria ha dichiarato esecutiva la sentenza straniera - di produrre, anche nel giudizio

d’opposizione, i documenti previsti dagli art. 46, n. 1, e 47, n. 1, della convenzione, restando altri-

menti la domanda sfornita di prova, senza poter istituire alcuna presunzione di produzione relativa-

mente alla fase sommaria; cfr. BIAVATI, 1210, con riguardo all’interpretazione interna pregressa

ed all’inversione che attuerebbe la normativa comunitaria in esame; cfr. CIVININI, 113 e ss., non-

ché 174 e ss., per la conferma dell’onere di allegazione e prova a carico dell’istante e del persistente

potere di rilevazione ufficiosa nella procedura di riconoscimento di diritto comune, ex artt. 64-67 L.

n. 218/95).

Nella dialettica fra diverse fasi propria della convenzione di Bruxelles, può considerarsi in

certa misura assodato che il giudice, se nella prima di esse ha titolo per rilevare d’ufficio l’esistenza

di uno dei motivi contemplati dagli artt. 27 e 28 della convenzione stessa ostativi alla pronuncia,

nella seconda non possiede più un tale potere, atteso che, una volta che abbia adottato il provvedi-

mento giurisdizionale di attribuzione dell’esecutorietà, ha per ciò stesso deciso, se non altro implici-

tamente - ma necessariamente -, circa la non sussistenza di ragioni ostative al provvedimento stesso,

per cui nella fase dell’opposizione è rimessa alla sola disponibilità della parte la facoltà di farli vale-

re. Con riguardo all’assetto rimodulato dal regolamento, nella prima fase, il giudice o l’autorità

(altrimenti) competente non ha alcun titolo per rilevare ufficiosamente una delle ragioni ostative 34

e 35, in specie quella relativa alla manifesta contrarietà all’ordine pubblico, sicché nessuna presun-

zione di avvenuto riscontro dei relativi requisiti. Pertanto, ove nella fase a cognizione piena seguita

all’avvenuta attribuzione della dichiarazione di esecutività - costruita come giudizio di impugnazio-

ne in senso lato o comunque di giudizio di finalizzato all’accertamento negativo di uno o più dei re-

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quisiti stessi -, si carichi l’onere di allegazione delle condizioni in concreto ostative sulla parte pro-

ponente, deve coerentemente concludersi nel senso che le ragioni non dedotte secondo le regole

processuali conformative (ex artt. 163 e ss., 180, 183 c.p.c.) del potere assertivo della parte attrice

esorbitano dal thema decidendum. In tale dialettica - che muove dalla presunzione favorevole al ri-

conoscimento già nota all’assetto convenzionale (cfr. LOPES PEGNA, 644-645) -, sembra proble-

matico prospettare il recupero di doglianze non dedotte tempestivamente mediante l’attivazione del

potere ufficioso del giudice, se non costruendo questo giudizio di impugnazione in senso lato o di

accertamento negativo come giudizio ad oggetto (minimo) vincolato, ossia come giudizio finalizza-

to all’accertamento dell’assenza di tutte le condizioni ostative alla riconoscibilità del titolo decisorio

straniero.

Al contrario, quando la prima fase si sia conclusa con il diniego dell’exequatur, non può che

essere l’istante a dover allegare innanzi al giudice della seconda fase a cognizione piena i fatti costi-

tuitivi dei requisiti legittimanti la dichiarazione di esecutività (in certa misura non ritenuti, sia pure

per carenze documentali o per i riscontri propedeutici prima illustrati, sussistenti in prima fase),

mentre sul prospettato esecutando incomberà di allegare, secondo le scansioni processuali consuete,

i fatti impeditivi o (se lo si ammette) estintivi, oltre che modificativi, dell’avversa istanza. In questa

ipotesi, può registrarsi (più frequentemente) anche la contumacia dell’esecutando. Corrispondente-

mente dovrebbe ribaltarsi sull’istante anche l’onere della relativa prova.

Peraltro, in ordine al riparto dell’onere della prova, è da osservare che l’esame concreto del-

le varie condizioni di non riconoscibilità implica, dato anche il carattere negativo dell’articolazione

della fattispecie normativa, che per alcune di esse all’onere di allegazione non possa seguire alcuna

ulteriore attivazione probatoria: si consideri, in particolare, quella di cui all’art. 34, n. 2, quando

l’esecutando adduca la carenza assoluta di notificazione dell’atto introduttivo del procedimento nel-

lo Stato d’origine conclusosi con la decisione de qua; al contrario, per altre, in particolare quelle di

cui all’art. 34, nn. 3 e 4, è ben difficile che l’allegazione non sia seguita dalla indicazione e produ-

zione della decisione confliggente.

Va, infine, ricordato che, sul tema dei poteri del giudice, parte della dottrina si pronunzia per

la sussistenza, sempre nel giudizio a cognizione piena, del potere ufficioso di rilevazione del man-

cato rispetto della competenza ex art. 35 nonché della manifesta contrarietà all’ordine pubblico e

della carenza di regolare contraddittorio nei sensi di cui ai nn. 1 e 2 dell’art. 34, mentre rimette alla

disponibilità delle parti (quanto meno per ciò che concerne la concreta allegazione ed ostensione dei

relativi riscontri documentali) il contrasto con le altre decisioni di cui ai nn. 3 e 4 dell’art. 34 (così

La CHINA, 421-422).

La tensione fra le contrapposte linee emergenti su questo (per molti versi inedito) snodo del-

la normativa regolamentare è ben rappresentata da chi (cfr. MOSCONI, 552-553, nella cornice di

un interessante raffronto dei regolamenti Bruxelles I e Bruxelles II) nota come, da un lato, assegna-

re un ruolo attivo alla rilevazione ufficiosa paia integrare una contraddizione fra l’attribuzione

esclusiva alla disponibilità del privato del potere di attivare il meccanismo teso alla cognizione pie-

na dei limiti alla riconoscibilità e, per converso, la negazione alla sua sfera di scegliere quali ostaco-

li far valere in concreto, mentre, dall’altro, impedire al giudice la verifica ufficiosa contraddica

l’esigenza, pure posta alla base della normativa in esame, di assicurare - al di là dell’interesse e

dell’attivazione di parte - l’armonia interna ed il rispetto dei principi informatori di ciascun ordina-

mento. Con le riserve scaturenti dalle cennate problematiche, pertanto, l’oggetto del procedimento a

cognizione piena va individuato in relazione alle questioni prospettate dalla parte che lo ha promos-

so ed a quelle altre che si ritengano esaminabili d’ufficio, nell’alveo della corrispondente verifica -

negativa o positiva, a seconda della parte istante - delle condizioni di riconoscibilità stabilite dal re-

golamento e (sia pure con l’impostazione problematica prima indicata) dell’indagine su gli eventua-

li fatti storici sopravvenuti che siano stati addotti e siano in concreto delibabili, sempre senza alcun

riesame del merito della decisione straniera, irrilevante restando quindi ogni prospettazione inerente

ad errori di fatto o di diritto compiuti dal giudice dello Stato d’origine.

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Fuori da tale cornice non appare deducibile altra materia del contendere (cfr., per una ipotesi di

esorbitanza, Corte d’Appello di Milano, 5.06.1990. in Foro pad., 1991, I, 166, laddove si è, condivisibilmente, concluso

che, in sede di opposizione a decreto di esecutorietà di sentenza straniera, in base alla convenzione di Bruxelles, è

inammissibile una domanda di condanna per responsabilità ex art. 1338 c.c., in quanto tale procedimento ha come ambi-

to esclusivamente le questioni attinenti alla riconoscibilità della sentenza dedotta).

**********

Al pari di quanto previsto nella sezione dedicata al (solo) riconoscimento (art. 37), anche

nella normativa relativa all’esecuzione (peraltro applicabile al riconoscimento in via principale ex

art. 33, paragrafo 2) il regolamento (all’art. 46), riproponendo il dettato convenzionale (art. 38), di-

sciplina l’ipotesi in cui la decisione emessa nello Stato d’origine non sia definitiva. Questa previ-

sione si distingue dalla prima per la sua maggiore specificità essendo in essa precisato che: 1) a ra-

dicare qualsivoglia provvedimento occorre l’istanza della parte contro cui è chiesta l’esecuzione

della decisione; 2) quest’ultima deve essere stata impugnata con un mezzo ordinario (per il Regno

unito e l’Irlanda qualsiasi mezzo di impugnazione è considerato tale) oppure rispetto ad essa risulti

ancora pendente il termine per esperire il mezzo stesso; 3) il provvedimento del giudice dello Stato

richiesto è: 3A) quello di sospensione del procedimento; oppure: 3B) quello di subordinare

l’esecuzione alla costituzione di una garanzia che provvede a determinare; inoltre: 3C) nel solo caso

di pendenza del termine per l’impugnazione, quello (innanzi tutto ed impregiudicato il prosieguo) di

fissare un termine alla parte per proporre tale impugnazione.

Entrambe le norme (artt. 37 e 46) assolvono alla funzione garantire al destinatario passivo

della decisione straniera non ancora passata in giudicato la possibilità di ottenere - pur nell’àmbito

di un sistema (come comunitarizzato) teso ad agevolare al massimo la circolazione dei titoli decisori

in modo da favorire la posizione di chi abbia visto affermare la sussistenza in essi delle proprie po-

sizioni giuridiche soggettive al fine dell’effettiva soddisfazione dei relativi beni della vita - un prov-

vedimento provvisorio idoneo ad assicurargli il concreto esperimento dei rimedi impugnatori senza

correre il rischio che la conclusione (a sé sfavorevole) del procedimento teso all’acquisizione di

esecutività o il riconoscimento di quella decisione pregiudichi in via definitiva o difficilmente re-

versibile i suoi interessi.

Circa il coordinamento fra le due disposizioni, a fronte della considerazione della rispettiva

sedes - che sembrerebbe indirizzare per l’applicazione della prima alle procedure di riconoscimento

(di ogni tipo: dato che la norma è specificamente prevista nella sezione dedicata esclusivamente al

riconoscimento) e della seconda alle procedure di conferimento dell’exequatur (in tal senso pare in-

dirizzarsi, fra gli altri, CARELLA, I, 1310) -, si è proposta (già con riferimento al tessuto conven-

zionale e poi anche con riguardo alla disciplina del regolamento) un’interpretazione che applica la

prima norma al solo riconoscimento in via incidentale, mentre al riconoscimento in via principale

dovrebbe applicarsi la più articolata disciplina di cui all’art. 46: si è fatto notare (da LOPES PE-

GNA, 648-650) che questa soluzione dimostra maggiore aderenza allo scopo di impedire che sia de-

finitivamente acquisito lo stesso riconoscimento principale (oltre alla dichiarazione di esecutività)

di una decisione di altro Stato membro ancora suscettibile di essere caducata dallo strumento di im-

pugnazione ordinaria proposto o proponendo nello Stato d’origine, laddove una pari esigenza non si

avverte per il riconoscimento incidentale. A sostegno di questa tesi si pone anche il dato testuale co-

stituito dall’adozione da parte dell’art. 37 della locuzione “giudice” - che si attaglia pienamente al

solo riconoscimento in via incidentale -, mentre se la disposizione avesse voluto riferirsi anche al

riconoscimento in via principale non avrebbe potuto non menzionare anche l’eventuale altra “auto-

rità competente” che, ex art. 39 (in relazione all’art. 33, paragrafo 2), può essere chiamata a cono-

scere (in luogo dell’organo giurisdizionale) del riconoscimento in via principale nella prima fase

sopra esaminata.

Deve specificarsi che il concetto di “mezzo ordinario”, per gli effetti considerati dall’art. 46,

è stato considerato come autonomo dalla giurisprudenza comunitaria, essendosi, in particolare, chia-

rito che non si deve aver riguardo all’inquadramento degli strumenti propri di ciascun ordinamento

(sia esso quello dello Stato d’origine o quello dello Stato richiesto); si deve invece intendere come

mezzo ordinario qualsiasi gravame che possa comportare l’annullamento o la riforma della decisio-

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Gestri Marco.

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