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Diritto dell'Unione Europea Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto dell'Unione Europea basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Rossi Dal Pozzo dell’università degli Studi di Milano - Unimi, Facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea in giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto dell'unione europea docente Prof. F. Rossi Dal Pozzo

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Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Il Consiglio europeo assume le sue delibere mediante consenso (= la decisione si considera

raggiunta, senza l’esercizio formale di un diritto di voto, se il presidente constata che

dall’andamento della discussione non vi sono obiezioni ostative da parte di nessun componente

del Consiglio, compreso il Presidente della Commissione).

Vi sono tuttavia ipotesi previste dai Trattati in cui il Consiglio non si pronuncia per consenso ma

deliberano a unanimità (l’unanimità si forma anche in presenza dell’astensione di uno o più membri

del Consiglio europeo), a maggioranza semplice, data dalla metà più uno dei suoi membri

(maggioranza che si applica alle delibere riguardanti il suo regolamento interno o le questioni di

procedura) o a maggioranza qualificata.

Quando il Consiglio europeo delibera mediante votazione, il Presidente e il Presidente della

Commissione non partecipano al voto.

b) Il Consiglio:

Il Consiglio è composto dai rappresentanti dei governi degli stati membri. Non ha membri

permanenti, ma si riunisce in dieci diverse configurazioni, ognuna delle quali corrisponde al settore

di cui si discute. A seconda della configurazione, ogni stato membro invia i ministri competenti.

I rappresentanti di governo degli stati membri sono abilitati ad impegnare i rispettivi governi a

perseguire le azioni concordate in tale sede.

Il ruolo del Consiglio è quello di esercitare la funzione legislativa e la funzione di bilancio. Esercita

inoltre funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento alle condizioni stabilite dai Trattati

(art.16 par.1 TUE). Insieme al Parlamento europeo, esercita l’attività legislativa. Il Consiglio

assicura poi il coordinamento delle politiche economiche generali degli stati membri e, attraverso la

conclusione degli accordi internazionali dell’Unione e la gestione della politica estera comune,

detiene la titolarità del potere estero.

Il Consiglio si riunisce di regola a Bruxelles dove ha sede il suo segretariato e vede modificarsi la

sua composizione di volta in volta a seconda degli argomenti all’ordine del giorno delle sue

riunioni. Il Consiglio si riunisce a Lussemburgo nei mesi di aprile, giugno e ottobre per espressa

previsione del suo regolamento interno, salva l’eventualità di sessioni tenute eccezionalmente in

sedi diverse.

L’elenco delle diverse formazioni in cui il Consiglio può riunirsi in ragione di questa composizione

variabile è deciso dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata, salvo che per le formazioni

<<Affari generali>> e <<Affari esteri>>, le quali sono previste direttamente nei Trattati (art.16 par.6,

co.2 e 3 TUE) che ne stabilisce anche le funzioni:

- Il Consiglio <<Affari generali>> assicura la coerenza dei lavori delle varie formazioni del

Consiglio ;

- Il Consiglio <<Affari esteri>> elabora l’azione esterna dell’Unione secondo le linee strategiche

definite dal Consiglio europeo e assicura la coerenza dell’azione dell’Unione.

Non costituisce una vera e propria formazione del Consiglio, sebbene composto dai ministri delle

finanze, l’Eurogruppo —> è oggi ufficializzato da un apposito Protocollo allegato ai Trattati: si limita

a prevedere che i ministri degli stati membri la cui moneta è l’euro si riuniscono a titolo informale

insieme alla Banca centrale europea e alla Commissione per discutere questioni relative alle

responsabilità specifiche che condividono in materia di moneta unica.

Il Consiglio, per facilitare lo svolgimento dei suoi lavori, prevede l’esistenza di gruppi di lavoro

permanenti, specializzati per materia e composti da funzionari degli stati membri, ai quali è affidato

l’esame tecnico dei singoli dossier. La preparazione delle deliberazioni del Consiglio viene

successivamente perfezionata dal COREPER (Comitato dei Rappresentanti permanenti degli stati

membri a Bruxelles): svolge anche una valutazione politica.

Spetta al Consiglio, in una delle sue diverse formazioni, prendere la deliberazione finale.

Il COREPER canalizza il lavoro di un elevato numero di gruppi di lavoro specializzati, assicurando

la coerenza generale dei lavori e delle decisioni del Consiglio. 9

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Ciascun paese dell’Unione europea esercita la presidenza, a rotazione, per un periodo di sei mesi.

L’art.16 par.9 TUE prevede un sistema di rotazione disciplinato da una prima decisione da parte

del Consiglio europeo, adottata a maggioranza qualificata, e, per i suoi meccanismi di dettaglio, da

una seconda decisione del Consiglio approvata con la stessa maggioranza.

- La prima decisione prevede una presidenza per gruppi predeterminati di tre stati che si

ripartiscono la presidenza per 18 mesi sulla base di un programma comune. Ognuno dei tre stati

esercita la presidenza per un periodo di 6 mesi con l’assistenza degli altri due.

- La composizione dei gruppi e il loro ordine di successione è disciplinato dalla seconda

decisione.

A questo sistema fa eccezione la presidenza del Consiglio Affari esteri, sottratta agli stati e

riservata all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

(presidente permanente).

Le decisioni vengono oggi di norma adottate a maggioranza qualificata (prima del Trattato di

Lisbona il Consiglio deliberava a maggioranza semplice, a meno che per una certa decisione non

fossero indicate modalità di voto diverse).

La maggioranza semplice rimane applicabile, in linea generale, per l’adozione del regolamento

interno e per le decisioni di procedura.

Quanto all’unanimità, resta oggi applicata solo per le decisioni politicamente più sensibili: es.

all’interno del settore della PESC (politica estera e di sicurezza comune). L’astensione del

rappresentante di uno stato membro non osta al raggiungimento dell’unanimità e rende comunque

applicabile l’atto allo stato che si è astenuto. Se però uno stato accompagna la sua astensione con

una dichiarazione formale, ai sensi dell’art.31 par.1 co.2 TUE, di non voler essere vincolato dalla

decisione del Consiglio, non sarà destinatario degli obblighi da esso posti.

La maggioranza qualificata in sede di Consiglio europeo e di Consiglio:

A differenza della maggioranza semplice e dell’unanimità, nell’ambito delle quali il voto di ciascuno

stato ha un peso identico, la maggioranza qualificata si fonda, sia nel caso del Consiglio che nel

caso del Consiglio europeo, su un sistema che tiene conto della diversa grandezza degli stati

membri.

Prima del Trattato di Lisbona la maggioranza qualificata si fondava sul sistema del c.d. voto

ponderato —> al fine del raggiungimento della soglia della maggioranza qualificata, a ciascuno

stato membro spettava un numero di voti previsto direttamente dai Trattati e commisurato al suo

peso economico e demografico.

Questo sistema viene sostituito da quello della doppia maggioranza —> la maggioranza qualificata

è raggiunta con una maggioranza di stati membri che rappresentino una certa maggioranza della

popolazione dell’Unione.

Il nuovo sistema è entrato in vigore il 1°novembre 2014 in coincidenza con l’avvio della nuova

legislatura europea. Solo per il Consiglio il vecchio sistema è coesistito con il nuovo fino al 31

marzo 2017: uno stato membro poteva domandare che il Consiglio adottasse una determinata

decisione con il voto ponderato in luogo della doppia maggioranza.

Il nuovo meccanismo prevede che la maggioranza qualificata sia raggiunta quando una delibera

del Consiglio europeo o del Consiglio ottiene il voto favorevole di almeno il 55% degli stati membri,

che comprendano almeno 15 di loro e che rappresentino almeno il 65% della popolazione

dell’Unione.

Laddove una delle due istituzione sia chiamata a deliberare non sulla base di una proposta della

Commissione o dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, è

richiesto il voto favorevole di un numero più elevato di stati membri, almeno pari al 72%. 10

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

c) Il Parlamento europeo:

Il Parlamento europeo è composto da 751 deputati eletti direttamente dai cittadini dell’Unione ogni

5 anni. (Le ultime elezioni si sono svolte nel 2014).

Il numero di eurodeputati per ogni stato membro dell’Unione è apprensivamente proporzionale alla

popolazione di ciascuno di essi secondo i criteri della proporzionalità degressiva: un paese non

può avere meno di 6 o più di 96 eurodeputati e il numero totale non può superare i 751 (750 più il

Presidente). I membri del Parlamento europeo (il cui statuto è fissato con regolamenti adottati dallo

stesso Parlamento) si accorpano per gruppi politici e non in base alla nazionalità.

Il Parlamento europeo è eletto per 5 anni e all’inizio di ogni legislatura provvede a nominare tra i

suoi membri il Presidente e un certo numero di Vicepresidenti i quali rimangono in carica per due

anni e mezzo.

I membri del parlamento beneficiano di un’immunità parlamentare: non possono essere ricercati,

detenuti o perseguiti per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni.

Per la durata delle sessioni del Parlamento europeo beneficiano anche sul loro territorio nazionale

delle immunità riconosciute ai membri del parlamento dello stato a cui appartengono e, sul

territorio di ogni altro stato membro, beneficiano dell’esenzione da ogni provvedimento di

detenzione e da ogni procedimento giudiziario.

L’immunità può essere revocata in alcuni casi dal Parlamento europeo stesso.

Il Parlamento europeo è titolare, insieme al Consiglio, del potere legislativo che esercitano sulla

base delle proposte della Commissione europea.

È espressione del principio democratico in quanto è composto dai rappresentanti degli statti

membri eletti a suffragio diretto. Tale principio di riflette ovviamente sulle sue competenze:

- Partecipa al processo decisionale dell’Unione: il suo coinvolgimento varia da una semplice

consultazione sulle proposte di atti del Consiglio, a una vera e propria condivisione del potere

normativo con quest’ultimo. Il suo ruolo è quasi inesistente nel settore della politica estera e di

sicurezza comune, in cui è previsto unicamente che l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli

affari esteri e la politica di sicurezza consulta regolarmente il Parlamento europeo sui principali

aspetti e sulle scelte fondamentali della politica estera e di sicurezza comune.

- Il Parlamento ha un ruolo di controllo politico verso le altre istituzioni, in particolar modo verso la

Commissione: il Parlamento partecipa alla sua nomina, ha il potere di censura nei suoi confronti,

il Parlamento o i singoli suoi membri possono rivolgerle interrogazioni. La Commissione

presenta ogni anno al Parlamento una relazione generale sull’attività dell’Unione e relazioni

riguardanti specifici settori di attività. Il Parlamento può rivolgere interrogazioni anche alle altre

istituzioni o organi dell’Unione.

Il Parlamento dispone inoltre di un potere generale di controllo che esercita attraverso gli

strumenti dell’inchiesta e del Mediatore europeo:

Inchiesta: strumento che consiste nella possibilità di costituire, d’ufficio o sulla base di petizioni

• rivoltegli da uno o più cittadini dell’Unione o persone fisiche e giuridiche residenti in uno stato

membro, commissioni di inchiesta incaricate di esaminare denunce di infrazione o di cattiva

amministrazione nell’applicazione del diritto dell’Unione.

Mediatore europeo: organo permanente nominato dallo stesso Parlamento competente a

• esaminare, su richiesta, casi di cattiva amministrazione imputabili a istituzioni o organi

dell’Unione. 11

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

L’attività del Parlamento si articola in due fasi principali:

1. Il Parlamento europeo dispone di 20 commissioni (preparano la legislazione) e due

sottocommissioni, ognuna delle quali si occupa di un determinato settore. Le commissioni

esaminano le proposte legislative e gli eurodeputati e i gruppi politici possono anche

presentare emendamenti o respingerle.

2. Sessioni plenarie (adottano la legislazione): a queste spetta unicamente il potere deliberativo.

Le deliberazioni avvengono a maggioranza dei voti espressi a meno che non sia diversamente

stabilito dai Trattati —> es. Per l’approvazione di una mozione di sfiducia nei confronti della

Commissione è richiesta la maggioranza di due terzi dei voti espressi a maggioranza dei

membri che compongono il Parlamento; per esprimere il parere su una domanda di adesione

di un nuovo stato membro è invece richiesta la maggioranza assoluta dei membri.

In questa fase gli eurodeputati si riuniscono per esprimere un voto finale sulla proposta

legislativa e gli emendamenti proposti.

I lavori parlamentari si ripartiscono tra Strasburgo, dove si tengono nel corso dell’anno le 12 sedute

plenarie ordinarie, e Bruxelles, dove si svolgono le riunioni delle Commissioni e dei gruppi politici e

alcune brevi sedute plenarie supplementari.

d) La Commissione:

La Commissione è composta da 28 commissari, inclusi il Presidente e l’Alto Rappresentante per gli

affari esteri e la politica di sicurezza. I membri della Commissione rimangono in carica per 5 anni.

La cessione anticipata del mandato di uno o più membri della Commissione può aversi o a seguito

dell’approvazione di una mozione di censura da parte del Parlamento europeo, o per dimissioni

volontarie o d’ufficio.

- Nel primo caso l’intera Commissione è obbligata ad abbandonare il suo mandato non essendo

prevista dal Trattato la censura nei confronti di singoli commissari.

- Nel caso delle dimissioni volontarie, i membri della Commissione rimangono in carica fino alla

loro sostituzione secondo la procedura ordinariamente prevista.

- Solo nel caso di dimissioni d’ufficio cessano immediatamente le funzioni. Le dimissioni d’ufficio

possono essere decise dalla Corte di giustizia su istanza del Consiglio (a maggioranza

semplice) o della stessa Commissione quando un membro di questa non risponda più alle

condizioni necessarie all’esercizio delle sue funzioni o abbia commesso una colpa grave.

La Commissione ha sede a Bruxelles.

Il Presidente gode di una posizione autonoma e preminente rispetto agli altri membri del collegio.

Ha il compito di decidere la distribuzione dei portafogli tra i membri della Commissione, di definire

gli orientamenti nel cui quadro la Commissione esercita i suoi compiti, di decidere l’organizzazione

interna per assicurare la coerenza, l’efficacia e la collegialità della sua azione. Ha inoltre il compito

di nominare i vicepresidenti.

Gli altri membri operano sulla base di una ripartizione di deleghe a loro conferite dal Presidente. A

ciascun commissario fanno capo, in funzione della delega ricevuta, una o più direzioni generali a

competenza settoriale.

Le decisioni imputabili alla Commissione devono comunque approvate dal collegio dei commissari

nella sua interezza, il quale delibera a maggioranza del numero dei suoi membri.

I Trattati definiscono la Commissione come espressione e garante dell’interesse generale

dell’Unione. Essa è infatti organo di individui —> i suoi membri sono proposti dai governi degli stati

membri. Nonostante ciò non rappresentano lo stato membro di cui hanno la cittadinanza e dal

quale sono stati propositi ma sono membri della Commissione a titolo personale.

Essi esercitano le loro funzioni in piena indipendenza, non accettando istruzioni da alcun governo,

istituzione, organo o organismo. 12

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Originariamente la procedura di nomina della Commissione era identica per tutti i membri: il

Presidente era designato tra essi solo successivamente alla loro nomina sulla base della loro

stessa procedura di nomina. La nomina dei membri spettava esclusivamente ai governi i degli stati

membri che prendevano una decisione di comune accordo.

Nel tempo sono però intervenute varie modifiche:

- La nomina dei membri della Commissione non spetta più ai governi degli stati membri ma alle

istituzione dell’Unione;

- La procedura di nomina del Presidente è differente rispetto a quella per la nomina dei

commissari.

Oggi la procedura di nomina dei membri della Commissione è dettata dall’art.17 par.7 TUE e si

articola in tre fasi:

1. Si designa il Presidente: il suo nome deve essere proposto a maggioranza qualificata dal

Consiglio europeo al Parlamento europeo che deve eleggerlo a maggioranza dei suoi membri.

Qualora il Parlamento non approvi la proposta del Consiglio europeo, questo dovrà presentare

una nuova proposta entro un mese.

2. Individuazione degli altri membri della Commissione: sulla base delle proposte presentate dagli

stati membri, il Consiglio in accordo con il Presidente eletto devono adottarne l’elenco.

3. La Commissione nella sua interezza deve sottoporti all’approvazione del Parlamento. In caso

di voto positivo di quest’ultimo, deve essere formalmente nominata a maggioranza qualificata

dal Consiglio europeo.

La nomina dell’Alto Rappresentante non segue questa procedura. Egli è un membro della

Commissione in veste di vicepresidente. È nominato direttamente dal Consiglio europeo che

delibera a maggioranza qualificata con l’accordo del Presidente della Commissione. È soggetto

unicamente al voto di approvazione che il Parlamento è chiamato a dare sulla Commissione nella

sua interezza.

Competenze della Commissione:

Gioca un ruolo determinante nell’attività normativa dell’Unione partecipando alla formazione degli

• atti del Consiglio e del Parlamento europeo e adottando atti normativi propri.

a. Partecipa alla formazione degli atti in quanto è titolare del potere di iniziativa legislativa: tale

potere condiziona l’avvio del procedimento di adozione di un atto e il suo successivo

svolgimento in quanto il Consiglio non può discostarsi dalla proposta della Commissione se

non votando all’unanimità. La Commissione può modificare in ogni momento la propria

proposta iniziale.

b. I Trattati attribuiscono alla Commissione un potere normativo diretto solo in casi limitati, casi

che sono tuttavia ampliati dagli atti adottati dal Consiglio e dal Parlamento che delegano

spesso la commissione a emanare le successive misure generali di integrazione o

applicazione degli atti in questione.

I Trattati attribuiscono alla Commissione un generale potere di esecuzione del diritto che deve

• esercitare sia sul piano dell’applicazione amministrativa degli atti dell’Unione, sia su quello della

vigilanza rispetto alla corretta osservanza delle norme dell’Unione da parte di destinatari delle

stesse. Quest’ultimo compito si concretizza nel potere di portare dinnanzi alla Corte di giustizia

uno stato membro inadempiente agli obblighi che gli sono stati posti dalle norme e nel potere di

sanzionare direttamente, in alcuni casi, i comportamenti contrari al diritto dell’Unione di soggetti

privati e degli stati membri.

Alla Commissione spetta la rappresentanza dell’Unione sulla scena internazionale nei settori

• diversi dalla PESC. 13

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

L’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza:

Questa figura è stata introdotta dal Trattato di Lisbona. Il suo compito è quello di guidare la politica

estera e di sicurezza comune dell’Unione europea —> la attua in qualità di mandatario del

Consiglio.

La sua nomina spetta al Consiglio europeo con delibera a maggioranza qualificata e con l’accordo

del Presidente della Commissione.

In sede di approvazione collettiva della Commissione, anche l’Alto Rappresentante è soggetto al

voto del Parlamento europeo. In caso di mozione di censura, le dimissioni investono solo la sua

carica in seno alla Commissione e non anche le funzioni svolte in seno al Consiglio.

LE ISTITUZIONI DI CONTROLLO:

a) La Corte dei conti:

La Corte dei conti è l’istituzione che svolge il controllo dei conti dell’Unione attraverso l’esame delle

entrate e delle spese delle istituzioni, organi e organismi dell’Unione. Questo controllo riguarda

tutte le spese effettuate nel quadro delle attività dell’Unione, con la sola eccezione di quelle

derivanti da operazioni nel settore militare e della difesa.

La Corte dei conti è composta da 28 membri, uno per ogni stato membro, nominato su proposta di

questo. Per essere efficace, la Corte deve essere indipendente alle istituzioni e dagli organi che

controlla (è infatti libera di decidere cosa sottoporre a verifica e le modalità con cui effettuarla). Per

questo motivo ogni membro fa parte della Corte dei conti a titolo personale, dovendo esercitare le

sue funzioni in piena indipendenza e nell’interesse generale dell’Unione.

I membri devono provenire dalle istituzioni di controllo esterno dei rispettivi paesi o essere dotati

delle qualificazioni specifiche richiesta per la funzione da ricoprire.

Sono nominati per 6 anni (il loro mandato è rinnovabile) dal Consiglio che delibera a maggioranza

qualificata, previa consultazione del Parlamento sulla base delle proposte presentate da ciascuno

stato membro.

La fine anticipata del mandato di un membro può aversi per dimissioni volontarie o a seguito di

decadenza dichiarata dalla Corte di giustizia, su richiesta della stessa Corte dei conti, per il venir

meno dei requisiti necessari o per violazione dei propri obblighi istituzionali. Viene in seguito

nominato un sostituto per la parte restante del mandato.

La Corte dei conti ha sede a Lussemburgo e nomina al suo interno un Presidente che resta in

carica per tre anni (rinnovabile). La Corte dei conti adotta anche il proprio regolamento interno che,

in contraddizione con il carattere di istituzione della Corte e l’autonomia che ne dovrebbe derivare,

è soggetto all’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio.

La Corte dei conti svolge una duplice funzione:

- di controllo:

Effettua una revisione contabile delle entrate e delle uscite dell'UE per controllare che i fondi

• UE siano raccolti e spesi correttamente, usati in modo ottimale e debitamente contabilizzati;

Controlla inoltre ogni persona od organizzazione che gestisce fondi dell'UE, effettuando anche

• controlli in loco presso le istituzioni dell'Unione (soprattutto la Commissione), gli Stati membri

e i paesi che beneficiano degli aiuti dell’UE;

Redige una relazione annuale per il Parlamento europeo e il Consiglio dell'UE che il

• Parlamento esamina prima di decidere se approvare la gestione del bilancio dell'UE da parte

della Commissione.

- consultiva: la funzione consultiva si estrinseca in pareri che può produrre di propria iniziativa o

su richiesta di una delle altre istituzioni dell’Unione.

b) La Corte di giustizia dell’Unione europea: pagina 31 e ss. 14

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

GLI ORGANISMI MONETARI E FINANZIARI:

All’interno del sistema istituzionale si trovano alcuni organismi che operano nel settore monetario e

finanziario i quali, in funzione della specificità delle rispettive competenze , sono caratterizzati da

un’ampia indipendenza e autonomia nell’assolvimento dei compiti e nel perseguimento degli

obiettivi loro assegnati.

Sia la Banca centrale europea (BCE) che la Banca europea per gli investimenti (BEI), sono dotate

di una propria personalità giuridica in forza dei Trattati, entrambe dispongono di risorse e di un

bilancio propri, di loro organi decisionali cui spetta assicurarne l’amministrazione e la gestione, e

nell’assolvimento dei rispettivi compiti, operano in una posizione di autonomia dalla altre istituzioni.

La Corte di giustizia ha sottolineato che le due banche non perdono per questo il loro carattere di

organismi dell’Unione siccome contribuiscono alla realizzazione degli scopi dell’Unione e che la

loro particolare condizione di autonomia è limitata a quanto necessario all’assolvimento dei loro

compiti, restano entrambe soggette alle norme e ai principi del sistema istituzionale dell’Unione e

al controllo della Corte di giustizia.

a) La Banca centrale europea (BCE):

La BCE rientra nell’elenco delle istituzioni dell’Unione elencate dal co.2 dell’art.13 TUE e

costituisce il nucleo centrale del sistema europeo di banche centrali (SEBC), il cui obiettivo è

quello di garantire la stabilità dei prezzi e di sostenere le politiche economiche generali dell’Unione.

Al SEBC fanno parte le banche centrali nazionali della zona euro ed è diritto dagli organi

decisionali della BCE, ai cui indirizzi ed istituzioni le banche centrali devono attenersi.

La composizione e il funzionamento della BCE e del SEBC sono disciplinati dalle norme dei

Trattati e dal Protocollo (n.4) sullo statuto del SEBC e della BCE.

Il Consiglio direttivo della BCE: organo a cui spetta definire gli indirizzi generali del SEBC, la

• politica monetaria dell’Unione e l’esercizio delle funzioni consultive che il Trattato attribuisce alla

Banca.

Il Consiglio direttivo comprende i membri del comitato esecutivo e i governatori delle banche

centrali degli stati aderenti all’euro. Ogni membro dispone di un voto e le decisioni sono prese a

maggioranza semplice, salvo quanto diversamente stabiliti dallo Statuto. Per alcune decisioni si

applica ai governatori delle banche centrali nazionali un sistema di voto ponderato calcolato in

base alle quote del capitale della BCE sottoscritte da ciascuna banca centrale.

Il Comitato esecutivo: si occupa della gestione corrente della Banca e dell’attuazione degli

• indirizzi di politica monetaria decisi dal Consiglio direttivo.

È un organo permanente composto da un Presidente (che è anche Presidente della BCE e del

Consiglio direttivo), da un Vicepresidente e da altri 4 membri, tutti nominati di comune accordo,

per otto anni non rinnovabili, dal Consiglio europeo che delibera a maggioranza qualificata su

raccomandazione del Consiglio e previa delibera del Parlamento europeo e del Consiglio

direttivo della BCE.

Il Comitato decide di regola a maggioranza semplice, con il voto decisivo del Presidente in caso

di parità.

Fino a quando non tutti gli stati membri faranno parte dell’euro, il Consiglio direttivo e il Comitato

• esecutivo saranno affiancati da un Consiglio generale —> è composto dal Presidente e

Vicepresidente della BCE e dai governatori delle banche centrali di tutti gli stati membri. È

l’organo di consultazione tra stati aderenti e stati non aderenti all’euro, in particolare con riguardo

ai tassi di cambio tra l’euro e le altre monete dell’Unione. 15

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

La sede della Banca centrale europea è stata fissata a Francoforte di comune accordo tra i governi

degli stati membri.

Funzioni della BCE:

- ha le normali funzioni di una banca centrale di emissione: può emettere, unitamente alle banche

centrali nazionali, le banconote della moneta unica.

- ha il potere di adottare atti normativi;

- svolge una funzione di controllo sull’esercizio di competenze altrui, dovendo essere consultata

per parere non vincolante, su molte deliberazioni del Consiglio e su progetti di norme nazionali

che gli stati vogliono adottare in materie che riguardano la competenza della Banca.

- ha un potere di iniziativa legislativa nei confronti del Consiglio;

- è dotata di un potere sanzionatorio nei confronti delle imprese qualora violino gli obblighi imposti

dai regolamenti e dalle decisioni da essa adottati.

b) La Banca europea per gli investimenti (BEI):

La BEI è l’organismo finanziario dell’Unione. Il suo compito è quello di contribuire ad uno sviluppo

equilibrato del mercato interno, finanziando, mediante la concessione di prestiti e garanzie, progetti

diretti alla valorizzazione delle regioni meno sviluppate, all’ammodernamento o riconversione di

imprese, o progetti di interesse comune a più stati membri.

Come la BCE, anche la BEI è disciplinata dalle norme dei Trattati e da un proprio statuto contenuto

in un Protocollo ad essi allegato.

È inoltre anch’essa dotata di un apparato organico e amministrativo che ne assicura la gestione

politica e operativa.

Consiglio dei governatori: è composto da un ministro per stato membro (in genere il ministro

• delle finanze) che ha il compito di fissare le direttive generali delle politiche di credito della BEI e

di decidere gli aumenti di capitale.

Normalmente il Consiglio decide a maggioranza semplice dei suoi membri (che deve però

rappresentare almeno il 50% del capitale sottoscritto), laddove espressamente stabilito decide a

maggioranza qualificata (la stessa maggioranza qualificata prevista dai Trattati per il Consiglio).

Vi sono inoltre alcune deliberazioni per le quali è richiesta l’unanimità.

Consiglio di amministrazione: assicura la gestione operativa della BEI. È formato da 28

• amministratori e 18 sostituti, nominati a titolo personale dal Consiglio dei governatori per un

mandato di 5 anni rinnovabile.

Il Consiglio di amministrazione vota, se non altrimenti previsto, a maggioranza di 1/3 dei membri,

rappresentanti almeno il 50% del capitale sottoscritto.

Comitato direttivo: affianca il Consiglio di amministrazione e si occupa della preparazione delle

• sue decisioni e dell’ordinaria amministrazione.

Il Comitato direttivo è formato da un Presidente (che presiede anche il Consiglio di

amministrazione) e da 8 vicepresidenti nominati per 6 anni dal Consiglio dei governatori su

proposta del Consiglio di amministrazione. 16

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

GLI ORGANI CONSULTIVI:

Ai sensi dell’art.13 par.4 TUE, il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione sono assistiti

da un Comitato economico e sociale e da un Comitato delle regioni, che esercitano funzioni

consultive.

Attraverso la previsione di questi organi consultivi si mira a far si che il processo decisionale si

svolga nella consapevolezza degli specifici interessi in gioco di volta in volta.

In molti casi i Trattati prevedono espressamente che l’istituzione competente ad adottare un

determinato atto abbia l’obbligo di ottenere preventivamente il parere, seppur non vincolante, di un

dato organo consultiva, la mancanza del quale può rendere illegittimo l’atto per violazione delle

forme sostanziali.

I Tratti prevedono ulteriori organi consultivi oltre quello sopraelencati e altri sono stati creati con

autonome decisioni delle istituzioni.

A differenza di tutti gli atri organi consultivi, la composizione e il funzionamento del Comitato

economico e sociale e del Comitato delle regioni sono disciplinati direttamente nei Trattati. Inoltre

essi sono i soli ad avere una composizione non strettamente governativa, sono i soli a godere di

un’effettiva autonomia regolamentare e finanziaria e ad avere competenze ampie e non invece

limitate ad uno specifico settore di attività dell’Unione.

a) Il Comitato economico e sociale:

Il Comitato economico e sociale è l’organo consultivo che rappresenta la società civile in

particolare nei settori socioeconomico, civico, professionale e culturale.

Esso riunisce rappresentanti delle organizzazioni di datori di lavoro, di lavoratori dipendenti e di

altri attori rappresentativi di quella società civile.

I componenti del Comitato rappresentano i suddetti settori a titolo personale: il Trattato prevede

infatti che non sono vincolati da alcun mandato imperativo e che devono esercitare le loro funzioni

in piena indipendenza nell’interesse generale dell’Unione.

Il Trattato fissa un massimo di 350 membri nominati a maggioranza qualificata dal Consiglio per un

mandato di 5 anni rinnovabile. Il Consiglio delibera sulla base delle proposte formulate dagli stati

membri ed è tenuto a consultare la Commissione, il cui parere obbligatorio non è vincolante.

Spetta al Comitato designare tra i suoi membri il Presidente e adottare il proprio regolamento

interno. Il regolamento prevede che il Comitato sia articolato in tre gruppi di membri che

rappresentato rispettivamente i datori di lavoro, i lavoratori dipendenti e le altre componenti

economiche e sociali della società civile.

La sua organizzazione era prima prevista nel Trattato sulla comunità europea, oggi è lasciata alla

disciplina del regolamento interno.

L’attività del Comitato consiste essenzialmente nella formulazione di pareri e proposte di atti

specifici o su tematiche generali di competenza dell’Unione.

I pareri possono essere formulati di iniziativa dello stesso Comitato o su richiesta del Parlamento

europeo, della Commissione o del Consiglio. In alcuni casi queste tre istituzioni sono tenute a

consultare il Comitato prima dell’adozione dei loro atti. Quando ciò è previsto, sebbene il loro

parere non sia vincolante, la sua mancanza è motivo di illegittimità dell’atto adottato senza

richiedere o attendere il parere. Il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio possono

imporre al Comitato un termine, non inferiore ad un mese, per la formulazione del parere. Superato

il detto termine l’atto pio essere adottato anche in assenza del parere. 17

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

b) Il Comitato delle regioni:

Con al creazione del Comitato delle regioni si è voluto dar voce alle collettività politiche locali

permettendole di rappresentare il loro punto di vista direttamente e senza la mediazione degli stati.

Il Comitato delle regioni è composto da rappresentanti delle collettività regionali e locali degli stati

membri. Anch’essi non sono vincolati da nessun mandato imperativo e hanno il dovere di

esercitare le loro funzioni in piena indipendenza nell’interesse generale dell’Unione (sono perciò

nominati a titolo personale). I membri del Comitato regionale devono essere titolari di un mandato

elettorale nell’ambito di una collettività regionale o locale, o politicamente responsabili dinanzi ad

un’assemblea eletta. —> se tale qualità viene meno nel corso del mandato, essi cessano

automaticamente di far parte del Comitato e devono essere sostituiti da un nuovo membro per la

restante durata del mandato.

Il Trattato fissa il numero massimo di membri del Comitato delle regioni a 350. Spetta ad ogni stato

membro il compito di designare i propri candidati al Comitato delle regioni e di determinare la

proporzione, all’interno della quota di membri assegnatigli, tra i rappresentanti dei diversi livelli di

decentramento.

Ad esempio all’Italia spettano attualmente 24 membri (e 24 supplenti) e ha fissato la proporzione

per l’attuale Comitato a 14 membri che rappresentato le regioni e le provincie autonome, 3 membri

che rappresentano le province e 7 membri che rappresentano i comuni.

Spetta al Comitato designare tra i suoi membri il Presidente e adottare il proprio regolamento

interno. Il regolamento disciolto a lo svolgimento dei lavori del Comitato. Anche l’organizzazione

interna è disciplinata dal regolamento interno.

A differenza del Comitato economico e sociale, i membri del Comitato delle regioni si aggregano

per gruppi politici che rifletto i principali orientamenti presenti nel Parlamento europeo.

Anche la funzione consultiva è esercitata secondo le stesse modalità del Comitato economico e

sociale. Nei casi previsti dai Trattati, su richiesta di Commissione, Parlamento o Consiglio quando

lo ritengano opportuno o formulazione dei pareri di sua iniziativa.

LE AGENZIE EUROPEE:

Alle istituzioni e agli organi sono stati affiancati ulteriori organismi sia sulla base di decisioni prese

dai Trattati che sulla base di decisioni autonome delle stesse istituzioni dell’Unione.

Tra questi organismi hanno assunto particolare rilievo le agenzie europee che hanno oggi superato

il numero di trenta. Si tratta di organismi specializzarti dotati di personalità giuridica e di una certa

autonomia organizzativa e finanziaria, incaricati di assicurare una migliore attuazione di atti e

normative dell’Unione riguardanti materie tecnicamente complesse, fornendo assistenza alle

istituzione attraverso pareri e raccomandazioni.

Alcune (poche) agenzie europee sono previste dai Trattati —> Europol: ufficio europeo di polizia,

Eurojust: agenzia europea per la difesa, altre sono state create attraverso atti del Consiglio, o del

Consiglio e Parlamento.

L’apparato amministrativo dell’Unione:

L’apparato amministrativo attraverso il quale opera il sistema istituzionale dell’Unione è costituito

da circa 55.000 dipendenti distribuiti tra le diverse entità (istituzioni, organi, organismi).

Il rapporto di lavoro del personale di ruolo dell’Unione è regolato da uno statuto unico, adottato dal

Parlamento europeo e dal Consiglio previa consultazione delle altre istituzioni interessate. Lo

statuto unico adottato disciplina i diversi aspetti del rapporto di lavoro: diritti e doveri, procedure di

assunzione, condizioni di lavoro, trattamento retributivo e pensionistico…

Accanto ai funzionari e al personale di ruolo, le istituzioni si avvalgono anche di personale

contrattualizzato a tempo determinato e di esperti nazionali distaccati (i c.d. END). 18

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

LE FONTI:

Le fonti del diritto dell’Unione europea si dividono in fonti di diritto primario e fonti di diritto derivato

(a queste fonti principali se ne aggiungono altre di minore importanza).

Fonti di diritto primario:

1. Al vertice del sistema delle fonti si trovano i due Trattati istitutivi dell’Unione (TUE, TFUE). Le

norme contenute in questi due Trattati sono da ritenere norme sovraordinate rispetto alle altre

norme dell’ordinamento dell’Unione.

I Trattati in questione hanno pari valore giuridico, devono essere considerati in un’ottica

normativa unitaria. Sono i Trattati stessi a disciplinare il procedimento attraverso il quale si

possono modificare le loro norme.

L’art.48 del TUE prevede tre tipi di procedure di revisione:

- Revisione ordinaria: la proposta di revisione può essere presentata da uno stato membro,

dal Parlamento europeo o dalla Commissione al Consiglio europeo. Quest’ultimo dovrà

consultarsi con il Parlamento e con la Commissione. Successivamente il Consiglio europeo

esprime un parere che è favorevole se è raggiunta la maggioranza semplice. Verrà quindi

convocata una convenzione (una sorte di commissione formata da rappresentanti dei

parlamenti nazionali, capi di stato o di governo degli stati membri, Parlamento europeo e

Commissione) se le modifiche hanno una portata ampia (se sono modifiche rilevanti tali da

rendere necessaria la convocazione di una convenzione). Altrimenti verrà convocata una

conferenza intergovernativa (= solo con i rappresentanti degli stati) che predisporrà un

accordo di modifica dei Trattati che entrerà in vigore nel momento in cui l’accordo verrà

ratificato da tutti gli stati membri.

- Revisione semplificata 1: riguarda proposte di modifica della parte terza del trattato TFUE

che non comportano però un ampliamento delle competenze dell’Unione.

- Revisione semplificata 2: riguarda proposte di passaggio da unanimità a maggioranza

qualificata nelle decisioni del Consiglio in materie di politica estera e di sicurezza comune.

Ci sono inoltre delle dichiarazioni che accompagnano i trattati che non hanno valore normativo

(non rientrano quindi tra le fonti del diritto dell’Unione) ma sono strumento di interpretazione

delle norme alle quali si riferiscono.

2. I Trattati integrativi e modificativi delle versioni precedenti dei Trattati istitutivi (es. Trattato di

Maastricht, Trattato di Amsterdam, Nizza, Lisbona).

3. I protocolli allegati ai Trattati istitutivi: in essi si trova la disciplina di alcuni aspetti del

funzionamento dell’Unione non regolati o regolati solo in parte nei Trattai (es. Protocollo n.2

sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità: il fine dell’Unione è quello di

armonizzare la legislazione degli stati membri —> è necessario che l’Unione operi con il fine

ultimo dell’armonizzazione delle legislazioni). I protocolli vengono anche utilizzati per introdurre

nell’ordinamento un’applicazione differenziata della disciplina senza intaccare la portata

unitaria dei Trattati principali e del diritto dell’Unione. Le norme parte dei protocolli vanno

considerate parti integranti dei Trattati.

4. Gli atti di adesione (accordi/trattati internazionali tra stati membri e lo stato che vuole aderire

all’Unione per fissare quali siano gli adattamenti necessari da apportare al suo ordinamento e

le condizioni di ammissione per l’ingresso nell’ordinamento europeo) attraverso i quali gli stati

acquisiscono lo status di membro. Si tratta di accordi con cui uno stato si impegna ad aderire

all’ordinamento dell’Unione effettuando le modifiche e gli adattamenti richiesti dall’accordo

stesso.

5. Carta dei diritti fondamentali dell’Unione o Carta di Nizza del 2000: ha lo stesso valore giuridico

dei Trattati istitutivi, valore che gli è stato attribuito dal Trattato di Lisbona del 2009.

Inizialmente la Carta dei diritti fondamentali erano uno strumento privo di valore vincolante,

oggi è il primo documento di riferimento dei diritti fondamentali dell’Unione. 19

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

All’interno si trovano oggi tutti i diritti sanciti dalla CEDU e i diritti intorno ai quali è costruito lo

status di cittadino dell’Unione —> tutti i diritti che sono garantiti al cittadino dell’Unione europea

e una serie di nuovi diritti.

Struttura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione:

È composta da 6 capitoli, più uno riguardante le disposizioni finali, relativi ai diritti di:

- Dignità

- Libertà

- Uguaglianza

- Solidarietà

- Cittadinanza

- Giustizia

Come recita l’art.51 della Carta, i destinatari delle norme della Carta sono: istituzioni, organi e

organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà e gli stati membri,

esclusivamente nell’attuazione dei diritti dell’Unione.

La Carta contiene le c.d. “spiegazioni”, cioè strumenti di interpretazione e applicazione delle

disposizioni (al pari delle dichiarazioni contenute nei Trattati).

Le limitazioni ai diritti e alle libertà riconosciute dalla Carta sono ammesse a patto che

rispettino il principio di legalità (= devono essere previste dalla legge) e che non pregiudichino

il contenuto essenziale dei diritti e delle libertà. Le limitazioni devono inoltre rispondere a

effettive finalità di interesse generale in virtù del principio di proporzionalità (= la limitazione non

può essere tale da rendere praticamente nullo il diritto del soggetto garantito dalla Carta).

La Corte di giustizia ritiene che i principi generali siano una serie di principi propri

dell’ordinamento dell’Unione creato dai Trattati o derivanti da altri sistemi giuridici o ricavati da

norme dei Trattati considerati espressione di un principio generale avente valore anche al di

fuori del loro specifico campo di applicazione.

I principi generali dell’ordinamento dell’Unione comprendono i diritti fondamentali garantiti dalla

CEDU e i diritti fondamentali comuni garantiti dalle costituzioni degli stati membri.

Es. Principio di leale collaborazione tra istituzioni e stati membri, principio di certezza del diritto,

principio di tutela dei diritto fondamentali della persona umana…

La CEDU:

Quando il Trattato di Lisbona ha attribuito alla Carta dei diritti fondamentali lo stesso valore

giuridico dei Trattati ha previsto anche l’adesione dell’Unione europea alla CEDU e al suo

sistema di controllo —> si potrà adire la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo sulla

base di ricorsi individuali per pronunciarsi sul rispetto da parte dell’Unione delle norme della

CEDU.

(Si parla di rafforzamento della protezione dei diritti dell’uomo, garantita sia a livello europeo

dalla corte di giustizia per violazione dei diritti della Carta, sia a livello internazionale dalla

Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dei diritti della CECU).

6. Il diritto internazionale:

- diritto consuetudinario internazionale: norme consuetudinarie che vincolano le istituzioni

dell’Unione e fanno parte dell’ordinamento giuridico dell’Unione e possono essere utilizzate

per l’interpretazione degli atti delle istituzioni dell’Unione.

- gli accordi internazionali: nel momento in cui entrano in vigore sul piano internazionale

diventano automaticamente parte integrante dell’ordinamento dell’Unione. Non sono parte

integrante dell’ordinamento dell’unione gli accordi internazionali stipulati/conclusi tra gli stati

membri fra loro o tra gli stati membri e stati terzi. 20

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Fonti di diritto derivato:

Art. 288 TFUE: “Per esercitare le competenze dell’Unione le istituzioni adottano regolamenti,

direttive e decisioni”. Regolamenti, direttive e decisioni sono atti tipici (in quanto modelli

predeterminati dal trattato) delle istituzioni dell’Unione.

Regime comune degli atti normativi tipici —> regolamenti, direttive, decisioni:

- Obbligo di motivazione dell’atto pena l’invalidità —> occorre indicare le ragioni che hanno

portato le istituzioni ad agire in un certo modo per permettere il controllo di legalità da parte della

Corte di giustizia (la Corte deve poter accertare che l’istituzione che ha adottato un determinato

atto ha agito nel rispetto del principio di legalità) e per consentire ai destinatari di comprendere

le ragioni che hanno portato le istituzioni ad agire in un certo modo e di rilevare eventuali vizi

che inficiano la validità dell’atto. La motivazione è anche necessaria ai fini dell’interpretazione

dell’atto. Parte integrante della motivazione è l’indicazione della base giuridica dell’atto, cioè ciò

che ha contribuito a fornire elementi essenziali per una migliore comprensione della portata e

della validità dell’atto stesso.

- L’applicazione di un atto delle istituzioni dell’Unione è subordinata alla pubblicità preventiva, cioè

la regolare pubblicazione della normativa nella lingua ufficiale del destinatario sulla Gazzetta

ufficiale dell’Unione (l’applicazione di un atto è subordinata alla sua conoscibilità da parte del

destinatario. La conoscibilità si presume a seguito della pubblicazione dell’atto nella Gazzetta

ufficiale dell’Unione nella lingua ufficiale del destinatario).

- Salva diversa disposizione contenuta nell’atto, questo entra in vigore a partire dal ventesimo

giorno dalla sua pubblicazione o dal momento di avvenuta notifica al destinatario.

1. Regolamento: art.288 co.2 TFUE —> il regolamento ha portata generale, cioè si rivolge non a

un numero limitato di destinati ma a una o più categorie di destinatari determinati nel loro

complesso e in maniera astratta. Il regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi: uno

stato non può applicare in modo incompleto un regolamento ma vi si deve conformare in

maniera rigorosa poiché questo non lascia alcun margine di discrezionalità. È possibile

giustificare un intervento normativo degli stati solo quando è necessario per poter attuare i

regolamenti senza che le misure prese a livello nazionale si sostituiscano alle norme del

regolamento (l’intervento normativo non va ad aggiungere o modificare nulla al regolamento

ma è necessario per l’attuazione/applicazione del regolamento). Il regolamento è direttamente

applicabile in ciascuno degli stati membri dal momento della sua entrata in vigore; non è

quindi necessario alcun atto di ricezione nel proprio ordinamento.

2. Direttive: le direttive hanno la caratteristica di vincolare lo Stato membro al raggiungimento di

un determinato risultato, lasciando tuttavia libero lo Stato di scegliere lo strumento più

opportuno per il raggiungimento di quel risultato. A differenza dei regolamenti, pertanto, le

direttive non sono immediatamente applicabili in tutti gli Stati, poiché normalmente

necessitano di un atto di recepimento da parte dello Stato destinatario. E da rilevare, tuttavia,

che la giurisprudenza della Corte di Giustizia ha distinto le direttive che contengono solo

obbiettivi da raggiungere (che debbono essere necessariamente recepite prima di acquisire

efficacia all'interno dell'ordinamento), dalle direttive c.d. dettagliate. Queste ultime, contenendo

norme sufficientemente precise ed incondizionate, sarebbero direttamente applicabili una volta

scaduto il termine per lo Stato per la loro attuazione. La direttiva dettagliata, pertanto, appare

assai simile nella struttura e negli effetti ad un regolamento.

3. Decisioni: sono strumenti di applicazione di previsioni normative astratte contenute nei Trattati

o in altri atti dell’Unione (es. regolamenti, direttive…). Possono avere portata generale,

individuale o indefinita. Se si rivolgono a destinatari precisi e predeterminati saranno

obbligatorie sono nei confronti di questi. 21

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Altri atti normativi tipici:

Raccomandazioni e pareri sono atti non vincolanti.

4. Raccomandazioni: strumenti utilizzati per indirizzare agli stati membri o ad altri soggetti norme

di comportamento di carattere non vincolante e perlopiù utilizzate dal Consiglio e dalla

Commissione. (Sono atti non vincolanti, cioè non fanno sorgere nei destinatari diritto o obblighi,

siccome hanno principalmente una funzione di indirizzo). La Corte di giustizia ammette in via

generale che i giudici nazionali per la soluzione delle controversie considerino le

raccomandazioni.

5. Pareri: strumenti attraverso i quali un’istituzione fa conoscere la sua posizione o la sua

valutazione su una determinata questione o su di un determinato atto. Vi sono alcuni pareri che

in conseguenza della loro funzione o per espressa previsione di una norma del Trattato, sono

produttivi di effetti giuridici significativi e addirittura possono precludere l’attività di un’altra

istituzione (es. se un’istituzione richiude un parere ad un’altra istituzione dell’Unione per

l’adozione di un determinato atto e l’istituzione esprime un parere negativo, l’atto viene

precluso, non può essere adottato).

Atti normativi atipici:

Rientrano tra gli atti atipici conclusioni e le risoluzioni del Consiglio con le quali preannuncia le

possibili linee di sviluppo di una successiva attività dell’Unione oppure fissa la sua posizione

rispetto ad una questione particolarmente delicata o controversa di interpretazione del diritto

dell’Unione. Ci sono poi comunicazioni, orientamenti o linee direttrici della Commissione

utilizzate per esplicitare ai soggetti interessati il proprio modo di interpretare una sua competenza e

di indicare le modalità con le quali intende esercitarla. Si aggiungono agli atti atipici gli accordi

interistituzionali che servono a definire le modalità di una reciproca collaborazione tra le

istituzioni in settori delle loro relazioni.

IL PROCESSO DECISIONALE:

Il processo che porta all’adozione di uno degli atti previsti dai Trattati vede la partecipazione di più

istituzioni o organi. Le modalità e le istituzioni o organi di volta in volta coinvolte non sono sempre

le stesse ma dipendono dal contenuto dell’atto da adottare. È la norma dei Trattati che attribuisce

la competenza a regolare una certa materia a stabilire come e quali istituzioni devono intervenire

nel processo decisionale.

Nonostante le diverse combinazioni di istituzioni che intervengono nei processi decisionali, il

Consiglio rimane pur sempre al centro, quasi tutti gli atti per la loro emanazione richiedono

l’intervento del Consiglio, sia nei casi in cui il suo compito sia quello di adottare l’atto finale, sia

quando deve limitarsi ad approvare decisioni che spettano ad altri istituti. Il potere decisionale del

Consiglio è pur sempre bilanciato dalla partecipazione, alla presa di decisione, di istituzioni e

organi espressivi di interessi diversi da quelli dei governi.

Le procedure normative dell’Unione. Le procedure legislative:

Le procedure attraverso cui si arriva all’adozione di un atto sono numerose; le procedure principali

sono considerate quelle accomunate dalla caratteristica di sfociare in una decisione finale

(esclusiva o meno) del Consiglio.

Alle procedure principali se ne aggiungono altre, sempre finalizzate all’adozione di atti normativi,

che si incentrano sul potere decisionale di altre istituzioni. Es. La BCE ha la competenza ad

emanare regolanti e decisioni nel quadro dell’Unione economica e monetaria, come stabilito

dall’art.132 TFUE.

Sono definiti principali i procedimenti che sfociano in una decisione finale del Consiglio,

procedimenti attraverso i quali vengono adottate le discipline di base dei vari settori di competenza

dell’Unione. 22

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Il principale punto di equilibrio di questi diversi procedimenti legislativi (diversi in quanto a seconda

del contenuto dell’atto da adottare intervengono nel processo differenti istituzioni e organi e con

differenti modalità) è quello tra le tre istituzioni “politiche” che intervengo sempre in questi

procedimenti:

- il Consiglio: organi rappresentativo degli stati membri,

- il Parlamento europeo: organi rappresentativo dei cittadini dell’Unione;

- la Commissione: organo rappresentativo dell’interesse generale dell’Unione.

L’equilibrio tra le tre istituzioni rappresenta l’equilibrio tra interesse generale dell’Unione e interessi

particolari degli stati nella formazione degli atti normativi.

Originariamente, il Trattato di Roma del 1957 attribuiva al Parlamento un ruolo consultivo

• nell’ambito del processo legislativo, poteva cioè solo formulare un parere sulle proposte

presentate dalla Commissione. Il Trattato attribuiva invece alla Commissione il compito di

proporre la legislazione che veniva poi adottata dal Consiglio —> istituzione titolare del potere

decisionale.

L'Atto unico europeo (1986) e i trattati di Maastricht, Amsterdam, Nizza e Lisbona hanno

progressivamente ampliato le prerogative del Parlamento.

Nel 1986, l’Atto Unico Europeo (AUE) ha introdotto la c.d. procedura di cooperazione: dopo un

• primo parere sulla proposta della Commissione, il Parlamento era chiamato ad esprimerne un

secondo sulla posizione successivamente formulata dal Consiglio sulla proposta. Questo

secondo parere condizionava l’adozione finale dell’atto da parte del Consiglio. Quest’ultimo infatti

poteva adottarlo a maggioranza qualificata se il parere del Parlamento era favorevole, altrimenti

l’adozione dell’atto richiedeva l’unanimità del Consiglio.

Il Trattato di Maastricht ha introdotto la c.d. procedura di codecisione, facendo venire

• progressivamente meno la funzione della procedura di cooperazione fino alla sua scomparsa

con il Trattato di Lisbona. (I Trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona che sono intervenuti

successivamente hanno apportato alcune modifiche alla procedura di codecisione). Il Processo

di codecisione porta ad una sostanziale equiparazione di ruoli tra Parlamento europeo e

Consiglio all’interno del processo decisionale grazie alla previsione che non si ha adozione

dell’atto senza accordo tra le due istituzioni.

La procedura di codecisione è diventata la “procedura legislativa ordinaria” adottata nella

stragrande maggioranza dei casi; mentre l’adozione di un atto da parte del Parlamento con la

partecipazione del Consiglio o viceversa, (consultazione), costituisce una “procedura legislativa

speciale”.

L’applicabilità nel caso concreto di una o dell’altra procedura dipende dal contenuto dell’atto da

adottare: è la norma giuridica contenuta nei Trattati a designare, in base alla materia da regolare,

la procedura decisionale da adottare. Spetta a chi propone l’atto individuare la base giuridica

(l’articolo dei trattati che fonda la competenza a regolare una certa materia) e la procedura da

seguire.

La scelta non è libera, non dipende da una valutazione soggettiva delle istituzioni circa il fine

perseguito, ma, secondo la Corte di giustizia, la scelta va operata sulla base di criteri oggettivi,

suscettibili di sindacato giurisdizionale, tra i quali: lo scopo e il contenuto dell’atto.

Il potere di iniziativa:

Il potere di iniziativa spetta di regola alla Commissione, tranne nel settore della PESC, dove è

interamente competente l’Alto rappresentanza per la politica estera e la sicurezza.

Anche al di fuori di questo specifico caso, il potere di iniziativa attribuito dai Trattati alla

Commissione non è esclusivo: l’art.17 TUE la identifica come titolare principale di quel potere,

sottolineando però che un atto legislativo può essere adottato solo su proposta della Commissione

a meno che i Trattati non dispongano diversamente. Gli altri atti dell’Unione (quelli non legislativi),

possono essere adottati su proposta della Commissione se i Trattati lo prevedono. 23

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

1. Per quanto riguarda la procedura decisionale (ordinaria o speciale) che porta all’adozione di

atti legislativi, il potere di iniziativa spetta alla Commissione anche se nella base giuridica non

viene specificato nulla con riguardo all’autore della proposta. L’art.289 par.4 TFUE enumera i

soggetti e le istituzioni che possono esercitare il potere di iniziativa legislativa (es. di un gruppo

di stati membri, del Parlamento europeo…) —> concretamente questa possibilità dipende dalla

designazione specifica di uno di questi come titolare del potere di iniziativa legislativa

all’interno degli articoli dei Trattati che stabiliscono, a seconda della materia, la procedura, le

modalità e i soggetti che devono partecipare al processo decisionale.

2. Nel caso di atti non legislativi, l’autore della proposta deve essere puntualmente indicato nella

base giuridica dell’atto. Il silenzio di questa comporta che l’atto debba essere adottato su

iniziativa della stessa istituzione competente ad adottarlo.

In entrambi i casi le ipotesi in cui il potere di iniziativa è attribuito a istituzioni o soggetti diversi dalla

Commissione sono rare, limitate a specifici atti.

In tutti i casi in cui il potere di iniziativa viene attribuito alla Commissione, il processo decisionale

non può essere avviato in mancanza di una proposta della Commissione. Il TFUE ha previsto che

il Parlamento europeo possa chiedere alla Commissione di presentare una proposta; analoga

possibilità è data al Consiglio. Anche nel caso di richiesta da parte del Parlamento e del Consiglio

alla Commissione di presentare una proposta, la Commissione non è tenuta a farlo ma deve

perlomeno fornire all’autore della richiesta le motivazione della sua eventuale decisione di non

accoglierla. Normalmente la Commissione, quando il Consiglio o il Parlamento le chiedono

presentare una proposta, da seguito alla richiesta.

Il Trattato di Lisbona (art.11 par.4 TUE) prevede la possibilità che la richiesta alla Commissione di

presentare una proposta può venire anche da un gruppo di cittadini dell’Unione (almeno un

milione). Le procedure e le condizioni per la presentazione di questa “iniziativa dei cittadini” sono

state stabilite, come richiesto dal predetto articolo, da un regolamento del Parlamento europeo e

del Consiglio adottato il 16 febbraio 2011. Il regolamento fissa la soglia minima dei firmatari di una

iniziativa dei cittadini in un milione di cittadini di stati membri, proveniente da almeno un quarto

degli stessi e in possesso dell’età minima per l’esercizio dell’elettorato attivo al Parlamento

europeo, e prevede un duplice filtro della Commissione consistente in:

- una prima verifica del rispetto delle condizioni legali di presentazione dell’iniziativa (non deve

esulare manifestamente dalla competenza della Commissione di presentare una proposta di

atto legislativo dell’Unione, non deve essere manifestamente futile ne contraria ai valori

dell’Unione), che può portare al rigetto della stessa, e

- in una seconda valutazione concernente il merito della richiesta, da cui può conseguire la

decisione della Commissione, da motivare, di non dare corso all’iniziativa.

Sia il rigetto della richiesta che la decisone di non dare corso all’iniziativa, possono essere oggetto

di un ricorso davanti al Tribunale dell’Unione.

La proposta della Commissione, salvo in alcuni specifici casi, non può essere modificata dal

Consiglio se non all’unanimità, e anche in questo caso gli eventuali emendamenti devono

mantenere l’atto da adottare nell’ambito sostanziale definito dalla Commissione, a pena di dover

considerare l’atto del Consiglio non fondato su una proposta di questa.

La proposta può essere modificata invece dalla Commissione fino a quando l’atto non viene

adottato.

Le singole procedure: (procedure normative principali)

a) La procedura di consultazione:

Si tratta di una procedura legislativa speciale che prevede l’adozione di un atto del Consiglio sulla

base di una mera consultazione del Parlamento europeo (la c.d. procedura di consultazione).

Una volta che la Commissione abbia presentato una proposta, spetta al Consiglio adottare l’atto,

dopo aver richiesto il parere del Parlamento su quella proposta. Il parere che il Parlamento è

chiamato a formulare è obbligatorio ma, salvo casi particolari, non vincolante: il Consiglio può

discostarsene ma se non lo richiede l’atto sarà invalido per violazione delle forme sostanziali. 24

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

L’obbligo non si esaurisce con la richiesta del parere, il Consiglio è tenuto ad attenderne la

pronuncia da parte del Parlamento prima di deliberare. A differenza della consultazione di altri

organi, non è previsto un termine preciso entro il quale il Parlamento debba dare il suo parere. Ciò

non significa che il Parlamento possa astenersi dal formulare il parere per impedire l’adozione di

un atto a lui non gradito: in questa ipotesi il Parlamento violerebbe il principio di leale

collaborazione tra le istituzioni; il Consiglio potrà quindi procedere ad adottare l’atto senza

attendere oltre il parere.

Il Consiglio, nell’ambito della procedure di consultazione, vota a unanimità o a maggioranza

qualificata e, solo in casi del tutto eccezionali, vota a maggioranza semplice.

b) La procedura legislativa ordinaria:

La procedura legislativa ordinaria prevede che il Parlamento non sia chiamato ad esprimere un

parere ma ad adottare, al pari del Consiglio, una “posizione in prima lettura”. Per primo il

Parlamento deve adottare la propria posizione in prima lettura e trasmetterla al Consiglio. Se

questo approva la posizione del Parlamento, l’atto viene adottato nella formulazione che

corrisponde a tale posizione, anche se si discosta dalla proposta della Commissione. Se invece il

Consiglio non concorda con la posizione del Parlamento, adotterà a sua volta una posizione in

prima lettura e la trasmetterà al Parlamento, dando cosi inizio alla seconda fase (alla seconda

lettura) del procedimento. Ciò può avvenire anche nel caso in cui il Consiglio non condivida la

proposta della Commissione pur approvata dal Parlamento.

Il Parlamento ha 3 mesi per pronunciarsi e a seconda della sua valutazione della posizione di

prima lettura del Consiglio si produrranno 3 diversi scenari:

1. Approvazione esplicita o implicita (per mancata pronuncia del Parlamento entro la scadenza

prescritta): l’atto si considera definitivamente adottato.

2. Bocciatura (a maggioranza dei membri del Parlamento): l’atto si considera definitivamente non

adottato.

Questi scenari pongono fine al procedimento.

3. Il Parlamento, a maggioranza dei suoi membri, può proporre emendamenti alla posizione del

Consiglio. Su questi emendamenti la Commissione è chiamata a formulare un suo parere ed

entro altri 3 mesi, il Consiglio potrà approvare a maggioranza qualificata tutti gli emendamenti

parlamentari (all’unanimità se si tratta di emendamenti che hanno avuto parere contrario della

Commissione) e adottare l’atto. Nel caso in cui non approvi gli emendamenti parlamentari

dovrà convocare entro 6 settimane, d’intesa con il Parlamento, un comitato di conciliazione

composto dai membri del Consiglio (o dai loro rappresentanti) e da altrettanti rappresentanti

del Parlamento, al quale partecipa anche la Commissione.

Il Comitato di conciliazione ha il compito di trovare, sulla base delle posizioni del Parlamento e del

Consiglio espressi in seconda lettura, entro 6 settimane, un accordo su un progetto comune che

possa dare luogo, entro altrettante settimane, all’adozione dell’atto da parte del Consiglio (a

maggioranza qualificata) e del Parlamento (a maggioranza dei voti espressi). —> terza lettura. In

caso di mancato accordo l’atto in questione si considera non adottato.

c) La procedura di approvazione: (ex procedura del parere conforme)

Si tratta di un’altra procedura legislativa speciale simile a quella di consultazione. Prevede che non

solo sia necessario il parere del Parlamento europeo affinché il Consiglio possa adottare l’atto, ma

anche che il parere debba essere positivo. Un parere negativo del Parlamento o la sua mancanza

impediscono l’adozione dell’atto.

Attribuendo un diritto di veto al Parlamento, la procedura di approvazione mette sullo stesso piano

la volontà di questo e del Consiglio rispetto la decisione finale circa l’adozione di determinati atti.

Questa procedura di distingue tuttavia da quella ordinaria in quanto l’approvazione o meno del

Parlamento interviene su un atto già definito, mentre nella procedura ordinaria il Parlamento

concorre con il Consiglio alla definizione del contenuto dell’atto. 25

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Le procedure basate sulla delega di competenze normative e di esecuzione:

Una parte dell’attività normativa è assicurata anche dall’esercizio diretto di poteri decisionali da

parte della Commissione. Solo raramente questo potere le è attribuito dai Trattati, il più delle volte

è direttamente il legislatore (il Consiglio o, nella procedure legislativa ordinaria il Consiglio e il

Parlamento) ad attribuire alla Commissione tali poteri.

Prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, questa possibilità riguardava unicamente il

potere di esecuzione della Commissione. Il Trattato di Lisbona ha modificato la portata della

competenza di esecuzione della Commissione distinguendo tra:

- delega alla stessa Commissione di veri e propri poteri normativi: l’art.290 TFUE prevede che un

atto legislativo possa delegare alla Commissione il potere di adottare atti non legislativi di

portata generale destinati a completare o modificare elementi non essenziali dell’atto legislativo.

- esercizio di meri poteri di esecuzione: l’art.291 TFUE stabilisce che laddove vi sia la necessità di

condizioni uniformi di esecuzione a livello europeo di atti giuridicamente vincolanti, questi

conferiscono competenze di esecuzione alla Commissione.

a) La procedura di delega legislativa:

Il legislatore dell’Unione nel momento in cui adotta un atto legislativo, può delegare con quello

stesso atto alla Commissione il potere di adottare a sua volta atti non legislativi di portata generale

che completino o modifichino elementi non essenziali di quell’atto legislativo. L’atto legislativa

adottato dal legislatore dell’Unione viene definito “atto di base”, mentre quelli successivamente

adottati dalla Commissione è un “atto delegato”.

L’art.290 TFUE richiede che l’atto di base delimiti esplicitamente gli obiettivi, il contenuto, la portata

e la durata della delega.

b) La procedura di adozione di atti di esecuzione:

L’art.291 TFUE attribuisce la competenza a prendere a livello dell’Unione misure uniformi di

esecuzione di atti giuridicamente vincolanti, adottati o meno dalle istituzioni della base di una

procedura legislativa, alla Commissione.

La competenza di esecuzione spetta in linea generale alla Commissione, con la sola eccezione

della PESC, dove quella competenza spetta al Consiglio.

L’esercizio in concreto della competenza della Commissione o del Consiglio richiede di essere

attivato da un atto del Consiglio o del Consiglio e del Parlamento. L’attribuzione della competenza

di esecuzione è fatta dallo stesso atto della cui esecuzione si tratta, al quale spetta anche definire

le modalità che la Commissione o il Consiglio devono seguire nell’esercitare la competenza

attribuita.

Deve essere qui preventivamente adottato un regolamento secondo la procedura legislativa

ordinaria, che fissi le regole e i principi relativi alle modalità con cui gli stati membri possono

esercitare un controllo sull’operato della Commissione.

Il regolamento con cui il Parlamento e il Consiglio hanno adottato le regole e i principi generali è il

Regolamento (UE) n.182/2011. 26

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

L'efficacia delle norme U.E. all'interno degli Stati membri: la natura sui generis del Trattato

secondo la Corte di Giustizia:

Regolamenti e direttive dell'Unione Europea hanno forza all'interno degli Stati membri dell'Unione.

La determinazione di quale sia la forza di queste fonti è stato frutto di un lungo processo, nel quale

la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha fatto spesso da "apripista" nei confronti di principi poi

recepiti anche dalla Corte costituzionale.

Il punto di partenza per giustificare la forza particolare del diritto europeo è stato la natura de

Trattato, ritenuta differente rispetto agli altri trattati internazionali. Mentre infatti i trattati

internazionali pongono diritti ed obblighi solo tra gli Stati, nel Trattato comunitario sono i cittadini ad

essere soggetti di diritti e di doveri di fronte alla comunità. È quindi l'attribuzione di soggettività

europea all'individuo che distingue il Trattato dell’Unione Europea dagli altri trattati internazionali,

dove invece la soggettività giuridica è saldamente incardinata sugli Stati.

Da questa "atipicità" di natura costituzionale derivano, come logiche conseguenze, gli effetti che la

Corte di Giustizia ha desunto in ordine alla forza delle norme dell'Unione Europea all'intero degli

ordinamenti degli Stati membri. Se infatti l'Unione Europea costituisce un ordinamento giuridico di

nuovo genere nel campo del diritto internazionale, rispetto al quale gli Stati aderenti hanno

acconsentito a cessioni di sovranità, e tale ordinamento riconosce come soggetti non solo gli Stati

ma anche i cittadini, che sono titolari di diritti conseguenti all’adesione all’Unione Europea,

consegue che le norme comunitarie dovranno essere sia direttamente applicabili negli Stati

membri, sia superiori rispetto alle fonti interne. Diversamente l'attuazione del diritto comunitario

sarebbe dipendente dalla volontà degli Stati, ma ciò è appunto contrario alla natura particolare del

Trattato dell'Unione.

L'efficacia delle norme U.E. all'interno degli Stati membri: l'effetto diretto:

La prima conseguenza della natura particolare del Trattato dell'Unione Europea è dunque l'effetto

diretto delle norme comunitarie. Ciò significa che, in linea di principio, a qualunque norma emanata

dall'Unione Europea è attribuita la capacità di produrre effetti giuridici diretti negli ordinamenti degli

Stati membri a prescindere da atti di recezione di diritto interno.

Non tutte le norme comunitarie, tuttavia, possono avere effetto diretto. Come rilevato dalla Corte di

Giustizia nel 1976 per avere effetto diretto le norme debbono essere precise e sufficientemente

incondizionate. Infatti se la norma non è sufficientemente precisa ed incondizionata, essa non è

applicabile, quindi non azionabile in sede di giudizio, e quindi non può avere un effetto diretto.

I regolamenti comunitari contengono norme obbligatorie e sono direttamente applicabili senza

necessità di recepimento da parte dello Stato membro. Il principio dell'effetto diretto è, nel caso del

regolamento, connaturato alla forma dell'atto.

Le direttive invece, come si ricorderà, vincolano lo Stato membro per quanto riguarda il risultato da

raggiungere, fermo restando la competenza degli organi nazionali in ordine alla forma e ai mezzi

per raggiungere il risultato. Le direttive quindi necessitano di essere recepite con un atto dello

Stato e dunque non sono dotate, normalmente, dell'effetto diretto.

Applicando il principio generale la Corte di Giustizia ha tuttavia riconosciuto che anche le direttive

possono essere direttamente applicabili quando contengono norme precise e sufficientemente

incondizionate. Non è infatti ammissibile che lo Stato possa avvantaggiarsi da un suo

inadempimento, per negare ai singoli diritti che la direttiva gli aveva imposto di rendere effettivi. In

tal caso l'effetto diretto è comunque subordinato al decorso del termine per il recepimento della

medesima da parte dello Stato (c.d. estoppel clause).

L'efficacia delle norme U.E. all'interno degli Stati membri: il principio del primato del diritto europeo:

L'effetto diretto delle norme della U.E., tuttavia, potrebbe non essere sufficiente ad assicurare i

diritti comunitari agli individui, se non fosse assistito da un altro principio: il primato del diritto

comunitario rispetto al diritto degli Stati membri.

Ancora una volta il principio del primato del diritto europeo costituisce una conseguenza implicita

della natura particolare del Trattato del- l'Unione e del principio dell'effetto diretto. Sarebbe infatti

contraddittorio affermare che vi è stata una cessione di sovranità da parte degli Stati ad un

ordinamento sovranazionale; che questo ordinamento emana norme che hanno efficacia diretta

negli Stati allo scopo di assicurare i diritti comunitari agli individui; che tuttavia, ed infine, queste

norme sono liberamente modificabili da parte degli Stati. 27

Diritto dell’Unione europea

Gloria Lorini

Se le norme fossero liberamente modificabili dagli Stati, infatti, alla fine non vi sarebbe stata alcuna

cessione di sovranità e la stessa teoria dell'effetto diretto non potrebbe raggiungere il proprio

scopo. Il principio del primato del diritto europeo sul diritto degli Stati membri costituiva dunque un

corollario necessario per assicurare il corretto adempimento da parte degli Stati degli impegni

assunti con il Trattato.

La Corte di Giustizia ha sviluppato il principio del primato in due fondamentali sentenze. La

sentenza Costa v. Enel (del 1964) e la successiva, più elaborata sentenza c.d. Simmenthal (del

1978). Nella prima la Corte afferma che atti interni contrastanti con il diritto comunitario sarebbero

inefficaci, poiché con la adesione al Trattato si è verificata una limitazione della sovranità degli

Stati nelle materie attribuite al diritto comunitario. Nella seconda la Corte esplicita che le norme

comunitarie fanno parte integrante con rango superiore rispetto alle norme interne,

dell'ordinamento giuridico interno.

Il passo in avanti effettuato dalla Corte con questa seconda sentenza è stato notevole (forse sin

troppo per il momento). In queste sole tre righe si nasconde infatti una nuova costruzione giuridica:

le norme comunitarie fanno parte integrante degli ordinamenti giuridici dei singoli Stati membri e

hanno efficacia gerarchica superiore. Secondo la Corte dunque ordinamento comunitario e

ordinamento in- terno non costituirebbero due ordinamenti separati (secondo la dottrina dualista

che da sempre informa i rapporti tra diritto interno e diritto internazionale) ma il diritto comunitario

costituirebbe parte integrante del diritto interno degli Stati membri (teoria monistica che sottintende

l'esistenza di un unico ordinamento). Ed inoltre, e ad ulteriore conferma della tesi monistica, la

norma comunitaria sarebbe gerarchicamente superiore rispetto alle norme prodotte dagli

ordinamenti degli Stati membri.

Anche questa affermazione costituisce un ulteriore avallo circa la tesi della Corte di Giustizia

sull'unitarietà dell'ordinamento (comunitario ed interno). Il principio di gerarchia si applica infatti in

relazione a fonti di uno stesso ordinamento e non rispetto a fonti di provenienza da ordinamento

distinti (rispetto alle quali si applica, invece, il diverso principio di competenza). Da ciò deriva,

secondo la Corte, che qualsiasi giudice nazionale, adito nell'ambito della sua competenza, ha

l’obbligo di applicare integralmente il diritto comunitario e di tutelare i diritti che questo attribuisce ai

singoli, disapplicando le disposizioni eventualmente contrastanti della legge interna, sia anteriore

sia successiva alla norma comunitaria, senza doverne chiedere o attenderne la previa rimozione in

via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

Secondo la Corte di Giustizia, dunque, il primato del diritto comunitario deve avere un effetto

pratico immediato; la disapplicazione delle fonti contrastanti con le norme comunitarie in quanto

invalide. E tale disapplicazione può essere effettuata da parte di qualsiasi giudice nazionale.

Il cammino comunitario della Corte costituzionale italiana:

Mentre sin dalle prime sentenze la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha affermato la natura

particolare del Trattato e i conseguenti effetti sulle fonti derivate (primato ed effetto diretto), il

cammino della Corte costituzionale italiana è stato inizialmente più lento. Nella prima fase, co- me

vedremo, le posizioni della Corte costituzionale sui rapporti tra diritto comunitario e diritto interno

sono addirittura antitetiche rispetto a quelle assunte dalla Corte di Giustizia. Progressivamente

tuttavia la Corte costituzionale, con le sue sentenze, è divenuta un artefice fondamentale del

processo di integrazione europea. È curioso osservare che l'inizio del percorso comunitario della

Corte costituzionale nasce dalla stessa vicenda che aveva dato origine alla sentenza della Corte di

Giustizia in Costa v. Enel: la legge di nazionalizzazione dell'energia elettrica disposta nel 1962.

La sentenza della Corte costituzionale (Corte cost. n. 14 del 1964) è di qualche mese antecedente

la sentenza della Corte di giustizia che tratta del medesimo tema. Tuttavia le soluzioni non

potrebbero essere più distanti: la Corte costituzionale considera il Trattato comunitario come tutti i

trattati internazionali. Conseguentemente esso ha la forza della fonte che lo recepisce (la legge) e

dunque è derogabile da leggi posteriori (applicazioni del principio cronologico).

La Corte costituzionale, tuttavia, modificò radicalmente il suo punto di vista circa dieci anni dopo

con la sentenza n. 183 del 1973. Questa sentenza è di particolare importanza perché la Corte, per

la prima volta, riconobbe la superiorità del Trattato comunitario (e dunque contrariamente alla

sentenza del 1964 la natura particolare del Trattato), agganciandolo alla Costituzione italiana ed in

particolare all'art. 11 della Costituzione, che acconsente alla limitazioni di sovranità. 28


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gloria2909 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'unione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Rossi Dal Pozzo Francesco.

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