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dà attuazione alla direttiva comunitaria, lo Stato si comporta come un organo esecutivo della Comunità,

perseguendo obiettivi comuni.

È prassi sempre più diffusa l’uso delle direttive dettagliate (particolareggiate, o self-executing). Queste

ultime si distinguono dalle direttive quadro in quanto il loro contenuto è chiaro e preciso, non richiedendo

una vera e propria attuazione in quanto formulate in modo tale da rivolgersi direttamente ai destinatari

finali. Strutturata in questo modo, la direttiva conserva solamente il nomen iuris, mentre di fatto nasconde

un regolamento o una decisione, a seconda che abbia portata generale o particolare. Dal momento che sono

Stati avanzati più volte dubbi sulla legittimità di tali direttive dettagliate, la Corte si è espressa nel senso

che, quando il Trattato prevede che l’azione della Comunità si esplichi attraverso un atto giuridico ben

determinato, e quest’atto sia nella specie una direttiva, si può ricorrere esclusivamente alle direttive quadro;

quando i trattati invece non indicano con quale tipo di atto giuridico le Comunità debbano perseguire i

propri scopi, in quel caso sarà possibile utilizzare anche una direttiva dettagliata.

La ratio della direttiva è proprio quella di permettere allo Stato di intraprendere un percorso proprio nel

raggiungimento di risultati di interesse comunitario: non a caso, infatti, la direttiva è lo strumento più usato

nell’opera di armonizzazione delle legislazioni.

Alla luce del principio di sussidiarietà, la direttiva è l’atto più usato dal Trattato di Maastricht in poi. Il

principio di sussidiarietà tende a rivalutare il ruolo degli Stati all’interno della Comunità e, con esso, le

caratteristiche e le funzioni della direttiva. Questa è stata la tendenza seguita dal Trattato di Maastricht e

dal Trattato di Amsterdam: preferire la direttiva alle altre forme di atti comunitari, preferisce la direttiva

quadro alla direttiva dettagliata.

Tutti gli atti delle Comunità Europee devono essere motivati. I regolamenti acquistano efficacia dal

momento della pubblicazione. È invalsa la pratica di pubblicare anche le direttive e le decisioni, nonostante

esse acquistino efficacia al momento della notifica.

Accanto agli atti vincolanti esistono anche atti non vincolanti, come le raccomandazioni e i pareri, che in

genere esprimono la posizione di una istituzione su una data materia. Accanto a queste categorie esiste poi

quella degli atti atipici, categoria che ha assunto notevole importanza soprattutto per opera della

Commissione. Atti atipici sono anche i regolamenti interni delle varie istituzioni, anche se essi non

assumono alcuna rilevanza esterna. Atti atipici sono anche i pareri motivati della Commissione, soprattutto

per gli effetti che ne derivano, in quanto in base a tali pareri lo Stato membro può essere deferito alla Corte

di Giustizia. Tra gli atti atipici vanno annoverati anche i programmi generali. Essi sono una sorta di

direttive allargate, che gli Stati possono attuare dilazionandole nel tempo (in genere i programmi hanno

durata quadriennale o quinquennale) in materie come la protezione dell’ambiente, lo smaltimento dei rifiuti,

eccetera.

Uno degli atti atipici a cui si è fatto per molto tempo ricorso è la comunicazione. Essa non è altro che la

presa di posizione della Commissione su una materia, generalmente nella politica degli aiuti e della

concorrenza. La Commissione si è orientata, nel corso degli anni, nell’attribuire alla comunicazione, che è

un atto interno all’istituzione, natura di vero e proprio atto vincolante, configurandone il mancato rispetto

come violazione del diritto comunitario. La Corte di Giustizia si è espressa in merito negando il valore di

atto giuridico vincolante alla comunicazione.

RAPPORTI TRA DIRITTO INTERNO E DIRITTO COMUNITARIO.

La Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha sempre affermato la prevalenza del diritto comunitario

sui diritti nazionali. La Corte Costituzionale ha impiegato molto tempo prima di giungere a conclusioni

simili a quella della Corte di Giustizia delle Comunità Europee. Il problema dei rapporti tra diritto interno e

diritto comunitario si pone soprattutto dal punto di vista del recepimento del diritto comunitario

nell’ordinamento statale, in particolare nel nostro ordinamento. Il Parlamento italiano ha prolungato, a suo

tempo, una legge ordinaria, la “legge comunitaria”, conosciuta anche come legge La Pergola.

Il sistema di recepimento nel diritto interno dei trattati della Comunità europea in nulla differisce dagli altri

trattati. Il recepimento avviene attraverso l’ordine di esecuzione che si accompagna alla ratifica, secondo la

procedura descritta dalla Costituzione. Incaricato della ratifica è il governo che, nelle materie elencate

nell’articolo 80 della Costituzione, deve ottenere l’autorizzazione del Parlamento. La caratteristica

determinante dei trattati delle Comunità Europee consiste nell’aver essi modificato la natura dei poteri

sovrani dello Stato, a livello costituzionale. Lo Stato italiano ha emesso l’ordine di esecuzione dei trattati

delle Comunità Europee con legge ordinaria, nonostante l’importanza e la vastità delle innovazioni in essi

contenute necessitassero l’adozione di questi atti mediante legge costituzionale. Questa scelta ha sortito

l’effetto di attribuire rango di legge ordinaria ai trattati delle Comunità Europee, permettendo a qualsiasi

legge successiva del Parlamento di modificare, abrogare o derogare ai trattati. Sembrerebbe, però, che gli

atti comunitari in tutto e per tutto vincolanti sfuggano a questa situazione anomala. Il realtà non è così.

Affinché il sistema creato dai trattati possa funzionare all’interno degli Stati membri, è necessario

riconoscere ai trattati e alle fonti comunitarie due caratteristiche: l’effetto diretto e il primato. Il concetto

di effetto diretto implica che le norme comunitarie, in generale, sono idonee a creare diritti e obblighi in

capo ai cittadini degli Stati membri, ma sottintende anche che i cittadini degli Stati membri possono far

valere queste loro situazioni giuridiche direttamente di fronte ai giudici nazionali. Queste norme, vincolanti

e direttamente applicabili, si sostituiscono al diritto nazionale. Nelle fattispecie disciplinate dal diritto

comunitario, la norma interna “si ritrae”. Ciò accade esclusivamente nel caso di norme direttamente

applicabili, anche se la Corte di Giustizia ha riconosciuto effetto diretto anche alle direttive quadro quando

esse incorrano in mancata, non corretta, non tempestiva esecuzione. L’effetto diretto delle direttive ha

natura verticale, ovvero può essere fatta valere solo nei confronti dello Stato membro, in quanto obbligato a

recepirle. Alle fonti comunitarie è inoltre riconosciuto un primato, ovvero la capacità di prevalere sulle

norme interne. La maggioranza dei problemi sorti è stata determinata dall’errore di aver recepito i trattati

delle Comunità Europee con legge ordinaria.

I primi rilievi sono stati segnalati di fronte alla Corte Costituzionale nel 1964 nella sentenza Costa - ENEL

· (cd. prima fase). Nella specie si ravvisava violazione del diritto comunitario da parte della legge italiana

sulla nazionalizzazione dell’ENEL, che creava un monopolio nel settore dell’energia elettrica. La Corte

ricorse ai concetti di coordinamento e di separatezza tra l’ordinamento comunitario e quello nazionale,

legando la propria interpretazione a questo binomio per moltissimo tempo. Ricorrendo all’articolo 11

della Costituzione, che sancisce che l’Italia, a parità di condizioni con altri Stati, acconsente alle

limitazioni di sovranità, la Corte dichiarò il legame tra tale articolo e i trattati delle Comunità Europee.

Nonostante ciò non giunse a riconoscere alle fonti comunitarie un valore superiore alla legge ordinaria.

· Nove anni dopo la sentenza Costa - ENEL, nel 1973, si apre una nuova fase con la sentenza Frontini. La

Corte Costituzionale adotta improvvisamente criteri diametralmente opposti a quelli richiamati nella

sentenza Costa. L’attenzione non è più focalizzata sul rapporto tra trattati e diritto interno, ma piuttosto

sulla coesistenza di atti derivati e norme nazionali. Il punto di diritto nella sentenza Frontini riguarda

appunto l’antinomia tra un regolamento e una norma interna. Per la Corte è pacifico che i trattati

abbiano assunto, mediante l’art. 11 Cost., rango costituzionale. A maggior ragione non è richiesta per

l’adozione dei trattati nessun procedimento di revisione costituzionale, in quanto è possibile beneficiare

dell’apertura concessa dall’articolo 11. Il diritto comunitario prevale sempre e in ogni caso sul diritto

statale e ogni atto interno che interviene a modificare o limitare il diritto comunitario è sostanzialmente

illegittimo. Inoltre la Corte Costituzionale si riserva il giudizio di conformità alla disciplina comunitaria

degli atti di diritto interno.

· Due anni dopo, nel 1975, con la sentenza Industrie Chimiche Italia Meridionale, si affronta nuovamente il

tema dell’incongruenza tra diritto interno e regolamenti comunitari. La Corte ritorna sui suoi passi e

parla di norme precedenti o successive ai regolamenti. I regolamenti comunitari successivi abrogano le

leggi precedenti esclusivamente in base alla regola “posterior derogat priori”, non perché dotati della

caratteristica del primato. Nel caso poi che ad un atto comunitario succeda un atto di diritto interno,

quest’ultimo non può dispiegare la propria efficacia senza violare implicitamente l’articolo 11 della

Costituzione. In questo caso segue un sindacato di costituzionalità. La prevalenza di un atto di diritto

interno su di un atto comunitario costituisce, del resto, anche violazione dell’articolo 189 (effetto

diretto) e dell’articolo 177 del Trattato (competenza del giudice comunitario). La sottrazione dei

regolamenti alla giurisdizione della Corte di Giustizia si realizza anche nella prassi, invalsa nel nostro

paese, di recepire i regolamenti con legge dello Stato.

· Nel giugno del 1984 abbiamo la quarta fase, contraddistinta dalla sentenza Granital (C.Cost.8/6/84 n°

170). Anche questa sentenza si apre evocando il famoso binomio coordinazione/separatezza, ma questa

volta la Corte sembra propendere per la separazione degli ordinamenti. La Corte dichiara l’irrilevanza del

dato cronologico nei rapporti tra fonti comunitarie e fonti statali: il diritto comunitario prevale sempre e in

ogni caso sul diritto statale. Nelle fattispecie che il diritto comunitario interviene a disciplinare, la norma

interna si ritrae, viene schermata dalla normativa comunitaria. Al giudice ordinario e al giudice speciale è

affidato il compito della corretta applicazione. In virtù del primato e dell’effetto diretto, non è necessario il

sindacato di costituzionalità, se non in due casi:

1. nell’evenienza in cui un atto del diritto comunitario intendesse inserire nel nostro ordinamento delle norme

incompatibili con i principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, sia a livello esplicito che implicito;

2. nel caso in cui un profondo cambiamento dell’assetto costituzionale e istituzionale dello Stato non rivelasse

l’opportunità di verificare che i contenuti dell’atto (e con esso l’intera architettura comunitaria) siano

compatibili con il nuovo regime.

Analizzando la giurisprudenza della corte, possiamo individuare nell’espressione “atti vincolanti”:

regolamenti, direttive dettagliate, sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

Nel 1989 il Consiglio di Stato riprende la sentenza della Corte Costituzionale del 1984 e dichiara

l’estensione dei suoi effetti anche alla pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione, e

l’esecutivo in generale, sono chiamati all’osservanza e al rispetto del diritto comunitario.

· Nel 1995, a più di dieci anni dalla sentenza Granital, la Corte Costituzionale si è espressa di nuovo e la

dottrina ha voluto individuare, peraltro con alcune incertezze, una quinta fase.

La corte ha distinto tra ricorsi in via principale e ricorsi in via incidentale, attribuendo a ognuno una soluzione

diversa. La corte ha riconosciuto che, allorquando essa è avocata in via diretta, è giudice della controversia.

In tal caso sarà la sentenza, peraltro definitiva, della Corte Costituzionale a tener conto della prevalenza del

diritto comunitario sul diritto statale. Nel caso del giudizio in via incidentale, in cui la Corte Costituzionale

non è giudice della controversia, dovrà essere il giudice ordinario e speciale a disapplicare l’atto interno.

Anche l’effetto di queste sentenze è diverso, in quanto mediante la Corte Costituzionale, l’atto di diritto

interno verrà caducato; la sentenza del giudice ordinario o del giudice speciale porterà alla disapplicazione.

Con la dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale, con il giudizio in via diretta, si

ammette come parametro di costituzionalità della legge ordinaria una norma di diritto comunitario,

attraverso il canale dell’articolo 11 della Costituzione.

Nel caso del ricorso incidentale, la corte ha negato la propria competenza, affidando al giudice ordinario o al

giudice speciale la disapplicazione del diritto interno, ovvero quell’effetto di “schermatura” di cui abbiamo

parlato. Nel caso in cui l’atto comunitario prevalente su una norma di diritto interno venisse a mancare,

quest’ultima riacquisterebbe il proprio vigore.

Abbiamo visto come le direttive dettagliate possano essere considerate come atti vincolanti. Diverso è il

problema per le direttive quadro. La forza delle direttive risiede nel rispetto dei termini da esse prefissati, ma

non sempre gli stati destinatari si conformano al loro contenuto nei tempi previsti.

A disciplinare questa difficile situazione è intervenuta la legge La Pergola, con la quale è stato introdotto un

meccanismo, definito “legge comunitaria”, mediante il quale è possibile evitare i ritardi nell’applicazione delle

direttive.

La soluzione accolta dalla legge La Pergola è la seguente: entro il 31 gennaio di ogni anno si procede, presso

ogni amministrazione, ad una verifica di tutte le direttive che nel corso dell’anno precedente dovevano essere

recepite. Dopo questa fase di ricognizione, viene presentata in Parlamento, entro il 1 marzo, una proposta di

legge definita appunto legge comunitaria che consiste in un elenco di tutte le direttive che nel corso dell’anno

non sono state recepite.

Un primo elenco contiene tutte le direttive che dovevano essere recepite con legge ordinaria. In questo caso la

legge comunitaria svolge anche una funzione attuativa nei confronti di tali direttive.

Un secondo elenco contiene tutte le direttive da recepire con decreto, ed è corredato dalla delega al governo

all’emanazione degli atti necessari. Questo è un settore molto importante della legge comunitaria, perché la

gran parte delle direttive ha natura tecnica, in quanto riguarda soprattutto l’armonizzazione delle legislazioni.

Le direttive in tali materie sono recepite con regolamenti amministrativi. La legge La Pergola è importante

anche perché ha disciplinato i rapporti tra stato e regioni nelle materie comunitarie. L’articolo 117 della nostra

costituzione ha attribuito alla potestà legislativa regionale una serie di materie, le quali sono anche oggetto di

competenza comunitaria. La legge La Pergola ha rispettato le normali procedure previste dalla costituzione,

specificando che le regioni a statuto ordinario attenderanno la legge comunitaria che indicherà i principi e i

termini secondo i quali legiferare, mentre le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e

Bolzano potranno legiferare in materia senza attendere la legge comunitaria. Qualora una regione non adempia

ai suoi obblighi di recepimento delle direttive, lo stato può subentrare nelle competenze legislative regionali, in

quanto è dal punto di vista internazionale responsabile degli obblighi contratti dalle regioni. La legge La

Pergola ha anche ridisegnato i rapporti tra Parlamento nazionale e Parlamento europeo. Il Parlamento, infatti,

è ben informato della fase discendente, ovvero dell’attuazione della norma comunitaria, ma poco informato

della fase ascendente, ovvero della sua formazione. La legge La Pergola prevede una maggiore informazione al

Parlamento di quanto avviene all’interno delle istituzioni comunitarie, con particolare riguardo al periodo in

cui l’Italia detiene la presidenza del Consiglio.

LA CORTE DI GIUSTIZIA.

La Corte di Giustizia è uno degli elementi caratterizzanti delle Comunità Europee, in quanto, a differenza di

tutte le altre comunità di diritto internazionale, essa esercita una giurisdizione necessaria, nei limiti del

principio di attribuzione, che ha natura ben diversa rispetto al compromesso arbitrale, istituto di diritto

internazionale al quale ricorrono spesso gli stati per la risoluzione delle controversie. La Corte di Giustizia

esercita un controllo diretto e un controllo indiretto.

Il controllo diretto si esplica sulla legittimità degli atti comunitari, sulle omissioni delle istituzioni comunitarie

(ricorso in carenza), sulla responsabilità extracontrattuale delle istituzioni comunitarie e degli agenti

nell’esercizio delle loro funzioni.

La Corte di Giustizia esercita un controllo indiretto ai sensi dell’articolo 177 (rinvio pregiudiziale) che, tra

l’altro, disciplina i rapporti tra i giudici nazionali e la Corte di Giustizia al fine di garantire un’interpretazione

uniforme dei trattati.

La Corte di Giustizia è composta da 15 giudici e 8 avvocati (fino al 2000 saranno 9).

L’avvocato generale ha il compito di preparare le cosiddette “conclusioni”: l’analisi del fatto è svolta alla luce

del diritto comunitario e di solito in tale ricostruzione ne ripercorre l’evoluzione e la crescita. Le conclusioni

dell’avvocato generale, infatti, sono molto importanti per lo studio del diritto delle Comunità Europee. Sia i

giudici che gli avvocati dispongono di un certo numero di collaboratori: i collaboratori degli avvocati sono

anche detti referendari. Mentre in origine l’ordinamento giudiziario comunitario prevedeva un unico grado di

giurisdizione, in seguito si è affiancato alla Corte di Giustizia anche il Tribunale. Il tribunale è competente a

conoscere in primo grado, con riserva di impugnazione dinanzi alla Corte di Giustizia per i soli motivi di

diritto.

C C G .

OMPETENZE DELLA ORTE DI IUSTIZIA

Azione di annullamento (art. 173)

La Corte di Giustizia ha innanzitutto competenza in materia di legittimità degli atti.

“La Corte di Giustizia esercita un controllo di legittimità sugli atti adottati congiuntamente dal Parlamento

europeo e dal Consiglio, sugli atti del Consiglio, della Commissione e della BCE che non siano

raccomandazioni o pareri” - da ciò si deduce che possono essere sottoposti a giudizio di legittimità solo gli atti

vincolanti, ovvero regolamenti, decisioni e direttive “...nonché sugli atti del Parlamento europeo destinati a

produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi”. Nel definire quali atti siano impugnabili davanti alla Corte di

Giustizia, il trattato è andato oltre il nomen iuris, in quanto ha affiancato ai regolamenti, alle direttive e alle

decisioni qualsiasi altro atto in grado di produrre effetti nei confronti dei terzi, come gli atti atipici e in

particolare la comunicazione della Commissione. È chiaro altresì che non sono sottoponibili al giudizio in

materia di legittimità quegli atti che sono solo espressione di una procedura, ma ancora non definitivi, come la

posizione comune. La Corte è competente a pronunciarsi sui ricorsi proposti da un stato membro, dal

Consiglio o dalla Commissione (ricorrenti privilegiati). Il Parlamento non è un ricorrente privilegiato, ma è

comunque legittimato al ricorso. Può inoltre ricorrere ogni persona fisica o giuridica a condizione che sia

destinatario di una decisione o di qualsiasi altro atto che lo riguardi direttamente e individualmente.

I ricorsi sono proposti entro un termine di due mesi dalla pubblicazione o dalla notifica dell’atto.

I vizi per cui si può ricorrere sono:

1. incompetenza;

2. violazione di forme sostanziali;

3. violazione del trattato o di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua applicazione;

4. sviamento di potere.

1. Incompetenza:

si ha quando l’atto è emanato da una istituzione che non ne ha la competenza (violazione del principio di

attribuzione o del principio di sussidiarietà).

2. Violazione di forme sostanziali:

si ha nel caso in cui venga violato l’iter di procedura (violazione di termini, mancata emissione di pareri

obbligatori, eccetera) o vi sia difetto o errore di base giuridica, cioè la fonte, l’atto o l’articolo al quale

l’atto che si presume viziato fa riferimento sia valido ed efficace.

3. Violazione del trattato o di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua applicazione:

è illegittimo l’atto in contrasto con i principi e ai fini del trattato o di altro atto da esso derivato.

4. Sviamento di potere:

l’istituzione che emana l’atto esercita i propri poteri per fini diversi da quelli per i quali gli è stato attribuito.

Se il ricorso è fondato, dice l’articolo 174, l’atto è dichiarato nullo ex nunc, ovvero è come se non fosse mai

esistito. Per quanto concerne i regolamenti, la corte, ove lo reputi necessario, precisa gli effetti del regolamento

annullato, che devono essere considerati come definitivi fino a quando non venga emanato un altro

regolamento in sostituzione.

Ricorso in carenza (articolo 175).

Qualora, in violazione del trattato, il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione si astengano dal

pronunciarsi, gli Stati membri e le altre istituzioni della Comunità possono adire la Corte di Giustizia per far

constatare tale violazione. Il ricorso in carenza, quindi, si configura come l’azione contro una omissione di

qualunque genere da parte delle istituzioni comunitarie. Può aversi un’omissione sia nel caso in cui la condotta

dell’istituzione violi un dovere imposto dal trattato e dal principio di attribuzione, sia nel caso in cui

l’istituzione debba, in via implicita, ottemperare ad alcuni doveri (articolo 235). Nella storia comunitaria, sono

stati promossi raramente ricorsi in carenza, e soprattutto nei confronti del Consiglio. Più difficile è configurare

un ricorso in carenza nei confronti della Commissione, in quanto essa agisce, nella stragrande maggioranza dei

casi, su delega del Consiglio. Dovrebbe essere quindi il Consiglio, al limite, ad essere oggetto di un ricorso in

carenza per non aver delegato degli atti alla Commissione. Con riguardo alla Commissione, sarebbe possibile,

al massimo, pensare ad un ricorso in carenza per mancata emissione di un parere motivato. Il ricorso contro il

Parlamento è stato introdotto dal trattato di Maastricht.

Il ricorso è ricevibile soltanto quando l’istituzione in causa sia stata preventivamente richiesta di agire.

E’ necessaria, quindi, prima la messa in mora dell’istituzione.

Se, allo scadere di un termine di due mesi da tale richiesta, l’istituzione non ha preso posizione, si può adire la

Corte di Giustizia per l’azione in carenza. Il ricorso può essere proposto entro un nuovo termine di due mesi.

Ricorrenti privilegiati sono gli stati membri e le istituzioni, anche se ogni persona fisica o giuridica può adire

la Corte di Giustizia per contestare ad una delle istituzioni di avere omesso di emanare nei suoi confronti un

atto che lo riguardi direttamente e individualmente e che non sia una raccomandazione o un parere.

Eccezione di illegittimità (Articolo 184).

L’eccezione di illegittimità è strettamente connessa all’articolo 173, che prevede un ricorso diretto alla Corte di

Giustizia per il controllo di legittimità sugli atti.

L’eccezione di illegittimità opera invece in via incidentale.

Nell’eventualità di una controversia davanti a una corte statale che metta in causa un regolamento o altro atto

che abbia portata generale, ciascuna parte può invocare per gli stessi motivi previsti dall’articolo 173

l’inapplicabilità dell’atto dinanzi alla Corte di Giustizia, anche dopo lo spirare del termine previsto

dalI’articolo 173.

Ai sensi dell’articolo 184, l’atto non è annullato, bensì inapplicabile, ovvero non suscettibile di produrre effetti

in quella fattispecie.

Responsabilità extracontrattuale (articoli 174 e 215).

La Corte di Giustizia è competente a conoscere dei danni cagionati dalle istituzioni e dai propri agenti

nell’esercizio delle proprie competenze.

La Comunità deve risarcire, conformemente ai principi generali comuni ai diritti degli Stati membri, i danni

cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni. È rilevante quindi il nesso

causale tra il soggetto che ha procurato il danno e il fatto che questi agisse nell’esercizio delle funzioni

attribuitegli espressamente dalla Comunità o da una sua istituzione. Il risarcimento deve avvenire secondo

modalità comuni agli stati membri in materia di illecito extracontrattuale. Il danno dev’essere valutabile

economicamente, e può essere risarcito sia il danno patrimoniale che il danno morale. Il danno viene risarcito

in moneta secondo un tasso di interesse del 6 - 8% circa. Laddove il danno è causato dall’applicazione di un

atto comunitario, l’illecito può essere fatto valere anche dinnanzi al giudice interno. Un simile evento produce

una doppia violazione, il danno provocato ai soggetti destinatari e la violazione del diritto comunitario.

Caratteristiche rilevanti della disciplina dell’illecito extracontrattuale sono:

1. il nesso diretto tra il fatto illecito e l’esercizio di funzioni comunitarie;

2. il danno diretto e valutabile in termini monetari;

3. Tasso di interesse del 6 - 8 %.

Contenzioso del personale (articolo 179).

La corte di giustizia è competente a conoscere di tutte le controversie tra le istituzioni della comunità europea e

il suo personale per quanto concerne i rapporti di lavoro. La corte è competente anche sul corretto svolgimento

e la trasparenza dei concorsi. Per adire la corte di giustizia è necessario superare innanzitutto una fase

precontenziosa, ovvero è necessario che il funzionario abbia già presentato un reclamo presso l'istituzione da

cui dipende. Inoltre il funzionario deve essere direttamente interessato ed aver ricevuto un pregiudizio diretto

dall'istituzione. Soltanto qualora il reclamo presso le istituzioni sia stato rigettato, il dipendente può

promuovere ricorso presso la corte di giustizia: vige così una sorta di regola del previo esaurimento dei ricorsi

interni.

Dal 1989 la corte di giustizia delle comunità europee è una corte di secondo grado, in quanto nello stesso anno

è stato introdotto il tribunale di primo grado. Inizialmente il tribunale era competente a conoscere due

categorie di ricorsi: in materia di personale e in materia di concorrenza.

Dal tribunale poi era possibile impugnare le controversie in appello davanti alla corte di giustizia, e qui, oltre

alla questione di diritto, si poteva impugnare la congruità delle sanzioni imposte dalla commissione per la

violazione delle regole di concorrenza. Dal 1993 in poi le competenze del tribunale sono state ampliate, e

precisamente sono state estese a tutte le controversie, di qualsiasi specie, mosse da persone fisiche o

giuridiche. Si è creato così un doppio grado di giurisdizione effettivo.

Con l'istituzione del tribunale di primo grado e il successivo allargamento delle competenze, si è in primo

luogo mirato ad assicurare al cittadino, al singolo privato, una tutela effettiva mediante il doppio grado di

giurisdizione; in secondo luogo si è proceduto a spogliare la corte di giustizia di alcune rilevanti competenze,

dal momento che i ricorsi in materia di concorrenza e in materia di personale rappresentavano la stragrande

maggioranza del lavoro della corte. Va notato come, in materia di personale, la corte di giustizia ha quasi

sempre rigettato i ricorsi, al fine di non ingerire nella discrezionalità delle istituzioni. Venendo ad esercitare

giurisdizione d’appello, la corte di giustizia non potrà entrare nel merito della causa ma solamente giudicare

sul punto di diritto. Le sentenze della corte di giustizia hanno effetto diretto negli stati membri e prevalgono sul

diritto interno, ovvero nel momento in cui non fosse rispettata una sentenza della corte di giustizia, si avrà

violazione del diritto comunitario. La corte di giustizia è competente a conoscere delle violazioni del trattato.

La competenza della corte è da intendere in senso estensivo, nel senso che la corte non è competente

esclusivamente a conoscere delle violazioni del trattato, ma di tutto il diritto comunitario, compresi gli atti

derivati.

Questa competenza della corte di giustizia prevede una fase precontenziosa a cura della commissione. La

commissione dovrà innanzi tutto verificare se violazione vi è stata: la violazione dovrà essere effettiva e non

presunta. La commissione dispone di ampi poteri di informazione e di indagine presso gli stati membri e le

imprese che abbiano violato il diritto comunitario. Alla fine delle indagini, la commissione emetterà un parere

motivato. Il parere motivato della commissione nasconde in sostanza una vera e propria decisione, in quanto lo

stato o l'impresa che non si conformi al parere della commissione in un dato termine possono essere aditi

davanti alla corte di giustizia. Questa procedura può avere inizio anche su denuncia di uno stato. Lo stato

membro è tenuto quindi, prima di rivolgersi alla corte di giustizia, a informare la commissione

Articolo 180. La Corte di giustizia è competente, nei limiti sotto specificati, a conoscere delle controversie in

materia di:

a) esecuzione degli obblighi degli Stati membri derivanti dallo Statuto della Banca europea per gli

investimenti. Il Consiglio di amministrazione della Banca dispone a tale riguardo dei poteri riconosciuti alla

Commissione dall'articolo 169.

b) deliberazioni del Consiglio dei Governatori della Banca europea per gli investimenti. Ciascuno Stato

membro, la Commissione e il Consiglio di amministrazione della Banca possono proporre un ricorso in

materia, alle condizioni previste dall'articolo 173;

c) deliberazioni del Consiglio di amministrazione della Banca europea per gli investimenti. I ricorsi avverso

tali deliberazioni possono essere proposti, alle condizioni fissate dall'articolo 173, soltanto dagli Stati membri

o dalla Commissione e unicamente per violazione delle norme di cui all'articolo 21, paragrafo 2 e paragrafi da

5 a 7 inclusi, dello statuto della Banca;

d) esecuzione, da parte delle Banche centrali nazionali, degli obblighi derivanti dal presente trattato e dallo

statuto del SEBC. Il Consiglio della BCE dispone al riguardo, nei confronti delle Banche centrali nazionali, dei

poteri riconosciuti alla Commissione dall’art. 169 nei confronti degli Stati membri. Quando la Corte di

giustizia riconosca che una Banca centrale nazionale ha mancato ad uno degli obblighi ad essa incombenti in

virtù del presente trattato, essa è tenuta a prendere i procedimenti che l'esecuzione della sentenza della Corte di

giustizia comporta.

IL MERCATO

L'obiettivo principale della comunità europea è stato quello di creare un mercato comune. L'espressione

"mercato comune" è accolta nel trattato di Roma del 1957. Degli obiettivi da raggiungere, quello

dell'abbattimento delle dogane tra gli stati membri e l'imposizione di una tariffa doganale unica verso l'esterno,

è stato il più semplice. La costruzione del mercato e la garanzia della libera circolazione delle merci hanno

richiesto un sostanziale intervento di armonizzazione delle legislazioni. Il mercato avrebbe dovuto iniziare a

funzionare, dopo un percorso di tre tappe, negli anni 60, ma questa previsione temporale non si è avverata.

Con l'entrata in vigore dell'atto unico europeo, si è parlato di "mercato unico". Anche l'atto unico ha previsto

delle tappe: era stato preceduto dal cosiddetto "libro bianco", una sorta di elenco di tutte le direttive emanate in

materia di armonizzazione delle legislazioni e poi non attuate. La terminologia del trattato di Maastricht è stata

quella di "mercato interno", ovvero il dato che il territorio dei 15 paesi membri costituisce un unico mercato

nel quale i prodotti devono circolare liberamente. Il trattato di Maastricht non da alcuna definizione di

carattere tecnico né del mercato, né di merce. Il trattato fornisce soltanto delle disposizioni quadro, la cui

interpretazione è stata affidata alla commissione e alla corte di giustizia. La corte di giustizia, in una serie di

sentenze, ha così definito la creazione del mercato unico: «eliminare ogni intralcio per gli scambi

infracomunitari, per fondere i mercati nazionali in un mercato unico, simile a un mercato interno». La

creazione del mercato unico si scontra però con un altro degli obiettivi della comunità, ovvero quello della

coesione economica e sociale. Per coesione si intende promuovere lo sviluppo delle regioni in ritardo. La

politica comunitaria ha sempre preferito perseguire gli obiettivi della creazione del mercato unico a discapito

della coesione. In dottrina è stato sostenuto che il perseguimento del mercato unico non è, in fondo, che un

mezzo per il perseguimento della coesione, ovvero lo sviluppo economico e sociale. La costituzione del

mercato comune deve avvenire attraverso l'integrazione degli stati, sia positiva che negativa. Nei primi tempi,

alla base della costituzione del mercato comune vi sono state le limitazioni alla libertà degli scambi degli stati

membri (integrazione negativa). Agli stati è stata negata la possibilità di commercializzare liberamente i propri

prodotti, imponendo l'osservanza delle regole comunitarie. Dopo il libro bianco, si è parlato di integrazione

positiva, ovvero di recepimento delle direttive in materia di scambi commerciali al fine di armonizzare le

proprie legislazioni (integrazione positiva). La disciplina del mercato comune, collocata negli articoli 30 - 37

del trattato, è fondata sull'unione doganale e trova ispirazione nei principi del GATT (General Agreement

Tariffs and Trade), di recente sostituita dall'organizzazione mondiale del commercio (WTO = World Trade

Organization). La comunità europea ha ripreso l'idea di unione doganale promossa dal GATT, ma l'ha

notevolmente perfezionata al punto che si può dire che l'unione doganale creata dalla comunità europea è in

assoluto la più perfetta sul panorama mondiale. L'unione doganale si fonda innanzitutto su una tariffa

doganale comune e su un codice doganale comunitario confortati dall'interpretazione uniforme della corte di

giustizia. I prelievi alle dogane, inoltre, costituiscono un'entrata propria della comunità. Il mercato unico non è

solo un sistema di libera circolazione delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi, ma un vero e proprio

spazio giuridico, un'area in cui la circolazione dei beni deve avvenire in conformità a regole comuni.

Abbiamo detto che il mercato comune prevede la libera circolazione delle merci, ma cosa si intende per merce?

La definizione di merce è data dalla corte di giustizia: merce è tutto ciò che ha un valore economico, con

l'unica eccezione delle armi. I destinatari di questa normativa sono gli stati e le istituzioni comunitarie. Le

persone fisiche sono destinatarie indirette, subordinate al recepimento della direttiva; diventano destinatarie

dirette nel momento in cui la direttiva non è correttamente e tempestivamente resa esecutiva. La persona fisica

e la persona giuridica sono soggetti attivi della disciplina degli scambi soprattutto in materia di concorrenza.

Tale normativa riguarda solamente l'area comunitaria e non interessa i territori esterni ad essa, anche se

abbiamo già detto che gli accordi commerciali e di associazione con paesi terzi si accompagnano, nella

maggioranza dei casi, all'estensione a questi ultimi del regime doganale comunitario. Nell'area comunitaria è

vietata ogni dazio e restrizione alle frontiere nonché ogni altro onere pecuniario gravante sulle importazioni e

le esportazioni. Quello di non rendere più onerosa la circolazione delle merci è un principio guida della

normativa sugli scambi. Va escluso anche ogni controllo alla frontiera, se non per gravi motivi attinenti alla

sanità e all'ordine pubblico. È possibile imporre un onere all'importazione o all'esportazione di un prodotto

solo nel caso in cui esso sia sancito da convenzioni internazionali o nel caso in cui ad esso si accompagni un

servizio. Non rilevano, per il diritto comunitario, oneri che abbiano valore esclusivamente all'interno dei

territori nazionali, in quanto non minacciano, a livello globale, la concorrenza tra produttori. Non si possono

associare aggravi fiscali ai prodotti importati o esportati. Al fine di individuare la provenienza della merce,

ovvero il suo luogo di produzione, rileva in tal senso il luogo in cui il bene o il manufatto ha subito la sua più

rilevante trasformazione fisica o qualitativa. Quando, in base a tali criteri, il prodotto risulti essere di

provenienza estera essi sono ammessi a circolare "in libera pratica" sul territorio comunitario, anche se, a

differenza dei prodotti di origine comunitaria, dovranno essere accompagnati da un documento che ne

certifichi la provenienza. Per i prodotti di origine comunitaria vale la regola del mutuo riconoscimento, ovvero

la consapevolezza che i prodotti provenienti dagli stati membri della comunità europea soddisfano quei

requisiti di qualità che sono previsti dalle normative comuni e pertanto possono circolare liberamente sul

territorio comunitario

************************************************************************************

Nel processo di integrazione europea un ruolo centrale assume la realizzazione del mercato comune delle merci

e degli altri fattori della produzione come il lavoro, i servizi ed i capitali Diciamo subito che l’espressione

mercato unico, mercato interno e mercato comune non sono usate alternativamente ma sono sinonimi. Sono

state usate dalle istituzioni comunitarie in diversi periodi storici più che altro per segnare le tappe da

perseguire ma non obiettivi diversi; ovvero quando nasce la CEE nel 1957 l'espressione usata era quella di

mercato comune. Il mercato comune si riferiva appunto all'istituzione di un mercato comune tra gli Stati

membri. Tale mercato comune non è stato facile da costituire non tanto per quanto ha riguardato l’abolizione

delle dogane interne tra gli Stati e la costituzione di un’unica dogana esterna (è stata questa la parte più facile

da perseguire trattandosi dell'abolizione degli uffici doganali interni e della costituzione di una sola dogana nel

rapporto con gli Stati terzi) ma soprattutto per quanto riguarda la armonizzazione delle legislazioni per

consentire la libera circolazione dei prodotti, ossia per fare in modo che tutti i prodotti avessero delle

caratteristiche uguali in modo da poter essere commercializzati allo stesso modo in uno Stato o nell'altro. Il

mercato doveva essere costituito in tre tappe che dovevano terminare intorno al 1967 ma tale obiettivo non è

stato completamente raggiunto. L'atto Unico europeo infatti si pose come obiettivo proprio la costituzione di

questo mercato comune che da questo momento verrà denominato mercato unico. Anche 1'Atto Unico europeo

aveva segnato delle tappe. Ricordiamo che l’atto unico europeo era stato preceduto dal famoso libro bianco

che era una sorta di nuovi obiettivi da raggiungere con il recepimento di tutta una serie di direttive (ricordiamo

che la direttiva è lo strumento più usato per l’armonizzazione delle legislazioni) nei vari Stati membri, direttive

che erano necessarie per la realizzazione de1 mercato unico e che non erano state ancora recepite e questo non

aveva consentito di raggiungere l’obiettivo del mercato comune. Quindi il libro bianco fissò altri termini che

sono poi stati recepiti dall'Atto Unico europeo. Con l’ulteriore traguardo segnato da Maastricht si parla di

mercato interno e da1 1993 quindi ci troviamo in un mercato interno nel senso che il territorio di 15 Stati

costituisce un unico mercato nel quale i prodotti dovrebbero circolare liberamente. Quindi le tre espressioni

segnano solo tre tappe mentre l’obiettivo rimane in sostanza lo stesso (realizzazione del mercato comune).

Questo mercato corrisponde geograficamente con il territorio di tutti gli Stati membri. L'espressione mercato

comune non ha ricevuto nel trattato una specifica definizione (cosi come non troviamo la definizione di merce

e cosi come non troviamo, come vedremo per le varie politiche, tutta una serie di definizioni Il trattato da delle

disposizioni quadro poi le varie interpretazioni e definizioni puntuali sono state affidate alla Commissione e

alla Corte di giustizia). Una prima definizione la troviamo più tardi in una sentenza della Corte di Giustizia

che afferma: " La nozione di mercato comune...mira ad eliminare ogni intralcio per gli scambi

intracomunitari al fine di fondere i mercati nazionali in un mercato unico il più possibile simile ad un vero

e proprio mercato interno ". Una definizione simile la troviamo, con riguardo al mercato interno, all'art. 7A

del Trattato, art. che è stato aggiunto dall'atto unico europeo. Le tre espressioni di mercato unico, mercato

comune e mercato interno sono equivalenti e sintomatico è il fatto che le troviamo tutte e tre nella sentenza

sopracitata. L'obiettivo della comunità è dunque la realizzazione del mercato unico prefigurato all'art. 2 del

Trattato di Roma come lo strumento atto a promuovere lo sviluppo economico della Comunità e a perseguire i

compiti enunciati nello stesso art. 2. Ma questo obiettivo si scontra (come vedremo meglio in seguito) con un

altro obiettivo fondamentale della comunità che è quello della coesione economica e sociale che vedremo in

seguito. Preme qui soltanto sottolineare lo scontro tra questi due obiettivi: da una parte abbiamo il mercato,

dall'altra la coesione (che significa sostanzialmente promuovere lo sviluppo delle regioni in ritardo per

consentire uno sviluppo armonioso della comunità). Le istituzioni comunitarie, e in particolar modo la

Commissione e la Corte di Giustizia, in tutta la loro politica hanno sempre favorito nel perseguimento dei due

obiettivi quello del mercato anche a discapito della coesione; ovvero nel momento in cui la Corte di giustizia si

è trovata davanti a controversie aventi ad oggetto sempre norme di concorrenza incompatibili con il mercato

ha sempre fatto prevalere il mercato alla coesione sebbene gli obiettivi fossero entrambi enunciati e sebbene

forse il mercato, secondo una parte della dottrina, non e null'altro che uno strumento per raggiungere la

coesione; l’obiettivo cioè della comunità dovrebbe essere quello di promuovere un adeguato sviluppo di tutta la

comunità; il mercato dovrebbe essere un mezzo per perseguire questo obiettivo. Nella prassi però della

Commissione e della Corte di giustizia troviamo spesso una netta superiorità attribuita al mercato rispetto alla

coesione. Infatti anche la Commissione che inizia le procedure di infrazione ai sensi dell'art. 169 quando

verifica un contrasto all'interno di taluni Stati tra mercato e coesione ha iniziato una procedura per violazione

delle norme del Trattato dando preferenza al mercato rispetto alla coesione. Un esempio per tutti. L'Italia

adottò la legge 64 con la quale si favoriva il Mezzogiorno d'Italia negli appalti con la cd. Riserva del 30%.

Questa legge si collocava nell’ambito dello sviluppo armonioso quindi della coesione economica e sociale. La

Commissione europea ha ritenuto questa norma in contrasto con le norme del Trattato relative al mercato cioè

alla libera circolazione delle merci e quindi ha adito la Corte per far constatare questa violazione. L'Italia alla

fine è stata condannata, il che ci fa capire che il mercato prevale sempre sebbene dovesse essere il mezzo per

perseguire l'obiettivo della coesione e non viceversa. Il perseguimento del mercato si è realizzato e si realizza

attraverso una integrazione negativa e una integrazione positiva. Queste in realtà sono due prospettive più

dottrinali che pratiche. L’integrazione negativa era quella che si è realizzata nei primi anni di vita della

Comunità per il perseguimento dell'obiettivo del mercato comune. Ovvero il mercato comune nei primi anni

comunitari si è perseguito limitando le libertà degli Stati negli scambi. Il processo di integrazione quindi si è

andato realizzando gradualmente e a tappe. Una prima tappa è stata la cd. Integrazione negativa che

consisteva nella eliminazione di tutte le barriere poste dagli Stati che si frapponevano agli scambi delle merci,

de1le persone, dei servizi e dei capitali attraverso:

1. divieti agli stati membri

2. previsione di tappe per l’eliminazione di tali barriere ed applicazione di deroghe.

Gli Stati quindi non erano più liberi di commercializzare come volevano ma dovevano seguire delle regole

(questa è la limitazione alla libertà degli Stati). A questa forma di integrazione negativa si è aggiunta la attività

interpretativa della Corte di giustizia. Nella seconda meta degli anni ottanta è stata importante, al fine del

passaggio dall'integrazione negativa a quella positiva, anche l’iniziativa della Commissione prima con la

pubblicazione del libro bianco sul mercato unico e poi alla stipulazione dell'atto unico. Sia l'uno che 1'altro si

ponevano l’obiettivo di accelerare la realizzazione piena del mercato unico agendo su due fronti:

1. quella della completa e definitiva eliminazione delle frontiere tecniche, fisiche e fiscali tra i mercati degli

Stati membri;

2. quella della armonizzazione della fiscalità indiretta (IVA) al fine di eliminare ogni distorsione della

concorrenza.

L'atto unico, che ha recepito i principi del libro bianco della Commissione, ha inciso soprattutto sui

meccanismi decisionali in quanto ha:

1. sostituito il criterio della maggioranza a quello della unanimità;

2. previsto per alcune materie 1o strumento dei regolamento a1 posto della direttiva;

3. previsto che il Consiglio possa applicare, quando non vi sia armonizzazione, il criterio del mutuo

riconoscimento delle normative nazionali in determinati settori;

4. formalizzato l’allargamento delle competenze della comunità in alcuni settori quali la ricerca, lo sviluppo

tecnologico, l’ambiente (materie già di competenza comunitaria attraverso il ricorso all’art. 235).

II Trattato di Maastricht ha poi portato alle innovazioni come l’Unione economica e monetaria e numerose

politiche comuni orizzontali. Alcune di queste hanno solo ricevuto una formalizzazione con Maastricht quindi

non sono vere e proprie innovazioni come ad esempio la protezione del consumatore, la politica culturale ecc.

Oggi alla luce dell’atto unico e del trattato di Maastricht il mercato come è una nozione che va ben al di là di

un semplice spazio in cui sono garantite la piena mobilità di beni, servizi e capitali nonché 1a sostanziale

parità delle condizioni di concorrenza per le imprese. II mercato unico è oggi sicuramente tutto questo ma non

solo questo. Esso è il quadro giuridico complessivo dello svolgimento dei rapporti economici su scala europea.

Esso non va 'visto solo come il riconoscimento delle libertà economiche ma anche come l’insieme delle tutele

previste per le diverse istanze.

· LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

· CAMPI Dl APPLICAZIONE

· NOZIONE DI MERCE

Al centro di tutto il sistema è collocato il mercato delle merci. Infatti nel Trattato se ne parla nella parte

seconda (art. 9-37) subito dopo i principi. Il processo di liberalizzazione che era previsto si concludesse per il

31.12.1969 si concluse invece sin dal mese di giugno del 1968 da parte dei 6 paesi allora membri. La

disciplina della libera circolazione delle merci si sostanzia nel Trattato in tre momenti:

1. Unione Doganale (art. 9-29) che significa:

2. abolizione dei dazi;

3. abolizione delle tasse di effetto equivalente ai dazi all’interno del mercato;

4. fissazione di una tariffa doganale comune per gli scambi con i paesi terzi;

2. divieto di imposizioni fiscali che discriminano i prodotti importati;

3. abolizione delle restrizioni quantitative agli scambi intracomunitari e delle misure di effetto equivalente

(art. 30-36) e abolizione dei monopoli commerciali (art. 37).

Nozione di merce

II trattato non da una definizione di merce. Per merce si intendono tutti i prodotti valutabili in danaro e perciò

idonei ad essere oggetto di transazioni commerciali. Vi rientrano anche gli oggetti di interesse artistico,

archeologico ed etnologico. Vi rientrano, altresì, le monete che non hanno un corso legale, i prodotti

dell’ingegno e dell'arte come le videocassette, i dischi, ecc. Ancora i rifiuti rientrano nella nozione di merce

senza distinzione tra rifiuti riciclabili e non, perché tale distinzione dipende da fattori variabili soprattutto dal

costo delle relative operazioni. Ovviamente i rifiuti tossici e pericolosi invece non possono circolare

liberamente nel territorio comunitario. I prodotti che riguardano la sicurezza in senso stretto (armi, munizioni e

materiale bellico) sono inseriti in uno speciale elenco predisposto dal Consiglio che soggiace alla speciale

previsione dell'art. 223 del Trattato e sono pertanto fuori dalla sfera di applicazione delle norme sulla libera

circolazione delle merci. I prodotti agricoli e i prodotti della pesca rientrano nella disciplina del mercato

comune (art. 38) a meno che non siano oggetto di una disciplina speciale della politica agricola comunitaria.

Sfera di applicazione territoriale.

La disciplina del mercato comune delle merci si applica al territorio degli Stati membri, ivi comprese le zone di

mare e gli spazi aerei sottoposti alla loro giurisdizione. Vi sono pero eccezioni e specificità. In primo luogo il

mercato comune non comprende:

1. le iso1e Faeroer (art.227 n.5 lett. A)

2. le basi militari del Regno Unito a Cipro (art 227 n. 5 lett. B)

3. Hong Kong che rientra nella previsione anonima ma trasparente (art. 227 n. 3)

Il campo di applicazione di tale disciplina va distinto dal territorio doganale della Comunità sia perché hanno

diversa rilevanza giuridica sia perché non coincidono perfettamente.

Destinatari

Le norme che disciplinano il mercato comune delle merci sono dirette di regola agli Stati membri. impongono

una serie di obblighi agli stessi Stati membri e alle istituzioni comunitarie al fine di favorire la liberalizzazione

dello scambio delle merci, persone e capitali. I singoli sono destinatari indiretti; indiretti perché lo diventano

nel momento in cui la direttiva è recepita; se la direttiva non è recepita correttamente e/o tempestivamente

allora i singoli in genere beneficiano dell’effetto diretto che accompagna tale norma per cui essi sono titolari di

diritti che possono far valere dinanzi ai giudici anche se destinatari delle norme sono gli Stati e non i singoli.

Ci chiediamo se i singoli sono destinatari anche dei divieti relativi al regime della libera circolazione delle

merci. La giurisprudenza è orientata a valutare i comportamenti dei singoli alla luce delle norme sulla libera

concorrenza.

· UNIONE DOGANALE

· ORIGINE DELLE MERCI

· REGIME DI LIBERA PRATICA

L'articolo 9 del Trattato afferma che: «La Comunità è fondata su un’unione doganale che si estende al

complesso degli scambi delle merci e comporta il divieto di applicare alle importazioni e alle esportazioni tra i

paesi membri dazi doganali e qualsiasi forma di effetto equivalente»

ed altresì: «l’adozione di una tariffa doganale comune per gli scambi con i paesi terzi».

Il concetto di unione doganale, di per se non è nato con il trattato CEE. La sua definizione la troviamo

nell'accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio concluso a Ginevra nel 1947 (GATT ora sostituito

dal WTO, organizzazione mondiale per il commercio). Il GATT è stato il sistema a cui si è ispirata la

Comunità ma perfezionandolo. Si tratta infatti di una disciplina sugli scambi più avanzata rispetto a qualsiasi

altra esperienza. Precisiamo che nell'articolo 9 rinveniamo due nozioni, quella di libero scambio e quella di

unione doganale. La prima indica l’insieme di territori doganali tra i quali si aboliscono dazi e altre misure

restrittive degli scambi. La seconda indica una forma più avanzata di collaborazione in quanto oltre a

prevedere l'abolizione dei dazi e di altre restrizioni aggiunge anche una uniforme applicazione di imposizioni

doganali negli scambi con i paesi terzi. Oltre a quanto sopra previsto nel caso dell'unione doganale della

Comunità si rileva anche:

1. beneficio di libera circolazione non solo per i prodotti originari dei paesi membri ma anche per i prodotti

dei Paesi terzi una volta importati nell'area comunitaria e sottoposti al dazio unico.

2. Il regime di preferenza per i prodotti comunitari.

3. Una disciplina doganale complessiva uniforme per gli stati membri che si avvale anche di una

interpretazione, attraverso il rinvio pregiudiziale, giudiziaria unica e centralizzata (Corte di giustizia,

art. 177).

4. Destinazione al bilancio comunitario delle entrate rappresentate dalla TDC.

Una caratteristica peculiare è quindi rappresentata dall'origine delle merci. Del regime previsto per il mercato

comune infatti beneficiano tanto le merci originarie dei paesi membri che i prodotti importati nella Comunità

dai paesi terzi. Qual è il paese di origine? Evidentemente è il luogo dove è stato fabbricato, o dove è avvenuta,

nel caso di prodotto fabbricato in diversi Paesi, l’ultima trasformazione o il paese dove c'è stata la parte più

rilevante nel processo di fabbricazione (stadio produttivo rilevante). Se si tratta di prodotti ittici si rimanda

alla bandiera della nave. Se si tratta di una battuta di pesca con navi di diversa nazionalità si guarda alla nave

cui si possa imputare il momento essenziale della battuta. I prodotti provenienti dai Paesi terzi regolarmente

importati in qualsiasi paese comunitario si dice che godono di libera pratica nel senso che godono della stessa

libertà di circolazione delle merci originarie dei paesi membri. Infatti il prodotto è provvisto di un documento

doganale unico che lo accompagna dallo stabilimento di partenza al luogo di destinazione.

ABOLIZIONE DEI DAZI DOGANALI E DELLE TASSE Dl EFFETTO EQUIVALENTE.

L’articolo 12 del Trattato prevede il divieto agli Stati membri di applicare nuovi dazi doganali o altre tasse

equivalenti sugli scambi tra i paesi membri. Questa è una norma fondamentale del sistema ed è provvista di

effetto diretto nonostante sia rivolta agli Stati e non ai singoli. I dazi doganali all'importazione sono stati

definitivamente aboliti alla fine della prima tappa del processo di integrazione (31.12.1961). I dazi alle

esportazioni sono stati aboliti nel giugno del 68 benché era stata prevista una scadenza al 31.12.1969 con una

decisione detta di accelerazione. Cosa significa tassa di effetto equivalente? È l’onere pecuniario, al di là della

sua denominazione e struttura, direttamente o indirettamente collegato all’importazione o all’esportazione di

un prodotto, anche se imposto in un momento diverso. In altre parole è un onere che pur non essendo un dazio

doganale comporta gli stessi effetti restrittivi sugli scambi in quanto imposto per il solo fatto che il prodotto ha

varcato un confine di uno Stato membro e al solo fine di elevarne il costo. Quali possono essere le fattispecie

in cui si rileva l'ipotesi di tassa di effetto equivalente? In un primo momento si guardava alle sole

discriminazioni dei prodotti importati rispetto ai prodotti nazionali. Ora invece è stato precisato che tale ipotesi

non ricorre solo nel caso sopracitato in quanto il fine non è solo protezionistico, ma ha una portata generale

proprio per garantire la libera circolazione delle merci. Gli elementi allora essenziali per rilevare se un onere

corrisponde ad una tassa di effetto equivalente sono i seguenti:

1. deve trattarsi di un onere pecuniario altrimenti si tratta al più di una misura non di una tassa di effetto

equivalente.

2. Deve colpire il prodotto in ragione dell’importazione o dell’esportazione rendendo più oneroso lo scambio

oppure aggravando gli adempimenti amministrativi.

3. Non è importante il momento che può anche essere successivo al passaggio alla frontiera.

4. Non è rilevante il soggetto beneficiario che può anche non essere lo Stato

5. Non e importante l’ammontare dell'onere che può essere anche minimo.

Il divieto di applicare dazi doganali e tasse di effetto equivalente di cui all'art. 9 e 12 del Trattato ha effetto

diretto tanto è vero che tali norme possono essere invocate dai singoli quando l'onere è imposto in ragione

dell'importazione o dell'esportazione. Tale disciplina si applica anche qualora l'onere colpisca insieme ai

prodotti provenienti da un altro Stato membro anche i prodotti provenienti da un'altra regione dello stesso

Stato. Ora ci chiediamo se il singolo in presenza di un tassa regionale di effetto equivalente possa invocare il

diritto comunitario quando trattasi di scambi intranazionali e non tra gli Stati membri. In virtù dell’art. 12 che

parla di tasse applicate in ragione dell’importazione e dell’esportazione, la risposta deve essere negativa e

questa idea è fortemente avvalorata dalla giurisprudenza visto che tutte le situazioni puramente interne ad uno

Stato membro sfuggono alla disciplina comunitaria. Nella medesima prospettiva va escluso che gli artt. 9 e

seguenti si applichino ai prodotti importati da o esportati verso paesi terzi.

La portata ampia di questa norma sulle tasse di effetto equivalente ai dazi doganali e la sua importanza

lasciano poco spazio a deroghe di vario tipo. E quando esse vi sono più che di deroghe vere e proprie si tratta

di ipotesi che sfuggono alla disciplina di cui all’articolo 9 e all’articolo 12. Una prima ipotesi è quando si

tratta di un onere pecuniario richiesto dall’amministrazione a fronte di una prestazione effettuata o di un

servizio prestato dalla stessa amministrazione. Chiaramente deve trattarsi di un servizio effettivamente

prestato a favore del singolo operatore e non deve essere un servizio generico in vista di un interesse generale,

per cui il pagamento da parte dell'operatore visto come un vero e proprio corrispettivo, proporzionato alla

qualità e alla quantità della prestazione. La natura di questo onere va verificato di volta in volta rispetto alla

fattispecie concreta soprattutto quando si tratta di controlli effettuati sul prodotto al momento

dell'importazione o dell'esportazione. Anche la congruità del corrispettivo va valutata in relazione alla durata

del controllo, al numero degli addetti e ad altre circostanze. Va verificato anche se l'onere è il corrispettivo di

una prestazione resa individualmente all'operatore o se trattasi di un controllo generalizzato. Nel secondo caso

se il controllo è in violazione delle norme comunitarie l'onere è illegittimo anche se è il corrispettivo di un

servizio effettivamente reso perché costituisce una tassa di effetto equivalente ai dazi doganali. Una seconda

ipotesi è relativa al caso in cui l'onere è imposto in base a norme comunitarie che prescrivono un servizio; in

tal caso l'onere va valutato come un giusto corrispettivo. Lo stesso dicasi quando l'onere è imposto in rispetto

di norme internazionali convenzionali che favoriscono la libera circolazione delle merci. Altra deroga è quella

relativa al caso in cui l'onere rientri tra un sistema generale di tributi interni che colpisca tanto il prodotto

interno che il prodotto importato.

1. DIVIETO DI IMPOSIZIONI FISCALI DISCRIMINATORIE

Il divieto di cui all'articolo 9 e 12 (dazi e tasse equivalenti) va integrato con il divieto di cui all'articolo 95:

divieto di imporre tributi interni che siano discriminatori nei confronti dei prodotti importati.

Art. 95:

Nessuno Stato membro applica direttamente o indirettamente ai prodotti degli altri Stati membri

imposizioni interne, di qualsivoglia natura, superiori a quelle applicate direttamente o indirettamente ai

prodotti nazionali similari.

Inoltre, nessuno Stato membro applica ai prodotti degli altri stati membri imposizioni interne intese a

proteggere indirettamente altre produzioni. Gli Stati membri aboliscono o modificano, non oltre l’inizio

della seconda tappa, le disposizioni esistenti al momento dell'entrata in vigore del presente Trattato che

siano contrarie alle norme che precedono.

L'obiettivo di questo articolo, uguale a quello degli articoli 9 e 12, è quello di eliminare gli ostacoli alla libera

circolazione delle merci nell'area comunitaria. E' chiaro che l'imposizione fiscale è una delle prerogative della

sovranità dello Stato membro. L'articolo mira però a che tali imposizioni non facciano differenze tra prodotti

nazionali e prodotti importati. L’occasione del tributo, cioè, non deve essere dato dall’attraversamento della

frontiera da parte delle merci. L'art. 95 è quindi complementare agli artt. 9-12 nella misura in cui tende ad

evitare che le norme del trattato vengano eluse attraverso l'imposizione tributaria interna. L'articolo 95, come

l'art. 9 e l'art. 12, è una norma di portata fondamentale e dotata di effetto diretto pur avendo come destinatari

gli Stati membri. Tale articolo riguarda sia i tributi sui prodotti importati che su quelli esportati. Il divieto

comprende qualsiasi onere pecuniario di natura tributaria imposto dallo Stato o altro ente pubblico che va

dall'IVA (imposta prelevata sul valore aggiunto di un bene o di un servizio, cioè sulla differenza tra il valore di

un prodotto e il valore delle materie prime impiegate nella sua produzione) alle accise (tributo che colpisce la

merce al momento della fabbricazione -imposta di fabbricazione- o al momento dello scambio -imposta di

dazio doganale-); il divieto comprende anche gli oneri pecuniari di lieve entità. Il divieto colpisce anche il

prodotto originario di un paese terzo che si trovi in libera pratica. A stretto rigore l’articolo 95 è applicabile

sia alle imposte dirette che indirette anche se di fatto ha trovato applicazione rispetto alle ipotesi di tassazione

indiretta. Le ragioni del divieto di discriminazioni in base alla nazionalità dei lavoratori e delle persone fisiche

o giuridiche vanno cercate nelle norme sulla libera circolazione dei lavoratori e sul diritto di stabilimento. Le

ragioni del divieto di discriminazione fiscale dei cittadini non lavoratori vanno cercate nella disposizione

generale e residuale dell'art. 6 del Trattato. Il campo di applicazione dell'art. 95 va tenuto distinto dalle altre

disposizioni del trattato con le quali ha affinità di finalità come la disposizione che vieta l'imposizione di tasse

equivalenti. Le due norme non possono essere applicate cumulativamente in quanto danno luogo a regimi

differenti. Ad esempio le tasse di effetto equivalente vanno abolite, le imposte di cui all'art. 95 vanno applicate

escludendo però ogni forma di discriminazioni tra prodotti nazionali e prodotti importati. Ancora, mentre le

tasse equivalenti di cui all'art. 12 colpiscono il prodotto importato o esportato in ragione dell’importazione o

dell’esportazione le imposte tributarie di cui all'art. 95 colpiscono tutti i prodotti discriminando quelli

importati da quelli nazionali. Questo significa che l'onere impositivo di cui all'art. 95 è legittimo quando tale

onere è astratto e generale nel senso che viene applicato senza guardare all'origine del prodotto.

L'onere di cui all'art. 95 deve essere un onere pecuniario che discrimini tra prodotto importato e prodotto

nazionale. Tale discriminazione va intesa in senso ampio come momento che, cioè, comunque scoraggi

l'importazione. Vediamo alcune fattispecie che rientrano nel divieto:

1. un sistema di tassazione progressiva delle automobili, con la previsione di una tassa molto alta per le

vetture di elevata potenza fiscale, previsione che mira a colpire solo le vetture importate.

2. il tributo colpisce non il prodotto importato ma l'uso e il prodotto importato è destinato a quell'uso

3. un tributo colpisce il trasporto del prodotto in modo differente colpendo in misura maggiore il trasporto

internazionale

4. viene applicato un regime di agevolazioni fiscali che agevolino in particolar modo i prodotti nazionali.

5. i produttori nazionali vengono facilitati da una dilazione di pagamento dell’imposta.

Il carattere discriminatorio del tributo applicato ai prodotti importati presuppone il confronto con i prodotti

nazionali. Il primo comma dell'art. 95 pone come termine di confronto i prodotti similari. I prodotti si dicono

similari quando per i consumatori hanno proprietà analoghe e rispondono alle stesse esigenze. Nel caso di

prodotti similari la norma va interpretata in maniera ampia in modo da comprendere qualsiasi ipotesi di

discriminazione.

II secondo comma si riferisce ai divieti discriminanti tra prodotti nazionali e prodotti importati non similari ma

concorrenti. Qui il criterio di interpretazione è ancora più ampio in quanto va valutata anche l’attività

protezionistica nei confronti del prodotto nazionale. Ad esempio in tema di bevande alcoliche si deve

considerare rientrante in tale divieto l'imposta più onerosa che colpisce il vino, leggero e di basso costo,

rispetto alla birra, bevanda nazionale, perché tale imposizione mira ad avere un effetto protezionistico.

Talvolta non è facile stabilire quando un’ipotesi rientri nella sfera dell'articolo 95 e quando invece rientri nella

sfera dell'articolo 9 e dell’art. 12. L’art. 95, come il 9 e il 12, è una norma specifica. Per cui per le fattispecie

non rientranti negli articoli 95, 9 e 12 si ricorre all'articolo 30 che è una norma generale che regola in modo

alternativo e residuale le altre fattispecie similari.

RESTRIZIONI QUANTITATIVE E M1SURE DI EFFETTO EQUIVALENTE: ORIENTAMENTO

2. ORIGINARIO DELLA COMMISSIONE.

Gli artt. 30 e 34 vietano le restrizioni quantitative degli scambi e le misure di effetto equivalente che

riguardano rispettivamente le importazioni (art. 30) e le esportazioni (art. 34).

Art. 30: Senza pregiudizio delle disposizioni che seguono, sono vietate fra gli Stati membri le restrizioni

quantitative all’importazione nonché qualsiasi misura di effetto equivalente.

Art. 34; c. 1: Sono vietate per gli Stati membri, le restrizioni quantitative all’esportazione e qualsiasi

misura di effetto equivalente.

c. 2: Gli Stati membri aboliscono, al più tardi al termine della prima tappa, le restrizioni quantitative

all’esportazione e qualsiasi misura di effetto equivalente esistenti al momento dell’entrata in vigore del

presente Trattato.

Le restrizioni quantitative sono dei divieti di importare o di esportare un certo prodotto in modo assoluto o

relativamente a una certa quantità. Più complesso è definire le misure di effetto equivalente. Con il termine di

misure equivalenti si intendono tutta una serie di provvedimenti miranti non solo a precludere più o meno

palesemente le importazioni e le esportazioni ma anche ad avere effetti protezionistici che limitano gli scambi

intracomunitari.

In una prima fase la nozione di misure di effetto equivalente era sostanzialmente ancorata alla differenza di

trattamento tra prodotti nazionali e importati (cd. misure distintamente applicabili). Con la direttiva 50/'70 la

Commissione precisò e ampliò la nozione di misure di effetto equivalente. Vi furono comprese non solo le

disposizioni legislative o regolamentari ma anche ogni atto posto in essere dalla pubblica autorità che pur non

vincolanti giuridicamente potevano indurre i destinatari a scegliere un prodotto nazionale rispetto a quello

importato. La direttiva vietava in primis le misure distintamente applicabili che imponevano condizioni più

onerose ai prodotti importati rispetto a quelli nazionali. Per tali misure la stessa direttiva elencava

esemplificativamente alcune fattispecie:

1. le misure che imponevano prezzi minimi o massimi in modo da favorire i prodotti nazionali;

2. le misure che imponevano condizioni di pagamento più onerose ai prodotti importati tali da indurre

all’acquisto dei prodotti nazionali.

La stessa direttiva n. 50, inoltre, comprendeva nell'articolo 30 anche le misure cd. indistintamente applicabili

che avevano effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci al di là di quegli effetti restrittivi propri di

una regolamentazione commerciale. Ad esempio:

1. Gli effetti restrittivi sono sproporzionati rispetto al fine perseguito

2. il medesimo obiettivo potrebbe essere raggiunto con minore intralcio per gli scambi.

Comunque ai sensi della direttiva n. 50 per la Commissione non sono vietate di regola le misure

indistintamente applicabili, in assoluto, in quanto esse sono la conseguenza di una mancanza di

armonizzazione. Ma la giurisprudenza ha affinato sempre più la nozione di effetto equivalente superando la

stessa concezione della Commissione, ed elaborando una concezione molto ampia. L'interpretazione della

giurisprudenza fa dell'art. 30 una norma fondamentale nell'economia del sistema e dà ad esso un significato

anche politico nel processo di integrazione. Tale articolo è provvisto di effetto diretto il che significa che

attribuisce diritti ai singoli, diritti che possono far valere dinanzi ai giudici nazionali che sono tenuti a

disapplicare la norma interna incompatibile. II divieto di cui all'articolo 30 è imputabile allo Stato. In cosa

consistono queste misure? Tali misure possono consistere in una legge, un atto amministrativo, una prassi

burocratica generalizzata o semplicemente un orientamento giurisprudenziale. Sono comprese anche misure

non statali come quelle poste in essere da un’organizzazione professionale che provvede alla tenuta di un albo.

Anche la prassi di un ente locale o di un organismo privato finanziato dallo Stato rientra nella nozione. La

nozione di effetto equivalente è stata enunciata dalla Corte nella sentenza Dassonville e tale nozione è ancora

oggi valida ed applicata. La sentenza riguardava la compatibilità di una norma nazionale che condizionava

l’importazione di whisky con denominazione d'origine alla esibizione di un certificato rilasciato dal paese

esportatore. La sentenza Dassonville afferma che «ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa

ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari va considerata come

una misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative». Il divieto ha dunque portata generale. Non è

necessaria un’effettiva riduzione degli scambi ma è sufficiente anche un potenziale aggravio, non giustificato,

per gli importatori perché si possa considerare un ostacolo al libero scambio delle merci e quindi ricadere nella

previsione dell'articolo 30. Il divieto vige anche se la norma colpisce i1 prodotto originario di un paese terzo

ma che si trovi in libera pratica nella Comunità.

Misure distintamente applicabili

Sono le misure che investono direttamente il momento dell’importazione (o esportazione) di merci o che

comunque sono applicate al momento dell’importazione. Le misure distintamente applicabili sono, quindi, tutte

le misure che riducono o rendono impossibile, perché più onerose, le importazioni o le esportazioni e non

investono affatto i prodotti nazionali. Vediamo alcune fattispecie:

Controlli: un esempio sono i controlli sanitari operati al momento dell’importazione in modo sistematico a

meno che tali controlli non rientrino tra le deroghe previste dall'articolo 36 del trattato. Deroga che non è rara

visto che si tratta di salvaguardare la salute e vista la mancanza di armonizzazione dei controlli a livello

comunitario. Misure che impongono una documentazione specifica per l’importazione o l’esportazione del

prodotto: un esempio è rappresentato dalla richiesta di una licenza o di un certificato di conformità o di altri

adempimenti amministrativi specifici (come il rilascio di un documento da parte dell’amministrazione).

Qualsiasi formalità produce un ritardo e ha un effetto dissuasivo al punto da costituire un ostacolo agli

scambi. Altre ipotesi sono ammesse dalla prassi: imposizione di una garanzia o di una cauzione bancaria per le

importazioni da paesi comunitari quando i pagamenti sono anticipati.

Misure che favoriscono la canalizzazione delle importazioni attraverso determinati operatori: queste misure

riducono le cd. importazioni parallele che per il diritto comunitario sono il simbolo della realizzazione effettiva

di un libero e comune mercato delle merci.

D'altra parte la diversità dei prezzi dello stesso prodotto nei vari paesi alimenta le importazioni parallele che in

qualche modo devono tradursi in un vantaggio per il consumatore cioè consentirgli di acquistare il prodotto

dove le condizioni risultano più vantaggiose.

Altre misure: oltre alla fattispecie ricordata nella sentenza Dassonville, altre misure sono chiamate illegittime,

in quanto violazione dell'articolo 30 non giustificate dall'articolo 36. Sono tali ad esempio le misure disposte

dall’amministrazione italiana per aggravare gli adempimenti e gli oneri di immatricolazione delle autovetture

importate non dagli importatori cd. ufficiali ma da operatori cd. paralleli, liberi da vincoli contrattuali con le

case produttrici; tali misure ostacolano il libero scambio. Misure indistintamente applicabili: sono le misure

che, pur essendo neutre rispetto al rapporto tra prodotti nazionali e prodotti importati, comunque producono

l'effetto di ridurre le importazioni e quindi la commercializzazione dei prodotti importati o viceversa riducono

la commercializzazione dei prodotti importati e quindi l'importazione.

DISCIPINA SUI PREZZI

Di tale disciplina si è occupata la già ricordata direttiva 50 della Commissione. Le discipline sui prezzi

indistintamente applicati ai prodotti nazionali e a quelli importati non costituiscono di per sé una misura di

effetto equivalente. Lo possono però diventare in presenza di determinate condizioni:

a) quando viene stabilito, ad esempio, un livello minimo di prezzo ad un livello tale che il prodotto importato

non riesca a sfruttare i costi minimi di produzione e a farne beneficiare il consumatore;

b) quando viene stabilito un prezzo massimo per cui il prodotto importato risulti fuori mercato.

La fissazione dei prezzi è una misura di effetto equivalente anche quando:

a) da un lato tendono a favorire, dopo un’attenta analisi dei costi, prodotti nazionali a discapito di quelli

importati;

b) dall'altro non vanno a considerare le spese relative all’importazione (trasporti ad esempio) nella

determinazione del prezzo stesso. In conclusione possiamo affermare che la politica dei prezzi che in

qualche modo tende a favorire i prodotti nazionali a discapito di quelli importati rappresenta una misura di

effetto equivalente.

NORME SULLA QUALITÀ E LA PRESENTAZIONE DEL PRODOTTO (norme sulla produzione,

imballaggio e trasporto)

un'altra ipotesi di misure indistintamente applicabili riguarda la normativa sulla qualità e sulla presentazione

del prodotto che incide sulla importazione o sulla commercializzazione riducendo gli scambi. Sono le misure

relative alla composizione del prodotto, alla qualità del prodotto, alla forma, all’imballaggio, all’etichettatura e

più in generale alla presentazione del prodotto. A questo proposito si è affermato nella prassi un criterio

ispiratore generale: un prodotto legittimamente commercializzato in un paese comunitario deve poter essere

importato e commercializzato negli altri paesi membri e senza intralcio. E' il principio del mutuo

riconoscimento. Tale principio è la conseguenza della mancata armonizzazione delle legislazioni nazionali

relativamente alle disposizioni (direttive tecniche) per la commercializzazione di determinati prodotti il che non

esclude però che le legislazioni nazionali dei paesi membri produttori siano ugualmente rispettose della salute e

delle esigenze dei consumatori. Questo principio, di origine giurisprudenziale, in quanto introdotto dalla Corte

con la nota sentenza Cassis de Dijon afferma in definitiva che uno Stato membro, laddove non esiste

armonizzazione delle legislazioni, non può limitare all’interno del proprio territorio la circolazione di un

prodotto proveniente da un altro Stato qualora esso sia stato prodotto e confezionato in conformità alle norme

in vigore all'interno del paese di origine. Tale principio si applica anche alla libera circolazione delle persone e

dei capitali (principio del mutuo riconoscimento). In sostanza laddove non vi sono norme comunitarie che

disciplinano la materia lo Stato può liberamente esercitare le proprie competenze ma con il limite del mutuo

riconoscimento e quindi gli Stati non possono emanare norme in contrasto con questo principio e con l’art. 30

del Trattato rendendo, dal punto di vista dei requisiti e dei parametri da rispettare, più onerosa la possibilità

del libero scambio. Comunque il mutuo riconoscimento ha un limite ben preciso nelle cd. Esigenze imperative.

Cioè lo Stato al di la di quanto previsto dall’art. 36 può invocare esigenze imperative per lo stato medesimo

per introdurre misure di effetto equivalente che di fatto limitano la circolazione; in sostanza lo Stato può

limitare la circolazione però solo se ricorrono i casi previsti dall'art. 36 e se ricorrono comunque le cd.

Esigenze imperative. Il celebre caso Cassis de Dijon aveva ad oggetto l’importazione in Germania di un

liquore francese. Il Giudice tedesco era chiamato a verificare la compatibilità con l'art. 30 di una norma

nazionale relativa alle bevande alcoliche nel punto in cui fissava m via del tutto generale (quindi anche per i

prodotti nazionali) un livello minimo di contenuto alcolico perché alcune categorie di bevande potessero essere

commercializzate come tali in Germania.

L'Atto unico europeo ha consentito alla Commissione a partire da1 1992 di procedere ad un inventario delle

disposizioni legislative, regolamentari o amministrative che non siano ancora state armonizzate ed attribuisce

al Consiglio dei ministri il potere di emanare provvedimenti per dichiarare determinate disposizioni esistenti in

uno Stato membro come equivalenti a quelle applicate in un altro Stato membro. Le misure restrittive in

questo senso del paese importatore sono giustificate solo per la soddisfazione di esigenze imperative come la

protezione della salute, la difesa del consumatore purché non sia possibile attuare altre misure che

raggiungano lo stesso scopo (la tutela della salute) ma con minore intralcio agli scambi (principio di

proporzionalità).

Quindi la sentenza Cassis de Dijon ha enunciato il principio del mutuo riconoscimento e delle esigenze

imperative.

Dopo la sentenza Cassis de Dijon furono sottoposti alla Corte di Giustizia tutta un’altra serie di casi relativi

alla richiesta di requisiti per determinati prodotti. Ad esempio la famosa sentenza Aceto 1 e Aceto 2

riguardava l’Italia e dove l’Italia fece una figura anche abbastanza meschina. L'Italia infatti per tutelare la

produzione interna di aceto di vino stabilì che non poteva circolare nel nostro territorio l’aceto di mele perché

secondo l'avvocato la denominazione aceto poteva indurre in inganno il consumatore sprovveduto; non solo,

l’avvocato affermò che l'unico aceto che poteva avere questa denominazione cra quello di vino perché anche le

labbra di Gesù Cristo furono bagnate con 1'aceto di vino e quindi storicamente l'aceto e sempre stato di vino

(questa fu veramente una giustificazione pietosa) e quindi non poteva circolare sul nostro territorio 1'aceto di

mele. Ovviamente la Corte condannò l'Italia rilevando che questa misura è una misura di effetto equivalente di

cui all’art. 30. Sempre l’Italia (che ancora una volta ne uscì condannata) cercò di limitare la circolazione della

pasta fatta con grano non duro perché si diceva che in Italia si era abituati a un tipo di pasta diversa di grano

duro. Quello che traspare da tutto questo è che ci sono comunque tentativi per tutelare la produzione nazionale

al di là che fosse birra. aceto o pasta. La corte, ogni volta ritenne che quelle erano misure di effetto equivalente

indistintamente applicabili che di fatto però tendono a limitare l’importazione di altri prodotti. Come si fa a

verificare se queste misure indistintamente applicabili sono o non sono un ostacolo agli scambi, sono o non

sono congrue e proporzionali agli scambi. Esse sono sottoposte al controllo della Commissione o della Corte o

delle altre autorità amministrative nazionali.

NORMATIVE SULLA MODALITÀ DI COMMERCIALIZZAZIONE

Meno facile è l'applicazione della formula Dassonville a misure nazionali, sempre indistintamente applicabili,

che abbiano ad oggetto non i prodotti (composizione, imballaggio, forma, denominazione) ma le modalità

dell'attività commerciale: chi, come, dove e quando poter vendere. Sono misure che riducono le importazioni

perché riducono le vendite tanto dei prodotti nazionali che di quelli importati. All'inizio la giurisprudenza ha

largheggiato nell'applicazione della formula Dassonville anche in questo settore creando confusione tra gli

operatori che si sentivano autorizzati a contestare ogni forma di misura che in qualche modo ne limitasse

l'attività commerciale e di far perdere di vista la dimensione comunitaria e non solo nazionale dell'art. 30. La

corte ha poi cambiato orientamento. Le letture di questo orientamento sono state diverse. Secondo la

professoressa va letto sempre nell'ottica del principio di sussidiarietà che disciplina il riparto di competenze

nelle materie concorrenti. Lo stato, quando non c’è misura di armonizzazione, è libero di agire fermo restando

il principio del mutuo riconoscimento. La corte di giustizia in un primo momento ha stabilito che queste

misure proprio perché in atto o in potenza, direttamente o indirettamente, limitano la libera circolazione delle

merci sono incompatibili con l'art. 30 e quindi devono essere eliminate ipso iure (competenza quindi

prettamente comunitaria; tutto va letto nella logica comunitaria per cui ogni misura che limita la circolazione

di prodotti è incompatibile con il trattato e quindi va disapplicata dal giudice nazionale). Secondo un’altra

interpretazione (dalla sentenza Keck e Hunermund in poi) queste misure statali sono incompatibili con l'art.

30 e quindi devono essere disapplicate non automaticamente ma una volta che si sia provata l'incompatibilità

con l'articolo 30; questo perché lo stato è competente ad agire in questa sfera per la mancanza di

armonizzazione fermo restando che in tale legislazione statale non si riscontri l'incompatibilità con l'articolo 30

(attraverso ad esempio il ricorso ex articolo 177) perché può essere anche che quella misura sia stata emanata

per esigenze imperative o perché rientri nei casi dell'articolo 36. Non c'è dunque disapplicazione automatica

per contrasto con l'articolo 30 (è la solita logica: all'inizio si è privilegiato l'aspetto comunitario poi si è

salvaguardata la sovranità dello stato per cui anche l'articolo 30 va letto nell'ottica della sussidiarietà). Tutto

questo vale solo per le norme di commercializzazione. Tutto questo dovrebbe essere automaticamente

disapplicato. La norma più che una norma sulla libertà di commercio è una norma di principio sulla libertà

degli scambi tra i paesi membri. Vediamo alcune ipotesi:

1. quando pur avendo una riduzione delle vendite con conseguente riduzione delle importazioni sia esclusa

l'applicazione dell'articolo 30 perché:

Þ le norme nazionali non avevano ad oggetto gli scambi

Þ le norme nazionali consentivano modalità alternative di vendite

Þ il legame tra le misure e le importazioni era molto vago.

2. Un secondo gruppo riguarda le norme nazionali che riducevano gli orari delle vendite e quindi una

riduzione delle vendite e conseguentemente delle importazioni. La giurisprudenza aveva ritenuto

applicabile l'articolo 30 salvo però a dichiarare l'illegittimità di misure che non eccedono il contesto

degli effetti propri di una norma commerciale. Si tratta della giurisprudenza sull'apertura domenicale dei

negozi in cui la corte di giustizia ha proceduto ad un controllo marginale di effetti restrittivi di tali

divieti.

3. In un terzo gruppo di ipotesi la corte di giustizia ha invece ritenuto applicabile l'articolo 30 procedendo

anche ad una verifica non marginale delle finalità della misura e la sua congruità rispetto a tali finalità. Si

tratta per la maggior parte di misure sulla promozione di vendita (limitazione della pubblicità, ecc.). La

corte ha quindi compreso nella misura di effetto equivalente (vietato dall'articolo 30 salvo deroghe) sia le

misure commerciali che rendono più difficile l'accesso al mercato per gli operatori costringendo a

rinunciare o modificare un metodo di vendita legittimamente praticato nei paesi di origine, sia le misure

normative rispetto alle quali non ha nessuna rilevanza la diversità di legislazione né per il prodotto in

quanto tale né per l'operatore che lo commercializza.

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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto dell'Unione Europea. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Il diritto comunitario studia la normativa e le istituzioni della Comunità Europea, I principi ispiratori della Comunità economica europea, accordi di associazione e accordi di tipo commerciale, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Bastianon Stefano.

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