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Diritto dell'informazione e della comunicazione

Appunti di diritto dell'informazione e della comunicazione basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Magnani dell’università degli Studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Scienze della comunicazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione docente Prof. C. Magnani

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il giudizio e l’eventuale erogazione delle sanzioni previste in caso di commissione di un reato a

mezzo stampa erano affidati ad un magistrato di appello affiancato dai giudici del fatto( una giuria

popolare, cui spettava il compito di adottare il verdetto in camera di consiglio).

Si può dire quindi che l’Editto si fosse mantenuto sostanzialmente fedele allo spirito della norma

statutaria e al modello di tutela della libertà di stampa. Divieto di ogni forma di censura

preventiva, configurazione del ruolo dei pubblici poteri in chiave repressiva degli abusi(reati a

mezzo stampa) riserva al giudice del potere di applicare le relative sanzioni.

A conferma di questa impostazione stava la disciplina del sequestro dei stampati concepito

come strumento facoltativo cui solo il giudice poteva ricorrere e solamente per le esigenze

processuali. È uno strumento quindi legato all’accertamento di una specifica responsabilità penale

e funzionale all’esercizio della attività repressiva dei pubblici poteri.

Non passerà molto tempo che questo primo atteggiamento di favore nei confronti della libertà di

stampa subirà una progressiva trasformazione in senso restrittivo. Per prima cosa si stabilì la

tendenza ad interpretare la comunicazione alla Segreteria di stato dell’avvio di una pubblicazione

periodica in chiave autorizzatoria, poi la tendenza ad utilizzare lo strumento del sequestro

indipendentemente dal successivo accertamento di eventuali responsabilità penali e tendenza ad

estendere la responsabilità per i reati a mezzo stampa anche all’editore.

Poi attraverso le leggi dell’autorità di pubblica sicurezza in materia (del 1859, 1865 e 1889)

vengono introdotti una serie di limiti di carattere amministrativo aventi ad oggetto in particolar

modo la gestione dei “mezzi” di produzione degli stampati.

- Legge del 1859 introduce l’istituto della licenza di polizia per l’esercizio

dell’arte tipografica, e questa licenza stabiliva delle condizioni per essere rilasciata che sono

quelle della fedina penale pulita e la maturità classica) e la licenza di polizia per l’affissione

degli stampati. (la licenza è un permesso per il cittadino per effettuare una determinata

attività). Per ottenere queste licenze bisogna recarsi alla Pubblica Amministrazione.

- Le leggi del 1865 e 1889 confermano le precedenti licenze ed

introducono il divieto di esporre alla pubblica vista figure o disegni offensivi alla morale, del

buon costume e della pubblica decenza o dei privati cittadini.

Qualora stampati di questo tipo fossero affissi violando questo divieto e non sottoponendo a

controllo da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, quest’ultima era autorizzata ad

intervenire direttamente sequestrando gli stampati stessi con l’obbligo poi di inviarli

all’autorità giudiziaria per l’avvio del procedimento penale a carico degli autori dell’affissione.

Si tratta però della prima ipotesi in cui il sequestro era operabile direttamente dall’autorità

amministrativa e non dal giudice.

Nel 1899 si verificò un tentativo autoritario su questa disciplina già molto delicata da parte del

governo Pelloux. Quest’ultimo stabilì un disegno di legge di carattere eccezionale intitolato “

AGGIUNTE E MODIFICAZIONI ALLE LEGGI DI PUBBLICA SICUREZZA E SULLA STAMPA” . esso

prevedeva un aggravamento delle pene per i reati a mezzo stampa; l’attribuzione al giudice

del potere di disporre la sospensione fino a tre mesi della pubblicazione dopo due successive

condanne, nonché di imporre una cauzione a carico dei responsabili dello stampato;

l’attribuzione al giudice di un potere di intervento preventivo di natura censoria che si

traduceva nel divieto di procedere alla distribuzione dello stampato prima di due ore dal

deposito presso l’autorità giudiziaria delle copie di rito. Questo disegno di legge incontrò una

forte opposizione in parlamento, il governo trasformò il disegno in decreto. Anche il decreto

non riuscì ad avere effetti concreti e fu annullato dalla Cassazione e dichiarato invalido.

Solo con l’avvio del periodo giolittiano, in virtù delle condizioni generali di maggior stabilità

politica e sociale che lo caratterizzano appaiono i primi segnali chiari di un’attenuazione delle

tendenze restrittive in materia di libertà di stampa. Tra i provvedimenti più significativi vi era

la LEGGE 278 DEL 1906 dove la libertà di stampa veniva tutelata in maniera garantista

(≠giustizionalismo). Questa legge affermava che uno stampato poteva essere sequestrato

solo dopo una sentenza irrevocabile con condanna definitiva ed inappellabile da parte delle

magistrature, per poi essere tolto dalla circolazione. La possibilità di sequestro preventivo

rimaneva nelle sole due ipotesi di stampati che violassero il limite del buon costume e per

quelli che non avessero adempiuto agli obblighi di deposito di copie presso le autorità

pubbliche indicate nell’editto. La svolta in senso liberale subì però una brusca battuta con

l’avvenire della Prima Guerra Mondiale, quindi con il subentrare definitivo del fascismo.

CON LA LEGGE DEL 1915 N 83 si stabilì di attribuire all’esecutivo il potere di:

- Vietare la pubblicazione di ogni notizia di carattere militare (l’esercizio di

tale potere era affidato al prefetto)

- Ai responsabili delle pubblicazioni si lasciava la facoltà di sottoporre

preventivamente all’autorità prefettizia il contenuto dello stampato ciò diede vita ad un

generalizzato sistema di censura preventiva.

4 novembre del 1918 finì la Prima Guerra Mondiale.

L’avvento del regime fascista segna l’inizio di una trasformazione progressiva della disciplina della

libertà di stampa da disciplina repressiva dei possibili abusi dell'esercizio di un diritto di libertà a

disciplina prevalentemente preventiva. Tale trasformazione si lega alla tendenza di dare

un’interpretazione fortemente restrittiva dei diritti di libertà e al diverso atteggiamento che il

regime assume con riferimento all’intero settore dell’informazione, inteso come un atteggiamento

espressione della piena consapevolezza dello stretto nesso funzionale che lega le attività di

comunicazione sociale e l’assetto degli equilibri politici, che viene letto in chiave di difesa e

rafforzamento del potere costituito. Il legislatore fascista metterà in campo una serie articolata di

istituti e si verificherà un ruolo sempre più articolato e incisivo che si sostanzia nella

predisposizione di una fitta rete di controlli preventivi che non toccano solo il contenuto degli

stampati ma anche le condizioni dell’esercizio stesso di libertà di stampa.

Il regime interviene in diversi settori della libertà di stampa, in particolare:

1. Nella figura di gerente responsabile

2. L’istituzione dell’Ordine e dell’Albo dei giornalisti

3. Disciplina dei reati a mezzo stampa nel nuovo codice penale del 1930(Rocco)

4. Nuova legislazione di pubblica sicurezza

5. Interventi economici a favore della stampa e la nascita di apposite strutture

amministrative del settore

1. Con la legge del 1923 si stabilisce che il gerente debba essere un soggetto direttamente

coinvolto nella gestione del periodico e deve avere riconoscimento del prefetto. Il Gerente non

poteva essere un deputato, in quanto quest’ultimi godevano dell’IMMUNITA’ PARLAMENTARE e

quindi non potevano essere processati, a differenza del gerente che in caso di commissione di

due reati a mezzo stampa veniva condannato ad una pena detentiva non inferiore a sei mesi.

Con la legge del 1925 viene sostituita la figura del gerente responsabile con quella del

direttore responsabile. Il direttore responsabile non viene più approvato dal prefetto ma dal

Procuratore Generale presso la Corte d’Appello. A norma dell’articolo 57 del codice penale

Rocco del 1930 viene stabilita la responsabilità oggettiva del direttore responsabile, ovvero

quest’ultimo è sempre penalmente responsabile di tutto ciò che viene pubblicato nel giornale e

chiamato a rispondere insieme all’autore dello scritto del reato a mezzo stampa. questo articolo

rimase in vigore fino al 1958, dopo di che non si parla più di responsabilità oggettiva ma

solamente di responsabilità per omesso controllo.

2. La disciplina riguardante l’istituzione dell’ordine e dell’albo dei giornalisti era già

prevista dalla legge del 1925(art 7) essa si realizzò tre anni più tardi con il regio decreto del

1928 che rappresentava il regolamento di attuazione di detta legge. ORDINE= STRUTTURA

AMMINISTRATIVA ALBO= REGISTRI. L’ istituzione dell’ordine e dell’albo costituiva di fatto un

meccanismo di filtraggio e selezione “politica” di coloro che avessero inteso esercitare l’attività

giornalistica. L’albo era composto da 3

elenchi : - giornalisti professionisti( potevano essere iscritti solo coloro che avevano esercitato

almeno 18 mesi la professione) – praticanti (potevano iscriversi coloro che avevano esercitato

in via esclusiva l’attività giornalistica per un periodo inferiore ai 18 mesi o non avessero ancora

compiuto 21 anni) – pubblicisti (potevano essere iscritti coloro che esercitavano l’attività

giornalistica non in via esclusiva). Per l’iscrizione all’Albo bisognava essere un cittadino italiano,

godere dei diritti civili, possedere l’attestato di una attività svolta presso un’impresa editoriale.

Si richiedevano inoltre alcuni requisiti “ negativi” , particolarmente significativi per cogliere la

vera ratio del provvedimento in esame. Si prevedeva un divieto di iscrizione per coloro che

avessero riportato una condanna a pena detentiva superiore a 5 anni, mentre analogo divieto

era disposto a carico di coloro che avessero svolto una pubblica attività contraria agli interessi

della Nazione, si esplicitava quindi l’esigenza di un allineamento politico di fondo di ogni

giornalista con i principi del nuovo regime. Un allineamento che il richiedente era tenuto a

certificare attraverso la presentazione di un’attestazione del prefetto circa la propria condotta

politica. La legge prevedeva che la tenuta dell’Albo avvenisse a cura dell’Ordine dei giornalisti

presso la cancelleria delle quali gli Albi dovevano essere depositati. in realtà viene istituito solo

l’albo gestito dal sindacato nazionale fascista, articolato in una segreteria e in un direttorio

nazionali e i undici sindacati regionali. Fu a quest’ultimi che venne affidata la cura degli Albi,

attraverso un apposito comitato di 5 membri di nomina governativa. Contro le delibere del

comitato l’interessato aveva l’unica possibilità di recarsi alla commissione superiore della

stampa entro 30 giorni.

3. Il nuovo assetto della disciplina della libertà di stampa trova uno svolgimento obbligato e

coerente nella nuova disciplina dei reati a mezzo stampa stabilita dal codice Rocco del 1930. La

scelta di fondo che caratterizza il nuovo codice segna una svolta rispetto al periodo precedente

per quanto riguarda la questione dell’incorporazione nella disciplina codicistica delle

fattispecie di reato a mezzo stampa. Con l’editto sulla stampa del 1848, con il codice

Zanardelli si adotta una soluzione di compromesso: alcuni reati a mezzo stampa, in particolare

quelli lesivi di interessi privati come la diffamazione e l’ingiuria (Commette Ingiuria (art. 594

c.p.) chi offende l'onore o il decoro di una persona presente. ... Commette invece il delitto

di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l'altrui reputazione in assenza della persona offesa)

vengono introdotti nella disciplina codicistica con aggravamento delle pene mentre altri

restano disciplinati dall’Editto, mentre il caso dell’apologia di reato riceve una doppia disciplina

da parte del codice che si somma a quella dell’editto. Con il codice Rocco tutto il settore dei

reati a mezzo stampa è ricondotto all’ambito della disciplina codicistica.

- Per prima cosa va aggiunto che lo stesso art 57, per la stampa non periodica considerava

soggetto imputabile l’autore o se questo era ignoto l’editore e qualora anche questo fosse

sconosciuto, lo stampatore mentre per la stampa clandestina erano imputabili coloro che si

occupavano della diffusione. Quanto alle fattispecie criminose erano raggruppate in due

categorie:

1. la prima è rappresentata da quelle ipotesi nelle quali l’elemento della pubblicità legato

all’uso della stampa costituisce un elemento essenziale del reato. Reati di vilipendio, reati di

istigazione alla disubbidienza alle leggi e all’odio tra le classi sociali, al reato di incitamento a

pratiche contro la procreazione, al reato di pubblicazione di notizie false, esagerate o

tendenziose destinate a turbare l’ordine pubblico infine al reato di pubblicazione oscena.

2. la seconda categoria è quella rappresentata da quelle fattispecie nelle quali l’elemento

della pubblicità rappresenta una circostanza aggravante: è il caso di reato di istigazione dei

militari a disubbidire alle leggi e del reato di diffamazione.

4. I dati salienti che emergono dai testi unici del 1926 e del 1931 sono due: l’inasprimento del

regime delle licenze di polizia legate all’esercizio di attività connesse alla stampa e la

trasformazione dell’istituto del sequestro degli stampati da strumento meramente repressivo a

strumento amministrativo di intervento preventivo azionabile direttamente da parte

dell’autorità di polizia indipendentemente dall’effettiva o presunta responsabilità della

commissione di un reato a mezzo stampa. Con il t.u del 1926 viene confermata la LICENZA PER

L’AFFISSIONE O DISTRIBUZIONE IN LUOGO PUBBLICO O APERTO AL PUBBLICO DI STAMPATI E

MANOSCRITTI, prevedendosi nell’ipotesi di affissione abusiva l’immediata rimozione ad opera

dell’autorità di pubblica sicurezza. Con il t.u del 1931 si prevede una LICENZA DI

POLIZIA PER L’USO DI MEZZI PARLATI PER LA DIFFUSIONE DEL PENSIERO e si introduce una

LICENZA DI POLIZIA PER L’AFFISSIONE DEI MANIFESTI CINEMATOGRAFICI. Quanto all’istituto del

sequestro con il t.u del 1931 viene ampliato il potere di sequestro preventivo il quale può

essere esercitato addirittura senza che vi sia un procedimento penale.

5. la politica fascista nei confronti della stampa si mosse anche sul versante del sostegno

economico alle imprese editoriali dando vita a forme di aiuto che permasero nel tempo. Oltre ai

finanziamenti si assiste alla nascita di apparati amministrativi che operano su due versanti:

quello dei controlli sul contenuto dell’informazione stampata e quello degli interventi

economici. La prima decisione significativa fu quella di spostare l’Ufficio Stampa presso la

Presidenza del Consiglio. Nel 1934 all’Ufficio stampa succederà un apposito Sottosegretariato

alla stampa e alla propaganda e nel 1935 il Ministero per la Stampa e la Propaganda. Questa

parabola di crescita si concluse con la sostituzione del Ministero per la Stampa e la Propaganda

con il Ministero della Cultura Popolare. Infine nel 1940 venne istituito l’Ente Stampa il cui

compito era quello di curare il potenziamento e lo sviluppo dei servizi redazionali e di

corrispondenza di giornali e periodici.

Cade il fascismo il 25/07/43, e vi è una transizione costituzionale fino al 46.

I primi interventi normativi relativi all’esercizio della libertà di stampa adottati all’indomani

della caduta del fascismo risentono di due elementi: il perdurare dello stato di guerra e la

situazione di sovranità limitata in cui versa l’Italia in questo periodo e che si traduce

Psychological Warfare Branch

nell’emanazione di direttive vincolanti da parte del (istituto

delle autorità occupanti). L’Italia è ancora una sovranità limitata poiché occupata da truppe

straniere.

- Centro-nord: tedeschi

- Sud: alleati

- Nord: Repubblica di Salò (rappresentava ancora gli interessi di Hitler)

Con il d.l del 1943 si provvede ad imporre alle imprese editoriali che godevano di

sovvenzioni statali una serie di limitazione in ordine agli eventuali passaggi di proprietà.

Con il d.l del 1944 si introduce un obbligo di previa autorizzazione prefettizia per la

prosecuzione della pubblicazione di quotidiani e periodici, la cui violazione viene sanzionata

con il sequestro dello stampato e con il divieto di prosecuzione della sua pubblicazione. È

solo nell’imminenza dell’avvio dei lavori dell’assemblea costituente che si assiste al varo di

un primo significativo provvedimento legislativo che segna una svolta radicale rispetto al

passato. Si tratta del decreto legge 561 del 1946 che ridisciplina uno degli strumenti

attraverso il quale più si era fatto sentire il peso dei controlli esercitati dal fascismo cioè del

sequestro. Le nuove disposizione a riguardo non solo aboliscono il sequestro preventivo ad

opera dell’autorità di pubblica sicurezza, riducendo l’istituto alla sua originaria natura di

strumento esclusivamente repressivo e attivabile solo dal giudice, ma limitano il ricorso ad

esso ai soli casi di sentenza di condanna irrevocabile per l’accertata commissione di un

reato a mezzo stampa. solo in due ipotesi viene confermato un potere di sequestro

esercitabile direttamente dall’autorità di pubblica sicurezza e più precisamente in relazione

a stampati che violino il limite del buon costume o il divieto di propaganda di mezzi

anticoncezionali(sequestro di urgenza). Poi sempre nello stesso periodo si procede ad una

redistribuzione delle competenze amministrative in materia di stampa: ad un primo

intervento legislativo che si limitava a trasferire il Sottosegretariato agli interni in via

transitoria l’esercizio dei compiti attribuiti al Ministero della Cultura Popolare, seguirono

l’istituzione di un Sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni che si sostituì

definitivamente al Ministero che assunse poi la denominazione di Sottosegretariato per la

stampa, lo spettacolo e il turismo.

Il quadro che l’Assemblea Costituente si trovò di fronte era ancora fortemente

caratterizzato dall’impronta autoritaria che vi aveva impresso il passato regime. E proprio

in reazione a ciò che i costituenti si orientarono subito verso una disciplina di stampo

garantista. Innanzitutto per quanto riguarda gli istituti dell’autorizzazione e della censura,

la loro introduzione venne espressamente vietata, poi il sequestro era rigorosamente

ancorato ai poteri del giudice e sottratto a quelli dell’autorità di pubblica sicurezza, salvo gli

interventi in casi eccezionali d’urgenza. In terzo luogo la definizione dei limiti all’esercizio

della libertà di stampa, circoscritti alla sola tutela del buon costume e di altri interessi

costituzionalmente protetti. SI TORNA COSI’ AD UN’IMPOSTAZIONE DI STAMPO LIBERALE.

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----------- ART 21.:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e

ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111

c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel

caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei

responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento

dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali

di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare

denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore

successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di

finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni

contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a

reprimere le violazioni.

E’ SUDDIVISO IN 6 COMMI:

- I e VI tratta della libertà di espressione in generale

- II, III,IV e V si riferiscono ai medium della stampa

L'origine dell'art. 21 della Costituzione è dedicato alla disciplina della libertà di manifestazione del

pensiero e prevalentemente alla libertà di stampa, uno dei cardini dello stato democratico. Lo

stato ha il compito di garantire le condizioni generali per la più ampia e piena realizzazione della

libertà di espressione da parte dei singoli, ma anche quello di garantire a tutti i cittadini il diritto

ad avere un’ informazione il più possibile completa ed imparziale, contribuendo cosi ad

elevare il tasso di democraticità del sistema attraverso una partecipazione consapevole alla vita

dello stesso. L’art 21 rappresenta con certezza l’indizio di una più rilevante e vasta tutela del

diritto ad essere informati. L’informazione intesa come un libero accesso alle conoscenze che si

confrontano nella opinione pubblica si configura come uno strumento necessario per la

realizzazione della democrazia costituzionale.

L’articolo 21 come noto non menziona esplicitamente nel suo testo il pluralismo delle fonti di

informazione, la disposizione definisce piuttosto la libertà di espressione con qualsiasi mezzo a

disposizione dell’emittente. Eppure la prospettiva costituzionale entro la quale inquadrare il

pluralismo informativo nel diritto dei media deve necessariamente confrontarsi con l’articolo 21

della costituzione. La corte costituzionale definì la libertà di espressione come “pietra angolare

dell’ordine democratico”. La consulta con la sentenza effettuata nel 1972 affermò che la libertà di

dare e diffondere notizie opinioni e commenti è un diritto pienamente protetto dall’articolo 21.

L’informazione nei suoi risvolti attivi e passivi esprime una condizione preliminare per l’attuazione

della forma propria di STATO DEMOCRATICO.

COMMI dell'art. 21

Il primo comma riguarda il principio della libertà di manifestazione del pensiero mentre i

seguenti cinque commi riguardano la libertà di stampa.

1° comma :

"Tutti sono liberi di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni

altro mezzo di diffusione"

Definisce i contorni della garanzia costituzionale, nella quale sono presenti libertà dei contenuti

dei messaggi comunicativi e la loro libera diffusione attraverso qualunque mezzo: non dunque

solo la libera manifestazione individuale ma anche la libertà di diffondere tali manifestazioni, il

che tutela gli interessi sia di chi comunica, sia di chi è destinatario della comunicazione. Non

viene tutelata la propaganda pubblicitaria. L'oggetto specifico della libertà di manifestazione

del pensiero è quindi il diritto di comunicare il proprio pensiero ad una sfera indeterminata di

destinatari.

Il costituente, nei commi successivi, disciplinò la libertà di stampa, considerata come

l'espressione principale della libera manifestazione del pensiero.

2°comma:

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni (permesso generale) o censure (controllo

di ciò che deve essere stampato). Divieto di sottoporre a misure di controllo amministrativo

preventivo sia l'attività di produzione di stampati (autorizzazione), sia il contenuto degli stessi

(censura).

3°comma:

Divieto di ricorrere all'istituto del sequestro (ossia ad una forma di intervento successiva alla

pubblicazione) se non per atto motivato dall'autorità giudiziaria (riserva di giurisdizione) o

nel caso di violazione delle norme stabilite dalla legge sulla stampa (riserva di legge), ovvero

quando viene commesso un delitto a mezzo stampa.

(Opposto della logica del 1931, in quanto vi era uno strumento amministrativo di intervento

preventivo da parte dell'autorità di polizia, indipendentemente dall'effettiva o presunta

responsabilità di un reato a mezzo stampa).

4° comma

Il , riferito solo alla stampa periodica, riguarda il sequestro d'urgenza: qualora non

sia possibile il tempestivo intervento del giudice, al sequestro può procedere l'autorità di

polizia, la quale ha l'obbligo di comunicare l'avvenuto sequestro entro le 24 ore. Se entro le 24

ore non interviene la convalida del giudice, il sequestro viene revocato.

5° comma:

La legge impone alle imprese editrici l'obbligo di rendere noti i loro mezzi di finanziamento.

Obbligo di trasparenza, garanzia purchè si possa avere una pluralità di proprietari, e che serve

a verificare le normative antitrust.

6° comma:

L'introduzione dei limiti all'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero è prevista

nell'ultimo comma che si riferisce alla tutela del buon costume (art. 529 del c.p.), unico limite

esplicito. Sono illegittime le pubblicazioni o manifestazioni contrarie al buon costume; la legge

deve stabilire provvedimenti adeguati a prevenire e reprimere le violazioni e la misura più

idonea è la censura (non può essere applicata alla stampa). La nozione di buon costume è

riferita al comune senso del pudore sessuale e della dignità morale, con particolare riferimento

alla tutela dello sviluppo della personalità dei minori. I limiti impliciti,

invece, sono:

Il limite dell'onore e della reputazione , rispettivamente reato di ingiuria e reato di

diffamazione.

Il limite del regolare funzionamento della giustizia , che risponde all'esigenza di assicurare

una coretta informazione sulle vicende giudiziarie, e al divieto di rendere pubblici i

procedimenti giudiziari ancora in corso.

Il limite della sicurezza dello Stato, espresso nelle disposizioni penalistiche che puniscono la

rivelazione di segreti di Stato, nonchè su quelle notizie di cui sia stata vietata la divulgazione da

parte dell'Autorità.

Il limite del diritto alla riservatezza , legato alla diffusione, raccolta e trattamento dei dati

personali, ovvero consiste nel tutale quelle situazioni strettamente personali e familiari, le quali

non hanno interesse sociale. Se c'è essenzialità dell'informazione possono essere rivelati i dati

sensibili, ad esempio la condizione di salute della persona.

Tutela dei minori, la quale riguarda le pubblicazioni che si rivolgono ai minori e che possono

causare gravi danni alla dignità della persona).

Firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948 veniva approvata dalle Nazioni Unite, a livello

internazionale, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Art. 19: "ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di

non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere

informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere."

1950 art. 10 C.E.D.U.

Nel viene attivato l' (Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti

dell'uomo), entrato in vigore in Italia solo nel 1955, che si occupa della libertà di espressione e

afferma che: "ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà

d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere

ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera." Il diritto

dell’informazione pur venendo solitamente identificato come una “libertà da” dovrebbe

confrontarsi con la dimensione di “libertà per”, cioè con l’interesse di chi desidera essere

informato; garantendo copertura costituzionale anche al profilo passivo della libertà, inteso

come esigenza del pubblico a ricevere un’informazione corretta, completa, obiettiva

eterogenea e plurale. artLa giurisprudenza della Corte europea, poi, ha sviluppato la tutela

accordata dalla disciplina convenzionale chiarendo che l'informazione, soprattutto quella

stampata, esercita la fondamentale funzione di guardia dei pubblici poteri, e afferma il diritto

del pubblico dei lettori di ricevere informazioni sui comportamenti dei soggetti titolari di

funzioni pubbliche che possono suscitare motivi di preoccupazione, riconoscendo cosi agli

organi di informazione il diritto di far ricorso ad un certo grado di esagerazione.

Per quanto riguarda il settore dell'informazione radiotelevisiva, l'art. 10 della C.e.d.u., valorizza

l'importanza della libertà di ognuno di ricevere il più possibile un' informazione pluralistica e

non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti. All’articolo 10 si ricomprende nella

libertà di espressione la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza possibilità

di ingerenze da parte di autorità pubbliche.

La libertà tutelata dall'art. 21 della Costituzione trova riconoscimento nell'art. 11 della Carta di

Nizza, il quale stabilisce che "ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto

1972

include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee".

sent. della Corte Costituzionale numero 105 : prima importante sentenza che afferma il diritto di

informare e il diritto di ricevere notizie.

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Si torna cosi ad un impostazione liberale ma in un quadro complessivo completamente mutato

legge

e arrichito di nuove garanzie, prima fra tutte, la scelta di una Costituzione rigida. Con la

numero 47 del 1948 legge sulla stampa

vi è la nuova , ancora in vigore, in cui vengono

introdotte le indicazioni obbligatorie per la stampa periodica e per quella non periodica.

1-Obbligo di indicare nello stampato il luogo, l'anno di pubblicazione, il nome e il domicilio dello

stampatore, nome del proprietario, figura del direttore o vicedirettore responsabile,

obbligatoriamente iscritto all'albo dei giornalisti;

2- In virtù del comma 2 il principale obbligo previsto è l'obbligo di REGISTRAZIONE di tutti i

quotidiani e periodici presso la cancelleria del Tribunale competente per territorio, ciò ha un

valore conoscitivo ed è coerente con il principio di trasparenza ed è utile per evitare

l’anonimato. Dal 1975 per i telegiornali e radiogiornale è stato inserito l’obbligo di registrazione.

Qua norma ha avuto una sua applicazione anche nel settore web nel 2001, in cui viene data la

definizione di prodotto editoriale, i prodotti editoriali sono soggetti ad aggiornamento periodico

e dovevano rispettare l’obbligo di registrazione. Ciò va a contrasto con i “blog” che non hanno

nessun obbligo di registrazione. Quindi i giornali online non hanno l’obbligo di registrazione,

l’obbligo è presente solo se le testate giornalistiche intendono ad accedere ai favori

dell’editoria(finanziamenti ecc.)

3-Obbligo di deposito di alcune copie dello stampato presso la prefettura.

L'eventuale violazione dell'obbligo di registrazione o degli obblighi relativi all'indicazione dei

responsabili è qualificata come delitto e pertanto può giustificare un provvedimento di

sequestro, ai sensi dell'art. 21.

figura del direttore responsabile

Quanto alla , in seguito alla sentenza n°3 del 1956 e della

modifica dell'art.57 del codice penale la responsabilità è legata al mancato esercizio della

funzione di controllo, e quindi ad un fatto proprio. Quindi il direttore responsabile ha

responsabilità solo nel caso di omissione di controllo e si prevede nei suoi confronti una

reati a mezzo stampa

riduzione della pena prevista. Riguardo ai la legge n°47

non riuscì a ribaltare la scelta operata dal codice penale del 1930, riconducendo la disciplina di

questa materia ad una legge speciale, ovvero quella sulla stampa. Tuttavia nella legge sono

introdotte disposizioni integrative della disciplina codicistica: l'art.13 riguarda la diffamazione a

mezzo stampa, distinta da quella prevista dal codice penale, in quanto è reato per un fatto

determinato, concreto, e non generico (Secondo la Corte di Strasburgo l'Italia dovrebbe abolire

questa norma per i giornalisti). L'art.14 prevede pene aggravate riguardo alle pubblicazioni

destinate ai bambini e agli adolescenti, qualora queste offendano il sentimento morale; si tratta

di fumetti, giornali o qualunque pubblicazione che corrompe i sentimenti e pensieri dei giovani

(reato che va da 6 mesi a 3 anni di carcere). L'art.15 estende le disposizioni del codice penale

sulle pubblicazioni con contenuti impressionanti che descrivono con particolare crudezza

avvenimenti reali o immaginari, da turbare il comune sentimento della morale. Infine, è

dell'istituto di rettifica

importante l'introduzione da parte della legge n°47 : il direttore

responsabile ha il dovere di indicare eventuali rettifiche che li sono venute da parte di soggetti

di cui sono state pubblicate immagini o informazioni non veritiere o lesive della loro dignità.

L'obbligo di rettifica deve essere eseguito entro due giorni.

Delle modifiche introdotte dalla legge n°47 del 1948 rimanevano inalterate la legislazione di

pubblica sicurezza, contenuta nel testo unico del 1931, e la disciplina dei reati a mezzo stampa.

Vi sono, infatti, alcuni importanti interventi della Corte Costituzionale nell'attuazione dei nuovi

principi costituzionali in materia di libertà di stampa:

- in materia di autorizzazioni di polizia con la sent. n° 1 del 1956 le licenze di polizia relative

all'affissione degli stampati, disciplinate dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del

1931, vennero eliminate. L'istituto dell'autorizzazione all'esercizio dell'arte tipografica fu

,invece, ritenuto conforme al dettato costituzionale della Corte e solo nel 1998 venne abolito.

Inoltre è stato anche eliminato il divieto di propaganda dei mezzi anticoncezionali con la sent.

n°49 del 1971;

- in materia di buon costume la Corte ha più volte affermato che il buon costume va riferito

esclusivamente alla necessaria tutela della sfera del pudore sessuale.

-in materia di reati a mezzo stampa la legge n° 205 del 1999 elimina dal codice penale i reati di

opinione che erano stati introdotti nel 1930 (Pubblica istigazione e apologia, eccitamento al

dispregio e vilipendio delle istituzioni, offese all'onore di capi di Stato esteri...).

Con la legge 69 del 1963 si è proceduto alla completa riforma della precedente legislazione

fascista relativa ALL’ORDINE E ALL’ALBO DEI GIORNALISTI.

La legge prevede che tutte le attività connesse alla tenuta dell’Albo siano affidate all’Ordine dei

giornalisti il quale era composto da CONSIGLI REGIONALI O INTERREGIONALI, costituiti a loro

volta da 6 giornalisti professionisti e 3 pubblicisti) e dal CONSIGLIO NAZIONALE (composto da 2

giornalisti professionisti e 1 pubblicista per ogni consiglio regionale o interregionale). Ai consigli

regionali o interregionali spetta oltre alla cura dell’osservanza della legge professionale la

tenuta dell’Albo. Per quanto riguarda le modalità di iscrizione all’Albo esse si differenziano a

seconda che si tratti di giornalisti professionisti (coloro che esercitano la professione

giornalistica in modo continuativo ed esclusivo) o dei pubblicisti.

OBBLIGHI ISCRIZIONE PROFESSIONISTI: si richiede il raggiungimento del ventunesimo anno di

età, l'iscrizione nel registro dei praticanti (registro in cui si iscrivono coloro che svolgono per 18

mesi praticantato obbligatorio e colore che hanno età inferiore a 21 anni), l'esercizio

continuativo della pratica giornalistica per un periodo di tempo non inferiore a 18 mesi, il

superamento di una prova di idoneità professionale, che chi si iscrive non abbia condanne

penali. OBBLIGHI ISCRIZIONE PUBBLICISTI: si richiedono gli stessi requisiti richiesti per

l'iscrizione all'Albo dei giornalisti professionisti (esclusi quelli del praticantato) e sono tenuti a

documentare un'attività pubblicistica svolta da almeno due anni, per dimostrare di aver

collaborato con una testata giornalistica.

Ai consigli regionali e interregionali spetta ogni decisione in merito alla cancellazione dall'Albo,

la quale può intervenire a causa di perdita di uno dei requisiti richiesti per l'iscrizione o per la

cessazione dell'attività. Ai consigli dell'Ordine spetta anche la funzione del potere disciplinare

nei confronti degli iscritti. Tale procedimento viene concluso con una decisione del consiglio

stesso che può comportare diverse sanzioni a seconda della gravità. Dal 2012 la Commissione

di disciplina opera presso il Consiglio regionale e può attribuire determinate sanzioni. Le

sanzioni possono essere: un avvertimento; la censura, per abusi di grave entità; la sospensione

dell'iscrizione all'Albo, quando la condotta del giornalista è stata irrispettosa della dignità

professionale, la sospensione può durare un massimo di 3 anni; La radiazione dall'Albo, quando

il giornalista è incompatibile con l'iscrizione per grave condotta, il quale può richiedere i re

iscrizione all'Albo dopo 5 anni. L’ordine dei giornalisti è stato inoltre oggetto di quesito di

costituzionalità, vi erano problemi relativi alla compatibilità di tale disciplina rispetto ai principi

dettati in materia di libertà di stampa dalla Costituzione Repubblicana. A questi dubbi di

legittimità costituzionale ha risposto la Corte Costituzionale con una importante pronuncia del

1968. Il giudice costituzionale ha affermato che la legge impugnata poteva essere considerata

lesiva del principio di libertà di stampa solo nell’ipotesi in cui avesse disposto il divieto per

soggetti diversi dai giornalisti iscritti all’albo di manifestare liberamente il proprio pensiero

attraverso la stampa periodica. Secondo la corte la prevista disciplina della professione

giornalistica non solo non può considerarsi lesiva della libertà di stampa ma al contrario va

considerata come un elemento di tutela della medesima, dovendosi ritenere l’istituzione di un

Ordine e di un Albo professionali come strumento per rafforzare la posizione del singolo

giornalista nei suoi rapporti con i datori di lavoro, ossia degli editori; come strumento per

garantire nel modo più pieno la libertà del giornalista di svolgere la propria attività al riparo da

ogni forma di indebito condizionamento.

DIRITTI E DOVERI GIORNALISTA: la legge istitutiva dell’Ordine e dell’Albo tratta dei diritti e

doveri dei cittadini. LEGGE 69 DEL 1963 art 2 tratta di:

- Diritto DI INFORMAZIONE E CRITICA limitata

LIBERTA’

dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui. Il diritto di

informazione e di critica e il suo limite alludono al necessario bilanciamento tra libertà di

informazione ed altri interessi costituzionalmente protetti. Più in particolare essi alludono alla

disciplina del reato di diffamazione. Si ritiene che il reato non sussista quando il fatto

descritto sia determinato e vero, sussista un interesse sociale effettivo alla conoscenza del

fatto, l’esposizione del fatto stesso avvenga in modo corretto.

La libertà di informazione e libertà di critica, dal punto di vista giuridico può assumere tre

forme:

1. LIBERTA’ DI CRONACA

2. LIBERTA’ DI CRITICA

3. DIRITTO DI SATIRA

QUESTI TRE SONO TRE MODI DIVERSI DI FARE COMUNICAZIONE.

Libertà di cronaca: Riguarda la professione del giornalista, il

quale ha il diritto e la libertà di informare e raccontare i fatti. Il diritto alla privacy, in questo

caso, viene alterato. Il giornalista, inoltre, è tenuto a rispettare un codice deontologico (etico)

stipulato nel 1998 dall’ordine dei giornalisti.

Il diritto di cronaca deve rispettare la sentenza “decalogo” del 1984 della corte di cassazione

dove vengono elencati i requisiti affinchè il diritto di cronaca sia legale:

1. Utilità ed interesse sociale all’informazione

2. La verità è oggettiva o putativa purché frutto di una ricerca di lavoro

3. forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione (continenza formale).

Il Giornalista è inoltre obbligato a guardare con obbiettività ogni soggetto.

Una recente sentenza del 1998 ha aggiunto un quarto requisito per il diritto di cronaca: 4.

Requisito dell’attualità della notizia. Questo requisito tutela il diritto all’oblio(vedere eliminate

notizie remote e passate), questo diritto costituisce una vera e propria evoluzione al diritto di

privacy. Libertà di satira: Ha lo scopo di rovesciare la realtà e la verità per

creare l’invenzione e il paradosso. Esso può avere un linguaggio sconveniente, scorretto e

irrispettoso.

1. Interesse sociale alla notizia

2. Satira

Anche per quanto riguarda la satira, gli autori possono essere chiamati in giudizio. I

magistrati hanno elaborato un modello di valutazione della satira basandosi sul

modello del personaggio reale.

Libertà di critica: Perde efficacia la verità oggettiva dei fatti, però

bisogna mantenere un certo rispetto nei confronti del soggetto della critica. Il diritto di critica

rappresenta l’ambito del “parere soggettivo”. I requisiti sono:

1. Interesse sociale alla notizia

2. Verità

3. Continenza formale

- Diritto DIRITTO DI RETTIFCA E RISPOSTA: E’ un obbligo a carico

del direttore responsabile di un quotidiano o di un periodico ed è il diritto di una persona,

chiamata in causa in un articolo, di richiedere la rettifica in caso di notizie non veritiere o

lesive della propria dignità.

- Dovere OBBLIGO DI RISPETTARE LA VERITA’ SOSTANZIALE DEI

FATTI E OBBLIGO DI RETTIFICARE LE NOTIZIE CHE RISULTANO INESATTE E DI RIPARARE GLI

EVENTUALI ERRORI E OBBLIGO DI RISPETTARE IL SEGRETO PROFESSIONALE SULLA FONTE

DELLE NOTIZIE.

Nella nostra costituzione non vi è esplicita nessuna norma sulla libertà di informazione. Ciò

rappresenta una apparente lacuna costituzionale colmata con la sentenza 105 del 1972 dove

la corte costituzionale riconosce per la prima volta un interesse collettivo a ricevere le

informazioni. La sentenza n 105 la corte dichiara l’incostituzionalità dell’obbligo di riposo

domenicale delle imprese giornalistiche in quanto contrario all’interesse generale

dell’informazione

Aldilà delle affermazioni della corte costituzionale sulla funzione garantista che avrebbe

dovuto assolvere l’ordine dei giornalisti , le uniche garanzie che si sono realizzate sono le

“clausole di coscienza”, le quali consentono al giornalista che non condividono il mutamento

di linea editoriale del giornale presso il quale presta la propria attività di sciogliere

unilateralmente il rapporto, senza perdita delle indennità di fine rapporto.

Con le sentenze 112/1993 e 29/1996 si parla di DIRITTO DELL’INFORMAZIONE. Vi erano delle

problematicità però in quanto era un diritto che non era soddisfatto totalmente. Però grazie

al pluralismo informativo che garantisce una varietà di offerta questo diritto viene garantito.

Legge sulla tutela della privacy (diritto alla riservatezza): si tratta del decreto legislativo n°

196 del 2003, intitolato "Codice in materia di protezione dei dati personali". Oggetto della

disciplina è quindi la raccolta e il trattamento dei dati personali effettuati da qualunque

soggetto sul territorio nazionale. Il limite del diritto alla riservatezza, legato alla diffusione,

raccolta e trattamento dei dati personali, consiste nel tutale quelle situazioni o informazioni

strettamente personali, le quali non hanno interesse sociale. Se c'è essenzialità

dell'informazione, i soggetti privati possono rivelare i dati sensibili con il consenso degli

interessati e con l'autorizzazione dell'Autorità garante, ad esempio la condizione di salute

della persona, le convinzioni religiose, le abitudini sessuali.. Per i giornalisti e per tutti coloro

che esercitano l'attività di informazione si consente di raccogliere e diffondere i dati

personali (che possono essere anche fotografie, riprese o registrazioni), compresi i dati

sensibili,senza incontrare le limitazioni previste per i soggetti privati, nel rispetto del limite

dell'essenzialità dell'informazione riguardo a fatti di interesse pubblico. Il codice per la

protezione dei dati personali prevede l'adozione di un codice di deontologia (codice di

comportamento) che deve essere approvato da parte dell'Ordine dei giornalisti in

collaborazione con l'Autorità garante. L'attività giornalistica, in virtù dell'art. 21 della Cost.

non può essere soggetta ad alcuna forma di autorizzazione, oltre che di censura.

NORME ANTICONCENTRAZIONISTICHE: Un intervento diretto a disciplinare il mercato

dell’informazione stampata fu la predisposizione di una specifica normativa antitrust. Si

tratta del primo esempio di applicazione di norme anticoncentrazionistiche ad un settore

economico nel quale negli anni 70 aveva cominciato a manifestarsi un fenomeno di sempre

più accentuata concentrazione degli assetti degli assetti proprietari. Questa normativa

rappresenta il primo serio tentativo di conciliare due interessi entrambi costituzionalmente

protetti, quello della libera iniziativa economica e la libera manifestazione di pensiero,

attraverso soluzioni che richiamano istituti tipici delle normative antitrust. Gli obiettivi sono:

- Assicurare le condizioni che consentano la migliore tutela del

principio della libera concorrenza

- Garantire il diritto all’informazione degli utenti

- Garantire una specificità del prodotto informazione

Per la definizione di posizione dominante si intende quella soglia che se raggiunta fa scattare

sanzioni da parte della legge. Ai fini di prevenire la costituzione di oligopoli, la soglia di

definizione della posizione dominante è stabilita dal legislatore in tre percentuali riferite alla

tiratura annua: a) 20% tiratura nazionale, 50% tirature interregionali e 50% del numero di

testate regionali.

Legge 62 del 2001: Ridefinisce il prodotto editoriale in cui è compreso qualunque prodotto

rivolto alla pubblicazione e diffusione di informazioni con ogni mezzo (cartaceo, informatico o

elettronico). RADIOTELEVISIONE

Il posto che il principio del pluralismo occupa nell’ambito del diritto dell’informazione e di

quella radiotelevisiva in particolare riveste sempre più caratteri di un valore fondamentale.

Nel 2002 il presidente della Repubblica Ciampi affermò che non c’è democrazia senza

pluralismo ed imparzialità di informazione. Il concetto di pluralismo è un concetto complesso

che rimanda ad un insieme di principi e metodologie che coinvolgono la società nel suo

insieme. Evocare il pluralismo significa riconoscere l’esistenza di articolazioni ideologiche e

politiche che attraversano una comunità dando vita a distinti gruppi sociali ordinati secondo

valori differenti. Il pluralismo ha la funzione di limitare, contrastare ed eliminare il centro di

potere dominante. Il diritto dell’informazione, diritto inviolabile e assoluto ad entrambi i

profili, quello attivo e quello passivo, pongono le basi del diritto della comunicazione

radiotelevisiva.

La peculiare vicenda del settore radiotelevisivo italiano segna un momento di protagonismo

assoluto della Corte Costituzionale rispetto al Parlamento. È quindi toccato alla consulta

interpretare le norme costituzionali fino a dettare i principi fondamentali della materia e

tracciare le linee per gli interventi riformatori del legislatore. Si è così creato un solido filone

giurisprudenziale , un filone che ha letto il pluralismo informativo come un diritto dei cittadini

a ricevere un’informazione imparziale, completa, eterogenea e che tenga conto delle diverse

opinioni politiche e culturali presenti nel tessuto sociale italiano.

A differenza del settore della stampa o dello spettacolo quello della radiotelevisione ha visto

sin dall’inizio lo Stato assumere il ruolo di soggetto che detta i limiti e di soggetto che

direttamente assume su di se il compito di soddisfare le esigenze individuali e collettive

legate all’utilizzazione del mezzo radiotelevisivo (lo stato era il diretto gestore

dell’informazione radiotelevisiva La stampa nasce

come classica rivendicazione di uno spazio di libertà dall’autorità, infatti emerge con lo

scoppiare di rivoluzioni; invece la radiotelevisione nasce all’interno della statuarità. La sua

nascita può essere assimilata alla nascita delle grandi infrastrutture dell’epoca moderna.

Con la sent. 155 del 2002 a proposito della limitazione della propaganda elettorale televisiva,

si legge che non può essere confrontato il medium della stampa con quello della televisione,

in quanto sono medium estremamente differenti ed è noto e costante il riconoscimento della

peculiare diffusività e pervasività del messaggio televisivo.

Nel tempo si va progressivamente ad affermare la consapevolezza di come l’attività di

informazione acquisti una valenza ulteriore rispetto alla libertà di manifestazione del

pensiero (diritto di ciascuno di comunicare ad altri senza indebite interferenze il frutto

delle proprie convinzioni culturali, artistiche e politiche). Una valenza che attiene la posizione

del destinatario del messaggio, portatore dell’interesse nel ricevere un prodotto informativo

rispondente a certe caratteristiche di pluralismo, imparzialità e completezza. Si spiega così

l’affermarsi del diritto di informazione concepito dai destinatari dell’informazione come una

garanzia di un’effettiva e reale partecipazione alla vita politica e sociale del paese. In

questa aentenza si afferma la possibilità per le imprese private concessionarie di essere

sottoposte ad obblighi connessi con il pluralismo interno.

Secondo la Corte Europea dei diritti dell’uomo i media audiovisivi come la radio e la

televisione, a causa del loro potere di fare passare dei messaggi attraverso il suono e

l’immagine a differenza della stampa sono più immediati.

Nei diversi sistemi radiotelevisivi europei si individua una linea di sviluppo comune che ha

conosciuto tre fasi distinte

1. FASE INTRODUZIONE DI FORME DI MONOPOLIO PUBBLICO

NELLA GESTIONE DEI SERVIZI RADIOTELEVISIVI: La prima fase è quella che caratterizza

la disciplina del sistema radiotelevisivo tra le due guerre. La scelta di un monopolio pubblico

è per ragioni di ordine tecnico, legate alla natura del mezzo e alla sua limitata disponibilità di

frequenze radiofoniche. Al sistema di effettivo monopolio si arriva dopo una serie di

interventi legislativi che mirano a far scomparire le iniziative private in favore di emittenti in

società a prevalente o totale capitale pubblico (cosi in Austria, Inghilterra, Italia) o in favore

di enti pubblici nazionali di radiodiffusione. Un sistema nel quale il ruolo dello Stato si

trasforma in ruolo interno alle scelte di gestione del servizio, sia per quelle attinenti agli

aspetti tecnici, sia per quelle del contenuto della programmazione. A ciò si aggiunge

l'efficacia del nuovo mezzo comunicativo per la conquista e il consolidamento del consenso

sociale a favore degli assetti politici, soprattutto per i regimi autoritari affermatosi in Europa

tra le due guerre. I rapporti dello stato, in particolare del governo con gli enti gestori del

servizio radiofonico si arricchiscono tanto che l’esecutivo aveva il potere di nomina degli

organi direttivi degli enti e aveva potere di controllo e vigilanza sulla loro gestione

finanziaria.

2. FASE DELLA RIFORMA DEL REGIME PUBBLICISTICO: La

seconda fase dell'evoluzione dei sistemi radiotelevisivi europei coincide con i profondi

mutamenti costituzionali determinati dall'affermarsi di nuovi principi e di nuove regole nei

rapporti tra Stato e cittadini. Gli effetti di tali mutamenti non si registrano immediatamente.

Rimane invariata l'opzione a favore di un modello pubblicistico in cui lo Stato esercita sia

l'attività di gestione degli impianti di trasmissione, sia l'attività di diffusione dei programmi.

L'abbandono di questo modello pubblicistico doveva rivelarsi difficile, anche per l'assenza

nelle costituzioni europee di un apposita disciplina del mezzo radiotelevisivo. Da qui lo

sviluppo di un ampio dibattito, politico e scientifico, sulla possibilità di estendere a tale

mezzo le garanzie previste per la manifestazione del pensiero e, in particolare, per la libertà

di stampa, dibattito che si incentrava: sulle caratteristiche tecniche del mezzo (frequenze via

etere non illimitate); sul suo impatto sociale a livello di informazione; e sulla formazione

culturale e politica dei cittadini. Frutto di questo dibattito è stata la messa a punto di un

principio costituzionale comune alla grande maggioranza degli ordinamenti europei: esso

consiste essenzialmente nell'inquadramento dell'attività radiotelevisiva nell'ambito della

libertà di manifestazione del pensiero, reinterpretata alla luce delle esigenze di pluralismo

accentuate dalla limitatezza del mezzo tecnico e dalla sua riconosciuta fondamentale

funzione sociale, e nell'estensione ad essa di tutte le garanzie disposte in relazione a tale

libertà. Ma a ciò si accompagna il riconoscimento di un ruolo dello Stato in questo settore,

come legislatore ma soprattutto come gestore del mezzo. E' su questa base che i legislatori

europei hanno proceduto a riformare la disciplina del regime pubblicistico della

radiotelevisione, puntando a unire la nozione di servizio pubblico e quella di pluralismo

informativo. Si tenta di fare ciò su tre diversi piani: valorizzando il ruolo del Parlamento,

quale soggetto istituzionale più idonea e rappresentativo per garantire libertà e pluralismo;

valorizzando il ruolo delle autonomie locali, mediante funzioni consultive sulla

programmazione e sulle scelte di gestione del servizio; introducendo forme di partecipazione

dei gruppi sociali alla gestione ed utilizzazione del mezzo.

3. FASE DELL’INTRODUZIONE DI UN SISTEMA MISTO

(PUBBLICO E PRIVATO) : Con l'inizio degli anni '80 si avvia la terza fase dell'evoluzione dei

sistemi radiotelevisivi europei. In questo periodo, in molti paesi europei la legislazione si

trova a fronteggiare una realtà complessa, sia per l'accelerazione delle innovazioni

tecnologiche (reti via cavo, via satellite, televisione diretta ecc..), sia per la crescente

pressione esercitata dal mondo imprenditoriale e pubblicitario per liberalizzare e privatizzare

l'attività radiotelevisiva, sia per le esigenze dell'equilibrio generale dell'informazione. Per la

prima volta in Europa è la legge inglese del 1954 ad affiancare all'Ente pubblico

radiotelevisivo, BBC, un altro ente, anch'esso pubblico, con il compito di diffondere i

programmi radiotelevisivi prodotti da società private e finanziati con la pubblicità

commerciale. Da allora, dovevano passare quasi 30 anni prima che soluzioni simili venissero

adottate negli ordinamenti dell'Europa continentale. Il primo terreno di liberalizzazione negli

anni '70-'80 è rappresentato dalle reti via cavo, che i privati, previa autorizzazione, possono

istallare e gestire. Un principio questo che fu formulato dallo sviluppo tecnologico del mezzo

che sviluppava le frequenze utilizzabili, consentendo pluralità di iniziative private e facendo

venir meno una delle ragioni che aveva giustificato il monopolio pubblico. Se la spinta verso

la rappresentazione rappresenta la nota comune della "terza legislazione", va sottolineato

come ad essa si accompagni anche l'introduzione di specifiche normative antitrust. In questo

campo la legislazione europea si ispira ad un modello comune: esso si basa sulla definizione

di soglie massime di concentrazione non superabili, nonchè una serie di obblighi di

trasparenza delle vicende societarie delle imprese operanti nel settore. Un modello il cui

limite maggiore è quello di essere esclusivamente costruito su una nozione statica del

necessario tasso di pluralismo informativo. Si afferma l'idea che un'informazione imparziale,

oggettiva, completa e funzionale alla partecipazione dei cittadini, possa essere raggiunta

meglio attraverso il concorso di più iniziative private, quello che la nostra Corte

Costituzionale chiamerà "pluralismo esterno", chiamate ad affiancare le già esistenti

emittenti pubbliche nazionali. Nasce cosi un sistema misto pubblico privato, nel quale il

soggetto pubblico tende a mantenere una posizione di prevalenza. La legislazione della terza

generazione rappresenta una tappa importante ma non sembra destinata a rappresentare un

punto d'arrivo definitivo.

TELEVISIONE rappresenta il mezzo ancora maggiormente persuasivo e centrale in

relazione ai contenuti, grazie alla sua specificità del mezzo, alla sua capacità di penetrazione

e al suo essersi eretto durante gli anni, a mass medium nel panorama mediale.

RADIOFONIA: l’invenzione della radio è frutto di una serie di esperimenti tenuti alla fine

dell’800 che dimostravano la possibilità di trasmettere informazioni tramite le onde

elettromagnetiche. Henrich Hertz fu il primo che riuscì a produrre le onde

elettromagnetiche. In Italia, grazie a queste onde hertziane che Guglielmo Marconi riuscì ad

elaborare il sistema di trasmissione senza fili garantendo la trasmissione di informazioni a

grandi distanze.

Nel 1910 il Parlamento emanò una legge la quale sanciva il principio della riserva allo Stato

dello stabilimento ed esercizio di impianti radiotelegrafici e radioelettrici il cui scopo è quello

di ottenere effetti a distanza senza l’uso di fili.

Nel 1912 vengono rilasciate le prime concessioni a due società private RADIOFONO E

SOCIETA’ ITALIANA RADIOAUDIZIONI CIRCOLARI.

Nel 1925 si procedette al rilascio di una concessione in esclusiva ad un’unica società 

UNIONE RADIOFONICA ITALIANA (URI). La durata della concessione doveva essere di 6

anni.

Ma già nel 1927 il settore della radiofonia assume il suo assetto definitivo e nasce EIAR

(ENTE ITALIANO PER LE AUDIZIONI RADIOFONICHE), di capitale pubblico. EIAR era diretto da

un CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE composto da 4 membri di nomina governativa. Oltre

alla previsione dell’assenso del Governo alle nomine degli organi di vertice dell’ente stesso

prevede la previa sottoposizione al governo del bilancio.

Nel 1933 nasce L’IRI (istituto per la ricostruzione industriale), che controllava sia EIAR che la

RAI.

Viene poi istituito il COMITATO SUPERIORE DI VIGILANZA presso il Ministero delle

comunicazioni.

Nel 1936 viene varato il CODICE POSTALE il quale stabilisce il principio della riserva statale

per tutto ciò che ha a che fare con la Radiotelevisione.

Le vicende legate al crollo del regime fascista e alla nascita della repubblica non

comportarono per un lungo periodo alcun mutamento significativo nella disciplina del settore

della radiofonia. Il regime giuridico relativo all’esercizio della telefonia continuava a far

perno sulla riserva allo Stato dei servizi di radio e telecomunicazione.

Nel 1947 venne istituita una COMMISSIONE PARLAMENTARE DI VIGILANZA la quale aveva il

compito di assicurare l’imparzialità politica e l’obbiettività dell’informazione trasmessa, e

venne poi ristabilito un ruolo assolutamente centrale riservato al Ministero delle Poste e

delle telecomunicazioni cui spettava:

1. Approvazione dello statuto della concessionaria

2. Controllo contabile sulla gestione della concessionaria

3. La nomina del Presidente e dell’Amministratore Delegato della Concessionaria

Un secondo obiettivo perseguito dal decreto del 1947 era quello di coinvolgere nel governo

del settore radiotelevisivo anche il Parlamento.

Nel 1952 Terminata la concessione l’EIAR, viene sostituita dalla RAI (Radio Audizioni Italiane).

fu affidata alla Rai una nuova concessione, la quale dal 1954 da avvio regolare alle

trasmissioni televisive.

I quattro contenuti più rilevanti:

a) L’atto di concessione prevedeva la proprietà pubblica IRI della

maggioranza assoluta delle azioni della RAI e la subordinazione ad apposita autorizzazione

ministeriale delle iniziative dirette ad acquisire alla RAI compartecipazioni in altre società

b) Viene fissato a 6 il numero dei Membri del Consiglio di

Amministrazione di nomina governativa

c) Obbligo di previa sottoposizione ad autorizzazione ministeriale del

piano triennale dei programmi

d) In ordine alle forme di finanziamento, si confermava il doppio

regime rappresentato dal gettito del canone di utenza e da quello derivante dagli introiti

pubblicitari ( per i quali si fissava un tetto non superabile del 5% delle ore di trasmissione

complessive)

Nel 1954 entra un canale della televisione denominato PRIMO CANALE.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maricacciani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Magnani Carlo.

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