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Diritto processuale civile del lavoro Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto processuale civile del lavoro con particolare attenzione ai seguenti argomenti: l'importanza del diritto processuale del lavoro, art.2948 c.c in riferimento all'istituto della prescrizione, art. 2113 c.c in riferimento alle rinunce e alle transazioni del lavoratore.

Esame di Diritto processuale civile del lavoro docente Prof. A. Giussani

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ESTRATTO DOCUMENTO

AZIENDA

E’ il caso di passaggio della titolarità dell'azienda da un datore di lavoro ad un altro. Ci si

preoccupa nel caso in cui il trasferimento di azienda venga fatto quando si hanno delle

difficoltà ad adempiere alle proprie obbligazioni nei confronti dei lavoratori ed allora il

trasferimento sia fatto, ad esempio, nei confronti di un soggetto che non ha poi nulla da

perdere e che quindi in buona sostanza, lascia i lavoratori nelle mani di un cattivo datore di

lavoro.

PRIMA TUTELA (art.2112 primo comma C.C.)

La regolamentazione contenuta nell'articolo 2112 è stata modificata radicalmente nel

1990 sulla scorta di una direttiva comunitaria in materia. Attualmente l'articolo 2112

prevede che in caso di trasferimento di azienda il rapporto di lavoro prosegua con colui a

cui l'azienda è ceduta rendendo quindi una tutela tesa alla continuazione del rapporto di

lavoro; in tal senso il trasferimento di azienda non può essere motivo di licenziamento dei

lavoratori o di un lavoratore.

SECONDA TUTELA (art.2112 secondo comma C.C.)

E’ una tutela relativa a quei crediti che eventualmente il lavoratore avesse maturato al

momento del trasferimento di azienda nei confronti del cedente dell'azienda; di quei crediti il

legislatore ha previsto che rispondano solidalmente sia chi cede ma anche chi acquisisce

l'azienda, cioè solidalmente il cedente e il cessionario sono responsabili dei debiti che il

lavoratore abbia maturato al momento del trasferimento dell'azienda.

CASO PARTICOLARE DEL TRASFERIMENTO DI AZIENDA IN CRISI (art. 47 Legge

428/90)

Se l'articolo 2112 fosse applicato tout court anche ai casi di aziende in crisi nessuno

comprerebbe un azienda in crisi e allora per incentivare coloro che comprano un azienda in

crisi, per incentivare i cosiddetti cavalieri bianchi ovvero quei soggetti che devono intervenire

per prendere sulle spalle un'azienda in difficoltà si prevedono delle eccezioni sia alla regola

della continuazione del rapporto di lavoro, di tutti i rapporti di lavoro in capo a chi acquisisce

l’azienda in crisi, sia anche relativamente a questa responsabilità solidale. QUESTE

ECCEZIONI SI REGOLANO per il tramite della contrattazione collettiva. Si è voluto che le

organizzazioni sindacali dei lavoratori determinino con uno specifico accordo sindacale

quelli che saranno i rapporti di lavoro che proseguiranno e quelli che non proseguiranno ed

in termini di responsabilità solidale, di cosa risponderà colui che acquisisce l’azienda in crisi. Il

ruolo delle organizzazioni sindacali è ormai rilevantissimo nell'ambito del trasferimento

d'azienda tant'è vero che la L. 428/90 (riformando l'articolo 2112 del codice civile), in

particolare l'articolo 47, ha imposto rispetto al trasferimento dell'azienda tutto un preliminare

confronto tra coloro che intendono cedere l'azienda e che intendono acquisire l'azienda

e le organizzazioni sindacali; il nostro legislatore ha previsto un obbligo in capo alle

aziende con più di 15 dipendenti di informare le organizzazioni sindacali affinché queste, se

intendono, possono ottenere una consultazione per essere informate su quelle che sono le

intenzioni e soprattutto le conseguenze del paventato trasferimento d'azienda in capo ai

lavoratori; in questa situazione è addirittura previsto che se le organizzazioni sindacali non

siano informate e laddove esse chiedano una consultazione non siano poi consultate si sia

in presenza di un classico comportamento cosiddetto antisindacale da parte del datore di

lavoro che è passibile dell'applicazione dell'articolo 28 della legge 300 del 1970.

L’ISTITUTO DELLA PRESCRIZIONE (art.2948 c.c.)

LA PRESCRIZIONE DEL CREDITO ALLA RETRIBUZIONE (con più o meno di 15

dipendenti)

La prescrizione è quell’istituto in forza della quale un certo diritto che esiste, ad un

certo punto muore, si estingue per il fatto che non è stato esercitato entro un certo

termine (questa è l’applicazione pratice del principio della certezza del diritto). Nel diritto

del lavoro l'istituto della prescrizione ad esempio comporta che il diritto di credito

retributivo, che poi è il diritto più importante del lavoratore, debba essere esercitato entro

un certo periodo perché altrimenti quel diritto muore. Il termine per far valere l'eventuale

diritto di credito a una retribuzione si prescrive in un termine di cinque anni.

Questo questione della prescrizione quinquennale diventa un problema nel corso del

rapporto di lavoro. Infatti spesso e volentieri accadeva che i lavoratori rinunciassero a far

valere i propri diritti e non facendoli valere entro un certo tempo li perdessero perché

avevano il timore che il loro datore di lavoro poi reagisse negativamente a questa loro

richiesta.

E’ stato necessario pertanto l’intervento della Corte Costituzionale. La Corte (nel 1966)

è intervenuta sull'articolo 2948 che regola la prescrizione quinquennale dei crediti

retributivi per affermare che è vero che la prescrizione di questi è quinquennale ma il

termine da cui si inizia a contare i cinque anni è da slittare alla cessazione del

rapporto di lavoro. La Corte ha affermato che fintanto che c'è il rapporto di lavoro il

lavoratore ha paura di far valere i propri diritti, si tratta di una situazione di soggezione

psicologica tale che induce il lavoratore ad avere timore nel far valere i propri diritti e

allora a questo punto il momento in cui questa soggezione nel lavoratore non c'è più si

ha quando il rapporto di lavoro è finito (momento da cui quindi ha inizio il periodo di

prescrizione). Successivamente al 1966 però sono intervenute norme importanti in

materia di tutela del posto di lavoro come ad esempio la Legge 604/1966 la quale ha

introdotto uno dei concetti più importanti del nostro diritto del lavoro e cioè il fatto che

non si può licenziare un lavoratore se non per un giustificato motivo o per una giusta

causa, cioè il concetto di giustificatezza del licenziamento che è un concetto

intangibile dell'ordinamento.

Successivamente, nell'articolo 18 della Legge 300/1970 invece sono regolate LE

CONSEGUENZE di un eventuale licenziamento ingiustificato nelle aziende con più di 15

dipendenti: si sancisce il diritto del lavoratore ad ottenere la reintegra nel proprio posto di

lavoro e il risarcimento del danno subito, la cosiddetta tutela reale del posto di lavoro, la

tutela forte del posto di lavoro; cosa invece che non vi è nelle aziende fino a 15

dipendenti dove opera la tutela obbligatoria, debole, del rapporto di lavoro cioè dove in

caso di licenziamento ingiustificato opera quell'alternativa fra riassunzione ovvero

risarcimento del danno da 2,5 a 6 mensilità o fino a 10 in particolare situazioni. Di queste

norme però, della legge 604/1966 e dell'articolo 18 della legge 300/1970, la Corte

Costituzionale poi ha dovuto tener conto perché quando è intervenuta in questa materia

ha affermato: è vero che la prescrizione dei crediti retributivi decorre dalla

cessazione del rapporto di lavoro ma in realtà questo vale per quei rapporti di

lavoro che non sono regolati dalla tutela forte, reale, del posto di lavoro cioè da

quel rapporto di lavoro dove non si applica l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori;

dove questo si applica in realtà la prescrizione corre anche in costanza di rapporto

perché il lavoratore non deve aver paura di far valere propri diritti perché se la

reazione del datore di lavoro è quella di licenziamento nei suoi confronti quel

licenziamento, in quanto ingiustificato anzi addirittura persecutorio, viene annullato

e vi è il diritto del lavoratore di rientrare in azienda, quindi non ci deve essere paura,

secondo la Corte Costituzionale, nel far valere i propri diritti nell'ambito delle aziende con

più di 15 dipendenti.

LA PRESCRIZIONE DEL CREDITO DA T.F.R.

Il diritto di credito alla retribuzione si prescrive in cinque anni così come si prescrive in

cinque anni il diritto di credito in relazione al TFR.

LA PRESCRIZIONE DI ALTRI DIRITTI IN AMBITO LAVORATIVO

Per quanto riguarda gli altri diritti che pure esistono nell'ambito del rapporto di lavoro, ad

esempio il diritto alla qualifica superiore, questi si prescrivono invece secondo la

prescrizione ordinaria che è quella decennale. Infatti la regola della prescrizione è in

genere quella decennale ovvero dove la legge non dice diversamente, la prescrizione si

calcola in 10 anni come sancisce l’articolo 2946 del codice civile.

LA PRESCRIZIONE DEL CREDITO NEL PUBBLICO IMPIEGO

IL PUBBLICO IMPIEGO è assistito da stabilità del posto di lavoro e come tale si applica

la prescrizione ad esempio quinquennale per i crediti retributivi e corre in costanza di

rapporto.

L’ISTITUTO DELLA DECADENZA NEL DIRITTO DEL LAVORO

Per certi aspetti la decadenza assomiglia alla prescrizione poiché anch’essa fa si che se non

si esercita un certo diritto entro un certo termine si perde la possibilità di esercitarlo; i termini

della decadenza sono però in genere molto più brevi. Ci sono termini di decadenza previsti

dalla legge e termini di decadenza che possono essere previsti dai privati

contrattualmente, nell'ambito dei contratti; ad esempio nel diritto del lavoro il termine di

decadenza per impugnare il licenziamento è di 60 giorni dal ricevimento così come previsto

dall'articolo 6 della legge 604/1966.

Altri di termini di decadenza: ad esempio il termine di decadenza di sei mesi per impugnare

le rinunce e transazioni previsto dall'articolo 2113 del Codice Civile; i contratti collettivi

prevedono, ad esempio, che le buste paga debbano essere impugnate dal lavoratore entro

30 giorni, entro 20 giorni, entro 15 giorni dal ricevimento della busta paga.

RINUNCE E TRANSAZIONI DEL LAVORATORE (art.2113 c.c.)

E’ la norma chiave di tutto il diritto del lavoro. L'articolo 2113 afferma che le rinunce e le

transazioni fatte dal lavoratore relativamente a diritti previsti dalle norme inderogabili di legge

e di contrattazione collettiva in suo favore sono invalide. Prevedere l'invalidità di un eventuale

rinuncia o transazione che il datore di lavoro abbia estorto al proprio dipendente in merito a

diritti previsti dalle norme a sua tutela dalla legge e dai contratti collettivi è basilare.

L'articolo 2113 parla anche dell’iter che occorre seguire per invalidare quelle rinunce e

transazioni che comunque fossero state eventualmente fatte tra datore di lavoro e lavoratore;

il lavoratore si deve preoccupare di impugnare la rinuncia e la transazione eventualmente

fatta in un termine di sei mesi che decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro o

eventualmente dalla data della rinuncia e della transazione se successiva alla

cessazione; se non la si impugna entro sei mesi dalla cessazione del rapporto, quando non

si ha più timore di impugnarla perché il rapporto di lavoro è cessato o se ci si dimentica non ci

si può più tornare sopra.

Come si impugna una rinuncia e una transazione?: con un atto scritto che come tale è

recettizio cioè deve essere ricevuto dal datore di lavoro e quindi è l'impugnazione scritta che

entro sei mesi deve essere consegnata, fatta pervenire al datore di lavoro. Peraltro non c'è

necessità di un atto giudiziale ma può essere un atto extragiudiziale, una semplice

raccomandata con ricevuta di ritorno.

I CASI IN CUI LE RINUNCE O TRANSAZIONI SONO RITENUTE VALIDE (non

impugnabili)

Ci sono dei contesti particolari dove invece l'eventuale rinuncia e transazione del lavoratore

sono comunque valide, laddove cioè il lavoratore è assistito dalla propria organizzazione

sindacale, laddove il lavoratore è davanti ad una commissione, quella di conciliazione istituite

presso le Direzioni Provinciali del Lavoro, laddove il lavoratore è davanti all'autorità giudiziaria.

Esistono TRE ipotesi:

1) LA CONCILIAZIONE ASSISTITA DAL SINDACATO, cioè quella rinuncia e transazione

eventualmente fatta dal lavoratore con l'assistenza dell'organizzazione sindacale di sua

fiducia. Sovente è l'organizzazione sindacale dei lavoratori che si occupa di quella

questione e solleva il problema per conto del suo affiliato al datore di lavoro. Le parti

possono trovare una soluzione amichevole, bonaria, conciliativa per chiudere lì la

questione. Evidentemente deve essere però possibile poter stipulare un accordo, una

conciliazione in sede sindacale che eventualmente preveda che il lavoratore prende non

tutto ma una parte e quindi rinunzia ad un qualcosa perché più conveniente. In questo

caso il legislatore ritiene che se il lavoratore fa in quel caso particolare una rinuncia o una

transazione quella debba essere ritenuta comunque valida perché fatta a ragion veduta.

2) laddove l'eventuale rinuncia e transazione avvenga al cospetto di quelle

COMMISSIONI DI CONCILIAZIONE ch e fin d a l 1 9 7 3 so n o sta te co stitu ite

permanentemente davanti alla Direzione Provinciale del Lavoro, quindi in ogni provincia

d'Italia è presente una commissione di conciliazione che è un organo paritetico composto:

da un soggetto terzo che è il Presidente che è un uomo della P.A., un uomo del

Ministero del Lavoro, quindi una persona terza rispetto alle due parti in contesa

un rappresentante delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, le maggiormente

rappresentative

un rappresentante delle organizzazioni sindacali del datore di lavoro, le

maggiormente rappresentative.

3) davanti al GIUDICE, cioè davanti all'organo terzo per eccellenza costituzionalmente

imparziale rispetto alle parti; il lavoratore e il datore di lavoro potrebbero essere in contesa

rispettivamente assistiti dai propri legali; anche in questo contesto potrebbe essere

raggiunto un accordo oppure si potrebbero fare delle rinunce e transazioni e una volta

fatte non ci si torna più sopra.

4) ulteriore sede dove possono essere fatte rinunce e transazioni senza tornarci più

sopra, ad esempio, sono le sedi della certificazione del rapporto di lavoro (istituite con la

riforma Biagi D.Lgs 276/2003); nel decreto legislativo 276/2003 è contenuta una parte

dedicata alla certificazione del rapporto di lavoro: ci sono degli organi previsti dalla legge,

ed in particolare gli ENTI BILATERALI, le Province, alla DPL e alle stesse Università

peraltro che possono essere organi certificativi del rapporto di lavoro e al cui cospetto, in

particolare gli enti bilaterali, si possono anche effettuare delle rinunce e transazioni non

impugnabili ex 2113 codice civile.

5) il D.Lgs 124/2004 che ha riformato servizi ispettivi e nell'affidare un nuovo ruolo agli

organi ispettivi ha anche previsto la possibilità, agli articoli 11 e 12, per gli IESPETTORI

DEL LAVORO occupati in accertamenti di eventuali infrazioni, di poter effettuare delle

conciliazioni fra lavoratore e datore di lavoro ed anche queste conciliazioni non sono

impugnabili a norma dell'articolo 2113 codice civile.

L’AUTORITA’ GIUDIZIARIA (principi, caratteristiche e composizione)

L' articolo 2907 codice civile afferma che alla tutela giurisdizionale dei diritti provvede

l’autorità giudiziaria su domanda di parte; autorità giudiziaria che nel nostro ordinamento è

regolata da norme sia di tipo costituzionale, sia da norme di tipo legislativo. Le NORME

COSTITUZIONALI che riguardano la tutela giurisdizionale dei diritti sono in primo luogo

rappresentate dalla norma fondamentale contenuta nell'ARTICOLO 24 DELLA

COSTITUZIONE: “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi

legittimi"; per far valere i propri diritti che si ritengono violati, peraltro, sempre l’articolo 24

Costituzione prevede che le persone che non abbiano i mezzi economici c'è una legge sul

gratuito patrocinio che prevede che le persone che evidentemente non abbiano mezzi

sufficienti a garantirsi una tutela per potersi rivolgere all’ autorità giudiziaria possono avvalersi

del denaro dello Stato.

1° CARATTERISTICA DELL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA

L’autorità Giudiziaria è in particolare regolata dalle norme degli ARTICOLI 101 e

seguenti della Costituzione nei quali si sancisce che i GIUDICI SONO TENUTI AD

APPLICARE LA LEGGE e non possono decidere secondo equità ma solamente

"secondo diritto" applicando la legge vigente nel nostro ordinamento.

2° CARATTERISTICA DELL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA

L’autorità giudiziaria deve essere IMPARZIALE ed INDIPENDENTE tanto è vero è uno

degli organi dello Stato ed è un organo dello Stato in buona sostanza autonomo ed

indipendente rispetto agli altri poteri dello Stato, rispetto ad esempio al potere legislativo:

il Parlamento; rispetto al potere amministrativo: il Governo. Montesquieu affermava che i

tre poteri dello Stato: legislativo, amministrativo e giudiziario devono essere indipendenti

perché si abbia un regime democratico; laddove questi tre poteri si sovrappongano ci

possono essere rischi per la democrazia.

COMPOSIZIONE DELL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA (i magistrati)

E’ composta dai magistrati che devono possedere la laurea in giurisprudenza e devono

superare il concorso in magistratura. Una volta superato il concorso in magistratura a

quel punto si fa parte dell'autorità giudiziaria e in teoria si è INAMOVIBILI proprio per

garantire l’indipendenza e l’imparzialità da ogni e qualsiasi decisione. La riprova si ha nel

fatto che i magistrati sono governati da un proprio organismo, il C.S.M. che è

quell’organo previsto dalla Costituzione che autogoverna la vita dei magistrati: l'ingresso

in magistratura, la vita del magistrato, la cessazione del rapporto di magistrato.

ORGANI GIUDIZIARI CHE COMPONGONO LA NOSTRA AUTORITÀ GIUDIZIARIA

ORDINARIA

Nel settore Civile fondamentalmente sono tre:

TRIBUNALI sono diffusi sul territorio nazionale quasi corrispondentemente alla

logica delle Province, cioè per ogni capoluogo di Provincia vi è un tribunale (ci

sono delle eccezioni).

CORTE DI APPELLO che ha una diffusione meno ampia, nei capoluoghi di

regione (ci sono delle eccezioni)

CORTE DI CASSAZIONE ce n'è una a Roma

Uno degli attori principali del processo civile e del processo del lavoro è il GIUDICE, il

quale non opera da solo ma è assistito dai CANCELLIERI e un'ulteriore figura

importante che può assistere il giudice è il cosiddetto CONSULENTE TECNICO DI

UFFICIO (C.T.U.), cioè quel soggetto che ha delle particolari cognizioni tecniche che il

giudice non possiede e di cui il giudice si avvale per farsi trasmettere queste cognizioni

tecniche

Oltre che al giudice gli attori principali del processo civile sono le due parti in contesa:

cioè i due soggetti che discutono davanti al giudice; colui che si rivolge al giudice, il

cosiddetto ATTORE ovvero colui che va a portare davanti al giudice un proprio diritto e

colui contro il quale quel diritto fatto valere ovvero il CONVENUTO.

Le due parti del processo civile devono farsi assistere e rappresentare necessariamente

da un AVVOCATO perché ormai storicamente si vuole che le parti non possono

rappresentare se stesse davanti al Giudice.

Nel nostro processo vige una regola ferrea che è la tutela del diritto di difesa e quindi

del contraddittorio.

Il processo civile nel suo funzionamento ordinario vede le due parti in contesa che

stanno da davanti al giudice ognuna evidentemente a sostenere la propria posizione;

anche le parti possono farsi assistere a loro volta da dei CONSULENTI TECNICI DI

PARTE (C.T.P.) evidentemente laddove necessitano di particolari cognizioni; uno dei

ruoli fondamentali delle organizzazioni sindacali e dei patronati è quello di essere dei

consulenti tecnici dei lavoratori che si rivolgono all'autorità giudiziaria.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO - EPILOGO DEL PROCESSO: LA

SENTENZA

Ogni processo deve culminare in una sentenza cioè una decisione dove l'autorità giudiziaria

deve decidere se quel diritto fatto valere esiste o non esiste, spetta o non spetta.

L'autorità giudiziaria non può astenersi dal decidere a meno che le parti non trovino prima un

accordo:

se le parti si mettono d'accordo l'autorità giudiziaria a quel punto non deve più

emettere una propria decisione perché è cessata la materia del contendere

se le parti non si accordano il giudice a un certo punto deve arrivare al termine del

processo alla sua decisione, deve dare ragione o torto.

CASO DI RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTA’ NELL’AMBITO PROCESSUALE

Potrebbe essere che il processo sia uno di quei processi dove con tutta chiarezza i

fatti emergono (1° caso) davanti al giudice e il giudice, quindi, con tutta facilità, può

applicare a quei fatti le norme del diritto e prendere una decisione secondo diritto.

Esempio su retribuzione: “è vero tu hai diritto ad essere pagato, condanno il datore di

lavoro a pagare”. Potrebbe capitare però che la rappresentazione dei fatti non sia così

facile.

Potrebbe succedere che la realtà vera o non la riusciamo a rappresentare perché

non c'era nessuno che ha visto nulla e quindi ci si deve arrendere di fronte al fatto

che nessuno è capace di ricostruire quello che è successo (2° caso) ovvero

potrebbe darsi che nella ricostruzione che si fa si dà una realtà diversa da quella

che è realmente accaduta (3° caso).

Da queste considerazioni scaturisce che:

i giudici devono decidere sulla base della realtà processuale e non sulla base

della realtà reale;

nel processo è dettata la regola dell’onere della prova: cioè chi si rivolge al

giudice ha l’onere di provare quello che dice; nel caso in cui non lo provi il

processo è vinto dal convenuto (ad esempio: il lavoratore che si rivolge al giudice

per rivendicare un diritto o alla retribuzione deve preoccuparsi di avere in mano

qualcosa per poter dimostrare quello che dice; se non lo dimostra è come se non

avesse lavorato.)

LE PROVE ED I MEZZI DI PROVA DURANTE IL PROCESSO

I fatti nel processo si dimostrano con i mezzi di prova e questi possono essere di tipo:

1) DOCUMENTALE = per esempio una videocassetta che riprende una certa realtà; la

cartolina oraria dov'è attestata la presenza al lavoro, un documento in cui il datore di

lavoro dà atto che quel giorno quel lavoratore era a lavorare;

2) TESTIMONIALE = sta nel far comparire davanti al giudice dei soggetti terzi rispetto alle

parti, cioè diversi dalle parti che discutono, i quali sotto giuramento di dire la verità

(pena altrimenti l'applicazione di sanzione penale grave da due a sei anni di

reclusione) rendono la propria rappresentazione dei fatti;

3) CONFESSIONE = è la prova principe del processo e si ha quando il convenuto

confessa che le cose sono andate in un determinato modo (esempio: il datore di lavoro

che confessa che è vero che quel lavoratore ha lavorato, non lo posso negare);

E’ bene quindi prima di rivolgersi al giudice preoccuparsi di avere dei documenti, dei

testimoni, delle confessioni del fatto che si vuole sostenere in giudizio. Nel caso NON si

abbiano mezzi di prova sufficienti a volte può valere la pena trovare un accordo

conciliativo con il quale non si ottiene tutto ma si sa che ottenere tutto poteva essere

difficile, a volte più che preoccuparsi di capire se c'è il diritto bisogna preoccuparsi di

capire se si riesce a dimostrare il fatto che sta alla base di quel diritto.

I PRINCIPI ALLA BASE DEL PROCESSO DEL LAVORO

Il processo del lavoro ha regole speciali, particolari, che lo differenziano dagli altri processi

civili. Fin dalla legge 533/1973 il processo del lavoro è disegnato in una maniera tale da

cercare di farlo correre il più veloce possibile verso la soluzione. Esistono infatti TRE

principi fondamentali che si rifanno alla speditezza del processo:

il processo del lavoro è un processo per la GRAN PARTE ORALE, non scritto, mentre

il processo civile in generale è per la gran parte fatto di atti scritti dove le cose che si

sostengono nel processo devono essere messe per iscritto.

il processo del lavoro è basato sul PRINCIPIO DELLA CONCENTRAZIONE DELLE

UDIENZE, cioè il processo del lavoro non è fatto di tante udienze così come invece il

processo civile ordinario è necessariamente fatto; in teoria il processo del lavoro

potrebbe anche culminare in un unica udienza;

un'altra regola basilare che è stata applicata è quella della IMMEDIATEZZA E

CONSEGUENTE DECADENZA DI TUTTO CIÒ CHE È FATTO IMMEDIATAMENTE.

L’ultimo di questi tre principi del processo del lavoro, diversamente da tutti gli altri processi,

fa si che ci siano delle decadenze processuali molto stringenti, cioè alle parti, ai loro

consulenti, ai loro avvocati è fatto onere di compiere certi atti entro tempi rapidi pena la

decadenza dall’azione processuale. Ciò significa che nel momento in cui si rivolge al

giudice i soggetti devono mettere nel proprio atto, tutto senza poi la possibilità di integrare

più nulla. L’unica cosa che si può correggere sono gli errori materiali ma rimane comunque

il fatto che TUTTI I DOCUMENTI CHE GLI ATTORI HANNO NELLA LORO

DISPONIBILITA’ vanno presentati e quelli che sono nella disponibilità di terzi vanno

indicati al giudice e il giudice ordinerà al terzo di produrli in giudizio.

TRIBUNALE COMPETENTE PER TERRITORIO – PRESENTAZIONE RICORSO –

DAL 1998 il T.O.C.

E’ competente il tribunale dove è sorto il rapporto di lavoro o ha sede l'azienda per la

quale lavora il dipendente o ha sede la filiale per la quale lavora il dipendente; per

assurdo potrebbe darsi che siano tre le sedi possibili di tribunale a cui rivolgersi.

Al tribunale ci si rivolge concludendo un atto che è il RICORSO (attore) che deposito al

tribunale e in cui scrivo come sono andati i fatti, quali sono le prove a sostegno di quei

fatti e le norme di diritto che rivendico davanti a tribunale. Successivamente alla

presentazione del ricorso da parte dell’attore il TRIBUNALE FISSA L’UDIENZA nella quale

discuterà e deciderà (forse) l’esito del ricorso; a questo punto, fissata l’udienza, l’attore

prende fisicamente il suo ricorso unendolo al provvedimento del tribunale in cui si fissa

l’udienza e INVIA IL TUTTO AL CONVENUTO (l’attore deve inviare questa

documentazione al convenuto minimo 30 giorni prima dell’udienza perché poi il convenuto

ha 20 giorni per preparare la difesa poichè 10 giorni prima deve costituirsi in giudizio

presentando l’eventuale comparsa). A questo punto il convenuto, che è in grado di dare

la sua versione, può scegliere due strade:

può decidere di non dire nulla, di non partecipare a quel processo e il processo andrà

avanti anche senza di lui a quel punto; si avrà un processo in contumacia; una parte in

genere decide di non comparire quando non ha niente da dire, la miglior difesa è il silenzio

quando non si hanno argomenti difensivi;

se invece il convenuto ha qualcosa da dire occorre che rediga un atto detto COMPARSA DI

RISPOSTA in cui risponde a quello che dice l'attore e a sua volta illustra come sono andate

le cose, quali sono le prove, quali sono gli argomenti in diritto a suo favore; la Comparsa va

perentoriamente presentata al Tribunale almeno 10 giorni prima dell'udienza fissata;

Se tutti i tempi vengono rispettati (30gg per la notifica al convenuto, 10gg prima la

presentazione della comparsa) sia il tribunale che il ricorrente possono prendere visione

della memoria prima dell’udienza fissata; le parti, prima dell’udienza hanno quindi letto i

rispettivi atti; il giudice del lavoro, la mattina dell’udienza ha la versione dell'uno e la

versione dell'altro, con la regola che quelle versioni non possono più essere modificate.

Tutto questo meccanismo che è quello storico di partenza è esistito fino al giugno

1998; successivamente a tale data è stata imposta una fase preliminare, occorre tentare

obbligatoriamente di conciliare la controversia di lavoro. Il tentativo obbligatorio di

conciliazione (T.O.C.) non vuol dire comunque obbligo di conciliazione; è stato imposto

quindi all'attore che, prima di depositare il ricorso e innescare tutto il meccanismo del

processo, deve tentare la conciliazione della controversia davanti (1) alla sede sindacale o

(2) davanti alle Commissioni di conciliazione istituite presso le Direzioni provinciali del

lavoro (D.P.L.). L’imposizione del T.O.C. è motivata dal fatto che dal giugno 1998

erano arrivate al giudice del lavoro anche tutte le controversie del pubblico impiego che

prima gravavano sul Tar e Consiglio di Stato (si stava completando la cosiddetta

privatizzazione del pubblico impiego). Il legislatore ha ritenuto in qualche modo di provare

a fare arrivare meno controversie davanti al giudice: obiettivo che comunque non è stato

raggiunto.

LA PROCEDURA DI CONCILIAZIONE OGGI

Per le controversie di lavoro oggi occorre solamente aver tentato di conciliare ed avere

stilato tanto di verbale di eventuale mancata conciliazione; è necessario attendere almeno

60 giorni per essere convocati per il tentativo di conciliazione e al sessantunesimo giorno

poi, se anche non si è stati convocati per il tentativo di conciliazione si è legittimati ad

andare davanti al tribunale di primo grado. Il VERBALE DI MANCATA CONCILIAZIONE

deve essere redatto su un verbale perché poi quel verbale va dato al giudice. La legge

afferma che il giudice tiene conto di quel verbale di mancata conciliazione ai fini delle

spese del giudizio. Nell'esperienza quotidiana però i giudici non guardano questi verbali di

mancata conciliazione ai fini delle spese del giudizio perché le spese di giudizio

comunque le sostiene chi perde il processo. Piuttosto lo guardano perché nel verbale

devono essere scritti i motivi per i quali non si è raggiunto l'accordo e quindi le parti. Di

fatto il verbale di mancata conciliazione è però il documento più importante perché è un

atto pubblico, cioè è un documento redatto, in particolare davanti alla commissione di

conciliazione che è un organo pubblico, che ha valenza nel processo e se lì ci sono scritte

ad esempio delle confessioni, quelle confessioni hanno un valore nel processo.

Esistono però dei procedimenti che non sottostanno all’obbligo del Tentativo Obbligatorio

di Conciliazione:

PROCEDIMENTO DI URGENZA = per poter attivare il procedimento d'urgenza nel processo

del lavoro occorre trovarsi in particolari situazioni perché il processo del lavoro nasce già

accelerato: occorre che se sia in presenza di violazioni macroscopiche di certi diritti cioè dove

appare in maniera molto evidente che c'è una violazione del diritto;

occorre si tratti di quei diritti che soggiacciono alla regola del pericolo di

compromissione definitiva, quali il trasferimento del lavoratore da una sede

all'altra ad esempio, i licenziamenti;

Cioè quei provvedimenti per i quali sia macroscopica la violazione del diritto e

l'eventuale intervento nella decisione solo dopo alcuni mesi, se non anni,

potrebbe effettivamente compromettere il diritto (esempi: demansionamenti,

trasferimenti e licenziamenti discriminatori per motivi in genere sindacali; al di fuori

di queste particolari ipotesi il procedimento d'urgenza è attivabile ma è probabile

che venga rigettato).

PROCEDIMENTO DI REPRESSIONE DELLA CONDOTTA ANTISINDACALE = procedimenti

di controversie collettive, cosiddette sindacali, si parla dell'articolo 28 per eccellenza, perché il

contenzioso sindacale, per intendersi, nasce urgente di natura, cioè se si deve decidere ad

esempio se è legittimo o non è legittimo uno sciopero o l'avversione del datore di lavoro a

quello sciopero, un'assemblea o un referendum, non si può attendere un anno ed oltre;

CONTROVERSIA DI PREVIDENZA E ASSISTENZA OBBLIGATORIA = questi diritti non

sottostanno al T.O.C. perché i diritti di previdenza e assistenza obbligatoria non sono

disponibili e quindi non si possono fare rinunce o transazioni su quei diritti; cioè se ho un

diritto alla pensione ce l’ho e basta.

Si è aperto un dibattito se il lavoratore possa rifiutarsi un ordine del datore di lavoro prima che

quell'ordine sia dichiarato illegittimo da parte del giudice. Nel dubbio si è sempre detto di dare

corso al provvedimento anche se ultimamente la giurisprudenza ha detto che quegli ordini del

datore di lavoro che sono palesemente illegittimi e che poi si dimostrano tali perché il giudice

effettivamente li riconosce illegittimi abilitano il lavoratore ad essere inadempiente; però c’è il

pericolo, che se il giudice poi non dovesse ritenere illegittimo quel trasferimento si è compiuta

una insubordinazione quindi il rischio è elevato; siccome c’è un procedimento d'urgenza e

siccome probabilmente nel giro di un mese uno saprà se ha ragione o se ha torto, in quel

mese accetta il trasferimento poi, quando il Giudice si esprimerà, si discuterà anche del

danno che è stato provocato.

PROCESSO DI PRIMO GRADO (il suo svolgimento)

Il giudice di primo grado nelle controversie civili e in particolare nelle controversie del

lavoro è un giudice monocratico un magistrato che rappresenta il tribunale. Presso

ciascun tribunale c'è una sezione specializzata dei giudici preparati in materia di lavoro,

c'è la sezione lavoro.

Il processo inizia con l’ennesimo tentativo del giudice di conciliare le parti; il tentativo di

conciliazione fatto davanti al giudice è il tentativo di conciliazione che riscuote maggiore

successo in termini di riuscita perché: (A) ciascuna delle due parti ha conoscenza sia

della sua posizione e della posizione dell’altro e i rispettivi avvocati sanno quante

probabilità ci sono; (B) si è al cospetto della persona che deciderà la causa ed ogni sua

parola in questo contesto sarà particolarmente indicativa dell’idea che ha in testa.

POSSONO QUINDI ACCADERE DUE CASI:

Se si raggiunge un verbale di conciliazione le parti si fanno le reciproche rinunce,

cessa la materia del contendere; le spese processuali vengono regolate

nell'accordo.

Se invece la conciliazione non riesce il passaggio successivo dell’udienza è

l'interrogatorio che il giudice fa alle parti presenti; cioè il giudice ha al suo cospetto e

l'attore e il convenuto; il giudice conosce le tesi dell'uno e conosce le tesi dell'altro,

è probabile che abbia ancora qualche dubbio ed allora in quella occasione il giudice

può interrogare le parti; questa fase è particolarmente delicata perché è la parte in

prima persona chiamata a rispondere, non può rispondere al suo posto l’avvocato

anche se c’è ed è presente. Un interrogatorio fatto bene da persona che ha

studiato gli atti di causa potrebbe già di per sé essere decisivo; in realtà la parte

potrebbe anche dire una cosa non vera, infatti solo il testimone che è vincolato e

giura di dire la verità. Purtroppo però spesso c'è poco tempo per fare gli

interrogatori, i giudici hanno letto molto velocemente gli atti e quindi non sono

ancora entrati dentro alla questione. Dopo aver fatto l'interrogatorio delle parti il

giudice può prendere due strade:

la prima strada è quella dove tutto gli è chiaro ed è pronto per decidere;

la seconda strada è quella dove non è chiaro nulla perchè ognuna delle parti

continua a sostenere fatti compiuti concretamente e diametralmente diversi e

non potendosi fidare dell'una e dell'altra si tratta evidentemente di

approfondire la vicenda; il giudice rinvia ad una nuova data l’udienza per

sentire i TESTIMONI delle parti. La prova testimoniale è molto delicata; i

giudici dovrebbero assumere la prova testimoniale con molta attenzione pena

il passaggio degli atti alla Procura della Repubblica per un procedimento di

falsa testimonianza (ciascuno di noi ha un bonus in forza del quale la pena gli

è sospesa fino a due anni); il testimone compare quindi davanti al giudice

giurando di dire la verità e il giudice lo interroga su come sono andati i fatti

asseriti da questa testimonianza è quella è una delle eventuali prove dei fatti

di causa. Il giudice non sceglie i testimoni, il processo è rimesso a quello che

fanno le parti, il giudice decide ma il processo lo conducono le parti; il giudice

non ha potere di interferire, il giudice è chiamato dalle parti le quali

rispondono di quello che hanno fatto.

Se comunque, pur sentiti i testimoni, la decisione del giudice necessiti di

particolari cognizioni tecniche, lo stesso giudice ricorre alla figura del

CONSULENTE TECNICO D'UFFICIO cioè del C.T.U. - A loro volta ciascuna

delle due parti potrà nominare un ulteriore soggetto che è il C.T.P. il

CONSULENTE TECNICO DI PARTE (ad esempio per il lavoratore sarà il

proprio sindacalista: per il datore di lavoro il suo consulente del lavoro).

Affidato l'incarico al consulente tecnico questi inizia le cosiddette operazioni

peritali, il consulente accetta l'incarico giura di adempiere fedelmente


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in consulente del lavoro
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale civile del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Giussani Andrea.

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