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Diritto del lavoro

Le fonti

L'insieme delle norme giuridiche che regolano il lavoro subordinato costituisce il diritto del lavoro. Al suo interno si distinguono settori più specifici come il diritto sindacale, la legislazione sociale, ecc. Le fonti di tale diritto sono:

  • La Costituzione;
  • Il codice civile (libro V e le leggi speciali);
  • I contratti collettivi;
  • Gli usi e le consuetudini.

Queste fonti dette “interne” si distinguono da quelle “esterne”, che sono:

  • Le fonti comunitarie (trattato istitutivo della CEE; trattato di Maastricht; regolamento e direttive comunitarie);
  • I trattati di lavoro internazionali (tra cui le convenzioni dell’OIL; l’atto Unico Europeo, ecc.).

Nella trattazione delle fonti di diritto del lavoro, l'unica particolarità degna di nota è offerta dall'art. 2078 c.c. – efficacia degli usi - “in mancanza di disposizioni di legge e di contratto collettivo, si applicano gli usi. Tuttavia gli usi più favorevoli ai prestatori di lavoro prevalgono sulle norme dispositive di legge. Gli usi non prevalgono sui contratti individuali di lavoro”. Di conseguenza, l'efficacia degli usi resta “dispositiva” e, quindi, derogabile in ogni caso dall'autonomia privata (individuale o collettiva).

Ed è proprio il comma primo dell'art. 2078 c.c. a contrastare con l'art. 8 disp. prel. c.c. “nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti, gli usi hanno efficacia, solo in quanto sono da essi richiamati”. La legislazione del lavoro nei confronti della contrattazione collettiva, può svolgere la funzione: o ausiliaria (si pensi, ad es., a quelle norme dello Statuto dei lavoratori che tutelano le libertà sindacali che, fino alla sua entrata in vigore, erano riconosciute solo a settori sindacali più forti); o di sostegno o promozionale (si pensi, ad es., alla legge n. 146 rimessa in misura paritaria alla contrattazione collettiva).

Evoluzione storica del diritto del lavoro

Nell'evoluzione storica del diritto del lavoro, si possono distinguere tre fasi:

  1. Fase della legislazione sociale in cui le leggi in materia di lavoro hanno carattere “eccezionale”, rispetto al diritto privato comune;
  2. Fase dell'incorporazione del diritto del lavoro nel sistema del diritto privato;
  3. Fase della costituzionalizzazione del diritto del lavoro.

Per legislazione sociale s'intende l'insieme delle norme e degli istituti giuridici diretti alla protezione di coloro che si trovano in particolari condizioni di bisogno (lavoratori, cittadini nobili al lavoro e sprovvisti di mezzi necessari alla sopravvivenza). Prima del codice vigente, da un lato si collocava il diritto civile del 1865, e dall'altro vi erano delle norme “eccezionali”, rispetto a questo, che tutelavano i lavoratori; esse formavano proprio la legislazione sociale, nata in seguito alla rivoluzione industriale. Allora comunque, non era prevista, però, una specifica disciplina né per il contratto di lavoro, né per il lavoro industriale (subordinato solo all'autonomia privata); faceva eccezione solo la “locazione di opere e servizi” che era a tempo determinato, per evitare la costituzione di rapporti simili alla servitù della gleba, o peggio, della schiavitù.

A partire dal XIX secolo lo Stato decise d'intervenire, dettando una serie di disposizioni di legge, dettate in deroga ai principi del codice civile, al fine di proteggere il lavoro, i cosiddetti collegi dei probiviri istituiti con decreto reale e composti da un presidente (scelto tra i magistrati) e, in numero pari, da rappresentanti degli industriali e degli operai. In ogni collegio erano, poi, costituiti un ufficio di conciliazione ed una giuria, con funzione giurisdizionale, di decisione nella controversia di lavoro tra operai ed industriali, qualora non si giungesse ad un accordo tra le parti in sede di conciliazione; si decideva in base al criterio della ragionevolezza.

Fase dell'incorporazione del diritto del lavoro nel diritto privato

Nella fase dell'incorporazione dei principi e della disciplina del lavoro nel diritto privato, si ottenne un'unificazione tra diritto civile, del lavoro e commerciale, che nonostante tutto, però, rimasero della disciplina dotate di una propria autonomia didattica e scientifica. Questa fase vide l'introduzione della cosiddetta “corporazione che stabiliva le norme relative alla disciplina della produzione, sotto il controllo del Ministero delle corporazioni, mentre le eventuali controversie erano decise dalla Magistratura del lavoro. In tale sistema i sindacati erano trasformati in organi burocratici privi di rappresentatività e spinta conflittuale.

Costituzionalizzazione del diritto del lavoro

Nella Costituzione il rapporto di lavoro è inteso come un “rapporto di produzione” fonte di vantaggio, per il datore di lavoro, e di svantaggio per il lavoratore, tutelato e disciplinato dallo Stato e dall'autonomia privata (cioè dai singoli organizzati in sindacati). Anche la Corte costituzionale ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di adeguamento del codice civile e delle leggi speciali, al dettato della Costituzione, mediante la pronuncia di sentenze: interpretative di rigetto o di accoglimento con le quali dichiarava la legittimità o l'illegittimità di una o più interpretazioni possibili di una disposizione legislativa sottoposta al suo giudizio; sostitutive che eliminano una parte del testo, sostituendola con un enunciato normativo, conforme alla Costituzione; additive che integravano non solo la disposizione, ma anche la norma di legge, al fine di porre rimedio ad un’omissione del legislatore, senza, però, variare il testo.

A partire dal 1975 si afferma la fase del lavoro della crisi, caratterizzata da interventi legislativi più o meno originali, tendenti a raggiungere particolari obiettivi quali: la stabilità dell'occupazione e continuità del reddito dei lavoratori; l'introduzione delle forme d'impiego flessibile della forza-lavoro; la riduzione del tasso d'inflazione, ecc.

Gli anni '80 sono caratterizzati dalla legislazione contrattata, cioè la produzione legislativa era originata dalla partecipazione delle parti sociali. Negli anni '90, invece, vi furono gli accordi triangolari (Protocollo del 23-07-93; Patto per il lavoro del 24-9-96 e Patto Sociale per lo sviluppo e l'occupazione del 22-12-98), che portarono all'unificazione normativa dei dipendenti pubblici e privati, al fine di accrescere l'efficienza dell'organizzazione amministrativa.

Fonti di produzione e di cognizione

Le fonti possono essere “di produzione” (cioè modi di formazione delle norme, tutti quei fatti ed atti idonei a creare, modificare ed estinguere le norme giuridiche) e “di cognizione” (cioè mezzi per conoscere le norme giuridiche già esistenti; ad es. la raccolta Ufficiale degli Atti della Repubblica italiana, ecc.).

Le fonti Atto sono le norme scritte, o i testi normativi, in cui si manifesta la volontà dello Stato; le fonti Fatto, invece, sono tutti quei comportamenti che scaturiscono dalla volontà collettiva.

La Costituzione

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, che rappresenta il punto di riferimento di tutto il sistema normativo. È entrata in vigore il 1-1-’48; è Votata (approvata da un’assemblea costituente, eletta dal popolo) e Rigida (per modificarla sono necessarie delle leggi di revisione costituzionale, formate con un procedimento complesso). È costituita da 139 artt. più 18 disposizioni transitorie e finali e si divide in tre parti: i principi fondamentali; i diritti e i doveri dei cittadini; l’ordinamento della Repubblica.

Gli artt. più rilevanti in materia di lavoro sono:

  • L’art. 1 (in cui è riconosciuto un nesso tra democrazia e lavoro);
  • L’art. 3 (in cui è proclamata l'uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini);
  • L’art. 4 (per cui la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni per rendere effettivo tale diritto);
  • L’art. 36 (che riconosce il diritto alla retribuzione e al riposo dei lavoratori);
  • L’art. 37 (che riconosce la parità di retribuzione per i minori e le donne, rispetto a quello dell'uomo);
  • L’art. 38 (che riconosce il diritto all'assistenza sociale e alla previdenza per i lavoratori);
  • Gli artt. 39-40 (che riconoscono i diritti sindacali: associazione e sciopero);
  • L’art. 46 (che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare all’impresa).

Il codice civile

Il codice civile attuale fu approvato con decreto regio il 16-3-’42; è formato di 2969 artt. ed è diviso in 6 LIBRI: I° delle persone; II° delle successioni; III° della proprietà; IV° delle obbligazioni; V° del lavoro; VI° della tutela dei diritti. I primi quattro titoli del LIBRO I° sono intitolati:

  • Della disciplina delle attività professionale;
  • Del lavoro nell’impresa;
  • Del lavoro autonomo;
  • Del lavoro subordinato i particolari rapporti.

Usi e consuetudini

Gli usi e le consuetudini sono fonti-fatto, cioè l'espressione di un certo comportamento da parte di una collettività, tenuto per un periodo prolungato, con la convinzione di seguire un obbligo giuridico. Sono fonti subordinate sia alle leggi, sia ai regolamenti e, nei confronti della legge, la consuetudine può essere: CONTRA (contraria alla legge); SECUNDUM (integra il contenuto della legge); PRAETER (disciplina una materia non regolata dalla legge). L’uso consta di un elemento “soggettivo”, cioè la convinzione della giuridica necessità del comportamento; un elemento “oggettivo”, cioè il ripetersi di un comportamento costante ed uniforme per un dato periodo di tempo. È prevista la redazione scritta delle norme consuetudinarie (in Italia, ad es. la raccolta degli Usi), affidata alle Camere di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura, che sottopongono questa a revisione periodica, per inserirvi usi nuovi, o eliminarne quelli non più vigenti.

Diritto comunitario

Il diritto comunitario è l'insieme delle norme giuridiche che disciplinano le relazioni tra i cittadini e gli Stati dell'U.E. La sua caratteristica consiste nel fatto che non solo regola i rapporti interni all'U.E., ma che è attuato nel sistema giuridico di ciascuno Stato membro. Sono praticamente emanate, oltre che dagli organi abilitati dalla CEE, anche da quelli della CEEA (comunità europea dell’energia atomica) e dalla CECA (comunità europea del carbone e dell’acciaio).

Regolamenti e direttive

I regolamenti hanno portata generale, cioè producono i loro effetti nei confronti di un numero indeterminato di destinatari (Stati membri, persone fisiche e giuridiche operanti negli Stati stessi), e le loro prescrizioni sono astratte; con carattere obbligatorio, in tutti i suoi elementi ed, infine, hanno diretta applicabilità in ciascuno Stato membro; producono automaticamente i loro effetti negli Stati al pari delle leggi nazionali e sono idonei a conferire diritti ed imporre obblighi ai singoli Stati, ai loro organi ed ai privati. Di solito, entrano in vigore 20 giorni dopo la loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della CE. Esse prevalgono sulla legge nazionale e, in caso di contrasto con una legge nazionale e, in caso di contrasto con una legge interna, questa dev’esser disapplicata dal giudice, senza difendere la dichiarazione d’incostituzionalità.

Le direttive contengono delle norme di scopo perché riguardano il risultato da raggiungere, lasciando lo Stato libero di attuarla con mezzi ritenuti più idonei a realizzarle. Hanno portata particolare e non sono immediatamente vincolanti, quindi, non direttamente applicabili all’interno degli Stati membri, ma hanno un’efficacia mediata da provvedimenti di attuazione che gli stati ritengono più opportuni adottare. Di solito, contengono un “termine” entro il quale lo Stato membro ha l’obbligo di conformarsi. Nel caso di contrasto tra una norma interna ed una direttiva, la Corte costituzionale ha previsto che il giudice possa sollevare la questione di legittimità di essa.

Nascita della CEE

La CEE è nata con il trattato di Roma (1957) le cui principali disposizioni sociali riguardano la libera circolazione dei lavoratori e la parità di retribuzione fra i lavoratori. Le disposizioni furono modificate con l’Atto unico europeo (1986) che proponeva il cosiddetto “dialogo sociale” che potesse sfociare in relazioni convenzionali per favorire l’abolizione delle barriere socio-economiche; la libertà di decidere, da parte dei cittadini, dove vivere, lavorare, trasferire i propri capitali, ecc.

Con il Trattato di Maastricht (1992) fu istituita l’U.E. con l’obiettivo di attuare un processo di unificazione economica monetaria degli Stati membri. Gli Stati s’impegnano ad avviare un’azione comune per il perseguimento di obiettivi sociali quali: la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, il dialogo sociale. A tali obiettivi comunitari non aderì, inizialmente, il Regno Unito, che, però, cambiò idea nel 1997, in seguito al Trattato di Amsterdam.

Il lavoro subordinato

Il LIBRO V disciplina non solo il lavoro nell’impresa, ma anche quello che si svolge al di fuori di essa. La locazione di opere e servizi, disciplinata dal codice civile del 1865, (comprendente tanto il lavoro subordinato, quanto quello autonomo) era intesa come “contratto per cui una delle parti si obbliga a fare per l’altra una cosa, mediante la pattuita mercede”. Le principali specie di locazioni di opere erano:

  1. Quella per cui le persone obbligano la propria opera all’altrui servizio;
  2. Quella per cui le persone s’incaricano del trasporto di persone o cose;
  3. Quella degli imprenditori di opere ad appalto o cottimo.

La locatio operarum (= attività di lavoro) è il lavoro subordinato, caratterizzato dalla temporaneità o durata dell'utilizzazione delle opere, da parte del datore di lavoro, che si vede assegnare dal lavoratore la propria attività lavorativa, intesa come somma di energie erogate (si pensi, ad es., ad un sarta che si obbliga a lavorare per una sartoria, dalla quale viene retribuita, in base al tempo in cui resta a disposizione di questa e non in base agli abiti confezionati per questa).

La locatio operis (= risultato del lavoratore) è il lavoro autonomo, caratterizzato da un dare aliquid faciendum (qualcosa da fare) al lavoratore che si obbliga al compimento dell’opera pattuita: può trattarsi sia di una cosa materiale, sia di un servizio (come la custodia o il trasporto). Viene considerato il risultato della prestazione di lavoro (si pensi, ad es., ad un sarto che si obbliga a lavorare per un cliente che gli commissiona uno o più abiti per i quali verrà retribuito).

I rischi inerenti alla realizzazione della prestazione lavorativa sono:

  • Il rischio dell’utilità del lavoro, che incide sul risultato prodotto dall’erogazione delle energie lavorative, ed è dipendente dalla difficoltà tecnico-economica del risultato medesimo. Nella locatio operis è integralmente a carico del lavoratore autonomo che si obbliga a prestare l’opera finita, indipendentemente dal costo sostenuto per realizzarla;
  • Il rischio dell’impossibilità (o mancanza) di lavoro sopravvenuta per effetto del caso fortuito o forza maggiore, che si oppongano nell’esecuzione della prestazione. Tale rischio può ravvisarsi in tutte le ipotesi d’impedimento del lavoratore a prestare il proprio lavoro, sia per “cause soggettive” (gravidanza, malattia, infortunio, ecc.) sia per “cause oggettive” (mancanza di materie prime o la pioggia che impedisce l’esecuzione di lavori agricoli o edili, ecc.). La prestazione e la retribuzione si estinguono, quindi, è un rischio a carico sia del lavoratore sia del datore di lavoro.

È stata progressivamente la giurisprudenza ad introdurre e ad utilizzare il concetto di subordinazione intesa come “sottoposizione del debitore-locatore delle opere, alla direzione o al controllo del creditore-conduttore”. Quindi, un comportamento dovuto dal lavoratore, al datore di lavoro, per ottenere in cambio da quest’ultimo, una retribuzione per tutto il tempo per cui rimane a sua disposizione.

L’art. 2094, anziché fornire la definizione del contratto di lavoro, prevede, invece, quella del prestatore di lavoro subordinato, per cui: “è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro (intellettuale o manuale) alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”. Da tale disposizione deriva la concezione della subordinazione come “tecnico-funzionale”, cioè dipendenza del lavoratore, alla direzione del datore, nell’esecuzione della sua prestazione.

Secondo un diverso indirizzo dottrinale, essa si configura, invece, come “presupposto economico-sociale” del contratto di lavoro, caratterizzato dalla condizione di debolezza ed inferiorità economica del lavoratore, nei confronti del debitore) che è necessitato dalle esigenze di vita ad affare la propria forza-lavoro. Si tratta, quindi, di una posizione di soggezione economica estranea al risultato, all’organizzazione e ai mezzi di produzione dell’imprenditore. Tale dottrina non può essere, però, accolta perché situazioni d’inferiorità socio-economica potrebbe presentarsi anche in altri ambiti (come quello agricolo) e non necessariamente in quello del lavoro subordinato.

Nel codice civile, il legislatore era inteso precisare il concetto della subordinazione, collegandola al momento prevalente della collaborazione che s’identifica proprio come “risultato tecnico-funzionale” della prestazione di lavoro, resa dal lavoratore, in cambio della retribuzione.

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Scienze giuridiche IUS/07 Diritto del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Loi Piera.
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