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Diritto del lavoro: Contratti di lavoro

Appunti di diritto del lavoro in tema di contratto di lavoro subordinato - autonomo - lavoro prestato indirettamente basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Salomone dell’università degli Studi di Trento - Unitn. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto del lavoro docente Prof. R. Salomone

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ESTRATTO DOCUMENTO

Si osservano le disposizioni del presente capo nelle controversie relative a:

1) rapporti di lavoro subordinato privato, anche se non inerenti all'esercizio di una impresa;

2) rapporti di mezzadria, di colonia parziaria, di compartecipazione agraria, di affitto a coltivatore diretto, nonché

rapporti derivanti da altri contratti agrari, salva la competenza delle sezioni specializzate agrarie;

3) rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una

prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato;

La norma utilizza la parola COLLABORAZIONE, che noi conoscevamo solo nella definizione del lavoro subordinato. Quindi

c’è collaborazione anche nel lavoro autonomo che abbia le caratteristiche di essere continuativo e coordinato.

Questo allora è una nuova figura rispetto al lavoro autonomo e subordinato? Questa è una figura che ha un po’ del

lavoro subordinato e un po’ del lavoro autonomo? Qualcuno nella pratica comincia a fare contratti di questo tipo (di

collaborazione a carattere non subordinato), anche perché vige libertà contrattuale nel nostro ordinamento.

Dagli anni ’70 in poi si diffondono contratti utilizzati come contratti di lavoro autonomo, ma che si prestano ad essere

equivalenti del lavoro subordinato. Oggi si parla ancora dei lavoratori finti autonomi o di false partite iva, perché

derivano da questo periodo.

↪ ES: ho un bar ed ho bisogno di una cameriera; non voglio impegnarmi ad assumerla con contratto di lavoro

subordinato, allora faccio questo contratto con cui dico che la cameriera collabora al bar in modo continuativo; io non

le do ordini; il contratto si presta ad essere impropriamente utilizzato → non è contratto di lavoro subordinato! Lo

chiamo contratto di lavoro autonomo, ma nella realtà la prestazione è continuativa e coordinata => ANOMALIA: invece

che assumere la cameriera come dipendente, utilizzo lo strumento fornito dall’art. 409 cpc.

 A differenza del diritto sindacale, caratterizzato dalla scarsità di norme di legge,

il lavoro individuale è caratterizzato da una molteplicità di norme.

Quando la situazione diventa complicata da gestire, e la quantità di anomalia diventa troppo forte, il legislatore

interviene con:

A) il D.lgs. 276/2003: che attua la LEGGE BIAGI (legge 14 febbraio 2003, n. 30). Viene scritta una nuova norma

LAVORO A PROGETTO

che si occupa dei rapporti che sono a metà tra subordinazione e autonomia –> nasce il

ART. 61 - Definizione e campo di applicazione

Fermo restando la disciplina degli agenti e rappresentanti di commercio […] i rapporti di collaborazione

di cui all’art. 409 cpc

coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione,

nr. 3, devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti

autonomamente dal collaboratore.

Il lavoro a progetto è la finalizzazione dei lavori continuativi e coordinati di cui al 409 ad un progetto. Il

legislatore vuole evitare l’uso improprio delle collaborazioni continuate e coordinate, in modo che tornino ad

essere genuinamente autonome (è il collaboratore che gestisce autonomamente il progetto). Il contratto si

può usare solo se il lavoro è finalizzato ad un progetto.

B) Il D. lgs. 15 giugno 2015, n. 81 (Jobs Act)

ART. 52 Superamento del contratto a progetto

Le disposizioni di cui agli artt. Da 61 a 69- bis del d.lgs. 276/2003 sono abrogate e continuano ad applicarsi

esclusivamente per la regolazione dei contratti già in atto alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Resta salvo quanto disposto dall’art. 409 c.p.c.

↪ La norma della Legge Biagi viene abrogata, anche se continua a produrre qualche effetto per i rapporti già

in atto. –

ART. 2 Collaborazioni organizzate dal committente

A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di

collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui

modalita' di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di

lavoro. 6

↪ Se si ha un rapporto di collaborazione continuata e coordinata, che si concreta in prestazioni di lavoro

personali, si applica la disciplina del lavoro subordinato.

2003 → rendiamo il rapporto di collaborazione continuata e coordinata

LAVORO AUTONOMO vincolandolo ad un progetto

2015 → rendiamo il rapporto di collaborazione continuata e coordinata

LAVORO SUBORDINATO vincolandolo alle modalità di esecuzione organizzate dal committente

Il legislatore tenta la strada dell’ ”applicazione di una disciplina” → il legislatore non procede più sul piano della

qualificazione, ma dà una disciplina concreta il legislatore CAMBIA TECNICA: si applica la disciplina del lavoro

subordinato a rapporti che abbiamo alcune caratteristiche (ossia quando vi sono modalità di esecuzione

organizzate dal committente).

≫ ES. lavoro di chi collabora per cercare sentenze per un corso universitario → ci sono modalità di esecuzione

organizzate dal committente? NO = no lavoro subordinato: le sentenze si possono cercare in qualsiasi luogo e

tempo.

≫ ES. lavoro della cameriera del bar → ci sono modalità di esecuzione organizzate dal committente? SI = lavoro

subordinato: i caffè si devono fare al bar (luogo specifico) e dalle ore X alle ore X (orario specifico).

IL JOBS ACT SPOSTA IL FUOCO DELLA QUESTIONE SULLE MODALITA’ DI ESECUZIONE ORGANIZZATE DAL

COMMITTENTE.

VEDIAMO ALCUNI CASI CONCRETI:

① SENTENZA TRIBUNALE DI TRENTO – GIUDICE DEL LAVORO PROC. 116/2011

Fattispecie: un’azienda stipula con una persona un contratto di lavoro a progetto (409 cpc + art. 61 d.gls. 2003): questa

persona si rivolge al giudice dicendo che questo rapporto aveva le caratteristiche del lavoro subordinato. Il giudice dà

ragione alla persona che lavora: P.Q.M.

Il giudice del lavoro, definitivamente pronunziato, accerta che tra le parti dell’odierno giudizio, nel periodo XX ha

avuto luogo un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ed a tempo pieno, disciplinato dal CCNL

8.01.2002 della vigilanza privata.

Condanna il resistente a corrispondere al ricorrente tutti gli emolumenti conseguenti (retribuzioni, ferie, tfr,

straordinari), con interessi legali e rivalutazione monetaria.

Accerta l’illegittimità del licenziamento intimato con decorrenza dal 25.07.2010 e condanna il resistente a pagare al

ricorrente un’indennità pari a 2,5 mensilità della retribuzione globale di fatto, come sopra determinata.

Condanna infine il medesimo convenuto a rifondere all’attore le spese di giudizio, liquidate nella complessiva somma

di XX per diritti ed onorati, oltre spese generali

Trento, 21 giugno 2012

Il giudice 1) ACCERTA la situazione: si tratta di lavoro subordinato 2) CONDANNA alle differenze di retribuzione ecc 3)

CONDANNA l’imprenditore per il licenziamento illegittimo: se la qualificazione è di lavoro autonomo, non si può parlare

di licenziamento, in quanto il recesso è liberamente determinabile.

MOTIVAZIONE:

Sebbene vi fosse un contratto formalmente stipulato come lavoro a progetto, dall’istruttoria emerge come il rapporto

di lavoro fosse subordinato. Un ispettore del lavoro è andato in azienda e ha raccolto delle testimonianze, ha redatto

un verbale che viene presentato in giudizio come prova: dal verbale risulta che il lavoratore non ha svolto alcun lavoro

a progetto (formalmente consistente nella raccolta di informazioni finalizzate all’individuazione delle cause che

determinano danno patrimoniale), svolgendo invece una vera e propria attività di vigilanza all’interno dei negozi XX di

Trento dal gg X al gg X, alle dipendenze e sotto la direzione del F.. Esiste quindi un vero e proprio rapporto di lavoro

subordinato. 7

↪ Il giudice 1) guarda al contratto effettivamente stipulato 2) accerta che nella realtà dei fatti il rapporto di lavoro è un

altro.

Il giudice richiama la Cassazione n. 9251/2010, in cui si dice che la qualificazione del rapporto compiuta dalle parti

nell’iniziale stipulazione del contratto, non è determinante, stante la idoneità, nei rapporti di durata, del comportamento

delle parti ad esprimere sia una diversa effettiva volontà contrattuale, sia una diversa nuova volontà (così anche Cass.,

sez. L, 4.02.2002, n. 1420; e Cass., sez. L, 20.06.2003, n. 9900). Il comportamento delle parti va dunque considerato e

valorizzato proprio perché idoneo a rendere manifesto il concreto assetto che esse hanno inteso imprimere ai loro

Per l’effetto, il

rapporti, a prescindere dal carattere confermativo o non della originaria qualificazione da essi voluta.

recesso decorrente dal 25.07.2010 intimato dal F., deve correttamente qualificarsi come vero e proprio licenziamento.

② APPELLO ALLA SENTENZA: CORTE DI APPELLO DI TRENTO IN SECONDO GRADO

Questa decisione è molto più articolata rispetto alla sentenza di primo grado.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO:

Con ricorso depositato l’11/2/2011 avanti al Tribunale di Trento in funzione di Giudice del Lavoro, L. G. premesso di

aver preso servizio, in data 20/3/2010, preso il punto vendita M. - di proprietà della ditta M. - con mansioni di addetto

alla vigilanza; di aver in precedenza sottoscritto, in data 18/3/2010, un contratto di collaborazione a progetto, con la

F.P.I. di F. P . F ., avente ad oggetto la “raccolta di informazioni finalizzate all’individuazione delle cause che

determinano danno patrimoniale - il monitoraggi di eventi idonei a prevenire ammanchi inventariali, anche attraverso

l’attività di controllo agli accessi, accoglienza e assistenza della clientela” di durata trimestrale, poi prorogata, in data

mensile di € 1.000; di aver ricevuto, in data 21/7/2010 una telefonata

20/6/2010, di ulteriori 6 mesi, con un compenso

dalla responsabile per la gestione del personale, S. A., con cui gli veniva comunicata l’interruzione del rapporto di

dell’interruzione del rapporto per “esaurimento

lavoro; di aver ricevuto, il giorno successivo, comunicazione formale

del programma di lavoro pattuito” ed “esaurimento del piano economico stabilito per la realizzazione del programma

di lavoro”; di aver impugnato in data 5/8/2010 il licenziamento ed adito la Commissione di Conciliazione; tutto ciò

premesso, chiedeva che: 1) venisse accertato che fra le parti è insorto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e

2) venisse inquadrato il rapporto nell’ambito del CCNL applicabile ai dipendenti degli istituti

a tempo pieno; di vigilanza

privata (CCNL8/1/2002) con inquadramento al 6° livello; 3) venisse condannata la F. a corrispondergli il trattamento

previsto da detta contrattazione, versandogli tutti gli emolumenti maturati dal 20/3/2010 al 25/7/2010, detratto quanto

già percepito, sulla base di un orario a tempo pieno con maggiorazione delle ore di straordinario se presenti; 4) venisse

condannata la convenuta a versargli le contribuzioni obbligatorie; 5) venisse accertato che il rapporto è stato interrotto

senza giusta casa; 6) venisse condannata la

società investigativa a reintegrare il lavoratore sul posto di lavoro o a versargli l’indennità di cui all’art. 8 L. 604/66.

Costituendosi in giudizio la F. di F. P. F. contestava la fondatezza del ricorso, escludendo qualsiasi vincolo di

subordinazione e sottolineando che, nelle modalità di svolgimento della prestazione, non era stato mai esercitato alcun

potere direttivo e/o di controllo sull’attività del lavoratore che, come tutti gli altri, gestiva autonomamente la proprie

risorse decidendo in totale autonomia la ripartizione degli orari di lavoro, con l’unico presupposto che l’attività di

raccolta informazioni venisse svolta durante l’apertura al pubblico dei locali.

MOTIVI DELLA DECISIONE

processuali ritiene la Corte che l’appello debba essere respinto.

Valutate le risultanze

[…]

Entrambe le doglianze sono infondate. Pur dovendosi convenire che la motivazione del primo Giudice è insufficiente

laddove, per ritenere instaurato fra le parti un rapporto di lavoro subordinato, fa sostanzialmente riferimento al solo

orario del lavoro oltre a richiamare, genericamente, le deposizioni dei dipendenti della M. onde si rende necessaria

una sua integrazione le conclusioni raggiunte siano comunque corrette.

↪ la sentenza di primo grado non era molto motivata, ma la conclusione era giusta.

Come noto, secondo gli ormai consolidati orientamenti giurisprudenziali, l’elemento distintivo del rapporto di lavoro

del prestatore di lavoro al potere direttivo e

subordinato rispetto a quello autonomo, è costituito dall’assoggettamento con riguardo alla specificità dell’incarico

disciplinare del datore di lavoro che deve essere valutato concretamente

conferito al

lavoratore ed alle modalità della sua attuazione; tutti altri elementi (quali la continuità della prestazione, la cadenza e

la commisurazione della retribuzione, l’incidenza del rischio, l’utilizzo delle attrezzature), ivi compreso, appunto,

l’orario di lavoro, costituiscano meri indici della subordinazione che devono essere considerati complessivamente

attraverso un GIUDIZIO DI SINTESI, essendo ciascuno di essi privo di un valore determinante ai fini della

qualificazione del rapporto. La Suprema Corte è poi ferma nel ritenere che, sempre a tale fine, pur non potendosi

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prescindere dalla preventiva ricerca della volontà delle parti - giacché le dichiarazione negoziale rimane comunque un

elemento rilevante nella ricostruzione del rapporto - tuttavia il concreto atteggiarsi del rapporto nel suo effettivo

svolgimento assuma, comunque, una rilevanza primaria e decisiva, di talché, rispetto al nome iuris utilizzato in sede

di conclusione del contratto, deve attribuirsi valore prevalente al comportamento tenuto dalle parti stesse

nell’attuazione del rapporto.

Punti rilevanti che emergono:

1- Come i giudici richiamano la giurisprudenza di legittimità: la Cassazione è ferma nel dire questo e quello

2- Il primo passaggio, legato agli elementi che caratterizzano le modalità di esecuzione del rapporto: la Corte di

appello dice che vi sono tanti possibili elementi, alcuni esemplificati tra parentesi, che possono portare la

qualificazione in un senso o nell’altro; sono solo spie, in realtà quello che conta è il giudizio di sintesi. Si applica

qui il METODO TIPOLOGICO, ossia la sussunzione per approssimazione, e non sussunzione per identità; nel

procedimento logico dei giudici, avviene una raccolta di indici per poi operare un giudizio di sintesi. I giudici

guardano le spie:

1. orario di lavoro → tutti i giorni dalle x alle X, regolarmente

2. retribuzione → 1000 euro tutti i mesi, regolarmente

3. I mezzi, le attrezzature → utilizzo dei mezzi del bar (es. cameriera che fa il caffè con la macchina del bar)

Per qualificare un rapporto come subordinato non bastano le spie, ma occorre un giudizio di sintesi.

3- La Corte ribadisce che la questione del nomen juris non conta: non conta avere una certa denominazione

formale, quello che conta è la sostanza.

Nella decisione del giudice del lavoro di Trento di primo grado, il giudice sostanzialmente si è limitato ad una

considerazione dell’orario del lavoro → il giudice guarda alla concretezza del rapporto.

Nel secondo caso, l’appello a questa sentenza, la situazione è la stessa da qualificare: questa qualificazione è più

sofisticata > il giudice considera non sufficiente la qualificazione sulla base del solo indice orario (come aveva fatto il

giudice di primo grado), ma richiede come elemento fondamentale quello della etero-direzione → quello che conta è

l’assoggettamento al lavoro direttivo. [l’etero-direzione è già elemento fondamentale nell’art. 2094 cc].

Nel nostro sistema l’operazione di qualificazione non è una sussunzione per identità, perché il 2094 non ci dà abbastanza

elementi per farlo. È invece una sussunzione per approssimazione → “alle dipendenze e sotto la direzione” ex art. 2094:

la realtà ci mostra molte spie della situazione; il giudice non dà a nessuna delle spie un valore decisivo, ma le considera

tutte per qualificare.

Il giudice quindi sussume per approssimazione: guarda alle spie e presume che la situazione di lavoro sia XX. Il giudice

compie un giudizio complessivo.

Anche il giudice di appello di Trento ribadisce il PRINCIPIO consolidato nella giurisprudenza di Cassazione, ossia che non

conta la qualificazione formale, ma conta l’atteggiarsi concreto del rapporto. L’atteggiarsi concreto smentisce la

qualificazione formale, anche se questo si manifesta da un certo momento in poi! ES: io concludo un contratto di lavoro

autonomo e per i primi due anni questo contratto si svolge in modo autonomo, rispecchiando la volontà negoziale; a

partire un certo momento il rapporto concretamente cambia -> da questo momento in poi il rapporto va qualificato in

modo diverso.

Nella sentenza di appello il giudice sta parlando di un contratto a progetto e afferma che nonostante l’oggetto di questo

delle cause che determinano danno patrimoniale

contratto ( raccolta di informazioni finalizzate all’individuazione - il monitoraggi di

eventi idonei a prevenire ammanchi inventariali, anche attraverso l’attività di controllo agli accessi, accoglienza e assistenza della

), quello che è accaduto è invece tutt’altro. Quello che il giudice osserva è che ciò era stato scritto nel contratto

clientela

non è sovrapponibile all’idea di vigilanza ordinaria di antitaccheggio svolta da qualsiasi agenzia di investigazioni e

privata all’interno di un punto

vigilanza vendita

Dall’istruttoria emerge quindi che la realtà dei fatti non corrisponde a quanto si legge nel contratto.

come emerso palese dall’istruttoria svolta, erano tenuti a svolgere un’attività di vigilanza.

I collaboratori della F.P.I., dalle dichiarazioni rese dai colleghi del L., anch’essi assunti su contratto a progetto, in

E tanto emerge con evidenza

sede ispettiva. E’ altamente significativo che N. P. abbia dichiarato che la signora A. S., la collaboratrice per il personale

spiegato che sarebbe stato “impiegato in un’attività di antitaccheggio o di barriera” e

della ditta appellante, gli aveva

che in detta attività svolta “alla barriera posta all’uscita senza acquisti” si alternava con un collega, P. G., il quale ha

a propria volta ha confermato che, in detta postazione, verificava la coerenza tra il codice fiscale e quello apposto sul

prodotto, e che laddove suonava la barriera antitaccheggio fermava il soggetto e faceva intervenire il direttore.

↪ Il giudice va a vedere cosa concretamente fanno queste persone. La questione è concreta!

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Dunque in concreto, il personale della F., e lo stesso odierno appellato, avevano una postazione stabile, alcuni nei pressi

delle porte del negozio dove controllavano gli acquisti e gli scontrini dei clienti avvertendo il direttore in caso di esito

di azionamento dell’allarme delle barrire, altri, come il D., che operava all’interno del negozio

positivo del controllo o

con il compito di “monitorare e controllare i movimenti della clientela all’interno del negozio. All’occorrenza segnalo il

cliente sospettato al collega posizionato alle barriere, che eventualmente provvede a fermare la persona in questione.”

Dal che si deduce agevolmente in primo luogo che né il L. né i suoi colleghi svolgevano alcun compito di rilievo statistico

l’oggetto del lavoro a progetto:

al fine di una miglior organizzazione e riduzione dei furti benché fosse proprio questo

nessuno dei colleghi del L. ne parla neppure indirettamente indicandolo come scopo finale della attività svolta; in

contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante con il

secondo luogo che il servizio svolto consisteva proprio, secondo

in un’attività concreta di vigilanza.

motivo di doglianza, l’odierno

Non solo, ma nello svolgimento e nella gestione del compito oggetto del contratto appellato ed i suoi colleghi

non erano liberi di gestirsi autonomamente, il che rappresenta un elemento tipico del contratto a progetto, e di

contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante che invece

autodeterminarsi per raggiungere il risultato voluto,

non esservi stata “imposizione alcuna circa la modalità di esecuzione della prestazione…”.

ritiene

È proprio l’esame delle dichiarazioni rese dai colleghi del L. in sede ispettiva che dimostra chiaramente che al L. ed ai

suoi colleghi, ai quali peraltro veniva messa a disposizione una divisa da indossare, venissero fornite precise indicazioni

di come e dove dovessero collocarsi e quali operazioni dovessero seguire secondo modalità concrete loro imposte proprie

della vigilanza ordinaria e quotidiana. Ed è in ciò che si sostanzia il potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro

che forniva, appunto, precise istruzioni ed indicazioni vincolate dei compiti che dovevano essere svolti, delle modalità

esecutive del lavoro stesso, ed anche delle procedure da eseguire.

Gli elementi sopra illustrati costituiscono, ad avviso della Corte, un sicuro indice, di per sé determinante e fondante,

della natura subordinata del lavoro.

LE SPIE → i lavoratori:

- NON avevano un fine (sono solo semplici addetti alla vigilanza);

- NON erano liberi di gestirsi autonomamente (si va contro il 2222);

- devono indossare una DIVISA (il potere è quindi di un altro soggetto);

- dovevano seguire PRECISE INDICAZIONI

Il giudice guarda poi all’orario di lavoro:

Premesso che tale profilo, come già evidenziato non è da solo sufficiente e decisivo ai fini della qualificazione del

si conviene con l’appellante, non è però altrettanto condivisibile la

rapporto, ed in ciò seconda affermazione svolta nella

doglianza, e cioè che, essendo gli orari di lavoro gestiti autonomamente dai lavoratori stabilendo una turistica, non

sarebbe ravvisabile alcun potere direttivo del datore di lavoro.

↪ la difesa dell’azienda si concreta nell’affermazione che i lavoratori potevano gestire in autonomia l’orario di lavoro.

MA:

Al contrario, emerge proprio dalle deposizioni raccolte in sede ispettiva, che i lavoratori dovevano mettere comunque

a disposizione le proprie energie lavorative per un certo numero di ore.

↪ L’orario non è fisso, ma è costruito con un monte ore mensile, da ripartire tra i lavoratori in accordo. Al direttore non

interessa chi svolga la vigilanza, basta che ci sia qualcuno durante l’orario di apertura del negozio.

 sul punto deve essere respinto e la sentenza confermata

Conclusivamente, l’appello

③ SENTENZA TRIBUNALE DI LIVORNO

Riguarda il lavoro all’interno di un call-center. Anche qui l’accordo era di un contratto di lavoro a progetto (autonomo),

rispetto a cui un lavoratore chiede al giudice un diverso inquadramento.

Il lavoro nei call-center è un tipo di lavoro un po’ particolare: consiste nell’essere in luogo fisico preciso e nel rispondere

a telefonate in base a richieste che provengono dall’esterno. In questo caso le persone erano parte di un rapporto di

lavoro con una società r.s.l. per un certo periodo di tempo (29/11 al 28/02). L’imprenditore gestiva il call-center per

fornire al pubblico informazioni per un soggetto: è il call-center di un’impresa più rilevante. Gli operatori nel call center

dovevano fornire informazioni sugli abbonati Seat (secondo il contratto); nella realtà, gli operatori dovevano rendere

informazioni relative agli abbonati al servizio Seat, senza nessun progetto.

↪ Gli operatori del call-center gestito da Telegate erano collaboratori a progetto fra i quali la ricorrente, che in base al

contratto di lavoro stipulato doveva fornire informazioni sugli abbonati Seat; Il "progetto" rimaneva solo nella forma

del contratto mentre nella realtà né alla ricorrente né agli altri collaboratori era affidato alcun progetto o fase di esso

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e l'attività di lavoro dagli stessi concretamente svolta coincideva con l'attività principale del ricorrente cioè con la mera

resa al pubblico delle informazioni relative

agli abbonati al servizio Seat, per cui il contratto a progetto dissimulava una prestazione di lavoro subordinato;

L’azienda si difende argomentando di avere garantito una certa modalità lavorativa: nella sentenza si trovano riassunti

gli elementi che riconducono il rapporto di lavoro ad un rapporto genuinamente autonomo:

- all'interno del call-center ogni operatore ha una sua postazione costituita da telefono e terminale e la loro attività è

regolata in base ai flussi di traffico e all'esigenza di garantire standard qualitativi chiesti dalla committente in ordine

a tempi di attesa della clientela, correttezza delle risposte, cortesia nel servizio ;

↪ il call center assume con contratto di un certo di tipo persone che devono avere uno standard richiesto dal

cliente

- i collaboratori non hanno l'obbligo di avvertire l'azienda in caso di impossibilità ad effettuare la prestazione

lavorativa, ma detta comunicazione risulta gradita ai fini della organizzazione del lavoro;

- l’azienda dice che non c’è un obbligo, ma è una cosa gradita avvertire se non si può svolgere la prestazione

- I collaboratori, dopo adeguato corso di formazione inerente l'uso del software per le ricerche, accetta o rifiuta la

proposta contrattuale ed in caso di accettazione comunica all'azienda la propria disponibilità di tempo e gli orari in

cui è disponibile a

lavorare, disponibilità che valgono per la programmazione della copertura dell'orario di lavoro effettuata

settimanalmente, salvo successiva diversa comunicazione del collaboratore;

- Nessuna giustificazione delle assenze è stata mai chiesta dall'azienda ai collaboratori che si limita a pagare le ore

effettivamente lavorate, senza alcuna sanzione disciplinare per le assenze dal lavoro;

- Le modalità di svolgimento del lavoro vengono stabilite dal committente che fornisce lo script, cioè il testo, e le

modalità a cui attenersi nella fornitura del servizio alla clientela, al fine di ottenere un servizio omogeneo e di qualità ;

- La presenza dei responsabili di sala (Room Responsabile) non ha funzione gerarchica o direttiva ma serve ad

assicurarsi che gli operatori rispettino le procedure di risposta stabilite dal committente (script), le modalità richieste

e serve a garantire la

copertura del servizio coordinando le interruzioni: in sintesi la verifica dei risultati dei servizi prestati dagli

operatori;

QUINDI: quello che conta sono le MODALITA’ con cui si svolge l’attività lavorativa. Possiamo dire se il lavoro in un call-

center è qualificabile come autonomo o come subordinato? NO perché ogni attività lavorativa può essere incasellata in

entrambe, quello che conta sono le concrete modalità in cui si svolge, oltre che l’inquadramento formale che le parti

hanno dato al rapporto.

MOTIVAZIONE del giudice:

La questione fondamentale su cui verte la controversia è la qualificazione del rapporto di lavoro intercorso fra la

ricorrente e Telegate Italia: occorre dunque esaminarne le caratteristiche ed inquadrarlo nell'uno o nell'altro modo,

lavoro a progetto (=autonomo) come vuole la resistente o lavoro subordinato come chiede la ricorrente .

Caratteristiche del lavoro a progetto: → Esaminiamo dunque le concrete modalità di svolgimento del rapporto di lavoro,

comuni non solo alla ricorrente ma agli operatori, come dalle testimonianze raccolte:

1- Gli operatori si servivano di macchinari e attrezzature forniti dal datore di lavoro, del resto non di loro

esclusivo uso, cioè di una organizzazione del datore di lavoro, essendone privo il lavoratore.

2- Il collaboratore è inserito nell'organizzazione produttiva del datore di lavoro, anzi il suo operare è l'oggetto

dell'impresa.

Nel caso precedente di Trento c’era un’impresa (centro commerciale) che svolgeva un’attività (vendere

 merce), mentre l’attività oggetto del contratto era una porzione dell’attività complessiva (verifica che

qualcuno non sottraesse merce). Una porzione di attività dell’impresa viene affidata a qualcuno.

In questo caso tutta l’attività dell’impresa (call center) si esaurisce nell’operato dei lavoratori che

 rispondono al telefono.

L’oggetto del contratto è strettamente collegato all’attività dell’impresa. Quanto più l’attività svolta dal lavoratore è

inerente al cuore dell’impresa, tanto più è implausibile che si tratti di un lavoro genuinamente autonomo. Il

contratto di lavoro subordinato è più facilmente immaginabile laddove è vicino al cuore dell’attività dell’impresa;

normalmente alla periferia dell’attività dell’impresa stanno altre tipologie contrattuali.

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3- Il lavoro dei collaboratori consisteva nel rispondere al telefono e fornire informazioni secondo modalità

rigidamente standardizzate e previste dal datore di lavoro, con un costante controllo sulla rispondenza della

prestazione a queste modalità, controllo che li portava ad essere ripresi ove non si attenessero alle modalità

richieste. La società resistente ha definito questo controllo una "formazione continua", modo elegante per

dissimulare un regime di lavoro ai limiti del rispetto della dignità umana come chiesto dalla'art.2087 cc. Le

testimonianze rese da B. e N. sono eloquenti nel confermare che i team leader "controllavano e correggevano

eventuali problemi o errori nella gestione della risposta", dove si evidenzia la correzioni di errori ed il controllo

giungeva fino a "gestire le pause per esigenze di natura fisiologica" obbligando gli operatori ad inserire il

segnale di occupato (circostanza confermata da entrambi i testimoni della ricorrente). Anche un team leader

conferma che in sala i team leader controllano il rispetto degli standard e intervengono sui collaboratori che

se ne discostano, ma definisce ciò "formazione continua".

Questo stretto controllo sulle modalità di svolgimento del lavoro da parte dei collaboratori e l'intervento su chi

se ne discosta, oltre all'imposizione di dette modalità di svolgimento del rapporto di lavoro, sono ELEMENTI

caratterizzanti la SUBORDINAZIONE che è appunto assoggettamento al potere di direzione e controllo del

datore di lavoro.

4- Il potere di direzione e controllo arrivava al punto di imporre l'evasione di un numero di telefonate orarie e,

come dice il teste N., a rispondere alle telefonate in tempi determinati dal datore di lavoro, quasi "a cottimo".

Non solo ma collegare la prestazione del lavoratore ad un parametro temporale (cioè chiedere l'evasione di un

minimo di telefonate l'ora) esclude uno degli elementi fondamentali del lavoro a progetto, stabilito all'art.61

comma 1 D.Lgs 276/03,che statuisce che il progetto è gestito autonomamente dal collaboratore in funzione di

un risultato indipendentemente dal tempo impiegato.

5- Quanto all'orario di lavoro, elemento principale della difesa della resistente, anche se i collaboratori

esprimevano la loro preferenza di fascia oraria avevano poi un orario di lavoro predeterminato e articolato su

rigide turnazioni settimanali, pur potendosi far sostituire da altri colleghi. Tutto ciò attiene alla gestione

complessiva dell'orario ma non dice che non dovevano rispettare un orario, anzi dovevano comunicare la

volontà di cambiare fascia oraria, farsi sostituire da colleghi in caso di assenza e cioè è giustificato

dall'esigenza per il datore di lavoro di garantire la copertura continua del servizio, da qui anche la turnazione

oraria testimoniata dalla ricorrente.

↪ il giudice svaluta l’elemento dell’orario di lavoro.

La resistente ha sapientemente usato le potenzialità della lingua italiana per mascherare tutti gli elementi tipici del lavoro

subordinato e renderli apparentemente confacenti ad un rapporto di lavoro a progetto, ma la sapiente definizione formale

non può cambiare la natura dei fatti concreti: i collaboratori del call-center sono lavoratori gerarchicamente

assoggettati al datore di lavoro in un modo che rasenta la lesione della dignità dei lavoratori.

Mancando il progetto si cade nella conversione in rapporto di lavoro subordinato e tempo indeterminato: allo stesso

risultato si arriva valutando tutti gli elementi del rapporto e qualificando il rapporto di lavoro come subordinato in

base a come si svolge, e come rapporto di lavoro subordinato non può che essere a tempo indeterminato. Da ciò la

nullità del termine apposto al contratto ed il recesso unilaterale del datore di lavoro diventa un licenziamento "ad

***

nutum" e quindi illegittimo.

Il ricorso va dunque accolto. P. Q. M.

Definitivamente pronunciando così provvede:

1) Accoglie il ricorso e per l'effetto dichiara che il rapporto di lavoro fra P. S. e Telegate Italia srl è stato di

lavoro subordinato a tempo indeterminato a far data dal 29.11.05, riconoscendo l'inefficacia del termine

apposto al contratto e della conseguente cessazione degli effetti del contratto in data 28.02.06. Condanna

la Telegate Italia srl alla reintegra immediata di P. S. sul posto di lavoro e condanna la Telegate Italia srl

a corrispondere a P. S. le differenze retributive e contributive maturate dalla data della domanda in sede

amministrativa 04.04.06 alla data dell'effettiva reintegra, detratte le somme aliunde percepite dalla

ricorrente.

2) condanna il soccombente al pagamento delle spese di lite dell'importo di complessivi euro 3.000,00, oltre

IVA e CPA, liquidati forfettariamente;

3) sentenza provvisoriamente esecutiva.

Questo caso è particolarmente anomalo → le modalità concrete erano talmente lesive della dignità umana, che è ovvio

che si tratta di lavoro subordinato. Il giudice usa l’argomento della LESIONE DELLA DIGNITA’ per far valere la sua

posizione.

Si va addirittura oltre l’etero-direzione! È un profilo di illecito rilevante: non si può arrivare a negare ai propri dipendenti

di fare la pausa per fare pipì lesione dignità! = lavoro subordinato.

Nel contratto di lavoro autonomo: 12

1) non è possibile etero-dirigere;

2) non è possibile ledere la dignità del lavoratore;

 Il potere direttivo è indice tipico del solo lavoro subordinato: art. 2094 “alle dipendenze e sotto la

direzione” ***

Come fa il giudice ad arrivare alla conclusione (vedi → ) ? Poiché per il giudice il rapporto di lavoro non è autonomo,

non può che essere subordinato; poiché lo qualifica come tale, non può che essere che a tempo indeterminato. Portando

il rapporto di lavoro all’interno del contenitore “lavoro subordinato”, il giudice si disinteressa del termine. Questa è la

tecnica di QUESTO giudice! Il lavoro subordinato può essere a termine! Il giudice invece si disinteressa di questo aspetto.

Il fatto che l’azienda abbia previsto una formazione continua, non è già di per sé indice di lavoro subordinato? SI E

NO. è vero che la formazione continua è tipica di un rapporto che dura nel tempo (è CONTINUA), ma è anche vero che

potrebbero esistere delle ipotesi di formazione continua anche nel lavoro autonomo ES: voglio una persona che mi

assista nella riparazione della mia struttura informatica (es. aggiornamento dei software dell’università) è

necessariamente un lavoro subordinato? NO; è una prestazione che richiedo almeno una volta ogni 6 mesi, quindi è

continua, ma potrebbe essere costruita come fattispecie autonoma, in quanto non ci sono altri obblighi se non quelli

legati all’aggiornamento del software. Potrei prevedere nel contratto che questa persona che svolge l’aggiornamento

dei software sia edotta una volta ogni tanto circa le caratteristiche del lavoro all’interno dell’università.

Riassumendo il caso di Livorno:

- Il giudice porta il rapporto di lavoro nel contenitore del lavoro subordinato, senza preoccuparsi del termine:

alla sua qualificazione fa seguire le conseguenze più onerose per l’imprenditore;

- Vi possono essere spie tipiche del subordinato, che però si presentano anche nel lavoro autonomo (come per

esempio la formazione continua);

④ SENTENZA DI CASSAZIONE 22785/2013

Presenta caratteristiche analoghe ai casi precedenti, ma è una sentenza di legittimità, di Cassazione → la questione di

qualificazione è legata al merito: i ragionamenti che si svolgono nella giurisprudenza di legittimità, invece, non sono

legati al caso concreto, ma guardano come la qualificazione si pone in diritto.

La vicenda riguarda un rapporto di lavoro nel suo inquadramento. È esaminata dalla Cassazione (con 5 giudici),

nell’apposita Sezione Lavoro. Si riprende la sentenza di appello da cui è originata la sentenza di Cassazione:

La Corte di appello, giudice del lavoro, di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma,

dichiarava che tra B. M. e la Editrice Romana S.p.A. si era instaurato un rapporto di lavoro subordinato di natura

giornalistica a tempo indeterminato a far data (non come preteso dal 1 luglio 1991 ma) dal 1 maggio 1992, ordinava

la immediata riammissione in servizio dell'appellante con le mansioni e la qualifica di redattore ordinario,

condannava la società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni globali di fatto maturate dal 25

novembre 1998 nonché alle differenze retributive ammontanti ad Euro 68.045,46, oltre accessori di legge ed al

risarcimento del danno per omesso versamento dei contributi previdenziali da quantificarsi in separato giudizio.

Riteneva la Corte territoriale, per quanto di interesse nel presente giudizio, che dal complesso delle risultanze

istruttorie fosse emerso che, a partire dal periodo successivo al termine del secondo di quattro formali rapporti di

stage formativo, fosse emersa una situazione di pieno inserimento della B. nell'attività redazionale, una

utilizzazione della stessa secondo le esigenze della società editrice, una sottoposizione della B. al potere direttivo,

gerarchico ed organizzativo della società che, attraverso i vari capi servizio, conformava la prestazione della

lavoratrice alle proprie esigenze. In conseguenza riteneva nulli i contratti a termine stipulati tra le parti in quanto

innestatisi su un rapporto a tempo indeterminato già esistente e mancando la prova di un eventuale intento

novativo. Per la Cassazione di tale sentenza l'Editrice Romana S.r.l. propone ricorso affidato ad un motivo.

L'intimata B.M. resiste con controricorso

La sentenza di Cassazione è del 2013, e riguarda fatti avvenuti nel 1991. Vi sono vari aspetti, come quello legato al

risarcimento del danno, che non sono tutti ripresi dalla Cassazione; la Cassazione si concentra solo su ALCUNI profili.

13

ELEMENTO INTERESSANTE → il lavoro si colloca in origine non nel contenitore lavoro autonomo, ma nel contenitore

“ALTRO” (quello che noi abbiamo numero con il 5) perché è definito stage formativo. Lo stage è pienamente legittimo,

e all’inizio le parti lo considerano proprio così. Quando lo stage, in realtà, è qualcosa di diverso, cosa succede? Non è

solo una questione tra lavoro autonomo e subordinato (come nei casi precedenti, in cui i contratti definivano il rapporto

come lavoro a progetto – e quindi autonomo – e poi il giudice interveniva definendolo come subordinato): qui i rapporti

nascono come stage, ma dopo il secondo periodo, si sono trasformati in altro.

MOTIVI DELLA DECISIONE: 2094

1. Con l'unico articolato motivo la società ricorrente denuncia: "Violazione e falsa applicazione degli artt. ,

2014, 2015 e 2106 cod. civ. nonchè dell'art. 2697 cod. civ. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3". Si duole della ritenuta

sussistenza di un vincolo di subordinazione tra L'Editrice Romana s.r.l. e la B. sulla base di circostanze di fatto in

sè inidonee a fondare la subordinazione ed invece compatibili con un rapporto di collaborazione coordinata e

continuativa.

La società si difende dicendo che questa situazione non è quella del lavoro subordinato; semmai è quella del lavoro

autonomo.

↪ emerge un elemento importante: in realtà i contenitori che abbiamo definito all’inizio, possono portare a diverse

conclusioni rispetto alla qualificazione: si può avere un rapporto di stage (contenitore 5) che però viene riqualificato dal

giudice come lavoro autonomo (contenitore 4).

Occorre innanzitutto rilevare un profilo di ammissibilità laddove, pur a fronte di denunciati vizi di violazione di legge,

in realtà la

ricorrente lamenta principalmente una erronea valutazione delle circostanze fattuali che, se rettamente apprezzate,

avrebbero

dovuto condurre ad escludere la ricorrenza della subordinazione e, dunque, un vizio motivazionale. Giova, peraltro,

ricordare, sul punto dell'accertamento della controversa natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra le

parti, che ai fini della qualificazione di tale rapporto come autonomo ovvero subordinato, È SINDACABILE, NEL

GIUDIZIO DI CASSAZIONE, ESSENZIALMENTE LA DETERMINAZIONE DEI CRITERI GENERALI ED

ASTRATTI DA APPLICARE AL CASO CONCRETO: mentre la valutazione delle risultanze processuali in base alle

quali il giudice di merito ha ricondotto il rapporto controverso all'uno od all'altro istituto contrattuale implica un

accertamento ed un apprezzamento di fatto che, come tali, non possono essere censurati in sede di legittimità se sostenuti

da motivazioni ed argomenti esaurienti ed immuni da vizi logici e giuridici.

↪ Questo punto chiarisce la differenza tra:

 GIUDIZIO DI MERITO [1° e 2° grado] → si discute del caso concreto, delle risultanze processuali e degli

apprezzamenti di fatto che il giudice svolge nell’indagine concreta;

 GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ [Cassazione] → la Cassazione non è competente a fare la valutazione dell’attività

istruttoria; giudica le NORME, non i fatti! Può solo dire se il giudice della sentenza impugnata ha applicato

correttamente i criteri generali e astratti e quali.

In relazione alla presente fattispecie, e con riguardo al rapporto di lavoro giornalistico di natura subordinata ed alla

qualifica di

redattore ordinario cui ha fatto esclusivamente riferimento la B. nella prospettazione delle sue richieste nel corso del

giudizio, deve

affermarsi in via generale, tenuto conto dell'ampia elaborazione giurisprudenziale in materia, che nell'ambito di tale tipo

di attività il carattere della subordinazione risulta attenuato per la creatività e la particolare autonomia qualificanti la

prestazione lavorativa e per la natura prettamente intellettuale dell'attività stessa: con la conseguenza che ai fini

dell'individuazione del vincolo di subordinazione rileva particolarmente l'inserimento continuativo ed organico di tali

prestazioni nell'organizzazione dell'impresa.

↪ quando il 2094 definisce il lavoratore subordinato, fa sì che il contenitore “lavoro subordinato” sia molto ampio. La

Cassazione dice che nel lavoro giornalistico, dove c’è molta giurisprudenza, vi sono caratteri particolari: la

subordinazione si presenta in modo attenuato perché i caratteri del lavoro sono per lo più intellettuali. Il giornalista per

definizione ha una componente intellettuale: in un caso come questo non si avrà mai una situazione di subordinazione

come abbiamo visto nel caso del call-center → si avrà comunque un inserimento continuativo ed organico

nell’organizzazione di impresa. 14

QUINDI, dice la Cassazione, che per vedere se il lavoro è subordinato o meno, il giudice dovrà sì guardare alle modalità

in cui si svolge il lavoro, ma non saranno mai modalità concrete in cui qualcuno costringe l’altro ad eseguire la

prestazione momento per momento secondo alcune procedure: dovrà invece guardare all’inserimento continuativo

ed organico nell’organizzazione. Questa è un’operazione puramente giurisprudenziale! Non si ricava dal 2094!

Nel lavoro giornalistico subordinato va pure posto in rilievo il carattere collettivo dell'opera redazionale, stante la

peculiarità

dell'orario di lavoro e dei vincoli posti dalla legge per la pubblicazione del giornale e la diffusione delle notizie (Cass. 9

giugno 1998,n. 5693). La figura professionale del redattore, poi, come delineata dalla giurisprudenza di questa Corte,

implica pur essa il

particolare inserimento della prestazione lavorativa nell'organizzazione necessaria per la compilazione del giornale,

vale a dire in quella apposita e necessaria struttura costituita dalla redazione, caratterizzata dalla funzione di

programmazione e formazione del prodotto finale e delle attività organizzate a tal fine, quali la scelta e la revisione degli

articoli, la collaborazione all’impaginazione, la stesura dei testi redazionali ed altre attività connesse e similari (Cass.

27 marzo 1998, n. 3272).

↪ queste sono le caratteristiche dell’attività lavorativa del giornalista, i criteri generali ed astratti. La giurisprudenza, di

legittimità ha delle specializzazioni in base ad un certo tipo di attività: oltre al 2094 si deve guardare alla giurisprudenza

di legittimità. Esistono indirizzi giurisprudenziali molto forti in base al tipo di attività in esame.

Nelle attività che hanno un contenuto produttivo meno tangibile / standard / classico, il problema di qualificazione si

pone in modo più importante.

La Cassazione va a vedere se, rispetto a questo quadro generale, il giudice ha o non ha applicato correttamente il criterio:

In aderenza alla suddetta regola di diritto, rileva questa Corte che il giudice del merito ha fatto corretta applicazione

della legge (2094) e della logica (procedimento di sussunzione) ed ha compiutamente esposto le ragioni per cui, sulla

base delle emergenze di causa, ha ritenuto, con riferimento al periodo successivo al termine del secondo stage formativo

e fino al momento della decisione, l'esistenza della subordinazione.

QUINDI, la Cassazione:

I. espone il principio di diritto

II. valuta se il giudice di merito ha applicato correttamente il criterio

e se lo ha motivato adeguatamente

La Cassazione ha compiutamente esposto le ragioni per cui, sulla base delle emergenze di causa, ha ritenuto, con

riferimento al periodo successivo al termine del secondo stage formativo e fino al momento della decisione, l'esistenza

della subordinazione: la Cassazione valuta se il giudice di merito ha correttamente applicato un principio generale e

astratto e lo ha motivato adeguatamente.

Ha, a tal fine, specificamente valorizzato non solo il dato della continuità della prestazione lavorativa, ma anche quelli:

- del pieno inserimento della B. nell'attività redazionale; - della utilizzazione della stessa secondo specifiche esigenze

della società editrice che le aveva fornito anche gli strumenti di lavoro (computer con codice identificativo di accesso,

cellulare, auto, ecc); - della cura di settori di informazioni o rubriche fissi (come la cronaca di Roma o il concorso a

premi Bingo indetto dal giornale) stabilmente assegnatile; - dell'assoggettamento della stessa al potere di decisione ed

al controllo del capo cronista e del suo vice che le davano indicazioni sugli argomenti da trattare e le richiedevano

all’impaginazione,

prestazioni ulteriori rispetto alla mera redazione degli articoli, come quelle relative alla titolazione

degli articoli, alle funzioni di desk e cioè compiti tipici dell'attività redazionale. Il complesso degli elementi considerati

ha, così, portato la Corte capitolina a ritenere che la prestazione della B., ancorché connotata dalle caratteristiche della

creatività ed autonomia (nel senso di apporto soggettivo ed inventivo nella manifestazione del pensiero finalizzata

all'informazione) tipiche di una prestazione avente natura intellettuale, fosse condizionata nei contenuti, negli argomenti,

nell'impostazione degli articoli dai poteri di etero-direzione che la società si riservava e che in tale contesto non fosse

ravvisabile alcuno spazio di autodeterminazione (con riferimento al potere organizzativo e direttivo finalizzato

all'attuazione della linea editoriale) tale da configurare una situazione di collaborazione coordinata e continuativa.

15

Del resto, come da questa Corte più volte affermato, nell'ambito del rapporto di lavoro giornalistico, il vincolo della

subordinazione assume una particolare configurazione oltre che per la natura squisitamente intellettuale delle

prestazioni anche il carattere collettivo dell'opera redazionale, la particolarità dell'orario di lavoro ed i vincoli posti

dalla legge per la pubblicazione del giornale e la diffusione delle notizie. In conseguenza, lo stesso va ravvisato

essenzialmente nella stabile disponibilità del lavoratore - pur nella discontinuità delle richieste di prestazione - ad

eseguire le istruzioni dell'editore, ad apportare modifiche ed aggiustamenti ai propri elaborati in funzione delle esigenze

redazionali e sulla base delle indicazioni del responsabile del servizio a destinare gli elaborati stessi ad una rubrica

specificamente voluta dal responsabile stesso; deve, per contro, ravvisarsi un rapporto di lavoro AUTONOMO (per il

quale non è prevista alcuna ingerenza del committente nell'esecuzione della prestazione) quando venga prestabilita una

unica fornitura, anche se scaglionata nel tempo, con unica retribuzione, magari subordinata ad una valutazione di

gradimento e commisurata alla singola prestazione.

In sostanza, l'elemento creativo, proprio dell'attività intellettuale, attenua ma non è sufficiente ad eliminare la posizione

di subordinazione, che sussiste purché non difetti la detta continuità delle prestazioni, intesa come disponibilità del

lavoratore ad eseguire le istruzioni del datore di lavoro, persistenti anche negli intervalli tra una prestazione e l’altra.

tra un pezzo e l’altro

Anche se vi è un intervallo questo non è sufficiente ad escludere la subordinazione, perché ciò che

conta è la continuità intesa come disponibilità ad eseguire le prestazioni.

Tale continuità è stata, nel caso di specie, incensurabilmente accertata dal giudice di merito il quale non si è discostato

dagli indicati principi con l'affermazione che nell'attività svolta dalla B. fossero rinvenibili tutti i tratti caratteristici di

una attività giornalistica svolta nella stabile e quotidiana disponibilità della lavoratrice all'interno della redazione e

consistente nella raccolta, valutazione ed elaborazione delle notizie, nella scelta di quelle ritenute a suo giudizio più

importanti, nella possibilità di apportarvi alcune modifiche su indicazione dei responsabili di redazione e, dunque, nella

piena partecipazione all'attività di programmazione e formazione del prodotto finale, nella interazione con il corpo

redazionale nei tempi e nei modi imposti dalle esigenze della produzione.

↪ Alla fine il giudice di Cassazione richiama la COLLABORAZIONE NELL’IMPRESA (ex art. 2094).: la collaborazione

dell’impresa, nel lavoro giornalistico è quello che la Corte ha sopra esposto; la Cassazione accerta che il giudice di appello

ha operato correttamente e pertanto rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese.

16


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26

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1.38 MB

AUTORE

valemag

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7 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valemag di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Salomone Riccardo.

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