Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Con la riforma del 2001 alla Città di Roma è riconosciuto, all’ART. 114 COST., un particolare ordinamento.

La Cost. afferma che “Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello stato disciplina il suo

ordinamento”. Per dare attuazione alla Costituzione, la LEGGE 42/2009 ha definito le prime norme

transitorie sull’ordinamento della capitale. Roma è definita come ente dotato di particolare autonomia

statuaria, amministrativa e finanziaria, con confini corrispondenti al Comune di Roma. A Roma sono

attribuite, oltre a quelle comunali, altre funzioni in materia di valorizzazione dei beni storici, artistici,

ambientali, sviluppo economico e sociale del settore produttivo e turistico. La LEGGE 56/2014 ESTENDE A

ROMA CAPITALE LO STESSO MODELLO E DISCIPLINA DELLE ALTRE CITTà METROPOLITANE.

LA PROVINCIA

C.

NELL’EVOLUZIONE LEGISLATIVA

La Provincia è il livello di decentramento intermedio ispirata al dipartimento francese. Essa è riconosciuta

come ente della Repubblica già dalla Cost. del 1948, insieme ai Comuni e Regioni. Negli anni ’70 si

iniziano ad avere le prime incertezze sul ruolo delle Province e le Regioni volevano cercare altre soluzioni

per l’allocazione delle funzioni di area vasta. Per questo le Province oscillarono a lungo tra la soppressione

e la rivitalizzazione. La LEGGE 142/1990 OPTÒ PER LA RIVITALIZZAZIONE DELLE PROVINCE,

riconoscendo alle stesse un ruolo importante nella programmazione, pianificazione del territorio e gestione

delle funzioni amministrative. Attribuiva alla Provincia un’AUTONOMIA STATUARIA. Nel 1993 venne

riconosciuto al Presidente della provincia l’ELEZIONE DIRETTA secondo un sistema a 2 turni. Tra il

2009/2012 vennero effettuate delle manovre per contrastare la crisi economica, in cui la Provincia era vista

come ente problematico. Al fine di ridurre la spesa pubblica si sono adottate misure che incidono su diversi

profili della Provincia:

•MODI Si passa dall’elezione diretta ad una rappresentanza di secondo

DI grado

LEGITTIMAZIONE

•FUNZIONI Riduzione ad un ruolo di solo indirizzo e coordinamento

•DIMENSIONI

Con un DECRETO LEGISLATIVO DEL 2011 si stabiliva un drastico ridimensionamento degli organi

provinciali e soppressione delle Province minori. Tale soppressione non venne però accettata dal Governo.

Si succedettero vari decreti legislativi simili a quello del 2011, ma LA CORTE COSTITUZIONALE HA

DICHIARATO ILLEGITTIMI GLI INTERVENTI DI RIORDINO DELLE PROVINCE perché adottati con

decreto legislativo, senza che vi fossero i requisiti di necessità ed urgenza.

LA PROVINCIA NELLA LEGGE 56/2014 (disciplina transitoria)

Con la LEGGE 56/2014 la Provincia è soggetta a profonde modificazioni in attesa della riforma del TITOLO

V della parte II della Cost. Tale riforma prevede L’ELIMINAZIONE DI OGNI RIFERIMENTO ALLE

PROVINCE DAL TESTO COSTITUZIONALE. La LAGGE 56/2014 introduce delle novità

sull’organizzazione di governo e funzioni.

• ORGANI DI GOVERNO

Al disegno classico formato da assemblea, esecutivo collegiale, organo monocratico (ovvero

Consiglio provinciale, Giunta e Presidente della Provincia) si sostituisce un nuovo modello che

ELIMINA L’ESECUTIVO COLLEGIALE, PREVEDENDO INVECE 2 ASSEMBLEE. Affianco al

Consiglio provinciale di dimensioni ridotte si prevede un’assemblea dei sindaci, formata da tutti i

sindaci dei Comuni del territorio provinciale.

• FUNZIONI

Esse subiscono un significativo RIDIMENSIONAMENTO, con funzioni limitate a coordinamento,

ambiente, trasporti, strade, scuola; mentre si accentuano i compiti di ASSISTENZA TECNICO-

AMMINISTRATIVA AGLI ENTI LOCALI. Per le funzioni prima esercitate dalle Province si apre un

processo di RIORDINO E RIALLOCAZIONE verso i Comuni e le Regioni.

NUOVE PROVINCE E MODIFICHE ALLE LORO CIRCOSCRIZIONI

VARIAZIONI TERRITORIALI DELLE PROVINCE SECONDO L’ART. 133 COST.

Secondo l’ART. 133 COST. il mutamento delle circoscrizioni provinciali e l’istituzione di nuove

Province sono stabiliti con LEGGE DELLA REPUBBLICA SU INIZIATIVA DEI COMUNI E SENTITA

LA REGIONE. La LEGGE 142/1990 definisce i criteri per la revisione. Per quanto riguarda i criteri cui

deve ispirarsi l’iniziativa dei Comuni, si tratta di indicazioni di portata ampia e molto elastiche. Essi

affermano che la circoscrizione della Provincia dovrà comprendere l’intero territorio del Comune e

corrisponde alla zona in cui svolge la maggior parte dei rapporti sociali, economici e culturali della

popolazione residente. Mentre per l’indicazione demografica per la nuova Provincia o per quella che

subisce il distacco è solo indicativa. Si richiede però:

• che aderisca la maggioranza dei Comuni compresi nell’area interessata

• che tali Comuni costituiscano la maggioranza della popolazione

• che la delibera sia assunta in ogni Comune, a maggioranza assoluta.

IL RIORDINO TERRITORIALE DEL 2012 E NELLA RECENTE GIURISPRUDENZA

COSTITUZIONALE

Un decreto del 2012 prevedeva il RIORDINO DELLE PROVINCE attraverso parametri di dimensione

territoriale e popolazione residente. Il Governo ha approvato un decreto legislativo che prevedeva un

ridimensionamento del numero delle Province da 86 a 51. Su questo è intervenuta la CORTE

COSTITUZIONALE che CENSURA IL PROCEDIMENTO SEGUITO PER LA MODIFICA DELLE

CIRCOSCRIZIONI PROVINCIALI perché tale modifica richiede l’iniziativa dei Comuni interessati.

L’istituzione di una nuova Provincia può essere stabilita con una delega legislativa, sempre che il

parere della Regione e l’iniziativa dei Comuni intervengano prima che il Governo emani la legge

delega. Ciò non può avvenire nel caso di un decreto legge.

I CIRCONDARI

La LEGGE 142/1990 riconosceva alle Province la possibilità di SUDDIVIDERE IL PROPRIO

TERRITORIO IN CIRCONDARI, in relazione all’ampiezza e peculiarità del territorio. Tale suddivisione

doveva essere prevista dallo Statuto. A causa però delle misure di riduzione della spesa pubblica, il

legislatore ha SOPPRESSO I CIRCONDARI, abrogando le disposizioni del T.U.E.L. che li

prevedevano.

LE VARIAZIONI TERRITORIALI E AGGREGAZIONE DI COMUNI E PROVINCE AD

ALTRA REGIONE

In base alle diverse ipotesi di VARIAZIONE TERRITORIALE è richiesta:

a) LEGGE adottata con procedimento rinforzato PER LA FUSIONE O CREAZIONE

COSTITUZIONALE DI NUOVE REGIONI

b) LEGGE PER STACCARE PROVINCE E COMUNI DA UNA REGIONE e

STATALE aggregarli ad un’altra o PER MUTARE CIRCOSCRIZIONI PROVINCIALI

E ISTITUIRE NUOVE PROVINCE.

Anche in questi casi il procedimento è rinforzato, richiedendosi nel primo

caso referendum e parere dei Consigli regionali e nel secondo caso

l’iniziativa dei Comuni + il parere della Regione.

c) LEGGE PER ISTITUIRE NUOVI COMUNI E MODIFICARE LE LORO

REGIONALE CIRCOSCRIZIONI E DENOMINAZIONI.

Si prevede un necessario coinvolgimento delle popolazioni interessate.

L’obbligo si sentire le popolazioni interessate è soddisfatto mediante REFERENDUM e riguarda

anche il caso della modifica della denominazione del Comune.

LE SOCIETÀ PUBBLICHE

Allo scopo di adottare modalità di gestione più flessibili, snelle e idonee a perseguire criteri di economicità

ed efficienza, gli ENTI PUBBLICI POSSONO RICORRERE ALLA COSTITUZIONE E PARTECIPAZIONE

A SOCIETÀ COMMERCIALI e a S.p.a. Si tratta di forme di diritto privato che in tali casi devono perseguire

FINALITÀ DI INTERESSE PUBBLICO. Il legislatore è intervenuto per prevenire alterazioni alla

concorrenza, per contenere i costi e la moltiplicazione degli apparati e per evitare che forme di diritto

privato possano aggirare la trasparenza e la partecipazione. Il legislatore è intervenuto attraverso

competenze in materia di ordinamento civile e tutela della concorrenza stabilendo REGOLE SPECIFICHE

DEROGATORIE RISPETTO ALLA DISCIPLINA CONTENUTA NEL CODICE CIVILE. Le società possono

essere distinte in:

1. SOCIETÀ CHE GESTISCONO SERVIZI PUBBLICI LOCALI di rilievo economico e quindi rivolti agli

utenti

2. SOCIETÀ CHE SVOLGONO SERVIZI MERAMENTE STRUMENTALI, a supporto degli enti locali

soci, ovvero con prestazioni rivolte agli enti stessi.

Quanto alle seconde vi sono stati degli interventi del legislatore:

• È precluso alle P.A. costituire società aventi per oggetto attività di

PRESUPPOSTI per la produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il

costituzione della perseguimento delle proprie finalità

società

• Vi è una autorganizzazione dell’ente pubblico, secondo la formula “in house”

RAPPORTI TRA ENTI, che consente l’affidamento diretto di attività e servizi senza procedere a

SOCI E SOCIETÀ gara.

• Lo Statuto di società partecipante da enti pubblici può riservare ad essi la

AMMINISTRATORI nomina/revoca di amministratori e sindaci, in numero proporzionale alla

partecipazione al capitale sociale.

• Allo scopo di evitare alterazioni della concorrenza e del mercato, le società

ATTIVITÀ DI partecipate possono operare solo “in house” con gli enti soci, non potendo

PRODUZIONE DI BENI E svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati.

SERVIZI

• Per consentire l’in house non possono limitarsi a quelli dei soci, ma deve

CONTROLLI degli enti esserci un controllo analogo a quello che svolgono nelle loro strutture.

partecipanti

• In relazione alla FINANZA e ai BILANCI si applica il vincolo del PATTO DI STABILITÀ.

• È attribuita alla Corte dei conti per danni arrecati dagli amministratori alle

RESPONSABILITÀ società.

AMMINISTRATIVA

Tutto ciò lascia poco spazio all’applicazione della disciplina ordinaria del codice civile che si riduce ad

aspetti come il funzionamento degli organi e trattamento del personale.

AUTONOMIA STATUARIA E REGOLAMENTARE

SUCCESSIONE NEL TEMPO

L’autonomia statuaria è stata introdotta nell’ordinamento COMUNALE E PROVINCIALE dalla LEGGE

142/1990 che riconosceva a Comuni e Province la potestà dell’ente di disciplinare i propri assetti

fondamentali, regolando aspetti come le attribuzioni agli organi, l’ordinamento degli uffici e servizi, forme di

partecipazione popolare e del decentramento, accesso dei cittadini alle informazione, e così via. I contenuti

erano molto ampi; vennero adottati tra il 1990 e 1991. Essi si differenziavano molto gli uni dagli altri, per

esempio perché alcuni sancivano solo principi fondamentali ed altri irrigidivano una serie di discipline in

quanto trattate nel dettaglio. Nel 1993 uscì una legge aventi disposizioni sull’elezione diretta del sindaco.

Con questo gli spazi di AUTONOMIA VENNERO RIDIMENSIONATI sotto vari profili. Nel 1999 si puntò ad

ALLARGARE GLI AMBITI DI AUTONOMIA in materie di organi di governo, forme di decentramento,

partecipazione a referendum.

L’AUTONOMIA STATUARIA NELLA RIFORMA COST. DEL 2001

Con la riforma del TITOLO V del 2001 l’AUTONOMIA STATUARIA HA TROVATO RICONOSCIMENTO

NELLA COST. che afferma che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni sono enti autonomi con

propri Statuti. vi furono delle divergenze tra coloro che affermavano che era riservato al legislatore statale

stabilire le linee essenziali dell’organizzazione di governo di Comuni e Province e coloro che invece

ritengono che gli Statuti degli enti locali siano limitati solo dai principi desumibili dalla Costituzione. Questa

seconda interpretazione non venne seguita, infatti l’attuale ART. 114 COST. precisa che lo STATUTO

OPERA IN ARMONIA CON LA COST. E I PRINCIPI GENERALI IN MATERIA DI ORGANIZZAZIONE

PUBBLICA E NEL RISPETTO DELLA LEGGE STATALE.

I CONTENUTI

• OBBLIGATORI

Sono argomenti che lo Statuto deve obbligatoriamente trattare poiché il T.U.E.L. fa rinvio a questo per

la loro trattazione. Gli Statuti disciplinano: sono definite le linee

NORME FONDAMENTALI Consiglio

  generali di

DELL’ORGANIZZAZIONE DI GOVERNO organizzazione, a partire

DELL’ENTE dal Presidente. Lo Statuto

può prevedere anche il

vicepresidente e altre

articolazioni del Consiglio.

Lo Statuto deve determinare il n°

Giunta

 degli assessori, entro i limiti massimi

fissati dalla legge.

Riparto delle attribuzioni ai diversi organi e

sull’attribuzione alla Giunta della competenza

residuale per gli atti di amministrazione non

direttamente attribuiti ad altri organi.

Forme di garanzia di partecipazione delle

minoranze.

Come l’ordinamento degli uffici e servizi, la definizione

CRITERI GENERALI

 dei compiti dei dirigenti, le determinazione delle modalità

SULL’ORGANIZZAZIONE per la nomina/revoca degli amministratori.

AMMINISTRATIVA DELL’ENTE

FORME DI

COLLABORAZIONE TRA COMUNI E

PROVINCE

FORME DI Rapporti tra Comune e forme associative dei

 

PARTECIPAZIONE POPOLARE cittadini per la partecipazione all’amministrazione

locale.

Forme di consultazione della popolazione.

 Procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e

proposte dei cittadini singoli o associati.

Accesso ai cittadini alle informazioni e al

procedimento amministrativo.

e per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle

MODI PER ASSICURARE

 Giunte e organi collegiali del Comune e Provincia.

PARI OPPORTUNITÀ TRA UOMINI E

DONNE STEMMA E GONFALONE

 ALTRI OGGETTI PREVISTI

DAL T.U.

FORME DI CONTROLLO

• FACOLTATIVI

Il T.U. li ha considerati come una possibilità lasciata alla scelta di ogni Consiglio comunale e

provinciale.

LA COLLOCAZIONE DELLO STATUTO NELLE FONTI

I LIMITI che devono rispettare gli Statuti sono:

1. ARMONIA CON LA COSTITUZIONE

2. ARMONIA CON I PRINCIPI GENERALI IN MATERIA DI ORGANIZZAZIONE PUBBLICA,

desumibili dall’ART. 97 COST. (buon andamento, imparzialità dell’amministrazione, determinati

secondo disposizioni di legge di competenze, attribuzioni e responsabilità dei funzionari)

3. RISPETTO DELLA LEGISLAZIONE STATALE IN MATERIA ELETTORALE, DI ORGANI DI

GOVERNO E FUNZIONI FORNDAMENTALI DI COMUNI, PROVINCE E CITTÀ METROPOLITANE.

Lo stesso testo unico attribuisce allo STATUTO UNA NUOVA COLLOCAZIONE nel rapporto con le fonti

subordinate. Le future leggi di disciplina di organizzazioni e funzioni conferite a Comuni e Province

enunciano espressamente i PRINCIPI CHE SONO LIMITI INDEROGABILI. Solo a leggi che enunciano tali

principi è riconosciuta la forza di abrogare le norme statuarie con esse incompatibili. Mentre prima ogni

disposizione di legge si poneva come vincolante per qualunque norma adottata da Province e Comuni,

dopo la LEGGE DEL 1999 è da ritenere che la REGOLA È NVERTITA, ovvero nel silenzio del legislatore

LE DISPOSIZIONI DI LEGGE SONO DEROGABILI DAGLI STATUTI E REGOLAMENTI LOCALI e non lo

sono quando il legislatore ha esplicitamente qualificato il contenuto di determinate disposizioni come limite

inderogabile. Pertanto, nel sistema delle fonti, lo Statuto:

• è subordinato alla Cost. e ai principi da essa desumibili

• è subordinato alle leggi che esprimono principi generali in materia di organizzazione pubblica

• è subordinato alle leggi statali in materia di legislazione elettorale, organi di governo e funzioni

fondamentali

• non è condizionato da regolamenti emanati dallo Stato

• non è condizionato da leggi statali che non esprimono principi inderogabili, né da leggi regionali

• è sovraordinato ai regolamenti dello stesso ente locale.

PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE DELLO STATUTO

Gli Statuti SONO APPROVATI CON PROCEDIMENTO RINFORZATO. Per la deliberazione degli Statuti si

2

3

richiede il voto favorevole di dei Consiglieri o, se tale maggioranza non viene raggiunta, una doppia

votazione, in 2 sedute da tenere entro 30 giorni nelle quali lo Statuto è approvato se ottiene per 2 volte il

voto favorevole della maggioranza assoluta dei Consiglieri. Lo stesso procedimento vale anche per le

modifiche dello Statuto. Una volta adottato, lo Statuto era soggetto a controllo, prima di acquisire efficacia.

Ora, soppressi i controlli preventivi, con la riforma del 2001, lo STATUTO è DIRETTAMENTE

PUBBLICATO NEL BOLLETTINO UFFICIALE DELLA REGIONE. Lo Statuto entra in vigore decorsi 30

giorni dalla sua affissione all’albo pretorio dell’ente.

AUTONOMIA STATUARIA DELLE CITTÀ METROPOLITANE

Rispetto ai Comuni e alle Province, l’autonomia statuaria introdotta dalla LEGGE 56/2014 per le Città

metropolitane presenta MARGINI DI DISCREZIONALITÀ PIÙ ESTESI. Infatti, oltre all’opzione per

l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio metropolitano, allo Statuto metropolitano sono assegnate, in

base alla legge, SCELTE DI GRANDE RILIEVO (per esempio: stabilire le norme fondamentali

dell’organizzazione dell’ente). Per gli Statuto metropolitani la LEGGE SI LIMITA AD INDICARE SOLO

ALCUNE ESSENZIALI ATTRIBUZIONI del Sindaco, del Consiglio e della Conferenza, mentre ogni altra

attribuzione è espressamente rinviata a scelte dello Statuto. È sempre lo Statuto a REGOLARE I

RAPPORTI TRA LA CITTÀ METROPOLITANA E I COMUNI E LE UNIONI DI COMUNI. Relativamente al

procedimento per l’adozione dello Statuto, vengono coinvolte entrambe le assemblee della Città

metropolitana: il Consiglio elabora lo Statuto e le sue modifiche, avanzando la proposta alla Conferenza

metropolitana, chiamata ad assumere la deliberazione finale, decidendo se adottare o respingere la

proposta.

L’AUTONOMIA REGOLAMENTARE

Lo Statuto è la forma più elevata di autonomia dell’ente locale. Il procedimento rinforzato con cui è

approvato evidenza la sua collocazione sovraordinata. Infatti alle sue disposizioni è vincolato ogni altro atto

che l’ente emana, a partire dai REGOLAMENTI che disciplinano l’ORGANIZZAZIONE DEGLI ENTI

LOCALI. La POTESTÀ REGOLAMENTARE TROVA ESPRESSO RICONOSCIMENTO NELLA

COSTITUZIONE quando si afferma che “Comuni, Province e Città metropolitane hanno potestà

regolamentare”. Essa è estesa all’intero ambito dell’ORGANIZZAZIONE E SVOLGIMENTO DELLE

FUNZIONI LORO ATTRIBUITE. La LEGGE 131/2003 dispone per i CONTENUTI DEI REGOLAMENTI una

riserva riguardante l’organizzazione, svolgimento e gestione delle funzioni ai Comuni, Province e Città

metropolitane; quanto ai RAPPORTI TRA REGOLAMENTI E LEGGI, vi è il principio secondo cui la potestà

regolamentare opera nell’ambito delle legislazione dello Stato o della Regione. sempre la LEGGE

131/2003 ESTENDE A UNIONI DI COMUNI, COMUNITÀ MONTANE E ISOLANE IL POTERE

NORMATIVO che la Cost. garantisce espressamente solo a Comuni, Province e Città metropolitane. I

criteri di relazione tra regolamenti locali e legislazione regionale ha escluso che il riconoscimento a Comuni

e Province della potestà regolamentare comporti una riserva di regolamento in questi ambiti, con un riparto

rigido di competenze nei confronti delle leggi regionali, le quali possono disciplinare l’organizzazione delle

funzioni conferite agli enti locali, nei casi di specifiche ESIGENZE UNITARIE. Quanto al RAPPORTO TRA

REGOLAMENTI LOCALI E REGOLAMENTI DI ALTRI LIVELLI, nel silenzio della legge, deve ritenersi

PRECLUSO OGNI INTERVENTO STATLE O REGIONALE NEGLI AMBITI COSTITUZIONALMENTE

DOMANDATI ALLA POTESTÀ REGOLAMENTARE LOCALE. I regolamenti locali sono da considerarsi

prevalenti su quelli adottati da Stato o Regioni.

Alcuni PRINCIPI GENERALI IN MATERIA DI REGOLAMENTI:

• RAPPORTI CON LE ORDINANZE CONTINGIBILI ED URGENTI

Si tratta di atti atipici che sono connessi a situazioni eccezionali e imprevedibili o a rischi di pericolo.

Queste devono svolgere un’efficacia limitata nel tempo e nello spazio e non possono nemmeno

riguardare tutto il territorio dell’ente. Tali caratteri sono assenti nei regolamenti che contengono invece

norme generali ed astratte tendenti alla stabilità nel tempo e all’estensione all’intero territorio.

• RAPPORTI CON LE SANZIONI

In caso di violazione di disposizioni regolamentari, i regolamenti possono prevedere sanzioni, a

integrazione della legge, sempre rispettando i principi di irretroattività, tassatività e determinatezza

della fattispecie illecita.

• PRINCIPIO GENERALE PER CUI I REGOLAMENTI SONO IMPUGNABILI INNANZI AL GIUDICE

AMMINISTRATIVO da parte dei soggetti che lamentano una lesione di un interesse legittimo, solo

quando il regolamento è idoneo a ledere concretamente e direttamente tale interesse; mentre in ogni

altro caso solo congiuntamente all’impugnazione del provvedimento che dia applicazione al

regolamento stesso.

ORGANI DI COMUNE, CITTÀ METROPOLITANA E

PROVINCIA

L’organizzazione di governo del COMUNE si basa su 3 organi:

• CONSIGLIO COMUNALE

• GIUNTA

• SINDACO

Tale schema assegnava al Consiglio comunale (unico organo eletto a suffragio universale diretto) il compito

di esprimere sia il COLLEGIO ESECUTIVO CHE L’ORGANO INDIVIDUALE. Fino alla LEGGE 56/2014 gli

assetti delle Province erano omogenei a quelli dei Comuni. Nonostante ciò vi erano alcune differenze

riguardanti il sistema elettorale adottato per la formazione del Consiglio e al Presidente della Provincia. La

LEGGE 56/2014 HA DISPOSTO PER LA PROVINCIA UNA FORMA DI GOVERNO DEL TUTTO

DISTINTA, BASATA SU 2 ORGANI:

• PRESIDENTE Eletti indirettamente dagli organi elettivi dei Comuni

• CONSIGLIO

PROVINCIALE

Anche l’ordinamento della CITTÀ METROPOLITANA si caratterizza per l’assenza di un organo esecutivo

collegiale e la presenza di un sistema di governo a legittimazione indiretta. Tale sistema nelle Città

metropolitane NON È OBBLIGATORIO, poiché esse possono scegliere tra due modelli diversi:

• un modello che fa coincidere la persona del Sindaco metropolitano con il Sindaco del Comune

capoluogo, e prevede la composizione del Consiglio dei sindaci e Consiglieri eletti dagli

amministratori locali in via indiretta;

• un modella a elezione diretta sia del Sindaco che del Consiglio. Tale sistema può essere adottato

solo in presenza di alcuni presupposti.

ELEZIONE DEL SINDACO E DEL CONSIGLIO COMUNALE

Fino agli anni ’90 nei Comuni il sistema di governo era basato sull’ELEZIONE DEL SINDACO E DELLA

GIUNTA DA PARTE DEL CONSIGLIO, eletto con metodo proporzionale. Occorre attendere il 1993 perché

si giunga all’approvazione di una riforma per l’introduzione dell’ELEZIONE A SUFFRAGIO UNIVERSALE

E DIRETTO DEL SINDACO E DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA. La riforma del 1993 ha individuato

tre distinte modalità di elezioni in base a Comuni fino a 15 mila abitanti, Comuni con più di 15 mila abitanti

e Province. Nel 2012 la disciplina di elezione nel T.U.E.L. è stata modificata al fine di promuovere il

RIEQUILIBRIO DELLE RAPPRESETANZE DI GENERE. Ad accertare la volontà espressa dal corpo

elettorale sono gli UFFICI ELETTORALI cui spetta la formazione delle graduatorie delle singole liste. Sulla

base di queste si procede alla proclamazione degli eletti.

IL COMUNE

A.

La LEGGE 81/1993 ha introdotto un sistema di governo locale innovativo e non è corretto parlare di forma

di governo presidenziale. Nonostante ciò sussistono tratti che lo accomunano, come la DIRETTA

INVESTITURA DEL CAPO DELL’ESECUTIVO (PRESIDENTE DEL CONSIGLIO) E IL SUO POTERE DI

NOMINA E REVOCA DEGLI ASSESSORI. D’altra parte ci sono caratteristiche che lo discostano dalla

forma presidenziale come la COMPETENZA GENERALE, RESIDUALE ALLA GIUNTA, STRETTA

DIPENDENZA TRA CONSIGLIO E SINDACO PER IL PRINCIPIO DEL SIMUL STABUNT SIMUL

CADENT, con facoltà per il Consiglio di determinare la cessazione del Sindaco (votando la sfiducia) e

possibilità del Sindaco di determinare lo scioglimento del Consiglio. Tali elementi non sono presenti nella

forma presidenziale, ove il potere esecutivo si concentra tutto nel Presidente. Si è così formato un

ASSETTO IBRIDO. Con la LEGGE 81/1993:

• SI IRROBUSTISCE IL RUOLO DEL SINDACO, attribuendogli poteri di nomina/revoca degli

assessori, dirigenti e rappresentanti del Comune presso gli enti.

• Si riconosce al CONSIGLIO il compito di DISCUTERE ED APPROVARE GLI INDIRIZZI DI

GOVERNO

• Ridimensionamento dei membri della Giunta

• Vengono definiti dei limiti alla permanenza delle persone negli esecutivi locali, precludendo una

terza elezione.

GLI ORGANI

CONSIGLIO COMUNALE

1.

Il N° DEI COMPONENTI è determinato in base al N° DI ABITANTI e va da un massimo di 48 a un

minimo di 10. Esso ha un’AUTONOMIA FUNZIONALE E ORGANIZZATIVA. Il Presidente del

Consiglio non è una figura necessaria nei comuni < 15 mila abitanti (scelta dello Statuto). Il

Presidente del Consiglio ha potere di CONVOCAZIONE E DIREZIONE DELLE ATTIVITÀ DEL

CONSIGLIO E DEVE ASSICURARE UNA PREVENTIVA INFORMAZIONE AI GRUPPI CONSILIARI

E CONSIGLIERI SULLE QUESTIONI SOTTOPOSTE AL CONSIGLIO. La determinazione del ruolo

del Presidente del Consiglio è domandata allo STATUTO e al REGOLAMENTO DEL CONSIGLIO. In

ogni caso il Presidente del Consiglio ha un RUOLO DI GARANZIA: egli deve regolare il

funzionamento del Consiglio e l’equilibrio tra gruppi politici. È titolare di una FUNZIONE DI

CARATTERE NEUTRALE. Si esclude la revoca del Presidente del Consiglio per ragioni politiche

diverse dal cattivo esercizio della sua funzione. La REVOCA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO È

DI TIPO ISTITUZIONALE e non politica (e in questo si differenzia dalla revoca degli assessori). Essa

deve essere PREVISTA DALLO STATUTO e il regolamento può disciplinare solo il procedimento (il

quale deve prevedere una fase di contraddittorio).

Il Consiglio può avvalersi delle COMMISSIONI con FUNZIONI PREPARATORIE PER ATTI DA

ADOTTARE DA PARTE DEL CONSIGLIO, CONTROLLO E INDAGINE. Le Commissioni sono

costituite in seno al Consiglio, in riferimento ai GRUPPI POLITICI consiliari. Esse riflettono al loro

interno gli equilibri tra maggioranza e minoranza, ma al fine di rafforzare il ruolo della minoranza,

ALLE MINORANZE SPETTA LA PRESIDENZA DELLE COMMISSIONI. Particolari sono le

Commissioni d’indagine che devono indagare sull’attività dell’amministrazione. Anche in tal caso il

T.U. rinvia allo Statuto e al Regolamento consiliare.

FUNZIONAMENTO

Precedentemente le regole sul funzionamento del Consiglio erano determinate da disposizioni

legislative. Dal 1990 la disciplina spetta agli STATUTI e REGOLAMENTI del Consiglio che deve

essere approvato a maggioranza assoluta. Il legislatore si limita a determinare solo alcuni criteri

fondamentali tra cui la REGOLA DELLA PUBBLICITÀ DELLE SEDUTE DEL CONSIGLIO E SUE

COMMISSIONI, PIÙ L’OBBLIGO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI PROCEDERE ALLA

1

5

CONVOCAZIONE quando lo richieda dei Consiglieri o il Sindaco.

COMPETENZE

Inizialmente al Consiglio era attribuita una competenza generale sugli oggetti dell’amministrazione

comunale. Ciò aveva sovraccaricato il Consiglio che ricorreva sempre più spesso a deleghe alla

Giunta. Con la LEGGE 142/1990 venne spostata in capo alle Giunte la competenza

generale/residuale ad adottare tutti gli atti di amministrazione non espressamente riservati ad altri

organi di governo. Ora il CONSIGLIO È L’ORGANO DI INDIRIZZO E CONTROLLO POLITICO-

AMMINISTRATIVO, CON COMPETENZA CIRCOSCRITTA all’emanazione di una serie tassativa di

atti come: statuti, regolamenti, programmi, piani finanziari, bilanci, piani territoriali ed urbanistici,

convenzioni tra Comuni e Province, decentramento, istituzione di tributi, e così via. L’elenco delle

attribuzioni del Consiglio è tassativo. D’altra parte le deliberazioni attribuite al Consiglio non possono

essere adottate da altri organi, neppure in va d’urgenza. Il RIPARTO DELLE ATTRIBUZIONI È

RIGIDO E INDEROGABILE. Quindi per il Consiglio, accanto alla FUNZIONE DI INDIRIZZO, vi è la

FUNZIONE DI CONTROLLO attraverso le Commissioni di controllo e garanzia, di indagine

sull’attività amministrativa.

POSIZIONE E DIRITTI DEI CONSIGLIERI

Tra eletti ed elettori non si instaura alcuna rappresentanza di interessi in senso giuridico, ma solo in

senso sociologico. Infatti vale il PRINCIPIO DEL DIVIETO DI MANDATO IMPERATIVO. I Consiglieri

comunali hanno diritto di:

• ASSUMERE INIZIATIVE su questioni sottoposte a deliberazione del Consiglio.

1

5

• CHIEDERE LA CONVOCAZIONE DEL CONSIGLIO e nel caso provenga dei Consiglieri

vi è l’obbligo per il Presidente di provvedere alla convocazione.

• PRESENTARE INTERROGAZIONI E MOZIONI a cui il Sindaco e gli Assessori devono

rispondere entro 30 giorni.

• OTTENERE dagli uffici del Comune tutte le NOTIZIE E INFORMAZIONI utili per

l’espletamento del loro mandato.

• Spetta ai Consiglieri ricevere un GETTONE DI PRESENZA per la partecipazione alle sedute

del Consiglio e delle Commissioni.

• NON HANNO IL DIRITTO DI IMPUGNARE LE DELIBERE DEL CONSIGLIO o altri organi

del Comune, tranne per atti che incidono sul loro mandato (come lo scioglimento del Consiglio).

CESSAZIONE DELLA CARICA DI CONSIGLIERE

a) PER RINNOVAZIONE

DEL CONSIGLIO

b) DECESSO

c) DIMISSIONI

d) DECADENZA Dovuta a motivi derivanti da:

•INELEGGIBILITÀ

•INCOMPATIBILITÀ

•MANCATA PARTECIPAZIONE ALLE SEDUTE

Il relativo procedimento può essere iniziato d’ufficio o su istanza di

qualsiasi elettore ed è caratterizzato da più fasi di contraddittorio.

e) ISTITUTI DELLA Sono applicati anche ai Sindaci, Presidente della Provincia,

RIMOZIONE E Presidente delle Comunità montane e componenti delle Giunte. La

SOSPENSIONE rimozione avviene qualora i soggetti compiano:

•ATTI CONTRARI ALLA COST.

•GRAVI MOTIVI DI ORDINE PUBBLICO

•GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI DI LEGGE

In attesa del decreto il prefetto può sospendere gli amministratori.

CESSAZIONE DEL CONSIGLIO

• In via ORDINARIA la cessazione del Consiglio si verifica alla scadenza dei 5 anni decorrenti

dall’elezione. I Consigli durano in carica fino all’elezione dei nuovi limitandosi agli atti urgenti e

improrogabili.

• Prima della scadenza del mandato ordinario, la cessazione del Consiglio può verificarsi per

particolari circostanze che ne alterano il funzionamento. In via STRAORDINARIA i Consigli

comunali e provinciali vengono sciolti nei casi e per i motivi tassativamente previsti dalla legge:

I CONSIGLI COMPIONO ATTI CONTRARI ALLA COSTITUZIONE, PER GRAVI E

 PERSISTENTI VIOLAZIONI DI LEGGE, PER GRAVI MOTIVI DI ORDINE PUBBLICO

(sicurezza e quiete pubblica).

FENOMENI DI INFILTRAZIONE E CONDIZIONAMENTO DI TIPO MAFIOSO. Lo

 scioglimento non è sufficientemente motivato dalla diffusione di organizzazioni criminali nel

territorio, ma è ammissibile solo in presenza di una condotta attiva condizionata dalla

criminalità o di una condotta omissiva di accettazione di comportamenti illegali.

QUANDO NON PUÒ ESSERE ASSICURATO IL NORMALE FUNZIONAMENTO di organi e

 servizi a causa di:

impedimento permanente, rimozione, decadenza e decesso del Sindaco

 dimissioni del Sindaco. Tale causa è stata introdotta dalla LEGGE 81/1993 insieme

 all’elezione diretta del Sindaco, poiché è un sistema che connette le sorti dei 2 organi

elettivi. 1 + 1

2

CESSAZIONE DELLA CARICA PER DIMISSIONI CONTESTUALI DELLA DEI

MEMBRI

IL BILANCIO NON è APPROVATO NEI TERMINI

Il DECRETO DI SCIOGLIMENTO è adottato dal Presidente della Repubblica su proposta del

Ministro dell’interno. Dell’adozione è data immediata comunicazione al Parlamento. Il decreto è

pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Con esso vi è anche la NOMINA DI UN COMMISSARIO

STRAORDINARIO che provvede all’amministrazione dell’ente.

SINDACO

2.

È ELETTO DIRETTAMENTE E CONTESTUALMENTE AL CONSIGLIO e svolge principalmente un

RUOLO DI RAPPRESENTANZA nei rapporti esterni e di impulso, direzione ed esecuzione nei

confronti del governo e del funzionamento dell’ente locale. Il suo ruolo può essere diverso in

relazione alle scelte effettuate dallo Statuto.

COMPETENZE DEL SINDACO COME UFFICIALE DI GOVERNO

• QUALIFICA DI UFFICIALE DI GOVERNO

Come nel classico schema napoleonico il Sindaco riveste le qualifiche di:

CAPO DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE

 FUNZIONI di:

UFFICIALE DI GOVERNO

 Spetta al Sindaco il

STATO CIVILE

 compito di

E ANAGRAFE sovraintendere alla

tenuta dei relativi

registri, rilasciare i

certificati di stato

civile, denunce di

nascita e morte,

celebrare i matrimoni

civili.

Provvede all’emanazione di atti

PUBB

 previsti specificamente da

LICA leggi e regolamenti.

SICUREZ

ZA

• ORDINANZE CONTINGIBILI ED URGENTI

Sempre in veste di ufficiale di governo il Sindaco adotta tali ordinanze al fine di PREVENIRE

ED ELIMINARE GRAVI PERICOLI CHE MINACCIANO L’INCOLUMITÀ DEI CITTADINI. Sono

atti adottati solo in circostanze eccezionali quando al verificarsi di un fatto imprevisto, i normali

“rimedi” sono inadeguati. Le ordinanze di questo tipo sono diverse da altri provvedimenti

d’urgenza che consistono in provvedimenti amministrativi tipici, i quali impongono un

comportamento già prefigurato normativamente. Accanto a questi ultimi si pongono casi in cui

LA LEGGE SI LIMITA AD INDICARE SOLO LA MATERIA, con la possibilità di adeguare i

contenuti delle circostanze. LA SUSSISTENZA DELLA URGENTE NECESSITÀ È VALUTATA

DAL SINDACO. Tali ordinanze possono riferirsi per esempio ad ambiente, traffico e

commercio.

• LIMITI

L’attribuzione al Sindaco di poteri contingibili ed urgenti contrasta con un criterio di tipicità degli

atti amministrativi, ponendo il problema di circoscrivere il loro uso entro termini conformi

all’ordinamento costituzionale. Ora il T.U.E.L. tende a fissare una SERIE DI LIMITI, affermando

che le ORDINANZE DEVONO ESSERE ADOTTATE CON ATTO MOTIVATO E NEL

RISPETTO DEI PRINCIPI GENERALI DELL’ORDINAMENTO GIURIDICO.

• ORDINANZE IN MATERIA DI INCOLUMITÀ PUBBLICA E SICUREZZA URBANA

INTEGRITÀ FISICA DELLA BENE PUBBLICO DA TUTELARE

POPOLAZIONE ATTRAVERSO ATTIVITÀ POSTE A

DIFESA DEL RISPETTO DELLE NORME

CHE REGOLANO LA VITA CIVILE, PER

MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI

VIVIBILITÀ.

Tale definizione è generica e per questo il decreto aggiunge i casi in cui il Sindaco interviene

per prevenire e controllare le:

situazioni urbane di degrado

 situazioni in cui si verificano comportamenti di danneggiamento al patrimonio

pubblico e privato

incuria, degrado e occupazione abusiva di immobili

 comportamenti che possono offendere la pubblica decenza (prostituzione su strada).

La legge prevede che tali ordinanze debbano essere MOTIVATE E PREVENTIVAMENTE

COMUNICATE AL PREFETTO, al fine di prevedere strumenti idonei per attuarle. Anche queste

sono atti atipici, giustificati solo da circostanze imprevedibili o situazioni di pericolo ed urgenza,

tali da non consentire di provvedere nelle forme ordinarie. Il SINDACO È DIPENDENTE DAL

PREFETTO che può annullare le ordinanze illegittime.

CESSAZIONE DEL SINDACO

I MOTIVI sono:

SCIOGLIMENTO DEL

CONSIGLIO

DECESSO

 IMPEDIMENTO

PERMANENTE Sono presentate al Consiglio e producono i loro effetti,

DIMISSIONI

 divenendo irrevocabili, trascorsi 20 giorni dalla presentazione.

È dichiarata dal Consiglio comunale o dal Tribunale civile per

DECADENZA

 cause di ineleggibilità o incompatibilità.

La LEGGE 142/1990 aveva introdotto la SFIDUCIA

SFIDUCIA

 COSTRUTTIVA, stabilendo che nessuna mozione di sfiducia

poteva essere ammessa alla discussione del Consiglio se non

contenesse, oltre alla proposta di nuove linee di programma,

l’indicazione nominativa dei candidati a Sindaco e Assessore.

RIMOZIONE

Il legislatore ha connesso reciprocamente la permanenza in carica, quindi come il sindaco,

presentando le dimissioni, determina lo scioglimento del Consiglio, questo, approvando una mozione

di sfiducia, provoca la cessazione del Sindaco e conseguentemente della Giunta. La mozione deve

2

5

essere motivata e sottoscritta da almeno dei Consiglieri. In caso di dimissioni e sfiducia si procede

allo scioglimento del Consiglio e alla nomina di un Commissario. Negli altri casi di cessazione del

Sindaco, il Consiglio e la Giunta rimangono in carica fino alle successive elezioni e le funzioni del

Sindaco sono esercitate dal Vicesindaco.

GIUNTA COMUNALE

3.

Essa è composta da: Che la presiede

SINDACO

 Determinato dallo Statuto entro un limite massimo stabilito dalla

N° PARI DI

 legge.

ASSESSORI

Questo limite, nella LEGGE 81/1993 non superava gli 8 Assessori nei Comuni maggiori a causa di

obiettivi di snellezza. Negli anni successivi venne ampliato, sino a prevedere 16 Assessori. Recenti

interventi hanno di nuovo ridotto le Giunte comunali per ridurre i costi della politica, che non possono

1

4

superare dei Consiglieri. Concretamente si oscilla tra un massimo di 12 e un minimo di 2. Prima

della riforma del 1990 i membri della Giunta erano eletti solo tra i Consiglieri. La LEGGE 81/1993 ha

attribuito al SINDACO IL POTERE DI NOMINARE GLI ASSESSORI. Ma la regola della

SEPARAZIONE TRA GIUNTA E CONSIGLIO È NECESSARIA NEI COMUNI DI MAGGIORI

DIMENSIONI, in cui il Sindaco può comunque nominare cittadini al di fuori del Consiglio e si applica

l’incompatibilità tra la carica di assessore e di consigliere. Vi sono dei LIMITI alla carica, non potendo

essere nuovamente nominati coloro che hanno già coperto la carica di assessore per 2 mandati

consecutivi. In attuazione dei principi di uguaglianza e di pari opportunità, il T.U.E.L. domanda agli

Statuti il compito di stabilire norme per assicurare pari opportunità tra uomo e donna e per promuovere

la presenza di entrambi i sessi nelle Giunte.

GLI ASSESSORI

• Gli Assessori sono membri della Giunta e come tali

COMPITI E DELEGHE PARTECIPANO ALLA FORMAZIONE DELLA VOLONTÀ

COLLEGIALE. Accanto a tale funzione vi sono altri compiti

ESERCITABILI INDIVIDUALMENTE, che prima della LEGGE

142/1990 erano determinati da deleghe del Sindaco. Ora sono

invece gli Statuti a prevedere deleghe.

• Agli Assessori si applicano le cause e le procedure

CESSAZIONE DELLA CARICA: LA di rimozione e sospensione previste per i

REVOCA Consiglieri. La cessazione della carica può

verificarsi per:

DIMISSIONI

 DE

CADENZA Tale potere è esercitato dal SINDACO IN

RE

 MODO DEL TUTTO DISCREZIONALE

VOCA differenza della nomina, la revoca deve

essere MOTIVATA. Tale motivazione no

deve essere collegata a inadempimenti

mancanze dell’Assessore, ma deve ave

CONTENUTI POLITICI.

COMPETENZE DELLA GIUNTA

Inizialmente, alla Giunta spettava la funzione esecutiva, sia a livello provinciale che a quello comunale.

Nella nuova impostazione la Giunta deve collaborare con il Sindaco nel governo del Comune. Infatti

spetta alla Giunta l’ADOZIONE DI OGNI ATTO CHE NON SIA RISERVATO DALLA LEGGE AL

CONSIGLIO, SINDACO O ALTRI ORGANI. Pertanto la Giunta ha COMPETENZA

GENERALE/RESIDUALE, mentre agli altri organi spettano attribuzioni espressamente previste dalla

legge. Nonostante ciò, essa opera in connessione con il Consiglio (per esempio: potere di impulso e

proposta). Infine, opera attraverso DELIBERAZIONI COLLEGIALI e non individuali.

LA CITTÀ METROPOLITANA

B.

L’ordinamento della Città metropolitana è definito dalla LEGGE 56/2014. Gli organi che compongono la

Città metropolitana sono:

• SINDACO METROPOLITANO

• CONSIGLIO METROPOLITANO

• CONFERENZA METROPOLITANA

Non sono previsti i 3 organi tipici, in quanto non vi è un organo collegiale esecutivo, ma 2 Assemblee di cui

1 composta dai Sindaci di tutti i Comuni del territorio. La Conferenza è l’unico organo a formazione

costante, mentre gli altri due possono variare a seconda delle scelte dello Statuto.

GLI ORGANI

1. SINDACO METROPOLITANO

Di regola è Sindaco metropolitano di diritto il SINDACO DEL COMUNE CAPOLUOGO. Egli deve:

• RAPPRESENTARE L’ENTE

• CONVOCARE E PRESIEDERE IL CONSIGLIO METROPOLITANO E LA CONFERENZA

METROPOLITANA

In tal caso la sua posizione è diversa da quella del Sindaco comunale che presiede la Giunta

ma non il Consiglio, dotato di un proprio presidente.

• CONTROLLARE IL FUNZIONAMENTO DEI SERVIZI E UFFICI E L’ESECUZIONE DEGLI

ATTI

• ESERCITARE ALTRE FUNZIONI ATTRIBUITE DALLO STATUTO.

2. CONSIGLIO METROPOLITANO

COMPOSIZIONE

Esso ha una composizione ristretta ed è formato dal SINDACO METROPOLITANO + 24/18/14

CONSIGLIERI delle Città metropolitane in base al n° di abitanti. Il Consiglio metropolitano è eletto dai

Sindaci e Consiglieri dei Comuni, TRA GLI STESSI SINDACI E CONSIGLIERI. La carica di

Consigliere metropolitano è direttamente collegata a quella comunale. Infatti la fine della seconda

(della carica di Consigliere comunale) comporta la decadenza da Consigliere metropolitano.

ATTRIBUZIONI

È un organo di INDIRIZZO E CONTROLLO e deve:

• Proporre alla Conferenza metropolitana lo STATUTO + MODIFICHE

• APPROVARE I REGOLAMENTI

• APPROVARE I PIANI E I PROGRAMMI

• APPROVARE O ADOTTARE OGNI ALTRO ATTO AD ESSO SOTTOPOSTO DAL

SINDACO METROPOLITANO

• SVOLGERE ALTRE FUNZIONI ATTRIBUITE DALLO STATUTO

• ADOTTARE SCHEMI DI BILANCIO su proposta del Sindaco e sottoposti a parere della

Conferenza metropolitana.

DURATA

Il Consiglio metropolitano dura in carica 5 ANNI, ma le sue cadenze sono condizionate dal Comune

capoluogo, procedendosi a nuove elezioni in caso di rinnovo di Consiglio di quest’ultimo. Il mandato

dei Consiglieri metropolitani termina in ogni caso in cui si verifichi la cessazione della carica di

Sindaco o Consigliere comunale.

3. CONFERENZA METROPOLITANA

È un organo nuovo. Essa è composta da TUTTI I SINDACI DEL TERRITORIO METROPOLITANO

ed ha due funzioni fondamentali:

• FUNZIONE DELIBERATIVA (solo in casi limitati) in riferimento allo STATUTO, dovendo

decidere se adottare o respingere lo Statuto. Tale decisione non comporta la possibilità di

emendamenti, ma può solo adottare o respingere il testo nella sua interezza.

• FUNZIONI CONSULTIVE E PROPOSITIVE

Per le funzioni consultive rileva il parere sugli schemi dei bilanci che la Conferenza deve

esprimere in base alla legge. Più in generale, la Conferenza ha poteri consultivi e propositivi nei

casi e nei termini previsti dallo Statuto.

4. VICESINDACO E CONSIGLIERI DELEGATI

In assenza di una Giunta, il SINDACO METROPOLITANO PUÒ NOMINARE UN VICESINDACO,

scegliendolo tra i Consiglieri metropolitani, il quale esercita le funzioni a lui delegate più quelle

spettanti al Sindaco nei casi in cui questi ne sia impedito. IL SINDACO PUÒ ALTRESÌ CONFERIRE

DELEGHE AI CONSIGLIERI METROPOLITANI. Sono entrambe facoltà discrezionali del Sindaco e

lo Statuto può determinare modalità e limiti all’assegnazione delle deleghe.

Anche per questi aspetti le Città metropolitane si discostano dai Comuni perché se nell’ordinamento

comunale vige la regola di incompatibilità tra funzioni esecutive e funzioni assembleari (essendo

escluso che la stessa persona possa essere Vicesindaco o Assessore e contemporaneamente

Consigliere), nel contesto metropolitano è necessario che l’incarico di Vicesindaco e il conferimento

di deleghe ricadano sui Consiglieri.

ELEZIONE DIRETTA DEL SINDACO E DEL CONSIGLIO METROPOLITANO

Il modello tradizionale di governo metropolitano prevede l’elezione diretta del Consiglio e identificazione

del Sindaco con il Sindaco del capoluogo. Nella LEGGE 56/2014 è consentita una DEROGA che

consiste nell’ELEZIONE DIRETTA DEL SINDACO E DEL CONSIGLIO METROPOLITANO in base ad

un sistema elettorale ancora da definire. Tale scelta spetta ad ogni Statuto, ma solo se vi sono dei

presupposti:

a) il territorio del Comune capoluogo deve essere previamente suddiviso in più Comuni. Tale

procedimento è basato su tre fasi:

1) DELIBERA DEL CONSIGLIO DEL COMUNE CAPOLUOGO adotta la proposta di suddivisione

del Comune stesso.

2) La proposta è sottoposta a REFERENDUM tra TUTTI I CITTADINI DELLA CITTÀ

METROPOLITANA.

3) Sulla base dell’esito del referendum una legge regionale procede all’istituzione dei Comuni.

b) Nelle città metropolitane con più di 3 milioni di abitanti si applica un regime derogatorio (Roma,

Napoli e Milano). La condizione necessaria per procedere all’elezione diretta è che lo Statuto

metropolitano preveda la COSTITUZIONE DI ZONE OMOGENEE e che il Comune capoluogo

abbia suddiviso il territorio in zone dotate di autonomia amministrativa.

LA PROVINCIA

C.

A lungo la Provincia è stata retta da regole parallele a quelle dei Comuni. Ma con la LEGGE 56/2014 si è

adottato per la Provincia UN SISTEMA DI ELEZIONE INDIRETTA, ANALOGO A QUELLO DELLE CITTÀ

METROPOLITANE. Gli ORGANI della Provincia sono:

• IL PRESIDENTE

• IL CONSIGLIO

• ASSEMBLEA DEI SINDACI

Tale schema è analogo a quello delle Città metropolitane, come lo è anche la ripartizione delle attribuzioni

e la possibilità per il PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI NOMINARE UN VICEPRESIDENTE E

DELEGARE LE COMPETENZE PROPRIE a Consiglieri. In tal caso il PRESIDENTE NON È INDIVIDUATO

DI DIRITTO, come per la Città metropolitana, ma È ELETTO DAI SINDACI E CONSIGLIERI COMUNALI,

scegliendo tra i Sindaci stessi. Anche in tal caso la cessazione della carica comunale comporta la

decadenza da quella provinciale. Il CONSIGLIO è composto dal PRESIDENTE DELLA PROVINCIA +

16/12/10 MEMBRI e dura in CARICA 2 ANNI.

FUNZIONI E SERVIZI

LE FUNZIONI LOCALI NELLA COSTITUZIONE DEL 1948

Nella Cost. del ’48 le FUNZIONI AMMINISTRATIVE ERANO ATTRIBUITE SECONDO IL PRINCIPIO DEL

PARALLELISMO, tra le funzioni amministrative e le funzioni legislative. Tale impostazione era temperata

da due fattori:

• regola secondo cui la Regione avrebbe esercitato le sue funzioni amministrative delegandole a

Province, Comuni o altri enti locali o valendosi dei loro uffici.

• La facoltà per la legge dello Stato, di individuare nelle materie regionali delle funzioni

esclusivamente locali, attribuendole direttamente agli enti.

La DETERMINAZIONE DI FUNZIONI DI PROVINCE E COMUNI ERA RISERVATA A LEGGI GENERALI

DELLA REPUBBLICA. Nella Cost. del ’48 potevano individuarsi:

• FUNZIONI DEGLI ENTI LOCALI ESTRANEE ALLE COMPETENZE LEGISLATIVE E

AMMINISTRATIVE DELLE REGIONI, ovvero FUNZIONI PROPRIE di Comune e Provincia,

determinate da leggi generali della Repubblica.

• FUNZIONI ESERCITATE DA ENTI LOCALI IN MATERIE REGIONALI attraverso delega o una

diretta attribuzione da parte del legislatore statale, trattandosi di funzioni di interesse esclusivamente

locale. In tali ambiti la Regione conservava la potestà di emanare leggi che incidevano in modo

diretto sull’esercizio di tali funzioni da parte degli enti locali.

• COMPITI DEL COMUNE PER SERVIZI DI COMPETENZA STATALE svolti dal Comune non come

soggetto autonomo, ma come organo decentrato dello Stato. Per esempio: funzioni come stato civile,

anagrafe, liste elettorali, ambiti che vedono operare il Sindaco in veste di ufficiale di governo.

LE FUNZIONI AMMINISTRATIVE NELL’EVOLUZIONE LEGISLATIVA

Vennero definiti dei principi fondamentali per i conferimenti delle funzioni amministrative, tra cui:

• Con l’attribuzione della generalità dei compiti e delle funzioni

PRINCIPIO DI amministrative ai Comuni, Province e Comunità montane ad esclusione

SUSSIDIARIETÀ delle sole funzioni incompatibili con le dimensioni.

• Tra Stato, Regioni ed enti locali.

PRINCIPIO DI

COOPERAZIONE

• Con la conseguente attribuzione ad un unico soggetto dei compiti

PRINCIPIO DI connessi o complementari e identificabilità a capo di un unico soggetto

RESPONSABILITÀ E della responsabilità di ogni servizio o attività amministrativa.

UNICITÀ

dell’amministrazione

• In riferimento all’idoneità dell’amministrazione a garantire l’esercizio

PRINCIPIO DI delle funzioni.

ADEGUATEZZA

• Attraverso l’allocazione di funzioni, considerando le diverse

PRINCIPIO DI caratteristiche demografiche, territoriali e strutturali.

DIFFERENZIAZIONE

• In relazione ai costi per l’esercizio delle funzioni attribuite.

PRINCIPIO DI

COPERTURA FINANZIARIA

• Autonomia organizzativa e regolamentare e di responsabilità degli enti

PRINCIPIO DI locali nell’esercizio delle funzioni e compiti conferiti.

AUTONOMIA

FUNZIONI AMMINISTRATIVE NELLA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL 2001

La riforma del 2001 ha posto una rilettura della Costituzione, SUPERANDO IL PRINCIPIO DEL

PARALLELISMO tra funzioni amministrative e funzioni legislative in capo alle Regioni. Con la riforma del

2001 gli enti locali, in particolare i COMUNI, OCCUPANO UNA POSIZION CENTRALE NELLE FUNZIONI

AMMINISTRATIVE. Tali funzioni sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario,

siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato sulla base dei PRINCIPI DI

SUSSIDIARIETÀ, DIFFERENZIAZIONE E ADEGUATEZZA. Ciò significa che spettano ai Comuni tutte le

funzioni che non sono espressamente riservate ad altri soggetti. D’altra parte sono gli stessi legislatori

statali e regionali che devono esercitare l’allocazione dei poteri amministrativi, in primis verso gli enti locali

più vicini ai cittadini.

Le innovazioni apportate dalla riforma del 2001 portano ad una RIDEFINIZIONE DEI RUOLI DI

LEGISLAZIONE STATLE E REGIONALE:

a) la LEGGE STATALE, per quanto riguarda le attribuzioni agli enti locali, può solo stabilire le

funzioni fondamentali, dettare le norme nelle materie di legislazione esclusiva statale, dettare principi

fondamentali nelle materie a legislazione concorrente.

b) È LA LEGGE STATLE/REGIONALE AD EFFETTUARE IL RIPARTO DELLE

COMPETENZE LEGISLATIVE rispettando i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

c) Nelle materie di COMPETENZA CONCORRENTE tra Stato e Regioni, spetta ai Comuni la

titolarità delle funzioni amministrative. Lede il principio di sussidiarietà la sottrazione ai Comuni di una

funzione amministrativa senza alcuna ragione, attribuita poi allo Stato.

d) NEL CONFERIMENTO DELLE FUNZIONI AGLI ENTI LOCALI il legislatore regionale valuta

prima le concrete condizioni e può modificare la legislazione in base ai risultati, senza equiparare

funzioni conferite e funzioni proprie.

e) Il PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ implica che le discipline di settore (per esempio:

paesaggio regionale) non possano escludere del tutto i Comuni nelle decisioni riguardanti il loro

territorio.

LE FUNZIONI FONDAMENTALI

La LEGGE 131/2003 delega al governo il compito di individuare le funzioni fondamentali. La delega però

scadde senza alcun esito. Le funzioni fondamentali vennero individuate poi nella LEGGE SUL

FEDERALISMO FISCALE (LEGGE 42/2009). Essa presupponeva l’individuazione delle funzioni

fondamentali previste dall’ART. 117 COST.. La LEGGE 42/2009 provvedeva ad individuare le funzioni

fondamentali in via transitoria, ora invece stabilite dalla LEGGE 56/2014. Per i tre enti locali si è delineato

un ambito di funzioni fondamentali cui corrisponde una serie di regole:

• Relativamente alla COMPETENZA LEGISLATIVA, l’individuazione delle funzioni fondamentali

spetta allo Stato, anche nelle materie la cui disciplina è domandata alle Regioni, garantendo

omogeneità a tutto il territorio.

• RISORSE.

• Per quanto riguarda le MODALITÀ DI ESERCIZIO, i Comuni con meno di 5 mila abitanti devono

obbligatoriamente esercitare le funzioni fondamentali attraverso convenzione e unione di comuni.

• Si prevede l’OBBLIGO DI ESERCIZIO, nel senso che tutti i Comuni devono assicurarne lo

svolgimento.

LE FUNZIONI PROPRIE

L’ART. 118 COST. riconosce a Comuni, Province e Città metropolitane la TITOLARITÀ DI FUNZIONI

PROPRIE, le quali consistono in quelle che i COMUNI POSSONO ASSUMERE SPONTANEAMENTE. Si

tratta di funzioni ulteriori rispetto a quelle fondamentali, NON ATTRIBUITE O CONFERITE DALLE LEGGI

AD ALTRI ENTI LOCALI, volte a SODDISFARE BISOGNI GENERALI E DUREVOLI DELLA

COLLETTIVITÀ. L’assunzione di tali funzioni da parte del Comune deve avvenire nel rispetto di una

accertata capacità di conseguire i risultati positivi da un punto di vista economico-finanziario e

organizzativo.

LE MATERIE DI COMPETENZA DEGLI ENTI LOCALI

Le materie di competenza degli enti locali erano molto estese anche prima della riforma del TITOLO V. Gli

enti locali hanno competenza in grandi settori come:

1. SVILUPPO ECONOMICO

Spettano agli enti locali le materie di:

• COMMERCIO

• ARTIGIANATO

• INDUSTRIA E SPORTELLO PER LE ATTIVITÀ PRODUTTIVE

• ENERGIA

• TURISMO

• AGRICOLTURA

• MERCATO DEL LAVORO.

2. TERRITORIO, AMBIENTE E INFRASTRUTTURE

• Funzioni comunali che attengono all’adozione dei

URBANISTICA piani regolatori generali, regolamenti edilizi, permesso

di costruire, certificato di agibilità.

• Funzioni relative al controllo dell’inquinamento

AMBIENTE atmosferico proveniente da impianti termici, motocicli,

inquinamento acustico, misure di prevenzione dello

stesso.

• Tra le spese obbligatorie del Comune rientrano quelle

VIABILITÀ, ACQUEDOTTI, LAVORI relative alla manutenzione di strade, piazze, giardini,

PUBBLICI fognature, cimiteri.

• Funzioni in relazione sia ai servizi di trasporto

TRASPORTI E CIRCOLAZIONE pubblico sia ai taxi.

STRADALE

• Spetta alle Province approvare i piani di emergenza.

PROTEZIONE CIVILE

• CATASTO

3. SERVIZI ALLA PERSONA E ALLA COMUNITÀ

• Le funzioni domandate ai Comuni dovevano essere da

TUTELA DELLA SALUTE questi esercitate mediante apposite strutture dette Unità

sanitarie locali (USL). In seguito le USL sono state

trasformate in enti della Regione e i Comuni sono stati

emarginati dalla sanità.

• Il ruolo dei Comuni è centrale. Essi hanno tutte le

SERVIZI SOCIALI funzioni amministrative relative all’organizzazione e

all’erogazione dei servizi sociali.

• Tale materia è tradizionalmente riservata allo Stato e

ISTRUZIONE E ASSISTENZA solo recentemente sono state riconosciute competenze

SCOLASTICA legislative alle Regioni.

• Ai Comuni sono attribuite funzioni che rientrano nella

POLIZIA LOCALE competenza legislativa regionale esclusiva e in parte

sono disciplinate dallo Stato.

• Funzioni in materia di musei e biblioteche,

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI conservazione di beni culturali e loro catalogazione,

organizzazione di mostre, attività teatrali, culturali,

musicali e così via.

• Sia i Comuni che le Province hanno competenza in

SPORT materia di attività ricreative e sportive, gestione degli

impianti e attrezzature.

FUNZIONI LOCALI NELLA LEGISLAZIONE REGIONALE

Dopo la riforma del 2001 la legge dello Stato è competente in via generale solo ad individuare le funzioni

fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane, spettando alle Regioni nella maggioranza delle

materie adottare la disciplina nelle materie individuate e distribuire le funzioni. Le differenze tra le

competenze esercitate dagli enti locali si sono sviluppate attraverso DELEGHE e ATTRIBUZIONI da parte

delle Regioni, seguendo delle fasi importanti:

• Si forma un’organizzazione amministrativa delle Regioni di tipo

1970-74 ministeriale e vi è un limitatissimo ricorso alle deleghe.

• Il legislatore opta per una cospicua attribuzione di funzioni agli enti locali

DAL 1977 in determinate materie, riassorbendo le deleghe già conferite da alcune

Regioni.

• Prima con la LEGGE 142/1990 poi con la LEGGE 59/1997 le Regioni si

GLI ANNI ‘90 vedono riconosciute espressamente un ruolo rilevante nella distribuzione

delle funzioni, con la possibilità di delegare e attribuire funzioni.

• Nuova operazione di riparto, in cui le funzioni fondamentali omogenee in

RIFORMA tutto il territorio sono stabilite da legge statale, mentre alle leggi regionali

COSTITUZIONALE DEL spetta disciplinare queste funzioni applicando i principi di sussidiarietà,

2001 adeguatezza e differenziazione.

FUNZIONI NELLA LEGGE 56/2014

Sugli assetti delle funzioni degli enti locali svolge un ruolo importante la LEGGE 56/2014 che, oltre ad

istituire le Città metropolitane e trasformare il ruolo delle Province, delinea nuovi assetti per le funzioni

locali. La LEGGE 56/2014:

• INDIVIDUA LE FUNZIONI FONDAMENTALI DELLE CITTÀ METROPOLITANE

• INDIVIDUA LE FUNZIONI FONDAMENTALI DELLE PROVINCE

• PREVEDE UNA REDISTRIBUZIONE DELLE FUNZIONI GIÀ ASSEGNATE ALLLE PROVINCE,

disponendo che il legislatore statale e regionale debbano redistribuirle o verso l’alto (a livello

regionale) o verso il basso, verso i Comuni e le loro unioni.

Il ruolo della Città metropolitana è di governo e coordinamento di area vasta, e con la LEGGE 56/2014 ha

competenze rafforzate. Le Città metropolitane hanno competenze in tutte le attività appartenenti alle

Province, più quelle inerenti allo sviluppo territoriale ed economico.

In attuazione della LEGGE 56/2014, le LEGGI REGIONALI E STATALI devono:

• DISCIPLINARE LE FUNZIONI FONDAMENTALI delle Città metropolitane e delle Province,

stabilendo i limiti e le modalità di esercizio.

• ATTRIBUIRE ALTRE FUNZIONI ALLE CITTÀ METROPOLITANE, in attuazione dei principi di

sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione.

• REDISTRIBUIRE LE FUNZIONI PROVINCIALI diverse da quelle fondamentali, in attuazione

dell’ART. 118 COST..

Le Regioni devono quindi provvedere all’ADEGUAMENTO DELLA PROPRIA LEGISLAZIONE e

redistribuzione delle funzioni in precedenza domandate alle Province. Secondo la LEGGE 56/2014 le

Regioni avrebbero dovuto adeguarsi entro 1 anno dalla sua entrata in vigore, ma tutto il processo di

attuazione è molto più lento.

ESERCIZIO DELLE FUNZIONI IN FORMA COORDINATA

Da tempo si presentano esigenze di svolgimento coordinato di funzioni di comune interesse. Le forme

come i consorzi risultano eccessivamente rigide. La LEGGE 142/1990 ha introdotto alcuni strumenti come

le CONVENZIONI E ACCORDI DI PROGRAMMA caratterizzati da flessibilità e adattabilità alle concrete

esigenze.

• CONVENZIONI

Esse operano in riferimento a rapporti orizzontali tra enti locali, tendenzialmente di PARI LIVELLO.

Esse vengono stipulate tra Comuni e Province al fine di SVOLGERE IN MODO COORDINATO

FUNZIONI E SERVIZI. Il ricorso alla convenzione è lasciato alla discrezionalità degli enti locali, ove

ritengano l’opportunità di cooperare. La convenzione stabilisce i fini, la durata, le forme di

consultazione degli enti, e così via.

• ACCORDI DI PROGRAMMA

Essi fanno riferimento principalmente ai rapporti verticali, tra enti di diverso livello. Sono strumenti di

AUTOCOORDINAMENTO TRA SOGGETTI DIVERSI, tendono a soddisfare l’esigenza di realizzare

opere o interventi di rilevante complessità, in un contesto contrassegnato da una distribuzione delle

competenze e degli interessi coinvolti tra più soggetti, nessuno dei quali è idoneo a realizzare gli

scopi perseguiti. La LEGGE 142/1990 ha previsto l’istituzione di accordi di programma per

programmi, opere o interventi che richiedono, per la loro complessa realizzazione, l’azione integrata

di Comuni, Province e Regioni.

EVOLUZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

1. MUNICIPALIZZAZIONE (1900/1990): IL COMUNE IMPRENDITORE

In questa prima fase il Comune interpreta le domande della collettività e fornisce risposte

organizzando ed erogando i servizi richiesti, a partire da acqua, energia, trasporti, rifiuti. La gestione

dei servizi è effettuata attraverso:

• AZIENDE SPECIALI che, nonostante abbiano una personalità giuridica, godono di

autonomia amministrativa.

• GESTIONE DIRETTA IN ECONOMIA

• CONCESSIONE A PRIVATI.

2. PRIVATIZZAZIONE (1990/2011): IL COMUNE AZIONISTA

Con la LEGGE 142/1990 compare, per la gestione dei servizi pubblici locali, la società per azioni a

capitale pubblico. Il Comune definisce regole e tariffe, ma interviene all’interno della società

esercitando il ruolo di azionista. Aumenta il grado di autonomia delle aziende, ora dotate di

personalità giuridica.

3. LIBERALIZZAZIONE E MERCATO (FASE ATTUALE): IL COMUNE REGOLATORE

Nel periodo recente vi è un rafforzamento dei meccanismi di concorrenza. La società per azioni

diventa lo strumento base. LA PARTECIPAZIONE

Nel concetto di “partecipazione” vengono ricompresi aspetti diversi del RAPPORTO TRA CITTADINI E

AMMINISTRAZIONE e prevede l’intervento nell’amministrazione di soggetti non professionisti. È possibile

effettuare delle distinzioni della partecipazione in base ai SOGGETTI:

• DEGLI INTERESSATI (PARTECIPAZIONE AMMINISTRATIVA)

Concerne titolari di specifiche posizioni giuridiche (interessi legittimi o diritti soggettivi), allo scopo di

tutelare posizioni attraverso procedimenti che permettono loro di opporsi a procedimenti che possono

recare loro pregiudizio per ottenere dall’amministrazione, attraverso istanze, il rilascio di

provvedimenti favorevoli come autorizzazioni.

• DEI SOGGETTI COLLETTIVI

Si tratta di soggetti portatori di interessi collettivi (per esempio: sindacati) e interessi diffusi (per

esempio: di tutela ambientale). Le forme di partecipazione sono uguali a quelle previste per i soggetti

interessati.

• DEI CITTADINI

Tende al coinvolgimento dei cittadini, o meglio dei RESIDENTI, anche se senza cittadinanza italiana

a prescindere da ogni posizione o titolo specifico, allo scopo di formare scelte incidenti sulla

collettività.

Se si considera, invece, la partecipazione dal punto di vista della FUNZIONE E EFFETTI troviamo:

• PARTECIPAZIONE DECISORIA

Ai cittadini è data la decisione finale che conclude il procedimento, come nei procedimenti di bilancio

anticipato (in cui si stabilisce l’uso di determinate somme) o i referendum abrogativi.

• PARTECIPAZIONE COLLABORATIVA (o DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA)

Il coinvolgimento c’è, ma il procedimento si conclude comunque con una decisione di organi

rappresentativi (normalmente del Consiglio comunale). Vi sono diversi strumenti attraverso cui

attivare questa partecipazione (per esempio: comunicazione d’avvio del procedimento, accesso agli

atti e fasi del procedimento). Nel nostro sistema si sono succedute 2 LEGGI SULLA

PARTECIPAZIONE, MA SU 2 PROSPETTIVE DIVERSE:

la LEGGE 142/1990, confluita poi nel T.U.E.L. del 2001, tratta del FUNZIONAMENTO E

MODO DI OPERARE DELLA CATEGORIA DEGLI ENTI TERRITORIALI che proprio per il loro

carattere rappresentativo sono chiamati a porre particolare attenzione alla partecipazione;

mentre la LEGGE 241/1990 si occupa di GARANZIE PER I SOGGETTI TITOLARI DI

INTERESSI LEGITTIMI E DIRITTI SOGGETTIVI NELL’AMBITO DEI PROCEDIMENTI, avendo

quindi un carattere più generale, concernendo la partecipazione di qualsiasi soggetto portatore

di una posizione giuridica rilevante, sia pubblica che privata, o interessi diffusi.

FORME DI PARTECIPAZIONE DEI SOGGETTI INTERESSATI

A.

Tale forma di partecipazione offre GARANZIA E TUTELA PREVENTIVA DI INTERESSI PRIVATI nei

confronti di possibili lesioni che potrebbero derivare dall’adozione del provvedimento. Gli enti locali devono

prevedere forme di partecipazione degli interessati nei procedimenti relativi all’adozione di atti che incidono

su situazioni giuridiche soggettive, nell’osservanza dei PRINCIPI STABILITI DALLA LEGGE 241/90. Il

procedimento inizia da una COMUNICAZIONE ai soggetti verso cui il provvedimento finale è destinato a

produrre effetti, a quelli che per legge devono intervenirvi e agli altri possibili pregiudicati se individuati o

individuabili. Nella COMUNICAZIONE D’AVVIO DEL PROCEDIMENTO vengono indicati l’oggetto del

procedimento, la persona responsabile del procedimento, l’ufficio in cui si possono consultare gli atti. I

soggetti che rilevano la comunicazione hanno diritto di prendere visione degli atti del procedimento e

presentare memorie e documenti. Hanno diritto ad intervenire anche i soggetti portatori di interessi pubblici

o privati, diffusi se costituiti in associazioni o comitati, che possono ricevere un pregiudizio dal

provvedimento. Se vengono proposte delle OBIEZIONI LA P.A. DEVE NECESSARIAMENTE

VALUTARLE E DARE UNA MOTIVAZIONE DELLA SUA DECISIONE. Al fine di rafforzare la tutela dei

soggetti portatori di interessi nei procedimenti ad istanza di parte, è stato introdotto il PREAVVISO DI

RIGETTO, con cui il responsabile del procedimento, prima di adottare un provvedimento negativo, informa

l’interessato e dà a questi 10 giorni per produrre osservazioni o documenti a sostegno della stessa. La

LEGGE 241/1990 prevede poi l’obbligo per la P.A. di garantire la partecipazione dell’interessato al

procedimento.

TUTELA DEGLI INTERESSI COLLETTIVI E PARTECIPAZIONE DELLE FORME

B.

ASSOCIATIVE

L’ordinamento assegna ai COMUNI IL COMPITO DI VALORIZZARE LE LIBERE FORME ASSOCIATIVE e

promuovere organismi di partecipazione popolare all’amministrazione locale. Queste forme associative

sono disciplinate dallo Statuto. Al fine di rendere effettiva la partecipazione dei cittadini all’attività

dell’amministrazione, gli enti locali devono assicurare l’accesso alle strutture e ai servizi ad enti,

organizzazioni e associazioni di volontariato. Tale spirito emerge anche a livello costituzionale quando si

afferma che Comuni, Province, Stato e Regioni devono promuovere l’autonoma iniziativa dei cittadini,

singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del PRINCIPIO DI

SUSSIDIARIETÀ.

LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

C. • ISTANZE, PETIZIONI, PROPOSTE

Sono strumenti di stimolo, iniziativa e sollecitazione usati dai cittadini verso la P.A.. Anche qui è lo

STATUTO che deve prevedere procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte da

cittadini singoli o associati allo scopo di promuovere interventi per migliorare la tutela degli interessi

collettivi.

• FORME DI CONSULTAZIONE E REFERENDUM

Gli STATUTI DEGLI ENTI LOCALI DEVONO PREVEDERE FORME DI CONSULTAZIONE DELLA

POPOLAZIONE E POSSONO PREVEDERE REFERENDUM. Ovvero tutti gli Statuti devono

prevedere forme di coinvolgimento dei cittadini attraverso determinate modalità, senza che però sia

necessaria la previsione di referendum. LE FORME DI CONSULTAZIONE MANTENGONO LA

DECISIONE NELLE MANI DELL’ORGANO COMPETENTE, inserendo nel procedimento un parere

della popolazione non vincolante; I REFERENDUM LOCALI COMPORTANO INVECE UNA

PRONUNCIA DEL CORPO ELETTORALE, COME UNA VERA VOTAZIONE.

Lo STATUTO può prevedere:

• Sul modello di quello dell’ART. 138 COST. per le leggi di revisione della

REFERENDUM Costituzione e altre leggi costituzionali. Si tratta di un atto già adottato, ma

SOSPENSIVO non in grado di produrre effetti. Il referendum può essere chiesto da un

determinato n° di cittadini o membri dell’organo competente, consentendo

l’efficacia dell’atto solo se la votazione ha esito favorevole.

• Sul modello di quello dell’ART. 75 COST.. In tal caso l’atto è adottato ed

REFERNDUM efficace e il referendum può rimuoverne l’efficacia.

ABROGATIVO

• È un modello applicato in altri paesi per cui un progetto sottoposto al corpo

REFERENDUM elettorale avrebbe effetti vincolanti nei confronti dell’organo competente o

PROPOSITIVO addirittura risulta direttamente adottato.


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

57

PESO

127.48 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Programma:
Origini e caratteri storici dell'ordinamento locale
Le autonomie locali nella Cost. del 1948
L'evoluzione legislativa 1948-2000
Dalla riforma del titolo V alla legge 56/20014
Soggetti e territori
Autonomia statuaria e regolamentare
Organi di Comuni, Province e Città metropolitane
Funzioni e servizi
La partecipazione
I controlli
Organizzazione amministrativa e il personale
Finanza e contabilità
Enti locali tra Stato e Regioni


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche dell'impresa e della pubblica amministrazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vanessina18 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto degli Enti locali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Guerra Maria Paola.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in scienze giuridiche dell'impresa e della pubblica amministrazione

Riassunto di Processuale Civile, prof. Filippo Corsini, libri consigliati M.Bove + Compendio Simone (parte generale) e G.Verde (parte speciale)
Appunto
Appunti delle lezioni di Diritto Tributario del Prof. Alessandro Turchi, Anno Accademico 2015/2016
Appunto
Diritto amministrativo- prof Maria Cristina Santini-Appunti lezioni
Appunto
Riassunto esame Filosofia del diritto, prof. Belvisi, libro consigliato Filosofia del diritto, Jhering
Appunto