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Diritto costituzionale - regime parlamentare nella monarchia subalpina

Appunti di Diritto costituzionale con attenzione ai seguenti argomenti trattati: la Costituzione ai fini dell'esercizio del potere, il passaggio in Italia dallo Stato oligarchico allo Stato liberale, la partecipazione della borghesia, la sovranità popolare, la Costituzione dell'anno I.

Esame di Diritto costituzionale docente Prof. M. Olivetti

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importante perché al contrario dell’opera legislativa del Ricasoli eliminava vastissimi patrimoni

terrieri ritenuti inalienabili contribuendo all’accelerazione di un processo di laicizzazione della

società italiana a favore del consolidamento della borghesia in grado di acquistare i beni

appartenenti alla manomorta che erano esclusi dalla libera circolazione.

Anche se fu criticato da alcuni per la sua spregiudicatezza, il Rattazzi aveva unificato e rafforzato

l’apparato statale emanando numerose leggi in materia finanziaria, tributaria e in materia di

delimitazione delle attribuzioni del Presidente del Consiglio e di definizione dei rapporti tra questo

e il Consiglio dei Ministri. La disfatta garibaldina indusse però il re a sostituire il Rattazzi

determinandone una crisi extraparlamentare tanto più grave per il fatto che le dimissioni del

presidente del Consiglio avvennero per l’esclusivo esercizio della prerogativa regia e con il totale

scavalcamento dell’istituto parlamentare; tuttavia l’iniziativa del sovrano fu giustificata

dall’impossibilità di sostenere un conflitto con la Francia e quindi poteva rispondere al suo compito

di garante della politica internazionale ma fu anche l’ambiguità del Rattazzi di collocarsi rispetto

alla questione romana tra Corona e Parlamento a rafforzare le prerogativa della monarchia. Il re

Vittorio Emanuele II sostituì il Rattazzi con il Menabrea che diede vita ad un governo

extraparlamentare che entrò in funzione senza un visto del Parlamento e ciò fu alla base dei

numerosi e accesi contrasti con le assemblee legislative; il Governo dovette fronteggiare anche le

opposizioni del popolo poiché la classe dirigente per opera del ministro delle finanze CAMBRAY-

DIGNY aveva esautorato i ceti più umili al fine di risanare la grave situazione finanziaria che si

era determinato in seguito al ‘65 sancendo una netta svolta in senso conservatore della libera

politica. Il re peraltro bocciò anche una proposta di legge mirante ad estendere la cittadinanza agli

abitanti delle province annesse approvate dai 2 rami del parlamento e proprio il persistere di questo

contrasto insanabile tra un Ministero (non gradito alle forze politiche) e un Parlamento che si

reputava offeso nei suoi diritti portò ad una nuova grave crisi di governo risulta questa volta in sede

parlamentare con l’elezione del ministero LANZA-SELLA che ebbe il merito di reintegrare la

Camera elettiva nelle sue prerogative che ultimamente era andata perdendo e di restituirle il ruolo

d’effettivo rappresentante della nazione.

Dopo la sconfitta che, nel corso della guerra franco-prussiana, la Francia subì a SEDAN il governo

italiano si ritenne libero dagli impegni assunti verso Napoleone III e per questo decise di procedere

alla liberazione di Roma; fallito un tentativo d’accordo con il Papa, il 20–10-70, le truppe italiane

attraverso la breccia di PORTA PIA entrarono in Roma e il 2 ottobre l’annessione dei territori

pontifici fu ratificata da un plebiscito. La particolare natura dell’avversario e le complicazioni di

natura internazionale che potevano sorgere avevano indotto il ministero LANZA ad una particolare

cautela nella redazione delle “istruzioni politiche alle truppe d’occupazione” che costituivano la

piattaforma programmatica della prima azione governativa a Roma e con cui s’invitava la sovranità

militare a non pregiudicare con il suo atteggiamento la soluzione delle varie questioni politiche e

religiose e a rispettare le popolazioni e le istituzioni civili e amministrative già insediate. In

esecuzione di tali direttive venne stabilità nella città del generale CADORNA che guidava il corpo

di spedizione la GIUNTA PROVVISORIA di governo operante secondo quanto era stabilito dal

governo di FIRENZE. La nuova giunta, che rimase in carica fino alla proclamazione del risultato

del plebiscito, affrontò problemi amministrativi miranti ad accelerare il processo di fusione del

Lazio al resto della penisola abolendo certi vincoli doganali propri della politica protezionistica

dello stato pontificio; affrontò il problema dei beni delle corporazioni religiose sancendo il divieto

d’alienazione e di costituzione d’ipoteca su essi. Ma il tema più importante fu la formula da

introdurre nel plebiscito che fu stabilita anticipatamente dal governo di Firenze in modo da garantire

l’indipendenza dell’autorità spirituale del papa collegandola al voto positivo dei romani che

risultava però condizionato fortemente in ossequio alla diplomazia; ciò suscitò la reazione della

Giunta che improntata su ideali liberali soppresse ogni limitazione dal plebiscito lasciando al

popolo romano ampia libertà di scegliere anche se il Governo cercò di indirizzare i romani verso il

rispetto dell’indipendenza dell’autorità spirituale del papa. Fu affidato ad una luogotenenza il

compito di favorire la definitiva integrazione della città di Roma e delle province dello stato

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pontificio nel territorio nazionale con l’unificazione delle leggi civili e penali; tale carica fu

attribuita al generale LAMARMORA che attese l’accettazione del plebiscito con cui sarebbe stato

consolidato il potere nazionale sulla Città. Il luogotenente avrebbe dovuto svolgere una funzione

d’equilibrio e di moderazione nei confronti del vaticano e per questo alcuni ritenevano che la

luogotenenza doveva far cessare l’attività della giunta e del comando militare; in ogni caso

LAMARMORA diventò luogotenente, avviò il tentativo di riconciliazione col vaticano. La

luogotenenza aveva anche altri compiti definiti da un decreto del LANZA quali quello di reggere e

governare Roma e le province dello stato pontificio “in nome del signore e dell’autorità regia”, di

adottare provvedimenti utili per l’ordine, la sicurezza, l’amministrazione pubblica, tutti su decreto

del governo di Firenze. Non dobbiamo pensare che la luogotenenza fosse una sorta d’istituzione

secondaria, la cui funzione era di attuare le decisioni assunte dall’esecutivo in quanto essa svolgeva

numerose funzioni che andavano di là della burocrazia di Lanza nella difficilissima e

complicatissima sfera di trasformazione di una città depressa e sottosviluppata quale era stata Roma

fino al settembre del 1870 nella sede di un apparato burocratico e governativo che doveva essere

funzionale per tutta la nazione italiana. LAMARMORA, orgoglioso della propria “piemontesità”,

non era entusiasta del progetto di fare di una città arretrata come Roma assoggettata per molto

tempo alla cultura gretta del clero, la capitale del regno d’Italia, ma ciononostante assecondò i

progetti del governo. Per attuare l’unificazione legislativa il Consiglio dei Ministri pubblicò lo

Statuto del Regno sulle province romane, dettò disposizioni sulla pubblicazione, l’interpretazione,

l’applicazione delle leggi, proclamò l’uguaglianza di tutti i cittadini al fine di tutela, le minoranze in

modo da evitare che i territori pontifici liberati restassero soggetti ad una diversa condizione

amministrativa. La luogotenenza fu invece lo strumento attraverso il quale fu attenuata

l’unificazione legislativa osteggiata dalle ambizioni unificalistiche dei centri del Lazio ed essa

rimase in vigore fino ad un mese dopo le elezioni del 20 – 11 - 1870 che sancirono l’ingresso nel

Parlamento dei deputati e dei senatori eletti nelle province appartenenti allo stato Pontificio,

elezioni che riportarono la vittoria della destra nonostante la propaganda astensionistica svolta dal

clero. Il 13 – 5 – 71, il Parlamento approvò la cd. LEGGE DELLE GUARANTIGE che attuando il

principio cavouriano “ LIBERA CHIESA LIBERO STATO” garantiva alla chiesa il libero esercizio

dei suoi poteri spiritual e la piena sovranità pontificia sui valori del Vaticano e del Laterano e sulla

villa di Castelgandolfo (diritto d’extraterritorialità); in tal modo lo stato non avrebbe più preteso,

com’era avvenuto nella prassi delle monarchie assolute, di esercitare controli sull’attività spirituale

della chiesa e questa a sua volta avrebbe rinunciato alla pretesa di determinati privilegi

nell’amministrazione civile e politica. Tuttavia non fu facile attuare in concreto la separazione tra

chiesa e Stato per la presenza della norma statutaria che attribuiva alla religione cattolica il carattere

di religione di stato laddove i costituzionalisti del tempo si erano sforzati di limitare attraverso la

loro interpretazione, la portata di tale disposto statutario sottolineando la parificazione di tutti i culti

dinanzi alla legge sulla base del principio d’uguaglianza mentre lo statuto si limitava a constatare il

fatto che la religione cattolica era quella alla quale aderivano la maggioranza dei cittadini dello

Stato. La legge delle guarantige fu promulgata il 15-5-71 ed essa fu divisa in 2 titoli, il 1°

riguardante, le materie “ delle prerogative del sommo pontefice e della santa sede”, e il 2°

riguardante “ le relazioni della chiesa con lo Stato in Italia”. Il 1° titolo aveva un contenuto liberale

in quanto non riconosceva al popolo alcuna sovranità territoriale se non con il controllo del

vaticano, del laterano di castel gandolfo; gli riconosceva gli onori sovrani e lo dichiarava esente

dalla giustizia italiana, gli consentiva di tenere presso di se corpi armati, gli attribuiva una datazione

annua di 3.225.000 lire. Alcuni critici mancando d’intuito politico criticarono tale larghezza in

quanto contrastava con la sovranità dello Stato italiano che però in tale modo realizzò la convivenza

a Roma tra autorità civile e autorità religiosa senza che la fine del potere temporale avesse privato il

pontefice della sua indipendenza. Il 2° titolo attuò il principio della libertà della Chiesa con la

rinuncia dello Stato ad alcuni diritti come il controllo sulla stampa, sugli atti dell’autorità

ecclesiastiche, al giuramento di fedeltà dei vescovi e alla nomina di questi ma subordinava ancora al

“placet et exequatur” regi le nomine ai benefici ecclesiastici e gli atti concernenti le proprietà

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ecclesiastiche. La legge delle guarantige fu comunicata dal governo agli stati cattolici quasi

riconoscendo alla santa sede la soggettività internazionale. La destra storica in questo modo

realizzava la formazione di un’Italia una e indispensabile retta da un sistema monarchico-

rappresentativo in base al principio del costituzionalismo liberale. Nonostante gli obiettivi raggiunti,

il ministero LANZA-SELLA fu progressivamente logorato nella lotta parlamentare

dell’opposizione di Sinistra che si rese interprete dei disagi del paese oppresso da un crescente

carico tributario; Lanza, battuto una 1° volta in un disegno di legge relativo allo stanziamento di

fondi per la costruzione di un arsenale a Taranto e una 2° volta su provvedimenti in materia

finanziaria, fu costretto a dimettersi il 23-6-73.

CAPITOLO 5

LA SINISTRA AL POTERE E IL TRASFORMISMO

La destra costituì un nuovo Governo con a capo il MINGHETTI caratterizzato sulla politica finanzi

aria mirante al raggiungimento del pareggio, ma la non raggiunta maggioranza su un provvedimento

fiscale che prevedeva la nullità degli atti non registrati per incrementare le entrate tributarie costrins

ero il MINGHETTI a ricorrere a nuove elezioni nel novembre del ’74 furono contraddistinte da un

‘affermazione della sinistra il cui programma fu enunciato a Strabella da DEPRETIS nell’ottobre de

l ’75.

Egli propose l’allargamento del diritto di voto, l’istruzione elementare obbligatoria laica e gratuita, i

l decentramento amministrativo, una riforma fiscale che eliminasse l’odiata tassa sul macinato; tale

programma fece molta presa sull’elettorato che criticava la destra x la durezza della politica fiscale

ma anche x la gestione oligarchica del potere riservato ad una piccola consorteria.

Il 18 marzo 1876 la Destra cadde perché fu messa in minoranza dall’opposizione di Sinistra nelle cu

i fila confluì anche una parte della borghesia medievale che aspirava ad una diversa distribuzione re

gionale del carico fiscale e della spesa pubblica rispetto al voto concernente un disegno di legge con

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la quale la destra propose la destinazione dell’intera rete ferroviaria alla gestione dello Stato senza l

asciare alcuno spazio all’iniziativa privata.

Fu proprio il programma moderato capace di testimoniare alla Corona l’avvenuta acquisizione d‘un

‘ideologia costituzionale e liberale ad indurre il re ad affidare a DEPRETIS il compito di formare il

nuovo governo; l’avvento della sinistra parlamentare al potere suscitò un’ondata di recriminazioni e

di timori soprattutto negli ambienti della destra che oltre ad accusare la sinistra di essere scesa a co

mpromesso con chiunque pur di governare sfruttando peraltro il malcontento popolare riteneva

molto pericoloso l’allargamento della classe dirigente ai rappresentanti della piccola e media borghe

sia.

Ma la polizia del nuovo governo sotto la guida di DEPRETIS fugò questi timori perché si vide subit

o che le differenze tra le 2 correnti parlamentari che x Giustino Fortunato erano soltanto “ 2 nomi n

on divisi da alcun‘idea e da alcuna tendenza “; Depretis ebbe il merito di prendere atto di tale realtà

scaturente dall’abbandono da parte della sinistra delle velleità rivoluzionarie e di una maggiore aper

tura politica da parte della destra.

Si realizzò finalmente quell‘alternanza di forze al potere che era stata da sempre auspicata come un

fatto intrinseco alla successione del sistema rappresentativo e che fino a quel momento non si era po

tuta attuare x le circostanze politiche che avevano incontrato l’egemonia incontrastata del liberalism

o moderato ma a ben guardare in Italia sotto il governo liberal-moderato non si era mai realizzato u

n perfetto BIPARTITISMO ossia una divisione netta delle forze rappresentate in Parlamento in 2 for

mazioni politiche omogenee sia x l’esigenza d‘unitarietà nelle lotte x il conseguimento dell’indipen

denza da cui era scaturita la convergenza nel moderatismo subalpino e nel liberalismo moderato x la

costruzione di un solido apparato statale sia x il sistema elettorale a doppio turno introdotto nel 184

8 nel Regno di Sardegna x poi essere esteso a tutte le altre province.

Tale sistema elettorale non aveva favorito la formazione di gruppi parlamentari distinti poiché nella

maggior parte dei casi si andava al ballottaggio tra i primi 2 candidati e nel 2 turno si andavano for

mando vasti schieramenti politici composti di forze eterogenee anche se convergenti.

Tuttavia il ballottaggio fu introdotto al fine di correggere il sistema elettorale inglese a TURNO UN

ICO ritenuto imperfetto x il fatto che creava a maggioranze parlamentari troppo esigue e x il fatto c

he lasciava inutilizzati tutti i voti che non erano andati a favore del candidato eletto al quale era suff

iciente la maggioranza relativa dei voti che era possibile recuperare attraverso il ballottaggio e che i

nvece in Inghilterra si preferiva sacrificare pur di creare ad una stabile maggioranza di governo (nell

a scelta tra TORIES e WHIGS, liberali).

La Destra di governo a ben guardare non era un vero partito ma un raggruppamento parlamentare et

erogeneo e composito tenuto insieme da una fondamentale vocazione centrista e mediana che peralt

ro caratterizzava anche la Sinistra al momento della sua ascesa al potere senza che quindi tale avven

imento realizzasse quella “ rivoluzione parlamentare “ tanto esaltata dalla pubblicistica del tempo.

Depretis, infatti, non s‘irrigidì in una rigorosa politica di partito ma si sforzò di dichiarare al govern

o una larga maggioranza parlamentare facendo in modo che in essa confluissero anche gruppi parla

mentari appartenenti ad altri schieramenti politici e in particolare alla Destra; nella prassi politica tal

e atteggiamento prese il nome di Trasformismo e portò all’abbattimento di ogni tipo di barriera tra i

due partiti lasciandosi ai margini della maggioranza parlamentare gruppi esigui quali i conservatori

di Jacini a destra e i repubblicani e i radicali guidati da CAVALLOTTI e BERTANI all‘estrema sinis

tra.

Fu proprio questa tendenza della maggioranza alla dilatazione verso la Destra oltre alla sua natura b

orghese a rendere difficile l’azione riformatrice del DEPRETIS verso le classi subalterne tenute ai

margini del sistema da un meccanismo elettorale censitario; la legge elettorale del 1882 con cui il n

umero degli elettori fu portato a 2 milioni mantenne la discriminazione nei confronti dei contadini

meridionali mentre la legge COPPINO (1877) era congegnata proprio in modo da restare inoperante

nelle zone più arretrate e povere del Mezzogiorno.

Anche la soluzione data alla questione ferroviaria durante il governo MINGHETTI rivelò la scarsa

possibilità di un’azione governativa riformatrice sul piano sociale la sinistra, infatti, abbandonò all’i

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ndustria privata l’esercizio delle comunicazioni ferroviarie laddove la preferenza data all’iniziativa

privata rispetto alla gestione statale trovava la sua ragion d’essere nell’adesione ideologica al liberal

ismo economico e nell’intesa con i gruppi capitalistici che si andavano rafforzando x il crescente svi

luppo industriale, gruppi che sotto il governo della destra erano stati penalizzati dalle esigue dimens

ioni delle imprese e dalla scarsa disponibilità di capitale finanziario dovuta all’arretratezza economi

ca di un paese privo di una solida base industriale che non aveva consentito la creazione di un saldo

legame tra il ceto dirigente e i rappresentanti del mondo finanziario. Si ebbe così la netta contrappos

izione tra le tesi liberiste del CRISPI, dello ZANARDELLI e del DEPRETIS i quali si resero fautori

dell’ingerenza privata e capitalistica della vita pubblica e le idee statualistiche e nazionalistiche del

MINGHETTI, del SELLA e dello SPAVENTA i quali ritenevano necessario x promuovere il progre

sso e la civiltà del popolo, che lo stato intervenisse nella guida della vita economica della società ga

rantendo lo sviluppo nell’interesse della collettività; rispetto alla questione finanziaria i gruppi priva

ti cui la sinistra affidò la gestione non erano certo i garanti degli interessi di tutti i cittadini.

L’accentramento difeso dalla destra non era più lo strumento di una politica amministrativa volta al

rafforzamento dell’apparato dello Stato ma era concepito come mezzo x la difesa della collettività c

ontro gli arbitri di individui che forti della propria posizione di supremazia economica e della loro p

otenza monopolistica cercavano anche di corrompere i pubblici poteri; la sinistra con la sua azione c

ontraria a tale tendenza accentratrice insabbiò tale programma nazionalizzatore e interventista propr

io del più avanzato stato liberale a grave danno delle prospettive di sviluppo economico del paese (il

liberalismo politico sostenuto dalla destra non va confuso con il liberismo economico difeso dalla si

nistra).

Dinanzi al carattere composito della sinistra e ai frequenti contrasti che sorgevano al suo interno (do

vuti in gran parte alle intemperanze del ministro degli Interni NICOTERA) DEPRETIS volle riaffer

mare l’autorità della presidenza del Consiglio rispetto agli altri ministri del Consiglio; con un decret

o del 25/8/76 DEPRETIS sancì la preminenza del presidente del Consiglio che non erano più consid

erato come un PRIMUS INTER PARTES ma come un LEADER cui facevano capo tutti i ministri e

tale situazione fu sancita sul piano normativo dall’art. 5 del decreto che affermava che “Il presidente

del Consiglio “ rappresenta il Gabinetto, mantiene l’uniformità nell’indirizzo politico e amministrati

vo di tutti i ministri, e cura l’adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Coron

a, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al paese “. tuttavia la resistenza dei

ministri ad accettare un ruolo subalterno al presidente del consiglio non consenti al DEPRETIS e al

suo successore, IL CAIROLI e rendere operanti tali norme a discapito della struttura governativa ch

e rimase priva di un sostanziale coordinamento politico. la sinistra, nonostante la sua eterogeneità,

si mostrò unita e decisa nella volontà di mantenere il Governo impedendo alla Destra di tornare al

potere; particolarmente espressiva fu l’attività del NICOTERA il quale predispose da ministero

degli interni le basi per la gran vittoria elettorale (1876) del nuovo governo della sinistra. Mentre

fino allora la destra aveva cercato di orientare l’elettorato mantenendosi sempre entro il limite della

correttezza, dell’onestà e in particolare in quello necessario a contrastare l’opposizione del clero,

poiché la sinistra aveva bisogno del consenso popolare per rafforzare il proprio potere, la lotta

politica si fece molto dura e degenerò sul piano del comportamento morale; il NICOTERA senza

alcuno scrupolo introdusse nella campagna elettorale per il rinnovo del parlamento sistemi e

atteggiamenti propri di certi ambienti sottosviluppati, inaugurando una prassi quale quella di

presentare ricorso ad ogni strumento e quindi anche il broglio e la corruzione per ottenere i suffragi,

destinato ad avere un lungo seguito anche se in ogni caso essa garantì alla sinistra una schiacciante

vittoria elettorale. Alla degenerazione della lotta politica si accompagnò anche lo scadimento della

qualità morale e professionale della rappresentanza politica e quindi della serietà del ceto dirigente a

causa dell’allargamento del suffragio determinato dalla nuova legge elettorale. Il governo

rendendosi conto della gravità di tale situazione si propose di ripresentare il disegno di legge sulle

incompatibilità parlamentari al fine di evitare la commistione tra lo svolgimento della funzione

d’amministratore d’ impresa statali e la carica di deputato; tale progetto fu convertito in legge il 13-

05-77 anche se il testo riguardava la materia dell’eleggibilità vietando l’elezione di chi ricopriva

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determinate cariche o svolgeva particolari attività al fine di impedire che questi potessero influire

sulla volontà del corpo elettorale condizionamento le scelte e da ciò derivava l’ineleggibilità di

ministri di culto, le limitazione all’eleggibilità dei magistrati e degli appartenenti alle forze armate.

In questo modo si voleva evitare che gli esponenti della burocrazia e delle amministrazioni

pubbliche quali funzionari e impiegati pubblici diventassero deputati per l’impossibilità di

esercitare due funzioni contemporaneamente che avrebbero determinato un conflitto tra interesse

privato del singolo e quello dello Stato. Nonostante i lodevoli intenti la legge fu molto lacunosa

perché attribuiva maggior rilievo all’ineleggibilità e non all’incompatibilità senza riserve ad evitare

in modo assoluto l’insorgenza di conflitti tra il deputato e lo Stato, questo limite della sinistra di non

riuscire a tradurre sul piano normativo tutti i suoi progetti si presentò anche in altri momenti. Un

esempio espressivo della lacunosità dell’azione legislativa del Governo è dato dalla LEGGE

COPPINO sull’istruzione elementare obbligatoria; queste si prefiggeva di elevare l’istruzione della

popolazione per preparare le basi per la riforma elettorale che avrebbe attribuito il diritto al voto ad

un numero maggiore di persone sulla base non solo del requisito del censo ma su quello della

CAPACITà ma tale obiettivo non fu pienamente raggiunto sia per il fatto sia la legge prevedeva

l’obbligatorietà del solo BIENNIO sia per il fatto sia facendo ricadere sui comuni l’onere delle

spese per le scuole non faceva che aggravare gli squilibri esistenti tra Nord e Sud e tra le campagne

sottosviluppate e le città. Effettivamente l’alfabetizzazione del popolo avrebbe rappresentato una

base espressiva per il rafforzamento delle istituzioni poiché l’allargamento indiscriminatorio e

incontrollato del suffragio universale avrebbe costituito un pericolo notevole per lo stato perché

avrebbe potuto implicare un ritorno alla conservazione. Ma la sinistra non riuscì a far accostare il

popolo allo Stato perché non riuscì ad elaborare un sistema fiscale equo; infatti, anche se la

borghesia dominante era disposta a contribuire alle finanze pubbliche con le proprie risorse in modo

PROPORZIONALE e non progressivo il 28-2-77 fu emanate una legge con la quale fu ridotto a

vantaggio della borghesia produttiva il numero dei contribuenti con detrazioni per i redditi

industriali e commerciali a scapito del prelievo fiscali in forma DIRETTA; furono incrementate le

IMPOSTE INDIRETTE che gravando sui consumi di 1° necessità aumentavano il dissenso

popolare e il malcontento nei confronti dello Stato. Il DEPRETIS al potere si distinse per il suo

opportunismo politico con il quale egli per allargare la base del suo Governo ricorse all’appoggio

dei suoi avversari della Destra e dall’altro lato mostrò un atteggiamento compiacente verso la

monarchia rompendo così la rigidità della destra che era stata poco incline ad accordare le pretese

della corona; egli non fu un uomo di Stato ma abile manovratore che cercava in tutti i modi di

trovare consensi e legittimazione alla sua azione. Proprio in conformità a tale intento DEPRETIS

ricorse frequentemente alla pratica delle cd. INFORNATE di senatori on cui egli interpretando

estensivamente l’art. 60 dello Statuto cercò di controllare e giudicare la legittimità dei titoli ma

anche le qualità e i precedenti delle persone nominate al fine di garantire anche l’appoggio della

Camera Alta. Morto VITTORIO EMANUELE II, DEPRETIS conformemente alla prassi

parlamentare diede le dimissioni al nuovo sovrano UMBERTO I (1878-1900) il quale respinse le

dimissioni confermando la propria fiducia al ministro dimostrando peraltro piena fiducia

nell’istituto parlamentare. Il 26-12-77 a causa dell’emergere di dissesti interni ci fu la caduta di

DEPRETIS ricomposta subito dopo. Il 24-3-78 l’aggravarsi delle tensioni all’interno della sinistra

portarono alla situazione del DEPRETIS con CAIROLI che sembrò essere l’espressione della

volontà della camera elettiva mostrando maggiore correttezza e onestà rispetto agli interessi

economici e affaristici dal Governo precedente ma egli si trovò di fronte ad una maggioranza ancor

più composita perché in alcuni suoi atteggiamenti sembrava più vicino alla destra che non alla

sinistra; era però lontana l’idea di un governo che potesse raccogliere sia esponenti dell’una sia

esponenti dell’altra corrente e ciò causò la caduta di CAIROLI l’11-12-78. La distinzione sul piano

costituzionale tra il governo spregiudicato di DEPRETIS e quello più prudente del CAIROLI

emerse rispetto al delicato problema della organizzazione dello Stato; il DEPRETIS incline ad

assecondare le pressioni di quei gruppi economici che non sopportavano l’ingerenza dello Stato o il

controllo pubblico sulla loro attività imprenditoriale attuò la soppressione del ministro dell’

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AGRICOLTURA, INDUSTRIA e COMMERCIO suscitando l’aspra opposizione della Destra che

accusò di INCOSTITUZIONALITà il comportamento del parlamento in quanto l’istituzione o la

soppressione dei ministeri doveva essere fatta per legge e non con semplice decreto ministeriale;

raccogliendo tali critiche e rispettando le prerogative parlamentari, il Cairoli ricostruì il

MINISTERO dell’AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO con la legge del 30-6-78 e

rispetto alla materia dell’ordine pubblico in ossequio ai principi di libertà sanciti dallo STATUTO

che si fondavano sul postulato “PREVENIRE NON REPRIMERE” egli reagì alla condotta

illiberale del NICOTERA che sotto il DEPRETIS aveva strumentalizzato prefetture e polizia per

ragioni di partito, ma l’attentato al sovrano e le manifestazioni di piazza di Firenze e di Pisa

indussero la sinistra a mostrare scetticismo verso tale atteggiamento liberale; ciò determinò la

caduta del CAIROLI che fu sostituito dal DEPRETIS che tenne il potere fino al 14-8-79 quando

esso fu fatto cadere per una mozione di sfiducia dell’opposizione sull’abolizione delle tasse sul

macinato che invece fu difesa dal Senato con la conseguenza di un grave contrasto parlamentare tra

Camera e Senato in relazione alla interpretazione dell’art. 10 dello Statuto Albertino che prevedeva

la priorità della discussione all’interno della camera elettiva delle leggi in materia tributaria e nel

quale la sinistra vedeva un mezzo per limitare la facoltà al Senato a proporre emendamenti. Al

DEPRETIS successe un 3° ministero CAIROLI che restò in carica fino al 26-5-81 quando il

Governo venne meno in minoranza dal Parlamento rispetto alla politica estera; (il cd. Affare di

Tunisi) il ministero venne presieduto da DEPRETIS che rimase in carica dal 29-5-81 al 29-8-87.

In questo periodo venne introdotto (1882) il nuovo sistema elettorale che portò a 2 milioni il

numero dell’elettorato attivo a seguito di un lungo dibattito in cui le forze clericali e conservatrici si

fecero paladine dell’introduzione del suffragio universale in quanto contando sulla loro capacità di

strumentalizzare le classi contadine esse cercavano di contrastare il predominio politico della

borghesia liberale; in questo dibattito fu significativa la tesi del SONNINO favorevole al suffragio

universale ma egli non fu un conservatore in quanto in lui il sostegno al suffragio universale si

fondeva sulla visione progressista di uno Stato che attraverso una massiccia partecipazione popolare

alla vita politica sarebbe uscito sicuramente rafforzato. La sinistra respinse tuttavia tale istanza

approvando un testo unico il 24-9-82 che era caratterizzato da due elementi di novità:

1. ALLARGAMENTO DEL CORPO ELETTORALE che comprendeva tutti coloro che compiuto

il 21° anno d’età sapevano leggere e scrivere o pagassero una certa somma di imposta diretta

(CENSO + CAPACITà) perciò erano favoriti i cittadini sui contadini perché più colti e le

province settentrionali su quelle meridionali perché queste vivevano in una situazione di

sottosviluppo. L’abbassamento del limite di età mirò a far partecipare alla vita politica i più

giovani che erano più vicini allo STATO LIBERALE rispetto agli anziani spesso nostalgici del

passato dinastico;

2. INTRODUZIONE DELLO SCRUTINIO DI LISTA nel quale alcuni vedevano uno strumento

per abbattere il potere della oligarchia moderata, altri un mezzo per allargare l’ampiezza della

circoscrizione elettorale al fine di garantire maggiore adesione del contado della città.

Il territorio nazionale fino allora suddiviso in 508 collegi uninominali fu articolato in 135

COLLEGI PLURINOMINALI; di questi i 36 più grandi portarono in Parlamento 5 candidati ma gli

elettori potevano esprimere 4 preferenze perciò uno dei 5 seggi andava alla lista minoritaria e ciò

per favorire la tutela delle minoranze mentre negli altri collegi erano eletti 2,3,4, candidati ma il

voto avveniva per l’intera lista. Il sistema non raggiunse gli obiettivi prefissati perché era troppo

forte l’egemonia dei cosi detti NOTABILI e la mancanza di un’ apparato (quale il futuro partito

politico) in grado di predeterminare liste omogenee di candidati; il sistema adottato favorì allora la

formazione di liste eterogenee dal punto di vista politico, per il venir meno della “carica ideologica

del voto”, a scapito della qualità della classe dirigente. In ogni modo tale sistema garantì la vittoria

e il rafforzamento del DEPRETIS che era desideroso di fondare la propria politica su una

maggioranza interpartitica che convergesse intorno ad un programma, quello della sinistra; ma se da

un lato il disfacimento dei partiti risorgimentali rafforzò il potere personale del presidente del

consiglio, dall’altro lato rendeva precarie le stesse basi del sistema. Il trasformismo di DEPRETIS

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senza che i suoi sostenitori se ne rendessero conto nascondeva molte insidie, prima fra tutte la

degenerazione del sistema parlamentare, perché era favorito il clienterismo e la tendenza a

sovrapporre gli interessi particolari su quelli pubblici; il trasformismo rispondeva ad un esigenza di

conservazione perché la scelta di DEPRETIS finiva con il favorire il mantenimento di quello status

della società civile favorevole a determinati gruppi economici frenando il riformismo del

movimento operaio, di cui temeva la carica eversiva. Sul piano costituzionale il trasformismo dopo

aver sancito la fine delle speranze di realizzare un sistema parlamentare di tipo britannico fondato

sul bipartitismo determinò un’altra conseguenza, quale il susseguirsi di grande crisi

extraparlamentari (non determinata quindi da mozioni di sfiducia) decise dal presidente del

consiglio che riteneva il mutamento della compagine governativa necessario all’incremento del suo

potere personale. Per porre fine al contrasto sorto tra il Ministero delle Finanze MAGLIANI e il

Parlamento, in seguito alla sua politica fiscale poco rispettosa delle prerogative parlamentari,

DEPRETIS indisse il 25/5/86 nuove elezioni che gli garantirono il rafforzamento del potere ma che

denotavano anche l’ingresso sulla scena politica del movimento operaio. Subito dopo le elezioni

DEPRETIS sciolse il PARTITO OPERAIO ITALIANO perseguendo una politica di vigilanza e di

repressione verso tutte le rivendicazioni del proletariato rendendo evidente l’ideologia

conservatrice; la maggioranza trasformistica fu rafforzata dall’ingresso nella maggioranza della

PENTARCHIA “Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Crispi, Baccarini “ ma ciò fece subire alla sinistra

una notevole involuzione facendole perdere ogni carica innovativa e riformatrice e il patrimonio

ideale di cui era portatrice.

Sotto il Governo della Sinistra il paese cominciò ad acquisire consapevolezza dei problemi da

affrontare grazie all’attività parlamentare della COMMISSIONE D’INCHIESTA e al maggior

numero di dibattiti favorito dalla scelta dei deputati tra uomini dotati di pratica forense e di notevole

esperienza amministrativa. La classe politica dal suo canto avrebbe dovuto risolvere con

l’elaborazione di un serio programma riformatore tutti i problemi che erano stati denunciati dalle

commissioni d’inchiesta ma spesso questi rimasero irrisolti per l’inerzia del potere politico perché

le commissioni erano malviste dal governo che ravvisava in esse uno strumento di controllo troppo

rigido verso i suoi rappresentanti celando una diffidenza ai loro compiti. Tra le più significative

commissione introdotte da una modifica allo Statuto Albertino nel 1878 nel regolamento della

camera ricordiamo sotto la destra la COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA

SICILIA che aveva il compito di accertare l’esistenza di accordi tra la malavita e la politica mentre

sotto il governo della sinistra, ricordiamo le commissioni d’inchiesta sull’esercizio ferroviario, sulla

marina mercantile, sulle tariffe doganali, sulla questione agraria con l’intento di conoscere le

effettive condizioni del paese che però non fu realizzato per la mancanza di mezzi dello stato.

27

CAPITOLO 6

AUTORITARISMO, CONSERVAZIONE PARLAMENTARISMO: CRISPI, DI RUDINì,

GIOLITTI.

Alla morte di DEPRETIS divenne presidente del consiglio FRANCESCO CRISPI il quale avendo

ricoperto la carica di ministro degli interni garantì la continuità politica con il governo che lo aveva

preceduto per la tranquillità della borghesia italiana anche se non mancarono le critiche da parte di

coloro che (come lo SPAVENTA) criticavano il fatto che era divenuto ormai impossibile realizzare

un efficiente sistema bipartitico auspicando invece, una volta che fosse venuta meno la necessità per

le forze liberali di restare unite contro l’opposizione clericale, un’alternanza al potere tra il partito

CONSERVATORE e quel PROGRESSISTA mentre il BONGHI sosteneva che la crisi dei partiti

tradizionali era dovuta al fatto che essi non riuscivano più a farsi portatori delle istanze sociali. Altri

autori (ARCOLEO, MONTALCINI) criticarono il ruolo svolto del PRESIDENTE DEL

CONSIGLIO forte soltanto per le sue qualità di creatore e manipolatore delle maggioranze

parlamentari e tutte queste critiche erano la testimonianza di una forte crisi del sistema politico

esistente nel momento in cui Crispi soli al potere, egli comprese subito che era indispensabile che

l’operato del Governo fosse supportato da una vasta base parlamentare. Questi avevano cominciato

la sua carriera politica come mazziniani partecipando alla rivoluzione siciliana del ‘48 ma del

mazzinianesimo egli aveva accolto più l’intrasigente unitarismo che l’ispirazione democratica,

28

mentre il DEPRETIS era stato formalmente rispettoso delle prerogative parlamentari anche se poi le

attribuzioni delle camere erano, di fatto, da lui controllate e dominate per garantire la preminenza

del Presidente del Consiglio, il Crispi ricorse anche all’utilizzazione delle prerogative regia quando

era necessario abbattere le opposizioni delle Camere. Se da un lato Depetris voleva attraverso la

politica trasformistica creare una vasta maggioranza parlamentare come presupposto per la nascita

di un partito liberale di stile nuovo nel quale fossero rappresentati tutti gli interessi e tutte le

aspirazioni della borghesia italiana del tempo, dall’altro lato Crispi vedeva nel trasformismo un

mezzo con cui strumentalizzare tutte le formazioni politiche presenti in Parlamento per sostenere la

sua azione di governo mostrando un atteggiamento contraddittorio visto che proprio nel momento in

cui voleva ottenere l’appoggio delle Camere sembrava contestare la naturale inclinazione di questa;

assumendo a modello il cancellierato di BISMARCK realizzò un rigido accentramento dei poteri

ma la più grave contraddizione in cui entrò fu quella che si ebbe quando proclamandosi

“rappresentante dell’intera nazione” in una visione unitaria fu costretto ad avvalersi dell’appoggio

della classe conservatrice. Constatando che il trasformismo di DEPRETIS aveva ridotto la vita

politica alla quotidiana ricerca del compromesso senza consentirgli di realizzare un piano di

riordinamento dell’amministrazione centrale e periferica dello Stato, il Crispi nella sua concezione

autoritaria del potere avvertì la necessità di migliorare e di potenziare l’amministrazione pubblica

proponendosi di dare allo Stato strumenti burocratici più moderni che gli consentissero di agire con

maggiore incidenza nella vita sociale, riconoscendo il primato all’amministrazione sulla politica

visto che realizzando una vasta sfera legislativa e amministrativa egli lasciava cadere le idee

inerenti, la concezione del suffragio universale, la trasformazione della camera alta in camera

elettiva e la concezione dell’indennità parlamentare. Mentre DEPRETIS prolungò la sessione dei

lavori parlamentari tenendo continuamente in attività la camera condizionando e quasi paralizzando

l’attività di governo, CRISPI anziché esporre il programma governativo personalmente al

parlamento, preferì affidare al sovrano il compito di delineare l’indirizzo del governo mediante il

discorso della Corona manifestando l’intenzione di circondare del maggior prestigio il suo governo

che egli voleva mettere al disopra degli altri poteri dello stato. La sottovalutazione del ruolo svolto

dal parlamento da parte del Crispi si manifestò in modo evidente, quando costretto ad imporre

nuovi oneri fiscali, per sanare il deficit causato dalle spese militari, sostenute nel corso della politica

estera da lui intrapresa e mediante la quale voleva mostrare a tutto il mondo che l’Italia era ormai

una gran potenza preferì dimettersi il 28-2-89 operando una crisi extraparlamentare, giustificata da

una motivazione molto autoritaria, quale quella “evitare di compromettere in caso di sfiducia

parlamentare i grandi interessi del paese”. Egli fu continuamente preoccupato dall’ansia e

dall’esigenza di rafforzare il potere dell’esecutivo; in materia amministrativa già quando ricopriva

la carica di ministro dell’interno, fece approvare dal parlamento una legge che consentiva al

governo di collocare a propria discrezione in aspettativa o al riposo, i prefetti al fine di sostituire

questi con uomini fedeli al governo anche con coloro che ricoprivano anche altre cariche

incompatibili (venne, infatti, accolta la legge sulle incompatibilità) a danno del livello morale della

vita politica. Da presidente del consiglio propose l’approvazione di un disegno di legge per

conferire al governo maggiori poteri e una maggiore autorità nei confronti del parlamento e

all’interno del gabinetto per conferire al presidente del consiglio superiorità sugli altri componenti

in quanto egli doveva garantire “ l’economia tra i vari servizi, e l’unità della politica”; con tale

disegno di legge Crispi volle evitare che “il parlamento si atteggiasse a TIRANNO facendo del

MINISTRO uno schiavo” e a tal fine sostenne che l’organizzazione dei ministri e dei pubblici uffici

doveva essere disciplinata da decreto legge e non da legge. Al riguardo la legge del 12-2-88

applicando letteralmente l’art.65 dello Statuto attribuiva all’esecutivo la facoltà di organizzare i

propri uffici con semplice decreto e di istituire i cd. Sottosegretari di stato con cui era controllata dal

Governo tutta la vita amministrativa. Il 30-12-88 fu approvata un’altra legge che riformava le

amministrazioni comunali e provinciali; essa era democratica nella sua ispirazione di fondo in

quanto mirava ad allargare l’elettorato attivo e a rendere elettive le cariche di sindaco e di

presidente delle giunte provinciali dirette fino ad allora da un prefetto, ma essa cercò di conciliare

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l’esigenza di decentramento con quella del controllo statale sugli enti locali per evitare il dilagare di

spinte centrifughe e tendenze separatistiche che avrebbero minacciato l’unità nazionale e per

perseguire tale finalità fu istituita la GIUNTA PROVINCIALE AMMINISTRATIVA presieduta dal

prefetto e composta da rappresentanti dell’amministrazione statale ai quali fu affidato il compito di

vigilare sull’attività degli enti locali. L’autoritarismo di CRISPI lo induceva a rafforzare la fiducia

dei cittadini nelle istituzioni dello Stato; nel perseguire tale obiettivo egli riformò la giustizia

amministrativa istituendo la IV SEZIONE del CONSIGLIO DI STATO alla quale fu affidata la

cognizione delle controversie relative agli interessi legittimi dei cittadini contro gli atti

amministrativi oggetto di ricorso per vizio di legittimità nel caso d’INCOMPETENZA, ECCESSO

DI POTERE, VIOLAZIONE DI LEGGE creando un tribunale amministrativo di stile nuovo che

tuttavia rendeva tale settore della giurisdizione vincolato al potere a danno dell’attuazione del

principio della separazione dei poteri. Nonostante la contraddittorietà di tale riforma, un carattere

contraddittorio presentava anche la politica governativa in materia penale in quanto se da un lato

c’era il codice penale di ZANARDELLI emanato nel 1889, il quale mostrava il suo carattere

garantista prevedendo l’abolizione della pena di morte, diminuendo le sanzioni previste per i suoi

reati contro il patrimonio e prevedendo entro certi limiti il diritto di sciopero, dall’altro lato c’era la

legge sulla pubblica sicurezza del 30 – 06 –89 che ribadiva la vigenza d’alcune misure poliziesche

restrittive quali il domicilio coatto, le limitazioni alla libertà di riunione. La minaccia di scandali

derivanti dall’ambiente finanziario in cui moltiplicavano le speculazioni da parte dei politici per cui

il ristagno di capitali immobilizzato in seguito al fallimento delle banche costrinsero il Crispi a

dimettersi nel 1891 e a lui successe il ministero del DI RUDINì. Questi diede un’impronta

conservatrice al Governo in quanto da un lato restituì dignità al parlamento dall’altro abbandonò la

politica legislativa in senso sociale intrapresa dal precedente ministero che per spirito paternalistico

nei confronti dei ceti subalterni ritenendosi rappresentante dell’intera nazione affrontò la cd.

QUESTIONE SOCIALE ( riforma della società del 1888). Il DI RUDINì per garantirsi l’appoggio

della classe conservatrice necessario per attuare il suo programma moderato predispose la modifica

della legge elettorale del 1882 votata dalla Sinistra la quale attraverso lo scrutinio di lista aveva

garantito una maggiore rappresentanza della borghesia cittadina; tale sistema fu criticato da ogni

parte politica per il rifiuto dei notabili ad essere iscritti in liste plurinominali con i conseguenti

condizionamenti esterni. DIRUDINì ripristinando l’antico sistema suddivise il territorio della

penisola in 508 collegi nominali formati sulla base di un numero di abitanti che veniva stabilito

dal Ministro il quale in questo modo poteva colpire le posizioni di individui o gruppi a lui avversi

per favorire candidati notabili, ministeriali per tendenza, con l’unico limite di non comprendere

nella medesima circoscrizione abitanti di comuni appartenenti a province diverse. Anche il

DIRUDINì favorì il decentramento amministrativo ma con finalità diverse da quelle perseguite

dalla Sinistra; mentre questa lo utilizzò come strumento per ottenere una partecipazione popolare

alla gestione delle amministrazioni locali al fine di garantire un’ampia base di consenso dello Stato

liberale, la classe conservatrice vedeva nel decentramento un mezzo per opporsi alla visione dello

Stato come titolare di ogni potere effettivo proprio del nascente socialismo. DI RUDINì affidò il

comando delle province ad un governatore investito di vasti poteri manifestando la volontà della

proprietà terriera e delle forze conservatrici di privare lo Stato di quelle attribuizioni che esercitate

nell’interesse collettivo avrebbero potuto determinare l’avvento del regime democratico; egli però

con una politica economica risparmiatrice e con misure legislative e amministrative di stampo

conservatore tentò invano di ricostruire la Destra storica ( in quanto questa era stata aperta anche

alle istanze progressiste) e in seguito al venir meno della maggioranza parlamentare a causa di

contrasti scoppiati in campo di finanza pubblica egli messo in minoranza fu sostituito il 5-5-92 da

Giolitti. Alcuni autori come BONGHI criticarono la procedura con cui Giolitti salì al potere la sua

nomina venne fatta mediante DECRETO REALE prima che si fosse formato il nuovo governo ma

in realtà il Giolitti non si presentò come conservatore in quanto il 1° obiettivo che venne da lui

perseguito fu la creazione della netta contrapposizione tra sinistra al governo e destra

all’opposizione. Egli si distinse dai suoi predecessori CRISPI e DIRUDINì laddove il 1° aveva

30

favorito, avvalendosi frequentemente delle prerogative regie per accrescere l’autorità e il prestigio

del proprio governo, il reinserimento della monarchia, mentre il 2° pur deludendole nel ridurre le

spese militari l’aveva incoraggiate nelle sue aspirazioni conservatrici. GIOLITTI si propose di

rompere il totale distacco tra pese reale e paese legale cercando di rendere i l paese partecipe della

vita delle istituzioni pubbliche e per perseguire tale obiettivo egli non si avvalse dell’appoggio

dinastico ma del ripristino di un corretto sistema parlamentare basato sul consenso dell’elettorato e

sul rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento ; per realizzare il suo programma ricorse alla

nomina di 81 senatori a lui fedeli ideologicamente riducendo il numero dei senatori conservatori e

avvalendosi della legge Crispina sul decentramento prese a nominare commissari prefettizi nei

Comuni il cui consiglio era stato da lui sciolto, e sostituire prefetti e facendo uso degli strumenti di

pressione sull’elettorato sperimentati del Nicotera sotto depretis utilizzo il sistema elettorale

uninominale a vantaggio della sinistra consentendogli di ottenere nelle elezioni del 6-11-92 una

larga vittoria. Una legge del 10- 8- 93 istituì la BANCA D’ITALIA quale istituto d’emissione che

metteva nelle mani dello stato un’importante strumento di azione economica e finanziaria, contro

l’opposizione dei conservatori furono emanate leggi ( sulle pensioni, sull’istituzione di un collegio

di probiviri competente nelle controversie di lavoro) dirette a tutelare le classi più deboli e disagiate.

CAPITOLO 7

LA PRIMA CRISI DELLO STATO LIBERALE

Giolitti era un uomo nuovo in quanto apparteneva ad una generazione che considerava la storia

dell’unificazione italiana come appartenente al passato; diversamente dei suoi predecessori egli

riteneva che non dovevano essere repressi i fermenti e le spinte sociali provenienti dal mondo

operaio e lasciò che le organizzazioni si sviluppassero liberamente. Fu proprio sotto Giolitti che

nacque il PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI che per la 1° volta rappresentava e dava

voce sulla scena politica alle esigenze e ai bisogni del proletariato staccandosi dall’anarchismo

utopistico di BAKMIN; queste complessa operazione politica fu compiuta da FILIPPO TURATI

fondatore e direttore del periodico “CRITICA SOCIALE” che ospitava gli scritti degli intellettuali

più sensibili al problema del socialismo mirando a far avvicinare al partito socialista anche i ceti più

colti della borghesia che furono molto suggestionati dal movimento d’idea inaugurato da KARL

MARK. Una tappa molto importante fu il congresso di Genova dell’AGOSTO 1892 in cui 324

ASSOCIAZIONI OPERAIE fondarono il PARTITO DEI LAVORATORI (più tardi chiamato

PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI) il quale nello statuto si proponeva una

lotta immediata per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Il PARTITO

SOCIALISTA si pose subito il problema di coordinare l’agitazione dei contadini; nel 1823 presero

il via i FASCI SICILIANI che esprimevano la ribellione delle masse rurali costrette inseguito alla

31

politica fiscale e tributaria dei governi precedenti a vivere in condizioni d’estrema miseria

aggravante anche dagli abusi e dalle sopraffazioni dei ceti dominanti. Giolitti, contrariamente al

CRISPI, riteneva che lo sfruttamento ad oltranza dei lavoratori fosse un GRAVE OSTACOLO allo

sviluppo del paese mentre il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’adeguamento dei salari

avrebbero incentivato l’investimento di capitali favorendo l’attività produttiva; fedele ai suoi ideali

liberali egli fu restio ad impiegare le forze armate per soffocare i Fasci siciliani salvo in caso di

violazione della legalità e vide nello sciopero e nelle rivendicazioni di massa non un attentato alla

sicurezza dello Stato ma un momento dello sviluppo della società. Lo scoppio di moti analoghi di

un gruppo di cavatori di marmo LUMGANA suscitò l’opposizione della classe dirigente e dei ricchi

proprietari terrieri i quali temevano che tutta la penisola potesse essere investita dalla rivoluzione

socialista; Giolitti fu accusato di debolezza e coinvolto negli scandali bancari, fu fatto cadere e al

suo posto tornò al potere il Crispi che si proponeva come l’esponente più qualificato delle istanze

dei grandi proprietari terrieri e della borghesia industriale. L’esperienza giolittiana del 1892-93

aveva mostrato che gli istituti liberali potevano riprendere vigore solo con la riaffermazione del

primato del Parlamento contestato dall’autoritarismo di crispi e dal conservatorismo di DIRUDINì;

non mancarono tuttavia le critiche al parlamentarismo da parte di coloro (bonghi) che attribuivano

ad esso la decadenza, durante il periodo del trasformismo, delle istituzioni pubbliche e la crisi del

regime statutario. Il BONGHI inoltre nel suo saggio su l’ufficio del principe in uno stato libero”

aveva accusato Giolitti di aver cercato l’appoggio della Corona nel momento della sua ascesa al

potere violando in tal modo la prassi costituzionale; per evitare il rischio che la monarchia potesse

essere nuovamente esposta sul piano politico, il BONGHI sostenne l’opportunità di creare un

organo costituzionale, modello sul PRIVY COUCIL del sistema britannico, che avrebbe dovuto

garantire la preminenza della monarchia la quale dal canto suo doveva esercitare una sorta di tutela

politica dall’alto in modo da porre un freno al parlamentarismo dilagante che aveva reso il Governo

succube delle Camere e al fine di ridare prestigio alle prerogative regie. Ne seguì un acceso dibattito

tra parlamentari e monarchie costituzionali, dibattito che si fece più violento al momento della

caduta del governo GIOLITTI; il sovrano designò come presidente del Consiglio l’allora presidente

della Camera ZANARDELLI il quale nominò come ministro della guerra il generale BARATIERI

che fu indotto dal sovrano a rifiutare tale incarico. Di fronte a tale previsione, ZANARDELLI,

fedele ai principi liberali e contrario alla triplice alleanza, (stipulata nel 1882 con la Germania e

l’Austria al fine di evitare l’isolamento internazionale del DEPRETIS ma interpretato in senso

antifrancese da CRISPI che avviò una decisa politica imperialistica conquistando l’ERITREA nella

quale veniva vista la terra che avrebbero potuto offrire la risoluzione della crisi dei contadini

dell’Italia meridionale bisognosi di terreni) rinunciò all’incarico di formare il governo dando terreno

libero ai conservatori desiderosi di veder represse le sommosse dei lavoratori; tale situazione

consentì il ritorno al potere di Crispi il 15-12-93 il quale sperava di poter fare affidamento su una

maggioranza trasformista ma invece si vide costretto a difendere lo Stato unitario dai nuovi nemici

che ora si organizzavano nel partito socialista. Aderendo ad una concezione giuridica della proprietà

egli sosteneva che era assurdo il progetto perseguito da chi infondeva nelle masse lo spirito di

ribellione contro i grandi proprietari; non comprendendo le effettive condizioni di disagio dei

contadini che erano alla base della “questione sociale” e della protesta, emanò nel 1894 un decreto

reale con cui vennero adottati provvedimenti eccezionali in Italia. In particolare venne istituito lo

stato d’assedio dell’isola, il governo della quale fu affidato all’autorità militare e ritenendo che il

mutato assetto della società ad opera dei ceti subalterni potesse minacciare le basi dell’unita d’Italia

comandò alle truppe di reprimere le agitazioni popolari. Crispi istituì un governo molto autoritario

che negava i postulati codificati nello Statuto confortato in ciò dal silenzio del Parlamento e

dall’appoggio del re; adottati i provvedimenti eccezionali con i quali furono istituiti tribunali

militari che procedettero a processi sommari anche verso i soli sospettati, fu sciolto il partito

socialista confondendo anarchismo e socialismo, fu limitata la libertà di stampa, fu tolto il diritto di

voto a circa 800.000 elettori sospettati di essere animati da sentimento d’opposizione.

Significative furono tre leggi approvate dalla camera nel luglio 1894:

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1. la legge sul possesso dei materiali esplosivi;

2. la legge che inaspriva le pene per l’apologia del terrorismo e per l’istigazione dei militari

alla disobbedienza;

3. un’altra ancora che vietava le riunioni e le associazioni che tendevano a sovvertire

l’ordinamento sociale.

L’assoluzione di coloro che furono coinvolti negli scandali bancari accusati di corruzione indussero

GIOLITTI a presentare alla Camera nel dicembre del 1894 il cd. PLICO GIOLITTI formato da

documenti atti a provare la complicità del CRISPI nella vicenda bancaria il quale fece firmare dal re

un decreto che prorogava la sessione parlamentare e fece incriminare GIOLITTI per sottrazione di

documenti alla Camera anche se GIOLITTI essendo stato presidente del Consiglio non poteva

essere giudicato dalla magistratura ordinaria ma soltanto dalla Camera alta (senato) costituita in

alta Corte di Giustizia. Accanto a tal episodio fu singolare anche il modo con cui Crispi trattò il

Consiglio dei ministri in quanto egli prese numerose decisioni senza nemmeno consultare i suoi

colleghi di Gabinetto poiché tale autoritarismo che spesso andava di là dei limiti costituzionali

invadendo i settori riservati al parlamento e alla magistratura non era giustificato da

alcun’emergenza è condivisibile la tesi di chi vide nel 2° governo Crispina ma vera e propria

dittatura personale.

Sul fronte esterno Crispi spinto dalla sua visione del destino coloniale della nazione riprese le

guerre d’espansione territoriale in Africa; occupò KASSALA in SUDAN, deteriorò i rapporti con

l’ABISSINIA a tal punto da suscitare la reazione di MENELIK che riportò due successi. Crispi

volle la rivincita; sostenuto da triplicisti affidò al generale BARATTIERI un corpo di 18.000 uomini

e questi senza attendere i rinforzi agì precipitosamente marciando in Adua ove le colonie Italia mal

collegate furono tragicamente battute. Crispi travolto dalle critiche, fu costretto a dimettersi il 5- 3-

96 rimanendo vittima della propria incapacità. Il re forte di una pubblicistica che andava

riaffermando le prerogative regie affidò l’incarico di formare il nuovo governo al generale

SARACCO che era un uomo di sua fiducia il quale dovendo dar vita ad una maggioranza

extraparlamentare resosi conto della difficoltà di governare con l’opposizione restando ministro

della Guerra cedette la direzione del ministero al DIRUDINI. Questi mantenne una certa continuità

con il suo 1° Ministero; egli subito dopo la sua solita al potere ottenne la maggioranza parlamentare

per porre fine alla campagna africana e forte di questa stipulò la pace d’ADDIS ABEBA. Con tale

azione il DIRUDINì dava la sensazione di non sottovalutare più il parlamento e le sue prerogative

ma il suo ministero fu molto contraddittorio in quanto se da un lato voleva sancire la rottura con

l’autoritarismo Crispino dall’altro era caratterizzato da un’innegabile vocazione conservatrice che

mantenne il DiRudinì molto diffidente verso le forme di progresso e sviluppo sociale esaltate dal

socialismo. In Sicilia venne istituito il COMMISSARIATO CIVILE che si fece portatore degli

interessi dei grandi proprietari terrieri contribuendo al rafforzamento dell’egemonia che essi

esercitavano mediante il latifondo e gli iniqui fatti agrari; mediante tale forma di decentramento

regionale il DIRUDINì volle consolidare le basi del potere esercitato nell’isola dei proprietari

terrieri a scapito dei poteri degli uffici delle amministrazioni periferiche dello Stato in conformità

ad una visione aristocratica e conservatrice di una “ NAZIONE SICILIANA” contrappone alle altre

parti dello Stato. Con la legge del 29-7-96 venne sancita l’elettività di tutti i sindaci da parte dei

consigli comunali con l’intento, poi bocciato dal timore di una rivolta, di restringere il suffragio ai

più colti consentendo alla borghesia agraria di nominare gli amministratori comunali fino a quel

momento scelti dall’autorità amministrativa. Alla compagine ministeriale presieduta dal DIRUDINì

mancò un punto di riferimento istituzionale; era in discussione lo stesso regime parlamentare e

rispetto alla crisi istituzionale sorse un acceso dibattito tra i conservatori che fecero dell’opera “

tornano allo statuto” di sonnino che proponeva un’interpretazione letterale della corte

costituzionale a favore di un ritorno alla forma costituzionale caratterizzata da un rafforzamento

delle prerogative regie e del potere dell’esecutivo a scapito delle prerogative parlamentari e

l’opposizione. La lotta tra i due schieramenti si acuì nel 1898 allorquando in varie città italiane

scoppiarono violenti tumulti in segno di protesta contro l’aumento del prezzo del pane causato dalla

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scarsità del raccolto e della mancata abolizione del dazio sul grano da parte del DIRUDINì;

L’episodio più grave si verificò a Milano quando le truppe guidate dal generale BAVA BECCARIS

spararono sulla folla provocando l’eccidio di centinaia di persone e tale gesto fu seguito dalla

consegna al generale del decoro militare dal parte del sovrano. Continuò intanto l’atteggiamento

repressivo del governo; i tribunali rogarono enormi condanne contro gli esponenti del Partito

socialista, furono chiuse Università e Camere del lavoro, venne limitata la libertà di stampa,

furono soppresse le guarantige costituzionali ma il DIRUDINì non ottenendo l’appoggio del re fu

obbligato a dimettersi nel giugno del ’98 e fu sostituito con il PELLOUX laddove tale scelta fatta

dal sovrano fu il frutto di un compromesso tra le aspettative degli ambienti conservatori e il

parlamento visto che da un lato essendo il generale legato alla dinastia, offriva garanzie sufficienti

sul mantenimento dell’ordine e della legalità, dall’altro godeva anche della simpatia degli ambienti

di sinistra per la sua decisa approvazione dell’ultimo ministero del CRISPI. In questo modo il

sovrano cercava di controllare più direttamente il GOVERNO facendogli realizzare la politica che

più gli appariva gradita dal presidente del consiglio che altro non ere che un uomo di sua fiducia.

Pelloux in un 1° momento fece cadere dinnanzi alle camere numerosi disegni di legge restrittivi

della libertà statutaria mostrandosi in questo modo incline a recepire le istanze degli oppositori e

ciò per il fatto che egli si rese conto che era opportuno giungere ad una normalizzazione della

situazione politica prima di adottare provvedimenti tendenti a rafforzare l’esecutivo. La paura del

ripetersi di situazioni rivoluzionarie che poteva essere molto fondata, fosse proceduto nell’opera

riformatrice a favore dell’elevazione del tenore di vita e delle condizioni delle classi subalterne e

l’influenza da parte degli ambienti di corte e del sovrano lo indussero a mutare, inasprendo, il suo

atteggiamento reiterando con emendamenti i provvedimenti politici predisposti dal DIRUDINIì;

questi prevedevano la militarizzazione del personale delle ferrovie, delle poste, dei telegrafi, sancì il

divieto dello sciopero degli addetti ai pubblici servizi, il divieto di riunioni, lo scioglimento delle

associazioni sovversive degli ordinamenti sociali e la limitazione della liberta di stampa. Non si rese

conto che occorreva allargare la partecipazione popolare al potere con la pubblica istruzione e con

una più equa distribuzioni non faceva che per aggravare la crisi del sistema politico in quanto il

Parlamento fu incapace di mediare tra GOVERNO e paese per il progressivo venir meno della

rappresentatività dei suoi membri inetti ad esprimere maggioranze ed opposizioni omogenee e ciò

acuì il contrasto tra il PAESE REALE e PAESE LEGALE e quindi tra STATO e SOCIETà

CIVILE. La svolta conservatrice di PELLOUX si ebbe nel maggio 1899 quando egli per

accelerare l’inter procedurale per l’approvazione dei disegni di legge da lui proposti, sostituì i

ministri provenienti dalla sinistra con esponenti della sinistra che per la 1° volta fece ricorso alla

tecnica dell’ostruzionismo parlamentare, imitando quanto era accaduto in Inghilterra alla Camera

Dei Comuni dove i deputati irlandesi avevano cercato d’impedire l’approvazione di proposte di

legge lesive dei diritti della loro minoranza, in questo modo la Sinistra promulgò senza limiti il

dibattito presentando ininterrottamente proposte in sospensive, d’ordini del giorno, formulazioni

d’emendamenti, richieste di verifica del numero legale. Pelloux incapace di fronteggiare una

simile situazione su suggerimento del Sonnino pensò di liquidare l’opposizione della Sinistra

proponendo una modifica dal regolamento che riducesse a 15 minuti il tempo massimo di cui

poteva disporre ogni deputato per intervenire nel dibattito e che introduceva la votazione per alzata

di mano riducendo invece quella per appello nominale soltanto alla chiusura della discussione

generale e al complesso dell’articolo in discussione e l’ostruzionismo della sinistra s’incentrò

proprio sulla proposta di tali modifiche del regolamento. Pelloux impose allora la chiusura delle

camere giustificando tale azione con la volontà di evitare l’ulteriore degrado e menomazione delle

prerogative parlamentari e fece approvare i suoi provvedimenti restrittivi con DECRETO REALE,

ma nonostante la possibilità di decidere se approvare o respingere entro 20 giorni dall’emanazione

del decreto reale i provvedimenti reazionari del Pelloux, il timore che questi potesse

ulteriormente esautorare il Parlamento indusse la maggior parte dei deputati ad opporsi al Governo.

La corte dei Conti cui veniva trasmesso il decreto per la registrazione, lo approvò con riserva in

quanto in esso si prevedevano sanzioni nei confronti di fatti che in realtà non erano reati; anche la

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Corte di Cassazione, investita del ricorso di un anarchico incriminato, pur non avendo il potere di

giudicare la legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, sostenne la

NULLITà del decreto governativo in quanto era ancora in attesa della ratifica da parte del

Parlamento. Dinnanzi a tale opposizione il 3-6-1900 Pelloux ricorse a nuove elezioni per ottenere

la legittimazione a compiere la revisione autoritaria dell’ordinamento statale; tuttavia le votazione

sancirono la sua sconfitta a vantaggio della rappresentanza parlamentare di stampo socialista che si

raddoppio e il 18-6-1900 Pelloux si dimise. Il re affidò la presidenza del consiglio al SARACCO il

quale si propose, nella via della riconciliazione, di formare un governo pluripartitico; dopo di che

ritirò i provvedimenti del suo predecessore e prepose una riforma del regolamento della Camera per

garantire un ordinato svolgimento delle discussioni e delle votazioni ma ciò non bastò ad evitare un

grave episodio e testimonianza della tensione che si era determinata: il 29-7-1900 l’anarchico

GAETANO BRESCI uccise a Manza UMBERTO I nell’intento di vendicare i morti del ’98 e il

regicidio segnò la fine di un periodo caratterizzato dal prevalere delle forze antidemocratiche grazie

all’avvallo di un sovrano imprudente. CAPITOLO 8

L’Età GIOLITTIANA E LA RIPRESA DELLE ISTITUZIONI LIBERALI

Fu grazie alla forza delle istituzioni liberali e della tradizione risorgimentale custodita dai settori più

progressisti del parlamento ad impedire che l’involuzione reazionaria dei governi travolgesse le

istituzioni rappresentative e lo Statuto del regno; tuttavia il periodo corso dalle istituzioni evidenziò

i limiti della costruzione statale fatta durante il risorgimento quali, il carattere elitario del suffragio

elettorale che limitava la partecipazione popolare alla vita politica e la perdurante centralizzazione

amministrativa ma tali limiti erano giustificati dalla scarsa funzionalità della scuola (il 56% della

popolazione era analfabeta con punte elevatissime al sud e nelle isole) e dal carattere gramo e

misero della vita locale. Un grave elemento di squilibrio nella vita pubblica fu rappresentato dalla

discriminazione di diritto e di fatto operata dallo Stato e dalla classe dirigente verso i sindacati, le

associazioni professionali e i raggruppamenti politici che si resero interpreti degli interessi e delle

associazioni delle classi subalterne escluse dalla vita delle istituzioni e che fino allora erano state

costrette ad agire nell’illegalità e nella clandestinità. Tale situazione venne mutando con la nascita

del partito socialista del 1892 che con il suo sviluppo graduale costituì un elemento di novità in

quanto non si trattava di mere associazioni elettorali ruotanti attorno ai notabili solo in occasione

delle elezioni, ma si trattava di una struttura organizzativa che cercava di diffondersi in modo

capillare nell’intero territorio nazionale al fine di riunire quanti aderivano alle correnti socialiste di

35

là dalla semplice questione elettorale. I documenti programmatici, gli statuti, il tesseramento, i

congressi periodici, l’organizzazione degli iscritti in federazioni e sezioni, gli organi direttivi elettivi

aventi funzioni di guida e disciplina contribuirono alla formazione del 1° partito di massa. I cattolici

invece non riuscirono ad acquistare autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche e un’esatta

collocazione nello schieramento politico. Il SARACCO entrò in crisi, nonostante il processo di

liberalizzazione da lui avviato, il 6-2-1901 in seguito ad un voto di sfiducia del Parlamento per la

sua politica interna di fronte alle organizzazioni sindacali; il comportamento incoerente del

Presidente del consiglio scatenò un dibattito nel quale si distinse Giolitti che riconobbe la libertà

d’organizzazione e d’AZIONE POLITICA alle classi lavoratrici partendo dalla considerazione che

l’unica possibilità di rappresentanza per lo Stato liberale era rappresentata proprio dall’allargamento

delle sue basi mediante il coinvolgimento nella vita politica di quelle forze e di quelle classi

popolari che fino allora erano state emarginate ed intuì che l’isolamento politico di tali classi

avrebbe creato un clima d’assedio attorno allo Stato che prima o poi avrebbe portato alla sua caduta.

Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II nominò come successore del SARACCO , ZANARDELLI

mentre Giolitti fu ministro dell’Interno ; si trattò di una scelta che fu molto gradita dagli ambienti

della sinistra in quanto Zanardelli si era già impegnato a favore dell’autonomia della magistratura

del potere esecutivo modificando le circoscrizioni giudiziarie e le procedure per le ammissioni e le

promozioni dei magistrati. La politica riformistica del Zanardelli fu testimoniata dal codice penale

che porta suo nome e della tutela da lui promossa dall’esercizio del diritto di sciopero rompendo

così l’atteggiamento dei governi precedenti che avevano sempre tale atteggiamento accompagnato

anche dall’infornata di 38 senatori preoccupò non poco le classi conservatrici ; Zanardelli

accogliendo la proposta d’introduzione del divorzio del deputato BERENINI manifestò apertamente

il carattere riformatore e laico della propria azione politica ma ragioni d’opportunità politica fecero

sì che l’iniziativa non fosse portata avanti anche perché non godette dell’appoggio di tutti i liberali

timorosi di uno scontro frontale con la Chiesa che avrebbe sempre di più lasciato la società italiana .

Dopo le dimissioni del Zanardelli divenne Presidente del Consiglio il GIOLITTI che fu al potere dal

novembre del 1903 al marzo del 1914 . La base del suo potere poteva essere il Parlamento in quanto

la Corona avendo perso il suo prestigio nei confronti dei ceti popolari a causa della condotta

repressiva e reazionaria che aveva caratterizzato il ministero di CRISPI, DIRUDINì, PELLOUX;

in un 1° momento GIOLITTI fu facilitato nella sua politica dall’atteggiamento di VITTORIO

EMANUELE III il quale abbandonò le velleità autoritarie del padre. Giolitti si preoccupò di

rafforzare ridefinendole, le attribuzioni del presidente del consiglio che avrebbe dovuto svolgere

una funzione di coordinamento all’interno del Consiglio dei ministri per garantire l’unità d’intenti e

di programmi; a tal fine furono sottratti all’egemonia dinastica i ministeri degli Esteri, della guerra,

della Marina. Nonostante l’accantonamento delle prerogative regie di fatto l’azione del Giolitti

determinò anche una diminuzione del potere delle assemblee legislative a vantaggio del governo

considerato non più secondo lo schema rivoluzionario come lo strumento esecutivo della volontà

del Parlamento ma come l’organo incaricato di determinare e definire l’indirizzo politico generale e

di attuare la volontà dello Stato in tutti i settori della vita pubblica. Da ciò derivò l’interesse

giolittiano per la pubblica amministrazione e per la burocrazia di cui cercò di rinsaldare i legami

con il potere esecutivo in quanto esse avrebbero dovuto sempre fiancheggiare l’azione del Governo

laddove mentre durante il Governo della destra ci fu una confusione del Governo laddove mentre

durante il Governo della destra ci fu una confusione tra politica e amministrazione nel senso che

burocrati e parlamentari si erano spesso scambiati i ruoli a seconda delle necessità, sotto il governo

della sinistra si cercò di realizzare la loro separazione riaffermando il primato della politica

sull’amministrazione evitando gli abusi della 1° sulla 2°. Giolitti si trovò dinnanzi ad una situazione

particolare in quanto la sfera dell’amministrazione si era andata progressivamente estendendo con la

conseguente crescita degli organi e dei ruoli della burocrazia, il Presidente del consiglio cercò di

razionalizzare i rapporti tra classe politica e ceto burocratico favorendo l’adeguamento

dell’apparato statale alla nuova realtà sociale. In particolare GIOLITTI riordinò all’interno i

ministeri per renderne più funzionale l’azione e istituì una seri e di organi, commissioni, giunte

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consultive che avrebbero favorito l’avvicinamento dello Stato alle esigenze dell’amministrazione;

fu creato il MAGISTRATO DELLE ACQUE per razionalizzare e coordinare l’impiego delle risorse

idriche del paese, le commissioni civili per la realizzazione di interventi nel mezzogiorno, le Casse

di risparmio postali in sede locale e la banca depositi e prestiti operanti sotto la direzione del

Ministero del TESORO utilizzati dal Governo come strumenti propulsivi della vita economica.

Giolitti riuscì a realizzare la nazionalizzazione delle ferrovie molto importante per la sua

importanza economica-sociale; la novità più importante fu la creazione di enti pubblici funzionali

aventi la competenza esclusiva su certi settori della vita pubblica come gli enti operanti nel settore

assicurativo e previdenziale sottoposti al monopolio pubblico (si pensi all’INA istituita nel 1912).

Lo sviluppo dell’apparato amministrativo e il rafforzamento dei poteri della burocrazia ebbero come

conseguenza la professionalizzazione della vita politica resa necessaria dallo sviluppo economico

scaturito dall’industrializzazione del paese, tale tecnizzazione della vita pubblica mutò la

composizione della classe politica che doveva presentare una particolare preparazione tecnico-

culturale e cognizioni specifiche; da ciò derivò l’introduzione nel governo da parte di Giolitti e di

esponenti del mondo finanziario, economico e sindacale. Una radicale modifica delle assemblee

parlamentari, una specificazione delle loro competenze e un loro adeguamento alla rappresentanza

di ceti dominanti a quel tempo non era ammissibile senza naturalizzare le situazioni dello Stato

liberale; seguendo l’esempio politico di DEPRETIS egli cercò di introdurre il suffragio universale

per rafforzare le basi del suo partito. Il partito liberale a differenza di quello dei socialisti non aveva

un’organizzazione partitica efficiente e funzionale fondata sull’apparato pratico dei sindacati e sul

supporto tecnico di un’ideologia di classe e quindi era sprovvista di quegli strumenti d’azione

politica che apparivano essenziali; fino ad allora esso era stato favorito dal sistema uninominale o

doppio turno che gli consentiva di controllare in sede locale la maggioranza dei collegi attraverso i

notabili ( quali esponenti della ricca borghesia terriera) e tale situazione aveva consentito al partito

liberale di fare a meno di una sua organizzazione politica; anche il fatto di essere appoggiati dai

maggiori quotidiani non aveva reso necessario ai liberali di fondare un quotidiano di partito e

molto utile era l’appoggio che il governo forniva ai propri sostenitori in cambio del loro appoggio

( erogazione di fondi per la costruzione di una strada, di una ferrovia e di altre opere pubbliche).

Tale prassi però poté essere sufficiente fino a quando il conflitto riguardava esponenti della

moderna classe politica affini per aspirazioni e ideali; non appena assunse rilevanza anche la

rappresentanza degli interni delle classi subalterne tali metodi si rivelarono inefficaci. Giolitti pur

comprendendo la necessità di allargare le basi del proprio consenso restò ancorato ai metodi politici

tradizionali; ciò venne confermato dal fatto che egli per ottenere l’appoggio della sinistra tentò di

inserire nel governo i dirigenti riformisti del movimento operaio mentre rispetto al rapporto con i

cattolici egli cercò di accordarsi con essi. Si trattava di operazioni della logica spartitoria e

trasformistica che miravano alla creazione di alleanze con singoli individui e con gruppi di deputati,

si pensi all’invito rivolto a Filippo Turati il quale tuttavia rifiutò di far parte della compagine

governativa per evitare di “imborghesire” il partito socialista in quanto tale operazione avrebbe

potuto far venir meno il consenso delle masse in quanto persistevano nel paese larghe zone d’ombra

caratterizzata da una classe conservatrice ancora forte e resistente. Senza l’appoggio dei radicali e

dei socialisti, Giolitti dovette scegliersi una maggioranza composita all’interno della camera e la

sua maggiore preoccupazione fu quella di cercare voti nell’assemblea legislativa. Nel 1904 in

seguito ad uno sciopero generale proclamato dalla camera del lavoro dinnanzi all’eccidio di un

gruppo di lavoratori avvenuto in SARDEGNA, Giolitti evitò di ricorrere ad atti di forza e ad inutili

repressioni; concluso lo sciopero egli approfittò della circostanza per indire nuove elezioni il cui

risultato fu nettamente favorevole ai socialisti e la sua vittoria fu favorita dalla paura che molti

settori della borghesia avevano del sindacalismo rivoluzionario e dall’appoggio dei cattolici che

parteciparono al voto in quanto la tensione creata dalla protesta dei lavoratori aveva indotto, PIO X

a mitigare il contenuto del NON EXPEDIT con cui aveva invitato l’elettorato cattolico

all’ostruzionismo. Rafforzata la maggioranza parlamentare che lo sosteneva egli poté operare con

maggiore tranquillità nell’ambito di una politica trasformistica caratterizzata dall’impiego di

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strumenti non sempre moralmente corretti a scapito del livello della classe politica; le sue infornate

vennero aspramente criticate ma il metodo politico da lui impiegato fu intrapreso anche dal

FORTIS, LUTTAZZI, SONNINO suoi momentanei sostenitori dopo la crisi extraparlamentari cui

Giolitti faceva spesso ricorso dimettendosi oppure qualvolta in caso di difficoltà al fine di evitare di

ottenere la sfiducia del Parlamento. Il 4-3-1905 Giolitti si dimise per motivi di salute in occasione

della protesta dei ferrovieri in relazione alla questione della possibilità di esercitare il diritto di

sciopero da parte di coloro che erano addetti ai servizi pubblici; il sovrano affidò l’incarico di

formare il nuovo governo al FORTIS che ebbe modo di sancire il passaggio allo Stato delle società

ferroviarie ma cadde in seguito ad una crisi extraparlamentare il 17-12-1905, causata dalla mancata

approvazione da parte della camera di un accordo commerciale con la Spagna che riduceva il dazio

sui vini. Il sovrano, spinto dalla necessità di mantenere al potere colui che godeva formalmente

dell’appoggio del Parlamento, ripropose alla presidenza del consiglio FORTIS, ma il 1°-2-1906 il

coalizzarsi delle opposizioni e lo sgretolarsi di una maggioranza guidata dal suo leader naturale fece

venir meno la fiducia della camera aprendo una crisi parlamentare che si concluse con la naturale

designazione alla presidenza del consiglio di colui che aveva saputo guidare l’opposizione contro

Giolitti SIDNEY SONNINO. Poiché questi ebbe l’appoggio di gruppi e di persone diverse per

ideali politici che andavano dalla sinistra socialista e radicale sino alla destra conservatrice non

riuscì ad essere una salda maggioranza e per questo SONNINO dopo solo tre mesi di governo si

dimise; di fronte alla violenta repressione degli operai nel corso degli scioperi del 1904 i socialisti

proposero a SONNINO la presentazione di un disegno di legge che prevedesse l’arresto e la

fruizione degli agenti di polizia che avevano fatto uso delle armi ma non ottenendo il consenso del

presidente del consiglio lo abbandonò, persino d’immettendosi dalla loro carica di deputata

secondo quanto affermavano i massimalisti che ritenevano che “il proletariato non può avere alcuna

fiducia nel governo della borghesia”. Dopo un voto di sfiducia della camera il governo SONNINO

cadde il 15-5-1906 per una singolare crisi parlamentare caratterizzata dalle dimissioni di un gruppo

di componenti che dichiaravano di rifiutare le istituzioni e i metodi di lotta politica che queste

postulavano. Le nuove elezioni indebolirono ulteriormente il Partito socialista per la inutilità di un

simile gesto rivelatore di un estremismo assurdo mentre riportarono al governo GIOLITTI che

restò in carica dal 29-5-1906 al 2-12-1909 periodo in cui lo stato italiano raggiunse una prosperità

economica senza precedenti e in quel triennio ci fu anche un miglioramento nel livello medio della

coscienza politica dei suoi abitanti. Il progresso economico, le riforme sociali, gli incentivi per le

aree meno favorite del mezzogiorno testimoniarono il grande sforzo compiuto deal ministero per

l’allargamento delle basi dello stato secondo un programma in cui lo sviluppo della borghesia

andava di pari passo con l’elevazione del proletariato meglio tutelato da certe norme emanate in

campo previdenziale e assicurativo e meno sul piano fiscale ed era proprio nell’alleanza tra

borghesia progressista e proletariato non estremista, disposto a far parte della compagine di governo

che si fondava il sistema giolittiano proiettato verso lo sviluppo della società e il consolidamento

delle istituzioni. Ci fu la riforma sullo stato giuridico degli impiegati statali, riordinamento della

giustizia amministrativa che fu però criticata in quanto costituiva il rapporto di pubblico impiego

sul modello della struttura delle forze armate con la rigida gerarchia tra superiore e inferiore, fu

criticata anche l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura in quanto era formato da

membri nominati anche dal governo con la subordinazione del potere giudiziario al potere

esecutivo, ma la critica più accesa era quella contenente l’assenza di una sostanziale riforma

dell’ordinamento dell’amministrazione provinciale e comunale fondata sul decentramento in quanto

Giolitti non volle alterare la struttura dello stato per non pregiudicare la sua stabilità. Nel 1909 ci

furono nuove elezioni che egli affrontò con i soliti metodi di concessione ai suoi sostenitori di

fazioni in cambio del loro appoggio; forte del consenso dei socialisti e dei cattolici egli ottenne

nuovamente la maggioranza nel corso della consultazione del 7.3.1909.. nonostante le ingerenze

governative e la manipolazione giolittiana la consultazione aveva alterato il quadro politico

tradizionalmente espresso dal paese in quanto era stata caratterizzata dal rafforzamento di quei

gruppi cattolici e socialisti; per evitare di ottenere la sfiducia ed essere meno in minoranza egli il

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2.12.1909 rassegnò le dimissioni con una motivazione mai adottata fino ad allora quale la

designazione di commissari per l’esame di un disegno di legge sulla riforma tributaria effettuata

dagli uffici della camera in contrasto con le designazioni governative anche se contrariamente a

quanto fece Giolitti tale designazione non ebbe mai un valore politico di fiducia o sfiducia verso il

governo ma solo il valore di una scelta d’opportunità tecnica. Giolitti cedette infatti il potere per la

2° volta a Sonnino che fu Presidente del Consiglio del 19.12.1909 al 21.3.1910 dovendosi scontrare

con la fortissima ostilità della camera elettiva abituata a vedere in Giolitti il dominatore della vita

politica italiana. Più lunga fu la vita del ministero LUTTAZZI il quale comprendendo che

l’innalzamento del livello culturale delle masse era il presupposto fondamentale per la concessione

del suffragio universale attuò una riforma scolastica che affidava allo Stato, centralizzandolo, e non

ai comuni l’istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni; tale riforma per le numerose carenze

strutturali non portò a risultati immediati e per questo LUTTAZZI mantenne inalterato il legame tra

diritto di voto e istruzione ammettendo a far parte dell’elettorato attivo soltanto coloro che sapevano

leggere e scrivere e temperò tale critica con l’introduzione dell’obbligatorietà del voto individuando

i ricchi proprietari tecnici a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Il progetto del LUTTAZZI

con le sue contraddizioni e i suoi limiti suscitò perplessità tra gli stessi liberali e opposizione tra i

socialisti e i democratici più avanzati; per evitare di essere meno in minoranza LUTTAZZI preferì

dimettersi il 18.3.1911, GIOLITTI salito nuovamente al potere la necessità di introdurre il suffragio

universale maschile che per quanto sarebbe stato portatore di numerose difficoltà dal momento che

né il benessere né l’istruzione erano diffusi si configurava come l’unico strumento con cui si

sarebbe potuto mantenere l’egemonia borghese nella società sperando che il legame tra politica e

amministrazione, l’appoggio del Senato, la manipolazione elettorale gli avrebbero potuto

continuare a garantire le maggioranze. Nel corso del 4° ministero GIOLITTI istituì il monopolio

statale delle assicurazioni sulla vita nella speranza di riuscire a coinvolgere direttamente nella

compagine ministeriale qualche esponente socialista; il 30.6.1912 venne promulgata la nuova legge

elettorale che concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini MASCHI di 21 anni capaci di leggere e

scrivere e agli analfabeti che avevano prestato il servizio militare e avevano 30 anni d’età elevando

il numero degli elettori da 3.300.000 a 8.600.000 prevedendo ancora l’indennità parlamentare per

consentire agli eletti di umile origine di mantenersi autonomamente. . nel dibattito che precedette la

legge SONNINO venne proposta la sostituzione del sistema del collegio uninominali con

ballottaggio sostituendolo con l’adozione del metodo proporzionale d’attribuzione dei seggi sulla

base della percentuale di voti riportati da ogni partito in modo da favorire la formazione di partiti

politici fortemente politicizzata ma Giolitti si oppose ritenendo inopportuna l’introduzione di una

duplice riforma con uno stesso provvedimento. Le principali conseguenza del suffragio universale

furono il rafforzamento della rappresentanza socialista alla camera (salì a 52 deputati) e ciò a sua

volta determinò un ritorno dei cattolici alla partecipazione alla vita politica al fine di contrastare

con i liberali l’ascesa al potere dei socialisti. Tra i LIBERALI E L’UNIONE ELETTORALE

CATTOLICA fu stretto il PATTO GENTILONI (così chiamato dal nome del suo firmatario

presidente dell’azione cattolica) con il quale le organizzazioni cattoliche si impegnarono a

sostenere i candidati liberali a condizione che questi assumessero un atteggiamento benevolo nei

confronti della CHIESA dichiarandosi contrari all’introduzione del divorzio, all’ebollizione

dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e ad ogni altra iniziativa

anticlericale; venne in tal modo abbandonato il tradizionale separatismo dello STATO verso la

chiesa. Le elezioni del 26.10.1913 sancirono l’incremento dei socialisti (da 41 a 78) e dei radicali

(da 50 a 60) mentre i liberali scesero da 370 a 318 deputati; dinnanzi a tale difficoltà di governare

con una Camera siffatta, Giolitti rassegnò le dimissioni il 10.3.1914 cogliendo come pretesto il

passaggio all’opposizione dei radicali. 39

CAPITOLO 9

LA FINE DELLO STATO LIBERALE

Il prestigio di Giolitti era tuttavia stato rafforzato dalla politica estera da lui intrapresa; il Giolitti

nel 1911 prendendo spento dalla conquista francese del marocco volle esercitare i diritti che

l’Italia si era fatta riconoscere dalle maggiori potenze europee e dopo un ultimatum fece

dichiarare lo stato di guerra contro la Turchia cui apparteneva la Libia che era appunto l’oggetto di

quei diritti che gli accordi coloniali attribuivano all’Italia . A ben guardare non esistevano adeguati

motivi economici che giustificavano i rischi e i sacrifici di una guerra ma attraverso la conquista

della Libia , Giolitti sperava di ottenere il consenso di una parte dell’opposizione di destra e dei

principali gruppi finanziari ; la guerra fu sostenuta da gran parte della opinione pubblica e

dell’opposizione mentre il partito socialista fu ostile ritenendo ( parole del Salvemini ) che la Libia

era un semplice “SCATOLONE DI SABBIA “ . Ma la guerra di Libia serviva , quindi , a Giolitti x

allargare le basi del proprio consenso essendoci anche nel nostro paese la tendenza al nazionalismo

sciovinista i cui seguaci fondarono una rivista “Il Regno “ mentre un ruolo significativo fu anche

rivolto dal futurismo italiano che celebrava la guerra come ”la sola del mondo “ ; Il nazionalismo fu

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in un I momento un movimento essenzialmente letterario in cui si annidava un coacervo di idee e di

suggestioni ma successivamente acquisì un peso anche politico tant’è che la Campagna di Libia

costituì la possibilità per molti uomini di dare sfogo alle proprie ambizioni . Tuttavia la conquista

della Libia si rivelò meno facile del previsto per l’opposizione tenace delle popolazioni barbare

all’interno della Libia ; con la PACE DI LOSANNA l’Italia ottenne il pieno riconoscimento della

sovranità sulla Libia impegnandosi a rispettare la libertà delle popolazioni mussulmane mantenendo

in pegno come garanzia del ritiro delle truppe turche le isole del Dodecanneso conquistate dalla

nostra flotta . Poiché al termine della conquista la guerra si rivelò meno utile di quanto si pensava

anche ciò contribuì al rafforzamento della opposizione parlamentare che indusse il Giolitti alle

dimissioni ; si trattò di una crisi extraparlamentare la cui incidenza sulla vita istituzionale era

destinata ad apparire in tutta la sua gravità in rappresentanza liberale e costituzionale che rendeva

estremamente problematica la scelta di un successore del Giolitti . Il re , preso atto del rifiuto di

Sonnino sicuro di incontrare una fortissima opposizione a raccogliere l’eredità giolittiana , conferì

ad ANTONIO SALANDRA l’incarico di formare il nuovo governo mentre Giolitti sperava che un

tale governo conservatore non avrebbe potuto reggere a lungo creando le basi per un ritorno alle

scelte liberal-riformistiche ; ma non si rese conto che la situazione politica era ormai mutata e che

era impossibile perseguire l’obiettivo di una mediazione tra liberali e socialisti visto che si

imponeva la scelta tra 2 tendenze sempre più divergenti e contrapposte. L’azione politica del Giolitti

è stata molto criticata soprattutto da chi ha visto nello statista un “ corruttore del proletariato “ ma in

realtà egli non aveva alternative alla politica trasformistica e manipolatrice delle maggioranze ; lo

statista TOGLIATTI nel 1950 riconobbe che Giolitti fu l’uomo della borghesia che maggiormente

si spinse nella comprensione dei bisogni delle masse popolari nel tentativo di creare un solido

STATO LIBERALE. Ma la crisi mondiale del 1914 non si sarebbe più potuta affrontare con i

tradizionali metodi politici accentrando ora la destra ora la sinistra dal momento che la posta in

palio era più alta dell’attribuzione di una semplice carica ministeriale o della formazione di una

maggioranza; il governo Salandra doveva decidere come porsi nei confronti ella guerra mentre

ormai il parlamento non seppe più svolgere la sua funzione mediatrice tra governo e paese. La

scintilla che fece esplodere il conflitto fu l’attentato dell’arciduca FRANCESCO FERDINANDO

erede al trono dell’impero AUSTRO-UNGARICO avvenuto il 28-6-1914 a SARAJEVO da parte di

due studenti bosciali; il significato politico del gesto era l’opposizione degli slavi al trialismo con

cui si mirava a rendere gli slavi dipendenti dal regime di Vienna mentre questi erano desiderosi di

conquistare l’indipendenza e di essere annessi alla SERBIA. Con intento provocatorio l’Austria

lanciò un ultimatum alla Serbia invitandola a reprimere gli slavi; il rifiuto della Serbia scatenò la

reazione dell’Austria che passò alla dichiarazione di guerra di fronte alla quale il governo

SALANDRA si dichiarò neutrale (3.8.1914) senza venir meno agli impegni della triplice alleanza

(AUSTRIA- GERMANIA- ITALIA). Ciò tuttavia non impedì ai partiti e agli organi di stampa di

pronunciarsi sull’atteggiamento che l’Italia avrebbe dovuto assumere nel conflitto, l’opinione

pubblica si schierò a favore della neutralità per ragioni diverse. NEUTRALISTI:

1. CATTOLICI i quali si opponevano alla guerra per ragioni di principio e per il fatto che

temevano il crollo di una potenza come l’Austria che era fortemente cattolica e Benedetto

XV definiva la guerra come “ orrenda carneficina che da un anno disonora l’Europa” e

“inutile strage”.

2. SOCIALISTI i quali giudicarono la guerra come un affare esclusivamente borghese e

capitalistico mentre ritenevano che le masse proletarie avrebbero potuto trovare soltanto

sofferenze e sacrifici.

3. LIBERALI GIOLITTIANI i quali con profondo realismo osservarono che la guerra sarebbe

stata molto rischiosa in quanto avrebbe potuto ottenere concessioni attraverso la via dei

negoziati.

INTERVENTISTI:

1. INTERVENTISTI DEMOCRATICI, tra cui il social-riformista LEONIDA BISSOLATI e il

radical-progressista GAETANO SALVEMINI e l’irredentista CESARE BATTISTA, i quali

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consideravano l’intervento come la naturale e logica prosecuzione delle lotte risorgimentali

per la conquista dell’indipendenza e il raggiungimento dell’unificazione nazionale e come

guerra al militarismo degli imperi centrali oppressori con cui si sarebbe manifestata

solidarietà alle nazioni oppresse.

2. INTERVENTISTI NAZIONALISTI il cui portavoce fu D’ANNUNZIO che esaltava gli

ideali imperialistici di potenze e che consideravano la guerra di per sé un bene, come

dimostra il fatto che in un primo momento si schierarono a favore della triplice alleanza,

mentre dopo essi passarono con disinvoltura a sostenere la triplice alleanza.

3. INTERVENTISTI RIVOLUZIONARI che trovarono il loro capo in BENITO MUSSOLINI

il quale dopo aver criticato l’intervento e la partecipazione alla guerra come direttore

dell’ALLEANZA fondò un nuovo giornale “IL POPOLO D’ITALIA” facendosi portavoce

dell’esaltazione del mito della guerra.

Tra i rivoluzionari a favore dell’intervento ci fu il LABRIOLA il quale sperava che dalla guerra

potesse derivare la rivoluzione. Mentre divampava tale dibattito il governo SALANDRA concluse

il 26.4.1915 il PATTO DI LONDRA all’insaputa del parlamento con cui si diede l’appoggio della

INTESA (Gran Bretagna, Russia e Francia) in cambio della promessa del Trentino, del Sud-Tirolo,

dell’Istria. Nonostante una vasta campagna di intimidazione che si scatenò con una serie di

manifestazioni di piazza contro i neutralisti ( la cd. Giornate di maggio), la maggioranza

parlamentare sostenne il Giolitti per cui il Salandra sentendosi battuto il 16.5.1915 rassegnò le

dimissioni ma il re Vittorio Emanuele III la respinse convocando la Camera per il 20.5.1915 nella

cui seduta il Parlamento con l’eccezione dei socialisti conferì pieni poteri a Salandra sancendo il

definitivo intervento dell’Italia alla guerre la quale avrebbe costituito una seria minaccia per lo

Stato liberale e l’istituto parlamentare. Ciò fu confermato dal fatto che i governi seguenti fecero

larghissimo uso dei decreti legge avendo, il potere esecutivo, la sua legittimazione nella volontà del

sovrano interprete dell’interventismo espresso dalla nazione e tale clima fu favorevole alla

progressiva dissoluzione delle istituzioni liberali mentre il paese non si occupava più delle vicende

del parlamento essendo totalmente preso dall’andamento delle operazioni militari al punto che

passò in secondo piano la caduta del governo Salandra seguita ad una crisi parlamentare causata

dalla mancata fiducia della Camera in merito alla concessione dell’esercizio finanziario avvenuta

nel giugno 1916 e pochi si accorsero che al posto del Salandra venne formato un governo di larga

intesa composta anche dai socialisti riformisti e dai cattolici e presieduto dal Bosselli il quale fu

tuttavia incapace di recuperare la fiducia delle istituzioni parlamentari; in seguito alla sfiducia

relativa all’esercizio provvisorio del bilancio ma in realtà a causa dell’incapacità del Governo di

fronteggiare la situazione politica seguente alla disfatta di Caporetto e agli scontri sul Piave, il

Governo cadde il 26.10.1917. Salì al potere ORLANDO incapace di restituire prestigio allo Stato

liberale travolto dalla guerra; in questi anni il potere esecutivo, forte dei pieni poteri concessigli

dal sovrano, adottò con decreto legge provvedimenti restrittivi dei diritti individuali e collettivi

inaugurando una tradizione autoritaria mentre in altre nazioni più garantiste (Inghilterra-Francia-

Belgio) i provvedimenti restrittivi ebbero carattere eccezionale. Il ricorso sempre più frequente ai

decreti legge fece venir meno nell’opinione pubblica la fiducia nei dibattiti parlamentari visti come

inutili perdite di tempo mentre venivano viste nel governo e nel sovrano i simboli dell’unità

nazionale. Le istituzioni pubbliche furono tenute assenti dalle maggiori decisioni in quanto i poteri

erano connaturati nel sovrano che in base all’art. 5 dello Statuto aveva il comando supremo delle

forze armate e che sotto la guida del generale Cadorna riuscirono a reagire alla lotta di Caporetto e

ad opporre resistenza agli austriaci (sul Montegrappa). La conferenza della pace si aprì a Parigi il

19.1.1919 nella quale furono attribuiti poteri decisionali agli USA, GRAN BRETAGNA,

FRANCIA, e ITALIA rappresentata da Orlando; i problemi sorti relativamente alla questione

“Jugoslavia” in merito alla cessione della città di Fiume determinarono la mancata fiducia del

Parlamento alla proposta del governo di una discussione in Comitato segreto i problemi attinenti

alla sistemazione territoriale; la crisi parlamentare che ne derivò causo le dimissioni di Orlando con

le quali i deputati speravano di manifestare agli alleati l’intransigenza italiana nelle trattative in

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corso. Tale crisi non ebbe influenza sugli Alleati mentre sul fronte interno il mutamento

governativo indebolì fortemente il regime parlamentare mentre in un regime parlamentare sano una

compagine governativa vittoriosa non sarebbe dovuta cadere fino al termine della legislatura. Il

27.6.1919 alla caduta di Orlando alla presidenza del Consiglio salì Nitti che incontrò numerosissime

difficoltà per la mancanza di coesione della maggioranza che lo sosteneva anche se questa era

formata anche da cattolici che in quell’anno per opera di Benedetto XV si riunirono nel PARTITO

POPOLARE fondato da DON STURZO. NITTI dovette fronteggiare anche gli effetti del rincaro

dei prezzi e della dissocupazione che determinarono un vasto movimento di agitazione popolare e

quello che passò alla storia con il nome di “BIENNIO ROSSO” in quanto ogni paesino ( soprattutto

della pianura padana) aveva il suo Marat o il suo Lenin; da destra invece il 12.9.1919 D’annunzio

alla testa d’alcuni reparti armati s’impadronì della città di Fiume ma Nitti non osò stroncare con la

forza l’iniziativa dannunziana così come non osò reprimere le operazioni popolari limitandosi

invece la Guardia regia e a conservare il prezzo politico del pane. Di fronte al sempre più evidente

logoramento delle istituzioni liberali e al concomitante rafforzamento della monarchia durante gli

anni della guerra , Nitti tentò di rilanciare il sistema parlamentare consolidando le basi popolari e

rafforzando l’alleanza tra proletariato riformista e borghesia progressista; nel perseguimento di tale

obiettivo si avviò all’introduzione del sistema elettorale proporzionale. Questo fu però un errore

fatale per l’impreparazione del corpo elettorale il quale non era ancora sicuro dei propri

convincimenti politici; erano minate ora le basi dello Stato liberale la cui continuità politica e la

cui stabilità era garantita dal sistema uninominale che assicurava la prevalenza sul piano politico

delle forze di derivazione risorgimentale e quindi dei notabili espressi dalla borghesia liberale la

quale era pur con i suoi limiti costitutiva il principale supporto dello Stato liberale italiano. NITTI

senza preoccuparsi delle conseguenze che sarebbero derivata dall’introduzione del nuovo sistema

elettorale, con l’ingresso del sistema proporzionale accelerò il processo di disgregazione dello Stato

liberale. In particolare il territorio nazionale venne suddiviso in 54 circoscrizioni in ciascuna delle

quali a seconda del numero di abitanti sarebbero dovute essere eletti da 5 a 20 deputati; questi

grandi collegi elettorali avrebbero finito per favorire più raggruppamenti politici bene strutturati e

caratterizzati da una presenza capillare nel paese (come i socialisti e i cattolici i quali erano

rispettivamente appoggiati dai sindacati e dalla chiesa) mentre i liberali avrebbero incontrato molte

difficoltà nell’organizzazione di una propaganda elettorale di partito. Le conseguenze della scelta

operata dal Nitti si ripercossero sull’andamento delle elezioni del 16 novembre 1919 nelle quali i :

• SOCIALISTI ottennero 1.840.000 voti -156 seggi

• POPOLARI ottennero 1.175.000 voti –101 seggi

Mentre le forze liberali e radicali ebbero la minoranza dei seggi (252 su 508). Il mutamento della

compagine governativa non salvò Nitti che privo di una stabile maggioranza alla Camera si divise

il 9-6-1920. Mentre il governo fu nuovamente affidato a Giolitti il quale, alla luce del discorso da

lui pronunciato a DROVERO l’anno precedente in occasione dell’elezioni aveva esposto un

organico programma di governo presentato implicitamente la propria candidatura, veniva visto

come colui che sarebbe stato capace di restituire vigore alle istituzioni liberali; ma i tempi in cui

Giolitti era stato l’arbitro incontrastato della vita politica erano ormai passati. Egli avrebbe voluto

restituire forza al Parlamento affidandogli la funzione legislativa e riducendo drasticamente il

ricorso al Decreto- legge esautorando in tali modo la forza del potere esecutivo cui avrebbe voluto

sottrarre la facoltà di decidere della proroga e della durata delle assemblee in modo da eliminare la

subordinazione della vita parlamentare al controllo del governo; all’esautoramento del governo

avrebbe dovuto fare da eco, il ridimensionamento delle prerogative regie e in particolare si sarebbe

dovuto sottrarre al sovrano il comando supremo delle forze armate attribuitogli dall’art. 5 dello

Statuto. Giolitti utilizzando i vecchi metodi politici quali il trasferimento e la manipolazione

elettorale sperava di essere appoggiato da una vasta maggioranza parlamentare e da socialisti

riformisti e cattolici; la mentalità manifestata dinnanzi all’occupazione delle fabbriche da parte

degli operai metallurgici che protestavano contro i salari troppo bassi e inadeguati al costo della

vita si trasformò in un momento necessario di un profonda incapacità del governo di affrontare la

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niobe

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Foggia - Unifg
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Foggia - Unifg o del prof Olivetti Marco.

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