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nell’esercizio dei poteri stessi. La separazione strutturale fa in modo che il congresso e il presidente possano rimanere centri

decisionali autonomi. Il modo in cui i due poteri compartecipano è stato variabile nel tempo ed è fuori dubbio che dalla II guerra

mondiale in poi si siano allargati i poteri presidenziali in tema di politica estera e comando delle forze armate (basti pensare alla

disponibilità personale del presidente delle armi nucleari o all’autonomia di alcune scelte presidenziali quali l’intervento in Vietnam o

nel Laos) e nel campo del dialogo con l’opinione pubblica. E’ chiaro che i suddetti allargamenti dei poteri presidenziali comportano

rischi per il presidente aumentando la sua responsabilità politica nei confronti degli elettori. Così le guerre asiatiche sono diventate le

guerre del presidente e il dialogo con il popolo si riduce ad ossessivi sondaggi sul livello di popolarità del presidente. Dal canto suo il

congresso ha allargato alcune sue prerogative previste dalla costituzione o acquisite in via consuetudinaria. In primo luogo abbiamo

avuto un forte utilizzo da parte del congresso della riserva di spesa con la quale il congresso può regolare e condizionare le iniziative

presidenziali. Inoltre il congresso prevede una figura (scomparsa negli altri ordinamenti) del legislator, ossia del parlamentare che di

iniziativa propria riesce a far approvare leggi rilevanti per l’indirizzo politico. Il ruolo del congresso non si riduce quindi a quello di

approvare o meno i progetti del presidente ma in alcune circostanze si pone come un potere di iniziativa autonoma. Inoltre attraverso

le leggi di spesa il congresso esercita una influenza molto estesa e un controllo sull’amministrazione federale il che consente di

sostenere la doppia dipendenza della burocrazia americana dal potere esecutivo e da quello legislativo. A ciò dobbiamo aggiungere il

potere senatoriale di assenso circa le nomine presidenziali dei giudici della corte suprema o delle corti federali ma anche degli alti

esponenti della amministrazione.

7) La forma di governo a componenti presidenziali e parlamentari – E’ possibile realizzare una forma di governo nella quale il

capo dell’esecutivo eletto dal popolo sia anche il vero leader della maggioranza parlamentare la quale ha il potere di far cadere il

governo creato dal capo dello stato eletto dai cittadini? Sembra che la risposta all’interrogativo sia positiva e che l’applicazione della

costituzione francese dia luogo proprio a questa nuova forma di governo. Da una parte l’elezione popolare del capo dell’esecutivo lo

mette al riparo dalle congiure nel proprio partito o nella propria maggioranza, dall’altro questo leader avrebbe i mezzi parlamentari per

attuare il suo programma disponendo di una maggioranza in parlamento che vota la fiducia al governo da lui costituito e approva le

leggi di iniziativa ministeriale. Ci troveremmo quindi di fronte ad una forma di governo nel quale un presidente eletto dal popolo e

dotato di poteri simili al presidente americano dispone di una maggioranza di tipo inglese e quindi in grado di attuare il suo programma

quale oggetto di un mandato popolare. Per attuare tale forma di governo è necessario che un partito di tipo europeo (e quindi dotato di

organizzazione permanente e con seria disciplina di voto all’interno del parlamento) sia all’origine sia della candidatura del presidente

che dei deputati che devono quindi avere (a differenza di quanto accade negli Usa) la stessa matrice politica. E’ necessario quindi un

forte partito del presidente e che il corpo elettorale segua le sue indicazioni sia per l’elezione del presidente che per quella dei

deputati. Questa situazione i è verificata in Francia sia per l’elezione di De Gaulle che di Pompidou dove in entrambi i casi il capo

dell’esecutivo si è posto alla guida di una maggioranza parlamentare già esistente. A tale proposito occorrono alcune osservazioni: In

primo luogo è difficile mantenere unite tali condizioni e quindi che un partito riesca a mantenere una organizzazione di massa. Che si

affermi come fonte di tutte le candidature politiche, che riesca a conquistare su entrambi i piani il consenso del corpo elettorale. A tale

problema in Francia si è posto parzialmente rimedio con l’adozione di un sistema maggioritario a due turni che rende più vicino il

sistema di elezione del capo dello stato a quello di elezione dei deputati. Inoltre se ciò non dovesse funzionare la costituzione francese

non precluderebbe il passaggio ad una forma di governo parlamentare o presidenziale. In secondo luogo occorre chiederci se una

concentrazione di poteri così forte nell’esecutivo francese (somma dei ruoli tipici del presidente americano e del premier inglese) non

sia incompatibile con la forma di stato democratica. Non sarebbe giusto dare a tale quesito una risposta negativa dal momento che il

sistema vigente in Francia non esclude ma anzi coinvolge la presenza forte di una opposizione in parlamento. Ciò non esclude però la

necessità di adottare alcuni correttivi quali l’uso più equilibrato dell’informazione radio-televisiva, l’indipendenza autentica di un certo

numero di organi di stampa, il finanziamento delle campagne elettorali, specialmente di quella del capo dello stato.

8) La forma di governo direttoriale – Tale forma di governo si realizza in Svizzera ed è caratterizzata da una concentrazione di

poteri nell’organo legislativo (assemblea federale) che si accompagna però ad una separazione strutturale dell’esecutivo (Consiglio

Federale), separazione che consente all’esecutivo un ruolo proprio nonostante la subordinazione al legislativo. Tale forma di governo

ha differenze sia con il sistema americano (l’esecutivo deriva dal legislativo e non dal popolo) che con i sistemi parlamentari europei

(non esiste rapporto fiduciario). Il fatto che l’esecutivo derivi dal legislativo avvicina il governo direttoriale ai sistemi europei ma la

differenza sta nel fatto che la derivazione si ferma al momento delle elezioni e non si prolunga nel rapporto fiduciario e questo

consente all’esecutivo la stabilità della carica (durata 4 anni). Tale stabilità è tipica anche del presidente americano (con la stessa

durata). Tale effetto di separazione strutturale dell’esecutivo non deriva però come in America da una situazione paritaria (in america

legislativo ed esecutivo sono su un piano di parità derivando entrambi dal popolo) ma da uno stato di sovra ordinazione del legislativo

rispetto all’esecutivo. Tale sovra ordinazione come abbiamo detto non è vista tanto nei confronti delle persone titolari degli organi

esecutivi (dato che come abbiamo detto si esaurisce nell’atto elettorale non esistendo rapporto di fiducia) ma nei provvedimenti da

adottare Infatti come il popolo tramite referendum può bloccare le deliberazioni legislative dell’Assemblea, l’assemblea può indirizzare

in senso negativo o positivo l’attività dell’esecutivo. Un altro effetto della separazione si ha nella incompatibilità tra la carica di

consigliere nazionale con quella di consigliere federale (come negli USA) e nella impossibilità del consiglio federale, al pari del

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presidente americano di sciogliere le camere legislative. In genere il modello svizzero viene considerato come modello del tutto

singolare dovuto alle particolari condizioni del paese quale la posizione geografica, il limitato numero degli abitanti e la neutralità

politica ma accanto a queste particolarità la forma di governo svizzera presenta anche qualche elemento in comune con le

democrazie europee quali il carattere consociativo per cui tutti i maggiori partiti sono rappresentati nel consiglio federale. In definitiva è

più difficile identificare una opposizione in Svizzera che negli Stati Uniti tuttavia come negli Usa ciò non contrasta con l’esistenza di

una opinione pubblica articolata, informata, e in grado di opporsi con efficacia agli orientamenti dei governanti. Pertanto l’assenza di

una opposizione in Svizzera non preclude che vi siano bilanciamenti a livello di opinione pubblica, e degli organi di stampa e in genere

i mass media,. In altre parole in Svizzera (e qui c’è un’altra somiglianza con gli USA) i partiti tendono ad esaurire la loro influenza in

sede elettorale e pertanto una volta che il cittadino abbia espresso la propria preferenza sia i titolari degli organi costituzionali che i

cittadini stessi in sede di referendum agiscono secondo le loro valutazioni che prescindono da un rigido inquadramento di partito.

Concludendo l’esperienza svizzera presenta molti punti di incontro con quella americana e non tanto per aspetti organizzativi (durata

fissa dell’esecutivo, referendum) quanto per la netta riduzione del ruolo dei partiti nell’economia generale del sistema, I partiti infatti

restano confinati ad un ruolo prevalentemente elettorale e il pluralismo è assicurato non dagli schieramenti ma dall’opinione pubblica e

dai mass media.

9) La modellistica delle forme di governo nello stato democratico costituzional-pluralistico - E’ innegabile che dopo la prima

guerra mondiale la forma di governo parlamentare si impose nel continente europeo e nei paesi che acquistavano l’indipendenza nel

Commonwealth britannico. Il fenomeno si è ripetuto anche nel secondo dopoguerra ad eccezione degli stati facenti parte della zona di

influenza sovietica e degli stati sorti dalla decolonizzazione. Le esperienze successive hanno inoltre dimostrato che, nonostante la

tenuta in Germania, Austria e la stessa Italia, l’assetto fondato sul rapporto fiduciario parlamento-governo e sviluppato dalla dialettica

tra i partiti non si presenta più come la forma di governo ideale. Non subiva contestazioni invece il modello inglese con il suo

bipartitismo rigido tuttavia esso era considerato irripetibile al di fuori della Gran Bretagna e pertanto non poteva essere un modello cui

ispirarsi, In tale situazione si è cercata una formula diversa che in sostanza si concreta con l’elezione popolare del capo dell’esecutivo.

Si sottolineava infatti che uno dei problemi dei modelli parlamentari era quello di sottrarre la scelta del capo dell’esecutivo agli elettori

per affidarla ai gruppi parlamentari e ai partiti. Anche a prima vista infatti sembra strano che il corpo elettorale debba limitarsi ad

eleggere i titolari del potere legislativo e gli sia sottratta l’elezione del capo dell’esecutivo anche in considerazione del fatto che il

potere di decisione politica tende a concentrarsi sempre più in questa figura. Oltretutto il fatto che nei grandi paesi la democrazia

politica tenda a funzionare più che altro come democrazia di investitura data la crisi dei partiti come canali di partecipazione tende a far

considerare di estrema importanza il momento dell’occasione elettorale quando il cittadino si reca alle urne, e l’eventuale elezione

popolare del capo dell’esecutivo valorizza al massimo l’intervento popolare. E’ chiaro anche che l’elezione diretta del capo

dell’esecutivo sul modello americano crea problemi di difficile risoluzione al di fuori dell’ambito statunitense, il più grave dei quali

riguarda il coordinamento tra elezione del capo dell’esecutivo e elezione delle assemblee parlamentari dal momento che esse, al

contrario dell’esperienza americana, sono concepite come organi dotati di potere legislativo e non come semplici controllori e censori

del potere esecutivo. Si rende difficile quindi il coordinamento tra organi di diversa struttura e attribuzione ma tutti forniti di uguale

legittimazione democratica e tutti in grado di condizionare l’indirizzo politico. Negli Stati Uniti la soluzione a tale problema è più

semplice per una serie di motivi. In primo luogo il Presidente gode di una legittimazione popolare globale che abbraccia l’intera

nazione mentre i membri del congresso sono ritenuti rappresentativi di una sola parte del paese. In secondo luogo l’immenso campo

di azione del potere statunitense consente larghi spazi sia al presidente che al congresso e la grande consistenza delle entrate

federali permette di affiancare spese proposte dal presidente e spese proposte dal congresso. In terzo luogo la mancanza di

formazioni partitiche troppo accentrate favorisce bilanciamenti e compromessi derivanti dal fatto che la separazione tra i due poteri

(legislativo ed esecutivo) ha carattere largamente formale. C’è da dire che mentre i paesi più forti e con grandi impegni di politica

internazionale tendono a formule di governo che concentrano il potere esecutivo in un leader (presidente o premier) i paesi più piccoli

tendono a formule di governo consociative dove, come abbiamo detto, tutti o quasi tutti i maggiori partiti entrano a comporre il

governo. Un altro modello quindi riguarderebbe la forma consociativa con qualche modifica che porti ad una applicazione più limitata.

Ad esempio un Parlamento dove le leggi si possano formare senza iniziative del governo vincolanti per la maggioranza e dove il

governo non faccia ricorso alla questione di fiducia. In questo caso il governo dovrebbe godere di un più ampio potere di normazione

secondaria e limitare la sua azione ai compiti più tipicamente esecutivi mantenendo un collegamento con la maggioranza parlamentare

tramite le leggi provvedimento necessarie per lo svolgimento delle attività esecutive.

10) Le forme di governo negli altri tipi di stato - Una volta descritte le forme di governo tipiche dello stato democratico si dovrebbe

passare ad individuare le forme di governo inquadrabili nello stato autoritario. Tuttavia occorre dire che la concentrazione di potere che

si registra negli stati autoritari riduce in maniera fortissima il rilievo attribuito alle istituzioni pubbliche senza contare il divario nettissimo

che si riscontra tra costituzione scritta e costituzione vivente. Per fare un esempio nella costituzione sovietica era previsto che Il soviet

supremo potesse procedere allo scioglimento dei due soviet in caso di contrasto insanabile tra di esse. Tuttavia tale istituto dello

scioglimento non è stato mai applicato e non poteva essere applicato in quanto la costituzione materiale vigente escludeva a priori

che potessero sorgere un serio contrasto tra i due soviet. Se ne deduce che il divario tra costituzione scritta e costituzione vivente non

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consente per gli stati autoritari di condurre una analisi simile a quella condotta per le forme di governo degli stati democratici dove lo

schema previsto dalla costituzione può prestarsi a varianti a seguito della dialettica dei partiti ma mantiene comunque una sua

rilevanza di fondo.

FORME DI GOVERNO – LUCIANI 2010

Il problema delle forme di governo (che possiamo definire come l’insieme delle regole giuridiche dei rapporti tra poteri e organi

costituzionali dotati di poteri decisionali di natura politica) è stato posto fin dall’antichità con la tradizionale classificazione in sei forme,

di cui tre positive e tre negative o degenerate. Il problema è posto infatti già da Platone ed Aristotele ed in seguito da Polibio, ed è

centrato sulla questione, dagli autori antichi ritenuta centrale, di quale fosse la forma di governo preferibile. Successivamente la

questione è stata posta anche in tema di bipartizione tra monarchia e repubblica. Il limite della dottrina antica, tuttavia, rimane quello di

essersi focalizzata sulla titolarità della sovranità e quindi quello di esaurirsi nell’individuazione dell’organo titolare dei poteri sovrani

senza interessarsi del modo in cui tali poteri vengono esercitati, tema che è invece il nodo cruciale della moderna teoria delle forme di

governo Il limite della dottrina antica è determinato dal fatto che essa non ha posto a premessa della sua analisi la questione della

separazione dei poteri perché non può aversi una teoria delle forme di governo se come premessa non vi è una teoria della

separazione dei poteri. Le premesse per la formulazione della moderna teoria delle forme di governo vengono poste da Locke il quale

pur non andando oltre la distinzione tra monarchia, aristocrazia e democrazia, ammette comunque la categoria della monarchia

moderata legandola al concetto di separazione tra potere esecutivo e potere legislativo. Per giungere alla formulazione della moderna

teoria delle forme di governo tuttavia il concetto della separazione dei poteri è condizione necessaria ma non sufficiente essendo

indispensabile anche un’altra condizione, quella dell’accettazione del principio democratico. Solo con l’accettazione di tale principio

infatti monarchia ed aristocrazia cessano di essere alternative credibili. Infatti se ancora esistono capi di stato qualificati come re la

loro posizione è necessariamente più debole di quella dei re della dottrina classica e parallelamente il principio aristocratico perde il

suo primato dovendosi accontentare di una attuazione solo indiretta nella democrazia rappresentativa. Una volta che l’alternativa

classica tra le forme di governo cessa di essere realistica si pongono le basi per la contemporanea teoria delle forme di governa che

invece classifica le varie forme interne al solo stato democratico, lasciando confluire le forme di governo di regimi totalitari in una teoria

delle forme di stato piuttosto che delle forme di governo. La teoria contemporanea si pone come punto cruciale la individuazione degli

elementi distintivi delle varie forme di governo. La dottrina dominante considera come elemento qualificante il solo rapporto tra

parlamento e governo esclusivi titolari del potere di indirizzo politico. Sulla base di questa prospettiva le forme di governo possono

essere ridotte a due, la parlamentare e la presidenziale mentre le altre due forme della quadripartizione tradizionale (semipresidenziale

e direttoriale) potrebbero essere ricondotte a tale bipartizione. Infatti se si considera nodo centrale del governo parlamentare la fiducia

allora anche le forme direttoriale e semipresidenziale possono essere ricondotte ad essa in quanto nella prima il legale di fiducia tra

parlamento ed esecutivo è il presupposto iniziale (anche se non è prevista la mozione di sfiducia in corso di legislazione) mentre nella

seconda se è vero che l’esecutivo può essere emanazione del capo dello stato è anche vero che la fiducia deve accompagnare il

governo durante tutta la sua durata. Se invece si ritiene che per qualificare il governo parlamentare non basta il rapporto di fiducia ma

occorre anche che l’esecutivo sia emanazione del legislativo (nel senso che dipende ogni momento da esso) le cose si compilicano.

Infatti la forma direttoriale non può essere considerata parlamentare dal momento che la permanenza in carica dell’esecutivo non

dipende dal consenso del parlamento mentre per la forma semipresidenziale il discorso è ancora più complesso. Se infatti al vertice

dell’esecutivo ci sono sia il presidente che il primo ministro il rapporto fiduciario è necessario in ogni momento come avviene nel

governo parlamentare. Se invece il vertice dell’esecutivo è il capo dello stato il rapporto di fiducia non è più necessario. Ragionando in

questo modo però la classificazione delle forme di governo dipenderebbe dalle modalità concrete del loro funzionamento e sarebbe

quindi di scarsa rilevanza pratica. E’ meglio quindi prendere atto dei limiti della classificazione tradizionale cercando strade diverse.

Una critica alla classificazione tradizionale quadripartita era stata comunque già fatta da Leopoldo Elia alla fine degli anni 60. La

ricostruzione di Elia si fondava sul riconoscimento dei partiti come elemento fattuale costitutivo e non solo descrittivo del

funzionamento delle forme di governo, sulla base anche del fatto che la nostra costituzione riconoscerebbe rilevanza giuridica ai partiti

presupponendo una pluralità di partiti e di gruppi parlamentari. Elia partiva quindi dal presupposto che le forme di governo

concretamente considerate sono un misto di elementi o fattori giuridici e non giuridici (anche se di rilevanza giuridica). Di qui, con

riferimento alle forme di governo parlamentari, Elia proponeva una tripartizione in bipartitiche, moderatamente multipartitiche e

estremamente multipartitiche. La tesi di Elia viene sottoposta a critica da parte di Luciani. In primo luogo, secondo Luciani, occorre

chiedersi perché debbano essere considerati come elementi costitutivi delle forme di governo solo i partiti lasciando fuori altri elementi

del sistema politico sociale. Ad esempio possono avere rilevanza giuridica al pari dei partiti anche lo spirito repubblicano o il

sentimento di unità nazionale in quanto è evidente che il parlamento può funzionare diversamente se tali elementi sono presenti o

assenti. Inoltre sul funzionamento della forma di governo incidono anche altri fattori quali l’esistenza o meno di un sistema di giustizia

costituzionale, il ruolo dei sindacati o il grado di indipendenza della magistratura . In secondo luogo non possiamo dire che i partiti

hanno rilevanza costituzionale solo perché la costituzione presuppone il multipartitismo. Ragionando in questo modo infatti il sistema

dei partiti non potrebbe essere distinto da altri soggetti sociali che pure godono di garanzia costituzionale come le imprese e i sindacati

che pure hanno un peso notevole nel condizionare le decisioni pubbliche. In terzo luogo la quadripartizione tradizionale,

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completamente rinnegata da Elia, ha almeno il merito di porsi interamente su un piano giuridico. Infatti se si vuole fare una

classificazione delle forme di governo che sia giuridica occorre lasciare fuori tutti gli elementi politologi o fattuali che appartengono ad

altre scienze diverse dal diritto. Il diritto deve naturalmente tenere conto dei risultati raggiunti dalle altre scienze umane ma deve

anche necessariamente avere una prospettiva di analisi diversa. In quarto luogo il modello descritto da Elia finisce con il fare la

descrizione degli elementi che ha per oggetto e quindi è necessario moltiplicare il modello per tutte le situazioni cui si riferisce. Meglio

sarebbe quindi rinunciare a creare un modello onnicomprensivo.

3) Forme di governo e rapporti tra stato e società civile - La teoria di Elia, con il suo tentativo di mettere in contatto due mondi fino ad

allora separati, quello della forma di governo, riservata ai giuristi e quello del sistema dei partiti, riservato ai politologi, è oggi messa in

crisi dal profondo mutamento del quadro storico e sociale. Infatti negli anni 70 quando viene pubblicato il testo di Elia i partiti

godevano di forte legittimazione e pretendevano anche di esercitare una diretta influenza sulle istituzioni mettendone in dubbio

l’autonomia. Oggi il ruolo dei partiti invece ha perso molta della sua rilevanza anche dal punto di vista del semplice funzionamento

della forma di governo. Ciò perché oggi il ruolo che i partiti hanno cominciato a svolgere sin dagli inizi del 900, quello di raccordo tra

società civile portatrice di interessi sociali e stato non è più necessario. Agli inizi del 900 infatti con l’allargamento del suffragio

universale e la nascita dei partiti di massa si è reso necessario un meccanismo in grado di rappresentare gli interessi sociali di fronte

allo stato, compito che è stato svolto appunto dal sistema dei partiti. Oggi non è invece più necessaria la traduzione degli interessi

sociali in interessi pubblici dal momento che con la personalizzazione della politica e l’organizzazione della comunicazione gli interessi

sociali sono immediatamente immessi nella sfera pubblica e nel mondo istituzionale in quanto il rapporto tra stato ed elettori si instaura

attraverso i media e il marketing politico. Le spie di questo fenomeno sono molteplici e vanno dal diretto ingresso nella politica di

protagonisti di primo piano della sfera sociale senza il bisogno dell’intermediazione dei partiti, all’abbandono da parte della politica di

vasti settori di regolazione pubblica grazie alla creazione di una vasta rete di autorità indipendenti e alla devoluzione di molti spazi alla

comunità europea, allo sviluppo di forme di potere carismatico in grado di prescindere in gran parte dalla mediazione dei partiti.

Conseguenza di ciò è la perdita di influenza da parte dei partiti politici. E’ chiaro che tale situazione potrebbe in seguito mutare e i

partiti potrebbero recuperare la perduta centralità nell’intermediazione tra stato e società civile ma anche in questo caso essi

potrebbero influire solo sul funzionamento e non sulla struttura della forma di governo.

4) Gli elementi della forma di governo - Prima di accingerci ad individuare gli elementi costitutivi della forma di governo dobbiamo

ancora precisare che l’analisi deve basarsi sui soli elementi giuridici e quindi sulle regole formali che presiedono al funzionamento

delle forme di governo come il sistema dei partiti. Se la forma di governo viene definita dalla dottrina dominante come il complesso

delle regole giuridiche che disciplinano il rapporto tra gli organi costituzionali una classificazione delle forme di governo dovrebbe

contenere tutti gli organi costituzionali e i loro relativi rapporti. L’analisi tradizionale delle forme di governo invece si è solo basata sul

rapporto parlamento –governo e ciò a causa di un antico retaggio dovuto al fatto che nascendo lo stato democratico-rappresentativo

dallo scontro tra il re e la rappresentanza politica, era considerato cruciale il rapporto legislativo-esecutivo. Occorre quindi allargare il

campo anche ad altri organi costituzionali e ai rapporti tra di essi. E’ chiaro che trattandosi di forma di governo i soli organi da

considerare sono quelli previsti dalla costituzione che partecipano anche solo indirettamente alla funzione di governo, funzione

caratterizzata dalla titolarità di poteri decisionali dotati di un più o meno alto grado di politicità e caratterizzati dall’assenza di limiti

finalistici ad eccezione di quelli previsti dalla costituzione. Analizziamo ora quali sono gli organi costituzionali, dotati di poteri politici e

che esercitano funzioni di governo.

5) Di quali siano i poteri e gli organi costituzionali di cui si deve parlare - Ai nostri fini quindi dobbiamo limitare l’analisi agli organi e

poteri costituzionali titolari di attribuzioni di natura politica. Naturalmente in concreto tali organi e poteri dipendono dai singoli

ordinamenti costituzionali ma prenderemo in esame il solo ordinamento costituzionale italiano. Esaminiamo quindi le singole

fattispecie: a) Parlamento e governo – Non vi è dubbio che debbano essere inseriti nella nostra analisi dal momento che sicuramente

esercitano attribuzioni libere nel fine e vincolate solo dalla costituzione. La regola essenziale dei loro rapporti è ovviamente la fiducia

ma verranno prese in esame anche altre regole. B) Il capo dello stato – Anche per il capo dello stato la risposta deve essere

affermativa. Non vi è dubbio infatti che la sua azione rientri nella politica anche se i fini dell’azione in questo caso sono imposti dalla

costituzione in maniera più rigida rispetto a quanto previsto per parlamento e governo. Questo anche se la dottrina costituzionalista

dominante mette tra parentesi il rapporto del capo dello stato con la politica accentuandone la natura di organo di garanzia e controllo

in quanto non vi è dubbio che molti atti presidenziali sono caratterizzati da una relativa libertà di valutazione e dalla subordinazione alla

sola costituzione che come si è detto è rilevante ai nostri fini C) La corte costituzionale – La corte costituzionale resta invece fuori dalla

griglia che stiamo costruendo degli elementi costitutivi della forma di governo. In primo luogo essa esercita un influenza operante sia

sul piano delle fonti che sul piano del rapporto tra i poteri dello stato, influenza però che si riflette non sulla struttura della forma di

governo ma solo sul suo funzionamento. In secondo luogo le decisioni della corte costituzionali rimangono decisioni di interpretazione

della costituzione e pertanto anche se essa è organo costituzionale ed è assoggettata nel fine alla sola costituzione , i suoi atti non

sono liberi nel fine e non sono atti di manifestazione di volontà politica. D) La magistratura – Per le medesime ragioni non può entrare

nella griglia la magistratura. Infatti la costituzione la definisce come un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Ciò

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

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