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Questo regime si diffuse in molti paesi dell'Europa centrale e orientale nel secondo dopo-

guerra.

Lo Stato sociale

Anche lo Stato sociale, come quello socialista, ha inizio dalla crisi dello Stato liberale otto-

centesco. Il fine principale dello Stato sociale è di rimuovere le disuguaglianza presenti nel-

la società: si pone così l'obiettivo di raggiungere l'uguaglianza sostanziale e non solo quella

formale tra i cittadini. Rispetto al vecchio Stato liberale viene rafforzata la divisione dei pote-

ri, e si assiste al pieno riconoscimento di istituti fondamentali per garantire l'effettiva parte-

cipazione dei cittadini in una grande società di massa (i partiti e i sindacati).

Lo Stato unitario, lo Stato federale, lo Stato regionale

Per quanto concerne il principio dell'autonomia territoriale, si parla di Stato unitario (attual-

mente Francia e Olanda), di Stato federale (Germania e Austria) e confederale, di Stato re-

gionale (Italia e Spagna). Lo Stato federale è basato sulla regola per cui i membri della fe-

derazione hanno una competenza generale, dalla quale sono escluse le materie che ven-

gono espressamente riservate dalle norme costituzionali agli organi federali, mentre nello

Stato regionale sono gli organi centrali dello Stato ad avere una competenza generale, fatte

salve le specifiche competenze affidate alle regioni.

Le forme di Governo: la monarchia assoluta

La nozione di forma di Stato punta ad individuare i fini generali che lo Stato si propone di

raggiungere, mentre la nozione di forma di Governo precisa i mezzi o il modello dei rapporti

fra gli organi supremi dello Stato che viene predisposto per il raggiungimento di quelle fina-

lità. La prima forma di Governo in senso proprio nasce con lo Stato assoluto. Al vertice di

questa struttura si pone il sovrano, unico organo titolare del potere di decisione politica, cui

fanno capo tutte le funzioni statuali: la funzione legislativa, la funzione esecutivo-

amministrativa (con la nomina dei funzionari), la funzione giurisdizionale (nominando i giu-

dici che amministrano in suo nome alla giustizia).

La monarchia costituzionale

La fine della monarchia assoluta viene sancita a livello europeo dalla rivoluzione francese.

In Inghilterra viene teorizzato da Locke il principio della divisione dei poteri, secondo il qua-

le si doveva immaginare una forma di Governo centrata su due organi costituzionali: il so-

vrano, titolare della funzione esecutiva e di quella federativa (politica estera), e il Parlamen-

to, titolare della funzione legislativa. In Francia il principio della divisione dei poteri viene

teorizzato alla fine del XVIII secolo da Montesquieu e Rousseau, secondo i quali non ci do-

vrà essere in futuro alcun potere esercitato in condizioni di monopolio d'alcun organo dello

Stato e nemmeno alcun potere esercitato al di fuori da uno stretto collegamento della vo-

lontà popolare. La prima applicazione di questi principi si ebbe con la monarchia costituzio-

nale, in cui accanto all'organo sovrano si afferma un organo costituzionale titolare di un

proprio autonomo potere di decisione politica: il Parlamento. Il sovrano rimane titolare del

potere esecutivo e del potere di nomina e di revoca dei membri del Governo, ma deve divi-

dere l'esercizio del potere legislativo con il Parlamento.

La forma di Governo parlamentare

A partire dalla seconda metà del secolo scorso si assiste a una sempre più marcata rottura

di quell'equilibrio a tutto vantaggio del ruolo del Parlamento. L'istituto della fiducia comporta

che il Governo, una volta formato, si presenti di fronte al Parlamento per ottenere un avallo

preliminare (il voto di fiducia) al programma di attività che intende svolgere nel corso della

propria vigenza in carica. Grazie a questa fiducia iniziale, il Governo si salda alle forze poli-

tiche maggioritarie in Parlamento e ne diviene espressione. Il Parlamento acquista il potere

di revocare la fiducia al Governo, mediante l'approvazione di un'apposita mozione di sfidu-

cia, la quale obbliga il Governo a dimettersi. Si passa così da una cosiddetta fase dualista

(con a capo re e Parlamento) ad una fase monista, in cui al centro del sistema si colloca

saldamente il Parlamento. All'istituto della fiducia, che rappresenta l'elemento distintivo del-

la forma di Governo parlamentare, si associa una nuova concezione del capo dello Stato (il

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monarca ho sempre più spesso il Presidente della Repubblica), che vede quest'ultimo con

un potere neutro, lontano dalle dispute politiche contingenti, e destinatario del compito di

supremo garante delle regole costituzionali.

Le forme di Governo presidenziale, semi-presidenziale e direttoriale

La forma di Governo presidenziale precede l' affermarsi del regime parlamentare ed è ca-

ratterizzata dalla scelta di porre al centro del sistema costituzionale l'organo presidenziale,

che riunisce in se i poteri e le funzioni proprie del capo dello Stato e del capo del Governo.

Non esiste quindi il rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo, bensì tra Presidente della

Repubblica e Governo. Questo regime nasce con la costituzione degli Stati Uniti d'America

del 1787. Il regime semi-presidenziale, che ha avuto un precedente importante nella costi-

tuzione di Weimar del 1919, ritrova alcune caratteristiche di fondo del regime presidenziale

(elezione diretta del Presidente della Repubblica e rapporto fiduciario tra Presidente e Go-

verno), che convivono tuttavia con alcuni istituti tipici della forma di Governo parlamentare,

come l'istituto della fiducia parlamentare all'esecutivo. La forma di Governo direttoriale ha

come obiettivo primario la garanzia della stabilità dell'esecutivo, prefissandone a priori la

durata, facendola coincidere spesso con la durata della legislatura (Governo a termine).

La forma di Governo dittatoriale

Nello stato dittatoriale nasce la figura del capo del Governo, inteso come vero centro moto-

re dell'intero sistema costituzionale. Grazie ad un'investitura che gli viene dall'essere al ver-

tice dell'unica formazione politica ammessa (il partito unico), esso è svincolato da ogni for-

ma istituzionalizzata di etero-controllo. In esso si concentrano non solo le funzioni proprie

dell'organo di vertice dell'esecutivo, ma anche il potere di nomina e revoca dei membri del

Governo, il comando delle forze armate, e una serie di poteri diretti a condizionare e limita-

re la stessa funzione legislativa di un Parlamento.

La forma di Governo negli Stati socialisti

La costituzione sovietica del 1936 prevedeva una struttura statuale fondata da un lato sul

riconoscimento di ampie autonomie locali e dall'altro su una fitta rete di assemblee elettive

(i soviet) gerarchicamente ordinate, ciascuna espressione delle assemblee di livello inferio-

re, fino ad arrivare gli organi supremi dello Stato: il Soviet supremo (il Parlamento) e il Pre-

sidium (capo dello Stato e Governo), legati da un rapporto che ricorda l'istituto della fiducia.

Il principio informatore dei rapporti tra le varie assemblee è quello gerarchico, mentre al

partito spetta una funzione di guida della collettività nella costruzione della società sociali-

sta, che si traduce in tutta una serie di poteri specifici, primo fra tutti quello relativo alla scel-

ta dei candidati per i vari organi elettivi.

Forma di Stato, forma di Governo e sistema delle fonti normative

La storia delle diverse forme di Stato e forme di Governo non è altro che la storia del modo

in cui certi rivolgimenti sociali hanno determinato un certo assetto del potere statuale e del

modo in cui un certo assetto di potere si è posto rispetto ai problemi presenti nella società,

in un processo di continuo e reciproco condizionamento.

CAPITOLO III: Le trasformazioni delle istituzioni pubbliche dallo Statuto Albertino al-

la Costituzione Repubblicana. (pag. 51 – 78)

Le caratteristiche fondamentali dello Statuto Albertino:la forma di Governo e la tutela

dei diritti di libertà

La prima fase della storia costituzionale d'Italia è segnata dallo statuto Albertino, concesso

il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto, re di Sardegna, divenuto poi costituzione del regno d'Italia

nel 1861 e rimasta in vigore fino all'avvento della Repubblica e della costituzione Repubbli-

cana del 1948. Si trattava di una costituzione "ottriata", concessa cioè dal sovrano ai suddi-

ti, che accoglieva parzialmente le istanze di democratizzazione dello Stato. Disegnava una

forma di Governo costituzionale pura, di tipo dualista, basata sul sovrano e sul Parlamento.

Al re spettava il potere di nominare e revocare i ministri, condividere il potere legislativo col

Parlamento, nominare i membri del Senato, sciogliere la Camera elettiva. Il Parlamento era

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formato da una Camera elettiva e dal Senato di nominare regia, cui spetta la funzione legi-

slativa condivisa col sovrano e la funzione di approvazione dei bilanci e dei conti dello Sta-

to. Era tuttavia caratterizzata da un esiguo numero di libertà garantite, tra cui spiccava il di-

ritto di proprietà.

Gli sviluppi della forma di Governo: dalla monarchia costituzionale alla monarchia

parlamentare

A causa delle trasformazioni politiche e sociali in atto, si avviò una progressiva erosione dei

poteri del re a favore del binomio Governo-Parlamento. Da qui prese avvio la sempre mag-

giore estensione dei poteri del Governo, con il ruolo del re che tende a passare sempre più

in secondo piano. A questo cambiamento si accompagna la progressiva accentuazione del-

la rilevanza politica del Presidente del consiglio e dello stesso Governo. Durante il Governo

Zanardelli, nel 1901, si affermano chiaramente due principi: il primo, rappresentato dalla

prevalenza riconosciuta al Presidente del consiglio rispetto agli altri ministri; il secondo rap-

presentato dalla valorizzazione della collegialità nell'esercizio delle funzioni del Governo.

La legislazione elettorale: dal criterio censitario al suffragio universale maschile

La funzione elettorale del periodo aveva carattere censitario, il che consentiva l'esercizio di

voto ad una percentuale non superiore al 2% della popolazione. Nel 1877 il diritto di voto

viene esteso ai cittadini di sesso maschile che avessero raggiunto la maggiore età e che

avessero adempiuto all'obbligo scolastico: l'elettorato passò al 7% della popolazione; con le

leggi elettorali del 1912 e del 1919 si arrivò all'introduzione del suffragio universale maschi-

le e al sistema elettorale di tipo proporzionale, che rompeva con la tradizione dei sistemi

elettorali di tipo maggioritario. Bisognerà tuttavia attendere fino al 1945 affinché si arrivi alla

piena affermazione del principio del suffragio universale, con il riconoscimento del diritto di

voto anche alle donne.

Gli sviluppi nell’assetto dell’organizzazione dello Stato: la costruzione di un modello

accentrato e l’accantonamento dell’ipotesi regionalista

La scelta a favore dell'accentramento politico-amministrativo fu confermata negli anni im-

mediatamente successivi all'unità del paese. In questo contesto, subiscono un significativo

riordinamento gli organi ausiliari del Governo e quelli giurisdizionali. Si assiste alla nascita

del sistema di giustizia nell'amministrazione, ossia di un sistema che consente al singolo di

chiamare l'amministrazione a rispondere delle eventuali illegittimità commesse nell'esercizio

delle sue funzioni, non più davanti ad organi interni alla stessa amministrazione, ma davanti

a un giudice ordinario, quando oggetto di una controversia fosse un diritto civile o politico.

Si assiste a un primo allargamento dell'autonomia degli enti locali territoriali, come testimo-

nia la trasformazione, avvenuta nel 1888, dei presidenti delle amministrazioni provinciali e

dei sindaci in organi elettivi, e non più di nomina governativa. Cominciano a nascere, ac-

canto alle tradizionali strutture ministeriali, le prime aziende pubbliche, dotate di autonomia

gestionale e finanziaria, e i primi enti pubblici nazionali (come l'INA nel campo delle assicu-

razioni), in grado di operare secondo modalità analoghe a quelle dell'impresa privata, sia

pure secondo gli indirizzi e sotto la vigilanza ministeriale.

La legislazione ordinaria in tema di diritti di libertà e i rapporti tra Stato e Chiesa

La legislazione di pubblica sicurezza e la legislazione penale si caratterizzano come estre-

mamente severe nella prevenzione e repressione non solo dei reati, ma anche dei compor-

tamenti ritenuti antisociali o comunque pericolosi per il sistema politico dominante, con una

vastissima attribuzione di potere discrezionale agli organi di polizia. Per quanto riguarda la

tutela della libertà religiosa, lo Stato si riferiva alla religione cattolica come alla sola religione

dello Stato e agli altri culti come semplici culti "tollerati". La legge delle guarentigie

(349/1871) intendeva garantire il libero esercizio delle funzioni del pontefice e della Santa

sede; tuttavia il rifiuto del Papa di accettarne i contenuti, ritenuti del tutto insufficienti a rego-

lare in modo soddisfacente i rapporti tra Chiesa cattolica e Stato, fece prolungare un conflit-

to che il nuovo Stato unitario cercava di sanare. 7

L’avvento del fascismo e le caratteristiche del nuovo regime: la forma di Stato e di

Governo; l’assetto dell’amministrazione; i diritti di libertà

Nel 1919, immediatamente dopo la fine del conflitto mondiale, nasce il partito fascista e due

anni più tardi nascerà, da una scissione all'interno del partito socialista, il partito comunista.

In questi anni si assiste al progressivo affermarsi del regime fascista, che caratterizza la

seconda fase della nostra storia costituzionale. L'inizio del regime fascista si fa corrisponde-

re alla cosiddetta "marcia su Roma" delle squadre fasciste e al successivo incarico di for-

mare un nuovo Governo, in sostituzione di quello diretto da Facta, affidato da Vittorio Ema-

nuele III, il 22 ottobre 1922, a Mussolini. Con l'adozione della nuova legge elettorale

(2444/1923, la cosiddetta legge Acerbo, caratterizzata da un sistema maggioritario) il fasci-

smo mostra la chiara volontà di prescindere dalla collaborazione con altri e diversi movi-

menti politici. L'esito elettorale determina la completa salita al Parlamento dei fascisti. Il de-

putato socialista Matteotti pagò con la vita la sua protesta. Questo episodio provocò l'ab-

bandono del Parlamento di gran parte dei deputati antifascisti (il cosiddetto Aventino), dopo

il quale Mussolini pronunciò un famoso discorso alla Camera, nel gennaio 1925, con il qua-

le si assume provocatoriamente la responsabilità di tutto quanto avvenuto ed espone defini-

tivamente un programma di edificazione di Stato totalitario. Tale programma troverà l'attua-

zione con le cosiddette leggi fascistissime. L'unico partito politico è il partito nazionale fa-

scista (PNF) con a capo il duce. La fedeltà al regime e l'adesione al partito divengono ob-

bligatori per tutti i dipendenti pubblici. In seguito alla necessità da parte dello Stato di inter-

venire con operazioni di salvataggio di istituti economici nasce un nuovo ente pubblico, l'IRI

(Istituto per la ricostruzione industriale), destinato a svilupparsi nei decenni successivi. L'in-

tervento più significativo del periodo è rappresentato dalle leggi razziali del 1938, con le

quali i cittadini di razza ebraica venivano privati non solo dei diritti politici, ma anche di molti

diritti civili. Per conquistarsi l'appoggio della confessione religiosa cattolica, si arriva a chiu-

dere la cosiddetta "questione romana" attraverso la stipulazione dei Patti Lateranensi (che

affidavano alla chiesa città del Vaticano e alcuni riconoscimenti in denaro) e del concordato

(che risolveva i fenomeni rilevanti sia per la Chiesa che per lo Stato).

La caduta del fascismo, la nascita della Repubblica e la nuova costituzione Repub-

blicana

Il crescente distacco di sostanziali parte dell'opinione pubblica dal regime fascista contribuì

a far adottare da gran parte del gran consiglio del fascismo, riunito a Roma il 24 luglio

1943, un ordine del giorno nel quale si invitava il sovrano ad assumere con effettivo co-

mando le forze armate di terra, di mare e dell'aria. In seguito a questo il sovrano, il 25 luglio

1943, non solo revoca Mussolini e nomina il maresciallo Badoglio nuovo capo del Governo,

ma nomina un Governo formato da militari e da funzionari di esclusiva sua fiducia. In segui-

to all'arresto di Mussolini e di una serie di esponenti fascisti, si procede alla soppressione

del PNF e della Camera dei fasci. La decisione ufficiale di continuare la guerra accanto alla

Germania nazista e l'incapacità di cercare forze alleate conducono alla stipulazione dell'ar-

mistizio di Cassibile il 3 settembre 1943. Il suo annuncio, l'8 settembre, coincide con la fuga

da Roma del sovrano. Il rifiuto da parte delle forze politiche antifasciste di sostenere il Go-

verno regio provocarono le dimissioni di Vittorio Emanuele III e del principe ereditario e lo

costringono a stipulare, nell'aprile 1944, un accordo di compromesso (il cosiddetto "patto di

Salerno"), un secondo il quale il sovrano si impegna ritirarsi definitivamente dalla vita pub-

blica, nominando il proprio figlio Umberto "Luogotenente del regno". Tuttavia, mentre si la-

vorava incessantemente alla formazione della nuova costituzione, Vittorio Emanuele III

rompe improvvisamente la tregua istituzionale, abdicando il 9 maggio 1946 e ponendo la

premessa per la proclamazione a re del figlio Umberto: questo evento non fu ostacolato per

non porre in pericolo l'ormai imminente scadenza elettorale. L'esito del referendum del 2

giugno 1946 a favore della Repubblica determinò la prima grande caratteristica del nuovo

assetto costituzionale e l'assemblea costituente procedette pertanto all'elezione del Presi-

dente provvisorio della Repubblica nella persona di Enrico de Nicola. Viene nominato

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un'apposita commissione per la costituzione che poi fu costretta a suddividersi in tre sotto-

commissioni e in altri organi interni per riuscire ad elaborare in tempi brevi un articolato

progetto. La commissione riuscì a definire un progetto e si giunse all'approvazione finale il

22 dicembre 1947.

Le caratteristiche fondamentali della Costituzione Repubblicana

Secondo l'articolo 1.2 della costituzione "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita

nelle forme e nei limiti della costituzione"; nessun organo di Governo potrà vantare una le-

gittimazione autonoma all'esercizio delle massime funzioni statuali, ma dovrà contare su

una legittimazione proveniente dal popolo. La categoria degli organi costituzionali è costitui-

ta dal corpo elettorale, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo e la corte

costituzionale. Il ruolo principale dello stato si riassume in una funzione strumentale di ga-

ranzia, di pieno sviluppo dei valori personalistici e comunitari dei cittadini: l'articolo 2 della

costituzione afferma che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo,

sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità". Il primo

comma dell'articolo 3 della costituzione ribadisce con la massima precisione il principio libe-

rale dell'uguaglianza di tutti i cittadini, dotati di pari dignità sociale e "eguali davanti alla leg-

ge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condi-

zioni personali e sociali". La libertà associativa si traduce nell'attribuzione di veri e propri

poteri ad alcuni essenziali formazioni sociali, di cui si riconosce un ruolo in certa misura in-

comprimibile (la famiglia o le confessioni religiose). Il principio secondo il quale le imposte si

pagano secondo aliquote progressive tende a favorire i ceti sociali più deboli e cerca di

contrastare la più sempre presente disuguaglianza di fatto. Il lavoro viene inteso come con-

tributo che ciascuno dà al progresso materiale e culturale della società. I principi della co-

siddetta costituzione economica comprendono i rapporti di lavoro e in particolare ricono-

scono non solo la libertà sindacale, ma anche il diritto di sciopero; è volta in oltre all'istitu-

zione di un sistema misto, dei quali iniziative pubbliche e iniziative private contribuiscano al

perseguimento delle finalità di riequilibrio economico e sociale. L'articolo 42. 2 riconosce e

garantisce la proprietà privata, ma ne consente una disciplina legislativa che ne assicuri la

funzione sociale e ne favorisca l'accesso al maggior numero possibile di soggetti. Ad un au-

torevole sistema statale centrale si affianca un articolato e forte sistema di autonomie re-

gionali e locali, introdotti sia al fine di adeguare meglio l'amministrazione pubblica alle tante

e diverse esigenze locali, sia al fine di arricchire il quadro istituzionale attraverso la forma-

zione di sedi di mediazione di interessi più ravvicinate ai cittadini che di quegli interessi so-

no portatori. La costituzione prevede e disciplina, accanto ai comuni e alle province, le re-

gioni: distinguiamo le 15 regioni ad autonomia ordinaria dalle 5 regioni ad autonomia spe-

ciale (Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia), i cui poteri

sono tutelati dagli strumenti di garanzia della rigidità costituzionale. Il compito principale del-

la corte costituzionale è quello di giudicare sulla legittimità costituzionale delle leggi dello

Stato e di giudicare sulle eventuali responsabilità penali del Presidente della Repubblica. I

poteri principali del Presidente della Repubblica sono lo scioglimento anticipato delle came-

re e la nomina del nuovo Governo. L'articolo 10 della costituzione afferma la subordinazio-

ne dell'ordinamento giuridico nazionale alle norme internazionali generalmente riconosciu-

te. L'articolo 11 sancisce che "l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà

degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali": sulla base di

questo principio l'Italia ha chiesto e ha ottenuto di far parte dell'ONU (organizzazione delle

Nazioni Unite), ha potuto essere tra gli stati fondatori della comunità europea e partecipa

all'Unione Europea.

CAPITOLO IV: L’Italia e l’Unione Europea. (pag. 79 – 93)

La nascita dell’Unione Europea

Il processo di integrazione europea prende avvio agli inizi degli anni cinquanta con la nasci-

ta delle tre comunità europee originarie (prima la Ceca e poi successivamente la Cee e la

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Ceea o Euratom), le quali avevano finalità economiche, ma anche l'obiettivo preciso di

scongiurare il rischio del riprodursi in Europa delle condizioni di conflittualità che avevano

portato ben due conflitti mondiali. Si partì dalla creazione di un mercato comune, eliminan-

do le barriere tra i vari stati europei per arrivare alla libera circolazione delle merci, al diritto

di stabilimento dei lavoratori autonomi e alla libera circolazione dei capitali. Le principali

tappe dell'itinerario di integrazione sono:

1. trattato di Bruxelles (1965), che realizza una prima forma di coordinamento tra le tre

comunità unificandone gli esecutivi e varando un unico bilancio europeo;

2. atto unico europeo (1986), che prevede l'eliminazione di un gran numero di barriere

alla libera circolazione, vede l'istituzionalizzazione del consiglio europeo, in quanto

organo nel quale maturano le grandi scelte di indirizzo politico, e il potenziamento

del ruolo del Parlamento europeo;

3. trattato di Maastricht o trattato dell'Unione Europea (1992), che dà il via alla coope-

razione in materia di politica estera, di sicurezza, di giustizia e di affari interni. Si

pongono le basi per una moneta unica europea (euro) e per l'istituzione della Banca

centrale europea, insieme alla nozione di cittadinanza europea;

4. trattato di Amsterdam (1997), che vede un'ulteriore valorizzazione della cittadinanza

europea, insieme a un rafforzamento della politica sociale europea;

5. trattato di Nizza (2001), con il rafforzamento degli interventi dell'Unione Europea in

settori quali quello della politica estera, di sicurezza e di difesa, insieme alla nuova

composizione del Parlamento europeo e della commissione.

Belgio, Francia, Germania, Italia,

Ad oggi i paesi dell’Unione Europea risultano essere:

Lussemburgo, Olanda, regno unito, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Au-

stria, Finlandia, Svezia, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca,

Repubblica slovacca, Slovenia, Ungheria (25 paesi, maggio 2004).

La forma di Governo

Per forma di Governo comunitaria si intende l'aspetto dell'ordinamento relativo alla compo-

sizione e alle funzioni degli organi tra i quali i trattati ripartiscono i poteri ceduti dagli stati

membri, nonché ai loro reciproci rapporti. Gli organi principali sono i seguenti:

• il consiglio europeo, creato nel 1974 ed entrato a far parte della struttura organizzati-

va comunitaria nel 1987 a seguito dell’entrata in vigore dell’Atto unico europeo, è

formato dai capi di stato o di Governo dei paesi membri – assistiti dai ministri degli

Esteri – e dal Presidente della Commissione europea. Si riunisce due volte all’anno

nei cosiddetti “vertici europei” e ha il compito principale di stabilire l’orientamento po-

litico dell’Unione;

• il Parlamento europeo, inizialmente organo puramente consultivo al quale l’Atto uni-

co europeo e il trattato di Maastricht hanno attribuito poteri più ampi – è l’unico orga-

no comunitario composto da membri eletti direttamente dai cittadini dei paesi mem-

bri. Oggi, oltre ad avere poteri in materia di bilancio e di controllo dell’esecutivo, il

Parlamento ha anche competenze legislative e condivide con il Consiglio dei ministri

il potere di decisione su diverse materie;

• la commissione europea, composta da trenta membri (erano venti prima

dell’allargamento del 2004), è l’organo esecutivo dell’Unione, ma suo è anche il

compito di avanzare le proposte legislative. Essa vigila sulla corretta applicazione dei

trattati europei e delle decisioni adottate in base a essi. In ambito amministrativo la

Commissione gestisce i fondi comunitari e gli aiuti agli altri paesi. La Commissione

europea ha un organico di 15.000 persone, di cui un terzo è addetto ai servizi di tra-

duzione e di interpretariato;

• il consiglio dei ministri, il principale organo legislativo. Composto dai rappresentanti

degli stati membri, di solito ministri, è affiancato dal Comitato dei rappresentanti

permanenti, che ha il compito di preparare i lavori del Consiglio e di eseguire i man-

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dati che quest’ultimo gli affida. La presidenza del Consiglio è affidata a turno a uno

degli stati membri e ha la durata di sei mesi. L’attività del Consiglio si divide in tre “pi-

lastri”. Il primo comprende le politiche comunitarie in materia di agricoltura, trasporti,

energia, ambiente, ricerca e sviluppo, per le quali il Consiglio si attiva su proposta

della Commissione. Il secondo “pilastro” comprende la politica estera e la sicurezza;

il terzo la giustizia e gli affari interni. Su queste materie il Consiglio ha potere di deci-

sione e di iniziativa;

• gli organi di controllo e di giustizia, di cui fanno parte la Corte dei conti, la Corte di

giustizia ed il Tribunale di primo grado. La corte dei conti, composta da 25 membri,

esercita il controllo sulla gestione finanziaria della comunità. La Corte di giustizia, or-

gano giudicante di ultima istanza, è composta da venticinque giudici (uno per ogni

stato membro) e otto avvocati generali; è competente sia per le controversie tra isti-

tuzioni comunitarie – e tra queste ultime e i paesi membri – sia per i ricorsi in appello

contro le direttive e i regolamenti emanati dall’Unione. Su richiesta di un Tribunale

nazionale, la Corte si pronuncia anche sulla validità e sull’interpretazione delle di-

sposizioni del diritto comunitario (vedi Diritto europeo). Le sue sentenze costituisco-

no un precedente e divengono parte del quadro giuridico di ciascuno stato membro.

Il Tribunale di primo grado, formato da venticinque giudici nominati per un periodo di

sei anni, si occupa dei ricorsi contro la normativa comunitaria presentati da individui,

organizzazioni o società.

I poteri delle istituzioni comunitarie

La comunità è in grado di esercitare poteri normativi, amministrativi, giudiziari, concludere

accordi internazionali con stati terzi.

• Poteri normativi. Vengono esercitati attualmente attraverso direttive e regolamenti: le

direttive sono atti normativi che fissano, in una determinata materia, degli obiettivi,

dei risultati che devono essere raggiunti dagli stati membri lasciando a questi ultimi

la libera scelta dei mezzi più idonei al loro conseguimento; ad una direttiva comunita-

ria fa seguito un intervento del legislatore nazionale che deve dare attuazione al con-

tenuto della direttiva; i regolamenti sono invece gli atti normativi comunitari che non

richiedono alcun ulteriore intervento da parte del legislatore nazionale.

• Poteri amministrativi. Riguardano le attività di decisione, di controllo, di ispezione, di

sanzione. È di particolare rilievo l'attività che la commissione svolge nella gestione

dei fondi strutturali della comunità, ossia delle risorse che vengono destinate allo svi-

luppo di particolari settori dell'economia degli stati membri.

• Poteri in campo monetario. L'introduzione di una moneta unica europea e l'istituzione

di una banca centrale europea rappresentano, senza alcun dubbio, il passo più rile-

vante sulla strada dell'integrazione. Diventata operativa il 1° luglio 1988, la Banca

centrale europea, che ha sede a Francoforte, è l’organismo attorno al quale ruota il

Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), che comprende tutti gli istituti di

emissione dei paesi membri dell’UE. Compiti della BCE sono quelli di sostenere le

politiche economiche e definire e attuare la politica monetaria dell’UE, assicurare la

stabilità dei prezzi interni e il valore del cambio esterno dell’euro, detenere e gestire

le riserve ufficiali in valuta estera degli stati membri, promuovere il regolare funzio-

namento dei sistemi di pagamento. Gli organi della BCE sono: il Comitato esecutivo,

composto da sei membri; il Consiglio direttivo, composto dai sei membri del Comitato

esecutivo più i dodici governatori delle banche centrali dei paesi aderenti all’Unione

monetaria europea; il Consiglio generale, composto dai governatori delle banche

centrali di tutti i paesi membri dell’UE.

• Poteri giudiziari. Vengono esercitati dal tribunale di primo grado e dalla corte di giu-

stizia e assicurano che gli atti e comportamenti adottati dalle istituzioni comunitarie

siano legittimi; valgono inoltre ad assicurare un risarcimento del danno a chi, perso-

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na fisica o giuridica, abbia subito un pregiudizio dell'attività svolta da un organo co-

munitario.

• Potere estero. In alcune materie espressamente previste dai trattati, come la politica

commerciale comune e la cooperazione nei settori della ricerca e dello sviluppo tec-

nologico, la comunità ha il potere di stipulare accordi internazionali che vincolano al

loro rispetto tutti i stati membri.

• Poteri in ambito di PESC e GAI. Nel quadro della cooperazione in materia di politica

estera e di sicurezza comune (PESC), nonché in materia di giustizia e affari interni

(GAI), le decisioni assunte assumono la veste di azioni comuni e di posizioni comuni:

le prime impegnano l'unione a un intervento diretto, mentre le seconde impegnano

gli stati ad adottare politiche nazionali conformi alla posizione comune assunta.

I riflessi sul sistema costituzionale della partecipazione dell’Italia all’Unione Europea

Le principali conseguenze che il processo di integrazione europea ha prodotto in Italia so-

no: • sul piano della forma di Governo, si deve registrare un progressivo rafforzamento del

ruolo di quest'organo, mentre il Parlamento non dispone di strumenti efficaci per po-

ter far sentire la propria voce sulla scena europea;

• sul piano delle grandi scelte di indirizzo politico, ogni scelta risulta vincolata a deci-

sioni assunte in sede comunitaria;

• sul piano della legislazione, ormai intere materie non sono più nella disponibilità del

legislatore nazionale e ciò vale sia per il Parlamento sia per le singole regioni;

• sul piano dell'amministrazione gli organi amministrativi (statali, regionali, provinciali o

comunali) non operano più in ossequio a una legge dello Stato o della regione, ma in

ossequio a un regolamento o ad una direttiva comunitaria;

• sul piano della giurisdizione, la legge della comunità prevale, secondo il principio ge-

rarchico, automaticamente su una legge nazionale, qualora la la materia in causa sia

disciplinata da entrambe le fonti normative.

CAPITOLO V: Il corpo elettorale. (95 – 140)

Popolo e corpo elettorale

L'articolo 1.2 della costituzione Repubblicana afferma che "la sovranità appartiene al popo-

lo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione". La costituzione prevede dun-

que che l'esercizio delle funzioni dello Stato non possa avvenire se non in seguito alla con-

sultazione del corpo elettorale, costituito appunto dal popolo. Il concetto di nazione indivi-

dua quegli elementi etnici, linguistici, culturali e sociali che costituiscono il patrimonio di una

determinata collettività. La nozione di popolazione designa l'insieme dei soggetti, cittadini e

non, che risiedono in un determinato momento sul territorio dello Stato e sono tenuti a ri-

spettarne le leggi. Elemento fondamentale per l'esercizio dei diritti connessi alla titolarità

della sovranità è invece il possesso della cittadinanza, che può essere acquistata in diversi

modi: secondo il principio dello "iure sanguinis", acquista la cittadinanza italiana il figlio, an-

che adottivo, di genitori in possesso della cittadinanza italiana; secondo il principio dello "iu-

re soli", colui che è nato nel territorio nazionale da genitori ignoti o apolidi (privi di cittadi-

nanza); sei mesi di residenza nel territorio della Repubblica, se richiesto dal soggetto inte-

ressato; tre anni dalla data di matrimonio; straniero che ha prestato servizio alle dipenden-

ze dello Stato per almeno cinque anni; cittadino di uno degli stati membri della CEE è resi-

dente da almeno quattro anni nel territorio della Repubblica. La perdita della cittadinanza

può venire o per rinunzia o automaticamente. La cittadinanza perduta può essere riacqui-

stata a richiesta dell'interessato qualora vi siano particolari presupposti. La cittadinanza eu-

ropea si acquista in virtù del possesso della cittadinanza di uno degli stati membri e com-

porta il riconoscimento di una serie di diritti che riguardano il diritto alla tutela da parte

dell'autorità diplomatiche di uno qualunque degli stati membri. I cittadini dell'unione devono

12

chiedere l'iscrizione in un'apposita lista elettorale, che consente di acquisire l'elettorato atti-

vo e passivo (eccetto l'eleggibilità a sindaco o a vicesindaco) dello Stato in cui risiede.

Le funzioni del corpo elettorale

Le funzioni che spettano al corpo elettorale consistono nell'elezione dei propri rappresen-

tanti del Parlamento nazionale e in quello europeo, nei consigli regionali, provinciali, comu-

nali e circoscrizionali. La costituzione prevede inoltre alcune forme di esercizio diretto della

sovranità da parte del corpo elettorale, come l'istituto della petizione, dell'iniziativa popolare

e del referendum.

La funzione elettorale

L'articolo 48 della costituzione fissa i principi fondamentali in materia di esercizio della fun-

zione elettorale. Le caratteristiche del voto sono la personalità, l'uguaglianza, la libertà e la

segretezza. Vengono individuati inoltre i requisiti positivi (cittadinanza e maggiore età) e

negativi (incapacità o indegnità morale) della cosiddetta capacità elettorale.

Le caratteristiche del voto

La personalità del voto sta a indicare il divieto di introdurre regole che consentano all'eletto-

re di esercitare la funzione elettorale attraverso un altro soggetto (il cosiddetto voto per de-

lega). L'uguaglianza indica il divieto di introdurre regole elettorali che abbiano come conse-

guenza l'attribuzione ad alcuni soggetti di un peso elettorale maggiore rispetto quello di al-

tri. Libertà e segretezza stanno indicare l'obbligo di predisporre modalità di esercizio del di-

ritto di voto che garantiscano la possibilità di esprimere, senza alcun condizionamento, la

propria volontà elettorale. L'articolo 48 definisce, inoltre, l'esercizio del diritto di voto come

dovere civico.

La capacità elettorale

La capacità elettorale riassume i requisiti necessari per l'acquisto del diritto di elettorato at-

tivo e passivo. I requisiti positivi sono alla cittadinanza e la maggiore età. La legge costitu-

zionale 1/2001 ha previsto l'istituzione di una "circoscrizione estero" per l'elezione del Par-

lamento nazionale, assegnando 12 seggi per la Camera dei deputati e 6 seggi per il Sena-

to. I membri del Senato vengono eletti da coloro i quali abbiano compiuto il venticinquesimo

anno di età. L'età richiesta per l'elettorato passivo è 25 anni per la Camera dei deputati, 40

anni per essere eletti Senatori e 50 anni per essere eletti Presidente della Repubblica. I re-

quisiti negativi della capacità elettorale sono l'esistenza di cause di incapacità civile (infermi

di mente o interdetti), provvedimenti definitivi del giudice (dichiarazione di fallimento) o cau-

se di indegnità morale (i membri di casa Savoia). Per quanto riguarda l'elettorato passivo, i

requisiti negativi sono rappresentati dalle cause di ineleggibilità (esercizio di carica che

pongono il soggetto in una situazione di vantaggio rispetto agli altri candidati) o di incompa-

tibilità (che può essere rimosso rinunciando ad una delle due cariche, come deputato e Se-

natore, parlamentare e Presidente della Repubblica, parlamentare e membro del consiglio

superiore della magistratura, parlamentare e membro della corte costituzionale, parlamen-

tare e membro del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro).

I sistemi elettorali, in generale

Il modo in cui i voti espressi dal corpo elettorale vengono utilizzati per l'assegnazione dei

seggi posti in palio nella consultazione elettorale attiene al sistema elettorale. Si distinguo-

no due grandi famiglie di sistemi elettorali: quelli maggioritari e quelli proporzionali. Nei si-

stemi maggioritari il principio base è quello per cui tutti seggi in palio in una determinata cir-

coscrizione vengono assegnati al partito, o alla coalizione, che ottiene la maggioranza

semplice dei voti espressi (un numero superiore rispetto a quelli degli altri) o la maggioran-

za assoluta (la metà più uno dei voti validamente espressi). Nei sistemi proporzionali il prin-

cipio base è quello per cui i seggi vengono assegnati tra tutti i partiti che hanno partecipato

alla competizione elettorale, in proporzione al numero dei voti che ciascuno di essi ha otte-

nuto. Nei sistemi maggioritari è individuato l'istituto del ballottaggio; nell'ipotesi in cui nes-

sun candidato consegue il numero di voti necessari per essere eletto, si svolge un secondo

turno elettorale, cui sono ammessi come candidati coloro che, al primo turno, hanno ottenu-

13

to più voti. Nei sistemi proporzionali esistono tre metodi matematici utilizzati: il metodo

d'Hondt consiste nell'assegnare i seggi sulla base di potenti interi più alti, che si ottengono

dividendo alla cifra elettorale in ogni partito per 1, 2, 3, 4,...; il metodo Sainte Lague attribui-

sce i seggi sempre sulla base dei quozienti più alti, ma dividendo la cifra elettorale di ogni

partito per 1, 3, 5, 7, 9, ...; il metodo del quoziente corretto consiste nell'attribuzione dei

seggi a quei candidati che abbiano ottenuto un numero di voti pari al quoziente che si ottie-

ne dividendo il numero di voti validi per il numero complessivo dei seggi da assegnare nella

circoscrizione, maggiorato di 1 o più unità.

Il sistema elettorale per l’elezione della Camera e del Senato: caratteristiche generali

Fino al referendum del 1993, il sistema elettorale per l'elezione di Camera e Senato è stato

sostanzialmente proporzionale: da quel momento in poi il popolo si è espresso a favore di

un sistema di tipo maggioritario. Tuttavia, in seguito alla consultazione referendaria, il Par-

lamento ha varato la nuova legislazione elettorale, valida per il Senato e per la Camera, de-

finibile come sistema misto. Infatti, per una parte sistema può definirsi maggioritario, poiché

tre quarti dei deputati e dei Senatori sono eletti in collegi uninominali secondo la regola che

assegna il seggio al candidato che ottiene più voti rispetto agli altri, ma per una parte è an-

cora proporzionale, tant'è che un quarto dei deputati e dei Senatori è eletto mediante il me-

todo d'Hondt.

Il sistema elettorale per il Senato

Il Senato, secondo l'articolo 57 della costituzione, deve essere eletto a base regionale: è il

Governo che, con un apposito decreto, provvede a ripartire fra le regioni i seggi, in relazio-

ne alla popolazione residente. La candidatura è personale e subordinata alla sola firma di

sottoscrizione da parte di un numero sufficiente di lettori del collegio. La legge fa divieto di

presentarsi in più di un collegio Senatoriale o di candidarsi contestualmente per le elezioni

della Camera. L'elettore esprime un unico voto nella scheda e dall'esito che scaturisce dallo

spoglio dei voti si deriva l'elezione, in ciascun collegio, del candidato che ha ottenuto il

maggior numero di voti validi. Non è prevista alcuna soglia minima per conseguire un seg-

gio.

Il sistema elettorale per la Camera dei deputati

Anche nel sistema elettorale per la Camera dei deputati i tre quarti dei seggi (esclusi quelli

assegnati alla circoscrizione estero) sono attribuiti con metodo maggioritario in collegi uni-

nominali, mentre il restante un quarto è assegnato con metodo proporzionale. La legge in-

dividua ventisei circoscrizioni elettorali (la Sicilia ne ha due). La lista a livello circoscriziona-

le deve essere presentata da un numero di elettori che va da 500 a 4500; è una lista breve

e rigida, dal momento che non esiste per l'elettore la possibilità di esprimere un voto di pre-

ferenza, sì che risulteranno eletti i candidati secondo l'ordine prestabilito dal partito. Gli esiti

dello spoglio portano all'immediata proclamazione dei candidati che vi hanno conseguito la

maggioranza dei voti validamente espressi. Data la possibilità che i candidati a livello circo-

scrizionale siano eletti in più circoscrizioni, si prevede a carico dell'eletto l'obbligo di optare

entro otto giorni dalla data dell'ultima proclamazione; diversamente si procede a sorteggio.

Il sistema elettorale per l’elezione dei consigli regionali

Con la legge costituzionale 1/1999 sono state introdotte rilevanti modifiche al titolo V della

costituzione, dedicato alla disciplina delle autonomie regionali. Il nuovo testo dell'articolo

122 prevede, infatti, che "il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità

del Presidente e degli altri componenti della giunta regionale, nonché dei consiglieri regio-

nali, sono disciplinati con la legge della regione, nei limiti dei principi fondamentali stabiliti

con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi" e, all'ultimo

comma, che "il Presidente della giunta regionale, salvo che lo statuto disponga diversamen-

te, è eletto suffragio universale diretto". Il numero dei seggi in palio è ripartito fra i vari col-

legi in proporzione alla popolazione residente. Si tratta di collegi plurinominali, nei quali ogni

partito o movimento politico presenta una lista di candidati. Ogni elettore ha la possibilità di

esprimere una preferenza a favore di un candidato compreso nella lista stessa. 14

Il sistema elettorale per l’elezione dei Consigli comunali e provinciali

Il Parlamento ha varato una nuova legge che interessa tanto i comuni, quanto le province

(disciplina compresa nel testo unico 267/2000), che rappresenta una combinazione di ele-

menti che si ispirano al principio maggioritario con elementi che, invece, si ispirano al prin-

cipio proporzionale. Per i comuni fino a 15.000 abitanti, ogni candidato sindaco deve essere

collegato a una lista di candidati a consigliere comunale; risulterà eletto sindaco il candidato

che avrà ottenuto il maggior numero di voti e in caso di parità si procede al ballottaggio. Per

i comuni oltre 15.000 abitanti l'elettore vota contemporaneamente per un candidato a sin-

daco e per una delle liste, che non devono essere per forza uguali; risulterà eletto sindaco il

candidato che otterrà la metà più uno dei voti validamente espressi e anche in questo caso

si può procedere al ballottaggio. La durata in carica dei sindaci e dei consigli comunali è

fissata in cinque anni e si è limitato a due il numero massimo dei mandati a sindaco. Il pro-

cedimento per l'elezione del Presidente della provincia e dei consigli provinciali non differi-

sce da quello disposto per i comuni di maggiore dimensione e anche in questo caso la du-

rata in carica risulta di cinque anni.

Il sistema elettorale per l’elezione del Parlamento europeo

Per quanto riguarda l'elezione del Parlamento europeo, in Italia è in vigore la legge 18/1979

che prevede un sistema proporzionale, a scrutinio di lista, il quale opera nelle cinque grandi

circoscrizioni elettorali (Italia nord-occidentale, nord-orientale, centrale, meridionale, insula-

re) in cui la stessa legge ha suddiviso il territorio nazionale. Per l'assegnazione degli 87

seggi si calcola il quoziente elettorale nazionale (numero di voti validamente espressi diviso

il numero di seggi da assegnare) e si divide la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista per

tale quoziente.

Il contenzioso elettorale

Con il termine di contenzioso elettorale si fa riferimento a quel complesso di regole che

consentono al singolo candidato, alla lista o ai cittadini, di impugnare i risultati delle consul-

tazioni elettorali, qualora ritengano che, nell'assegnazione dei seggi, siano state commesse

delle irregolarità. Per ciò che attiene alle elezioni per le due camere, il controllo è affidato a

uno speciale organo interno, la giunta delle elezioni. Per i consigli regionali le decisioni sulle

impugnabili davanti al giudice ordinario, oltre che dagli interessati, da qualunque elettore e

dal commissario del Governo. Per il Parlamento europeo si prevede un sistema di regole

analogo a quello previsto per comuni e province.

La disciplina delle campagne elettorali

Il principio che disciplina le campagne elettorali si ispira alla parità di trattamento e all'im-

parzialità (par condicio) e ruota intorno alla distinzione fra comunicazione politica e mes-

saggio autogestito. Per comunicazione politica s'intendono quei programmi radiotelevisivi

nei quali si mettono a confronto in forma dialettica discorsiva le diverse opinioni che esisto-

no sui temi oggetto di dibattito politico; per messaggi autogestiti s'intendono quelle forme di

comunicazione volta illustrare, in modo motivato ma unilaterale, un singolo programma o

una singola opinione politica. I programmi di comunicazione politica sono diffusi obbligato-

riamente dalle emittenti che operano a livello nazionale (sia pubbliche che private); i mes-

saggi autogestiti sono diffusi dalla concessionaria pubblica (RAI) e devono avere una dura-

ta minima (da 1 a 3 minuti quelli televisivi e da 30 a 90 secondi quelli radiofonici). Gli spazi

riservati per i messaggi devono essere attribuiti in condizioni di parità e gratuitamente dalle

emittenti di livello nazionale; le emittenti locali possono concederli anche a titolo oneroso.

Esiste l'obbligo per ciascun partito di non superare un tetto massimo di spese elettorali e

l'obbligo di presentare ai presidenti delle camere il consuntivo relativo alle proprie spese

elettorali e alle relative fonti di finanziamento. Esiste un contributo alle spese elettorali sia

per le elezioni del Parlamento nazionale ed europeo sia dei consigli regionali.

Gli strumenti di esercizio “diretto” della sovranità

In base agli istituti di democrazia diretta, il corpo elettorale, anziché delegare ad altri organi

l'esercizio della sovranità, provvede a esercitarla in proprio, saltando le mediazioni degli or-

15

gani rappresentativi. Gli istituti previsti dalla nostra costituzione che vengono ricondotti sotto

quest'etichetta sono tre: la petizione, l'iniziativa popolare e il referendum.

La petizione

La petizione è definita dall'articolo 50 della costituzione come il diritto di ciascun cittadino di

rivolgersi alle camere "per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità".

Del diritto di petizione è titolare la generalità dei cittadini. Le petizioni vengono trasmesse

alla commissione parlamentare competente (a seconda della materia cui la petizione si rife-

risce); la commissione la prende in considerazione e delibera su di essa; la petizione viene

trasmessa al Governo (nel caso in cui i provvedimenti presi chiamino in causa quest'ulti-

mo); infine viene comunicato l'esito della petizione al presentatore della stessa. L'istituto

della petizione è previsto anche a livello regionale.

L’iniziativa legislativa popolare

L'istituto dell'iniziativa legislativa popolare, a livello nazionale, prevede che i titolari siano

almeno 50.000 cittadini, in possesso della capacità elettorale e la sollecitazione è volta

l'approvazione di uno specifico provvedimento legislativo. La funzione rimane comunque

quella di stimolo, che lascia quindi libero l'organo cui l'iniziativa popolare è rivolta di assu-

mere le decisioni in merito che ritiene più opportune. Anche l'iniziativa popolare ha trovato

spazio negli istituti regionali.

Il referendum, in generale

L'istituto referendario è previsto come istituto destinato operare sia a livello nazionale che a

livello regionale e locale. La tipologia del referendum a livello nazionale prevede innanzitut-

to il referendum abrogativo di leggi e il referendum che si inserisce nel procedimento di re-

visione costituzionale.

Il referendum abrogativo di legge statale

Il referendum abrogativo di legge statale consiste nella sottoposizione al voto popolare di

uno più quesiti relativi all'abrogazione, totale o parziale, di una legge già in vigore. L'articolo

75 della costituzione fissa a 500.000 il numero minimo di elettori necessari per la presenta-

zione della richiesta referendaria. Sono sottratte referendum le leggi tributarie e di bilancio,

di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. È stato previsto

un doppio "quorum": uno di partecipazione (la consultazione può produrre i suoi effetti

abrogativi solo se ha partecipato al voto la metà più uno degli aventi diritto) e uno relativo

all'esito della consultazione (la maggioranza dei voti validamente espressi). L'organo indica-

to di assicurare i rispetti tali limiti è la corte costituzionale. Le richieste di referendum abro-

gativo non possono essere presentate nell'anno anteriore a quello di scadenza di una delle

camere o nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali e sono sog-

gette a un primo controllo di conformità alle regole da parte dell'ufficio per il referendum,

istituito presso la corte di cassazione. La corte ha escluso l'ammissibilità della richieste re-

ferendarie quando vi è una pluralità di domande eterogenee che non permettono di espri-

mere la propria volontà con un sì o con un no; quando attengono a norme costituzionali;

quando attengono a leggi ordinarie a contenuto costituzionalmente vincolato. Se la richiesta

supera i controlli, spetta Presidente della Repubblica fissare il referendum in una domenica

compresa fra il 15 aprile ed il 15 giugno. Nel caso in cui venga approvata l'abrogazione

parziale o totale della legge, è il Presidente della Repubblica che provvede a dichiarare con

proprio un decreto l'avvenuta abrogazione. Nel caso in cui l'elettorato si esprima in senso

contrario all'abrogazione, la stessa legge non potrà essere sottoposta di nuovo a referen-

dum abrogativo per un periodo di cinque anni.

Il referendum nel procedimento di revisione costituzionale

Nell'ipotesi in cui la maggioranza raggiunta in ciascuna Camera, nella seconda votazione

sulla legge costituzionale, non raggiunga i due terzi, ma la sola maggioranza assoluta (che

è indispensabile), si prevede che alcuni soggetti (anche un quinto dei membri di una Came-

ra) possono chiedere di sottoporre a consultazione popolare il testo votato dal Parlamento.

16

Le modalità di svolgimento ricalcano quelle previste dalla stessa legge per il referendum

abrogativo.

Il referendum per la fusione di Regioni esistenti, per la creazione di nuove regioni o

per l’aggregazione di Province e Comuni al territorio di una Regione diversa rispetto

a quella di appartenenza

I due referendum previsti per la fusione tra più regioni, la creazione di nuove regioni (con un

minimo di un milione di abitanti) o lo spostamento di comuni e province dal territorio di una

regione a quello di un'altra, non hanno sin oggi trovato pratica applicazione. Il procedimento

prevede che in entrambi i casi l'iniziativa parta dagli organi elettivi degli enti locali minori (i

consigli comunali e provinciali interessati), che su tali proposte esprimano i loro pareri i ri-

spettivi consigli regionali, nonché appunto le popolazioni interessate, tramite referendum.

Il referendum a livello regionale

La giurisprudenza ha riconosciuto ai promotori del referendum regionale il diritto di ricorrere

al giudice ordinario non solo nell'ipotesi di dichiarata inammissibilità delle iniziative referen-

darie, ma anche nell'ipotesi di sospensione delle medesime, qualora intervengano parziali

abrogazioni o modifiche legislative che interessino la legge regionale, oggetto di referen-

dum. L'istituto referendario ha mantenuto quei caratteri di eccezionalità che già l'assemblea

costituente aveva inteso conferirgli. Gli istituti regionali hanno preferito puntare piuttosto

che sull'istituto referendario su altri istituti diretti ad accrescere le possibilità di partecipazio-

ne della comunità regionale come gli istituti di partecipazione quali le consultazioni.

Il referendum per l’istituzione di nuovi Comuni o la modifica delle circoscrizioni o

delle denominazioni comunali

L'articolo 133.2 della costituzione prevede un'ulteriore forma di referendum a livello regiona-

le, ovvero quello relativo all'istituzione di nuovi comuni o alla modifica delle loro circoscri-

zioni o denominazioni. Tali provvedimenti possono essere adottati con legge regionale, ma,

appunto, previa consultazione delle popolazioni interessate.

Il referendum a livello comunale e provinciale

I consigli comunali hanno provveduto ad adottare, accanto a consultazioni referendarie in

senso proprio, in genere di tipo consultivo, promosse tanto ad iniziativa degli organi comu-

nali, quanto degli elettori, anche consultazioni informali, quali i semplici sondaggi di opinio-

ne. Quanto alla tipologia di referendum comunali provinciali è da ritenere che essa possa

essere estesa anche ad altri tipi (propositivo, confermativo), purché venga rispettato il limite

esplicitato dalla stessa disposizione, rappresentato dalle materie di "esclusiva competenza

locale".

Il referendum “di indirizzo” in materia di unione politica europea

Attraverso il cosiddetto referendum "di indirizzo" si chiama il corpo elettorale ad esprimersi

non su un atto legislativo amministrativo, bensì su un progetto politico da realizzare (come

nel caso della trasformazione della comunità europea da comunità essenzialmente econo-

mica in comunità politica). Questo tipo di referendum non è stato tuttavia introdotto in linea

generale, ma solo limitatamente al problema specifico indicato.

CAPITOLO VI: Il Parlamento. (pag. 141 – 192)

LA STRUTTURA. Il biCameralismo: problemi attuali e proposte di riforma

Il Parlamento Repubblicano si compone della Camera dei deputati e del Senato della Re-

pubblica. Le ragioni che hanno spinto i costituenti ad adottare un modello di biCameralismo

sono riconoscibili non solo al peso della tradizione prefascista e la diffidenza verso formule

che richiamassero troppo da vicino le istituzioni corporative del regime, ma anche l'incer-

tezza sui successivi sviluppi delle vicende politiche italiane e sugli equilibri che si sarebbero

stabiliti tra le diverse forze destinate a confrontarsi nel nuovo Parlamento Repubblicano. Le

uniche differenze fra le due camere attengono al numero dei membri: 630 sono i deputati e

315 i Senatori, oltre ai Senatori a vita. 17

I regolamenti parlamentari come fonti integrative – attuative del dettato costituziona-

le

Secondo quanto disposto dall'articolo 64 della costituzione, "ciascuna Camera adotta il pro-

prio regolamento a maggioranza assoluta". I regolamenti parlamentari non hanno un conte-

nuto meramente organizzatorio, ma toccano nel vivo il rapporto tra le forze politiche rappre-

sentate in Parlamento. Tra le modifiche regolamentari più recenti, troviamo l'abolizione, sal-

vo che in pochi casi, del voto segreto (allo scopo di evitare il fenomeno dei cosiddetti "fran-

chi tiratori", di coloro cioè che, approfittando della segretezza, votano in senso difforme dal-

la linea decisa del gruppo parlamentare di appartenenza); l'arricchimento dei poteri del Go-

verno in Parlamento. L'approvazione del programma (relativo ad un periodo da due a tre

mesi) e del calendario (di durata trisettimanale) spetta sempre alla conferenza dei capi-

gruppo, non più all'unanimità, bensì col consenso dei presidenti dei gruppi, la cui consi-

stenza sia complessivamente pari ad almeno tre quarti dei componenti della Camera. In

caso di mancato raggiungimento della maggioranza richiesta, il programma il calendario

sono predisposti dal Presidente dell'assemblea, sempre nel rispetto delle riserve di tempo

disposte a favore dei gruppi di opposizione. La riforma regolamentare si occupa di rilevanti

profili della decisione legislativa attinenti al miglioramento della qualità della legge (di cui è

chiamato ad occuparsi un apposito comitato per la legislazione, a composizione paritaria tra

rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione). Nel febbraio 1999 anche il Senato ha

proceduto a una riforma regolamentare che punta a risolvere in modo equilibrato il rapporto

tra esigenze della maggioranza e esigenze delle opposizioni, cominciando a prefigurare

uno statuto delle opposizioni. I regolamenti parlamentari sono stati tradizionalmente ritenuti

sottratti ogni forma di controllo esterno. La natura della "riserva di regolamento" disposta

dall'articolo 64 della costituzione è da intendersi come esclusiva, non solo nel senso di

escludere ogni altra fonte normativa dalla disciplina della materia, ma anche nel senso di

escludere ogni altra forma di controllo diverso da quello che le stesse camere possono

esercitare sui propri regolamenti.

L’organizzazione interna delle Camere: Presidente e Ufficio di presidenza

I primi compiti a cui sono chiamate le due camere sono l'elezione tra i propri membri del

Presidente e dei componenti dell'ufficio di presidenza. L'elezione del Presidente avviene a

voto segreto ed è richiesta, nei primi due scrutini, una maggioranza qualificata (due terzi dei

componenti per la Camera e la maggioranza assoluta al Senato, passando poi per la mag-

gioranza assoluta la Camera e la maggioranza semplice al Senato). Le principali funzioni

del Presidente sono la programmazione dei lavori parlamentari e la definizione del relativo

calendario, dirigere la discussione e garantire il rispetto del regolamento, assicurare il man-

tenimento dell'ordine all'interno della Camera, applicare le sanzioni previste dalle norme re-

golamentari nei confronti dei parlamentari che abbiano commesso infrazioni disciplinari. Il

Presidente è coadiuvato dall'ufficio di presidenza, anch'esso eletto dall'assemblea tra i suoi

membri.

I gruppi parlamentari

I gruppi parlamentari rappresentano la proiezione dei partiti o movimenti politici all'interno

delle camere. La soglia minima di rappresentanza affinché si possa dar vita un gruppo è 20

deputati e 10 Senatori. Tuttavia l'ufficio di presidenza può autorizzare la costituzione di

gruppi più ristretti. L'adesione a un gruppo è obbligatoria e non facoltativa, tant'è che coloro

che non manifestano nessuna scelta entrano a far parte di un unico gruppo misto. All'inter-

no del gruppo vengono definite le linee di condotta da tenere nel corso delle discussioni

che si tengono in Parlamento. Ha assunto negli ultimi tempi una consistenza particolarmen-

te rilevante il fenomeno del passaggio di parlamentari da un gruppo a un altro. In certi casi

si è trattato della conseguenza della nascita di nuovi gruppi, in altri si è trattato di scelte in-

dividuali di singoli parlamentari.

Le giunte 18

Le camere si articolano, al loro interno, in alcune strutture permanenti più ristrette, compo-

ste in proporzione alla consistenza dei diversi gruppi parlamentari: le giunte e le commis-

sioni. Le giunte prendono nome in base alle funzioni che sono state loro deferite: la giunta

per il regolamento (per proporre modifiche regolamentari), la giunta delle elezioni (controlla

la regolarità delle operazioni elettorali), la giunta per le autorizzazioni a procedere (esamina

le richieste di sottoposizione a misura limitativa delle libertà personali dei membri del Par-

lamento) alla Camera; per il Senato troviamo la giunta per il regolamento, la giunta delle

elezioni, delle immunità parlamentari.

Le commissioni parlamentari

Le commissioni parlamentari sono articolazioni interne stabili delle due camere. Oltre le

commissioni permanenti, esistono commissioni temporanee, che vengono costituite per lo

svolgimento di compiti specifici e durano in carica solo per il tempo necessario tra l'adem-

pimento. Le commissioni permanenti hanno invece la stessa durata della Camera. Esistono

le commissioni monoCamerali e le commissioni biCamerali, composta da un ugual numero

di deputati e Senatori, che svolgono funzioni di vigilanza di indirizzo, di vigilanza e controllo

e consultive.

Gli apparati burocratici delle Camere

Alla burocrazia parlamentare sono stati attribuiti compiti sempre più rilevanti; la natura di

questi compiti richiede non solo una notevole preparazione culturale, ma anche doti indi-

spensabili di equilibrio e imparzialità. Organo di raccordo tra la componente politica e la

componente burocratica della Camera è il segretario generale, il quale viene nominato

dall'ufficio di presidenza, su proposta del Presidente, e dura in carica, di norma, fino al rag-

giungimento dell'età pensionabile. Camera e Senato si avvalgono di due apparati burocrati-

ci, completamente distinti l'uno dall'altro.

L’autonomia finanziaria e contabile delle Camere; l’immunità della sede; la giustizia

domestica

Le due camere del Parlamento godono di un'autonomia finanziaria e contabile, nel senso

che decidono autonomamente l'ammontare delle risorse necessarie allo svolgimento delle

loro funzioni. Alla tradizione statutaria si ricollega anche la cosiddetta immunità della sede,

che consiste nella riserva alle camere del potere di decidere chi ammettere e chi non am-

mettere all'interno degli edifici in cui si svolgono le attività parlamentari. Le controversie re-

lative allo stato giuridico ed economico dei dipendenti delle camere sono sottratte al giudice

comune e sono invece riservate a organi interni alle stesse. Si tratta della cosiddetta giusti-

zia domestica (o autodichia).

Lo “status” di membro del Parlamento

Le garanzie che secondo l'articolo 68 della costituzione devono essere attribuite ai parla-

mentari sono il principio dell'insindacabilità dei voti dati e delle opinioni espresse dai parla-

mentari nell'esercizio delle loro funzioni, che tuttavia non copre la responsabilità politica del

parlamentare nei confronti del proprio gruppo; nel nuovo testo dell'articolo 68 scompare il

principio dell'improcedibilità contro il parlamentare, senza la previa autorizzazione a proce-

dere. L'articolo 69 garantisce ai parlamentari un'indennità, il cui importo è stabilito da appo-

sita legge; è assicurato un trattamento previdenziale, secondo le norme dettate da uno

specifico regolamento interno. I parlamentari sono tenuti a fornire all'ufficio di presidenza

della Camera di appartenenza ogni informazione relativa alla loro situazione patrimoniale,

compresa la denuncia dei redditi, nonché una dichiarazione circa le spese sostenute per la

propria campagna elettorale. La perdita dello "status" di membro del Parlamento può avve-

nire o per decisione dell'assemblea o per dimissioni, che vengono inizialmente respinte

dall'assemblea e successivamente accolte se riproposte.

I principi che guidano il funzionamento delle Camere

La durata in carica delle camere è oggi per entrambi i rami del Parlamento di cinque anni.

Nel periodo di tempo necessario all'insediamento delle nuove camere, a quelle scadute

vengono prorogati i propri poteri, ma non possono tuttavia eleggere il Presidente della Re-

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pubblica a partire dai tre mesi che precedono il loro scioglimento. Anche le commissioni

parlamentari permanenti rimangono attive per l'esercizio delle funzioni referenti consultive,

ma non decisionali. La fine della legislatura provoca la decadenza di tutti i disegni di legge

all'esame del Parlamento. L'avvio della legislatura si ha con lo svolgimento della prima riu-

nione del Parlamento fissata dal Presidente della Repubblica entro venti giorni dall'elezio-

ne. Per la validità delle sedute, l'articolo 64.3 della costituzione fissa il numero legale nella

metà più uno degli appartenenti all'organo, che si presume esistente salvo verifica. Le mo-

dalità attraverso le quali il voto si esprime possono essere diretti a tutelare l'anonimato del

votante (voto segreto) ovvero a evidenziare di fronte agli elettori il collegamento tra votante

e voto espresso (voto palese). L'unica ipotesi di obbligo di voto segreto è per la votazione

su persone. Le sedute dell'assemblea devono essere di regola pubbliche.

LE FUNZIONI. La funzione legislativa: in generale

La legge è un elemento fondamentale del sistema normativo, ma incontra limiti sia di ordine

procedimentale, che di ordine contenutistico. I primi impongono alla legge di rispettare le

disposizioni costituzionali, mentre i secondi presentano un profilo negativo che esclude che

la legge ordinaria possa derogare alle norme costituzionali, e uno positivo che obbliga la

legge ordinaria a disciplinare certe materie secondo precise indicazioni contenute nella co-

stituzione. La costituzione impone che le leggi che disciplinano particolari settori possono

essere adottate solo mediante procedimenti aggravati, come le leggi rinforzate. Qualora il

Parlamento intenda procedere ad una amnistia (provvedimento legislativo di carattere ge-

nerale con cui lo stato rinuncia all'applicazione della pena) o ad un indulto (provvedimento

generale di clemenza con il quale lo stato condona la pena principale a persone già con-

dannate) si richiede un l'altissimo consenso parlamentare (pari ai due terzi dei voti dei de-

putati e dei Senatori). Per le norme internazionali, la costituzione opera una distinzione tra

quelle di tipo consuetudinario (per cui la costituzione stabilisce un meccanismo di adatta-

mento automatico del diritto interno), cui alcuni assimilano i principi uniformemente seguiti

dagli stati, e quelle, assai più numerose, pattizie (che per entrare in vigore necessitano di

un apposito intervento del legislatore nazionale), nascenti cioè da un apposito accordo in-

ternazionale tra due o più stati.

Il procedimento legislativo

Le fasi attraverso le quali si svolge il procedimento che porta all'entrata in vigore di una leg-

ge sono:

• la fase dell'iniziativa, che consiste nell'esercizio di poter sottoporre progetti di legge

al Parlamento, e possono essere i disegni di legge del Governo, una proposta di

legge del Parlamento, un'iniziativa legislativa da parte di 50.000 lettori, l'iniziativa le-

gislativa dei consigli regionali, si iniziativa legislativa del consiglio nazionale dell'eco-

nomia del lavoro, l'iniziativa legislativa dei comuni;

• la seconda fase si svolge all'interno del Parlamento e attiene all'esame, alla discus-

sione e alla votazione della proposta di legge, in cui si può adottare una procedura

normale (con l'esame della proposta di legge da parte della commissione permanen-

te competente per materia, l'approvazione di un testo, la discussione dell'assemblea

per un periodo complessivo di 4 mesi alla Camera e 2 mesi al Senato, che possono

essere dimezzati nel caso di procedura normale abbreviata) oppure una procedura

speciale (che affida alla commissione competente il vero e proprio potere di appro-

vazione, passando dall'assemblea solo per il voto sui singoli articoli). Quando la pro-

posta di legge ha superato tutte le fasi presso una Camera, viene trasmessa all'altra,

la quale procede al suo esame, discussione e approvazione secondo le procedure

che essa stessa intenderà adottare. Se la seconda Camera approva la legge nello

stesso testo approvato dalla prima, la legge è trasmessa al Presidente della Repub-

blica per la promulgazione. Se viceversa la seconda Camera apporta delle modifiche

al testo, la proposta torna la prima Camera e questo passaggio (la cosiddetta navet-

te) continua fino a quando entrambe le camere non approvano lo stesso testo; 20

• la terza e ultima fase riguarda la promulgazione e la pubblicazione. La promulgazio-

ne deve avvenire entro trenta giorni dall'approvazione parlamentare e spetta al Pre-

sidente della Repubblica. Subito dopo la promulgazione la legge deve essere pub-

blicata. Il guardasigilli (facente parte del ministero della giustizia) pone il sigillo alla

legge e provvede alla sua pubblicazione nella gazzetta ufficiale. La "vacatio legis",

ovvero il periodo tra la pubblicazione e l'entrata in vigore della legge, è in genere di

quindici giorni.

La legge come atto di indirizzo – controllo

La legge può rappresentare uno strumento di indirizzo-controllo del Parlamento nei con-

fronti del Governo. Una prima ipotesi di questo tipo si verifica con la legge di approvazione

del bilancio preventivo, un documento contabile nel quale vengono rappresentate le entrate

e le uscite che, nell'anno finanziario successivo, lo Stato prevede rispettivamente di incas-

sare e di spendere, sulla base della legislazione vigente. Viene predisposto dal ministro del

Tesoro e approvato dal Consiglio dei Ministri e presentato alle camere per l'approvazione,

che deve avvenire, con legge, entro il 31 dicembre di ogni anno. Questa materia è stato

oggetto di importanti riforme, il cui scopo è stato quello di dare al bilancio dello Stato una

maggiore flessibilità: gli atti essenziali attraverso i quali il Governo formula la manovra di bi-

lancio e che sono sottoposte all'approvazione parlamentare sono il bilancio annuale (pre-

sentato entro il 30 giugno con la programmazione economico-finanziaria annuale), il bilan-

cio pluriennale (di durata non inferiore ai tre anni, nel quale si operano le previsioni, sia di

entrate che di uscite, su un periodo più lungo) e la legge finanziaria (che consente di appor-

tare alla legislazione di entrate e di spesa vigente quelle correzioni ritenute necessarie al

perseguimento degli obiettivi di politica economica del Governo, che fissa inoltre il limite

massimo dell'indebitamento pubblico). Il ruolo del Parlamento investe anche il bilancio con-

suntivo che ogni anno il Governo è tenuto a presentare alle camere, anch'esso approvato

con legge. La stessa natura di atto di indirizzo-controllo nei confronti del Governo si riscon-

tra nella legge di autorizzazione alla ratifica (atto ufficiale che convalida a tutti gli effetti un

trattato internazionale) dei trattati internazionali. L'ordine di esecuzione è un atto che ha un

preciso contenuto normativo: esso consente che si verifichino sul piano dell'ordinamento

giuridico interno tutte le modificazioni conseguenti al dispiegarsi degli effetti delle disposi-

zioni contenute nel trattato.

La funzione di revisione costituzionale

La costituzione attribuisce Parlamento la funzione di revisione costituzionale, un procedi-

mento la cui specialità attiene non solo il tipo di legge che ne rappresenta il risultato finale,

ma anche le regole che ne scandiscono le varie fasi, le quali risultano molto diverse da

quelle su cui si basa il procedimento che porta all'approvazione di una legge ordinaria. Il

procedimento si compone di due fasi: una necessaria, che si svolge in sede parlamentare,

e una eventuale, che vede il coinvolgimento del corpo elettorale. Nel corso della prima fase,

l'articolo 138 impone una doppia deliberazione da parte di ciascuna Camera a distanza non

minore di tre mesi l'una dall'altra. Nella seconda deliberazione è richiesta la maggioranza

assoluta. Qualora la maggioranza sia più elevata, il procedimento si arresta a questa prima

fase e la legge costituzionale o di revisione costituzionale viene trasmessa al Presidente

della Repubblica perché provveda alla sua promulgazione. Nell'ipotesi in cui, anche in un

solo ramo del Parlamento, non venga raggiunta la maggioranza dei due terzi (ma solo quel

assoluta), il testo legislativo può essere sottoposto a referendum. L'articolo 139 stabilisce

che non può essere modificata, in alcuna maniera, la forma Repubblicana dello Stato, in-

sieme ai cosiddetti "principi inviolabili".

La funzione di indirizzo e controllo sul Governo e sulla Pubblica Amministrazione

La funzione di indirizzo-controllo nei confronti dell'attività del Governo e, più in generale,

della pubblica amministrazione che le camere hanno a disposizione ha il suo fondamento

nell'elemento cardine della forma di Governo parlamentare e cioè nel rapporto di fiducia

che lega Governo e Parlamento. 21

• Mozione di fiducia. L'articolo 94 stabilisce che il Governo, una volta nominato dal

Presidente della Repubblica, deve presentarsi in Parlamento per ottenere da ciascu-

na Camera la fiducia, la quale viene concessa mediante votazione per appello nomi-

nale. La motivazione della mozione di fiducia impegna il Governo a perseguire l'indi-

rizzo politico che in essa trova espressione.

• Interrogazioni, interpellanze. Le interrogazioni chiamano in causa il Governo per ave-

re notizie circa un fatto determinato e circa la posizione che esso intende assumere

al riguardo. L'interpellanza è diretta ad acquisire informazioni, più che su singoli fatti,

sulle ragioni che hanno indotto il Governo ad assumere determinate posizioni in or-

dine a problemi di carattere generale o sull'atteggiamento che esso ha in animo di

assumere. Le interrogazioni devono essere poste per iscritto e possono avere rispo-

sta scritta o orale; le interpellanze vengono presentate in forma scritta ma devono

essere discusse in assemblea, proprio per la maggiore rilevanza che rivestono sotto

il profilo politico.

• Inchieste. Si tratta di indagini condotte da commissioni parlamentari appositamente

costituite per raccogliere elementi conoscitivi su aspetti particolarmente allarmanti

della vita sociale. Le commissioni sono di norma composte da rappresentanti di tutti i

gruppi parlamentari in proporzione alla loro consistenza e sono presiedute da un

esponente della minoranza che goda della stima e del rispetto dell'intero arco parla-

mentare.

• Mozioni, risoluzioni e ordini del giorno. Si tratta di strumenti più direttamente espres-

sivi della funzione di indirizzo del Parlamento nei confronti del Governo. La mozione

rappresenta il mezzo mediante il quale provocare una discussione o un voto dell'as-

semblea sullo specifico problema; una volta approvata, la mozione vincola politica-

mente l'operato del Governo, il quale può porre sulla medesima la questione di fidu-

cia. La risoluzione può essere presentata sia in assemblea che in commissione e

contiene l'esposizione del problema oggetto di discussione e una direttiva di compor-

tamento rivolta al Governo. L'ordine del giorno si lega strettamente al procedimento

di approvazione di una legge o di una mozione; anche il singolo parlamentare può ri-

chiedere che venga messo in votazione l'ordine del giorno.

• Mozione di sfiducia. Con questa si pone fine al rapporto fiduciario tra il Governo e la

sua maggioranza parlamentare e obbliga il Governo alle dimissioni; deve essere

presentata da almeno un decimo dei membri della Camera e deve essere motivata e

votata per appello nominale. Il Governo ha a sua volta disposizione uno strumento

per costringere la maggioranza parlamentare sostenere le sue iniziative, ovvero la

cosiddetta "questione di fiducia".

Il Parlamento in seduta comune

Per l'esercizio di determinate funzioni, la costituzione prevede che le camere si riuniscano

in seduta congiunta, dando così vita al cosiddetto "Parlamento in seduta comune" esse

presieduto dal Presidente della Camera dei deputati e si riunisce perso la sede della Came-

ra. Le funzioni che esercita sono: l'elezione del Presidente della Repubblica, l'elezione di

cinque giudici della corte costituzionale, l'elezione di 10 membri del consiglio superiore del-

la magistratura, la nomina dei giudici aggregati alla corte costituzionale in sede penale, la

messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.

I RAPPORTI CON LE ALTRE ISTITUZIONI. I rapporti tra Parlamento e istituzioni co-

munitarie

Le norme comunitarie devono intendersi come "direttamente applicabili" e gli ordinamenti

degli stati membri, nel senso che esse non necessitano di alcun intervento "attuativo" dei

legislatori nazionali. L'intervento "attuativo" del Parlamento rimane necessario con riferi-

mento a norme comunitarie che non siano direttamente applicabili (come in genere avviene

nel caso delle direttive, ma, a volte, anche dei regolamenti): in questo caso si tratta di un in-

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tervento obbligato e non discrezionale. La legge comunitaria è una legge a cadenza annua-

le, con la quale il Parlamento provvede non solo alle modifiche dell'ordinamento interno im-

posta dalla normativa comunitaria e che richiedono il ricorso allo strumento legislativo, ma

anche a fissare il quadro normativo di riferimento per tutti i soggetti coinvolti nel processo di

attuazione delle norme comunitarie, come il Governo e le regioni. L'esigenza di una più av-

vertita partecipazione dei parlamenti nazionali alla definizione delle politiche comunitarie ha

prodotto lo sviluppo di una serie di contatti tra le assemblee elettive dei vari stati membri.

Tra questi, di particolare rilievo quelli che si sono formalizzati nelle Assise dei Parlamenti

europei (cui partecipano delegazioni dei vari organi parlamentari). Sempre a questo riguar-

do e poi da segnalare la nascita della COSAC (conferenza degli organi parlamentari spe-

cializzati in affari comunitari), quale organo di raccordo tra i parlamenti degli stati membri

dell'Unione Europea e il Parlamento europeo.

I rapporti tra Parlamento e Corte costituzionale

La corte costituzionale ha il potere di dichiarare l'incostituzionalità di una legge, con la con-

seguenza di produrre così una lacuna nell'ordinamento. Colmare queste lacune è compito

del Parlamento. L'articolo 136 della costituzione prevede che le pronuncia di incostituziona-

lità della corte vengano comunicate alle camere perché provvedano alle eventuali iniziative

legislative. Le sentenze della corte vengono trasmesse all'esame della commissione com-

petente per materia; una volta effettuato tale esame, la commissione esprime un parere in

merito all'esigenza di procedere a determinate iniziative legislative e indica le linee che de-

vono essere tenute presenti nell'impostazione di tali iniziative.

I rapporti tra Parlamento e Regioni

In relazione ai rapporti tra le regioni ed il Parlamento, l'unico istituto specifico previsto dalla

costituzione per costruire tale rapporto è costituito dalla commissione biCamerale per le

questioni regionali, che ha il compito di esprimere un parere in ordine allo scioglimento dei

consigli regionali da parte degli organi statali. I cosiddetti voti delle regioni, diretti a richiede-

re determinati provvedimenti o sollevare specifiche esigenze, sono previsti da molti statuti

regionali e trovano il loro fondamento dell'articolo 50 della costituzione.

CAPITOLO VII: Il Presidente della Repubblica. (pag. 193 – 212)

Il Presidente della Repubblica nella forma di Governo italiana

Per ridurre i rischi tipici del parlamentarismo è stato istituito l'organo del Presidente della

Repubblica, come organo non meccanicamente rappresentativo della maggioranza parla-

mentare e, al tempo stesso, titolare di alcuni poteri particolarmente incisivi nei confronti sia

del Parlamento che del Governo. Per quanto riguarda i rapporti con Parlamento e Governo,

alcuni fra i poteri del Presidente della Repubblica accentuano la possibilità che esso svolga

un ruolo rilevante: si pensi, ad esempio, alla nomina del Governo prima della fiducia parla-

mentare, al potere di scioglimento anticipato delle camere, alla possibilità di rinviare una

legge al Parlamento manifestando i dubbi sorti in sede di promulgazione, al potere di mes-

saggio alle camere, alla presidenza di due organi collegiali importanti come il consiglio su-

periore della magistratura e il consiglio supremo di difesa. La sua posizione complessiva

resta quella del Presidente della Repubblica parlamentare, in quanto massimo garante del

corretto e efficace svolgimento dei processi istituzionali posti in essere dai diversi organi e

soggetti cui la costituzione affida funzioni di indirizzo politico o di garanzia.

Elezione e permanenza in carica del Presidente della Repubblica

Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune, solo a tal fine in-

tegrato da tre rappresentanti di ciascuna regione (salvo la Val d'Aosta che nomina uno so-

lo), designati dai rispettivi consigli regionali in modo da garantire la rappresentanza delle

minoranze. La durata in carica è pari a 7 anni, è eletto solo a scrutinio segreto e da maggio-

ranze qualificate (nelle prime tre votazioni è richiesto il voto favorevole dei due terzi dei

componenti dell'organo e successivamente la maggioranza assoluta). Il Presidente entra in

carica dopo il "giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della costituzione",

23

che deve pronunciare dinanzi al Parlamento in seduta comune. Un Presidente può vedere

prorogati i propri poteri oltre i 7 anni a causa delle ritardo che si verifichi nell'elezione del

suo successore, malgrado il Parlamento integrato debba essere convocato da parte del

Presidente della Camera trenta giorni prima della scadenza del mandato presidenziale. Il

Presidente della Repubblica ha il divieto di procedere allo scioglimento anticipato delle ca-

mere nell'ultimo semestre del suo mandato, chiamato per questo motivo "semestre bianco".

Tuttavia la legge costituzionale 1/1991 ha modificato il secondo comma dell'articolo 88 della

costituzione, consentendo al Presidente della Repubblica di sciogliere le camere anche

nell'ultimo semestre del suo mandato nella particolare ipotesi del cosiddetto "ingorgo costi-

tuzionale" e cioè quando le camere, in quello stesso periodo, esauriscano il loro mandato,

con il rischio che situazioni di crisi, più probabili in questo contesto, non possano essere

adeguatamente affrontate. Il mandato presidenziale può essere interrotto con le dimissioni

volontarie dalla carica oppure da destituzione (possibile sanzione penale accessoria irroga-

bile dalla corte costituzionale). In questi casi le funzioni presidenziali vengono esercitate dal

Presidente del Senato e spetta al Presidente della Camera convocare l'organo per l'elezio-

ne del nuovo Presidente della Repubblica. Con l'espressione "impedimento permanente" ci

si riferisce a un prolungato stato di grave malattia del Presidente, tale da rendergli impossi-

bile l'esercizio delle sue funzioni.

Le garanzie di autonomia e le responsabilità del Presidente della Repubblica

La necessità che il Presidente della Repubblica eserciti le sue funzioni in piena autonomia

è alla base di alcune caratteristiche del suo status personale, che mirano a garantirlo da al-

cuni possibili rischi di impropri condizionamenti da parte di altri poteri dello Stato. Si è incerti

sul fatto che il Presidente possa essere sottoposto, durante il suo mandato, a giudizio pe-

nale, con la conseguente possibilità che possa essere limitato nelle sue libertà personali o

addirittura sospeso dall'esercizio delle sue funzioni da parte dell'autorità giudiziaria ordina-

ria. È stato invece risolto il problema di stabilire se il Presidente debba adempie ai doveri di

testimonianza presso le autorità giurisdizionali: l'articolo 205.1 del nuovo codice di procedu-

ra penale prevede esplicitamente questa ipotesi, con il solo privilegio che la testimonianza

viene "assunta nella sede in cui egli esercita la funzione di capo dello Stato". Per i reati di

"alto tradimento" o "attentato contro la costituzione dello Stato", la costituzione li ha indivi-

duati come reati propri solo del Presidente della Repubblica. I comportamenti sanzionabili

sono gli atti dolosi mediante i quali un Presidente della Repubblica, con l'eventuale compli-

cità di altri soggetti, abbia abusato dei suoi poteri o violati i suoi doveri. La costituzione pre-

vede che la legge assicuri al Presidente un assegno personale (cioè un compenso di tipo

periodico per l'attività svolta), nonché una dotazione (in denaro, in beni mobili e immobili),

destinata agli apparati organizzativi della presidenza per il miglior espletamento delle fun-

zioni presidenziali.

Le funzioni del Presidente della Repubblica e quelle proprie del Governo

Per quanto riguarda i rapporti tra il Presidente della Repubblica di Governo, egli non è più

configurabile come capo del potere esecutivo: tuttavia rimane l'organo monocratico rappre-

sentativo dell'unità dello Stato, cioè il soggetto cui si imputano formalmente ancora una

numerosa serie di atti statali di particolare rilevanza, pur nella sostanza sicuramente di

competenza del Governo. L'articolo 89 della costituzione stabilisce che "nessun atto del

Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne

assumono la responsabilità". Si distinguono, in genere, atti presidenziali corrispondenti alla

lettera dell'articolo 89, caratterizzati da un sicuro potere governativo in materia e da un gol

essenzialmente di controllo del Presidente (oltre a tutti i casi di atti governativi adottati nella

forma del D.P.R., si possono fare rientrare in questa categoria i decreti di indizione delle

elezioni e dei referendum, nonché tutti gli atti presidenziali in tema di relazioni internaziona-

li); atti di esclusiva competenza presidenziale, in ordine ai quali l'intervento governativo non

può che assumere un ruolo di mero controllo; infine atti in cui la funzione presidenziale ap-

pare preminente, ma in relazione ai quali il Governo o il Presidente del consiglio dispongo-

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no di un vero e proprio autonomo potere di valutazione, come il decreto di scioglimento an-

ticipato delle camere e il decreto di nomina di un nuovo Presidente del Consiglio dei Mini-

stri. L'ordinamento costituzionale offre alcuni strumenti di risoluzione, in sede giuridica, di

possibili conflitti tra Presidente della Repubblica e Governo: innanzitutto, quello rappresen-

tato dall'intervento del legislatore; in secondo luogo, il ricorso alla corte costituzionale per

conflitto di attribuzione fra i poteri dello Stato.

I poteri del Presidente della Repubblica rispetto al corpo elettorale

Il riferimento al corpo elettorale, il Presidente dispone di poteri molto ridotti, da esercitare su

proposta di organi governativi. In primo luogo, l'indizione della data delle elezioni e dei refe-

rendum; contemporaneamente l'indizione delle elezioni delle camere, il Presidente della

Repubblica fissa la data della loro prima riunione, che non deve svolgersi oltre il ventesimo

giorno dalle elezioni.

I poteri del Presidente della Repubblica rispetto al Parlamento

Ben più rilevanti sono i poteri di cui il Presidente dispone nei confronti del Parlamento. La

nomina a Senatori a vita di "cinque cittadini che hanno illustrato la patria per altissimi meriti

nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". Il messaggio formale al Parlamento

rappresenta il più solenne e libero potere di stimolo del Presidente della Repubblica nei

confronti dell'organo rappresentativo del corpo elettorale e titolare dei supremi poteri nor-

mativi e di indirizzo politico. Del tutto diverso è il messaggio motivato con il quale il Presi-

dente rinvia al Parlamento una legge che ha esaminato in sede di promulgazione, richie-

dendo un suo riesame per presunti motivi di illegittimità costituzionale o di gravi inopportuni-

tà in relazione a principi o a valori costituzionali. La promulgazione rappresenta un impor-

tante forma di controllo preventivo che deve essere svolta dal Presidente della Repubblica

entro un mese dall'approvazione parlamentare o nel termine minore fissato per motivi di ur-

genza dalle camere, a maggioranza assoluta. La prescrizione dell'articolo 74.2 secondo cui

"se le camere riapprovano nuovamente la legge, questa dev'essere promulgata" tende a ri-

stabilire il principio fondamentale dell'esclusiva titolarità del potere legislativo da parte delle

camere. Un vero e proprio rifiuto di promulgazione costituirebbe un illecito costituzionale

assai grave, tant'è che lo stesso Parlamento potrebbe mettere in stato di accusa il Presi-

dente. Fondamentale tra i poteri presidenziali è quello di sciogliere anticipatamente le ca-

mere per consentire il superamento di un dannoso ed altrimenti insuperabile stato di di-

sfunzionalità politica o istituzionale.

I poteri del Presidente della Repubblica rispetto al Governo

Per quanto riguarda i poteri che il capo dello Stato esercita nei confronti del governo, è da

considerare innanzitutto il potere del presidente di risolvere le crisi di governo nominando "il

presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri", formando anche il

nuovo governo, in sostituzione di quello dimissionario o decaduto. Le consultazioni che il

presidente della Repubblica svolge, al fine di acquisire le opinioni dei presidenti dei gruppi

parlamentari, dei segretari dei corrispondenti partiti, nonché quella dei presidenti di camera

e senato e degli ex presidenti della Repubblica, mirano a orientare la scelta del presidente

della Repubblica nell'ambito delle ipotesi che possono realisticamente consentire al nuovo

governo di conseguire la fiducia parlamentare. Gli istituti dell'incarico o del pre-incarico a

formare il governo, affidato dal presidente a un esponente politico che egli reputa idoneo ad

assumere l'incarico del presidente del consiglio, operazione che ha termine o con l'accetta-

zione a formare il governo e quindi con la nomina, o con la rinuncia, o con la stessa revoca

dell'incarico da parte del presidente della Repubblica. Il mandato esplorativo rappresenta

un istituto cui il presidente della Repubblica ricorre ove reputi opportuno far svolgere da

parte di un'alta carica dello Stato (in genere il presidente di una camera) un'ulteriore indagi-

ne sui gruppi parlamentari (oltre le consultazioni), al fine di acquisire informazioni sulle pos-

sibili vie di superamento della crisi. Fra i poteri presidenziali è da annoverare anche il pote-

re di autorizzare la presentazione dei disegni di legge governativi alle camere. Ai poteri

presidenziali si aggiungono quelli del cosiddetto potere estero e quello della politica militare

25

(con il ruolo formale di comandante delle forze armate). Infine il presidente ha il potere della

concessione della grazia o del provvedimento di commutazione della pena, che sembrano

essere sostanzialmente governativi.

I poteri del Presidente della Repubblica rispetto alla magistratura

Il presidente della Repubblica è anche, per l'articolo 104.2 della costruzione, presidente del

consiglio superiore della magistratura, e dispone di ulteriori poteri relativi a questa sede.

Tutti i provvedimenti riguardanti i magistrati sono adottati, in conformità delle deliberazioni

del consiglio superiore, con decreto del presidente della Repubblica controfirmato dal mini-

stro.

I poteri del Presidente della Repubblica rispetto alla Corte Costituzionale

In riferimento al potere di nomina da parte del presidente della Repubblica di cinque giudici

costituzionali, si è fin dall'inizio affermata la tesi che si tratti di una libera designazione da

parte del presidente, pur soggetta alla controfirma del presidente del consiglio.

CAPITOLO VIII: Il Governo della Repubblica. (pag. 213 – 250)

Importanza del ruolo e delle funzioni del Governo nel sistema costituzionale italiano

Il governo ha un ruolo assolutamente insostituibile e del tutto centrale del sistema politico.

Nell'articolo 92 della costituzione, l'espressione "governo della Repubblica" è atta ad evi-

denziare il fatto che esso è chiamato a svolgere le sue funzioni, riferite, oltre che all'ammi-

nistrazione, alla legislazione dello Stato centrale e allo sviluppo delle relazioni con gli altri

stati e con le organizzazioni sovranazionali, anche alla tutela del buon funzionamento di tut-

te le istituzioni pubbliche (pur dotate di un grado di autonomia più o meno accentuato) e al-

la garanzia del corretto sviluppo delle relazioni fra i diversi gruppi sociali.

La formazione e l’entrata in funzione del Governo

La formazione del governo si realizza con l'adozione dei decreti presidenziali di nomina del

presidente del Consiglio dei Ministri e dei ministri, controfirmati dal nuovo presidente del

consiglio, al termine della fase delle consultazioni, ma l'articolo 93 della costituzione subor-

dina esplicitamente l'assunzione delle funzioni governative al giuramento dei componenti

del governo "nelle mani del presidente della Repubblica". La diretta partecipazione dei mi-

nistri al giuramento costituisce la verifica dell'accettazione della loro carica. Il governo, pri-

ma della fiducia, è tenuto ad adottare atti di grande rilevanza politica e istituzionale (appro-

vazione del programma del governo, attribuzione degli incarichi ai ministri senza portafo-

glio, nomina dei sottosegretari ed eventualmente del vice-presidente del consiglio). Poiché i

governi dimissionari o sfiduciati continuano a esercitare le funzioni governative con il solo

limite del disbrigo di affari correnti, nel momento in cui il nuovo governo sta apprestandosi a

chiedere la fiducia alle camere dovrebbe disporre quantomeno degli stessi poteri. Nella

prima fase di vita del governo si collocano la nomina da parte del consiglio dei ministri dei

sottosegretari, che non fanno parte del governo ma sono i più stretti collaboratori del presi-

dente del consiglio e dei ministri, e l'eventuale nomina, su proposta del presidente del con-

siglio, di uno o più vice-presidenti del consiglio.

La permanenza in carica del Governo e dei singoli Ministri

Il conferimento della fiducia parlamentare, mediante la solenne approvazione da parte di

ciascuna camera, a voti palesi, delle apposite mozioni motivate di fiducia alla piattaforma

politica e programmatica del governo, permette la permanenza in carica del governo per

tutta la durata della legislatura. Secondo l'articolo 94.4 della costituzione "il voto contrario di

una o di entrambe le camere su una proposta del governo non importa l'obbligo di dimis-

sioni". Le norme regolamentari delle camere hanno disciplinato la "questione di fiducia" e

cioè l'istituto mediante il quale governo dichiara di far dipendere la propria permanenza in

carica dall'approvazione parlamentare in un determinato oggetto all'esame delle camere. Il

presidente della Repubblica invita i governi dimissionari a presentarsi alle camere per veri-

ficare la sussistenza del rapporto fiduciario o almeno per fornire un'informazione esaustiva

delle ragioni politiche della crisi. Alle crisi determinate dalle deliberazioni del Consiglio dei

Ministri, si aggiungono quelle determinate dalle dimissioni (o per la morte) del presidente

26

del consiglio. I poteri dei governi dimissionari vengono prolungati in attesa della nomina del

nuovo governo e vengono limitati al solo "disbrigo degli affari correnti". Le dimissioni di un

ministro non provocano crisi del governo e obbligano semplicemente a colmare il vuoto at-

traverso la nomina di un nuovo ministro o l'attribuzione dell'interim (incarico provvisorio in

attesa del nuovo titolare) a uno dei ministri già in carica. A ciò si procede con decreto presi-

denziale, su proposta del presidente del consiglio. Nel medesimo modo si opera anche per

i cosiddetti rimpasti, consistenti nel mutamento di più incarichi ministeriali all'interno del go-

verno in carica. Per quanto riguarda gli effetti di un voto di sfiducia individuale, la corte co-

stituzionale ha previsto le dimissioni del ministro che ne sia fatto oggetto. La costituzione

non prevede particolari requisiti soggettivi per poter essere nominati membri del governo,

né prescrive che essi debbano essere parlamentari; in via di interpretazione sistematica,

può ritenersi che sia indispensabile la cittadinanza, la capacità di agire e la condizione di al-

fabetismo.

Il Presidente del Consiglio

Il presidente del consiglio è indicato dall'articolo 95.1 della costituzione come l'organo che

"dirige la politica generale del governo e ne è responsabile e mantiene l'unità dell'indirizzo

politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri". Non sussiste

un rapporto gerarchico fra presidente del consiglio e singoli ministri, ma il presidente del

consiglio può concretamente esercitare il suo primato politico sugli altri membri del governo.

Spetta al presidente il potere di manifestare autonomamente verso l'esterno gli indirizzi poli-

tici generali del governo, approvare e autorizzare la diffusione del comunicato sui lavori del

consiglio dei ministri, esporre alle camere il programma del governo, porre la questione di

fiducia, assumere le decisioni proprie del governo nei procedimenti legislativi, controfirmare

le leggi e gli atti con forza di legge, mantenere i contatti con il presidente della Repubblica.

Dispone dell'importantissimo potere di fissazione della data delle riunioni del consiglio e di

determinazione del relativo ordine del giorno, seppure sulla base delle proposte dei ministri.

Presiede e dirige il consiglio di gabinetto, può istituire speciali comitati di ministri con fun-

zioni istruttorie, presiede le conferenze permanenti per i rapporti fra lo Stato e il sistema del-

le autonomie territoriali, può promuovere verifiche sul funzionamento di uffici pubblici e de-

vono essergli comunicati, prima della loro adozione, tutti i regolamenti ministeriali ed inter-

ministeriali. La legge 801/1977 ha affidato al presidente del consiglio "l'altra direzione, la re-

sponsabilità politica generale e il coordinamento della politica informativa e di sicurezza"

svolta dai cosiddetti servizi segreti.

Il Consiglio dei Ministri

Il Consiglio dei Ministri, organo collegiale composto da tutti i ministri e presieduto dal presi-

dente del consiglio, è titolare delle fondamentali funzioni governative, come l'iniziativa legi-

slativa, la predisposizione dei bilanci, l'adozione dei decreti legislativi, dei decreti legge, dei

regolamenti governativi e l'esercizio del controllo sulle leggi regionali. In relazione ai settori

in cui opera, i suoi compiti possono essere suddivisi nel modo seguente:

• in tema di indirizzo politico, può dare direttive ai comitati interministeriali su richiesta

del presidente del consiglio;

• in tema di attività normativa, delibera i disegni di legge e adotta i decreti legislativi e i

decreti legge;

• in tema di politica internazionale e comunitaria, determina le linee di indirizzo e deli-

bera "i progetti dei trattati degli accordi internazionali di natura politica o militare";

• in tema di agenzie, enti, istituti e aziende di carattere nazionale, salvi gli enti pubblici

creditizi, delibera la nomina dei rispettivi presidenti;

• in relazione alle regioni, esercita le funzioni di controllo sulla legislazione regionale;

• in relazione alle confessioni religiose, delibera gli atti concernenti i rapporti con la

Chiesa cattolica; 27

• in relazione alla tutela dei principi di costituzionalità, procede all'annullamento

straordinario, a tutela dell'unità dell'ordinamento, degli atti amministrativi illegittimi.

I Ministri

I Ministri sono contemporaneamente componenti del Consiglio dei Ministri e organi di verti-

ce degli apparati amministrativi in cui la legge ripartisce organicamente la pubblica ammini-

strazione statale, denominandoli Ministeri (o Dicasteri). Il numero dei ministri potrebbe es-

sere anche inferiore a quello dei ministeri, dal momento che un ministro può essere prepo-

sto a più ministeri. Accanto a questi ministri, vi sono anche i cosiddetti ministri senza porta-

foglio, e cioè i ministri non preposti a ministeri. La nomina dei ministri senza portafoglio è

facoltativa e svolgono le funzioni loro delegate dal presidente del Consiglio dei Ministri. I

cosiddetti vice-ministri sono degli speciali sottosegretari. Per quanto riguarda il vice-

presidente del consiglio, il presidente del consiglio può proporre al Consiglio dei Ministri la

nomina di uno o più vicepresidenti, che hanno lo scopo di essere chiamati a supplire il pre-

sidente del consiglio in caso di assenza od impedimento temporaneo.

Il Consiglio di Gabinetto ed i Comitati fra i Ministri

Con l'articolo 6 della legge 400/1988 si è previsto che il presidente del consiglio possa isti-

tuire, con ministri da lui designati, il consiglio di gabinetto per farsi coadiuvare nello svolgi-

mento delle sue funzioni di direzione della politica generale del governo e di mantenimento

dell'unità dell'indirizzo politico ed amministrativo. Per l'esercizio di vere e proprie puntuali

funzioni istruttorie o di stimolo nei riguardi del governo, il presidente del consiglio può di-

sporre, con proprio decreto, l'istituzione di particolari comitati di ministri, con il compito di

esaminare in via preliminare questioni di comune competenza, di esprimere parere su diret-

tive dell'attività del governo e sui problemi di rilevante importanza da sottoporre al Consiglio

dei Ministri, eventualmente avvalendosi anche di esperti non appartenenti alla pubblica

amministrazione. I comitati interministeriali sono organi creati perlopiù tramite apposite leg-

gi, che attribuiscono loro rilevanti funzioni di governo in specifici ma importanti settori. In

genere sono presieduti dal presidente del consiglio e sono composti dai ministri competenti

nel settore, cui si aggiungono, in alcuni casi, funzionari ed esperti, e svolgono non solo atti-

vità di indirizzo, ma anche di tipo normativo o di tipo provvedimentale.

Le norme speciali in tema di reati ministeriali

L'articolo 96 della costituzione prevedeva che il presidente del Consiglio dei Ministri e i mi-

nistri potessero essere messi in stato di accusa da parte del parlamento riunito in seduta

comune per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni. Tuttavia la legge costituziona-

le che ha approvato un nuovo testo dell'articolo 96, afferma che sui reati commessi dal pre-

sidente del consiglio e dai ministri (anche non più in carica), nell'esercizio delle loro funzio-

ni, giudica la magistratura ordinaria, previa semplice autorizzazione da parte della camera a

cui l'inquisito appartiene, o del senato se sono coinvolti appartenenti a entrambe le camere

o non parlamentari. Le camere stesse devono autorizzare le necessarie misure limitative

della libertà personale, come intercettazioni telefoniche o perquisizioni personali e domici-

liari, salvo che siano colti nell'atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il

mandato o l'ordine di cattura. I cosiddetti reati ministeriali, cioè i reati commessi nell'eserci-

zio delle funzioni ministeriali, consistono in reati comuni (prevalentemente contro la pubbli-

ca amministrazione) commessi dal presidente del consiglio o da un ministro, utilizzando i

loro poteri o comunque nell'ambito delle funzioni ministeriali. L'organo parlamentare può

negare l'autorizzazione alla continuazione del procedimento penale nel caso in cui l'inquisi-

to abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero

per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di go-

verno.

Gli Alti Commissari ed i Commissari straordinari

In alcune occasioni, apposite leggi hanno previsto la figura degli Alti Commissari, attribuen-

do loro la responsabilità di particolari settori amministrativi, estranei alle attribuzioni ministe-

riali e, a volte, un ruolo di importanza quasi paragonabile a quella di un ministro. L'articolo

28

11 della legge 400/1988 ammette, in generale, l'istituto del Commissario straordinario del

Governo, ma la stessa disposizione chiarisce che "sull'attività del commissario straordinario

riferisce al parlamento il presidente del Consiglio dei Ministri o un ministro da lui delegato".

Può essere nominato solo al fine di realizzare specifici obiettivi determinati in relazione a

programmi o indirizzi deliberati dal parlamento o dal Consiglio dei Ministri o per particolari e

temporanee esigenze di coordinamento operativo tra amministrazioni statali.

I Sottosegretari

Questi organi, pur non facendo parte del governo, svolgono rilevanti funzioni di governo e

di amministrazione, essendo i più stretti collaboratori politici rispettivamente del presidente

del Consiglio dei Ministri e dei ministri (con e senza portafoglio) nell'ambito delle loro re-

sponsabilità governative. L'articolo 10 della legge 400/1988 configura i sottosegretari come

collaboratori di un ministro o del presidente del consiglio, competente a esercitare i compiti

a essi delegati con decreto ministeriale pubblicato sulla gazzetta ufficiale. Si giunge alla lo-

ro nomina mediante un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente

del Consiglio dei Ministri, in accordo con il ministro che il sottosegretario è chiamato a coa-

diuvare, sentito il Consiglio dei Ministri. Il sottosegretario assume le sue funzioni solo dopo

il giuramento, che deve prestare dinanzi al presidente del Consiglio dei Ministri, con la stes-

sa formula utilizzata dei ministri. Una posizione del tutto particolare è quella del sottosegre-

tario alla presidenza del consiglio, nominato segretario del Consiglio dei Ministri, da cui di-

pendono l'ufficio di segreteria del Consiglio dei Ministri e anche quei dipartimenti e uffici del-

la presidenza del consiglio per i quali il sottosegretario abbia ricevuto delega del presidente

del Consiglio dei Ministri.

Le funzioni di indirizzo politico del Governo

La politica generale del governo si concretizza in una serie innumerevole di atti normativi e

amministrativi, ma anche più tipicamente di indirizzo politico. Per quanto riguarda

quest’ultimo, si fa riferimento agli atti relativi alla determinazione della piattaforma politica e

programmatica sulla quale il governo chiede la fiducia, gli atti mediante i quali il governo

esercita la sua azione nell'ambito delle relazioni internazionali, i poteri del consiglio supre-

mo di difesa per l'organizzazione e il coordinamento delle attività che riguardano la difesa

nazionale, i poteri del presidente del consiglio in ambito della pubblica sicurezza e delle

questioni di ordine pubblico, le relazioni intrattenute dal governo con le confessioni religio-

se, il potere di iniziativa legislativa del governo, il disegno di legge relativo al bilancio pre-

ventivo e tutti gli atti governativi che lo precedono o lo accompagnano, il potere legislativo

delegato o esercitato in via di urgenza.

Le funzioni amministrative

Il presidente del consiglio e il Consiglio dei Ministri sono titolari di importanti funzioni ammi-

nistrative. Alcune sono espressamente previste dalla legge 400/1988: quelle che mirano a

dirigere e coordinare in modo unitario le funzioni ministeriali, a dirimere i conflitti di attribu-

zione fra i ministri, a dare direttive ai comitati dei ministri e a quelli interministeriali, a indiriz-

zare e coordinare le funzioni amministrative regionali o a dirigere quelle delegate o a sosti-

tuirsi alle amministrazioni regionali, annullare in via straordinaria gli atti amministrativi illegit-

timi. Anche se non previsti dalla suddetta legge, il presidente del consiglio e il Consiglio dei

Ministri sono titolari di altri numerosi poteri amministrativi: spetta al governo deliberare sulla

nomina, su proposta del Ministro competente, dei segretari generali dei ministeri; è sempre

il Consiglio dei Ministri che nomina la quota dei componenti della corte dei conti e del Con-

siglio di Stato di spettanza del governo; la gestione del bilancio statale e il corretto funzio-

namento del settore creditizio.

Le funzioni normative

La nostra costituzione ha operato uno sforzo rilevante per circoscrivere entro limiti precisi la

possibilità che il governo possa adottare atti normativi con forza pari a quella delle leggi:

l'intervento del governo può avvenire o per motivi di improrogabile urgenza a provvedere, o

per un atto espresso di volontà in tal senso dello stesso parlamento. Tutta la materia degli

29

atti normativi del governo è stata disciplinata dalla legge 400/1988: è stato introdotto un ob-

bligo di autoqualificazione per tutti questi atti normativi, e cioè un obbligo per essi di auto-

denominarsi di volta in volta "decreto legislativo", "decreto legge" o "regolamento".

I decreti legislativi

Si tratta di un atto normativo adottato mediante una decisione ("decretare" significa decide-

re) del governo. Con una legge chiamata "legge delega" il Parlamento, con una propria de-

cisione, può affidare al governo il compito di emanare una norma giuridica, a patto che

questa rispetti i principi generali stabiliti dal Parlamento nella legge-delega e il termine entro

il quale il decreto deve essere emanato. I decreti legislativi devono essere successivamente

controfirmati dal presidente della Repubblica. In alcune importanti materie (imposizione di

tributi e ratifica di trattati di diritto internazionale) il governo non può emanare decreti e la

competenza a decidere nuove norme è del Parlamento, il solo organo rappresentativo della

volontà dei cittadini. Assumono forma di decreti legislativi anche le norme di attuazione de-

gli statuti speciali delle cinque regioni ad autonomia particolare; si tratta tuttavia di un caso

del tutto anomalo di delegazione legislativa, tant'è che ci si trova dinanzi a una delega a

tempo indeterminato, esercitabile più volte, l'unico caso nel quale il governo dispone di un

vero e proprio potere legislativo. Un altro caso di delega legislativa del tutto anomalo è pre-

visto dall'articolo 78 della costituzione che stabilisce che siano le camere a deliberare lo

stato di guerra conferendo al governo i poteri necessari per agire.

I decreti legge

Si tratta in questo caso di un provvedimento governativo provvisorio che ha forza di legge.

In casi straordinari di necessità e di urgenza il governo può infatti sostituirsi al Parlamento

(che secondo la Costituzione italiana è l'organo legislativo dello stato) ed emanare con un

decreto una norma giuridica che diventerà legge dello stato soltanto se entro 60 giorni il

Parlamento ne voterà l'approvazione del contenuto. In caso di approvazione si dice che il

decreto è "convertito", cioè trasformato, in legge. L'abuso dello strumento del decreto legge

per disciplinare la vita dei cittadini è stato recentemente denunciato perché toglie all'organo

che rappresenta la volontà popolare dei cittadini, ossia il Parlamento, una funzione essen-

ziale (quella legislativa) alla vita democratica del paese.

I regolamenti

Il potere regolamentare del governo è stato di disciplinato dalla legge 400/1988. I regola-

menti del governo sono deliberati del Consiglio dei Ministri, sono emanati con decreto del

presidente della Repubblica, registrati presso la corte dei conti e pubblicati sulla gazzetta

ufficiale. Sul piano delle tipologie, i regolamenti possono distinguersi tra loro o per l'ambito

di discrezionalità di cui governo dispone in riferimento al sistema normativo primario, o per il

loro particolare oggetto. Dal primo punto di vista, la legge si riferisce i regolamenti di esecu-

zione di leggi, decreti legislativi e regolamenti comunitari, ai regolamenti di attuazione e in-

tegrazioni di leggi e decreti legislativi, ai regolamenti indipendenti, ai regolamenti delegati.

Attualmente sembra difficile ipotizzare l'esistenza di spazi liberi significativi per l'esercizio di

un simile potere regolamentare, ove si considerino le numerosissime riserve di legge previ-

ste dalla costituzione, nonché il vero e proprio stato d'inflazione legislativa che caratterizza

il nostro sistema normativo. Dalla stessa legge vengono disciplinati i regolamenti ministeriali

e interministeriali, che possono essere adottati dal presidente del consiglio dei ministri con

l'obbligo ulteriore di autoqualificarsi come regolamenti. Il potere regolamentare dei ministri

può essere esercitato solo nelle materie di competenza del ministro o di autorità sottordina-

te al ministro, quando la legge espressamente conferisca tale potere; non possono dettare

norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal governo.

CAPITOLO IX: L’organizzazione degli apparati amministrativi statali. (pag. 251 – 284)

PRINCIPI COSTITUZIONALI IN TEMA DI PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Costituzione e amministrazione 30

Uno degli elementi principali delle moderne forme di Stato è il principio di subordinazione

alla legge non solo dei cittadini, ma anche della pubblica amministrazione. Ad un'ammini-

strazione autoritativa (intesa cioè come potere), chiamata essenzialmente ad adottare atti di

esecuzioni di leggi che impongono ordini e divieti o comunque a porre regole destinate in

diverso modo a restringere o ad ampliare la sfera di autonomia dei privati, si va progressi-

vamente affiancando un'amministrazione di prestazione (intesa cioè come funzione) chia-

mata a svolgere un'attività diretta alla realizzazione di finalità di interesse generale. Ad

un'amministrazione che è chiamata a rispondere del formale rispetto della legge, si affianca

un'amministrazione che deve sempre più rendere conto dell'effettiva soddisfazione per gli

interessi coinvolti della sua attività e cioè dei risultati attraverso la medesima raggiunti. I

principi costituzionali in tema di amministrazione riguardano quella statale, regionale e loca-

le. Tra le disposizioni costituzionali relative alla pubblica amministrazione vanno menzionati

gli articoli 97 e 98 della sezione II del titolo III intitolata "la pubblica amministrazione", quelle

contenute nell'articolo 5, 114 e successivi, in tema di amministrazione regionale e locale,

quelle contenute negli articoli 103 e 113, in tema di tutela del privato.

Principi in tema di organizzazione della pubblica amministrazione

Tra i principi organizzativi della pubblica amministrazione va menzionato quello ricavabile

dall'articolo 95.1 e 2, secondo cui l'esercizio dell'attività amministrativa deve comunque far

capo a organi politici che ne rispondano in primo luogo dinanzi agli organi rappresentativi

della volontà popolare. Il secondo principio stabilisce che "i pubblici uffici sono organizzati

secondo disposizioni di legge". Nell'uno e nell'altro caso si tratta di una riserva di legge rela-

tiva, la quale dunque non esclude l'intervento di un'altra forma normativa. Il terzo principio

attiene al reclutamento del pubblico funzionario, che deve avvenire di regola tramite con-

corso. Il quarto principio riguarda la posizione dei pubblici funzionari, che sotto il profilo del

loro status giuridico non possono trarre vantaggio nella loro carriera dal ricoprire certi inca-

richi politici. A questi principi vanno poi aggiunti quelli previsti dall'articolo 5 della costituzio-

ne in tema di decentramento amministrativo e dell'autonomia locale. Vige il principio di im-

medesimazione organica, e non di rappresentanza: il soggetto che agisce per l'ente pubbli-

co, esercitando uno dei suoi poteri, è un suo organo, e quindi tutti i suoi atti sono imputabili

alla persona giuridica, che ne è vincolata e ne risponde. Si parla quindi di organi con una

legittimazione politica e di organi con una legittimazione professionale. Possono essere

monocratici o collegiali, consultivi o di controllo, centrali o periferici. Un'altra importante di-

stinzione è quella fra organo (essere parte di un ente) e ufficio (apparato amministrativo). Il

rapporto di servizio consiste nella prestazione di una vera e propria attività professionale re-

tribuita, caratterizzata da un complesso intreccio di diritti e di doveri, ed individua coloro che

prestano la loro attività nell'ambito dell'organizzazione dell'ente pubblico.

GLI APPARATI STATALI

Disegno generale dell’assetto ministeriale

La presidenza del Consiglio dei Ministri e i ministeri sono le strutture amministrative tra cui

vengono organicamente ripartite dalla legge la grande maggioranza delle funzioni ammini-

strative statali, salvo quelle spettanti al Consiglio dei Ministri o personalmente al presidente

del consiglio. Si tratta dei poteri amministrativi previsti dalla legge, ma anche dei compiti di

provvedere, negli stessi settori, mediante atti di impulso politico e amministrativo o median-

te il ricorso a strumenti privatistici. I ministeri dopo la riforma del 1999 e il decreto-legge del

2001 sono i seguenti: degli affari esteri, dell'interno, della giustizia, della difesa, dell'econo-

mia e delle finanze, delle attività produttive, delle comunicazioni, delle politiche agricole e

forestali, dell'ambiente e della tutela del territorio, delle infrastrutture e dei trasporti, del la-

voro e delle politiche sociali, della sanità, dell'istruzione, dell'Università e della ricerca, per i

beni e le attività culturali. Nove dei ministeri sono strutturati in dipartimenti, mentre 5 (esteri,

difesa, comunicazioni, sanità, beni culturali) mantengono la più antica articolazione in dire-

zioni generali, cui si somma la presenza di un segretario generale (figura estranea agli altri

ministeri). Oltre a diversi organi interni di controllo, esiste presso ogni ministero l'ufficio di

31

bilancio, organo incaricato di verificare la regolarità degli impegni di spesa e della tenuta

delle scritture contabili; si tratta di strutture decentrate della ragioneria generale dello Stato,

importante apparato del ministero del Tesoro. Gli atti ministeriali sono sottoposti a diverse

forme di controllo esterno, poste in essere dalla corte dei conti.

Alcune caratteristiche della Presidenza del Consiglio

La presidenza del Consiglio dei Ministri deve garantire un esercizio effettivo delle funzioni

del presidente del consiglio, di direzione della politica generale del governo e di manteni-

mento dell'unità dell'indirizzo politico e amministrativo, nonché un adeguato supporto all'at-

tività del Consiglio dei Ministri. Al fine di garantire il massimo di flessibilità alle strutture e un

ricchissimo potere decisionale al presidente del consiglio, il decreto legislativo 303/1999

prevede come necessarie pochissime strutture della presidenza (il segretario generale, i di-

partimenti per la partecipazione all'Unione Europea, per il coordinamento delle attività nor-

mativa del governo, per gli affari regionali). Per motivi di trasparenza, i decreti e i bilanci

della presidenza vengono comunicati alle camere. Il presidente del consiglio nomina e re-

voca a sua discrezione il segretario generale della presidenza, i capi dei dipartimenti degli

uffici, i consulenti e componenti di comitati di consulenza o di studio che reputi necessari,

assegna le funzioni di direzione, di collaborazione e di studio presso la presidenza al per-

sonale dirigenziale o a esperti. Con il giuramento del nuovo governo decadono le nomine

del segretario e dei vicesegretari.

Il decentramento dell’amministrazione statale

Il rilevante numero di uffici ministeriali periferici ha accentuato la necessità di un coordina-

mento a livello locale fra tutti gli uffici statali decentrati. Questa funzione, storicamente affi-

data al prefetto, organo rappresentativo del governo nella sua interezza, spesso si è scon-

trato con la tendenza ministeriale a una gestione autonoma. Il decreto legislativo 300/1999

ha previsto la trasformazione delle prefetture in uffici territoriali del governo (con a capo

sempre il prefetto). Una forma diversa di decentramento è quella che si realizza attraverso

l'affidamento ai comuni della gestione di una serie di servizi statali con la specifica respon-

sabilizzazione del sindaco, che, in questo ambito, opera come ufficiale del governo.

Le aziende, le agenzie, gli enti pubblici

La necessità della pubblica amministrazione di svolgere attività prevalentemente di produ-

zione di beni o di erogazione di servizi, mediante organizzazioni di tipo aziendale, ha, nel

passato, più volte indotto il legislatore a istituire all'interno dei ministeri apposite aziende o

amministrazioni autonome, dotate di un'apposita disciplina speciale, tale da permettere la

produzione di quei beni e servizi, sfuggendo alle rigide normative dell'organizzazione mini-

steriale. L'azienda resta dunque un organo ministeriale, ma dotato di una speciale organiz-

zazione: ha organi sul modello societario e dispone di un proprio bilancio e di un proprio pa-

trimonio, ma non è dotato in genere di personalità giuridica. Le agenzie appaiono come

speciali strutture amministrative dotate di personalità giuridica e di propri statuti, istituita per

svolgere in regime di autonomia attività prevalentemente tecniche già di competenza mini-

steriale, spesso per soddisfare una pluralità di interessi pubblici. Gli organi dell'agenzia so-

no rappresentati da un direttore generale e da un comitato direttivo, formato da non più di

tre dirigenti dell'agenzia. Distinti dalle aziende dalle agenzie sono gli enti pubblici. L'amplis-

sima categoria degli enti pubblici è inevitabilmente molto eterogenea, perché molto diversi

sono i fini che lo Stato intende conseguire tramite la loro azione. Gli enti pubblici economici

sono stati appositamente creati per svolgere attività di produzione di beni e servizi e pertan-

to devono poter disporre di una duttilità organizzativa analoga a quella dei soggetti privati.

Il personale e la dirigenza statale

Il decreto legislativo 165/2001 determina le "norme generali sull'ordinamento del lavoro alle

dipendenze delle amministrazioni pubbliche". I contratti collettivi vengono stipulati a livello

nazionale (il contratto nazionale può anche prevedere casi di contrattazione collettiva de-

centrata) tra l'apposita agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche ammini-

strazioni (ARAN) e le organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale e nei

32

singoli comparti contrattuali. Il comitato direttivo dell'ARAN è nominato dal presidente del

consiglio. L'articolo 4 del suddetto decreto legislativo, mentre riserva agli organi di governo

la definizione degli obiettivi e dei programmi da attuare, stabilisce che ai dirigenti spetta l'a-

dozione degli atti e dei provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano

l'amministrazione verso l'esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa,

mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di

controllo. Essi sono dunque responsabili in via esclusiva dell'attività amministrativa, della

gestione e dei relativi risultati.

I beni della pubblica amministrazione

L'amministrazione statale necessita di beni allo scopo di conseguire le finalità individuate

dal sistema normativo. Anzitutto è necessario del denaro per far fronte alle spese pubbli-

che. La costituzione ha stabilito che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in

ragione della loro capacità contributiva e il sistema tributario nel suo complesso è informato

a criteri di progressività. Nell'ambito del complesso sistema tributario possono distinguersi

anzitutto le imposte (in quanto dotati di capacità contributiva, e si distinguono in dirette o in-

dirette), le tasse e contributi speciali. Perciò che riguarda in generale i beni, lo Stato, le re-

gioni, le province e i comuni possono disporre di beni demaniali, di beni patrimoniali indi-

sponibili e di beni patrimoniali disponibili. I beni demaniali sono inalienabili, non possono

sorgere diritti reali su di essi, non possono essere espropriati.

Le partecipazioni statali e l’utilizzazione di altri strumenti privatistici

Numerose vicende hanno condotto lo Stato ad acquisire, in parte o per intero, imprese pri-

vate, perlopiù aventi forma giuridica di società per azioni, soprattutto al fine di evitare impo-

nenti crisi settoriali. Fino ad epoca recente il sistema delle partecipazioni statali presentava

le seguenti fondamentali caratteristiche: le società operative erano veri e propri soggetti di

diritto privato, ma la proprietà delle loro azioni o del cosiddetto "pacchetto di controllo" face-

va capo a un ente pubblico di gestione, che svolgeva nei loro riguardi le funzioni tipiche del-

le società finanziarie che controllano un gruppo di società. Questo sistema voleva risponde-

re alla necessità di vigilare e indirizzare questo complesso sistema delle imprese a parteci-

pazione statale senza peraltro negare l'opportunità di conservare loro un regime privatisti-

co. Nel 1991 si è prima prevista la possibilità di trasformare in S.p.A. "gli enti di gestione

delle partecipazioni statali e gli altri enti pubblici economici, nonché le aziende pubbliche

statali". Al tempo stesso, tutte le attività e i diritti di natura pubblicistica, attribuiti o riservati a

questi enti, che hanno già assunto la veste di società per azioni, sono stati fatti oggetto di

concessioni di durata non inferiore a vent'anni.

Le autorità amministrative indipendenti

Un'eccezione a questo sistema di dipendenze dell'amministrazione statale dai ministri è co-

stituita da quei casi nei quali il legislatore ha affidato determinate funzioni amministrative di

particolare delicatezza ad autorità amministrative indipendenti, sulla base delle esperienze

straniere. Si tratta dell'espletamento di funzioni per le quali sono ritenute essenziali non so-

lo l'imparzialità, ma anche la terzietà dell'autorità amministrativa rispetto agli stessi interessi

che si esprimono nel governo. La nomina dei loro vertici avviene nell'ambito di categorie

professionali particolarmente qualificate e estranee a soggetti istituzionalmente collegati

con gli organi di governo.

I COSIDDETTI ORGANI AUSILIARI

Il Consiglio di Stato

Si tratta di un organo sia di "consulenza giuridico-amministrativa", sia di "tutela della giusti-

zia nell'amministrazione". Con riferimento alla corte dei conti, l'articolo 100.3 della costitu-

zione afferma che "la legge assicura l'indipendenza dei due istituti e dei loro componenti di

fronte al governo". Il Consiglio di Stato è composto da un numero limitato di magistrati (po-

co più di 120), si articola in sette sezioni, le prime quattro con competenze consultive, le al-

tre con competenze giurisdizionali. In sede consultiva opera anche l'adunanza generale,

formata da tutti consiglieri di Stato; a livello giurisdizionale, opera invece l'adunanza plena-

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Moses

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Niccolò Cusano - Unicusano o del prof Girelli Federico.

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