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a) incostituzionalità del tetto del 25%

b) divieto concentrazione imprese Tv ed editoriali

 1997: legge 249/1997 (c.d. Maccanico):

a) istituzione Autorità per le garanzie nelle comunicazioni;

b) divieto positivo dominanti nel sistema delle comunicazioni (tra cui 20% delle 11 reti terrestri) senza

prevedere termine

 2002: con sentenza n. 466 la Corte dichiara incostituzionale l’assenza del termine “rete4” via satellite e

RAI3 senza pubblicità (31 dic. 2003)

 2004: legge 112/ 2004 (c.d. Gasparini): istituzione S.I.C. (sistema integrato comunicazioni)limite 20%

calcolato su tv terrestri e digitali, divieto concentrazioni tv- stampa. 20% non solo per le tv, ma anche per

le radio, giornali ecc.

Il rapporto tra Stato e fenomeno religioso

I due livelli del fenomeno religioso

1. individuale – collettivo (art19= Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi

forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si

tratti di riti contrari al buon costume.

Art. 20= Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono

essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità

.)

giuridica e ogni forma di attività

2. istituzionale (art. 7= Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non

richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8 = Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non

contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

La libertà religiosa

Art19= Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o

associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti

contrari al buon costume.

La libertà religiosa come prima libertà: fondamento costituzionale e internazionale

Collegamento tra art. 19 e artt. 3(uguaglianza), 18 associazione e 21 (pensiero) Cost.

Oggetto:

a) libertà di professare una fede (obiezione di coscienza- tutela della religione- )

b) libertà di propaganda

c) libertà di culto

d) libertà di non credere (giuramento a Dio davanti una corte)

la libertà di religiosa è stata sempre uno dei motivi di contrasto fra le Nazioni. Si ritiene che la libertà di

religione significa dare modo a ciascuno di credere senza imposizione.

Se si pensa durante il fascismo non vi era libertà di religione, ma vi era la religione di stato.

 Il limite del buon costume per le confessioni acattoliche:

a) ne ordine pubblico,

b) né ordinamento giuridico,

c) ma morale sessuale corrente (la morale ha evoluzione storica: si veda la concezione del nudo ieri e oggi)

I Principi religiosi si sono sempre più uniti hai principi dello Stato

 Libertà di religione vs. diritti fondamentali:

a) Testimoni di Geova (non tollerano le trasfusioni di sangue)

b) Musulmani (diversi usi e costumi)

Il nostro ordinamento fa prevalere i diritti fondamentali

Art. 8.1 Cost.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

 L’eguale libertà delle confessioni religiose davanti alla legge…

 …ma non l’eguaglianza di tutte le religioni davanti alla legge…

 la recente giurisprudenza costituzionale tendente all’eguaglianza fra le religioni tramite il superamento

della tutela particolare della religione cattolica quale religione della maggioranza dei cittadini.

a) L’illegittimità costituzionale del reato di vilipendio della religione cattolica (Corte Cost. 508/2000)

Il rapporto tra Stato e chiesa cattolica

Art. 7.1 Cost.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

1) fase confessionale : la cattolica come religione di stato, mentre gli altri culti erano “tollerati”(art. 1 statuto

albertino)

2) fase laicista : libera Chiesa in libero stato (Cavour 1861)

3) la presa di Roma (20 settembre 1870) e la legge delle guarentigie (1871) non accettata dalla chiesa.

Legge delle guarentigie Legge emanata dal Parlamento del Regno d'Italia il 13 maggio 1871, che concedeva una serie di

garanzie (guarentigie, secondo il lessico dell'epoca) alla Chiesa di Roma, riconoscendo la piena libertà di esercizio dei

poteri spirituali, il possesso papale dei palazzi del Vaticano, del Laterano e della villa di Castelgandolfo e l'inviolabilità

della persona del pontefice. Inoltre assicurava alla Santa Sede una dotazione di 3.225.000 lire, pari a quella di cui fruiva

in precedenza. Nonostante il papa non l'avesse riconosciuta, la legge rimase in vigore fino al 1929, quando i rapporti tra

Stato italiano e Vaticano furono ridefiniti con i Patti lateranensi.

4) Patto Gentiloni (1913) supera il no expedit di Pio IX

5) I patti Lateranensi (1929):

- Trattato istituito dallo Stato Città del vaticano

- Convenzione finanziaria

- Concordato

Patti lateranensi Accordi stipulati l'11 febbraio 1929 per regolamentare le relazioni tra lo Stato italiano e la Santa Sede e porre così fine

alla “questione romana”, che si era aperta nel 1870 con l'annessione dello Stato Pontificio al nuovo Regno d'Italia. Nel 1871, con la

legge delle guarentigie, il governo italiano aveva riconosciuto a papa Pio IX e ai suoi successori il possesso dei palazzi del Vaticano e

del Laterano e il diritto a una rendita annua di 3.250.000 lire come indennizzo per le perdite territoriali subite; il pontefice aveva però

respinto ogni ipotesi di accordo, ritirandosi (imitato dai suoi successori) nella piccola enclave di Città del Vaticano, all'interno di Roma.

I negoziati per la composizione dell'annosa questione si aprirono nel 1926 e si conclusero nel 1929 con la solenne firma apposta ai Patti

lateranensi dal re d'Italia Vittorio Emanuele III, dal capo del governo Benito Mussolini e (per il papa Pio XI) dal cardinale Pietro

Gasparri, segretario di stato pontificio. Gli accordi, che abrogarono la legge delle guarentigie, comprendevano un trattato politico e un

concordato. Con il primo veniva ufficialmente creato lo stato indipendente della Città del Vaticano, sotto la piena sovranità della Santa

Sede; il papa si impegnava a mantenersi neutrale nelle questioni internazionali e ad astenersi dalla mediazione nel caso di conflitti se non

specificamente richiesto da tutte le parti in causa.

Il concordato riconosceva il cattolicesimo religione di stato in Italia, definiva una nuova disciplina del matrimonio e dell'insegnamento

della religione, mentre un'intesa di natura finanziaria accordava alla Santa Sede un compenso monetario di 750 milioni di lire in contanti

e un miliardo in consolidato come risarcimento della perdita del potere temporale avvenuta nel 1870.

Nel secondo dopoguerra, alla nascita della Repubblica italiana, i Patti lateranensi furono inclusi nella Cosituzione (art. 7), nonostante le

discussioni accese e grazie a un voto favorevole del Partito comunista, voto che divise lo schieramento laico. Nel 1984 la Santa Sede,

nella persona del segretario di stato, il cardinale Agostino Casaroli, e il governo italiano, nella persona del presidente del Consiglio

Bettino Craxi, procedettero alla revisione del trattato, con l'innovazione di non considerare più il cattolicesimo religione ufficiale dello

stato italiano.

6) la costituzione (1948): reciproca indipendenza e sovranità; riconoscimento dei patti Lateranensi.

Art. 7.2

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non

richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 La necessità di regolare i rapporti tra stato e Chiesa nelle materie di comune interesse (matrimonio,

assistenza religiosa nei luoghi pubblici)

 Natura costituzionale del contenuto dei Patti o del metodo pattizio?

- non del contenuto altrimenti avremmo norme costituzionali modificabili senza seguire l’iter di

revisione costituzionale

- ma del metodo per cui solo le modifiche unilaterali necessitano del procedimento di revisione

costituzionale

In Italia non vi è tanta separazione tra Stato e religione cattolica. Si può manifestare la propria religione anche al

pubblico. Noi intendiamo il fenomeno religioso come un fenomeno sociale. Differenza della Francia, dove vi è la

massima separazione. Religione fenomeno personale.

Art. 7.2

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non

richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 Legge rinforzata sindacabile in riferimento ai principi supremi dell’ordinamento costituzionale (Corte

Cost. 175/1973)

 Le modifiche del Concordato del 18 Febbraio 1984:

a) abolizione della religione di Stato cattolica

b) non indissolubilità del matrimonio

c) non necessità annullamento matrimonio da parte del Tribunale ecclesiastico

d) facoltatività insegnamento religione

Art. 8.1 e 8.2 e 8.3

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non

contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 20.

Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa

di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni

forma di attività.

La libertà dell’arte e della ricerca scientifica

Art. 33.1

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

 La libertà della scienza come specificazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) ed

attuazione del principio personalista (art. 2 Cost.) da cui viene a sua volta limitata.

Art. 21.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La libertà dell’arte e della ricerca scientifica

Vi sono però limiti alla ricerca scientifica: clonazione riproduttiva vietata, organismi geneticamente modificati, il

problema delle biotecnologie.

La scuola

Art. 33.1

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La libertà di insegnamento nella scuola limitata:

a) non solo dal buon costume

b) ma anche finalità educative (tranne scuole private)

Art. 33.2

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che

devono essere attribuite per concorso.

Art. 33.

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse

piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per

l'abilitazione all'esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti

stabiliti dalle leggi dello Stato.

La famiglia

Art. 29 Cost.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a

garanzia dell'unità familiare.

Art. 30

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.

Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei

membri della famiglia legittima.

La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 31

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento

dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Il principio di eguaglianza

Art. 3.1 e 3.2

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di

lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà

e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti

i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 I due principi di:

- eguaglianza formale (art. 3.1) dinanzi alla legge: Stato liberale

- eguaglianza sostanziale (art. 3.2) come promozione dell’uguaglianza: Stato sociale.

Il principio di eguaglianza formale

Art. 3.1 Cost.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di

lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

 L’eguaglianza non solo dei cittadini ma di tutte le persone fisiche e giuridiche.

 L’eguaglianza davanti alla legge nello Stato liberale:

1) la pari efficacia della legge applicata imparzialmente sull’intero territorio a tutti i cittadini:

- dalla pubblica amministrazione (art. 97 Cost.), non vi possono essere punteggi per chi

viene da una determinata regione(vedi conc. pubbl Lombardia), ceto sociale, etc.

- dal giudice (art. 101 Cost.), posti in posizione di imparzialità.

2) il contenuto generale ed astratto della legge (norme di diritto privato)

 l’eguaglianza dinanzi alla legge dello Stato sociale:

- non come divieto assoluto di distinzioni…ma come eguale trattamento di

situazioni eguali e diverso trattamento di situazioni diverse.

a “Totti” non fanno NULLA

Principio di eguaglianza: Lo Stato da € 1.000 a tutti i figli: al “disgraziato”fanno MOLTO

Questo non è Principio di uguaglianza perché si è trattato in modo uguale, una situazione molto diversa.

 Divieto di discriminazioni e parificazioni irragionevoli nell’attività normativa :

a) privata (gabbie salariali)

b) pubblica: il contenuto della legge che può essere determinato e particolare in favore di categorie sociali,

gruppi, zone…

Il principio di uguaglianza: trattare in modo eguale chi si trova in una situazioni di parità, e in modo diverso chi si

trova in condizioni di diversità.

Ma chi stabilisce se le condizioni sono diverse o uguali? La corte Costituzionale controlla la ragionevolezza del

trattamento.

Il pericolo di arbitri che svuotino il principio di eguaglianza:

a) la presunzione di irragionevolezza per le discriminazioni fondate

sulle categorie esemplificative, salvo deroghe costituzionali

1) sesso (pari opportunità salvo ragioni fisiologiche, c.d. azioni positive) DISCRIMINAZIONI

2) razza (reazione fascismo) IRRAGIONEVOLI

3) lingua , salvo tutela minoranze linguistiche

4) religione

5) opinioni politiche

6) condizioni personali

7) condizioni sociali (non riconoscimento titoli nobiliari)

b) il principio di uguaglianza come doverosa ragionevolezza della legge: la legge deve trattare in modo uguale

situazioni ragionevolmente uguali

- il controllo di ragionevolezza della Corte costituzionale tramite il tertium comparationis, la quale:

1) parifica situazioni che il legislatore aveva irragionevolmente distinto. Ad esempio: infortuni sul

lavoro uomo/donna, l’uomo prendeva di più; T.F.R.. ai figli e non ai genitori; diversa prescrizione

tra pensioni e stipendi

2) distingue situazioni che il legislatore aveva irragionevolmente parificato (sove et repete= paga e fai

ricorso)

3) censura le eventuali omissioni irragionevoli del legislatore, l’eccesso di potere legislativo e dil

costo delle sentenze della Corte Cost.

Il principio di uguaglianza sostanziale

Art. 3.2

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà

e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti

i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 Il principio di uguaglianza sostanzia: dello Stato di diritto allo Stato sociale che, rimuovendo gli ostacoli

economico- sociali, si pone come fine il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione

dei cittadini

 Valore programmatico o valore precettivo ?

(Relativo a un programma) (insieme di regole)

 Non uniformità di trattamento ma parità di condizioni: l’uguaglianza come pari opportunità di mezzi e non

di risultato

 Il diverso riferimento dapprima ai cittadini e poi ai lavoratori non implica una scelta classicistica perché

lavoratori sono tutti i cittadini che concorrono al progresso materiale e spirituale della società.

 Traduzione del principio di uguaglianza: il trattamento di favore per:

1) lavoratori subordinati

2) donne e minori, condizioni di lavoro tali da assicurare svolgimento funzione familiare e madre

3) minore

4) meno abbienti: diritto alla difesa; progressività sistema tributario

5) diritto dei capaci e meritevoli di andare avanti negli studi.

 Il difficile equilibrio tra uguaglianza e libertà: l’uguaglianza non è il fine della libertà ma il suo

presupposto.

I diritti sociali (c.d. diritti medianti lo stato)

Diritti che costano

I diritti sociali consistono nell'obbligo dello stato di intervenire per assicurare alla persona e al cittadino il

godimento di alcuni beni e servizi fondamentali.

sono diritti della persona alcuni diritti sociali come: il diritto alla salute, all'istruzione, il diritto a un'equa

retribuzione del lavoro.

Rientrano invece tra i diritti del cittadino i diritti sociali come: il diritto al lavoro, il diritto alla sussistenza e

all'assistenza sociale.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli

indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso

violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Art. 33 vedi scuola

Art. 34 vedi scuola

Art. 36.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé

e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 38.

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia,

invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L'assistenza privata è libera.

Il diritto alla salute

Assistenza sanitaria Insieme di servizi prestati a livello sociale, soprattutto da istituzioni governative, allo scopo

di salvaguardare e migliorare la salute della popolazione. Essi comprendono quattro aree principali di intervento:

la tutela della salute fisica e mentale, la prevenzione delle malattie, l'assistenza sanitaria e la riabilitazione dei

malati e degli invalidi. L'inclusione di queste quattro aree d'intervento tra le priorità da osservare da parte delle

istituzioni sanitarie pubbliche è stata ratificata su scala mondiale nel 1948, quando l'Organizzazione mondiale

della sanità (OMS) ha sancito che per salute si debba intendere non solamente l'assenza di una malattia o di

un'infermità, bensì uno stato globale di benessere fisico, mentale e sociale.

Art. 32.1

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce

cure gratuite agli indigenti.

 La duplice dimensione del diritto alla salute:

A) diritto soggettivo

- assoluto e perfetto di ogni persona, inclusi gli stranieri irregolari (Corte Cost. 252/2001)

- all’integrità fisica (c.d. danno biologico indipendente dal reddito)

- ad un ambiente salubre (luogo di lavoro)

- tutelabile ricorrendo al giudice civile contro atti della p.a. (pubblica amministrazione)

Il diritto alla salute

Art. 32.1

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce

cure gratuite agli indigenti.

B) diritto sociale della collettività all’assistenza sanitaria in attuazione del principio di uguaglianza

- il diritto a riceverei trattamenti sanitari necessari (protesi), gratuiti nel caso degli indigenti (poveri assoluti)

- il servizio sanitario nazionale per tutti, e non solo per gli indigenti

- articolato in aziende regionali autonome (AUSL)

-eroganti prestazioni gratuiti o semigratuite (ticket in base al reddito)

Il diritto alla salute

Art. 32.2

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge

non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 La libertà di sottoporsi alle cure (“consenso informativo”)

 L’obbligazione per legge di sottoporsi a trattamenti sanitari (vaccinazione, cinture, casco) che in quanto

collettivi non godono della riserva di giurisdizione ex art. 13 Cost.

Il diritto all’assistenza sociale

Art. 38.1 e 38.5

1.Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e

all'assistenza sociale.

5.L'assistenza privata è libera.

 Diritto soggettivo perfetto nei confronti dello stato per fruire di prestazioni di sicurezza sociale.

 Assistenza sociale: come obbligo di solidarietà dello Stato verso i singoli bisognosi:

a) pensionati sociali (65° anno con reddito minimo)

b) assistenza inabili e minorati

c) servizi sociali comunali

 competenze regionale eslusiva, salvo livelli essenziali minimi garantiti dallo Stato sull’intero territorio

(art. 117)

Il diritto all’assistenza sociale

Assistenza sociale Insieme delle misure attuate in un sistema di welfare state o Stato Sociale (L’espressione indica il

sistema sociale in cui lo stato ha come obiettivo quello di garantire un soddisfacente livello di vita ai suoi cittadini e persegue la

riduzione delle ineguaglianze e l’integrazione sociale attraverso una redistribuzione del reddito nazionale.)

per garantire ai cittadini di uno stato il diritto al mantenimento di un minimo tenore di vita o la soddisfazione di

altri bisogni (salute, educazione ecc.). Sebbene non sia chiaro il confine che separa l’assistenza dalla previdenza

sociale (anche per la ristrutturazione che entrambi i settori stanno vivendo), la previdenza è tradizionalmente

legata allo status professionale, mentre l’assistenza riguarda più genericamente tutti gli individui in condizioni di

bisogno, a prescindere dalla loro capacità contributiva.

Questi programmi sono stati però criticati per varie ragioni, soprattutto per il divario crescente tra i costi

dell’assistenza e le entrate fiscali.

Numerosi paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno proceduto alla privatizzazione degli enti che forniscono

assistenza e a una drastica diminuzione degli individui che ne hanno diritto. In Europa continentale si è scelta una

strada diversa, affidando un numero sempre maggiore di compiti a organizzazioni private senza fine di lucro (no

profit) e ad associazioni di volontariato.

In Italia l’assistenza sociale è gestita in prevalenza dagli assessorati comunali, che operano attraverso fondi a loro

destinati dallo stato o utilizzando le imposte locali. Sempre più spesso accade peraltro che i Comuni, per

diminuire le spese, affidino a cooperative sociali la fornitura di determinati servizi assistenziali. Alcuni osservano

che questi cambiamenti, sebbene consentano una diminuzione della spesa pubblica, non sempre aumentano la

qualità dei servizi prestati.

Il diritto alla previdenza sociale

Art. 38.2 e 38.4

2. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di

infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

4. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

 La provvidenza sociale: come onere assicurativo posto a carico del datore di lavoro o del lavoratore

autonomo e dello Stato (talvolta al posto dei privati; fiscalizzazione oneri sociali) per far fronte alle

necessità future; ex. Art. 38.2

Il diritto alla previdenza sociale

Previdenza e sicurezza sociale Insieme degli enti pubblici e delle norme che presiedono alle attività svolte dallo

stato per tutelare i lavoratori da malattie, infortuni, disoccupazione ecc. e di assicurare loro il diritto a un tenore di

vita decoroso alla cessazione dell’attività lavorativa. La previdenza sociale, garantita in Italia dall’articolo 38

della Costituzione, è attuata attraverso assicurazioni sociali e di sistemi pensionistici pubblici gestiti da varie

istituzioni, tra cui l’Istituto nazionale della previdenza sociale. Finanziata con le contribuzioni dei lavoratori, la

previdenza sociale veniva inizialmente applicata in relazione allo status professionale; in seguito, con lo sviluppo

dello stato sociale, la previdenza si è estesa a campi precedentemente attribuiti all’assistenza sociale e sanitaria ed

è rivolta indifferentemente a tutti i cittadini dello stato.

Il principio Laburista

Art. 1.1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo

questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione

che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il lavoro come fondamento della democrazia (Art. 1 Cost.)

a) né espressione di retorica costituzione e come tale irrilevante

b) né scelta di classe “fondata sul lavoro” e non “di lavoratori”

c) piuttosto lavoro come ogni attività o funzione che concorre al progresso materiale o spirituale

della società (art. 4.2 Cost.)

Il principio Laburista

 Il rifiuto di altri valori: nobiltà, ereditarietà, proprietà privata, impresa propria dello Statuto Albertino il

quale non a caso del lavoro faceva cenno

 Il collegamento dell’art. 4 Cost. con:

A) art. 2 Cost., in quanto il lavoro è un diritto inviolabile dell’uomo attraverso cui egli realizza la propria

personalità

B) l’art. 3 Cost., in quanto misura della dignità sociale dei cittadini

 l’importanza del lavoro ai fini della partecipazione sociale: il collegamento tra democrazia economica e

democrazia politica sindacati, scioperi, collaborazioni dei lavoratori alla gestione aziendale)

Il principio Laburista

 il diritto al lavoro:

a) non come diritto soggettivo perfetto nei confronti dello Stato per ottenere e conservare un posto di lavoro

ciò contrastante con la libertà di impresa (art. 41 Cost.)

b) bensì come obbligo (norma precettiva) a che lo Stato intervenga nel mercato per ottenere (norma

promozionale) la piena occupazione.

-tramite l’adozione di piani e programmi (art. 41.3 Cost.)

- corrispondenza un’indennità (ovvero Cassa integrazione) ai disoccupati involontari quale risarcimento per

Stato inadempiente (art. 38.2 Cost)

Art. 41.

1. L'iniziativa economica privata è libera.

2. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità

umana.

3. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere

indirizzata e coordinata a fini sociali.

Il principio Laburista

 il diritto al lavoro come libertà di scegliere il lavoro subordinato o autonomo (non quello imprenditoriale

tutelato dall’art. 41.Cost.)

a) diritto di accedere al lavoro senza subire limiti irrazionali o lesivi della propria dignità, salvo verifica

requisiti professionali

b) diritto-dovere di svolgere il lavoro corrispondente alle proprie capacità.

 La particolare tutela del lavoro subordinato da parte della Repubblica che :

a) cura la formazione e la crescita professionale dei lavoratori (art. 35.2 Cost.)

b) promuove e favorisce accordi ed organizzazioni internazionali (OIL) per affermare e regolare i diritti del

lavoro (art. 35.3 Cost)

c) tutela il lavoro italiano all’estero (art. 35.4 Cost)

d) la tutela dei diritti del lavoratore nel posto di lavoro (Statuto dei lavoratori; divieto di discriminazione nel

luogo di lavoro)

Art. 35.

La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.

Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

La tutela dei lavoratori particolarmente deboli

Art. 37.

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le

condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla

madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla

parità di retribuzione.

 La tutela del diritto al lavoro nella fase estintiva il diritto alla stabilità del lavoro attraverso :

a) il preavviso di licenziamento

b) il diritto ad essere licenziato per giusta causa o per giustificato motivo pena dapprima risarcimento o

riassunzione.

c) La decorrenza della prescrizione dei diritti dalla fine del rapporto

d) Il diritto a ricorrere ad un giudice imparziale

e) Il diritto a percepire l’indennità di anzianità (c.d. liquidazione) anche se la cassazione del rapporto di

lavoro è dovuta a colpa o dimissioni del lavoratore

 La tutela del lavoro e non degli occupati stabilmente

- i contratti flessibili per consentire l’accesso al mondo del lavoro dei disoccupati (part

time, interinale, affitto, a termine, lavoratori a progetto, contratti d’inserimento o

contratto d’apprendistato)

Il diritto di associarsi in sindacati

Art. 39.

L'organizzazione sindacale è libera.

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali,

secondo le norme di legge.

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base

democratica.

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro

iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle

quali il contratto si riferisce.

- non associazioni registrate dotate di personalità giuridica di diritto pubblico ma associazioni non riconosciute

- che stipulino contratti collettivi di diritto comune estesi erga omnes

- pluralità di sindacati per categoria, salvo taluni divieti (magistrati, forze armate)

Sindacati dei lavoratori: Associazioni di lavoratori costituite per tutelare gli interessi dei propri iscritti e, come

parte sociale, per partecipare con il governo e con i rappresentanti degli imprenditori alla definizione delle scelte

su questioni di interesse pubblico relative al mondo del lavoro.

Il diritto allo sciopero

Art. 40.

Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.

Sciopero: Astensione dal lavoro di un gruppo di lavoratori a sostegno di una rivendicazione. È attuato

prevalentemente da lavoratori organizzati in sindacati e rappresenta una delle forme più importanti e incisive di

lotta sindacale. In Italia lo sciopero è un diritto dei lavoratori riconosciuto dalla Costituzione.

Le forme della lotta sindacale

I lavoratori possono impegnarsi in uno sciopero o in altre forme di agitazione sindacale per ottenere

miglioramenti delle condizioni di impiego, per impedirne un peggioramento o, ancora, per evitare che il datore di

lavoro conduca delle azioni lesive dei diritti dei lavoratori. Uno sciopero può essere proclamato anche per indurre

un datore di lavoro a riconoscere un sindacato come legittimo rappresentante dei dipendenti nel processo di

contrattazione collettiva e a siglare con questa stessa organizzazione un contratto di lavoro. In genere si ricorre

allo sciopero dopo avere esperito tutti gli altri mezzi disponibili: ad esempio quando il datore ha rifiutato la

composizione di una vertenza con i metodi previsti nel contratto di lavoro.

Lo sciopero politico, invece, può essere un mezzo per costringere un governo ad aderire a determinate richieste

dei lavoratori e può costituire un’arma per provocarne la caduta. Uno sciopero di solidarietà ha luogo quando un

sindacato arresta le attività lavorative di un settore per sostenere la protesta di un altro sindacato o di altre

categorie sociali. Lo sciopero “generale”, in cui tutti i lavoratori di una città, di una regione o di un paese

scioperano contemporaneamente, può perseguire finalità di tipo economico o politico. Con lo sciopero generale si

ottiene la completa paralisi dell’attività economica dell’area interessata.

La costituzione economica

 Frutto del compromesso costituente tra le diverse ideologie: lo Stato interventista ed economia mista.

 La costituzione economica come traduzione dei principi:

A) personalità (art. 2 Cost): il rispetto della dignità umana

B) d’uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.): la rimozione degli ostacoli socio-economici che impediscono lo

sviluppo della persona.

C) Laburista (art. 4): l’effettività del diritto al lavoro

 Le condizioni da assicurare: l’utilità sociale dell’iniziativa economica, funzione sociale della proprietà,

sfruttamento razionale e sociale equo della terra.

La libertà di iniziativa e d’attività economica

Art. 41.1 e 41.2

1. L'iniziativa economica privata è libera.

2. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla

dignità umana.

 La libertà d’intraprendere qualsiasi attività economica.

 I limiti allo svolgimento della libertà d’impresa:

a) esterni : lo Stato imprenditoriale (enti pubblici economici, monopolio servizi pubblici, imprese nucleari…)

b) interni negativi :

1. non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale: progresso economico come mezzo e non come fine

2. non può recare danno a sicurezza, libertà civili e dignità umana (inquinamento, sicurezza sul lavoro…)

Art 41.3

3. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa

essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Art. 43.

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo

indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di

imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano

carattere di preminente interesse generale.

c) limiti interni positivi: per indirizzare e coordinare l’attività economica pubblica e privata ai fini sociali:

1. la tutela della piccola e media proprietà (art. 44 Cost.*) della cooperazione e dell’artigianato (art. 45 Cost.*)

2. incentivi statali (crediti, agevolazioni, sgravi fiscali, contributi)

3. la programmazione tramite legge per indirizzare e controllare l’iniziativa individuale, senza sopprimerla: questa

legge andò in fallimento. Venne attuata solo nel 1967 (pieno periodo centro sinistra)

4. l’espropriazione per legge salvo indennizzo collettivizzazioni e

(Somma pagata a titolo di risarcimento di danni.):

nazionalizzazioni (ENEL). (l’energia elettrica non può andare ai privati perché essi anno come obbiettivo la

finalità economica; quindi non mandano energia in paesi dove il ritorno di capitale non vi è).

*Art. 44.

Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone

obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone

agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità

produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.

La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

*Art. 45.

La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di

speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli

opportuni controlli, il carattere e le finalità.

La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.

La proprietà

Art. 42.

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i

limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi

d'interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle

eredità.

Il diritto reale più importante è il diritto di proprietà; esso si caratterizza per la sua assolutezza, che attribuisce al

titolare il diritto di utilizzare e di godere il bene nonché il diritto di far proprio il suo valore di scambio.

(Diritti reali : Diritti soggettivi facenti parte della più ampia categoria dei diritti assoluti che attribuiscono al titolare il

potere di farli valere nei confronti di chiunque e goderne a proprio piacimento senza essere disturbato nell'esercizio di tale

diritto.)

Proprietà e possesso : Il termine "proprietà" indica il diritto di godere e di disporre di una cosa, ad esempio un

abito, un gioiello, un libro, in modo pieno ed esclusivo, cioè con la possibilità di usarla quando si vuole, di

prestarla, di venderla, o addirittura di distruggerla o di buttarla via se lo si ritiene opportuno. La proprietà coincide

di solito, ma non sempre, con il "possesso", che consiste nel disporre di una cosa e nell’utilizzarla, senza però

possederne la titolarità del diritto di proprietà.

Proprietà e possesso possono riguardare sia beni immobili (case, terreni), sia beni mobili registrati (autovetture),

sia infine beni mobili (una bicicletta, un libro, un oggetto qualsiasi). Anche i beni materiali o immateriali, come le

cosiddette opere dell'ingegno (ad esempio un brevetto o i diritti d'autore su uno scritto o su un dipinto o su una

scoperta scientifica), possono essere oggetto di proprietà. Alcuni beni, detti demaniali, come le acque dei fiumi,

sono invece di esclusiva proprietà dello stato.

La proprietà può essere di un singolo individuo, di più persone collettivamente (come nel caso del condominio),

di un'azienda, di un ente privato o pubblico. Può essere trasferita da un soggetto a un altro sia con un atto tra vivi

(compravendita, permuta, donazione) sia a seguito della scomparsa del proprietario, per eredità o per legato (vedi

Successione); per un bene immobile o mobile registrato è necessario l'atto pubblico, cioè redatto alla presenza di

un notaio e con trascrizione sui pubblici registri. I minori, e in taluni casi anche i nascituri, possono essere

proprietari a tutti gli effetti anche di beni immobili come case e terreni, ma non possono amministrare

direttamente le loro proprietà né venderle se non attraverso i loro legali rappresentanti (di solito i genitori) e con

l'assenso di un giudice tutelare.

L’evoluzione della costituzione economica

Dallo Stato imprenditoriale allo Stato regolatore esterno del mercato:

a) cause interne: il fallimento economico e fiscale dello Stato imprenditoriale

b) cause esterne: i principi comunitari a favore di un’economia di mercato aperta e in libera

concorrenza

- tramite l’euro politica monetaria unica finalizzata alla stabilità dei prezzi (no tasso di

cambio e tasso di interesse nazionale) lo Stato con propria moneta poteva favorire le

aziende con tasso di cambio o svalutazione della propria moneta (la lira) o tasso di

interessi. Con l’euro è impossibile, perché vi deve essere un'unica stabilità= tasso di

interesse unico e fissato dalla Banca Centrale Europea.

- Parametri di Mastric: deficit 3% (le uscite non possono superare le entrate, max del 3%)

- PIN 60% (per il defic pubblico complessivo)

7 L’ORGANIZZAZIONE E L’ESERCIZIO DEL POTERE POLITICO

Il principio della divisione dei poteri ieri…

 La separazione dei poteri (Locke e Montesquie) come teoria garantista in relazione alla Centralizzazione

dei poteri nello Stato Assoluto

 Distribuzioni delle funzioni tra legislativo, esecutivo e giudiziario

 Posti in posizione di parità e di reciproco controllo di modo che “il potere limiti il potere” (checks – freni-

and balances- contrappesi)

 Per far si che il potere non scada in arbitrio è necessaria la divisione dei poteri, che si bilancino tra di loro

Separazione dei poteri: Principio basilare dei moderni stati di diritto, in base al quale i loro poteri fondamentali –

il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giurisdizionale – non possono e non devono essere cumulati

nella stessa persona né nello stesso organo. Nelle moderne democrazie, quindi, di norma il potere legislativo è di

competenza di un’assemblea elettiva (in Italia del Parlamento, suddiviso in Camera dei deputati e in Senato della

repubblica) che agisce in nome del popolo sovrano; quello esecutivo è esercitato da un governo che risponde a

tale assemblea; e quello giurisdizionale è amministrato dalla magistratura, indipendente dagli altri due e

autogovernantesi (in Italia tramite il Consiglio superiore della magistratura).

Nel XVIII secolo Charles-Louis de Montesquieu individuò nella separazione dei poteri il fondamento che rendeva

la monarchia costituzionale inglese un esempio di ordinamento da imitare, formulando così per la prima volta in

modo limpido un'idea che già era latente nel dibattito politico-filosofico-giuridico fin dal Medioevo.

La separazione del potere politico dai poteri di garanzia negli stati liberal-democratici

 Il rapporto do fiducia tra (la maggioranza del…) Parlamento ed il governo, accomunati da omogeneità

politica e basati sulla comune funzione di Indirizzo Politico, che consiste nella:

a) individuazione del complesso dei fini generali

b) predisposizione dei mezzi giuridici e amministrativi per perseguire tali fini.

IERI: Il parlamento era

distaccato dal Governo

Parlamento e Governo OGGI: sono legati, devono marciare insieme,

dove a comandare è la maggioranza.

Sono accomunati dai loro fini politici

Governo: Organismo statale complesso che determina l'indirizzo politico dello Stato

Parlamento: Assemblea politica rappresentativa dello Stato moderno, mediante la quale il popolo, attraverso i suoi

rappresentanti eletti, partecipa all'esercizio del potere per la formazione delle leggi e il controllo politico del governo | I due

rami del –P, in Italia, il Senato e la Camera dei deputati

 il popolo sovrano oggi non solo elegge i propri rappresentanti , ma vuole scegliere il programma politico,

la maggioranza di governo ed il suo leader

 ieri: l’elettore votava il partito, che decideva come entrare in Governo

 oggi: l’elettore quando vota, sceglie la maggioranza che andrà a governare, il programma ed il suo leader.

Come dice Duverger, Maurice (Angoulême 1917), giurista e politologo francese, il popolo non si limita a

scegliere le carte, ma vuole giocare.

La separazione del potere politico dai poteri di garanzia negli stati liberal-democratici

I moderni “Contrappesi”:

a) il controllo politico svolto non più dal Parlamento ma dall’Opposizione

b) l’indipendenza del potere giudiziario e delle istituzioni di garanzia, (Corte costituzione, Capo dello Stato,

Autorità indipendenti) organismi di controllo e garanzia.

c) Pluralismo dell’informazione (anche mezzi di controllo). Pluralismo dell’informazione come Pilastro dello

Stato Democratico.

Definizione delle Forme di Governo

Forma di Governo: Forma di organizzazione politica di uno Stato

1. la disciplina giurista della modalità di esercizio del potere politico (forma di governo dal punto di vista

strutturale- formale) la teoria della forma di governo si occupa del modo come fra gi organi di una

comunità politica organizzata, si distribuisca il potere di indirizzo politico e dei rapporti tra tali organi.

2. il sistema politico e ciò che lo influenza (forma di governo dal punto di vista funzionale).

La teoria delle forma di governo si occupa anche di ciò che ne influenza il funzionamento, e cioè del

sistema dei partiti e dei servizi elettorali.

FORMA DI GOVERNO FORMA DI STATO

(il rapporto fra

(Forma di organizzazione governanti e governati,

STRETTAMENTE CONNESSE

politica di uno Stato) nonché i fini ultimi che

si pone l’ordinamento)

Le forme di governo basate sulla separazione dei poteri: la Monarchia Costituzionale

 Dalla Monarchia Assoluta, alla Monarchia Costituzionale. (Inghilterra XVII sec. Europa continentale

XVIII-XIX sec.)

 Monarchia Costituzionale:

- nascono le assemblee amministrative (votano il 3%della popolazione)

- camera dei rappresentanti: 1. garantisce le libertà civili (riserva di legge come limite all’arbitrio regio);

2. potere dinastico (di chi deve governare)

 Separazione tra la rappresentanza del Re (aristocrazia), detentore del potere esecutivo, e quello del

Parlamento (borghesia), titolare del potere legislativo (Montesquie).

 Separazione dei poteri non netta perché il Re:

1. promulgava le leggi

2. scioglie le camere

3. nomina i giudici

La separazione dei poteri fa si che tra i due organi vi sia accordo.

Evoluzione storica della monarchia Costituzionale

Dalla monarchia costituzionale al…

 governo presidenziale (Cost. Stati Uniti , 1787)

 governo direttoriale (Svizzera)

 governo parlamentare

 governo semi-presidenziale

La forma di governo Presidenziale.

analisi strutturale

Capo dello Stato elettivo che è titolare del Potere esecutivo in regime di rigida separazione rispetto a un

legislativo che non lo può sfiduciare né può da lui essere sciolto.

Il corpo elettorale elegge il parlamento e il Presidente (Indirettamente negli USA: caso Busch – Gore elezioni

2002)

I cittadini formalmente eleggono i delegati che quindi eleggono il presidente. Viene eletto presidente non quello

che prende più voti, ma quello che prende più delegati, quindi è possibile che un Presidente prende più delegati

anche se prende meno voti. (Es. Cansas: delegati 2, voti 5.000- Florida delegati 25, voti 3.200. Vince chi ha più

delegati, anche se meno voti.)

Perché gli USA hanno questa forma di governo?

Stati uniti > provengono dagli inglesi (Forma di governo: Monarchia Costituzionale)

Quindi volevano ricreare una sorta di Monarchia Cost.

Sistema Presidenziale: caratteristica= divisione dei poteri o separazione

 il presidente non può sciogliere ilo parlamento, ma può opporre il veto sospensivo (superabile) sulle leggi

da esso approvate.

 Il parlamento non può sfiduciare il Presidente ma può solo mettere in stato d’accusa(c.d. impeachment) in

caso di tradimento, concussione o altri gravi reati.

 I poteri del Presidente sono equilibrati dai poteri di freno e di controllo del parlamento (bilancio, ecc.)

analisi funzionale

 Due partiti politici non ideologgizzati, privi di disciplina e fortemente radicati nel territorio locale.

 La contrapposizione tra Presidente e Parlamento farebbe decadere lo stato, (incapace di decidere)

 Come funziona il sistema? Non vi è una divisione politica come quella europea. I partiti sono “macchine

elettorali”, che appoggiano una persona. Non vi sono partiti politici, ma deputati influenzabili dal

Presidente. Vi è anche uno scarso livello di partecipazione elettorale.

La forma di governo Direttoriale

analisi strutturale

Forma di Governo> relazione che intercorre tra: 1.Capo di stato; 2. Parlamento; 3. Governo

 Il corpo elettorale elegge il parlamento

 Il Parlamento legge l’esecutivo che è organo collegiale (Capo dello stato e governo: consiglio federale o

direttoriale)

 Il Parlamento non può sfiduciare il direttorio . Il direttorio non può

(Collegio direttivo, ossia chi dirige)

sfiduciare (sciogliere) il Parlamento.

 La carica del capo dello stato è ricoperta ogni anno a turno da uno dei membri del Direttorio.

Analisi funzionale

 Partiti non tanto ideologizzati (di stampo americano)

 Non rapporto tra maggioranza ed opposizione ma rappresentanza di tutti i partiti. Nel direttorio vi sono

tutti i componenti dei diversi partiti.

 Nel Direttorio troviamo: 2 di destra, 2 socialisti, 2 liberal-democratici, 1 democristiano

 Nel governo si cerca di trovare situazioni di compromessi. Se vi sono delle situazioni dove non vi è

accordo tra i partiti, si ricorre al Referendum.

La forma di governo Parlamentare Dualista.

(Inghilterra XVIII sec., Monarchia orleanista 1830)

 Lo sdoppiamento dell’esecutivo con la nascita del Governo come terzo organo, distinto dal Sovrano e in

esso della figura del Primo Ministro, c.d. disfacimento dell’esecutivo

 La doppia investitura del Governo da parte del re (nomina) e del Parlamento (prima impeachment, poi

sfiducia).

 Il governo nasce come organo autonomo sotto la spinta del Parlamento, che non potendo prendersela con

il Sovrano, se la prendeva con i collaboratori del Sovrano, tramite l’accusa di sfiducia e inadempienza ,

quindi chiedeva al Sovrano di sfiduciarli.

 Ma da suo canto il re può sciogliere il Parlamento.

 Il Governo in questa prima fase si trova tra due centri di potere: 1. Sovrano = potere,

2. Parlamento = borghesia

La forma di governo Parlamentare Monista o Assembleare

(Inghilterra XVIII-XIX; Europa XX sec.)

 Prevalenza del Parlamento (borghesia), eletto su basi sempre più ampie, La corona (nobiltà), confinata ad

un ruolo di garanzia: Capo dello stato elettivo

 Il ruolo non più politico, ma di garanzia svolto dal capo dello stato.

 La controfirma da assunzione da parte del governo della responsabilità –prima penale poi politica- degli

atti del sovrano a proposta (quasi sempre) vincolanti degli atti del governo al capo dello stato.

 Lo svuotamento politico del potere di sciogliere (casi Lord Melbourne- Mac mahon, dove il Re sciolse il

Parlamento, ma il popolo lo rielesse quasi identico al precedente, il re non potè che chinare il capo.)

 Il governo anziché mediare tra Re e Parlamento, ne diventa esecutore.

La forma di governo Parlamentare Partitica

(II dopoguerra)

 Il mutamento della forma di governo di stato: dallo stato liberale monoclasse, allo stato democratico e

sociale pluriclasse.

 Stato non più borghese, ma formato dal popolo

 I partiti come strumento di esercizio da parte dei cittadini della sovranità popolare perché sintetizzano gli

interessi politici degli elettori e li rappresentano nelle istituzioni sociali.

 Gli lettori votano il partito> il rappresentante eletto risponde solo di se stesso nello svolgimento del potere.

 I partiti diventano lo strumento con il quale i cittadini esercitano il potere nazionale, ma anche il mezzo

dove i cittadini penetrano dentro le istituzioni e li controllano.

 Governo e parlamento come subordinati alle direttive politiche dei partiti in essi operano:

a) il parlamento composto dai gruppi parlamentari “proiezione dei partiti, si divide in maggioranza ed

opposizione;

b) il governo diviene espressione dei partiti che formano la maggioranza parlamentare “il parlamento non

controlla il governo”, ma è l’opposizione del parlamento che controlla il governo. Perché la maggioranza

parlamentare e il governo sono la stessa cosa.

 Vi sono però forme di governo parlamentare partitiche uguali, ma che funzionano in maniera diversa,

perché diversi sono i partiti.

La forma di governo Parlamentare

( Europa I e II dopoguerra)

analisi strutturale

 Il corpo elettorale elegge il parlamento

 Il Parlamento(legislativo) (o la sola camera “politica”) può non solo sfiduciare ma anche conferire sin

dall’inizio la fiducia all’esecutivo (Governo).

Analisi funzionale

 L’analisi funzionale dimostra che il funzionamento della forma di governo parlamentare dipende dal

sistema dei partiti.

 Democrazia maggioritaria o stabilizzate, basate su un sistema di partiti bipolare e una cultura omogenea

(Gran Bretagna, Germania, Spagna)

 Gli elettori votando scelgono la maggioranza di governo e designano come Premier il leader del partito o

della coalizione vincente.

 Governi di legislatura in cui prevale la figura del Premier.

 Governo come comitato direttivo della maggioranza parlamentare.

 Democrazie compromissorie o non stabilizzate basate su un sistema di partiti multipolare e caratterizzante

da profonde fratture sociali o ideologiche (Belgio, Paesi Bassi, Finlandia)

 Gli lettori non scelgono il governo ma votano per i partiti.

 Governi di coalizioni fondate su maggioranze parlamentari fragili e brevi.

 Ruolo del Primo ministro come mediatore tra le forze politiche (Andreotti: “Meglio tirare a campare che

tirare le cuoia”)

Le forme di governo Neoparlamentari

(Israele 1996 – 2001, regioni ordinarie, art. 51 cost.)

 Il corpo elettorale contemporaneamente il Parlamento ed il Primo Ministro.

 Il primo ministro nomina e revoca i ministri.

 Tra parlamento e governo vige un rapporto di fiducia, anche quando essa non viene inizialmente conferita.

 Vige il “Governo di legislatura” in base alla regola aut simel stabunt aut simil cadent, per cui si va a

nuove elezioni senza sostituzione del presidente:

a) in caso di approvazione da parte del Parlamento di una mozione di sfiducia;

b) in caso di morte, dimissioni, incapacità permanente del Presidente.

Parlamento e Governo

Sfiducia il Governo

Il Parlamento Non va a sostituirlo (come nelle forme parlamentari)

Si va a nuove elezioni (anche il Parlamento cade)

8 LA SOVRANITA’ POPOLARE

La Sovranità

Fondamentale caratteristica politica e giuridica dello stato moderno, che consiste nell'esercizio legittimo

dell'autorità suprema all'interno di una comunità politica. Da essa deriva la pretesa dello stato al controllo del

territorio e della popolazione, attuato attraverso il monopolio della forza e il potere di emanare le leggi. La

sovranità interna di uno stato si estende, solitamente, oltre che al territorio e a tutto ciò che su di esso si trova, allo

spazio aereo, al sottosuolo e alle acque territoriali.

EFFETTI DELLA SOVRANITÀ

Al concetto di sovranità è legato quello di indipendenza e autonomia: nessun ente esterno ha il diritto di ordinare

o imporre allo stato sovrano una linea di condotta sulle questioni che lo riguardano. Ciò nonostante,

l'indipendenza non implica necessariamente il riconoscimento della sovranità da parte degli altri stati sovrani: per

esempio la repubblica turca che occupa la parte settentrionale di Cipro è indipendente e autonoma, ma non è

sovrana perché non è mai stata riconosciuta da altri stati.

Il titolare o i titolari della sovranità sono chiamati a intervenire direttamente, oppure tramite i propri

rappresentanti, in importanti aree di decisione, quali le dichiarazioni di guerra contro i nemici esterni e la

sospensione delle garanzie costituzionali in caso di minaccia per la pace e la sicurezza del paese.

INDIVISIBILITÀ DELLA SOVRANITÀ

Principale caratteristica della sovranità è di essere una e indivisibile. Con questa espressione s'intende

puntualizzare che, per quanto attiene a questioni riguardanti l'esistenza dello stato, non esistono altri poteri

decisionali se non la sovranità stessa. Lo stato può delegare alcuni suoi poteri a enti locali o regionali, oppure a

organismi di natura sovranazionale, senza tuttavia perdere la propria caratteristica sovrana. Lo stato federale, di

cui gli Stati Uniti d'America rappresentano uno degli esempi più noti, riconosce il massimo di autonomia ai

singoli stati della federazione in materie che non riguardano, per esempio, la politica estera e l'economia

nazionale.

LA SOVRANITÀ POPOLARE

Con l'espressione "sovranità popolare" s'intende che il popolo è il titolare del potere politico supremo. Tale potere

può essere esercitato, a seconda della decisione del popolo medesimo, in forme diverse. Ad esempio, all'art. 1 co.

II, la Costituzione italiana afferma che "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti

della Costituzione". In altri termini, il popolo esercita in Italia la sovranità attraverso un sistema di democrazia

indiretta.

LA DOTTRINA DELLA SOVRANITÀ

La concezione moderna di sovranità si è formata fra il XVI e il XVII secolo. Il primo autore a trattare con

ampiezza il tema, facendone la caratteristica precipua dello stato, fu il giurista francese Jean Bodin, secondo il

quale essa consisteva "nel potere di fare e abrogare le leggi". Thomas Hobbes sviluppò a sua volta il concetto in

maniera sistematica; entrambi i pensatori puntavano al rafforzamento dell'unità dello stato contro i pericoli delle

guerre civili e dei contrasti religiosi e contro le pretese di indebolire il potere sovrano avanzate dall'aristocrazia

locale e dal Parlamento. Essi imposero l'idea di una sovranità una e indivisibile. La dottrina della "sovranità del

popolo" aveva invece origine medievale; riportata in auge dai pensatori protestanti tra il XVI e il XVII secolo,

trovò la sua teorizzazione più compiuta nelle opere di Jean-Jacques Rousseau, divenendo in seguito il più

importante fondamento della Dichiarazione d'indipendenza americana (1776) e della Dichiarazione dei diritti

dell'uomo e del cittadino (1789).

Il principio democratico in costituzione

Art. 1. Cost.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 39.3 Cost.

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base

democratica.

Art. 49. Cost.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a

determinare la politica nazionale.

I diritti politici

 Diritto di votare Art 48 Cost.

 Diritto di essere votato art. 51 Cost.

 Diritto di associarsi in partiti art. 49 Cost.

 Diritto di petizione art. 50

(Richiesta avanzata ai massimi organi dello Stato da un congruo numero di cittadini elettori)

Cost. Art. 48.

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne

assicura l'effettività. A tal fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono

assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o

nei casi di indegnità morale indicati dalla legge. Art. 51.

Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni

di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi

provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.

La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non

appartenenti alla Repubblica.

Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di

conservare il suo posto di lavoro. Art. 49.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a

determinare la politica nazionale. Art. 50.

Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni

necessità.

Elezioni

Procedura mediante la quale i membri di un'organizzazione o di una comunità scelgono la persona o le persone

alle quali conferire cariche ufficiali. L'insieme dei cittadini aventi diritto di voto costituisce l'elettorato.

L'elezione è a suffragio diretto quando il candidato a una carica viene votato dall'elettore senza intermediari (in

Italia, l'elezione dei rappresentanti alla Camera e al Senato, dei sindaci ecc.); è a suffragio indiretto quando

l'elettore designa un proprio rappresentante, che poi voterà il candidato alla carica in questione.

Negli stati democratici attraverso le elezioni si attribuiscono incarichi politici (amministrativi, parlamentari,

esecutivi) e alcuni ruoli nella magistratura; i due principali sistemi per distribuire i voti dell'elettorato sui

candidati e sui loro partiti d'appartenenza sono il maggioritario e il proporzionale

Sistema elettorale

Sistema elettorale Complesso di norme e di meccanismi che regolano le elezioni e danno forma alla

rappresentanza politica. Ogni sistema elettorale si compone di due elementi fondamentali: la ripartizione del

corpo elettorale in suddivisioni territoriali, i collegi, e un meccanismo di trasformazione dei voti in seggi.

I COLLEGI ELETTORALI

I collegi elettorali possono essere uninominali se nel loro ambito si può eleggere un solo rappresentante;

plurinominali se in essi è possibile eleggere più di un rappresentante. I collegi sono quasi sempre plurinominali.

SISTEMA PROPORZIONALE E SISTEMA MAGGIORITARIO

La formula elettorale che trasforma i voti in seggi può essere maggioritaria o proporzionale.

Sistema proporzionale

Nei sistemi elettorali proporzionali i seggi sono ripartiti fra tutti i partiti che partecipano alle elezioni in

proporzione ai voti conseguiti al di sopra di una determinata quota minima (clausola di sbarramento).

I sistemi proporzionali consentono anche alle forze politiche minori di eleggere propri rappresentanti. Il loro

principale pregio consiste nel riflettere in modo sostanzialmente esatto in Parlamento il seguito di cui ciascun

partito gode nel paese. Il loro punto debole sta nel favorire la frammentazione del quadro politico in una

moltitudine di partiti e quindi nell'imporre la formazione di coalizioni spesso instabili, tendenti a esprimere solo

governi deboli e di breve durata.

Sistema maggioritario

I sistemi elettorali maggioritari possono essere uninominali o plurinominali.

Nei sistemi maggioritari uninominali, il seggio viene attribuito solitamente al canditato che ha ottenuto la

maggioranza relativa (inferiore al 50%) dei voti. I voti riportati dai candidati degli altri contrassegni elettorali

restano del tutto inutilizzati. È il sistema prevalente in Inghilterra. Una variante importante è data dal sistema

maggioritario uninominale a "doppio turno" alla francese. In questo caso, al primo turno vengono eletti i candidati

che hanno riportato una certa percentuale di voti (ad esempio il 51%); al secondo turno (ballottaggio), il candidato

che ottiene più voti. La sfida, al secondo turno, è sempre bipolare. I partiti sono obbligati a concordare tra loro i

ritiri che massimizzano le possibilità di vittoria dei candidati rimasti in lizza. I ritiri sono anche congegnati in

modo da introdurre un correttivo al meccanismo maggioritario, riflettendo la forza politica dei rispettivi partiti.

Nei sistemi maggioritari plurinominali, la lista che ha riportato la maggioranza relativa dei voti ottiene la

maggioranza assoluta dei seggi, oppure si aggiudica un "premio" (il "premio di maggioranza"), cioè un numero di

seggi superiore a quello proporzionale al risultato conseguito. In generale, i sistemi maggioritari incoraggiano il

raggruppamento delle forze politiche in due grandi partiti o coalizioni di partiti e favoriscono la formazione di

maggioranze di governo più compatte e stabili. Il sistema proporzionale e il sistema maggioritario possono essere

variamente combinati in sistemi misti.

La situazione italiana

Fino al 1993, in Italia il sistema elettorale per l'elezione della Camera dei deputati era proporzionale in quanto

tendeva a ripartire i seggi tra le liste concorrenti in base ai voti conseguiti nelle 32 circoscrizioni in cui era

ripartito il territorio dello stato. Il sistema elettorale del Senato della repubblica, che è a base regionale, si fondava

su collegi uninominali: il seggio era attribuito al candidato che avesse superato il 65% dei voti. Ma se nessun

canditato raggiungeva questa percentuale, come avveniva nella maggior parte dei casi, il collegamento tra i

candidati che si presentavano per lo stesso partito nell'ambito di una stessa regione attenuava fortemente il

carattere proporzionale dell'elezione.

Nel 1993 è entrato quindi in vigore un sistema elettorale misto a turno unico. Tre quarti dei seggi della Camera

dei deputati (475) sono attribuiti con il meccanismo maggioritario in altrettanti collegi uninominali mentre il

quarto restante (155 seggi) è assegnato con il meccanismo proprozionale tra liste circoscrizionali concorrenti. È

prevista per queste liste una clausola di sbarramento del 4%. Anche nell'elezione del Senato della repubblica (315

seggi) tre quarti dei seggi (232) sono assegnati con il metodo maggioritario uninominale e un quarto (83) con il

riparto proporzionale; non vi sono liste circoscrizionali e il meccanismo di determinazione della quota

proporzionale viene applicato su base regionale e non esiste alcuna clausola di sbarramento.

Nell'elezione dei governi locali una legge del 1993 ha introdotto, oltre all'elezione diretta del sindaco e del

presidente della Provincia, il doppio turno e un premio di maggioranza che garantisce al vincitore almeno il 60%

dei seggi. Nel 1995 analoghi correttivi di tipo maggioritario sono stati introdotti anche per le elezioni regionali.

Rappresentanza politica

Concetto fondamentale della storia della politica moderna, legato all'idea che anche in grandi comunità politiche

il potere debba essere gestito e controllato da chi lo detiene tramite la designazione di rappresentanti. L'idea, che

si concreta nell'istituzione di un sistema rappresentativo, si è affermata nella maggior parte dei paesi del mondo.

La rappresentanza è quindi un principio di organizzazione del potere in virtù del quale i cittadini scelgono

mediante elezioni una serie di rappresentanti a cui viene concessa la facoltà di deliberare sulle questioni

d'interesse comune in nome della volontà politica dei cittadini stessi. Su questa teoria si sono fondati tutti i regimi

democratici moderni, che nel corso del loro sviluppo hanno progressivamente aumentato la sfera dei poteri

appartenenti (per delega) ai rappresentanti a scapito di quelli detenuti dal potere esecutivo.

LO SVILUPPO DELLA RAPPRESENTANZA

Due ragioni hanno guidato lo sviluppo dei moderni sistemi politici in questa direzione: da un lato l'ampliamento

delle comunità politiche sino alle dimensioni degli attuali stati – composti da decine di milioni di cittadini – ha

implicato la necessità del ricorso a rappresentanti, rendendo pressoché impossibile ogni sistema di democrazia

diretta; dall'altro la forte specializzazione delle attività politiche ha determinato la costituzione di una classe di

persone adibite a svolgere unicamente questo compito. Quasi universalmente il principio della rappresentanza

politica si è concretamente realizzato attraverso la creazione di un organo istituzionale elettivo – il Parlamento –

all'interno del quale i rappresentanti vengono chiamati a svolgere la propria funzione, che, di volta in volta, può

essere legislativa, di rappresentanza, d'indirizzo politico e infine di controllo.

MODELLI DI RAPPRESENTANZA

Storicamente si sono instaurati tre differenti tipi di relazione fra i cittadini (rappresentati) e i politici

(rappresentanti), che corrispondono ad altrettanti esempi di rappresentanza politica. Nel primo caso, il

rappresentante possiede un mandato imperativo e non può legittimamente scostarsi dalla delega ricevuta. Nel

secondo caso, i rappresentanti debbono rispecchiare fedelmente gli elementi caratterizzanti la realtà sociale dei

rappresentati che possono essere economici, religiosi, ideologici o professionali. Infine, nel terzo caso esiste un

rapporto fiduciario fra rappresentati e rappresentanti, dove questi ultimi possono prendere decisioni autonome,

non vincolate alla volontà dei rappresentati.

Molti degli attuali regimi presidenziali e parlamentari si fondano su quest'ultimo tipo di rappresentanza politica,

che prevede appunto l'affidamento di un mandato fiduciario ai rappresentanti eletti nel corso di elezioni

parlamentari.

La nuova legge elettorale

Nel nostro ordinamento il corpo elettorale elegge:

 I 630 deputati che compongono la Camera dei deputati

 I 315 senatori elettivi che, insieme ai senatoria a vita, compongono il Senato della Repubblica

 I presidenti delle regioni e i consiglieri regionali

 I sindaci e i consiglieri comunali

 I presidenti delle province e i consiglieri provinciali, ed eventualmente gli organi delle città

metropolitane, se istituite

 I consiglieri circoscrizionali (in tutti i comuni oltre centomila ab., nei comuni fra trentamila e centomila

ab. Il cui statuto lo preveda) e i consiglieri municipali (laddove vi sia stata fusione di più comuni e sia

deliberato di istituire il municipio sub- comunale)

 Elegge altresì i 78 componenti italiani del Parlamento Europeo

Proporzionale e referenziale

Candidati: scompare la scelta

La nuova legge elettorale introduce un sistema proporzionale puro. L’attribuzione dei seggi si effettua in base alle

percentuali ottenute dai partiti su scala nazionale alla Camera e su scala regionale al Senato. Scompare la

preferenza: l’elettore vota il partito i cui candidati sono disposti in lista secondo l’ordine stabilito dalle forze

politiche stesse.

Indicazione del premier

Le coalizioni scelgono il leader

Prima del voto le liste indicano il “capo della forza politica” (sempre fatte salve le prerogative del presidente della

Repubblica”). Inoltre, i partiti della coalizione presentano un unico programma elettorale nel quale viene

dichiarato nome e cognome della persona “da loro indicata come capo della coalizione”.

Gli sbarramenti

Tre soglie per entrare alle camere

Sono previste tre soglie di sbarramento nazionali per la Camera: una del 10% per le coalizioni, una del 4% per le

liste non coalizzate e una del 2% per quelle coalizzate. Inoltre, è previsto che partecipi al riparo dei seggi anche la

lista collegata alla coalizione che ha ottenuto il miglior risultato pur non superando il 2%

Il premio di maggioranza

340 seggi tutelano chi governa

se la coalizione vincente non li ha già ottenuti, la nuova legge le attribuisce automaticamente 340 seggi. In questo

caso la coalizione di minoranza ottiene 278 seggi (i restanti 12 sono attribuiti dalla circoscrizione Estero).

Al Senato il premio di maggioranza garantisce alla coalizione vincente il 55% dei seggi assegnati alla regione.

La scheda

Basta con i simboli “patacca”

Ogni elettore riceve un’unica scheda su cui esprimere un voto che riguarda il partito. Sotto i simboli dei partiti

compaiono liste predefinite di candidati. I simboli saranno più grandi (diametro di 3 cm.). non saranno ammessi

simboli “patacca”, ovvero con elementi , grafica o dicitura confondibile con quella usata in precedenza da altri

partiti.

Minoranza linguistiche

Nelle regioni a statuto speciale

Nel caso che abbiamo avuto almeno un seggio alla Camera o al Senato, le minoranze linguistiche non devono

raccogliere le firme per la presentazione delle liste elettorali. Nelle regioni a statuto speciali la lista della

minoranza linguistica, coalizione o no, accede al riparto dei seggi superando la soglia del 20%

Il Senato

Il voto regione per regione

E’ eletto con sistema proporzionale ma su base regionale e quindi non attraverso le circoscrizioni elettorali valide

per la Camera

Le soglie di sbarramento sono del 20% per le coalizioni, del 8% per i partiti non coalizzati e del 3% per quelli

coalizzati (per Palazzo Madama non sono previsti ripescaggi come alla Camera)

Quote rosa

Nessuna garanzia per le donne

Non ci sarà nessuna norma per garantire una maggiore rappresentanza della componente femminile. E’ stato

infatti bocciato l’emendamento della Commissione Affari costituzionali che prevedeva l’obbligo di candidare una

donna ogni tre uomini. Ora, come in precedenza, la presenza femminile è a discrezione di ogni singolo partito.

Parlamento

Assemblea politica rappresentativa dello Stato moderno,

mediante la quale il popolo, attraverso i suoi rappresentanti

eletti, partecipa all'esercizio del potere per la formazione

delle leggi e il controllo politico del governo

In Italia, la differenziazione fra le due camere (la Camera dei deputati e il Senato della repubblica) riguarda solo

la composizione numerica e la configurazione dell'elettorato attivo e passivo, per il resto le Camere svolgono

funzioni identiche.

Camera dei deputati Senato della Repubblica

315 + senatori a vita

630 deputati

I due rami del Parlamento italiano, la Camera dei deputati (ospitata nel palazzo secentesco di Montecitorio) e il

Senato della Repubblica, rappresentano il luogo principe del dibattito politico. Per lo svolgimento della sua

specifica funzione legislativa, alla discussione in aula si affianca l’importante lavoro preparatorio delle

commissioni, i cui componenti (deputati e senatori) hanno il compito di elaborare le proposte che

successivamente seguiranno un preciso iter parlamentare per essere convertite in legge dello stato.

Referendum Voto mediante il quale un popolo si pronuncia direttamente su questioni specifiche di grande

rilievo. È il più importante strumento di democrazia diretta negli stati contemporanei. Precedenti dei referendum

si trovano nelle istituzioni democratiche dell'antica Grecia, nelle tribù germaniche e nella Svizzera moderna.

Negli Stati Uniti d'America la Costituzione fu ratificata con una forma di referendum. Attraverso un voto diretto,

nel 1946, gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica. Referendum come questi, di tipo istituzionale, per la

loro eccezionalità, sono da considerarsi più un plebiscito che un referendum vero e proprio.

In Italia sono previsti diversi tipi di referendum. Quello più noto è il referendum abrogativo, che consente di

abrogare norme esistenti. Può essere indetto quando lo richiedano 500.000 elettori o cinque consigli regionali.

Non è ammesso per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratifica dei trattati

internazionali. La Corte costituzionale, che controlla l'ammissibilità dei referendum, ha introdotto altre

limitazioni. La Costituzione italiana prevede inoltre il referendum per impedire la promulgazione di una legge

costituzionale e il referendum su proposte di modificazioni territoriali di Regioni, Province e Comuni.

Viva la Repubblica: 2 giugno 1946

Con il referendum sulla forma istituzionale dello stato, indetto a suffragio universale (per la prima volta

votarono anche le donne), il popolo italiano scelse la repubblica.

Art. 75.

È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente

valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a

ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi

diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

9 IL PARLAMENTO

Storia

Il nostro Parlamento è il diretto erede del Parlamento dell’Italia monarchica previsto dallo Statuto Albertino nel

marzo 1848.

Quello statutario era un parlamento bicamerale costituito di una camera sede della rappresentanza nazionale e di

una camera alta tutta di nomina regia.

Quello statutario era stato pensato come bicameralismo differenziato (camere aventi funzioni in parte differenti e

formate differentemente), ma anche tendenzialmente paritario (nessuno dei due rami prevale sull’altro.

Entrambi condividevano la funzione legislativa; la Camera aveva il potere di mettere in stato d’accusa i ministri e

il Senato di giudicarli.

Fu sempre alla Camera dei deputati che i governi si rivolsero per ottenere sostegno politico; si applicò la regola

secondo la quale “il Senato non fa crisi” cioè non determinava la cessazione dalle funzioni dell’esecutivo.

Furono quasi sempre i governi a suggerire al re le personalità da nominare senatori; e se ne avvalsero a piene

mani per le c.d. “infornate”, cioè periodiche iniezioni di uomini di stretta fiducia governativa, volte a garantire

l’esecutivo.

Durante il fascismo il Parlamento italiano aveva conosciuto prima l’asservimento al “capo del governo” e al

partito nazionale fascista, poi la trasformazione in organo non più espressione del corpo elettorale, ma divenuto

Camera dei fasci e delle corporazioni, organo di nomina governativa e partitica, volto a rappresentare i ceti

produttori in una logica organicistica: si rifiutava l’idea stessa che le istituzioni, e perfino la Camera,

rispecchiassero il pluralismo politico.

Quando alla Costituente si pose la questione di come organizzare il futuro Parlamento repubblicano, una parte

delle forze politiche di cui i gruppi parlamentari alla Costituente erano espressione aveva maturato la convinzione

che fosse opportuno rifondare lo Stato sulla base di una redistribuzione territoriale del potere politico.

Altri, invece, erano dell’idea che sede della rappresentanza e della sovranità del popolo potesse essere una sola

camera: se il sovrano è uno (il popolo), non era immaginabile che esso poi si dividesse in più organi in grado di

rappresentarlo.

Il Senato del Regno era scomparso per sempre dopo il referendum del 2/6/46 (abolizione della monarchia).

Il compromesso fu raggiunto dando ragione a coloro che volevano in ogni caso due camere, ma tacitando nel

contempo i timori dei monocameralisti con la scelta di renderle entrambe espressione della sovranità popolare e si

venne incontro ai fautori della rappresentanza su base regionale.

Il Senato si differenzia dalla Camera non già per le funzioni espletate (sono identiche per scelta del costituente),

ma per la minore rappresentatività rispetto alla Camera (concorrono all’elezione del Senato tutti i cittadini che

abbiano compiuto 25 anni di età) e per il differente metodo di conversione dei voti in seggi, cosa che può

comportare equilibri politici diversi nelle due Camere, con effetti sulla funzionalità della forma di governo, nel

caso di elezioni nelle quali si fronteggino partiti o coalizioni di consistenza analoga.

Composizione

Il Parlamento italiano è un organo costituzionale complesso formato da due Camere che durano in carica

ciascuna 5 anni: la Camera dei deputati che consta di 630 componenti, tutti eletti dai cittadini maggiorenni e il

Senato della Repubblica che consta di 315 componenti eletti dai cittadini che abbiano compiuto 25 anni, più un

ristretto numero di senatori a vita (5 nominati dal presidente della Repubblica per “altissimi meriti nel campo

sociale, scientifico, artistico o letterario” – art. 59 Cost. - e tutti coloro che sono stati presidenti della Repubblica).

L’elezione avviene a suffragio universale e diretto: universale perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti i

cittadini; diretto perché sono ritenute escluse forme di elezione di secondo grado.

Possono essere eletti (elettorato passivo) tutti i cittadini che abbiano compiuto nel giorno delle elezioni

rispettivamente 25 anni di età per la Camera dei deputati e 40 per il Senato della Repubblica e che siano elettori.

La legge (ex art. 65 Cost.) prevede casi di ineleggibilità e una serie di incompatibilità. In sostanza, sussiste

incompatibilità quando la legge vieta di detenere contemporaneamente due cariche; si parla di ineleggibilità

quando il cittadino, in ragione della carica o dell’ufficio che ricopre al momento della candidatura o che aveva

ricoperto entro termini stabiliti dalla legge, non può essere eletto.

I senatori a vita hanno inciso poco, dato il loro numero così limitato. La durata della carica presidenziale (7 anni)

e il fatto che possano essere eletti alla presidenza solo cittadini che abbiano compiuto 50 anni (art. 84-85 Cost.) fa

sì che i senatori ex presidenti siano pochi. Quanto a quelli di nomina presidenziale, l’art. 59 Cost. è stato

interpretato nel senso che essi devono essere in tutto cinque, e non che ciascun presidente durante il proprio

mandato ne possa nominare cinque.

12 deputati e 6 senatori, eletti da due speciali “circoscrizioni estero”, rappresentano i cittadini che non risiedono

in Italia (art. 56-57 Cost.); può essere eletto nelle circoscrizioni estero solo chi risiede e vota all’estero.

Durata

Le Camere durano in carica 5 anni e non possono essere prorogate se non per legge nel solo caso in cui il paese

sia in stato di guerra (art. 60 Cost.); il potere di deliberare lo stato di guerra è dato alle Camere dall’art. 78 Cost.

I poteri delle Camere sono prorogati fino al momento in cui non si riuniscono le nuove Camere (entro 20gg dal

voto, il quale deve avvenire non oltre 70gg dalla cessazione delle precedenti ma non prima di 45gg – art. 61

Cost.).

Questa disposizione ha lo scopo di garantire la continuità nell’esercizio delle funzioni parlamentari. Si pensi al

caso in cui il Governo, per necessità od urgenza, adotti un decreto legge; siccome lo stesso perde di valore se non

convertito in legge entro 60gg, il Governo deve, ex art. 77 Cost., presentare alle Camere il disegno di legge per la

conversione. Nel caso in cui le Camere siano sciolte, queste si riuniranno in via straordinaria entro 5gg per la

discussione del disegno di legge e potranno decidere se procedere subito o lasciare che se ne occupino le nuove

Camere con il rischio che il provvedimento decada.

L’istituto descritto si chiama prorogatio; è un istituto che viene dal diritto romano e serve a coprire il “vuoto” che

potrebbe altrimenti verificarsi nell’esercizio di funzioni affidate a organi per i quali l’ordinamento prevede la

periodica sostituzione delle persone fisiche che vi sono preposte.

Una o entrambe le Camere possono essere sciolte in anticipo (art. 88 Cost. – Presidente della Repubblica).

In seduta comune

Il Parlamento in seduta comune si riunisce sempre nell’aula della Camera dei deputati (ragioni logistiche) con

funzioni quasi esclusivamente elettive (art. 55 Cost).

In seduta comune:  elegge, con il concorso dei delegati regionali, il presidente

della Repubblica (art. 83 Cost.), assiste al suo giuramento (art.

91 Cost) e lo può mettere in stato d’accusa (art. 90 Cost);

 elegge un terzo dei componenti del Consiglio superiore della

magistratura (art. 104 Cost);

 elegge un terzo dei componenti della Corte Costituzionale (art.

135 Cost).

Il Parlamento in seduta comune è presieduto dal presidente della Camera (art. 63 Cost); anche il regolamento è

quello della Camera.

E’ sempre il presidente della Camera a indire l’elezione del nuovo presidente della Repubblica (art. 85-86 Cost).

Queste disposizioni non comportano preminenza di un ramo sull’altro del Parlamento, visto anche che supplente

del presidente della Repubblica è, invece, il presidente del Senato della Repubblica.

L’organo vota sempre e solo a maggioranza qualificata (2/3 dei componenti).

Disciplina costituzionale

L’organizzazione ed il funzionamento delle due Camere sono disciplinati da fonti costituzionali,, regolamentari e,

in piccola misura, legislative: il complesso di tali disposizioni va sotto il nome di diritto parlamentare.

Le norme fondamentali sono le seguenti:

 ciascuna camera elegge fra i suoi componenti presidente ed ufficio di presidenza (art. 63 Cost.);

 ciascuna camera adotta il proprio regolamento e lo fa a maggioranza assoluta dei propri

componenti (art. 64 Cost.). Organizzazione e funzionamento di ciascuna camera sono oggetto di

una vera e propria riserva regolamentare;

 le sedute sono sempre pubbliche (art. 64 Cost.); per ogni seduta vengono redatti un processo

verbale e i resoconti sia in forma integrale (stenografici) sia in forma sintetica (sommari), che sono

immediatamente disponibili anche sui siti internet delle Camere;

 le decisioni sono di norma assunte con il voto favorevole della maggioranza dei presenti

(quorum funzionale) purché sia presente la maggioranza dei componenti di ciascuna assemblea

(quorum strutturale o numero legale).

Il quorum funzionale è quello della maggioranza semplice (metà più uno di coloro che votano, salvo che la

Costituzione preveda una maggioranza qualificata.

La più piccola delle maggioranze qualificate è quella assoluta, costituita dalla metà più uno non di coloro che

votano, ma di coloro che compongono il collegio.

Alla Camera coloro che, presenti, dichiarano di astenersi non vengono considerati al fine di stabilire se la

maggioranza per le deliberazioni è stata raggiunta, al Senato vale il contrario (vengono considerati), quindi coloro

che si vogliono astenere ma non vogliono influire sulla votazione, devono necessariamente assentarsi dall’aula;

 i membri del governo hanno il diritto di assistere alle sedute e di essere ascoltati ogni volta che lo

richiedano; hanno altresì l’obbligo di farlo se richiesti.

La Costituzione disciplina lo status giuridico del parlamentare stabilendo che:

a) non si può appartenere ad entrambe le Camere (art. 65 Cost.);

b) i titoli in base ai quali una persona diventa parlamentare e il sopraggiungere nel corso del

mandato di cause di ineleggibilità o incompatibilità sono giudicati dalle stesse Camere,

ciascuna per i propri membri (verifica dei poteri - art. 66 Cost.).

 i parlamentari rappresentano l’intera nazione ed esercitano le loro funzioni senza che di ciò

debbano rispondere ad altri che alla propria coscienza;

 ogni parlamentare riceve un’indennità stabilita per legge;

 i membri del parlamento godono di una serie di immunità, volte a garantire il libero esercizio delle

funzioni (art. 68 Cost.).

Le immunità si distinguono in:

a) insindacabilità: per come votano e per ciò che dicono “nell’esercizio delle loro funzioni” i

parlamentari non possono in alcun modo essere chiamati a rispondere;

b) inviolabilità: i parlamentari non possono subire alcuna forma di limitazione della libertà

personale, a meno che la camera di appartenenza non la autorizzi.

Organizzazione delle camere

Organi interni delle Camere sono i seguenti.

 Il presidente dell’assemblea ha il compito di rappresentare all’esterno la camera e di assicurare il

buon andamento dei suoi lavori sia l’amministrazione interna; fa osservare il regolamento e dirige

le sedute; è coadiuvato da alcuni vicepresidenti e, per le funzioni amministrative, dai questori; per

il processo verbale è assistito dai segretari; il presidente è eletto a maggioranza qualificata.

 L’ufficio di presidenza (al Senato consiglio di presidenza), composto in modo da rappresentare

tutti i gruppi parlamentari, ha compiti amministrativi, compiti attinenti alla disciplina interna e

compiti di natura politico-organizzativa.

 La conferenza dei presidenti dei gruppi (dei “capogruppo”) assiste il presidente in ordine a tutto

ciò che riguarda lo svolgimento dei lavori dell’aula e delle commissioni. In particolare decide in

ordine al programma dei lavori, al calendario e all’ordine del giorno delle singole sedute. La

conferenza delibera all’unanimità al Senato e a maggioranza qualificata dei tre quarti alla Camera.

Nel caso in cui non sia in grado di decidere, provvede da solo il presidente, il quale però deve

tenere conto di ciò che propongono il governo e la maggioranza, riservando una quota di tempo a

ciò che chiedono i gruppi di opposizione.

 Alcuni organi collegiali svolgono funzioni specifiche: la giunta per il regolamento dà pareri al

presidente quando si tratta di interpretare il regolamento; la giunta delle elezioni svolge il lavoro

istruttorio nei confronti dell’aula in relazione alle eventuali contestazioni contro la regolarità delle

elezioni; la giunta delle autorizzazioni a procedere riferisce quando l’autorità giudiziaria

richieda provvedimenti nei confronti di parlamentari.

 Le commissioni permanenti, svolgono funzioni costituzionalmente necessarie ai fini del

procedimento di formazione delle leggi, alle procedure di indirizzo, di controllo e informazione.

La composizione delle commissioni permanenti rispecchia la proporzione dei gruppi.

 Ciascuna camera può istituire commissioni speciali con compiti specifici; può altresì istituire

commissioni d’inchiesta.

 Esistono, inoltre, numerose commissioni bicamerali, costituite da un numero uguale di senatori e

deputati, al fine di coinvolgere entrambi i rami del Parlamento evitando duplicazioni e dualismi.

 I gruppi parlamentari che costituiscono lo strumento tipico di organizzazione della presenza dei

partiti politici all’interno delle Camere. Il tempo d’aula viene ripartito tra i gruppi; inoltre, in

alcune fasi del procedimento, interviene di norma, un solo parlamentare per ogni gruppo, da questo

designato.

Funzioni e procedimenti: cosa fa il Parlamento Italiano

In Costituzione non esiste un catalogo delle funzioni del Parlamento; il termine “funzione” può essere impiegato:

 in senso strettamente tecnico-giuridico, cioè ci si riferisce a

quei poteri che un soggetto ha il dovere di esercitare in vista

del soddisfacimento di interessi non suoi propri, ma di terzi o

dell’intera collettività: con questa accezione la Costituzione

affida alle Camere l’esercizio della funzione legislativa;

 in senso lato istituzionale, cioè ci si riferisce al ruolo che

l’organo considerato assume nell’ordinamento costituzionale,

derivante dal complesso di poteri che gli sono attribuiti.

Compiti del Parlamento ed altre non meno rilevanti funzioni derivano dal rapporto fiduciario con il Governo

(art. 94 Cost.); si parla così di funzione di indirizzo, di funzione di controllo, di funzione di informazione.

Inoltre le Camere si trovano, in limitati casi, ad assolvere funzioni giurisdizionali e funzioni amministrative.

Il procedimento legislativo

Il procedimento legislativo consta di 5 diverse fasi:

a) fase dell’iniziativa;

b) fase istruttoria (o preparatoria), affidata alle commissioni;

c) fase deliberativa (o costitutiva);

d) fase della promulgazione, affidata al presidente della Repubblica;

e) fase della pubblicazione.

Iniziativa.

Titolari del potere sono il governo (art. 71), ciascun consiglio regionale (art. 121), il Consiglio nazionale

dell’economia e del lavoro (art. 99), il popolo mediante proposta firmata da almeno 50000 elettori (art. 71) e,

naturalmente, ciascun membro del Parlamento (art. 71).

Mentre i parlamentari possono presentare proposte alla sola camera cui appartengono, gli altri titolari

dell’iniziativa hanno facoltà di scelta senza limitazione alcuna.

Istruttoria

L’istruttoria in commissione non è fase che possa essere evitata; ogni progetto, redatto in articoli secondo la

forma tipica della legge, viene assegnato dal presidente a una delle commissioni a seconda delle rispettive

competenze per materia (mentre altre commissioni possono essere chiamate ad esprimere un parere).

Deliberativa

Esistono tre diversi procedimenti

a) il procedimento ordinario o in sede referente che attribuisce alla commissione un compito

esclusivamente istruttorio. Il presidente della commissione riferisce alla stessa sul progetto e

questa, acquisiti i necessari elementi informativi sulla base di una griglia prestabilita e della

relazione tecnica che può chiedere al governo, prima lo discute in via generale, poi lo esamina

articolo per articolo, per pervenire a un testo che invia all’assemblea.

b) alla commissione può essere conferito il compito di formulare un testo semidefinitivo: cioè un

testo che, approvato dalla commissione, l’aula voterà come tale senza possibilità di proporre,

discutere e votare modifiche. Si tratta del c.d. procedimento misto o in sede redigente.

c) Se non vi si oppongono il governo oppure 1/10 dei componenti della camera o 1/5 di quelli

della competente commissione, progetti di legge che non riguardino questioni di speciale

rilevanza generale possono essere esaminati ed approvati in commissione, seguendo le stesse

modalità dell’esame in assemblea, senza passare da questa. È il procedimento in sede

legislativa o deliberante.

La discussione in aula

Se il procedimento seguito è quello ordinario, l’esame in assemblea del progetto di legge predisposto dalla

commissione in sede referente, accompagnato da una o più relazioni, si sviluppa attraverso tre momenti.

Innanzitutto la discussione generale, nel corso della quale si dibatte sull’opportunità stessa di legiferare

sull’oggetto della proposta (approvazione delle c.d. pregiudiziali). Si passa poi all’esame articolo per articolo,

nel corso del quale di discute e si vota su ciascun singolo articolo in cui il testo è ripartito; è nel corso di essa che

è possibile presentare, discutere e votare gli emendamenti, cioè le proposte di modifica dei singoli articoli.

Seguono, infine, le dichiarazioni di voto e la votazione finale che decide le sorti del progetto che, per essere

approvato, deve ottenere la metà più uno dei voti che vengono espressi, purché sia presente la metà più uno dei

componenti l’assemblea. Si noti che le votazioni avvengono per lo più a scrutinio palese. Il voto palese è

obbligatorio in caso di norma con conseguenze finanziarie. Il voto segreto è possibile su richiesta nel caso in cui

le norme in esame abbiano ad oggetto principi e diritti di libertà costituzionalmente garantiti.

Il messaggio all’altra camera e l’eventuale navette

Il testo, quale emerge dall’esame descritto, viene trasmesso con apposito “messaggio” al presidente dell’altro

ramo del Parlamento, che dovrà approvare il testo nella stessa identica formulazione: qualsiasi modificazione

comporta il ritorno all’altra camera. Questo “su e giù” si usa chiamare con il termine francese navette (la spola

del telaio che va e viene in continuazione).

I regolamenti prevedono procedimenti abbreviati in seconda lettura: nel senso che la camera alla quale è stato

rinviato il progetto riesamina soltanto ciò che è cambiato, senza rimettere in discussione il resto.

Nel caso in cui il testo approvato sia già stato votato nello stesso testo dall’altra camera, allora il messaggio

attestante la conformità del procedimento di approvazione va al presidente della Repubblica per la

promulgazione.

Le procedure di indirizzo

La c.d. funzione di indirizzo consiste nell’indicare, innanzitutto alla pubblica amministrazione, cosa si deve fare

e, soprattutto, a quale fine, nel rispetto di quali valori, privilegiando quali interessi.

Accanto agli indirizzi in forma di legge, le Camere concorrono alla determinazione dell’indirizzo generale del

paese, facendo ricorso a vari strumenti, innanzitutto quelli che riguardano il rapporto fiduciario (mozione di

fiducia al nuovo governo; i dibatti e le votazioni sulle eventuali questioni di fiducia poste dal governo nel corso

del suo mandato; i dibattiti e le votazioni sulle eventuali mozioni di sfiducia presentate dall’opposizione ai sensi

dell’art. 94 Cost.).

Le Camere utilizzano altri strumenti allo scopo di specificare l’indirizzo politico generale: le mozioni, le

risoluzioni, gli ordini del giorno di istruzione al governo.

Le mozioni sono lo strumento che serve a provocare una deliberazione su un qualsiasi argomento. Sono

esaminate e votate con procedure in tutto simili a quelle dei progetti di legge. Va da sè che quando entrambe le

Camere approvano due mozioni uguali o dal contenuto analogo, queste assumono una forza politica

particolarmente forte. Dal punto di vista giuridico, l’inottemperanza del governo nei confronti di una

mozione/risoluzione, si traduce nell’occasione politica per attivare altri e più stringenti strumenti parlamentari (ad

es. mozione di sfiducia).

La risoluzione ha le stesse finalità della mozione, ma ciò che cambia sono le circostanze in cui può essere

presentata: come atto di indirizzo che conclude un dibattito; come atto tipico di indirizzo che può essere votato in

commissione.

Gli ordini del giorno di istruzione al governo sono in genere presentati nel corso dell’esame di un progetto di

legge o anche di una mozione e costituiscono certamente l’atto di indirizzo più blando che spesso traduce, con

l’assenso del governo, emendamenti che non siano stati da questo accettati, una sorta di promessa a futura

memoria.

A tutto ciò va aggiunto l’esame e la discussione del bilancio: approvato in forma di legge, ma storicamente

considerato strumento di indirizzo per eccellenza, perché altro non è che la decisione fondamentale in ordine alla

destinazione e allocazione, per l’anno successivo, delle risorse pubbliche in relazione ai diversi fini da perseguire.

La legge di bilancio, che non può prevedere nuove spese o nuove entrate, è considerata solo legge formale. Di qui

il ricorso alla legge finanziaria che ha un contenuto sostanziale, nel rispetto degli obiettivi fissati nel DPEF

(documento di programmazione economico-finanziaria): questo è presentato dal governo come primo atto del

ciclo annuale di bilancio (entro il 30/6) e le Camere lo approvano con risoluzioni.

Le procedure di controllo

Sono gli strumenti di cui i parlamentari dispongono per ottenere informazioni e per accrescere la conoscenza di

qualsiasi materia di pubblico interesse.

Le interrogazioni consistono in una domanda rivolta al governo per chiedere informazioni o conferma di

informazioni già note. Possono essere svolte anche in forma orale, una volta la settimana e con la trasmissione in

diretta televisiva, col governo che risponde subito (interrogazioni a risposta immediata). L’interrogante deve

limitarsi a dire se è soddisfatto della risposta o no, e perché, in pochi minuti. Non si apre alcun dibattito.

Le interpellanze sono domande per sapere dal governo perché si è comportato in un certo modo e cosa intende

fare in ordine a questo o quell’aspetto della sua politica. L’interpellante può replicare più a lungo che nel caso

dell’interrogazione, può presentare una mozione per innescare un dibattito vero e proprio, al termine del quale la

camera detta suoi indirizzi.

Le commissioni:

a) possono chiedere ai ministri competenti informazioni e documenti;

b) possono chiedere che i ministri vengano in commissione allo scopo di chiedere loro chiarimenti su

questioni politiche e amministrative (c.d. audizioni);

c) possono chiedere che i ministri facciano intervenire in commissione i dirigenti pubblici che da loro

dipendono;

d) possono chiedere al governo di riferire sull’esecuzione delle leggi e su come hanno dato attuazione

agli strumenti di indirizzo approvati;

e) possono disporre indagini conoscitive, cioè serie coordinate di audizioni, che si concludono con un

documento.

La Costituzione prevede direttamente la possibilità per ciascuna camera di istituire, con propria deliberazione,

vere e proprie commissioni d’inchiesta. L’art. 82 Cost. stabilisce che queste:

a) abbiano per oggetto materie di pubblico interesse;

b) siano composte in modo da rispecchiare la proporzione tra i gruppi;

c) dispongano degli stessi poteri dell’autorità giudiziaria.

Le commissioni d’inchiesta rappresentano lo strumento più incisivo per approfondire la conoscenza di grandi

fenomeni sociali o per controllare l’operato delle pubbliche amministrazioni.

La programmazione e la votazione

I lavori parlamentari sono improntati al metodo della programmazione, nel senso che si cerca di cadenzarli

secondo criteri concordati dalla conferenza dei capigruppo, su proposta del governo, della maggioranza e delle

opposizioni.

Il principale strumento tecnico che permette la concreta applicazione del metodo della programmazione è il c.d.

contingentamento dei tempi, in base al quale, di norma, tutti i procedimenti in assemblea devono concludersi

entro una data prefissata, sicché, decisa questa e decise le sedute che i presidenti dei gruppi si dichiarano disposti

a tenere, il tempo disponibile è ripartito in quote fra governo, relatori, rappresentanti dei gruppi, eventuali

parlamentari che intervengono a titolo personale, in modo da far sì che effettivamente, in tal giorno alla tale ora,

la decisione finale venga assunta.

Oggi la stragrande maggioranza delle votazioni avvengono in forme diverse ma sempre a scrutinio palese: ciò

rende impossibili attacchi improvvisi al governo da parte di componenti della stessa maggioranza, come accadeva

frequentemente in passato.

Chi è all’opposizione tende con frequenza a far ricorso all’ostruzionismo; cioè all’utilizzo esasperato di tutte le

facoltà previste dal regolamento allo scopo di ritardare o impedire che l’assemblea deliberi.

Il governo in parlamento

L’art. 64 Cost. dà ai membri del governo il diritto di partecipare a qualsiasi riunione e di far udire la propria voce;

l’art. 72 Cost. permette al governo di ottenere in qualunque fase del procedimento legislativo che sia seguito

quello ordinario, evitando la sede legislativa; l’art. 77 Cost., attribuendogli il potere di legislazione d’urgenza,

conferisce al governo la possibilità di incidere sull’ordine del giorno delle Camere; l’art. 94 Cost. pone alcune

condizioni volte ad evitare “imboscate” parlamentari contro il governo; infine sempre l’art. 94 Cost. chiarisce che

il governo non ha l’obbligo giuridico di dimettersi se viene battuto da un semplice voto contrario.

Un istituto tipico dei governi parlamentari è la questione di fiducia che consiste nell’annuncio formale fatto dal

governo, nell’imminenza di una qualsiasi votazione parlamentare, che esso la considera tanto rilevante ai fini del

proprio indirizzo che si dimetterà nel caso in cui l’assemblea si pronunci in modo difforme rispetto alle proprie

indicazioni. 10 IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Storia

Ogni ordinamento statale conosce una figura istituzionale che lo rappresenta nella sua interezza e nella sua unità:

sia nei confronti con gli altri stati, cioè nell’ordinamento internazionale, sia, al tempo stesso, anche al suo interno.

Questa figura si usa chiamare capo dello stato, espressione che richiama l’idea di colui che sta in posizione più

alta di tutti: e in effetti, fin a tempi relativamente recenti, le funzioni di capo dello stato si sono identificate con

quelle proprie dei sovrani.

Oggi non è più così anche se le monarchie restano numerose: circa un terzo sul totale degli stati censiti.

In qualche raro caso capo dello stato è un organo collegiale (in Svizzera è il consiglio federale al vertice

dell’ordinamento); quasi sempre si tratta di un organo monocratico.

Il capo dello stato può essere (A) un presidente della repubblica di estrazione direttamente o indirettamente

rappresentativa; (B) un monarca di estrazione ereditaria, ovvero, in qualche caso, è titolare di altra carica nobiliare

(ad es. Granduca del Lussemburgo) o altro titolo ancora (ad es. l’imperatore del Giappone).

Elezione e durata in carica

Il presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento in seduta comune integrato da 58 delegati regionali

(tre per ciascuna regione; la Valle d’Aosta ne ha uno solo).

L’art. 83 Cost. richiede una maggioranza qualificata (2/3 del collegio composto da 1003 membri più i senatori a

vita) nelle prime tre votazioni; la maggioranza assoluta dalla quarta in poi.

Unico requisito è che si tratti di un cittadino che abbia compiuto i 50 anni di età e che goda dei diritti politici e

civili (art. 84 Cost.).

Va da sé che la carica non è compatibile con nessuna altra. Il presidente gode di un assegno e di una dotazione

finanziaria entrambi fissati per legge.

La durata della carica è di sette anni (art. 85 Cost.).

Quale che sia la ragione per la quale il presidente non sia in grado di adempiere temporaneamente alle sue

funzioni, l’esercizio si esse passa al presidente del Senato della Repubblica (art. 86 Cost.): l’istituto viene

chiamato supplenza.

Nell’ipotesi di una semplice visita all’estero, ancorché prolungata, il supplente farà bene a limitarsi ad atti di

“ordinaria amministrazione”.

Ma nel caso in cui, ad esempio, a causa di una seria malattia o di un grave intervento che lasci però sperare in una

ripresa dell’esercizio delle funzioni (senza che si configuri perciò l’ipotesi di cui all’art. 86 Cost., che prevede

l’indizione delle elezioni per sostituire il presidente in caso di inadempimento permanente oltre che di morte o

di dimissioni), si può anche pensare a un pieno esercizio della supplenza.

Nessuna disposizione, nell’ordinamento, dice chi e come può constatare l’impedimento quando non possa essere

il presidente stesso a dichiararlo e a firmare un proprio decreto col quale affida le funzioni al presidente del

Senato. Nel caso del presidente Segni colto da ictus nell’agosto 1964, l’impedimento fu constatato d’intesa dai

presidenti delle due Camere e dal presidente del Consiglio: il che avviò la supplenza. La stessa procedura, sulla

base di un ordine del giorno della Camera condiviso dall’opposizione, stava per essere seguita, previ accertamenti

medici, per dichiarare l’impedimento permanente quando, dopo 4 mesi, giunse una lettera di dimissioni alla cui

firma il segretario generale della presidenza dichiarò di aver assistito.

Il presidente che cessa per qualsiasi ragione dalla sua carica, rimozione da parte della Corte Costituzionale

esclusa, diventa senatore di diritto e a vita, a meno che vi rinunci (art. 59 Cost.).

Le attribuzioni del presidente della repubblica

Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87 Cost.): si tratta di una

figura che non ha funzioni di indirizzo politico, bensì di garanzia.

Il testo costituzionale assegna poteri rilevantissimi e largamente incidenti sull’esercizio sia delle funzioni

esecutive sia delle funzioni legislative sia perfino delle funzioni giudiziarie: ma con il corollario, per nulla

marginale, dell’art. 89 Cost., in base al quale gli atti del presidente non sono riconosciuti come validi se non sono

controfirmati da un componente del governo (controfirma).

L’art. 89 Cost. fa riferimento alla necessaria controfirma dei ministri proponenti, “che ne assumono la

responsabilità” (per gli atti aventi valore legislativo è necessaria anche la controfirma del presidente del Consiglio

dei ministri).

Questo riferimento ai ministri proponenti sembra quasi indicare che non si tratti di atti propri del presidente: nel

testo del progetto di costituzione c’era scritto, invece, ministri competenti (e di solito viene interpretato così).

La questione non è marginale: perché la stessa controfirma da parte di un componente del governo o da parte del

presidente del Consiglio può assumere in un caso, significato implicito di proposta; nell’altro, di mera assunzione

di corresponsabilità e, in qualche modo, di controllo, alla stregua di una garanzia giuridico-costituzionale.

Sta di fatto che la previsione dell’obbligo di controfirma per tutti gli atti del presidente ha confuso le cose, e

spiega perché da oltre cinquant’anni si disputa intorno al carattere, sostanziale o meramente formale, di molti dei

suoi poteri.

I poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica sono:

 In ordine alla rappresentanza esterna. Il presidente accredita e riceve i rappresentanti

diplomatici; ratifica i trattati (art. 87 Cost.); dichiara lo stato di guerra (art. 87 Cost.); effettua le visite

ufficiali all’estero, sempre accompagnato da un componente del governo, per lo più il ministro degli

affari esteri.

 In ordine all’esercizio delle funzioni parlamentari. Il presidente della Repubblica nomina fino a

5 senatori a vita (art. 59 Cost.); può convocare le Camere in via straordinaria (art. 62 Cost.); indice le

elezioni e fissa la prima riunione delle nuove Camere (art. 87 Cost.); può inviare messaggi alle

Camere (art. 87 Cost.); può sciogliere le Camere o una di esse, non potendolo fare negli ultimi sei

mesi del mandato (art. 88 Cost.).

 In ordine alla funzione legislativa. Il presidente promulga le leggi approvate dal Parlamento (art.

73 e 85 Cost.) e può con messaggio motivato (che accompagna l’atto di rinvio) chiedere una nuova

deliberazione (art. 74 Cost.); autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge del governo

(art. 87 Cost.).

 In ordine alla funzione esecutiva e di governo-indirizzo. Il presidente nomina il presidente del

Consiglio e, su proposta di questo, i ministri (art. 92 Cost.); accoglie il giuramento del governo (art. 93

Cost.) e ne accetta le dimissioni; emana i decreti aventi forza e valore di legge, nonché i regolamenti

del governo (art. 87 Cost.); nomina i funzionari dello Stato di grado più elevato (art. 87 Cost.); ha il

comando delle forze armate; presiede il Consiglio supremo della difesa (art. 87 Cost.); dispone con

decreto motivato lo scioglimento di consigli regionali e la rimozione di presidenti di regione.

 In ordine all’esercizio della sovranità popolare. Indice i referendum previsti dalla Costituzione

(art. 87 Cost.); inoltre dichiara l’avvenuta abrogazione della legge sottoposta a referendum in caso di

esito favorevole.

 In ordine all’esercizio della giurisdizione costituzionale, ordinaria ed amministrativa. Nomina

un terzo dei giudici della Corte costituzionale (art. 135 Cost.); presiede il Consiglio superiore della

magistratura (art. 87 e 104 Cost.); può concedere la grazia e commutare le pene (art. 87 Cost.).

L’iniziativa della grazia spetta in effetti sia al ministro sia per prassi consolidata allo stesso presidente. E tuttavia

ai fini della validità del decreto di concessione della grazia a un detenuto resta, ovviamente, l’obbligo di

controfirma da parte del ministro, il che permette a questi di bloccare il provvedimento nel caso in cui non lo

condivida.

Vi sono poi alcuni atti che si ritiene il presidente possa compiere senza controfirma: può dimettersi; può fare

dichiarazioni informali in pubbliche occasioni, a mero titolo di manifestazione di personali opinioni (c.d.

esternazioni); esercita le funzioni di presidente degli organi collegiali su indicati (CSD – Consiglio supremo di

difesa e CSM – Consiglio superiore della magistratura).

Ai fini dell’esercizio delle sue attribuzioni, la legge ha istituito un apparato organizzativo autonomo che risponde

direttamente al presidente e che consiste in un’unica struttura, il segretariato generale della presidenza della

Repubblica.

Tale apparato consta di un segretario generale, che è posto a capo di una struttura relativamente snella (900

persone con un bilancio di 145 milioni di euro l’anno), il cui personale di ruolo è ridottissimo, mentre più

consistente è il personale in posizione “di comando” o di “fuori ruolo”.

La responsabilità del presidente della Repubblica

L’art. 90 Cost. prevede una forma di irresponsabilità del presidente per tutti gli atti compiuti nell’esercizio delle

sue funzioni, a meno che non si sia macchiato di due reati: alto tradimento e attentato alla Costituzione.

La prima ipotesi vuole identificare la fattispecie di una vera e propria collusione con potenze straniere; la seconda

vuole identificare non già qualsiasi violazione della carta costituzionale, ma solo quelle che siano tali da mettere a

repentaglio caratteri essenziali dell’ordinamento.

È invece pacifico che il presidente risponda come ogni altro cittadino per tutte le azioni compiute fuori

dell’esercizio delle sue funzioni.

La dottrina si è allora domandata cosa fare in tali circostanze, dal momento che manca qualsiasi disciplina e che

immaginare un presidente sotto processo, tanto più per qualche infrazione minore, non appare ragionevole. Alla

Costituente il presidente della Commissione dei settantacinque Ruini disse che se si fosse trattato di piccolezze, la

magistratura non vi avrebbe dato corso o avrebbe atteso la fine del mandato; se si fosse trattato di reato serio, si

sarebbe potuto configurare un impedimento e, magari, l’opportunità di dimissioni.

Il procedimento per far valere la responsabilità del capo dello Stato per alto tradimento e attentato alla

Costituzione si articola in due fasi:

 La prima è la messa in stato d’accusa da parte del Parlamento in seduta comune con voto a

maggioranza assoluta;

 La seconda è il giudizio della Corte costituzionale: in questo caso integrata da 16 componenti

estratti dall’elenco di 45 compilato dallo stesso Parlamento ogni 9 anni.

Il procedimento di accusa parlamentare si articola a sua volta in due fasi: l’istruttoria e la decisione. L’istruttoria è

condotta dal comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa cui spetta il compimento di una prima serie di

indagini in relazione alle denunce trasmesse dal presidente della Camera.

Tale attività preliminare può concludersi o con un provvedimento di archiviazione per manifesta infondatezza

delle accuse, o con una relazione da presentare al Parlamento in seduta comune contenente le conclusioni cui è

giunto il comitato, favorevoli o contrarie all’accusa. Dopo l’atto d’accusa, con decisione della Corte

costituzionale, il capo dello Stato può essere sospeso dalla carica in via cautelare.

Il giudizio della Corte in composizione integrata si divide in istruttoria, dibattimento e decisione. Attraverso

l’iniziale fase istruttoria si acquisiscono tutti gli elementi di prova ritenuti utili per la decisione. Successivamente

si apre il dibattimento, durante il quale le parti discutono sulle risultanze dell’istruttoria e fanno le loro richieste.

Infine la Corte si riunisce in camera di consiglio per la decisione finale, che potrà essere di assoluzione o di

condanna.

In caso di condanna potranno essere applicate le pene previste dalla legislazione vigente. Inoltre potranno essere

applicate le sanzioni civili, amministrative e costituzionali adeguate al caso. La sentenza così emessa è definitiva

e non può essere impugnata in alcun modo, ad eccezione delle ipotesi di revisione.

La Costituzione non prevede limiti alla rielezione del presidente uscente.

Sul potere di scioglimento è necessario dire alcune parole in più.

Il costituente ne discusse molto e lo circondò di una cautela significativa che si aggiunge al consueto obbligo di

controfirma: l’obbligo di consultare previamente i presidenti delle due Camere, il cui parere non è vincolante (art.

88 Cost.); inoltre vietò lo scioglimento negli ultimi sei mesi di mandato del presidente (il c.d. semestre bianco,

art. 88 Cost.). 11 IL GOVERNO

Composizione e organizzazione

Il governo è il potere esecutivo; è un organo complesso. Secondo l’art. 92 Cost. il governo della Repubblica è

composto da un organo collegiale e da una pluralità di organi individuali:

 presidente del Consiglio dei ministri

 ministri

 Consiglio dei ministri.

La Costituzione italiana dedica al governo solo cinque articoli che delineano una delle parti meno felici della

nostra carta fondamentale. Ciò si deve sia alla stringatezza del testo sia alla mancata identificazione chiara delle

rispettive responsabilità all’interno si un organo che fu concepito come complesso; i costituenti non ritennero né

di individuare una nitida gerarchia all’interno del governo, né di riconoscere all’esecutivo nel suo complesso

quelle attribuzioni di cui avrebbe avuto bisogno per assolvere adeguatamente alle sue funzioni, né infine ritennero

di rafforzarlo nella sua stabilità.

L’art. 95 Cost. cerca di risolvere la questione dei rapporti interni al governo fra gli organi che lo compongono.

 Il presidente del Consiglio ha un compito di direzione della politica generale del governo, della

quale porta personale responsabilità politica. In particolare:

 ha il compito di mantenere l’unità dell’indirizzo politico ed amministrativo;

 può promuovere e coordinare l’attività dei ministri;

 il suo potere giuridico chiave è la proposta al presidente della Repubblica dei nomi dei

ministri;

 è l’unico a poter proporre la questione di fiducia al consiglio; rappresenta il governo nei

rapporti con gli altri organi costituzionali;

 controfirma qualsiasi atto deliberato dal Consiglio e presenta alle Camere i disegni di legge

d’iniziativa governativa;

 ha il potere di porre il segreto di stato; ha l’alta direzione e la responsabilità politica dei

servizi di sicurezza;

 promuove e coordina l’azione del governo in materia di rapporti con il sistema delle

autonomie;

 promuove e coordina l’azione del governo relativa alla partecipazione dell’Italia all’UE ed

è responsabile dell’attuazione degli impegni assunti in quella sede.

Il presidente del Consiglio ha sede in Palazzo Chigi. È dotato di una struttura composta di numerosi

dipartimenti, uffici e servizi e diverse migliaia di dipendenti e collaboratori. Questa struttura ha il

nome di presidenza del Consiglio (art. 95 Cost.).

 Il Consiglio dei ministri assume tutte le deliberazioni relative alla funzione di indirizzo politico:

determina la politica generale del governo e dirime eventuali conflitti di competenza fra ministri. In

sintesi:

 decide sulla proposta del presidente del Consiglio di porre la questione di fiducia;

 decide le linee di indirizzo sulla politica internazionale e comunitaria;

 delibera sulla presentazione dei disegni di legge e su tutti gli atti normativi;

 decide sulle nomine al vertice di enti, istituti o aziende di carattere nazionale di competenza

dell’amministrazione dello Stato;

 delibera su inviare alla Corte costituzionale una legge regionale o se sollevare conflitto di

attribuzione contro un altro potere dello Stato o contro una regione;

 decide in ordine all’uso del potere di annullamento di atti amministrativi illegittimi a tutela

dell’unità dell’ordinamento.

 I singoli ministri costituiscono il vertice delle amministrazioni cui sono preposti, e degli atti di

queste sono responsabili. I ministeri sono 14. Tuttavia, all’atto della formazione del governo possono

essere nominati in numero non limitato ministri i quali non siano a capo di alcun dicastero, ma

esercitino funzioni a loro delegate dal presidente del Consiglio che ne resta il titolare: sono questi i

ministri senza portafoglio, i quali siedono a pieno titolo in consiglio dei ministri al pari di quelli che di

portafoglio sono dotati. Tutti i ministri rispondono insieme degli atti del Consiglio dei ministri.

 La legislazione vigente prevede una serie di altri organi costituzionalmente non necessari che

integrano la composizione dell’organo complesso governo. Si tratta di:

 comitati di ministri che è facoltà del presidente del Consiglio istituire con compiti

sostanzialmente istruttori, fra questi il consiglio di gabinetto, organo di supporto politico del

presidente, composto da ministri di particolare importanza per il dicastero che guidano e,

soprattutto, per il partito che rappresentano;

 uno o più vicepresidenti del Consiglio dei ministri;

 una serie di sottosegretari di stato, i quali hanno il compito di coadiuvare il ministro e, su

sua delega, esercitare determinate funzioni che a lui appartengono. Fra i sottosegretari alla

presidenza del Consiglio, uno viene nominato segretario del Consiglio dei ministri ed è

responsabile del verbale. Fra gli altri sottosegretari, su proposta del presidente del Consiglio, il

Consiglio dei ministri può individuarne non più di dieci che assumano il titolo di

 viceministro. I viceministri possono, senza diritto di voto, partecipare al Consiglio dei

ministri per riferire su questioni di loro competenza. Su proposta sempre del presidente del

Consiglio, infine, il Consiglio dei ministri può deliberare la nomina di

 uno o più commissari straordinari del governo, ai quali siano affidati specifici progetti o

particolari funzioni di coordinamento fra diverse amministrazioni statali.

Formazione del governo

Il governo non è un organo a durata fissa. La sua formazione deve considerarsi consequenziale rispetto alle

elezioni parlamentari.

Il governo si costituisce per nomina del presidente della Repubblica (art. 92 Cost.). Il presidente della Repubblica

nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, i singoli ministri.

Il governo deve godere della fiducia di entrambe le Camere; questa fiducia non è presunta, ma deve essere

ottenuta dal governo nominato che si deve presentare alle Camere entro 10 giorni dal giuramento.

Il presidente della Repubblica consulta a tale scopo le forze politiche al fine di trarne i necessari orientamenti. Le

consultazioni presidenziali precedenti la formazione del governo devono considerarsi una prassi consolidata, pur

non previste in alcuna norma scritta.

La prassi è che il presidente della Repubblica, anche una volta esperite le sue consultazioni, non nomini subito il

presidente del Consiglio, ma affidi l’incarico a formare il governo alla personalità prescelta. La persona

incaricata, a sua volta, è in genere nella necessità di compiere proprie consultazioni finalizzate alla conclusione

del patto di maggioranza fra le forze cui appartiene o che comunque trattano con lui il sostegno parlamentare.

Il presidente della Repubblica procede alla nomina formale solo nel momento in cui, sciolta la riserva con la quale

il presidente incaricato aveva accettato, appunto, l’incarico di formare il governo, questi gli presenta la lista dei

ministri.

Il presidente del Consiglio è nominato prima della fiducia parlamentare e, su sua proposta, il presidente nomina

gli altri ministri. Questo vuol dire che il Parlamento è chiamato a giudicare insieme i vari elementi della

formazione del governo: presidente del Consiglio, compagine ministeriale, programma.

È il presidente nominato a controfirmare il proprio decreto presidenziale di nomina; subito dopo vengono firmati i

decreti di nomina dei ministri (sempre controfirmati dal nuovo presidente del Consiglio); contestualmente,

presidente del Consiglio e ministri giurano davanti al presidente della Repubblica (art. 93 Cost.). Col giuramento

il governo entra in carica e i singoli suoi componenti prendono letteralmente possesso dei loro uffici, assumendo

tutte le responsabilità che la Costituzione e le leggi ad essi attribuiscono.

La correttezza costituzionale impone che un governo in attesa di fiducia limiti la propria attività alla c.d.

ordinaria amministrazione rinunciando cioè alle iniziative di rilievo politico.

Le fasi successive alla formazione del governo prevedono: il completamento della formazione del governo

mediante la nomina dei sottosegretari e dei viceministri; la stesura del programma che verrà presentato entro 10

giorni alle Camere dal presidente del Consiglio, previa deliberazione del Consiglio dei ministri; infine la

presentazione alle Camere che avviene alternativamente una volta in un ramo e una volta nell’altro, senza che il

presidente debba ripetere il suo discorso due volte. Il dibattito, invece, si svolge parimenti in entrambe le Camere

e si conclude con l’approvazione di una mozione di fiducia, per prassi presentata dai capigruppo della

maggioranza, che non è motivata, ma si limita a far riferimento alle dichiarazioni programmatiche del presidente.

Va da sé che il governo deve ottenere la maggioranza semplice dei voti, fermo il quorum strutturale della metà

più uno dei componenti; la votazione avviene mediante scrutinio palese e appello nominale per diretta

previsione costituzionale.

Cosa fa il governo

Il governo, come vertice del potere esecutivo, costituisce l’organo pubblico che realizza le c.d. politiche

pubbliche; i programmi di azione che un’autorità pubblica progetta e cerca di realizzare per perseguire i fini che

essa stessa o altra autorità ha selezionato.

In particolare, il governo in senso stretto, è anche l’organo che detiene, in ultima analisi, la facoltà di far ricorso

alla forza coercitiva legale. Sua è la responsabilità di mantenere l’ordine interno e della difesa della comunità

verso l’esterno.

Il prodotto dell’azione dei pubblici poteri sono servizi per i cittadini, opere pubbliche ed altre utilità della più

variegata natura.

La predisposizione, prima, e la gestione, una volta votato dal Parlamento, del bilancio dello Stato è uno dei

compiti principali del governo.

In diversi ambiti il governo non ha solo compiti di progettazione, di promozione, di assistenza, di controllo, di

eventuale intervento sostitutivo, ma assume il compito di realizzare direttamente le proprie politiche. Si tratta di

compiti che vanno via via restringendosi. Dopo le riforme degli anni 90 essi riguardano prevalentemente ambiti

quali la pubblica sicurezza, la giustizia, la difesa, la tutela dell’ambiente, i beni e le attività culturali di rilevanza

nazionale, le grandi infrastrutture, il riequilibrio dello sviluppo economico sul territorio, alcune limitate politiche

sociali, la promozione del commercio estero.

Le responsabilità del governo

Il governo risponde del proprio operato a vario titolo. Prima di tutto, esso è legato ovviamente da un rapporto di

responsabilità politica in senso tecnico-giuridico con il Parlamento: ciascuna delle due Camere può sfiduciarlo,

votando una mozione ad hoc, oppure anche negando la fiducia quando è il governo che la sollecita ponendo la

questione di fiducia.

Ciascun ministro risponde dal punto di vista politico anche individualmente.

Sotto il profilo della responsabilità civile e amministrativa i membri del governo rispondono alla stregua di

coloro che sono preposti a pubblici uffici.

Per quel che riguarda la responsabilità penale occorre distinguere fra reati commessi dai membri del governo

nell’esercizio delle funzioni e tutti gli altri reati: per i primi è prevista una disciplina diversa da quella ordinaria,

per i secondi il ministro è giudicato come ogni altro cittadino.

Questa disciplina speciale prevede:

 Le indagini preliminari sono affidate a un collegio composto di tre magistrati; questi sono estratti a

sorte ogni due anni fra tutti quelli del distretto competente che hanno anzianità almeno quinquennale

di magistrato di tribunale; ove il collegio non disponga l’archiviazione, gli atti sono trasmessi alla

camera competente;

 L’autorizzazione è deliberata dal Senato;

 Il tribunale del capoluogo del distretto territorialmente competente è giudice naturale in primo

grado;

 L’autorizzazione può essere negata solo ove la camera competente reputi a maggioranza dei

componenti che l’inquisito “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente

rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico”. Tale valutazione è

comunque insindacabile.

Cessazione dalle funzioni

Il governo cessa dalle sue funzioni nel momento in cui un nuovo governo giura nelle mani del presidente della

Repubblica. Tuttavia, dal momento in cui esso entra in crisi, elementari norme di correttezza costituzionale

impongono che si attenga alla c.d. ordinaria amministrazione, ovvero ai c.d. affari correnti.

È prassi che il presidente del Consiglio dimissionario indirizzi ai propri ministri una lettera circolare che specifica

ciò che essi possono e debbono fare in pendenza della crisi.

La crisi di governo è conseguenza delle dimissioni di questo e, in particolare, del presidente del Consiglio dei

ministri. È prassi che questi convochi il consiglio per annunciare il suo intendimento, ma non è richiesta alcuna

deliberazione, le dimissioni essendo un atto individuale ed anzi, nella sostanza, la minaccia di farvi ricorso

costituisce uno degli strumenti principali di influenza politica del presidente del Consiglio.

Si usa invece chiamare rimpasto la semplice sostituzione di più ministri senza mutamento del programma e

dell’indirizzo di governo né crisi.

Solo in caso di approvazione da parte di una delle Camere di una mozione di sfiducia, il governo è obbligato a

dimettersi.

In base ai regolamenti parlamentari, potendo il governo porre la questione di fiducia in occasione di una

qualsiasi deliberazione parlamentare, il voto contrario equivale in questo caso ad approvazione di una mozione di

sfiducia: e dunque determina l’obbligo di dimissioni.

In tutti questi casi il voto avviene con voto palese e appello nominale.

In parte diverso, il caso dei governi che cessano dalle loro funzioni non per dimissioni di natura politica, ma per

dimissioni conseguenti all’avvio di una nuova legislatura. I governi in carica hanno sempre presentato le loro

dimissioni all’indomani del voto.

Naturalmente, una volta date le dimissioni, anche questi governi sono tenuti ad attenersi all’ordinaria

amministrazione.

Quanto ai singoli ministri, la nostra Costituzione non ne prevede la revoca. Il regolamento della Camera e la

prassi anche del Senato ammettono la mozione di sfiducia individuale contro un singolo ministro.

12 GLI ORDINAMENTI REGIONALI E LOCALI

PARLAMENTO PRESIDENTE DELLA GOVERNO

(Artt. 55 – 82) REPUBBLICA (Artt. 92 – 100)

(Artt. 83 – 91)

ORDINAMENTO DELLO STATO ITALIANO

SECONDO LA COSTITUZIONE

MAGISTRATURA

(Artt. 101 – 113) REGIONI, CORTE

PROVINCIE, COMUNI COSTITUZIONALE

(Artt. 114 – 133) (Artt. 134 – 137)

Art. 114. Cost.

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni

secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.

Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.

Ordinamento amministrativo e decentramento dei poteri

L'Italia è, dal punto di vista amministrativo, ripartita in venti regioni, di cui quindici (Abruzzo, Basilicata,

Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana,

Umbria, Veneto) sono dette a “statuto ordinario”, mentre cinque (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia,

Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta) sono dette a “statuto straordinario”, poiché dotate di ampia autonomia, sia

per motivi geografici in quanto aree di frontiera (e di frontiera in certo senso sono anche, per la loro insularità, la

Sardegna e la Sicilia), sia per motivi etnici, culturali e linguistici.

Tutte le regioni, anche quelle a statuto straordinario, trovano limiti alla loro attività nei principi giuridici generali

dello stato. L'Italia è rimasta a lungo uno stato fortemente centralizzato. Le stesse regioni a statuto ordinario

(quelle a statuto straordinario furono istituite poco dopo la nascita della Repubblica) divennero operative solo nel

1970, quindi con molto ritardo rispetto al dettato della Costituzione. Le regioni hanno conseguito più funzioni e

maggiore autonomia in seguito all’approvazioni di alcune leggi, tra cui in particolare la modifica del Titolo V

della Costituzione (2001).

A loro volta le regioni sono ripartite in province, attualmente in numero di 105 (comprese le tre nuove province di

Monza-Brianza, Fermo e Andria-Barletta-Trani); le province sono suddivise in comuni, in numero di 8.101. Solo

alle regioni spetta un potere legislativo, di base costituzionale nelle regioni a statuto straordinario, in parte

soggetto al potere centrale in quelle a statuto normale; ai comuni e alle province competono solo atti di natura

amministrativa. Lo stato è rappresentato in ogni capoluogo di regione da un commissario del governo, incaricato

di funzioni di controllo, e in ogni capoluogo di provincia da un prefetto.

Comuni, province e regioni hanno propri istituti: un presidente (il sindaco per i comuni), un consiglio e una giunta

esecutiva. In particolare, in base all'importante legge sulle autonomie locali entrata in vigore nel 1990, comuni e

province rappresentano le comunità locali e ne amministrano le risorse.

Dal 1993 vengono eletti direttamente dalla popolazione i sindaci di tutti i comuni (in precedenza solo quelli con

meno di 15.000 abitanti); oggi, pertanto, i sindaci delle grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e

così via, sono divenuti importanti protagonisti della vita politica nazionale.

La spinta a ottenere maggiori poteri autonomi corrisponde d'altronde a richieste di decentramento amministrativo

avanzate sin dal XIX secolo, cioè da quando si posero le basi per l'unità d'Italia, da parte di molti storici o uomini

politici; essi sollecitarono la formazione di uno stato non centralizzato ma federale, sull'esempio degli Stati Uniti

o della Svizzera.

Per oltre centocinquant'anni le proposte federaliste non sono state prese in considerazione; solo nel 2000,

nell’ultimo scorcio della XIII legislatura, il Parlamento italiano ha approvato una legge sul federalismo.

Autonomie locali

Autonomie locali Espressione con la quale la Costituzione italiana designa l'insieme dei comuni e delle province.

In altri paesi, le autonomie locali sono rappresentate da varie forme di amministrazione (o governo), dette "locali"

perché di unità minori entro gli stati, in genere a livello di contea, città, regione, provincia o distretto, create dal

governo centrale con delega di poteri determinati. Il personale delle amministrazioni locali è generalmente eletto

direttamente e ha competenza amministrativa, fiscale, anagrafica, sanitaria e di leva locale.

In Italia, l'importanza di questi enti è richiamata sin dai principi fondamentali della Costituzione, dove si afferma

che "La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che

dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua

legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.” (art. 5). Alla luce di questo solenne

riconoscimento comuni e province appaiono non solo strutture amministrative decentrate a composizione elettiva,

ma enti dotati di una propria rappresentatività democratica e, per il cittadino, nuove dimensioni di appartenenza.

L'impegno a promuovere le autonomie locali e a perseguirne il rafforzamento costituisce un criterio-guida per lo

sviluppo dell'ordinamento statale. In questa direzione si è mossa la riforma degli enti locali attuata con la legge

142 del 1990, poi modificata nel 1993, che ha riconosciuto sia ai comuni sia alle province l'autonomia statutaria,

ossia la potestà di adottare con deliberazione dei rispettivi consigli un proprio statuto che determini le attribuzioni

degli organi, il funzionamento degli uffici e dei servizi pubblici, le forme di decentramento, l'accesso dei cittadini

alle informazioni. La legge del 1990 ha definito inoltre gli organi di governo, identificati in un'assemblea elettiva

(consiglio), in un collegio esecutivo (giunta) e in un organo monocratico (sindaco o presidente della provincia);

quella del 1993 ha invece accentuato i poteri del sindaco e del presidente della provincia, dei quali prevede

l'elezione a suffragio universale diretto.

Nelle aree metropolitane, in luogo della provincia, la legge del 1990 ha introdotto una nuova forma di governo

locale, la città metropolitana. La stessa legge contiene una nuova disciplina delle Comunità montane, un

particolare tipo di ente locale con popolazione non inferiore ai 5000 abitanti.

In tema di finanza locale, la riforma ha riconosciuto agli enti locali autonomia finanziaria e impositiva. Il rilievo

che la costituzione attribuisce alle autonomie locali esclude che un eventuale ampliamento dei poteri delle regioni

(ad esempio, nel quadro di una riforma in senso federalista) possa andare a scapito delle autonomie locali.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale comparato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Casonato Carlo.

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