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dall'esercizio di un'attività economica in quest'ultimo" (punto 35). E poi, quel che è

risultato decisivo agli effetti della risposta da dare ai giudici olandesi, ha aggiunto: “tale

effetto dissuasivo si produrrebbe del pari” se lo stesso cittadino avesse la prospettiva di

non poter proseguire, dopo il suo rientro nel suo Stato membro di origine, una

convivenza con stretti congiunti, eventualmente iniziata per effetto del matrimonio o del

ricongiungimento familiare, nello Stato membro ospitante” (punto 36).

Sulla base di detti argomenti la Corte ha chiarito ai giudici olandesi che una

persona trovantesi nella situazione di quella con riferimento alla quale quei giudici

erano chiamati a pronunciarsi può beneficiare del diritto di soggiorno in Olanda finché

la stessa non abbia raggiunto l'età di 21 anni o rimanga a carico di suo padre.

La posizione così presa dalla Corte di giustizia è importante perché, come essa

stessa ha rilevato (punto 43), il riconoscimento, alla persona considerata nel caso di

specie, di un diritto di ottenere il ricongiungimento con un familiare dopo un rientro nel

proprio paese di origine non accompagnato dalla ricerca di una nuova occupazione non

risulta da alcuna disposizione del diritto comunitario [relativa al diritto di soggiorno

nella Comunità dei cittadini di Stati terzi familiari di lavoratori comunitari] (punto 43).

La Corte è potuta arrivare alla posizione che ha preso in quanto ha avanzato tre

importanti rilievi.

In primo luogo la Corte ha rilevato che non può considerarsi conforme al

Regolamento 1612/68, e più in generale alla libertà di circolazione dei lavoratori, una

interpretazione dell'uno e dell'altra che possa dissuadere un lavoratore dal lasciare lo

Stato membro di cui ha la cittadinanza al fine di esercitare un'attività subordinata sul

territorio di un altro Stato membro (punti 35 e 36).

In secondo luogo sempre secondo la Corte la normativa comunitaria di diritto

derivato in materia di trasferimento e di soggiorno di un lavoratore non può essere

interpretata restrittivamente perché la libertà di circolazione dei lavoratori è un

principio fondamentale del diritto comunitario ed il ricongiungimento familiare è un

elemento essenziale di tale libertà.

In terzo luogo ha rilevato che la garanzia della tutela della vita familiare dei

cittadini degli Stati membri, perseguita dal legislatore comunitario, è importante al fine

di eliminare gli ostacoli all'esercizio delle libertà fondamentali garantite dal

Trattato. 6

È sulla base delle tre indicate considerazioni che la Corte, sintetizzando il suo

pensiero nella parte finale della motivazione e nel dispositivo della sentenza, forse

perché si è resa conto di allontanarsi molto dalla lettera del Regolamento 1612/68, ha

precisato di essere pervenuta alla soluzione a cui è pervenuta "per effetto di

un'applicazione analogica dell'articolo 10, n. 1, lettera a) di tale regolamento, a termini

del quale hanno diritto di stabilirsi con il lavoratore cittadino di uno Stato membro

occupato sul territorio di un altro Stato membro, qualunque sia la loro cittadinanza … il

coniuge ed i loro discendenti minori di anni 21 o a carico".

Ci si può domandare se l'interpretazione sostenuta dalla Corte potesse veramente

qualificarsi come un'interpretazione analogica o se, invece, in ragione dei tre argomenti

che la Corte ha utilizzato e che ho evidenziato, non dovesse essere qualificata come

un'interpretazione teleologica o puramente estensiva di detta disposizione.

IV. – L’embrione di uno Statuto europeo dei lavoratori risultante dallo

sforzo che la Comunità ha fatto per armonizzare la loro condizione giuridica.

L'importanza che la libera circolazione dei lavoratori ha assunto nella Comunità

ha fatto sì che questa non si sia limitata a promuovere ed assicurare il superamento di

ostacoli che negli Stati membri limitino detta libertà; la Comunità si è anche impegnata

per realizzare un'armonizzazione della loro condizione giuridica negli Stati membri

promuovendo, sia pure a tratti successivi, un embrione di loro statuto europeo che è

destinato ad integrare lo statuto dei lavoratori dell'ordinamento giuridico italiano.

Significative manifestazioni di detto sforzo della Comunità sono state:

a) l'adozione della direttiva 76/207 del 9 febbraio 1976 relativa all'attuazione del

principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda

l'accesso al lavoro, alla formazione ed alla formazione professionale e le condizioni di

lavoro e

b) l'adozione da parte della Corte di giustizia della sentenza Defrenne dell'8 aprile 1976.

Sia la direttiva 76/207 sia la sentenza Defrenne si sono preoccupate di attuare il

principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso

femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. La sentenza Defrenne, in

particolare, ha precisato che l'attuale art. 141 del Trattato che stabilisce tale principio dà

direttamente luogo ad un diritto delle lavoratrici ad agire in giudizio per ottenere la sua

applicazione anche se contratti collettivi di lavoro prevedano una loro retribuzione

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inferiore a quella prevista per lavoratori esplicanti le stesse funzioni e hanno diritto a un

risarcimento del danno che sia loro causato da un non rispetto di tale diritto.

La precisazione così fatta dalla Corte di giustizia nel caso Defrenne sta avendo un

seguito che potrà rivelarsi molto importante per il nostro paese: la Corte di giustizia è

stata investita dalla Commissione di un ricorso in infrazione contro l'Italia con il quale

ha contestato la compatibilità con il Trattato CE (art. 141) e con detta direttiva della

differenza che nel nostro ordinamento giuridico è stabilita tra l'età di pensionamento

delle lavoratrici rispetto ai lavoratori dipendenti da enti pubblici.

V. – L’ulteriore contenuto che detto embrione di uno Statuto europeo dei

lavoratori tende ad acquisire per effetto del divieto di discriminazione tra questi

sancito dall’art. 3 della Direttiva 2000/78/CE.

Lo sforzo della Comunità verso quella che ho indicato come la realizzazione a

tratti successivi di un embrione di Statuto europeo dei lavoratori ha ricevuto un certo

ulteriore impulso dalla introduzione nel Trattato CE di un art. 13 a termini del quale il

Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa

consultazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per

combattere le discriminazioni fondate sulle convinzioni personali, gli handicap, l'età o le

tendenze sessuali. Basandosi su tale disposizione il Consiglio ha adottato il 27/11/2000

la direttiva 2000/78/CE "che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in

materia di occupazione e di condizioni di lavoro".

Ai sensi dell'art. 3 della direttiva il divieto di discriminazione sulla base di una

particolare tendenza sessuale stabilito dall'art. 13 del Trattato "si applica a tutte le

persone, sia del settore pubblico che del settore privato, compresi gli organismi di diritto

pubblico,per quanto attiene: … c) all'occupazione ed alle condizioni di lavoro, comprese

le condizioni di licenziamento e la retribuzione".

Quanto così disposto dalla direttiva ha dato origine in Germania ad una

controversia insorta tra il sig. Maruko ed un ente di previdenza dei lavoratori dei teatri

tedeschi in ragione del rifiuto di questo ente di riconoscere al sig. Maruko una pensione

di vedovo a titolo delle prestazioni ai superstiti previste dal regime previdenziale

obbligatorio di categoria al quale era iscritto il suo partner, poi deceduto, con il quale

aveva contratto un' unione solidale: detto ente previdenziale ha motivato il rifiuto

sostenendo che detto regime prevede tale tipo di pensione solo a favore di persone

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caratterizzate da una situazione di vedovanza. Arrivata questa controversia davanti ai

giudici tedeschi, questi hanno richiesto alla Corte di giustizia di chiarire la portata del

divieto di discriminazione diretta o indiretta di un lavoratore basato sulla sua tendenza

sessuale stabilito dalla direttiva 2000/78/CE. Le hanno chiesto se tale divieto "osti alle

disposizioni dello statuto di un regime previdenziale integrativo, ai sensi del quale il

partner di una unione solidale registrata non ha diritto a ricevere, alla morte del suo

partner, alcuna prestazione ai superstiti analoga a quelle previste per i coniugi, malgrado

il fatto che, come i coniugi, anche il partner di unione solidale viva in una comunione

fondata sulla assistenza e sull'aiuto reciproco, formalmente costituita per tutta la durata

della vita".

Il problema posto alla Corte era sorto in quanto lo statuto stabilente il regime

previdenziale invocato nel caso di specie era caratterizzato da due dati:

1) dava luogo ad un regime speciale discendente da un contratto collettivo che la

legge aveva disposto trovasse applicazione per tutti gli operatori artistici occupati in

un'impresa teatrale in via supplementare rispetto "alle prestazioni previdenziali dovute

in forza della normativa nazionale di applicazione generale" (punto 49)

2) si limitava a prevedere il diritto ad una pensione di vedovanza solo a favore

del coniuge superstite, mentre a seguito dell'adozione in Germania della legge relativa

all'unione solidale registrata è stata inserita nel codice della previdenza sociale una

disposizione di applicazione generale, l'art. 46, estendente tale diritto anche al partner

superstite di una tale unione.

Evidentemente i giudici tedeschi hanno dubitato di poter far prevalere la norma

di carattere generale così introdotta nel codice della previdenza sociale sul regime

speciale applicabile agli operatori teatrali, anche se questo regime risale al 1937 mentre

l'introduzione dell'art. 46 nel codice della previdenza sociale è avvenuta nel 2005.

Trovando qualche difficoltà a sfuggire al principio di interpretazione secondo cui le

norme generali posteriori non derogano alle norme speciali anteriori, hanno chiesto alla

Corte di giustizia la pronuncia pregiudiziale che hanno chiesto evidentemente nella

speranza di poter ottenere da essa un'interpretazione della direttiva 2000/78/CE che

imponesse loro di superare la posizione sfavorevole al ricorrente a cui poteva condurla

detto principio.

La Corte, per rispondere al quesito postole, doveva tener conto del 22º

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considerando della direttiva 2000/78 a termini della quale questa "lascia impregiudicate

le legislazioni nazionali in materia di stato civile e le prestazioni che ne derivano". Per

la Corte, anche se è vero che lo stato civile delle persone e le prestazioni che ne

derivano costituiscono materia che rientra nella competenza degli Stati membri e il

diritto comunitario non pregiudica tale competenza, tali Stati, nell'esercizio di detta

competenza, devono rispettare il principio di non discriminazione.

Fatta questa premessa la Corte ha ritenuto che il regime pensionistico, di cui il

sig. Maruko invocava l'applicazione a proprio beneficio, si potesse considerare rientrare

in principio nel campo di applicazione del divieto che la direttiva 2000/78 fa di

discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale per quanto attiene alla retribuzione

corrisposta ai lavoratori. E ciò per la ragione che la pensione prevista da detto regime si

deve considerare una retribuzione differita al momento del raggiungimento dell'età della

pensione.

Per stabilire in concreto se il regime in questione potesse considerarsi

discriminatorio ai sensi della direttiva la Corte ha messo in risalto il fatto che i giudici

tedeschi, che le avevano chiesto di pronunciarsi avevano evidenziato, che:

1) l'ordinamento tedesco aveva realizzato un'equiparazione progressiva tra matrimonio e

unione solidale e, introducendo nel codice della previdenza sociale una norma di

applicazione generale (l'art. 46), aveva posto le persone dello stesso sesso in una

posizione analoga a quella dei coniugi per quanto concerne la pensione ai superstiti

2) il regime speciale operante per gli operatori teatrali nega un tale diritto ai partner di

unione solidale superstiti trattando questi ultimi in modo meno favorevole rispetto ai

coniugi superstiti.

Sulla base di una tale sottolineatura di quanto indicatole dai giudici tedeschi la

Corte ha risposto alla loro domanda di pronuncia pregiudiziale affermando che, se essi

decidano "che i coniugi superstiti e i partner di unione solidale superstiti siano in una

posizione analoga per quanto concerne" la prestazione di una pensione superstiti, una

normativa come quella controversa nella causa principale deve essere considerata

costitutiva di una discriminazione diretta fondata sull'orientamento sessuale ai sensi

della direttiva 2000/78. A questo modo la Corte di giustizia ha fornito ai giudici tedeschi

quel sostegno che, come sopra rilevato, tutto lascia intendere volessero avere per

superare quel principio di interpretazione secondo cui la norma successiva generale non

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deroga ad una norma speciale anteriore che l'avrebbe condotta a dovere applicare il

regime relativo agli operatori teatrali, in quanto regime speciale, in luogo di quanto

previsto in via generale dall'art. 46 del codice di previdenza sociale. Ha dato loro la

possibilità di ritenere che detto regime, invece di dover essere applicato rigidamente in

ragione della sua specialità, possa cedere rispetto all'applicazione del codice di

previdenza sociale, se non in ragione del principio di prevalenza del diritto comunitario

sul diritto interno, in ragione di un' interpretazione del diritto interno, considerato nel

suo insieme, in conformità con il diritto comunitario.

Questa sentenza era molto attesa. In certi ambienti si era espressa la

preoccupazione che la Corte di giustizia arrivasse con la sua pronuncia a sancire un

riconoscimento a livello comunitario della figura dei PACS come imponentesi nei

confronti di tutti gli Stati membri.

Se la Corte di giustizia avesse preso una posizione del genere si sarebbe andati

ben oltre rispetto a quanto determinatosi nella Comunità per effetto di una nota del 15

maggio 2001 con cui il direttore generale del personale dell'amministrazione

comunitaria ha dato istruzione affinché il matrimonio di un funzionario con una persona

del suo stesso sesso, celebrato in uno Stato membro in cui tale matrimonio è possibile,

sia considerato agli effetti dell'attribuzione di una pensione comunitaria a favore dei

superstiti equiparato a qualsiasi altro matrimonio. Con questo atto il direttore generale

del Personale non ha introdotto nell'ordinamento comunitario una qualificazione

efficace erga omnes di un'unione solidale come equivalente ad un matrimonio; egli si è

limitato, in linea con il principio secondo il quale ciascuno degli Stati membri conserva

la competenza a stabilire lo stato civile dei propri cittadini, ad ammettere il diritto ad

una pensione del partner superstite di un funzionario comunitario quando l'ordinamento

dello Stato membro di cui questo è cittadino lo equipari ad un coniuge.

La Corte, decidendo ora il caso Maruko, non è andata oltre quanto è stato

stabilito per i funzionari comunitari: non ha stabilito una nozione comunitaria univoca

di coniuge equiparante per tutti gli Stati membri gli effetti di una unione solidale a

quelli di un matrimonio. Ha ribadito che lo stato civile delle persone che deriva da una

tale unione resta nella competenza di ciascun Stato membro. Ha, però, affermato, con

riferimento a quell'aspetto connesso alla retribuzione dei lavoratori che è costituito dal

loro trattamento pensionistico, che, agli effetti di questo, se uno Stato tratta in via

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generale il partner di un'unione solidale analogamente ad un coniuge e nel suo

ordinamento, per effetto di un regime speciale, al primo soggetto non sia riconosciuto

un diritto alla pensione superstiti, il trattamento meno favorevole di questo debba essere

considerato trattamento discriminatorio ai sensi della direttiva 2000/78 e quindi

contrario al diritto comunitario.

Come si può ben comprendere la precisazione così compiuta dalla Corte di

giustizia, anche se per le ragioni indicate non è venuta a dar luogo ad una nozione

comunitaria di coniuge da applicarsi con riferimento al trattamento dei lavoratori e alle

pensioni riguardanti i loro partner, ha comunque aggiunto un certo quid a

quell'embrione di statuto europeo dei lavoratori che ho indicato essere in via di

formazione: ha importato il diritto del partner di un'unione solidale riguardante un

lavoratore di uno Stato membro dell'UE a non essere discriminato nell'ordinamento

dello Stato di cui è cittadino per effetto di un regime speciale che lo riguardi e che lo

sfavorisca rispetto a quanto previsto dal regime generale della materia del suo stesso

Stato. VI. – Le giustificazioni atte a limitare la libera circolazione dei lavoratori.

Il terzo paragrafo dell’art. 39 del Trattato CE fa salve le limitazioni alla libertà di

circolazione giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità

pubblica.

La giurisprudenza comunitaria ha applicato ampiamente questo metodo

interpretativo soprattutto con riferimento al limite dell’ordine pubblico.

Con riferimento all’invocazione da parte degli Stati membri di tale limite la

Corte in primo luogo ha costantemente escluso che l’invocazione di esso possa avere

finalità economiche (punto 29) e possa avvenire per la soddisfazione di esigenze

normalmente non riconosciute in una società democratica (punto 32): sotto questo

secondo profilo con la sentenza Rutili del 28 ottobre 1975 la Corte di giustizia ha

escluso la conformità del diritto comunitario di una misura delle autorità francesi che

limitava il diritto di soggiorno di un cittadino italiano, sindacalista, a determinati

dipartimenti, tra i quali quello della sua residenza, imputandogli “di avere svolto negli

anni 1967/68 attività politico sindacali” ed affermandosi che la sua presenza in tali

dipartimenti “viene considerata per questo motivo “atta a turbare l’ordine pubblico””

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(punto 6).

La Corte ha, poi, escluso la legittimità di provvedimenti fondati sull’ordine

riguardanti un comportamento che, se imputabile ad un cittadino dello Stato ospite, non

sia oggetto di misure repressive o di altri provvedimenti concreti ed effettivi volti a

reprimerlo.

A queste precisazioni risultanti dalla giurisprudenza la direttiva 2004/38/CE ha

aggiunto un’ulteriore precisazione secondo la quale i provvedimenti restrittivi della

libertà in questione possono essere collegati esclusivamente ad un comportamento

personale e specifico del soggetto, mentre non possono essere fondati sulla semplice

esistenza di precedenti penali o come deterrente per altri stranieri.

La stessa direttiva, all’art. 30, riprendendo quanto già a proposito affermato

precedentemente dalla Corte (Rutili, punti 33-35) stabilisce che i motivi di ordine

pubblico posti a fondamento della misura restrittiva devono essere portati a conoscenza

del lavoratore in modo che egli possa provvedere ad una difesa adeguata utilizzando le

procedure per la tutela dei diritti dello Stato membro ospitante.

VII. - L’incidenza sulla libera circolazione delle persone dell’istituzione

della cittadinanza dell’Unione

- Come già indicato, sino al Trattato di Maastricht la libera circolazione delle

persone operava, oltre che a favore dei lavoratori, solo a favore di persone fisiche e

giuridiche di uno Stato membro intenzionate a prestare servizi o a stabilirsi in un altro

Stato membro. La situazione è cambiata con l’istituzione della cittadinanza dell’Unione.

- La cittadinanza dell'Unione è stata istituita dall'art. 8 del Trattato di Maastricht,

divenuto ora art. 17 CE, il quale al n. 1 la attribuisce a "chiunque abbia la cittadinanza

di uno Stato membro".

- L’introduzione di questa disposizione nel Trattato CE è legata all'estensione

che, a partire dal caso Micheletti, il principio del mutuo riconoscimento ha trovato nel

diritto comunitario passando dall'essere applicato nel campo della circolazione delle

merci a quello della circolazione delle persone.

Nel caso Micheletti, su cui si è pronunciata il 7 luglio 1992 (dopo la firma del

Trattato di Maastricht, avvenuta il 7 febbraio 1992, ma prima della sua entrata in vigore,

avvenuta il 1º novembre 1993), la Corte di giustizia era richiesta da giudici spagnoli di

stabilire se, alla luce del diritto comunitario, essi potessero considerare unicamente

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argentina una persona non spagnola provvista di doppia cittadinanza, italiana e

argentina, che, prima del suo arrivo in Spagna, aveva la sua residenza abituale in

Argentina. Il problema si poneva per i giudici spagnoli perché una norma del loro paese

stabiliva che in un caso del genere dovesse prevalere la cittadinanza di tale Stato

La Corte, dando seguito alla richiesta dei giudici spagnoli, ispirandosi appunto al

principio del mutuo riconoscimento, ha ritenuto (punti 9-11) che:

a) l'acquisizione e la perdita di cittadinanza dipende esclusivamente dal diritto

di ciascuno Stato membro,

b) la cittadinanza attribuita ad una persona da uno Stato membro si impone nei

confronti degli altri Stati membri di cui quella persona non abbia la cittadinanza e

c) uno Stato membro non può restringere gli effetti della attribuzione della

cittadinanza di un altro Stato membro per il motivo che la legislazione del primo "lo

considera come cittadino di uno Stato terzo".

- È in sintonia con l’affermazione contenuta nella sentenza Micheletti secondo

cui la Corte ha ritenuto che la cittadinanza attribuita ad una persona da uno Stato

membro si impone nei confronti di tutti gli altri che il Trattato di Maastricht

attribuisce la cittadinanza dell'Unione rigidamente a chiunque abbia la cittadinanza di

uno Stato membro .

- Ai cittadini dell'Unione il Trattato attribuisce, sia pure a determinate

condizioni,

a) il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri,

b) il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali ed alle elezioni del

Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede,

c) il diritto alla tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato

membro nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la

cittadinanza non sia rappresentato,

d) il diritto di petizione dinnanzi al Parlamento europeo ed il diritto di rivolgersi al

mediatore per denunciare casi di cattiva amministrazione nell'azione delle istituzioni o

degli organi comunitari,

e) il diritto di scrivere alle istituzioni e agli organi comunitari nella propria lingua e di

ricevere risposta nella stessa lingua.

- Tra tutti questi diritti incide particolarmente sulla libertà di circolazione delle

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto comunitario riguardanti la libertà di circolazione delle persone. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la libera circolazione delle persone originariamente prevista dal Trattato CEE, il divieto di qualsiasi discriminazione per quanto riguarda le condizioni di lavoro sancito dal secondo paragrafo dell’art. 39 CE.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto comunitario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Rossi Lucia Serena.

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