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Il valore assegnato al conferimento all’interno della stima ha, però, SOLO carattere provvisorio, in quanto

entro 180 giorni gli amministratori (un tempo anche i sindaci) possono controllare il valore e procedere alla

revisione della stima. Nel frattempo le azioni rimangono depositate presso la sede della società e sono

INALIENABILI.

La seconda fase, dunque, è quella di revisione della stima: se il valore dei beni o dei crediti risulta inferiore

di oltre 1/5 rispetto a quello per cui avvenne il conferimento, la società deve ridurre proporzionalmente il

capitale sociale e annullare le azioni scoperte. In realtà, però, tale revisione va comunicata al socio, il quale

ha dinanzi a se diverse alternative:

Impugnare la revisione della stima, fatta dagli amministratori, dinanzi all’autorità giudiziaria;

• Versare la differenza in denaro, evitando in tal modo di veder ridotta la propria partecipazione

• sociale e lasciando il numero delle proprie azioni inalterato;

Recedere dalla società, ottenendo la liquidazione del valore attuale delle proprie azioni: si da luogo,

• ove possibile, alla restituzione del bene conferito, oppure ad una parte dello stesso con eventuale

conguaglio in denaro;

Rimanere inerte dinanzi alla revisione di stima, in tal modo dando luogo alla deliberazione

• dell’assemblea straordinaria che riduce il capitale e annulla le azioni rimaste scoperte.

L’atto costitutivo può anche prevedere che le azioni residue siano ripartite tra i soci, che ovviamente

devono dar luogo alla copertura del conferimento corrispondente, in quanto ricordiamo che il valore

complessivo dei conferimenti non può MAI essere inferiore all’ammontare del capitale sociale.

La rigidità del procedimento di valutazione è attenuata dal fatto che la stima del perito nominato dal

tribunale non risulta necessaria:

Per titoli quotati nel mercato dei capitali (valori mobiliari, azioni ed obbligazioni) e per strumenti

• quotati nel mercato monetario (titoli di debito pubblico, certificati di deposito ecc.), purché il valore

del conferimento, sovrapprezzo incluso, non superi il prezzo medio ponderato al quale tali

strumenti sono stati negoziati negli ultimi 6 mesi;

Per conferimenti in natura, quando il loro valore sia ricavabile dal bilancio di una società soggetta a

• revisione legale dei conti, se approvato da non oltre un anno e senza dubbi in merito al valore dei

beni;

Per beni e crediti, quando vi sia una valutazione di stima fatta da un professionista, indipendente e

• dal conferente e dalla società, ma non designato dal tribunale.

Tuttavia, gli amministratori possono richiedere una nuova valutazione se ritengono inattendibile il valore

dei conferimenti, nel caso di modificazione del valore degli strumenti finanziari alla data effettiva del

conferimento rispetto al prezzo medio di quotazione dei sei mesi precedenti, o nel caso di stima operata da

esperto non indipendente, o nell’ipotesi alterazione del valore equo di beni o crediti conferiti dopo la data

di riferimento del bilancio della società soggetta a revisione legale dei conti.

Si tratta di accertamenti che gli amministratori devono effettuare entro 30 giorni dall’iscrizione della

società: nel caso in cui vi sia contestazione del valore del conferimento, si da luogo alla procedura in più

fasi di cui abbiamo già parlato, con conseguente valutazione da parte dell’esperto nominato dal tribunale,

altrimenti nel medesimo termine si provvede all’iscrizione nel registro delle imprese di una dichiarazione

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nella quale i conferimenti vengono ritenuti esenti da procedimento di stima o stimati correttamente. Fino

all’iscrizione di tale dichiarazione le azioni sono INALIENABILI e restano depositate presso la sede della

società.

Gli acquisti potenzialmente pericolosi

In passato l’obbligo di stima dei conferimenti in natura veniva aggirato tramite un semplice espediente: il

soggetto figurava, all’interno dell’atto costitutivo, come un socio obbligato a conferire denaro ed una volta

costituita la società egli alienava il bene alla società stessa, estinguendo il proprio debito (quello inerente il

conferimento in denaro) tramite una compensazione. Ovviamente tale operazione di compensazione non

risultava di per sé illecita, né tanto meno la compensazione poteva essere assoggettata a stima; tuttavia,

l’operazione complessiva si configurava come illecita ma non punibile proprio per la difficoltà di dimostrare

l’intento fraudolento.

L’art.2343-bis c.c., introdotto dal d.p.r.30/1986, ha attenuato il ricorso a questa operazione, prevedendo

che l’acquisto di beni o crediti dai promotori (anche se non soci), dai fondatori (anche se non più soci), dai

soci attuali o dagli amministratori debba essere AUTORIZZATO dall’assemblea ordinaria, nel caso in cui il

pari o superiore al decimo del capitale sociale primi due anni

corrispettivo della vendita risulti e per i SOLI

di attività della società, a partire dal momento dell’iscrizione nel registro delle imprese.

Oltre alla delibera di autorizzazione all’acquisto, la quale è soggetta a pubblicità legale, occorre che

l’alienante presenti all’assemblea una relazione giurata di un esperto designato dal tribunale, contenente

la descrizione dei beni o crediti, il valore di ciascuno di essi e l’attestazione che tale valore non è inferiore al

corrispettivo, praticamente una relazione di stima. Nel caso di violazione di questa disciplina, l’acquisto

resta valido, ma amministratori ed alienante sono solidalmente responsabili per danni causati alla società,

ai soci ed a terzi.

Sono esentati da tale disciplina gli acquisti nei mercati regolamentati o sotto il controllo dell’autorità

giudiziaria o di quelle amministrativa, data la certezza del prezzo d’acquisto. Sono esentati anche gli

acquisti effettuati a CONDIZIONI NORMALI nell’ambito di operazioni CORRENTI della società, quindi non

per operazioni straordinarie. Spetta agli amministratori decidere quali operazioni debbano ritenersi

correnti e quali straordinarie, quali condizioni siano normali e quali anormali, proprio al fine di attivare la

procedura di controllo di cui abbiamo parlato.

Le prestazioni accessorie

L’atto costitutivo può contemplare al suo interno degli obblighi per i soci inerenti una serie di prestazioni

accessorie, non consistenti nella dazione di denaro, determinandone anche contenuto, durata, modalità e

compenso: stiamo parlando di prestazioni lavorative o professionali o di obblighi inerenti la fornitura

periodica di servizi, materie prime o merci.

In questo caso notevole importanza riveste la persona del socio: la sua affidabilità e la sua diligenza sono

determinanti per le prestazioni, è per tal motivo che le AZIONI CON PRESTAZIONI ACCESSORIE devono

essere nominative, oltre che trasferibili SOLO con l’approvazione degli amministratori, in quanto viene

trasferito anche il relativo obbligo, magari ad un soggetto non affidabile e non ritenuto idoneo da chi

amministra la società. 21

Gli obblighi inerenti le prestazioni accessorie, tra l’altro, possono essere modificati SOLO col consenso di

tutti i soci e le prestazioni in oggetto costituiscono adempimento di obbligazioni sociali e non, come molti

ritengono, di un rapporto contrattuale diverso e distinto da quello sociale: è per tal motivo che la disciplina

dei contratti d’opera o di lavoro subordinato, al pari della disciplina della somministrazione e dell’appalto,

trovano applicazione SOLO laddove compatibili. In caso di inadempimento, ad esempio, verranno attivate

le sanzioni previste dall’art.2344 c.c., inerenti la sospensione del voto e la vendita coattiva delle azioni, e

non le sanzioni di diritto comune dello specifico contratto.

CAPITOLO QUINTO – LE AZIONI

Nozione e caratteri

Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni: si tratta di quote di

partecipazione omogenee e standardizzate, liberamente trasferibili e, almeno di regola, rappresentate da

documenti, i titoli azionari, che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.

Il capitale sottoscritto nelle S.p.A. viene diviso, infatti, in un numero PREDETERMINATO di parti di identico

ammontare (criterio astratto-matematico), ciascuna delle quali costituisce un’AZIONE ed attribuisce

IDENTICI DIRITTI nella società e verso la società. L’azione, dunque, rappresenta l’unità minima di

partecipazione al capitale sociale e l’unità di misura dei diritti sociali. E’ perciò INDIVISIBILE, tanto che se

più soggetti diventano titolari della medesima azioni, essi devono necessariamente nominare un

rappresentante comune per l’esercizio dei diritti spettanti.

Tuttavia, in relazione all’ammontare del capitale sottoscritto, ciascun socio diventa titolare NON di

un’unica quota di partecipazione, ma di tante quote per quante sono le azioni sottoscritte, distinte ed

autonome rispetto alle altre possedute dallo stesso soggetto.

I caratteri essenziali delle azioni, quindi, sono i seguenti:

Circolazione in forma cartolare;

• Libertà di trasferimento;

• Uguaglianza di valore e di diritti;

• Indivisibilità.

Possiamo considerare le azioni sotto tre profili diversi: sotto il profilo di “parti del capitale sociale”, sotto

quello del “complesso unitario di diritti in cui si sintetizza la partecipazione sociale” e come “titoli

circolanti”.

N.B. ho riprodotto, in gran parte, il testo dell’autore Campobasso, in quanto le definizioni contenute in

questo paragrafo sono troppo importanti per essere sintetizzate.

A)AZIONI E CAPITALE SOCIALE

Il valore delle azioni uguale valore

L’art.2348 comma 1 del codice recita: “Le azioni devono essere di e conferiscono ai loro

possessori uguali diritti”, ossia devono rappresentare un’identica frazione del capitale sociale nominale.

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Dobbiamo prendere in considerazione tre definizioni diverse di “valore”: valore nominale delle azioni,

valore reale (o anche detto valore di bilancio) e valore di mercato.

valore NOMINALE

Si definisce delle azioni la parte del capitale sociale che ciascuna di esse rappresenta,

espressa in cifra monetaria: se il capitale sociale è di 1 milione di euro, esso può essere diviso in centomila

azioni da 10 euro. CON SENZA

Le azioni, in realtà, possono essere emesse valore nominale o indicazione del valore nominale,

ma non possono essere emesse, contemporaneamente, azioni di entrambi i tipi.

Per le azioni con valore nominale lo statuto deve prevedere non solo il capitale sottoscritto, ma anche il

valore nominale di ciascuna azione ed il loro numero complessivo. Il valore nominale (come abbiamo visto

INSENSIBILE alle variazioni di patrimonio sociale,

per il capitale sociale nominale) è in quanto rimane

invariato nel tempo e può essere modificato solo rivedendo l’atto costitutivo e prevedendo un maggior

frazionamento (se prima era 100.000 azioni adesso saranno, per fare un esempio, 200.000) o il

raggruppamento di più azioni (da 100.000 a 50.000).

Nelle azioni SENZA valore nominale, invece, lo statuto deve prevedere solo il capitale sottoscritto ed il

numero di azioni emesse (esempio: capitale sociale di 1 milione di euro diviso in 100.000 azioni, senza

indicare il valore in cifra monetaria): in questa ipotesi il diritto di voto ed il diritto agli utili del socio, ossia la

espressi in percentuale

sua partecipazione al capitale sociale, sono (esempio: il socio detiene il 2% del

capitale sociale); tuttavia, anche le azioni senza valore nominale esprimono la FRAZIONE di capitale

nominale da ciascuna rappresentato, in quanto è sempre possibile dividere l’ammontare del capitale per il

numero di azioni, sebbene in tal caso non si parli di indicazioni in cifra monetaria. La legge, a tal proposito,

prevede che i titoli azionari debbano indicare il numero complessivo delle azioni emesse ed l’ammontare

del capitale (art.2354 comma 2), il che comporta la sostituzione di TUTTI i tioli in caso di aumento o

riduzione del capitale.

Se da un lato, sia per le azioni con valore nominale sia per quelle senza valore nominale, non è MAI

possibile emettere un numero di azioni INFERIORE al loro valore nominale, in quanto esse rappresentano il

capitale sociale che a sua volta non può essere inferiore al valore complessivo dei conferimenti, dall’altro

l’emissione in sovrapprezzo,

lato è possibile ossia emettere azioni per somma superiore al valore nominale

(è addirittura obbligatoria l’emissione in sovrapprezzo quando si vuole escludere o limitare il diritto

d’opzione degli azionisti sulle azioni di nuova emissione).

valore DI BILANCIO

Si definisce o REALE delle azioni il valore che si ottiene dividendo il patrimonio netto

della società per il numero di azioni: è un valore, quindi, variabile a seconda delle varie vicende economico-

patrimoniali, dato che quanto più aumenta/diminuisce il patrimonio tanto più sale/scende il valore reale

delle azioni (sono direttamente proporzionali). Il valore reale delle azioni può essere accertato

contabilmente tramite il bilancio d’esercizio.

valore DI MERCATO

Si definisce delle azioni quello risultante, giornalmente, dai listini ufficiali nel momento

in cui le azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato (borsa valori): il valore di

mercato indica il prezzo di scambio delle azioni in un determinato giorno e non coincide con il valore reale,

ossia quello riferito al patrimonio, in quanto il primo tiene conto delle prospettive economiche future e di

altre variabili, motivo per cui l’andamento delle quotazioni esprime il valore EFFETTIVO delle azioni. E’ di

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questo valore, infatti, che il legislatore tiene conto in vari casi (emissione di azioni senza diritto di opzione e

recesso dell’azionista).

L’indivisibilità delle azioni

Essendo le azioni, come abbiamo detto, l’unità minima di partecipazione, esse sono INDIVISIBILI (art.2347

cod.civ.). E’ proprio per tal motivo che il legislatore prevede, in caso di comproprietà indivisa tra più

soggetti delle medesime azioni, che essi provvedano a nomina un rappresentante unico, non potendo

esercitare alcun diritto sociale singolarmente. Qualora non provvedano, le dichiarazioni fatte dalla società

a uno dei comproprietari sono efficaci nei confronti di tutti, anche perché essi rispondono solidalmente

verso la società delle obbligazioni proveniente dalle azioni, oltre che per il versamento dei conferimenti.

Frazionamento e raggruppamento di azioni

Tanto nell’ipotesi di azioni con valore nominale, quanto in quella di azioni senza valore nominale, una

delibera di modifica dell’atto costitutivo può decidere per il FRAZIONAMENTO o per il RAGGRUPPAMENTO

delle azioni esistenti.

Con il frazionamento delle azioni viene RIDOTTO l’originario valore nominale delle stesse: per un capitale

sociale di 1000 euro (esempio assurdo, giusto per farvi capire, ricordate che le S.p.A. non possono avere

capitali inferiori a 120.000 euro), se prima si avevano 100 azioni del valore nominale di 10 euro, adesso si

hanno 200 azioni del valore di 5 euro.

Con il raggruppamento delle azioni viene AUMENTATO l’originario valore nominale delle stesse: per un

capitale sociale di 1000 euro (esempio assurdo, giusto per farvi capire, ricordate che le S.p.A. non possono

avere capitali inferiori a 120.000 euro), se prima si avevano 100 azioni del valore nominale di 10 euro,

adesso si hanno 50 azioni del valore di 20 euro.

Lo stesso ragionamento vale per le azioni senza valore nominale, senza però l’indicazione delle cifre

monetarie (degli euro dei nostri esempi per intenderci).

Il raggruppamento di azioni è molto più frequente rispetto al frazionamento, ma può dar luogo a problemi

inerenti i singoli azionisti, in quanto potrebbe non consentire la piena conversione delle azioni possedute,

formando così dei RESTI, o addirittura potrebbe non consentire di avere in cambio una nuova azione,

facendo perdere addirittura la qualità di socio.

Tuttavia la delibera da cui deriva una situazione del genere non è SEMPRE invalida: lo è nel momento in cui

mira proprio a pregiudicare la situazione di singoli azionisti, ossia in caso di abuso ai danni della minoranza,

ma non risulta invalida nel momento in cui si rende necessario il raggruppamento con resti per non

ostacolare una determinata operazione, come una fusione.

B) LA PARTECIPAZIONE AZIONARIA

L’uguaglianza dei diritti

Ogni singola azione, rappresentando una partecipazione sociale minima, attribuisce al suo titolare un

complesso di diritti e poteri di natura amministrativa (esempio: diritto di voto nelle assemblee),

patrimoniale (esempio: diritto agli utili) e di natura amministrativo-patrimoniale (esempio: diritto di

recesso). 24

L’espressione del rapporto di partecipazione sociale tramite azioni comporta l’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI e

l’AUTONOMIA DELLE AZIONI.

Abbiamo già detto che l’art.2348 comma 1 del codice prevede che le azioni debbano essere di uguale

valore e debbano conferire ai loro possessori uguali diritti. L’uguaglianza dei diritti, però, è solo RELATIVA e

OGGETTIVA, non assoluta e soggettiva: la possibilità di creare “categorie di azioni fornite di diritti diversi”,

infatti, testimonia la relatività dell’uguaglianza, che va rispettata nell’ambito di ciascuna categoria (infatti

esistono azioni ordinarie e azioni speciali, anche dette di categoria); uguali diritti, poi, sono assicurati al

titolare di ogni azione, ma occorre tener conto nel NUMERO di azioni possedute da ogni socio, il che da

luogo ad un maggior potere figlio dell’esercizio di maggiori diritti, testimonianza del fatto che l’uguaglianza

sia oggettiva e non soggettiva.

Esistono, infatti, tre categorie di diritti esercitabili dal socio:

Diritti indipendenti dal numero di azioni possedute: chi possiede un’azione, in tal caso, ha una

• posizione identica a chi ne possiede 1000, in quanto diritto indipendente dal numero di azioni,

come avviene per il diritto di intervento in assemblea o di denuncia al collegio sindacale o di esame

dei libri sociali;

Diritti spettanti a chi possiede una determinata percentuale del capitale sociale: stiamo parlando

• del diritto di chiedere la convocazione o il rinvio dell’assemblea, del diritto di denuncia al tribunale

o di impugnazione delle deliberazioni assembleari invalide. Tutti diritti definiti come “diritti della

MINORANZA”, in quanto esercitabili da chi detiene anche solo una parte del capitale sociale, anche

solo, per esempio, il 10% dello stesso, CONTRO la maggioranza, contro chi detiene la maggior parte

delle azioni. Si tratta di diritti garantiti per permettere una maggiore partecipazione/vigilanza dei

soci minoritari alla vita della società e nei confronti della maggioranza, motivo ispiratore della

riforma delle società quotate del ’98 (esempio: chi detiene una sola azione non può ottenere la

convocazione dell’assemblea; se la richiesta, invece, viene avanzata da tanti soci che detengono il

10% del capitale sociale, allora gli amministratori sono obbligati a convocare l’assemblea);

Diritti spettanti ad ogni azionista in proporzione al numero di azioni possedute: stiamo parlando del

• diritto di voto, del diritto agli utili ed alla quota di liquidazione, di quello alla liquidazione della

quota in caso di recesso, del diritto di opzione o di quello di assegnazione gratuita di azioni. Tutti

diritti spettanti anche ad un solo socio ma in forza del numero di azioni di cui egli è titolare.

E’ proprio nell’ultima categoria di diritti che riscontriamo la DISUGUAGLIANZA SOGGETTIVA degli azionisti:

chiunque ha un’azione può esercitare il diritto di voto, dice l’autore Campobasso, ma chi ha 1000 azioni

esercita 1000 voti ed ha maggior potere, giustamente e legittimamente perché ha investito, e quindi

rischiato, di più rispetto agli altri ed ha il potere di imporre la propria volontà, sempre all’interno di margini

legali (principio capitalistico).

Tuttavia, nelle ipotesi in cui entri in gioco un INTERESSE PUBBLICO di particolare rilevanza, è possibile una

deroga al principio capitalistico secondo cui chi più ha rischiato deve avere più potere, in quanto vengono

riconosciuti allo Stato o ad altri enti pubblici dei poteri societari SVINCOLATI dal numero di azioni

possedute o dal fatto, addirittura, di possedere azioni in quella società.

Lo stesso codice civile, per le società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio, prevede che

l’atto costitutivo riservi allo Stato o agli enti pubblici la nomina di un numero di amministratori e sindaci

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proporzionale alla partecipazione al capitale da essi detenuta. Nelle società che fanno appello al mercato,

addirittura, allo Stato e agli altri enti pubblici possono essere riconosciuti dei poteri speciali, rappresentati

da azioni speciali. Per non parlare delle società di “interesse nazionale”, come la Rai, disciplinate in leggi

speciali in cui viene riconosciuto allo Stato un potere enorme in merito al diritto di voto, alla trasferibilità

delle azioni, alla nomina degli amministratori e dei dirigenti ecc.

Unità ed autonomia delle partecipazioni azionarie AUTONOME:

Abbiamo già accennato al fatto che le azioni debbano considerarsi come l’autonomia è data

dal fatto che chi sottoscrive o acquista più azioni NON è titolare di una singola partecipazione MA di una

pluralità di partecipazioni azionarie. Questo vuol dire che il socio può disporre in modo autonomo e

separato delle singole azioni, vendendone o concedendone in usufrutto o pegno solo una parte. Anche

all’interno della società stessa, il titolare di più azioni può comportarsi in una maniera per alcune azioni ed

in un modo opposto per altre, in riferimento al diritto di voto: può votare, per esempio, personalmente per

alcune e tramite un rappresentante per altre; allo stesso modo è ammesso il cosiddetto “voto divergente”,

il quale comporta che il titolare possa opporsi ad una deliberazione dell’assemblea per un certo numero di

azioni e votare a favore in riferimento ad altre azioni, il che pur sembrando un comportamento

contraddittorio, si giustifica nell’ipotesi di intestatario fiduciario di azioni per conto di più soggetti che

vogliono manifestare un voto differente.

Un esercizio unitario del diritto di voto, invece, è inevitabile nell’ipotesi di diritti che spettano all’azionista

indipendentemente dal numero di azioni possedute o dalla percentuale del capitale sociale posseduto,

come il diritto di intervento nell’assemblea, non esercitabile per una sola parte delle azioni.

Tuttavia, il legislatore, pur disponendo l’autonomia delle singole azioni, molto spesso prende in

considerazione la totalità delle azioni possedute da un soggetto, la complessiva partecipazione, sia in

riferimento a determinati diritti (inerenti il numero di azioni di cui il titolare è in possesso), sia

nell’imposizione di obblighi e divieti (come l’obbligo per l’azionista unico di versare la totalità dei

conferimenti).

Infine, dobbiamo specificare che un pacchetto azionario, soprattutto se di maggioranza, ha sul mercato un

valore superiore alla somma dei valori delle singole azioni, appunto perché attribuisce maggiori poteri e

diritti, un maggior controllo sulla società ed è per tal motivo che va considerato nel suo complesso. Il

legislatore, poi, pone una serie di obblighi e responsabilità in capo a chi vende o acquista un pacchetto

azionario di controllo.

Le categorie speciali di azioni

Sono due le tipologie di azioni che possiamo prendere in considerazione: le azioni ORDINARIE, che

attribuiscono diritti previsti e disciplinati dalla legge, e le CATEGORIE SPECIALI di azioni, che attribuiscono

diritti “diversi” da quelli tipici. Le azioni speciali possono essere create all’interno dello statuto o tramite

una modifica successiva dello stesso.

La presenza di categorie speciali di azioni, ovviamente, da luogo alla contemporanea presenza di azionisti

con interessi parzialmente diversi: se esistono categorie diverse di azioni all’interno della stessa società,

infatti, le deliberazioni dell’assemblea GENERALE di tutti gli azionisti, laddove pregiudichino i diritti di una

determinata categoria, devono essere approvate anche dall’assemblea speciale di quella determinata

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categoria interessata. Questo significa che, da un lato l’assemblea speciale di categoria ha competenza

SOLO nei casi in cui la deliberazione dell’assemblea generale possa comportare un pregiudizio, che tra

l’altro deve essere diretto e non solo di fatto, e dall’altro che l’approvazione dell’assemblea di categoria

costituisce “condizione legale di efficacia” della deliberazione dell’assemblea generale, che nel caso

contrario è improduttiva di qualsiasi effetto.

Gli azionisti di categoria, dunque, sono tutelati nel loro complesso e non singolarmente: si tratta di un

diritto di gruppo, tutelato con decisioni prese a maggioranza dagli stessi titolari di azioni speciali. Se le

azioni speciali sono quotate si applica la disciplina dell’organizzazione degli azionisti di risparmio, che

prevede la nomina di un rappresentante di tutti gli azionisti speciali e quorum assembleari meno elevati;

se, invece, le azioni speciali NON sono quotare, si applica la disciplina delle assemblee straordinarie.

Segue: il contenuto della partecipazione azionaria

La società, fatta eccezione per alcune categorie di azioni speciali previste dal legislatore, gode di ampia

autonomia nella determinazione della partecipazione azionaria, seppure con l’esistenza di determinati

limiti imposti dalla legge.

Dopo la riforma del 2003, molto limiti sono venuti meno, sebbene sia rimasto il divieto di emettere “azioni

a voto plurimo”, ossia azioni che attribuiscano più di un voto.

Oggi tutte le società, per esempio, possono emettere azioni senza diritto di voto, mentre in passato ciò era

consentito alle sole società quotate, così come tutte le società possono creazione azioni, anche non

privilegiate, “con diritto di voto limitato a particolari argomenti” (ad esempio all’approvazione del bilancio),

azioni “con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative”

(esempio: azioni senza voto che diventano con voto se la società non consegue utili per un certo periodo).

Sono sparite, invece, le azioni privilegiate a voto limitato alle sole assemblee straordinarie.

Tuttavia è la stessa legge a prevedere che le azioni SENZA VOTO, quelle a VOTO LIMITATO e le azioni a

VOTO CONDIZIONATO non possano superare complessivamente la metà del capitale sociale, onde evitare

la concentrazione di troppo potere nelle mani degli azionisti a voto PIENO.

Alle società non quotate, che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, è consentito prevedere

che, in base alle azioni possedute da uno stesso soggetto, “il diritto di voto sia limitato ad una misura

massima” (esempio: ad ogni azione corrisponde un voto fino al 10% del capitale posseduto dallo stesso

socio, oltre tale limite non spetta alcun voto), oppure l’introduzione del “voto scalare”(esempio: fino al

10% del capitale posseduto spetta un voto per ogni azione, dal 10 al 20% un voto ogni due azioni, dal 20%

al 30% un voto ogni tre azioni e così via). Il voto, tra l’altro, per le società non quotate non può più essere

escluso o limitato SOLO se le relative azioni sono assistite da privilegi patrimoniali, mentre permane la

possibilità di emettere azioni privilegiate anche senza limitazione dei diritti amministrativi.

Ma cosa sono le azioni privilegiate?

azioni privilegiate

Le sono azioni che attribuiscono ai titolari un diritto di preferenza nella distribuzione

degli utili o nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società: in sostanza, esse

divieto di

attribuiscono dei privilegi, liberamente determinabili dalla società stessa, con l’unico limite del

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patto leonino di cui all’art.2265 c.c. (patto con il quale uno o più soci sono esclusi dagli utili o dalle

perdite).

E’ consentita, infine, l’emissione di “azioni postergate nelle perdite”, ossia azioni che consentono al

possessore di beneficiare degli utili distribuiti dall’impresa restando al contrario colpito da eventuali

perdite in sede di liquidazione solo in via subordinata, dopo tutti gli altri azionisti, e di “azioni correlate”,

ossia azioni il cui rendimento è legato ai risultati ottenuti dall’impresa in un determinato settore ed in cui la

distribuzione di dividendi è possibile solo nell’ipotesi in cui la società sia, nel suo complesso, in utile (e non

in perdita).

Le azioni di risparmio

All’interno dell’ampio panorama di azionisti di società per azioni, vi sono alcuni di essi interessati al solo

aspetto patrimoniale e alla redditività dei titoli azionari, senza alcun interesse per i diritti amministrativi:

AZIONI DI RISPARMIO,

questi soggetti possono raggiungere il loro scopo tramite la sottoscrizione di

introdotte dalla L.216/1974, la cui disciplina è stata modificata col passare del tempo.

Le azioni di risparmio, insieme alle azioni a voto limitato della disciplina previgente, appartengono alle

categorie speciali di azioni disciplinate dal legislatore e si tratta di titoli azionari in cui la differenza tra

azionisti imprenditori e azionisti risparmiatori è del tutto evidente: queste azioni, infatti, sono PRIVE del

diritto di voto e devono essere NECESSARIAMENTE dotate di privilegi di natura patrimoniale, a differenza di

quelle senza voto. Inoltre le azioni di risparmio possono essere emesse AL PORTATORE, il che garantisce

l’anonimato dei titolari, e SOLO da società le cui azioni ordinarie sono quotate in mercati regolamentati

italiani o di altri Paesi UE.

Le azioni di risparmio, insieme con le altre categorie speciali di azioni a voto limitato, non possono superare

la metà del capitale sociale complessivo.

L’azionista di risparmio, dunque, non avendo diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie, non

viene computato per i relativi quorum deliberativi e costitutivi, né tanto meno possiede diritto di

intervento nelle assemblee o diritto di impugnazione delle delibere invalide, sebbene conservi la possibilità

di chiedere il risarcimento per danno causato da tali delibere, in quanto è pur sempre un socio.

Dalla disciplina del 1974, rigida riguardo al contenuto ed alla misura minima dei privilegi riconosciuti alle

azioni di risparmio, si è passati nel 1998 ad una disciplina molto più flessibile, che, pur stabilendo che tali

azioni sono privilegiate sotto il profilo patrimoniale, pone comunque nelle mani dell’atto costitutivo la

determinazione di contenuto, condizioni, limiti, modalità e termini del privilegio e del suo esercizio.

Resta salvo il diritto di opzione, ossia il diritto di ricevere per i possessori di azioni di risparmio, in caso di

aumento del capitale sociale a pagamento, altre azioni di risparmio della medesima categoria o,

comunque, azioni di risparmio di altra categoria, azioni privilegiate o azioni ordinarie.

A tutela del GRUPPO degli azionisti di risparmio sono previsti l’assemblea speciale, la quale delibera solo

per la nomina del rappresentante comune, per l’azione di responsabilità nei suoi confronti e

sull’approvazione delle delibere dell’assemblea generale che pregiudicano i diritti della categoria, ed il

rappresentante comune, il quale può anche impugnare, diversamente dai singoli azionisti di risparmio, le

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delibere dell’assemblea, in quanto chiamato a tutelare la categoria, oltre che avere accesso al libro dei soci

e a quello delle adunanze.

Le azioni a favore dei prestatori di lavoro

azioni a favore dei prestatori di lavoro

Le sono particolari azioni che permettono ai dipendenti della

società o di società controllate, laddove lo statuto lo preveda ed in presenza dell’approvazione

dell’assemblea ordinaria, l’acquisto della qualità di soci tramite l’ASSEGNAZIONE GRATUITA di azioni o

l’acquisto delle stesse a prezzo predeterminato, attraverso la limitazione o l’esclusione del diritto di

opzione degli altri soci. Tutto ciò è possibile SOLO e SOLAMENTE in presenza di UTILI DISTRIBUIBILI

regolarmente accertati e di riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato. piani di compensi

Possono essere previsti, inoltre, degli strumenti finanziari partecipativi o, addirittura, dei

basati su strumenti finanziari, i quali prevedono che amministratori e dirigenti siano retribuiti, in tutto o in

parte, tramite delle azioni (stock grant) o tramite l’attribuzione del diritto di acquisto di azioni di futura

emissione (stock options), con il rispetto, però, di alcuni obblighi di trasparenza a carico di società quotate

o con strumenti finanziari diffusi tra il pubblico: occorre l’approvazione dell’assemblea ordinaria ed i

contenuti del piano di compensi sono illustrati in una relazione messa a disposizione del pubblico almeno

15 giorni prima dell’assemblea, contenente informazioni precisate dalla Consob.

Le azioni di godimento

azioni di godimento

Le costituiscono una categoria di azioni speciali, rilasciate come RIMBORSO del solo

valore nominale delle azioni precedentemente detenute, a seguito di una riduzione reale del capitale

sociale. Dato che i possessori di azioni di godimento hanno già recuperato in pare il valore delle azioni,

ossia il loro valore nominale, essi partecipano alla ripartizione degli utili SOLO DOPO che sia stato

corrisposto alle altre azioni un dividendo pari all’interesse legale del valore nominale.

Le azioni di godimento, salva diversa disposizione dello statuto, non attribuiscono diritto di voto, e di

conseguenza nemmeno diritto di intervento in assemblea e di impugnazione delle delibere invalide.

Azioni e strumenti finanziari partecipativi

A partire dalla riforma del 2003, al fine di consentire l’acquisizione di apporti patrimoniali che non possono

formare oggetto di conferimento e che perciò non sono imputabili al capitale sociale, come nel caso di

prestazioni di opera o di servizi o come alternativa alle azioni a favore dei prestatori di lavoro, è possibile

STRUMENTI FINANZIARI PARTECIPATIVI,

per la società emettere del tutto distinti rispetto alle azioni

ordinarie o alle categorie speciali di azioni.

Chi possiede tali strumenti finanziari partecipativi NON è un azionista e possiede solo diritti patrimoniali o

anche amministrativi, con esclusione del diritto di voto nell’assemblea generale, salva la possibilità di

votare su argomenti specifici. I titolari di tali strumenti possono nominare un componente indipendente

del consiglio di amministrazione o di quello di sorveglianza oppure un sindaco.

Data l’applicazione, agli strumenti finanziari partecipativi che riconoscono al titolare il diritto al rimborso

del capitale, delle medesime norme dettate per le obbligazioni, anche in questo caso vi devono essere

un’assemblea dei titolari di tali strumenti ed un rappresentante comune. Viene lasciata ampia autonomia

29

allo statuto per quanto riguarda modalità e condizioni di emissione, diritti che gli strumenti conferiscono e

restante disciplina.

C) LA CIRCOLAZIONE DELLE AZIONI

I titoli azionari

titoli azionari,

I anche detti certificati azionari, sono documenti che rappresentano le quote di

partecipazione nelle società per azioni NON QUOTATE o comunque NON DIFFUSE TRA IL PUBBLICO IN

MANIERA RILEVANTE, trasferibili secondo la disciplina dei titoli di credito.

Lo statuto della società non quotata può prevedere la possibilità di NON emettere titoli azionari, rendendo

trasferibili le azioni tramite la SOLA cessione del contratto: in tal caso il trasferimento produce effetti dal

momento dell’iscrizione della cessione del libro dei soci.

I certificati azionari devono indicare:

Denominazione e sede della società;

• Data di stesura dell’atto costitutivo e data della sua iscrizione nel registro delle imprese, il quale

• dev’essere anch’esso indicato;

Valore nominale del titolo o, in caso di azioni prive di valore nominale, il numero delle azioni e

• l’ammontare del capitale sociale (lo abbiamo già detto in precedenza);

Versamenti parziali dei conferimenti per le azioni non liberate integralmente;

• Diritti ed obblighi del titolo;

• Eventuali limitazioni alla circolazione.

I titoli vanno firmati da un amministratore, anche tramite riproduzione meccanica, sebbene autenticata.

DEFINITIVI, PROVVISORI,

I certificati azionari possono essere con validità duratura nel tempo, o valevoli in

attesa del rilascio di quelli definitivi o per determinate operazioni.

SEMPLICI,

Gli stessi titoli azionari possono essere nel momento in cui rappresentano un’azione, o

MULTIPLI, se ne rappresentano più di una: nel caso di quelli multipli può essere chiesto il frazionamento,

mentre nel caso di quelli semplici è possibile il raggruppamento di titoli di taglio minore in titoli multipli.

Ai titoli azionari è collegato un “foglio cedole”: le CEDOLE sono dei tagliandi numerati progressivamente e

contrassegnati dal nome della società e consentono di esercitare i diritti collegati al titolo senza l’esibizione

dello stesso, semplicemente distaccando e consegnando alla società il tagliando. Le cedole sono autonomi

titoli di credito, al portatore, che possono circolare autonomamente.

Azioni e titoli di credito

Le azioni, nonostante le opinioni non concordi in dottrina e giurisprudenza, sono da considerarsi dei veri e

TITOLI DI CREDITO CAUSALI,

propri in quanto emessi in base ad un determinato rapporto causale e,

pertanto, soggetti alla disciplina generale dei titoli di credito.

I titoli azionari svolgono una duplice funzione: la FUNZIONE DI TRASFERIMENTO, in quanto chi acquista in

buona fede il possesso del certificato azionario non è soggetto a rivendicazione, neanche qualora lo abbia

acquistato da altro soggetto che lo ha rubato al reale proprietario, e la FUNZIONE DI LEGITTIMAZIONE, in

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forza della quale il possessore, nei rapporti interni con la società, non è tenuto a provare la proprietà del

titolo e la qualità di socio, dato che possiede il certificato azionario.

I titoli azionari, però, non attribuiscono al possessore un diritto LETTERALE, ossia determinato SOLO sulla

base di quanto è scritto nel documento, in quanto si può benissimo far riferimento a fonti regolamentari

soggette a pubblicità legale e accessibili all’acquirente del titolo, e non solo all’atto costitutivo e alle

delibere assembleari per provare la titolarità del diritto: si parla, in tal caso, di LETTERALITA’ INCOMPLETA

O PER RELATIONEM.

Se, però, per i titoli di credito vale la regola dell’ASTRATTEZZA DEL DIRITTO CARTOLARE O AUTONOMIA IN

SEDE DI EMISSIONE, in forza della quale al terzo portatore del titolo NON sono opponibile le eccezioni

personali fondate sul rapporto causale che ha dato luogo all’emissione, per i titoli azionari le cose vanno

diversamente, in quanto la tutela dell’acquirente delle azioni CEDE dinanzi alla salvaguardia dell’integrità

del capitale sociale. In base a quanto abbiamo appena detto, possiamo capire come la “società possa

opporre “erga omnes” eventuali vizi del procedimento di creazione delle azioni” e come “possa opporre al

terzo acquirente l’intervenuto annullamento del titolo azionario NON RISULTANTE DAL DOCUMENTO”; la

società, inoltre, può chiedere al terzo acquirente di integrare i conferimenti ancora dovuti, anche se dal

titolo non risulta che si tratti di azioni non del tutto liberate, così come può opporre le limitazioni alla

circolazione del titolo non risultanti dallo stesso. Al possessore del certificato azionario, però, NON si

possono opporre eccezioni basate sui rapporti personali col dante causa (ossia colui che ha

venduto/ceduto il titolo), almeno che non entri in gioco l’esigenza di tutelare l’integrità del capitale.

E’ per tutti questi motivi che le azioni sono ritenute titoli di credito causali.

Azioni nominative e azioni al portatore NOMINATIVE,

Le azioni, in base all’art.2354 comma 1 del codice, possono essere ossia recare il nome del

AL PORTATORE,

titolare, o mantenendo l’anonimato, A SCELTA DELL’AZIONISTA. Sebbene sia lo stesso

codice a prevedere tale disciplina, il r.d.1148/1941 pone tutt’oggi l’obbligo di “nominatività” dei titoli

azionari, venuto meno per le sole azioni di risparmio, a partire dal 1974, e per le SICAV (società

d’investimento a capitale variabile), nella sola ipotesi, però, in cui siano state interamente liberate.

Analizziamo, ora, la disciplina inerente la circolazione delle azioni.

La legge di circolazione delle azioni

Partiamo dalla circolazione delle azioni nominative, le quali devono indicare il nome del titolare, persona

fisica o giuridica, che deve risultare tanto dal titolo stesso quanto dal libro dei soci: si tratta della doppia

intestazione, il cui mutamento è necessario in caso di trasferimento, pertanto rendendo imprescindibile la

cooperazione della società emittente. TRANSFERT

Il trasferimento delle azioni nominative avviene attraverso due procedure diverse: il e la

GIRATA.

Il transfert prevede il contestuale cambiamento delle due intestazioni, tramite la doppia annotazione a

cura della società: può essere richiesto dall’ALIENANTE, ed in tal caso quest’ultimo è tenuto ad esibire il

titolo e a provare la propria identità, nonché la capacità d’agire/di disporre attraverso una certificazione di

un notaio; oppure può essere richiesto dall’ACQUIRENTE, il quale deve esibire il titolo e dimostrare il suo

31

diritto, mostrando l’atto con firma autenticata o l’atto pubblico di acquisto. Una volta svolte le suddette

verifiche, la società provvede ad annotare il nome del nuovo azionista sul titolo e nel libro dei soci e da

quel momento il titolare è legittimato all’esercizio dei diritti sociali: la necessità di intervento e di

accertamento della società ad ogni trasferimento rende tale procedura troppo complessa, ed è per tal

motivo che è maggiormente diffusa la circolazione tramite “girata”.

Il trasferimento per girata prevede che l’annotazione sul titolo e nel libro dei soci avvengano in due

momenti diversi, ad opera di soggetti differenti: dell’annotazione nel libro dei soci se ne occupa la società,

mentre è il proprietario del titolo (girante) ad effettuare la girata, sottoscrivendola e specificando la data

del trasferimento, il nome del giratario (ossia dell’acquirente) e facendola firmare anche da quest’ultimo

qualora si tratti di azione non liberata. La girata, poi, deve essere autenticata da un notaio, da un agente di

cambio, da una banca autorizzata o da una Sim, a garanzia dell’identità e della capacità di entrambi i

soggetti interessati.

La sola girata, però, non dovrebbe abilitare all’esercizio dei diritti sociali, essendo necessaria l’annotazione

nel registro dell’emittente: in realtà, la recente riforma del 2003 ha previsto che il giratario sia legittimato

ad esercitare tutti i diritti sociali, in quanto l’iscrizione nel libro dei soci non ha efficacia “legittimante”, ma

semplicemente “informativa”, potendo avvenire anche in un secondo momento solo per l’aggiornamento

del registro.

Ricordiamo che il trasferimento tramite girata era l’UNICO modo possibile per la circolazione documentale

delle azioni QUOTATE, prima della loro dematerializzazione.

Diverse sono le AZIONI AL PORTATORE, le quali circolano mediante la semplice consegna, in quanto NON

intestate ad alcuna persona: si tratta di TITOLI A LEGITTIMAZIONE REALE, dato che è sufficiente il semplice

possesso del titolo per poter esercitare tutti i diritti sociali.

Segue: le azioni dematerializzate

Abbiamo visto come la circolazione delle azioni si fondi, in definitiva, sul trasferimento dei titoli, per cui è

prevista una diversa disciplina in caso di nominatività degli stessi o meno. Il rischio di smarrimento o furto

dello stesso, nonché le procedure complesse di duplice annotazione per i titoli nominativi, hanno spinto

alla semplificazione e alla maggior sicurezza del mercato tramite la previsione che le azioni debbano

circolare attraverso semplici REGISTRAZIONI CONTABILI, del tutto svincolate dal trasferimento materiale

ACCENTRATA DI STRUMENTI FINANZIARI”.

del documento, il che avviene tramite la “GESTIONE

Tale sistema, voluto dagli operatori di borsa nel 1978 e poi disciplinato dal legislatore, è gestito da apposite

società per azioni a statuto speciale (società di gestione accentrata), che operano sotto la vigilanza della

Consob e della Banca d’Italia, anche se al momento l’unico sistema operante nel nostro Paese è quello

gestito dalla Monte Titoli S.p.A. (furono gli operatori di borsa a fondarla nel ’78). Ad ammettere alla

gestione accentrata le “categorie di soggetti” e gli “strumenti finanziari” sono la Banca d’Italia e la Consob

con proprio regolamento ed è prevista una differenziazione del sistema a seconda che si tratti di titoli

DEMATERIALIZZATI o NON DEMATERIALIZZATI.

Anzitutto, in forza del D.lgs.213/1998, i “titoli negoziati in mercati regolamentati e quelli NON negoziati,

ma diffusi fra il pubblico in misura rilevante” sono soggetti a DEMATERIALIZZAZIONE OBBLIGATORIA,

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mentre per titoli diversi la dematerializzazione può essere contemplata nello statuto (dematerializzazione

volontaria).

Per le azioni ancora oggi rappresentate da titoli documentali, invece, sopravvive la disciplina degli artt.85-

89 Tuf, introdotta dalla legge 289/1986.

Quindi, in sostanza, abbiamo due sistemi di gestione accentrata: dematerializzata e non dematerializzata.

Il sistema di “gestione accentrata non dematerializzata” si basa sul deposito dei titoli azionari documentali

presso una società di gestione (Monte S.p.A.), ma non direttamente, bensì attraverso un contratto di

“deposito di titoli in amministrazione”, con il quale i titoli vengono depositati dall’azionista presso un

“intermediario”, il quale a sua volta deve provvedere a sub-depositarli presso la società di gestione: quindi

il tutto avviene tramite gli intermediari. Dal momento del deposito, la circolazione dei titoli depositati

avviene tramite semplici scritture contabili, di fatto equiparando il trasferimento materiale del titolo

all’accredito contabile. L’esercizio dei diritti sociali, ovviamente, compete sempre al titolare del titolo: nel

caso di diritti amministrativi, la legittimazione ad esercitarli è attribuita in forza di apposite certificazioni,

rilasciate dagli intermediari e contenenti i diritti esercitabili; per la partecipazione all’assemblea, invece, è

sufficiente una comunicazione alla società da parte dell’intermediario. Quindi, per la gestione accentrata di

strumenti finanziari rappresentati da titoli si parla di “dematerializzazione della circolazione”, in quanto è il

SOLO trasferimento ad avvenire tramite scritture contabili, mentre non si ha la “dematerializzazione

totale”, dato che i tioli documentali esistono e sono depositati presso la società di gestione, a cui l’azionista

può chiedere, in qualsiasi momento, la restituzione.

A partire dal D.lgs.213/1998, invece, la dematerializzazione totale si è avuta per le azioni negoziate nei

mercati regolamentati italiani o diffuse tra il pubblico in modo rilevante, le quali non possono essere più

rappresentate da titoli (la dematerializzazione è obbligatoria) , mentre per quelle non quotate e non

diffuse in modo rilevante è l’emittente ad optare o meno per la dematerializzazione (volontaria).

In questo caso è la società emittente a rivolgersi alla società di gestione, comunicando l’ammontare totale

dell’emissione, il frazionamento e gli intermediari ai quali accreditare le azioni emesse: la società provvede

ad aprire un conto per ogni emittente, suddiviso in sottoconti per ciascuna emissione, ed un conto per ogni

intermediario. L’intermediario, a sua volta, registra in conti distinti per ogni titolare le azioni di pertinenza

degli stessi. I trasferimenti di azioni avvengono SOLO tramite gli intermediari abilitati, su richiesta dei

titolari delle azioni, con comunicazione alla società di gestione che provvede alla registrazione del

movimento. Colui che ottiene la registrazione, in base a titolo idoneo e in buona fede, è TITOLARE

dell’azione e può esercitare i diritti amministrativi sulla base di una certificazione rilasciata

dall’intermediario, a cui può tra l’altro conferire mandato per l’esercizio degli stessi. La partecipazione

all’assemblea è sempre assicurata tramite comunicazione dell’intermediario alla società e l’esercizio dei

diritti patrimoniali spetta all’intermediario stesso. Sulla base di comunicazioni e certificazioni, la società

emittente provvede all’aggiornamento del libro dei soci.

I vincoli sulle azioni

Le azioni possono formare oggetto di vincoli quali l’usufrutto e il pegno, così come di misure cautelari ed

esecutive quali il sequestro giudiziario, quello conservativo ed il pignoramento.

33

Per le azioni nominative, ovviamente, la costituzione in usufrutto o in pegno ha effetto verso terzi e verso

la società SOLO con l’annotazione del vincolo tanto sul titolo quanto nel libro dei soci. La costituzione in

pegno può avvenire anche consegnando il titolo, tramite la “girata in garanzia”, anche se è sempre

necessaria l’annotazione nel libro dei soci per la produzione degli effetti. Anche per ciò che concerne

pignoramenti e sequestri occorre l’annotazione sul titolo.

Per le azioni gravate da vincoli immesse nel sistema di gestione accentrata e per i vincoli reali o giudiziari

sulle azioni già immesse nel sistema, nonché per quelle dematerializzate è dettata un’apposita disciplina

sostitutiva dell’annotazione sul titolo.

Per quanto riguarda i diritti sociali relativi ad azioni gravate da vincoli, la riforma del 2003 ha innanzitutto

previsto che il “diritto di voto” competa al creditore pignoratizio o all’usufruttuario o al custode in caso di

sequestro di azioni: tale diritto dev’essere esercitato senza ledere gli interessi del socio, consultandolo in

caso di delibere di rilevante importanza, altrimenti si va incontro al risarcimento del danno. Gli altri diritti

amministrativi spettano disgiuntamente a socio e all’usufruttuario/creditore pignoratizio, mentre in caso di

sequestro competono tutti al custode.

Il diritto di opzione, invece, spetta SOLO al socio, così come le nuove azioni sottoscritte vengono

considerate “LIBERE DA VINCOLI”, appartenendo allo stesso e non direttamente all’usufruttuario o al

creditore pignoratizio. Se il socio, però, non provvede entro 3 giorni dalla scadenza al versamento delle

somme necessarie per l’esercizio di tale diritto, esso viene alienato agli altri soci o comunque tramite una

banca o altro intermediario ed il ricavato della vendita è soggetto comunque all’usufrutto o al pegno,

diversamente dalle nuove azioni sottoscritte a cui non si estendono tali vincoli.

Gli utili distribuiti dalla società, infine, spettano al titolare del diritto frazionario ed alle azioni di nuova

emissione per aumento del capitale si estendono i vincoli di usufrutto, pegno e sequestro.

Nel caso in cui il socio debba ancora versare somme per azioni non liberate, qualora gravi un pegno sulle

stesse, è il suddetto a dover provvedere al versamento o all’alternativa alienazione delle azioni, sul cui

ricavato si trasferisce il pegno. Nell’ipotesi di usufrutto, invece, è l’usufruttuario a provvedere al

versamento, il quale ha diritto alla restituzione della somma al termine del suo diritto.

I limiti alla circolazione delle azioni

In tema di circolazione delle azioni vige la regola generale secondo cui “le azioni sono liberamente

LEGALI,

trasferibili”. La libera trasferibilità, però, incontra limiti o esclusioni tanto ossia stabilite dal

CONVENZIONALI,

legislatore, quanto laddove pattuite dai soci.

Tra i limiti legali ritroviamo:

L’impossibilità di alienare le azioni prima del controllo di valutazione nel caso di azioni liberate con

• conferimenti diversi dal denaro;

L’impossibilità di alienare le azioni con prestazioni accessorie e le azioni di società fiduciarie e di

• revisione SENZA il consenso del consiglio di amministrazione;

Limiti riguardanti partecipazioni di controllo o rilevanti.

Tra i limiti convenzionali, invece, dobbiamo attuare una distinzione tra quelli stabiliti dall’atto costitutivo,

LIMITI STATUTARI, PATTI PARASOCIALI.

definiti come e quelli non contenuti nello stesso atto, chiamati

34

I limiti scaturenti da patti parasociali vengono definiti “sindacati di blocco”, in quanto evitano che un

soggetto non gradito ai soci entri a far parte della compagine sociale: in caso di violazione di tale patto,

avendo esso effetto solo tra i soci contraenti, la vendita di azioni è del tutto valida, salvo il risarcimento

dovuto dal socio inottemperante.

Diversamente dai patti parasociali, i limiti statutari, ossia quelli contemplati nell’atto costitutivo, godono di

efficacia reale, in quanto opponibili a terzi e validi per i futuri soci. Può trattarsi di clausole statutarie che

ESCLUDONO del tutto la circolazione delle azioni, per un massimo di 5 anni, o di clausole che la limitano,

per cui è lasciata ampia libertà ai soci nella formulazione delle stesse all’interno dell’atto costitutivo,

sebbene le più importanti siano le clausole di prelazione, quelle di gradimento e quelle di riscatto.

clausola di prelazione

La impone al socio, che intende alienare le proprie azioni, l’obbligo di offrirle

preventivamente agli altri soci, preferendoli così a terzi a parità di condizioni. Tale clausola può addirittura

contemplare i criteri per determinare il prezzo di acquisto o la possibilità di rivolgersi ad un arbitratore in

caso di disaccordo (prelazione impropria). L’azionista che intende vendere le proprie azioni, di

conseguenza, deve formulare una proposta d’acquisto indirizzata ai soci beneficiari ed in caso di

inottemperanza a tale obbligo, avendo le clausole statutarie efficacia reale, il trasferimento a terzi è

inefficace, dando luogo al legittimo rifiuto della società di iscrivere il terzo nel libro dei soci ed al diritto di

riscatto delle relative azioni.

clausole di gradimento

Le possono essere di due tipi: clausole con le quali vengono richiesti, all’acquirente

di azioni, determinati requisiti e clausole che subordinano il trasferimento al “placet”, ossia

all’approvazione, da parte di un organo sociale. Le clausole di godimento del secondo tipo, definite come di

“mero godimento”, sono state molto criticate in passato, sino a che il legislatore non ha deciso per la loro

inefficacia nel 1985 e per l’assoggettamento a determinate condizioni nel 2003. L’attuale disciplina

legislativa, infatti, prevede che tali clausole possano essere contemplate nell’atto costitutivo SOLO

nell’ipotesi in cui sia possibile, in caso di rifiuto del placet da parte dell’organo sociale, il recesso

dell’alienante o l’acquisto a carico della società o degli altri soci.

clausole di riscatto,

Le infine, permettono alla società o agli altri soci, nel momento in cui si verificano

determinati eventi quali la morte dell’azionista o la mancata esecuzione delle sue prestazioni accessorie, di

riscattare le azioni, pagando un valore di rimborso incline alle disposizioni in tema di recesso dell’azionista.

Diversamente dal passato, quando era prevista l’unanimità per l’introduzione o la rimozione delle clausole

limitative, oggi è necessaria una delibera dell’assemblea straordinaria, fatto salvo il diritto di recesso dei

soci non d’accordo con tale scelta.

D) LE OPERAZIONI DELLA SOCIETA’ SULLE PROPRIE AZIONI

La sottoscrizione

Le operazioni delle società sulle proprie azioni, ossia le operazioni di sottoscrizione, acquisto di azioni

proprie ed altre operazioni sulle stesse, possono comportare una serie di problemi e rischi inerenti la

consistenza del capitale reale rispetto a quello sociale, oltre ad essere pericolose per il mercato dei titoli,

potendo dar luogo ad operazioni speculative. 35

E’ per questi motivi che il legislatore ha sempre guardato con sfavore a tali operazioni, modificando la

disciplina più volte, da ultimo con la riforma del 2003.

La società, anzitutto, NON PUO’ sottoscrivere le proprie azioni, né in sede di costituzione, né tanto meno

nel caso di aumento del capitale sociale; non si può dar luogo né ad una sottoscrizione diretta, compiuta in

nome della società, né ad una sottoscrizione indiretta, compiuta da terzi in nome proprio ma per conto

della società. In tutte queste ipotesi, infatti, la società si ritroverebbe ad essere creditrice di se stessa,

creando un incremento del capitale sociale nominale senza un aumento del capitale reale, originando

incertezze sulla consistenza del patrimonio sociale.

Qualora un’operazione di auto-sottoscrizione venga ugualmente posta in essere, essa è comunque valida:

le azioni si intendono sottoscritte da chi ha violato il divieto, quindi in caso di sottoscrizione diretta dai

promotori o dai soci fondatori, se avvenuta in sede di costituzione della società, o dagli amministratori, se

avvenuta in sede di aumento del capitale sociale, salva la possibilità di dimostrare di essere esenti da colpa,

mentre in caso di sottoscrizione indiretta le azioni si considerano sottoscritte dal terzo che ha agito, senza

alcuna possibilità di rifarsi sulla società. Tutti questi soggetti, quindi, sono tenuti a versare i conferimenti,

essendo titolari di azioni ancora non liberate. Tra l’altro, nel caso di sottoscrizione da parte di terzi, i

promotori/soci fondatori o gli amministratori, pur non essendo titolari delle azioni, sono comunque,

qualora non dimostrino l’esenzione da colpa, solidalmente responsabili con i terzi per il debito di

conferimento, in quanto ritenuti complici nella violazione del divieto.

La SOLA PARZIALE deroga alla regola generale d’impossibilità di sottoscrizione delle proprie azioni da parte

della società si ha nel momento in cui viene esercitato il diritto di opzione sulle azioni proprie detenute

dalla società.

L’acquisto di azioni proprie

Anche attraverso l’acquisto di azioni proprie da parte della società, come nel caso di sottoscrizione delle

stesse, si corrono dei pericoli inerenti, soprattutto, la riduzione del capitale reale con mancata variazione

del capitale sociale nominale, situazione che si determina nel momento in cui la società utilizza somme

eccedenti gli utili.

Tuttavia, l’acquisto di azioni proprie, qualora siano quotate in borsa, può essere utile al fine di stabilizzare

le quotazioni ed evitare manovre speculative, così come può tornare utile come forma di investimento

delle eccedenze disponibili.

L’acquisto di azioni proprie, quindi, non è vietato in modo assoluto, se non nel caso delle SICAV, ma è

sottoposto a determinate condizioni fissate dall’art.2357 c.c., modificato di recente nel 2008 e nel 2009.

Ecco le condizioni per tali acquisti:

Le azioni proprie devono essere acquistate con somme relative agli utili distribuibili e alle riserve

• disponibili, così come risultanti dal bilancio, in quanto in caso di somme eccedenti tali utili e riserve

si avrebbe riduzione del capitale reale, toccando il patrimonio netto corrispondente al capitale

sociale e violando il vincolo di indisponibilità dello stesso;

Le azioni acquistate devono essere interamente liberate, per evitare che la società diventi creditrice

• di se stessa per i conferimenti ancora dovuti; 36

Occorre, per l’acquisto, l’autorizzazione dell’assemblea ordinaria, fatta salva la discrezionalità degli

• amministratori. L’assemblea, tuttavia, è chiamata a fissare:

Numero di azioni acquistabili;

o Durata non superiore a 18 mesi;

o Corrispettivo minimo e massimo.

o

Le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio non possono acquistare azioni con

• valore nominale eccedente la quinta parte del capitale sociale, tenendo conto anche delle azioni

possedute da società controllate;

Le sole società con azioni quotate in borsa, infine, possono acquistare azioni proprie secondo le

• modalità stabilite dalla Consob, al fine di trattare in maniera eguale gli azionisti.

Ma a quali sanzioni vanno incontro le società che, nell’acquisto di azioni proprie, non rispettano tali

condizioni?

Anzitutto, gli acquisti restano validi, sebbene gli amministratori vadano incontro a sanzioni penali. Tali

azioni, però, vanno alienate entro un anno dal loro acquisto, altrimenti devono essere annullate,

procedendo alla riduzione del capitale sociale, ad opera dell’assemblea o d’ufficio da parte del tribunale,

dietro richiesta di amministratori e sindaci.

Alla medesima disciplina, poi, sono soggetti gli acquisti effettuati tramite società fiduciarie o per interposta

persona: la società, per eludere le condizioni citate, non deve avvalersi di terzi.

Sono previste, tuttavia, delle deroghe alle condizioni poste dalla legge per l’acquisto di azioni proprie, dei

“casi speciali” (come li definisce l’autore Campobasso): se l’acquisto di azioni proprie avviene, dopo una

delibera assembleare, al fine di dar luogo alla riduzione del capitale sociale, ossia acquistandole e poi

annullandole, va rispettato la sola condizione inerente le modalità di acquisto per le società quotate,

mentre le altre condizioni non valgono.

Se, altro caso speciale, le azioni speciali vengono acquistate per rimborsare un socio recedente, laddove sia

stato impossibile vendere le azioni ad altri soci o a terzi, va rispettata la sola condizione inerente l’impiego

di utili e riserve disponibili.

In caso di azioni acquistate a titolo gratuito, comunque interamente liberate, così come in caso di acquisto

di azioni proprie per effetto di fusione, scissione o successione universale, così come nell’ipotesi di acquisto

per esecuzione forzata al fine di soddisfare un credito della società, le condizioni di cui abbiamo parlato

NON si applicano, salvo quella inerente il limite della quinta parte del capitale sociale (che vale, però, per

tutte le S.p.A. e non solo per quelle quotate), ed il termine per l’alienazione passa da un anno a 3 anni.

I diritti sociali derivanti da azioni proprie si ritengono “sterilizzati”: i diritti amministrativi sono sospesi,

sebbene tali azioni siano computate nel capitale ai fini del quorum costitutivo e deliberativo dell’assemblea

(onde evitare che si rafforzi la posizione del gruppo di comando abbassando il quorum). Il diritto agli utili

spetta alle altre azioni proporzionalmente, al pari del diritto di opzione, sebbene la riforma del 2003 abbia

previsto la possibilità, dell’assemblea, di autorizzare l’esercizio di tale diritto per l’acquisto di azioni

proprie, liberandole subito ed interamente ed impiegando utili e riserve disponibili.

37

Gli amministratori non possono disporre delle azioni se non autorizzati dall’assemblea alla rivendita,

autorizzazione che può essere contestuale a quella inerente l’acquisto, dando luogo ad operazioni di

“compera e vendita” (trading di azioni proprie) da parte degli amministratori.

Altre operazioni

Tra le ALTRE operazioni sulle proprie azioni rientrano:

L’assistenza finanziaria per l’acquisto o la sottoscrizione di azioni proprie: in tal caso, a finanziare

• l’acquisto di azioni della società, tramite prestiti o altre forme di garanzia, da parte di terzi o di soci

è la stessa società (è la società che mette i soldi o fa da garante per ottenere tale denaro), quindi è

come se la società stessa acquistando azioni proprie. SOLO l’assemblea straordinaria può

autorizzare una tale operazione, decidendo in base alla relazione presentata dagli amministratori,

inerente la necessità di porre in essere un’operazione del genere: il verbale dell’assemblea, qualora

autorizzi tale movimento, va pubblicato entro 30 giorni nel registro delle imprese. Tuttavia, vanno

sempre utilizzati utili e riserve disponibili per tale operazione, senza toccare il capitale sociale. La

società può anche finanziare l’acquisto di azioni proprie che già possiede, fungendo da venditore e

finanziatore (garante), sempre vendendo ad un GIUSTO PREZZO, ricavato per le azioni non quotate

dai criteri di valutazione delle azioni in caso di recesso e per le azioni quotate dal prezzo medio

ponderato di quotazione nei 6 mesi precedenti.

L’accettazione di azioni proprie in garanzia: essa è del tutto vietata, in maniera assoluta, in quanto

• la società si troverebbe ad erogare finanziamenti ai soci ricevendo, in caso di inadempimento degli

stessi, le proprie azioni.

In entrambi i casi, la violazione della disciplina legislativa comporta la nullità delle operazioni, salvo il caso

di mancanza della delibera assembleare, in quanto in tale ipotesi l’operazione è solo inefficace ma non

nulla, potendo intervenire la deliberazione in un secondo momento.

Tali divieti subiscono una deroga nel momento in cui l’assistenza finanziaria e l’accettazione di azioni in

garanzia sono effettuate per favorire l’acquisto di azioni da parte di dipendenti della società o di società

controllate o controllanti, purché il tutto avvenga nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve disponibili.

CAPITOLO SESTO – LE PARTECIPAZIONI RILEVANTI

L’informazione sulle partecipazioni rilevanti

Partiamo col dire che per “partecipazioni rilevanti” si intendono tutte quelle partecipazioni di azionisti in

grado, in forza dell’effettiva consistenza del proprio pacchetto azionario, di cui dispongono direttamente o

indirettamente, di influenzare le scelte della società di cui fanno parte. Occorre, però, individuare tali

azionisti, in quanto la semplice iscrizione nel libro dei soci, la quale avviene soltanto nell’ipotesi di esercizio

dei diritti sociali, così come la nominatività dei titoli, non identificano il reale possessore delle azioni, ma il

loro intestatario formale.

E’ per questo motivo, proprio al fine di garantire una maggiore trasparenza, specie nelle società quotate ed

in quelle che operano in settori di particolare rilievo economico e sociale, che a partire dalla L.216/1974 il

nostro legislatore ha introdotto una disciplina volta a far chiarezza sui possessi azionari RILEVANTI.

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L’art.120 del Tuf prevede, anzitutto, che “le persone fisiche/giuridiche e gli enti che partecipano, tanto

direttamente quanto indirettamente, in una società con azioni quotate in mercati regolamentati italiani o

dell’UE in misura superiore al 2% del capitale”, così come “le società quotate che partecipano in altre

società NON quotate o a responsabilità limitata, in misura superiore al 10% del capitale” hanno l’obbligo di

darne COMUNICAZIONE alla società partecipata ed alla Consob.

Anche le VARIAZIONI delle partecipazioni rilevanti devono essere comunicate, secondo la disciplina dettata

dalla Consob. Qualora si tratti di variazioni di partecipazioni IN società quotate, si applica il sistema delle

SOGLIE FISSE: va data comunicazione alla Consob ed alla società partecipata nel momento in cui si

partecipa ad una società quotata in misura pari al 5% e per i successivi multipli di 5 fino al 50% e poi,

ancora, al raggiungimento del 66,6, 75, 90 e 95%, nonché quando la partecipazione scende sotto tali

percentuali o, addirittura, sotto il 2%. L’obbligo di comunicazione riguarda anche i titolari di strumenti

finanziari partecipativi emessi da società quotate, qualora tali soggetti abbiano, da soli, il diritto di

nominare un componente dell’organo di amministrazione o controllo o quando la loro partecipazione

supera o scende al di sotto della soglia del 10, 25, 50 e 75 per cento degli strumenti di una determinata

categoria.

Nel momento in cui una società quotata possiede delle partecipazioni in società non quotate, le

comunicazioni alla Consob, di carattere periodico, devono riguardare solo e solamente le partecipazioni

superiori al 10% alla chiusura del primo semestre di esercizio o alla chiusura dell’esercizio sociale, mentre

le comunicazioni alla società partecipata devono riguardare solo l’acquisto o la riduzione della

partecipazione al di sopra o al di sotto della soglia del 10%.

Ma qual è lo scopo dell’obbligo di comunicazione?

Lo abbiamo già detto, lo scopo è quello di rendere note le REALI posizioni di potere in assemblea ed infatti

si tiene conto, nel calcolo delle percentuali che abbiamo citato, solo del capitale rappresentato da quote o

azioni che, direttamente o indirettamente, attribuiscono il DIRITTO DI VOTO: non si tiene conto, dunque,

della azioni di risparmio, per esempio, così come, al contrario, si prendono in considerazioni le azioni in

riferimento alle quali un soggetto, pur non essendone titolare, detiene il diritto di voto. Vanno computate

anche le partecipazioni potenziali, ossia quelle emesse e che possono formare oggetto di acquisto, per

esempio in base al diritto d’opzione.

E’ la Consob, ovviamente, a stabilire termini, modalità e contenuto delle comunicazioni, in mancanza delle

quali, oltre ad andare incontro a delle sanzioni pecuniarie, comminate tanto in caso di partecipazioni in

società quotate quanto nell’ipotesi di partecipazione in società non quotate, il socio di una società quotata

perde anche il diritto di voto, che rimane sospeso, ovviamente SOLO per le partecipazioni eccedenti il 2%

(quelle per cui è prevista la comunicazione). La società può consentire ugualmente a quest’ultimo di

votare, ma qualora il suo voto risulti determinante per raggiungere la maggioranza, la deliberazione

diventa impugnabile anche da parte della Consob, nel termine di 180 giorni dalla stessa o dall’iscrizione nel

registro delle imprese, in forza del fatto che in casi del genere entra in gioco l’interesse pubblico e generale

alla trasparenza dei possessi azionari rilevanti.

E’ esonerato dall’obbligo di comunicazione il Ministero dell’economia per le partecipazioni detenute

tramite società controllate, in quanto i relativi obblighi gravano sulle stesse; allo stesso modo l’obbligo non

sussiste per operazioni in cui acquisto e cessione di partecipazioni rilevanti hanno solo fini speculativi,

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finanziari o per il corretto funzionamento dei mercati regolamentati. L’esenzione può essere concessa

anche dalla Consob, su richiesta di società italiane con azioni quotate in mercati regolamentati di altri Paesi

UE, qualora si applichi già la disciplina di tali Stati.

Una disciplina simile a quella inerente l’obbligo di comunicazione dettata per le società quotate vale anche

per le società NON quotate che operano in settori di particolare interesse economico e sociale: le società

bancarie, quelle d’intermediazione mobiliare, le società di gestione del risparmio e quelle di investimento a

capitale variabile, nonché per le società di assicurazione. In questi casi la comunicazione, oltre che alle

società partecipate, va inoltrata anche alla Banca d’Italia, alla Consob e all’Isvap (Istituto per la vigilanza

sulle assicurazioni private), tutti organi che possono impugnare le deliberazioni assembleari nei casi in cui il

voto dell’obbligato sia stato determinante per il raggiungimento della maggioranza.

Per le società NON quotate e che non operano nei settori di particolare interesse economico e sociale è

previsto l’obbligo di rendere pubblico annualmente, entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e

mediante iscrizione nel registro delle imprese, l’elenco di tutti i soci e di coloro che, indirettamente,

possiedono delle partecipazioni, con il relativo numero di azioni possedute e le annotazioni nel libro dei

soci effettuate a partire dall’approvazione del bilancio precedente.

L’acquisto di partecipazioni rilevanti in società quotate

Per l’acquisto di partecipazioni di controllo in società quotate vano rispettate determinate regole fissate a

partire dalla L.149/1992 ed oggi contenute negli articoli dal 101-bis al 112 del Tuf.

Precedentemente al 1992, invece, la situazione era totalmente diversa e c’era una minor trasparenza per

operazioni di questo tipo: chi intendeva acquistare partecipazioni di controllo poteva benissimo accordarsi

col gruppo di comando di una società, senza passare dalla borsa, pagando le azioni ad un prezzo maggiore

rispetto a quello di mercato; in caso di opposizione da parte del gruppo di comando, non disposto a cedere

le proprie azioni ma privo della maggioranza delle stesse, si potevano avere due ipotesi differenti:

La cosiddetta “scalata ostile”, tramite la quale l’interessato acquistava in borsa un numero elevato

• di azioni nel tempo, celandosi dietro all’anonimato fino al raggiungimento dell’obiettivo;

Un’uscita immediata allo scoperto tramite l’assalto della società “bersaglio”: l’interessato lanciava

• un’OPA (Offerta di Pubblico Acquisto) delle azioni di tutti i soci, il che poteva dar luogo ad un’opa

concorrente da parte del gruppo di comando, all’acquisto di azioni proprie sul mercato, all’aumento

del capitale sociale, il tutto volto a scoraggiare il soggetto e a rimanere al comando. Si proseguiva,

in tal caso, in una vera e propria battaglia, il più delle volte “senza esclusione di colpi” e più o meno

vantaggiosa per gli azionisti investitori, ma comunque alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti.

La situazione è cambiata del tutto con l’emanazione della L.149/1992, la quale da un lato ha voluto porre in

TUTELA DELLA MINORANZA,

essere una vera e propria garantendo la massima trasparenza nel passaggio

di proprietà di partecipazioni di controllo in società quotate e permettendo a tutti gli azionisti di

partecipare al premio di maggioranza che l’operazione può comportare, mentre da un altro punto di vista

DEL CONTROLLO”,

ha dovuto assicurare la cosiddetta “CONTENDIBILITA’ ossia la possibilità di chi,

sentendosi capace di incrementare il valore di una società in maggior misura rispetto all’attuale gruppo di

comando, intenda prendere il controllo della società stessa, senza incontrare ostacoli insormontabili, dato

che la migliore gestione delle società per azioni quotate è interesse di tutti, non solo dei soci, ma dell’intera

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economia, in quanto non permette ai gruppi già al comando una gestione poco efficace con conseguente

deprezzamento delle azioni.

E’ per tal motivo che la legge 149 ha previsto che l’UNICA procedura per l’acquisto di partecipazioni di

controllo in società quotate sia quella dell’offerta pubblica di acquisto (OPA), resa in determinati casi

addirittura OBBLIGATORIA, la quale deve comunque svolgersi nel rispetto di determinate regole

inderogabili fissate dalla legge, a tutela tanto del mercato di borsa quanto dei destinatari dell’offerta.

La disciplina dell’opa, tuttavia, è mutata svariate volte dal 1992 sino ad oggi (nel 1998, nel 2004, nel

2008/2009 in seguito alla crisi globale), talune volte assumendo un carattere liberistico, volto a garantire

una MINOR difesa dall’attacco di possibili opa, altre volte assumendo un carattere più protezionistico,

permettendo ai gruppi di comando delle società bersaglio di difendersi più adeguatamente, forse anche

troppo.

Partiamo, anzitutto, dai casi in cui l’opa è obbligatoria per legge: inizialmente erano cinque (tre preventivi e

due successivi), mentre dopo il 1998 diventarono solo due (opa successiva e opa residuale), per poi

SUCCESSIVA

rimanerne uno solo dopo l’attuazione della XIII direttiva CE, ossia quello dell’OPA

TOTALITARIA di cui all’art.106 Tuf.

Può lanciare l’opa successiva totalitaria chiunque detenga, grazie all’acquisto di azioni, direttamente o

indirettamente, una partecipazione superiore al 30% dei titoli che attribuiscono diritto di voto nelle

assemblee ordinarie e straordinarie riguardanti la nomina o la revoca degli amministratori o del consiglio di

sorveglianza: in sostanza, si tratta di un numero di titoli (il 30%) il cui possesso permette di influenzare la

gestione della società. Non contano, dunque, le azioni “che non sono titoli”, come quelle di risparmio,

prive di diritto di voto. L’offerta pubblica di acquisto va fatta entro 20 giorni dal superamento della soglia

del 30% e riguarda la totalità dei titoli quotati ancora disponibili in circolazione, quelli residui. L’offerente

deve pagare, tra l’altro, un PREZZO MINIMO pari al prezzo più elevato pagato nei dodici mesi anteriori

all’opa per l’acquisto di titoli della medesima categoria, mentre se non ha acquistato titoli del genere il

prezzo minimo è quello medio ponderato di mercato degli ultimi 12 mesi. La Consob ha il potere di alzare o

abbassare il prezzo minimo in particolari circostanze previste dalla legge.

Il corrispettivo dell’opa può essere costituito, in tutto o in parte, anche da titoli (offerte pubbliche di

scambio o miste). Se l’acquisto di azioni non supera il 30% dei titoli non è obbligatoria alcuna offerta

pubblica di acquisto per i titoli rimanenti. Tuttavia, l’obbligo sussiste anche nel caso in cui questo famoso

30% sia detenuto da soggetti che agiscono IN CONCERTO tra loro, per tali intendendosi quelli che

cooperano sulla base di un accordo, al fine di ottenere il controllo di una società, o coloro legati da rapporti

individuati dalla legge, come nel caso di un “patto parasociale” (sindacati di voto, di blocco ecc.), o di

soggetti controllanti o controllati di altre società, o nell’ipotesi di persone che controllano in comune una

società o di soggetti amministratori, direttori generali e componenti del consiglio di gestione. Anche qui la

Consob può prevedere dei casi in cui l’azione concertata è presunta o in cui è del tutto esclusa. Tutti questi

soggetti sono comunque obbligati in solido a lanciare l’opa totalitaria.

Vi sono delle ipotesi, poi, in cui è la Consob a definire se l’obbligo di lanciare l’opa totalitaria sussiste o

meno, come nel caso di acquisto indiretto di una partecipazione superiore al 30% in una società quotata,

indiretto perché è stato acquisito il controllo di un’altra società NON quotata, il cui patrimonio è costituito

da titoli emessi da quella quotata; o come nel caso di “opa da consolidamento”, la quale si verifica nel

41

momento in cui un soggetto detiene già più del 30% dei titoli ma senza detenere la maggioranza dei voti

nell’assemblea.

Se un soggetto non vuole sostenere il peso, comunque consistente, di un’opa totalitaria, può optare per

un’OPA VOLONTARIA PREVENTIVA volta ad acquisire una partecipazione superiore al 30%, la quale può

essere TOTALE o PARZIALE. L’opa preventiva totale riguarda tutti i titoli della società bersaglio e non

incontra alcuna condizione, tant’è che l’offerente può liberamente fissare il prezzo di acquisto. L’unico

limite, semmai, è costituito dal fatto che qualora l’offerta preveda un corrispettivo in titoli, l’offerente è

tenuto a proporre in scambio titoli quotati o pagamento in contanti. Diversa è l’ipotesi di “opa preventiva

parziale”, la quale deve avere ad oggetto almeno il 60% dei titoli di ciascuna categoria.

L’opa volontaria preventiva, tuttavia, deve essere autorizzata dagli azionisti di minoranza della società

bersaglio, oltre che dalla Consob, tra l’altro nella sola ipotesi in cui l’offerente non abbia, nell’anno

precedente, acquistato partecipazioni nella società bersaglio superiori all’1%. L’offerente è comunque

tenuto a lanciare l’opa successiva totalitaria se nell’anno successivo alla chiusura dell’opa preventiva

acquista altre partecipazioni in misura superiore all’1% o se l’assemblea delibera una fusione o una

scissione.

E’ esonerato dall’obbligo di opa successiva totalitaria chiunque acquisti il 30% dei titoli in seguito ad un’opa

di acquisto o di scambio rivolta a tutti i possessori di titoli per la totalità dei titoli in loro possesso. Le altre

esenzioni vengono disciplinate dalla Consob, la quale può esonerare dall’obbligo un soggetto, anche nel

caso di superamento del 30%, perché non ne ricorrono i presupposti o perché risultano neutri ai fini della

tutela degli azionisti di minoranza, ossia nelle ipotesi di acquisti a titolo gratuito, presenza di soci che

detengono il controllo di diritto della società, anche congiuntamente, operazioni dirette al salvataggio di

imprese in crisi, trasferimento di partecipazioni tra società dello stesso gruppo, cause indipendenti dalla

volontà dell’acquirente (ipotesi dell’esercizio del diritto di opzione), operazioni di carattere temporaneo,

fusioni e scissioni per esigenze industriali.

Vi sono poi due casi di OBBLIGO DI ACQUISTO RESIDUALE (inerente l’acquisto dei titoli ancora in

circolazione), per cui l’opa non è necessaria:

L’offerente, a seguito di opa successiva totalitaria, detiene almeno il 95% del capitale rappresentato

• in titoli della società bersaglio, ed è in tal caso obbligato ad acquistare i restanti titoli da chiunque

ne faccia richiesta, cosicché i soci di minoranza possano cedere le proprie azioni data la

maggioranza schiacciante dell’altro socio;

Il soggetto detiene il 90% del capitale rappresentato in titoli quotati ed ha l’obbligo di acquistare i

• restanti titoli quotati, almeno che non ripristini, entro 90 giorni, un flottante (azioni diffuse tra il

pubblico) sufficiente ad assicurare il regolare andamento delle negoziazioni.

In questi due casi, in pratica, gli azionisti di minoranza detengono azioni che non hanno quasi alcun valore,

perché nessuno le acquisterebbe sapendo di doversi confrontare con un gruppo di controllo così

schiacciante, anche perché manca un adeguato numero di azioni diffuse tra il pubblico, il cosiddetto

flottante. Il corrispettivo per l’acquisto residuale viene indicato dalla Consob ed occorre precisare che

devono essere i soci di minoranza a decidere di vendere i propri titoli, o meglio, a far valere il diritto di

cederli, tranne che nel caso in cui, a seguito di opa totalitaria preventiva o successiva, l’offerente abbia

acquisito il 95% del capitale rappresentato da titoli ed abbia dichiarato, nel documento di offerta, di volersi

42

avvalere dello “squeeze-out”, ossia del diritto di ACQUISTO COATTIVO delle azioni residue, da esercitare

entro tre mesi dalla scadenza del termine per l’accettazione dell’opa, magari non accettata dalla minoranza

per ostacolare il nuovo gruppo di comando.

Se l’obbligo di opa successiva totalitaria o l’obbligo di acquisto residuale non vengono rispettati, i soggetti

obbligati non possono esercitare il diritto di voto, o se lo fanno la delibera è impugnabile, anche dalla

Consob; inoltre, i titoli eccedenti le percentuali che fanno scattare gli obblighi di cui sopra devono essere

alienati entro 12 mesi e sono previste, comunque, delle sanzioni pecuniarie.

Segue: le offerte pubbliche di acquisto e di scambio

Abbiamo già anticipato che la legge detta la disciplina inerente anche lo svolgimento delle offerte

pubbliche di acquisto e di scambio, tanto volontarie quanto obbligatorie, riguardanti le azioni quotate ma

anche quelle non quotate, sebbene l’opa sia esclusivamente utilizzata per le prime. L’obiettivo di tale

disciplina è quello di garantire la massima trasparenza delle operazioni e la parità di trattamento dei

destinatari, fissando anzitutto i comportamenti consentiti e quelli vietati, sia dell’offerente sia della società

bersaglio.

Partiamo col dire che l’offerta pubblica di acquisto, che prevede un corrispettivo in denaro, e quella di

scambio, che prevede un corrispettivo costituito da altri strumenti finanziari, si configurano come

PROPOSTE IRREVOCABILI rivolte a tutti i titolari di prodotti finanziari che ne formano oggetto, a parità di

condizioni verso tutti. L’offerta (d’acquisto o di scambio) può essere sottoposta a condizioni, purché non

dipendenti dalla volontà dell’offerente, e l’offerta può essere aumentata o modificata durante la pendenza

dell’operazione, estendendosi l’aumento anche a coloro che hanno già aderito, sebbene non possa MAI

essere ridotto il quantitativo richiesto.

Per quanto riguarda gli strumenti finanziari quotati la durata dell’offerta viene concordata con la società di

gestione del mercato, tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 25 giorni dall’apertura del mercato.

La Consob controlla tutte le operazioni, potendo dichiarare decadute le offerte in caso di violazione della

legge o sospese qualora non sia possibile, in presenza di fatti nuovi, una valutazione adeguata delle offerte

da parte dei destinatari.

L’offerta pubblica si articola in tre fasi: nella prima di esse l’offerente, tramite il “documento di offerta”,

informa la Consob dell’operazione che intende attuare e la stessa Autorità può richiedere, entro 15 giorni,

l’integrazione del documento o la prestazione di garanzie. Decorso il termine il documento si ritiene

approvato e può essere res pubblico. Le offerte pubbliche volontarie vanno promosse entro 20 giorni dalla

comunicazione, altrimenti il documento è irricevibile e l’offerente non può più fare offerte per 12 mesi.

Anche la società bersaglio è obbligata a diffondere un comunicato contenente la valutazione dell’offerta da

parte degli amministratori, trasmettendolo preventivamente alla Consob che può chiederne l’integrazione.

Il comunicato può essere allegato al documento di offerta in caso di “opa amichevole”.

La seconda fase riguarda le adesioni all’offerta, le quali sono irrevocabili e vengono raccolte direttamente

dall’offerente, o da un intermediario indicato nel documento di offerta o dai depositari dei titoli tramite la

sottoscrizione di un’apposita scheda. Per quanto riguarda il comportamento dell’offerente è

43

semplicemente previsto che lo stesso, qualora acquisti altri titoli a prezzo superiore rispetto a quello

contemplato nel documento di offerta, ha l’obbligo di adeguare a tale prezzo l’offerta stessa.

Per quanto riguarda la società bersaglio ed il suo gruppo di comando, invece, è mutata nel tempo la

disciplina inerente le “tecniche di difesa” nei confronti di “un’opa ostile”: si tratta di aumenti del capitale

sociale a pagamento o gratuiti, trasformazione della società, fusione, scissione, acquisto di azioni proprie,

vendita di rami d’azienda o dell’intera azienda ecc., tutte azioni volte ad ostacolare l’iniziativa

dell’offerente. Il legislatore è tornato soventemente sulla possibilità, o meno, di porre in essere tali

tecniche difensive ed occorre descrivere la disciplina attuale: sino al 1°luglio 2010 le società possono porre

in essere tali azioni di contrasto, almeno che lo statuto non preveda diversamente, ossia non preveda la

opt-in,

clausola di di ingresso nella società. Dopo il 1°luglio, invece, l’attuazione di misure difensive può

PREVIA AUTORIZZAZIONE DELL’ASSEMBLEA RULE),

avvenire solo (PASSIVITY almeno che lo statuto non

opt-out,

preveda già la clausola di ossia di uscita, di contrasto nei confronti di un’opa ostile. Nell’ipotesi di

“passivity rule” gli amministratori della società bersaglio non possono attuare misure difensive dal

momento della comunicazione dell’offerta alla Consob, almeno che non venga convocata un’assemblea

ordinaria o straordinaria volta a permettere determinate operazioni; in caso contrario, qualora vengano

poste in essere senza un’autorizzazione assembleare, permane la responsabilità di chi ha agito.

SUCCESSIVE PREVENTIVE

Una differenza importante è quella tra le tecniche difensive e quelle rispetto

CONCORRENTE,

all’offerta: tra le prime spicca l’OPA lanciata cioè da eventuali alleati della società

bersaglio, che può dar luogo legittimamente alla revoca dell’adesione all’opa originaria, oltre che al rialzo

da parte dell’offerente, creando così una vera e propria lotta di offerte, a cui non può essere posto alcun

limite nel numero. Per quanto concerne le azioni preventive, invece, la disciplina è meno agevole, dato che

gli azionisti che intendono aderire ad un’opa totalitaria o parziale possono liberamente recedere, senza

preavviso, da sindacati di voto e/o di blocco stipulati, MA POSSONO FARE SOLO QUESTO per favorire l’opa,

DI NEUTRALIZZAZIONE”

dato che la “REGOLA delle azioni difensive preventive, di cui all’art.104-bis del Tuf,

vige SOLO se prevista dallo statuto, almeno a partire dal 2008. Tale regola prevede che, DURANTE l’opa,

non abbiano effetto nei confronti dell’offerente eventuali limitazioni statutarie al trasferimento dei titoli

(clausole di prelazione o gradimento) e che nelle assemblee chiamate a decidere sulle azioni di contrasto

all’opa non operino limitazioni al diritto di voto contemplate nello statuto o da patti parasociali. La regola

di neutralizzazione, tuttavia, non si applica alle cooperative. DOPO l’opa, tra l’altro, la stessa regola di

neutralizzazione paralizza alcune clausole statutarie o patti parasociali volti ad impedire che l’offerente

vittorioso possa dominare/controllare del tutto la società: se egli, infatti, ha acquisito il 75% del capitale

con diritto di voto, le limitazioni al diritto di voto previste nello statuto o da patti parasociali, così come

qualsiasi diritto speciale in materia di nomina o revoca degli amministratori o dei componenti del consiglio

di gestione o di sorveglianza previsto nello statuto, NON OPERANO in alcun modo nella prima assemblea

successiva all’opa convocata per modificare lo statuto o per revocare gli amministratori precedenti (effetti

SUCCESSIVA).

di neutralizzazione Alcuna tutela per l’offerente vittorioso è prevista al di sotto della soglia

del 75% e la neutralizzazione dei limiti al diritto di voto non opera per le azioni dotate di privilegi di natura

patrimoniale, come quelle di risparmio, oltre al fatto che restano validi i poteri dello Stato nelle società

privatizzate.

La passivity rule, che prevede la necessità di autorizzazione di atti di difesa da parte dell’assemblea, e la

regola di neutralizzazione sono soggette alla CLAUSOLA DI RECIPROCITA’, ossia non operano quando l’opa

è promossa da chi a sua volta non è soggetto a tali disposizioni: in tale ipotesi, quindi, occorre attuare

44

misure difensive preventive, tramite l’approvazione dell’assemblea, nei 18 mesi anteriori alla

comunicazione dell’offerta, proprio per scongiurare eventuali offerte pubbliche di acquisto lanciate in

condizioni di non reciprocità. Va da sé che la delibera deve essere rinnovata periodicamente per produrre i

propri effetti, oltre al fatto che deve essere comunicata al mercato, per una corretta valutazione di un

potenziale offerente.

La terza fase dell’offerta pubblica è quella di CHIUSURA: ovviamente l’offerente, all’interno del documento

di offerta, può precisare il quantitativo minimo di adesioni da raggiungere affinché l’offerta divenga

irrevocabile, salvo il caso dell’opa totalitaria obbligatoria. Se si ha un numero di adesioni all’offerta

superiore al quantitativo richiesto, è sempre il documento di offerta a dover prevedere la riduzione

proporzionale o la facoltà di acquisto di tutti i titoli.

Limiti all’assunzione di partecipazioni rilevanti

In linea generale, sempre nel rispetto degli obblighi che abbiamo descritto poc’anzi, l’acquisto di

partecipazioni rilevanti IN società per azioni o DA PARTE di società per azioni è del tutto LIBERO. Tuttavia,

anche qui incontriamo due tipi di limitazioni: quelle inerenti l’assunzione di partecipazioni di controllo o

rilevanti, da chiunque detenute, “in società che operano in particolari settori” e quelle riguardanti

l’assunzione di partecipazioni “da parte di società di capitali”, così come le partecipazioni incrociate.

Per quanto riguarda le limitazioni del primo tipo, esse riguardano per lo più società bancarie e assicurative.

L’acquisizione di titoli o quote di banche deve essere autorizzata dalla Banca d’Italia nel caso di

partecipazione superiore al 10% del capitale con diritto di voto o, comunque, nel caso di influenza notevole

o controllo della banca stessa. Anche i successivi incrementi di partecipazione devono essere autorizzati. E’

venuto meno, tuttavia, il “principio di separatezza fra banca ed industria” che impediva, a chi svolgeva

attività d’impresa in settori diversi da quello bancario e finanziario, di possedere partecipazioni di controllo

in banche. La violazione delle disposizioni inerenti l’autorizzazione della Banca d’Italia comporta sanzioni

penali, sospensione del diritto di voto relativamente alle azioni per cui manca l’autorizzazione, la possibilità

di impugnare, anche da parte della Banca d’Italia entro il termine di 180 giorni, le decisioni assembleari in

cui la partecipazione non autorizzata è risultata determinante per il raggiungimento della maggioranza e,

infine, l’alienazione delle quote/azioni entro un certo termine, la cui mancata osservanza provoca la

vendita tramite l’intervento del tribunale.

L’acquisizione di azioni che comporti una partecipazione superiore al 5% del capitale con diritto di voto o,

comunque, il controllo della società, nel caso delle assicurazioni, deve essere autorizzata dall’ISVAP, così

come i successivi incrementi di partecipazione. Valgono le stesse sanzioni previste per le banche in caso di

violazione della disciplina legislativa.

Fra i limiti all’assunzione di partecipazioni rilevanti rientrano anche le CLAUSOLE STATUTARIE, le quali

fissano limiti massimi ai possessi azionari dei singoli soci, per evitare che si formi un numero ristretto di

azionisti di controllo. Tale previsione è espressamente prevista dal legislatore per le società controllate

dallo Stato (limite del 5% del capitale), operanti nei settori dei servizi di pubblica utilità, bancario ed

assicurativo, destinate alla privatizzazione mediante diffusione dell’intero pacchetto azionario fra il

pubblico degli investitori (public company), mentre negli altri casi è la prassi societaria a contemplarla. Il

superamento dei limiti comporta il divieto di esercitare il diritto di voto. La clausola statutaria è

45

immodificabile per un periodo di tre anni, ma viene meno in caso di opa totalitaria o avente ad oggetto

almeno il 60% delle azioni ordinarie.

Segue: Le partecipazioni modificative dell’oggetto sociale. Le partecipazioni a responsabilità illimitata

All’inizio del precedente paragrafo abbiamo detto che vi sono due tipi di limitazioni all’acquisizione di

partecipazioni rilevanti, descrivendone il primo. La seconda tipologia di limitazioni riguarda, invece,

l’assunzione di partecipazioni “da parte di società di capitali”: l’art.2361 comma 1 cod.civ. prevede, a tal

proposito, che l’assunzione di queste partecipazioni in altre società, benché possa essere consentita dallo

statuto, è comunque VIETATA “se per la misura e per l'oggetto della partecipazione ne risulta

sostanzialmente modificato l'oggetto sociale determinato dallo statuto”. Ciò significa che se dalle

partecipazioni acquisite scaturisce una modifica dell’oggetto sociale da parte degli amministratori,

l’assunzione risulta invalida.

DIVIETO DI ASSUNZIONE DI PARTECIPAZIONI MODIFICATIVE DELL’OGGETTO

Si parla, in tal caso, di

SOCIALE, HOLDINGS

il quale, tuttavia, non risulta operante nei confronti delle società (o capogruppo),

ossia quelle la cui attività consiste proprio nell’assunzione di partecipazioni in altre imprese, in via esclusiva

o quantomeno principale. Si tratta di società finanziarie che si prefiggono lo scopo di dirigere/controllare

PURA,

l’attività delle società partecipate: a questo proposito dobbiamo distinguere l’holding che svolge

MISTA,

semplicemente attività di controllo e direzione, dall’holding la quale svolge anche una propria

attività produttiva. In ogni caso non si applica il divieto di cui all’art.2361 c.c.

Il divieto, invece, grava sulle “società operative”, quelle che svolgono un’attività propria in un determinato

settore produttivo, le quali possono comunque acquisire partecipazioni in altre imprese, tuttavia senza

modificare sostanzialmente l’oggetto delle stesse: in sostanza possono avere solo partecipazioni di

minoranza e NON di controllo in società che operano nello stesso settore, trasformandosi in holding mista

(anche se la dottrina non è del tutto convinta di tale impossibilità).

L’art.2361, però, NON limita i poteri dell’assemblea straordinaria, la quale può benissimo decidere di

autorizzare l’assunzione di partecipazioni rilevanti, contestualmente deliberando la modifica dell’oggetto

sociale. Occorre, invece, una delibera dell’assemblea ordinaria nell’ipotesi di cui al comma 2 del suddetto

articolo, ossia quando l’assunzione di partecipazioni in altre imprese determina la responsabilità

ILLIMITATA per le obbligazioni della partecipata (esempio: sottoscrizione di quote di una s.n.c.).

La violazione dell’articolo 2361 del codice espone gli amministratori all’azione di responsabilità, oltre a

risultare inefficace l’assunzione non autorizzata.

Segue: Le partecipazioni reciproche

Un altro limite all’assunzione di partecipazioni rilevanti da parte di società in altre imprese è costituito dalla

RECIPROCHE:

disciplina delle partecipazioni le stesse si configurano nel momento in cui una società A

sottoscrive il capitale di una società B e viceversa, dando luogo ai medesimi rischi che abbiamo esaminato

nell’ipotesi di sottoscrizione di azioni proprie. Il capitale sociale nominale di entrambe le società, infatti,

aumenta (data la sottoscrizione di partecipazione di entrambe), senza che i rispettivi capitali reali vengano

incrementati, attribuendo semplicemente, ad ognuna delle due società, un pacchetto di voti da gestire

nell’altra. 46

A tal proposito l’art.2360 c.c. dispone “È vietato alle società di costituire o di aumentare il capitale

mediante sottoscrizione reciproca di azioni, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta

persona”. Si tratta di un divieto assoluto, che non sopporta eccezioni, sebbene non vieti l’assunzione di

partecipazioni tramite una società controllata, che non può essere parificata ad un’interposta persona o ad

una società fiduciaria, così come non preclude la sottoscrizione NON reciproca, la quale si attua nel

momento in cui la società controllata sottoscrive le azioni della controllante, nel caso in cui il controllo si

basi su “vincoli contrattuali” e non su una partecipazione di controllo, in tal modo eludendo il divieto di

sottoscrizione di azioni proprie.

E’ proprio per colpire queste fattispecie escluse dall’art.2360 che il D.lgs.315/1994 ha introdotto l’articolo

2359-quinquies, il quale dispone: “La società controllata non può sottoscrivere azioni o quote della società

controllante”, né direttamente, né tramite terzi. La violazione del divieto NON comporta la nullità della

sottoscrizione, bensì l’imputazione ex lege delle azioni ai soggetti che hanno agito, amministratori non

esenti da colpa o terzi.

Un caso particolare è quello dell’acquisto reciproco di azioni, che da luogo ugualmente a delle

partecipazioni incrociate: in questa ipotesi, infatti, non si ha sottoscrizione reciproca, ma acquisto di azioni

già in circolazione, il che da luogo NON ad un aumento del capitale sociale nominale senza aumento del

capitale reale, come avviene nel caso di sottoscrizione reciproca, BENSI’ rimangono inalterati i capitali

sociali nominali RIDUCENDO i capitali reali, fino a svuotare del tutto entrambi i patrimoni (fenomeno del

carta contro carta, ossia azioni vuote), specie se vengono utilizzati importi eccedenti gli utili distribuibili, il

che comporta un “rimborso indiretto” dei conferimenti degli azionisti delle due società (la società A

rimborsa i soci della società B e viceversa), con effetti identici all’acquisto di azioni proprie.

Quindi anche in questo caso dovrebbero essere contemplati limiti qualitativi (somme utilizzabili) e

quantitativi (ammontare massimo) come per l’acquisto di azioni proprie, sebbene ciò sia avvenuto, tra

l’altro parzialmente, solo a partire dal 1994, dando attuazione ad una direttiva europea. L’attuale disciplina

prevede che:

L’acquisto reciproco di azioni è possibile SENZA ALCUN LIMITE quando non vi è rapporto di

• controllo tra le due società e nessuna delle due è quotata in borsa;

L’acquisto reciproco incontra dei limiti quantitativi (ammontare massimo delle azioni acquistabili) e

• qualitativi (somme utilizzabili per l’acquisto), in base a quanto stabilito dagli articoli 2359-bis ss. e

del tutto identici a quelli stabiliti per l’acquisto di azioni proprie, nel caso in cui l’incrocio venga

realizzato tra “controllante e controllate”: l’acquisto da parte di una società controllata di azioni o

quote della controllante, anche tramite terzi, viene considerato ex lege come effettuato dalla

controllante stesso, risultando come acquisto di azioni proprie, il che da luogo ai limiti che abbiamo

già descritto per questa fattispecie:

impiego di somme NON eccedenti gli utili distribuibili e le riserve disponibili;

o acquisto SOLO di azioni liberate interamente;

o autorizzazione all’acquisto da parte dell’assemblea ordinaria della controllata;

o valore nominale delle azioni acquistate NON superiore al 10% del capitale della

o controllante;

divieto di esercizio del diritto di voto delle controllate nelle assemblee della controllante.

o 47

In violazione di tali limiti le azioni devono essere alienate entro un anno dall’acquisto oppure si deve

procedere al loro annullamento da parte della controllante, riducendo il capitale sociale della stessa e

rimborsando alla controllata il valore delle azioni annullate. In caso di inerzia dell’assemblea della

controllante a ciò provvede d’ufficio il tribunale, su richiesta degli amministratori o dei sindaci. Anche in

questo caso, tuttavia, sono validi gli esoneri previsti per l’acquisto di azioni proprie, rispettando comunque

il limite del 10% del capitale ed essendo impossibile l’esonero in caso di acquisto per riduzione del capitale

sociale, non configurabile per le azioni di altra società.

L’acquisto reciproco incontra dei limiti quantitativi (ma non qualitativi), in forza dell’art.121 Tuf, nel

• caso in cui, benché non esista un rapporto di controllo tra le società interessate, una delle due

abbia azioni quotate: se sono quotate entrambe, l’incrocio non può superare il 2% del capitale con

diritto di voto (se la società A ha più del 2% delle azioni con diritto di voto nella società B,

quest’ultima non può avere più del 2% nella prima); se è quotata una sola delle due società, la

società quotata non può avere più del 10% del capitale della società non quotata, mentre

quest’ultima non può superare il tetto del 2%. I tetti del 2% possono essere elevati al 5% sulla base

di due deliberazioni assembleari ordinarie in tal senso (delle due società). Se i limiti indicati

vengono oltrepassati da entrambe le società, la società che superato il limite SUCCESSIVAMENTE

non può esercitare diritto di voto per le azioni in eccedenza rispetto alla percentuale consentita e

deve alienare l’eccedenza entro 12 mesi, altrimenti la sospensione del diritto di voto si estende

all’intera partecipazione, ossia anche alla parte legittimamente posseduta. Le delibere adottate in

caso di inosservanza del divieto col voto determinante di tali azioni sono, come sempre,

impugnabili, anche dalla Consob.

La medesima disciplina si applica anche nell’ipotesi di “incroci triangolari”, ossia tra 3 società, sebbene in

tal caso si abbia solo sospensione del diritto di voto e non obbligo di alienazione.

CAPITOLO SETTIMO – I GRUPPI DI SOCIETA’

Il fenomeno di gruppo. I problemi LIBERE

Secondo quanto abbiamo appena detto, quindi, le società per azioni sono di sottoscrivere o

acquistare azioni o quote di altre società di capitale, sebbene nel rispetto di determinati limiti. E’ questo lo

strumento di gran lunga più importante con il quale si realizzano i gruppi di società.

GRUPPO DI SOCIETA’

Per si intende un’aggregazione di più imprese formalmente autonome ed

SOCIETA’ CAPOGRUPPO/MADRE,

indipendenti, ma assoggettate tutte alla direzione unitaria di una che

direttamente o indirettamente le controlla, esercitando sulle stesse un’influenza dominante al fine di

INTERESSE DI GRUPPO.

perseguire uno scopo unitario, il cosiddetto Siamo difronte ad un’unica impresa

sotto il profilo economico cui corrispondono più imprese sotto il profilo giuridico.

I gruppi di società sono molto diffusi, in quanto è tramite gli stessi che operano le imprese di grande e

grandissima dimensione, a carattere nazionale e multinazionale.

GRUPPI A CATENA,

Si possono avere in cui ogni società ne controlla un’altra (la società A controlla la

GRUPPI STELLARI/A RAGGIERA,

società B che controlla la società C e così via), e in cui la società madre

controlla contemporaneamente tutte le altre. 48

Il fenomeno dei gruppi di società è favorito dai vari legislatori nazionali, così come dal diritto comunitario e

da quello internazionale, ma tanto a livello interno quanto esterno può dar luogo ad una serie di problemi

che toccano non solo la disciplina delle società, ma anche quella tributaria o quella inerente la

concorrenza, in quanto il perseguimento di un fine unitario tramite la cooperazione di diverse realtà

giuridiche è difficilmente controllabile ed accertabile, specie nelle ipotesi in cui abusi ed illeciti vengano

realizzati tramite società di gruppo collocate in ordinamenti che non garantiscono la trasparenza societaria

(fenomeno delle società off-shore).

Occorre, dunque, una disciplina legislativa volta ad evitare che i legami esistenti all’interno di un gruppo

alterino l’integrità patrimoniale delle singole società ed il corretto funzionamento degli organi decisionali,

così come è necessario impedire che nel perseguimento dell’interesse di gruppo, la società madre prenda

decisioni, vincolanti per le società figlie, che abbiano conseguenze positive per l’aggregazione in generale,

ma negative per la singola società e, di conseguenza, per i suoi soci e per i suoi creditori. Inoltre, i

collegamenti di gruppo devono avvenire alla luce del sole, per cui occorre un’adeguata informazione sugli

stessi e sui rapporti commerciali e finanziari tra le varie società, oltre che sui risultati economici del gruppo.

Ignorato totalmente dal codice del ’42, il fenomeno di gruppo manca ancora oggi di una disciplina organica

ad esso dedicata, sebbene non manchino norme che disciplinano il controllo societario ed i singoli rapporti

fra società controllanti e controllate, nonché norme relative “all’attività di direzione e coordinamento di

società” (riforma del 2003).

Società controllate e direzione unitaria

E’ arrivato (eh finalmente) il momento di fornire una definizione di società controllata.

La nozione è contenuta tanto all’interno dell’art.2359 c.c., quanto nell’art.93 Tuf, il quale si rifà al primo.

Prima di prendere in considerazione l’articolo del codice, però, forniamo una nostra definizione (utile in

SOCIETA’ CONTROLLATA

sede di esame): per si intende una società che, direttamente o indirettamente, si

DOMINANTE CONTROLLANTE)

trova sotto l’INFLUENZA di un’altra società (detta in grado di indirizzarne

l’attività.

L’art.2359 c.c. prevede tre casi in cui si ha “controllo” di società: dei voti esercitabili

E’ controllata la società in cui la controllante dispone della “maggioranza

• nell’assemblea ordinaria”, ossia di più della metà delle azioni con diritto di voto in tali assemblee,

di fatto potendo esercitare un’influenza dominante nominandone gli amministratori;

voti sufficienti

E’ società controllata quella in cui la controllante dispone di per esercitare

• un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria, sebbene si tratti di partecipazione al capitale

“minoritaria”, anche se in grado di determinare le deliberazioni;

PARTICOLARI VINCOLI CONTRATTUALI,

E’ società controllata quella che, in forza di risulta sotto

• l’influenza dominante dell’altra parte contrattuale, della società controllante. Esempio: la società A

fornisce materie prime prodotte in esclusiva alla società B, di fatto potendo assoggettare

quest’ultima alle proprie decisioni.

E’ escluso, in quanto in contrasto con la disciplina del conflitto di interessi che vieta a soci ed

amministratori di agire contro gli interessi della propria società, che possa essere stipulato un contratto

49

che attribuisce specificatamente ad una società il controllo su un’altra (questa ipotesi è diversa da quella

del terzo punto: lì sono dei vincoli contrattuali a rendere, di fatto, la società soggetta alle decisioni della

controllante; qui, invece, vi è un apposito contratto che ha per oggetto il “controllo”). Tale contratto è

ammesso solo quando consentito esplicitamente dalla legge.

Ai fini del controllo azionario (di diritto o di fatto) si computano anche i voti spettanti a “società

controllate, fiduciarie e a persona interposta”, potendo verificarsi l’ipotesi di CONTROLLO INDIRETTO (la

società A controlla la società B che controlla la società C: di fatto la società A controlla la società C). Anche

la somma di partecipazioni dirette ed indirette della controllante da luogo ad un controllo azionario: se la

società A controlla 6 società diverse, ognuna delle quali detiene il 10% dei voti della società B, la somma di

tali voti esercitabili può farci concludere che A controlla B.

Anche l’esistenza di sindacati di voto può dar luogo ad una situazione di controllo, anche se spettante al

singolo azionista con influenza dominante all’interno del sindacato.

COLLEGATE,

Diverse dalle società controllate sono le società ossia quelle sulle quali un’altra società

esercita un’INFLUENZA NOTEVOLE MA NON DOMINANTE, presunta nel momento in cui può essere

esercitato almeno 1/5 dei voti (o 1/10 se la società collegata è quotata) in sede di assemblea ordinaria.

La disciplina dei gruppi

Il solo rapporto di controllo societario, in realtà, non è sufficiente per affermare che si è in presenza di un

PRESUNZIONE DI DIREZIONE UNITARIA,

gruppo di società, ma da comunque luogo alla cosiddetta ossia fa

l’ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’ DI DIREZIONE E DI COORDINAMENTO DI SOCIETA’,

presumere assoggettando

le società o gli enti che esercitano tale attività alle norme introdotte dalla riforma del 2003. Si presume, ma

è ammessa prova contraria, che la società o l’ente tenuto alla redazione del bilancio consolidato svolga

un’attività di direzione e coordinamento di altre società.

Al fenomeno di gruppo, dunque, si applicano tanto le norme che regolano i rapporti tra controllante e

controllate, anteriore al 2003, quanto le disposizioni inerenti società o enti che esercitano attività di

direzione e coordinamento, introdotte dalla riforma.

Anche chi esercita tale attività sulla base di un contratto con le società medesime o di clausole dei loro

GRUPPI PARITETICI orizzontali),

statuti è assoggettato alle nuove norme: ciò avviene nei (anche detti ossia

nei gruppi in cui la direzione unitaria di più imprese non si fonda su un rapporto di controllo, bensì su un

accordo contrattuale (consorzio) con cui più società seguono una direzione unitaria stabilita da “ciascuna di

esse su un piano di parità”.

E’ previsto che in un’apposita sezione del registro delle imprese vengano iscritte, con effetto di pubblicità

notizia, tutte le società o enti che esercitano attività di direzione e coordinamento, oltre che le società

soggette a tali attività: gli amministratori che non ottemperano a tale obbligo rispondono personalmente

dei danni a soci e terzi per la mancata conoscenza dei fatti.

Se vi è situazione di controllo, inoltre, scattano dei divieti a carico delle società controllate: è previsto il

limite di sottoscrizione di azioni del 10% del capitale della controllante da parte delle controllate ed esse

non possono esercitare il diritto di voto nelle assemblee della suddetta. Sono previsti, inoltre, altri divieti:

anzitutto, nelle assemblee della società controllante, i soci non possono essere rappresentati da società

50

controllate, dai loro amministratori o dipendenti; inoltre, non possono essere eletti sindaci nella

controllante coloro legati alle società controllate da un rapporto di lavoro dipendente o continuativo di

consulenza o di prestazione d’opera, o da altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano

l’indipendenza.

Specifici obblighi di informazione contabile sono previsti dalla legge per la società controllante e per quelle

controllate, volti ad evidenziare i rapporti di partecipazione, i risultati economici e gli effetti della direzione

e del coordinamento. Copia integrale del bilancio delle controllate resta depositato presso la controllante,

insieme al suo bilancio, durante i 15 giorni precedenti alla convocazione dell’assemblea per la relativa

approvazione. Importantissimo è anche il cosiddetto BILANCIO CONSOLIDATO DI GRUPPO, dal quale si può

evincere la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo considerato unitariamente,

eliminando le operazioni intercorse tra le società del gruppo.

Se la società controllante è una società quotata è prevista la “revisione contabile obbligatoria”: un organo

appositamente istituito ha il potere di controllare le operazioni della controllante quotata e gli effetti sulle

controllate, nonché di acquisire direttamente informazioni nei confronti degli organi delle società

controllate (la disciplina della revisione contabile obbligatoria, quindi, si estende anche alle società non

quotate ma controllate da una società quotata).

Differentemente dalla disciplina dell’informazione contabile di gruppo appena esaminata, in relazione alla

quale sono stati fatti notevoli passi avanti, nulla è stato fatto per quanto concerne i “gruppi multinazionali

con ramificazioni in Stati che non garantiscono la trasparenza societaria”. Di un discreto e sempre

crescente numero di gruppi di società, infatti, fanno parte società aventi sede legale in ordinamenti

giuridici che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili (le cosiddette società off-shore),

oltre ad un più favorevole trattamento fiscale nei confronti delle imprese (si tratta di quelli che vengono

definiti come “paradisi fiscali”). Le società off-shore, tra l’altro, sono state responsabili, proprio in Italia, di

spericolate speculazioni, facendo forti investimenti in strumenti finanziari derivati, e di operazioni vietate

ed illecite (fondi occulti, evasione fiscale). Inoltre, la presenza di società off-shore all’interno di un gruppo

rende vano lo sforzo, di cui abbiamo parlato, inerente l’adeguata informazione contabile: se tale società,

per esempio, è controllata da un’altra società italiana, a nulla serve la revisione dei bilanci della

controllante sulla base di dati relativi alla controllata che nessuno verifica.

La nuova disciplina, per combattere questo fenomeno, ha previsto dei controlli più rigidi e degli obblighi

informativi ulteriori in sede di bilancio sulle società italiane quotate o con strumenti finanziari diffusi tra il

pubblico che si rapportano alle società off-shore in qualità di controllante, controllata o società collegata,

aventi sedi in Paesi individuati dal Ministro della Giustizia, in concerto con quello dell’Economia, che non

garantiscono la trasparenza societaria.

Inoltre, alla Consob sono stati attribuiti maggiori poteri d’indagine nei confronti delle società italiane che

intrattengono tali rapporti e nei confronti delle società estere, previo consenso delle autorità straniere.

Tutte queste innovazioni, però, sono rimaste solo sulla carta, data la mancata individuazione dei nostri

ministri di tali Stati, sede delle società off-shore, e della mancata emanazione della disciplina secondaria da

parte della Consob, anche perché, sottolinea l’autore Campobasso, molto probabilmente in tali liste

sarebbero finiti anche Stati Uniti d’America ed Italia (gli uni per aver abbandonato il sistema del capitale

51

sociale come tutela dei creditori, l’Italia perché prevede un capitale sociale minimo per le S.p.A. troppo

basso).

Segue: La tutela dei soci e dei creditori delle società controllate

Abbiamo già accennato al fatto che il fenomeno di gruppo possa comportare degli svantaggi anche per gli

azionisti delle società controllate e per i creditori delle stesse in tutte quelle ipotesi in cui vengono prese

decisioni positive per il gruppo unitariamente considerato, ma negative per una o più società

singolarmente. SOGGETTIVITA’”

Ecco perché resta fermo, nel nostro ordinamento, il principio della “DISTINTA e quello

INDIPENDENZA GIURIDICA”,

della “FORMALE secondo cui le controllate restano comunque autonomo

centro di imputazione ed autonomi soggetti di diritto, in quanto non si da vita, creando il gruppo, ad

un’attività d’impresa giuridicamente unitaria.

Questi principi, tuttavia, producono tanti vantaggi quanti svantaggi: se da un lato la capogruppo NON

risulta responsabile per le obbligazioni assunte dalle controllate nell’attuazione della politica di gruppo,

anche quando la controllante è unico socio delle controllate (SVANTAGGIO), dall’altro lato la società madre

NON può imporre alle società figlie il compimento di atti in contrasto con gli interessi delle stesse

separatamente considerate (VANTAGGIO), in quanto valgono le norme sul conflitto di interessi dei soci e

degli amministratori e quelle che sanciscono la responsabilità diretta di questi ultimi per i danni arrecati al

patrimonio sociale, anche se tali norme non sono sempre azionabili dai soci di minoranza e dai creditori, ed

anche se ciò espone gli amministratori, talune volte ingiustificatamente, al pericolo di sanzioni civili e

penali quando si deve deliberare su operazioni infragruppo.

E’ per tale motivo, ossia per contemperare gli interessi di soci e creditori delle società controllate e quelli

dell’intero gruppo, che la riforma del 2003 ha previsto degli strumenti volti ad evitare che l’azione di

gruppo rechi danno alle singole società. Anzitutto la riforma ha introdotto l’obbligo di motivare

adeguatamente, che grava in capo agli amministratori o all’assemblea delle società controllate, le decisioni

inclini ad un interesse di gruppo. Sotto il profilo economico è stato previsto che i finanziamenti concessi

alle società controllate dalla capogruppo vengano postergati rispetto al soddisfacimento degli altri

creditori, così come la società madre è tenuta ad indennizzare direttamente azionisti e creditori di società

figlie per i danni subiti e derivanti dalle direttive imposte dalla stessa capogruppo alla società di cui fanno

parte tali soggetti (quindi vi una responsabilità diretta della capogruppo). In solido con la capogruppo

rispondono anche coloro che hanno preso parte al fatto lesivo (amministratori e dirigenti), incluse le altre

società del gruppo che ne hanno tratto beneficio, nei limiti del beneficio stesso. In caso di fallimento,

liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria, il curatore o il commissario possono

esperire direttamente l’azione spettante ai creditori, ma non quella dei soci. L’azione di entrambi, soci e

creditori, funge da azione diretta e non surrogatoria rispetto alla società controllata in questione, sebbene

solo nell’ipotesi in cui quest’ultima non sia riuscita a soddisfare gli uni e gli altri. Il danno, comunque, va

valutato non in riferimento alla singola operazione, ma tenuto conto dell’intera attività di coordinamento e

direzione e dei vantaggi compensativi derivanti dall’appartenenza al gruppo, oltre che dei vantaggi diretti

scaturenti da apposite operazioni volta ad eliminare il danno.

52

La riforma del 2003, infine, ha previsto il diritto di recesso dei soci delle società controllate qualora eventi

riguardanti la capogruppo o mutamenti del suo scopo sociale o cambiamenti nell’oggetto sociale

espongano gli stessi (soci) a rischi maggiori inerenti l’investimento nelle controllate.

Il gruppo insolvente

Ma che succede se una delle società controllate, o addirittura lo stesso gruppo, diventa insolvente o se una

società entra in crisi?

Ad oggi manca una disciplina legislativa in merito, sebbene si applichino le norme in materia di

“amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi” e quelle inerenti la “liquidazione coatta

amministrativa delle società fiduciarie e di revisione”.

Se un’impresa del gruppo viene dichiarata insolvente e sottoposta ad amministrazione straordinaria,

contemporaneamente alla “medesima procedura” vengono assoggettate tutte le imprese del gruppo in

stato di insolvenza, anche qualora non ricorrano i requisiti per l’amministrazione straordinaria ed anche

qualora sia già stato dichiarato il fallimento delle stesse, il quale viene convertito nella diversa procedura

(amministrazione straordinaria), sempre che non sia già esaurita la liquidazione dell’attivo. Si tratta, in

PRINCIPIO DI UNIFORMITA’ DELLE PROCEDURE,

sostanza, del il quale abbraccia anche le società fiduciarie

e di revisione, e persino i gruppi bancari, anche se in tal caso occorre che la capogruppo sia stata

sottoposta a liquidazione coatta o amministrazione straordinaria.

L’uniformità delle procedure, tuttavia, non comporta un accertamento unitario dello stato di insolvenza,

che rimane distinto, prendendo in considerazione la situazione patrimoniale delle singole società. Non vi è,

inoltre, confusione dei patrimoni e resta ferma l’autonomia patrimoniale, rispondendo le singole società

delle proprie obbligazioni, compresa la capogruppo che non risponde in solido delle obbligazioni delle

società figlie.

Al fine di assicurare la reintegrazione del patrimonio delle società figlie ed a consentire il ristoro dei danni

subiti dalle stesse per effetto della politica unitaria di gruppo sono stati previsti alcuni interventi legislativi:

Revocatoria fallimentare aggravata: si allungano i termini per l’esercizio delle azioni revocatorie

• fallimentari per gli atti posti in essere con altre imprese del gruppo, anche non insolventi. Il termine

di 1 anno anteriore alla dichiarazione di insolvenza diventa di 5 anni e quello di 6 mesi diventa di 3

anni;

Denunzia al tribunale: il commissario giudiziale, quello straordinario ed il curatore di un’impresa

• dichiarata insolvente (tutti organi delle procedure concorsuali che vedremo nel libro terzo) possono

proporre la denunzia al tribunale per gravi irregolarità nei confronti di amministratori e sindaci di

altre società del gruppo, diventando (i primi), in caso di accertamento delle irregolarità denunciate,

amministratore giudiziari della società in questione;

Responsabilità di gruppo: in caso di direzione unitaria del gruppo, gli amministratori della

• controllante che hanno abusato di tale direzione rispondono IN SOLIDO con gli amministratori delle

società insolventi dei danni da questi causati alla società stessa (regola dell’amministrazione

straordinaria delle grandi imprese insolventi). Tale responsabilità va a sommarsi a quella della

controllante per abusi nell’attività di direzione e coordinamento, lesivi dei creditori e dei soci delle

controllate. 53

Le lettere di patronage

Se non viene accertato un abuso di attività di direzione e coordinamento da parte della società

controllante, essa non può essere chiamata a rispondere dei debiti delle società controllate, lasciando di

fatto i creditori delle stesse privi di tutela, almeno che la società madre non abbia rilasciato loro delle

specifiche garanzie reali o personali. DI PATRONAGE”,

Tra esse vanno ricomprese le “LETTERE ossia quelle dichiarazioni della capogruppo, di

solito rilasciate a banche per favorire il finanziamento delle controllate, sostitutive delle tradizionali

garanzie personali (fideiussione e firme cambiarie).

DEBOLI,

Tali documenti si distinguono in lettere quando contengono semplici dichiarazioni inerenti la

FORTI,

solvibilità della controllata o la partecipazione della controllante nella stessa, e lettere quando

includono l’impegno della società madre a fornire alla controllata mezzi finanziari per onorare le proprie

obbligazioni. Le lettere forti, pur non costituendo delle vere e proprie obbligazioni fideiussorie, fungono da

fonte di responsabilità in caso di inadempimento, configurandosi come promesse del fatto del terzo o

garanzie personali atipiche.

CAPITOLO OTTAVO – L’ASSEMBLEA

Gli organi della S.p.A.

All’interno delle società per azioni è necessaria la presenza di tre distinti organi, a ciascuno dei quali la

legge attribuisce determinati poteri e competenze:

DEI SOCI:

L’ASSEMBLEA organo con funzioni deliberative sulle decisioni di maggior rilievo, ma non

• inerenti la gestione dell’impresa;

AMMINISTRATIVO:

L’ORGANO si occupa della gestione dell’impresa sociale e gode di ampi poteri

• decisionali, oltre ad avere la “rappresentanza legale” della società ed il compito di attuare le

delibere assembleari;

DI CONTROLLO INTERNO:

L’ORGANO vigila sull’amministrazione della società.

Il codice civile del ’42 prevedeva un solo sistema per l’amministrazione ed il controllo, composta da due

organi di nomina assembleare: amministratore unico consiglio di

L’organo amministrativo, composto da un o da un

• amministrazione;

collegio sindacale,

Il con funzioni di controllo del rispetto della legge e dello statuto, ed

• inizialmente anche di controllo contabile.

Con la riforma del 1998 inerente le società quotate e l’estensione di tale disciplina, nel 2003, a tutte le

società per azioni, è stato previsto l’affidamento del controllo contabile ad un organo ESTERNO alla

REVISORE CONTABILE SOCIETA’ DI REVISIONE.

società: il o

TRADIZIONALE

Il cosiddetto SISTEMA di amministrazione e di controllo, dunque, prevede due organi

interni, ossia gli amministratori ed il collegio sindacale ed un organo esterno, il revisore o società di

revisione. 54

La riforma del 2003 ha introdotto, accanto a quello tradizionale, altri due sistemi:

DUALISTICO, CONSIGLIO DI

Il sistema in cui amministrazione e controllo sono esercitati da un

• SORVEGLIANZA, nominato dall’assemblea e a cui spettano alcuni compiti che nel sistema

CONSIGLIO DI GESTIONE,

tradizionale sono affidati all’assemblea stessa, e da un nominato da

quello di sorveglianza;

MONISTICO,

Il sistema in cui amministrazione e controllo sono esercitati rispettivamente dal

• CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, COMITATO PER IL CONTROLLO

di nomina assembleare, e da un

SULLA GESTIONE, che sorge all’interno del consiglio di amministrazione: in tal caso, dunque,

abbiamo un organo dentro l’altro (ecco perché il sistema viene definito monistico).

Anche per le società che adottano questi due nuovi sistemi è previsto, comunque, il controllo contabile

esterno.

I componenti degli organi di amministrazione e di controllo, in ogni caso, sono responsabili sia civilmente

che penalmente della “legalità dell’attività sociale”, nonché del rispetto delle norme di legge da parte

dell’assemblea.

Tutti gli organi che abbiamo citato, in ognuno dei sistemi, sono necessari e le loro funzioni risultano in larga

parte inderogabili, non modificabili neanche dall’autonomia statutaria o dall’assemblea, sebbene sia

possibile attribuire alcuni compiti dell’assemblea agli amministratori.

Per quanto riguarda la struttura dell’organo amministrativo è riconosciuta ampio spazio all’autonomia

privata: in tutti i sistemi, per fare un esempio, è possibile che l’organo amministrativo deleghi gran parte

dei suoi compiti ad un “comitato esecutivo” o a degli “amministratori delegati”.

Analizziamo, in questo capitolo, uno degli organi necessari: l’ASSEMBLEA.

Nozione e distinzioni

L’assemblea è l’organo collegiale composto da tutti i soci, la cui funzione è quella di formare una volontà

unica della società nelle materie ad essa riservate dalla legge e dallo statuto. Decide secondo il principio

MAGGIORITARIO, secondo la volontà espressa dai soci che rappresentano aliquote del capitale sociale

(maggioranza di capitale), e le decisioni assembleari valgono come decisioni della società, sebbene

debbano essere rispettate le norme di legge che regolano il procedimento di deliberazione.

L’assemblea può essere ORDINARIA o STRAORDINARIA: anzitutto chiariamo che non si tratta di due

assemblee diverse, ma della stessa assemblea riunita per deliberare su argomenti diversi. Dopo la riforma

del 2003 le competenze dell’assemblea ordinaria variano in base al sistema di amministrazione e di

controllo.

Nelle società che adottano il sistema “tradizionale” o quello “monistico” l’assemblea in sede ordinaria:

Approva il bilancio;

• Nomina e revoca amministratori, sindaci, presidente del collegio sindacale e soggetto al quale è

• demandato il controllo contabile;

Determina il compenso di amministratori e sindaci nel silenzio dello statuto;

• 55

Delibera sulla responsabilità di amministratori e sindaci, oltre che su altri oggetti di propria

• competenza secondo la legge e sulle autorizzazioni, previste dallo statuto, per alcuni atti degli

amministratori;

Approva il regolamento dei lavori assembleari;

• Delibera su tutte le materie che NON sono di competenza dell’assemblea straordinaria.

Nelle società che adottano il sistema “dualistico” l’assemblea ordinaria:

Nomina e revoca i componenti del consiglio di sorveglianza, determinandone il compenso e

• deliberando anche sull’esercizio dell’azione di responsabilità nei loro confronti;

Nomina il revisore;

• Decide sulla distribuzione degli utili in base al bilancio.

Come possiamo notare l’assemblea ordinaria, nel sistema dualistico, NON approva il bilancio, compito che

spetta al consiglio di sorveglianza, e perde la competenza per la nomina e la revoca degli amministratori,

creando di fatto un distacco tra azionisti ed organo gestorio della società.

L’assemblea straordinaria, invece, è competente a deliberare:

Sulle modifiche dello statuto;

• Sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori;

• Su ogni altra materia espressamente attribuita dalla legge alla sua competenza;

• Sulla fusione nei casi previsti dagli articoli 2505 e 2505-bis (società interamente posseduta e società

• posseduta al 90%), sull'istituzione o soppressione di sedi secondarie, sull’indicazione di quali tra gli

amministratori hanno la rappresentanza della società, sulla riduzione del capitale in caso di recesso

del socio, sugli adeguamenti dello statuto a disposizioni normative, sul trasferimento della sede

sociale nel territorio nazionale, TUTTE MATERIE, però, la cui competenza può essere attribuita,

dallo STATUTO, agli amministratori, al consiglio di sorveglianza o al consiglio di gestione (a seconda

dei sistemi).

Sono previsti, per l’organo assembleare, quorum costitutivi e deliberativi a seconda che si tratti di

assemblea ordinaria o straordinaria. Inoltre, è sempre prevista una “seconda convocazione” con quorum

inferiori e lo statuto può contemplarne anche una terza in caso di mancata partecipazione di tutti i soci alla

seconda.

L’assemblea è UNICA e GENERALE se la società ha emesso solo azioni ordinaria, mentre in presenza di

diverse categorie di azioni o di strumenti finanziaria che conferiscono diritti amministrativi, accanto a

quella generale troviamo le assemblee SPECIALI DI CATEGORIA, alle quali si applicano le norme per

l’assemblea straordinaria, laddove le azioni speciali non siano quotate, e le norme dell’assemblea degli

azionisti di risparmio, qualora le azioni speciali siano quotate.

Il procedimento assembleare

La convocazione dell’assemblea, in linea generale, viene decisa dall’organo amministrativo o dal consiglio

di gestione, qualora lo ritengano opportuno ed obbligatoriamente in tutti i casi previsti dalla legge.

56

L’assemblea, poi, va convocata almeno una volta all’anno per l’approvazione del bilancio, entro i termini

statutari o comunque entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio, 180 per le società non quotate se

tenute alla redazione del bilancio consolidato o in caso di particolari esigenze. L’assemblea va convocata

senza ritardo, tra l’altro, quando a richiedere la convocazione siano tanti soci rappresentanti almeno il 10%

del capitale sociale: se amministratori e sindaci, o gli altri organi nel caso di sistemi diversi da quello

tradizionale, non provvedono alla convocazione, a ciò può supplire un decreto del tribunale, sempre

sentendo gli organi suddetti e solo in caso di rifiuto ingiustificato, onde evitare abusi della minoranza.

Nelle sole società quotate i soci rappresentanti almeno 1/40 del capitale possono chiedere l’integrazione

dell’ordine del giorno dell’assemblea, entro 5 giorni dalla pubblicazione dell’avviso di convocazione, esclusi

però gli argomenti sui quali l’organo assembleare è chiamato a deliberare SOLO su proposta degli

amministratori o sulla base di una relazione degli stessi (come nel caso dell’approvazione del bilancio).

E’ il collegio sindacale a convocare l’assemblea:

Nell’ipotesi di mancata convocazione da parte degli amministratori in caso di convocazione

• obbligatoria;

Nel caso in cui vengano meno gli amministratori o l’amministratore unico;

• Nell’ipotesi in cui vengano ravvisati, dallo stesso collegio, fatti di rilevante gravità da risolvere

• quanto prima (convocazione previa comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione).

Nelle società quotate anche SOLO due membri del collegio sindacale possono provvedere alla

convocazione. Così come può essere prevista la convocazione da parte dell’amministratore giudiziario o del

tribunale.

L’assemblea è convocata nel “comune dove ha sede la società”, salvo diversa previsione dello statuto.

L’AVVISO DI CONVOCAZIONE, contenente giorno, ora, luogo, ordine del giorno (materie da trattare),

nonché integrazione dell’ordine del giorno per le sole società quotate e data della seconda convocazione,

viene pubblicato all’interno della Gazzetta Ufficiale della Repubblica, almeno 15 giorni prima di quello

fissato per l’adunanza (30 giorni prima per le società quotate), oppure all’interno di un quotidiano se ciò è

previsto dallo statuto, il quale può anche prevedere, per le sole società non quotate, la comunicazione

mediante avviso comunicato ai soci almeno 8 giorni prima, tramite mezzi che garantiscano la prova

dell’avvenuto ricevimento. L’ordine del giorno fissa gli argomenti da trattare e su cui si può deliberare

all’interno dell’assemblea, fungendo da limite alla deliberazione su argomenti diversi. E’ normale, tuttavia,

che possano essere adottate anche delibere “strettamente consequenziali ed accessorie” rispetto a quelle

all’ordine del giorno (esempio: se all’ordine del giorno è prevista la revoca degli amministratori,

ovviamente si può deliberare anche sulla nomina dei nuovi).

Particolare è il caso dell’ASSEMBLEA TOTALITARIA: in questa ipotesi non vi è alcuna convocazione, ma

l’assemblea si ritiene regolarmente costituita data la presenza di TUTTI i soci con diritto di intervento,

rappresentanti l’intero capitale sociale, e la partecipazione della MAGGIORANZA dei componenti degli

organi amministrativi e di controllo, nonché del rappresentante comune degli azionisti di risparmio e degli

obbligazionisti (agli assenti va data tempestiva comunicazione delle deliberazioni assunte). Qualora un

singolo socio si opponga, all’interno dell’assemblea totalitaria, alla discussione di un argomento del quale

non si ritiene adeguatamente informato, non si può deliberare su quel punto.

57

Costituzione dell’assemblea. Validità delle deliberazioni

Per QUORUM COSTITUTIVO si intende la parte del capitale sociale che deve essere necessariamente

rappresentata nell’assemblea affinché la stessa sia validamente costituita.

Per QUORUM DELIBERATIVO si intende la parte del capitale sociale che si deve esprimere a favore di una

determinata deliberazione/decisione affinché questa sia approvata.

Nel computo del quorum costitutivo non si tiene conto delle azioni PRIVE del diritto di voto (pensiamo alle

azioni di risparmio o a quelle a voto limitato), mentre vanno conteggiate quelle per cui il voto è

OCCASIONALMENTE SOSPESO (in caso di conflitto di interessi, le azioni di società controllate, quelle del

socio moroso ecc.), che però non vengono computate ai fini del quorum deliberativo (quindi la

maggioranza necessaria per l’approvazione si riduce).

Ovviamente sono previsti determinati quorum per l’assemblea ordinaria ed altri per quella straordinaria.

L'assemblea ordinaria in prima convocazione è regolarmente costituita con la presenza di almeno la metà

del capitale sociale e delibera a maggioranza assoluta delle azioni che hanno preso parte alla votazione,

conteggiando anche gli astenuti come voto contrario. In seconda convocazione non è previsto un quorum

costitutivo e l'assemblea delibera a maggioranza assoluta delle azioni dei votanti.

Riguardo all’assemblea straordinaria, invece, occorre distinguere le società quotate da quelle che NON

fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.

Società NON quotate: in prima convocazione non è previsto esplicitamente un quorum costitutivo. Tuttavia

l'assemblea delibera con il voto favorevole di oltre la metà del capitale sociale (non solo del capitale

intervenuto in assemblea) ed è quindi necessario che gli azionisti intervenuti rappresentino almeno tale

quota (quorum costitutivo: metà del capitale sociale). In seconda convocazione, l'assemblea è

regolarmente costituita con la partecipazione di oltre 1/3 del capitale sociale e delibera con il voto

favorevole dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea (in certe materie, come la modifica

dell’oggetto sociale e l’emissione di azioni senza diritto di voto, il voto favorevole deve superare il terzo del

capitale sociale).

Società quotate: in prima convocazione occorre la presenza di almeno la metà del capitale sociale, mentre

in seconda convocazione occorre oltre 1/3 del capitale sociale (quorum costitutivi). L'assemblea

straordinaria, nelle società quotate, delibera con maggioranza dei 2/3 del capitale rappresentato, sia in

prima che in seconda convocazione. Sono venute meno le maggioranze rafforzate previste, prima del 1998,

per le delibere di particolare importanza, con l’eccezione dell’esclusione del diritto di opzione, per cui

occorre più della metà del capitale sociale in ogni convocazione.

L’autonomia statutaria può prevedere SOLO maggioranze più elevate per l’assemblea ordinaria di prima

convocazione e per l’assemblea straordinaria, mentre per l’assemblea ordinaria di seconda convocazione

lo statuto può prevedere delle maggioranze più elevate MA non per le delibere essenziali inerenti

l’approvazione del bilancio e la nomina delle cariche sociali. Neanche lo statuto, però, può prevedere il

consenso unanime dei soci o maggioranze troppo elevate, che rischierebbero di paralizzare la vita della

società. Lo statuto, infine, può prevedere ulteriori convocazioni oltre la seconda (terza, quarta ecc.), tanto

dell’assemblea ordinaria quanto di quella straordinaria, alle quali si applicano le disposizioni previste per la

seconda convocazione. Per le convocazioni oltre la seconda dell’assemblea straordinaria delle società

quotate occorre un quorum costitutivo di almeno 1/5 del capitale sociale ed un quorum deliberativo di

58

almeno 2/3 del capitale rappresentato in assemblea. La legge può prevedere deroghe alla disciplina

generale nell’interesse delle società (per le SICAV, per esempio, sono stati eliminati i quorum costitutivi

dell’assemblea ordinaria di prima convocazione e di quella straordinaria di seconda convocazione).

Riproduco, qui sotto, la tabella presente sul testo, MOLTO UTILE ai fini dell’esame

QUORUM ASSEMBLEARI (artt.2368-2369)

STRAORDINARIA

ORDINARIA Società chiuse Società che fanno appello

al mercato

Cost.: 50% del capitale

PRIMA Costitutivo: 50% del capitale Costitutivo: /

CONVOCAZIONE Deliberativo: 50% + 1 del Deliberativo: 2/3 del

Deliberativo: 50% + 1 del capitale. capitale rappresentato in

capitale rappresentato in assemblea. *

assemblea. * Innalzabile Innalzabile

Innalzabile.

SECONDA Costitutivo: / Costitutivo: 1/3 + 1 del capitale.

CONVOCAZIONE Deliberativo: 50% + 1 del Deliberativo: 2/3 del capitale rappresentato in

capitale rappresentato in assemblea. *

assemblea. * Innalzabile

Quorum speciali:

Innalzabile, tranne che per

l’approvazione del bilancio e - Oltre 1/3 del capitale (solo x società chiuse): modifica

per la nomina/revoca delle oggetto sociale, trasformazione, scioglimento

cariche sociali. anticipato, proroga, revoca liquidazione, trasferimento

sede all’estero, emissione di azioni a voto limitato;

- Oltre la metà del capitale: esclusione del diritto di

opzione nei casi di cui all’art.2441;

- 2/3 capitale: introduzione/soppressione clausola

compromissoria;

- Trasformazione eterogenea (2/3 aventi diritto +

consenso soci che acquistano responsabilità illimitata).

CONVOCAZIONI Si applicano le regole della Si applicano le regole della Costitutivo: 20% del

SUCCESSIVE seconda convocazione. seconda convocazione. capitale.

(FACOLTATIVE) Deliberativo: 2/3 del

capitale rappresentato in

assemblea. *

Innalzabile

* Non si tiene conto delle azioni a voto sospeso e dei soci astenuti per conflitto d’interessi.

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Svolgimento dell’assemblea. Verbalizzazione

L’assemblea, in forza della previsione statutaria o dell’elezione con voto maggioritario “per teste” (e non in

base alle quote di capitale) dei presenti, è presieduta da un determinato soggetto (il presidente), assistito

da un segretario designato nello stesso modo (il segretario non è necessario quando il verbale è redatto da

un notaio).

Il presidente dirige i lavori dell’assemblea, verifica la legittimazione ad intervenire dei soci, oltre che il

raggiungimento del quorum costitutivo e di quello deliberativo, dichiara aperta e chiusa la seduta, pone in

discussione gli argomenti all’ordine del giorno, mette in votazione le proposte e proclama i risultati,

occupandosi anche di impedire la partecipazione alla riunione di soggetti non legittimati o di escludere

POTERI PROPRI

dalle votazioni chi non ha diritto di voto. Questi sono tutti del presidente, attribuiti allo

POTERI DERIVATI,

stesso dalla legge o dallo statuto. Accanto ad essi, però, vi sono i cosiddetti rimessi alla

discrezionalità dell’assemblea: stiamo parlando delle scelte inerenti il sistema di votazione, lo scioglimento

della riunione ecc., tutte ipotesi in cui il presidente funge da interprete della volontà assembleare.

Anche il dibattito in assemblea è gestito dal presidente, che può prevedere un tetto temporale massimo

per ogni intervento o togliere la parola ai soci che si dilungano eccessivamente, proprio al fine di garantire

il corretto svolgimento della riunione e la possibilità di addivenire ad una decisione.

Al presidente può essere richiesto, e da egli deve essere concesso, il “rinvio” dell’adunanza di non oltre 5

giorni, da parte di tanti soci rappresentanti 1/3 del capitale sociale presente in assemblea, al fine di

consentire agli stessi di informarsi sugli argomenti posti in discussione. In realtà, gli amministratori non

sono tenuti, neanche su richiesta dei soci, a fornire tutte le informazioni inerenti gli specifici affari, sebbene

nel tempo si siano moltiplicate le norme volte ad assicurare l’informazione pre-assembleare, proprio al fine

di consentire ai soci l’esercizio “consapevole” del voto in occasione di delibere di particolare rilievo

(pensiamo all’approvazione del bilancio): pertanto gli amministratori sono tenuti a redigere e a depositare

preventivamente, presso la sede sociale, determinati documenti informativi/relazioni illustrative. Nelle

società quotate gli amministratori devono mettere a disposizione del pubblico, tanto presso la sede sociale

quanto presso la società di gestione del mercato di quotazione, una relazione sulle proprie proposte

concernenti le materie all’ordine del giorno, almeno 15 giorni prima di quello fissato per l’assemblea.

LIBERA,

La scelta dei sistemi di votazione è sebbene non sia concepibile il voto segreto, in quanto non

sarebbe possibile individuare i soci in conflitto di interessi e quelli dissenzienti ai fini dell’impugnazione

della delibera e del recesso. VERBALE,

La delibera deve essere accompagnata dal redatto dal segretario o dal notaio (è necessario che

sia redatto da quest’ultimo per le assemblee straordinarie), il quale viene trascritto nel libro delle

adunanze e delle deliberazioni assembleari, tenuto dagli amministratori. Non c’è bisogno che il verbale

venga redatto contestualmente all’assemblea, ma occorre comunque la stesura senza ritardo. Esso devo

indicare la data dell’adunanza, le materie affrontate, l’identificazione dei soci partecipanti ed il capitale

rappresentato, il risultato delle votazioni e l’identificazione di soci favorevoli, astenuti o dissenzienti.

60

Il diritto di intervento. Il diritto di voto

Diritto di intervento e diritto di voto sono tra loro collegati: in assemblea, infatti, possono intervenire,

insieme ai membri degli organi di amministrazione e controllo e ai rappresentanti degli azionisti di

risparmio, degli obbligazionisti e dei titolari di strumenti finanziari di partecipazione ad uno specifico

affare, tutti gli azionisti con diritto di voto, nonché i soggetti NON soci ma che godono di tale diritto, come

l’usufruttuario ed il creditore pignoratizio. Gli azionisti senza diritto di voto, dunque, non hanno neanche

diritto di intervento, almeno che lo statuto non preveda diversamente.

Anche gli azionisti con diritto di voto sospeso (quelli morosi per esempio) hanno diritto di intervento, tant’è

che vengono computati per il raggiungimento del quorum costitutivo.

Sono stati eliminati, anche se lo statuto può prevederli, il preventivo deposito delle azioni presso la sede

della società o presso le banche indicate nell’avviso di convocazione ed il divieto di ritiro dei titoli prima

che l’assemblea abbia avuto luogo, entrambe formalità un tempo previste dalla legge. Il deposito, laddove

contemplato dallo statuto, per le società quotate deve avvenire entro 2 giorni non festivi, mentre per le

azioni dematerializzate è sufficiente una comunicazione dell’intermediario depositario dei titoli.

Lo statuto può prevedere l’intervento in assemblea tramite mezzi di telecomunicazione, così come il voto

per corrispondenza (il socio si considera intervenuto in assemblea), le cui modalità di esercizio sono

dettate per le società non quotate dallo statuto stesso e dalla Consob per le società quotate, anche se

permangono, in dottrina, delle perplessità inerenti questa modalità.

Segue: La rappresentanza in assemblea

Gli azionisti possono partecipare alle assemblee direttamente o tramite un rappresentante: a tal proposito

è prevista una disciplina legislativa valida per tutte le società per azioni ed una disciplina alternativa alla

prima per le sole società quotate.

Partiamo col dire che gli azionisti possono farsi rappresentare nell’assemblea, salvo che lo statuto non

limiti o escluda tale facoltà, conferendo per iscritto una delega, NON in bianco, al soggetto rappresentante

e depositando i relativi documenti presso la sede della società. Società ed enti possono farsi rappresentare

solo da un dipendente o collaboratore. La delega è sempre revocabile.

La riforma del 2003 ha previsto che per le società quotate la delega possa riguardare SOLO la singola

assemblea, almeno che non si tratti di procura generale o conferita ad un dipendente da società ed enti.

Il rappresentante, tuttavia, non può essere una persona soggetta all’influenza del gruppo di comando della

società: non può trattarsi, dunque, di un amministratore o di un dipende della società o di una società

controllata, mentre può trattarsi di una banca (differentemente dal passato). Ogni persona, poi, può

rappresentare, all’interno delle società non quotate, un massimo di 20 soci, mentre nelle società quotate

può rappresentarne non più di 50 se il capitale sociale è inferiore a 5 milioni di euro, non più di 100 se il

capitale sociale è inferiore a 25 milioni di euro e non più di 200 se il capitale supera i 25 milioni.

Tuttavia, tutti questi provvedimenti non hanno impedito il fenomeno del cosiddetto “rastrellamento delle

deleghe”: la rappresentanza, infatti, ha lo scopo di far partecipare anche i piccoli azionisti, non

appartenenti al gruppo di comando, all’assemblea; molto spesso, però, il gruppo minoritario di comando,

61

con il suddetto rastrellamento, rafforza le proprie posizioni di potere, al fine di contrastare i piccoli azionisti

in occasione di assemblee combattute.

E’ per tal motivo che la riforma del 1998 delle sole società quotate ha previsto gli istituti della

“SOLLECITAZIONE” e della “RACCOLTA DELLE DELEGHE”, istituti per i quali non operano i divieti soggettivi e

quantitativi di rappresentanza, oltre che le eventuali disposizioni statutarie inerenti il divieto di farsi

rappresentare.

La “sollecitazione” è una richiesta di conferimento delle deleghe da parte di un socio, definito

COMMITTENTE ed avente almeno l’1% delle azioni con diritto di voto nell’assemblea, rivolta a tutti gli

azionisti per richiedere l’adesione a specifiche proposte di voto. La sollecitazione, però, non viene svolta

direttamente dal committente (o dai committenti), bensì da un intermediario abilitato (banche, imprese di

investimento, SICAV ecc.), il quale provvede ala diffusione di un prospetto e di un modulo di delega, il cui

contenuto è regolamentato dalla Consob.

La “raccolta delle deleghe”, invece, è una richiesta di conferimento delle deleghe di voto da parte di una

ASSOCIAZIONE DI AZIONISTI, fatta esclusivamente nei confronti dei propri associati. Le associazioni di

azionisti possono essere liberamente costituite, ma per non incontrare i limiti inerenti i divieti soggettivi e

quantitativi di cui abbiamo parlato prima, devono essere obbligatoriamente composte da almeno 50

persone fisiche, proprietarie di un quantitativo di azioni non superiore, singolarmente, allo 0,1% del

capitale sociale rappresentato da azioni con diritto di voto. Capiamo bene, dunque, che la raccolta delle

deleghe agevola l’esercizio indiretto del voto da parte dei piccoli azionisti, contrariamente alla

sollecitazione che permette al gruppo minoritario di comando di raccogliere il consenso dei piccoli azionisti

o agli azionisti di minoranza di contrastare il gruppo di comando. L’associazione esercita la raccolta tramite

la diffusione del solo modulo di delega, all’interno del quale l’associato specifica come debba essere

espresso il voto in assemblea, potendo scegliere anche di non conferire la delega o di votare

contrariamente a quanto prevede l’associazione stessa.

E’ la Consob a stabilire le regole di trasparenza e di correttezza, che i soggetti operativi nella sollecitazione

e nella raccolta di deleghe devono rispettare, al fine di consentire all’azionista delegante, il quale deve

sottoscrivere la delega ed indicare il nome del delegato e la data, di assumere una “decisione

consapevole”. Le deleghe possono riguardare solo singole assemblee già convocate e possono essere

revocate fino al giorno precedente a quello dell’adunanza; devono contenere le istruzioni di voto e

possono riguardare solo alcune proposte (delega parziale). Nella sollecitazione il voto per delega deve

essere esercitato dal committente o dall’intermediario che le ha raccolte, mentre nella raccolta il voto deve

essere palesato dai legali dell’associazione, anche in maniera divergente per i singoli associati che si sono

espressi in maniere diverse.

La violazione della disciplina descritta comporta sanzioni pecuniarie per chi ha agito e può riflettersi sulla

validità della delibera.

Limiti all’esercizio del voto. Il conflitto di interessi

Esercitando il diritto di voto, il singolo socio non fa altro che concorrere alla formazione della volontà

sociale proporzionalmente al numero di azioni possedute, ma è sempre la maggioranza, al di là dei quorum

richiesti, a prendere le decisioni. 62

Ovviamente, però, il socio è tenuto a votare nell’interesse della società e le deliberazioni assembleari sono

annullabili SOLO nell’ipotesi in cui la maggioranza sia ispirata da interessi extra-sociali, con danno, anche

solo potenziale, per la società stessa.

L’interesse sociale, dunque, funge da LIMITE alla libertà d’espressione del voto, anche se la maggioranza

non è tenuta a conformare le proprie decisioni ad un interesse sociale astrattamente predeterminato, sia

che si concepisca l’interesse sociale come interesse comune dei soci all’esercizio di un’attività economica a

scopo di lucro, come prevede la TEORIA CONTRATTUALE, sia che si concepisca l’interesse sociale come

interesse dell’impresa come tale, superiore e diverso dall’interesse dei soci, come prevede la TEORIA

ISTITUZIONALE.

E ciò è riscontrabile nella disciplina del conflitto di interessi, di cui all’art.2373 del codice: si ha CONFLITTO

DI INTERESSI nel momento in cui il socio, per conto proprio o di terzi, persegue un interesse personale

contrastante con quello della società (esempio: la delibera riguarda l’acquisto di un’immobile

appartenente al socio). Se in passato era prevista l’impossibilità di votare, oggi il socio può liberamente

decidere se esprimere il proprio voto oppure astenersi, in quanto la delibera risulta ANNULLABILE nella

sola ipotesi in cui “il voto del soggetto sia stato determinante” (prova di resistenza) e “la delibera possa

recare un danno alla società” (danno potenziale); in tutti gli altri casi la delibera è del tutto valida ed

inattaccabile, motivo per cui possiamo affermare che “nulla impedisce al socio di perseguire con la delibera

un proprio interesse personale, purché non in contrasto con quello sociale”.

Il comma 2 dell’art.2373 c.c. prevede, poi, due ipotesi tipiche ma non esclusive di conflitto di interessi da

parte di amministratori e soci componenti del consiglio di gestione, ai quali è fatto espresso divieto,

rispettivamente, di votare nelle deliberazioni inerenti le azioni di responsabilità nei propri confronti (x gli

amministratori) e di votare nelle deliberazioni inerenti la nomina, la revoca o la responsabilità dei

consiglieri di sorveglianza.

Possiamo riscontrare, però, delle ipotesi in cui una decisione viene presa dalla maggioranza dei soci non al

fine di trarne un beneficio arrecando un danno alla società, ma arrecando un danno agli altri soci di

minoranza: la decisione, per esempio, prevede l’aumento del capitale sociale al solo fine di ridurre la quota

di partecipazione dei soci minoritari che non possono sottoscriverne l’aumento, oppure riguarda lo

scioglimento anticipato della società per costituirne un’altra senza un determinato socio. Tutte azioni,

quindi, poste in essere per allontanare uno o più soci in particolare. In tal caso, in alcun modo può essere

invocato l’articolo 2373, in quanto la società al massimo può ricevere un beneficio da determinate azioni

del genere (come nell’esempio dell’aumento di capitale), ma MAI un danno.

Giurisprudenza e dottrina, in tutti modi, hanno voluto tutelare i soci di minoranza, prevedendo che in tal

caso si configuri un ABUSO DEL DIRITTO DI VOTO A DANNO DEI SOCI MINORITARI, anche se è necessario,

da parte di chi l’ha subito, dimostrare che la delibera abbia avuto il solo scopo di ledere, arbitrariamente e

fraudolentemente, i diritti dei soci diversi da quelli di maggioranza, il che non è semplice.

In altri casi, infine, si può avere anche un ABUSO DELLA MINORANZA, la quale può fare ostruzionismo, per

esempio, nel dibattito assembleare o abusare del diritto di convocazione, paralizzando di fatto la vita della

società: in tale ipotesi è previsto il risarcimento dei danni da parte dei soci minoritari, sia nei confronti della

società, sia nei confronti dei partecipanti agli organismi di investimento collettivo qualora si tratti di

azionisti investitori istituzionali, che devono agire nel solo interesse dei primi, oltre al fatto che vi può

63

essere annullamento del voto contrario della minoranza nel caso in cui sia stato determinante per bloccare

la maggioranza.

I sindacati di voto

I SINDACATI DI VOTO sono patti parasociali, veri e propri accordi, in forza dei quali più soggetti decidono di

concordare preventivamente il modo in cui votare all’interno dell’assemblea.

Può trattarsi di sindacati di voto OCCASIONALI o PERMANENTI, ed in questo secondo caso possono essere

A TEMPO DETERMINATO O INDETERMINATO, nonché TOTALI, qualora riguardino tutte le delibere

assembleari, o PARZIALI, nell’ipotesi in cui riguardino solo determinate votazioni (esempio: nomina degli

amministratori).

Il modo in cui votare può essere stabilito all’UNANIMITA’ o a MAGGIORANZA ed il sindacato di voto può

configurarsi come una vera e propria associazione non riconosciuta, con un proprio apparato organizzativo.

Sono gli stessi soci sindacati o un loro comune rappresentante (direttore del sindacato), al quale hanno

rilasciato le proprie deleghe, ad esprimere i voti in assemblea, ovviamente preventivamente concordati.

Tali sindacati, però, hanno aspetti positivi, permettendo al gruppo di comando di dare stabilità alle scelte

inerenti la società ed al gruppo minoritario di difendersi adeguatamente, ed aspetti negativi, potendo

causare la cristallizzazione del gruppo di controllo, il quale senza disporre della maggioranza del capitale,

può comunque determinare la maggioranza richiesta, ai fini del voto, nelle assemblee, eludendo in un

certo senso il principio maggioritario, in quanto la decisione viene presa prima delle assemblee stesse, che

rimane solo formalmente rispettato.

Tuttavia, essendo un patto tra soci, il sindacato di voto ha effetto solo tra gli stessi, non essendo rilevante

per la società che un socio si sia discostato dall’indirizzo di voto concordato preventivamente. Al contrario

il sindacato di voto produce effetti negativi per la società nel momento in cui vi è conflitto di interessi tra

uno o più soci e la società: in tal caso dei voti sindacati occorre tener conto quando occorre valutare, a

norma dell’art.2373 c.c., la “prova di resistenza”, ossia quanto il voto sindacato sia stato determinante

nella delibera comportante un danno potenziale alla società.

Si è discusso molto, tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, sulla liceità e sulla validità dei sindacati di

voto: l’autore Campobasso, in realtà, sottolinea come la libertà di votare in un determinato modo sia

propria del soggetto, il quale può addirittura “vendere” un proprio voto in cambio di un beneficio

economico, in quanto ciò non tocca in alcun modo il funzionamento delle maggioranze previste dalla legge

al fine di assumere le delibere. Ciò che conta, continua l’autore, è la “trasparenza delle situazioni di potere”

che i sindacati concorrono a determinare ed è proprio in questa prospettiva che il legislatore delle riforme

del 1998 e del 2003 si è mosso, regolando la durata dei sindacati di voto e assicurandone la pubblicità.

I patti parasociali, anzitutto, non devono rispettare alcuna forma specifica. Qualora siano a tempo

determinato, però, non possono avere durata superiore a 5 anni (3 per le società quotate), sebbene

rimangano rinnovabili alla scadenza (qualsiasi termine superiore, in ogni caso, viene riportato a 5 o a 3

anni). I patti a tempo indeterminato possono essere stipulati, ma è previsto il recesso con un preavviso di

180 giorni. E’ contemplato anche il recesso senza preavviso, anche in caso di patti a tempo determinato,

sebbene SOLO nell’ipotesi in cui gli azionisti intendano aderire ad un’opa totalitaria o ad un’offerta

preventiva parziale (il recesso ha luogo solo se si perfeziona il trasferimento delle azioni). I limiti di durata

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non si applicano ai “patti strumentali ad accordi di collaborazione nella produzione e nello scambio di beni

o servizi e relativi a società non quotate interamente possedute dai partecipanti all’accordo”, proprio per

favorire accordi consortili di lunga durata.

Per quanto riguarda, invece, la pubblicità di tali accordi, occorre sottolineare che essa vale solo per le

società con azionariato diffuso tra il pubblico, con una diversa disciplina a seconda che la società sia

quotata o meno.

Se si tratta di società NON quotate che fanno appello al mercato del capitale di rischio, i patti parasociali

devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea, oltre che trascritti nel

verbale di assemblea, poi depositato presso l’ufficio del registro delle imprese. L’omessa dichiarazione

(occhio, non la comunicazione alla società) rende impugnabile la delibera e sospende il diritto di voto per le

azioni a cui il patto si riferisce.

Se si tratta, invece, di società quotate (o loro controllanti) i sindacati di voto e gli altri patti parasociali

devono essere comunicati, entro 5 giorni dalla stipulazione, alla Consob ed alla società quotata, pubblicati

per estratto sulla stampa quotidiana e depositati presso il registro delle imprese del luogo dove ha sede la

società, mentre non occorre la dichiarazione in apertura di assemblea: in caso di violazione di tali norme i

patti sono NULLI, si va incontro a sanzioni pecuniarie ed i soci aderenti sono liberi di votare come credono.

Per le sole società quotate, escluse le controllanti non quotate, si ha anche sospensione del diritto di voto

relativo alle azioni sindacate e la delibera è impugnabile, anche dalla Consob, se adottata con voto

determinante di tali azioni.

Non è prevista alcuna forma di pubblicità per le società chiuse, ossia quelle che non fanno appello al

mercato del capitale di rischio.

Le deliberazioni assembleari invalide NULLE

In forza del dettato legislativo del codice del ’42 le delibere assembleari potevano essere o

ANNULLABILI: la nullità, però, veniva vista come sanzione eccezionale, da applicare nella sola ipotesi di

delibera avente oggetto impossibile o illecito; nel caso di vizi procedurali si aveva la semplice annullabilità

della delibera, da impugnare entro 3 mesi altrimenti non più contestabile. Se questo era il detto del codice,

però, la giurisprudenza, al fine di tutelare la posizione dei soci di minoranza, il più delle volte assenteisti e

disinteressati, aveva dato luogo ad una terza categoria di invalidità, quella delle delibere INESISTENTI, che

si configuravano nel caso in cui il vizio di procedimento fosse stato tanto grave da non poter parlare di

delibera invalida, ma di NON DELIBERA, ossia inesistente del tutto per mancanza dei requisiti minimi.

Tuttavia, ad un sistema di certezza del diritto si era sostituito un sistema giurisprudenziale di incertezza,

volto a valutare caso per caso se si trattasse di una delibera nulla, annullabile o inesistente.

La riforma del 2003 ha eliminato la terza categoria di cui abbiamo parlato, riconducendo le varie fattispecie

all’interno della nullità o dell’annullabilità.

Partiamo dall’annullabilità, che è sempre la REGOLA in tema di deliberazioni non conformi alla legge o allo

statuto, mentre la nullità è prevista in soli tre casi tassativi previsti dall’art.2379 c.c.

Rientrano nella categoria delle delibere annullabili, un tempo considerate inesistenti, quelle in cui vi è stata

partecipazione di persone non legittimate (azionisti senza voto), MA solo laddove tale partecipazione abbia

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determinato l’irregolarità della costituzione dell’assemblea (prova di resistenza); quelle in cui siano stati

conteggiati erroneamente voti invalidi, determinanti per il raggiungimento della maggioranza; e le delibere

il cui verbale risulti incompleto o inesatto, quanto impediscono l’accertamento di effetti e contenuto delle

delibere stesse.

L’impugnativa può essere proposta SOLO da soggetti individuati dalla legge: soci assenti, dissenzienti o

astenuti, amministratori, consiglio di sorveglianza e collegio sindacale, rappresentante comune degli

azionisti di risparmio ed in alcuni casi anche la Consob, la Banca d’Italia e l’ISVAP. Non compete, invece,

tale legittimazione ai soci che hanno votato a favore della delibera, a quelli titolari di azioni senza voto o ai

terzi creditori sociali. Non ogni socio con diritto di voto, tra l’altro, ha diritto ad impugnare la delibera: per

le società che fanno appello al mercato del capitale di rischio, possono impugnare la delibera SOLO gli

l’UNO PER MILLE

azionisti rappresentanti del capitale sociale, mentre nelle società che non fanno appello

5%

al mercato del capitale di rischio occorre la rappresentanza del del capitale, sempre che lo statuto non

preveda riduzioni od esclusione di tale requisito.

Ai soci non legittimati all’impugnativa compete il risarcimento del danno per delibere non conformi alla

legge o all’atto costitutivo, sebbene essi debbano provare l’ammontare del danno, oltre che il nesso di

causalità.

L’impugnativa o l’azione di risarcimento vanno proposte entro 90 giorni dalla deliberazione o dalla sua

eventuale iscrizione nel registro delle imprese, termine allungato a 180 giorni per Consob, Banca d’Italia e

ISVAP.

L’azione di annullamento va esperita dinanzi al tribunale del luogo in cui ha sede la società e non è più

necessario, diversamente che in passato, il deposito di almeno un’azione, mentre è fondamentale che

l’impugnante dimostri il possesso delle azioni al tempo dell’impugnazione e che lo mantenga durante il

processo, altrimenti può aver luogo solo il risarcimento e non l’annullamento. Per evitare azioni volte a

danneggiare la società, il tribunale può prevedere che l’impugnante presti idonea garanzia per l’eventuale

risarcimento, così come è previsto che solo il tribunale possa prevedere la sospensione della delibera, non

sospesa dalla sola proposizione della domanda. Per evitare contrasti tra giudicati, le impugnative inerenti la

medesima delibera vanno istruite congiuntamente e decise con unica sentenza. Sono fatti salvi i diritti di

terzi acquistati in buona fede ed anche quelli acquistati in mala fede, qualora sia intervenuta una nuova

delibera volta a sanare i vizi della prima, la quale ha effetto sanante retroattivo, sicché il giudizio procede

solo inerentemente alle spese giudiziali.

Segue: Le deliberazioni nulle

Sempre al fine di esorcizzare la categoria delle delibere inesistenti, è stata ampliata la categoria delle

delibere nulle ed è stata ridisegnata la disciplina della nullità, alleggerendola e sempre privilegiando la

sopravvivenza delle delibere.

La nullità si ha nei soli tre casi contemplati dall’art.2379 del codice:

OGGETTO o CONTENUTO IMPOSSIBILE o ILLECITO,

Delibera con ossia contrario a norme

• imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume. Si ha nullità anche quando la delibera ha

oggetto lecito (per esempio approvazione del bilancio) ma contenuto illecito (esempio bilancio

falso). Inoltre si ha nullità solo se la delibera è contraria a “norme imperative che tutelano un

66

interesse generale o lo stesso rapporto esistente all’interno della società, o il patrimonio della

stessa”, mentre la nullità non si produce, nonostante la delibera sia illecita, qualora vengano violate

norme imperative dettate a tutela del singolo socio o di gruppi di soci”;

MANCATA CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA: la convocazione, però, non è mancante e non

• produce nullità della delibera nell’ipotesi di irregolarità dell’avviso che consente comunque di

conoscere la data ed il luogo dell’assemblea; allo stesso tempo non può esercitare l’azione di nullità

che, anche in un secondo momento, ha dato il proprio assenso alla svolgimento dell’assemblea

nonostante la mancata convocazione;

MANCANZA DEL VERBALE: il verbale non è “mancante” se contiene la data e l’oggetto della

• deliberazione, oltre alla sottoscrizione del presidente dell’assemblea o del presidente del consiglio

di amministrazione o del consiglio di sorveglianza e del segretario/notaio incaricato della stesura. La

nullità, nel caso di mancanza del verbale, è sanata con effetto retroattivo se viene steso un verbale

precedentemente alla successiva assemblea.

La nullità delle delibere può essere fatta valere da “chiunque vi abbia interesse” e può essere rilevata

d’ufficio dal giudice. La delibera nulla è inefficace se non successivamente sanata per sostituzione con altra

delibera o decorrenza del termine di impugnazione: la delibera nulla, infatti, è impugnabile nel termine di 3

anni dall’iscrizione nel registro delle imprese o dall’iscrizione nel registro delle adunanze, differentemente

dall’azione di nullità dei contratti che è imprescrittibile, il che vale, in tema di delibere nulle, SOLO per

quelle che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o impossibili.

La nullità della delibera non può essere dichiarata se essa viene sostituita da un’altra delibera conforme

alla legge; sono fatti, tra l’altro, salvi i diritti di terzi acquistati in buona fede.

Per le delibere aventi ad oggetto l’aumento o la riduzione del capitale sociale, così come per quelle inerenti

l’emissione di obbligazioni, il termine di decadenza è di 180 giorni (anche in caso di nullità per illiceità

dell’oggetto), mentre in caso di mancata convocazione di assemblee riguardanti il medesimo oggetto, il

termine è di 90 giorni dall’approvazione del bilancio.

Per le società che fanno appello al mercato del capitale di rischio, la delibera non può essere impugnata e

dichiarata nulla se è stata iscritta nel registro delle imprese l’attestazione riguardante l’aumento del

capitale parzialmente eseguito. L’esecuzione parziale preclude la pronuncia di nullità anche delle

deliberazioni inerenti riduzione del capitale ed emissione di obbligazioni. Resta solo il diritto al

risarcimento del danno spettante a soci e terzi.

CAPITOLO NONO – AMMINISTRAZIONE

I sistemi di amministrazione e controllo

Grazie alla riforma del 2003, oggi sono previsti 3 diversi sistemi di amministrazione e controllo:

TRADIZIONALE,

Il sistema il quale prevede due organi di nomina assembleare, ossia l’organo

• amministrativo collegio sindacale,

(amministratore unico o consiglio di amministrazione) ed il con

funzioni di controllo del rispetto della legge e dello statuto da parte dell’amministrazione, ed un

tempo anche di controllo contabile.

DUALISTICO, CONSIGLIO DI

Il sistema in cui amministrazione e controllo sono esercitati da un

• SORVEGLIANZA, nominato dall’assemblea e a cui spettano alcuni compiti che nel sistema

67

tradizionale sono affidati all’assemblea stessa (esempio: approvazione del bilancio), e da un

CONSIGLIO DI GESTIONE, nominato da quello di sorveglianza;

MONISTICO,

Il sistema in cui amministrazione e controllo sono esercitati rispettivamente dal

• CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, COMITATO PER IL CONTROLLO

di nomina assembleare, e da un

SULLA GESTIONE, che sorge all’interno del consiglio di amministrazione ed è composto da soggetti

dotati di particolari requisiti di indipendenza e professionalità: in tal caso, dunque, abbiamo un

organo dentro l’altro (ecco perché il sistema viene definito monistico).

In tutti e tre i sistemi è previsto un organo ESTERNO di controllo contabile, il REVISORE o SOCIETA’ DI

REVISIONE. Il sistema tradizionale viene adottato nel silenzio dello statuto, mentre gli altri due devono

essere previsti al momento della costituzione della società o con una modifica statutaria, avendo effetto, in

quest’ultima ipotesi, dalla data in cui viene convocata l’assemblea per l’approvazione del bilancio relativo

all’esercizio successivo.

Struttura e funzione dell’organo amministrativo

Nel sistema tradizionale, la società non quotata può avere tanto un AMMINISTRATORE UNICO, quanto

essere gestita da una pluralità di amministratori, costituenti il CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, mentre

per le società quotate è necessaria, obbligatoriamente, la pluralità degli amministratori. Il numero dei

componenti del consiglio di amministrazione è liberamente determinabile dallo statuto, il quale può

prevedere anche le figure del COMITATO ESECUTIVO e degli AMMINISTRATORI DELEGATI.

Gli amministratori, in generale, sono coloro che si occupano IN VIA ESCLUSIVA della gestione della società

e sono chiamati a compiere tutte le operazioni necessarie per l’attuazione dell’oggetto sociale.

Gli amministratori hanno:

Il POTERE GESTORIO, in quanto deliberano su tutti gli argomenti inerenti la gestione della società

• che non siano riservati dalla legge all’assemblea;

Il POTERE DI RAPPRESENTANZA, dato che sono chiamati a manifestare all’esterno le decisioni prese

• dalla società, ponendo in essere gli atti idonei a rappresentare tale volontà.

Essi, inoltre, si occupano:

Di convocare e fissare l’ordine del giorno dell’assemblea, dando attuazione alle delibere della

• stessa ed impugnando quelle contrarie alla legge e all’atto costitutivo;

Della tenuta dei libri e delle scritture contabili, oltre che di redigere annualmente il progetto di

• bilancio da sottoporre all’approvazione dell’assemblea. Provvedono anche agli adempimenti

pubblicitari;

Di prevenire gli atti pregiudizievoli per la società e di rimuoverne/attenuarne le conseguenze.

Gli amministratori godono, dunque, di ampi poteri, riconosciuti agli stessi da norme di legge, inderogabili

da parte dell’assemblea o dello statuto. Godono di autonomia nei confronti degli altri organi, anche perché

sono chiamati a collaborare con essi, ma nello stesso tempo a vigilare sugli stessi. Sono civilmente e

penalmente responsabili per il loro operato, specialmente sotto il profilo civilistico nei confronti dei

creditori sociali, qualora vengano violate (da loro stessi o dalla società in generale) norme inerenti la

salvaguardia dell’integrità del patrimonio sociale. 68

Il rapporto di amministrazione non può essere configurato come un rapporto di mandato generale, data

l’autonomia ed i poteri previsti, oltre al fatto che essi sono attribuiti da norme inderogabili; tuttavia, non è

possibile neanche parificare gli amministratori agli imprenditori, perché essi gestiscono comunque

un’impresa altrui, oltre al fatto che vengono nominati e revocati dall’assemblea.

Il rapporto assemblea-amministratori

L’art.2364 n.5 del codice prevede che l’assemblea sia chiamata a decidere “…sulle autorizzazioni

eventualmente richieste dallo statuto per il compimento di atti degli amministratori, ferma in ogni caso la

responsabilità di questi per gli atti compiuti”. Allo stesso tempo l’art.2380-bis prevede che “La gestione

dell'impresa spetta ESCLUSIVAMENTE agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per

l'attuazione dell'oggetto sociale”.

Entrambe le norme, dunque, riconoscono a due organi diversi un potere gestorio: mentre nel caso

dell’assemblea, però, si tratta di una competenza DELIMITATA e SPECIFICA, riguardante in poche parole i

soli atti previsti dalla legge (come l’approvazione del bilancio o la nomina/revoca degli amministratori), nel

caso degli amministratori si tratta di una competenza GENERALE, ossia inerente tutti gli atti necessari non

riservati all’assemblea e utili per il conseguimento dell’oggetto sociale.

Il potere degli amministratori, di conseguenza, si configura come un potere PROPRIO e non derivato, tant’è

che essi non hanno bisogno in alcun modo di rivolgersi all’assemblea per svolgere il proprio compito,

neanche in caso di operazioni pericolose, né tanto meno l’assemblea può essere chiamata a rispondere, a

differenza degli amministratori, civilmente o penalmente dei danni arrecati al patrimonio sociale.

La competenza degli amministratori incontra solo il limite di quella assembleare nei casi previsti dalla

legge, ossia per le operazioni comportanti una sostanziale modifica della società stessa, del suo oggetto

sociale.

La disciplina è inderogabile anche da parte dello statuto, il quale può al massimo prevedere

l’autorizzazione, da parte dell’assemblea, degli atti di gestione degli amministratori, su proposta degli stessi

e senza a loro sostituirsi, in quanto l’organo assembleare non può MAI avere competenza generale ed

esclusiva su tali atti. Tra l’altro l’autorizzazione non esonera gli amministratori dalle loro responsabilità, di

fatto essendo possibile per gli stessi non dare attuazione ad atti di gestione che li esporrebbero a tale

responsabilità.

Nomina. Cessazione della carica

I primi amministratori sono nominati all’interno dell’atto costitutivo, mentre successivamente competente

alla nomina è l’assemblea ordinaria.

Un componente indipendente del consiglio di amministrazione può essere nominato da coloro che

posseggono strumenti finanziari partecipativi. Allo stesso modo, nelle società che non fanno ricorso al

mercato del capitale di rischio, lo statuto può riservare ad enti pubblici o allo Stato la nomina di uno o più

amministratori o sindaci, in forza della partecipazione nel capitale sociale. Nelle società che fanno ricorso al

mercato del capitale di rischio, invece, allo Stato o agli enti pubblici può essere addirittura riservata

l’assegnazione di strumenti finanziari partecipativi, che comporta la nomina di un amministratore

indipendente e di un componente dell’organo di controllo. In queste due ipotesi gli amministratori sono

69

soggetti alla disciplina già esposta, sebbene possano essere revocati solo dagli enti pubblici che li hanno

nominati.

Le clausole statutarie non possono MAI prevedere che la nomina degli amministratori sia sottratta alla

competenza assembleare, così come non possono consentire un innalzamento dei quorum deliberativi

previsti per la nomina di tali cariche, mentre possono prevederne una riduzione.

Vi sono poi dei sistemi di votazione (voto di lista, voto scalare, voto limitato ecc.) ideati al fine di consentire

ai gruppi di minoranza una rappresentanza nel consiglio di amministrazione: nelle società quotate è

OBBLIGATORIO che la compagine minoritaria sia rappresentata da un proprio amministratore e a tal fine il

legislatore ha previsto l’adozione del VOTO DI LISTA, il quale prevede che vengano presentate delle liste di

candidati e che ogni socio possa votare per una sola lista; in conseguenza a ciò vengono nominati

amministratori (facenti parte del consiglio) coloro votati maggiormente in ciascuna lista. Per poter

presentare delle liste occorre una partecipazione minima al capitale sociale, la quale però non deve

superare il limite di UN QUARANTESIMO del capitale o la diversa misura fissata dalla Consob. Almeno un

componente del consiglio di amministrazione deve essere espressione della lista di minoranza che abbia

ottenuto il maggior numero di voti.

Il numero degli amministratori è fissato dallo statuto, il quale si può limitare a fissare numero massimo e

minimo, lasciando all’assemblea l’indicazione del numero preciso. Gli amministratori possono essere soci o

non soci, MA pur sempre persone fisiche, dotate dei requisiti di ONORABILITA’ fissati per i sindaci con

regolamento del Ministro per la giustizia. Almeno un componente del consiglio di amministrazione (due, se

il consiglio ha più di 7 membri) deve essere un AMMINISTRATORE INDIPENDENTE, chiamato a vigilare

anche sugli amministratori delegati, il quale deve essere in possesso dei requisiti di INDIPENDENZA fissati

per i sindaci e di ulteriori requisiti previsti dallo statuto. Specifici requisiti sono previsti per gli

amministratori di società assicurative e bancarie.

Sono cause di INELEGGIBILITA’ alla carica di amministratore:

L’interdizione;

• L’inabilitazione;

• Il fallimento;

• La condanna ad una pena che comporta l’interdizione, seppur temporanea, dai pubblici uffici.

Tra le cause di INCOMPATIBILITA’ con la carica di amministratore troviamo, invece, l’esercizio di un’attività

lavorativa come quella di impiegato civile dello Stato o di avvocato, così come la titolarità di cariche di

Governo o di membro del Parlamento: in questi casi, però, la delibera di nomina non è invalida, in quanto il

soggetto è chiamato a scegliere.

La DURATA della loro carica non può superare i 3 esercizi, sebbene sia rinnovabile.

Cessano dall’ufficio prima della scadenza del termine:

Gli amministratori il cui incarico è stato REVOCATO dall’assemblea, i quali hanno diritto al

• risarcimento del danno se non vi è giusta causa;

Gli amministratori che presentano le proprie dimissioni, i quali vengono meno quindi per

• RINUNCIA; 70

Gli amministratori che decadono dall’ufficio (DECADENZA), se sopravviene una causa di

• ineleggibilità o se si perdono i requisiti di indipendenza (nel caso di amministratori indipendenti di

società quotate);

Gli amministratori deceduti (MORTE).

Il legislatore si preoccupa, poi, di evitare la paralisi dell’attività dell’organo amministrativo nel caso in cui si

verifichi una delle cause di cessazione dall’ufficio sopra esposte.

Anzitutto è prevista la cosiddetta PROROGATIO: gli amministratori il cui ufficio cessa per scadenza del

termine vengono sostituiti SOLO DOPO l’accettazione della nomina da parte dei nuovi amministratori.

In caso di “rinuncia” all’ufficio, l’amministratore deve darne comunicazione al consiglio di amministrazione

ed al presidente del collegio sindacale: tale rinuncia ha effetto IMMEDIATO se rimangono in carica la

maggioranza degli amministratori, mentre si ha prorogatio nel caso contrario.

Nei casi in cui la cessazione dell’ufficio dipenda da morte dell’amministratore e decadenza dall’ufficio

stesso, vanno prese in considerazione tre ipotesi:

Se rimane in carica la maggioranza degli amministratori di nomina assembleare, allora si da luogo

• alla cosiddetta COOPTAZIONE, ossia sono i superstiti a nominare i sostituti, con delibera consiliare

approvata dal collegio sindacale, i quali restano in carica sino alla successiva assemblea;

Se viene a mancare più della metà degli amministratori di nomina assembleare, i superstiti devono

• convocare l’assemblea affinché provveda alla nomina di nuovi amministratori, in carica sino alla

scadenza del termine previsto per quelli già nominati (i superstiti);

Se vengono meno TUTTI gli amministratori o l’amministratore unico, il collegio sindacale convoca

• con urgenza l’assemblea per ricostituire l’organo amministrativo, svolgendo nel frattempo la

“gestione ordinaria”.

Tuttavia la disciplina è derogabile da parte dello statuto, specie in merito alla regola di cooptazione, già di

per sé eccezione al principio di competenza assembleare alla nomina degli amministratori. Lo statuto può

prevedere anche la clausola SIMUL STABUNT SIMUL CADENT (come insieme staranno insieme cadranno),

prevedendo la cessazione di tutti gli amministratori e la ricostituzione dell’intero organo amministrativo

nell’ipotesi di cessazione anche di un solo amministratore.

Gli amministratori appena nominati provvedono all’iscrizione della loro nomina nel registro delle imprese,

entro 30 giorni dalla nomina stessa. Il collegio sindacale, invece, si occupa di provvedere all’iscrizione della

cessazione per qualsiasi causa nello stesso termine.

Compenso. Divieti

Gli amministratori, per lo svolgimento della propria attività, hanno diritto ad un compenso (art.2389 c.c.),

determinato dall’assemblea ordinaria o direttamente dallo statuto (nel sistema dualistico dal consiglio di

sorveglianza). Tale compenso può consistere, in tutto o in parte, in una partecipazione agli utili della

società o nel diritto di sottoscrivere azioni di futura emissione a prezzo predeterminato (stock options),

anche se in questa ipotesi è necessario che l’assemblea straordinaria abbia deliberato l’esclusione del

diritto di opzione degli azionisti. Nelle società quotate ed in quelle non quotate MA con strumenti

71

finanziari diffusi tra il pubblico va rispettata, inoltre, la disciplina inerente i “piani di compensi basati su

strumenti finanziari”, esposta a pagina 29 di questa dispensa.

Anche il compenso dei membri del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo è stabilito

dall’assemblea, all’atto della nomina, o direttamente dall’atto costitutivo. Per gli amministratori con

particolari cariche (come gli amministratori delegati), invece, il compenso è stabilito dal consiglio di

amministrazione (NO dall’assemblea), sentito il parere del collegio sindacale e si tratta di remunerazione

ulteriore rispetto a quella prevista perché il soggetto fa parte del consiglio di amministrazione.

Se il compenso non è stato determinato, provvede l’autorità giudiziaria su ricorso dell’amministratore.

In capo agli amministratori, inoltre, gravano determinati divieti:

Non possono assumere la qualità di soci a responsabilità illimitata in società concorrenti;

• Non possono esercitare attività concorrente per conto proprio o altrui;

• Non possono essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, se non previsto

• dall’atto costitutivo o autorizzati dall’assemblea.

In questi tre casi gli amministratori vanno incontro alla revoca dell’ufficio per giusta causa, dovendo anche

il risarcimento dei danni, laddove arrecati.

Le società quotate devono indicare, nella relazione sulla gestione allegata al bilancio, le partecipazioni

detenute dagli amministratori, anche in società controllate, nonché quelle detenute dai coniugi e dai figli

minori.

Gli amministratori, infine, non possono acquistare, vendere e compiere altre operazioni su strumenti

finanziari della società, sfruttando informazioni tratte dalla propria posizione privilegiata, altrimenti vanno

incontro a sanzioni penali.

Il consiglio di amministrazione

La società per azioni NON quotata può avere, come abbiamo già detto, un amministratore unico o una

pluralità di amministratori. Tale pluralità, invece, è necessarie per le società quotate.

Quando vi è una pluralità di amministratori, essi costituiscono il CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, retto

da un presidente nominato dai suoi membri o dall’assemblea.

In presenza di tale consiglio va sottolineato come vi siano funzioni che vanno esercitate COLLEGIALMENTE,

l’attività deliberativa

quali inerente la gestione della società, così come altre attività proprie degli

amministratori (convocazione assemblea, redazione bilancio ecc.); funzioni che vanno esercitate

INDIVIDUALMENTE dai singoli amministratori designati nell’atto costitutivo o dall’assemblea, come la

funzione di RAPPRESENTANZA, esercitata disgiuntamente o congiuntamente in presenza di più

amministratori, ma non collegialmente. Individualmente va poi esercitata l’azione di vigilanza, in quanto

ogni amministratore è chiamato a rispondere personalmente dei danni derivanti dall’omessa vigilanza: egli

può controllare le scritture sociali, compiere atti di ispezione, chiedere notizie circa la gestione agli

amministratori delegati, sebbene nel caso in cui riscontri delle anomali deve chiedere la convocazione del

consiglio, in quanto l’adozione di provvedimento è competenza collegiale, in quanto attività deliberativa.

72

Anzitutto a convocare ed organizzare i lavori del consiglio di amministrazione, oltre che ad informare gli

amministratori della convocazione, è il presidente dello stesso. Può considerarsi validamente costituito il

consiglio a cui prendono parte la MAGGIORANZA degli amministratori in carica e può considerarsi

validamente approvata la deliberazione consiliare con voto favorevole della MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI

PRESENTI (voto per teste). Lo statuto può prevedere quorum diversi.

Il verbale consiliare viene inserito nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di

amministrazione, ma va redatto nella forma dell’atto pubblico qualora si deliberi su materia di competenza

assembleare.

Gli amministratori assenti o dissenzienti ed il collegio sindacale possono, entro 90 giorni dalla data di una

determinata deliberazione, impugnare la stessa qualora contraria alla legge o allo statuto (art.2388 comma

4 c.c.): si tratta, in tal caso, di delibera ANNULLABILE, non essendo contemplati casi di nullità delle delibere

del consiglio di amministrazione. I soci non possono proporre impugnativa, se non viene DIRETTAMENTE

leso un proprio diritto soggettivo. L’annullamento di una delibera non pregiudica i diritti acquisiti in buona

fede da terzi.

L’art.2391 tratta il caso di conflitto di interessi degli amministratori. Se l’amministratore ha, in una

determinata operazione, un INTERESSE, anche non confliggente con quello della società, è tenuto a

comunicarlo agli altri amministratori ed al collegio sindacale, precisandone “natura, termini, origine e

portata”; inoltre, qualora sia un amministratore delegato, benché possa votare nel consiglio, deve

comunque astenersi dall’operazione, di cui si occupano in tal caso il consiglio stesso o il comitato

esecutivo, ma comunque occorre sempre la motivazione delle ragioni e della convenienza di porre

ugualmente in essere l’operazione, precisata da parte del consiglio di amministrazione. Se tale delibera del

consiglio possa comportare un “danno potenziale” alla società, essa è impugnabile, nel termine di 90

giorni, dal collegio sindacale, dagli amministratori dissenzienti e assenti e anche da quelli favorevoli in caso

di omissioni di informazioni da parte dell’amministratore interessato, NON SOLO se il voto dello stesso è

risultato determinante (prova di resistenza), MA ANCHE nelle ipotesi di violazione degli obblighi di

trasparenza, astensione e motivazione. Anche nel caso di amministratore unico, egli è tenuto all’obbligo di

informazione e di motivazione delle operazioni nei confronti del collegio sindacale e della prima assemblea

utile, in quanto i contratti conclusi in conflitto di interessi dallo stesso sono annullabili su richiesta della

società.

L’amministratore risponde dei danni derivanti dalla sua azione o dall’omissione delle proprie azioni: in

particolare risponde anche dei danni alla società derivanti dall’utilizzo, a vantaggio proprio o di terzi, di

dati, notizie ed opportunità di affari conosciuti proprio in forza del fatto che il soggetto si trova in una

posizione privilegiata.

Maggiori cautele sono previste nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, in

relazione alle operazioni con “PARTI CORRELATE”, ossia con soggetti indicati dalla Consob, con cui c’è

maggior rischio di conflitto di interessi: è necessario, in tal caso, che il consiglio adotti regole per una

maggiore trasparenza e correttezza delle decisioni, regole che vanno rese note nella relazione sulla

gestione e su cui deve vigilare l’organo di controllo, per poi riferire all’assemblea.

73

Comitato esecutivo. Amministratori delegati

Il consiglio di amministrazione, sulla base dell’atto costitutivo o di una decisione dell’assemblea ordinaria,

può decidere di dar luogo ad una propria articolazione interna, delegando le proprie attribuzioni ad un

comitato esecutivo o ad uno o più amministratori delegati.

COMITATO ESECUTIVO collegiale,

Il è un organo alle cui riunioni prendono parte i sindaci e le cui delibere

sono contenute all’interno di un apposito registro delle adunanze e delle deliberazioni, tenuto dallo stesso

comitato.

AMMINISTRATORI DELEGATI,

Gli invece, sono organi “unipersonali” che esercitano disgiuntamente o

congiuntamente le funzioni ad essi attribuite, assumendo il più delle volte anche la rappresentanza della

società.

Comitato esecutivo e amministratori delegati possono anche coesistere e la loro creazione, benché

contemplata statutariamente o dall’assemblea, avviene ad opera del consiglio di amministrazione, che

stabilisce i compiti, i limiti e le modalità di esercizio della delega.

Ovviamente la presenza di tali organi non sottrae competenza al consiglio di amministrazione, che può in

un qualsivoglia momento avocare a se operazioni rientranti nella delega, restando in posizione

sovraordinata rispetto agli stessi, imponendo direttive e potendo revocare la delega stessa.

Vi sono, però, dei compiti che il consiglio di amministrazione NON PUO’ delegare: redazione del bilancio,

facoltà di aumento del capitale sociale e adempimenti in caso di riduzione dello stesso per perdite,

redazione del progetto di fusione o scissione.

Gli organi delegati, poi, hanno degli specifici DOVERI, oltre a quelli contemplabili dal consiglio in sede di

nomina: curare l’assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società; riferire periodicamente,

almeno ogni 6 mesi, al consiglio ed al collegio sindacale l’andamento della gestione. Nel contempo, però,

gli altri amministratori possono vigilare su tali operazioni, richiedendo agli organi delegati di fornire

informazioni al consiglio relative alla gestione. Lo stesso consiglio di amministrazione (e quindi gli

amministratori senza delega), tra l’altro, ha il compito di:

Valutare l’adeguatezza dell’assetto societario, frutto del lavoro degli organi delegati;

• Esaminare piani strategici, industriali e finanziari elaborati;

• Valutare in linea generale la gestione.

La rappresentanza della società

Abbiamo già detto che gli amministratori, oltre al potere di gestione della società, possiedono il potere di

RAPPRESENTANZA.

Non tutti gli amministratori, in presenza di un consiglio di amministrazione, hanno tale potere, in quanto

devono essere lo statuto o la deliberazione di nomina a precisare quali soggetti possano rappresentare la

società. Occorre poi la pubblicità legale della nomina, la quale, in presenza di più amministratori con

FIRMA CONGIUNTA,

rappresentanza, deve precisare se si tratti di ipotesi di laddove la rappresentanza

FIRMA DISGIUNTA,

spetta congiuntamente agli amministratori individuati, o nel caso contrario.

74

Solitamente la rappresentanza spetta al presidente del consiglio di amministrazione e agli amministratori

delegati. GENERALE,

I soggetti scelti hanno un potere di rappresentanza non circoscritto ai soli atti rientranti

nell’oggetto sociale, oltre ad avere rappresentanza processuale attiva e passiva della società.

Facciamo, però, una precisazione importanza: potere di gestione e potere di rappresentanza sono due cose

INTERNA

completamente diverse, in quanto il primo riguarda l’attività della società, la fase decisoria delle

operazioni sociali, ed è svolto collegialmente dal consiglio di amministrazione, mentre il secondo ha ad

ESTERNA,

oggetto l’attività ossia l’azione nei confronti dei terzi in nome della società, svolto

disgiuntamente/congiuntamente da uno o più amministratori: in caso di amministratore unico o di

amministratore delegato con rappresentanza, tale scissione tra i due poteri non sussiste.

La società può anche scegliere di avvalersi di rappresentanti negoziali diversi dagli amministratori, quali

direttori generali, che fanno pur sempre parte dell’organizzazione interna, o procuratori generali esterni,

nominati dagli amministratori stessi o dall’assemblea.

In ogni caso, viene tutelato moltissimo l’affidamento di terzi riguardo agli atti posti in essere da chi gode

mancanza di potere

del potere di rappresentanza: è, infatti, INOPPONIBILE A TERZI di buona fede la

rappresentativo dovuta ad “invalidità” dell’atto di nomina. Se quest’ultimo è stato iscritto nel registro

delle imprese, le cause di nullità e annullabilità non possono riguardare i terzi, almeno che non si provi la

VIOLAZIONE dei limiti

conoscenza da parte degli stessi delle cause in questione; allo stesso modo anche la

ai poteri di rappresentanza da parte degli amministratori è inopponibile a terzi, anche se tali limiti sono

stati pubblicizzati, almeno che non si provi che l’amministratore abbia agito per danneggiare la società (ad

esempio in caso di accordo fraudolento tra l’amministratore ed il terzo), mentre non è sufficiente la

malafede del terzo.

Sebbene prevista dalla disciplina comunitaria, all’interno del nostro ordinamento non è mai stata inserita la

disposizione inerente l’impossibilità della società di opporre a terzi di buona fede l’estraneità all’oggetto

ATTI ULTRA VIRES:

sociale degli atti compiuti dagli amministratori in nome della società, definiti come in

poche parole, se l’amministratore compie un atto che non rientra nell’attività di impresa, la società resta

comunque vincolata verso terzi, almeno che non riesca a provare che gli stessi abbiano agito volutamente

LIMITI STATUTARI

a danno della società; si tratta, infatti, di che non devono interessare a terzi.

LIMITI LEGALI

Al contrario, invece, qualora vi siano dei del potere di rappresentanza, gli atti posti in essere

in violazione di tali limiti dagli amministratori sono opponibili a terzi (pensiamo agli atti stipulati

dall’amministratore in conflitto di interessi): in questi casi l’atto è annullabile su richiesta della società,

sempre che si possa dimostrare almeno la riconoscibilità del conflitto, con l’ordinaria diligenza e perizia, da

parte del terzo. La medesima disciplina dell’opponibilità vale nelle ipotesi in cui occorra una delibera

assembleare per autorizzare l’atto dell’amministratore, mentre non vige nei casi in cui sia necessaria una

delibera del consiglio di amministrazione, in quanto l’atto compiuto in mancanza della stessa resta del

tutto valido, trattandosi ancora una volta di limite statutario e non legale.

75

La responsabilità degli amministratori verso la società

Gli amministratori, per gli atti compiuti così come per quelli omessi, sono CIVILMENTE responsabili:

Verso la società;

• Verso i creditori sociali;

• Verso i singoli soci o terzi.

Partiamo dalla responsabilità verso la società (artt.2392 e 2393 del codice).

DI MEZZI

Quella degli amministratori è un’OBBLIGAZIONE (obbligazione che prevede condotte la cui

corretta e diligente esecuzione non è detto produca il risultato desiderato) e non un’obbligazione di

risultato. Per tale motivo gli amministratori sono RESPONSABILI solo nel momento in cui non adempiono i

DILIGENZA RICHIESTA DALLA NATURA

doveri ad essi imposti dalla legge o dallo statuto con la

DELL’INCARICO O DALLE LORO SPECIFICHE COMPETENZE, mentre non sono responsabili per i risultati

negativi della gestione non imputabili alla diligenza generale o professionale: in sede di accertamento della

responsabilità, infatti, il giudice non entra nel merito delle scelte dell’amministratore inerenti l’opportunità

e la convenienza di un affare, ma si limita a verificare l’osservanza di obblighi di condotta.

Ovviamente se ci sono più amministratori essi rispondono SOLIDALMENTE dell’intero danno, almeno che

non si tratti di funzioni specificamente attribuite ad uno o più amministratori.

Anche in presenza di funzioni delegate, tuttavia, sebbene il codice non preveda più il “dovere generale di

vigilanza” (l’art.2381 comma 3 prevede per gli amministratori senza delega soltanto SPECIFICI OBBLIGHI

che abbiamo già visto: valutare l’adeguatezza dell’assetto societario, frutto del lavoro degli organi delegati;

esaminare piani strategici, industriali e finanziari elaborati; valutare in linea generale la gestione), è

AGIRE IN MODO INFORMATO

comunque imposto a tutti gli amministratori di (comma 6 art.2381) e di

adempiere i propri obblighi con la diligenza del buon professionista (art.2392 comma 1), il che comporta

il dovere di sollecitare informazioni e chiarimenti da parte degli organi delegati e di verificare le

informazioni fornite. Ciò significa che NON SEMPRE la presenza di funzioni delegate esonera gli altri

amministratori da responsabilità solidale. Essi, tra l’altro, sono sicuramente responsabili nel momento in

cui erano a conoscenza di atti pregiudizievoli degli organi delegati e non hanno fatto nulla per impedirli. In

sostanza, tutti gli amministratori devono impedire o limitare, per quanto è possibile, l’attività dannosa

degli organi delegati, altrimenti sono chiamati a rispondere di CULPA IN VIGILANDO, avendo però diritto di

regresso nei confronti dei primi. ESONERATI

Gli amministratori, tuttavia, sono da responsabilità nel momento in manca l’elemento della

COLPA: se essi hanno dissentito da una determinata decisione, dissenso che risulta dal libro delle adunanze

e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione, o se del proprio dissenso hanno dato comunicazione

immediata per iscritto al presidente del collegio sindacale, essi non hanno alcuna colpa e non sono

responsabili. ordinaria collegio sindacale a maggioranza dei 2/3

SOLO l’assemblea ed il possono deliberare l’esercizio

dell’azione di responsabilità contro gli amministratori: in caso di delibera assembleare l’ufficio

dell’amministratore cessa in quel momento se la decisione inerente l’azione di responsabilità viene presa

da tanti soci rappresentanti almeno 1/5 del capitale, altrimenti occorre una nuova convocazione per la

revoca. Possiamo notare, però, come vi sia in tal caso una tutela minima dei soci minoritari: la maggioranza

76

in assemblea è tenuta dal gruppo di comando, che ha nominato gli amministratori, al pari della

maggioranza nel collegio sindacale, di nomina assembleare e per tale motivo la decisione di agire in

giudizio contro gli amministratori può essere presa solo se è venuto meno il rapporto fiduciario tra gruppo

di comando e amministratori, mentre la minoranza rimane impotente a riguardo, anche nelle ipotesi di

società quotate dove i sindaci devono essere eletti in parte anche dal gruppo di minoranza, in numero però

insufficiente a promuovere l’azione.

Le cose cambiano soltanto in caso di fallimento, dissesto, liquidazione coatta amministrativa ed

amministrazione straordinaria (procedure concorsuali), in quanto in tal caso legittimati ad agire sono il

curatore fallimentare, il commissario liquidatore o quello straordinario.

Tuttavia una minima tutela per le minoranze esiste anche per le società in bonis (in utile): se la società

RINUNZIA TRANSAZIONE

all’esercizio dell’azione di responsabilità o giunge ad una con gli amministratori,

occorre una delibera dell’assemblea in cui NON ci deve essere il voto contrario di una minoranza

rappresentante 1/5 del capitale sociale (1/20 per le società che fanno appello al mercato del capitale di

rischio), altrimenti rinunzia e transazione non hanno effetto.

Le riforme del 1998 (valida solo per le società quotate) e del 2003 (che ha esteso tale disciplina a tutte le

S.p.A.) hanno previsto una più energica tutela della minoranza: i soci che rappresentano almeno il 20% del

capitale sociale (1/40 per le società che fanno appello al mercato del capitale di rischio) possono decidere

di esperire l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, tramite uno o più rappresentanti

comuni, volta però NON al risarcimento del danno, ma al reintegro del patrimonio sociale: la società,

tuttavia, viene comunque chiamata in giudizio e, se la domanda viene accolta, è tenuta a rimborsare agli

attori le spese di giudizio non a carico degli amministratori.

L’azione sociale di responsabilità, in ogni caso, può essere esercitata entro 5 anni dalla cessazione della

carica dell’amministratore.

Ricordiamo che la responsabilità degli amministratori viene configurata come una responsabilità da

INADEMPIMENTO DI PREESISTENTI OBBLIGAZIONI (contrattuale) e non da illecito extra-contrattuale,

pertanto gravando sull’attore (la società) solo l’onere della prova inerente l’esistenza del danno imputabile

all’inadempimento degli amministratori e NON la colpa degli stessi, mentre dimostrare l’inesistenza della

colpa o del nesso di causalità tra inadempimento e danno compete agli amministratori.

Segue: La responsabilità verso i creditori sociali

Gli amministratori, in forza dell’art.2394 c.c., sono responsabili anche nei confronti dei creditori sociali

degli obblighi inerenti la conservazione dell’integrità del patrimonio sociale

SOLO per l’inosservanza e

il patrimonio sia divenuto insufficiente al

l’azione può essere esperita dai creditori SOLO nell’ipotesi in cui

soddisfacimento dei propri crediti (quindi può capitare che gli amministratori siano responsabili verso la

società ma non verso i creditori).

Legittimati ad agire sono i singoli creditori sociali, sebbene la legittimazione spetti SOLO al curatore

fallimentare, al commissario liquidatore o a quello straordinario in caso di fallimento, liquidazione coatta

amministrativa ed amministrazione straordinaria. 77

Anche in questo caso, come abbiamo visto prima, si tratta di “inadempimento degli obblighi posti dalla

legge a carico degli amministratori” (conservazione integrità patrimonio sociale) e pertanto NON possiamo

parlare di illecito extracontrattuale: dolo e colpa non devono essere dimostrati.

Tuttavia, il danno subito dai creditori riguarda anche un danno alla società, motivo per cui i creditori

rimangono insoddisfatti nel momento in cui l’azione risarcitoria sia già stata esperita dalla società, o vi sia

stata “transazione”, con consequenziale reintegro del patrimonio sociale, anche se la transazione può

essere impugnata tramite azione revocatoria. In caso di “rinunzia”, invece, i creditori possono esperire la

propria azione, data che il patrimonio non è stato reintegrato.

L’azione dei creditori si prescrive in 5 anni, i quali decorrono dal giorno in cui viene riscontrata

l’insufficienza del patrimonio o dal giorno in cui i creditori potevano averne conoscenza tramite l’ordinaria

diligenza. DIRETTA AUTONOMA?

La domanda in dottrina, però, è la seguente: quella dei creditori è un’azione ed o si

SURROGATORIA

tratta di un’azione a norma dell’art.2900?

La risposta a questa domanda delinea due situazioni diverse: nel caso di azione diretta ed autonoma,

infatti, gli amministratori non possono opporre ai creditori le eccezioni opponibili alla società ed i creditori

ricevono direttamente il risarcimento fino alla concorrenza del proprio credito; nel caso di azione

surrogatoria, invece, tutte le eccezioni opponibili alla società possono essere opposte ai creditori ed il

risarcimento spetta alla società, in quanto il patrimonio viene incrementato dando luogo ad un beneficio

solamente indiretto per i creditori.

La tesi maggiormente condivisa è quella dell’azione diretta ed autonoma e ne consegue che i creditori non

siano obbligati a citare in giudizio anche la società, così come la sospensione della prescrizione dell’azione

sociale, finché gli amministratori restano in carica, non opera per l’azione dei creditori sociali.

Segue: La responsabilità verso singoli soci o terzi

Gli amministratori, al di là delle fattispecie esaminate nei due precedenti paragrafi, sono responsabili

danni causati

anche nei confronti dei soci o dei terzi (anche non creditori), in forza dell’art.2395 c.c., per “i

DIRETTAMENTE al patrimonio degli stessi” illecito doloso o colposo”.

tramite un “atto

Quindi, anzitutto vi deve essere il compimento di un atto illecito ed occorrono il dolo o quanto meno la

colpa; in secundis i danni al patrimonio del terzo o del socio devono essere “diretti”, ossia non causati di

riflesso dal danno subito dal patrimonio sociale, in quanto in tal caso è esperibile la sola azione sociale di

responsabilità o quella dei creditori, di cui abbiamo già parlato.

EXTRACONTRATTUALE,

Nell’ipotesi dell’art.2395, tra l’altro, si tratta di responsabilità ed il socio o il terzo

che hanno subito il danno frutto della condotta illecita dell’amministratore devono dimostrare non solo il

nesso di causalità tra illecito e danno subito, ma anche il dolo o la colpa dell’amministratore.

L’azione può essere promossa entro 5 anni dal compimento dell’atto che ha pregiudicato il socio o il terzo.

I direttori generali

Gli amministratori, nella gestione della società, possono avvalersi di una serie di soggetti inseriti nella

DIRETTORE GENERALE.

stessa organizzazione imprenditoriale, tra cui spicca la figura del

78

Essi possono essere nominati dall’assemblea o dal consiglio di amministrazione, sempre in previsione dello

statuto. Ai direttori generali si applicano le norme in materia di responsabilità degli amministratori, oltre a

numero norme in ambito penale e fallimentare.

dirigenti di altissimo livello (top management),

Si tratta, in sostanza, di subordinati agli amministratori, al

vertice della gerarchia dei lavoratori subordinati dell’impresa, i quali sono chiamati a dare attuazione a

direttive generali provenienti dalla stessa amministrazione. Possono avere anche il potere di

rappresentanza della società.

FUNZIONI SPECIFICHE

Sono, poi, previste delle dei direttori generali: essi attestano, congiuntamente al

dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili, la veridicità e la correttezza dei documenti

contabili allegati al bilancio, all’interno delle società aventi relazioni di gruppo o collegate a società off-

shore.

Rispondono anch’essi dei danni causati, nel loro operato, alla società, ai creditori sociali ed ai soci o terzi,

motivo per cui possono astenersi dall’osservanza di una direttiva ricevuta da parte degli amministratori e

contraria alla legge o allo statuto.

Intrattengono, è doveroso ricordarlo, un rapporto di lavoro con la società.

Gli amministratori di fatto

AMMINISTRATORI DI FATTO

Gli sono soggetti che, in difetto di una nomina assembleare, provvedono

comunque alla gestione della società, impartendo direttive agli amministratori ufficiali, facendo delle scelte

operative, trattando con terzi. Si tratta, ovviamente, dell’azionista o degli azionisti di comando, in quanto

solo essi possono avere un così ampio potere.

Essi sono equiparati, sotto il profilo penale, agli amministratori regolarmente nominati.

Sotto il profilo civilistico, invece, la situazione cambia e non è del tutto chiara: nelle società a responsabilità

limitata, quando amministratore di fatto è un socio che pone in essere un comportamento doloso, lo

stesso è chiamato rispondere solidalmente con gli amministratori ufficiali per i danni arrecati alla società

(art.2476 comma 7 cod.civ.).

La gran parte della dottrina ritiene che tale previsione debba estendersi agli amministratori di fatto delle

società per azioni, in quanto assimilati ai direttori generali come posizione o in forza dell’applicazione della

disciplina delle gestione di affari altrui, tutto ciò al fine di evitare abusi da parte di questa tipologia di

amministratori.

L’autore Campobasso, invece, esclude che gli amministratori di fatto possano ritenersi civilmente

responsabili in assenza di un’investitura formale dell’assemblea, essendo sufficiente la disciplina

dell’art.2497 c.c. inerente la responsabilità per abuso di attività di direzione e coordinamento, estendibile

per gli abusi più macroscopici anche ai soci di comando.

79

CAPITOLO DECIMO – COLLEGIO SINDACALE. CONTROLLO CONTABILE

A)IL COLLEGIO SINDACALE

Premessa COLLEGIO SINDACALE

Nel sistema tradizionale il è l’organo di controllo incaricato di vigilare

sull’amministrazione della società.

La disciplina originaria del codice civile era del tutto unitaria, in quanto valevole per tutte le società per

azioni, ed attribuiva al collegio sindacale un numero ampio di poteri, tra cui quello di controllo contabile,

svuotando, però, gli stessi di significato, prevedendo un procedimento di nomina identico a quello degli

amministratori, scarsi requisiti di professionalità ed indipendenza, composizione semirigida dell’organo.

Le norme a riguardo, tuttavia, sono mutate col passare del tempo, rendendo l’organo maggiormente

indipendente, formato da soggetti portatori di una determinata professionalità, e sottraendo (prima solo

parzialmente, poi definitivamente) il potere di controllo contabile, affidato oggi (dapprima per le sole

società quotate, poi per tutte le società per azioni) ad un revisore o ad una società di revisione.

La disciplina a riguardo, comunque, non è più unitaria, date le differenze normative per le società quotate

e non quotate.

Composizione. Nomina. Cessazione

COMPOSIZIONE

Per quanto riguarda la del collegio sindacale, partiamo col dire che nelle società NON

quotate è prevista una struttura semirigida di tale organo, in quanto esso può essere formato da 3 o da 5

membri, soci o non soci, più 2 supplenti, il che costituisce un primo limite allo svolgimento delle funzioni

del collegio. Tale ostacolo, invece, è stato rimosso a partire dalla riforma del 1998 per le società quotate: il

numero minimo rimane sempre di 3 sindaci e 2 supplenti, ma l’atto costitutivo può determinare

liberamente il numero di sindaci, ottenendo in tal modo un maggior controllo.

I primi sindaci vengono comunque nominati nell’atto costitutivo e successivamente dall’assemblea

ordinaria. La nomina di alcuni sindaci spetta allo Stato o agli enti pubblici nel caso in cui essi posseggano

delle partecipazioni nella società, così come la nomina di un solo sindaco spetta ai possessori di strumenti

finanziari partecipativi.

Notiamo, dunque, un altro limite del collegio sindacale: a nominare i “controllori”, ossia i sindaci, sono gli

stessi soggetti (l’assemblea) che hanno nominato i “controllati” (gli amministratori), ossia è il gruppo di

comando in sede assembleare a decidere. La riforma del 1998, però, ha previsto un cambiamento per le

sole società quotate, introducendo l’obbligo di nomina di un sindaco da parte dei soci di minoranza,

attraverso il sistema del voto di lista, le cui modalità vengono dettate dalla Consob e non solo dallo statuto.

Tutti i sindaci, differentemente dal passato, devono essere in possesso di requisiti di professionalità e la

legge consente che, all’interno del collegio, le qualità professionali siano diverse tra loro (composizione

diversificata del collegio). Nelle società NON quotate, dopo la riforma del 2003, almeno 1 sindaco effettivo

ed 1 supplente devono essere scelti fra gli iscritti al “registro dei revisori contabili”, istituito presso il

Ministero della Giustizia a partire dal 1995 ed oggi tenuto dal Consiglio nazionale dei dottori

PERSONE FISICHE

commercialisti. In tale registro possono iscriversi sia in possesso di requisiti di

80 SOCIETA’ DI

professionalità ed onorabilità, che abbiano superato apposito esame di ammissione, sia

PERSONE o DI CAPITALI, che abbiano come oggetto esclusivo la revisione o l’organizzazione contabile di

imprese. Gli altri sindaci, invece, devono essere professori universitari di ruolo in materie giuridiche o

economiche, o soggetti iscritti all’albo degli avvocati, dei commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali

o dei consulenti del lavoro.

La disciplina muta nelle società quotate, in quanto i requisiti di professionalità sono indicati con

regolamento del Ministero della Giustizia, il quale prevede che 1 sindaco su 3 e 2 sindaci se il numero

totale è superiore a 3 devono essere scelti tra gli iscritti nel registro dei revisori contabili (più 1 sindaco

supplente) che abbiano esercitato, per un periodo di almeno 3 anni, attività di controllo legale dei conti. Gli

altri sindaci possono essere scelti in base a requisiti di professionalità giuridico-aziendale e devono

possedere, obbligatoriamente ed a pena di decadenza, requisiti di onorabilità.

ineleggibilità

Sono cause di dei sindaci:

L’interdizione;

• L’inabilitazione;

• Il fallimento;

• La condanna ad una pena che comporta l’interdizione, seppur temporanea, dai pubblici uffici.

• incompatibili

Sono con l’ufficio di sindaci:

Il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado di amministratori della società o di società del

• gruppo;

Coloro legati alla società o a società del gruppo da rapporti di lavoro dipendente o di consulenza

• continuativa e coordinata o di prestazione d’opera retribuita o da altri rapporti incidenti

sull’indipendenza (per le società quotate tali rapporti non devono intercorrere neanche con gli

amministratori della società o di società del gruppo e non è necessario che i rapporti siano

continuativi).

Lo statuto può prevedere altre cause di ineleggibilità o incompatibilità.

All’interno di tutte le società per azioni, al fine di assicurare che il sindaco abbia sufficiente tempo da

LIMITI AL CUMULO DI INCARICHI:

dedicare al proprio compito di controllo, devono essere previsti dei

prima dell’accettazione dell’incarico, il sindaco nominato deve comunicare all’assemblea gli incarichi di

amministrazione o di controllo in altre società. Per le società quotate e con azioni diffuse tra il pubblico, tra

l’altro, sono previsti dalla Consob dei limiti massimi di cumulo di incarichi per i sindaci, i quali devono

comunicare il numero esatto alla Consob stessa, la quale può decidere per la decadenza del sindaco.

3 esercizi prorogatio.

I sindaci restano in carica per e sono rieleggibili e per quelli “scaduti” si ha Tutti i

sindaci devono percepire un compenso per il loro operato, che rimane invariato sino alla cessazione della

carica, stabilito dallo statuto o dall’assemblea di nomina.

Sono cause di cessazione dall’ufficio di sindaco, prima della scadenza del termine:

La morte;

• La decadenza dall’ufficio, la quale si concretizza in seguito al sopraggiungimento di cause di

• ineleggibilità o di sospensione/cancellazione dal registro dei revisori e nel caso in cui il sindaco non

81

assista alla riunione del consiglio di amministrazione, del comitato esecutivo o del collegio sindacale

per due volte all’interno dello stesso esercizio;

La rinuncia;

• La revoca, solo in presenza di giusta causa e la cui delibera deve essere approvata dal tribunale

• (sino a quel momento rimane improduttiva).

In caso di morte, decadenza e rinuncia di un sindaco, subentrano i supplenti, almeno sino alla successiva

assemblea che nomina altri sindaci per integrare il collegio, in carica sino alla scadenza dei sindaci

superstiti.

Nomina e cessazione dall’ufficio dei sindaci vanno iscritte, dagli amministratori, entro 30 giorni nel registro

delle imprese.

Il controllo sull’amministrazione

CONTROLLO

La funzione di del collegio sindacale è sicuramente la più importante funzione svolta dallo

stesso, anche non esclusiva.

Il collegio sindacale è chiamato a vigilare sull’amministrazione della società, su tutta l’attività sociale,

nel rispetto della legge e dello statuto, principi di corretta

affinché essa venga svolta nonché dei

amministrazione. dell’assetto

L’art.2403 comma 1 prevede che il collegio vigili “sull’adeguatezza

organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento”.

Anzitutto il controllo del collegio sindacale riguarda gli amministratori, ossia coloro chiamati alla gestione

esclusiva della società, ma riguarda anche l’attività dell’assemblea. Quello dei sindaci si configura come un

POTERE-DOVERE, in quanto hanno il diritto, ma anche l’obbligo di intervenire in molteplici casi.

Il collegio sindacale può intervenire alle riunioni assembleari, a quelle del consiglio di amministrazione, così

come del comitato esecutivo, impugnandone in ogni caso le delibere. Il collegio ha anche il potere di

“convocare” l’assemblea, previa comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione, qualora

ravvisi, nella propria attività di controllo, fatti censurabili di notevole gravità su cui occorre intervenire:

addirittura questo potere, nelle società quotate, può essere esercitato da 2 membri appena del collegio.

Un solo membro, poi, può individualmente convocare il consiglio di amministrazione o il comitato

esecutivo, garantendo così al sindaco eletto dalla minoranza un potere superiore.

In capo ai sindaci, inoltre, gravano dei poteri-doveri di iniziativa, in sostituzione dell’assemblea e/o degli

amministratori, al fine di assicurare il rispetto della legalità dell’attività sociale: i sindaci devono convocare

l’assemblea ed eseguire le pubblicazioni previste dalla legge in caso di omissione degli amministratori; oltre

a ciò devono chiedere al tribunale la riduzione del capitale sociale, laddove gli altri due organi rimangano

inerti.

Il controllo dei sindaci sull’operato degli amministratori non può in alcun modo inerire alla convenienza e

all’opportunità delle scelte operative (compito degli amministratori), ma DEVE riguardare il rispetto

sostanziale dei principi di corretta amministrazione: pur essendo un controllo globale e sintetico, può

trasformarsi all’occorrenza in un controllo analitico.

Gli amministratori, poi, sono tenuti a comunicare al collegio sindacale informazioni inerenti l’attività svolta

e le operazioni compiute di maggior rilievo economico, nonché quelle a rischio di conflitto di interessi

82

(nelle società quotate lo devono fare trimestralmente). Il collegio sindacale può scambiare informazioni

con i corrispondenti organi delle società controllate, al fine di avere una visione globale dell’attività della

propria società, così come può comunicare con le società di revisione, che hanno il potere di controllo

contabile. Inoltre deve comunicare alla Consob, per le sole società quotate, le irregolarità riscontrate nella

propria attività di controllo. I sindaci possono anche provvedere ad atti di ispezione, nonché chiedere

documenti e notizie sull’andamento delle operazioni sociali o di specifici affari.

Infine al collegio sindacale è riconosciuto il potere di esperire l’azione sociale di responsabilità contro gli

amministratori, nonché quello di sollecitare il controllo giudiziario sulla gestione nel caso di sospetto di

irregolarità da parte di chi amministra la società.

E’ la Consob, invece, per quanto concerne le sole società quotate ad attivare il controllo giudiziario nei

confronti del collegio sindacale, in caso di irregolarità nell’adempimento dei doveri dei sindaci.

Segue: Il controllo contabile. Altre funzioni

Oggi il collegio sindacale non svolge più, differentemente dal passato, il controllo contabile sulla società,

affidato ad un revisore contabile o ad una società di revisione.

In realtà questo non è sempre vero: nelle società non quotate e che non fanno appello al mercato del

capitale di rischio, il controllo contabile può essere svolto anche dal collegio sindacale, sebbene debba

essere composto completamente da revisori contabili iscritti nell’apposito registro. Nelle società NON

quotate, tra l’altro, il collegio sindacale conserva il diritto di veto, dovendo fornire il proprio consenso, per

l’iscrizione all’attivo di alcune voci di bilancio (costi di impianto e di ampliamento, costi di ricerca e di

sviluppo ecc.). Ha anche il potere di fare proposte all’assemblea in ordine al bilancio ed alla sua

approvazione.

Nelle società quotate, invece, esso si limita al controllo del sistema amministrativo.

Tra le altre funzioni del collegio rientra quella di consulenza, dovendo esprimere il proprio parere sulla

remunerazione degli amministratori con particolari cariche, in sede di consiglio di amministrazione, sulla

nomina e sulla revoca della società di revisione contabile (nelle sole società quotate) e sulla congruità dei

prezzi di emissione delle azioni in caso di esclusione o limitazione del diritto di opzione (nelle sole società

NON quotate). Altra funzione è quella di “amministrazione attiva”, esercitata dai sindaci nelle sole ipotesi

in cui vengano meno tutti gli amministratori, tra l’altro solo per quanto concerne l’ordinaria

amministrazione e con l’obbligo di convocare urgentemente l’assemblea.

Il funzionamento del collegio sindacale

Il collegio sindacale ha un proprio presidente, nominato dall’assemblea e scelto, ma questo solo nelle

società quotate, tra i sindaci eletti dalla minoranza, sostituito in caso di morte, rinunzia e decadenza dal

sindaco più anziano, sino alla successiva assemblea.

Il collegio si riunisce ogni 90 giorni, anche con collegamenti telematici qualora previsto dallo statuto. E’

regolarmente costituito se vi prendono parte la maggioranza dei sindaci e delibera a maggioranza assoluta

dei presenti. Ogni riunione ha un proprio verbale, sottoscritto da tutti gli intervenuti, e trascritto nel libro

delle adunanze e delle deliberazioni del collegio. I motivi di dissenso di un sindaco possono essere iscritti a

verbale. 83

Si tratta, dunque, di un organo collegiale, sebbene non manchino poteri esercitabili individualmente, come

abbiamo visto.

I sindaci possono avvalersi di “collaboratori”, purché non rientrino nella categoria degli ineleggibili; la

società può rifiutare agli stessi ausiliari di aver accesso a informazioni riservate. Nelle società quotate,

collegio sindacale e sindaci possono avvalersi anche dei dipendenti della società come collaboratori.

I soci possono denunciare fatti censurabili al collegio, il quale può anche non tenerne conto, limitandosi a

trattare l’argomento nella relazione annuale all’assemblea, salvo nell’ipotesi in cui la denuncia provenga da

soci rappresentanti il 5% del capitale (il 2% nelle società che fanno appello al mercato del capitale di

rischio), in quanto in quest’ultima ipotesi il collegio deve “indagare senza ritardo sui fatti denunziati

presentare conclusione e proposte all’assemblea”, convocandola urgentemente nei casi di rilevante

gravità.

La responsabilità dei sindaci

Anche ai sindaci è richiesta l’osservanza dei doveri di diligenza e professionalità nello svolgimento delle

proprie funzioni. I sindaci sono responsabili, anche penalmente, della verità delle loro attestazioni e sono

tenuti al segreto sui fatti/documenti della società.

Hanno responsabilità esclusiva, solidalmente tra loro, in caso di mancato o negligente adempimento dei

loro doveri, mentre hanno responsabilità concorrente, in solido con gli amministratori, per i fatti e le

omissioni di questi ultimi che il collegio sindacale avrebbe potuto evitare. I sindaci, però, rispondono della

sola culpa in vigilando. Rispondono, tra l’altro, sia nei confronti della società che dei creditori sociali.

B) IL CONTROLLO CONTABILE

Il sistema

Il controllo sull’amministrazione e quello contabile veniva, un tempo, esercitati entrambi dal collegio

sindacale, quindi da un organo interno alla stessa società. A partire dal 1974, però, venne introdotta la

revisione contabile obbligatoria per le SOLE società quotate. A tale disciplina, con la riforma del 2003, si è

affiancata quella del controllo contabile, applicabile a tutte le società per azioni.

REVISIONE CONTABILE CONTROLLO CONTABILE.

Quindi, da una parte abbiamo la e dall’altra il

Il controllo contabile viene esercitato sulle società NON quotate:

Per le società che NON fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, da un revisore dei conti

• persona fisica oppure da una società di revisione iscritta nel registro dei revisori contabili, secondo

le norme del codice civile. Tali società, tuttavia, possono affidare al collegio sindacale (lo abbiamo

già detto) il controllo contabile, sebbene l’organo debba essere formato completamente da revisori

contabili;

Per le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio DIVERSE dalle società quotate, da

• una società di revisione contabile iscritta nel registro dei revisori contabili (escluse le persone

fisiche), con assoggettamento, sebbene solo in parte, alla disciplina della revisione contabile delle

società quotate ed alla vigilanza della Consob.

84

La revisione contabile, invece, è disciplinata dal Tuf e viene esercitata sulle società con azioni quotate, o

comunque su tutte le società di un gruppo (controllate o controllanti) di cui faccia parte una società

quotata, da parte di una società di revisione iscritta nell’albo speciale tenuto dalla Consob (non in quello

tenuto dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti).

Il controllo contabile e la revisione contabile differiscono tra loro per il conferimento e la revoca

dell’incarico: esaminiamole separatamente.

Il controllo contabile

Il soggetto che esercita il controllo contabile, nelle società non quotate, viene nominato per la prima volta

nell’atto costitutivo e successivamente dall’assemblea, sentito il collegio sindacale e determinando il

corrispettivo spettante al revisore persona fisica o alla società di revisione.

Incompatibile con l’incarico di revisore, comportante decadenza in caso di conferimento dell’incarico, è

l’ufficio di sindaco della società revisionata o di altra del gruppo. Non possono assumere tale incarico

coloro che si trovano nelle condizioni di ineleggibilità ed incompatibilità previste per i sindaci.

L’incarico ha durata di tre esercizi ed è rinnovabile senza limiti.

Si ha revoca SOLO per giusta causa ed in forza di una delibera assembleare, adottata una volta sentito il

collegio sindacale, la quale deve essere approvata con decreto del tribunale.

La revisione contabile obbligatoria

SOLO le società di revisione contabile iscritte nell’albo speciale tenuto dalla Consob possono svolgere

l’attività di revisione contabile obbligatoria: si tratta di società di persone o di capitali il cui oggetto sociale

è limitato all’organizzazione e revisione capitale di aziende (fanno solo quello in sostanza). Soci ed

amministratori di queste società devono essere in possesso di requisiti di professionalità, nonché di

onorabilità per i soli amministratori.

L’iscrizione nell’albo speciale avviene, dopo l’accertamento dell’idoneità tecnica e dei requisiti di legge, ad

opera della Consob, la quale provvede, almeno ogni tre anni, a dei controlli di qualità su tali società di

revisione.

Se vengono accertate dalla Consob delle gravi irregolarità nello svolgimento dell’attività di revisione,

l’Autorità può irrogare sanzioni pecuniarie, vietare l’assunzione di nuovi incarichi per un periodo massimo

di tre anni, intimare alla società di non avvalersi del responsabile delle irregolarità, oppure, nei casi più

gravi, provvedere alla cancellazione dall’albo speciale, di fatto rendendo impossibile per la società di

revisione operare in futuro come tale.

Per garantire un’informazione di bilancio più completa ed attendibile, dunque, la revisione contabile viene

affidata a società specializzate, che possono fornire il massimo contributo sotto il profilo tecnico, oltre al

fatto che è maggiore la vigilanza della Consob. Tutto ciò, però, non ha impedito scandali finanziari di

notevole rilievo, che sarebbero stati impediti se le società di revisione avessero fatto il loro dovere.

Per tal motivo la legge sulla tutela del risparmio, L.262/2005, ha rivisto la disciplina a riguardo, attribuendo

maggiori poteri alla Consob e prevedendo una maggiore indipendenza delle società di revisione.

85

Anzitutto è la società obbligata alla revisione a scegliere la società di revisione con delibera assembleare

ordinaria in occasione dell’approvazione del bilancio, su proposta dell’organo di controllo, trasmettendo la

deliberazione alla Consob e stabilendo il compenso spettante alla società di revisione, il quale deve essere

indipendente dall’esito della revisione e non dipendere da servizi aggiuntivi. In mancanza di tale delibera è

la Consob a conferire, d’ufficio, l’incarico, stabilendo anche il compenso.

L’incarico, inoltre, non può essere conferito a società di revisione in presenza di situazioni di

incompatibilità dettate con regolamento della Consob e fissate dal Tuf: nel caso in cui la causa di

incompatibilità (interessi finanziari, rapporti d’affari con la società che ha conferito l’incarico ecc.)

sopraggiunga in un secondo momento, la società di revisione deve attivarsi per rimuoverla e darne

comunicazione alla Consob.

Le società di revisione fanno parte, il più delle volte, di una “rete” di rapporti giuridici di varia natura

(relazione di gruppo, contratti di collaborazione ecc.) con altre società, professionisti autonomi e studi

SERVIZI AGGIUNTIVI

legali, che permettono loro di fornire diversi dall’attività di controllo contabile,

SERVIZI NON-AUDIT,

cosiddetti circostanza che in passato ha pregiudicato il ruolo svolto dalle società di

revisione, determinando la mancanza di indipendenza e di interesse nella revisione stessa. E’ per tal motivo

che la legge sulla tutela del risparmio proibisce alle società di revisione, ai propri dipendenti, soci ed

amministratori di fornire la stragrande maggioranza di servizi non-audit, eliminando il problema alla radice.

Un altro problema che in passato ha impedito alle società di revisione di svolgere la propria attività

FAMILIARITA’

rispettando i requisiti di autonomia e professionalità è quello inerente l’ECCESSIVA tra

controllante e controllata, frutto del passaggio di dipendenti dall’una all’altra società o dell’eccessiva

durata dei rapporti.

A tal fine è stato previsto che, se non sono trascorsi almeno tre anni dalla cessazione dei rapporti, chi ha

ricoperto incarichi o fatto parte della società revisionata non possa ricoprire incarichi nella società di

revisione e viceversa. Allo stesso modo l’incarico di revisione può avere durata massima di 9 esercizi e non

è rinnovabile, almeno che non siano trascorsi tre anni dalla cessazione dell’incarico precedente. Per quanto

riguarda le persone fisiche, facenti parte delle società di revisione, esse possono occuparsi della revisione

della società per un massimo di 6 esercizi, per poi riprendere solo dopo tre anni.

Prima della scadenza dell’incarico, comunque, l’assemblea ordinaria della società revisionata può revocare

l’incarico, sostituendola con un’altra, per giusta causa, trasmettendo la revoca alla Consob, la quale può

vietarne l’esecuzione entro 20 giorni per difetto di giusta causa. Solo trascorsi i venti giorni la revoca

produce i propri effetti. Anche la Consob stessa può decidere per la revoca d’ufficio dell’incarico, in caso di

gravi irregolarità o di incompatibilità. Ad ogni modo, le delibere di conferimento e di revoca della società di

revisione devono essere depositate presso il registro delle imprese.

Funzioni e responsabilità del revisore dei conti

Ma in cosa consiste l’attività di controllo?

Essa è regolata dal codice civile e dal Tuf e prevede che funzione principale, ma non esclusiva, del revisore

controllare la regolare tenuta della contabilità e di esprimere un giudizio sul bilancio di

sia quella di

esercizio e su quello consolidato. 86

“Controllare la regolare tenuta della contabilità” significa verificare, all’interno di un esercizio, che vi sia

traccia nelle scritture contabili di tutti i fatti di gestione e che il bilancio di esercizio e quello consolidato

siano inclini alle risultane delle scritture contabili, oltre che alle norme che li disciplinano.

Svolta l’attività di revisione, la società incaricata è chiamata ad “esprimere un giudizio sul bilancio”: può

trattarsi di un giudizio SENZA RILIEVI, in caso di bilancio conforme alle norme che ne disciplinano la

redazione, di un giudizio CON RILIEVI, di un giudizio NEGATIVO o di una DICHIARAZIONE DI IMPOSSIBILITA’

DI ESPRIMERE IL GIUDIZIO. I motivi della decisione sono espressi, dal revisore, all’interno della propria

relazione, almeno che non si tratti di giudizio senza rilievi. Nel caso di giudizio negativo o di impossibilità di

esprimere un giudizio, qualora si tratti di società quotate o con strumenti diffusi tra il pubblico, è prevista

l’immediata comunicazione alla Consob.

Il giudizio espresso, tuttavia, non influisce sul potere assembleare di approvare o meno il bilancio, sebbene

nelle società quotate il giudizio positivo, anche con rilievi, influisce sulla disciplina dell’impugnativa della

delibera di approvazione del bilancio.

Il soggetto incaricato del controllo contabile ha diritto di ottenere, ai fini della propria valutazione, tutte le

informazioni utili ed i documento da parte della società revisionata, interagendo tra l’altro con il collegio

sindacale. Può provvedere a ispezioni e controlli presso le sedi sociali e, qualora si tratti della società

incaricata della revisione di una capogruppo, essendo quest’ultima responsabile del bilancio consolidato di

gruppo, essa può chiedere informazioni e documenti anche alle società di revisione che attuano il controllo

contabile nei confronti delle società figlie. Qualsiasi irregolarità o fatto censurabile riscontrato per quanto

riguarda le società quotate o che fanno appello al mercato del capitale di rischio, vanno comunicati alla

Consob. L’intera attività, comunque, viene annotata in un apposito libro tenuto presso la sede della società

di revisione o in altro luogo indicato dallo statuto.

Anche alla società di revisione è richiesta l’osservanza dei doveri di diligenza e professionalità nello

svolgimento delle proprie funzioni, dato che risulta responsabile, anche penalmente, della verità delle

proprie attestazioni ed è tenuta al segreto sui fatti/documenti della società stessa.

Trova applicazione la disciplina dell’azione di responsabilità dettata per i sindaci e nel caso di società di

revisione, solidalmente con la società rispondono anche i soggetti incaricati del controllo ed il responsabile

della revisione, il quale sottoscrive le relazioni.

CAPITOLO UNDICESIMO – SISTEMI ALTERNATIVI DI AMMINISTRAZIONE E CONTROLLO

Il sistema dualistico

Alternativamente al sistema tradizionale di amministrazione e di controllo, descritto nei capitoli precedenti

in ogni sua parte, le società, tanto in sede di costituzione quanto con la modifica dello statuto, possono

SISTEMA DUALISTICO

oggi optare per il di ispirazione tedesca, contemplabile nel nostro ordinamento a

partire dalla riforma del 2003.

Esso prevede, accanto all’assemblea ed all’organo indispensabile di controllo esterno (revisore contabile o

CONSIGLIO DI GESTIONE CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA.

società di revisione) il ed il

Il consiglio di gestione possiamo dire che corrisponde all’organo amministrativo del sistema tradizionale, in

quanto si occupa, appunto, di gestire la società. 87

Al consiglio di sorveglianza, invece, oltre alle funzioni di controllo proprie del collegio sindacale, sono

attribuite alcune funzioni di indirizzo spettanti, nel sistema tradizionale, all’assemblea: il consiglio, infatti,

nomina e revoca i componenti del consiglio di gestione (gli amministratori) ed approva il bilancio

d’esercizio; oltre a ciò lo statuto può prevedere l’attribuzione di ulteriori funzioni dell’assemblea ordinaria

e straordinaria al consiglio di sorveglianza o allo stesso consiglio di gestione, quali l’approvazione delle

operazioni strategiche e dei piani industriali/finanziari predisposti dal consiglio di gestione, la soppressione

delle sedi secondarie ed il trasferimento di quella principale, la riduzione del capitale in caso di recesso ecc.

All’assemblea, dunque, rimane solo il compito di nominare e revocare i componenti del consiglio di

sorveglianza, determinandone il compenso, oltre che il compito di deliberare circa l’esercizio dell’azione di

responsabilità nei loro confronti, nonché di nominare il revisore e decidere sulla distribuzione degli utili.

Notiamo, quindi, come nel sistema dualistico venga realizzato un più accentuato distacco tra azionisti ed

organo gestorio, con l’attribuzione ad un organo professionale, il consiglio di sorveglianza, dei compiti che

spettano all’assemblea nel sistema tradizionale, allontanando di fatto i soci dalla gestione.

Il consiglio di sorveglianza

I componenti del consiglio di sorveglianza possono essere soci o non soci ed il loro numero, non inferiore a

tre, è fissato dallo statuto, almeno per ciò che concerne il limite massimo.

E’ l’atto costitutivo a contenere la nomina dei primi componenti, poi nominati successivamente

dall’assemblea che, nell’ambito delle previsioni statutario, ne determina anche il numero. Statuto e legge

possono riservare la nomina di uno o più consiglieri allo Stato o ad enti pubblici con partecipazioni nel

capitale sociale, così come è previsto che un consigliere debba essere nominato dai possessori di strumenti

finanziari partecipativi. Almeno un componente, poi, deve essere eletto dalla minoranza col sistema delle

liste di voto, in base ai regolamenti Consob.

I consiglieri di sorveglianza devono essere in possesso di requisiti di indipendenza, professionalità ed

onorabilità, più o meno rigoroso in base all’apertura al mercato della specifica società.

Nel caso di società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio almeno un componente del

consiglio di sorveglianza deve essere iscritto nel registro dei revisori contabili. Non possono essere eletti i

componenti del consiglio di gestione, nonché coloro legati alla società o a società controllanti/controllate

da un rapporto di lavoro subordinato o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera

retribuita che ne compromettano l’indipendenza. Per le cause di ineleggibilità e di decadenza va rispettato

l’art.2382 del codice, riguardante gli amministratori e già adattato ai sindaci nel sistema tradizionale.

Valgono, inoltre, per i consiglieri delle società quotate e di quelle con strumenti finanziari diffusi tra il

pubblico i limiti di cumulo di incarichi dettati per i sindaci e che abbiamo già esaminato (pagina 81 della

dispensa). I consiglieri delle società quotate devono, a pena di decadenza, essere in possesso dei requisiti

di onorabilità e professionalità dettati con decreto del Ministro della Giustizia. Per le società quotate vale

anche la regola di ineleggibilità del coniuge, dei parenti e degli affini entro il quarto grado degli

amministratori (membri del consiglio di gestione). 88

E’ lo statuto, o in mancanza l’assemblea, a prevedere un compenso per i consiglieri, in variabile in corso di

carica. La durata dell’incarico è comunque di tre esercizi ed è possibile la rielezione (si ha prorogatio della

carica).

A differenza dei sindaci ed al pari degli amministratori del sistema tradizionale, i consiglieri di sorveglianza

sono liberamente revocabili anche in assenza di giusta causa, salvo il risarcimento, sebbene sia necessaria

una delibera assembleare con il voto favorevole di almeno 1/5 del capitale sociale.

L’assemblea sostituisce i consiglieri che, per qualsivoglia ragione, vengano a mancare durante l’esercizio

(non è prevista cooptazione se non contemplata nello statuto).

Nomina e cessazione dall’ufficio vanno iscritte, a cura degli amministratori, nel registro delle imprese entro

30 giorni.

Segue: Competenze e funzionamento del consiglio di sorveglianza

Il consiglio di sorveglianza esercita il controllo sull’amministrazione da parte del consiglio di gestione.

I medesimi diritti e poteri di informazione spettanti al collegio sindacale nel sistema tradizionale, spettano

anche al consiglio di sorveglianza nel sistema dualistico, nei confronti del consiglio di gestione, del revisore

esterno e degli organi delle società controllate.

I membri del consiglio di sorveglianza, però, hanno l’obbligo di assistere SOLO alle assemblee, mentre

possono ma non sono obbligati a prendere parte ai consigli di gestione (nelle società quotate tale obbligo

esiste, deve esserci almeno un consigliere di sorveglianza).

Il consiglio di sorveglianza ha anche il potere di “convocare” l’assemblea, previa comunicazione al

presidente del consiglio di gestione, qualora ravvisi, nella propria attività di controllo, fatti censurabili di

notevole gravità su cui occorre intervenire. Il consiglio riferisce per iscritto almeno una volta all'anno

all'assemblea sull'attività di vigilanza svolta, sulle omissioni e sui fatti censurabili rilevati. Lo stesso

consiglio, poi, deve convocare l’assemblea ed eseguire le pubblicazioni previste dalla legge in caso di

omissione degli amministratori; oltre a ciò deve chiedere al tribunale la riduzione del capitale sociale,

laddove gli altri due organi rimangano inerti. Inoltre deve comunicare alla Consob, per le sole società

quotate, le irregolarità riscontrate nella propria attività di controllo. Sempre per le società quotate, inoltre,

il potere di convocare l’organo amministrativo e di avvalersi di dipendenti della società come collaboratori,

che nel sistema tradizionale spetta a ciascun sindaco, e quello di convocare l’assemblea, che spetta a due

sindaci, nel sistema dualistico spetta rispettivamente ad uno o a due consiglieri di sorveglianza.

I consiglieri, però, individualmente non possono provvedere ad atti di ispezione e controllo, potere che

spetta all’intero consiglio di sorveglianza, differentemente dal sistema tradizionale dove spetta ad ogni

sindaco.

L’attività svolta viene documentata in un apposito libro.

Al consiglio di sorveglianza, come abbiamo già anticipato, competono alcuni compiti che nel sistema

tradizionale spettano all’assemblea:

Nomina e revoca dei componenti del consiglio di gestione, con determinazione del compenso, salvo

• che la relativa competenza sia attribuita dallo statuto all'assemblea;

89

Approvazione del bilancio di esercizio e, ove redatto, del bilancio consolidato, anche se la

• distribuzione degli utili rimane di competenza assembleare (il bilancio può essere approvato

dall’assemblea se a farne richiesta sono 1/3 dei componenti del consiglio di gestione o dello stesso

consiglio di sorveglianza, oppure in mancanza di approvazione da parte dello stesso);

Esercizio dell'azione di responsabilità nei confronti dei componenti del consiglio di gestione.

Il presidente del consiglio di sorveglianza viene eletto dall’assemblea ed ha poteri determinati dallo

statuto. Il consiglio si riunisce ogni 90 giorni oppure ogni volta che un componente ne faccia richiesta al

presidente.

Il consiglio è validamente costituito se sono presenti la maggioranza dei consiglieri, i quali deliberano a

maggioranza assoluta. Nessuna decadenza è prevista in caso di assenza alle adunanze, sebbene ciò possa

essere giusta causa di revoca della nomina.

Anche ai consiglieri è richiesto di svolgere il proprio incarico con diligenza, oltre al fatto che essi sono

solidalmente responsabili con gli amministratori nel caso di danni alla società da parte di questi ultimi,

qualora gli stessi fossero evitabili dal consiglio di sorveglianza. E’ l’assemblea a deliberare l’azione di

responsabilità nei confronti dei consiglieri.

Il consiglio di gestione

Al consiglio di gestione si applicano le norme già affrontate e previste per gli amministratori nel sistema

tradizionale. Ci limitiamo a trattare, dunque, le sole differenze.

Il consiglio di gestione è formato da un minimo di 2 componenti, mentre il numero massimo è stabilito

dallo statuto. La prima nomina avviene nell’atto costitutivo, mentre le successive competono al consiglio di

sorveglianza, che ne determina anche il numero ed il compenso, almeno che quest’ultimo non spetti

determinarlo all’assemblea.

Nelle società quotate, in presenza di più di 4 componenti, almeno uno deve possedere i requisiti

dell’amministratore indipendente.

I membri del consiglio di gestione non possono essere nominati come componenti del consiglio di

sorveglianza, il quale, tra l’altro, può revocarli liberamente.

I componenti del consiglio di gestione, poi, durano in carica per 3 esercizi, ma sono rieleggibili, ovviamente

ad opera del consiglio di sorveglianza e non trova applicazione il meccanismo della cooptazione, data la

semplicità di sostituzione ad opera dell’organo di controllo.

Le funzioni possono essere delegate ad uno o più componenti, così come ad un comitato esecutivo.

E’ il consiglio di sorveglianza a promuovere, nei confronti dei consiglieri di gestione, l’azione di

responsabilità: la delibera comporta la revoca di ufficio se approvata a maggioranza dei 2/3, con

contestuale sostituzione e lo stesso consiglio può rinunciare all’azione di responsabilità o transigerla, ma

occorre la maggioranza dei componenti e la mancata opposizione della minoranza rappresentante 1/5 del

capitale sociale (1/20 per le società che fanno appello al mercato del capitale di rischio), altrimenti rinunzia

e transazione rimangono inefficaci. In caso di rinunzia, tuttavia, i soci di minoranza ed i creditori sociali

possono comunque esperire l’azione di responsabilità.

90

Il sistema monistico

Differentemente dal sistema dualistico, in cui il collegio sindacale è sostituito dal consiglio di sorveglianza,

SISTEMA MONISTICO,

nel di origine anglosassone, tale organo è del tutto soppresso: il sistema, infatti,

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE,

prevede un unico organo, il all’interno del quale viene costituito il

COMITATO DI CONTROLLO SULLA GESTIONE. Il controllo contabile, come sempre, spetta all’organo

esterno del revisore contabile o della società di revisione.

Il consiglio di amministrazione, eletto dall’assemblea, è soggetto alla maggior parte delle norme dettate nel

sistema tradizionale per gli amministratori. Almeno 1/3 dei componenti di tale organo deve essere in

possesso di requisiti di indipendenza e nelle società quotate deve essere nominato almeno un

amministratore indipendente dalla minoranza tramite il voto di lista. E’ lo stesso consiglio, poi, a nominare

tra i propri componenti i membri del comitato per il controllo della gestione, scegliendoli tra i soggetti con

requisiti non solo di indipendenza, ma anche di professionalità e onorabilità. Almeno uno di essi, tra l’altro,

deve essere iscritto nel registro dei revisori contabili. I componenti del comitato di controllo sulla gestione

non possono far parte del comitato esecutivo, né svolgere funzioni gestorie in società

controllanti/controllate, e devono rispettare, a pena di decadenza, i limiti al cumulo di incarichi fissati dalla

Consob con regolamento, qualora la società sia quotata o abbia strumenti finanziari diffusi.

Sempre nelle società quotate, poi, i componenti del comitato per il controllo sulla gestione devono

possedere i requisiti di professionalità e onorabilità fissati con decreto del Ministro della Giustizia; tra essi

deve esserci l’amministratore indipendente nominato dalla minoranza ed è sempre quest’ultima a

nominare il presidente.

I componenti del comitato devono essere almeno tre nelle società che fanno ricorso al mercato del

capitale di rischio, ma comunque il numero è deciso dal consiglio di amministrazione, il quale ha anche il

potere di revocare i membri del comitato e di sostituirli in caso di morte, decadenza, rinuncia e revoca,

mentre della revoca dei consiglieri si occupa l’assemblea (nel momento in cui viene meno la carica di

consigliere viene meno anche quella di componente del comitato).

Il comitato di controllo sulla gestione si occupa di vigilare sull’adeguatezza della struttura organizzativa

della società, del sistema di controllo interno e del sistema amministrativo e contabile. Riceve, inoltre, le

denunce dei soci inerenti fatti censurabili e può presentare denuncia al tribunale in caso di gravi

irregolarità di gestione, denuncia che va inoltrata alla Consob nell’ipotesi di società quotate.

I componenti del comitato hanno l’obbligo di assistere alle adunanze del consiglio di amministrazione,

dell’assemblea e del comitato esecutivo, anche se l’assenteismo non è punito con decadenza, sebbene

possa fungere da giusta causa per la revoca.

Nelle società quotate il comitato di controllo sulla gestione ha i medesimi poteri d’informazione del

collegio sindacale nei confronti degli amministratori, dei revisori e degli organi delle controllate, oltre a

poter procedere con ispezioni e controlli. Ciascun membro può avvalersi della collaborazione di dipendenti

della società e può convocare individualmente il consiglio di amministrazione o il comitato esecutivo, ma

non l’assemblea. L’attività del comitato è documentata in apposito libro.

91

Il comitato elegge al suo interno il presidente, si riunisce ogni 90 giorni, è validamente costituito in

presenza della maggioranza dei suoi componenti e delibera a maggioranza assoluta dei presenti. La

convocazione, nelle società quotate, può essere richiesta da ogni componente.

CAPITOLO DODICESIMO – I CONTROLLI ESTERNI

Il sistema

Oltre al controllo interno, operato dai vari organi dei tre sistemi, e a quello esterno, operato dal revisore

contabile o dalla società di revisione, tutte le società per azioni, nell’interesse generale diverso da quello

dei soci, della minoranza e dei creditori sociali, sono soggette ad altri controlli esterni.

Pensiamo, anzitutto, al controllo sulla gestione esercitato dall’AUTORITA’ GIUDIZIARIA, quando ricorrono

situazioni che alterano il corretto funzionamento della società, che riguarda TUTTE le società per azioni.

Poi possiamo guardare al controllo esercitato dalla Consob, al fine di garantire la tutela degli investitori e la

trasparenza del mercato e delle società, su tutte le società quotate in borsa e su quelle che operano sul

mercato mobiliare: la Consob è un’Autorità amministrativa indipendente con poteri non solo di controllo,

ma anche regolamentari, esercitati nell’ambito dell’autonomia riconosciuta dalla legge.

Vi sono, inoltre, dei controlli pubblici esercitati nei confronti di società che operano in particolari settori:

pensiamo al potere di vigilanza della Banca d’Italia nei confronti delle società bancarie, di quelle

d’intermediazione mobiliare e delle società di gestione del risparmio, oppure al controllo dell’Isvap sulle

società assicurative o ancora a quello del Coni sulle società sportive.

Infine, un potere di controllo viene esercitato anche dalla Corte dei Conti nei confronti degli enti pubblici

economici trasformati in società per azioni (Eni, Enel ecc.) e in cui lo Stato ha ancora una partecipazione

maggioritaria.

Il controllo giudiziario sulla gestione. Presupposti e iniziativa

Primo controllo esterno che prendiamo in considerazione è quello esercitabile dall’autorità giudiziaria a

norma dell’art.2409 del codice: essa interviene SOLO e SOLAMENTE quando vi è sospetto di gravi

irregolarità da parte degli amministratori nella gestione, potenzialmente dannose per la società o per le

controllate. Quindi, danno potenziale e sospetto di irregolarità nella gestione sono i presupposti che danno

luogo all’intervento giudiziario: si tratta, dunque, di un controllo di legalità, di regolarità della gestione, che

riguarda l’operato degli amministratori, o degli stessi in concorso con altri organi e che non può avere a

oggetto irregolarità imputabili alla sola assemblea, per esempio, o al solo collegio sindacale, né tanto meno

l’autorità giudiziaria può intervenire a sindacare l’opportunità o la convenienza delle scelte degli

amministratori, dovendo limitarsi a reintegrare il corretto funzionamento della società qualora gli stessi

siano venuti meno ai propri doveri (esempi: redazione di un bilancio falso, operazioni in conflitto di

interessi, irregolare tenuta della contabilità ecc.).

A denunziare le irregolarità possono essere:

SOCI,

I con partecipazione al capitale sociale, anche cumulativa, di almeno 1/10 (1/5 nelle società

• che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio): la percentuale minima di partecipazione è

prevista per evitare iniziative pretestuose da parte di piccolissimi azionisti;

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COLLEGIO SINDACALE DI

Il o gli organi corrispondenti degli altri sistemi (CONSIGLIO

• SORVEGLIANZA COMITATO PER IL CONTROLLO SULLA GESTIONE),

e in tutte le società per azioni

(un tempo era possibile solo per le società quotate);

PUBBLICO MINISTERO,

Il per quanto riguarda le sole società che fanno appello al mercato del

• capitale di rischio, in quanto vi è un interesse pubblico, ma anche privato, preminente rispetto alle

altre società per azioni (sarà vero? mah); il soggetto in questione non può agire nel caso in cui

vengano lesi interessi diversi (esempio: quelli dei consumatori);

CONSOB,

La per le sole società quotate, quando l’irregolarità riguarda gli organi interni di controllo;

• giudiziale o straordinario

Gli ORGANI DELLE PROCEDURE CONCORSUALI (commissario per

• commissario liquidatore

l’amministrazione straordinaria, per la liquidazione coatta amministrativa)

se vi è un’irregolarità riguardante altre società del gruppo.

SOSPETTO”

L’onere della prova dei denunzianti riguarda il “FONDATO e non l’effettiva irregolarità. Il

procedimento di controllo dell’autorità giudiziaria non può proseguire se le irregolarità non si presentano

come potenzialmente dannose o se sono state rimosse, mentre continua nel caso di cessazione dalla carica

degli amministratori che le hanno commesse o in caso di messa in liquidazione della società.

Segue: Il procedimento

Il procedimento attivato con la denuncia dei soggetti legittimati si articola in due fasi.

La prima di esse ha carattere istruttorio ed è volta ad accertare l’esistenza delle gravi irregolarità e i

provvedimenti tramite i quali rimuoverle. Il tribunale, a pena di nullità del procedimento, deve procedere

all’audizione di amministratori e sindaci, dopo di ché può far eseguire l’ISPEZIONE dell’amministrazione

della società da un consulente esterno: le spese dell’ispezione sono a carico dei soci o, in caso di denunzia

di altri soggetti, a carico della società.

L’ispezione, tuttavia, può essere evitata dal gruppo di comando chiedendo al tribunale la sospensione del

procedimento e provvedendo, in assemblea, alla sostituzione degli amministratori e dei sindaci con

“soggetti di adeguata professionalità”, nominati allo scopo di accertare le violazioni e di eliminarle,

riferendo il tutto al tribunale.

Tuttavia, qualora ciò risulti insufficiente, il tribunale può scegliere, ed è questa la seconda fase, se:

PROVVEDIMENTI CAUTELARI

Disporre gli opportuni per evitare la reiterazione delle irregolarità e

• convocare l’assemblea per le deliberazioni conseguenti, che la stessa, però, può rifiutarsi di

prendere; AMMINISTRATORE

Revocare gli amministratori e i sindaci, provvedendo a nominare un

• GIUDIZIARIO, stabilendone poteri e durata, oltre che compenso, nel decreto di nomina.

L’amministratore giudiziario è un pubblico ufficiale, revocabile solo dal tribunale e può proporre

l’azione di responsabilità contro gli amministratori, evitabile dall’assemblea tramite rinuncia o

transazione. Oltre a ciò ha pure la rappresentanza processuale della società, deve rendere conto

della propria gestione alla fine dell’ufficio al tribunale e non può compiere atti eccedenti l’ordinaria

amministrazione senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Alla scadenza dell’incarico deve

convocare l’assemblea per la nomina dei nuovi amministratori e sindaci o proporre la messa in

93

liquidazione o l’assoggettamento a procedure concorsuali della società, anche se è l’assemblea a

decidere.

La Consob

La Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa) è un organo pubblico di vigilanza, un’autorità

amministrativa indipendente istituita con la L.216/1974 che si configura come una persona giuridica di

diritto pubblico, con potere di controllo e regolamentare-normativo esercitabile nei limiti stabiliti dalla

legge. Ha sede a Roma e Milano. Le deliberazioni sono prese collegialmente, salvo casi eccezionali e

l’organo ha un proprio presidente, che sovrintende all’attività istruttoria e cura l’esecuzione delle delibere.

La Commissione è chiamata a collaborare con le altre autorità di vigilanza interne (Banca d’Italia, Isvap

ecc.), tra cui non è opponibile il segreto d’ufficio, e con quelle esterne dell’UE e dei singoli Stati

comunitarie e non.

Nata come organo di vigilanza della borsa e delle società quotate, la Consob ha visto i propri poteri

ampliarsi col passare del tempo, sino ad estendere il proprio controllo, al fine di garantire la tutela degli

investitori e la trasparenza del mercato e delle società, sugli intermediari immobiliari (Sim, Sicav ecc.) e sui

mercati regolamentati di strumenti finanziari, vigilando sugli emittenti di strumenti diffusi tra il pubblico.

Ammissione delle azioni alle quotazioni di borsa

Partiamo col dire che la disciplina in materia di AMMISSIONE, SOSPENSIONE E REVOCA delle azioni alle

quotazioni di borsa è profondamente mutata a partire dal 1997, anno in cui la borsa valore è stata

privatizzata, con il conseguente passaggio di competenza dalla Consob alla società di gestione del mercato

regolamentato (il principale di essi si chiama MTA, gestito da Borsa Italiana S.p.A.), sempre sotto la

vigilanza della Commissione.

E’ alla società di gestione del mercato regolamentato che compete, dunque, stabilire le condizioni e le

modalità di ammissione, sospensione e revoca delle azioni e degli strumenti finanziari dalle negoziazioni,

stabilite all’interno di un apposito regolamento. La Consob, tuttavia, deve verificare che il regolamento in

questione sia idoneo ad assicurare la “trasparenza del mercato, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e

la tutela degli investitori”, provvedendo ad autorizzare l’esercizio dei mercati regolamentati.

L’ammissione di azioni e strumenti finanziari alla negoziazione, diversamente dal passato, avviene oggi

SOLO su richiesta della società, previa deliberazione dell’assemblea, mentre non è più prevista

l’ammissione d’ufficio ad opera della Consob o l’ammissione di diritto (come avveniva per le azioni di

risparmio). Entro due mesi dalla richiesta, la società di gestione del mercato delibera a favore

dell’ammissione o meno, pubblicando la propria decisione e comunicandola, oltre che all’emittente, alla

Consob, la quale ha il potere di vietarne l’esecuzione, entro 5 giorni dalla comunicazione.

L’inizio delle negoziazioni, però, non è immediato, in quanto deve essere preceduto, salvo esenzione

prevista dalla Consob, dalla pubblicazione di un PROSPETTO DI QUOTAZIONE, nel quale vengono esposti i

rischi dell’investimento e i diritti a esso connessi, tutte informazioni necessarie per gli investitori.

Con la prima ammissione delle azioni alla quotazione la società viene assoggettata al controllo della

Consob e a tutte le norme dettate per le società quotate.

94

E’ la stessa società di gestione del mercato a disporre la sospensione delle azioni dalla quotazione, nel caso

in cui non sia temporaneamente garantita la regolarità del mercato o se lo richiede la tutela degli

investitori, o l’esclusione dalla quotazione, nell’ipotesi di prolungata carenza delle negoziazioni o quando

non sia possibile mantenere un mercato normale e regolare. Anche in questi casi la Consob, entro 5 giorni

dal provvedimento, può vietarne l’esecuzione. La sospensione può durare al massimo 18 mesi, al termine

dei quali la società di gestione del mercato decidere se farla venire meno o deliberare l’esclusione, qualora

i motivi della sospensione non siano venuti meno.

L’esclusione, che determina la fine del controllo della Consob e dell’assoggettamento alle norme inerenti le

società quotate, può anche essere richiesta dalla società stessa, previa delibera dell’assemblea

straordinaria, se si ottiene l’ammissione in un diverso mercato regolamentato italiano o straniero in cui sia

garantita una tutela equivalente degli investitori oppure semplicemente perché la quotazione in borsa non

rientra più nei piani della società, ma in tal caso i soci che non hanno concorso alla deliberazione hanno

diritto di recesso.

Segue: Consob e informazione societaria

La Consob svolge un ruolo importantissimo di controllo al fine di assicurare un’adeguata e veritiera

informazione de mercato mobiliare sugli eventi che riguardano le società che fanno appello al pubblico

risparmio, in moda da consentire delle scelte più consapevole agli stessi investitori.

Negli, a tal proposito, non solo sono stati accresciuti i poteri della Consob, ma sono aumentati anche gli

obblighi di informazione nei confronti del pubblico da parte dei soggetti emittenti. informativi tutti gli

Gli articoli dal 114 al 188 del Tuf prevedono che siano assoggettati agli obblighi

emittenti strumenti finanziari quotati gli emittenti strumenti finanziari

(quindi anche diversi dalle azioni),

non quotati ma diffusi tra il pubblico in misura rilevante emittenti strumenti

(stabilita dalla Consob) e gli

finanziari “negoziati” in un sistema multilaterale di negoziazione avente caratteristiche fissate dalla

Consob: quindi trasparenza e controllo della Commissione circa gli obblighi informativi riguardano tutte le

INFORMAZIONI

società in questione, le quali sono tenute a comunicare al pubblico, senza indugio, le

PRIVILEGIATE, ossia informazioni precise e non ancora rese la cui conoscenza può influenzare il prezzo

degli strumenti finanziari, la cui comunicazione può essere ritardata nei soli casi previsti dalla Consob

(quando ad esempio la diffusione di un’informazione può far saltare una trattativa) e sempre che non

Consob stessa può richiedere che siano resi pubblici notizie e

induca il pubblico in errore . Anche la

documenti necessari per un’informazione più completa, tanto agli emittenti quanto agli organi di

amministrazione e controllo, così come ai titolari di partecipazioni rilevanti: l’inottemperanza alla richiesta

della Commissione comporta sanzioni pecuniarie e la Consob provvede direttamente e comunque a

informare il pubblico, a spese degli interessati.

Molto spesso gli emittenti strumenti finanziari, le banche, gli intermediari mobiliari e gli analisti finanziari

RACCOMANDAZIONI

indipendenti tendono a comunicare al pubblico, o anche a singoli investitori, e

PROPOSTE inerenti strategie di investimento su strumenti quotati: il più delle volte queste comunicazioni

non sono disinteressate, ma sono volte a un guadagno di cospicue dimensioni. E’ per tale motivo che deve

essere la Consob a stabilire le modalità di comunicazione al pubblico di raccomandazione e proposte ed è

la legge a prevedere che tali informazioni siano diffuse in maniera oggettiva e palesando l’esistenza di un

interesse relativo agli strumenti oggetto di informazione.

95

E’ sempre la Consob a prescrivere obblighi di informazione preventiva nei confronti del pubblico nel caso in

OPERAZIONI STRAORDINARIE

cui l’emittente intenda porre in essere (acquisizione e cessione di pacchetti

azionari, acquisto di azioni proprie, fusioni e scissioni, emissione di obbligazioni ecc.), con la

contemporanea trasmissione dei documenti inerenti tali operazioni alla stessa Commissione, al fine di

verificarne la veridicità.

I documenti contabili degli emittenti (quali bilancio di esercizio, relazioni trimestrali e semestrali degli

INFORMAZIONE

amministratori ecc.) sono soggetti, in forza delle previsioni della Commissione, ad

PERIODICA, accompagnati da una dichiarazione scritta del dirigente preposto alla redazione di tali

documenti in cui si attesti la corrispondenza alle scritture contabili.

RELAZIONE SUL GOVERNO SOCIETARIO E

Le società quotate, inoltre, per ogni esercizio devono redigere la

GLI ASPETTI PROPRIETARI, documento nel quale vengono indicate informazioni rilevanti per comprendere

e valutare quanto sia CONTENDIBILE il controllo della società in caso di una scalata ostile (ossia quanto sia

facile o difficile prendere il controllo della società), oltre ad essere contemplate tutte le caratteristiche

organizzative della società (poteri degli organi, presenza di comitati interni ecc.), tra cui spicca

l’attestazione di adesione a un codice di comportamento in materia di governo societario promosso da

società di gestione del mercato o da associazioni di categoria, oppure le ragioni della mancata adesione. A

verificare l’elaborazione di tale relazione provvedere la società di revisione. INFORMAZIONI

Tutte le informazioni per cui è prevista la pubblicazione vengono definite

REGOLAMENTATE e devono essere depositate presso la Consob e presso la società di gestione del

mercato, oltre ad essere pubblicate su quotidiani nazionali. La violazione di tali obblighi comporta la

possibilità per la Consob di rendere nota la violazione, oltre all’eventuale sospensione preventiva dalla

quotazione per un periodo massimo di 10 giorni, in caso di sospetto di violazione, e alla proibizione di

negoziazione con revoca definitiva dalla quotazione se la violazione viene accertata.

La Consob, infine, svolge anche un’indagine al fine di verificare la veridicità delle informazioni fornite

DELL’INFORMAZIONE),

(CONTROLLO chiedendo a emittenti quotati, soggetti che li controllano e società

controllate notizie e documenti a riguardo. Può provvedere anche all’audizione personale dei componenti

degli organi sociali e della società di revisione, nonché dei soci di maggioranza o con partecipazioni rilevanti

o partecipanti a un patto parasociale. Può anche eseguire ispezioni per lo stesso scopo.

La Consob può anche richiedere notizie, documenti e dati e procedere all’audizione personale di

DI INFORMAZIONI PRIVILEGIATE

CHIUNQUE possa avere informazioni inerenti l’ABUSO (INSIDER

MANIPOLAZIONE DEL MERCATO,

TRADING) e la procedendo anche, previa autorizzazione del procuratore

della Repubblica, all’acquisizione di intercettazioni telefoniche, di dati informatici, al sequestro di beni e a

ispezioni. 96

CAPITOLO TREDICESIMO – I LIBRI SOCIALI. IL BILANCIO

I libri sociali obbligatori

Oltre ai libri e alle scritture contabili previste per tutti gli imprenditori commerciali, la società per azioni è

obbligata a tenere i libri sociali indicati nell’art.2421 del codice, ossia:

libro dei soci:

Il indica il numero di azioni emesse, nome e cognome dei titolari di azioni nominative,

• trasferimenti e vincoli sulle azioni, versamenti eseguiti, annullamenti di titoli, eventuale

ammortamento e rilascio di duplicati. Il diritto di ispezione e di ottenere estratti a proprie spese

spetta ai soci e al rappresentante comune degli azionisti di risparmio, mentre agli stessi è precluso

l’esame degli altri libri. Tenuto a cura degli amministratori;

libro delle obbligazioni:

Il indica le obbligazioni emesse e quelle estinte, nome e cognome dei

• titolari di obbligazioni nominative, trasferimenti e vincoli sulle stesse. Il diritto di ispezione spetta al

rappresentante comune degli obbligazionisti. Tenuto a cura degli amministratori;

libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee,

Il dove vengono trascritti i verbali

• redatti per atto pubblico e iscritti direttamente i verbali redatti dal segretario. Tenuto a cura degli

amministratori;

libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione.

Il Tenuto a cura degli

• amministratori;

libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’organo di controllo interno

Il (collegio sindacale,

• consiglio di sorveglianza o comitato per il controllo sulla gestione). Tenuto a cura dell’organo

stesso;

libro delle adunanze e delle deliberazioni del comitato esecutivo,

Il laddove sia stato istituito.

• Tenuto a cura del comitato stesso;

libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’assemblea degli obbligazionisti.

Il Il diritto di

• ispezione spetta ai singoli obbligazionisti. Tenuto a cura del rappresentante comune degli

obbligazionisti;

libro degli strumenti finanziari di partecipazione a uno specifico affare.

Il Il diritto di ispezione e di

• ottenere estratti spetta al rappresentante comune e ai singoli possessori, relativamente solo

all’ultimo libro. Tenuto a cura degli amministratori.

Il diritto di ispezione consiste nella possibilità di esaminare i libri.

Il bilancio di esercizio

Come tutti gli imprenditori assoggettati all’obbligo di tenuta delle scritture contabili, anche le società per

azioni devono redigere annualmente il bilancio di esercizio (oltre a redigere bilanci straordinari infra-

annuali nel caso di particolari vicende della vita societaria).

BILANCIO DI ESERCIZIO chiaro, veritiero corretto,

Il è il documento contabile che rappresenta, in modo e

situazione patrimoniale e finanziaria risultato

la della società al termine di un esercizio, nonché il

economico dell’esercizio stesso, ossia gli utili conseguiti o le perdite subite: dal bilancio, dunque, risultano

STATICO, DINAMICO,

l’ASPETTO ossia la situazione del patrimonio, e l’ASPETTO ossia la redditività della

società. 97

Il bilancio di esercizio assolve a diverse funzioni: anzitutto è il TERMINE DI RIFERIMENTO tanto per

l’applicazione delle norme poste a tutela dell’integrità del capitale sociale, quanto per le deliberazioni

assembleari che ruotano attorno all’accertamento periodico di utili e perdite (pensiamo alla costituzione di

riserve e distribuzione di utili ai soci, alla riduzione del capitale sociale per perdite, all’acquisto di azioni

proprie e all’emissione di obbligazioni ecc.).

Inoltre il bilancio di esercizio è lo strumento di informazione contabile attraverso il quale i soci possono

conoscere l’andamento degli affari e i creditori la consistenza del patrimonio sociale, loro sola garanzia.

tassazione periodica del reddito delle società

Il bilancio, poi, è termine di riferimento anche per la (Ires),

quindi per l’applicazione della normativa tributaria, anche se, differentemente da ciò che avveniva in

passato, oggi non è più possibile effettuare rettifiche di valore (ad esempio ammortamenti) in applicazione

della normativa fiscale, mentre è possibile iscrivere in bilancio le imposte pagate anticipatamente e quelle

differite.

Le modifiche per rendere più chiaro, veritiero e corretto il bilancio di esercizio sono state molteplici, tanto

sotto il profilo interno, quanto da parte del diritto comunitario. Quest’ultimo, per esempio, ha previsto, a

partire dal 2005, l’obbligo per alcune società e la facoltà per altre di redigere i propri bilanci in base ai

PRINCIPI CONTABILI INTERNAZIONALI, in modo tale da poter confrontare i bilanci di imprese operanti in

Accounting Standard Board

Stati diversi. Tali principi vengono emanati dall’International (IASB) e

International Accounting Standard

prendono il nome di (IAS) quelli approvati sino al 2001 e di

International Financial Reporting Standard (IFRS) quelli successivi. Importanti sono anche le

interpretazioni di questi principi fornite dallo IASB. I principi contabili internazionali, ad ogni modo,

SOLO DOPO

diventano vincolanti in tutti gli Stati essere stati recepiti tramite regolamento comunitario.

L’impiego di questi principi nella redazione del bilancio di esercizio e di quello consolidato è

OBBLIGATORIO per le società con azioni o altri strumenti finanziari quotati (in Italia o in altro Stato

membro) o diffusi tra il pubblico in maniera rilevante. E’ altresì obbligatorio per società bancarie,

assicurative, di intermediazione mobiliare e finanziaria. Non è invece consentita l’adozione di tali principi

alle società che possono redigere il bilancio “in forma abbreviata”. Per tutte le altre società per azioni,

FACOLTATIVA.

invece, l’adozione di questi principi è Se, però, tali principi vengono adottati, la scelta è

IRREVOCABILE, salvo casi eccezionali in cui comunque la revoca produce effetti a partire dall’esercizio

successivo a quello in cui viene deliberata.

Principi fondamentali della disciplina del bilancio

Tanto il sistema nazionale, quanto i principi contabili internazionali, sono comune dominati da “clausole

generali” comuni, che vanno ad integrare le relative normative di dettaglio: si tratta dei principi

CHIAREZZA VERITIERA CORRETTA,

fondamentali della e della rappresentazione e il primo dei quali trova

applicazione nella disciplina della struttura e del contenuto del bilancio, mentre i secondi vengono

sviluppati nelle norme che fissano i criteri di valutazione dei diversi cespiti patrimoniali.

A proposito delle normative di dettaglio è previsto l’obbligo di fornire informazioni ulteriori se quelle

richieste da specifiche disposizioni di legge o da principi contabili internazionali risultano insufficienti per

dare una rappresentazione veritiera e corretta; gli stessi principi e disposizioni vanno, tra l’altro,

disapplicati se IMPEDISCONO una rappresentazione veritiera e corretta , con motivazione delle deroghe

nella nota integrativa del bilancio. 98

Altri principi, oltre a quella della chiarezza, della veridicità e della correttezza, da osservare nella stesura

del bilancio sono: PRUDENZA,

Il principio della da osservare nella valutazione delle voci di bilancio e nella prospettiva

• di continuazione dell’attività, al fine di evitare che dal bilancio risultino utili non effettivamente

realizzati alla chiusura dell’esercizio;

PREVALENZA DELLA SOSTANZA SULLA FORMA,

Il principio di secondo cui va presa in

• considerazione la funzione economica dell’attivo e del passivo, la quale deve prevalere sui criteri

formali di iscrizione in bilancio;

BILANCIO DI COMPETENZA,

Il principio del in forza del quale occorre tener conto dei proventi e

• degli oneri di competenza dell’esercizio (la cui causa si è verificata nell’esercizio), senza badare alla

data d’incasso o di pagamento, o ai rischi e alle perdite di competenza (si tratta, dice l’autore, di un

bilancio di competenza e non di cassa);

CONTINUITA’,

Il principio di il quale impone di usare sempre gli stessi criteri di valutazione da un

• esercizio all’altro e di motivare, in casi eccezionali, la modifica/deroga.

Infine, è previsto che gli elementi eterogenei ricompresi nelle singole voci del bilancio devono essere

valutati separatamente.

Passiamo ad analizzare prima la struttura del bilancio secondo la disciplina codicistica e poi secondo i

principi contabili internazionali.

La struttura del bilancio redatto secondo la disciplina del codice civile

In forza della disciplina del nostro codice civile il bilancio deve essere composto da tre parti: lo stato

patrimoniale, il conto economico e la nota integrativa. Ad esse si accompagnano la relazione sulla gestione

degli amministratori, quella del collegio sindacale e la relazione del revisore contabile, che figurano però

come ALLEGATI.

Gli artt.2424 e 2425 c.c., poi, indicano le voci obbligatorie dello stato patrimoniale e del conto economico,

mentre l’art.2423-ter prescrive le regole da osservare nella stesura di tali documenti, il tutto in

applicazione del principio di chiarezza.

CRITERI DI REDAZIONE

Ecco i da rispettare nello stato patrimoniale e nel conto economico (art.2423-ter):

ORDINE TASSATIVO di inserimento delle singole voci, fissato dalla legge e non modificabile dagli

• amministratori;

Raggruppamento in CATEGORIE OMOGENEE, indicate da lettere maiuscole, articolate in

• SOTTOCATEGORIE, contraddistinte da numeri romani, a loro volta suddivise in VOCI,

contrassegnate da numeri arabi ed in SOTTOVOCI, lettere minuscole (Esempio: voce B-III-1-c);

Indicazione dell’importo di ogni voce corrispondente dell’esercizio precedente, al fine di attuare un

• raffronto;

DIVIETO DEL COMPENSO DI PARTITE: costi e ricavi vanno iscritti distintamente e non sommati tra

• loro;

Redazione del bilancio in unità di euro e senza cifre decimali.

• 99

BILANCIO IN FORMA ABBREVIATA

Possono redigere il cosiddetto tutte quelle società che, per attivo

patrimoniale, fatturato e numero di dipendenti NON superano determinate dimensioni fissate dalla legge,

le quali in taluni casi possono anche omettere la relazione sulla gestione, qualora la nota integrativa si

presenti particolarmente esaustiva.

STATO PATRIMONIALE

STATO PATRIMONIALE

Lo indica sinteticamente le attività e le passività della società, oltre alla sua

situazione finanziaria nel giorno di chiusura dell’esercizio ed al patrimonio netto. Deve essere redatto, a

norma dell’art.2424 c.c., nella forma a COLONNE CONTRAPPOSTE, indicando prima le attività, poi il

patrimonio netto e poi le passività. patrimoniale:

Ecco le categorie (e le relative sottocategorie) dell’ATTIVO

Crediti verso soci per versamenti ancora dovuti,

A) con indicazione di quanto è stato già dato;

Immobilizzazioni,

B) per tali intendendosi quei beni economici che non esauriscono la loro utilità

all’interno di un solo esercizio ma manifestano i loro benefici in un arco temporale più ampio. Le

immobilizzazioni sono a loro volta distinte in tre sottocategorie:

B-I) Immobilizzazioni immateriali, ossia quelle prive di tangibilità, articolate in 7 voci, quali i diritti di

brevetto industriale e l’avviamento ecc.;

B-II) Immobilizzazioni materiali, articolate in 5 voci, come terreni e fabbricati, attrezzature

industriali e commerciali ecc.; partecipazioni azionarie e non,

B-III) Immobilizzazioni finanziarie, che comprendono articolate in

crediti, altri titoli ed azioni proprie,

tre sottovoci, articolati in quattro sottovoci, se destinati

stabilmente a permanere nel patrimonio sociale, altrimenti indicati nell’attivo circolante;

Attivo circolante,

C) distinto in:

C-I) Rimanenze, articolate in 5 voci, quali le rimanenze di materie prime e di consumo, di prodotti

finiti e merci ecc.;

C-II) Crediti che non sono immobilizzazioni, articolati in 7 voci, come i crediti tributari e le imposte

anticipate;

C-III) Attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni, tra cui vi sono le partecipazioni, le

azioni proprie e gli altri titoli di cui si prevede l’alienazione (ecco perché non sono immobilizzazioni,

perché non rimangono per lungo tempo);

C-IV) Disponibilità liquide, articolate in tre voci, quali i depositi bancari e il denaro in cassa;

Ratei e risconti (attivi), ratei attivi

D) con indicazione del DISAGGIO su prestiti: i sono quote di

proventi comuni a due o più esercizi, di competenza dell’esercizio solo in parte, in quanto esigibili

solo in esercizi successivi (esempio: la società concede un immobile in locazione nel 2010 e per un

periodo di due anni, 2010 e 2011, pattuendo che il canone di locazione dovrà essere pagato alla

fine del 2011. Metà di tale somma, però, viene iscritta tra i ratei attivi proprio nel 2010, anche se

risconti

non è stata ancora percepita, in quanto viene considerata credito del successivo esercizio); i

attivi sono quote di costi comuni a due o più esercizi, sostenuti nell’esercizio ma di competenza

dell’esercizio successivo (esempio: la società prende in fitto dei locali per un periodo di 3 anni

pagando anticipatamente il fitto complessivo di 3000 euro; solo 1000 euro sono imputabili

all’esercizio in corso, mentre gli altri 2000 riguardano i due esercizi successivi e pertanto questi

disaggio

2000 vanno iscritti come risconto attivo, come credito verso gli esercizi futuri). Il di

100


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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Commerciale del professor Griffi basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente: Diritto Commerciale Vol 2: Diritto delle Società di Campobasso. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: La società per azioni, Nozione e caratteri essenziali, Società per azioni e tipologia della realtà, L’evoluzione della disciplina, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Patroni Griffi Ugo.

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