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rispetto a tali attività sia possibile lo sviamento della clientela.

Le RGIONI sono 2:

Quella dell’acquirente dell’azienda di trattare la clientela dell’impresa e quindi di godere

1. dell’avviamento (soggettivo) del quale di regola si è tenuto conto nella pattuizione del

prezzo di vendita;

Quella dell’alienante a non vedere compressa la propria libertà di iniziativa economica

2. oltre un determinato arco di tempo, ritenuto sufficiente per consentire all’acquirente di

consolidare la propria clientela.

Le parti possono anche ampliare la portata dell’obbligo di astensione, purché non sia

impedita ogni attività professionale all’alienante (art. 2557, 2°comma). È in ogni caso

vietato prolungare oltre i 5 anni la durata del divieto (art. 2557, 3°comma).

VENDITA COATTIVA:

Il divieto è da ritenersi applicabili non solo alla vendita volontaria di azienda, ma anche

quando la vendita è coattiva. Il divieto graverà perciò in testa all’imprenditore fallito nel

caso di vendita in blocco dell’azienda da parte di organi fallimentari.

Pur essendosi dei casi controversi, è indubbio che in sede di divisione ereditaria o nello

stabilire la quota di liquidazione spettante a ciascun socio, si tiene di regola conto anche del

valore di avviamento dovuto alla clientela. Perciò si applica il divieto di concorrenza a

favore dell’erede o del socio che subentra nell’azienda ed a carico degli altri eredi o degli

altri soci.

È indubbio altresì che la vendita dell’intero pacchetto azionario o di una partecipazione di

controllo permettano di raggiungere un risultato economico sostanzialmente coincidente con

la vendita dell’azienda, quindi si applica il divieto di concorrenza per il socio alienante

quando possa dar inizio ad attività idonea a determinare uno sviamento della clientela.

 La successione nei contratti aziendali:

Per il mantenimento dell’unità economica è agevolato il subingresso dell’acquirente nei

contratti in corso di esecuzione, che l’alienante ha stipulato con fornitori, finanziatori,

lavoratori e clienti per assicurarsi i fattori produttivi necessari allo svolgimento dell’attività

d’impresa, nonché per dare sbocco ai suoi prodotti.

Ci sono significative DEROGHE alla disciplina generale della cessione dei contratti (art.

1406 e ss):

È previsto che “se non è pattuito diversamente, l’acquirente dell’azienda subentra nei

 contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa che non abbiano carattere

personale”.

Al terzo contraente è riconosciuto il diritto di recedere dal contratto “entro 3 MESI dalla

 notizia del trasferimento, se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la

responsabilità dell’alienante”. Inoltre per diritto comune la cessazione del contratto non

può avvenire senza il consenso del contraente ceduto (art. 1406). Ma, quando il

contratto è stipulato con un imprenditore ed ha per oggetto prestazioni (non personali)

inerenti all’esercizio dell’impresa, il consenso del terzo contraente non è più necessario

per il trasferimento del contratto e l’effetto successorio si produce ex lege con il

trasferimento dell’azienda.

DIRITTO DI RECESSO:

È vero che il terzo contraente può recedere dal contratto e sciogliersi dal vincolo

contrattuale con l’acquirente. Però il recesso potrà essere validamente esercitato solo se

sussiste una GIUSTA CAUSA e gli spetterà quindi provare che l’acquirente dell’azienda si

trova in una situazione oggettiva tale da non dare affidamento sulla regolare esecuzione del

contratto. In caso di recesso il contratto si ESTINGUE definitivamente ed il terzo contraente

può chiedere il risarcimento dei danni all’alienante dando la prova che questi non ha scelto

con cautela l’acquirente.

Si favorisce quindi la circolazione di taluni rapporti contrattuali quali: contratto di lavoro

subordinato (art. 2112), di consorzio (art. 2610), di edizione (art. 132 legge 22/4/1941,

n°633), di locazione di immobili per l’esercizio di attività industriale, commerciale o

artigiana.

I CONTRATTI PERSONALI:

Per il trasferimento di tali contratti occorre una ESPRESSA PATTUIZIONE

CONTRATTUALE tra alienante ed acquirente, più il consenso del contraente ceduto.

 I crediti e i debiti aziendali (art. 2559 e 2560):

Se l’imprenditore ha già adempiuto le obbligazioni a suo carico, residuerà un credito a suo

favore nei confronti del terzo (es. ha venduto merci con pagamento differito). Viceversa

residuerà un debito dell’imprenditore qualora il terzo contraente abbia integralmente

eseguito le proprie prestazioni (es. l’imprenditore ha acquistato materie prime ma non ha

ancora pagato).

CREDITI:

Per le imprese soggette a registrazione con effetti di pubblicità legale vale la sola

ISCRIZIONE DEL TRASFERIMENTO DELL’AZIENDA NEL REGISTRO DELLE

IMPRESE.

Da tale momento la (eventuale) cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta ha effetto nei

confronti dei terzi, anche in mancanza di notifica al debitore o di sua accettazione. Tuttavia,

“il debitore ceduto è libero se paga in buona fede all’alienante”. Negli altri casi si applica la

disciplina generale della cessione dei crediti.

DEBITI:

Vale il principio generale per cui non è ammesso il mutamento del debitore senza il

consenso del creditore: l’alienante non è liberato da tali debiti se non risulta che i creditori vi

hanno acconsentito.

Invece per le sole aziende commerciali “risponde dei debiti anche l’acquirente dell’azienda,

se essi risultano dai libri contabili obbligatori”. Perciò, anche se manca un patto di accollo,

l’acquirente di un’azienda commerciale risponde in solido con l’alienante nei confronti dei

creditori che non abbiano consentito alla liberazione di quest’ultimo.

DEBITI DI LAVORO:

L’acquirente dell’azienda risponde in solido con l’alienante anche se non risultano dalle

scritture contabili; ed oggi anche se l’acquirente non ne ha avuto conoscenza all’atto del

trasferimento (nuovo art. 2112), (anche per aziende o ramo d’azienda non commerciale).

Non essendo disposto null’altro, prevale comunque negli orientamenti più recenti la tesi che

crediti e debiti non passino automaticamente in testa all’acquirente, ma sia a tal fine

necessaria un’espressa pattuizione.

Usufrutto e affitto dell ’

azienda:

L’azienda può formare oggetto di un diritto reale o personale di godimento. Può essere

costituita in usufrutto o può essere concessa in affitto.

USUFRUTTO:

Comporta il riconoscimento in testa all’usufruttuario di particolari POTERI-DOVERI (art.

2561):

Deve esercitare l’azienda sotto la ditta che la contraddistingue;

 Deve condurre l’azienda senza modificarne la destinazione ed in modo da conservare

 l’efficienza dell’organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte.

La violazione di tali obblighi o la cessazione arbitraria della gestione dell’azienda

determinano la cessazione dell’usufrutto per abuso dell’usufruttuario.

L’usufruttuario non solo può godere dei beni aziendali, ma ha anche il POTERE DI

DISPORNE nei limiti segnati dalle esigenze della gestione.

Al termine dell’usufrutto l’azienda perciò risulterà composta in tutto o in parte da beni

diversi da quelli originari. È pertanto previsto che venga redatto un INVENTARIO all’inizio

ed alla fine dell’usufrutto e che la differenza fra le due consistenze venga regolata in denaro,

sulla base dei valori correnti al termine dell’usufrutto.

AFFITTO:

L’affitto di azienda è contratto diverso dalla locazione di un immobile destinato all’esercizio

di attività d’impresa: nel primo caso, oggetto del contratto è un complesso di beni

organizzati, eventualmente comprensivo dell’immobile; nel secondo caso, il contratto ha per

oggetto il locale in quanto tale.

La disciplina prevista per l’usufrutto si applica anche all’affitto (art. 2562).

Usufrutto ed affitto d’azienda sono regolati dalle norme in tema di vendita. Si applicano ad

entrambi il divieto di concorrenza e la disciplina della successione nei contratti aziendali.

Il nuovo proprietario ed il locatore sono perciò tenuti a non iniziare una nuova impresa

idonea a sviare la clientela per la durata dell’usufrutto e dell’affitto. Si applica invece solo

all’usufrutto la disciplina dei crediti aziendali.

Dei debiti aziendali anteriori alla costituzione dell’usufrutto o dell’affitto risponderanno

esclusivamente il nuovo proprietario o il locatore, salvo che i debiti di lavoro espressamente

accollati anche al titolare del diritto di godimento.

CAP. 6: I SEGNI DISTINTIVI

 Il sistema dei segni distintivi:

La DITTA, l’INSEGNA ed il MARCHIO sono i tre principali segni distintivi

dell’imprenditore:

La DITTA contraddistingue la persona dell’imprenditore nell’esercizio dell’attività

A. d’impresa (c.d. nome commerciale);

L’INSEGNA individua i locali in cui l’attività d’impresa è esercitata;

B. Il MARCHIO individua e distingue i beni o i servizi prodotti.

C.

I segni distintivi favoriscono la formazione ed il mantenimento della clientela in quanto

consentono ai consumatori di distinguere fra i vari operatori economici e di effettuare scelte

consapevoli: sono dei “collettori di clientela”.

PRINCIPI COMUNI:

L’imprenditore gode di ampia libertà nella formazione dei propri segni distintivi. È

a. tenuto però a rispettare determinate regole, volte ad evitare inganno e confusione sul

mercato: verità, novità e capacità distintiva;

L’imprenditore ha diritto all’uso esclusivo dei propri segni distintivi. Si tratta però di un

b. diritto non assoluto ma RELATIVO e STRUMENTALE, alla realizzazione della

funzione distintiva rispetto agli imprenditori concorrenti. Il titolare di un segno distintivo

non può perciò impedire che altri adottino il medesimo segno distintivo quando, per la

diversità delle attività d’impresa o per la diversità dei mercati serviti, non vi è pericolo di

confusione e di sviamento della clientela.

L’imprenditore può trasferire ad altri i propri segni distintivi.

c.

Da tutto ciò emerge che i tre segni distintivi tipici dell’imprenditore sono sì tutelati sul piano

patrimoniale, ma in modo non pieno ed assoluto ed infatti il carattere relativo e funzionale

della tutela rende controverso se i segni distintivi possono essere inquadrati o meno nella

categoria dei beni immateriali e, quindi, se si possa parlare di un vero e proprio diritto di

proprietà su un bene immateriale.

(Il CAMPOBASSO è per il concetto di proprietà limitata e funzionale).

P.S. Esistono segni distintivi ATIPICI: i segni distintivi non costituiscono un n° chiuso e

l’imprenditore può avvalersi di altri simboli di identificazione sul mercato.

A. LA DITTA:

 Formazione della ditta e contenuto del diritto sulla ditta:

La DITTA è il nome commerciale dell’imprenditore, lo individua come soggetto di diritto

nell’attività d’impresa. Ed è segno distintivo NECESSARIO in quanto in mancanza di

diversa scelta essa coincide con il nome civile dell’imprenditore.

Non è però necessario che la ditta corrisponda al nome civile: essa può essere liberamente

prescelta dall’imprenditore (art. 2563 c.c.). la scelta dell’imprenditore incontra però due

limiti rappresentati dal rispetto dei principi di VERITA’ e NOVITA’:

VERITA’: assume un contenuto diverso a seconda che si tratti di DITTA ORIGINARIA o

DITTA DERIVATA .

La DITTA ORIGINARIA è quella formata dall’imprenditore che la utilizza. Essa deve

contenere almeno il cognome o la sigla dell’imprenditore. Tanto è necessario e sufficiente

perché sia soddisfatto il requisito della verità, restando poi l’imprenditore libero di

completare come vuole la propria ditta;

La DITTA DERIVATA è quella formata da un dato imprenditore e poi trasferita ad un altro

imprenditore insieme all’azienda. L’art. 2563 nel porre il principio della verità della ditta fa

salvo quanto è disposto nell’art. 2565 (trasferimento della ditta): non impongono a chi

utilizzi una ditta derivata di integrarla col proprio COGNOME o SIGLA.

NOVITA’: (Art. 2564 c.c.). La ditta non deve essere uguale o simile a quella usata da altro

imprenditore e tale da creare confusione per l’oggetto dell’impresa o per il luogo in cui

questa è esercitata. Chi ha adottato per primo una data ditta ha perciò diritto all’uso

esclusivo della stessa, e tale diritto è acquisito per il solo fatto dell’uso della ditta.

Chi successivamente adotti ditta uguale o simile può essere costretto ad integrare o

modificare con indicazioni idonee a differenziarla, e ciò quand’anche la ditta utilizzata

corrisponde al nome civile dell’imprenditore (c.d. DITTA PATRONICA).

Per le IMPRESE COMMERCIALI trova applicazione il criterio della priorità

dell’iscrizione nel registro delle imprese. La recente attuazione del registro delle imprese

rende applicabile il 2°comma dell’art. 2564 in base al quale “per le imprese commerciali

l’obbligo dell’integrazione e modificazione spetta a chi ha iscritto la propria ditta nel

registro delle imprese in epoca posteriore”.

Il diritto all’uso esclusivo è quindi DIRITTO RELATIVO perché è possibile l’anonimia fra

ditte che non creano confusione sul mercato, non potendosi imporre la differenziazione a chi

produce beni e servizi destinati a soddisfare bisogni diversi dei consumatori, né a chi opera

in un diverso ambito territoriale.

 Il trasferimento della ditta:

La ditta è trasferibile, ma solo insieme all’AZIENDA (art. 2565 c.c.). Se il trasferimento

avviene per atto fra vivi, è necessario il consenso espresso dell’alienante. Regola opposta

vale se l’azienda è acquisita per successione a causa di morte: la ditta si trasmette al

successore, salvo diversa disposizione testamentaria.

Si ritiene che chi ha trasferito l’azienda è responsabile in solido con l’acquirente per i debiti

da questo contratti spendendo la ditta derivata, qualora il 3° contraente abbia potuto

ragionevolmente ritenere di trattare con il cedente.

Il risultato pratico è che si addossa all’alienante l’onere di portare a conoscenza dei terzi,

con mezzi idonei, l’avvenuto trasferimento dell’azienda e della ditta se si tratta di impresa

non commerciale, ovvero e comunque di imporre all’acquirente di integrare la ditta con

indicazioni non equivoche.

 Ditta e nome civile. Ditta e nome delle società:

Il NOME CIVILE è attribuito per legge ed è a struttura fissa, risultando composto dal

prenome e dal cognome; è inoltre unico e non liberamente modificabile.

Il nome civile è un attributo della personalità e come tale è tutelato nei limiti fissati dagli

art. 7/9 c.c. (è INDISPONIBILE e INTRASMISSIBILE).

La DITTA è tutelata come mezzo di attrazione della clientela e come valore patrimoniale

(bene immateriale). Perciò mentre l’omonimia fra nomi civili è sempre ammessa, non è

invece consentita fra ditte di imprenditori in rapporto di concorrenza, quand’anche entrambe

corrispondenti ai rispettivi nomi civili.

La distinzione fra NOME CIVILE e NOME COMMERCIALE (DITTA) è valida anche per

le società (art. 2567 c.c.): la norma stabilisce che la ragione sociale della società di persone

e la denominazione sociale delle società di capitali e delle cooperative, sono regolate dalle

norme specificamente dettate per le società, ma si applicano anche ad esse le disposizioni

dell’art. 2564 : il DIVIETO di utilizzare ditta uguale o simile a quella di altro imprenditore

concorrente. Non valgono invece gli art. 2563 e 2565 c.c.

RAGIONE SOCIALE e DENOMINAZIONE SOCIALE non vanno identificate con la

DITTA, ma vanno poste sullo stesso piano del NOME CIVILE.

CONCLUSIONI:

1) Le società devono avere una ragione sociale o denominazione sociale formata

rispettando le norme specificatamente dettate;

2) Il nome di una società non può essere uguale o simile a quello prescelto da altra

società concorrente e non è trasferibile;

3) Le società possono avere una ditta originaria formata rispettando le norme sulla

ditta (dovrà includere la ragione e la denominazione sociale);

Ditte rimangono distinte dal nome e potranno essere trasferite con l’azienda.

4) B. IL MARCHIO:

 Nozione e funzioni del marchio:

Il marchio è il segno distintivo dei prodotti o dei servizi d’impresa, non è un segno distintivo

ESSENZIALE ma è il più importante.

Il marchio è disciplinato:

Nell’ordinamento nazionale dagli art. 2569 e 2574 del cod.civ. e dalla legge Marchi

 929/42, modificati dal d.lgs 480/92 e dal d.lgs 198/86.

Nell’ordinamento internazionale dalla Convenzione dell’Unione di Parigi 1883 e

 dall’Accordo di Madrid 1891. Entrambe le normative, imperniate sull’istituto della

registrazione del marchio, riconoscono al titolare del marchio, rispondente a diversi

requisiti di validità: il diritto all’uso esclusivo dello stesso, così permettendo che il

marchio assolva pienamente la sua funzione di identificazione del prodotto sul mercato.

Non esiste il divieto di circolazione del marchio separatamente dall’azienda e soprattutto

è riconosciuta la legittimità del COUSO di uno stesso marchio da parte di più

imprenditori concorrenti, sulla base di una licenza di marchio NON esclusiva concessa

dal titolare stesso.

Fra le funzioni del marchio giuridicamente riconosciute e protette non può riconoscersi

quella di GARANZIA della qualità dei prodotti.

 I tipi di marchio:

MARCHIO DI FABBRICA:marchio di cui si serve il fabbricante del prodotto. Infatti i

beni che subiscono diverse fasi di lavorazione possono presentare più marchi di fabbrica .

MARCHIO DI COMMERCIO: è quello apposto da un commerciante, sia esso un

distributore intermedio (grossista) o il rivenditore finale. Il rivenditore può apporre il

proprio marchio ai prodotti che mette in vendita, ma non può sopprimere il marchio del

produttore.

MARCHIO DI SERVIZIO: marchio utilizzato da imprese che producono servizi.

MARCHIO GENERALE SPECIALE: l’imprenditore può utilizzare un solo marchio per

tutti i suoi prodotti (marchio generale), ma può anche servirsi di più marchi.

MARCHIO DENOMINATIVO: è costituito solo da parole e può coincidere con la ditta o

il nome civile dell’imprenditore, quand’anche questo non faccia parte della ditta.

MARCHIO FIGURATIVO: formato solo da figure, lettere, cifre, disegni e colori.

MARCHIO DI FORMA: è costituito dalla forma del prodotto stesso.

MARCHIO COLLETTIVO: si distingue nettament dai marchi d’impresa in quanto

titolare del marchio collettivo è un soggetto che svolge la “funzione di garantire l’origine, la

natura o la qualità di determinati prodotti o servizi”. Questi marchi (es. PURA LANA

VERGINE, PROSCIUTTO DI PARMA), sono utilizzati in aggiunta a quelli individuali e

assolvono una limitata funzione di garanzia.

 I requisiti di validità del marchio:

Per essere tutelato giuridicamente il marchio deve rispettare 4 requisiti di validità:

LICEITA’;

1) VERITA’;

2) ORIGINALITA’;

3) NOVITA’.

4) LICEITA ’ :

1)

Il marchio non deve contenere segni contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon

costume; stemmi o altri segni protetti da convenzione internazionale; segni lesivi di un altrui

diritto d’autore o di proprietà industriale.

Se si vuole usare come marchio il nome di una persona che ha acquisito notorietà o anche il

suo pseudonimo, è necessario il consenso dell’interessato o dei suoi eredi.

Per le persone non note resta la regola originale: il nome altrui può essere inscritto nel

marchio anche senza il consenso dell’interessato.

2) VERITA’:

Questo principio vieta di inserire nel marchio “segni idonei ad ingannare il pubblico, in

particolare sulla provenienza geografica, sulla natura o sulla qualità di prodotti o servizi.

3) ORIGINALITA’:

Per assolvere la sua funzione il marchi deve essere ORIGINALE. Deve cioè essere

composto in modo da consentire l’individuazione dei prodotti contrassegnati fra tutti i

prodotti dello stesso genere immessi sul mercato.

Il legislatore predetermina i tipi di segni privi di tale capacità distintiva:

Le denominazioni generiche del prodotto ad esempio un marchio di calzature non potrà

a. essere esclusivamente costituito dalla parola “scarpe”;

Le indicazioni descrittive dei caratteri essenziali delle perstazioni e (salvo che per i

b. marchi collettivi) della provenienza geografica del prodotto;

I segni divenuti di uso comune nel linguaggio corrente, come le parole “super”, “extra”,

c. “lusso”.

MARCHI DEBOLI: è infine possibile usare come marchio denominazioni generiche o

parole di uso comune modificate o combinate fra loro in modo fantasioso. Quindi

basterebbero lievi modifiche per escludere la confondibilità con altri marchi.

MARCHI FORTI: quelli dotati di accentuata capacità distintiva e sono tali, in genere, i

marchi di pura fantasia.

SECONDARY MEANING: si verifica quando un marchio, inizialmente dotato di scarsa

capacità distintiva diventa poi forte a seguito della notorietà acquisita verso il pubblico.

Può: 1) far acquistare carattere distintivo ad un segno che originariamente ne era privo,

rendendo poi possibile la registrazione come marchio

2) può trasformare un marchio nullo in un marchio valido.

4) NOVITA’:

La legge Marchi introduce al riguardo una distinzione tra:

Marchi ordinari: non sono i segni che possono determinare un rischio di confusione per

 il pubblico, perché identici o simili ad un segno già noto come marchio, ditta o insegna

di altro imprenditore concorrente o comunque già registrato da altri come marchio per

PRODOTTI IDENTICI o AFFINI;

Marchio celebre: non è necessario il rapporto di affinità se il marchio già registrato è

 diventato un marchio celebre. Infatti, è ex lege non nuovo il marchio confondibile da

altri successivamente utilizzato per prodotti o servizi “non affini”, se chi lo usa trarrebbe

indebito vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del segno anteriore, o

recherebbe pregiudizio agli stessi.

Esistono però 2 eccezioni:

La nullità del marchio per difetto di NOVITA’ non può essere più dichiarata quando chi

1. ha richiesto la registrazione non era in mala fede ed il titolare del marchio anteriore ne

abbia tollerato l’uso per 5 anni. È questo l’istituto della CONVALIDA del marchio che

comporta in ogni caso la coesistenza dei 2 marchi confondibili;

La nullità del marchio per difetto di ORIGINALITA’ non può essere dichiarata nel caso

2. di sopravvenuta SECONDARY MEANING.

 Il marchio registrato:

Il titolare di un marchio ha diritto all’uso ESCLUSIVO del marchio prescelto. La tutela del

marchio è sensibilmente diversa a seconda che si tratti di un marchio registrato o meno

presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

La registrazione attribuisce al titolare del marchio il diritto all’uso esclusivo dello stesso su

tutto il territorio nazionale, quale che sia l’effettiva diffusione territoriale dei suoi prodotti. Il

diritto di esclusiva sul marchio registrato copre non solo i prodotti identici ma anche quelli

AFFINI.

Per i MARCHI CELEBRI è vietato l’uso anche per merci del tutto diverse, infatti oltre a

costituire “usurpazione dell’altrui fama”, può facilmente determinare equivoci sulla reale

fonte di produzione, per la spontanea tendenza a riferire qualsiasi prodotto contrassegnato

da un marchio celebre allo stesso fabbricante.

DECORRENZA:

Il diritto di esclusiva sul marchio registrato decorre dalla data di presentazione della relativa

domanda all’Ufficio Brevetti. Il titolare di un marchio registrato è tutelato ancor prima che

inizi ad utilizzare il marchio stesso e quindi anche nella fase di lancio pubblicitario di un

nuovo prodotto.

Una volta presentata la domanda di registrazione ogni marchio uguale o simile è ex lege

nullo per difetto del requisito di NOVITA’.

DURATA:

La registrazione Nazionale dura 10 anni e non più 20, è però rinnovabile per un numero

infinito di volte, sempre con efficacia decennale. La registrazione assicura una tutela

perpetua salvo che non sia successivamente dichiarata la nullità del marchio per difetto di

uno dei requisiti essenziali o non sopravvenga causa di decadenza.

Dal marchi si DECADE, anche parzialmente, per:

VOLGARIZZAZIONE: si ha quando il marchio è divenuto nel commercio

 denominazione generica di quel dato prodotto (es. aspirina, cellophane, ecc…);

SOPRAVVENUTA INGANNEVOLEZZA dello stesso;

 MANCATA UTILIZZAZIONE entro 5 anni dalla registrazione o se l’utilizzazione è stata

 sospesa per egual periodo.

AZIONE DI CONTRAFFAZIONE:

È l’azione che il titolare del marchio registrato può promuovere contro il concorrente che ha

leso il diritto all’uso esclusivo dello stesso. È un’azione volta ad ottenere l’INIBITORIA alla

continuazione degli atti lesivi de proprio diritto e la rimozione degli effetti degli stessi,

attraverso la distruzione delle cose materiali per mezzo delle quali è stata attuata la

contraffazione. Resta fermo il diritto del titolare del marchio al risarcimento dei danni se

sussiste dolo o colpa del contraffattore.

 Il marchio di fatto:

L’ordinamento tutela anche chi usi un marchio senza registrarlo: secondo l’art. 2571 “chi

ha fatto uso di un marchio non registrato ha la facoltà di continuare ad usarne, nonostante

la registrazione da altri ottenuta, nei limiti in cui anteriormente se ne è avvalso”.

La tutela del diritto di esclusiva sul marchio non registrato si fonda perciò sull’USO DI

FATTO dello stesso e sull’effettivo grado di notorietà raggiunto.

NOTORIETA’ NAZIONALE: Il titolare di un marchio non registrato, diventato noto su

tutto il territorio nazionale, potrà impedire che altri usi in fatto lo stesso marchio per gli

stessi prodotti, ma non per prodotti affini.

Può anche ottenere che sia dichiarato nullo, per difetto del requisito di NOVITA’, un

marchio confondibile successivamente registrato.

NOTORIETA’ LOCALE: il titolare di un marchio non registrato con notorietà locale non

potrà impedire che altro imprenditore usi di fatto lo stesso marchio per gli stessi prodotti in

altra zona del territorio nazionale.

Non potrò inoltre impedire che un concorrente registri validamente lo stesso marchio ed in

questo caso potrà solo continuare ad usare il proprio marchio nei limiti della diffusione

locale.

 Il trasferimento del marchio:

Il marchio è TRASFERIBILE, e può essere trasferito sia a titolo definitivo sia a titolo

temporaneo (c.d. LICENZA di MARCHIO).

Il marchio può essere trasferito o concesso in licenza, per tutti o per parte dei prodotti per i

quali è stato registrato, senza che sia necessario il contemporaneo trasferimento dell’azienda

o del corrispondente ramo produttivo. Resta però ferma la regola che il trasferimento del

marchio non costituito dalla ditta originaria si presume quando è trasferita l’azienda.

LICENZA DI MARCHIO NON ESCLUSIVA:

Uno stesso marchio può essere contemporaneamente utilizzato dal titolare originario e da

uno o più concessionari, sia per la totalità sia per una parte dei prodotti per i quali il marchio

è stato registrato.

La licenza non esclusiva è inoltre subordinata alla condizione che il licenziatario si obblighi

ad utilizzare il marchio per prodotti con caratteristiche qualitative uguali a quelle dei

corrispondenti prodotti messi in commercio dal concedente, pena la DECADENZA.

C. L ’ INSEGNA:

 Nozione e disciplina:

La disciplina dell’insegna si esaurisce nell’art. 2568, che dichiara applicabile alla stessa il

1° comma dell’art. 2564. L’insegna contraddistingue i locali dell’impresa, non potrà perciò

essere uguale o simile a quella già utilizzata da altro imprenditore concorrente qualora possa

generare confusione nel pubblico, con l’obbligo quindi di differenziazione (NOVITA’).

L’INSEGNA dovrà quindi :

essere lecita;

 Non dovrà contenere indicazione idonee a trarre in inganno il pubblico circa l’attività o i

 prodotti (VERIDICITA’);

Dovrà avere sufficiente capacità distintiva (ORIGINALITA’).

Per quanto riguarda il TRASFERIMENTO dell’insegna vale la stessa disciplina applicata al

marchio, quindi l’insegna non può essere trasferita.

CAP. 8: LA DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA

A. LA LEGISLAZIONE ANTIMONOPOLISTICA:

 Concorrenza perfetta e monopolio:

MODELLO IDEALE DI MERCATO (c.d. CONCORRENZA PERFETTA):

Contemporanea presenza sul mercato di una pluralità di operatori economici in

competizione fra loro per rispondere alla domanda di beni e servizi proveniente dalla

collettività, con conseguente frazionamento dell’offerta fra più imprese nessuna delle quali

sia singolarmente in grado di condizionare il prezzo delle merci vendute.

Questo però è solo un modello IDEALE e TEORICO. Infatti la non omogenea distribuzione

territoriale delle risorse naturali, gli ingenti investimenti di capitali richiesti dalla moderna

produzione industriale di massa, la scarsa mobilità della mano d’opera, l’impossibilità in

certi settori di produrre a costi competitivi se non si raggiungono dimensioni aziendali

cospicue, sono tutti fattori che limitano la libertà di accesso al mercato di nuovi operatori e

spingono le imprese ad accrescere le proprie dimensioni, a concentrarsi ed a collegarsi.

[Le imprese dedite alla produzione industriale di massa diventano perciò sempre meno

numerose e sempre + grandi dando così vita in taluni settori a situazioni di OLIGOPOLIO

(mercato caratterizzato dal controllo dell’offerta da parte di poche grandi imprese. Si può

anche arrivare al punto in cui tutta l’offerta di un dato prodotto è controllata da una sola

impresa o da poche grandi imprese coalizzate (c.d. MONOPOLIO DI FATTO).]

L’ art. 2595 c.c. dispone che “la concorrenza deve svolgersi in modo da non ledere gli

interessi dell’economia nazionale”, mentre l’ art. 41 cost

. ribadisce che l’iniziativa

economica privata è si libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA:

Fissato il principio guida della libertà di concorrenza, il legislatore italiano:

Consente limitazioni legali della stessa per fini di utilità sociale ad anche la creazione di

 monopoli legali in specifici settori di interesse generale;

Ricollega alla stipulazione di determinati contratti divieti di concorrenza fra le parti,

 finalizzati al corretto svolgimento del rapporto cui accedono ed alla tutela degli interessi

patrimoniali del beneficiario del divieto stesso;

Consente limitazioni negoziali della concorrenza, ma ne subordina nel contempo la

 validità al rispetto di condizioni che non comportino un radicale sacrificio della libertà

d’iniziativa;

Assicura l’ordinato e corretto svolgimento della concorrenza attraverso la repressione

 degli atti di concorrenza sleale.

A partire dalla metà degli anni ‘50 la lacuna dovuta alla mancanza di una normativa

antimonopolistica è stata parzialmente colmata dalla diretta applicabilità nel nostro

ordinamento della disciplina ANTITRUST, dettata dai Trattati istitutivi della Comunità

Economica Europea, che però consentiva e consente di colpire solo le pratiche che possono

pregiudicare il regime concorrenziale del mercato comune europeo. Da qui l’esigenza di

colmare tale vuoto affiancando alla normativa comunitaria una normativa antimonopolistica

nazionale. Tale vuoto è stato colmato dalla LEGGE 10-10-1990 N°287, che ha introdotto

una disciplina antimonopolistica nazionale a carattere generale.

 La disciplina Italiana e comunitaria:

PRINCIPIO CARDINE: la libertà d’iniziativa economica e la competizione fra imprese

non possono tradursi in atti e comportamenti che pregiudicano in modo rilevante e durevole

la struttura concorrenziale del mercato (DISCIPLINA COMUNITARIA).

È questo il principio cardine della legislazione antimonopolistica dell’unione Europea.

Questa disciplina è volta a preservare il regime concorrenziale del mercato comunitario e a

reprimere le pratiche anticoncorrenziali che pregiudicano il commercio fra gli stati membri.

DISCIPLINA ITALIANA:

Lo stesso principio viene recepito oggi dalla legislazione italiana, grazie alla legge 287/90

(ANTITRUST) volta a preservare il regime concorrenziale del mercato nazionale e a

reprimere i comportamenti anticoncorrenziali.

Questa legge ha istituito un apposito organo pubblico indipendente, l’AUTORITA’

GARANTE della CONCORRENZA e del MERCATO, che vigila sul rispetto della

normativa antimonopolistica generale.

L’Autorità garante è investita di ampi poteri di indagine ed ispettivi, adotta i

provvedimenti antimonopolistici necessari ed irroga le sanzioni amministrative pecuniarie

previste dalla legge. Contro i provvedimenti amministrativi dell’autorità può essere preposto

ricorso giudiziario per il quale è competente esclusivamente il TAR LAZIO. Le azioni di

nullità e di risarcimento dei danni, nonché i ricorsi diretti ad ottenere provvedimenti di

urgenza vanno invece promossi dinnanzi alla CORTE DI APPELLO competente per

territorio. Si omette quindi il primo grado di giudizio dinnanzi al tribunale.

PRINCIPIO DELLA BARRIERA UNICA:

Rende applicabile la normativa interna solo se tali fenomeni non ricadono nell’ambito di

applicazione della normativa comunitaria. La competenza dell’Autorità italiana ha perciò

carattere residuale: è circoscritta alle pratiche anticoncorrenziale che hanno rilievo

esclusivamente locale e non incidono sulla concorrenza nel mercato comunitario. Per queste

ultime è invece applicabile solo il diritto comunitario della concorrenza (c.d. principio della

barriera unica).

 Le singole fattispecie. Le intese restrittive della concorrenza:

Tre sono i fenomeni rilevanti per la disciplina antimonopolistica nazionale e comunitaria:

1) Le intese restrittive della concorrenza;

2) Gli abusi di posizione dominante;

3) Le concentrazioni. 1) INTESE:

Sono comportamenti concordati fra imprese volti a limitare la propria libertà di azione sul

mercato. Sono considerate intese:

 Gli accordi fra imprese;

 Le deliberazioni di consorzi, di associazioni di imprese e di altri organismi similari;

Le pratiche concordate fra imprese.

VIETATE sono solo le intese che “abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere

o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza” all’interno del mercato o in una

sua parte rilevante. La legge elenca 5 tipi di intese espressamente vietate:

1) Fissare direttamente o indirettamente i prezzi di acquisto o di vendita ovvero altre

condizioni contrattuali;

2) Impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato, gli investimenti,

lo sviluppo tecnico o il progresso tecnologico;

3) Ripartire i mercati e le fonti di approvvigionamento;

4) Applicare, nei rapporti commerciali con altri contraenti, condizioni oggettivamente

diverse per prestazioni equivalenti così da determinare per essi ingiustificati svantaggi

nella concorrenza;

Subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte di altri contraenti di

5) prestazioni supplementari che non abbiano alcun rapporto con l’oggetto dei contratti

stessi.

Sono quindi LECITE le cosiddette intese minori, quelle intese cioè che per la struttura del

mercato interessato, le caratteristiche delle imprese operanti e gli effetti sull’andamento

dell’offerta non incidono sull’assetto concorrenziale del mercato.

SANZIONI:

Le intese vietate sono nulle ad ogni effetto. Chiunque può agire in giudizio per farne

accettare la nullità. L’Autorità accerta con apposita istruttoria le infrazioni commesse, adotta

i provvedimenti per la rimozione degli effetti anticoncorrenziali già prodottisi ed irroga le

sanzioni pecuniarie.

ESENZIONI:

L’Autorità può concedere esenzioni temporanee purché ricorrano le condizioni previste

dalla legge. In particolare, si deve trattare di intese che migliorano le condizioni di offerta

sul mercato e producono un sostanziale beneficio per i consumatori in termini di aumento

della produzione, di miglioramento qualitativo della stessa o della distribuzione di progresso

tecnico. 2) ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE:

Vietato è solo lo sfruttamento abusivo di tale posizione dominante, individuale o collettiva,

con comportamenti lesivi dei concorrenti e dei consumatori capaci di pregiudicare la

concorrenza effettiva.

Nella valutazione della posizione dominante un ruolo decisivo gioca l’individuazione

merceologica e geografica del MERCATO RILEVANTE (comprende tutti i prodotti e/o

servizi che sono considerati intercambiabili o sostituibili dal consumatore, in ragione delle

caratteristiche dei prodotti, dei loro prezzi e dell’uso al quale sono destinati).

I comportamenti tipici che possono dar luogo ad abuso di posizione sono gli stessi delle

intese (vedi i 5 punti sopra).

Il divieto di abuso di posizione dominante non ammette eccezioni. Accertata l’infrazione

l’Autorità competente ne ordina la cessazione prendendo le misure necessarie. Infligge

inoltre sanzioni pecuniarie identiche a quelle stabilite per le intese e l’Autorità italiana può

anche disporre la sospensione dell’attività dell’impresa fino a 30giorni.

3) CONCENTRAZIONI:

Si ha concentrazione quando:

Due o più imprese si fondono dando così luogo ad un’unica impresa (concentrazione

a. giuridica);

Due o più imprese pur restando giuridicamente distinte, diventano un’unica entità

b. economica (concentrazione economica); sono cioè sottoposte con qualsiasi mezzo ad un

controllo unitario che consente di esercitare un’influenza determinante sull’attività

produttiva delle imprese controllate;

Due o più imprese indipendenti costituiscono un’impresa societaria comune.

c.

Le concentrazioni costituiscono un utile strumento di ristrutturazione e non sono di per sé

vietate in quanto rispondono all’esigenza di accrescere la competitività delle imprese.

Diventano però ILLECITE e VIETATE quando danno luogo a gravi alterazioni del regime

concorrenziale del mercato, pericolo che sussiste solo per le concentrazioni di maggiori

dimensioni.

È perciò stabilito che le operazioni di concentrazione che superano determinate soglie di

fatturato, a livello nazionale o comunitario, devono essere preventivamente comunicate

all’Autorità italiana o alla Commissione CEE, al fine di valutare se esse comportano la

costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante che elimina o riduce in modo

sostanziale e durevole la concorrenza sul mercato nazionale o comunitario.

Se l’Autorità ritiene di dover indagare apre un’apposita istruttoria che si deve concludere

 entro 45giorni.

Terminata l’istruttoria, l’Autorità può vietare la concentrazione;

 Se la concentrazione è già realizzata, prescrive le misure necessarie a ripristinare

condizioni di concorrenza effettiva e ad eliminare gli effetti distorsivi;

 Se le imprese non si adeguano o non pongono in essere comunque a concentrazione, si

hanno pesanti sanzioni pecuniarie che possono giungere fino al 10% del fatturato delle

imprese interessate.

Non sono NULLE le operazioni svolte dalle imprese. I terzi possono richiedere il

risarcimento dei danni in via giudiziaria, fermo restando che l’Autorità può imporre il

compimento di operazioni inverse a quelle che hanno determinato una concentrazione

vietata (es. scissione o vendita totale o parziale della partecipazione azionaria).

B. LE LIMITAZIONI DELLA CONCORRENZA:

 Limitazioni pubblicistiche e monopoli legali:

Art. 41 Cost.: la libertà di iniziativa economica privata e la conseguente libertà di

concorrenza sono libertà disposte nell’interesse generale e non possono svolgersi “in

contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà , alla

dignità umana”.

Sia la Costituzione (art. 41, 3°comma), sia il codice civile (art. 2595) consentono che tali

libertà possono essere compromesse e limitate dai pubblici poteri che devono rispondere ai

fini di utilità sociale e devono essere disposti da parte del legislatore ordinario (principio

della RISERVA DI LEGGE).

LIMITAZIONI della LIBERTA’ di CONCORRENZA:

I controlli sull’accesso al mercato di nuovi imprenditori sono attuati subordinando

A) l’esercizio di determinate attività a concessione o ad autorizzazione amministrativa (es.

imprese bancarie);

Ampi poteri di indirizzo e di controllo dell’attività riconosciuti alla Pubblica

B) Amministrazione;

Il CIP (Comitato interministeriale prezzi) fissa prezzi di imperio per beni e servizi

C) strategici o di largo consumo. Oggi sono sottoposti ad un regime di prezzi amministrati:

le fonti di energia, i medicinali, i giornali, ecc…

MONOPOLI LEGALI:

Interesse generale può legittimare la radicale soppressione della libertà di iniziativa

economica privata e di concorrenza. L’art. 43 Cost. pone peraltro una serie di limiti, formali

e sostanziali, al riconosciuto potere statale di creare monopoli pubblici. È necessario che la

riserva di attività sia disposta con legge ordinaria e che il sacrificio della libertà di iniziativa

risponda ai fini di utilità generale. Inoltre sono predeterminati in modo tassativo i settori nei

quali può essere legittimamente istituito un monopolio pubblico.

 Obbligo di contrarre del monopolista:

L’art. 2597 c.c. pone un duplice obbligo a carico di chi opera in regime di monopolio:

Obbligo di contrarre del monopolista con chiunque richieda le prestazioni che

1. formano oggetto d’impresa. L’obbligo sussiste solo per le richieste che siano compatibili

con i mezzi ordinari dell’impresa (art. 1679, 1°comma). Inoltre le richieste dovranno

essere soddisfatte secondo il loro ordine cronologico;

Rispetto del principio della parità di trattamento comporta che il monopolista debba

2. predeterminare e rendere note al pubblico le proprie condizioni contrattuali che sono in

larga parte fissate in via legislativa o sottoposte a preventiva approvazione

amministrativa, per ragioni di tutela dei consumatori.

La parità di trattamento non implica però che le condizioni contrattuali debbano essere

necessariamente le stesse per tutti gli utenti. Potranno anche essere previste modalità e

tariffe differenziate, purché predeterminati i relativi presupposti di applicazione e che ne

possa godere chiunque si trovi nelle condizioni richieste.

Ogni altra DEROGA alle condizioni generali di contratto è NULLA e la singola clausola

difforme è sostituita ex lege da quella prevista nelle condizioni generali.

Al MONOPOLISTA DI FATTO è applicabile invece la normativa introdotta dalla legge

287/90 (ANTITRUST): ciò consente di reprimere le pratiche discriminatorie e vessatorie

poste in essere dallo stesso nei confronti di altri imprenditori. l’ingiustificato rifiuto di

vendere i propri prodotti a determinati commercianti o l’imposizione di condizioni

vessatorie ed arbitrarie (BOICOTTAGGIO) configurano un classico abuso di posizione

dominante, e come tale può essere sanzionato.

 I divieti legali di concorrenza:

Nel codice civile si rinvengono norme che pongono a carico di soggetti legati da particolari

rapporti contrattuali l’obbligo di astenersi dal far concorrenza alla controparte (c.d. DIVIETI

LEGALI DI CONCORRENZA):

OBBLIGO DI FEDELTA’: a carico dei prestatori di lavoro, fa divieto agli stessi di

A) trattare affari in concorrenza con l’impresa fino a quando dura il rapporto di lavoro;

DIVIETO DI ESERCITARE direttamente o indirettamente ATTIVITA’

B) CONCORRENTE con quella della società: posto a carico dei soci a responsabilità

illimitata di società di persone e degli amministratori di società di capitali;

DIRITTO DI ESCLUSIVA RECIPROCA NEL CONTRATTO DI GARANZIA: né

C) il proponente può servirsi contemporaneamente di più agenti per la stessa zona e per lo

stesso ramo di attività, né l’agente può assumere l’incarico in una stessa zona per più

imprese in concorrenza fra loro.

 Limitazioni convenzionali della concorrenza:

L’art. 2596 c.c. consente la stipulazione di patti restrittivi della concorrenza e detta una

disciplina di carattere generale degli stessi fondata su 3 regole:

1. Il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto;

2. Il patto stesso è valido solo se circoscritto ad un determinato ambito territoriale o ad un

determinato tipo di attività;

3. Limite di durata massima di 5 anni.

È opportuno considerare separatamente due distinte categorie di patti anticoncorrenziali:

PATTI AUTONOMI e PATTI ACCESSORI.

1) PATTI AUTONOMI:

Sono autonomi contratti che hanno come oggetto e funzione esclusivi la restrizione della

libertà di concorrenza.

Un tale contratto può porre obblighi di non concorrenza a carico di una sola delle parti (c.d.

RESTRIZIONI UNILATERALI), oppure obblighi di non concorrenza a carico di tutti gli

imprenditori partecipanti all’impresa (c.d. RESTRIZIONI RECIPROCHE)

Questi ultimi contratti si definiscono CARTELLI o INTESE e prevedono impegni reciproci

di vario tipo. Le finalità di un cartello possono essere realizzate anche attraverso la

stipulazione di un contratto di CONSORZIO.

2) PATTI ACCESSORI:

Le restrizioni negoziali della concorrenza possono atteggiarsi come clausola accessoria di

altro contratto avente diverso oggetto. Tali pattuizioni possono preveder sia restrizioni della

concorrenza a carico di una sola delle parti, sia restrizioni reciproche, inoltre possono

intercorrere sia fra imprenditori in diretta concorrenza fra loro sia fra imprenditori operanti a

livelli diversi.

Il codice regola distintamente:

La CLAUSOLA DI ESCLUSIVITA’ che può essere convenzionalmente inserita in un

a. contratto di somministrazione ( è espressamente prevista una durata corrispondente a

quella del contratto base);

b. Il PATTO DI PREFERENZA a favore del somministrante inseribile nello stesso

contratto di somministrazione. Con tale patto, che non può eccedere la durata di 5 anni, il

somministrato si obbliga a preferire, a parità di condizioni, lo stesso somministrante

qualora intenda stipulare u successivo contratto di somministrazione per lo stesso

oggetto;

Il PATTO DI NON CONCORRENZA con il quale si limita l’attività del prestatore di

c. lavoro per il tempo successivo alla cessazione del contratto;

Il PATTO CON CUI SI LIMITA LA CONCORRENZA DELL’AGENTE dopo lo

d. scioglimento del contratto di agenzia. Tale patto deve farsi per iscritto e non può durare

più di 2 anni.

N.B.:Il limite di 5 anni posto dall’art. 2596 si applica solo alle clausole innominate che

comportano limitazioni della concorrenza non funzionali al tipo di contratto cui accedono.

C. LA CONCORRENZA SLEALE:

 Libertà di concorrenza e disciplina della concorrenza sleale:

Nel perseguimento degli obbiettivi di conquista del pubblico potenziale e del maggior

successo economico, ciascun imprenditore gode di ampia libertà di azione e può porre in

atto le tecniche e le strategie più proficue per attrarre a se la clientela e sottrarla ad altri. Il

danno che un imprenditore subisce a causa della sottrazione della clientela da parte dei

concorrenti non è danno ingiusto e risarcibile.

È tuttavia interesse generale che la competizione fra imprenditori avvenga in modo corretto.

Nell’ordinamento vigente vi è la disciplina della CONCORRENZA SLEALE (art. 2598-

2601), i cui principi base possono essere così fissati: nello svolgimento della competizione

fra imprenditori concorrenti è vietato servirsi di mezzi e tecniche non conformi ai “principi

della correttezza professionale”.

I fatti, gli atti e i comportamenti che violano tale regola sono:

 ATTI di CONFUSIONE;

 ATTI di DENIGRAZIONE;

 ATTI di VANTERIA.

[sono atti di concorrenza sleale, c.d. ILLECITO CONCORRENZIALE].

Tali atti sono repressi e sanzionati anche se compiuti senza dolo o colpa e anche se non

hanno ancora arrecato un danno ai concorrenti. Basta infatti il c.d. danno potenziale, vale a

dire che “l’atto sia idoneo a danneggiare l’altrui azienda”. tanto è necessario e sufficiente

perché scattino le sanzioni tipiche dell’inibitoria alla continuazione degli atti di concorrenza

sleale e della rimozione degli effetti prodotti (art. 2599), salvo il diritto al risarcimento dei

danni in presenza dell’elemento psicologico (dolo o colpa) e di un danno patrimoniale

attuale.

DIFFERENZE TRA CONCORRENZA SLEALE E ILLECITO CIVILE:

La concorrenza sleale:

È svincolata dall’elemento soggettivo del dolo o della colpa;

a.

b. È svincolata dalla presenza di un danno patrimoniale attuale;

c. È attuata attraverso sanzioni tipiche (inibitoria, rimozione).

Legittimati ad intervenire contro gli atti di concorrenza sleale sono SOLO gli imprenditori

concorrenti o le loro associazioni di categoria (art. 2601), non invece il singolo

consumatore o le relative associazioni. Il che implica che l’interesse dei consumatori è

tutelato da questa disciplina solo in modo mediato e riflesso.

 Ambito di applicazione della disciplina della concorrenza sleale:

L’applicazione della disciplina della concorrenza sleale postula il ricorso di un duplice

presupposto:

La qualità di imprenditore sia del soggetto che pone in essere l’atto di concorrenza

1. vietato, sia del soggetto che ne subisce le conseguenze;

L’esistenza di un rapporto di concorrenza economica fra i medesimi.

2.

L’art. 2598 c.c. prevede che l’atto di concorrenza sleale può essere compiuto anche

indirettamente, quindi con l’impresa nel cui interesse l’atto sleale è stato compiuto,

risponderà solidamente anche l’autore materiale dello stesso.

La disciplina della concorrenza sleale è applicabile anche fra operatori che agiscono a livelli

economici diversi. Necessario e sufficiente è che il risultato di entrambe le attività incida

sulla stessa categoria di consumatori, anche se diversa è la cerchia di clientela direttamente

servita (c.d. CONCORRENZA VERTICALE).

Gli atti di concorrenza sleale. Le fattispecie tipiche:

I comportamenti che costituiscono atti di concorrenza sleale sono definiti dall’art. 2598 c.c.

La norma individua innanzitutto due ampie fattispecie tipiche:

1. Gli ATTI di CONFUSIONE;

Gli ATTI di DENIGRAZIONE e l’APPROPRIAZIONE DI PREGI ALTRUI.

2.

Dispone poi che costituisce atto di concorrenza sleale “ogni altro mezzo non conforme ai

principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.

1. ATTI DI CONFUSIONE:

È atto di concorrenza sleale ogni atto idoneo a creare confusione con i prodotti o con

l’attività di un concorrente. È lecito attrarre a se l’altrui clientela, ma non è lecito farlo

avvalendosi di mezzi che possono trarre in inganno il pubblico sulla provenienza dei

prodotti e sull’identità personale dell’imprenditore.

Molteplici sono le tecniche poste in atto per realizzare la confondibilità dei prodotti, il

legislatore ne individua 2:

L’uso di nomi o di segni distintivi “idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni

1) distintivi legittimamente usati da altri” imprenditori concorrenti;

2) Imitazione servile dei prodotti di un concorrente. È tale la riproduzione delle forme

esteriori dei prodotti altrui (es. involucro, confezione) attuata in modo da indurre il

pubblico a supporre che i due prodotti provengano dalla stessa impresa.

Rientra infine nella categoria in esame ogni altro mezzo idoneo a creare confusione con i

prodotti o con l’attività di un concorrente (es. imitazione dei mezzi pubblicitari, dei listini,

dei cataloghi, dell’aspetto esteriore dei locali di vendita).

2. ATTI DI DENIGRAZIONE e APPROPRIAZIONE DI PREGI ALTRUI:

Gli atti di denigrazione consistono nel diffondere “notizie e apprezzamenti sui prodotti e

sull’attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito”. Con questa si tende a

mettere in cattiva luce i concorrenti danneggiando la loro reputazione commerciale. Con la

vanteria si tende invece ad incrementare artificiosamente il proprio prestigio attribuendo ai

propri prodotti o alla propria attività pregi e qualità che in realtà appartengono ad uno o più

concorrenti.

Diverse sono le pratiche riconducibili nello schema della concorrenza sleale per

denigrazione:

 Le denunzie al pubblico di pratiche concorrenziali illecite da parte di concorrenti

specifici, e più in generale la divulgazione di notizie che possano screditare la

reputazione commerciale di un concorrente;

La pubblicità iperbolica (o superlativa) con cui si tende ad accreditare l’idea che il

 proprio prodotto sia il solo a possedere specifiche qualità o determinati pregi, che invece

vengono implicitamente negati ai prodotti dei concorrenti. Lecito è invece il puffi che

consiste nella generica ed innocua affermazione di superiorità dei propri prodotti.

Anche l’appropriazione di pregi altrui può essere realizzata con modalità e tecniche diverse.

Ne costituiscono forme tipiche la PUBBLICITA’ PARASSITARIA (consiste

nell’attribuzione a se stessi di qualità, pregi, riconoscimenti, premi e comunque

caratteristiche positive che in realtà appartengono ad altri imprenditori) e la PUBBLICITA’

PER RIFERIMENTO (tende a far credere che i propri prodotti siano simili a quelli di un

concorrente, attraverso l’utilizzazione di espressioni come tipo, modello, sistema.

Non sempre costituisce atto di concorrenza sleale la PUBBLICITA’ COMPARATIVA, cioè

ogni pubblicità che identifichi in modo esplicito o implicito un concorrente, ovvero beni o

servizi offerti da un concorrente. La comparazione è infatti LECITA quando non è

ingannevole, confronta oggettivamente caratteristiche essenziali e verificabili di beni o

servizi omogenei, non ingenera confusione sul mercato e non causa discredito o

denigrazione del concorrente.

 Gli altri atti di concorrenza sleale:

L’art. 2598 chiude l’elencazione degli atti di concorrenza sleale affermando che è tale “ogni

altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a

danneggiare l’altrui azienda”

PUBBLICITA’ MENZOGNERA: falsa attribuzione ai propri prodotti di qualità o pregi

non appartenenti ad alcun concorrente.

CONCORRENZA PARASSITARIA: consistente nella sistematica imitazione delle altrui

iniziative imprenditoriali.

BOICOTTAGGIO ECONOMICO: è il rifiuto ingiustificato ed arbitrario di un’impresa in

posizione dominante (boicottaggio individuale) o di un gruppo di imprese associate

(boicottaggio collettivo) di fornire i propri prodotti a determinati rivenditori,in modo da

escluderli dal mercato.

DUMPING: sistematica vendita sotto costo dei propri prodotti, solo però quando sia

finalizzato all’eliminazione dei concorrenti e all’acquisizione di una posizione

monopolistica.

SOTTRAZIONE AD UN CONCORRENTE DI DIPENDENTI: o anche di collaboratori

autonomi, quando venga attuata con mezzi scorretti e col deliberato proposito di trarne

vantaggio con danno dell’altrui azienda.

È vietata anche la VIOLAZIONE DI SEGRETI AZIENDALI, vale a dire le rivelazioni ai

terzi e l’acquisizione o l’utilizzazione da parte di terzi, in modo contrario alla correttezza

professionale, delle informazioni aziendali segrete.

 Le sanzioni:

La repressione degli atti di concorrenza sleale si fonda su due distinte sanzioni: la sanzione

tipica dell’INIBITORIA (art. 2599) e quella del RISARCIMENTO DANNI (art. 2600).

INIBITORIA: È diretta ad ottenere una sentenza che accerti l’illecito concorrenziale, ne

inibisca la continuazione per il futuro e disponga a carico della controparte i provvedimenti

reintegrativi necessari per far cessare gli effetti della concorrenza sleale.

L’azione inibitoria e le relative sanzioni prescindono dal dolo o dalla colpa del soggetto

attivo dell’atto di concorrenza sleale.

RISARCIMENTO DANNI: il concorrente leso potrà ottenere anche il risarcimento dei

danni. Fra le misure risarcitorie il giudice può disporre anche la pubblicazione della

sentenza in uno o più giornali a spese del soccombente.

L’azione per la repressione della concorrenza sleale può essere promossa dall’imprenditore

o dagli imprenditori lesi ed è riconosciuta anche alle associazioni professionali degli

imprenditori e agli enti rappresentativi di categoria “quando gli atti di concorrenza sleale

pregiudicano gli interessi di una categoria professionale”.

Fra i soggetti legittimati NON sono invece menzionati né i singoli consumatori né le

associazioni rappresentative dei loro interessi.

 La pubblicità ingannevole e comparativa:

La disciplina della concorrenza sleale è oggi affiancata da una specifica disciplina contro la

pubblicità ingannevole e la pubblicità comparativa illecita.

A partire dalla metà degli anni ‘60, i più importanti mezzi di pubblicità hanno dato vita ad

un sistema di autodisciplina pubblicitaria, che li impegna a non diffondere messaggi

pubblicitari che contrastino con le regole di comportamento fissate in un apposito codice


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niobe

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurista delle amministrazioni pubbliche e d'impresa
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto commerciale d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Guerrera Fabrizio.

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