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agricola, né nel campo dell'impresa commerciale, è un imprenditore, vogliamo dargli un

nome? Civile, ma quello che conta è che comunque è sottratto alla applicazione degli istituti

che sono propri dell'imprenditore commerciale (fallimento, scritture contabili, e ormai non si

sa bene cosa dovrebbe essere per l'iscrizione nel registro delle imprese, ma probabilmente

anche dall'iscrizione nel registro delle imprese).

Allora quale è la soluzione giusta? Quale è l'interpretazione giusta? Quella che dice: attività

industriale di produzione non significa altro che produrre, quindi nega l'impresa civile, oppure

quella che dice: attività industriale di produzione significa produrre, ma produrre in una certa

maniera? Quella che dice: intermediazione di beni significa scambiare i propri beni, o quelli

di un altro, e quindi nega l'impresa civile, oppure quella che dice: intermediazione di beni

significa scambiare i beni che ti sei procurato da un altro?

La risposta è che non lo sappiamo, e abituatevi, perché molti punti sono controversi, e in

questo come in altri casi non c'è una norma di legge che ci consente di affermare con piena

certezza che la tesi dell'altro è sbagliata, il che è molto formativo dal punto di vista umano,

ma molto dannoso dal punto di vista della applicazione del diritto.

E allora, quando ci si trova di fronte a queste situazioni, l'unica cosa che si può fare è cercare

di valutare, di comprendere quale soluzione delle due plausibili poi nella vita pratica, poi,

quale soluzione delle due plausibili aiuta le persone a vivere meglio, a regolare i rapporti fra i

è l'unica cosa che si può fare. E allora li’ bisogna cercare di

privati in maniera più efficiente,

capire, e allora il punto è sostanzialmente questo: è giusto o meno estendere la qualifica di

imprenditore commerciale oppure ridurla ? significa automaticamente un’altra cosa: è

E qui, quando ci poniamo questo dubbio, in realtà

giusto o non è giusto estendere o ridurre l’ambito di applicazione del fallimento?

E qui le posizioni sono diverse. Certo, l'atteggiamento più istintivo è quello per cui il povero

imprenditore che rischia tutti i suoi risparmi lo vogliamo realmente far fallire, sottoporre

all'opinione pubblica e magari mandarlo anche in galera?

Il problema allora è capire quale è la funzione del fallimento.

Il fallimento è una procedura che funziona malissimo, infatti adesso dovrebbero cambiarlo. E'

ammortizzare le conseguenze sociali ed economiche dell’

l'unica procedura che consente di

insolvenza.

Se un imprenditore è insolvente vuol dire che i suoi creditori non ricevono il pagamento, il

problema è che spesso i creditori di un imprenditore sono altri imprenditori, sono i suoi

fornitori, sono i suoi finanziatori, e se il credito non viene pagato per intero, c’è il rischio che

a loro volta questi imprenditori divengano insolventi, e quindi vi è questo dato, che è un dato

vero, un dato che non si può negare, le insolvenze nell'ambito economico hanno il brutto vizio

di propagarsi a catena. Ora, quale è l'idea che è di fondo al concetto di procedura concorsuale,

a prescindere adesso dal fallimento? Il concetto è questo: spalmiamo la perdita tra il numero

maggiore possibile di creditori, allarghiamo il danno ma forse riduciamo le conseguenze,

questi sono i soldi disponibili, noi adesso liquideremo questo patrimonio e paghiamo tutti i

creditori proporzionalmente; questo significa che nessuno di questi creditori prenderà il

100%, ma nessuno di questi creditori prenderà lo 0%, se va come noi speriamo, poi ci sono

anche i fallimenti in cui non c'è niente per nessuno, va bene, però, in linea di principio, e

quindi è possibile in questa maniera che l'imprenditore che avrebbe dovuto cadere di

conseguenza riuscirà invece a sopportare il danno, l'insolvenza del suo debitore. Questo può

essere espresso dicendo che è un ammortizzatore del peso della insolvenza, noi facciamo in

modo che attraverso questo sistema l'insolvenza di un imprenditore non si comunichi ad altri,

che il sistema economico riesca a reggere l'insolvenza di uno dei suoi soggetti.

Allora, se è questo, se noi impostiamo in questi termini il problema, ci rendiamo conto che

l’ambito di applicazione del fallimento è un rischio, un rischio che il legislatore

ridurre

intende correre nel caso dell'imprenditore agricolo, perché noi abbiamo visto che

l'imprenditore agricolo è sottoposto ad un doppio rischio, ma non è così nel caso dell'impresa

civile, è un rischio che, vedremo fra un attimo, il codice decide di correre nel caso in cui ci si

trovi di fronte a un piccolo imprenditore, perché una piccola insolvenza non pone i problemi

sociali ed economici che vi ho raccontato adesso, se questo debitore non paga quattro soldi è

difficile poi che ci siano altri imprenditori che caschino nell'insolvenza appresso a loro, però,

appunto, è un problema di dimensioni, è un problema di particolare rischiosità di quello che fa

l'imprenditore.

Nel caso dell'impresa civile nulla di tutto ciò si verifica,. Pensate a questa ipotesi: la prima

società della Borsa Italiana per capitalizzazione è l’ENI, che è l'Ente Nazionale Petrolifero

Italiano, l’ENI, in quanto estrattore di materia prima, dovrebbe essere una impresa civile, e

voi immaginate, in caso di insolvenza, la ENI che non fallisce che conseguenze produrrebbe

su tutto il sistema economico?

E allora, sulla base di queste considerazioni, si chiude dicendo: bene, è vero, non ci sono

argomenti testuali certi, ma ci sono una serie di elementi indiziari, quali il fatto che il

legislatore non voleva affatto ridurre l'applicazione del fallimento, ridurre l’ ambito di

applicazione degli istituti degli imprenditori commerciali, che ci consentono di dire: forse, ma

forse probabilmente, l'interpretazione più corretta è quella che, benché in qualche modo

abrogativa della lettera della norma, industrialità significa produrre, quello che conta è

produrre, produrre beni o servizi, e intermediazione significa scambiare, scambiare beni o

servizi, quindi probabilmente la soluzione più efficiente, ed è poi quella che è stata seguita

dalla giurisprudenza in maniera compatta, è che quindi, benché il 2195 fa sorgere qualche

dubbio, il concetto è che tutti sono imprenditori commerciali, salvo quelli che per legge non lo

sono per l'attività che esercitano, siccome noi conosciamo una sola eccezione, quella sola

eccezione esiste ed è l'imprenditore agricolo.

IL PICCOLO IMPRENDITORE.

In base alle dimensioni dell'impresa distinguiamo imprenditori

- piccoli;

- non piccoli.

Il piccolo imprenditore è sottratto alla applicazione delle procedure concorsuali, minima non

curat praetor, si diceva prima, cioè è inutile attivare tutta una procedura giurisdizionale lunga,

costosa, complessa, spendere i soldi per pagare il giudice delegato e tutto il resto, quando

l’imprenditore è piccolo l'insolvenza è piccola, se la vedessero i privati da soli.

Quindi è sottratto alle procedure concorsuali, è sottratto all'obbligo di tenuta delle scritture

contabili, e adesso si iscrive in una sezione speciale del Registro delle Imprese con efficacia

di pubblicità-notizia (quella che serve solo a facilitare la conoscenza di un fatto, ma non lo

rende opponibile ai terzi), quindi è una scocciatura, un obbligo, una pratica, ma che non

consente all'imprenditore di conseguire nessun vantaggio dalla iscrizione.

Ora, il problema è: chi è il piccolo imprenditore?

Il piccolo imprenditore è definito dall'art. 2083 c.c.:

"il piccolo imprenditore è il coltivatore diretto del proprio fondo (chi va personalmente o con

familiari ad arare il fondo); gli artigiani e i piccoli commercianti".

Insomma, sono definizioni che non definiscono proprio niente, perché dire che il piccolo

imprenditore è il piccolo commerciante lascia il dubbio che significa " piccolo ".

E il codice lo sa, e per quello interviene subito con un criterio generale: è piccolo colui che

esercita una attività di impresa prevalentemente con lavoro proprio o dei suoi familiari.

Ed è questo il vero nucleo della norma, questo il parametro in base al quale va tutto valutato,

anche quelle categorie tipiche che abbiamo detto prima: il coltivatore diretto è piccolo

imprenditore se esercita prevalentemente con il lavoro proprio o dei familiari l'attività; il

piccolo commerciante, intanto è piccolo, in quanto esercita attività di impresa

prevalentemente con il lavoro proprio o dei familiari.

Prevalenza significa prevalenza non solo sul lavoro di altri, ma anche sul capitale .

Quindi il fattore produttivo principale della tua impresa è il tuo lavoro o al massimo quello dei

tuoi familiari, per cui un orafo non sarà mai un piccolo imprenditore in quanto l’aspetto del

capitale, le materie prime, i gioielli, sono preponderanti sulla propria attività, mentre un

piccolo sarto dovrebbe essere piccolo imprenditore e un artigiano anche in specie, a meno che

non abbia tonnellate di stoffe pregiate; un parrucchiere potrebbe essere un piccolo

imprenditore se il giorno che si ammala bisogna tenere chiuso il negozio, perché tutto questo

concetto di prevalenza va valutato in termini non quantitativi proprio, meccanici, quanto vale,

ma in base al valore funzionale, si dice, dell'apporto, cioè cosa prevale nel ciclo produttivo,

cosa è veramente importante, cosa è veramente indispensabile senza il quale si perde tutto,

almeno questo in teoria, poi realtà la giurisprudenza non ha mai applicato questa buona

intenzione, perché le sentenze che dichiarano piccolo un imprenditore sono nulle, quasi zero.

Ora, fin qui è tutto semplice.

E allora dove è il problema?

Il problema è che il piccolo imprenditore è definito anche da un'altra parte, e cioè nella legge

fallimentare, l'art. 1 l. fallimentare definisce chi è il piccolo imprenditore ai fini della

applicazione della legge fallimentare stessa, quindi ai fini del fallimento, la parte più

importante, più succulenta della definizione di piccolo imprenditore, e lo definisce in maniera

completamente diversa rispetto ai criteri del codice civile; il codice civile utilizza un criterio

funzionale ", cosa è più importante nella tua attività di impresa ", la legge fallimentare utilizza

brutalmente termini quantitativi, utilizza un criterio:

a) reddituale, " quanto guadagni ",

e anche un criterio

b) patrimoniale, " quanto investi nella tua impresa ".

E infine chiude dicendo: badate bene, le società non sono mai piccoli imprenditori, le società

commerciali, cioè tutte le società tranne la società semplice, la quale non fallisce per un'altra

ragione, in quanto società semplice può essere solo imprenditore agricolo.

Quindi le società non sono mai piccoli imprenditori.

La legge fallimentare è del 1942, quindi è un può vecchiotta, e infatti la vogliono cambiare.

Il sistema che ne derivava, e vi spiego fra un attimo perché sto usando l'imperfetto, è forse un

po' articolato: tu puoi essere piccolo imprenditore a certi effetti, non piccolo imprenditore a

certi altri; quindi, se si tratta di stabilire se sei obbligato a tenere le scritture contabili, applichi

il codice civile, però magari superi i limiti quantitativi fissati dalla legge fallimentare, e quindi

fallisci lo stesso.

Quindi, se si tratta di capire se fallisci, devo applicare una definizione, se si tratta di capire se

sei piccolo imprenditore ad altri effetti, applico la definizione codicistica.

Quale è il problema allora?

Il problema è che questa definizione della legge fallimentare è un pò vecchiotta, e nel tempo

è cascata pezzo pezzo.

Criterio reddituale " quanto guadagni ".

Qui la legge fallimentare dice: sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori i quali

sono stati riconosciuti, in sede di accertamento dell'imposta di ricchezza mobile, titolari di un

reddito inferiore al minimo imponibile. Prima dell'attuale sistema fiscale ce ne era un altro,

che tassava, si diceva, la ricchezza mobile, e che funzionava nel senso che non eri tu a dire

allo Stato: io ho guadagnato tot e quindi pago tot, ma era lo Stato che ti andava a definire: tu

hai guadagnato tot, e quindi pagami, un sistema complicatissimo, e per quello è stato

cambiato.

Allora, in tutte le imposte sui redditi c'è un reddito non tassabile, nel senso che chi guadagna

proprio pochissimo non è che gli andiamo a tirare via anche un altro po' di soldi per fargli

pagare le tasse, c'è un limite sotto il quale tu non sei tassato, che in genere è, ahimè, molto,

molto basso.

Allora, questa norma diceva questo: se ti hanno fatto l'accertamento dei redditi, per questo

l'imposta sulla ricchezza mobile, e tu, quando ti hanno fatto questo accertamento, poveraccio,

sei risultato guadagnare talmente poco che lo Stato non si è degnato nemmeno di tassarti,

allora sei un piccolo imprenditore; se invece non ti hanno ancora fatto questo accertamento,

c'è un criterio alternativo:sei piccolo imprenditore se hai investito nella tua impresa non meno

di 900.000 lire.

Allora, quale è il problema di questa definizione?

Il problema di questa definizione è che:

1) il criterio reddituale, che doveva essere il criterio principale, è cascato, perché quella

imposta sulla base della quale si fondava questo criterio è stata abolita, quindi questo criterio

non potrà mai più essere applicato perché nessuno più riceve l'accertamento ai fini

dell'imposta di ricchezza mobile, l'imposta sulla ricchezza mobile è finita, non esiste più.

2) Restava il criterio patrimoniale: criterio patrimoniale che a suo tempo aveva un certo

significato, 900.000 lire nel 1942, quando 1.000 lire era lo stipendio di una persona, aveva un

suo significato, ma 900.000 lire oggi ha un significato diverso e ridicolo, non puoi comprarti

nemmeno un computer usato, e quindi la Corte Costituzionale è intervenuta e ha dichiarato

incostituzionale questo criterio, in quanto non è più sufficiente a distinguere in maniera

ragionevole chi è piccolo da chi non è piccolo imprenditore.

Allora, che cosa rimane della legge fallimentare?

Rimane un piccolo pezzetto: nessuna società commerciale è un piccolo imprenditore. Per tutto

il resto, l'unica definizione che noi possediamo è quella del codice, che è data dall'articolo

2082, e quindi quella definizione è diventata la definizione del piccolo imprenditore a tutti gli

effetti, compresi quelli della applicazione della legge fallimentare.

Devo però anche dirvi che questo è il sistema attualmente vigente, è un sistema che da un lato

ha degli aspetti positivi " chi deve studiare il diritto commerciale si impara una sola

definizione, e questo gli basta per tutto ", ma ai fini della applicazione pratica diventa

comunque una soluzione un po' rischiosa, perché c'è questo criterio un po' vago della

prevalenza del lavoro proprio su quello della famiglia, che poi non si sa mai il giudice come la

penserà, è questa la ragione per la quale nella riforma della legge fallimentare che è stata

approvata dal governo due settimane fa è che non è diventata ancora legge in quanto deve

passare dai pareri del Parlamento, però in questa futura legge fallimentare si ripristina il

sistema originario, e cioè si prevederà che ai fini della applicazione del fallimento ci sarà una

definizione autonoma del piccolo imprenditore che si basa su criteri quantitativi, cioè un

criterio patrimoniale, cioè si ripristina il sistema aggiornandolo ai tempi che cambiano, e si

prevederà che sarà piccolo imprenditore ai fini del fallimento colui che non ha investito non

più 900.000 lire, ma 100.000 euro, e che, per evitare che si ripetano gli errori del passato, ogni

cinque anni il ministro dell'economia può far salire questo gradino, in modo tale da dare un

poco più di certezza, perché ho cercato di farvelo capire nell'altra lezione, ma io ripeto questo

concetto: capire se si fallisce o no significa molto spesso capire se va in prigione o no, perché

insieme al fallimento quasi automaticamente parte l'incriminazione per bancarotta, e non è

mai una cosa piacevole.

Questo per quanto riguarda il piccolo imprenditore.

Quindi attualmente la situazione è questa: il 2083 ce lo definisce a tutti gli effetti, con l'unica

piccola eccezione che nella legge fallimentare è rimasto un piccolo inciso " non sono piccoli

imprenditori le società commerciali "; in futuro noi crediamo che si ripristinerà il sistema

precedente.

Allora, adesso dobbiamo guardare più specificamente una ipotesi particolare, che è

L’IMPRESA ARTIGIANA, che ha creato nel tempo molti problemi:

l'imprenditore artigiano costituisce un'ipotesi particolare di piccolo imprenditore, ricavata

sulla base del criterio di prevalenza.

Qualcuno dice che questo non è vero, che l'artigiano è piccolo imprenditore

indipendentemente dal rispetto del criterio della prevalenza , e come mai? Sulla base di altre

leggi.

Ora qui dobbiamo fare una piccolissima apertura su quel groviglio di norme che riguarda

l'artigianato, perché voi dovete sapere che il legislatore ama follemente gli artigiani, anche la

Costituzione prevede che debbano essere favoriti, per una ragione molto semplice, che il

sistema produttivo italiano si basa per la stragrande maggioranza sulla piccola e media

impresa, piccola-media impresa significa artigianato, quindi sono tanti, sono politicamente

organizzati, sono socialmente rilevanti, quindi il legislatore profonde a piene mani

finanziamenti, sgravi, bonus, e quant'altro, e quindi tutta una disciplina che aiuta, protegge

l'artigianato. Questa disciplina si è evoluta nel tempo: vediamo subito quale è la norma che ha

fatto sorgere il problema, che è una legge il cui numero è 860/1956, sprofondiamo nella notte

dei tempi. Questa norma era una legge che dava i criteri generali per l'applicazione di questa

selva di disciplina a favore dell'imprenditore artigiano, e definiva l'imprenditore artigiano,

badate bene, lo definiva a tutti gli effetti di legge,

c'era scritto proprio chiaro e tondo " questo è l'imprenditore artigiano a tutti gli effetti di legge

", ed era legge dello stato, e quindi derogava nel 56 la precedente legge dello stato, che era il

codice del 42, e lo derogava introducendo una definizione di artigiano che non era affatto

compatibile con il 2083, perché si diceva:

cari signori, imprenditore artigiano è colui che esercita una attività produttiva di beni artistici

o usuali. E che significa " artistico o usuale "?

Boh! Non c'è niente di più vago del concetto di arte.

Quindi potenzialmente questa apertura verso l'artigiano era molto ampia, c'era solo qualche

paletto, es.: non puoi fare certe cose e non puoi avere più di un certo numero di dipendenti,

che però era un bel numero corposo, e in più si diceva: guardate che anche le società possono

essere artigiane, quindi escluse dal fallimento, quindi deroga non solo al codice, ma anche alla

legge fallimentare, che invece diceva che le società non possono essere piccoli imprenditori;

questo era previsto solamente per alcuni tipi di società, le cooperative e le società in nome

collettivo, però era una bella deroga.

Ora, non ci soffermiamo troppo su questa legge del 56, questa legge del 56 è stata abrogata, è

stata abrogata dalla legge 443/85: che cosa era successo?

Era successo che dal 56 all'85 erano state attuate le regioni, erano state costituite le regioni,

che erano previste dalla nostra costituzione, e l'artigianato era una delle materie di

competenza regionale, quindi le leggi dello Stato non potevano più regolamentare quelle

materie fin quando dovevano intervenire le leggi regionali, quando avviene una cosa del

genere, lo Stato in genere fa solo una legge-quadro, una legge-quadro significa una legge di

principi che da un pò idee comuni perché le regioni si orientino verso principi uguali in tutta

l'Italia, e la legge 443/85 era proprio questo, una legge-quadro che sostituiva la legge del 56, e

definiva le linee generali della legislazione regionale in tema di artigianato.

Questa legge è una legge che, se vogliamo, forza ancora di più la definizione di piccolo

imprenditore, perché è cascato, fra le altre cose, persino il riferimento alla natura artistica o

usuale dei beni, quindi, in linea di principio, è artigiano chiunque produce qualcosa, a

condizione che non rientri in certe categorie che sono escluse, per esempio i ristoratori non

possono essere artigiani, chi ha un bar non può essere artigiano, vi sono una serie di categorie

che sono escluse, e sempre a condizione che non abbia più di un certo numero di dipendenti,

quindi chiunque produce qualcosa è un artigiano se ha meno di un certo numero di dipendenti

e non rientra in alcune categorie che sono escluse.

Questo numero di dipendenti spesso è molto elevato, immaginate che un sarto è un artigiano

se ha 32 dipendenti, e con gli apprendisti saliamo fino a 40, un sarto con 40 dipendenti è già

una piccola impresa che produce tanto, quindi, come vedete, sono criteri infinitamente distanti

dal codice civile.

Questa norma allarga ancora la possibilità, il riconoscimento della qualità di imprenditore

artigiano anche alle società, perché dice che possono essere imprenditori artigiani le

cooperative, le società in nome collettivo, e questo ce lo diceva anche prima la legge, ma

anche le società in accomandita semplice, le Srl unipersonali, le Srl pluripersonali, insomma

quasi tutte le società possono essere imprenditore artigiano, salvo la Spa, purché rispettino

certi requisiti.

La caratteristica che ti rende artigiano che si riscontra nell'imprenditore individuale e poi nelle

società è che il titolare dell'impresa deve svolgere prevalentemente il proprio lavoro

nell'impresa, attenzione, questo è un punto che all'esame non viene mai capito, una cosa è dire

che io svolgo il mio lavoro, che io svolgo attività di impresa prevalentemente col mio lavoro,

una cosa completamente diversa è dire che io svolgo il mio lavoro prevalentemente

nell'impresa, se il signor Brambilla va alla mattina alle 8 nell'impresa e ci passa 20 ore chino

sul fatturato e poi esce, ha svolto prevalentemente il suo lavoro nell'impresa, ma potrebbe

avere duemila dipendenti, continua a svolgere prevalentemente il suo lavoro nell'impresa, ma

non svolge attività di impresa prevalentemente con il suo lavoro, chiaro questo punto?

Attenzione, è un gioco di parole, ma è anche un gioco di concetti, non sono assolutamente la

stessa cosa.

Allora, per essere artigiani ai fini di questa legge è necessario:

a) produrre qualcosa,

b) non rientrare nelle categorie escluse,

c) avere meno di un certo numero di dipendenti comunque elevatissimo,

d) e svolgere prevalentemente il proprio lavoro nell'impresa.

Se, invece di essere imprenditore individuale, sei imprenditore collettivo, i requisiti sono gli

stessi, semplicemente vanno riferiti ai soci: per esempio, in una Srl è necessario che la

maggioranza dei soci svolga prevalentemente il proprio lavoro nell'impresa, nella Snc è

necessario che la maggioranza dei soci svolga il proprio lavoro prevalentemente nell'impresa,

insomma c'è questo concetto della prevalenza, sicchè molti studenti confondono: caro

professore, eccola la prevalenza, è la stessa del codice, no, non è la stessa del codice, qua si

dice che tu la maggior parte del tuo tempo lavorativo lo passi nell'impresa, il che non è la

stessa cosa che dire che tu gestisci quell'impresa solo grazie o prevalentemente grazie al tuo

lavoro, dice semplicemente che tu passi molto tempo nell'impresa, e nulla dice questo sul fatto

che questa impresa si basi sul tuo lavoro oppure non si basi essenzialmente sul tuo lavoro.

È chiaro questo punto?

Dovrei avervi dimostrato a questo punto, e ne sono convinto, che la definizione della legge

443/85 non ha nulla a che fare con la definizione codicistica.

Allora, a questo punto c'è però un elemento che rivoluziona i termini del problema, ed è che

questa legge cosi’ diversa dal codice non prevede più, come la precedente, non pretende più di

definire l'imprenditore artigiano a tutti gli effetti di legge, quell'inciso che era presente nel 56

è caduto nella nuova legge dell'85, e questo significa molto, perché ci consente di affermare

che questa definizione così lontana dal codice si applicherà, ed è giusto che sia così, ai fini

della legge che la dà questa definizione, cioè la legge 443, cioè questo significa cosa? Che se

vuoi accedere ai meravigliosi benefici dell'essere artigiano in termini di finanziamenti, in

termini di sgravi fiscali, in termini di aiuti ed ogni cosa, deve rientrare in questa amplissima

definizione, ma se vuoi sapere se sei soggetto al fallimento, devi applicare la disciplina del

codice, allora potremo avere dei soggetti che sono artigiani ai fini dei finanziamenti regionali,

e non sono artigiani ai fini del problema se falliscono oppure no, se si devono iscrivere nel

registro delle imprese e dove e con quali effetti, se sono obbligati a tenere le scritture

contabili, quindi, come spesso avviene, ci sono tante definizioni dello stesso concetto a fini

diversi, e in questa posizione discende anche che le società artigiane, che abbiamo visto essere

ammesse dalla 443/85, saranno società artigiane ai fini dei finanziamenti, ma non saranno

società artigiane ai fini del fallimento, in quanto la legge fallimentare all'articolo 1 esclude

che le società commerciali, in generale tutte, possano essere piccoli imprenditori.

Vi devo anche dire che la Corte Costituzionale non l'ha pensata in questi termini, perché le è

stata presentata questa questione " è giusto o non è giusto che l'imprenditore artigiano

individuale non fallisce e l'imprenditore artigiano collettivo fallisce "?

La Corte Costituzionale ha risposto: caro giudice a quo, hai preso una cantonata, hai

interpretato male il diritto, perché, quindi è una sentenza interpretativa di rigetto, perché

quella norma che tu dici essere incostituzionale non va interpretata cosi, va interpretata nel

senso che le società artigiane sono tali a tutti gli effetti di legge, e quindi l’opposto di quello

che vi ho detto, anche se la 443 non lo dice più, è nel senso che la definizione che dà la legge

443/85 non è incompatibile con quella del codice civile, cioè sostanzialmente la Corte

Costituzionale dice: guarda giudice, in realtà tutto questo conflitto che tu vedi non c’è, perché,

se andiamo a vedere, è circa la stessa cosa, il codice dà una definizione, ma in fondo la legge

443 la precisa, ma non la stravolge, e quella legge definisce l’artigiano a tutti gli effetti di

legge. Una cantonata, una evidente cantonata della Corte Costituzionale. Questa è una

sentenza interpretativa di rigetto, questo è molto importante, perché le sentenze interpretative

di rigetto non sono vincolanti, questo lo vedremo, è importantissimo per la prossima lezione,

in cui parliamo dell’inizio e della fine dell’impresa, le sentenze interpretative di rigetto sono

a quo, ma non sono vincolanti per l’interprete, solo le sentenze

vincolanti solo per il giudice

di accoglimento sono vincolanti, è sbagliato, è una cantonata, perché?

Perché è sbagliata su tutti i punti:

1) non è vero che la legge 443 definisce l’artigiano a tutti gli effetti di legge, era la legge

precedente che lo faceva, questa non lo dice più;

2) non è vero che la legge 443 precisa il disegno del codice, lo stravolge completamente, dice

cose diverse, non ha nulla a che fare, sono criteri completamente opposti, la Corte

è cascata nell’inganno in cui casca lo studente di Giurisprudenza alla prima

Costituzionale

studiata, e cioè il confondere lo svolgere prevalentemente impresa col proprio lavoro e

svolgere il proprio prevalente lavoro nell’impresa, gioco di concetti di cui vi avevo parlato

precedentemente.

Questo errore della Corte, perché tale è, comporta che, ed è per questo che ve ne parlo, nel

futuro disegno della legge fallimentare si dice che le società artigiane saranno piccoli

soluzione, se passerà cosi’ la legge, che le società

imprenditori, e si giunge alla curiosissima

commerciali non sono mai piccolo imprenditore, e l’unica eccezione è delle società artigiane,

che, chissà perché, solo loro sono escluse dal fallimento, con una disparità di trattamento che

quella si che è una disparità di trattamento, non quella che la legge, la Corte Costituzionale

penserebbe di evitare.

Quindi, sintetizziamo i concetti:

ai fini dell’esame, chi vuole avere 30 deve dire tutte queste cose che vi ho detto, dalla prima

all’ultima, chi vuole meno di 30 deve ricordarsi che esiste una definizione del codice civile e

quale è, che esiste una definizione della l.f. e perché è cascata, che è rimasto in piedi

solamente quel pezzettino sulle società commerciali, e che quindi la l.f. adesso è tutta quanta

venuta meno, e che il piccolo imprenditore si ricava dal c.c.

Poi vi è la domanda a parte sull’imprenditore artigiano, e dovete ricordare quale è la

definizione di piccolo imprenditore e perché vi rientra anche l’imprenditore artigiano, che c’è

legge del 56 che definiva l’artigiano diversamente a tutti gli effetti, molto meglio se vi

una

ricordate che prevedeva “beni artistici e usuali”, che esiste una legge dell’85 che definisce

diversamente l’artigiano, e li’ dovete ricordarvi i tre requisiti, e cioè:

1) produrre qualcosa,

2) non rientrare nelle categorie escluse,

3) avere meno di un certo numero di dipendenti, ed esercitare prevalentemente il lavoro

proprio nell’impresa, che lo estende anche a società artigiane, ma che non pretende più di

l’artigiano a tutti gli effetti di legge, quindi, ai fini della l.f., vale la definizione

definire

generale di piccolo imprenditore, malgrado quello che pensi la Corte Costituzionale.

IMPRESA PUBBLICA

Lo Stato o qualunque Ente Pubblico può decidere o aver bisogno di esercitare una attività di

impresa.

Per fare questo esistono tre forme:

1) Impresa Organo;

2) Ente pubblico economico;

3) Società a partecipazione pubblica.

3) Affrontiamo subito l’ultimo, perché è quello che ci pone meno problemi di tutti. Lo Stato

ha bisogno di esercitare una attività di impresa, per esempio ha bisogno di produrre l’energia

elettrica : può costituire una società (ENEL) in cui la maggior parte del capitale è in mano

pubblica, o meglio era, perché adesso stanno vendendo man mano queste azioni. La società

sarà interamente disciplinata dalle regole di diritto societario che consentono solo qualche

piccola deroga in più allo Stato, ma in linea di principio è un ente privato che viene

assoggettato alle regole generali. Badate bene che fino a 10 anni fa il più grande azionista

d’Italia era lo Stato, perché lo Stato, ogni volta che una impresa andava in crisi, la comprava

lui per non buttare sulla strada i lavoratori, e quindi fallisce una, fallisce un’altra, alla fine lo

Stato aveva in mano circa la metà della capitalizzazione di Borsa; poi si è reso conto che non

riusciva a reggere dal punto di vista del bilancio. Quindi una ipotesi frequente, comune,

normale, conosciuta, non succede niente, è una società disciplinata dalle regole che

studieremo nel corso di questo corso, salvo che ci sia qualche piccola regola scritta nello

statuto.

Le alternative sono 2, che comportano un maggiore impegno dell’ente pubblico diretto in

qualche maniera.

2) Lo Stato può, in alternativa, anzichè costituire imprese private, costituire un ente pubblico,

ma distinto dall'ente pubblico che ha il principale interesse per svolgere quella funzione. Per

esempio: lo Stato, con questa storia” mi compro tutte le imprese in ITALIA, me le compro io,

, per carità, non licenziate nessuno”, aveva questo problema di gestire una quantità enorme di

partecipazioni, lo può fare, ma è un po’ complicato. Allora cosa ha fatto? Ha creato un ente

pubblico che svolge attività di impresa, e che prende il nome di IRI, ISTITUTO DI

RICONVERSIONE INDUSTRIALE, l’IRI era un ente pubblico che svolgeva una attività che

gestiva tutte le partecipazioni dello Stato, dalla produzione delle auto ALFA ROMEO alla

produzione dei pelati CIRIO, tutto statale. L’Ente pubblico economico è un ente pubblico che

in linea di principio, se vogliamo sapere quale è la disciplina che vi si applica, le norme

dell’Ente Pubblico, in questo non c’è mai un particolare problema in quanto, nel momento in

una legge per istituirlo, e in quella legge c’è

cui si istituisce un ente pubblico, si deve fare

scritta quale è la disciplina, era anche un imprenditore questo ente pubblico, e quindi, dove

non sia previsto diversamente, si applica la disciplina dell'impresa. Con un'eccezione, e cioè

che questi enti pubblici non sono soggetti al fallimento (art. 2221 c.c. e art.1 l.f). Perché non

falliscono gli enti pubblici? Perché hanno una loro procedura di liquidazione a parte, quando

un ente pubblico diventa insolvente, invece di applicare il fallimento, applichiamo la

liquidazione coatta amministrativa, una procedura che ha più o meno le stesse funzioni del

fallimento o più ampie, per la verità, ma può svolgere la stessa funzione del fallimento,

l’unica differenza è che, invece di avere tutte le redini della procedura nelle mani di un

magistrato, tutte le redini della procedura vanno nelle mani del governo, però, insomma, non

fallisce perché c’ha la liquidazione. Per il resto, l’Ente Pubblico è assoggettato alla disciplina

dell’impresa.

1) Lo Stato può anche decidere di operare direttamente, quando parlo di Stato io semplifico,

Stato, comune, regione, qualsiasi ente pubblico, può decidere di operare direttamente in

ambito territoriale, in questo caso deve prendere un pò di personale,un po’ di uffici, soldi...

fino a poco tempo fa i Comuni gestivano direttamente alcuni settori: es. trasporti, poi queste

situazioni sono state abbandonate prima col passaggio di queste attività ad un ente pubblico

economico e infine con l’utilizzo delle società a partecipazione pubblica. Però, insomma, è

una ipotesi prevista, si può fare questo: in questo caso, ovviamente, si applica la disciplina di

diritto pubblico e quella dell'impresa, con due eccezioni. La prima è la medesima degli enti

pubblici economici, cioè non falliscono, il comune non fallisce perché ha la sua procedura di

composizione dell’insolvenza, lo Stato non immaginava nemmeno di poter essere insolvente,

sennò finiamo in Argentina, quindi sono sottratte alla procedure concorsuali, quindi 2221 ; e,

seconda regola, sottrazione all'iscrizione nel registro delle imprese, 2201.

Quindi abbiamo questa situazione:

se utilizza l’ente privato, è soggetta alla disciplina di diritto privato;

se utilizza l’ente pubblico economico, è soggetta alla disciplina pubblica e anche a quella

dell’impresa, con l’unica eccezione delle procedure concorsuali;

se opera direttamente in ambito economico, è soggetta alla disciplina pubblica e a quella

dell’impresa, con l’unica eccezione dell’assoggettamento alle procedure concorsuali e

nel registro delle imprese, ma per il resto si applica interamente la disciplina

dell’iscrizione

dell’impresa. LEZIONE

IMPUTAZIONE DELL’ATTIVITA’ D’IMPRESA

L’imputazione della attività di impresa è un problema molto semplice da definire: come si fa a

chi è imprenditore? L’art. 2082 ci dice che è imprenditore colui che pone in essere

sapere

un’attività economica organizzata professionalmente al fine della produzione o scambio di

beni e servizi.

Il problema sorge quando c’è un’organizzazione abbastanza complessa in cui operano molte

persone, come si fa a sapere esattamente chi è fra questi imprenditore? A chi devo imputare

l’attività d’impresa, e quindi, conseguentemente, la qualità di imprenditore?

Partiamo dai punti certi e semplici, e poi man mano che andremo avanti in questa lezione su

punti meno certi e meno semplici.

C’è un criterio, che è un criterio semplice, pacifico, e da tutti accettato,

ed è questo, che nel nostro ordinamento l’attività d’impresa si imputa secondo un

CRITERIO FORMALE DI SPENDITA DEL NOME.

Il punto è se questo sia l’unico criterio di imputazione o se accanto a questo ve ne siano degli

altri di criteri di imputazione, ma nessuno dubita che questo sia un criterio di imputazione.

Il criterio d’imputazione formale basato sulla spendita del nome lo ricaviamo dalla disciplina

del MANDATO, (mandato con o senza rappresentanza) e dice: se io agisco e non dico niente

sto agendo in mio nome ,se invece voglio che quest’attività d’impresa sia imputata ad altri,

in cui compio l’atto, e realizzare quella che si chiama

devo dirlo nel momento

CONTEMPLATIO DOMINI; cioè è molto semplice: se tu vuoi agire per un altro, lo devi dire,

o deve risultare in maniera certa dalle circostanze, altrimenti stai agendo in tuo nome.

Quindi se l’impresa si compone di un’articolata struttura di persone che operano

coordinatamente, l’imprenditore è colui il cui nome viene speso e colui nel cui nome vengono

realizzati gli atti d’impresa; quindi, quando questa organizzazione porrà in essere degli atti, li

sempre in essere in nome di qualcuno, questo qualcuno è l’imprenditore, che può essere

porrà

il signor Brambilla, o la Brambilla SPA, tutto quello che volete voi, ma ci si basa su questo

criterio, che è un criterio certo e semplice da applicare.

andiamo ad esaminare cose un po’ più complicate.

Allora, adesso

Qualcuno dice che il criterio formale della spendita del nome non è il solo criterio di

imputazione dell’attività d’impresa; perché è importante questo problema? Perchè, certo,

individuare chi è imprenditore ci serve a capire due aspetti di grandissima importanza:

1) chi paga i debiti di questa impresa, e

2) chi fallisce se non è in grado di pagarli.

Qualcuno dice: non c’è solo il criterio formale, ma accanto vi deve essere anche il

essere sintetizzato con il principio “ chi comanda

CRITERIO SOSTANZIALE, che può

paga”. “ paga colui il cui nome è stato speso”:

Criterio formale “ paga chi comanda”.

Criterio sostanziale

Allora perché questo problema?

Perché molto spesso il criterio formale sembra condurre a conseguenze non soddisfacenti dal

punto di vista dell’equità, sembra ingiusto, perché dovete sapere che tutti quanti noi

desidereremmo fare affari a condizione che, se vanno bene, facciamo tanti soldi, se vanno

male, non paghiamo, chi non sarebbe contento!

Allora, con il criterio della spendita del nome può capitare che qualche furbacchione decide di

fare imputare gli atti di una impresa che lui sostanzialmente comanda e gestisce a modo suo

magari a qualche suo amico compiacente e soprattutto squattrinato, il quale attraverso il

criterio della spendita del nome diventerà imprenditore, e quando i creditori pretenderanno di

essere pagati dovranno rivolgersi verso l’imprenditore formale e non troveranno nessun

ma come, c’è tutto questo

patrimonio in grado di soddisfarli, e questo appare ingiusto”

artificio, dietro c’è qualcuno che comanda, e io posso rivalermi solo nei confronti

dell’imprenditore formale”.

A questo punto a qualcuno di voi potrà anche venire il dubbio : ma insomma, il mondo è cosi’

pieno di amici compiacenti e squattrinati da porre veramente un problema?

La risposta è che nel diritto commerciale, il diritto commerciale è un mondo bellissimo in

cui, se uno non ha un amico squattrinato, se lo fabbrica, cioè costituisce una bella società

che comanda come vuole, e imputa tutta l’attività di impresa a

unipersonale sottocapitalizzata

questa società che è una scatola vuota sostanzialmente, senza patrimonio significativo, e lui da

dietro muove le fila, comanda. Quindi il problema c’è, esiste.

Allora, se questo è il problema, qualcuno ha detto: risolviamolo superando, ma superando

significa non trascurando, affiancando al criterio formale un criterio sostanziale: cari signori,

va bene, imprenditore è colui il cui nome viene speso nel traffico giuridico, etc etc, colui nel

cui nome vengono compiuti gli atti, ma sappiate che nel diritto commerciale esiste anche un

principio che comporta che chi comanda paga .

Ora, il problema è che affermare il criterio d’imputazione formale è molto semplice, perchè

risulta in maniera univoca dalla disciplina di diritto civile, quindi da tutta la disciplina della

rappresentanza del mandato, affermare un criterio sostanziale di imputazione della attività di

impresa non è affatto semplice , perché non c’è una norma che lo affermi chiaramente, ma

esistono varie strade che sono state tentate per cercare di arrivare a questo risultato, il nostro

compito oggi è valutare se sono strade convincenti.

TESI A : questa tesi afferma in maniera secca e diretta che esiste nel nostro ordinamento il

principio di correlazione tra potere e responsabilità, ed è bene affrontarla questa tesi, perché

ogni tanto anche nelle sentenze esce fuori questa affermazione, e quindi è bene che noi ci

chiariamo subito un po’ le idee.

Come si fa ad affermare questo?

Questa tesi muoveva da una serie di norme sparse, la maggior parte di queste in tema di

se non è previsto niente, se lo statuto, l’atto

società di persone, dove la regola generale è che,

costitutivo non dice niente, queste società di persone possono essere amministrate solo da

soci illimitatamente responsabili.

-Esempi:

-In una società il nome collettivo tutti i soci sono necessariamente illimitatamente

responsabili, e tutti i soci, se non è previsto niente possono amministrare.

-In una società semplice è possibile che alcuni soci escludano la loro responsabilità illimitata,

ma questi non potranno mai essere amministratori.

- Nella società in accomandita semplice è istituzionalmente previsto che alcuni soci sono a

responsabilità illimitata, e si chiamano accomandatari, altri sono a responsabilità limitata,e si

chiamano accomandanti .Ebbene, sappiate che la società in accomandita semplice può essere

amministrata solo da soci accomandatari, e gli accomandanti hanno proprio il divieto, si

divieto di immistione, proprio di ingerirsi nell’amministrazione, e se lo fanno perdono

chiama

il beneficio della responsabilità limitata. Quindi questa tesi dice che la disciplina della società

di persone sempre richiama il principio che chi amministra poi è responsabile.

E poi c’erano altre norme: prima si prevedeva che, se in una società di capitali c’era un solo

socio perché tutti gli altri erano andati via, morti, acquistate le quote, c’era un solo socio,

questo socio rispondeva illimitatamente, e c’erano una serie di dati.

Allora, bisogna dire chiaramente che questa tesi oggi non è più sostenibile, ma che era

sbagliata già quando fu formulata, perché equivoca sulla interpretazione di una serie di dati.

1) Non è vero che nella società di persone esiste un principio in base al quale vi è una

necessaria correlazione tra responsabilità e potere di gestione, perché, se andiamo a vedere

bene quelle norme, prevedono che i soci amministratori siano a responsabilità illimitata,

questo è vero, ma non dicono che tutti i soci a responsabilità illimitata sono perciò stesso

amministratori.

2) In una società in nome collettivo nessun socio può essere a responsabilità limitata, tutti

rispondono illimitatamente dei debiti, anche se lo statuto prevedesse che soltanto uno di loro

amministra, continuano a rispondere.

3) Nella società in accomandita semplice solo gli accomandatari sono a responsabilità

illimitata e solo loro possono amministrare, però un accomandatario risponde illimitatamente

perché la legge dice che l’amministratore deve essere

dei debiti anche se non amministra,

scelto fra gli accomandatari, e se ci sono più accomandatari io posso dire che uno solo

amministra, ma gli altri restano comunque accomandatari, e quindi illimitatamente

responsabili.

Nelle società di persone non è quindi affatto vero che vi è una correlazione tra potere di

gestione e responsabilità, la responsabilità è connessa a indici formali, cioè l’essere socio di

una certa società con certe caratteristiche, e non è mai collegata al fatto di avere un certo

potere o non averlo sulla gestione sociale, sulla gestione dell’attività.

Se poi passiamo a vedere la disciplina delle società di capitali, questo principio nelle società

di capitali viene demolito a pezzi, viene fatto in pezzi molto piccoli, infatti adesso nelle

società di capitali non c’è più la norma che l’unico socio risponde illimitatamente. L’unico

socio di una società di capitali risponde limitatamente come qualsiasi socio di società di

capitali. Deve solo assicurarsi di avere interamente versato i suoi conferimenti e di avere

iscritto il suo nome nel registro delle imprese, cioè se questo socio ha rispettato i requisiti

formali resta socio limitatamente responsabile anche se c’è solo lui in società, e quindi

come gli pare, e quindi, come ben si vede, non c’è nessun principio

ovviamente la comanda

che chi comanda paga, perché il socio unico comanda e non paga; di più, adesso la legge

arriva a consentire che nella stessa SPA si stacchi dal patrimonio generale una piccola

porzione del patrimonio per gestire uno specifico affare, una attività di impresa, e rispondere

limitatamente.

Questo per iniziare a farvi capire che non c’era allora e tanto più non c’è adesso in nessuna

maniera la possibilità di affermare che esiste nel nostro ordinamento un principio generale per

il quale chi comanda paga. Questa tesi, quindi, è stata superata, e questo ricordatevelo semmai

nella vita qualche giudice o avvocato di controparte cercherà di riproporla, perché ogni tanto

esce fuori.

C’è qualcuno che ha cercato sostanzialmente di riproporre questi argomenti, o almeno di

raggiungere questo risultato “chi comanda paga” sulla base di un ragionamento molto più

sofisticato, molto più basato su norme esistenti .

Questa è la tesi dell’imprenditore occulto.

TESI B: Tesi dell’imprenditore occulto.

Questa tesi si basa su un ragionamento obiettivamente affascinante, tutto in punto di diritto, e

il punto di partenza di questa tesi è l’art.. 147 della legge Fallimentare, che si occupa di quello

che tecnicamente viene chiamato fallimento in estensione: cosa significa? Significa questo: se

vi è una società che prevede la responsabilità illimitata dei propri soci, tutti o parte di essi, e

questa società fallisce, insieme ad essa falliscono anche i soci illimitatamente responsabili,

quindi il fallimento della società a responsabilità illimitata si estende ai suoi soci

illimitatamente responsabili, da qui il nome di fallimento in estensione.

Questa tesi trova il suo punto di partenza nell’art. 147 comma 2 : Fallimento del socio

occulto di società palese.

Se c’è questa regola, che, se fallisce la società falliscono anche i soci illimitatamente

responsabili, questa regola vale non solo per i soci che si conoscevano, ma anche per i soci

che sono rimasti occulti e che solo dopo si è scoperto che vi facevano parte, e questo è ovvio,

perché sennò sarebbe troppo facile sottrarsi al fallimento, basta restare ben nascosti, si

percepiscono i dividendi, ma poi, se vanno male le cose, si viene sollevati dal fallimento, non

è possibile questo, quindi, se si scopre, se fallisce questa società a responsabilità illimitata,

falliscono con essa tutti i soci illimitatamente responsabili , anche quelli che erano rimasti

nascosti e di cui si scopre l’esistenza successivamente. Questo è il fallimento del socio occulto

di una società palese.

Da questo punto di partenza normativo la tesi dell’imprenditore occulto realizza 2 estensioni

analogiche progressive.

1 Fallimento di società occulta, si passa quindi dal fallimento del socio occulto di società

palese al fallimento di società occulta.

Questa tesi, sviluppata da un professore che adesso è morto, che si chiama Walter Bigiavi,

dice: cari signori, ma se la legge ammette il fallimento di socio occulto di società palese,

deve necessariamente ammettere anche il fallimento di società occulta. Intendiamoci, che

cosa è la società occulta?

Ipotesi di SOCIETA’ OCCULTA : c’è un imprenditore individuale che fallisce, e si scopre

di una società che c’era

che in realtà questo imprenditore individuale agiva come prestanome

dietro e che nessuno conosceva, quindi la società è occulta. Quindi palesemente agisce solo

una persona, solo un socio che agli occhi dei terzi appare come imprenditore individuale, ma

invece non è altro che il prestanome della società.

Allora, dicevo: se ammettete il fallimento del socio occulto di società palese, dovete

necessariamente ammettere il fallimento della società occulta, perché? Perché è una mera

distinzione casuale, quantitativa tra le due ipotesi; mi spiego: immaginiamo che abbiamo tre

amici, Tizio, Caio e Sempronio, Tizio, Caio e Sempronio fanno una società, e decidono che

nei rapporti esterni compaiono Tizio e Caio, ma Sempronio rimane nascosto sotto al tavolo,

siamo di fronte a un socio occulto di società palese, e fallisce; allora Tizio, Caio e Sempronio

decidono: facciamo comparire nei rapporti esterni solo Tizio, Caio e Sempronio rimangono

nascosti tutti e due sotto al tavolo, siamo di fronte ad una società occulta.

Allora, la domanda che fa Bigiavi: cari signori, ma è veramente immaginabile che noi

facciamo dipendere il fallimento di questi soci occulti dal numero di soci che compaiono nei

rapporti esterni, nel 1 caso, fallimento del socio occulto, sono tutti tranne uno, o comunque

almeno all’esterno compaiono più soci, nel 2° caso è uno solo che compare nei rapporti

esterni, e tutti gli altri furbacchioni sono nascosti. La differenza fra le due ipotesi è solo

quanti soci compaiono all’esterno, se sono uno o sono due.

Possiamo veramente fare una distinzione? Ovviamente conclude: no, e quindi nel fallimento

di socio occulto di società palese vi è già un’implicita ammissione del fallimento della società

occulta.

2 Il secondo passaggio. Parte da una domanda: ma perché la società occulta fallisce? Perché è

occulta che gestisce l’impresa, all’esterno vi è un prestanome, ma l’impresa è

la società

gestita dalla società occulta, è la società occulta che si appropria dei benefici dell’attività

d’impresa, è la società occulta che gestisce l’impresa tramite il suo prestanome, quindi è la

società occulta che deve rispondere dei debiti e delle perdite di questa impresa se qualcosa va

male. Quindi, in sostanza, perché l’imprenditore è la società occulta. L’impresa fa capo non

al prestanome che compare nei rapporti esterni, ma alla società occulta, e quindi, se si

ammette che la società occulta fallisce perché lei è imprenditore in realtà, a maggior ragione

dobbiamo ammettere che questa stessa regola si deve applicare quando il vero imprenditore

non è una società (più persone), ma una sola persona, il quale tutto da solo, servendosi di un

prestanome, gestisce un’impresa, si appropria dei benefici, e deve quindi rispondere.

Nel secondo passaggio si passa quindi dal fallimento di società occulta al fallimento di

occulto, e il criterio è: non può fare differenza se l’imprenditore occulto sia

imprenditore

individuale oppure un soggetto collettivo, non è il tipo di soggetto che conta , ma la sua

dominus dell’impresa

posizione di che si serve di un prestanome nei rapporti esterni.

Una volta che questa tesi è riuscita a frantumare il criterio di imputazione formale, poi dilaga

con una serie di conseguenze: allora dobbiamo affermare che la stessa regola si applica anche

a chi comanda sostanzialmente una società, quindi il socio tiranno o il socio di controllo, e

cosi via.

Allora, io adesso ho terminato la fase di esposizione della tesi, adesso passo alla fase di

replica.

Questa tesi, questa è una tesi di ragionamento giuridico, cominciamo dal ragionamento

giuridico, poi affronteremo un discorso di più ampio respiro sulla opportunità sistematica di

questa soluzione. Questa è una tesi di ragionamento, vediamo se questo ragionamento regge.

In realtà, se guardiamo attentamente, questo ragionamento contiene un errore logico, e

l’errore è in questo passaggio, cioè “ dal fallimento di socio occulto di società palese al

fallimento della società occulta che agisce tramite prestanome”.

Io vi ho detto che la differenza tra queste due ipotesi è solo una differenza quantitativa “

agiscono nei rapporti esterni”; è veramente cosi’? Dobbiamo verificarlo un attimo.

quanti soci

L’errore di questa tesi è che non è affatto una differenza quantitativa, ma è una differenza

qualitativa.

Mi spiego: nel momento in cui si vuole far fallire la società occulta che opera tramite

prestanome, non stiamo applicando lo stesso criterio giuridico implicito nell’art. 147 comma

2, ma stiamo cambiando criterio d’imputazione, e adesso ve lo dimostro.

L’art.147 comma 2, si basa su una logica che è ancora una logica di imputazione formale

della attività d’impresa, perché? Perché nei rapporti esterni viene speso il nome di un

soggetto collettivo, e quindi l’attività di impresa viene riferita a tutti coloro che fanno parte di

quel soggetto collettivo (conosciuti o non).

Vi faccio un esempio: se noi immaginiamo volessimo sporgere protesta nei confronti

dell’Università per il fatto che facciamo lezione nei cinema, e firmassimo un comunicato a

nome di tutti coloro che sono presenti in questa sala, la nostra dichiarazione è imputabile a

tutti coloro che sono presenti in questa sala, anche se magari ci fosse qualcuno nascosto sotto

la cattedra perché è presente in questa sala; quindi, quando si spende il nome di un soggetto

collettivo, io riferisco un atto a chiunque appartiene a quel soggetto collettivo, e non conta

assolutamente niente se quella persona a cui ho riferito l’atto fosse conosciuta oppure no,

semplicemente per il fatto che lui appartiene a quella società riceve l’imputazione di tutti gli

atti che sono stati compiuti a nome della società.

Quando invece ci troviamo di fronte all’ipotesi del fallimento di una società occulta che

agisce tramite prestanome, nei rapporti esterni viene speso il nome di un imprenditore

individuale, quindi l’attività d’impresa in base al criterio formale viene imputata

all’imprenditore individuale, cioè al prestanome, non alla società che c’è dietro. A questo

punto possiamo ancora dire che è giusto che fallisca, ma non lo possiamo più dire sulla base

dell’analogia con l’art. 147 comma 2, perché non è vero che nel fallimento del socio occulto

di una società palese c’è già il principio giuridico che consente di dichiarare il fallimento di

società occulta, non è vero, perché nel 1° caso io opero secondo un criterio d’imputazione

della attività di impresa, che è un criterio formale, nel 2° caso devo utilizzare un criterio

d’imputazione della attività di impresa che è un criterio sostanziale, e devo dimostrare che

esiste questo principio, non è implicito nel sistema come vi ho dimostrato prima, perché nel

nostro ordinamento non c’è il principio “chi comanda paga”.

Quindi, se salta il fallimento della società occulta che agisce tramite prestanome, salta anche il

fallimento dell’imprenditore occulto, cadono tutte le conseguenze del ragionamento che sono

a valle di questo passaggio.

Cosa dice la giurisprudenza?

La giurisprudenza dice una cosa strana: la giurisprudenza dice che fallisce la società occulta,

cioè ammette il fallimento della società occulta, ma non ha mai o quasi mai ammesso il

fallimento dell’imprenditore occulto, non lo fa fallire.

Nel caso della società occulta dice: non è importante l’esteriorizzazione del vincolo

societario,cioè se nei rapporti esterni si spende il nome di una società, è importante che la

società ci sia.

Però nel caso dell’imprenditore occulto non fa questo ulteriore passo. E questa impostazione

della giurisprudenza comporta evidentemente una contraddizione: ma come, tu non ti rendi

conto che, nel momento in cui accetti il fallimento della società, vi è implicito in questo

passaggio, poi, arrivare al fallimento dell’imprenditore occulto! E la risposta è, come quasi

sempre in questi casi, che, se la giurisprudenza non vede quello che è ovvio, quello che tutti

potrebbero vedere, allora forse è che non vuole vedere, cioè che vi sono degli interessi

sostanziali talmente forti da non consentire alla giurisprudenza di ricavare tutte le

conseguenze che sono implicite nella impostazione che la giurisprudenza ritiene preferibile;

cioè, se la giurisprudenza in fondo ammette il fallimento della società occulta, non ha il

coraggio di arrivare fino al fallimento dell’imprenditore occulto, e noi dobbiamo capire

perché, cioè qual è la vera posta in gioco che è alla base di tutto questo sistema e di tutto

questo discorso che io vi ho fatto sulla imputazione della attività di impresa, e ci accorgiamo

che la posta in gioco è elevatissima, perché dovete sapere che esiste una regola nel nostro

ordinamento che dice : “il debitore risponde dei propri debiti con tutti i suoi beni presenti e

futuri”.

Ebbene, io vi dico che questa regola vale per tutti i comuni mortali, e quindi non vale per gli

imprenditori .Per gli imprenditori questa regola non è mai valsa, almeno da qualche secolo a

questa parte, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirlo esplicitamente. In fondo costituire

una società di capitali non serve ad altro che staccare una parte del proprio patrimonio e

destinarlo all’esercizio di un’attività d’impresa e fare in modo che se va male risponde solo

quel patrimonio.

Questa caratteristica è stata sempre favorita dalla giurisprudenza, la quale, quando anche c’era

la regola di cui vi ho detto prima, “il socio unico risponde illimitatamente”, la applicava in

maniera talmente formale, che in realtà non l’applicava quasi mai, se non in casi eccezionali;

la giurisprudenza diceva: se tu hai ha il 99% delle azioni e l’1% ce l’ha tua moglie, non sei

socio unico; se tu hai il 99,9%, è un caso vero, tu hai il 99,9%, e lo 0,1% ce l’ha un’altra

società, di cui tu hai tutte le azioni, non sei socio unico.

Come vedete, non lo volevamo dire, perché sennò avevamo paura di turbarvi troppo, ma la

regola della responsabilità illimitata dell’imprenditore per l’esercizio dell’attività d’impresa è

sempre stata una regola poco chiara, e ancor di più lo è stata dopo la riforma del 2003, perché

adesso si dice molto chiaramente : caro imprenditore, tu vuoi svolgere attività d’impresa e

non vuoi rispondere con tutto il tuo patrimonio?

Fatti una società unipersonale (s.p.a. o s.r.l), la può costituire da solo e risponderai

limitatamente.

Caro imprenditore, sei per caso una Spa?

Allora sappi che non ti devi prendere nemmeno la briga di costituire un’altra società, perché

puoi prendere una parte del tuo patrimonio e staccarla, e fare in modo che risponda solo quel

patrimonio della attività di impresa.

Quindi, come vedete, ormai è stato completamente superato.

Ma resta il problema di fondo: è giusto o non è giusto questo?

Allora bisogna guardare più, allargare un po’ il campo di punto di vista; perchè c’è questa

forte pressione per l’esercizio di un’attività d’impresa in forma di limitazione di

responsabilità?

Questo è ovvio: l’imprenditore ha bisogno di predeterminare il proprio rischio, perchè sapere

il rischio a cui si va incontro è un elemento fondamentale per realizzare degli investimenti. Io

non impiego una parte della mia ricchezza per svolgere una attività rischiosa se so che, se va

male, perdo anche la casa dove vivono i miei figli; diverso è il discorso se l’ordinamento mi

consente di dire: se va male, perdi questa somma e non perderai altro.

Quindi, dal punto di vista dell’imprenditore, ma dell’imprenditore in senso economico, del

sistema imprenditoriale, saper predeterminare il proprio rischio è condizione essenziale

perché si svolgano investimenti. Ma paradossalmente è interesse anche dei creditori sapere

quale è la responsabilità del proprio debitore e sapere esattamente di quali debiti deve

rispondere il proprio debitore, perché?

Per una ragione molto semplice: quando io faccio credito a qualcuno, valuto il suo patrimonio

sulla base degli altri debiti che questo signore deve pagare, come faccio a saperlo? Tramite i

bilanci, me lo faccio dare dall’imprenditore, ma, se si tratta di una società, non ho nemmeno

bisogno di chiederlo, ma lo vado a vedere nel registro delle imprese, sulla base di questi

bilanci io faccio i miei calcoli, e valuto se questo signore ha il patrimonio per potermi

risarcire.

Ma, se noi accettiamo un criterio d’imputazione sostanziale dei debiti d’impresa i bilanci

non servono a nulla, perché non saprete mai se oltre a quello che risulta dal bilancio in quanto

debito imputato secondo il criterio formale, vi siano altri debiti di cui questo signore sia

chiamato a rispondere perché un giudice ha ritenuto che lui comanda e quindi paga.

Quindi ci sono delle esigenze dal punto di vista economico che spingono verso l’esercizio

dell’attività d’impresa in forma di limitazione della responsabilità, e a questa esigenza

rispondono gli istituti che ha predisposto il nostro ordinamento. Però resta il problema che in

linea di principio va bene, però ci sono anche i lazzaroni, ci sono anche chi se ne approfitta, il

problema delle società che sono scatole vuote non è un problema teorico, ce ne sono

ordinamento, e allora la soluzione non è quella di dire “chi comanda

tantissime nel nostro

paga” (imputazione sostanziale dei debiti d’impresa), ma di dire: colpiamo non il sistema di

limitazione della responsabilità, ma gli abusi di questo sistema.

La soluzione, quindi, non può essere in linea generale una imputazione sostanziale dei debiti

di impresa, ma deve essere quella di colpire gli abusi, e il nostro ordinamento prevede questi

sistemi.

Allora, i rimedi sono 2:

1) Massima trasparenza, cioè se tu agisci con un imprenditore, devi poter sapere quali sono i

suoi mezzi patrimoniali, perché i devi poterti regolare prima sulla opportunità o meno di

fargli credito (bilanci trasparenti).

2) Quando vi è qualcuno che esagera, in quel caso va colpito, e ci sono gli strumenti, li

vedremo nel corso di queste lezioni, per questo vi dico: questa è una lezione che pone le basi

per un discorso che ritornerà molto spesso, e vedrete che esistono una serie di rimedi.

Io adesso ve li tiro fuori, ve li enuncio:

1) Se tu controlli una società di capitali e abusi di tuo questo potere, rispondi, perché adesso

è prevista la responsabilità di chi esercita attività di direzione e coordinamento abusando di

questo suo potere, disciplina dei gruppi, la vedremo.

2) Se tu mantieni una società di capitali in condizioni di sottocapitalizzazione, troppi pochi

mezzi le dai, e però poi la mantieni in vita con finanziamenti e prestiti, devi sapere che potrai

avere il rimborso di questi finanziamenti solo dopo che saranno stati pagati gli altri creditori

,cioè con la postergazione dei finanziamenti, disciplina della SRL, disciplina dei gruppi, le

vedremo.

Infine la giurisprudenza ha introdotto un altro rimedio, quello dell’Impresa

3) fiancheggiatrice o a latere.

Questo era il caso di alcuni imprenditori, che tra l’altro adesso si sono ripresi egregiamente

dalle loro sfortune economiche e adesso si vanno comprando l’Italia, i quali costruivano

palazzi a Roma, cosiddetti palazzinari, e li costruivano con questo sistema: loro erano al

centro, e per ogni palazzo che costruivano costituivano una distinta società. Praticamente: io

devo costruire un palazzo, l’aulario della facoltà di giurisprudenza a S.Maria, costituisco una

SRL con 10.000 euro di capitale, e faccio costruire questo palazzo a quella SRL; poi devo

il Colosseo, l’Anfiteatro Flavio a S.Maria? Faccio un’altra società, sempre con

ricostruire

pochissimo capitale, e le faccio ricostruire il Colosseo.

Quindi era un arcipelago di tante piccole società (s.r.l.) con poco capitale, che non erano altro

che scatole vuote, e, se qualcuna di queste andava male, falliva solo la società che stava

costruendo quel palazzo, i creditori andavano e non trovavano patrimonio idoneo a

soddisfarli.

I giudici hanno detto che al centro di questo arcipelago di società vi è un’impresa, in quanto

coordinare fra loro più società, dandogli finanziamenti, garanzie, tutto questo è un servizio,

produce ricchezza, e quindi sei imprenditore, non sei semplicemente un riccone che gestisce

le sue partecipazioni, sei un signore che gestisce queste sue partecipazioni producendo

qualcosa in più rispetto alla mera gestione, un servizio, sei un imprenditore, e quindi come

imprenditore puoi fallire se non sei in grado di adempiere ai tuoi debiti. Quindi, se questa

impresa non è in grado di rispondere ai propri debiti, fallisce come qualsiasi impresa che non

è in grado di rispondere, di adempiere regolarmente i propri debiti.

Quale è il limite di questa tesi?

Il limite di questa tesi è che non c’è nessuna automatica connessione tra il fallimento

controllata e il fallimento dell’impresa fiancheggiatrice, nel senso che l’impresa

dell’impresa

fiancheggiatrice diventa insolvente solo se e nei limiti in cui non riesce a rispondere dei suoi

debiti, cioè di quei debiti che sono ad essa imputati in base al criterio formale della spendita

del nome, e non risponde automaticamente dei debiti della società controllata,

ma solo se e nei limiti in cui abbia prestato garanzia per quei debiti. Quindi, il risultato è

questo: normalmente, se fallisce l’impresa controllata, fallisce l’impresa fiancheggiatrice, ma

non perché vi è un’automatica connessione fra le due, ma semplicemente perché

normalmente questa impresa fiancheggiatrice fornisce garanzie in maniera massiccia a

vantaggio di questa società, e quindi, se questa diventa insolvente, è molto probabile che

anche l’impresa fiancheggiatrice non sarà in grado di rispondere di quei debiti, e solo di

quelli, per i quali ha dato garanzia. Quindi è statisticamente probabile che, se cade una, cade

anche l’altra, ma non vi è alcuna automatica conseguenza, non c’è alcun rapporto giuridico fra

l’un fallimento e l’altro, non c’è alcuna automatica assunzione di responsabilità dell’impresa

fiancheggiatrice per i debiti della controllata; quella impresa fiancheggiatrice risponderà solo

di quei debiti che ha assunto in qualità di garante, e quindi rimaniamo sempre nell’ambito di

un criterio formale di imputazione dell’attività d’impresa.

INIZIO E FINE D’IMPRESA

Abbiamo visto come si imputa l’attività di impresa, e quindi quale soggetto acquista la qualità

di imprenditore in forza dell’esercizio di questa attività. Ora dobbiamo porci il problema di

quando un soggetto acquista la qualità d’ imprenditore e quando la perde, che è un problema

o la disapplicazione di tutti gli istituti

molto importante, perché comporta l’applicazione

connessi all’essere imprenditore, tutti gli istituti dello statuto dell’imprenditore, o in

particolare dello statuto dell’imprenditore commerciale se si tratta di una attività di impresa

commerciale. l’inizio dell’impresa, che è la parte più semplice. La fine dell’impresa è uno

Cominciamo con

dei problemi più tormentati del diritto commerciale.

L’inizio dell’impresa va distinto a seconda che l’acquisto della qualità d’imprenditore

avvenga da parte di un imprenditore persona fisica o di una società.

L’ACQUISTO DELLA QUALITA’ D’IMPRENDITORE DA PARTE DI UNA PERSONA

-

FISICA avviene in base al principio di effettività. Cioè non basta voler essere imprenditore

la tua attività d’impresa, quindi divieni

per essere imprenditore, ma devi veramente iniziare

imprenditore solo quando inizi a svolgere la tua attività di impresa.

Ora il problema è che iniziare una attività d’impresa però non si fa dall’oggi al domani, o

meglio non dall’oggi al domani si riesce a realizzare quella attività che si è programmata,

produrre il primo bene o il primo servizio, scambiare il primo bene o il primo servizio, prima

c’è tutta una fase in cui devi preparare la tua organizzazione, devi assumere dipendenti, avere

le autorizzazioni, comprare i macchinari, affittare i locali, avviare relazioni con i tuoi

fornitori, con le banche, non è una cosa semplice; in tutta questa fase preparatoria, che

potrebbe durare anche mesi, pensate quanto ci vuole per aprire un grande magazzino in una

città, e poi ci sono ipotesi anche più grandi, aprire una fabbrica, potrebbe durare anche mesi,

in tutta questa fase preparatoria si è già imprenditori oppure no?

Questa è una domanda molto importante, perché non solo in tutta questa fase preparatoria si

potrebbe già porre un problema di insolvenza: dovete sapere che per gli economisti, gli

economisti hanno bene individuato che la fase iniziale dell’impresa, start-up lo chiamano, la

fase iniziale dell’impresa è la fase più probabile in cui un imprenditore diventi insolvente,

perché gli inizi sono difficili per tutti, quindi potrebbe già porsi un problema di insolvenza;

ma non solo, già in questa fase si potrebbe porre un problema di rapporti con i propri vicini, i

quali potrebbero non essere molto contenti di avere un simpatico concorrente che apre proprio

accanto, e quindi iniziare con pratiche che non sono necessariamente leali, se sei già

imprenditore, puoi andare dal giudice ed azionare uno strumento formidabilmente efficace,

che è l’azione di concorrenza sleale,

se non sei ancora imprenditore, sei un problema, è un problema da risolvere secondo i rimedi

comuni, risarcimento del danno, insomma è difficile trovare una soluzione.

In tutta questa fase è importante sapere se sei già un imprenditore, e la risposta che si può dare

può essere ricavata dalla lettera dell’articolo 2082, quella famosa definizione di imprenditore

che, come vedete, in ogni sua frase ha un concetto: questo 2082 ci dice che è imprenditore

chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o

scambio di beni o servizi, cioè non dice che è imprenditore chi produce o scambia beni o

servizi, ma chi svolge un’attività finalizzata allo scambio di beni o servizi. Quindi dalla lettera

che l’attività che mi fa diventare imprenditore non deve essere già

del 2082 noi ricaviamo

produttiva, ma è sufficiente che sia finalizzata allo scambio di beni e servizi, allora

esattamente quando divento imprenditore, quando compro la prima auto o apro il conto

corrente bancario, o mi faccio dare la prima autorizzazione ? La risposta è che dipende,

dipende dalle circostanze, devi rispettare i requisiti del 2082, cioè un solo atto non è

sufficiente, è necessaria una attività, diventerai imprenditore quando gli atti che hai compiuti

sono tali da dare già vita ad una forma, sia pure embrionale, sia pure in itinere, di

organizzazione, quindi devono essere atti tali che ti hanno già consentito di assicurarti la

disponibilità di più fattori produttivi, e deve essere un’attività tale da non risultare

occasionale, da far comprendere che la svolgerai in maniera non occasionale, ma

professionale. Quindi anche in fase di organizzazione gli atti siano tali da far comprendere che

sono non occasionali e che stanno già dando vita ad una certa organizzazione, da questo

momento sei imprenditore.

Per le SOCIETA’ la giurisprudenza adotta un criterio diverso, dice che le società nascono

-

come imprenditori nel momento stesso in cui vengono costituite. Per le società non ci sarebbe

nel senso che, nell’istante stesso

quindi un principio di effettività, ma un principio formale,

in cui sono costituite, le società diventano automaticamente imprenditori. Non è necessario

che compiano un’attività di produzione, e non è necessario nemmeno che inizino a prepararsi

a produrre, che inizino almeno un’attività di predisposizione della produzione, per il solo fatto

di essere costituite sono imprenditori .

Come mai? Perché la giurisprudenza dice che per una persona fisica è necessario attendere

che questa metta in atto il suo proposito di diventare imprenditore costituendo questa

organizzazione volta a produrre, in quanto una persona fisica può anche cambiare idea, e

quindi, prima di comprendere che aver acquistato un computer è una attività volta a produrre

qualcosa, bisogna vedere a che cosa lo utilizza. La società invece nasce già con un fine

predeterminato e non mutabile, cioè svolgere un’attività d’impresa .Le società nascono già

come organizzazione di un’attività d’impresa, e quindi, per il solo fatto di essere state

costituite, già rispondono ai requisiti del 2082.

A questa tesi, tuttavia, si può anche replicare che una cosa è enunciare il proprio proposito di

svolgere attività di impresa, sia pure in forme solenni e irrevocabili, una cosa diversa è

realizzare il proprio proposito, e il 2082 richiede sicuramente che si svolga un’attività, e le

società potrebbero essere costituite e non iniziare mai un’attività d’impresa, anzi sappiate che

almeno ¼ delle società che sono iscritte nel registro delle imprese non hanno mai iniziato

un’attività d’impresa, queste sono società che servono ad altro, a gestire patrimoni

immobiliari, parleremo in altre lezioni delle società immobiliari di comodo, per il momento

sappiate che non è assolutamente un caso, moltissime società nascono col proposito o

dichiarano, sbandierano il proposito di volere esercitare attività di impresa e poi non lo fanno,

cioè la stessa distinzione fra enunciare un proposito e realizzarlo, o enunciare un proposito

il 2082 pretende che ci sia un’attività, cioè un inizio di realizzazione di

che resta tale. Poiché

questo proposito, non è corretta la posizione della giurisprudenza che si affida semplicemente

alla costituzione, che utilizza un criterio formale d’imputazione dell’attività d’impresa. Però

questo è molto importante per capire la fine dell’impresa.

FINE DELL’IMPRESA: cioè fino a quale momento io sono imprenditore. Perché nella fine

dell’attività di impresa noi ritroviamo negli orientamenti della giurisprudenza questa stessa

distinzione tra principio di effettività ( imp. Individuale), e principio formale (società).

- Imprenditore individuale.

Il problema è che qui ci si è messa anche la Corte Costituzionale con una serie di sentenze,

per cui adesso dovremo ricostruirlo il sistema finale, vedere come si è formato.

Allora, qui c’è una norma, che è la norma che forse ha il maggiore contenzioso delle norme di

diritto commerciale, cioè l’art. 10 della legge fallimentare: l’art.10 della legge fallimentare

dice che l’imprenditore può essere dichiarato fallito entro un anno dalla cessazione

dell’attività d’impresa. Quindi, dal momento in cui termini di essere imprenditore, non perdi

immediatamente la soggezione al fallimento, ma solo fra 1 anno.

Allora, che cosa dice la giurisprudenza?

La giurisprudenza dice : per l’imprenditore individuale si applica il criterio formale, il criterio

formale prevede che tu cessi di essere imprenditore quando interrompi la tua attività

d’impresa. Ora, badate bene, non è sufficiente abbassare le saracinesche del proprio locale,

perché quelle saracinesche potrebbero essere rialzate, ma non è nemmeno necessario che hai

liquidato ogni rapporto pendente, basta semplicemente che l’attività di risoluzione di tutti i

rapporti nati con l’esercizio dell’impresa (vendita di beni, pagamento di creditori, riscossione

di crediti) sia giunta ad un momento in cui è avvenuta la DISGREGAZIONE DEL

COMPLESSO AZIENDALE, cioè quella organizzazione che era stata creata per svolgere

l’attività d’impresa è stata a tal punto scompaginata dall’attività di liquidazione

(licenziamento dipendenti, privazione di materie prime) che non si potrebbe più riiniziare

una nuova attività d’impresa se non attraverso una nuova fase di organizzazione. Quindi

svolgere la sua attività d’impresa, si serve di

ciascun imprenditore, per poter

un’organizzazione, l’insieme dei beni che fanno parte di questa organizzazione si chiama

AZIENDA, l’azienda è disgregata nel momento in cui per iniziare a produrre ci si deve

nuovamente organizzare, non essendo più idoneo solo quello che è rimasto per svolgere

l’attività d’impresa.

- Le società.

Per le società la giurisprudenza adottava un criterio che invece era molto più severo rispetto a

quello dell’imprenditore individuale, perché applicando il principio formale diceva che la

società cessa di essere imprenditore nel momento in cui si cancella dal registro delle imprese.

Principio formale: si acquista la qualità d’imprenditore quando ci si iscrive nel registro delle

imprese e la si perde quando ci si cancella.

Il problema quale era?

In una piccola aggiunta che la giurisprudenza faceva a quest’affermazione diceva: tu ti puoi

cancellare dal registro delle imprese soltanto quando hai interamente concluso la tua

liquidazione (pagato fino all’ultimo debito che hai), se invece ti fosse cancellato, ma poi si

scopre che non avevi pagato fino all’ultimo debito questa cancellazione è una cancellazione

illegittima, non tale da consentirti di perdere la qualità d’imprenditore. Perché questa

la giurisprudenza veniva incontro all’esigenza di alcuni creditori

posizione? Questo perché

che normalmente si ricordano molto tardi dei loro crediti e che sono considerati molto

meritevoli di tutela, cioè il Fisco, si scopre che gli amministratori sbadatamente non avevano

pagato le tasse, e gli Enti Previdenziali, si scopre che gli amministratori sbadatamente

avevano dimenticato di avere 25 cinesi nel sottoscala, e non avevano pagato i contributi per

questi 25 cinesi.

Quindi, per venire incontro a questi creditori, la giurisprudenza diceva: fino a quando non hai

pagato l’ultimo debito, non ti puoi cancellare dal registro delle imprese, e quindi non perdi la

qualità di imprenditore, e quindi non decorre il termine dell’art. 10 l.f.

Il succo di questo discorso, però, era un po’ sconcertante nella sua brutalità, cioè il termine

per non fallire inizia a decorrere per le società dal momento in cui le società hanno pagato

tutti i debiti , e quindi comunque non potrebbero fallire. Una disparità di trattamento: se il

termine per il quale tu non fallisci più decorre da quando hai pagato tutti i debiti, come fai a

fallire se hai pagato tutti i debiti? Il risultato del discorso era: per gli imprenditori individuali

arriva un momento in cui sono salvi dal fallimento, anche se hanno debiti ancora pendenti, le

società no, perché sono esposte al fallimento finchè hanno l’ultimo debito da pagare. Disparità

di trattamento che molte volte è stata portata alla Corte Costituzionale, che riconobbe questa

disparità di trattamento prima con una sentenza interpretativa di rigetto, cioè queste sono

sentenze che interpretano, ma non sono vincolanti per l’interprete, e la Corte Costituzionale

disse, in questa sentenza interpretativa di rigetto, che l’art.10 doveva applicarsi da quando si è

cancellata la società dal registro delle imprese, punto, cioè anche se ci sono rapporti pendenti,

giurisprudenza, ti stai sbagliando, basta solo la cancellazione, anche se ci sono ancora debiti

non pagati, basta la cancellazione a far decorrere il termine, perché? Perché altrimenti la

conseguenza sarebbe quella che vi ho detto prima, che il termine non decorre mai finchè c’è

qualche debito da pagare.

La giurisprudenza prese atto di questa posizione della Corte Costituzionale, e rispose: molte

grazie di questa interpretazione, ma, siccome non è vincolante, io proseguo per la mia strada.

Allora la Corte Costituzionale è ritornata sul problema, nel 2000, e ha detto: sapete quale è

la novità? Visto e considerato che non ritenete la mia interpretazione sufficientemente

persuasiva, io adesso faccio una bella sentenza di incostituzionalità e vi impongo la mia

soluzione, per cui l’art. 10 l.f è stato dichiarato incostituzionale nella parte in cui non prevede

che per le società basta la cancellazione dal registro delle imprese per far decorrere il termine

previsto da questa norma per la dichiarazione di fallimento.

E’ una soluzione che pone tanti, tanti punti interrogativi.

E allora subito si è detto: cara Corte Costituzionale, ma tu non hai cancellato tutte le disparità

di trattamento, perché la cancellazione dal registro delle imprese alla fine della liquidazione,

anche se c’è qualche debito, avviene comunque molto dopo dalla disgregazione del complesso

aziendale, quindi, se io sono imprenditore individuale, decorre prima il termine, se io sono

società, decorre molto dopo, devo chiuderla la liquidazione, non basta che questa liquidazione

sia arrivata al punto che non potrei più riprendere la mia attività di impresa senza

che anche per l’imprenditore

riorganizzarmi, e la Corte Costituzionale ha detto: bene, diciamo

individuale la cancellazione dal registro è quella che fa decorrere il termine. Però attenzione,

siamo sempre in una sentenza interpretativa di rigetto, l’unica sentenza di incostituzionalità è

quelle che vi ho appena detto, quindi sono solo opinioni della Corte Costituzionale.

E la Corte Costituzionale, però, ha anche confermato: però, se tu inizi, il termine per le

persone fisiche potrebbe partire prima se tu dimostri, ma a questo punto sei tu che devi

cessato prima della cancellazione di fare l’imprenditore.

dimostrarlo, che hai

Restano altri dubbi aperti: e quelle società che non sono iscritte nel registro delle imprese,

perché, sapete, ce ne sono tante, si chiamano società irregolari, per queste da quando decorre

il termine?

Boh!

E cosa succede se qualche amministratore furbacchione cancella la società dal registro delle

imprese e non cessa di fare l’imprenditore?

Come vedete, la situazione è molto incerta allo stato.

Possiamo dire questo allora:

per l’imprenditore persona fisica si ritiene che basti la disgregazione del complesso aziendale

per perdere la qualità di imprenditore, ciò viene presunto dal momento in cui ti cancelli dal

registro delle imprese, se però vuoi dimostrare che hai smesso prima di fare l’imprenditore lo

puoi fare; per le società questo termine decorre più tardi, cioè è necessario, e non vi è

possibilità di dimostrare diversamente, che sei cancellato dal registro delle imprese, ma, e

questo è il lato positivo, se anche fosse rimasto qualche debito, ciò non impedisce il decorso

del termine per l’articolo 10.

Per le società che non sono iscritte nel registro delle imprese, nessuno sa allo stato che cosa si

debba applicare.

Tutte queste regole, con anche le lacune e le incertezze, saranno probabilmente trasposte tra

poco nella nuova legge fallimentare, che all’art. 10 vi condensa tutta la mia lezione.

Il fallimento dell’imprenditore che ha cessato l’esercizio dell’impresa può essere

Art. 10.

dichiarato entro un anno dalla cancellazione nel registro delle imprese, ma è fatta salva per

l’imprenditore individuale e solo per l’imprenditore individuale la facoltà di dimostrare il

momento di effettiva cessazione dell’attività da cui decorre il termine del primo comma.

Cioè e fatta salva solo per l’imprenditore individuale dimostrare: io ho smesso prima di

svolgere la mia attività di impresa.

Quindi: società: il criterio formale è inderogabile; imprenditore individuale: è solo una

presunzione, da quel momento hai certamente smesso di fare l’imprenditore; sarà vero?

Boh! Ma puoi dimostrare diversamente.

Una disparità di trattamento che viene codificata per legge, vedremo un po’ quanto reggerà.

LEZIONE

In questa lezione ci occuperemo dell’imprenditore commerciale non piccolo (in quanto ci

sono alcuni istituti che si applicano con particolari effetti sola a chi è qualificato come

imprenditore commerciale) e, quindi non agli imprenditore agricolo, non al piccolo

imprenditori. Lo statuto dell’imprenditore si compone di tre istituti:

-il registro delle imprese;

-le scritture contabili;

-la rappresentanza commerciale.

In realtà, la disciplina del registro delle imprese ora si applica anche agli altri imprenditore,

quindi a quello piccolo e a quello agricolo. Quello che caratterizza l’imprenditore

mentre la particolarità dell’imprenditore commerciale

commerciale sono alcune particolarità,

non piccolo si avverte tutta negli altri due istituti:

rappresentanza commerciale e scritture contabili. Cominciamo con IL REGISTRO DELLE

IMPRESE

Il registro delle imprese è un registro presso le camere di commercio, quindi in ciascuna

con mezzi informatici. E’ un registro in

provincia, cui gli imprenditori possono, in alcuni casi

devono debbono iscrivere alcuni fatti, alcune circostanze, alcuni atti, al fine di dare a questi

pubblicità. Cominciamo subito dalla fine, cioè dagli effetti, perché questo serve subito a

capire l’istituto a che serve. Normalmente la pubblicità in questo registro produce effetti di

L’efficacia dichiarativa che cos’è? Ce lo spiega

pubblicità dichiarativa(efficacia dichiarativa).

l’articolo 2193 c.c. Questo articolo dice che se la legge ti fa obbligo di scrivere qualche cosa

nel registro delle imprese e tu lo scrivi, effettui questa pubblicità, consegui un effetto positivo

per te, nel senso che puoi rendere opponibile questo atto a fatto a chiunque, anche se non lo

conosceva. La vera circostanza che questo atto o fatto sia conoscibile da terzi attraverso la

consultazione di un registro che è pubblico perché chiunque può andare vederlo, rendere

opponibile questo fatto nei confronti dei terzi: attenzione deve trattarsi di un fatto di cui la

legge fa obbligo di iscrizione. Se invece sei obbligato a farlo e non lo fai, hai una conseguenza

negativa. Cioè, se vuoi opporre quel atto o quel fatto ai terzi, devi dimostrare che lo

conoscono. (N.B. all’esame è un errore dire che i fatti non iscritti non sono opponibili, perché

non è vero. Non è che non sono opponibili mai, sono opponibili a condizione che dimostrate

la conoscenza del terzo a cui volete opporre, cosa difficile) Efficacia positiva: io iscrivo e

oppongo a chiunque e non mi interessa se sapevo o non sapevo. Efficacia negativa :non

iscrivo e quindi per opporre devo fare io la prova della conoscenza da parte del bene. Questo

perché molto spesso, certi atti o fatti, producono degli effetti solo se i terzi verso i quali si

devono produrre questi effetti o che vengono colpiti da questi effetti lo conoscevano.

Esempio: io ho un rappresentante, voglio limitare il potere di questo rappresentante, devo

iscrivere nel registro delle imprese la limitazione. Se non lo iscrivo non posso opporla ai terzi,

salvo che non dimostra la conoscenza di questa limitazione(esempio di opponibilità ai terzi).

Questa è l’efficacia normale del registro delle imprese. Per le società c’è una piccola

particolarità data dall’ articolo 2448 c.c. ed è questa: l’efficacia dichiarativa dell’iscrizione si

consolida solo dopo 15 gg dall’ iscrizione, il terzo non può dire io non sapevo, deve

dimostrare di essere senza colpe nell’impossibilità di conoscerla. Se io sono un imprenditore

nell’istante in cui è iscritto lo rendo opponibile. Se sono

commerciale individuale ed iscrivo,

una società iscrivo. Nell’istante in cui scrivo lo rendo opponibile salvo che il terzo non

dimostra di essere stato impossibilitato, senza colpa di conoscerla. Anche questa piccola

possibilità che viene data ai terzi ha una durata limitata di 15gg. Quindi c’è una piccola

particolarità che riguarda le società di capitali. Questa disparità di trattamento è dovuta al fatto

che per le società di capitali noi abbiamo dovuto applicare una direttiva comunitaria che ci ha

imposto di mettere questa eccezione che prima non c’era.

Quindi normalmente l’efficacia dell’iscrizione nel registro delle imprese è dichiarata cioè,

produce questi effetti. In alcuni casi può avere efficacia diversa: può essere una mera efficacia

di pubblicità notizia. Cioè ,la legge, per consentire ai terzi di poter conoscere questi fatti. Cio

non toglie che se l’imprenditore vuole opporre quei fatti occorre sempre la conoscenza da

parte del terzo. Quindi l’efficacia di pubblicità notizia si dice, ha mera funzione di consentire

,ma non aiuta in nessuna maniera l’imprenditore. Mentre l’imprenditore

la conoscenza

commerciale si avvantaggia dell’iscrizione. Chi invece iscrive con l’efficacia di pubblicità

notizia(è il piccolo imprenditore),subisce l’onere di dover fare questa iscrizione, ma non se ne

avvantaggia perché tutto quello che iscrive non è di per sé stesso opponibili ai terzi: deve

dimostrare che conosceva. Oppure deve avere efficacia costitutiva. Si parla di efficacia

costitutiva quando la legge prescrive che un certo atto venga iscritto nel registro delle imprese

e, fin quando non viene iscritto nel registro delle imprese, tale atto non produce effetto.

Ipotesi più tipica è la costituzione della società di capitali. La differenza con la pubblicità

che se io ,un atto lo devo iscrivere e non l’ho ancora iscritto, l’atto esiste e

dichiarata è,

produce i suoi effetti. Il problema è che se io questi effetti li posso opporre ai terzi. Nel caso

invece di efficacia costitutiva l’atto non iscritto non c’è ancora, non è perfezionato, nel senso

che non produce i suoi effetti perché non è terminato l’atto che lo fa venire in essere. Quindi

una società di capitali, fino a quando non viene iscritto nel registro delle imprese non esiste e

quindi non c’è un problema di opporre effetti: questi non ci sono se la società non viene

iscritta nel registro delle imprese. Ultima ipotesi: efficacia normativa. Cosa significa?

Significa che certi atti cambiano i loro effetti se vengono iscritti nel registro delle imprese.

Questo è un fenomeno che caratterizza le società di persone. Mentre le società di capitali non

esistono prima dell’iscrizione nel registro delle imprese, quindi hanno un efficacia costitutiva.

Le società di persone esistono per il solo fatto che sono state costituite attraverso un patto tra

soci. Devono essere iscritte nel registro delle imprese. Se non viene iscritta, la società esiste

però e costretta ad una disciplina più svantaggiosa per i soci e, per questo viene chiamata

società irregolare. L’iscrizione comporta il passaggio di questa società che esiste, dal regime

della società irregolare, che comporta tutta una serie più vantaggiosa per i soci nei rapporti

L’iscrizione cambia la disciplina applicabile alla società di persone

con i terzi. e, in questo si

dice che una efficacia normativa in quanto incide sulla disciplina che si applica.

Riepiloghiamo: se non è detto niente, che la legge prescrive di iscrivere un atto nel registro

la regola è l’efficacia dichiarativa. Nel caso del piccolo imprenditore,

delle imprese, la regola

è l’efficacia di pubblicità notizia, quindi non consegue l’effetto di opponibilità: società di

capitali, alcuni atti hanno un efficacia costitutiva, società di persone efficacia normativa. Da

questo panorama consegue l’ipotesi principali che l’iscrizione nel registro delle imprese ha

una efficacia dichiarativa quindi efficacia vantaggiosa per l’imprenditore. L’impresa ha

interesse a poter iscrivere nel registro delle imprese per poter opporre più facilmente atti o

fatti a tutti anche se non lo conoscono. Di qui la necessità di costituire il registro delle imprese

che ha avuto una storia molto travagliata perché era gia stato previsto nel 1942 dal codice di

origine. Il codice di origine prevedeva il registro delle imprese che non venne mai attuato fino

al1993. Passarono parecchi anni perché non vennero mai fatti i regolamenti di attuazione e

quindi, in questo lunghissimo periodo transitori solo alcuni imprenditori iscrivevano alcuni

atti nel registro delle imprese. Sostanzialmente le società potevano iscrivere nella cancelleria

delle imprese pochissimi atti che riguardavano l’imprenditore individuale, inoltre, c’erano

altre forme di pubblicità che sono state soppresse. Adesso finalmente è stato attuato il registro

delle imprese le camere di commercio in forma informatizzata. Il registro delle imprese

prevede una sezione ordinata e 3 sezioni speciali. Nella sezione ordinaria, si iscrivono una

serie di imprenditori: gli imprenditori individuali, le società commerciali, le società straniere

con sede oggetto principali in Italia, i consorzi tra imprenditori. Se ve le ricordate è meglio

altrimenti c’è una scorciatoia: attualmente si iscrivono nel registro delle imprese tutte le forme

di imprenditori ad eccezione degli enti pubblici che esercitano un’attività di impresa in via

accessoria(sono le imprese di cui abbiamo parlato nella lezione precedente),tranne qualche

piccola eccezione tutti gli imprenditori si iscrivono nelle sezione ordinaria ad eccezione degli

imprenditori agricoli, i quali, si iscrivono nella sezione speciale.

Esiste invece una sezione speciale in cui si iscrivono solo le società tra avvocati(il perché non

si sa). Un tempo la distinzione tra sezione speciali e sezioni ordinarie, aveva un significato

profondo: sezioni ordinarie, erano quelle che si iscrivevano con efficacia dichiarativa, sezioni

speciali quelle che si iscrivevano con efficacia di pubblicità notizia. Infatti, quando è stata

fatta questa distinzione nel1983,l’imprenditore agricolo e il piccolo imprenditore, avevano

efficacia di pubblicità notizia. La società di avvocati si iscrivono nella sezione speciale perché

c’è una logica intrinseca che è venuta

si iscrivono con efficacia di pubblicità notizia. Quindi

nel 2001,l’ispezione dell’imprenditore agricolo è dichiarativa. Ci sono una

meno in quanto,

serie di elementi che vanno registrati. Ad esempio, se siete un imprenditore ,dovete iscrivere i

l’oggetto,

vostri dati anagrafici, la ditta il nome che utilizzate, le procedure date ai

Se ad esempio diete una società c’è una lista da

rappresentanti o limiti a questa procura.

l’atto costitutivo,

scrivere: la nomina e la revoca degli amministratori, i sindacati ecc. Cosa

importante è il principio della tipicità delle iscrizioni. Tale principio prevede che si possa

iscrivere nel registro delle imprese solo quello che la legge prevede o fa obbligo che sia

iscritto in tale registro. Fra queste cose ci sono sicuramente tutti gli elementi che servono ad

identificare l’imprenditore e la sua struttura organizzativa(dati anagrafici, sede, oggetto

ecc.),sono tutti dati che servono ad avere rapporti con i terzi. Ciò comporta che ci debba

essere un filtro all’iscrizione, qualcuno che li controlli: questo filtro viene fatta da un

”conservatore del registro delle imprese”. Questi si limita a

funzionario che si chiama il

verificare la regolarità formale degli atti. Regolarità formale degli atti significa che quello che

l’imprenditore chiede di l’atto

iscrivere sia presenti le formalità previste dalla legge. Esempio:

costitutivo di società per azione deve essere fatto per atto pubblico. La legge chiede che venga

valutata la veridicità di quello che si chiede di iscrivere. Quello che la legge non prevede, non

può e non deve fare il conservatore è, valutare la validità formale degli atti che gli si chiede di

iscrivere. Cioè può vedere se l’atto costitutivo sia stato fatto nella forma dell’atto pubblico,

ma non può se le clausole che ha scritto dentro siano valide oppure no. Questo controllo viene

fatto dal notaio. Il conservatore può rifiutare l’iscrizione. E’ possibile ricorrere contro questa

decisione. Esiste un giudice che il tribunale delega apposta per verificare tutte queste

il giudice del registro. E’ possibile fare il ricorso entro 8gg.

controversie: si chiama

SCRITTURE CONTABILI

Sono obbligati a tenere le scritture contabili tutti gli imprenditori commerciali non piccoli: i

piccoli imprenditori e gli imprenditori agricoli. Questa regola conosce solo una eccezione

:tutte le società, tranne la società semplice, sono obbligate ad avere le scritture contabili anche

se non svolgono attività commerciali. Le scritture contabili si pongono ad una esigenza

propria dell’imprenditore. Per scritture contabili si intende una serie di documenti che

rappresentano gli atti di gestione e l’andamento dell’impresa. Sono obbligatorie quelle

scritture contabili cui la legge dà un indicatore minimo e un indicatore massimo. Per quanto

riguarda l’indicatore minimo, in realtà l’art. è il 2214 c.c. Sono obbligatori:

-il libro giornale;

-il libro degli inventari;

-la conservazione della corrispondenza. tutto quello che l’imprenditore fa. Per questo

Nel libro giornale si scrive giorno per giorno,

cronologico e analitico. E’

motivo, si dice è un libro cronologico, perchè segue un ordine

E’ analitico, perché l’imprenditore deve spiegare fatto per fatto gli atti di impresa

cronologico. l’inventario

che ha compiuto. Il libro degli inventari è un libro periodico sistematico. Cioè, si

fa una volta l’anno. Questo inventario non descrive l’andamento dei singoli atti di impresa,

ma descrive una volta l’anno quale è l’elenco di tutte le attività e le passività che fanno capo

all’imprenditore. Questo elenco può essere sintetizzato in un unico documento che chiude

l’inventario che raggruppa per categoria tutte le attività e tutte le passività. Questi documento

che sintetizza l’inventario si chiame bilancio. Per quanto riguarda la conservazione della

corrispondenza, ogni volta che spedite una lettera, dovete conservare una copia per 10 anni(10

anni perché è il termine di prescrizione dei diritti). Tutte queste scritture possono essere tenute

anche per via elettronica.

Che cosa succede se un’impresa non tiene le scritture contabili? Niente fin che va tutto bene.

Se le cose vanno male e l’imprenditore diventa insolvente va in prigione, in quanto comporta

il termine di banca rotta. Inoltre non consente di accedere ad una serie di istituti che

sono i privilegi. L’imprenditore non può

permettono di evitare la banca rotta: questi istituti

usare le scritture contabili a suo favore: efficacia probatoria. Questa ultima è sia a favore e sia

contro l’imprenditore. Il terzo istituto che caratterizza l’imprenditore commerciale è quello

della rappresentanza commerciale. Ci sono norme che disciplinano la rappresentanza

commerciale nell’ambito delle imprese in generale. Nella società di capitali e nella società di

persone non sono le stesse ma ci sono delle differenze ma si collocano tutte nella traccia di

due principi che sono propri del diritto commerciale che lo distinguono dal diritto civile. Per

capire la differenza dobbiamo partire dalla disciplina del diritto civile. In una precedente

lezione abbiamo detto che l’istituto della rappresentanza è un istituto strategico in quanto,un

uomo riesce a trovare la collaborazione di altri uomini. IL diritto commerciale vede la

rappresentanza come assoluta necessità ed è un elemento fondamentale per garantire il

progresso economico di una società. Nella rappresentanza di diritto civile le regole sono tutte

volte a proteggere i dominus. Prima regola: se qualcuno ti si presenterà un giorno come mio

rappresentante, devo essere io d avergli dato i poteri; perché lui ha potere di rappresentanza

solo nei limiti in cui io ho veramente difficoltà. Quindi devo aver fatto una procura ,un atto

positivo con cui gli do i poteri necessari che lui non ha e, che sono limitati dalla procura

stessa. La procura non può essere revocata. In questo caso c’è un piccolo interesse per il terzo

perché deve pubblicizzare mezzi idonei. Colui che sta meglio nella situazioni del falso

speculato è il rappresentante. L’atto del falso speculato non produce effetti. Colui che sta nella

situazioni del falso speculato è il terzo che ha concluso un negozio che non produce effetti ma

potrebbe produrli. Se il dominus vuole ratificare questo atto ha il potere di farlo. Il tempo se

non è previsto significa mai. Ci sono alcune ipotesi in cui il D. commerciale conosce regole

diverse. In alcune ipotesi specifiche valgono regole che sono più vantaggiose per i terzi. Per

valgono regole specifiche perché sono all’interno

cui istitori, commessi procuratori,

dell’organizzazione delle imprese. Queste ipotesi, che si discostano dalla rappresentanza di

diritto civile, queste ipotesi tipiche di collaborazione sono due:

1) principio di coincidenza tra potere rappresentativo e potere digestione;

2) principio di inopponibilità delle limitazioni non pubblicate.

Questi due principi significano il sovvertimento delle regole proprie del diritto civile. Il primo

principio(che è un principio comune ma non è attuato in maniera identica in tutte le cose) è

per certi tipi di ausiliari dell’imprenditori il potere di rappresentanza discende dal solo

questo:

fatto che quegli ausiliari sono stati proposti per certi mansioni che lo pongono a contatto con i

terzi. Non c’è bisogno di una procura: il solo fatto che io ti ho dato quei compiti comporta

automaticamente anche il potere di rappresentanza. L’ambito del potere di rappresentanza è

rapportato al tuo potere di gestione. Il dover decidere di realizzare alcuni atti in autonomia,

non solo li possono decidere, ma li possono anche realizzare spendendo il nome

dell’imprenditore. L’ imprenditore non deve dare una procura e non deve dire quali sono i

limiti del potere di rappresentanza perché tutto ciò discende dalla legge per il solo fatto che lui

si serve di un collaboratore che ha certe funzioni. Questa regola non è inderogabile.

L’imprenditore non può sottrarre potere di rappresentanza a questi soggetti, però, queste

limitazioni che normalmente discenderebbe dalla legge, deve essere opponibili ai terzi

’tutto il contrario di quello che avviene nel diritto

attraverso idonee forme di pubblicità. E

civile. Questi sono i tre principi che vengono attuate nelle tre figure tipiche della

rappresentanza commerciale. Questi sono tre: gli istitori, i procuratori e i commessi. Articolo

2203 c.c. L’istitore è colui che viene posto a capo di queste tre cose:

- imprese,

- sede secondaria;

- ramo delle impresa.

Questo ultimo vale per le imprese che producono più prodotti diversi: sono imprese multi

produce sia moto e sia strumenti musicali.(N.B. l’errore che

funzionali. Esempio la Yamaha

si fa maggiormente all’esame, è dire che l’istitore è colui ha il potere di rappresentanza.

Bisogna prima individuare l’istitore e poi ne discende il potere di rappresentanza.) L’istitore è

il vertice assoluto o relativo della piramide che compone normalmente l’azienda e, quindi, ha

poteri più estesi di decisione autonoma. Questo comporta che ha degli obblighi che

normalmente gravano sull’imprenditore e anche delle responsabilità. L’istitore deve tenere le

scritture contabili e deve provvedere all’iscrizione nel registro delle imprese.

Conseguentemente l’istitore è anche soggetto alle sanzioni che gravano sull’imprenditore

inadempiente. Veniamo al potere di rappresentanza: principio di coincidenza tra il potere di

gestione e il potere di rappresentanza. L’istitore ha il potere per legge di rappresentare

l’imprenditore in tutti gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa a cui è preposto. Quindi se è

preposto a tutte le imprese, potrà realizzare in nome dell’imprenditore, tutti gli atti pertinenti

all’esercizio di questa impresa. Se preposto ad una sede, potrà compiere solo gli atti pertinenti

ad una sede, se è preposto ad un ramo, potrà compiere solo gli atti pertinenti ad un ramo.

Tutti? No esiste una piccola eccezione. Non può alienare o ipotecare beni immobili se non è

specificatamente autorizzato. Questa è una regola che ricorda quanto è vecchio il codice,

perché nel 1942 si pensava che alienare un bene immobile fosse un atto di tale gravità che

l’istitore dovesse necessariamente farsi autorizzare dall’imprenditore. Il codice del 1942 non

è nei beni immobili. E’ rimasto questo del passato:

immaginava che adesso vera ricerca

l’istitore può fare tutto salvo alienare o ipotecare beni immobili. L’imprenditore può limitare


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher edlin57 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Rubino De Ritis Massimo.

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