Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Cass. Civile , 488/ 2003: La causalità omissiva. B) 2.2

Un’automobile si schianta all’imbocco di una galleria contro lo spigolo della

medesima, non debitamente protetto dalla barriera prescritta dalla legge e da

un’apposita circolare del Ministero dei lavoro Pubblici.

Gravissime le conseguenze: un passeggero muore, mentre il conducente ed un

secondo passeggero riportano devastanti lesioni.

La Corte d’appello aveva escluso la responsabilità civile della società concessionaria

dell’autostrada, ritenendo che l’ efficienza causale dell’omessa collocazione della

barriera era ignota, dacché non erano verificabili elementi considerati concause del

sinistro, quali la velocità dell’automobile e la sua traiettoria. In altri termini, non può

essere fatta alcuna valutazione sull’esistenza di un nesso causale tra la condotta

omissiva dell’Ente ed il sinistro.

La Cassazione ritiene invece che, in base agli ordinari criteri di regolarità causale, la

mancanza di una barriera è idonea a provocare eventi del tipo di quello in concreto

verificatosi, o ad aggravarne le conseguenze, tanto più che tale barriera era prescritta

dalla legge: in sostanza si è avverato il rischio tipico che la condotta omissiva

doveva contenere entro più ridotte possibilità.

Per ciò che riguarda il nesso causale, è ammessa l’applicazione dell’art. 41 c.p. ,

essendo norma di portata generale secondo cui tutte le concause si ritiene abbiano

equivalente efficienza causale, a meno che si dimostri l’esclusiva incidenza di una di

esse. Per queste ragioni l’omessa collocazione della struttura protettiva è da ritenersi

concausa del sinistro, pur restando ignoto il suo grado di efficienza causale.

Il ricorrente inoltre lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. , in

quanto la Corte d’appello ha ritenuto irresponsabile per la custodia la società

concessionaria dell’autostrada, ritenendo che la demanialità del bene custodito, la sua

estensione e l’uso diretto e generale che se ne fa non consentono una vigilanza idonea

ad evitare situazioni di pericolo, dovendosi applicare l’art. 2043, come norma

codificatrice del più generale principio del neminem ledere; l’ente concessionario

risponde quando cagiona direttamente una situazione di pericolo o quando,

colposamente, non rimuove una situazione di pericolo alla circolazione che è nota ad

esso. Una pronuncia della Corte Costituzionale ha però sancito che la responsabilità a

titolo di custodia dell’ente gestore va valutata in relazione al caso concreto: se le

circostanze consentono un’adeguata attività di vigilanza che valga ad impedire

l’insorgere di pericoli per gli utenti, l’omessa vigilanza comporta responsabilità ex

art. 2051 c.c. .

Non essendo emersa dal concreto atteggiarsi dei fatti una tanto grave difficoltà

dell’ente gestore nella custodia dell’autostrada, esso risponde ai sensi dell’art. 2051

c.c. .

Cass. civ. S.U. , 17 febbraio 1995, n°1712: interessi e rivalutazione

( 3.3).

Il presupposto di fatto da cui ha origine la controversia è una disgrazia: nel marzo del

1971 a Napoli in un fabbricato si apre al pian terreno una voragine che inghiotte un

uomo: il Comune dispone la demolizione, sia per motivi di sicurezza, sia per rendere

possibile il recupero della salma.

La proprietaria dell’immobile ricorre al giudice amministrativo, che dichiara

l’annullamento per illegittimità dell’ordinanza di demolizione; su questi presupposti,

la proprietaria trascina in giudizio il Sindaco, rappresentante ex lege del Ministero

dell’Interno, chiedendogli il risarcimento. Respinta in primo grado, l’istanza

dell’attrice viene accolta in Appello, ritenendo la Corte che la P.A. è tenuta a risarcire

il danno derivato da un suo atto illegittimo, indipendentemente dalla colpa, e che

andava risarcito il valore rivalutato del fabbricato,più gli interessi sulla somma

rivalutata, pari a lire 494.000.000 (il valore dell’edificio ai tempi della demolizione

era stato stimato da C.T.U. circa 60.000.000).

Ricorre in Cassazione il Ministero dell’interno, sulla base di tre motivi.

I Motivo:

a)L’attività di demolizione era casualmente sconnessa all’ordinanza del Sindaco;

b) vi è difetto di legittimazione passiva del convenuto.

La Corte reputa infondato il motivo, sia perché il Sindaco è Ufficiale del Governo,

sia perché la demolizione era la conseguenza dell’ordinanza sindacale, anche se

questa in realtà era stata notificata tardivamente alla proprietaria, dopo la demolizione

della casa.

II Motivo: La sentenza viene censurata per avere recepito acriticamente le

risultanze di una C.T. “discutibile”.

Il motivo è inammissibile dacché non essendo concretamente contestati i criteri logici

adottati dal giudicante, si risolve in una richiesta inammissibile di riesame del merito.

III Motivo: denunciando violazione e falsa applicazione degli art. 1219 e 1224

c.c. , il Ministero ritiene che gli interessi vadano calcolati sul valore iniziale del bene

ed i successivi mutamenti, determinati dalla svalutazione della moneta, e non sulla

somma già rivalutata, provocando il criterio adottato un ingiustificato arricchimento

del danneggiato.

Il motivo è ammissibile per quanto di ragione.

La Corte d’Appello ha aderito all’orientamento prevalente a suo tempo, secondo cui

gli interessi si calcolano sulla somma rivalutata: in tal modo il danneggiato,

percependo il valore rivalutato del bene, è reintegrato nella situazione patrimoniale

precedente all’illecito, e gli interessi hanno funzione “compensativa”.

Tale criterio di calcolo non è condiviso dalla Cassazione; il debito di interessi è per

sua nature un debito di valuta, il cui ammontare è stabilito in misura fissa.

Attribuendo gli interessi sul capitale rivalutato alla liquidazione del credito si

sconfinerebbe in una sorta di anatocismo, vietato dall’art 1283 c.c. ; la definizione

degli interessi come “compensativi” è abbastanza discutibile, e richiama una norma

dispositiva che non ha ragione di essere invocata, ovvero l’art. 1499 c.c., in materia di

obbligazioni del compratore, tenuto a “compensare” il venditore dell’interesse sul

prezzo non pagato di un bene fruttifero già consegnato.

Sarebbe pertinente restare invece nell’ambito dei fatti illeciti, e sufficiente il richiamo

all’art 2056 c.c. : per il rinvio all’art. 1223, il risarcimento dovuto al danneggiato

include sia la perdita subita, risarcibile “per equivalente” e rivalutata periodicamente

con l’applicazione degli indici di svalutazione, sia il mancato guadagno, cioè

l’impossibilità di fare fruttare la somma, se fosse stata pagata subito. Questo danno va

liquidato pagando gli interessi, ad un tasso che non è necessariamente quello legale, e

che va stabilito tenendo conto di tutte le circostanze, obbiettive e soggettive, inerenti

la prova del pregiudizio per il mancato godimento – nel tempo – del bene o del suo

equivalente in denaro; gli interessi medesimi si calcolano poi sul capitale man mano

rivalutato, secondo gli indici adottati.

Resta da dire che è salva la possibilità di provare concretamente un danno diverso e

maggiore. Solo così è possibile ristabilire la posizione patrimoniale nella quale si

sarebbe trovato il danneggiato senza l’illecito e senza che fosse stato frapposto ritardo

nel risarcimento.

La Corte cassa con rinvio la sentenza impugnata. In calce alla sentenza è

consultabile la giurisprudenza abbondantemente richiamata dalle SS.UU. per la

soluzione del contrasto.

Cass. Sez. III, 10 settembre 1999, n.9617: Responsabilità del medico per

mancata realizzazione del risultato.

Desiderosa di un intervento chirurgico che le procurasse una definitiva infertilità,

Tizia si era rivolta al dottor Caio, il quale le aveva praticato un intervento

ambulatoriale di “incollaggio” delle tube, la cui metodica, a detta del medico, “se non

perfetta, era sicura al 100%”. Nonostante tali rassicurazioni, dopo l’intervento la

paziente rimane incinta, e pertanto cita dinanzi al pretore il medico, chiedendo la

risoluzione del contratto di prestazione d’opera sanitaria e la ripetizione del

corrispettivo, pari a lire un milione, accertato che l’oggetto del contratto fosse il

“risultato” della sua infertilità.

Il pretore rigetta la domanda, ritenendo la prestazione del medico un’obbligazione di

mezzi.

Sul gravame opposto dalla soccombente, il Tribunale decideva a favore di ella,

essendo emerso dal dibattimento e dalle deposizioni di terzi che il medico aveva

proposto quale metodo sicuro, anche se non del tutto perfetto, quello di fatto

adoprato, omettendo tra l’altro di comunicare alla paziente, contro una prassi

abbastanza diffusa, i margini di insicurezza, ben noti dalla casistica, e la cui

conoscenza radica nel paziente il c.d. “consenso consapevole”.

Ricorre in Cassazione il medico.

Egli ritiene che il Tribunale abbia erroneamente interpretato le clausole contrattuali, e

contrappone la sua interpretazione: la Corte tuttavia non può sindacare nel merito la

decisione del Tribunale, ed i vizi logici di cui si duole il ricorrente non vengono da

questi affatto dimostrati.

Il Tribunale si uniformò al consolidato orientamento della giurisprudenza secondo cui

mentre nell’obbligazione di mezzi al debitore è richiesta la diligente osservanza del

comportamento pattuito, indipendentemente dalla “fruttuosità” rispetto allo scopo

perseguito dal creditore, nell’obbligazione di risultato l’adempimento coincide con la

piena realizzazione dello scopo perseguito dal creditore, indipendentemente

dall’attività e dalla diligenza spiegate dall’altra parte per conseguirlo, tant’è che se

l’attività dell’obbligato, quantunque svolta con diligenza, non sortisce il risultato

pattuito, ne consta il suo inadempimento.

In definitiva, essendo emerso nel merito che l’oggetto del contratto fosse il risultato

dell’infertilità della donna, la domanda del ricorrente consiste in una richiesta di

riesame nel merito, inammissibile in sede di legittimità.

La colpa professionale ( pag. 96). Obbligazioni di mezzi e di risultato.

Nel valutare la responsabilità del prestatore d’opera, nell’ipotesi in cui questi è

chiamato a risolvere problemi tecnici di speciale difficoltà, il codice dà una risposta

ponderata: l’art 2236 infatti esime da responsabilità il professionista nelle ipotesi di

colpa “ lieve”; come risulta dalla “relazione al Codice civile”, con questa norma il

legislatore voleva incoraggiare l’intervento del professionista in casi difficili senza il

timore di rappresaglie da parte dei clienti nei casi di insuccessi. Ma la

sedimentazione giurisprudenziale ha stravolto tali intenzioni, essendosi consolidato

che il professionista risponda sempre solo in caso di dolo o colpa grave, essendo

di conseguenza immune da responsabilità per colpa lieve,anche fuori dell’ambito dei

casi di speciale difficoltà.

Va premesso anzitutto che chi esercita un’attività professionale, ex art. 1176 deve

svolgerla con la diligenza che ad essa conviene: è fondamentale, ad una simile

indagine, il confronto tra l’attività del professionista egli eventuali codici

comportamentali ( deontologici) della categoria d’appartenenza. Solo se a fronte di

tali regole nulla si può rimproverare al professionista, ecco che, dinanzi casi difficili

(o perché poco studiati, o perché attorno ad essi vi sono contrasti insuperabili o

altro ancora)egli risponde solo se la sua colpa è grave o la sua condotta lesiva è

preordinata.

Nel dibattito dottrinale, cui spesso attinge implicitamente la giurisprudenza, le

obbligazioni del professionista vengono definite “di mezzi”, dacché questi si

impegna a prestare la propria opera professionale a favore del creditore con la

diligenza che il già citato art 1176 definisce correlata alla natura dell’attività

esercitata; il mancato raggiungimento delle finalità del creditore, estranee dal

contratto, non consiste affatto in un inadempimento; per fare qualche esempio,

l’adempimento dell’obbligo di patrocinio legale di un avvocato non dipende

dall’esito assolutorio del procedimento a carico del suo assistito, alla stessa maniera

in cui l’adempimento della prestazione sanitaria del medico non dipende dalla

guarigione del paziente.

Nelle obbligazioni “ di risultato” l’adempimento coincide con la piena realizzazione

dello scopo perseguito dal creditore, indipendentemente dalla attività e dalla

diligenza spiegata dal debitore:se ad esempio il committente richiede all’appaltatore

la costruzione di un edificio, costui adempie al proprio obbligo costruendolo come

da contratto.

È pertanto la determinazione dell’oggetto del contratto il procedimento ermeneutico

preliminare ad ogni affermazione su obbligazioni di mezzi o risultato. Nella sentenza

che abbiamo esaminato tale risultato doveva essere l’infertilità della paziente, da

ottenersi attraverso un intervento di incollaggio delle tube; benché l’attività sia stata

prestata (e questo è pacifico), è mancato il risultato, per cui l’obbligato è da

ritenersi inadempiente.

Per quanto riguarda l’onere della prova, nelle obbligazioni di mezzi il creditore deve

provare la negligenza del debitore nell’esecuzione della prestazione;nelle

obbligazioni di risultato il creditore deve provare l’inadempimento, ed il

debitore,per esimersi da responsabilità, dovrà eccepire, ex art. 1218, che

l’inadempimento è determinato da causa a lui non imputabile.

Cass. Civ. sez. un. , 5.04.1986, n°2368 : debiti di valuta e rivalutazione

monetaria (3.1)

A seguito di un contratto di appalto, nel 1956 la società appaltatrice consegnava

all’ente pubblico committente un edificio; contestualmente l’impresa chiedeva la

revisione dei prezzi, come concordato in capitolato.

L’ente committente determinava la revisione attribuendo all’appaltatrice circa lire

86.700.000, e nell’adottare tale statuizione ricorreva ai criteri liquidatori determinati

dal d.l. C.P.S del 6 dicembre 1947 e non dal r.d. 1296 del 1938, espressamente

richiamato in capitolato: riteneva infatti concluso l’appalto nel giugno del 1948 e non

nel maggio del 1947.

Ricorsa al Consiglio di Stato, la società costruttrice vedeva accogliere la sua richiesta

a determinare la revisione secondo la normativa vigente all’epoca della conclusione

del contratto, maggio 1947 appunto, risultandole un credito di circa 160.000.000. Lo

stesso giudice amministrativo dichiarava che il committente doveva gli interessi

legali dal 1956 al 1974, anno della sentenza.

Nell’aprile del 1976 la società conveniva in giudizio l’ente committente per ottenerne

la condanna al pagamento di lire 260.000.000, quale risarcimento del danno per

svalutazione monetaria, consequenziale al comportamento colpevole e negligente

dell’ente; il Tribunale però rigettava l’istanza, negando che la società poteva vantare

una posizione di diritto soggettivo al compenso revisionale.

La Corte d’appello, con sentenza del 1 ottobre 1982, riformava la pronuncia gravata,

condannando l’ente al pagamento di lire 200.000.000 a titolo di risarcimento di danni,

oltre gli interessi a decorrere dal 1956; secondo la Corte - che escludeva come il

giudice di primo grado la mancanza di un diritto soggettivo della società - la

determinazione dell’ente era inficiata da colpa, dacché esso arbitrariamente aveva

considerato un diverso termine iniziale del rapporto, per potere così determinare la

revisione dei prezzi sulla scorta di criteri liquidatori successivi e più favorevoli.

Tale condotta dava luogo a responsabilità per colpa contrattuale , con l’obbligo ex

art. 1218 c.c. di risarcire il danno consistente nel ritardo di circa 18 anni nel

pagamento della differenza tra l’importo revisionale concesso e quello dovuto, danno

che doveva commisurarsi avendo riguardo agli indici del costo della vita, e che la

Corte, come detto , liquidava in 200.000.000.

Ricorre in cassazione l’ente committente.

I motivo : il ricorrente si duole in quanto la corte, pur concordando con il Tribunale

l’esclusione di un diritto soggettivo al compenso revisionale in capo all’appaltatore,

ha riconosciuto un obbligo giuridico dell’appaltante, idoneo a dare luogo all’illecito

contrattuale.

La corte premette che secondo la normativa pubblicistica, nell’appalto per

l’esecuzione di opere pubbliche, l’ attribuzione all’appaltatore di un compenso

revisionale è discrezionale nell’an e nel quantum; se tuttavia l’ente riconosce la

revisione dei prezzi all’appaltatore, tale riconoscimento fa sorgere tra le parti un

rapporto obbligatorio di diritto comune, ed il committente è tenuto a ad applicare,

nella determinazione del compenso, i parametri liquidatori stabiliti dalla normativa

vigente all’epoca della stipula dell’appalto, e non già quelli, più favorevoli,

determinati da una norma di poco successiva.

Ne è conseguenza che l’appaltatore ha diritto non solo agli interessi su gli importi

revisionali, a decorrere dalla data del riconoscimento della revisione, ma anche al

risarcimento del maggior danno, ex art. 1224,2 essendo in colpa l’ente concedente.

Nonostante l’errore della Corte nell’individuazione della fonte del rapporto

obbligatorio, la sentenza impugnata in parte qua deve essere tenuta ferma.

II motivo: si articola in tre distinte censure;

se il diritto al compenso revisionale scaturisce dalla deliberazione unilaterale

a) dell’ente committente, è da tale momento che devono essere computati gli

interessi moratori; la censura è abbastanza ovvia e fondata, e viene pertanto

accolta.

b) Trattandosi di un’obbligazione pecuniaria (debito di valuta),il ritardo

nell’adempimento implica la corresponsione degli interessi moratori, e

l’eventuale maggiore danno risentito dal creditore deve essere provato, ex

art. 1224,2: qui manca invece ogni prova o allegazione atta a dimostrare che

il puntuale pagamento avrebbe consentito all’appaltatore di evitare il

depauperamento inflazionistico.

Questa censura occupa un rilievo centrale, perché l’automatismo della

rivalutazione delle somme ha dato luogo a contrasti giurisprudenziali.

Vale la pena richiamare, in linea di massima, la giurisprudenza di tre sentenze;

- 123/83: la mora del debitore trasforma l’obbligazione pecuniaria in debito

di valore; di conseguenza non si applica il principio nominalistico (il debito si

estingue pagando il “ valore nominale”), e l’obbligazione si estingue pagando la

somma incrementata degli interessi, che sebbene definiti moratori, non hanno

funzione risarcitoria, trovando giustificazione nella naturale redditività del

denaro.

Il deprezzamento della moneta, che è un danno collettivo per comune esperienza,

procura al creditore un ulteriore danno che va risarcito quanto meno in base agli

indici ufficiali dell’inflazione.

651/84: il danno da svalutazione è “ in re ipsa”, non necessita cioè di essere

- provato; spetta invece al debitore provare il caso “eccezionale” in cui tale

danno non si produce.

3356/ 85: il creditore dovrà limitarsi a dedurre la svalutazione, chiedendo la

- liquidazione del danno in base a gli indici ufficiali; il creditore dovrà dare la

prova ( assai ardua) che il fenomeno inflazionistico non ha inciso sulla

consistenza dell’obbligazione.

Oggi la Cassazione rimedita questi precedenti orientamenti, ed afferma che ai

debiti di valuta si applica sempre il principio nominalistico: l’efficacia liberatoria

della moneta avente corso legale secondo il suo valore nominale è un principio

inequivocabilmente espresso dall’art. 1277 c.c. ; la funzione risarcitoria degli

interessi moratori, come indennizzo forfetario del danno risentito si evince senza

dubbio alcuno dalle espressioni “ maggior danno” e “ulteriore risarcimento” del

1224,2. Se poi si ammette come “ontologico” il danno da svalutazione, quali

possibilità restano al debitore di dimostrare l’ininfluenza del fenomeno inflattivo?

La cassazione ritiene pertanto di dovere fare un passo indietro, ripensando

l’orientamento espresso con le tre sentenze menzionate: il creditore dovrà

dimostrare che il pagamento tempestivo gli avrebbe consentito di limitare gli

effetti depauperatori collettivi dell’inflazione.

Nel dare tale dimostrazione è coadiuvato da presunzioni e dati notori acquisiti

dalla comune esperienza, desumibili dalle sue condizioni, dal suo “ status”: il fatto

che il creditore appartenga ad una categoria che ha un impiego sistematico

prevalente del denaro lascia presumere l’incidenza del fenomeno inflattivo sul

ritardato pagamento; ad ogni figura socio economica si attagliano criteri presuntivi

diversi, correlati alle diverse forme di normale impiego del denaro, e

conseguentemente alle diverse utilità che esso ha per il creditore: se il creditore è

un imprenditore, il “maggior danno” può consistere nel ricorso al credito da parte

delle banche, o nel mancato reddito quando è investitore abituale; altra cosa se è

“creditore occasionale”, ove il danno consiste nella perdita della remunerazione

per il deposito della somma in un istituto di credito, o altra attività redditizia

potenzialmente svolta dal creditore, e così dicendo. È chiaro che il creditore dovrà

allegare e dimostrare i presupposti delle presunzioni utilizzabili, non essendo

sufficiente dimostrare il proprio “status”, ma dovendosi fornire gli elementi

necessari a stabilire la redditività del denaro.

I motivi del ricorso testè esaminati assorbono il terzo, pertanto la sentenza va

cassata con rinvio, ed il giudice del rinvio dovrà attenersi ai principi enunciati

nelle massime, qui richiamati per relationem.

Cass. Civ. sez. un. , 5.04.1986, n°2368 : debiti di valuta e rivalutazione

monetaria (3.1)

A seguito di un contratto di appalto, nel 1956 la società appaltatrice consegnava

all’ente pubblico committente un edificio; contestualmente l’impresa chiedeva la

revisione dei prezzi, come concordato in capitolato.

L’ente committente determinava la revisione attribuendo all’appaltatrice circa lire

86.700.000, e nell’adottare tale statuizione ricorreva ai criteri liquidatori determinati

dal d.l. C.P.S del 6 dicembre 1947 e non dal r.d. 1296 del 1938, espressamente

richiamato in capitolato: riteneva infatti concluso l’appalto nel giugno del 1948 e non

nel maggio del 1947.

Ricorsa al Consiglio di Stato, la società costruttrice vedeva accogliere la sua richiesta

a determinare la revisione secondo la normativa vigente all’epoca della conclusione

del contratto, maggio 1947 appunto, risultandole un credito di circa 160.000.000. Lo

stesso giudice amministrativo dichiarava che il committente doveva gli interessi

legali dal 1956 al 1974, anno della sentenza.

Nell’aprile del 1976 la società conveniva in giudizio l’ente committente per ottenerne

la condanna al pagamento di lire 260.000.000, quale risarcimento del danno per

svalutazione monetaria, consequenziale al comportamento colpevole e negligente

dell’ente; il Tribunale però rigettava l’istanza, negando che la società poteva vantare

una posizione di diritto soggettivo al compenso revisionale.

La Corte d’appello, con sentenza del 1 ottobre 1982, riformava la pronuncia gravata,

condannando l’ente al pagamento di lire 200.000.000 a titolo di risarcimento di danni,

oltre gli interessi a decorrere dal 1956; secondo la Corte - che escludeva come il

giudice di primo grado la mancanza di un diritto soggettivo della società - la

determinazione dell’ente era inficiata da colpa, dacché esso arbitrariamente aveva

considerato un diverso termine iniziale del rapporto, per potere così determinare la

revisione dei prezzi sulla scorta di criteri liquidatori successivi e più favorevoli.

Tale condotta dava luogo a responsabilità per colpa contrattuale , con l’obbligo ex art.

1218 c.c. di risarcire il danno consistente nel ritardo di circa 18 anni nel pagamento

della differenza tra l’importo revisionale concesso e quello dovuto, danno che doveva

commisurarsi avendo riguardo agli indici del costo della vita, e che la Corte, come

detto , liquidava in 200.000.000.

Ricorre in cassazione l’ente committente.

I motivo : il ricorrente si duole in quanto la corte, pur concordando con il tribunale

l’esclusione di un diritto soggettivo al compenso revisionale in capo all’appaltatore,

ha riconosciuto un obbligo giuridico dell’appaltante, idoneo a dare luogo all’illecito

contrattuale.

La corte ritiene premette che secondo la normativa pubblicistica, nell’appalto per

l’esecuzione di opere pubbliche, l’ attribuzione all’appaltatore di un compenso

revisionale è discrezionale nell’an e nel quantum; se tuttavia l’ente riconosce la

revisione dei prezzi all’appaltatore, tale riconoscimento fa sorgere tra le parti un

rapporto obbligatorio di diritto comune, ed il committente è tenuto a ad applicare,

nella determinazione del compenso, i parametri liquidatori stabiliti dalla normativa

vigente all’epoca della stipula dell’appalto, e non già quelli, più favorevoli,

determinati da una norma di poco successiva.

Ne è conseguenza che l’appaltatore ha diritto non solo agli interessi su gli importi

revisionali, a decorrere dalla data del riconoscimento della revisione, ma anche al

risarcimento del maggior danno, ex art. 1224,2 essendo in colpa l’ente concedente.

Nonostante l’errore della Corte nell’individuazione della fonte del rapporto

obbligatorio, la sentenza impugnata in parte qua deve essere tenuta ferma.

II motivo: si articola in tre distinte censure;

se il diritto al compenso revisionale scaturisce dalla deliberazione unilaterale

a) dell’ente committente, è da tale momento che devono essere computati gli

interessi moratori; la censura è abbastanza ovvia e fondata, e viene pertanto

accolta.

b) Trattandosi di un’obbligazione pecuniaria (debito di valuta),il ritardo

nell’adempimento implica la corresponsione degli interessi moratori, e

l’eventuale maggiore danno risentito dal creditore deve essere provato, ex

art. 1224,2: qui manca invece ogni prova o allegazione atta a dimostrare che

il puntuale pagamento avrebbe consentito all’appaltatore di evitare il

depauperamento inflazionistico.

Questa censura occupa un rilievo centrale, perché l’automatismo della

rivalutazione delle somme ha dato luogo a contrasti giurisprudenziali.

Vale la pena richiamare, in linea di massima, la giurisprudenza di tre sentenze;

- 123/83: la mora del debitore trasforma l’obbligazione pecuniaria in debito

di valore; di conseguenza non si applica il principio nominalistico (il debito si

estingue pagando il “ valore nominale”), e l’obbligazione si estingue pagando la

somma incrementata degli interessi, che sebbene definiti moratori, non hanno

funzione risarcitoria, trovando giustificazione nella naturale redditività del

denaro.

Il deprezzamento della moneta, che è un danno collettivo per comune esperienza,

procura al creditore un ulteriore danno che va risarcito quanto meno in base agli

indici ufficiali dell’inflazione.

651/84: il danno da svalutazione è “ in re ipsa”, non necessita cioè di essere

- provato; spetta invece al debitore provare il caso “eccezionale” in cui tale

danno non si produce.

3356/ 85: il creditore dovrà limitarsi a dedurre la svalutazione, chiedendo la

- liquidazione del danno in base a gli indici ufficiali; il creditore dovrà dare la

prova ( assai ardua) che il fenomeno inflazionistico non ha inciso sulla

consistenza dell’obbligazione.

Oggi la Cassazione rimedita questi precedenti orientamenti, ed afferma che ai

debiti di valuta si applica sempre il principio nominalistico: l’efficacia liberatoria

della moneta avente corso legale secondo il suo valore nominale è un principio

inequivocabilmente espresso dall’art. 1277 c.c. ; la funzione risarcitoria degli

interessi moratori, come indennizzo forfetario del danno risentito si evince senza

dubbio alcuno dalle espressioni “ maggior danno” e “ulteriore risarcimento” del

1224,2. Se poi si ammette come “ontologico” il danno da svalutazione, quali

possibilità restano al debitore di dimostrare l’ininfluenza del fenomeno inflattivo?

La cassazione ritiene pertanto di dovere fare un passo indietro, ripensando

l’orientamento espresso con le tre sentenze menzionate: il creditore dovrà

dimostrare che il pagamento tempestivo gli avrebbe consentito di limitare gli

effetti depauperatori collettivi dell’inflazione.

Nel dare tale dimostrazione è coadiuvato da presunzioni e dati notori acquisiti

dalla comune esperienza, desumibili dalle sue condizioni, dal suo “ status”: il fatto

che il creditore appartenga ad una categoria che ha un impiego sistematico

prevalente del denaro lascia presumere l’incidenza del fenomeno inflattivo sul

ritardato pagamento; ad ogni figura socio economica si attagliano criteri presuntivi

diversi, correlati alle diverse forme di normale impiego del denaro, e

conseguentemente alle diverse utilità che esso ha per il creditore: se il creditore è

un imprenditore, il “maggior danno” può consistere nel ricorso al credito da parte

delle banche, o nel mancato reddito quando è investitore abituale; altra cosa se è

“creditore occasionale”, ove il danno consiste nella perdita della remunerazione

per il deposito della somma in un istituto di credito, o altra attività redditizia

potenzialmente svolta dal creditore, e così dicendo. È chiaro che il creditore dovrà

allegare e dimostrare i presupposti delle presunzioni utilizzabili, non essendo

sufficiente dimostrare il proprio “status”, ma dovendosi fornire gli elementi

necessari a stabilire la redditività del denaro.

I motivi del ricorso testè esaminati assorbono il terzo, pertanto la sentenza va

cassata con rinvio, ed il giudice del rinvio dovrà attenersi ai principi enunciati

nelle massime, qui richiamati per relationem.

S . 8273 1997

ENT DEL

Nell’ipotesi di sciopero in un impianto produttivo a ciclo continuo, la legittimità

del rifiuto da parte del datore di lavoro delle prestazioni offerte dagli addetti a

reparti diversi da quelli interessati dalla astensione presuppone, ai fini della

liberazione dall’obbligo retributivo, l’inutilizzabilità di dette prestazioni nelle

mansioni attribuite, in relazione al tipo e alla natura dell’organizzazione produttiva,

che l’imprenditore non è tenuto a modificare con misure implicanti perdite

economiche o spese ulteriori.

Fatto Sitzia ed altri dipendenti della Acciaierie Valbruna convenivano

quest’ultima per avere, in occasione di uno sciopero, illegittimamente messo in

libertà gli attori che intendevano prestare regolarmente la loro attività; chiedevano

pertanto la retribuzione del turno obbligatoriamente saltato.

Il pretore accoglie la domanda che veniva confermata dal giudice in Appello

così motivando:

 Il rifiuto del datore è legittimo se questi abbia fatto il possibile per

ricevere le prestazioni; l’impossibilità può essere ravvisata o quando le

variazioni possono comportare danni per gli impianti o quando o quando queste

siano tanto onerose da rendere antieconomico l’utilizzo delle prestazioni;

 Nel caso di specie l’impossibilità doveva escludersi in quanto non si era

data prova della immodificabilità dell’impianto;

 Inoltre dalle testimonianze risultava la possibilità della riconversione

del laminatoio, non essendo stato invece provato che tale intervento avrebbe

implicato spese maggiori;

 Non risulta che la società abbia fatto quanto in suo potere per

attuare una modifica dell’impianto al fine di ricevere le prestazioni;

Propone ricorso per Cassazione la Valbruna. Osserva che:

 Proprio richiamando il criterio fatto proprio dal giudice d’Appello si

sarebbe dovuta ravvisare una situazione di impossibilità in quanto la variazione

del ciclo produttivo sarebbe risultata antieconomica per la società

(occorrevano almeno 8 ore di lavoro per la modifica degli impianti ed il loro

ripristino);

 La corte territoriale non avrebbe seguito i principi elaborati dalla

giurisprudenza in tema di impossibilità della prestazione: da un lato ha

correttamente ritenuto che « Il rifiuto del datore è legittimo se questi abbia fatto

il possibile per ricevere le prestazioni…»; tuttavia occorre anche tenere conto

del metodo di organizzazione del lavoro e dell’autonomia decisionale

dell’imprenditore, che non è tenuto a predisporre misure implicanti perdite

economiche o spese ulteriori al fine di utilizzare le prestazioni dei settori non

scioperanti.

La decisione della Corte territoriale appare censurabile sotto il profilo logico, ma

non solo. In premessa si ammette che «Il rifiuto del datore è legittimo se questi abbia

fatto il possibile per ricevere le prestazioni; l’impossibilità può essere ravvisata o

quando le variazioni possono comportare danni per gli impianti o quando o quando

queste siano tanto onerose da rendere antieconomico l’utilizzo delle prestazioni», ma

la Corte si limita a riconoscere la possibilità di riconversione del laminatoio, senza

tenere in alcun conto della testimonianza dalla quale risultava che antieconomici

sarebbero stati i costi da sopportare per la riconversione del laminatoio. Quindi

in relazione a detto difetto di indagine la sentenza impugnata non si sottrae a censura.

Il giudice di merito avrebbe dovuto tenere conto dei presupposti del legittimo

rifiuto avuto riguardo allo specifico contesto organizzativo, escludendosi però un

onere per l’imprenditore di apportare modificazioni sostanziali che incidessero sulla

tecnologia degli impianti. Ma detti presupposti non avrebbero mai potuto ravvisarsi

se l’utilizzazione in questione avesse richiesto solo una variazione di modalità

contingenti di programmazione.

La sentenza va cassata e rinviata ad altro giudice di merito che si atterrà ai

principi di diritto enunciati. S . 13533 2001

ENT DEL

In tema di ’ , il creditore che agisca per la riso-

PROVA DELL INADEMPIMENTO DI UNA OBBLIGAZIONE

luzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la

fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera alle-

gazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gra-

vato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento,

ed eguale criterio di riparto dell’onere della prova deve ritenersi applicabile al caso in cui il debitore

convenuto per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno si avvalga dell’eccezione di

inadempimento (risultando, in tal caso, invertiti i ruoli delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente

si limiterà ad allegare l’altrui inadempimento, ed il creditore agente dovrà dimostrare il proprio adem -

pimento, ovvero la non ancora intervenuta scadenza dell’obbligazione). Anche nel caso in cui sia de-

dotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, al creditore istante sarà

sufficiente la mera allegazione e inesattezza dell’adempimento gravando ancora una volta sul debito -

re l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento.

Le SS.UU. della Corte hanno ulteriormente precisato che tale principio trova un limite nell’ipo -

tesi di inadempimento delle obbligazioni negative, nel qual caso la prova dell’inadempimento stesso è

sempre a carico del creditore, anche nel caso in cui agisca per l’adempimento e non per la risoluzione

o il risarcimento.

Il Fatto: Il proprietario di un albergo conveniva dinanzi al tribunale di Roma un centro culturale

latino-americano per non avere adempiuto l’obbligazione di insonorizzare la parete divisoria tra il loca -

le dell’associazione e l’albergo; in più veniva richiesto il pagamento di una penale.

Il tribunale condannava il centro.

La corte d’Appello cambia posizione affermando che il tribunale aveva errato nell’applicazione

dei principi che regolano l’onere della prova, in quanto il tribunale aveva correttamente qualificato

come “penale” la clausola dedotta dalle parti in contratto, ma ciò non esime il soggetto che la invoca

dalla prova dell’inadempimento della controparte.

L’albergatore propone ricorso per Cassazione. Oggetto del giudizio è la questione se sia il credi-

tore agente a dover dimostrare l’inadempimento o se incomba sul convenuto l’onere di provare l’avve-

nuto adempimento. Al riguardo occorre esaminare due indirizzi che si sono fatti strada nella giurispru-

denza della Cassazione.

L’indirizzo maggioritario sostiene che il regime probatorio è diverso a seconda che l’attore agisca

per l’adempimento, nel qual caso dovrà limitarsi ad allegare il titolo che costituisce la fonte del diritto

vantato; o per la risoluzione per cui l’attore sarà tenuto ad allegare oltre al titolo, fonte del rapporto, an -

che il fatto che legittima la risoluzione, cioè l’inadempimento della controparte.

L’indirizzo minoritario sottolinea come l’azione di adempimento,di risarcimento e di risoluzione

hanno in comune il titolo ed il vincolo contrattuale di cui si deduce la violazione, sicché l’unica prova

che può essere richiesta alla parte che propone l’azione è l’esistenza di quel titolo. Ciò si spiegherebbe

in ragione del fatto che appare irrazionale, dinanzi ad una identica situazione probatoria, applicare una

diversa disciplina dell’onere probatorio. D’altro canto, porre l’onere probatorio in capo al debitore è

conforme al principio di riferibilità o vicinanza della prova, in virtù del quale l’onere viene ripartito te -

nuto conto, in concreto, della possibilità di provare i fatti che rientrano nelle rispettive sfere d’azione

sia del creditore, sia del debitore.

La Suprema Corte preferisce aderire all’indirizzo minoritario confermandone le argomentazioni

ed aggiungendo che l’art.2697 c.c. ha dettato una disciplina generale in tema di riparto dell’onere della

prova, senza fare riferimento a specifici tipi di domande ed inoltre appare opportuno dettare un criterio

di massima caratterizzato dal maggiore grado possibile di omogeneità. In altre parole, non ha senso at-

tribuire al fatto dell’inadempimento una diversa rilevanza a seconda del tipo di azione che viene eserci -

tata. Tale soluzione è dettata anche da esigenze di ordine pratico, nel senso che è più agevole per il sog-

getto nella cui sfera d’azione si è verificato il fatto dell’inadempimento dar prova delle circostanze che

lo hanno determinato.

Nel caso in cui il debitore convenuto si avvalga dell’eccezione di inadempimento ex art.1460 c.c.,

ovviamente l’onere della prova si inverte e sarà il creditore a dover dimostrare di avere adempiuto esat -

tamente la propria prestazione.

Analoga disciplina si applica in caso di inesatto adempimento in quanto, argomenta la Corte, la

diversa consistenza dell’inadempimento totale e dell’inadempimento inesatto, non può giustificare il di -

verso regime probatorio: in entrambi i casi il creditore deduce che il debitore non è stato fedele al con -

tratto. Un’eccezione riguarda l’inadempimento delle obbligazioni negative ove la prova è sempre a ca-

rico del creditore, infatti l’inadempimento di siffatte obbligazioni integra un fatto positivo che può es -

sere agevolmente dimostrato dal creditore.

Il ricorso è fondato. S . 1716 1979

ENT DEL

Ha natura extracontrattuale la responsabilità del medico, dipendente da un ente

ospedaliero, verso il paziente in conseguenza di un errore diagnostico o terapeutico da lui

commesso. Pertanto il diritto al risarcimento del danno spettante al paziente nei confronti del

medico si prescrive in 5 anni (art.2947, 1° c.).

La responsabilità extracontrattuale sorge quando il fatto costitutivo dal quale è

generata non soltanto viene ad esistenza, ma anche e soprattutto si esteriorizza divenendo

conoscibile; in particolare quando si esteriorizza e diviene conoscibile l’evento dannoso. È

dal momento in cui questo diviene dannoso che comincia a decorrere il termine di

prescrizione del diritto al risarcimento.

Fatto La sig.ra Bisaro era stata sottoposta ad un intervento per l’asportazione di un

gonfiore tumefatto alla coscie, diagnosticato «melanoma». Tale diagnosi era stata confermata

non solo dal chirurgo, dott.De Marchi, ma anche dallo specialista dott. Cirielli; la Bisaro era

stata poi sottoposta ambulatoriamente a terapia da parte del dott. Della Bernardina, il quale

aveva espresso dubbi sull’esattezza della diagnosi e consigliato una visita presso il dott. Raso

che aveva interrotto la terapia, dalla quale erano sorti permanenti disturbi. La situazione, dopo

il 1967, si era aggravata sino al punto da pervenire alla totale sterilità della Bisaro, la quale

vedeva distrutta la propria personalità di donna; ma l’evento aveva anche recato uno sconcerto

generale nell’ambito familiare.

La Bisaro col marito convengono in Tribunale il Cirielli, il De Marchi e l’Ospedale di

Pordenone. Il Tribunale condannava il Cirielli e l’Ospedale al risarcimento dei danni in

favore degli attori. Tale decisione veniva confermata in Appello.

Il Cirielli propone ricorso per Cassazione l’unico motivo che la Corte ha ritenuto di

accogliere è il quarto, in quanto il Cirielli correttamente ha rilevato che non poteva essere

posta a suo carico una responsabilità sia contrattuale, sia extracontrattuale, adducendo che, nel

momento in cui un paziente si ricovera presso l’ente ospedaliero per ricevere delle cure, il

medico non sottoscrive alcun contratto col paziente, col quale è legato solo da un mero

rapporto di fatto, viceversa intrattiene un rapporto di natura contrattuale con l’ente; è

quest’ultimo che invece, in sede di accettazione, stabilisce un rapporto contrattuale col

paziente. Pertanto, in caso di errore diagnostico, l’ente dovrà rispondere contrattualmente nei

confronti del paziente, ma il medico dovrà rispondere di inesatto adempimento nei confronti

dell’ente; ferma restando una eventuale responsabilità extracontrattuale del medico nei

confronti del paziente, in forza del rapporto di fatto che li lega. Pertanto l’obbligo di risarcire i

danni da parte del medico si prescrive in 5 anni. Dette osservazioni sono sicuramente corrette.

Tuttavia con gli ulteriori motivi di ricorso i ricorrenti sostenevano che il termine

cominciò a decorrere a partire dal 1959 c che alla data di questa pronuncia detto termine

doveva ritenersi ormai trascorso. Ma detto motivo appare assolutamente infondato. Infatti la

Corte osserva come la responsabilità extracontrattuale ex art.2043 c.c. è una fattispecie

complessa la quale si perfeziona non appena si verifica l’ultimo fatto od evento costitutivo.

Quindi, ai fini dell’inizio del decorso del termine di prescrizione, rilevante è il verificarsi del

danno, da intendersi in senso ampio e casualmente legato al comportamento doloso o colposo

del soggetto agente; ma il danno può avere rilevanza giuridica da un lato qualora sia

oggettivamente esistente; dall’altro non appena si sia esteriorizzato rendendosi riconoscibile.

Applicando detto principio generale al caso di specie, l’evento dannoso consiste nella

perdita, da parte della Bisaro, della capacità di procreare, in conseguenza della errata terapia

prescritta. Ma va osservato come la situazione di ipovarismo con perdita della capacità di


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

39

PESO

198.55 KB

AUTORE

Moses

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Docente: Ricca Lucio
Università: Catania - Unict
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ricca Lucio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto civile

Diritto civile
Appunto
Diritto processuale civile - Appunti
Appunto
Diritto civile - interpretazione della legge e analogia
Appunto
Diritto civile - contratti - Appunti
Appunto