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Alla fine della rassegna, seguendo le regole note per rintracciare il profilo

dell’illecito contrattuale, possiamo escludere sia il nesso causale tra

l’omissione dei sanitari e la nascita, poiché la madre poteva scegliere di non

abortire: l’omissione può essere al più una concausa; manca l’elemento

soggettivo, in quanto nessuna colpa può attribuirsi alla madre che dà alla luce

un figlio invalido. Forse il danno dovrebbe restare là dove esso cade, e tutto

al più contenuto dal sistema previdenziale.

S . 8828/2003

ENT

Il danno non patrimoniale ex art.2059 c.c. non può più essere identificato soltanto col danno

morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento dell’animo, determinati

da fatto illecito integrante reato. Esso deve piuttosto essere inteso come categoria ampia,

comprensiva di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla

persona, costituzionalmente garantito, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettivi di

valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata

all’art.185 c.p.

Una simile conclusione trova sostegno nella evoluzione giurisprudenziale della Corte, la quale

avverte sempre più l’esigenza di riparare integralmente il danno che sia stato ingiustamente subito

non solo nel patrimonio in senso economico, ma anche nei valori propri della persona. Ma non solo:

anche nella legislazione successiva al 1942 si rinviene un cospicuo numero di casi in cui si perviene

al risarcimento del danno non patrimoniale al di fuori delle ipotesi di reato.

[

Il Collegio sa bene che il c.d. danno biologico viene risarcito in forza del combinato disposto di cui

agrli artt.2043 c.c. e 32 Cost., ma questa soluzione è dettata dalla necessità di sottrarre la risarcibilità del d.b.

dal limite di cui all’art.2059 c.c.; ma anche questa lettura a seguito delle conseguenze cui si è pervenuti,

]

potrà essere rimeditata non appena se ne presenti l’occasione.

Ritiene ancora il Collegio che non è opportuno ritagliare all’interno di questa categoria

generale «specifiche forme di danno, etichettandole in vario modo…», ciò al fine di evitare che

vengano risarciti medesimi danni, divergenti solo con riguardo al loro nomen.

Per quanto riguarda la riserva di legge ex.art.2059 con riguardo all’art.185 c.p. chiarisce la

Corte che detto limite non opera allorché vengano in rilievo valori inerenti alla persona che trovino

riconoscimento nella Costituzione.

«Venendo ora ad esaminare la questione della ammissione a risarcimento del danno non

patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella definitiva perdita del rapporto parentale,

osserva il Collegio che il soggetto che chiede il risarcimento del danno subito in conseguenza della

uccisione di un congiunto lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute,

sia dall’interesse all’integrità morale. L’interesse è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e

della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia…». Per il risarcimento di tale danno si richiede

la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’art.2043 (nesso di causalità, prevedibilità, prova

rigorosa).

Per quanto riguarda il nesso di causalità rileva il Collegio come nel caso in questione, si sia in

presenza di un medesimo fatto che determina la lesione di una pluralità di interessi facenti capo a

più soggetti, legati tra loro da un vincolo parentale. Si ripropone il fenomeno della propagazione

intersoggettiva delle conseguenze di un medesimo fatto illecito ed in questi casi si suole parlare, sia

pure impropriamente, si «danno di riflesso o di rimbalzo»; impropriamente in quanto la lesione è

contestuale ed immediata per tutti i soggetti titolari dei vari interessi lesi.

Ai fini dell’individuazione del responsabile dovrà accertarsi il nesso di causalità materiale

intercorrente tra la condotta dell’uccisore e la morte della vittima primaria, in applicazione delle

regole di cui agli artt.41 e 42 c.p. secondo il criterio della condicio sine qua non col correttivo della

causalità efficiente.

Il collegamento tra il fatto giuridico e le conseguenze dannose dovrà valutarsi secondo

l’art.1223 c.c., che limita il risarcimento ai soli danni che siano conseguenza immediata e diretta

dell’illecito; beninteso il risarcimento è esteso anche a quei danni mediati ed indiretti che siano però

conseguenze normali del fatto illecito.

I danni in oggetto non coincidono con la lesione dell’interesse protetto, ma ne sono una

conseguenza che può variare in termini di ampiezza e di protrazione nel tempo, rendendo in tal

modo possibile il ricorso a valutazioni prognostiche. [ occorre notare una contraddizione nelle

argomentazioni della corte laddove da un lato richiede il ricorso dei criteri di cui all’art.2043 c.c. e dall’altro

]

ammette valutazioni che guardano al futuro, quindi non suscettibili di essere provate

La liquidazione non potrà effettuarsi che su base equitativa ed il giudice dovrà tenere conto

che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo

risarcimento.

La responsabilità del produttore di beni di consumo.

D.P.R. 24 maggio 1988, n°224.

L’art. 1 definisce in questi termini la responsabilità del produttore:

Il produttore è responsabile dei danno cagionato dal difetto del suo prodotto.

-

Si tratta di un’ipotesi di responsabilità oggettiva.

Il danneggiato ha l’onere di provare il difetto del prodotto ed il nesso di causalità tra

difetto e danno.

Il produttore ha la possibilità di esimersi da responsabilità nei casi indicati dall’art. 6 del

vedi),

regolamento ( ed inoltre:

quando prova che la merce non corrisponde alla definizione di prodotto di cui

- all’art. 2

che il danno è procurato da colpa esclusiva del danneggiato;

- che il danno è derivato da caso fortuito o forza maggiore non connessi con il

- processo produttivo;

che il danno è stato cagionato da terzi non appartenenti al processo produttivo.

-

Restano comunque salvi:

1) il regime generale (art. 2050 c.c.) di responsabilità presunta;

2) le azioni fondate sulla responsabilità contrattuale e sulla garanzia per vizi

( art.1490 c.c.);

3) le azioni nei confronti dei terzi cui è addebitabile il difetto della cosa.

L’art. 2 definisce prodotti tutti i beni mobili non agricoli, e quindi il singolo componente

e l’involucro, la materia prima ed il prodotto finito. Sono esclusi i prodotti agricoli, a

meno che abbiano subito una “trasformazione”, concetto molto ampio che include sia

l’adulterazione con sostanze conservanti che il semplice confezionamento, anche

quando il bene resta intrinsecamente allo stato naturale.

E considerato prodotto l’energia elettrica, ma non quella nucleare (cfr.art.15).

L’art. 3 individua la figura del produttore; si tratta del fabbricante della materia prima o

di un componente, dell’assembler o del confezionatore;

tale è il trasformatore ( secondo l’ampio concetto già individuato) del prodotto agricolo,

e chi si attribuisce la paternità del prodotto apponendovi il proprio nome, o marchio, o

altro segno distintivo. Completa la portata della norma l’art. 4 , ove si attribuisce la

responsabilità del danno a chi ha distribuito il prodotto, se non comunica

opportunamente l’identità del produttore o di chi a sua volta gli ha fornito il prodotto;

con questa disposizione si vuole tutelare l’affidamento del consumatore sull’apparente

paternità del prodotto da parte di chi lo distribuisce.

L’art. 5 definisce difettoso il prodotto che non offre la sicurezza dell’uso al quale può

essere ragionevolmente destinato, secondo i parametri indicati nella stessa norma (

vedi).

In particolare si vuole precludere l’accoglimento di pretese assurde, ove il danno derivi

da uso anomalo, abnorme o sconsigliato del prodotto, senza eccezioni per il soggetto

che usa il prodotto medesimo. vedi sopra)

L’art. 6 stabilisce i casi in cui la responsabilità è esclusa ( ; in particolare

f

(lett. )è esclusa la responsabilità del produttore della materia prima se il difetto

dipende da errore di assemblaggio, o se il componente risponde ad una specifica

richiesta del produttore del prodotto finito.

L’art. 7 specifica il momento a partire dal quale il prodotto si intende in circolazione:

prima di allora, a meno che il danno riguardi soggetti implicati a maneggiare il prodotto

finito nell’ambito dello stesso produttore, il prodotto si considera non finito, ed

eventuali danni risentiti sono risarcibili ex art. 2043, 2049-2051 c.c.

L’art. 8 disciplina l’onere della prova, di cui prima si è detto diffusamente.

L’art. 9 stabilisce la solidale responsabilità di più corresponsabili; il danneggiato può

convenire chiunque di essi ed obbligarlo al risarcimento, salvo il regresso di questi nei

confronti dei co-obbligati, ognuno dei quali risponde secondo il proprio grado di colpa (

n.b.: la colpa è solo il criterio di distribuzione del risarcimento, e non criterio di

imputazione della responsabilità, che come si è detto, è oggettiva!); eventuali clausole

di esclusione della responsabilità hanno efficacia relativa tra i co-obbligati, restando

inopponibili al danneggiato.

Secondo l’art. 10, che rinvia all’art 1227 c.c. , la colpa del danneggiato riduce o esclude

la responsabilità del produttore; la norma richiede che ai fini dell’esenzione il

quod plerumque

produttore dovrà dimostrare in concreto, e quindi non secondo l’id

accidit, la consapevolezza del danneggiato.

Si tratta di una prova assai ardua, attesa la “distanza” che separa le parti.

Per la nozione di danno risarcibile, l’art. 11 ritiene risarcibili i danni cagionati da morte o

lesioni personali ( e quindi, non sono ricompresi né i danni morali, né quelli alla vita di

relazione, il danno estetico e quelli che non riguardano direttamente la salute della

vittima), e il danno a cose, a condizione che siano consequenziali all’’uso privato del

prodotto.

Le clausole di esclusione o limitazione della responsabilità, ai sensi dell’art. 12 , sono

nulle di pieno diritto; sono ammessi tuttavia dei patti con cui i soggetti partecipi della

inter se

catena di produzione o distribuzione del prodotto si accollano il rischio del

danno.

Per i regimi di prescrizione e decadenza, rispettivamente gli artt. 13 e 14 stabiliscono

una prescrizione triennale, e non di 5 anni, in deroga alla disciplina di diritto comune, e

un termine decennale di decadenza, decorrente dalla messa in circolazione del prodotto

(termine forse eccessivo, dacché la vita del prodotto può essere ben più breve).

Infine, gli art. 15 e 16 stabiliscono il primo il coordinamento del D.P.R. con le altre leggi,

atteso il suo carattere di lex specialis, ed il secondo la vigenza della normativa.

Risarcibilità degli interessi legittimi

Cass. Civile, 500/1999

Un privato, G. Vitali, richiede il risarcimento danni al Comune di Fiesole,

conseguentemente al mancato inserimento nel piano regolatore tra le aree edificabili

della proprietà dell’istante, come anche stabilito nella convenzione di lottizzazione

stipulata nel 1964. Tra l’altro il Consiglio di Stato aveva annullato il prg per difetto di

motivazione circa il mancato inserimento. Anche se era venuta meno successivamente,

la possibilità di ottemperare alla convenzione per modifica al prg nel 1984, ne erano

comunque derivati danni economici per il periodo precedente al 1984, essendosi

impedita illegittimamente la lottizzazione.

Il Comune eccepisce difetto di giurisdizione, per cui la domanda di risarcimento è

improponibile. In ogni caso deduce che:

1. Il prg era stato riadattato, motivando il mancato inserimento dell’area, in quanto

destinata a verde agricolo

2. il privato, comunque, non è titolare di un diritto soggettivo, ma di un interesse

legittimo, dunque non risarcibile.

3. Eventuali illegittimità vanno comunque denunciate di fronte al giudice

amministrativo, non quello ordinario.

E’ irrilevante l’annullamento del prg dedotto dal privato, perché comunque ciò

4. non muta la sua posizione.

In effetti la Suprema Corte ha sempre negato la risarcibità di un interesse legittimo, ma

ora ritiene di dover riguardare il suo orientamento, tenendo conto degli interventi

legislativi di segno opposto, del dissenso dottrinale, del formarsi di una giurisprudenza

di legittimità volta ad ampliare l’ambito di operatività dell’art. 2043. Abbiamo due

orientamenti:

La questione parte dal profilo del difetto di giurisdizione. Normalmente, di fronte

1. all’atto lesivo dell’interesse legittimo annullato dal giudice amministrativo, la

giurisprudenza di legittimità ha dichiarato il difetto di giurisdizione assoluto per

la richiesta di risarcimento di fronte al giudice ordinario, che non poteva

conoscere degli interessi legittimi.

La questione riguarda il merito. Chi propone domanda di risarcimento esercita

2. un diritto soggettivo e quindi la domanda è proposta davanti al giudice ordinario,

che stabilisce l’insorgere o meno dell’obbligazione risarcitoria. Il giudizio sarà

comunque vincolato vista la persistenza del principio della limitata risarcibilità ex

art. 2043 al solo danno alla lesione di diritti soggettivi. In ogni caso quindi si

esclude la risacibilità dell’interesse legittimo.

Non può però negarsi la limitazione alla responsabilità alla P.A. Bisogna dunque

rivedere l’interpretazione dell’art. 2043 c. c. che identifica danno ingiusto con la lesione

del diritto soggettivo.

La Suprema Corte ha quindi proceduto al progressivo ampliamento dell’art. 2043, con il

riconoscimento della risarcibilità di posizioni giuridiche che non avevano la consistenza

propria di un diritto soggettivo, ma che la Cassazione di volta in volta ha elevato alla

dignità di esso. Evoluzione che è stata condivisa anche in dottrina.

Si è quindi giunti al restringimento della soluzione negativa. In particolare si è

focalizzata l’attenzione sull’interesse materiale sotteso all’interesse legittimo.

L’interesse legittimo va inteso come posizione di vantaggio di un soggetto in base ad

un bene della vita oggetto di provvedimento amministrativo e consistente nell’attribuire

a tale soggetto poteri idonei ad influire sul corretto esercizio del potere per realizzare

l’interesse al bene. L’interesse legittimo emerge quando l’interesse del privato a

ottenere o conservare un bene della vita viene a confronto con il potere amministrativo

di soddisfare o no tale interesse.

Tenendo presente quindi la nuova lettura dell’art. 2043, il giudice dovrà valutare,

quando venga dedotta la domanda risarcitoria ex art. 2043 nei confronti della P.A. per

illegittimo esercizio della sua funzione:

1. la sussistenza di un evento dannoso

2. la qualificazione del danno come ingiusto, in base alla sua incidenza su un

interesse rilevante

3. la connessione dell’evento dannoso con un comportamento della P.A.

4. se vi siano dolo o colpa della P.A. (componente essenziale per la responsabilità

ex art. 2043).

Il giudice dovrà svolgere un’indagine penetrante sul comportamento della P.A.

valutando non solo l’illegittimità del provvedimento, ma anche la presenza di dolo o

colpa, non del funzionario, ma della P.A. come apparato.

E ciò potrà farlo anche il giudice ordinario, quando non l’abbia fatto l’amministrativo.

Quindi il ricorso per regolamento di giurisdizione è inammissibile e la questione

proposta con esso, è questione non di giurisdizione ma di merito.

Cass. Civ, sez. III, 4 maggio 1982 n°2765, Danno all’integrità del patrimonio.

Tizio acquista da un terzo un quadro di De Chirico, che presenta due firme: una sulla

tela ed una a tergo, quest’ultima autenticata da notaio; lo stesso pittore aveva

rilasciato dichiarazione di autenticità dell’opera.

L’acquirente, accertatane invece la falsità, conviene in giudizio il pittore chiedendo il

risarcimento del danno all’integrità del proprio patrimonio.

Il tribunale condanna l’artista al pagamento.

Pronunciandosi sul gravame opposto dal pittore, la Corte d’Appello riforma la

sentenza, ritenendo che l’apposizione della firma autenticata (peraltro irritualmente)

sulla tela configura un’assunzione di paternità dell’opera, e che la responsabilità per

tale falsa dichiarazione si configura solo nei confronti del soggetto che l’ha richiesta,

e non anche verso i successivi possessori; non ha fondamento la domanda di

risarcimento anche alla luce di una evidente mancanza di nesso eziologico tra

condotta del pittore e danno risentito.

Ricorre in cassazione Tizio, ritenendo che la Corte d’appello abbia erroneamente

escluso la responsabilità extracontrattuale del De Chirico, il quale senza diligenza

alcuna ha apposto una dichiarazione di paternità su un dipinto falso.

La Corte ha escluso il risarcimento ritenendo che il danno ingiusto di cui all’art. 2043

è quello che comporta la lesione di un diritto primario; ciò è tuttavia fortemente

discutibile, dacché la giurisprudenza, secondo una linea evolutiva di cui fu

preconizzatore il “caso Meroni”, ha esteso la nozione fino a comprendere sotto tale

voce anche la lesione al credito, ad un’aspettativa, ad un interesse legittimo. La

condotta del pittore, che crea un affidamento sulla paternità dell’opera, lede senza

dubbio il diritto del ricorrente a determinarsi liberamente nelle proprie attività

negoziali, diritto riconosciuto dalla Costituzione; la medesima condotta è invece

contraria alla Costituzione, che impone il dovere inderogabile di solidarietà sociale.

Cassata la sentenza a seguito della ricognizione della risarcibilità del danno

all’integrità del patrimonio, al giudice del rinvio spetta constatarne l’esistenza

insieme al nesso causale. Resta salva l’azione contrattuale del ricorrente avverso il

suo dante causa. C . 12839 1992

ASS DEL

Gli interessi compensativi relativi a debiti di valore, destinati a coprire una

componente del danno globale da risarcire e dovuti dalla data dell’evento dannoso a

quello della pronuncia giudiziale di liquidazione, anche se comprensiva della

rivalutazione monetaria, non sono in realtà veri e propri interessi, ma soltanto uno

dei possibili mezzi tecnici pretoriamente adottato dalla giurisprudenza per ristorare

il danneggiato della perdita delle utilità economicamente apprezzabili che,

nell’intervallo tra la consumazione dell’illecito e la liquidazione finale, il

danneggiato avrebbe potuto trarre dal bene o dall’equivalente monetario del bene

stesso se tempestivamente conseguito.

Con riguardo ai “debiti di valore” la Cassazione ha distinto la rivalutazione

monetaria della somma da liquidare a titolo di risarcimento, dagli interessi

sull’importo rivalutato, precisando che la prima tende alla reintegrazione del

danneggiato nella situazione patrimoniale al fatto illecito, mentre i secondi hanno

natura compensativa e vanno corrisposti sulla somma rivalutata dal giorno in cui si è

verificato l’evento dannoso.

Tali interessi, precisa la Corte, rappresentano una componente del danno e

nascono dal medesimo fatto generatore della obbligazione risarcitoria. Tali interessi

possono infatti essere liquidati dal giudice d’ufficio, ma se questi non vengono

attribuiti nella liquidazione globale e la sentenza che liquida l’ammontare del

risarcimente non viene impugnata, essi non possono costituire oggetto di una

ulteriore domanda.

Nella sentenza in esame vengono anche richiamati alcuni precedenti

significativi, come la sent. n.6209 del 1990, in cui si precisa che la finalità degli

“interessi compensativi” è quella di compensare appunto il pregiudizio derivante al

creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente monetario del danno. Questa

giustificazione è derivata dalla considerazione che il problema degli interessi, nei

debiti di valore, quindi anche nelle obbligazioni risarcitorie, non è previsto da alcuna

norma, né è loro applicabile la disciplina di cui all’art.1224, II c. dettata con riguardo

alle obbligazioni pecuniarie che soggiacciono al principio nominalistico (art.1277

c.c.). Sentenze n. 3096 del 1999 e n. 2374 del 1999

La capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte della banca sui saldi di conto

corrente passivi per il cliente non costituisce uso normativo, ma uso negoziale,

come tale inidoneo ad operare automaticamente con effetto integrativo del contratto.

Nel caso in esame un soggetto si oppone alle pretese di una banca che su tre

contratti di mutuo intendeva applicare gli interessi convenzionali, anziché quelli

legali; inoltre, a seguito della risoluzione di un’apertura di credito intendeva far

valere l’anatocismo (art.1283 c.c.).

Il tribunale riconosce che gli interessi sui contratti di mutuo andavano

conteggiati al tasso legale; inoltre afferma che la clausola relativa alla

capitalizzazione trimestrale degli interessi, rappresentava un uso negoziale, in quanto

tale in contrasto col divieto di anatocismo ex art.1283 c.c.

La Corte d’Appello è di avviso contrario: ritiene che gli interessi vadano

calcolati al tasso convenzionale e che la clausola sulla capitalizzazione trimestrale

rappresenti un uso normativo, compatibile con l’art.1283 c.c.

Avverso questa sentenza viene proposto ricorso per Cassazione sulla base di 2

motivi: col primo motivo il ricorrente si duole che, di fronte alla chiarezza del testo

contrattuale, la Corte abbia applicato le norme in materia di interpretazione del

contratto e che, nonostante ciò, sia pervenuta ad una inesatta interpretazione, in

quanto il riferimento al “tasso vigente” certamente non poteva concernere quello

convenzionale. La corte ritiene infondato il motivo.

Col secondo motivo il ricorrente ritiene erronea la qualificazione della clausola

da parte della Corte territoriale come un uso normativo, in quanto di questo non ne

erano stati provati gli elementi costitutivi: prassi costante, generale, nella convinzione

di ottemperare un obbligo giuridico (opinio juris sive necessitatis). La corte è allora

chiamata ad individuare la corretta qualificazione di tale clausola.

La Corte d’Appello si è limitata ad affermare che “la giurisprudenza della

suprema corte è costante nell’affermare che gli usi che regolano l’anatocismo nei

contratti bancari sono veri e propri usi normativi”. Ma, ritiene la Corte che,

l’indirizzo richiamato deve essere criticamente revisionato alla luce del nuovo

indirizzo della stessa la quale ritiene che la capitalizzazione trimestrale degli interessi

non rappresenta un uso normativo e pertanto soggiace al divieto di cui all’art.1283

c.c. Si è escluso che le norme bancarie uniformi predisposte dall’Abi in tema di

conto corrente, che riconoscono la inserzione di una simile clausola, attestino

l’esistenza di una consuetudine in tal senso. Si è quindi sottolineato come

l’inserimento di simili clausole, col consenso del cliente, rappresentino piuttosto

regole inserite nel contratto di adesione, in suscettibili di negoziazione individuale e

la cui sottoscrizione rappresenta presupposto imprescindibile per l’accesso ai servizi

bancari. Atteggiamento questo ben lontano dall’opinio juris ac necessitatis che

caratterizza la consuetudine in senso stretto.

È nulla la clausola contenuta in un contratto bancario, che prevede la

capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un

uso negoziale e non su una vera e propria norma consuetudinaria.

Il tribunale aveva ingiunto ad un soggetto il pagamento di 22 milioni circa per

uno scoperto di conto corrente di pari importo. Si oppone il soggetto destinatario

dell’ingiunzione adducendo che la revoca dell’apertura di credito gli era stata

comunicata dopo l’ingiunzione e che la misura degli interessi richiesta era superiore a

quella pattuita.

Il tribunale ha respinto l’opposizione, con decisione confermata dalla Corte

d’Appello, la quale, quanto alla dedotta nullità della clausola relativa alla

capitalizzazione trimestrale degli interessi, riconosce che si tratti di un uso normativo,

in quanto tale non incorrente nel divieto di cui all’art.1283 c.c.

L’opponente ricorre per Cassazione sulla base di due motivi. (Primo motivo

omissis)

Col secondo motivo il ricorrente ritiene che la prassi bancaria della

capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici non sarebbe basata su un uso

normativo, ma su un semplice uso negoziale, mancando nel cliente la convinzione di

adempiere a un obbligo giuridico ed essendo invece diffusa la convinzione che si

tratti di una clausola vessatoria imposta dal cartello bancario.

La Corte, ritenuto il motivo fondato, ritiene che la disposizione contiene due

norme: la prima si limita la possibilità che interessi scaduti possano produrre a loro

volta interessi, al solo caso di interessi dovuti per almeno un semestre; la seconda

subordina l’anatocismo alla proposizione di una domanda giudiziale in tal senso o

alla stipula di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi medesimi.

Le finalità perseguite dalla norma sono: di evitare il dilagarsi del fenomeno

usuraio; consentire al debitore di rendersi conto del rischio dei maggiori costi cui

incorre a causa del protrarsi dell’inadempimento; ammettendo una convenzione che

riconosce l’anatocismo solo alla scadenza degli interessi, si evita che il soggetto

debba necessariamente aderire ad una simile condizione per accedere al mercato del

credito.

Ora, dall’81 alla sentenza de qua la Corte ha ripetutamente affermato l’esistenza

di un uso normativo, nei rapporti tra banche e clienti, che consenta di derogare alle

limitazioni di cui all’art.1283 c.c. Ma la corte ritiene di rivedere questo indirizzo in

quanto più frutto di una semplice affermazione che non di una convincente

dimostrazione.

La Corte, dopo avere evidenziato le differenze tra usi normativi, usi negoziali ed

usi interpretativi osserva come le norme bancarie uniformi predisposte dall’Abi non

hanno natura normativa, ma solo patrizia nel senso che si tratta di proposte di

condizioni generali di contratto inviate agli istituti di credito.

L’oggetto di indagine allora diviene quello di accertare se vi sia una

consuetudine nel senso della capitalizzazione degli interessi ogni trimestre da parte

della banca, solo così potendo sfuggire al divieto di cui all’art.1283. Nell’ambito

dell’orientamento richiamato la Corte non ha mai ritenuto l’esistenza di una simile

consuetudine, ma si è limitata a precisare che l’anatocismo trova generale

applicazione nei rapporti banca/cliente.

Occorre allora osservare che:

 La commissione speciale permanente presso il Ministro

dell’Industria non ha mai accertato l’esistenza di un uso normativo nel senso

della capitalizzazione trimestrale degli interessi;

 Le camere di commercio provinciali non hanno mai accertato un

simile uso, ma poiché gli accertamenti sono tutti posteriori al ’52 (anno di

pubblicazione delle norme da parte dell’Abi) si esclude che la presenza di

questa clausola nelle norme richiamate valga a provare l’esistenza di una

consuetudine in tal senso;

 Vale la pena richiamare la raccolta di usi bancari della camera di

commercio di Firenze che qualifica tale clausola in termini di uso negoziale;

 Infine si pensi all’atteggiamento psicologico del cliente che entra

in rapporti con un istituto di credito, atteggiamento tutt’altro che equivalente

all’opinio che caratterizza la consuetudine.

La decisione viene rinviata ad altra sezione della Corte d’Appello.

L’art 5 del Codice civile introduce in una raccolta di leggi dei diritto privato

una materia solitamente considerata di diritto pubblico; la norma è fortemente

impregnata dei principi dello Stato fascista, o meglio nazi-fascista, ove la

tutela dell’integrità fisica dell’individuo si innesta nella più ampia prospettiva di

salvaguardia della stirpe: l’integrità fisica è un bene da tutelare in vista della

funzione sociale e statale dell’individuo.

Soltanto con l’avvento della Costituzione si è potuto andare oltre la norma, e

avviare una legislazione speciale che, seppure con rigorosi limiti, autorizza gli

atti di disposizione del proprio corpo, anche quando cagionano una

diminuzione permanente dell’integrità fisica.

In particolare si fa riferimento alla legge 458/67, che disciplina il trapianto del

rene tra persone viventi; i principi costituzionali che supportano la legislazione

speciale sono in particolare:

l’art. 3, il quale, nella prospettiva di “eguagliamento”, attribuisce alla

- Repubblica il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà

dell’uomo e ne impediscono lo sviluppo della personalità;

l’art. 13, che sancisce quale inviolabile la libertà personale, nel cui

- ambito possono essere ricondotti gli atti di disposizione del proprio

corpo;

l’art 32, che qualifica la salute“fondamentale diritto” dell’individuo e

- “interesse” della collettività.

Alla luce di questi principi, il duplice divieto dell’art. 5 c.c. va interpretato nel

senso che qualora l’atto di disposizione esplichi i suoi effetti nella sfera

dell’autore, prevale il principio di libertà; quando al contrario invade,

direttamente o indirettamente, la sfera giuridica di terzi, prevale il principio di

tutela dell’integrità fisica; una simile distinzione è però criticabile con ogni

evidenza nelle ipotesi di suicidio o autolesionismo.

Un’ulteriore e forse più sensata distinzione riguarda a) gli atti di disposizione

con cui un soggetto consente ai terzi di incidere sul proprio corpo attraverso

un intervento che lo stesso disponente ritiene per sé vantaggioso ( es.

intervento chirurgico, amputazione ecc); b) gli atti indirizzati a beneficio di

terzi ( es. donazione del sangue, del seme, del midollo spinale, di frazioni

epatiche, del cordone ombelicale ecc.); gli atti con cui un soggetto sottopone

al rischio di menomazioni il proprio corpo ( es. sperimentazione

farmacologica, compimento di lavori altamente rischiosi o pratiche sportive

violente).

Cass. Civile , 488/ 2003: La causalità omissiva. B) 2.2

Un’automobile si schianta all’imbocco di una galleria contro lo spigolo della

medesima, non debitamente protetto dalla barriera prescritta dalla legge e da

un’apposita circolare del Ministero dei lavoro Pubblici.

Gravissime le conseguenze: un passeggero muore, mentre il conducente ed un

secondo passeggero riportano devastanti lesioni.

La Corte d’appello aveva escluso la responsabilità civile della società concessionaria

dell’autostrada, ritenendo che l’ efficienza causale dell’omessa collocazione della

barriera era ignota, dacché non erano verificabili elementi considerati concause del

sinistro, quali la velocità dell’automobile e la sua traiettoria. In altri termini, non può

essere fatta alcuna valutazione sull’esistenza di un nesso causale tra la condotta

omissiva dell’Ente ed il sinistro.

La Cassazione ritiene invece che, in base agli ordinari criteri di regolarità causale, la

mancanza di una barriera è idonea a provocare eventi del tipo di quello in concreto

verificatosi, o ad aggravarne le conseguenze, tanto più che tale barriera era prescritta

dalla legge: in sostanza si è avverato il rischio tipico che la condotta omissiva

doveva contenere entro più ridotte possibilità.

Per ciò che riguarda il nesso causale, è ammessa l’applicazione dell’art. 41 c.p. ,

essendo norma di portata generale secondo cui tutte le concause si ritiene abbiano

equivalente efficienza causale, a meno che si dimostri l’esclusiva incidenza di una di

esse. Per queste ragioni l’omessa collocazione della struttura protettiva è da ritenersi

concausa del sinistro, pur restando ignoto il suo grado di efficienza causale.

Il ricorrente inoltre lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. , in

quanto la Corte d’appello ha ritenuto irresponsabile per la custodia la società

concessionaria dell’autostrada, ritenendo che la demanialità del bene custodito, la sua

estensione e l’uso diretto e generale che se ne fa non consentono una vigilanza idonea

ad evitare situazioni di pericolo, dovendosi applicare l’art. 2043, come norma

codificatrice del più generale principio del neminem ledere; l’ente concessionario

risponde quando cagiona direttamente una situazione di pericolo o quando,

colposamente, non rimuove una situazione di pericolo alla circolazione che è nota ad

esso. Una pronuncia della Corte Costituzionale ha però sancito che la responsabilità a

titolo di custodia dell’ente gestore va valutata in relazione al caso concreto: se le

circostanze consentono un’adeguata attività di vigilanza che valga ad impedire

l’insorgere di pericoli per gli utenti, l’omessa vigilanza comporta responsabilità ex

art. 2051 c.c. .

Non essendo emersa dal concreto atteggiarsi dei fatti una tanto grave difficoltà

dell’ente gestore nella custodia dell’autostrada, esso risponde ai sensi dell’art. 2051

c.c. .

Cass. civ. S.U. , 17 febbraio 1995, n°1712: interessi e rivalutazione

( 3.3).

Il presupposto di fatto da cui ha origine la controversia è una disgrazia: nel marzo del

1971 a Napoli in un fabbricato si apre al pian terreno una voragine che inghiotte un

uomo: il Comune dispone la demolizione, sia per motivi di sicurezza, sia per rendere

possibile il recupero della salma.

La proprietaria dell’immobile ricorre al giudice amministrativo, che dichiara

l’annullamento per illegittimità dell’ordinanza di demolizione; su questi presupposti,

la proprietaria trascina in giudizio il Sindaco, rappresentante ex lege del Ministero

dell’Interno, chiedendogli il risarcimento. Respinta in primo grado, l’istanza

dell’attrice viene accolta in Appello, ritenendo la Corte che la P.A. è tenuta a risarcire

il danno derivato da un suo atto illegittimo, indipendentemente dalla colpa, e che

andava risarcito il valore rivalutato del fabbricato,più gli interessi sulla somma

rivalutata, pari a lire 494.000.000 (il valore dell’edificio ai tempi della demolizione

era stato stimato da C.T.U. circa 60.000.000).

Ricorre in Cassazione il Ministero dell’interno, sulla base di tre motivi.

I Motivo:

a)L’attività di demolizione era casualmente sconnessa all’ordinanza del Sindaco;

b) vi è difetto di legittimazione passiva del convenuto.

La Corte reputa infondato il motivo, sia perché il Sindaco è Ufficiale del Governo,

sia perché la demolizione era la conseguenza dell’ordinanza sindacale, anche se

questa in realtà era stata notificata tardivamente alla proprietaria, dopo la demolizione

della casa.

II Motivo: La sentenza viene censurata per avere recepito acriticamente le

risultanze di una C.T. “discutibile”.

Il motivo è inammissibile dacché non essendo concretamente contestati i criteri logici

adottati dal giudicante, si risolve in una richiesta inammissibile di riesame del merito.

III Motivo: denunciando violazione e falsa applicazione degli art. 1219 e 1224

c.c. , il Ministero ritiene che gli interessi vadano calcolati sul valore iniziale del bene

ed i successivi mutamenti, determinati dalla svalutazione della moneta, e non sulla

somma già rivalutata, provocando il criterio adottato un ingiustificato arricchimento

del danneggiato.

Il motivo è ammissibile per quanto di ragione.

La Corte d’Appello ha aderito all’orientamento prevalente a suo tempo, secondo cui

gli interessi si calcolano sulla somma rivalutata: in tal modo il danneggiato,

percependo il valore rivalutato del bene, è reintegrato nella situazione patrimoniale

precedente all’illecito, e gli interessi hanno funzione “compensativa”.

Tale criterio di calcolo non è condiviso dalla Cassazione; il debito di interessi è per

sua nature un debito di valuta, il cui ammontare è stabilito in misura fissa.

Attribuendo gli interessi sul capitale rivalutato alla liquidazione del credito si

sconfinerebbe in una sorta di anatocismo, vietato dall’art 1283 c.c. ; la definizione

degli interessi come “compensativi” è abbastanza discutibile, e richiama una norma

dispositiva che non ha ragione di essere invocata, ovvero l’art. 1499 c.c., in materia di

obbligazioni del compratore, tenuto a “compensare” il venditore dell’interesse sul

prezzo non pagato di un bene fruttifero già consegnato.

Sarebbe pertinente restare invece nell’ambito dei fatti illeciti, e sufficiente il richiamo

all’art 2056 c.c. : per il rinvio all’art. 1223, il risarcimento dovuto al danneggiato

include sia la perdita subita, risarcibile “per equivalente” e rivalutata periodicamente

con l’applicazione degli indici di svalutazione, sia il mancato guadagno, cioè

l’impossibilità di fare fruttare la somma, se fosse stata pagata subito. Questo danno va

liquidato pagando gli interessi, ad un tasso che non è necessariamente quello legale, e

che va stabilito tenendo conto di tutte le circostanze, obbiettive e soggettive, inerenti

la prova del pregiudizio per il mancato godimento – nel tempo – del bene o del suo

equivalente in denaro; gli interessi medesimi si calcolano poi sul capitale man mano

rivalutato, secondo gli indici adottati.

Resta da dire che è salva la possibilità di provare concretamente un danno diverso e

maggiore. Solo così è possibile ristabilire la posizione patrimoniale nella quale si

sarebbe trovato il danneggiato senza l’illecito e senza che fosse stato frapposto ritardo

nel risarcimento.

La Corte cassa con rinvio la sentenza impugnata. In calce alla sentenza è

consultabile la giurisprudenza abbondantemente richiamata dalle SS.UU. per la

soluzione del contrasto.

Cass. Sez. III, 10 settembre 1999, n.9617: Responsabilità del medico per

mancata realizzazione del risultato.

Desiderosa di un intervento chirurgico che le procurasse una definitiva infertilità,

Tizia si era rivolta al dottor Caio, il quale le aveva praticato un intervento

ambulatoriale di “incollaggio” delle tube, la cui metodica, a detta del medico, “se non

perfetta, era sicura al 100%”. Nonostante tali rassicurazioni, dopo l’intervento la

paziente rimane incinta, e pertanto cita dinanzi al pretore il medico, chiedendo la

risoluzione del contratto di prestazione d’opera sanitaria e la ripetizione del

corrispettivo, pari a lire un milione, accertato che l’oggetto del contratto fosse il

“risultato” della sua infertilità.

Il pretore rigetta la domanda, ritenendo la prestazione del medico un’obbligazione di

mezzi.

Sul gravame opposto dalla soccombente, il Tribunale decideva a favore di ella,

essendo emerso dal dibattimento e dalle deposizioni di terzi che il medico aveva

proposto quale metodo sicuro, anche se non del tutto perfetto, quello di fatto

adoprato, omettendo tra l’altro di comunicare alla paziente, contro una prassi

abbastanza diffusa, i margini di insicurezza, ben noti dalla casistica, e la cui

conoscenza radica nel paziente il c.d. “consenso consapevole”.

Ricorre in Cassazione il medico.

Egli ritiene che il Tribunale abbia erroneamente interpretato le clausole contrattuali, e

contrappone la sua interpretazione: la Corte tuttavia non può sindacare nel merito la

decisione del Tribunale, ed i vizi logici di cui si duole il ricorrente non vengono da

questi affatto dimostrati.

Il Tribunale si uniformò al consolidato orientamento della giurisprudenza secondo cui

mentre nell’obbligazione di mezzi al debitore è richiesta la diligente osservanza del

comportamento pattuito, indipendentemente dalla “fruttuosità” rispetto allo scopo

perseguito dal creditore, nell’obbligazione di risultato l’adempimento coincide con la

piena realizzazione dello scopo perseguito dal creditore, indipendentemente

dall’attività e dalla diligenza spiegate dall’altra parte per conseguirlo, tant’è che se

l’attività dell’obbligato, quantunque svolta con diligenza, non sortisce il risultato

pattuito, ne consta il suo inadempimento.

In definitiva, essendo emerso nel merito che l’oggetto del contratto fosse il risultato

dell’infertilità della donna, la domanda del ricorrente consiste in una richiesta di

riesame nel merito, inammissibile in sede di legittimità.


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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Docente: Ricca Lucio
Università: Catania - Unict
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ricca Lucio.

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