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Riassunto esame Diritto civile, prof. Mantucci, libro consigliato Istituzioni di diritto civile, Perlingieri

Riassunto per l'esame di Diritto civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Istituzioni di diritto civile, Perlingieri, Voto conseguito 30.
Il file contiene la somma dei restanti capitoli che fanno parte dei miei documenti, questo in caso qualcuno non avesse bisogno dell'intero programma del corso: situazioni giuridiche esistenziali, persone fisiche... Vedi di più

Esame di Diritto civile docente Prof. D. Mantucci

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ESTRATTO DOCUMENTO

I contratti concernenti in tema di trasferimento o di godimento dell’azienda devono osservare

determinate forme prescritte per legge per il trasferimento dei singoli beni o per la natura dell’atto:

se l’azienda comprende beni immobili, l’atto deve essere scritto a pena di nullità; se invece la

azienda è donata esige l’atto pubblico, così come per le imprese soggette a registrazione.

La cessione dell’azienda necessita il contemporaneo trasferimento della ditta ma non comporta la

successione nell’impresa, sì che il cedente può tenere la qualità di imprenditore (ma non titolare

dell’azienda) e continuare l’esercizio dell’impresa, cioè attività; il cessionario invece subentra

nell’azienda come titolare (non nella impresa), acquisirà la qualità di imprenditore a titolo originario,

qualora eserciterà un a nuova e distinta attività di impresa. Il cedente ha il divieto di concorrenza e

in particolare l’obbligo di astenersi, per un periodo di 5 anni dal trasferimento, di iniziare una nuova

impresa che per oggetto, ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda

ceduta.

Circa la successione o il subentrare del cessionario nei contratti stipulati dal cedente per l’esercizio

dell’impresa (salvo quelli a carattere personale), diciamo che: questa si attua indipendentemente

dal consenso del contraente ceduto in caso di contratti in corso di esecuzione; subentra

automaticamente nei contratti di lavoro facenti capo all’azienda ceduta e il lavoratore conserva i

diritti a lui spettanti per il lavoro prestato; subentra automaticamente nella titolarità dei crediti e nei

debiti, salvo che i creditori non consentano all’alienante dell’azienda di liberarsi.

USUFRUTTO E AFFITTO DI AZIENDA

In caso di costituzione di diritti reali o personali di godimento sull’azienda (usufrutto e affitto),

l’ordinamento impone oltre che dei diritti anche degli obblighi ai titolari del diritto, quali il rispetto

della destinazione economica dell’azienda, la gestione e conservazione dell’efficienza

dell’organizzazione e degli impianti; usufruttuario e affittuari succedono nei contratti in corso di

esecuzione dell’impresa, mentre la successione nei crediti si applica soltanto all’usufruttario, mentre

quella nei debiti a entrambi, ma fanno eccezione i debiti aziendali risultanti dai libri contabili

obbligatori.

SEGNI DISTINTIVI DELL’IMPRESA

Si definiscono tali i mezzi di individuazione e di differenziazione delle imprese e contraddistinguono

l’attività (ditta), il luogo ove si svolge (insegna) e il prodotto (marchio). L’imprenditore ha diritto

all’uso esclusivo di questi segni, tuttavia non è assoluto, sì che altro imprenditore (esercente

impresa diversa o presente in un diverso mercato) può adottarli, purché non sviino la clientela o

creino confusione per il pubblico.

1. Ditta: è il nome sotto il quale l’imprenditore esercita l’attività e può essere individuale o sociale;

deve obbligatoriamente contenere il cognome o la sigla dell’imprenditore (ditta originaria: è una

esigenza di verità), salvo trasferimento di ditta a seguito di cessione (in tal caso alla ditta

derivata, quella trasferita, si può aggiungere il cognome o la sigla dell’acquirente – c.d. doppia

sigla). Dopo la verità, altra esigenza è quella della novità, necessaria per la inconfondibilità delle

ditte di imprenditori diversi, sì che la impresa che ha ditta con priorità di adozione o iscrizione nel

registro delle imprese può continuare ad usarla, mentre l’impresa che ha utilizzato o iscritto la

ditta posteriormente deve integrarla o modificarla. Infine per la unitarietà dei segni distintivi, è

vietato adottare come propri ditta il marchio al altrui quando sussiste pericolo di confusione tra

segni.

2. Insegna: identifica il locale ove l’imprenditore svolge la sua attività; si applicano le norme

previste per la ditta ma per essere tutelata al pari di quest'ultima, deve possedere capacità

distintiva, nel senso che non può consistere in una indicazione generica della attività svolta

dall'imprenditore (ad. es. ferramenta).

3. Marchio: ha la funzione di identificare i beni e i servizi dell’impresa che li produce (marchio di

fabbrica), che li commercia (marchio di commercio) o li presta (marchio di servizio). Può essere

costituito da parole (marchio denominativo), da immagini o altri simboli (marchio figurativo o

emblematico) o dalla forma stessa del prodotto o della sua confezione (marchio d forma o

tridimensionale). Può essere collettivo, con funzione di garantire origine, natura e qualità di certi

prodotti comuni ad una pluralità di imprese. Per godere di tutela il marchio deve possedere, a

pena di nullità, i requisiti della liceità (non contrario a legge, ordine pubblico, buon costume),

verità (non deve ingannare il pubblico sull’origine geografica, natura, qualità dei prodotti o

servizi), originalità (è aspetto della novità, che permette la distinzione tra marchi forti e deboli, in

quanto questi scarsamente distintivi) e novità (deve avere capacità distintiva dei prodotti). Il

marchio deve essere registrato presso l’ufficio italiano brevetti e marchi e la mancata

registrazione ne limita la tutela, rendendolo in caso sia stato giù usato preuso (davanti a nuova

registrazione però, salvo non abbia una notorietà internazionale, soccombe al nuovo registrato);

il titolare del marchio registrato può valersi di vari rimedi, quali l’azione di contraffazione,

richiesta di inibitoria, la rimozione o distruzione delle parole, figure o segni della contraffazione o

l’azione di risarcimento.

CREAZIONI INTELLETTUALI: l’ordinamento, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura e della

ricerca scientifica e tecnica, prevede particolari situazioni esclusive:

DIRITTO DI AUTORE: può avere ad oggetto opere dell’ingegno di carattere creativo che

appartengono alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, e non solo. Il carattere

creativo esige la originalità e novità dell’opera. L’opera va poi depositata e registrata presso l’ufficio

della proprietà letteraria, artistica e scientifica della Presidenza del Consiglio. L’opera può essere

anche il risultato del lavoro intellettuale di più soggetti e si definisce comune, quando il loro apporto

è indistinguibile e indivisibile; collettiva quando ciascun contributo è individuabile, sì che autore è

considerato il coordinatore dell’opera ma i singoli hanno ognuno il diritti di autore sulla propria parte.

Il diritto di autore gode di tutela morale (diritto di rivendicare la paternità dell’opera, pubblicarla o

meno, opporsi a qualsiasi deformazione o modificazione) e patrimoniale (diritto esclusivo di usare

l’opera in ogni forma e modo, originale o derivato).

DIRITTI DI BREVETTO: può avere ad oggetto le nuove invenzioni che implicano un’attività

inventiva e sono atte ad avere applicazione industriale (qualora il suo oggetto può essere fabbricato

o utilizzato in qualsiasi genere di industria). Non sono brevettabili, oltre le invenzioni illecite, quelle

aventi contenuto puramente teorico o scientifico non idonee ad essere usate industrialmente (es.

formule matematiche, scoperte scientifiche, ecc.), i metodi per la diagnosi e il trattamento chirurgico

e terapeutico del copro umano o animale, nonché le razze animali e i procedimenti per l’ottenimento

delle stesse.

All’inventore spetta il diritto morale e patrimoniale sull’invenzione; il brevetto può essere trasmesso

ed essere oggetto di pignoramento, sequestro, esecuzione forzata e espropriazione per legis.

Il rilascio del brevetto, per opera dell’ufficio brevetti, ha natura costitutiva a attribuisce tutela

assoluta (erga omnes) per 20 anni. L’inventore dispone del c.d. diritti di brevetto (pretesa ad essere

riconosciuto autore e potere di brevettare l’invenzione) e il diritto sul brevetto (diritto di sfruttarla

economicamente).

Circa la tutela, il titolare del brevetto o del diritto reale di godimento sullo stesso può esercitare

l’azione di contraffazione volta ad ottenere in via d’urgenza un provvedimento inibitoria e in via

definitiva la distruzione dei mezzi usati per la produzione (salvo il risarcimento dei danni). I diritti di

utilizzazione del brevetto si estinguono per decorso del tempo, per la non attuazione dell’invenzione

entro 3 anni dal brevetto e pero il mancato pagamento della relativa tassa.

Oltre che per le invenzioni, il brevetto è previsto anche per i modelli di utilità e le nuove varietà

vegetali:

I modelli di utilità sono quelle invenzioni idonee a conferire particolare efficacia o comodità di

applicazione o di impiego ad oggetti di uso, macchine, strumenti, utensili o a dare a certe categorie

di prodotti industriali o artigianali un particolare aspetto (modelli e disegni). Per i modelli di utilità si

applica la disciplina prevista per le invenzioni industriali, se compatibile.

Le nuove varietà vegetali: possono divenire oggetto di brevetto un insieme vegetale di un taxon

botanico del grado più basso conosciuto, che può essere distinto da ogni altro insieme vegetale;

deve essere inoltre idoneo ad essere riprodotto. Costitutore è la persona che ha creato o scoperto e

messo a punto una varietà, o anche il datore di lavoro di tale persona chi ne ha commissionato il

lavoro. Il diritto di costitutore dura 20 anni a decorrere dalla data della sua concessione.

Possono essere brevettate anche le invenzioni biotecnologiche, salvo nel rispetto, oltre cha ai

requisiti di novità, originalità e applicabilità industriale, dei diritti fondamentali della dignità e

dell’integrità dell’uomo e dell’ambiente. Può anche accadere che l’invenzione non brevettata sia

concessa in sfruttamento in regime di segretezza, con il c.d. know-how; l’inadempimento

dell’obbligo di mantenere il segreto, legittima l’azione di concorrenza sleale.

CONCORRENZA

CONCORRENZA E LEGGE ANTITRUST

Ogni economia di mercato che si rispetti, necessita che le imprese operino in regime di libera

concorrenza (caratterizzata dalla presenza di un numero indefinito di agenti, imprese e

consumatori, sul mercato; ecc.). La libertà d’intrapresa o di iniziativa economica, trova però nel

nostro ordinamento dei limiti interni, quali la finalità sociale alla quale è diretta e il rispetto del valore

della persona umana e della sua dignità.

Una impresa libera da condizionamenti normativi, tenderebbe per sua natura ad eliminare o

assorbire le imprese concorrenti, sì da realizzare forme di monopolio o posizioni dominanti e

conseguire profitti più elevati; fortunatamente, in attuazione di direttive comunitarie, l’Italia dispone

di una normativa antimonopolistica ad hoc, volte ad impedire concentrazioni monopolistiche o

posizioni abusive sul mercato, private o pubbliche che siano. Le imprese in regime di monopolio

sono comunque accettate, qualora esercitino la gestione di servizi di interesse economico generale,

pur nel rispetto di determinati limiti. Tra le principali ipotesi di nullità prevista dalla normativa

abbiamo:

Intese anticoncorrenziali o restrittive quali accodi tra imprese, che fissino direttamente o

indirettamente le condizioni contrattuali, impediscano o limitino la produzione, gli sbocchi o gli

accessi al mercato, gli investimenti e non solo.

Abuso di posizione dominante: non necessita necessariamente la forma monopolistica, ma può

concretizzarsi anche in regime di concorrenza: l’impresa ha notevole capacità di influire sul modo in

cui si realizza la concorrenza ed è rilevante se l’impresa ne tragga vantaggio attuando pratiche

abusive, quali imposizione diretta o meno di condizioni contrattuali gravose, limitazioni di

produzione, degli sbocchi ecc. Operazioni di concentrazione: qualora finalizzate a realizzare non

tanto il coordinamento, quanto il controllo del comportamento di imprese indipendenti; sono allora

soggette a controllo dell’autorità garante per la concorrenza e il mercato, a cui spettano ampi poteri

di indagine, istruttoria, vigilanza, di decisione sia autorizzativi sia sospensivi, sia impeditivi e

cautelari.

Cartelli: accordi con i quali due o più imprenditori disciplinano le modalità di svolgimento delle

reciproche attività concorrenti; possono però essere validi, qualora non si riferiscano a zone ed

attività determinate, salvo il divieto di ledere valori e principi di ordine pubblico.

Concorrenza sleale: si ha qualora ai sensi del 2598, l’imprenditore NON osservi i principi della

correttezza professionale a tutela dell’altrui attività imprenditoriale e dei consumatori; violando

questa regola, indipendentemente dal dolo o colpa, l’imprenditore è punito. La concorrenza sleale si

realizza:

Usando nomi e segni distintivi idonei a determinare confusione con quelli legittimamente usati

 da altri (concorrenza per confusione) o imitando i prodotti di un concorrente (imitazione servile);

Diffondendo notizie e apprezzamenti sui prodotti e sulle attività di un concorrente, idonei a

 determinarne il discredito (atti di denigrazione: pubblicità comparativa che confronta il proprio

prodotto con quello del concorrente in modo da discreditarlo e pubblicità superlativa, che vanta il

proprio prodotto come l’unico a possedere certe qualità); o appropriandosi di pregi dei prodotti di

un concorrente (atti di sottrazione: pubblicità parassitaria che attribuisce al proprio prodotto

qualità appartenenti al prodotto del concorrente e pubblicità per riferimento, che fa credere che il

proprio prodotto sia simile ad un altro);

Avvalendosi direttamente o meno di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza

 professionale idoneo a danneggiare l’impresa altrui.

FORME DI COOPERAZIONE TRA IMPRESE

CONSORZI

Si hanno forme di cooperazione qualora più imprese, ai sensi del 2602, specie se operano nello

stesso settore, riescono a coordinare lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive attività

instituendo un’organizzazione consortile comune. il consorzio, quale forma associativa fra imprese,

può costituirsi in forma di società commerciale o di società consortile e può perseguire diversi fini:

regolare la produzione e gli scambi o il contingente di produzione spettante ad ogni consorziato

(2603), elaborare nuovi sistemi produttivi ecc. Per la costituzione, è necessario che il contratto sia a

pena di nullità in forma scritta, recante l’oggetto, gli obblighi e i contributi dei consorziati, le

condizioni di ammissione di nuovi aderenti e eventualmente la durata e la sede.

La quota o parte di ciascun consorziato non corrisponde alla quota di partecipazione delle società

commerciali rientranti nel consorzio; nell’ipotesi di recesso e di esclusione, la quota si accresce

proporzionalmente a quelle degli altri. Le deliberazioni circa l’attuazione dell’oggetto consortile sono

presi di regola col voto favorevole della maggioranza dei consorziati, mentre per la modificazione

del contratto è necessario il consenso di tutti; in caso di scioglimento del consorzio, si avvia la

liquidazione.

Qualora il consorzio svolga un attività produttiva esterna, lo stesso assume qualità di imprenditore

ed è previsto la costituzione necessaria di un fondo consortile autonomo, costituito dai contributi

degli aderente e dai beni con esse acquistati, indivisibile per i consorziati e non aggredibile dai

creditori particolari dei consorziali. I creditori invece del consorzio possono far valere i loro diritti

esclusivamente sul fondo.

GRUPPO EUROPEO DI INTERESSE ECONOMICO (Geie) è un organismo di cooperazione

transnazionale rivolto agli operatori economici europei, qualunque sia la loro forma giuridica

(persone fisiche, società, enti) e ambito di operatività, a condizione che appartengano almeno a due

Stati membri diversi e siano portatori di un interesse che possa essere soddisfatto dall’attività del

GEIE. Nelle intenzioni dei legislatori europei, questo dovrebbe permettere a piccole e medie

imprese, appartenenti ad almeno due paesi, di poter partecipare a progetti più grandi di quanto le

loro dimensioni permetterebbero. Tuttavia il fine del GEIE non è quello di ottenere un profitto, per

quanto questo non sia vietato, quanto piuttosto fornire un ausilio alle attività delle imprese europee

che lo costituiscono.

ASSOCIAZIONI TEMPORANEE TRA IMPRESE

L’accordo tra imprese può essere temporalmente circoscritto per realizzare un’attività produttiva in

comune mediante contratti di joint venture, senza che con esso nasca un nuovo soggetto giuridico

ù8ùciacsuna impresa conserva autonomia di gestione e distinti compiti). L’associazione o

raggruppamento è orizzontale quando le imprese sono sul medesimo piano rispetto al committente

al quale rispondono per l’esecuzione dell’intero lavoro; è verticale quando nel bando di gara (es.

appalto pubblico) si indicano parti scorporabili dell’opera per le quali rispondono solo l’impresa

interessata e la capogruppo.

IMPRESA E SOCIETA’

ATTIVITA’ PRODUTTIVA E STRUMENTO SOCIETARIO

L’attività di impresa può essere svolga usando lo strumento societario; la fattispecie costitutiva

dell’atto di autonomia e di seguito del soggetto societario, può avvenire tramite contratto

consensuale bi o plurilaterale da stipularsi in forma scritta alla natura del conferimento e in caso di

società commerciale deve essere pubblicizzato tramite iscrizione nel registro delle imprese; la

fattispecie costitutiva può anche essere unilaterale, ciò può riguardare società dalla natura rilevanti

come la s.p.a. e la s.r.l. (società uni personale).

Nel caso delle società di fatto, la fattispecie costitutiva non si costituisce tramite una o più

dichiarazioni, ma tramite fatti concludenti; tale società per difetto di forma, non potendo rispettare gli

oneri di pubblicità delle società commerciali, sarà irregolare (così come quella costituita per atto

scritto ma non iscritta); le società di fatto si dicono poi occulte (caratterizzata dalla clausola di

segretezza, quindi nei rapporti esterni agisce in nome di uno dei soci) o apparenti (sebbene

inesistente, per un complesso di comportamenti e circostanze, appare tale per principio di buona

fede).

Il contratto di società si distingue per 3 elementi:

- Obbligo di conferimento: per esistere la società necessita di un fondo sociale costituito dalle

prestazioni dei quali i soci si sono obbligati e il cui oggetto può essere potenzialmente qualsiasi

bene o servizio patrimoniale (suscettibile di valutazione economica: anche la prestazione

d’opera).

- Esercizio dell’attività economico-produttiva: tale esercizio deve avvenire tramite un

patrimonio comune, quale comunione dei soci di determinati diritti reali e che si caratterizza per

l’organizzazione tipica dello strumento societario e per la destinazione della produzione e

scambio di beni e servizi.

- Scopo produttivo lucrativo: l’attività esercitata deve tendere alla realizza zio di utili da ripartire

tra i soci o di vantaggi economici (riduzione di costi nel processo produttivo o nell’acquisto di

fattori).

Ai sensi del 2249, sono elencate le forme tassative di società, inderogabili quindi dall’autonomia

negoziale, la quale conserva comunque la capacità di scelta del tipo legale (salvo per le società

aventi oggetto commerciali, le quali non possono assumere forme di società semplice), di

modificare o integrare, nel rispetto delle norme inderogabili, alcuni statuti delle forme legali, nonché

introdurre c.d. clausole atipiche nell’atto costituivo (se non si stravolgono gli aspetti essenziali della

società). I patti parasociali, quelli che intervengono tra i soci e non sono formalizzati nell’atto

costitutivo, finalizzati a regolare il comporta meno dei soci, sono validi ed efficaci nei limiti delle

disposizioni in materia di contrattuale e societario.

Le forme societarie si distinguono principalmente per:

Attività svolta: grande distinzione è fatta per le società semplice con oggetto non commerciale e gli

altri tipi societari aventi oggetto commerciale

Scopo perseguito: distinzione è fatta tra società a scopo lucrativo (è la normalità tra i tipi societari) e

scopo mutualistico (tipico delle cooperative; il lucro non è per froza assente, ma è strumentale allo

scopo principale)

Responsabilità verso i terzi creditori sociali: distinzione è fatta tra i regimi di responsabilità

personale e solidale dei soci che hanno agito in nome e per conto della società semplice, alla

responsabilità illimitata e solidale dei soci della s.n.c; dalla responsabilità solidale e illimitata dei soci

nella s.a.s., alla responsabilità esclusiva del patrimonio sociale nelle società di capitali.

Organizzazione dei rapporti interni: nelle società di persone prevale il profilo personale dei soci,

mentre in quelle di capitali prevale l’organizzazione interna (potenzialmente di gruppo).

CRISI DELL’IMPRESA E PROCEDURE CONCORSUALI

CRISI DELL’IMPRESA

La crisi dell’impresa (derivante ad es. da uno squilibrio tra capitale proprio e di terzi) coinvolge

interessi plurimi e talvolta contrastanti: la crisi infatti minaccia oltre i lavoratori e i creditori sociali (i

cui interessi potrebbero configgere dal momento che la liquidazione dell’impresa può danneggiare

gli uni e avvantaggiare gli altri) anche i rapporti con altri imprenditori commerciali, comportando

ripercussioni sull’intera economica.

La risposta dell’ordinamento è stata abbastanza flessibile, sebbene inizialmente più che altro rivolta

agli interessi creditori: ecco allora che la originaria riforma fallimentare del 1942, prevedeva tra i vari

punti la liquidazione coatta amministrativa, il concordato preventivo, amministrazione controllata

(consentiva all’imprenditore in temporanea crisi di ottenere dai creditori una dilazione generalizzata

per il soddisfacimento delle obbligazioni); la riforma del 2005, ha visto eliminata la amministrazione

controllata, dimostratasi inadeguata per il superamen della crisi temporanea, ma sono state di molto

ampliate le possibilità di salvare l’azienda. Le procedure concorsuali garantiscono, secondo il

principio della par condicio creditorum, il concorso di tutti i creditori sui beni del debitore e vietano

l’aggressione del patrimonio personale del debitore con azioni esclusivamente individuali; sono

escluse dalle procedure concorsuali gli enti pubblici, i piccoli imprenditori e società tra avvocati.

ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE E PIANI DI RISANAMENTO

Prima della riforma, le soluzioni della crisi aziendale concordate in sede stragiudiziale, pur essendo

più agili ed efficaci delle procedure concorsuali, hanno sempre avuto la esigenza di un riparo

protettivo nel caso di insuccesso definitivo (dichiarazione di fallimento) dell’impresa. Comunque sia i

principali istituti, entrambi esenti per loro particolarità da azione revocatoria (salvo fallimento),

erano:

Accordi di ristrutturazione dei debiti: accordo tra l’imprenditore in crisi e i creditori che rappresentino

al meno il 60% dei crediti con l’aggiunta della relazione i un esperto che ne attesta l’attuabilità e l

‘idoneità ad assicurare il regolare pagamento dei creditori estranei all’accordo; la espressione indica

che avviene una modifica della struttura dei debiti dell’impresa, attuata incidendo su elementi quali

la scadenza, interessi, ammontare e non solo. L’accordo di ristrutturazione vincola solo i creditori

che lo hanno stipulato.

Piani di risanamento: piano volto a consentire il risanamento della esposizione debitoria

dell’impresa e il ragionevole riequilibrio della sua situazione finanziaria attestata da un revisore

contabile.

PROCEDURE CONCORSUALI

I caratteri fondamentali delle procedure concorsuali sono l’universalità (riguarda l’intero patrimonio

dell’imprenditore insolvente) e la concorsualità della partecipazione (tutti i creditori esistenti all’atto

della dichiarazione di fallimento hanno diritto a parteciparvi). Il nostro ordinamento, nello specifico

decreti legge e la legge fallimentare del ’42, poi riformata (il codice civile non prevede), prevede 5

distinte procedure concorsuali:

Fallimento: presupposti del fallimento dell’imprenditore commerciale sono lo stato di insolvenza

(non è inadempimento; impossibilità di soddisfare regolarmente, quindi puntualmente e con mezzi

normali di pagamento, le proprie obbligazioni) e esposizione debitoria (debiti scaduti e non pagati,

complessivamente non inferiore a 30.000). l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento può essere

presa dallo stesso debitore, da uno o più creditori, nonché, in talune ipotesi legate al diritto penale,

dal pubblico ministero. Competente a dichiarare il fallimento è il tribunale del luogo ove

l’imprenditore ha sede principale dell’impresa; questo, convocato l’imprenditore, svolge una

istruttoria volta a verificare la ricorrenza dei presupposti del fallimento. Il fallimento è dichiarato con

sentenza che deve essere annotata nel registro delle imprese. A seguito di dichiarazione giudiziale,

si avvia la procedura fallimentare che prevede 4 fasi:

- apprensione dei beni mediante inventario spettanti al fallimento;

- accertamento del passivo per la verifica dei diritti a partecipare alla ripartizione del ricavato

dalla liquidazione dell’attivo;

- liquidazione dell’attivo, volta ala monetizzazione (tramite vendita all’asta, cessione dei crediti,

ecc.) del patrimonio del debitore, sì da consentire una agevole ripartizione tra i creditori.

- ripartizione fra i creditori del ricavato dalla liquidazione dell’attivo.

Concordato preventivo: Accordo tra imprenditore e creditori detto preventivo in quanto diretto a

prevenire il fallimento, soddisfacendo più interessi in gioco, economia compresa. I presupposti per

la procedura sono che l’impresa non sia “piccola”, deve trovarsi in uno stato di crisi (condizione di

insolvenza sia reversibile che irreversibile, che di differenzia dalla prima, in quanto questa può dare

luogo a strumenti per recuperare la capacità di solvenza dell’impresa: es. piano di risanamento).

Contenuto della proposta prevede: ristrutturazione dei debiti e soddisfazione dei crediti con

qualsiasi forma, anche con cessione dei beni; attribuzione delle attività delle imprese interessata

dalla proposta di concordato ad un assuntore; suddivisione dei creditori in classi secondo posizione

giuridica e interessi economici omogenei; trattamento differenziato tra creditori appartenenti a classi

differenti.

Circa la ammissione, l’imprenditore-debitore, deve presentare la domanda ad un professionista che

attesti la veridicità dei dati aziendali esposti e documentati e la fattibilità del piano a base della

proposta; il tribunale decide con decreto, dichiarando nell’eventualità aperta la procedura:

provvederà allora a nominare il giudice delegato e commissario giudiziale e ordina la convocazione

dei creditori entro massimo 30 giorni per la accettazione del concordato; entro 15 invece il ricorrente

dovrà versare la somma per la procedura. L’imprenditore durante questo periodo conserva

l’amministrazione dei beni e l’esercizio d’impresa ma è soggetto ad un controllo degli organi della

procedura. Si arriva così all'adunanza dei creditori, ossia ad una udienza cui partecipano tutti i

creditori chirografari, nella quale questi ultimi sono chiamati ad esprimere il proprio voto sulla

proposta di concordato. La proposta del debitore è approvata se riporta il voto favorevole dei

creditori che rappresenta la maggioranza a dei crediti ammessi al voto. Qualora invece la proposta

preveda svariate classi di creditori, il concordato supera la fase dell'approvazione se in tutte le

classi si riscontra il voto favorevole della maggioranza dei crediti ammessi al voto. Se invece,

all'esito delle operazioni di voto non si raggiungono le maggioranze analiticamente indicate

dell'articolo in questione, il tribunale rigetta la proposta di concordato preventivo, per poi dichiarare,

su istanza del pubblico ministero o dei creditori previo accertamento dei presupposti, il fallimento

del debitore; decisione a sua volta appellabile dinanzi alla corte di appello.

Laddove il concordato sia approvato dai creditori, si apre la fase di omologazione la quale deve

terminare entro sei mesi dalla presentazione della domanda di concordato; questo non solo è

obbligatorio anche per i creditori dissenzienti, ma comporta normalmente un parziale sacrificio delle

ragioni creditorie. Dopo la omologazione inizia la fase di esecuzione del concordato, caratterizzata

dal permanere degli organi di sorveglianza: il concordato con pagamento prevede l’esecuzione e

l’adempimento di obblighi che il debitore o il terzo hanno assunto; nel concordato con cessione dei

beni ha luogo la liquidazione dei beni e la distribuzione dei ricavato ai creditori.

Il concordato può essere risolto per inadempimento entro un anno dalla scadenza dell’ultimo

pagamento previsto; mentre quello con cessione di beni è risolvibile nel momento in cui è non

consente ragionevolmente di soddisfare con il ricavato una qualsiasi percentuale dei creditori

chirografari. Il concordato può essere altresì annullato se è stato dolosamente esagerato il passivo

è stata sottratta o dissimula un parte rileva dell’attivo.

Liquidazione coatta amministrativa: determinate categorie di imprese sono sottratte al fallimento , in

virtù di un forte interesse pubblico, prevedendo che la liquidazione e riparto del ricavato dei beni

avvenga con questo tipo di procedimento: si caratterizza per il fine perseguito, giacché mira a

rimuovere dal mercato non soltanto i soggetti non più in grado di assolvere regolarmente alle

proprie obbligazioni, ma anche quelli il cui disordine economico o amministrativo rischia di

compromettere l’interesse dello Stato a una sana economia.

Amministrazione straordinaria: presupposti (salvo lo stato di insolvenza) per questa azione sia

giudiziaria che amministrativa sono che l’impresa abbia un numero di lavoratori subordinato non

inferiori a duecento da almeno u anno e debiti per un ammontare complessivo non inferiore ai 2/3

sia dell’attivo dello stato patrimonio che dei ricavi derivanti da vendite. Il legislatore ha per queste

tipi di imprese reputate fondamentale l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva rispetto al

fallimento; ha finalità conservativa del patrimonio dell'impresa, al contrario delle altre procedure

concorsuali (il fallimento e la liquidazione coatta amministrativa), che hanno invece finalità

liquidativa. La procedura si apre con dichiarazione del tribunale a seguito della presentazione da

parte del commissario giudiziale di un valutazione motiva sull’esistenza delle condizioni per

l’ammissione del ministero delle attività produttive. Il programma prevede due alternative: cessione

dei complessi azienda in base ad un programma di prosecuzione dell’esercizio dell’impresa; la

ristrutturazione dell’impresa in base ad un programma di risanamento.

Ristrutturazione industriali di grandi imprese.

SITUAZIONI DI CREDITO E DEBITO

Importante è la distinzione delle situazione giuridica soggettiva attiva (o diritto):

Reale: vedi prima.

- Di credito (o creditorie): caratterizzate dalla relatività della situazione, in quanto esercitabili

- solo nei confronti di un determinato titolare del lato passivo del rapporto detto creditore; altra

caratteristica è la mediatezza, cioè la necessità dell’intermediazione del debitore per godere

del bene giuridico e realizzare l’interesse creditorio.

Con il passare del tempo e il progressivo sviluppo socio-economico-culturale, questa distinzione sta

diventando sempre più inadeguata, in quanto la conquista di centralità della proprietà mobiliare

(titoli finanziari in primis) a discapito di quella immobiliare, ha determinato l’estensione alle situazioni

creditorie di alcuni aspetti della disciplina dei diritti reali, quali appunto l’assolutezza, immediatezza,

inerenza e quindi l’inidoneità dei criteri tradizionali di distinzione (volendo fare un es. per tutti

diciamo che se il titolo di acquisto di una proprietà immobiliare non è stato trascritto, l’assolutezza

non è presente: se un acquirente successivo acquista l’immobile trascrivendolo, questo ne diventa il

proprietario legittimo). Ciò porta a prospettare una applicabilità di un diritto in comune per tutte le

situazioni patrimoniali, reali o creditorie che siano.

PRECISAZIONI TERMINOLOGICHE

Analizzando le espressioni citate nel IV libro del codice civile “Delle obbligazioni”, si ha a che fare

con termini che se studiati nel singolo portano a diversi punti di vista:

Per diritto di credito, si analizza il fenomeno obbligatorio dal punto di vista del titolare della

- situazione soggettiva attiva (creditore), quindi di potere;

Per obbligazione, si intende da un punto di vista strutturale il fenomeno obbligatorio dal punto

- di vista del titolare della situazione soggettiva passiva (debitore), il quale è in una situazione

di dovere; dal punto di vista invece funzionale, l’obbligazione è il regolamento di una

determinata correlazione di situazioni giuridiche;

Dalla necessità di tener conto contemporaneamente di entrambe le situazioni, si intende

- “rapporto obbligatorio”, il vincolo giuridico in virtù del quale il titolare della situazione debitoria

è tenuto ad eseguire una prestazione, patrimonialmente valutabile, per soddisfare l’interesse,

anche non patrimoniale, del titolare della situazione creditoria, il quale ha il potere di

pretendere l’esecuzione di tale prestazione ed è chiamato a cooperare con il debitore per

consentirgli di adempiere esattamente.

Da questa definizione possiamo individuare i caratteri fisionomici (indispensabili per la

costituzione del…) del rapporto obbligatorio:

1. Dualità delle situazioni giuridiche soggettive: la dualità dunque non si riferisce alla presenza

ed individuazione dei titolari;

2. Interesse del creditore (1174) deve essere meritevole di tutela dall’ordinamento (legittimo), sì

che esigenze puramente individualistiche e socialmente non apprezzabili non vengono

tutelate dall’ordinamento (l’art 1322, infatti nel parlare dell’autonomia privata, permette la

realizzazione di contratti atipici purché rivolti a realizzare interessi tutelati dall’ordinamento

giuridico) e deve durare per tutto il rapporto fino alla sua estinzione (se l’interesse viene

meno durante il rapporto, il debitore risulta liberato). La natura dell’interesse può essere

anche non patrimoniale purché legittimo. Può accadere che l’interesse richieda per la sua

soddisfazione che la prestazione sia eseguita personalmente dal debitore in virtù delle

qualità personali dello stesso (rapporti fondanti sull’intuitus personae o sull’infungibilità del

comportamento del debitore). Non è strano trovare che l’attuazione del rapporto obbligatorio

realizzi interessi rilevanti anche del debitore, specie in quello della liberazione dal vincolo.

3. Patrimonialità della prestazione (1174): la prestazione per configurarsi come oggetto del

rapporto deve essere necessariamente patrimoniale (suscettibile di valutazione economica),

ciò, secondo la visione tradizionale, al fine di determinare l’entità pecuniaria del danno in

caso di inadempimento del debitore (1218); tuttavia è anche vero che un conto è la natura

patrimoniale della prestazione, un conto è la natura patrimoniale o meno del danno inferto: il

risarcimento di un danno non patrimoniale (perdita di un braccio) è difficilmente adeguato.

Una visione più moderna vede la patrimonialità della prestazione come volta a circoscrivere

l’autonomia contrattuale alle vicende relative ai beni di tipo patrimoniale. Verificare il requisito

della patrimonialità risulta abbastanza facile davanti a prestazioni la cui esecuzione incida o

richieda l’uso di beni patrimoniali e viceversa (nelle prestazioni di non fare); inoltre questa

valutazione non può essere fatta dalle parti (soggettiva), ma oggettiva, cioè derivare da un

apprezzamento in termini economici della prestazione nella realtà sociale.

COMPLESSITA’ DELLE SITUAZIONI CREDITORIE E DEBITORIE

La tradizionale contrapposizione tra lato attivo e passivo delle situazioni costituenti il rapporto

obbligatorio, per cui al lato attivo, quello del creditore, spetterebbero poteri, pretese, aspettative,

ecc. e al lato passivo, quello del debitore, spetterebbero doveri, obblighi, soggezioni, risulta oggi

inopportuna, in quanto oltre che a concentrarsi troppo sugli aspetti della situazione, non tiene conto

delle evoluzioni socio-culturali, nonché normative, determinate dal passaggio dallo stato liberale a

quello sociale di diritto: l’introduzione delle clausole generali di correttezza (art.1175) e buona fede

(art. 1375) infatti, portano al sorgere di doveri positivi e negativi tanto per il debitore che per il

creditore: per uno spirito solidaristico espresso dalla Costituzione ma anche prima, anche laddove

nei rapporti giuridici c’è un sacrificio di una parte ciò non esclude un regolamento temperato degli

interessi in gioco. Il debitore è dovuto non solo ad eseguire la prestazione, ma anche adottare una

condotta che colleghi al meglio la prestazione agli interessi del creditore; inoltre ha interesse ad

eseguire esattamente la prestazione dovuta, non identificabile solo nella liberazione dal vincolo (un

cantante che si obbliga ad eseguire un concerto non solo per il compenso, ma anche per il prestigio

che ne può derivare). D’altro canto il creditore, i cui interessi saranno tutelati, ha il dovere, in

attuazione del dovere di correttezza e buona fede, di cooperare con il debitore per consentirgli di

adempiere esattamente. In linea generale le due clausole generali sopra citate si dicono violate,

ogni qualvolta il comportamento di una parte non sia indirizzato verso la lealtà, schiettezza e

solidarietà sociale. Per evitare queste violazioni sono stati elaborati gli obblighi di avviso, che

impongono il dovere reciproco di informazione per quelle circostanze e vicende la cui ignoranza

potrebbe pregiudicare il buon esito del rapporto; e i doveri di protezione, che mirano a tutelare le

parti da fatti lesivi potenzialmente connessi all’esecuzione della prestazione. Quando si parla di

situazione attiva o passiva, è più corretto parlare di situazione prevalentemente di protezione e

prevalente di sacrificio, dove prevalente sta a significare che anche nel profilo attivo ci sono dei

profili sacrificati e in quello passivo degli aspetti tutelati.

OGGETTO DEL RAPPORTO OBBLIGATORIO

Nonostante l’art. 1174 sia abbastanza chiaro nell’individuare come oggetto del rapporto obbligatorio

il comportamento atteso e dovuto dal debitore, cioè la prestazione, la dottrina in materia, fin da

prima del 1942, si è divisa in due teorie:

Teoria patrimonialista: data la incoercibilità della prestazione, che limita l’affidamento del

- creditore sulla spontaneità del debitore ad eseguire la prestazione, si capisce la marginalità

che la prestazione assume davanti l’interesse creditorio, il quale privilegerebbe come oggetto

dell’obbligazione il patrimonio del debitore: il risultato utile del creditore è quello di ottenere,

mediante un processo esecutivo, un bene specifico presente del patrimonio dell’obbligato,

che può essere appunto un bene dovuto (si pensi all’esecuzione per consegna) o una

somma di denaro ricavata dalla vendita forzata dei beni. Teoria abbastanza azzardata

essendo la prestazione solo uno dei possibili strumenti di soddisfazione del creditore.

Teoria personalistica: privilegia la prestazione da essere considerata l’unico mezzo per

- attenuare l’interesse creditorio, e si bandisce qualsiasi pretesa dello stesso per l’esecuzione

della prestazione da un altro soggetto che non sia debitore (riferendoci alla prima teoria, si

intende il tribunale, che avrebbe dovuto tramite processo esecutivo soddisfare il creditore).

In sintesi, oggetto dell’obbligazione (o meglio del rapporto obbligatorio) è l’esatta esecuzione della

prestazione da parte del debitore, detta adempimento (art. 1176 e seguenti) ed è il modo di

estinzione dell’obbligazione più frequente e fisiologico. Secondo l’art. 1174, la prestazione deve

essere economicamente valutabile e può corrispondere ad un interesse anche non patrimoniale del

creditore. In caso di inadempimento, quindi di mancata esecuzione della prestazione, si applica

l’art. 1218 del codice, cioè la responsabilità personale del debitore, trasformando di fatto

l’obbligazione originaria, quando non sono possibili altri rimedi, nell’obbligazione risarcitoria

pecuniaria.

CLASSIFICAZIONI E STATUTI

A seconda della tipologia della prestazione oggetto del rapporto obbligatorio, distinguiamo:

- Obbligazioni (quindi prestazioni) di dare: hanno per oggetto prestazioni di consegnare una cosa

certa e determinata oppure far acquistare un diritto di proprietà a terzi soggetti (tramite

trasferimento a titolo derivativo, costitutivo).

- Obbligazioni di fare: hanno per oggetto un certo comportamento attivo che il debitore deve tenere

nei confronti del creditore; quale produrre, riferire (ad es. una informazione) o incidere su una cosa,

oppure sono comprese le prestazioni in cui manca un referente oggettivo sul bene, quali ad es. le

c.d. prestazioni di puro fare (eseguire un concerto, una lezione, difendere in giudizio un imputato,

ecc.).

- Obbligazioni di non fare (o negative): hanno per oggetto comportamenti negativi del debitore, che

si attuano mediante l’astensione dello stesso (es. obbligo di non edificare, sopraelevare, ecc.);

- Obbligazione di concludere un contratto: il debitore si impegna a prestare l’accordo per un atto

giuridico futuro.

Oltre questa rigida schematizzazione teorica, la realtà è ben più complessa e spesso le prestazioni

racchiudono oggetti riferibili a più punti (rilasciare una procura ad un mandatario per l’acquisto di un

bene comporta una prestazione di fare (acquisto), una di dare (pagare) ed un obbligo di restituire il

bene al mandante). Per individuare la disciplina del rapporto obbligatorio si guarda non alla struttura

dello stesso, bensì alla funzione che è chiamato a svolgere, o ancora il regolamento degli interessi

in gioco nel caso in questione (pluralità degli statuti obbligatori).

OBBLIGAZIONI NATURALI

La differenza principale tra l’ordinamento giuridico ed altri ordinamenti (culturale, religioso, ecc.),

che spesso con il primo interagiscono sta nella coercitività del primo, cioè la predisposizione di un

sistema di sanzioni in caso di violazione delle disposizioni in esso contenuto e che ne assicura

l’osservanza; importantissima è la qualificazione in sede di giudizio del comportamento inosservato

come giuridico o meramente socio-culturale, in quanto nel primo caso sarà corrisposta una

sanzione.

Esistono alcuni criteri per qualificare giuridicamente i vari rapporti:

Criterio soggettivo: si verifica se le parti abbiano voluto assoggettare il rapporto

- all’ordinamento giuridico o di altro tipo (socio-culturale); ad es. la previsione di una clausola

penale per l’inadempimento qualificherà il rapporto come giuridico, mentre la richiesta ad un

pittore di dipingere un quadro in virtù della loro amicizia, probabilmente qualifica il rapporto

come sociale o affettivo e in caso di inadempimento ci sarà al massimo una sanzione sociale

(non gli rivolgo più la parola). Tuttavia tale criterio non è sempre sufficiente, in quanto anche

se meramente sociale il rapporto può essere giuridicamente rilevante per la presenza di

elementi giuridici o per una valutazione normativa del comportamento.

Criterio oggettivo: si valuta la natura del rapporto, cioè la finalità e gli interessi che va a

- tutelare; questo criterio è preordinato rispetto a quello soggettivo.

Le obbligazioni naturali (art. 2034), sono quei rapporti giuridici fondati su doveri sociali o morali, in

cui a differenza delle obbligazioni civili si esclude la coercibilità, per cui il titolare della situazione

naturale creditoria non può né esigere la prestazione dal debitore (deve essere spontanea), né

avviare azioni giudiziarie in caso di inadempimento. Non è ammessa la ripetizione (c.d. irripetibilità

della obbligazione naturale) di quanto è stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri

morali o sociali, salvo che la prestazione sia stata eseguita da un incapace. Questa rilevanza della

irripetibilità, si riscontra nella volontà del sistema giuridico di attuare i doveri morali e sociali che

muovono la obbligazione naturale. Esempi di obbligazioni naturali sono pagamento del debito di

gioco o di scommessa oppure pagamento del debito prescritto.

LE VICENDE DELLE OBBLIGAZIONI

LA COSTITUZIONE

Secondo l’art. 1173 “Le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito, o da ogni altro atto o

fatto idoneo a produrle in conformità dell'ordinamento giuridico”. Con l’espressione “ogni altro atto o

fatto …”, l’ordinamento vuole delineare l’atipicità delle fonti dell’obbligazione, per cui la qualifica del

vincolo può anche meramente derivare da un giudizio di idoneità che collegi un fatto alla nascita di

una obbligazione. Fondamentale è anche il concetto di titolo dell’obbligazione, quale necessaria

giustificazione causale (cioè dell’origine) dell’attribuzione patrimoniale (trasferimento di patrimonio)

nella obbligazione. Di solito fonte e titolo (origine e giustificazione teleologica) coincidono nel

vincolo, ma ovviamente data l’atipicità delle fonti possono non coincidere: si pensi alle fonti non

contrattuali o non negoziali. L’art. 1173, escluso l’ultima espressione, classifica le fonti tra contratto

e fatto illecito:

Contratto: comprende tutti gli atti negoziali, compresi quelli unilaterali atipici;

- Fatto illecito: fonte originata dalla violazione di una disposizione dell’ordinamento .

-

INGIUSTIFICATO ARRICCHIMENTO o ARRICCHIMENTO SENZA CAUSA

Dato il principio di necessaria giustificazione causale dell’attribuzione patrimoniale, ai sensi dell’art.

2041, colui che senza giusta causa si è arricchito a danno di altri è tenuto, nei limiti

dell’arricchimento ricevuto, ad indennizzare l’altro soggetto della correlativa diminuzione

patrimoniale.

Tale istituto è atipico, in quanto i fatti che possono generare la richiesta sono molteplici. I

presupposti per l’ingiustificato arricchimento sono:

Mancanza della causa giustificativa dell’arricchimento, cioè un idoneo titolo giuridico

- Il fatto deve essere lecito, in quanto l’illecito sarebbe di competenza del 2043;

- Deve generare l’arricchimento patrimoniale di un soggetto e la correlativa diminuzione

- patrimoniale di un altro e tale nesso deve essere immediato e diretto.

Il correlato impoverimento comprende solo il danno emergente (perdita effettiva), cioè può

- consistere nella perdita di un elemento patrimoniale o nella diminuzione del suo valore;

l’impoverimento non comprende il lucro cessante, cioè il mancato guadagno.

L’azione generale di arricchimento ha natura sussidiaria, in quanto è proponibile solo in mancanza

di altre tutele (azione di ripetizione dell’indebito o azione di rivendicazione).

L'arricchimento senza causa, disciplinato dagli art.2041 e 2042 c.c., è da considerarsi a tutti gli

effetti, una fonte di obbligazione, nello specifico all’interno della “terza categoria di fonti di

obbligazione.

Fattispecie principale dell’arricchimento ingiustificato è la ripetizione dell’indebito (è specie del

genus più ampio), nel caso dell’esecuzione di una prestazione non dovuta, che comporta il sorgere

di una obbligazione restitutoria, per la cui attuazione è prevista l’azione di ripetizione dell’indebito,

azione personale (esperibile dal solvens nei confronti solo di chi ha ricevuto indebitamente, pur

essendo prevista la possibilità di agire nella successione mortis causa) con finalità non

sanzionatoria ma di riequilibrio dei patrimoni. Secondo l’art. 2033 e 2036, si parla in particolare di:

Indebito oggettivo: se un soggetto non debitore adempie nei confronti di un soggetto non

- creditore quando o il rapporto è originariamente inesistente, o il titolo viene meno

successivamente per una delle ipotesi previste. In tal caso il soggetto non debitore può

richiedere la ripetizione della prestazione.

Indebito soggettivo: si ha quando il debitore adempie ad un soggetto che non è il creditore o

- non è legittimato a ricevere, o in seconda ipotesi quando chi non è debitore adempie nei

confronti di chi è creditore di un terzo: nella prima ipotesi colui che ha ricevuto la prestazione

non ha titolo per trattenere quanto recepito e lo stato soggettivo del debitore di buona o mala

fede è rilevante per permettergli di ripetere quanto adempiuto. Nel secondo caso il creditore

del terzo ha titolo a trattenere quanto ricevuto.

Presupposto per l’irripetibilità è l’immoralità dello scopo o dell’attività richiesta, quindi ciò che è

contrario al buon costume.

ADEMPIMENTO

Si desume dall’art. 1218, “Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al

risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da

impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” che l’adempimento è l’esatta

esecuzione della prestazione (oggetto del rapporto obbligatorio) dovuta, nel rispetto delle modalità,

tempi e luoghi previsti nel vincolo volti a soddisfare l’interesse creditorio; se l’esecuzione

dell’obbligo debitorio necessita della cooperazione del creditore, l’adempimento comprende tra i

presupposti anche l’attività strumentale del creditore; è fattispecie estintiva del rapporto fisiologica e

frequente, per cui si realizza l’interesse creditorio e allo stesso tempo libera il debitore dal vincolo:

se uno dei 2 effetti non si verifica, l’atto non è qualificato come adempimento. Presupposti per

l’adempimento è in genere l’esistenza di un valido vincolo obbligatorio (causa solvendi), la

congruenza tra prestazione eseguita e oggetto del vincolo, mentre superflua è l’intenzione di

adempiere un debito proprio (animus solvendi).

Essendo la disciplina dell’adempimento principalmente ispirata alle obbligazioni pecuniarie, il

termine adempimento e pagamento vengono a volte usati indistintamente, pur essendo diversi:

pagamento infatti è l’adempimento di una obbligazione pecuniaria.

ESATTEZZA NELL’ADEMPIMENTO

L’esattezza della prestazione si ha quando c’è conformità tra il comportamento esecutivo e il vincolo

del rapporto obbligatorio ed in particolare al rispetto delle modalità cronologiche, topografiche,

quantitative e qualitative prescritte dalla obbligazione e che assicurino la piena soddisfazione di tutti

gli interessi garantiti dal rapporto. Il debitore è tenuto all’esecuzione integrale della prestazione; la

adempimento, si dice inesatto quando difforme significantemente (in tempi, luoghi, quantità e

qualità) dal vincolo e/o quando ci siano dei vizi occulti o è inutile per la soddisfazione del creditore;

anche se di valore eguale o maggiore la prestazione difforme non ha effetto liberatorio del debitore

(salvo che il creditore ratifichi); il creditore entro un termine di decadenza ha la possibilità di

denunciare (chiedendo un risarcimento del danno integrativo) o rifiutare la prestazione inesatta

(purché il difetto non sia irrisorio o la prestazione non sia divenuta parzialmente impossibile per

causa non imputabile al debitore; se i vizi sono occultati in malafede dal debitore non c’è termine di

decadenza).

Vediamole singolarmente:

Modalità cronologica (tempo dell’adempimento): è il tempo, o più correttamente il termine,

- dal quale (termine iniziale) o entro il quale (termine finale) la prestazione deve essere

eseguita; è essenziale in quanto senza tale vincolo non ci sarebbe l’obbligo di adempiere; il

termine si presume nell’interesse del debitore, del creditore o di entrambe le parti. Quando il

termine non c’è, si ritiene che la prestazione debba essere eseguita immediatamente; se

occorre, la parte che ha interesse, solitamente il debitore, chiederà al giudice di fissarlo

secondo consenso. Si parla in particolare dell’esigibilità ed eseguibilità della prestazione: se

il termine è a favore del debitore, la prestazione è inesigibile per il creditore prima del termine

fissato; se invece è a favore del creditore, la prestazione è ineseguibile per il debitore prima

del tempo pattuito; se è a favore di entrambi si ha l’inesigibilità per il creditore ineseguibilità

per il debitore. Al contrario si parla di decadenza del beneficio del termine qualora fatti

particolari facciano temere che il decorso del tempo possa aggravare il pregiudizio

all’adempimento della prestazione, per cui il creditore può esigere immediatamente la

prestazione anche in presenza di termine a favore del debitore (ad es. diminuzione delle

garanzie del debitore).

Modalità topografiche: la prestazione deve essere eseguita nel luogo pattuito e in base

- all’art. 1182, questo deve essere determinato tramite la convenzione tra le parti; in mancanza

hanno rilevanza in ordine, gli usi negoziali (sistematicità di una pratica negoziale) o normativi,

la natura della prestazione (se si prevedere la riparazione di un muro, il luogo sarà l’edificio

interessato) o altre circostanze obiettive; in mancanza, nel luogo in cui è sorta l’obbligazione

se la consegna riguarda una cosa certa e determinata, il domicilio del creditore al tempo

della scadenza se l’obbligazione è pecuniaria.

Modalità quantitativa: se il creditore rifiutasse la prestazione quantitativamente inesatta,

- trasformerebbe l’inadempimento inesatto, in totale. Valendo però il principio di correttezza,

valido per entrambe le parti, se questa è irrisoria o la prestazione è parzialmente impossibile

per causa non imputabile al debitore, il creditore non è legittimato (non ha tutela) a rifiutare

l’intera prestazione, ma ha facoltà di chiedere un risarcimento integrativo dei danni. Le

clausole generali di correttezza e buona fede non hanno una applicazione rigida, ovvero non

sono riconducibili ai criteri di proporzionalità matematica, bensì consentono al giudice una

valutazione arbitrale ed elastica, al fine di realizzare esigenze di giustizia sostanziale.

Modalità qualitativa: si va a vedere la qualità e il significato che l’inesattezza comporta

- rispetto l’adempimento della prestazione: se dovevo consegnare un certo tipo di stoffa per 1

kg e ne consegno un altro per 1 kg, ciò porta a delle conseguenze significative.

FACOLTA’ Di IMPUTAZIONE DELL’ADEMPIMENTO

Se il debitore ha più debiti della stessa specie (titolo) verso uno stesso creditore, il primo ha facoltà

di dichiarare quale debito intende soddisfare, senza che il creditore possa opporsi.

La quietanza è la dichiarazione dovuta, unilaterale e recettizia del creditore, con la quale questo

attesta l’avvenuto pagamento e quindi la liberazione del debitore dal suo vincolo. Essa dovrà

indicare esattamente la prestazione eseguita e l'obbligazione cui si riferisce.

MORA CREDITORIA E DEBITORIA

Per mora si intende l’impedimento/ritardo temporaneo causato dal creditore o dal debitore per

l’attuazione del rapporto. Innanzitutto il ritardo deve essere qualificato, in quanto quello semplice

non ha conseguenze giuridiche; inoltre presuppone ancora la possibilità della prestazione,

altrimenti, se impossibile, la mora sarebbe esclusa. La cooperazione del creditore all’adempimento

può riguardare la mera ricezione materiale della prestazione o una serie di attività di

predisposizione; tuttavia l’omissione del creditore (causato da un dissenso sull’esattezza della

prestazione offerta, da un giudizio sull’inutilità della prestazione o nell’intenzione di sottrarsi

all’obbligazione di pagare il corrispettivo o che non possa cooperare per una causa a lui non

imputabile) impedisce l’adempimento e pone il debitore davanti al rischio di dover rispondere alle

conseguenze del ritardo, sì che il suo interesse a evitare la mora debitoria è tutelato

dall’ordinamento.

La mora è creditoria, in base all’art. 1216, quando senza un motivo legittimo il creditore rifiuta la

prestazione offerta in forma solenne (valida per l’adempimento) o non coopera affinché lo stesso

possa adempiere. Quando il creditore è in mora, a suo carico è l’impossibilità della prestazione

sopravvenuta per causa non imputabile al debitore, non gli sono più dovuti i frutti naturali o civili;

inoltre è tenuto a risarcire i danni derivanti dalla mora e sostenere le spese per la custodia e

conservazione della cosa dovuta. Gli effetti della mora decorrono dal giorno dell’offerta, se questa è

accettata dal creditore.

Si ha la mora debitoria, espressa dall’art. 1219, quando al fatto obiettivo del mancato adempimento

si aggiunge un atto formale di costituzione in mora, quale l’intimazione o richiesta di adempimento

fatta per iscritto dal creditore. La mora debitoria è un atto volontario, a carattere recettizio,

interruttivo della prescrizione e produttivo di determinati effetti giuridici (essenzialmente il

risarcimento dei danni derivanti dal ritardo e sopportare il rischio dell’impossibilità sopravvenuta

della prestazione derivante da causa a lui non imputabile). Gli effetti della mora si interrompono

quando il debitore faccia tempestivamente offerta non formale della prestazione

(indipendentemente dalle formalità previste dall’obbligazione), a meno che il creditore non la rifiuti

per motivi legittimi. L’adempimento tardivo determina l’eliminazione degli effetti di mora, cioè la

purgazione. Nelle obbligazioni di non fare (o negative) la mora debitoria non è concepibile, in

quanto ogni violazione costituisce di per sé inadempimento definitivo, salvo che l’inerzia del

debitore sia ancora idonea a soddisfare l’interesse creditorio.

MODI DI ESTINZIONE DIVERSI DALL’ADEMPIMENTO

L’adempimento, disciplinato dagli art. 1176 e seguenti è il modo di estinzione dell’obbligazione più

frequente e fisiologico; altri modi di estinzione previsti dal codice di estinzione del vincolo sono la

novazione, la remissione, la compensazione, la confusione e l’impossibilità sopravvenuta della

prestazione per causa non imputabile. Tra queste fattispecie, si dicono satisfattorie degli interessi

creditori la compensazione, confusione, novazione e surroga reale, mentre remissione (non

essendo previsto un corrispettivo) e impossibilità sono fattispecie non satisfattorie. Vediamole nel

dettaglio:

- Novazione: è necessario distinguere due fenomeni di novazione. La novazione soggettiva passiva

determina una vicenda modificativa della titolarità della situazione debitoria, tramite delegazione,

espromissione o accollo, che non producono l’estinzione del rapporto obbligatorio (con novazione

soggettiva attiva invece si parla di modificazione del soggetto attivo del rapporto, cioè il creditore).

La novazione oggettiva è invece prevista dall’art. 1230 “L'obbligazione si estingue quando le parti

sostituiscono all'obbligazione originaria una nuova obbligazione con oggetto o titolo diverso. La volontà di

estinguere l'obbligazione precedente deve risultare in modo non equivoco”. Ha funzione estintiva -

costitutiva: le parti si accordano per l’estinzione di un rapporto obbligatorio con tutte le garanzie che

assistevano lo stesso (pegno, ipoteca, privilegi) e simultaneamente costituiscono un nuovo rapporto o

per oggetto o per titolo (il titolo è ad es. il motivo per cui tizio deve un certo x, oggetto del rapporto, a

Caio).

I requisiti affinché si possa parlare di novazione sono 3:

a) Obbligazione originaria da novare deve esistere, o meglio non deve essere nulla o

annullabile.

b) Deve esserci la c.d. aliquid novi, cioè un elemento di novità rispetto il rapporto

obbligatorio precedente, ovvero nell’oggetto (tipo di prestazione e/o il bene o l’interesse a

cui il creditore aspira) e nel titolo (invece di darti 100 come somma residua di un l vecchio

canone di locazione, stabiliamo che questa somma debba restituirla a titolo di mutuo);

non basta dunque la modifica di un elemento accessorio (ad es. concedere una proroga e

basta).

c) Deve esserci il c.d. animus novandi, cioè la volontà non equivoca ma chiara e manifesta

delle parti, che tramite accordo siano dirette ad estinguere la vecchia obbligazione; in

mancanza del animus novandi non vi sarà novazione e alla vecchia obbligazione,

comunque rimasta in vita, si aggiungerà la nuova.

La novazione spesso è confusa con la Datio in solutum (dazione in pagamento o prestazione in

luogo dell'adempimento): modalità estintiva dell'obbligazione di natura satisfattoria diversa

dall'adempimento che si realizza allorché, con il consenso del creditore, il debitore esegua una

diversa prestazione rispetto quella oggetto del rapporto obbligatorio. Richiede l’accordo tra

creditore e debitore: senza il consenso del primo, la prestazione inesatta non produce né l’effetto

liberatorio del debitore ne estintivo dell’obbligazione; senza quello del debitore, la prestazione

sarebbe ripetibile; a differenza della novazione però, l’accordo tra le parti non è sufficiente ad

estinguere il vincolo, ma serve l’effettiva esecuzione della prestazione diversa e non con il

consenso del creditore.

Remissione: secondo l’art. 1236, “La dichiarazione del creditore di rimettere il debito estingue

- l'obbligazione quando è comunicata al debitore, salvo che questi dichiari in un congruo termine

di non volerne profittare”: il creditore cioè, tramite un atto abdicativo unilaterale non oneroso e

recettizio, rinuncia al credito, ponendo fine al rapporto e alle garanzie che assistevano al credito;

la remissione può essere espressa o anche tacita, nell’ipotesi in cui il creditore restituisca

volontariamente il titolo originale del credito al debitore. Differenza c’è tra remissione e rinunzia

del creditore: la remissione, estingue l’intero rapporto obbligatorio, mentre le rinunzia dismette

solo la situazione e non determina necessariamente l’estinzione. È possibile per il debitore

rifiutare la remissione, purché lo faccia entro un certo termine.

Compensazione: art. 1241 “Quando due persone sono obbligate l'una verso l'altra, i due debiti si

- estinguono per le quantità corrispondenti”: è un istituto attraverso il quale due soggetti sono

contemporaneamente e reciprocamente creditore e debitore l’uno dell’altro per ammontare e

rapporti giuridici diversi; la reciprocità deve riguardare non i soggetti ma il loro patrimonio. È

un’azione di economia degli atti, evitando due adempimenti, nonché una forma di autotutela, in

quanto si riduce il rischio di inadempimento da parte del debitore. Tre sono le ipotesi di

compensazione:

Compensazione legale: opera automaticamente a partire della coesistenza dei rapporti

o reciproci di debito e credito; è retroattiva e non può essere eccepita dal giudice ma solo

dalla parte che ha interesse a farlo valere. È possibile solo se i rapporti sono: omogenei,

devono cioè avere lo stesso oggetto (stessa prestazione) o quantomeno cose fungibili

(sostituibili; il bene fungibile e omogeneo per eccellenza è il denaro), devono essere

liquidi, cioè esattamente determinati nel loro ammontare e di valore non opponibile. I

rapporti devono infine essere esigibili, cioè non sottoposti a termini o condizioni (ad es. un

credito sottoposto a termine).

Compensazione giudiziale: si verifica quando il debito opposto in compensazione non è

o liquido, cioè non è esattamente determinato, ma è di facile accertamento. In questo caso

il giudice può dichiarare, tramite sentenza con efficacia ex nunc, cioè dal momento della

stessa, la compensazione per la parte del debito che riconosce esistente.

Compensazione volontaria: qualora i rapporti reciproci non presentino le caratteristiche di

o omogeneità, liquidità e esigibilità, possono essere comunque compensati in base

all'accordo delle parti: tale accordo è antecedente o successivo al rapporto obbligatorio;

c’è libertà negoziale per le parti.

Confusione: secondo l’art. 1253 “Quando le qualità di creditore e di debitore si riuniscono nella

- stessa persona (soggetto giuridico), l'obbligazione si estingue, e i terzi che hanno prestato

garanzia per il debitore sono liberati”. In generale può verificarsi in seguito a situazioni giuridiche

poste in essere volontariamente dal soggetto, per atti inter vivos (ad es. cedendo la propria

azienda ad un fornitore con cui si avevo dei debiti), oppure di natura accidentale, ad es. per

mortis causa (il creditore diventa erede del defunto). La confusione provoca l’estinzione del

rapporto e di tutte le sue garanzie del credito. Fondamento giuridico dell’estinzione è non tanto

la uni soggettività, quanto l’inidoneità del rapporto a svolgere una funzione utile. La confusione

opera automaticamente, (ope legis) senza che sia necessaria un'apposita dichiarazione di

volontà.

Impossibilità sopravvenuta non imputabile ad debitore: l’art. 1256 afferma che “L'obbligazione si

- estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile”.

Se invece impossibilità della prestazione fosse da attribuire al debitore, non vi sarebbe

estinzione dell'obbligazione e il creditore potrebbe far valere il suo diritto come risarcimento del

danno. L’impossibilità deve essere: sopravvenuta (non può essere originaria ma avvenire in un

secondo momento dopo la nascita dell’obbligazione); oggettiva/assoluta (deve essere causa

imprevedibile, fortuita o di forza maggiore, quale una scossa di terremoto); non imputabile al

debitore come detto e definitiva (l'impossibilità deve essere di natura tale da non consentire in

alcun modo l'adempimento successivo). Altre ipotesi di impossibilità sopravvenuta previste dal

codice civile sono l’ipotesi di impossibilità temporanea della prestazione e di impossibilità

parziale: nel primo caso l’impossibilità di adempiere in quel lasso di tempo non è di

responsabilità del debitore; se il ritardo poi prosegue per la natura, il rapporto obbligatorio si

estingue (abito ad es. che deve essere consegnato per un momento unico, tipo il matrimonio).

Nel secondo caso il debitore si libera per la parte non adempibile, senza obbligo di risarcimento.

Inoltre l’impossibilità dell’adempimento della prestazione per la consegna di beni in denaro o

beni fungibili, non può mai essere evocata in quanto reperibili.

Surroga reale (o anche “sub ingresso del creditore nei diritti del debitore”): la prestazione

- oggetto dell’obbligazione, in genere di fare, dare o non fare, diviene impossibile non per colpa

del debitore, ma in quanto un terzo distrugge l’oggetto o si ha la presa del bene ad es. per

espropriazione per legis: il creditore subentra nei diritti del debitore rispetto l’eventuale

risarcimento dei danni o indennizzo nel caso dell’espropriazione. Questo subentrare non è

automatico, è una facoltà offerta al creditore, da richiedere all’altra parte o in caso di rifiuto

giudizialmente.

MODIFICAZIONE SOGGETTIVE

Le modificazioni soggettive riguardano il mutamento della titolarità delle situazioni giuridiche

soggettive tra le quali si instaura il rapporto obbligatorio; tale mutamento può interessare sia il lato

creditorio che quello debitorio:

Modificazione soggettiva dal lato creditorio: essendo il credito un bene, secondo l’art. 1260,

- può essere trasferito a titolo oneroso o gratuito. Nel caso più comune, quello della cessione

del credito, il creditore originario (cedente) trasferisce ad un terzo soggetto (cessionario) il

diritto di credito, quindi la pretesa alla prestazione del debitore (ceduto). Grazie al principio

della libera trasferibilità, il credito può essere trasferito ponendo di regola il debitore in uno

stato soggezione, senza cioè che possa impedirlo; tuttavia ci sono delle ipotesi previste

dall’ordinamento in cui il credito è incedibile, data la particolarità del titolo o oggetto del

rapporto, perché di natura speciale (credito non pignorabile o sequestrabile) o inerente ad un

determinato soggetto (crediti alimentari). Se il mutamento del lato creditorio era impedito

dall’accordo delle parti e il cessionario non ne era al corrente, il credito si trasferisce

ugualmente. Se il cessionario fosse creditore del cedente, la cessione del credito può servire

come garanzia del debito del cedente o per estinguere tale rapporto nel momento in cui però

il debitore esegua la prestazione nei confronti del cessionario. Di solito la cessione del

credito tra cedente e cessionario avviene senza che il debitore diventi parte del nuovo

accordo, a patto però venga a conoscenza del mutamento della titolarità da parte del

cedente o cessionario con qualsiasi mezzo, altrimenti non sarebbe obbligato verso il

cessionario; tuttavia quando previsto si richiede la partecipazione nel rapporto del ceduto,

che dovrà autorizzare o accettare la cessione.

Due sono le garanzie che nel rapporto tra cedente e cessionario, il primo deve assicurare al

secondo: la garanzia dell’esistenza del credito varia a seconda che la cessione è a titolo

oneroso, il cedente al tempo della cessione deve garantire al cessionario l’esistenza del

credito; se a titolo gratuito, la garanzia è dovuta solo nei casi e nei limiti in cui la legge pone a

carico del donante la garanzia per l’evizione. La garanzia della solvenza (solvibilità) del

ceduto non è frequente, caricando il cessionario dell’eventuale rischio di inadempimento;

tuttavia nel caso in cui il patrimonio del debitore ceduto non sia sufficiente per la

realizzazione eventuale del credito, il cessionario può richiedere questa garanzia e qualora

questo a seguito dell’inadempimento non riesca a soddisfarsi sul patrimonio del debitore al

pari del credito ceduto, potrà richiedere al cedente quanto ad esso dato come corrispettivo,

eventuali spese, interessi e danni (quindi non può richiedere il valore della prestazione

inadempiuta). La sostituzione nel lato attivo del

rapporto obbligatorio può avvenire secondo l’ordinamento anche senza apposito accordo tra

cedente e cessionario, in virtù dell’istituto della surrogazione per pagamento, che si esplica in

3 ipotesi:

per volontà del creditore: Il creditore, ricevendo il pagamento (adempimento) da un

o terzo, può surrogarlo (farlo subentrare) nei propri diritti (verso il debitore). La

surrogazione deve essere fatta in modo espresso e contemporaneo al pagamento

(una dichiarazione effettuata successivamente avrebbe per oggetto un rapporto già

estinto e il terzo potrebbe agire solo con l'azione di indebito arricchimento nei confronti

del debitore).

per volontà del debitore: Il debitore, che prende a mutuo una somma di denaro o altra

o cosa fungibile al fine di pagare il debito, può surrogare il mutuante nei diritti del

creditore, anche senza il consenso di questo.

Legale: surrogazione che ha la sua fonte nella legge ed è prevista in alcune ipotesi

o tassative; non sono richieste le volontà del creditore e debitore.

Modificazione soggettiva dal lato debitorio:

- obbligato è di norma il debitore, come parte passiva del rapporto obbligatorio, tuttavia il

nostro ordinamento, nell’art. 1180, prevede che possa adempiere anche un terzo soggetto,

spetterà poi al creditore decidere se accettare l’adempimento oppure rifiutare nel caso in cui

abbia ad es. l’interesse che sia l’originario obbligato ad adempiere (prestazione intuitu

personae); però se il rifiuto è ingiustificato, ciò preclude al creditore di pretendere

l’adempimento dal debitore.

L’adempimento del terzo è in genere atto libero (non dovuto), se però attua un preventivo

accordo con il creditore (cessione del credito) o con il debitore (delegazione, espromissione o

accollo esterno) è atto dovuto. Il debitore non è necessariamente liberato con l’adempimento

del terzo, anche qualora questo soddisfi il creditore: se il creditore è incapace, l’adempimento

è efficacie solo se a favore del creditore, ma di norma deve essere a favore o del tutore o del

curatore (c.d. rappresentanza legale).

Gli istituti di modifica, nella delegazione ed espromissione non richiedono la partecipazione

contrattuale del creditore (solo nell’accollo); esaminiamo questi 3 istituti di modifica:

1. Delegazione art. 1268-69: bisogna distinguere due tipi di delegazione, quella di debito

(delegatio promittendi o a promettere) e quella di pagamento (delegatio solvendi). Nel primo

caso, il debitore (delegante) affida ad un terzo soggetto (delegato) l’incarico di assumere il

debito nei confronti del creditore originario (delegatario), al fine di estinguere il rapporto che

intercorre tra delegante e delegatario (c.d. rapporto di valuta). A giustificare l’impegno del

delegato ad assumersi tale obbligo per conto del delegante, è il rapporto che intercorre tra

delegante e delegato, c.d. di provvista; se questi motivi non sono richiamati nel contratto

delegatorio si ha una delegazione pura rispetto al rapporto di provvista; se sono invece

richiamati, si ha una delegazione titolata; la distinzione tra delegazione pura e titolata, ha

importanza in quanto il delegato solo nella seconda ipotesi può muovere al delegatario le

eccezioni che il delegato può muovere al delegante. La delegazione di debito è normalmente

cumulativa, in quanto il delegato diventa condebitore solidale del delegatario; può essere

anche liberatoria se il creditore dichiara di liberale il debitore originario. Nella delegazione di

pagamento il delegante non invita il delegato ad assumere l'obbligo di pagare al creditore

delegatario (in virtù del rapporto di provvista, il delegato si obbliga solo con il delegante e non

con il delegatario come prima), bensì gli ordina di provvedere a pagare concretamente.

Quando il delegato paga, la prestazione adempiuta nelle mani del delegatario ha una duplice

valenza: è come se essa fosse stata eseguita dal delegante (rapporto di valuta) e vale

contemporaneamente come effettuata dal delegato al delegante per quanto riguarda i

rapporti tra questi (rapporto di provvista).

2. Espromissione, art. 1272: il terzo (espromittente) estraneo al rapporto obbligatorio, assume

spontaneamente l’obbligazione del debitore (espromesso) verso il creditore (espromissario);

il carattere della spontaneità, indica che la giustificazione causale (il titolo) dell’intervento

dell’espromittente è irrilevante. A differenza dell’adempimento del terzo, l’espromissione non

estingue l’obbligazione originaria immediatamente, liberando l’espromesso, ma serve il

consenso del creditore; a differenza inoltre della delegazione di debito, nella espromissione

la giustificazione causale per l’adempimento è il mero rapporto di valuta tra debitore e

creditore (e non quello di provvista). Come la delegazione, può essere cumulativa o

liberatoria.

3. Accollo: istituto per cui un terzo (accollante) pattuisce con il debitore originario (accollato)

l’assunzione del sul debito nei confronti del creditore (accollatario). A seconda dell’adesione

o meno del creditore all’accollo, distinguiamo l’accollo interno da quello esterno: il primo caso

si ha quando il creditore non aderisce all’accollo o non ne ha conoscenza e gli effetti prodotti

saranno solo tra le due parti (accollante e accollato); il creditore si rivolgerà al debitore

originario per l'adempimento, ma quest'ultimo, in base al contratto di accollo, potrà rivolgersi

all'accollante affinché gli fornisca i mezzi per l'adempimento. Se il creditore aderisce

all’accollo siamo nell’accollo esterno (es. delegazione o espromissione) e l’adesione rende

irrevocabile la dichiarazione di accollo; questo può essere cumulativo o liberatorio. L’accollo

può derivare dalla volontà delle parti o dalla legge. L’accollante è obbligato nei confronti

dell’accollatario solo nei limiti del contratto di accollo e può opporre al creditore le eccezioni

derivante dall’accollo.

INADEMPIMENTO

Ai sensi del 1218, levate le ipotesi di estinzione per cause non imputabili al debitore, l’inattuazione

definitiva del rapporto obbligatorio, cioè l’impossibilità definitiva della prestazione, costituisce

inadempimento, che è fonte di responsabilità (1218) detta contrattuale (dogma voluto dalla dottrina

per distinguerlo da quella extracontrattuale, ma non tiene conto che fonte del rapporto obbligatorio

non è solo il contratto ma anche altro fatto o atto) o personale.

L’art. 1218 e seguenti prevedono fonti di responsabilità differenti a seconda della fonte del rapporto,

della prestazione o del suo oggetto, ecc., e criteri principali per la responsabilità sono due:

Fino a quando la prestazione è oggettivamente possibile il debitore è sempre responsabile;

- nel momento in cui vi è una impossibilità sopravvenuto l’obbligato è ammesso alla prova

liberatoria, cioè non gli è imputabile l’evento che ha dato causa all’impossibilità.

Davanti all’inadempimento il creditore ha l’onere di provare l’inesatta esecuzione della

- prestazione e la scadenza del termine di adempimento, nonché l’ammontare del pregiudizio

economico ricevuto (danno emergente più lucro cessante); il debitore invece deve provare

sia l’impossibilità della stessa (impossibilità assoluta, oggettiva e insuperabile) sia la non

imputabilità (causa a lui esterna, inevitabile in virtù della diligenza tenuta o l’imprevedibilità,

cioè il caso fortuito come un incendio, terremoto, ecc.). Tuttavia il caso fortuito o il fatto del

terzo non esonerano da responsabilità il debitore quando questo avrebbe potuto adottare

misure volte ad evitare effetti negativi sulla prestazione.

L’art. 1218 va coordinato con due importanti articoli:

1175: impone il reciproco dovere di correttezza (rientra nella clausola generale della buona

- fede), sì da far distinguere tra condotta esigibile (dal creditore) e condotta dovuta (dal

debitore); la doverosità della condotta non è più tale nel momento che la prestazione diviene

impossibile; ugualmente, secondo un giudizio di buona fede, ci sono delle circostanze che

fanno della condotta inesigibile.

1176: “nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di

- famiglia”; questo presupposto non è però criterio di esonero dalla responsabilità debitoria (il

debitore non si libera dimostrando di aver tenuto una condotta diligente; bensì è regola

tecnica per valutare la qualità dello sforzo richiesto al debitore nell’esecuzione della

prestazione.

Il regime di responsabilità è derogabile in parte tramite le c.d. clausole di esonero, accordo tra le

parti per determinare un diverso criterio di ripartizione del rischio dell’inadempimento, purché però si

escluda o limiti preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave (in tal caso

sarebbe nullo).

Mentre nell’inadempimento provocato dal creditore, il debitore è esonerato da responsabilità, il

debitore che si avvale nell’esecuzione dell’opera di terzi, risponde anche dei fatti dolosi e colposi di

questi, salvo diversa pattuizione.

CLAUSOLA PENALE E CAPARRA

Secondo l’art. 1382, il danno può essere liquidato per convenzione o legalmente (con intervento

giudiziale), tramite accordo transattivo o in via preventiva con la stipulazione di una clausola penale:

in questo ultimo caso le parti possono convenire nell’ipotesi di inadempimento o ritardo, al fine di

evitare il risarcimento della prestazione promessa (a meno che il danno conseguito non sia

superiore alla clausola prevista); il creditore potrà allora esigere la prestazione promessa,

indipendentemente dalla prova del danno, dal semplice ritardo (anche senza subire danno) o un

danno inferiore; il giudice può inoltre provvedere alla riduzione della penale nel caso di richiesta del

debitore, qualora questo abbia in parte eseguito la prestazione o quando la penale è sproporzionata

rispetto all’interesse atteso dal creditore. Vale il divieto di cumulo, per cui in caso di inadempimento

il creditore non può pretende la prestazione principale e la penale. Ipotesi particolari sono: la

convenzione di una clausola penale come corrispettivo per il recesso, cioè la multa penitenziale

(somma di denaro preventivamente accordata e corrisposta all’atto del recesso, che dà la facoltà al

debitore di mettere fine al rapporto, cioè recedere); la caparra confirmatoria (dazione di denaro o

quantità di cose fungibili date alla conclusione del contratto esclusivamente per prestazioni

corrispettive, trattenute solo per l’inadempimento e non per il ritardo) e la caparra penitenziale

(somma di denaro versata anticipatamente rispetto conclusione del contratto, di qualsiasi tipo a

differenza di quella confirmatoria, dando al debitore la facoltà di recedere).

RISARCIMENTO DEL DANNO

L’attuazione dell’obbligazione gode di una tutela reale (esecuzione in forma specifica per

conseguire lo stesso bene) e tutela risarcitoria (circa l’equivalente monetario della cosa dovuta). In

base al criterio della causalità adeguata (o della regolarità causale), si può risarcire solo i danni

(pregiudizio economico) che per il normale svolgimento dei fatti si considerano conseguenza

dell’inadempimento o del ritardo; il risarcimento prevede la costituzione di una nuova obbligazione

(risarcitoria), avente ad oggetto una prestazione pecuniaria, la quale comprende sia la perdita

effettivamente subita (danno emergente), sia il mancato guadagno (lucro cessante), purché l’una e

l’altro siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento. Se il preciso ammontare non sia

possibile da determinare per il creditore, spetta al giudice farlo. Il risarcimento del danno è debito di

valore prima della conclusione del processo e debito di valuta con la liquidazione giudiziale, come

una mera obbligazione pecuniaria.

SPECIE TIPICHE DÌ OBBLIGAZIONI

Distinguiamo:

Obbligazioni pecuniarie: sono le specie di obbligazioni più diffuse data la normalità

- dell’oggetto delle prestazioni, cioè il denaro, che nell’economia moderna ha un ruolo

fondamentale come unità di misura, mezzo di acquisto e di scambio, nonché come mezzo di

risarcimento per la lesione di interessi patrimoniali e non. Il termine tecnico-monetario per

dire denaro è moneta è e importante è la distinzione tra moneta contante (banconote) da

quella scritturale (o contabile, elettronica), la quale indica la disponibilità monetaria presso un

ente creditizio. Tra le principali caratteristiche abbiamo quella della relatività, per cui i criteri di

rivalutazione monetaria e di calcolo degli interessi variano in base alla diversità del titolo,

delle condizioni economiche politiche e sociali. Circa l’esecuzione delle prestazioni

pecuniarie, queste si caratterizzano quasi sempre per il mutamento del potere di acquisto

della moneta generatosi tra il momento del sorgere del vincolo e quello di attuazione; tale

incertezza è regolata dall’art. 1277 che introduce il principio nominalistico, per cui il debito si

estingue con moneta avente corso legale nello stato al tempo del pagamento e per il suo

valore nominale (anche dopo un anno di svalutazione, io debitore sono obbligato a dare lo

stesso importo previsto), che introduce il c.d. debito di valuta. In presenza però di inflazione

galoppante, la dottrina ha pensato bene di rendere più elastico il principio nominalistico, per

cui le parti possono convenire che la somma di denaro sia suscettibile di rivalutazione

mediante un criterio di aggiornamento automatico (clausola di rivalutazione monetaria) o

valore di in bene (clausola oro o clausola merci), portando alla formazione di obbligazioni

indicizzate. L’obbligazione che ha per oggetto una prestazione considerata nel suo valore

economico e che in un momento successivo si traduce in una somma di denaro, cioè il c.d.

debito di valore (ad es. nel risarcimento dei danni in forma generica, non essendo possibile

la esecuzione in forma specifica della prestazione, la lesione dell’interesse creditorio porta

alla formazione di debiti pecuniari. Circa gli interessi, quali corrispettivo del godimento della

somma dovuta dal debitore al creditore, diciamo che tutti i crediti pecuniari, salvo

diversamente previsto dal titolo o dalla legge, se liquidi (facilmente determinabili) producono

interessi di pieno diritto. La corresponsione degli interessi è una obbligazione inizialmente

accessoria e una volta maturati, diventa invece obbligazione autonoma rispetto a quella

originale, cioè il credito pecuniario, e soggetta dunque ad un proprio termine di prescrizione;

in caso del non rispetto del termine, gli interessi ne producono a loro volta altri. Il tasso degli

interessi legale, previsto dal ministero del’economia e delle finanze, è del 2,5% annuo, solo

con un patto scritto tra le parti (interessi convenzionali) si può convenire ad un importo

maggiore, tuttavia il patto è nullo nel caso si formino gli interessi c.d. usurari. In caso di

ritardato pagamento del debitore, una volta costituita la mora debitoria, gli interessi dovuti per

tale situazione si dicono moratori e assolvono una funzione di tipo risarcitoria.

Obbligazioni cumulative, alternative e facoltative: si dicono cumulative le obbligazioni che

- hanno per oggetto più prestazioni da eseguire per il debitore e questo si libera solo

eseguendole tutte. Le obbligazioni si dicono alternative quando hanno per oggetto due o più

prestazioni ma il debitore a differenza delle cumulative, è obbligato (per legge o pattuizione)

ad eseguire una delle prestazioni previste; la facoltà di scelta spetta di regola al debitore, ma

se previsto può essere attribuita ad un terzo o al creditore e con la notificazione della

dichiarazione di scelta o con l’esecuzione di una delle prestazioni, la scelta è irrevocabile e

provoca la c.d. concentrazione dell’obbligazione, per cui il rapporto obbligatorio si considera

ad una sola prestazione per oggetto. In caso di impossibilità sopravvenuta di una o più

prestazioni, per causa imputabile ad una delle parti, se una prestazione diviene impossibile

per causa imputabile al debitore, questo deve adempiere a quella/e rimanente; se invece non

è a lui imputabile la causa, il debitore è liberato o può scegliere o meno se adempiere. Si

dicono infine facoltative, le obbligazioni che hanno ad oggetto una sola prestazione, ma al

debitore, per legge o pattuizione, è riconosciuta, la facoltà di liberarsi seguendo una diversa

prestazione rispetto alla principale e il creditore non può rifiutarla; se poi la prestazione

principale diviene impossibile, il rapporto obbligatorio si estingue.

Obbligazioni solidali: occorre distinguere la solidarietà: nel credito (attiva), cioè la situazione

- in cui ogni creditore può pretende l’esecuzione dell’intera prestazione e l’adempimento del

debitore ad uno di essi lo libera verso tutti gli altri. Salvo domanda giudiziale, il debito può

adempiere nei confronti di uno qualsiasi dei creditori. Nel debito (passiva): distinguiamo a

loro volta le obbligazioni parziali, per cui la prestazione si fraziona fra i vari debitori, i quali

sono obbligati solo per la loro quota (pro quota), per cui il rischio di insolvenza è sopportato

dal creditore e obbligazioni solidali, per cui il vincolo di solidarietà lega più debitori

all’esecuzione di una medesima prestazione e ciascuno di questi potrà essere costretto dal

creditore ad adempiere l’intera prestazione liberando di seguito tutti gli altri debitori (avrà poi

questo diritto di regresso verso gli altri, cioè di ripetere da ciascun coobbligato la quota di

spettanza; il creditore può pretendere la prestazione da uno qualsiasi dei debitori.

Presupposti della solidarietà passiva, salvo diverso pattuito o per legge, sono l’unicità della

fonte e del titolo e l’identità e unicità della prestazione. A differenza delle obbligazioni

parziarie, nelle solidali il creditore vede il proprio rischio di insolvenza ripartito, facendo della

solidarietà passiva un importante strumento tecnico di tutela dell’interesse creditorio.

Obbligazioni divisibili e indivisibili: si dice indivisibile l’obbligazione quando l’oggetto della

- prestazione (cosa o fatto), per sua utilità oggettiva e funzione economico sociale da

assolvere non è suscettibile di divisione. L’obbligazione divisibile invece presuppone una

pluralità di creditori o debitori, ma se non vi è un vincoli di solidarietà, la pretesa creditoria e

obbligo debitorio si ripartiscono tra i vari soggetti e quindi ognuno potrà domandare la parte

di sua spettanza e ciascun debitore deve adempiere solo alla sua parte.

Obbligazioni fungibili e infungibili: si dice fungibile l’obbligazione il cui oggetto della

- prestazione, per volontà del debitore, può essere sostituto con un altro identico o equivalente

in valore ugualmente idoneo a soddisfare l’interesse creditorio; importante è che la fungibilità

non è una caratteristica intrinseca dell’oggetto della prestazione, ma frutto di valutazione

comparativa (un vitello da macello può essere facilmente sostituito con un altro simile, ma un

vitello da gara avrà delle caratteristiche peculiari). Al contrario si dice infungibile

l’obbligazione la cui prestazione ha per oggetto cosa o fatto non sostituibile.

SITUAZIONI REALI DI GODIMENTO

Definiamo i beni giuridici, secondo l’art. 810, “le cose che possono formare oggetto di diritti”, il che

ci permette di destrutturare la disposizione in due elementi:

La “cosa”, espressione generica che indica un elemento materiale o immateriale che può

- formare oggetto di diritti (non tutte le cose sono per forza beni). Questo è un elemento

estremamente dinamico e che deve essere rapportato ai tempi, all’evoluzione scientifica,

economica e socio-culturale: l’etere fino a pochi secoli fa era una cosa, non un bene, invece

oggi è oggetto del diritto; tendenzialmente possiamo dire che la famiglia dei beni giuridici è

andata allargandosi nel tempo. Obiettivo del bene è soddisfare un bisogno umano meritevole

di tutela dall’ordinamento.

I diritti di cui i beni sono oggetto, non vanno intesi come diritti soggettivi, ma come situazioni

- soggettive e di conseguenza rapporti giuridici. Ciò deriva dal fatto che il bene non implica per

forza il soddisfacimento di un interesse legittimo ed esclusivo, ma anche di quei interessi c.d.

diffusi (situazioni giuridiche soggettive che non sono riferibili ad un individuo ma ad una

collettività non organizzata tramite ente, ma che comunque meritano tutela; se ci si organizza

tramite un ente gli interessi si dicono collettivi ed essendo riferibile ad un ente, titolare quindi

individuale, sono riconducibile nuovamente a quelli legittimi) come può essere l’ambiente in

generale.

A causa della loro grande varietà, i beni sono oggetti di numerose distinzioni in base alla disciplina a

cui sono sottoposti, alla destinazione e alle relazioni che si possono instaurare tra essi; distinzioni

codicistiche e dottrinali le si ricavano dagli art. 810 e seguenti:

- Si dicono materiali, se collegati alle cose corporali (macchina, casa, ecc.) e immateriali alle cose

incorporali (opera di ingegno; etere o anche un diritto di credito che è oggetto di pegno, essendo

questo una situazioni giuridica soggettiva).

- In base al soggetto titolare della “cosa” distinguiamo beni privati se il titolare è appunto un

soggetto privato; pubblici o demaniali, se il titolare è lo Stato o altro ente pubblico; si distinguono a

sua volta tra beni necessariamente demaniali, cioè che devono appartenere solo all’ente pubblico

(spiagge, porti, boschi, ecc.) e accidentalmente demaniali, che lo sono solo quando appartengono a

questo (strade, ferrovie che potrebbero essere anche private).

- Un bene si definisce immobile se non è trasportabile, a causa del naturale o artificiale

incorporamento al suolo e invece mobile i restanti beni giuridici; questi a sua volta comprendono le

energie naturali (termica, cinetica e non quella umana) che sono suscettibili di valutazione

economica e inoltre i beni mobili registrati, in quanto iscritti in pubblici registri come le automobili.

Oggi ciò che conta è la ricchezza mobiliare (non più immobiliare) di tipo immateriale (titoli ad es.), in

quanto si definisce ricco ed economicamente potente colui che possiede in genere molti strumenti e

disponibilità finanziarie.

- Bene in commercio, di cui si può acquisire la proprietà o altro diritto reale e beni fuori commercio, i

quali non sono usucapibili.

- Un bene si dice divisibile o indivisibile, a seconda della natura del bene (es. un animale vivo), alla

volontà delle parti e della possibilità di dividere la cosa in parte omogenee sì da conservare nelle

singole parti divise un valore economico proporzionale all’intero.

- Il bene si dice fungibile quando può essere indifferentemente sostituito con un altro identico per

qualità e/o quantità; se il bene è unico o non sostituibile con un identico bene si dice infungibile.

- I beni rilevanti in base al loro genere, peso, numero e misura si dicono beni generici (il grano o la

farina ad es.); quelli considerati in base alla loro individualità sono detti specifici (un quadro).

- Un bene si dice fruttifero, se capace di produrre, direttamente o indirettamente, altri beni qualificati

come “frutti”. I frutti si distinguono in naturali e civili: i frutti naturali sono quelli che derivano

direttamente dalla cosa, indipendentemente dalla volontà dell’uomo (classico es. è la verdura che

deriva dalla coltura del fondo) e si acquistano con la separazione dal bene che li produce. Naturali

sono le utilità (redditi/interessi) derivanti dall’uso economico del bene e in particolare dal godimento

dello stesso concesso ad altri (canone ad es. di locazione). Tali frutti si acquistano giorno per giorno

in base alla durata del diritto.

- Un bene si dice consumabile se con l’uso è destinato a trasformarsi in modo da non adempiere

più o allo stesso modo alla funzione originaria (classico è il cibo); in caso contrario, se con l’uso non

li trasforma (si può pero deteriorare) ed è ripetibile nel tempo, si dice inconsumabile.

- Se il bene risulta dalla combinazione tra più cose dobbiamo distinguere tra universalità di mobili e

cose composte: la prima è data dalla relazione di più cose, appartenenti allo stesso proprietario e

destinate ad una funzione unitaria (biblioteca, pinacoteca, ecc.); si parla anche di universalità di

beni immobili. Le cose composte sono date dalla relazione di più cose che nella loro connessione

perdono la loro funzione originaria per adempierne una unitaria diversa (automobile). La differenza

tra i due si ha nel fatto che nell’universalità di mobili tra gli elementi non c’è coesione fisica.

- Pertinenze sono le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un'altra cosa: il rapporto

pertinenziale può essere o tra due beni immobili (caso con un garage), o tra uno mobile e uno immobile

(impianto di area condizionata rispetto alla casa) o tra due beni mobili (macchina e stereo). Gli atti e i rapporti

giuridici che hanno per oggetto la cosa principale comprendono anche le pertinenze, se non è diversamente

disposto: acquistando una casa, se non ci sono altre disposizioni, acquisto anche il garage. Le pertinenze

possono formare oggetto di separati atti o rapporti giuridici (posso vendere il garage senza la casa).

DIRITTI REALI SU COSA PROPRIA o DIRITTI REALI MAGGIORI o PROPRIETA’

Diritti reali: diritti che come suggerisce il nome hanno per oggetto una cosa (“res”); tra le

caratteristiche:

assolutezza: possono essere fatti valere nei confronti di tutti i consociati sui quali incombe solo un

 generico dovere di astensione;

immediatezza: il titolare realizza il diritto direttamente senza che sia necessaria la collaborazione di altri

 soggetti, come accade nei diritti di credito

tipicità:i diritti reali sono tassativamente quelli previsti dall’ordinamento, a numero chiuso.

Sono disciplinati dal 3° libro del codice civile, detto “della proprietà”: il codice civile si distingue per

una grande proprietà del linguaggio e non solo, ma è sorprendentemente impreciso nella

intitolazione dei libri, tant’è vero che questo libro non tratta solo della proprietà, ma di tutti i diritti

reali. L’imprecisa intitolazione è però non casuale, ma di tipo propagandistico: per evidenziarne

l’importanza rispetto ai diritti reali minori di origine medievale e che pur essendo i più diffusi (specie

enfiteusi), erano visti con minore favore rispetto alla proprietà (espressione delle classi dominanti),

in quanto diritti di coloro che erano quotidianamente sfruttati nei campi e non solo. Un tempo la

ricchezza si identificava nel diritto di proprietà immobiliare, come testimonia anche il codice

Albertino del 1865, il quale si componeva di 3 libri: “Come si acquista”, “Come si esercita” e “Come

si perde la proprietà”. Ciò fa comprendere che la società di allora, o meglio quella fino al XX secolo,

era un società esclusivamente agricola: godevano del diritto al voto ad es. solo coloro che

possedevano una certa proprietà terriera. Poi ad es. si denomina il libro 5° “Del lavoro” per una

concezione dello stato che voleva valorizzare l’impegno della persona; in realtà sarebbe più

opportuno “Dell’impresa”.

La categoria di questi diritti comprende a sua volta i diritti reali su cosa propria (diritto di proprietà) e diritti

reali su cosa altrui (superficie, enfiteusi, usufrutto, uso, abitazione, servitù). Iniziamo con il primo e più

rilevante, riscontrabile in tante discipline e istituti.

L’introduzione della Cost. ha determinato il passaggio dalla centralità codicistica della proprietà o dell’avere

(con visione produttivistica) alla centralità costituzionale della persona umana o dell’essere (l’uomo è tutelato

per ciò che è e non per ciò che ha; visione personalistica: contro l’individualismo e la collettivizzazione dei

beni); facendo della proprietà non un attributo della persona (come si diceva nello statuto Albertino) ma uno

strumento per la realizzazione della sua personalità. La Cost. pone infatti la proprietà non tra i principi

fondamentali, ma solo nei rapporti economici: secondo l’art. 42 “La proprietà privata (distinta da quella

pubblica) è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti

allo scopo di assicurarne la funzione sociale (la proprietà deve contestualmente soddisfare il interesse del

privato con quello della collettività per evitare qualsiasi ipotesi di conflitto, in quanto se si generasse, quello a

prevalere sarebbe sempre della collettività) e di renderla accessibile a tutti”.

Il codice civile nell’art. 832, afferma che “Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo

pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico”.

Destrutturandone gli elementi, diremo che:

- il diritto di godimento (capacità di usare o meno il bene, decidere sulle modalità d’uso, di

trasformazione e volendo distruzione) e disposizione (indica sia la disposizione negoziale (compiere

atti negoziali, quali la vendita, ecc.) sia quella materiale (tutto ciò che non dà luogo ad atti negoziali))

in modo pieno ed esclusivo, si attenuano davanti a certi limiti e obblighi imposti dall’ordinamento.

- la pienezza dei poteri indica la capacità del titolare del diritto di proprietà di fare ciò che vuole sul

bene, mentre la esclusività che solo il titolare può goderne, vietando ogni altra intromissione sulle sue

scelte. Eccezione di questo potere esclusivo e assoluto è fatta per quei beni da cui dipendono

relazioni e rapporti con altri soggetti, in quanto ci sono alcune limitazioni imposte dall’ordinamento: un

conto essere proprietario di un libro, un conto di una fabbrica con operai.

Caratteristica rilevante dei diritti reali detti maggiori, quali il diritto di proprietà sono:

- Assolutezza;

- Immediatezza;

- Tipicità;

- Prescrittibilità solo per usucapione;

- Elasticità, secondo cui se c’è una concorrenza in uno stesso bene giuridico tra diritto reale maggiore

e minore, la proprietà vede restringersi temporaneamente le facoltà di godimento e disposizione;

limitazioni che saranno in un secondo momento levate quando cessa il diritto/i minore/i.

- Pluralità di statuti proprietari: la proprietà si caratterizza per distinti profili disciplinati dal codice civile e

leggi speciali che lo integrano, a seconda del regime giuridico (regole) di godimento e disposizione

legato o alle caratteristiche del bene (un conto è trattare della proprietà di un libro, un conto di una villa)

o alla destinazione della funzione dello stesso (un conto è una abitazione a scopo abitativo, un conto a

scopo commerciale): se un vestito si presentasse come un prodotto finito, i creditori sociali di una

industria potrebbero rivalersi anche sul bene; se però si presentasse come bene ad uso strettamente

personale, rimarrebbe escluso da eventuali rivalse.

Sempre in tema di pluralità degli istituti proprietari, la proprietà fondiaria (840 cc), generalmente è vista dal

codice come illimitata in altezza profondità, nei confini degli interessi del proprietario (non si può contestare il

passaggio di un aereo “sopra” la sua proprietà); il codice distingue però poi tra 3 forme:

- Proprietà rurale (o detta terriera o agraria): comprende la proprietà dei terreni agricoli, che subisce

diverse limitazioni per finalità sociali attinenti alla trasformazione dei terreni per il miglioramento della

produzione, per vincoli idrogeologici e alla minima unità colturale, cioè delimitazione di un’area

minima di coltivazione per evitare una eccessiva frantumazione;

- Proprietà edilizia: è prerogativa del comune il potere di stabilire i c.d. vincoli di zonizzazione

attraverso degli strumenti urbanistici di pianificazione ambientale detti “piani regolatori generali”, che

prevedono l’individuazione nell’area comunale di competenza, di quali zone destinare la realizzazione

di opere quali edili, residenziali, viabilità, ecc. e in genere quali zone sono edificabili;

- Diritti sulle acque.

L’ordinamento specie la legislazione speciale, prevede dei limiti legali posti alla proprietà e al suo titolare, a

tutela di interessi pubblici e privati da tutelare:

Principali limiti imposti nell’interesse pubblici, correlati in primo luogo al tema ambientale, sono:

- Espropriazione per legis prevista: provvedimento ablatorio (potere attribuito alla pubblica

amministrazione di sacrificare con un provvedimento un interesse privato per motivi di interesse pubblico)

per cui un soggetto pubblico espropria coattivamente un bene oggetto di proprietà al fine di destinarlo ad una

finalità di interesse generale: ad es. l’espropriazione, di un fondo per costruirvi un cavalcavia, ecc.; per

essere legittimo il provvedimento deve essere corrisposto al proprietario espropriato un indennizzo per al

perdita subita.

- Requisizione di beni mobili o immobili previste per situazioni di particolare urgenza (solitamente

guerre), quali carburante, derrate alimentari, ecc.. La requisizione può essere in uso o a proprietà ed è

sempre con indennizzo.

- Limiti alla proprietà edilizia.

Limiti di interesse privato alla proprietà imposti per salvaguardare i concorrenti diritti tra soggetti privati :

1. Atti emulativi: sono vietati gli atti del proprietario i quali non abbiano altro scopo che recare un

pregiudizio ad altri (sopraelevare un muro per togliere la visuale al vicino); questo è il caso di abuso di

potere per cui il diritto soggettivo cessa di essere tutelato.

2. Immissioni: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le

esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non

superano la soglia della normale tollerabilità (salvo quindi casi particolari) …”.

3. Le distanze: “Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a

distanza non minore di 3 m. Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore”, es. 6

m nelle zone sismiche. È compreso anche la comunione forzosa del muro di confine.

4. Luci e vedute: le finestre o altre aperture sul fondo del vicino sono di due specie: luci, quando danno

passaggio alla luce e all'aria, ma non permettono di affacciarsi sul fondo del vicino; vedute o

prospetti, quando permettono di affacciarsi e di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente.

I modi di acquisto della proprietà di un bene, espressi dall’art. 922, sono due:

A titolo originario: l’acquisto comporta la nascita di un diritto pieno (non gravato da altri diritti reali l'acquisito a

titolo originario è più certo rispetto a quello derivativo) e originale e può avvenire sia mediante atti di

autonomia negoziale (es. contratto) sia fatti anche naturali (creazione di frutti naturali); il diritto può anche

non essere originale, purché non derivi da trasferimento, come nell’usucapione. Le ipotesi di acquisto, sono:

- Usucapione;

- Occupazione art. 923: è il materiale impossessamento di una cosa (necessariamente solo mobile, dato

che gli immobili vacanti/di proprietà di nessuno, spettano allo stato) di proprietà di nessuno,

accompagnato dalla volontà di farla propria“. Le cose mobili si distinguono in cose abbandonate (sia

volontariamente che cose che non sono mai state in proprietà di alcuno) o gli animali che formano

oggetto di caccia o pesca.

- Invenzione con la specifica del tesoro, prevista dall’art. 929: ipotesi affine all’occupazione, in quanto è

l’acquisto della proprietà da parte del ritrovatore di un bene giuridico smarrito (non abbandonato come

nella occupazione). Innanzitutto l’impossessamento di cosa smarrita non determina la perdita del diritto

del legittimo titolare, perciò il bene ritrovato deve essere consegnato allo stesso; nel caso in cui questi

non sia conosciuto, il ritrovatore deve consegnarla senza ritardo al sindaco del luogo in cui l'ha trovata,

indicando le circostanze del ritrovamento: se il proprietario reclama in seguito la cosa smarrita il

ritrovatore ha diritto ad un premio, se invece no, entro un anno il ritrovatore ne acquista la proprietà a

titolo originario. La differenza tra l’occupazione e l’invenzione si deduce dalla natura del bene mobile e

dalle circostanze di tempo e luogo del ritrovamento: una vecchia sedia lasciata per la strada può essere

stata abbandonata, ma un portafoglio con del denaro sarà stato smarrito. Nel caso di ritrovamento di res

nullius (cosa mobile) di pregio nascosta o sotterrata, se questa ha un particolare interesse storico o

artistico lo Stato ne vanta un diritto prevalente, pur premiando il ritrovatore.

- Vediamo tre casi particolari, disciplinati dagli arti. 934 e seguenti, in cui beni giuridici appartenenti a

proprietari diversi, per fatto naturale o opera dell’uomo, entrano tutti a far parte della stessa situazione

giuridica, allargando di fatto la proprietà di uno dei titolari e dall’altro lato diminuendo la sfera di proprietà

di un altro/i. Si parla in termini generali infatti di accessione che deriva dal latino "accessio" e tradotto

significa accrescimento:

o Accessione: secondo l’art. 934, “Qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o

sotto il suolo appartiene al proprietario di questo (principio del suolo per cui attrae tutto ciò che vi

è sopra incorporato), salvo risulti diversamente dal titolo o dalla legge”. Una particolare eccezione

la troviamo nella accessione invertita: ”Se nella costruzione di un edificio si occupa in buona fede

una porzione del fondo attiguo, e il proprietario di questo non fa opposizione entro tre mesi dal

giorno in cui ebbe inizio la costruzione, l'autorità giudiziaria, tenuto conto delle circostanze, può

attribuire al costruttore la proprietà dell'edificio e del suolo occupato. Il costruttore è tenuto a

pagare al proprietario del suolo il doppio del valore della superficie occupata, oltre il risarcimento

dei danni”.

Con l’accessione si parla di beni mobili a immobili (purché incorporate; non cose mobili

scorporate) e immobili a immobili. Questo ultimo caso comprende l’alluvione, l’avulsione, alveo

abbandonato e isole. Il primo caso si ha per fenomeni naturali, per unioni di terra e incrementi che

si formano successivamente e impercettibilmente nei fondi posti lungo le rive dei fiumi o torrenti,

questi appartengono al proprietario del fondo; mentre il secondo si ha quando un fiume o torrente

stacca una parte considerevole e riconoscibile di un fondo contiguo al suo corso e la trasporta

verso un fondo inferiore o verso l'opposta riva, il proprietario del fondo al quale si è unita la parte

staccata ne acquista la proprietà, deve però indennizzare l'altro proprietario. Per gli ultimi due

casi, il letto, isola e unioni di terra formati da fiumi o torrenti appartengono al demanio pubblico.

o Unione: se due cose mobili appartenenti a proprietari diversi sono state unite o mescolate in

modo da formare un tutto unitario e non sono separabili senza un notevole deterioramento, la

proprietà diventa comune in proporzione del valore delle cose spettanti a ciascuno: es. la pietra

incastonata nell’anello con proprietari diversi. Commistione: se però una cosa con l’unione può

essere considerata principale rispetto all'altra o è molto superiore per valore, il proprietario della

cosa principale o di maggior valore acquista la proprietà del tutto, pagando però, all'altro

proprietario il valore della cosa che vi è unita o mescolata.

o Specificazione: nel caso in cui si adoperi della materia altrui per formare una nuova cosa, chi ha

compiuto l'opera diviene proprietario della cosa dovendo solo pagare al proprietario della materia

il suo valore. Se, però, il valore della materia sorpassi notevolmente quello della mano d'opera la

cosa spetta al proprietario della materia, il quale deve pagare il prezzo della mano d'opera. Anche

qui l’accessione avviene tra bene mobile a mobile.

A titolo derivativo: è il trasferimento (successione) del diritto di proprietà da un vecchio titolare, dante causa,

al nuovo, detto avente causa e vige il principio secondo cui il dante causa non può trasferire all’avente un

diritto più ampio di quello del titolare (sarà quindi = o + ristretto): in tal modo si assicura che il potenziale

diritto reale minore, rimanga gravante del bene. Legato a ciò è anche il diritto di sequela, secondo cui la

proprietà segue il bene in ogni suo trasferimento (se il bene dovesse essere stato trasferito presso un altro, il

proprietario del diritto può sempre rivendicarlo). A sua volta distinguiamo l’acquisto a titolo derivativo:

traslativo (trasferimento in senso stretto) e costitutivo (costituzione di diritto reale minore sul diritto maggiore).

I modi di acquisto sono:

- inter vivos: principalmente tramite atti di autonomia negoziale;

- mortis causa: in forza di un evento specifico quale evento morte.

AZIONI A DIFESA DELLA PROPRIETA’

L’ordinamento riconosce al titolare di un diritto reale maggiore, delle azioni a tutela delle situazioni reali di

godimento, dette azioni petitorie. Tra le azioni petitorie abbiamo:

- Azione di rivendicazione disciplinata dall’art. 948: il presunto proprietario fa valere il suo diritto di

proprietà per recuperare (o anche solo a veder riconosciuto), a seguito del riconoscimento del suo

diritto, la cosa da altri illegittimamente posseduta o detenuta. Secondo il principio generale di onere

della prova, il rivendicante deve fornire la dimostrazione del suo diritto di proprietà, e ciò può

presentare aspetti di particolare difficoltà (probatio diabolica), soprattutto quando si tratti di beni

immobili: non basta dichiarare di aver acquistato il bene in base a una compravendita, a una

donazione o a una successione mortis causa; occorre risalire tra i vari danti causa fino ad un

acquisto a titolo originario da cui ha avuto origine la catena dei trasferimenti. L’azione di

rivendicazione come gli altri diritti reali è imprescrittibile.

- Azione negatoria, art. 949: mira a negare l’esistenza sulla propria situazione di diritti da terzi

vantati, quando si teme di subire da questi un pregiudizio da molestie di fatto (comportamenti che

impediscono e turbano l’esercizio del diritto) e/o di diritto (contestazione della situazione di

godimento da parte di un terzo: si vanta la servitù di passaggio). Non c’è qui la probatio diabolica,

ma basta dimostrare l’esistenza di un titolo da cui l’acquisto deriva.

- Azioni di regolamento di confini, art. 950: riguarda la demarcazione dei confini tra due fondi attigui

quando mancano i limiti certi; la prova del confini può essere data in qualsiasi modo e se in dubbio

si va dal giudice affinché nomini un perito per stabilirli;

- Azione di apposizione di termini, art. 951: tende alla creazione/apposizione di confini, a spese di

entrambi i proprietari, quando questi sono irriconoscibili o mancano i segni di confine (i termini).

DIRITTI REALI SU COSA ALTRUI o DIRITTI REALI MINORI

I diritti reali si distinguono in diritti reali su cosa propria (che è il diritto maggiore), cioè quello di

proprietà, e diritti reali su cosa altrui, (detti diritti reali minori); gli ultimi comprendono:

Diritti reali di godimento, definiti situazioni di godimento minori, in quanto hanno un serie di

restrizioni sia volontariamente o legalmente imposte rispetto al diritto di proprietà su cui incidono;

parallelamente coesistono con il diritto di proprietà, comprimendolo fino al momento in cui il diritto

altrui si estingue (elasticità del diritto di proprietà). I diritti reali di godimento, a differenza della

proprietà, si prescrivono a dopo il non uso protratto e continuativo per 20 anni. I diritti reali di

godimento si distinguono a loro volta in:

a- Superficie, prevista dagli art. 952 e seguenti: “il proprietario di un suolo può concedere ad un

altro soggetto il diritto di costruire un edificio sopra al suo suolo attribuendogli la proprietà

separata dell'edificio. Il proprietario può, inoltre, alienare la costruzione già esistente

mantenendo la proprietà del suolo”; mentre con l’accessione, tutte le cose mobili e immobili

incorporate sono di proprietà del titolare; con la superficie il titolare del suolo riconosce il diritto

ad edificare o di acquisire la proprietà di una costruzione ad un soggetto, fermo restando la

proprietà del suolo che è esclusa. Modi di costituzione sono il contratto, testamento e

l’usucapione e in termini di tempo, questo diritto può essere concesso a tempo indeterminato o

determinato (in questo caso alla scadenza del diritto di superficie, si riespande il diritto di

accessione, diritto reale maggiore rispetto al primo e il titolare del suolo, per effetto della

accessione acquista anche la proprietà sull’edificio). A differenza di quanto previsto

nell’accessione il titolare della costruzione e quello del suolo sono distinti. Modi di estinzione

sono la scadenza del termine, per prescrizione (bisogna distinguere tra diritto ad edificare, che si

prescrive per il mancato esercizio protratto per 20 anni; e la proprietà superficiaria che non si

prescrive), la rinunzia del superficiario e per consolidazione (riunione della qualità di proletario e

di superficiario), non si estingue invece per perimento della costruzione.

b- Enfiteusi, disciplinata dall’art. 958 e seguenti: è un diritto reale di godimento molto ampio sulla

proprietà altrui (tanto ampio da essere considerato in alternativa un diritto reale maggiore), che

attribuisce all'enfiteuta (titolare dell’enfiteusi) il diritto di godimento di un immobile

dietro l'obbligo di pagare un canone periodico (canone enfiteutico, che altro non è se un frutto

civile per il titolare del bene immobile) e di migliorare il bene; concernendo anche il diritto di

cessione e di godimento dei frutti naturali. L’enfiteuta ha il potere di modificare la destinazione

del fondo, disporre del proprio diritto ma non può cederlo in subenfiteusi. Come la superficie,

può essere perpetua o a tempo determinato e trasmessa o meno ai propri eredi. Al solito si

costituisce con contratto, testamento o usucapione e si estingue per scadenza del termine,

prescrizione ventennale, consolidamento, per affrancazione (l’enfiteuta può acquistare la

proprietà del fondo pagando una certa somma di denaro, c.d. capitalizzazione del fondo) e

devoluzione (la possibilità del concedente dell’enfiteusi di estinguerla quando l’enfiteuta non curi

il fondo o non paghi due annualità di canone).

c- Usufrutto, previsto dagli art. 678 fino all’incirca 1005: è il diritto reale che permette

all'usufruttuario di godere della cosa e di trarne ogni utilità (frutti naturali) rispettando, però, la

destinazione economica del bene data dal titolare (a differenza dell’enfiteusi; pena risarcimento

dei danni e ripristino destinazione originaria: coltivare uva anziché patate): questo quindi deve

essere fruttifero e dovendo essere restituito al termine del diritto, è generalmente inconsumabile

(potrebbe anche essere consumabile: quasi usufrutto). L’usufrutto ha una durata limitata nel

tempo e in particolare non può mai superare la vita dell’usufruttario (non prevista la successione

mortis causa) e se il destinatario dell’usufrutto è una persona giuridica, la durata è al massimo di

30 anni. Si possono avere 2 tipi particolari di usufrutto: quello congiuntivo (costituito nei confronti

di più soggetti; in tal caso è possibile avere una clausola di accrescimento per cui quando un

usufruttuario muoia, gli altri co-usufruttuari vedono aumentato la loro capacità di godimento) e

quello successivo (passaggio automatico dell’usufrutto da una persona ad un’altra per ipotesi di

morte di una di esse). Il proprietario è titolare di alcuni diritti (sul tesoro ritrovato nel fondo e

libertà di alienarlo, sebbene il bene venduto sarà in quel caso gravato a sua volta da usufrutto) e

obblighi (provvedere alle riparazioni straordinarie e pagare i tributi sul bene). L’usufruttuario è

tenuto agli obblighi di custodia, di amministrazione e alle spese per riparazioni ordinarie. Si

costituisce per legge (usufrutto dei genitori sui beni dei figli minori), volontariamente (accordo e

testamento) e per usucapione; si estingue per scadenza del termine o morte dell’usufruttuario,

rinunzia, per abuso dei poteri dell’usufruttuario, su prescrizione (non uso per 20 anni), per il

consolidamento, perimento (salvo che sia per colpa di terzi o per espropriazione per legis, in

quanto l’usufrutto finisce sull’indennizzo del risarcimento del danno o per legis).

d- Uso - abitazioni: art. 1021-22 è un diritto reale dal contenuto più limitato dell'usufrutto perché

attribuisce al suo titolare il diritto personalissimo (di carattere temporaneo, estinguibile con la

morte e non oggetto di cessione o di gravo di altri diritti reali minori) di servirsi della cosa e

raccoglierne eventuali frutti, limitatamente ai bisogni suoi e della famiglia. L’abitazione,

ugualmente, riguarda l’attribuzione del potere di uso di immobili nei limiti delle necessità di

abitazione del titolare e del suo nucleo familiare.

e- Servitù prediale: secondo l’art. 1027 è "un peso (una limitazione della facoltà di godimento)

imposto sopra un fondo (detto fondo servente) per l'utilità (in favore) di un altro fondo (detto

fondo dominante)appartenente a diverso proprietario".

Presupposti sono che i fondi devono appartenere a due proprietari diversi (non a persone ma a

situazioni giuridiche soggettive diverse), devono essere vicini/contigui (in senso non assoluto ma

funzionale affinché il fondo dominante riceva una utilità diretta da quello servente); deve essere

prevista una relazione di servizio, per cui al vantaggio di un fondo deve sempre corrispondere la

restrizione del godimento di un altro.

Le servitù sono apparenti quando sul fondo servente sussistono opere visibili utilizzate dal fondo

dominante (strada, acquedotto,..) e non apparenti quando operano opere invisibili (servitù di

passaggio, servitù di non edificare, non sopraelevare). Modi di costituzioni sono il contratto,

testamento o usucapione (salvo quelle non apparenti), nonché caso particolare è quello della

destinazione del buon padre di famiglia (servitù apparenti appartenente a due fonti prima uniti e

ora divisi, in cui è possibile rintracciare opere visibili a servizio di una parte del fondo, sì da

evidenziare una relazione di servizio precedente). Esistono poi le servitù volontarie, nate dalla

volontà dei singoli (contratto o testamento) e coattive che nascono per legge o giudizialmente:

da una parte si attribuisce il peso sul fondo servente, ma dall’altro un indennizzo al titolare del

fondo stesso; abbiamo ad es. una servitù di passaggio coattiva nasce quando c’è un fondo

intercluso, ovvero che non ha un passaggio su una strada principale o quando si richiederebbe

somme spropositate – c.d. passaggi coattivi. O ancora, sono servitù coattive quelle che

riguardano l’istallo delle rete di telefonia e telefoniche su istanza dell’ente della società

interessata – sono i c.d. elettrodotti coattivi.

L’esercizio della servitù è determinato dal titolo o in mancanza dalla legge e riguarda tutto ciò

che serve a soddisfare i bisogni del fondo dominante con il minor aggravio per il fondo servente;

inoltre il titolare del fondo servente non può diminuire l’esercizio della servitù o renderlo più

difficile, ma deve astenersi dal “non fare” (c.d. servitù negativa) e il titolare del fondo dominante

può svolgere attività accessorie sul fondo servente se servisse ad agevolare il diritto – servitù

positiva o affermativa (si distinguono a loro volta in continue se presuppongono una precedente

opera e discontinue se no) – ma non può aggravare oltre i limiti stabilita dal titolo la situazione

servente.

L’estinzione è per consolidamento, rinunzia, scadenza del termine (se previsto da un titolo),

impossibilità ad godere della servitù o perdita della sua utilità e prescrizione ventennale, o

abbandono del fondo servente.

f- Comunione disciplinata dall’art. 1100: si ha quando la titolarità di un diritto reale di godimento

(su cosa propria o altrui) è in comune a più soggetti. Tale istituto riguarda più comunemente le

situazioni di godimento su cosa altrui, ma anche quelle su cosa propria (proprietà) che di norma

sono piene ed esclusive: è chiaro allora che la comproprietà della situazione non è tra due

distinti titolari e quindi diritti sullo stesso bene ma tra soggetti che formano un unico titolare. La

comunione può avere origine: per atto volontario (accordo) detta comunione volontaria (amici

che acquistano insieme una barca), comunione legale (es. comunione forzosa del muro

confinante); incidentale (prevista per il verificarsi di un certo evento: gli eredi del de cuius). Nella

comunione il godimento risulta limitato ai contitolari, in quanto devono farlo nella misura e nel

rispetto del godimento degli altri titolari; ogni titolare ha sulla cosa una propria quota, cioè un

diritto esclusivo che indica la partecipazione del soggetto ai vantaggi (potere di godimento e

disposizione) e svantaggi (spese per il godimento e la conservazione della cosa). Se si tratta di

cose divisibili, ogni partecipante può chiedere lo scioglimento della comunione, purché la

comunione non sia forzosa, o si sia impegnati a far durare la con titolarità per un certo tempo. La

divisione può essere fatta convenzionalmente o per via giudiziale; in ogni caso essa ha effetto

retroattivo. Se il bene è indivisibile, la comunione non può essere sciolta, ma i contitolari

possono alienare il bene e dividere il ricavato in proporzione delle rispettive quote. Circa la

amministrazione, vi concorrono tutti i contitolari in base a deliberazioni prese dall’assemblea, le

quali sono impugnabili entro 30 giorni; le maggioranze dipendono dall’atto di deliberazione: per

gli atti di ordinaria amministrazione si decide in base al valore delle quote, per gli atti di

straordinaria occorrono i 2/3 dei partecipanti alla cosa comune, per gli atti di alienazione o di

costituzione di diritti reali sul fondo comune è necessaria invece l’unanimità. Se la comunione ha

ad oggetto il diritto di proprietà si chiamerà condominio, mentre se ha ad oggetto altri diritti reali

si chiamerà, di volta in volta, coenfiteusi, cousufrutto (o usufrutto congiuntivo) etc.

Condominio negli edifici, dove, peculiarmente, coesistono in uno stesso edificio più diritti di

proprietà (detti esclusivi) appartenenti a patrimoni distinti e una comunione di alcune parti

dell’edificio stesso, i quali sono funzionalizzate alla coabitazione di più persone in uno stesso

edificio: le parti in comune costituiscono un diritto irrinunciabile (non disponibile) tant’è che si

parla di comunione forzosa; ogni condominiale ha un diritto su queste parti commisurato al

valore della propria proprietà esclusiva e a differenza della comunione, le spese da contribuire

dipendono dalla destinazione di queste (se le parti comuni servono in modo identico a tutti, si

contribuisce alla spesa in proporzione della quota di proprietà esclusiva (es. facciata

dell’edificio); se invece servono in misura diversa (ascensore) in proporzione all’uso che

ciascuno ne fa. Organi per l’amministrazione del condominio sono l’assemblea (grazie al

principio maggioritario, questa può deliberare vincolando i condomini anche assenti o

dissenzienti e le maggioranze sono differenti a seconda dell’oggetto deliberato e si calcolano

non soltanto per quote e per numero di condomini) e l’amministratore (organo esecutivo e che

rappresenta i condomini sia in giudizio e sia nei confronti dei terzi). È inoltre possibile la

redazione di un regolamento (obbligatorio nei condomini con più di 10 proprietari), che disciplini

l’uso delle cose comuni, la ripartizione delle spese e l’amministrazione. Ipotesi particolare è

quella della multiproprietà in cui ci sono diversi titolari del diritto di proprietà e se c’è un diritto di

disposizione comune, c’è un godimento turnario.

Diritti reali di garanzia: ipoteca (forma di restringimento del diritto di proprietà) e pegno

-

Il titolare del diritto di godimento su cose altrui, trova azioni, strumenti di tutela tramite:

Azione confessoria, art. 1079 riguarda i diritti prediali ma si estende agli altri: tende a far

- riconoscere l’esistenza del proprio diritto reale minore contro chi ne contesti l’esercizio e/o far

cessare gli atti impedimenti e le turbative (di diritto e di fatto) allo stesso; possiamo chiedere il

risarcimento dei danni. L’autore deve dimostrare, come nell’azione negatoria, l’esistenza della

situazione di godimento; non è prescrittibile.

Azione di nunciazione (spetta sia al possessore che al titolare del diritto di proprietà): dobbiamo

- a loro volta distinguere le azioni di denunzia di nuova opera (volta ad impedire i pericoli o le

limitazioni al potere di godimento che possono derivare dalla costruzione di nuove opere o da

attività intraprese da altri sul fondo vicino) e l’azione di danno temuto (volta a prevenire il

pericolo di un danno grave e imminente al godimento del proprio diritto da parte di una qualsiasi

cosa già esistente sul fondo vicino – es. tetto pericolante). Entrambi le aziono possono dar luogo

a provvedimenti provvisori da parte dell’autorità giudiziaria, al fine di porre cautele o garanzia

contro gli eventuali danni. SITUAZIONI POSSESSORIE

Secondo l’art. 1140, “il possesso è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente

all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale” e ancora “si può possedere direttamente o per

mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa (se ad es. presto un libro ad un amico, non

smetto di possederlo, ma lo faccio attraverso il mio amico, che in tal caso si definisce detentore; si

parla di “possesso mediato”)”. Secondo la dottrina tradizionale, gli elementi costituenti del possesso

sono due:

- Corpo possesionis (profilo oggettivo del possesso): comportamento del soggetto diretto al

godimento e l’uso del bene e corrispondente all’esercizio del diritto reale, al di là che sia il

titolare del diritto reale di godimento o meno (è un potere di fatto e non di diritto, cioè

legittimato dalla sua titolarità).

- Animus possidendi (profilo soggettivo o psicologico): è l’intenzione esercitare il potere sulla

cosa come titolare del diritto reale (proprietà o diritto reale minore).

Questo ultimo è il principale carattere differenziale dalla detenzione. Secondo il 1140, “si può

possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa (così chi

presta un libro ad un amico, non smette di possederlo, ma lo possiede attraverso l’amico – c.d.

possesso mediato)”: il detentore infatti, pur avendo come il possessore la materiale disponibilità

sulla cosa (corpo possesionis), se ne differenzia non solo nell’animus, detto qui detinendi, cioè

esercitando il potere sulla cosa con la consapevolezza di non voler tenere la cosa come titolare di

un diritto reale (è solo nel profilo psicologico che detenzione e possessione di distinguono),

elemento che restando nella sfera psichica non può assumere rilevanza per il diritto, ma anche

dalla diversità di condotta, cioè il detentore è chi anche chi dà segni di riconoscere l’altrui diritto

sulla cosa a differenza del possessore (pagare il canone di locazione mensile ad es.).

L'art. 1141 c.c. ammette che la detenzione possa mutarsi in possesso, attraverso la c.d.

interversione del possesso; in base a quanto detto però ciò non può verificarsi solo con il cambio di

animus, ma sono necessari atti giuridici esteriori che mutino il titolo, cioè la causa giustificatrice del

godimento e uso del bene; i fattori possono essere: opposizione del detentore (un terzo essendo

possessore del bene, trasferisca il possesso al detentore o il diritto corrispondente) o causa

proveniente da un terzo (il detentore manifesta al possessore la sua volontà di acquisire il possesso

del bene).

Al possesso l’ordinamento collega tre ordini di conseguenze:

- Tutela possessoria: garantisce al possessore, legittimo o meno, una tutela del suo interesse

al godimento e all’uso del bene contro spoliazioni, turbative e molestie da terzi tramite le c.d.

azioni possessorie.

- Inversione dell’onere della prova: è il proprietario, come attore che cita il convenuto, a dover

provare il fondamento del suo diritto. Ciò suggerisce una posizione più vantaggiosa del

possessore per l’onere della prova.

- Possesso come titolo di acquisto: il possessore senza titolo ha la facoltà di acquistare il

diritto tramite meccanismi previsti dall’ordinamento.

INIZIO E DURATA DEL POSSESSO

Il possesso essendo una situazione di fatto, si acquista e si perde con il verificarsi di semplici atti

materiali (e non giuridici) accompagnati dall’animus possidendi. Modi di acquisto sono a titolo:

- Originario: apprensione materiale della cosa con l'animus di possederla. Non sono idonei

all'acquisto del possesso gli atti compiuti con l'altrui tolleranza (per ragioni di amicizia,

cortesia o buon vicinato).

- Derivativo: comprende a sua volta tre tipi di cause di acquisto:

Consegna della cosa da parte del precedente possessore; tale consegna non è

o necessaria quando il nuovo possessore era già detentore del bene (inquilino acquista

appartamento che prima deteneva a titolo di locazione: c.d. traditio brevi manu) o il

precedente possessore diventa detentore (il venditore dell’appartamento diventa

locatore: c.d. constitutum possessorium).

Successione: l'erede continua il possesso del suo dante causa con effetto dalla

o apertura della successione.

Accessione: il successore a titolo particolare, legatario o divenuto tale per atto tra

o vivi, può unire il suo possesso con quello del suo autore.

POSSESSO DI BUONA FEDE ED EFFETTI DEL POSSESSO

È possessore in buona fede chi ignora l’altruità della cosa (si pensi a chi acquista un bene da chi

appariva legittimo proprietario), mentre è in mala fede chi è consapevole di ledere un diritto altrui.

La buona fede di cui all'art. 1147 è un atteggiamento dalla psiche di ignoranza di ledere altrui diritto (buona

fede in senso soggettiva; da non confondere con la buona fede oggettiva intesa come clausola generale che

l’ordinamento richiama con riferimento a taluni rapporti e che sta a significare in altre parole comportamento

secondo lealtà, correttezza, onestà nei rapporti interprivati e soprattutto contrattuali; a volte il testo legislativo

non specifica quasi mai se la buona fede è oggettiva o soggettiva, quindi lo si deve desumere dal contesto

della norma); tuttavia non si può tollerare che ci si possa avvantaggiare del proprio errore in tutti i casi; il

secondo comma dell'art. 1147 dispone, infatti, che la buona fede non giova se l'ignoranza di ledere l'altrui

diritto deriva da colpa grave (da accertare caso per caso, ma certamente ricorre quando il possesso è stato

conseguito senza un minimo di attenzione, attenzione che, se attivata, avrebbe fatto sorgere un dubbio o un

sospetto). L’articolo infine, al terzo comma impone che la buona fede si presume salvo prova contraria (che

non spetta al possessore: inversione onere della prova) ed è sufficiente la sua presenza al momento

dell’acquisto.

Nel regolare la restituzione della cosa al proprietario, il possessore ha diritto secondo l’ordinamento

a far propri i frutti prodotti dalla cosa fino al giorno della domanda di rivendicazione (quello in mala

fede invece deve restituirli, salvo rimborso delle spese), il diritto ad una indennità per le riparazioni,

miglioramenti e addizioni portate alla cosa e il diritto di ritenzione (non restituire la cosa finché non

gli sia data l’indennità dovuta).

Nella circolazione dei beni mobili (in tema di diritti reali su cosa propria e altrui ma non riguardanti i beni

mobili registrati e le universalità di mobili), per assicurare la certezza del diritto e l’affidamento dell’acquirente

di buona fede di beni mobili, l’art. 1153 dispone il c.d. principio “possesso vale titolo”, per cui a “colui al quale

sono alienati beni mobili da parte di chi non ne è proprietario, ne acquista la proprietà mediante il possesso,

purché sia in buona fede al momento della consegna (1° condizione: buona fede iniziale) e sussista un titolo

(astrattamente) idoneo al trasferimento della proprietà (2° condizione).

L’acquisto in buona fede del possesso è anche criterio di risoluzione di conflitti tra più acquirenti, per cui

prevale quello che per prima ne acquista in buona fede il possesso; inoltre la proprietà si acquista libera da

altrui diritti sulla cosa se questi non risultano dal titolo del trasferimento e se c’p la buona fede

dell’acquirente.

USUCAPIONE (1153 e seguenti)

È un modo di acquisto a titolo originario dei diritti reali su beni mobili (registrati – 10 anni - e non: in questo

caso è necessaria la buona fede e la mancanza di un titolo idoneo al trasferimento, allora 10 anni),

universalità di mobili (20 anni), beni immobili (20 anni) e gli altri diritti reali di godimento per effetto del

possesso continuo (permanente manifestazione della propria signoria sulla cosa; secondo la dottrina anche

pubblico) e ininterrotto (non devono accadere fatti che siano idonei a interrompere il possesso: naturali

quando non vi sia il possesso per oltre un anno, e civili in base alle norme sulla interruzione e sospensione

della prescrizione) per i periodi di tempo stabili dalla legge. Oltre la usucapione ordinaria, si parla di quella

straordinaria, qualora chi acquista in buona fede da chi non è proprietario un bene immobile, in forza di un

titolo che sia idoneo a trasferire la proprietà e che sia stato debitamente trascritto, ne compie l’usucapione

passati 10 anni dalla trascrizione (3 anni per i mobili registrati e 10 per l’universalità).

Le regole che vigono dal momento in cui inizia a decorrere il tempo sono:

- se il “possesso ad usucapionem” è iniziato in modo violento (rapina) o clandestino (di nascosto/non

pubblico), il termine decorre soltanto dalla fine della violenza o della clandestinità;

- se un soggetto ha il possesso corrispondente all’esercizio di un diritto reale su costa altrui, il tempo

necessario ad usucapire la proprietà decorre quando si verifica l’interversione del possesso (da

detenzione e possesso).

Il decorso del tempo può essere sospeso o interrotto per le stesse cause della prescrizione, nonché quando

il possessore è privato del possesso per oltre un anno.

Fondamento dell’istituto è l’esigenza di certezza delle situazioni giuridiche, per cui chi vuole comprare non

può essere indotto a temere sulla qualità di proprietario del venditore e temere di vedersi esposto al rischio

che un vero proprietario rivendichi la cosa. Inoltre si tenta di premiare anche chi impiega le risorse e li rende

produttive a scapito del proprietario rimasto inerme per lungo tempo. Infine la usucapione semplifica anche la

prova del diritto di proprietà, per cui basta dimostrare di aver posseduto il bene per il tempo necessario ad

usucapire. L’usucapione non è automatica, ma frutto di sentenza giudiziale.

AZIONI POSSESSORIE E AZIONI DI NUNCIAZIONE

Il possesso ha tutela maggiore quando è in buona fede ma c’è anche una per il possesso in mala

fede; principali forme di tutela del possesso che consentono di escludere che questo sia dunque

una situazione di mero fatto sono:

Azioni possessorie: pur assicurando un accertamento definitivo della posizione del titolare

-

del diritto di proprietà, per la loro complessità e lunghezza non sono idonee a garantire

rapidamente le ragioni del proprietario. Il legislatore accortosi del problema ha previsto accanto

alle azioni petitorie, altre azioni che tutelano il possesso: azioni possessorie, che assicurano una

tutela rapida al possessore ma provvisoria perché si dovrà poi accertare se il possesso sia

giustificatosi distinguono a loro volta in:

Azioni di reintegrazione previste dall’art.1168: mira ad ottenere la reintegrazione nel

o

possesso, qualora il possessore (o detentore in certi limiti) sia stato violentemente o

clandestinamente spogliato del bene; non conta la buona o mala fede. Non è necessario

provare il diritto di proprietà ma solo il precedente possesso. Es.: esco di casa e al ritorno

un soggetto si è installato a casa cambiando la serratura.

Azioni di manutenzione, previste dal 1170: mira ad ottenere la cessazione delle

o

turbative, qualora il possessore di beni immobili e università di mobili molestato nel suo

possesso. Occorre provare sempre solo il possesso. Es.: sto in casa è il vicino mettere la

musica a tutto volume.

Azioni di enunciazione: appartengono oltre che al titolare del diritto reale (proprietà o

-

godimento) anche al possessore e comprendono la denuncia di nuova opera e danno temuto,

disciplinate dagli art. 1172-1173.

PRESCRIZIONE E DECADENZA

INFLUENZA DEL TEMPO SULL’ACQUISTO E SULL’ESTINZIONE DELLE SITUAZIONI

La combinazione di elementi previsti da legislatore quali primo fra tutti, il decorso di un certo periodo di

tempo, può dare luogo all’acquisto (prescrizione acquisitiva o usucapione) o estinzione di situazioni

giuridiche soggettive (prescrizione estintiva). Mentre il codice civile del 1865 accorpava in una unica

disciplina le due prescrizioni, il codice vigente del ‘42 ha voluto distinguere in due discipline differenti la

prescrizione acquisitiva, detta usucapione (disciplinata nel III libro della Proprietà essendo un modo di

acquisto dei diritti reali), e quella estintiva, a cui è stata accorpata la decadenza (non prevista da quello del

1865 sebbene presente già nella dottrina), previste nel VI della Tutela dei diritti.

Prescrizione acquisitiva o usucapione: vedi in precedenza

Prescrizione estintiva: in base l’art. 1934 la prescrizione produce l’estinzione di ogni situazione soggettiva,

salvo quelle indisponibili (della personalità e della famiglia ad es.) e gli altri previsti dalla legge, per effetto

dell’inerzia del suo titolare, che non la esercita per il tempo determinato dalla legge (si presume che il

decorso del tempo renda palese il disinteresse del titolare e che questo non intenda più esercitare il diritto o

che vi abbia rinunziato).

Scopo dell’istituto è sia di garantire l’esigenza di certezza dei rapporti giuridici (dopo un tot. di anni, di chi è

questa casa?) sia la necessità di assicurare stabilità a situazioni protratte da lungo tempo. Toccando spesso

interessi generali è prevista dal legislatore l’inderogabilità delle norme dell’istituto da parte della autonomia

negoziale (escludendo o aggiungendo ipotesi di prescrizioni, modificando i termini ecc); la prescrizione non

opera automaticamente con il decorso del tempo (ipso iure) né il giudice non può farla valere d’ufficio (di

propria iniziativa), ma in virtù dell’eccezione sollevata dal soggetto interessato giudizialmente (ope

exceptionis). Circa le obbligazioni, se il debitore non fa valere la prescrizione, il giudice lo condannerà al

pagamento di quanto dovuto, così da estinguerla; se invece provvede spontaneamente, dopo aver opposto

la prescrizione, al pagamento, si realizza l’adempimento di un’obbligazione naturale.

In base alla dottrina, si è attribuita alla prescrizione “un‘efficacia estintiva del diritto”, però ciò solleva dei

dubbi: se così fosse, una volta ad es. estinta una obbligazione al debitore dovrebbe spettare in base al 2033

(indebito oggettivo pagamento) l’azione di ripetizione in presenza di un pagamento dovuto. Si può più

correttamente attribuire allora una efficacia modificativa, in quanto si estinguerebbe l’azione e non il diritto

(nell’es. allora non ci sarebbe indebito pagamento).

Come accennato nell’usucapione, con la formula “ogni diritto si estingue per prescrizione”, non ci si riferisce

in realtà a: diritti indisponibili, quali quelli della personalità e attinente ai rapporti familiari; le azioni di

contestazione e di reclamo della legittimità; dichiarazione giudiziale della paternità o della maternità; la

qualità di erede; il diritto di far valere la nullità del contratto; le facoltà oggetto della situazione giuridica (diritto

di usufrutto, ecc.); l’eccezione (l’azione, quella giudiziale, si); di regola anche il diritto di proprietà, tuttavia se

all’inerzia del proprietario (quindi al suo disinteresse) è corrisposto il prolungato possesso di altri (contro

interessato avvantaggiato dalla prescrizione) questi ne acquistano la proprietà per usucapione (948).

Il termine di prescrizione in base al 2935 decorre dal giorno nel quale il diritto può essere fatto valere e solo

da quel momento si tiene eventualmente conto dell’inerzia del titolare; se infatti il diritto non lo si può far

valere giuridicamente, essendo ad es. sottoposto a condizione (sospensiva) o a termine (iniziale), la

prescrizione decorrerà dal giorno nel quale la condizione si verifica o il termine scade; inoltre il termine

decorre anche se il titolare della situazione, senza colpa, ignori o di essere tale (ignoranza dell’essere

divenuto erede) o si ignora l’identità del soggetto passivo (nel diritto ad es. al risarcimento da incidente

automobilistico, il termine decorre non da quanto si sia individuato il colpevole ma dal giorno del sinistro).

Alcune norme disciplinano l’inizio del decorso della prescrizione modo particolare: quando l’annullabilità

dipende da vizio del consenso o incapacità legale, il termine decorre dal giorno nel quale è cessata la

violenza, è stato scoperto l’errore o il dolo, è cessato lo stato di interdizione o inabilitazione, il minore ha

raggiunto la maggiore età.

Il computo dei termini di prescrizione va effettuato secondo il calendario comune che è quello gregoriano;

nella decorrenza non si tiene conto del giorno iniziale ma di quello finale: ad es. il termine che decorre di un

mese dal 2 febbraio, scade il 2 marzo. Se non è stabilito un termine differente, il termine ordinario di

prescrizione è di dieci anni; per diritti reali di godimento è previsto un termine maggiore, anche di 20 anni; al

contrario per certe ipotesi, come le c.d. prescrizioni brevi (diritto al risarcimento da atto illecito ad es. causato

da circolazione di veicoli) anche prima del termine ordinario.

Ci sono delle ipotesi per cui l’inerzia, presupposto della prescrizione, non operi per il sopraggiungere di

cause che rendendo impossibile o comunque estremamente difficile l’esercizio del diritto, giustificandola; si

sta parlando di ipotesi previste dal 1941 e seguenti:

- Sospensione: è dovuta da determinate condizioni tassativamente previste del titolare del diritto, in

particolare l’inerzia rimane sospesa per: i minori non emancipati, gli interdetti per infermità di mente

per il tempo in cui non hanno rappresenta legale e per sei mesi successivi alla nomina dello stesso o

alla cessazione dell’incapacità, in tempo di guerra per i militari in servizio, ecc.; si esclude anche

l’impedimento di mero fatto (calamità naturale ad es.).

- Interruzione: si produce quando il titolare del diritto adotta un comportamento idoneo a mostrare la

volontà ad esercitare lo stesso. Dal momento dell’interruzione inizia a decorre un nuovo periodo di

prescrizione; ipotesi previste sono: esercita il diritto mediante notifica dell’atto con il quale si inizia il

giudizio (che sia di cognizione, conservativo o esecutivo), per atto di costituzione in mora del debitore

oppure quando il soggetto passivo riconosce il diritto, espressamente o tacitamente, come nell’ipotesi

di richiesta di una dilazione; circa le cause naturali, queste consistono in atti materiali di esercizio che

secondo dottrina riguardano solo diritti reali su cosa altrui (passo ad es. un fondo altrui gravato da

servitù di passaggio).

Nelle c.d. prescrizioni presuntive il decorso del termine produce non un effetto estintivo, ma una presunzione

(relativa) di estinzione dell’obbligazione (per adempimento o altra causa ad es. compensazione). La ratio

della normativa è quella di tutelare il debitore in quei particolari casi in cui il adempimento di

un debito avviene, senza che si sia fatto rilasciare una quietanza (si pensi ai rapporti giuridici legati da

profonda fiducia quali medico - paziente), oppure all'ipotesi in cui, in considerazione del valore esiguo della

prestazione, il debitore non conservi tale quietanza per lunghi periodi.

DECADENZA

Comporta l’estinzione di un diritto che non sia stato esercitato entro un dato termine detto perentorio (cioè

che non ammette proroghe); presupposti dell’istituto sono ancora qui la inerzia e il decorso del tempo. Si

differenzia dalla prescrizione per due aspetti: circa il fondamento, alla base della decadenza c’è una

esigenza assoluta di certezza delle situazioni giuridiche (nella prescrizione, l’esigenza di certezza è meno

rigorosa, basta pensare alla sospensione o interruzione), che implica periodi di tempi molto brevi, sì da

evitare che certe incertezze si protraggano: ad es. se la parte soccombente in primo grado non propone

ricorso entro un breve termine, se decorso il tempo la sentenza diventa definitiva (passa in cosa giudicata) e

l’impugnazione è inammissibile.

Circa la disciplina, nella decadenza, a differenza della prescrizione non si applicano le norme della

sospensione o interruzione, ciò per l’irrilevanza delle condizioni soggettive del titolare che possano

giustificare l’inerzia (alla base della sospensione) o il compimento di atti interruttivi; solo il compimento

dell’atto previsto dal diritto impedisce la decadenza (nell’es. della sentenza, solo la notificazione alla

controparte d di appello impedisce la decadenza). Mentre inoltre la prescrizione è istituto di valenza generale

(“Ogni diritto si estingue per prescrizione”), sono soggetti a decadenza solo i diritti individuati dal legislatore e

non tutti.

La disciplina in tema di decadenza è differente a seconda che si tratti della:

- Decadenza di ordine privato: a tutela di interessi privati, individuali e in tema di diritti disponibili; in tal

caso la decadenza è rinunziabile e derogabile dalle parti; non può essere rilevata da ufficio dal

giudice; è poi nullo il patto con il quale si convengono termini di decadenza che rendano

eccessivamente difficile ad una delle parti l’esercizio del diritto.

- Decadenza di ordine pubblico: a tutela di interessi pubblici, collettivi e in tema diritti indisponibili; non

è consentita la rinunzia alla decadenza; può essere rilevata di ufficio dal giudice; non possono

modificarne la disciplina legale, quindi inderogabile.

Generalmente la decadenza è stabilita dalla legge (decadenza legale), tuttavia questa prevede a volte la

fissazione del termine per opera del giudice su istanza della parte interessata al superamento della

situazione di incertezza (decadenza giudiziale); in materia disponibile, la decadenza, di ordine privato, può

essere stabilita contrattualmente (decadenza convenzionale).

SITUAZIONI DI GARANZIA PATRIMONIALE

CARATTERI E FUNZIONI DELLA RESPONSABILITA’ PATRIMONIALE

L’istituto della responsabilità patrimoniale è disciplinato nell’art. 2740 che afferma “Il debitore risponde

dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.”; si delinea quindi la possibilità per il

creditore insoddisfatto dall’eventuale inadempimento, vedere realizzati i suoi interessi aggredendo, in via

solo esecutiva, i beni, presenti o futuri, del debitore.

Inizialmente la generale vaghezza della norma aveva indotto a determinare la c.d. teoria patrimonialista,

rafforzata del resto anche dagli istituti civilistici delle azioni preordinate alla conservazione della garanzia

patrimoniale sorte anche durante il momento fisiologico del rapporto obbligatorio. Tale concezione è stata

presto abbandonata, in quanto la responsabilità patrimoniale opera solo ed esclusivamente a seguito

dell’inadempimento, ovvero nel momento patologico del rapporto. A prova di ciò, basta pensare che la

responsabilità patrimoniale non è sempre satisfattoria nell’interesse del creditore: se la prestazione aveva ad

oggetto una somma di denaro, mediante l’esecuzione generica o per espropriazione, il creditore persegue la

stessa utilità che l’adempimento spontaneo del debitore gli avrebbe dato sul piano sostanziale; se la

prestazione aveva ad oggetto un bene diverso dal denaro, l’espropriazione fa conseguire l’equivalente

pecuniario del danno, il che però non assicura sempre appunto la satisfattione creditoria.

RESPONSABILITA’ PATRIMONIALE PERSONALE ED ESCUZIOEN FORZATA

È importante distinguere due tipi di responsabilità, in quanto pur operando ambedue a seguito

dell’inadempimento presentano diversa natura e funzioni:

- Responsabilità ex art. 1218 per la “Responsabilità personale”: presuppone l’inadempimento

dell’originario rapporto obbligatorio, determinando la costituzione di una conseguente obbligazione

risarcitoria (obbligo di risarcire il danno); questo tipo di responsabilità ha funzione eventualmente

preparatoria a quella patrimoniale: se infatti l’obbligazione originale non aveva ad oggetto il

trasferimento di una somma di denaro in tal caso la responsabilità sostituisce la obbligazione

risarcitoria a quella inadempiuta, o aggiunge all’obbligazione inadempiuta quella risarcitoria per il

ritardo, la responsabilità personale consente di determinare la obbligazione avente per oggetto

l’ammontare della somma spettante per la soddisfazione del creditore, che sarà ricavata, in caso di

ulteriore inadempimento, tramite la responsabilità patrimoniale, quindi con l’espropriazione e la

vendita coattiva dei beni del creditore.

- Responsabilità ex art. 2740 per la “Responsabilità patrimoniale”: presuppone l’inadempimento sia

dell’originaria obbligazione, sia di quella risarcitoria e determina al debitore inadempiente la

soggezione, attuale o potenziale, dei beni presenti e futuri all’azione esecutiva del creditore

insoddisfatto; ovviamente l’eventuale adempimento di quella risarcitoria, fa venire meno la

responsabilità patrimoniale. La responsabilità patrimoniale e l’esecuzione forzata non coincidono:

oltre non essere la seconda sempre strumentale alla realizzazione della prima, va precisato che

l’esecuzione forzata si distingue in: esecuzione in forma generica, esperibile quando oggetto della del

rapporto (originale o costituitosi con la responsabilità patrimoniale) sia una somma di denaro; istituto

che potrebbe in seguito portare alla responsabilità patrimoniale. Invece l’esecuzione forzata in forma

specifica è esperibile quando oggetto del rapporto è un bene diverso dal denaro: l’esecuzione forzata

di dare (consegnare o rilascio) fa ottenere al creditore ciò che lo stesso debitore avrebbe dovuto fargli

conseguire con l’adempimento; con l’esecuzione forzata di fare o non fare, il creditore su sentenza

del giudice può ottenere che un soggetto terzo (per l’esecuzione specifica in queste obbligazione è

dunque richiesta la fungibilità, cioè la sostituibilità di colui che può adempiere la prestazione), a spese

del debitore, faccia o non faccia qualcosa; con l’esecuzione forzata di contrarre, il creditore può

ottenere che siano prodotti gli stessi effetti del contratto non concluso. L’esecuzione forzata in forma

specifica, a differenza di quella generale, permette di ottenere lo stesso risultato che si sarebbe

conseguito con l’adempimento spontaneo del debitore ed è sempre satisfattorio; dunque non attua la

responsabilità patrimoniale, bensì la realizzazione coattiva del debito.

LIMITAZIONI DELA RESPONSABILITA’ PATRIMONIALE

Come espresso dall’art. 2 del 2740 “Le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi

stabiliti dalla legge.”; il principio della responsabilità patrimoniale ha visto col passare del tempo nella

sostanza una riduzione dell’ambito di operatività, a causa del moltiplicarsi delle ipotesi legislative di patrimoni

c.d. autonomi/separati/di destinazione, aventi una specifica destinazione e propria regolamentazione

giuridica, sì da poter essere esposto all’azione esecutiva solo dei debiti sorti in vista del raggiungimento di

quello scopo: oltre alle ipotesi di beni o crediti assolutamente o relativamente impignorabili (beni demaniali,

beni strettamente personali come vestiti, ecc.), è il caso del fondo patrimoniale (comporta un limite di

disponibilità di determinati beni, vincolati a soddisfare i bisogni della famiglia e garantirne la stabilità

economica); i fondi speciali per la previdenza e l’assistenza; ai patrimoni societari destinati ad un particolare

affare.

L’usuale riconduzione della materia della responsabilità patrimoniale nell’insieme delle norme imperative ha

indotto a escludere la facoltà dell’autonomia negoziale di costituire patrimoni c.d. di destinazione; tuttavia la

introduzione degli atti di destinazione di beni immobili o di mobili registrati, consente la separazione

patrimoniale non solo per gli scopi predeterminati dalla legge, ma con riferimento a qualunque interesse

meritevole di tutela secondo l’ordinamento; meritevolezza che non può coincidere nella mera attuazione ad

una funzione socialmente utile ma esige una preventiva verifica della giuridica necessità della destinazione

per il soddisfacimento di un peculiare interesse, al fine di giustificare la relativa impermeabilità alle vicende

giuridiche che hanno per oggetto tale bene.

PAR CONDICIO CREDITORUM E DIVIETO DEL PATTO COMMISSORIO

Secondo l’art. 2741 “I creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salvo le cause

legittime di prelazione.”; secondo tale principio (della parità di trattamento), se a seguito dell’espropriazione e

della vendita all’asta dei beni del debitore, la somma non sia necessaria a soddisfare integralmente le loro

pretese, ci sarà una ripartizione del ricavato proporzionale al’ammontare dei corrispondenti crediti. A tal

riguardo, l’art. 2744 vieta tassativamente (rende nullo) il patto commissorio, accordo nel quale si conviene

che in mancanza del pagamento nel termine stabilito, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi

al creditore: oltre che tutelare il debitore, si tutelano in forte misura i creditori i quali potrebbero subire un

grave pregiudizio a causa della sottrazione di un bene del debitore, il quale, anche in via sussidiaria, avrebbe

potuto soddisfare i creditore. È però lecito il c.d. patto marciano, con il quale il creditore, in caso di

inadempimento, diventa proprietario della cosa ricevuta in garanzia previa corresponsione al debitore della

differenza tra l’ammontare del credito e l’eventuale valore del bene (così per il restante poter soddisfare gli

eventuali creditori).

CAUSE DI’ PRELAZIONE

SITUAZIONI REALI DI GARANZIA

Eccezioni alla regola della par condicio creditorum sono previste dallo stesso art. 2741, quando dice

“Sono cause legittime di prelazione i privilegi, il pegno e le ipoteche”, per le quali si hanno delle

posizioni privilegiate (rispetto ad altre pretese creditorie) nell’ordine di preferenza nella distribuzione

del ricavato della vendita forzata dei beni del debitore. Comunque sia ci sono anche altri istituti che

come le cause sopracitate permettono di rafforzare la tutela del creditore rispetto agli altri, come il

diritto di ritenzione (il creditore, tenuto a riconsegnare una cosa a chi ne è proprietario, ha il potere di

trattenere la stessa fino a quando il debitore non abbia estinto il proprio debito: è un diritto opponibile

erga omnes ed è uno delle poche forme di autotutela previste).

Esaminiamo dunque le situazioni reali di garanzia:

- Privilegi: Secondo l’art. 2745 “Il privilegio è accordato dalla legge (fonte) in considerazione della

causa del credito (elemento giustificativo). La costituzione del privilegio può tuttavia dalla legge

essere subordinata alla convenzione delle parti ( o alla pubblicità: il privilegio è, di regola occulto, non

risulta, cioè non sono previste speciali forme di pubblicità)”. La funzione socio-giuridica è in favore di

un determinato creditore. Le forme dei privilegi previste dall’ordinamento sono tassative e solitamente

la costituzione è automatica. Secondo l’art. 2746 e seguenti, il privilegio può essere generale o

speciale: il primo, ha per oggetto tutti i beni mobili del debitore, accomunati dalla peculiarità della

causa giustificativa (titolo) e in particolare di esigenze primarie della persona (credito da onoranze

funebri, alimentare, ecc.); il privilegio è riconosciuto dalla legge indipendentemente dal rapporto che

può intercorre col bene mobile che ne è oggetto. I secondi sono determinati su particolari beni mobili

e immobili del debitore e suoi loro frutti, naturali e civili, costituendo un rapporto diretto tra creditore e

cose finalizzate a rafforzare il credito. Il perimento totale o parziale della cosa incide tanto sul privilegi

speciali sì da provocarne la estinzione o la proporzionale riduzione (così come per le vicende inerenti

al credito). In caso di conflitto tra crediti assistiti da privilegi non si risolve privilegiando l’anteriorità del

credito, bensì all’ordine previsto dall’ordinamento, il quale preordina quelli speciali rispetto ai generali.

I privilegi ineriscono al rapporto di credito e risentono delle vicende che questo subisce, seguendolo

nei suoi trasferimenti sia a titolo particolare che universale. Quella del privilegio è una categoria

eterogenea rispetto alle situazioni reali di garanzia, tuttavia ha delle caratteristiche comuni; va però

specificato che solo il privilegio speciale può essere accostato alla categoria delle garanzie reali, in

quanto solo questo a differenza del privilegio generale, ha il diritto di seguito (potere di aggredire il

bene anche rispetto a terzi acquirenti) e vanta il diritto ad essere soddisfatto con prelazione sul

ricavato della vendita forzata (ciò offre una possibilità di soddisfazione maggiore anche delle forme di

garanzie personali).

La funzione comune del pegno e dell’ipoteca, è quella di costituire una garanzia specifica, che consente al

creditore insoddisfatto rispettivamente di procedere alla vendita del bene o richiederne l’assegnazione

(pegno) e di procedere all’espropriazione dei beni (ipoteca):

1. Pegno: è disciplinato dagli art. 2784 e seguenti ed è diritto reale di garanzia costituito su beni mobili

del debitore o di un terzo a garanzia dell'obbligazione del debitore. Si costituisce per atto unilaterale,

accordo delle parti seguito dalla consegna della cosa o dei documenti o nelle forme prescritte dalla

legge; dalla costituzione intuiamo che il pegno ha di regola origine nel contratto reale (si perfeziona

solo con la consegna del bene oggetto della garanzia); la forma ab substantiam, oltre un certo

ammontare richiesta scritta, al fine di consentire l’esercizio della prelazione, cioè rendere la garanzia

opponibile ai creditori del terzo datore o del debitore.

Tra le caratteristiche citiamo l’opponibilità erga omnes (presente anche nell’ipoteca); la realità, circa il

potere immediato del creditore sulla cosa; l’accessorietà, per cui il pegno è valido soltanto se vi è il

debito da garantire (anche futuro), a tal riguardo però la giurisprudenza ha subordinato la validità del

pegno all’esistenza precedente del credito da garantire, sicché si è nullo il pegno a garanzia dei futuri

debiti (c.d. pegno omnibus); ultima rilevante caratteristica è l’indivisibilità dello stesso, cioè che esso

garantisca, salvo diversa pattuizione delle parti, l’intero credito fino alla sua totale realizzazione

(comprese le spese e gli interessi). Differente rispetto l’ipoteca è l’oggetto del pegno e le modalità di

costituzione: il pegno può avere ad oggetto beni mobili, universalità di mobili, altri diritti aventi a loro

volta oggetto beni mobili, ad eccezione dei beni mobili registrati e immateriali; la cosa ad oggetto può

essere indivisa, cioè di non esclusiva proprietà del concedente (il pegno graverà allora sulla quota e

lo spossessamento è possibile solo con il consenso degli altri condomini) e cose future (negozi aventi

per oggetto cose future). Lo spossessamento del debitore ha per il creditore funzione di garanzia in

quanto consente al creditore di realizzare le proprie aspettative e dà legittimazione a questo ad

esercitare sia le normali azioni possessorie (per la difesa del possesso), sia le azioni di

rivendicazione, se queste spettavano al costituente del pegno (debitore o terzo); lo spossessamento

non è sempre agevole, anzi a volte è materialmente impossibile dalla qualità del bene gravato da

garanzia (si pensi ad un pegno su un credito). Particolare caso di pegno è quello c.d. irregolare

(cauzione): la cosa data in pegno è una somma di denaro o altre quantità di cose fungibili non

individuate o delle quali è stata conferita al creditore la facoltà di disporre. Le cose date in pegno

passano in proprietà al creditore, che dovrà restituirle al momento dell'adempimento; in caso

di inadempimento dovrà restituire la parte di esse che ecceda l'ammontare dei crediti garantiti. Il

pegno si estingue per rinuncia alla garanzia, estinzione del credito garantito o perimento della cosa.

2. Ipoteca (2808): “L'ipoteca attribuisce al creditore il diritto di espropriare, anche in confronto del terzo

acquirente, i beni vincolati a garanzia del suo credito e di essere soddisfatto con preferenza sul

prezzo ricavato dall'espropriazione. L'ipoteca può avere per oggetto beni del debitore o di un terzo e

si costituisce mediante iscrizione nei registri immobiliari (è pubblicità costitutiva; invece la trascrizione,

ad es. mediante vendita di un immobile, ha efficacia dichiarativa). L'ipoteca è legale(previsione

legislativa), giudiziale (sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro o da un atto

negoziale) o volontaria (concessa dal debitore o da un terzo)”. La tripartizione dell’ipoteca attiene alle

diversità dei titoli dal quale può scaturire l’ipoteca. Secondo l’art. 2810 oggetto, quindi le situazioni

che possono essere gravati da ipoteca, possono essere i diritti reali su beni immobili, beni mobili

registrati e rendita dello stato, cosa divisa o indivisa. Una volta che l’ipoteca si è costituita, questa

attribuisce al creditore in caso di inadempimento il diritto di espropriare le cose posti a garanzia e

rifarsi con diritto di prelazione sul ricavato della vendita; se dovessero essere presenti sul medesimo

bene molteplici ipoteche, il grado è dato dal numero cronologico della pubblica iscrizione (nel caso in

cui le pubbliche iscrizioni di più creditori fossero richieste contemporaneamente, le ipoteche

avrebbero tutte lo stesso grado). Qualora l’ipoteca sia concessa da altri, il creditore ipotecario può

agire contro chi non era personalmente obbligato, se invece il terzo ha acquistato il bene già gravato

da ipoteca, il conflitto tra creditore iscritto e terzo acquirente si risolve dalla priorità della domanda di

iscrizione o di trascrizione (non dalla data dei relativi titoli): se l’ipoteca sia stata costituita per prima, il

terzo acquirente può essere esposto all’azione esecutiva del credito ipotecario; in caso contrario, l’art.

2858 prevede che il terzo acquirente, come il terzo ipotecario, può soddisfare le ragioni dei creditori

iscritti pagandoli (avrà poi diritto ad una indennità verso il suo autore) o rilasciare il bene in loro

favore, liberandolo da ipoteca (c.d. purgazione delle ipoteche); la scelta dipende dal valore del bene:

se questo è di valore superiore all’ammontare dei crediti, gli converrà soddisfare le ragioni creditorie e

viceversa lasciare il bene. L’ipoteca, come il pegno, una volta iscritta perde efficacia dopo 20 anni

dalla sua data, salvo prima della decorrenza del termine si domandi la rinnovazione del’iscrizione,

tale estinzione può essere evitata, prolungando gli effetti di quella originaria; la rinnovazione equivale

ad una nuova iscrizione con conseguente nuovo grado rispetto alle altre. Sono cause di estinzione

dell’ipoteca, come il pegno, l’estinzione del credito garantito e l’estinzione del rapporto ipotecario a

causa di scadenza del termine (nel caso in cui la ipoteca sia stata concessa per un certo tempo), per

il verificarsi della condizione risolutiva, per il perimento del bene, per rinunzia del creditore, per

mancata rinnovazione nel termine ventennale, per pronuncia giudiziale che trasferisce all’acquirente il

diritto espropriato e ordina le cancellazione delle ipoteche.

SITUAZIONI PERSONALI DI GARANZIA

- Fideiussione: l’art. 1936 indica come fideiussore “colui che, obbligandosi personalmente verso il

creditore, garantisce l’adempimento di un’obbligazione altrui”. Tale fattispecie si può manifestare in

due specie: fideiussione solidale (il fideiussore si obbliga in solido con il debitore principale al

pagamento del debito) e fideiussione con beneficio di escussione (le parti concordano che l’obbligo di

pagamento del fideiussore, di grado posteriore, sorga dopo l’escussione del debitore principale, di

grado anteriore, il creditore deve cioè rifarsi prima sul secondo e sul suo patrimonio in caso di

responsabilità patrimoniale; è il c.d. beneficium excussionis, per cui il fideiussore, convenuto dal

creditore a seguito di inadempimento, deve indicare i beni del debitore principiale da sottoporre ad

esecuzione.; ciò non può essere fatto valere quando è comprovato che il debitore principale versi in

stato di impossibilità nei pagamenti. Qualora non sia stato pattuito il beneficio di preventiva

escussione, si, vale comunque per il fideiussore il c.d. beneficium ordinis, per il quale il creditore deve

chiedere l’adempimento prima al debitore principale e poi al garante.

La fideiussione può poi avere per oggetto obbligazioni condizionali o future (indicando in queste il

massimo importo garantito); circa le ultime, per fideiussione omnibus si intende la garanzia che un

terzo si assume nei confronti di una banca con la quale si impegna a garantire tutte le obbligazioni

anche future che il debitore assumerà nei confronti della stessa. Elemento di spicco della

obbligazione fideiussoria è la accessorietà, cioè la tendenziale dipendenza funzionale del debito

fideiussorio da quello principale, per cui il contenuto dell’obbligazione fideiussoria non può eccedere

quello della principale; la prestazione non può essere pattuita a condizioni più onerose; se non è

valida la obbligazione principale non lo è neanche quella fideiussoria; il fideiussore può opporre al

creditore le stesse eccezioni che spettano al debitore principale, salvo quelle per incapacità.

Il fideiussore è tutelato dall’ordinamento ancor prima di pagare, avvalendosi del c.d. rilievo, per cui in

certe ipotesi tassativamente previste, egli può ottenere la liberazione dal vincolo obbligatorio nei

confronti del creditore o in mancanza la garanzia del soddisfacimento delle eventuali ragioni di

regresso. Una volta che il fideiussore ha pagato il debito può rivalersi nei confronti del debitore

principale attraverso la surrogazione nei diritti che il creditore aveva nei confronti del debitore (1949) e

può esercitare il regresso contro il debitore principale. Alcune speciali cause di estinzione della

fideiussione: in base all’art. 1955 si estingue quando per fatto del creditore non può avere effetto la

surrogazione del fideiussore nei diritti, pegno, ipoteche e nei privilegi del creditore; per l’art 1956, il

fideiussore è liberato per una obbligazione futura se il creditore, senza autorizzazione del garante, a

fatto credito al terzo pur sapendo che le condizioni patrimoniale di quest’ultimo sono a tal punto

peggiorate da rende notevolmente più difficile il soddisfacimento del credito; infine l’art 1957 prevede

che se il creditore non proponga le sue istanze contro il debitore entro un certo termine la fideiussione

si estingue.

- Promessa del fatto o dell’obbligazione a terzo (1381): assunzione dell'impegno da parte del

promittente nei confronti del promissario per il compimento da parte di un altro soggetto (il terzo) di una

determinata condotta (obbligazione o fatto). Nell’eventualità che il terzo non compia il fatto promesso o rifiuti

di obbligarsi, il promittente è tenuto a pagare una somma di danaro a titolo di indennizzo per il danno subito

dal promissario. Ovviamente tale promessa vincola il dichiarante se inserita come clausola negoziale oppure

individuata come interesse meritevole di tutela del promittente.

MEZZI DÌ CONSERVAZIONE DELLE GARANZIE PATRIMONIALI

Dalla costituzione alla esigibilità del credito, l’ordinamento pone molta attenzione alla tutela della posizione

creditoria, prevedendo determinati mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale, al fine di evitare la

diminuzione della consistenza (sequestro conservativo) del patrimonio, se vi sia stato, impedire che la

diminuzione possa danneggiare il creditore (azione revocatoria) o addirittura incrementarlo realmente (azione

surrogatoria). Strumenti espressamente disciplinati dagli art. 2900 in seguito:

- Azione revocatoria: è un mezzo previsto dall’art. 2901, che ha la funzione di “neutralizzare” o meglio

rendere inefficaci nei confronti del creditore, gli atti di disposizione compiuti dal debitore i quali,

diminuendo la garanzia patrimoniale, sono potenzialmente pregiudizievoli delle ragioni del creditore.

La particolare formula usata dal legislatore, implica che la pronuncia di revoca non determini

l’invalidità degli atti di disposizione, ma la inopponibilità dell’atto nei confronti del creditore istante,

così che in caso di inadempimento, questo potrà aggredire il bene in via esecutiva anche presso il

terzo acquirente pur essendone a tutti gli effetti divenuto proprietario (2902); di fatto, l’atto di

disposizione sarà pienamente efficace tra le parti (debitore e terzo avente causa dal debitore) e per i

creditori che non chiedono l’azione revocatoria.

Sono atti di disposizione revocabili le alienazione di beni o la costituzione su di essi di diritti reali

minori, cioè di godimento o di garanzia, atti che determinano la nascita di obbligazioni eccedenti la

ordinaria amministrazione (contratto di locazione o affitto ultranovennale, in quanto la giurisprudenza

valuta questa durata come diminuzione reale di garanzia); pagamento di debiti non ancora scaduti;

atti estintivi delle obbligazioni diversi dall’adempimento.

I presupposti essenziali dell’azione revocatoria sono: l’esistenza di un credito, anche non esigibile (ad

es. sottoposto a condizione o termine); l’atto di disposizione deve essere idoneo a determinare non

tanto un oggettivo e attuale pregiudizio alle ragioni del creditore (c.d. eventus damni), ma che sia

idoneo a determinare una maggiore difficoltà o incertezza nella riscossione coattiva del credito (c.d.

periculum damni); la verifica del pregiudizio va fatta tenendo conto sia la consistenza patrimoniale del

debitore, sia l’entità del debito (se sono creditore di una somma di 1000, non tutti gli atti di

disposizione possono creare il presupposto di un’azione revocatoria). Ultimo presupposto è di natura

soggettiva, cioè la c.d. scientia fraudis, cioè la consapevolezza del debitore di ledere la garanzia

patrimoniale del creditore, tuttavia essendo oggettivamente un requisito di difficile verifica, se ne

ammette l’esistenza insieme al periculum damni (se l’atto di disposizione è antecedente al sorgere del

credito, si richiede come prova anche la dolosa preordinazione). Per regolare le esigenze sia dei

creditori del debitore che del terzo avente causa, se l’atto di disposizione è a titolo oneroso, per il

principio dell’affidamento incolpevole, si richiede come requisito oltre che la scientia fraudis del

debitore, anche la dimostrazione della participatio fraudis del terzo, cioè che anche questo fosse

consapevole del potenziale pregiudizio per il creditore derivante dall’atto, ma se invece il terzo è in

buona fede, la azione revocatoria non può essere utilmente esperita; se l’atto è a titolo gratuito

(donazione ad es.) basta solo la scientia fraudis del debitore, indipendentemente dallo stato

soggettivo del terzo (buona o mala fede), in quanto questo riceve un pregiudizio dalla revoca dell’atto

e dalla eventuale aggressione in via esecutiva inferiore rispetto a quello creditorio. Tale azione infine

si prescrive in 5 anni dalla data dell’atto.

- Azione surrogatoria: disciplinata dall’art. 2900, in cui il creditore evita il pregiudizio conseguente

all’inerzia del debitore che trascurando l’esercizio di diritti e azioni dei quali sia titolare, impedisca

l’incremento della garanzia patrimoniale; il creditore, legittimato in via giudiziale, si sostituisce al

debitore nell’esercizio di determinati suoi diritti, con una forma di rappresentanza legale per alcuni

nell’interesse dello stesso rappresentante, per altri esclusivamente nel proprio. L’azione surrogatoria

differisce da quella revocatoria sia per la funzione (nella seconda il creditore reagisce a certi

comportamenti attivi del debitore che determinano un decremento della garanzia patrimoniale, nella

prima reagisce a comportamenti passivi che impediscono un incremento della stessa) sia negli effetti:

la seconda opera solo a favore del creditore che l’ha esperita, la prima, determinando un incremento

del patrimonio, va a vantaggio di tutti i creditori, s’ che in seguito ciascuno potrà aggredire in via

esecutiva il bene entrato nel patrimonio.

I presupposti per legittimare l’esercizio dell’azione surrogatoria sono: l’esistenza del credito liquido ed

esigibile (non posto a condizioni o termine); l’inerzia del debitore (oggettivamente valutata) che

comporti una maggiore difficoltà o l’impossibilità per il creditore di soddisfarsi coattivamente

(periculum e/o eventus damni). L’ambito di operatività dei creditori nella surrogazione del debitore

inerte riguarda l’esercizio di diritti che spettano verso i terzi (si escludono le surrogazioni nell’esercizio

di situazioni assolute e in particolare quelle reali, le quali non richiedono la cooperazione di terzi), di

natura patrimoniale (non possibile per diritti o azioni di natura non patrimoniale, soprattutto se attinenti

a diritti della personalità o rapporti familiari), che non debbano essere personalmente esercitati dal

loro titolare.

- Sequestro conservativo: disciplinato dall’art. 2905, mezzo con il quale il creditore sottrae al debitore,

sia materialmente che giuridicamente, la disponibilità dei beni, realizzando un forma di tutela

preventiva della garanzia patrimoniale: è il caso in cui il debitore si comporta in modo tale da

suscitare nel creditore il fondato timore che i beni oggetto della sua garanzia patrimoniale possano

essere dissipati. Il sequestro si attua mediante processo cautelare e prevede come presupposti:

verosimiglianza o probabilità che il credito vantato, anche se non compiutamente accertato, esista;

pericolo di alienazione o dissipazione dei propri beni da parte del debitore nelle more del giudizio

(periculum in mora). Circa gli effetti, una volta sottratti dalla materiale disponibilità, i beni vengono fino

a conclusione del processo affidati, per l’ordinaria amministrazione, ad un custode. Terminato il

processo, due sono le situazioni verificabili: se il credito è realmente esistente, il sequestro può

essere convertito in pignorante su richiesta del creditore che inizia l’espropriazione forzata; se il

credito è inesistente, il debitore oltre a recuperare la materiale disponibilità dei beni sequestrati, può

chiedere il risarcimento dei danni che il sequestro abbia eventualmente procurato.

- Azione di simulazione di tipo assoluta o relativa: non rientra espressamente nei mezzi di

conservazione cui sopra, essendo un mezzo di tutela dei creditori davanti ad un accordo simulatorio

che produca fittiziamente delle diminuzioni patrimoniali (contratto patologico e quindi nullo). Nel caso

della simulazione assoluta di vendita, costituita all’unico scopo di sottrarre parte del suo patrimonio

all’azione esecutiva del creditore, non essendosi appunto verificato realmente alcun trasferimento, è

possibile adire al giudice l’azione di simulazione per poi aggredire i beni con l’espropriazione forzata.

In caso di simulazione parziale, volta a far apparire un negozio diverso (negozio simulato) da quello

effettivamente concluso (dissimulato), essendovi stato effettivamente l’atto di donazione; unica

opzione sarà l’esercizio di un’azione revocatoria.

RESPONSABILITÀ CIVILE ED ILLECITO

NOZIONE

Ai sensi del 2043, “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona un danno ingiusto (lesivo di una

situazione giuridicamente rilevante), obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”. La

violazione del precetto neminem laedere, quale insieme dei doveri che incombono su ciascuno in

relazione alle altrui situazioni giuridicamente tutelate, costituisce concettualmente una pluralità di

responsabilità avente ognuna una denominazione e funzione differente: responsabilità da fatto

illecito (esige il prevalere della funzione sanzionatoria a quella riparatoria)/ responsabilità civile

(sottolinea l’effetto legale dell’illecito ed esige il prevalere della funzione riparatoria piuttosto che

sanzionatoria)/ responsabilità aquiliana (di origine romana)/ responsabilità extracontrattuale (indica

il contrapporsi tra la responsabilità civile e quella gravante sul debitore inadempiente). Ciò che è

certo è che dal fatto illecito, ai sensi del 1173, sorge l’obbligazione risarcitoria del danno. Per molto

tempo si è considerata la situazione di diritto rilevante esclusivamente i diritti soggettivi assoluti, in

virtù della loro opponibilità erga omnes; progressivamente la giurisprudenza ha ampliato le ipotesi di

risarcibilità del danno, tramite la valutazione in sede giudiziale degli interessi meritevoli di tutela, sì

da comprendere anche i diritti relativi e nello specifico di credito.

Fatto illecito e inadempimento dell’obbligazione sono due istituti autonomi ma parte di un più ampio

concetto di illecito civile, quale fatto lesivo di un’altrui situazione, a cui consegue il risarcimento del

danno, del resto comune ad entrambi gli istituti; c’è la possibilità che in uno stesso illecito civile via

sia concorso fra fatto illecito e inadempimento dell’obbligazione, sì da determinare un concorso

anche fra responsabilità (contrattuale e extra contrattuale), dando una più ampia tutela al

danneggiato (si pensi alla lesione di un diritto assoluto di una persona, di competenza del fatto

illecito, derivante da inadempimento di una obbligazione, es. chirurgica).

I requisiti o elementi costitutivi del fatto illecito che permettono l’imputazione del fatto all’agente, sì

da costituire responsabilità da fatto illecito sono:

Comportamento commissivo od omissivo: è la contrarietà del comportamento della persona al

 modello legale che era idoneo ad evitare eventi lesivi di un altrui diritto, frutto di una azione o di

una omissione (questa ultima è rilevante a seguito dell’inosservanza di un dovere di agire).

Nesso di causalità: riguarda la connessione fra il comportamento della persona e il evento lesivo

 del bene tutelato; tale elemento si ispira al principio di adeguatezza causale, secondo il quale si

devono imputare alla persona soltanto le normali conseguenze del suo comportamento di quel

determinato momento storico, secondo lo stato della scienza e della tecnica.

Colpevolezza: è da intendere o quale volontà di produrre l’evento lesivo (dolo) o quale

 atteggiamento del soggetto che, senza voler causare un certo evento, ha tenuto un

comportamento improvvido (negligente o imprudente), causativo della lesione del diritto (colpa in

senso proprio); dolo e colpa quindi si differenziano dalla presenza o meno di volontà, tuttavia

nella colpa con previsione, la persona ha previsto che l’evento avrebbe potuto prodursi ma non

l’abbia voluto. Si aggiunge alla colpa la necessità che l’autore del fatto, per poterne risponderne,

sia capace di intendere e di volere quando lo ha posto in essere (2046), salvo che la causa sia a

lui imputabile, allora sarebbe comunque imputabile.

Danno ingiusto: si intende la sua antigiuridicità, cioè la capacità del fatto illecito a ledere un

 interesse giuridicamente rilevante. Nel corso del tempo per danno ingiusto si sono intesi vari

elementi, tra i quali il pregiudizio risarcibile, andando però a confondere la lesione di un

interesse con il depauperamento del quale può essere chiesta la riparazione: a risposta di ciò va

detto che qualora non vi sia lesione di un diritto altrui, il danno, quale anche depauperamento

patrimoniale, è giusto, nel senso che va sopportato da chi lo subisce e non può essere

imputato/trasferito ad altri (es. atto di concorrenza leale); da questo ultima considerazione va

distinta l’attività illecita dannosa (da cui scaturisce il danno ingiusto e quindi il fatto illecito) e

attività lecita dannosa (da cui scaturisce il danno giusto e il fatto lecito dannoso)

Sempre in tema di imputazione del fatto illecito, il codice predispone una serie di fattispecie (2047-

2054) c.d. speciali di responsabilità, dettate per alcune ipotesi di responsabilità indiretta o per fatto

altrui (anche per cose o animali).; il fine è quello di ricondurre una responsabilità civile a un fatto

proprio di un agente, dove per “fatto proprio” (fatto imputabile a…) si intende sia quello

immediatamente riferibile alla persona (2043-2046), sia quello riferibile a fattispecie espressamente

previste dalla legge (2047-2054: è fatto proprio quello del sorvegliante il fatto dannoso compiuto

dall’incapace naturale a lui affidato; del genitore è fatto illecito del figlio minore abitante colui, ecc.). I

criteri di cui prima fanno parlare di una responsabilità c.d. oggettiva, una situazione in cui il soggetto

può essere responsabile di un illecito, anche se questo non deriva direttamente da un suo

comportamento e non è riconducibile a dolo o colpa del soggetto stesso. La introduzione della

pluralità dei criteri di responsabilità (proprietà delle cose, loro custodia, la potestà della persona,

ecc.) riportati nel codice, ha fatto negare la visione della colpa come criterio generale di imputazione

della responsabilità. È una figura che implica l’esistenza del solo nesso causale e prescinde

dall’elemento soggettivo (dolo o colpa).

Nell’ambito di applicabilità del 2043 rientra la lesione derivante dalla diffusione di informazioni

inesatte (concretizzante nell’interesse a non subire un’alterazione del processo di formazione della

volontà, per l’opera dolosa o colposa di un terzo: es. responsabilità civile di una società di

revisione); di interessi legittimi; di legittime aspettative (situazioni sostanzialmente di fatto ritrovabili

nello specifico nell’ambito dei rapporti familiari: es. risarcimento del danno per i congiunti di una

casalinga deceduta a seguito di altrui fatto illecito, in quanto privati di utilità economicamente

valutabili da parte della casalinga) e del possesso (per la perdita del godimento del bene).

CAUSE DÌ GIUSTIFICAZIONE o ESIMENTI o CAUSE DÌ ESCLUSIONE DELL’ANTIGIURIDICITA’

Circostanze o situazioni tassativamente previste che escludono o limitano la responsabilità

dell’autore del fatto lesivo, prime fra tute:

- Legittima difesa (2044 e 52 c.p.): “Non è punibile (né responsabile) chi ha commesso il fatto

(oggettivamente ingiusto) per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto

proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia

proporzionata all’offesa”; è causa di esonero dalla responsabilità, che funge oltre che

funzione risarcitoria e riparatoria, quella di prevenzione dell’illecito. La legittima difesa

giustifica l’azione dannosa nei confronti dell’aggressore e a seconda del caso anche nei

confronti dei terzi che potrebbero da questa azione essere danneggiati, configurandosi in

questo ultimo caso come stato di necessità.

Caratteri/requisiti della legittima difesa sono: pericolo di aggressione di un diritto proprio o

altrui; offesa ingiusta, che si definisce tale se lede un interesse personale o patrimoniale (la

concorrenza sleale potrebbe rientrare nella legittima difesa qualora necessaria a difendersi

da un comportamento ugualmente scorretto); proporzionalità tra difesa e offesa (tra diritto in

pericolo e difeso e diritto leso), qualora l’atto di legittima difesa ecceda l’attività necessaria

per paralizzare l’aggressione altrui, si parla di eccesso colposo di legittima difesa, che può

portare ad un concorso di colpa con l’aggressore ed eventuale riduzione del risarcimento.

- Stato di necessità (2045): “Quando chi ha compiuto il fatto dannoso è stato costretto dalla

necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona e il pericolo

non è stato volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuta

un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento dl giudice”; circa la

qualificazione del fatto dannoso, alcuni lo inquadrano negli atti leciti dannosi, altri tra le

ipotesi di responsabilità per fatto proprio, mentre lo stato di necessità funge allora da causa

parzialmente esoneratrice della responsabilità.

Presupposti sono una condotta volontaria dell’autore del fatto dannoso, contraria a norme di

legge, alla comune prudenza, diligenza o tecniche; effettiva sussistenza del pericolo, quale

ragionevole probabilità che si verifichi l’evento dannoso; rapporto di proporzionalità fra fatto

dannoso e pericolo che si vuole evitare; il danno (e non il pericolo) deve essere inevitabile,

cioè non deve esistere altra via per sfuggirvi. La determinazione dell’indennità non segue

criteri rigidi e predeterminati, ma si basa su una pluralità di fattori quali la gravità del danno, il

pericolo, le condizioni economiche delle parti e tende, nei limiti del possibile, a riprestare le

potenzialità del soggetto leso.

- Consenso dell’avente diritto (50 c.p.): il soggetto autorizza un fatto lesivo del proprio diritto

(es. intervento chirurgico).

- Incapacità di intendere e di volere (2046): è esclusa la responsabilità di chi commettendo il

fatto dannoso fosse in quel momento incapace di intendere e di volere (inidoneità psichica

della persona, che non è in grado di comprendere la rilevanza sociale negativa degli atti che

compie), salvo che l’incapacità derivi da sua colpa.

- Caso fortuito (evento assolutamente imprevedibile) e forza maggiore (evento di una forza

tale per il quale è oggettivamente impossibile resistervi): come l’incapacità naturale, sono

esonero della responsabilità di cui al 2043 solo se non di causa imputabile all’agente.

DISTRIBUZIONE DELL’ONERE DELLA PROVA

Ai sensi del 2697, l’onore probatorio del fatto illecito altrui, incombe su chi intende agire per la

riparazione del pregiudizio subito, il quale deve dimostrare non il comportamento lesivo del

responsabile e la sua difformità rispetto alla legge, ma la connessione dell’evento con l’attività o la

situazione prevista dalla legge, nonché la posizione della persona indicata dalla legge come

responsabile. A tale regola l’ordinamento e la giurisprudenza pongono alcune eccezioni: qualora

l’agente del fatto dannoso sostenga di non essere imputabile per incapacità naturale, è onere suo

provarla; in alcune fattispecie tassative, il nesso di causalità fra fatto lesivo e comportamento di

certe persone in virtù della loro posizione è presunto (sorvegliare la incapacità, genitore, custode),

sì che l’onere probatorio è meno gravoso se non assente per il danneggiato; il danno derivante da

attività di dipendenti o da attività pericolose escludono l’onere probatorio del leso, in quanto la legge

adotta delle presunzioni di colpa, cioè che il comportamento dei responsabili sia colposo, in quanto

è probabile che non sia stato idoneo ad evitare l’evento lesivo, come è doveroso. A questo ultimo

riguardo la legge stabilisce prove liberatorio per il danneggiante spesso abbastanza gravose, quali

dimostrare di non aver potuto impedire il fatto, aver fatto tutto il possibile per impedire il danno o che

l’evento dannoso è imputabile al caso fortuito.

PRINCIPIO DELLA COLPA

Ultimamente è stato criticato il principio in base al quale la responsabilità della persona si fonda

necessariamente su un suo comportamento (sulla colpa in particolare), dal momento che la legge

prescrive la responsabilità anche per colpa lievissima; da ciò deriva che non può essere la colpa il

fondamento della responsabilità civile, in quanto il danneggiante non potrà mai dire di aver preso

tutte le precauzione possibili affinché il fatto non si producesse. A questa tesi si aggiunge il fatto che

ad oggi buona parte dei danni e quindi dei diritti lesi sono anonimi, cioè in cui è difficile se non

impossibile trovare chi, nell’interno di una certa organizzazione (es. produttiva), sia l’autore del fatto

lesivo, sì che in tal caso non si riuscirebbe quasi mai ad assicurare la riparazione del danno

cagionato e la tutela sarebbe un fenomeno residuale: l’obiettivo da garantire è il trasferimento (con

successiva riparazione) del danno dal danneggiato a persona diversa, non necessariamente

l’autore. In ultimo si deve riflettere sull’esistenza di una pluralità di criteri di imputazione del fatto

dannoso che non si basano sulla colpa di colui che sarà definito responsabile. La risposta è nella

c.d. presunzione di responsabilità, in cui la colpa gioco un ruolo marginale, mentre è la posizione

che una persona ricopre a determinare la imputabilità del fatto lesivo (es. il custode della cosa che

risponde dei danni sulla stessa, ecc.).

Nella prospettiva di cui sopra, è chiaro che se l’imputazione della responsabilità non deriva da

colpa, la responsabilità civile non può avere una funzione sanzionatoria (il custode che per colpa

lieve diviene responsabile, non può essere “sanzionato”), ma riparatoria, cioè restitutoria della

situazione lesa, permettendo il trasferimento del danno subito dal danneggiato su altri.

L’elemento della colpa, quale contrarietà ad un modello di comportamento idonea ad evitare eventi

lesivi del diritto altrui, è garanzia della persona, in quanto consente di conoscere preventivamente

quali eventi possono essere imputati a chi agisce, assicurando una libera scelta dei propri

comportamenti.

RESPONSABILITA’ c.d. SPECIALI

Nel prevedere casi speciali di responsabilità il legislatore si è spesso discostato dalla disciplina generale

dell'art. 2043, prevedendo, casi di responsabilità oggettiva dove si prescinde dalla indagine sulla

colpevolezza, come nel caso dell'art. 2049 c.c. sulla responsabilità dei padroni e dei committenti.

Dove c'è responsabilità oggettiva si assiste ad una inversione dell'onere della prova rispetto ai casi generali

dell'art. 2043 c.c. In altre parole sarà il danneggiante dover dimostrare di non avere colpa nella causa del

danno, e non il danneggiato:

1. Responsabilità per danno cagionato dall’incapace (2047): quando il danno è arrecato da persona

incapace di intere o di volere (indipendentemente dall’età), l’obbligo del risarcimento è posto dalla legge

a carico delle persone che sono tenute alla sua sorveglianza, le quali si presumono, salvo prova

contraria, non abbiamo fatto quanto era necessario per impedire il prodursi del fatto dannoso.

2. Responsabilità dei genitori, tutori, precettori, maestri d’arte (2048): per il fatto illecito dei minori di età non

emancipati, ma capaci di intendere e di volere, sono responsabili i genitori o il tutore con essi coabitanti, i

quali, fino a prova contraria, si presume non abbiano fatto quanto necessario per impedire il fatto.

3. Responsabilità dei padroni e dei committenti (2049): i preponenti sono responsabili per i fatti illeciti

compiuti dai loro preposti nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti.

4. Responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa (2050): chi svolge un’attività pericolosa per sua natura

o pericolosa per la natura dei mezzi operati deve risarcire il danno causato, salvo provi di aver adottato

tutte le misure idonee a prevenire il danno.

5. Responsabilità per danno cagionato da cose in custodia (2051): chi ha una o più cose in custodia è

responsabile dei danni da queste cagionati (per un connaturale dinamismo o per la intrinseca natura),

salvo che provi il caso fortuito. Se il danno è stato provocato non dalla cosa ma con la cosa, quindi fatto

umano, anche omissivo, si applica il 2043.

6. Responsabilità per danno cagionato da animali (2052): il proprietario di un animale o chi se ne serve per

il tempo in cui l’ha in uso, risponde dei danni cagionati dall’animale, anche se fuggito o smarrito, salvo

che provi il caso fortuito; la norma relativa alla tipica società ad economia agricola assume sempre più un

ruolo marginale, salvo per le attività di commercializzazione e la detenzione di esemplari vivi d mammiferi

e rettili pericolosi per la salute e l’incolumità pubblica.

7. Responsabilità per rovina di edificio (2053): il proprietario di un edificio o altra costruzione risponde dei

danni cagionati dalla loro rovina, salvo che provi che questa non sia dovuta a difetto di manutenzione o

vizio di costruzione; è particolare ipotesi di danno di cose in custodia. Risponde il custode dell’edificio

qualora questo abbia concorso a determinare la rovina dello stesso, sì che il proprietario che ha risarcito

il terzo può esercitare il regresso nei suoi confronti , per violazione del dovere di vigilanza.

8. Responsabilità per danni da circolazione di veicoli (2054): per il danno cagionato a persone o a cose

dalla circolazione di veicoli senza guida di rotaie, responsabile è il conducente del veicolo, a carico del

quale è disposta una presunzione di colpa per il fatto lesivo prodottosi; cioè per liberarsi dalla

responsabilità egli ha l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il fatto.

9. Responsabilità per danni da prodotti difettosi (114 codice consumo): per i danni cagionati dai difetti del

prodotto è responsabile il produttore, vale a dire il fabbricante del bene, il fornitore del sevizio o chi

appare tale (apponendo sul prodotto il proprio nome, marchio o altro segno distintivo), o un suo

intermediario.

10. Responsabilità dei magistrati (117/98): sono risarcibili i danni patrimoniali e quelli non patrimoniali

derivanti da privazione della libertà personale, cagionati al cittadino dai magistrati di qualsiasi tipo

nell’esercizio delle funzioni giudiziarie (qualsiasi comportamento, atto o provvedimento posto n essere

dal giudice con dolo o colpa grave).

11. Responsabilità per c.d. danno ambientale (299 codice dell’ambiente): la giurisprudenza costituzionale

qualifica l’ambiente come bene immateriale unitario, sebbene a varie componenti, che assurge a valore

primario e assoluto; per danno all’ambiente il legislatore ha inteso qualsiasi deterioramento significativo e

misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima; il danno

ambientale è ricondotto a quello di danno patrimoniale.

ILLECITO E DANNO

Gli strumenti/istituti normativi che la legge ha predisposto nei confronti del fatto illecito hanno una doppia

funzione:

- Funzione di prevenzione del fatto illecito (affinché non accada): a difesa delle situazioni soggettive che

stanno per essere lese, c’è l’azione inibitoria generale, quale potere del soggetto di agire in giudizio per

impedire il compimento di atti che possano lederle o inibire la continuazione dell’altrui condotta lesiva;

fanno eccezione agli strumenti di prevenzione, quanto più strumenti per scoraggiare la commissione

dell’illecito, la legittima difesa e l’esclusione del danno che il danneggiato poteva evitare. Le fattispecie di

prevenzione per esperire l’inibitoria sono specifiche e tassativamente previste dall’ordinamento: azioni di

denuncia di nuova opera e di danno temuto; inibizione delle turbative o molestie al diritto di proprietà o

altri diritto reale di godimento; azione di manutenzione; rimedi contro gli atti di concorrenza sleale, ecc.; a

ciò va aggiunta la tutela inibitoria delle situazioni esistenziali, quali il diritto al nome (azione di reclamo e

azione di usurpazione) e il diritto all’immagine. Se si pensa a fattispecie la cui attività è di natura

continuata o reiterata, è chiaro che sono privilegiati rimedi diretti ad eliminare la fonte stessa del

pregiudizio, anziché ogni volta chiedere la riparazione; inoltre davanti la lesione di diritti a contenuto e

funzione non patrimoniale, caratterizzati dalla irreparabilità, la tutela risarcitoria si rivela inadeguata ad

assicurare una tutela giurisdizionalmente effettiva e si sente la esigenza di una tutela preventiva.

- Funzione di riparazione degli effetti negativi/dannosi del fatto illecito: l’ordinamento prevede qui un’azione

generale di risarcimento del danno, il cui oggetto è appunto l’effetto negativo prodotto dall’illecito. Il

danneggiato ottiene a seguito con la ragione, una prestazione di una somma di denaro da parte del

responsabile, che lo compensa per gli effetti negativi subiti, cercando di ricreare una situazione

equivalente (non eguale) a quella precedente il danno, compensando le perdite ed eliminando gli effetti

economici negativi dell’illecito. Il risarcimento può essere anche in forma specifica, cioè a seconda

dell’interesse del danneggiato alla riparazione materiale dei beni colpiti, può appunto cercare di

ripristinare la situazione lesa materialmente eliminando l’effetto materiale della lesione (anche trattandosi

di interessi morali: diffondere una notizia rettificata). Al danneggiato spetta dunque la scelta fra

reintegrazione/risarcimento in forma generica (per equivalente in denaro) o specifica, tuttavia il giudice

può respingere quella in forma specifica qualora sia impossibile o eccessivamente onerosa per il

danneggiante,

CONCETTO E TIPI DÌ DANNO

Possiamo intendere il danno come l’alterazione negativa e ingiusta di una situazione giuridica

facente capo al soggetto passivo dell’illecito; si presuppone il deterioramento della situazione per la

conseguente riparazione (se il danno non c’è stato non si può richiedere il risarcimento). Per

l’esistenza del danno si paragona la situazione giuridica del presunto danneggiato a seguito del

fatto ritenuto lesivo con quella anteriore al fatto e riscontare in concreto il peggioramento della

stessa, più eventualmente, ai fini anche della riparazione, di conseguenze negative determinatesi

(bisogno di prendere un auto in locazione per lavorare ad es.). In base alla natura dell’interesse

leso, distinguiamo il danno in:

- Patrimoniale: è il pregiudizio arrecato o subito, come conseguenza della lesione, di un interesse

di natura patrimoniale. Errore comune è quello di porre attenzione non sulla patrimonialità o

meno dell’interesse leso, ma su quella del danno e dell’oggetto da questo leso: effettivamente

conseguenze di natura economica possono derivare sia dalla lesione di un bene patrimoniale,

che di uno non patrimoniale.

- Non patrimoniale: è qualificabile come l’ingiusto turbamento dello stato d’animo o lo stato

d’angoscia transeunte, generato dall’illecito nella persona del danneggiato. La categoria di

riferimento è quella del 2059, la cui risarcibilità è prevista in modo tassativo; tuttavia negli ultimi

tempi davanti le numerose critica all’art. 2059, in quanto suscettibile di tutela solo nei casi

espressamente previsti, si sono fatte avanti nuove ipotesi di risarcibilità del danno non

patrimoniale (ingiusta privazione della libertà personale, durata non ragionevole del processo,

illecito trattamento di dati personali, danno biologico (frutto di grosse spinte, tende a dare il

giusto rilievo al bene salute e garantire tutela a chiunque abbia riportato dei danni fisici e

psichici), danno alla vita di relazione, alla sfera sessuale, da stress e tanto altro, segno di una

lettura progressivamente flessibile della disposizione.

RISARCIBILITA’ DEL DANNO E REGOLE DEL RISARCIMENTO

Nella principale previsione, quella del 2056, manca quel richiamo che impedisce la responsabilità e

quindi la risarcibilità oltre che dei danni prevedibili, di quelli imprevedibili al sorgere

dell’obbligazione, sì che dei fatti illeciti si risponde di tutti i danni cagionati, indipendentemente dalla

prevedibilità o meno. Circa la liquidazione del danno vige il principio secondo cui il danno va

risarcito per intero, salvo la liquidazione del danno secondo equità fatta dal giudice, cioè qualora ci

sia la prova del danno ma non del suo preciso ammontare (fondamentale per i danni non

patrimoniali dove è impossibile provare il preciso ammontare). L’erogazione del risarcimento può

avere sotto forma di rendita vitalizia (il danno alla persona abbia carattere permanente) tenuto conto

della natura del danno e delle condizioni delle parti.

RESPONSABILITA’ CIVILE, TUTELA ASSICURATIVA, SICUREZZA SOCIALE

Accade spesso che l’assetto della responsabilità civile non sia adeguato a riparare gli effetti lesivi

del danno, o perché il danneggiante non è imputabile o perché non ha i mezzi adeguati al

risarcimento integrale; ciò fece sorgere la necessità di eliminare gli effetti del danno con ulteriori

mezzi, quale per tipicità l’assicurazione contro i danni, che indennizza il danneggiato a prescindere

dal fatto che la lesione subita sia imputabile ad altri o al caso fortuito. Tale assicurazione può essere

volontaria o spesso anche obbligatoria in quanto imposta dalla legge per l’esercizio di determinate

attività (sfruttamento energia atomica, circolazione dei veicoli, ecc.). Con l’assicurazione si può

raggiungere alla distribuzione del rischio su tutti gli assicurati, in quanto tutti contribuiscono, con i

premi pagati, alla riparazione del danno cagionato da altri; limiti a questo meccanismo è dato dal

costo, che talvolta può limitare la domanda di assicurazione e dal fatto che una eccessiva

estensione dello strumento assicurativo fa calare il livello della diligenza del singolo nello

svolgimento delle sue attività. Altro aspetto rilevante è allora quello di un sistema di assicurazione

sociale, quale risposta a certi danni, fondato sull’obbligo di tutti i consociati di partecipare alla sua

realizzazione, con un contributo rapportato al reddito delle persone e alla frequenza degli incidenti

causati (c.d. socializzazione del rischio).

FAMIGLIA E RAPPORTI FAMILIARI

NOZIONI GENERALI

È riconosciuto come la famiglia soddisfi bisogni fondamentali e primordiali dell’individuo (bisogno di

completare la propria personalità tramite l’unione con un'altra persona; la procreazione e

l’educazione della prole, ecc.). Non esiste un modello universale ed immutabile di famiglia, ma tipi,

con strutture e funzioni, diverse, storicamente condizionati: in molte epoche e contesti socio-

culturali, la vita familiare è rimasta sotto l’ala della religione e non del diritto, o quando è stata dal

questo disciplinato, attingeva sempre a caratteri socio-culturali.

La nozione giuridica di famiglia, non definita dal codice, va necessariamente desunta dal sistema di

norme che la riguardano, nella specie le leggi speciali (898/70 per il divorzio; 184/83 sull’adozione e

affidamento dei minori ecc.) e dalla Costituzione: ai sensi del 29 C., la famiglia “legittima” è la

società (formazione sociale) naturale fondata sul matrimonio (quindi il rapporto coniugale),

essenziale al pieno sviluppo della persona (2 C.); ruolo dello Stato è di garantire dall’esterno lo

svolgimento dei compiti familiari, nel primario rispetto della sfera di autonomia ad essa riconosciuta,

che si completa con l’attribuzione ai genitori del diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i

figli (30 C.: è in questo ambito che lo stato può intervenire all’interno del rapporto familiare, per

assicurare la formazione e la cura della prole): disposizione che si interpreta da un lato come presa

di coscienza del valore originario e pregiuridico del consorzio familiare e del suo assetto

fondamentale, e dall’altro lato come impegno di rispettare la sfera di autonomia insopprimibile della

famiglia (salvo in determinati casi di intervento).

Fondamentali sono i principi all’interno del rapporto di unità della famiglia ed eguaglianza dei

coniugi, che vanno non gerarchizzati ma correlati, in quanto non c’è unità che non sia frutto

dell’eguaglianza. La famiglia ha una struttura nucleare, essendo una comunità, fondata sul

matrimonio, costituita dai coniugi e dalla (eventuale) prole.

Il solenne ed espresso riconoscimento della Cost. e non solo dei diritti alla famiglia legittima (a

discapito di quella di fatto), si estrinseca per delle garanzie di certezza e stabilità del rapporto che

comporta, nonché per la serietà dell’impegno reciproco che gli sposi assumono dinnanzi alla legge

e all’intera comunità. Tali diritti, essendo volti a tutelare interessi esistenziali, anche qualora

abbiamo un contenuto economicamente valutabile, sono indisponibili (inalienabili, irrinunciabili e

intrasmissibili: circa l’ultimo salvo legge), strettamente personali e imprescrittibili. È prevista la

possibilità di costituire dei negozi familiari, quali convenzioni matrimoniali o accordi circa l’indirizzo

della vita familiare.

PARENTELA E AFFINITA’

La parentela è il vincolo tra più persone che discendono da uno stesso capostipite (74) e va distinta

all’interno la linea retta (le persone discendono l’una dall’altra: padre-figlio; nonno-nipote) da quella

collaterale (pur avendo un capostipite in comune le persone non discendono l’una dall’altra: fratello-

sorella; zio-nipote). La parentela si misura per gradi e di norma, non è rilevante oltre il sesto grado. I

fratelli sono bilaterali (o germani) se discendono dagli stessi genitori, unilaterali se hanno lo stesso

padre (consanguinei) o la stessa madre (uterini).

L’affinità, effetto legale del matrimonio, indica il rapporto che sussiste tra un coniuge e i parenti

dell’altro (suocero-nuora; suocera-genero; cognati); l’affinità presenta le stesse linee e gradi, tuttavia

non si estende al rapporto tra affini (le mogli di due fratelli, sono le une cognata del marito dell’altra,

ma non sono fra di loro cognate). Modo di estinzione dell’affinità è l’annullamento, non lo

scioglimento, del matrimonio dovuto alla morte del coniuge dal quale derivi l’affinità.

SOLIDARIETA’ FAMILIARE

In attuazione del dovere di contribuzione, l’ordinamento prescrive degli specifici obblighi di

assistenza materiale per soddisfare bisogni essenziali dei membri della famiglia. La assistenza

economica al di fuori del rapporto di convivenza (coniugale/parentale/di fatto) è detta

mantenimento: l’art 156 infatti dispone l’obbligo di mantenimento in favore del coniuge separato

(talvolta anche il figlio non riconoscibile) cui non sia addebitabile la separazione e purché sia

sprovvisto di adeguati redditi, che comprende ciò che è necessario ad assicurare al titolare il

medesimo tenore di vita della famiglia della persona obbligata.

Ai sensi del 433 e seguenti, la persona in stato di bisogno e non in condizione di provvedere al

proprio sostentamento con il lavoro, ha diritto di ottenere gli alimenti dai congiunti (detti alimentanti;

cui grava un obbligazione alimentare, cioè avente oggetto prestazione, la quale ha a sua volta

oggetto beni alimentari) tenuti in un preciso ordine. Presupposto è lo stato di bisogno, quale

incapacità a provvedere alle più elementari necessità per una vita dignitosa, con riguardo non solo

prestazioni vitali (vitto, alloggio, vestiario e cure mediche), ma anche quanto occorra per soddisfare

i fondamentali bisogni sociali; educazione e istruzione se l’alimentando è minore. La misura degli

alimenti deve essere proporzionale alle condizioni economiche dell’alimentante, ma possono essere

ridotti in caso di condotta disordinata o riprovevole dell’alimentato. Si può adempiere l’obbligo o

mantenendo l’alimentando nella propria abitazione o corrispondendogli un assegno periodico

anticipato, salvo diversa modalità. La decorrenza per l’adempimento si ha con al domanda

giudiziale o con la costituzione in ora dell’obbligato (se chiesta in precedenza sarebbe nullo). Il

credito agli elementi, pur avendo contenuto patrimoniale, è indisponibile e trova fonte o nella legge

(obbligazione alimentare legale), nell’accordo (es. rendita vitalizia) o per disposizione testamentaria

(legato di alimenti).

FAMIGLIA DI FATTO

Il mutamento dei costumi, e in generale di concezioni socio-culturali, ha dato luogo a unioni stabili

tra uomo e donna, pur in assenza del matrimonio: per famiglia di fatto (o convivenza more uxorio),

si intende quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra loro dal vincolo

matrimoniale, convivono come se fossero coniugate insieme ad eventuali figli nati dalla loro unione;

mancando l’atto formale del matrimonio, la convivenza non può essere sempre agevolmente

individuata, distinguendola da coabitazioni occasionali o di natura diversa (es. convivenze tra

parenti o amici, comunità religiose, ecc.).

La convivenza ha sicuramente una rilevanza giuridica e in particolare costituzionale, quale

formazione sociale nella quale si svolge la personalità; tuttavia il problema attiene all’esistenza di

una rilevanza familiare della famiglia di fatto (sebbene possa di fatto svolgere delle funzioni tipiche

familiari). Sul pian normativo non esiste un regime giuridico unitario, ma una serie di interventi

sistematici quali leggi speciali, che disciplinano di volta in volta specifici profili del rapporto. Si

esclude una generale applicabilità analogica alle coppie convive delle norme specificatamente detta

per le famiglie legittime. La decisione di non formalizzare il vincolo è una scelta esistenziale che

deve essere rispettato, purché compatibile con il complesso dei valori dell’ordinamento e con i

doveri inderogabili di solidarietà sociale.

MATRIMONIO

Istituto dal rilievo fondamentale sia religioso che per l’ordinamento giuridico, indicante sia l’atto in

forma solenne posto a fondamento della famiglia come società naturale (29 primo comma) e da cui

deriva lo status/rapporto di coniugato, sia il rapporto ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica (29

secondo comma, che trova fonte dal primo). Il nostro ordinamento è peculiare per la distinzione

venutasi a creare con il concordato tra Stato italiano e Sante sede, per la convivenza di due modelli

di matrimonio: il matrimonio civile, interamente assoggettato alla disciplina statale e matrimonio

concordatario, celebrato secondo il diritto canonico e a cui sono riconosciuti gli effetti civili: la

diversità risiede nel forma ci celebrazione e al regime di invalidità.

MATRIMONIO COME ATTO DI AUTONOMIA E LA LIBERTA’ MATRIMONIALE

La concezione di matrimonio quale atto di autonomia è stata al centro di ampio dibattito:

innanzitutto è sottoposto ad aspetti pubblicistici (l’ufficiale di stato civile è chiamato ad accertarsi

della volontà delle parti); essendo un atto personalissimo non è ammesso ai nubendi la libertà di

farsi sostituire; l’atto è in parte inderogabile dalle parti, sì che non può essere sottoposto a

condizioni o termini, tuttavia è ammessa la regolazione dei rapporti familiari, nei limiti della tutela

della persona umana

PROMESSA DI MATRIMONIO

Massima espressione della libertà matrimoniale è nella non vincolatività della promessa di

matrimonio che di norma i fidanzati si scambiano, la quale non obbliga a contrarre il matrimonio né

ad eseguire ciò che si fosse convenuto in caso di mancato adempimento. Nell’ipotesi di

ingiustificata rottura di un promessa particolarmente qualificata (fatto per atto pubblico ad es.) o di

comportamento che dia luogo al giustificato recesso dell’altro promettente; sorge a carico

dell’autore l’obbligo risarcitorio del danno cagionato all’altra parte per le spese fatte e per le

obbligazioni contratte causa della promessa, anche in caso di promessa privi di requisiti formali

previsti

MATRIMONIO CIVILE

Per contrarre matrimonio occorre che ciascuno dei nubendi abbia la piena capacità di sposarsi

(primo profilo) e che non sussistano ostacoli (impedimenti) relativi alla coppia, circa l’idoneità a

contrarre le nozze tra loro (secondo profilo).

Circa i requisiti per la piena capacità a sposarsi:

- Libertà di stato: non può contrarre nuovo matrimonio che è legato dal vincolo di nozze

precedenti, salvo che questo sia stato annullato o sia nullo (il rapporto si è sciolto).

- Età minima: l’età minima per contrarre matrimonio civile si raggiunge, sia per l’uomo che per

la donna, con la maggiore età.

- Capacità di intendere e di volere: non può contrarre matrimonio l’interdetto per infermità di

mentale o la persona che sia incapace naturalmente per qualsiasi causa, anche transitoria.

- Assenza di rischio di commixtio sanguinis: la donna che sia stata sposata, non può contrarre

nuove nozze se non dopo che siano trascorsi 300 giorni dallo scioglimento o annullamento

del matrimonio precedente.

Circa gli impedimenti relativi alla coppia, non può contrarre matrimonio:

- Gli ascendenti e i discendenti in linea retta, legittimi o naturali;

- I fratelli e le sorelle, legittimi o naturali;

- Lo zio/a e la/il nipote;

- Gli affini in linea retta (suocero e nuora, genero e suocera);

- Ecc.

- Le persone delle quali l’uno è stata condannata per omicidio consumato teta e l’altra sia

coniuge della vittima.

Gli impedimenti relativi alla coppia, se non osservati, a volte producono l’invalidità del matrimonio

(dirimenti) altre volte sanzione pecuniarie (impedienti).

FORMALITA’ PRELIMINARI

La celebrazione del matrimonio deve essere preceduta dall’esecuzione di alcune formalità

preliminari, che riguardano nello specifico la pubblicazione e la celebrazione, consentendo ai

nubendi un ultimo periodo di riflessione al fine di eliminare incapacità e impedimenti. L’inosservanza

delle pubblicazioni mantiene il matrimonio valido ma comporta sanzioni pecuniarie.

La pubblicazione, da richiedere all’ufficiale di stato, consiste nell’affissione di un atto, contenente la

generalità degli sposi (identificazione, luogo e data di celebrazione), alla porta della casa comunale

per almeno 8 giorni ed è fatta a cura dell’ufficiale dello stato civile. La pubblicazione favorisce anche

l’opposizione da parte dei soggetti legittimati e ha efficacia sospensiva della celebrazione fin

quando l’opposizione stessa non sia stata rimossa.

La celebrazione deve avvenire pubblicamente nella casa comunale davanti all’ufficiale di stato civile

al quale fu fatta la richiesta di pubblicazione, con la presenza di due testimoni, anche se parenti;

l’ufficiale riceve da ciascuno delle parti personalmente la dichiarazione che esse si voglio prendere

rispettivamente in marito e in moglie e di seguito dichiara che esse sono unite in matrimonio; dopo

la celebrazione deve essere compilato l’atto di matrimonio che verrà poi iscritto nell’apposito

registra di stato civile. Qualora al momento della celebrazione uno dei nubendi abbia assunto un

falso nome o l’ufficiale di stato civile sia solo apparente, il matrimonio è comunque valido.

MATRIMONIO CONCORDATARIO CANONICO ED EFFICACIA CIVILE

Circa il matrimonio celebrato dinanzi ad un ministro del culto cattolico il codice prevede una serie di

adempimenti: le pubblicazione nella casa comunale a cui farà seguito la garanzia dell’ufficiale sulla

certezza della trascrizione; il parroco è poi tenuto a compiere la redazione dell’atto di matrimonio in

doppio originale, contenente le dichiarazioni dei coniugi; è poi compito del parroco finire con la

richiesta scritta di trascrizione, da inoltrare entro 5 giorni dalla celebrazione.

MATRIMONIO DEGLI ACATTOLICI

I rappresentanti di alcune confessioni religiose hanno stipulato intese con o Stato, poi tradotte in

leggii speciali, sì che ai cittadini non cattolici è concesso di celebrare davanti ai ministri dei culti

ammessi nello stato, un matrimonio che soddisfi loro sentimenti religiosi e produca effetti civili. A

carico del ministro del culto grava il dovere di ottenere la autorizzazione da parte dell’autorità

governativa e quello al momento della celebrazione di leggere gli articoli del codice, redigere l’atto

di matrimonio e trasmetterlo in seguito all’ufficiale di stato civile.

INVALIDITA’ DLE MATRIMONIO

Il nostro ordinamento, specie dopo la riforma del ’75, non rispetta rigorosamente la distinzione tra

nullità e annullabilità, sì che sotto la voce “della nullità del matrimonio” sono presenti una

eterogeneità di fattispecie, con riferimenti testuali sia alla nullità che annullabilità; tali ragioni si

ritrovano in una distinzione di rigoroso ordine storica ma soprattutto canonico. La prevalente

dottrina dichiara nullo, in considerazione dell’altra parte delle fattispecie che appartengono alla

annullabilità (incapacità naturale di uno dei coniugi, vizi del consenso, ecc.):

- il matrimonio contratto senza stato libero e del coniuge del presunto morto, qualora sia

accertato in vita;

- il matrimonio contratto in presenza di impedimenti per i quali non può essere concessa

dispensa (parentela, affinità, adozione, ecc.);

- il matrimonio contrato in violazione dell’impedimento da omicidio tentato o causato.

Non esiste la rilevabilità di ufficio e la nullità non impedisce la invalidità del matrimonio fino a

pronuncia giudiziale. La dottrina tende a distinguere poi l’invalidità dall’inesistenza del matrimonio,

quale ipotesi particolarmente grave che consiste nella mancata identità del sesso, la mancanza di

celebrazione o la assoluta mancanza di consenso.

Sono legittimati all’impugnazione del matrimonio i coniugi, gli ascendenti prossimi, il p.m. e tutti

coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale; la prescrizione dell’azione è imprescrittibile in

caso di violazione dei principi fondamentali, decennali per i vizi del consenso. Per ogni ipotesi di

invalidità il codice fissa una circostanza dal quale decorre il termine di decadenza: la maggiore età o

matrimonio contratto senza autorizzazione è di un anno; nella simulazione il termine è di un anno

dalla celebrazione. La decadenza dell’azione spesso è determinata dal venir meno della causa che

avrebbe determinato l’invalidità e la coabitazione per almeno un anno, come forma di convalida

tacita.

GIURISDIZIONE ECCLESIASTICA IN TEMA DI MATRIMONIO CONCORDATARIO

In tema di regolamentazione della patologia del matrimonio, invalidità e scioglimento del matrimonio

sono considerati alla stessa stregua (anche se il secondo non riguarda la patologia dell’atto ma del

rapporto) e tendono al riacquisto della libertà di stato. Il problema si pone nella

giurisdizione/competenza esclusiva di cui godono i Tribunali ecclesiastici nella valutazione della

validità dei matrimoni concordatari; sebbene la Cassazione abbia negato la incompetenza del

magistrato italiano a giudicare la validità dei matrimoni concordatari, la corte Costituzione ha

marcato il permanere nel sistema di quella competenza esclusiva. Le sentenze di nullità del giudice

ecclesiastico devono essere munite del decreto di esecutività del superio organo ecclesiastico. A

seguito di sentenza, la corte d’appello deve preliminarmente accertare la competenza del giudice

ecclesiastico e verificare che nel procedimento ecclesiastico sia stato assicurato alle parti il diritto di

agire e di resistere in giudizio in modo non difforme dai principio dell’ordinamento; si parla quindi di

un delicato controllo di conformità all’ordine pubblico, tenuto conto della specificità dell’ordinamento

canonico e senza che sia possibile un riesame degli atti.

EFFETTI DELLA SENTENZA DI INVALIDITA’

Ai sensi della dichiarazione dell’accertamento della nullità e dell’efficacia retroattiva della pronunzia

di annullamento i coniugi dovrebbero considerarsi come se non fossero mai stati uniti da vincoli

coniugali ed i figli come illegittimi. Tuttavia il legislatore, in certe circostanze (buona fede

bilaterale/unilaterale, figli, ecc) dà al rapporto sorto sulla base di un atto invalido la qualifica giuridica

di matrimonio, ma solo in certe circostanze e condizioni. I figli nati durante o prima al matrimonio e

riconosciuti prima della sentenza di nullità conservano lo stato di legittimità, sì da evitare

discriminazioni nel trattamento giuridico per colpa dei genitori. La buona fede si presume e deve

sussistere solo nel momento della creazione del vincolo matrimoniale. Il matrimonio putativo è

escluso qualora il matrimonio sia inesistente.

RAPPORTI PERSONALI TRA CONIUGI

PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA DEI CONIUGI E DIRITTI E DOVERI RECIPROCI

Il codice del ’42 manteneva la tradizionale organizzazione autoritaria e gerarchica della famiglia, in

cui il marito era espressamente capo della famiglia (c.d. potestà maritale) e la moglie a lui

subordinata, dovendo seguirne la condizione civile, assumerne il cognome e accompagnarlo

ovunque decida di fissare la prorpai residenza; la patria potestà, qual gestione del rapporto dei figli

era riconosciuta formalmente a entrambi i coniugi ma sostanzialmente alla donna solo con la morte

o l’assenza del marito.

Contro elementi socio-culturali, storici, la introduzione della Cost. e il lavoro della corte

costituzionale (riforma del ‘75), si è passati ad una concezione dei rapporti coniugali paritetici; nello

specifico il 29 C., il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. In

armonia con questo principio l’attuale disciplina impegna i coniugi a concordare tra loro l’indirizzo

della vita familiare e la residenza della famigli, che va fissata non secondo l’arbitrio del marito, ma le

esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa; regola sempre eccezionale è quella

prevede l’aggiunta del cognome maritale a quello della moglie.

La comunione di vita tipica del rapporto matrimoniale implica l’attuazione degli obblighi reciproci di:

- Fedeltà: impone ai coniugi di astenersi da relazioni sentimentali e rapporti sessuali con

persone diverse e allo stesso tempo al dedizione fisica e spirituale e la lealtà, indispensabili

alla vita coniugale;

- Assistenza morale e materiale reciproca: aiuto che ciascun coniuge deve prestare per il

soddisfacimento dei bisogni affettivi e economici dell’altro;

- Coabitazione: obbligo non solo di vivere sotto lo stesso tetto, ma di attuare il modello

socialmente tipico di convivenza tra moglie e marito. L’obbligo viene meno per giusta causa

(domanda di separazione, annullamento o divorzio);

- Collaborazione: obbligo ad adoperarsi, in modo paritario e nei limiti della capacità e della

personali di ciascuno, per soddisfare le esigenze reciproche e quelle dei figli (per questi,

quello di mantenerli, istruirli ed educarli). Tale dovere si traduce in quello di contribuire ai

bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro

professionale o casalingo.

Qualora la condotta del coniuge sia causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale, il giudice

può ordinare al primo di cessare la condotta pregiudizievole e disporre o il suo allentamento dalla

casa familiare o di non avvicinarsi ai luogo abitualmente frequentati dal coniuge istante dell’ordine

di protezione contro gli abusi familiari.

COGNOME E CITTADINANZA DEI CONIUGI

Per la disciplina del cognome, con il matrimonio la moglie perde il diritto di usare il proprio

cognome, aggiungendosi il diritto (e non l’obbligo) all’uso di quello del marito (perdendolo in caso di

divorzio, non di morte del coniuge, salvo autorizzazione del tribunale qualora vi sia un particolare

interesse meritevole di tutela) e così con i cognomi trasmessi ai figli; questa disparità di trattamento

risponde all’esigenza di individuare unitariamente i membri di una stessa famiglia.

Per la disciplina della cittadinanza dei coniugi, il cittadino, uomo o donna, che sposa uno straniero

conserva la cittadinanza italiana, mentre il coniuge straniero con il matrimonio acquista la

cittadinanza italiana qualora risieda da almeno 6 mesi nel territorio italiano o siano trascorsi 3 anni

dalla celebrazione; tale acquisto non è automatico ma frutto di decreto del ministero dell’interno.

REGOLA DELL’ACCORDO NELLE DECISIONI FAMILIARI E INTERVENTO DEL GIUDICE

Ai coniugi è rimessa ai sensi del principio di uguaglianza l’accordo (di natura vincolante se

patrimoniale) per la scelta sull’indirizzo della vita familiare, circa i rapporti tra i coniugi, l’esercizio

sulla potestà dei figli, fissazione della residenza (luogo di stabile coabitazione tra coniugi e figli),

salvo la decisione di interrompere la gravidanza, che spetta alla donna. La violazione dell’accordo

rende possibile l’intervento del giudice. La sua attuazione spetta a ciascun coniuge. Il disaccordo

dei coniugi produce le paralisi delle decisioni, vulnerando l’unità familiare; per questo motivo la

soluzione ella crisi coniugale non è affidata unicamente ai coniugi, ma è contemplato l’intervento

conciliativo del giudice, volto a raggiungere una soluzione concordata dopo aver sentito le opinioni

dei coniugi; qualora il contrasto permanga al giudice è consentito intervenire autoritariamente

adottando la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita di famiglia.

CONSEGUENZE DELLA VIOLAZIOEN DEI DOVERI CONIUGALI

I doveri personali non possono essere attuati in forma specifica (salvo dovere di coabitazione) e il

loro inadempimento ha una generale forma di sanzione nell’addebito della separazione. Circa gli

obblighi patrimoniali (contribuzione e mantenimento) sono assoggettai alla disciplina generale

dell’obbligazione. La violazione degli obblighi di assistenza familiare è addirittura sancita

penalmente.

RAPPORTI PATRIMONIALI TRA CONIUGI

DOVERE DI CONTRIBUZIONE E TIPOLOGIE DEI REGIMI PATRIMONIALI

A valorizzare il profilo unitario della vita coniugale è il dovere di contribuzione, che consiste nel

dovere, inderogabile, di contribuire ai bisogni della famiglia, ciascuno secondo le proprie sostanze e

la propria capacità di lavoro professionale o casalingo, al fine di rendere effettivo , anche sotto il

profilo economico, il principio di eguaglianza dei coniugi. Altro elemento riguarda la comunione dei

beni quale regime patrimoniale legale (o comunione legale), salvo previsione di modelli/regimi

convenzionali quali la separazione dei beni o le comunioni matrimoniali, stipulate a pena di nullità

per atto pubblico; limiti alle convenzioni sono le norme inderogabili circa l’amministrazione dei beni

e l’eguaglianza delle quote ai beni, o anche l’inserimento nella comunione di beni strettamente

personali e i loro frutti (salvo eccezioni), i beni destinati a servire la professione del coniuge ecc.

La comunione legale dei beni può essere opposta a terzi senza necessaria pubblicità, purché vi sia

la mera assenza di convenzioni in deroga (pubblicità negativa): prima della riforma del 75 era la

separazione dei beni ad essere il regime legale, mentre la comunione era il regime convenzionale;

la riforma fu voluta sempre per una maggiore solidarietà coniugale. La comunione legale ha dei

caratteri peculiari (rispetto la comunione ordinaria o ereditaria), in quanto il singolo coniuge non può

scogliere unilateralmente o disporne per la propria quota; a differenza di quella ordinaria, nella

legale i beni acquistati separatamente sono automaticamente nel patrimonio coniugale (salvo i diritti

di credito del coniuge); tuttavia non è un regime universale, sì che il patrimonio di cui si disponeva

prima del matrimonio spetta la coniuge, salvo i beni personali (la comunione legale si distingue

quindi in comunione attuale e in quella de residuo). Rientrano nella comunione immediata o attuale,

i titoli di massa (obbligazioni, buoni del tesoro ecc.) le aziende gestite da entrambi i coniugi e

costituite dopo il matrimonio.

Alcuni dei beni personali esclusi dalla comunione legale sono:

i beni dei quali il coniuge era titolare prima del matrimonio;

 i beni acquisti, in regime di comunione, per effetto di donazione e successione;

 i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge e i relativi accessori;

 i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno.

Circa l’amministrazione, gli atti di ordinaria amministrazione (e rappresentanza in giudizio per tali

atti) spettano disgiuntamente ai coniugi, mentre quelli di straordinaria amministrazione

congiuntamente (non è però necessaria la presenza, quanto il preventivo consenso espresso dal

coniuge per l’attività compiuta dall’altro); qualora questi ultimi atti siano compiuti da un coniuge

senza il consenso dell’altro e da questi non convalidati sono annullabili se riguardano beni immobili

e mobili registrati e il coniuge ha l’obbligo per gli ultimi, di ricostituire in natura o per equivalente in

denaro la comunione. l’autorizzazione dell’atto è necessaria se il coniuge è lontano o vi sia un altro

impedimento. L’esclusione dalla amministrazione è possibile per opera dl giudice, su richiesta

dell’altro, nelle ipotesi di minore età, impossibilità di amministrare o cattiva amministrazione. Il

patrimonio risponde in via diretta e illimitata degli obblighi, pesi e oneri sui beni e carichi

amministrativi gravanti determinati anche da un solo coniuge; mentre rispondono in via

(responsabilità) sussidiaria nei confronti dei creditori particolari di ciascun coniuge nei limiti del

valore della sua quota.

Lo scioglimento della comunione può avvenire soltanto per una delle cause previste e determina

nell’immediato non la divisione automatica del patrimonio (avviene in seguito tramite divisione in

parti uguali dell’attivo e passivo – divisione consensuale; può oppure essere fatta giudizialmente).

Ma la inapplicabilità delle regole del regime legale.

COMUNIONE/MODELLI CONVENZIONALI

In mancanza di apposita convenzione matrimoniale, il regime patrimoniale legale che si applica è

quello della comunione automatica degli acquisti; tuttavia ai sensi dell'art. 210 cod.civ. i coniugi

possono, mediante convenzione stipulata, modificare il regime della comunione legale dei beni,

istituendo un regime convenzionale difforme da quello previsto per legge. Limiti alla autonomia

privata sono:

- Derogare al principio che le quote spettanti ai coniugi nella comunione devono essere uguali;

- Derogare al principio che l’amministrazione della comunione spetta ad entrambi i coniugi con

pari poteri

- Ricomprendere in comunione i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge.

Sono modelli convenzionali:

Separazione dei beni: fino alla riforma del diritto di famiglia del ’75, la separazione dei beni era

modello/regime patrimoniale legale, automatico salva diversa convenzione patrimoniale (quindi la

comunione degli acquisti era modello convenzionale); questa riforma per l’esigenza di favorire la

solidarietà familiare. Con l’entrata in vigore della riforma è facoltà dei coniugi derogare alla regola,

convenendo che ciascuno di essi conservi la titolarità esclusiva dei veni acquistai durante il

matrimonio; come per le altre convenzioni deve essere stipulato per atto pubblico o inserita nell’atto

di celebrazione del matrimonio. Con la separazione ciascun coniuge conserva la titolarità e il potere

di amministrazione sui suoi beni.

Fondo patrimoniale: Patrimonio diretto a far fronte ai bisogni della famiglia, aventi ad oggetto beni

determinati, quali beni immobili, mobili registrati e titoli di credito nominativi. La sua costituzione può

avvenire, prima o durante il matrimonio, per opera di ciascuno o ambedue i coniugi per atto

pubblico, o anche da terzi per atti inter vivos o mortis causa. La sua la proprietà dei beni spetta a

entrambi i coniugi, salvo diversamente stabilità. Circa la amministrazione si rimanda alla comunione

legale. Il fondo cessa in seguito ad annullamento, allo scioglimento o alla cessazione degli effetti

civili del matrimonio

Impresa familiare: ai sensi del 230 c.c. è quell’impresa in cui collaborano in modo continuativo (non

necessariamente a tempo pieno e in modo esclusivo) il coniuge, i parenti entro il terzo grado e affini

entro il secondo dell’imprenditore. È un istituto introdotto con la riforma del diritto di famiglia per

esaltare la importanza del lavoro che i familiari svolgono all’attività di impresa e tutelarli qualora non

siano in grado di contrattare con l’imprenditore il prezzo della loro collaborazione. Non si identifica

con la piccola impresa, sì che può esservi una grande impresa familiare o una piccola che non lo è

(l’imprenditore potrebbe non utilizzare i familiari o potrebbe non averne); ha poi natura non collettiva

come si riteneva un tempo (dal momento che il potere dell’imprenditore per certi aspetti risulta

limitato nei confronti dei familiari), ma individuale, in quanto la qualità di imprenditore è attribuita non

a tutti i partecipanti ma solo al soggetto cui fanno capo i rapporti familiari, che gestisce l’attività

assumendo diritti e obblighi nei confronti di terzi, l’unico legittima ad agire e resistere in giudizio e

che risponde con il proprio patrimoni dei debiti versoi i terzi, nonché a eventuali procedure

fallimentari. I diritti dei partecipanti all’impresa familiare sono:

mantenimento-diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia

 partecipazione agli utili -partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi

nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e

qualità del lavoro prestato

partecipazione alla gestione dell'impresa-le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli

incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla

cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa

stessa

trasferimento dei diritti di partecipazione -i diritti che scaturiscono dalla partecipazione

all'impresa familiare sono intrasferibili, a meno che il trasferimento non sia a favore di altro familiare

che possa far parte di detta impresa e con il consenso di tutti gli altri. La liquidazione dei diritti di

partecipazione, per qualsiasi causa avvenga,può avvenire anche in denaro

diritto di prelazione-in caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell'azienda i familiari

partecipi hanno diritto di prelazione sulla azienda

I creditori personali del partecipante non possono pignorare i beni aziendali, né espropriare la quota di

partecipazione o chiedere l liquidazione; ma al limite pignorare i diritti individuali spettanti a questo (es. utili).

Per tutelare l’integrità della’azienda il diritto di partecipazione è trasferibile solo in favore di famigliari e con il

consenso di tutti i partecipi (per altre decisioni vale la maggioranza dei partecipanti calcolata per teste e non

per contributi); la qualità di partecipante si perde con la morte o la cessazione del rapporto familiare tramite

recesso, esclusione deliberata dalla maggioranza o per impossibilità a prestare il lavoro.

SEPARAZIONE PERSONALE DEI CONIUGI

NOZIONE E FUNZIONE

Nonostante il principio dell’indissolubilità del matrimonio, il codice civile prevede la possibilità,

davanti a crisi del rapporto coniugale di carattere grave ma non irreversibile, la possibilità di una

separazione personale dei coniugi, quale cessazione legalmente sanzionata del loro obbligo di

convivenza e non solo (assistenza, collaborazione, sostegno economico). La separazione

personale di differenzia nettamente dal divorzio, in quanto non comporta la cessazione degli effetti

giuridica del matrimonio, ma un nuovo modo di essere del rapporto. La ratio risiede nella regola

della durata di almeno un triennio della separazione come causa di divorzio, esprimendo un favore

per la conservazione del matrimonio, basta notare la agevolezza con cui i coniugi possono far

cessare gli effetti della separazione. La separazione che non comporti una violazione del dovere di

convivenza si dice di fatto, ma di norma le separazioni legali sono:

- Separazione giudiziale: presupposti sono quei fatti tali da rendere intollerabile la

prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole (può

essere esperita anche dal coniuge che abbia prodotto l’intollerabilità della convinceva). È

previsto l’addebito della separazione, per cui il giudice su espressa richiesta, può dichiarare

a quale dei coniugi sia addebitabile in considerazione del suo comportamento contrario a

doveri matrimoniali. La prima fase del giudizio prevede, a seguito di istanza del coniuge

interessato, la comparazione personale dei congiunti davanti al presidente del tribunale, il

quale li sente per tentare conciliazione; fallito il tentativo si dispone i provvedimenti

temporanei e urgenti nell’interesse dei coniugi e dei figli.

- Separazione consensuale: è possibile giungere alla separazione personale tramite accordo,

il quale è idoneo a produrre gli effetti solo tramite decreto di omologazione emesso dal

tribunale su richiesta di uno o entrambi i coniugi; il giudice tentata la conciliazione, valuterà in

merito, tuttavia questa può essere rifiutata dal giudice se pregiudizievole per i figli. In

presenza di questi le parti possono proporre al tribunale anche un accordo sull’affidamento,

per l’esercizio della potestà e le contribuzioni per le loro esigenze. L’accordo omologato può

essere modificato tramite successivi accordi.

- Separazione temporanea: prevede la sospensione dell’obbligo di convivenza per un

determinato periodo di tempo, tuttavia limitato e di portata minore rispetto la separazione

ordinaria, in quanto non determina lo scioglimento della comunione legale o la sospensione

dei doveri coniugali. Può essere disposta dal tribunale chiamato a decidere della causa di

invalidità del matrimonio o dal presidente del tribunale in corso di causa di separazione o

divorzio.

Separazione di fatto: consiste nell’allontanamento senza giusta causa dall’abitazione familiare, da

cui deriva la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale; purché però la causa non sia

giusta. I doveri coniugali sono sospesi solo a seguito di separazione legale, tuttavia la violazione di

questi legittima l’altro coniuge a chiedere la separazione giudiziale con addebito. Va distinto

dall’allontanamento del coniuge dalla residenza famigliare, quale fattispecie di stabile interruzione

della convivenza accompagnata però dalla comune volontà dei coniugi o dalla decisione dell’uno e

la tollerazione dell’altro.

EFFETTI DELLA SEPARAZIONE PER I CONIUGI: distinguiamo:

Effetti personali: comprendono l’interruzione della convivenza coniugale (senza scioglimento del

matrimonio), ma non gli altri doveri matrimoniali (fedeltà, assistenza morale e collaborazione

enll0interesse della famiglia).

Effetti patrimoniali: la separazione modifica il dovere reciproco dei coniugi all’assistenza materiale; il

coniuge al quale non sia addebitabile la separazione ha il diritto di ricevere dall’altro quanto è

necessario al suo mantenimento e l’entità della somministra zio dipende dalle circostanze e dai

rediti dell0bogglicato. Qualora uno dei coniugi no abbia redditi propri adeguati a consentirgli di

conservare il precede tenore di vita (di regola è la norma a ritrovarsi in questa condizione), il giudice

può imporre all’altro all’obbligo di versare un assegno periodico, la cui entità deve essere

determinata tenendo conto dei redditi del coniuge obbligato e dei bisogni dell’altro. Nell’ipotesi di

inadempienza, il beneficiario può procedere al sequestro dei beni dell’obbligato e può anche

ottenere l’attribuzione diretta di una parte del reddito dell’obbligato; il coniuge separato con

addebito, può conservare, pur escluso dal mantenimento, il diritto agli alimenti. Il godimento della

casa familiare è altruità tendendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli a non subire

mutamenti traumatici nelle proprie abitudini.

AFFIDAMENTO DEI FIGLI

La separazione lascia inalterati i diritti e i doveri dei coniugi nei confronti dei figli, tuttavia rende

necessario disciplinare con chi i figli debbano convivere; questi ha diritto di mantenere i rapporti con

entrambi i genitori e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. Prima della legge 54/2006,

l’affidamento in ipotesi di separazione e divorzio poteva essere o esclusivo in favore di un coniuge,

o congiunto con attribuzione di eguali poteri ai genitori o alternato mediante un criterio temporale di

permanenza presso ciascuno di essi (la prassi indicava uno scarso affidamento congiunto). Le

fattispecie che determinano un affidamento esclusivo del figlio sono la lontananza fisica di un

genitore, il contrato tra i coniugi, la contrarietà di un coniuge, la tenere età del minore o la volontà di

questo qualora sia capaci di discernimento.

La potestà, salvo diversamente pattuito, spetta ad entrambi i genitori. Così come il coniuge

beneficiario, il figlio dei coniugi ha il diritto di godere un tenore di vita eguale a quello avuto in

costanza di matrimonio.

Durante il processo di separazione il giudice è tenuto ad ascoltare il parere del figlio (audizione dei

figli minori), qualora abbia 12 anni o capacità di discernimento.

Le norme sulla separazione e la disciplina dell’affidamento dei figli si applicano anche in caso di

scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili del matrimonio e anche ai figli dei genitori

non coniugati.

RICONCILIAZIONE

Gli effetti della separazione cessano con effetto ex nunc in caso di riconciliazione dei coniugi, che

non richiede alcuna forma solenne e può avvenire in modo espressa o tacito, cioè in forza di un

comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione, purché rivolto alla

ricostituzione di una comunione di vita tra i coniugi (non sono sufficienti riappacificazioni, rapporti

sereni tra coniugi, ecc.).

SCIOGLIMENTO DEL MATRIMONIO

Prima della riforma del ’70, dato il principio della indissolubilità del matrimonio, l’istituto del divorzio

o “scioglimento del matrimonio” non era previsto, sì che con la morte di uno dei coniugi il

matrimonio non poteva essere sciolto.

L’ordinamento in particolare parla per divorzio con riferimento ai matrimonio civili e di cessazione

degli effetti civili con riferimento ai matrimoni concordatari (che avviene del resto anche nei

matrimoni civili). A differenza, la sentenza di annullamento o di nullità del matrimonio mira ad

accertare la originaria idoneità del rapporto coniugale alla produzione di effetti giuridici; la sentenza

di invalidità dovrebbe normalmente operare in via retroattiva, eliminando gli effetti prodotti dal

matrimonio, tuttavia molti effetti sono per loro natura irreversibili (adempimento dei doveri coniugali,

acquisizione del diritto al cognome del marito per la donna, ecc,) per altri è irragionevole che lo

siano (legittimità della filiazione nata a seguito di matrimonio invalido). Gli effetti dell’invalidità sono

simili a quelle del divorzio in quanto lo scioglimento del vincolo non estingue gli effetti girà prodotti

ne cancella l’esigenza di tutelare il coniuge in difficoltà economica.

DIVORZIO

Lo scioglimento del matrimonio per divorzio avviene solo giudizialmente e in presenza di certi

presupposti: accertamento dell0impossibilità di mantenere o ricostituire la comunione materiale e

spirituale fra i coniugi e la sussistenza delle cause della crisi tassativamente previste dalla legge;

non è previsto il divorzio consensuale, tramite presentazione domanda dei coniugi. La recente

dottrina ha accolto la concezione del c.d. divorzio-rimedio, quale strumento alla irreparabile rottura

del matrimonio, al posto del divorzio-sanzione, quale reazione alla violazione di gravi doveri

coniugali (di fatto può derivare da fatti incolpevoli).

Sono cause di divorzio, tassativamente previste:

- Separazione ultratriennale dei coniugi protrattasi ininterrottamente (qualora ci sia anche una

temporanea conciliazione si interrompono i tempi) per almeno 3 anni;

- Condanna per alcuni reati particolarmente gravi subita da un coniuge;

- Condanna per alcuni delitti contro la libertà sessuale, moralità e il buon costume (violenza

carnale, incesto, prostituzione);

- Omicidio volontario di un figlio o tentato omicidio del coniuge o figlio;

- Annullamento del matrimonio o divorzio ottenuti all’estero dal coniuge straniero ma cittadino

europeo;

- Mancata consumazione del matrimonio;

- Ecc.

La domanda di divorzio si propone con ricorso al tribunale e il procedimento si compone di una fase

preliminare (il presidente del tribunale sente i coniugi tentando una riconciliazione), istruttoria (fase

in cui si sentono in caso i pareri dei minori, e di avvia la comparazione delle parti), collegiale (si

rimette la decisione al collegio; la sentenza può essere impugnata da ciascun delle parti) e termina

con la annotazione della sentenza (data la sentenza definitiva, salvo impugnazioni, questa è

trasmessa all’ufficiale dello stato civile del luogo dove fu trascritto il matrimonio e annotata).

EFFETTI DEL DIVORZIO: Il divorzio, con efficacia ex nunc (non retroattiva) a differenza

dell’invalidità, determina lo scioglimento del matrimonio e i coniugi riacquistano lo stato libero

potendosi risposare. L’estinzione dei rapporti coniugali non esclude però obblighi di mantenimento a

favore del coniuge economicamente svantaggiato che non abbia mezzi adeguati e che non possa

procurarseli: si parla in questo caso di assegno divorziale, la cui misura è discrezionale e dipende

da vari fattori, quali la condizione dei coniugi, le ragion della decisione, il reddito, ecc. La

corresponsione dell’assegno può avvenire su accordo delle parti in una unica soluzione e si

estingue con la morte dell’obbligato o con la contrazione a nuove nozze dello stesso. Infine al

coniuge divorziato, nonché separato, può essere attribuito il diritto di abitare la casa famigliare.

FILIAZIONE

Ai genitori spetta secondo l’ordinamento il diritto-dovere di espletare la funzione di mantenimento,

istruzione ed educazione dei figli. Nonostante la sostanziale parificazione del trattamento dei figli

legittimi e naturali, taluni elementi indicano la persistenza di un certo sfavore per la filiazione

naturale.

Sono figli legittimi quelli concepiti da genitori uniti in matrimonio, mentre naturali, quelli procreati da

genitori non uniti in matrimonio tra loro; a loro volta il figlio concepito da genitore che all’epoca del

concepimento era legato ad un rapporto coniugale è detto adulterino, mentre il figlio concepito da

persone tra le quali esiste un rapporto di parentela è detto incestuoso. Mentre il codice prescriveva

che il riconoscimento dei figli naturali era ammesso, purché non si trattasse di figli adulterini o

incestuosi (quindi erano non riconoscibili), con la riforma del ’75 si è determinato la riconoscibilità

dei figli adulterini da parte di entrambi i genitori, nonché di quella dei figli incestuosi, purché i

genitori fossero in buona fede. Il riconoscimento di un figlio naturale è un atto solenne con il quale

uno o entrambi i genitori trasformano il fatto della procreazione, insufficiente a creare un rapporto

giuridico, in uno status/rapporto di filiazione, rilevante per il diritto. La forma dell’atto, a pena di

nullità, deve essere fatto o nell’atto di nascita, o in una dichiarazione davanti ad un ufficiale dello

stato civile o atto pubblico o testamento. La capacità di effettuare il riconoscimento del figlio naturale

si acquista con il compimento del sedicesimo anno di età, in caso contrario non sia ha la capacità di

adottarlo; se la persona riconosciuta ha già compiuto a sua volta tale età è necessario il suo

l’assenso per il riconoscimento. Il ricuocimento rende certo il rapporto di filiazione con una

determinata persona, retroagendo fino al momento della nascita del figlio; con tale atto si rendono

inderogabilmente azionabili di diritti e doveri inerenti al rapporti di filiazione naturale, molto simile a

quelli della filiazione legittima. Il riconoscimento in violazione dei requisiti formali è nullo, mentre

quello formalmente valido può essere impugnato per difetto di veridicità (proponibile se l’autore del

riconoscimento fosse consapevole della falsità della dichiarazione), violenza (proponibile entro un

anno dalla cessazione della violenza) e interdizione giudiziale (proponibile dal rappresentato o dallo

stesso autore del riconoscimento se revocata l’interdizione), le quali costituiscono tutte azioni di

stato, essendo dirette a privare il figlio naturale dello stato attribuitogli.

L’esercizio dell’azione giudiziale di paternità o maternità (c.d. accertamento giudiziale: con la riforma

del ’75 sono state unite), può far ottenere al figlio naturale gli stessi effetti del riconoscimento ma

anche contro la volontà dei genitori. Esperibile in tutte le ipotesi nelle quali è ammesso il

riconoscimento. Legittimato ad agire è il figlio e la sua azione è imprescrittibile; in caso di morte tale

azione di trasmetterebbe ai suoi discendenti; se è di minore età può essere promossa dal genitore

che esercita la potestà o dal tutore; in caso di interdizione il tutore. L’attore può fornire la prova della

paternità e maternità con ogni mezzo: mentre la prova della paternità è più difficile e fornita solo in

via presuntiva spesso, quella della madre può essere dimostrata provando l’identità di chi pretende

di essere figlio. Più facile il discorso tramite prove ematologiche e genetiche, anche perché un

ingiustificato rifiuto autorizza il giudice a trarre argomenti di prova.

ACCERTAMENTO INCIDENTALE DELLA FILIAZIONE IRRICONOSCIBILE

Tuttavia, in questa ipotesi, al rapporto di procreazione sono collegati una serie di diritti e doveri:

· il figlio naturale minorenne può agire per ottenere il mantenimento, l’educazione e l’istruzione:

l’azione è proposta nell’interesse del figlio da un curatore speciale nominato dal giudice, su

richiesta del p.m. o del genitore che esercita la potestà;

· se il figlio è maggiorenne e in stato di bisogno, può chiedere gli alimenti.

In entrambe le ipotesi occorre il previo giudizio di ammissibilità dell’azione; tale azione è di

riconoscimento e non di stato (e quindi non di accertamento), perché vengono riconosciuti dei diritti

limitati al figlio non riconoscibile.

L’accoglimento del giudizio di ammissibilità dell’azione implica che sia fornita incidentalmente

la prova del vincolo di derivazione biologica.

I figli non riconoscibili, tuttavia, hanno diritto, in sede successoria, ad un assegno vitalizio.

LEGITTIMAZIONE DELLA FILIAZIONE NATURALE

La legittimazione consente al figlio naturale riconosciuto la possibilità di conseguire la qualità di

figlio legittimo; essa può conseguirsi automaticamente al matrimonio dei genitori che lo hanno

entrambi riconosciuto.

Gli effetti decorrono dal giorno del matrimonio se il rapporto di filiazione è accertato anteriormente o

al momento del matrimonio, altrimenti dal giorno in cui è avvenuto l’accertamento formale della

filiazione, ad es. per riconoscimento (legittimazione di diritto).

In presenza di cause che ostacolano la legittimazione del figlio per susseguente matrimonio, la

legittimazione può avvenire giudizialmente per provvedimento del giudice, purché corrisponda

all’interesse del figlio (legittimazione giudiziale).

Per effettuare la legittimazione i genitori devono avere almeno 16 anni e la domanda di

legittimazione può essere fatta sia da uno che da entrambi i genitori; può essere fatta anche dal

figlio naturale dopo la morte del genitore, qualora questi abbia espresso tale volontà nel testamento

o in un atto pubblico.

La legittimazione produce effetti solo per il genitore al quale è stata concessa e tali effetti decorrono

dalla data del provvedimento; se la legittimazione è successiva alla morte del genitore, gli effetti


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Riassunto per l'esame di Diritto civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Istituzioni di diritto civile, Perlingieri, Voto conseguito 30.
Il file contiene la somma dei restanti capitoli che fanno parte dei miei documenti, questo in caso qualcuno non avesse bisogno dell'intero programma del corso: situazioni giuridiche esistenziali, persone fisiche e giuridiche autonomia negoziale e contrattuale impresa, situazioni di credito e debito, situazioni reali di godimento, situazioni possessorie, prescrizione e decadenza, situazioni di garanzia patrimoniale, responsabilità civile ed illecito, famiglia e rapporti familiari,
successione per causa di morte.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuseppe Di palma di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof Mantucci Daniele.

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