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riferimento in sede di valutazione dei vizi della volontà (errore, dolo o violenza) e degli stati

soggettivi (buona o mala fede, scienza o ignoranza di certe circostanze) per causa di annullabilità

del negozio è il rappresentante, invece la volontà e lo stato soggettivo del rappresentato è

rilevante solo nel caso di elementi predeterminati del regolamento negoziale.

La procura ai sensi del 1396 può essere modificata o revocata, estinguendo il potere

rappresentativo, in modo espresso o tacito, purché sia portata a conoscenza dei terzi con mezzi

idonei; in mancanza c’è l’inopponibilità ai terzi in buona fede. Modi diversi di estinzione della

procura oltre la revoca sono ad es. morte del rappresentante/ato; sopraggiunta impossibilità di

agire del rappresentato.

Si parla di abuso del potere rappresentativo o di conflitti di interessi, circa l’esercizio del potere

difforme e/o contrastante dalla funzione attribuita dal rappresentato, per perseguire un interesse

proprio o di terzi.

Secondo l’ordinamento il rappresentato (e solo lui è legittimato; non può essere rilevata di ufficio

dal giudice) può esperire l’azione di annullamento del negozio a carico del rappresentante qualora

questo anche se solo potenzialmente sia in contrasto con l’interesse del rappresentato e purché il

conflitto sia conosciuto o riconoscibile tramite ordinaria diligenza da parte del terzo contraente.

Applicazione pratica dell’abuso si rileva nel contratto concluso dal rappresentante con se stesso

(1395), in cui questo forma una fattispecie attribuibile ad un solo contraente, il quale partecipa sia

come rappresentante sia come contraente in proprio (col suo nome) o come rappresentante di

terzi (nel caso in cui il rappresentante si sia messo d’accordo con un terzo a danno del

rappresentato); in questo caso il rappresentato per ottenere l’annullamento non deve dimostrare il

conflitto ma solo la uni soggettività dei contraenti.

Si parla poi di rappresentanza senza poteri, nell’ipotesi in cui un soggetto agisce in nome e per

conto di un altro soggetto senza averne i poteri (fin dall’inizio o per estinzione del potere

amministrativo) o eccedendone i limiti; nel primo caso di parla di “falsus procurator”, cioè falso

rappresentante.

Tale negozio concluso per il falso rappresentato è valido (non mancherebbero elementi o requisiti

previsti) ma inefficacie, tuttavia, l’art. 1399 ammette che nel caso in cui il falsamente

rappresentato giudichi conveniente l’affare concluso dal falso rappresentate, questi può

consentire, mediante ratifica la produzione degli effetti negoziale nella sua sfera; la ratifica è

negozio unilaterale recettizio tramite il quale il falsamente rappresentato sana il difetto di potere

del rappresentate, dandogli una procura/legittimazione successiva. La ratifica può essere

espressa o tacita ed è sottoposta come la procura agli stessi requisiti di forma per l’atto da

ratificare; ha inoltre effetto retroattivo, per cui gli effetti del negozio si considerano prodotti dal

momento del suo perfezionamento, ad eccezione dei diritti acquisti dai terzi. In caso di mancata

ratifica, la responsabilità del falsus procurator nei confronti del terzo contraente ha natura

precontrattuale e gli attribuisce l’obbligo di risarcire il danno per il legittimo affidamento che il terzo

ha riposto sulla validità ed efficacia del negozio.

Caso particolare costituisce la rappresentanza apparente che è la situazione in cui un soggetto si

comporta come rappresentante di un’altra persona, senza però averne il potere, ma il modo con

cui esercita quest’attività e la colpa del falsamente rappresentato, ingenerano nei terzi, ignari della

realtà, il ragionevole affidamento circa l’esistenza della rappresentanza. Il più delle volte questo

comportamento colposo si traduce nella tolleranza del rappresentato apparente nei confronti

dell’attività del rappresentante apparente, come nel caso del proprietario di un bar che avendo

ceduto l’attività a un suo dipendente, cedendo anche la ditta, non renda noto ai terzi, (con mezzi

idonei), che il bar è stato ceduto, mentre il rappresentante apparente, ex dipendente e nuovo

titolare, continua ad agire a suo nome.

CONTRATTO PER PERSONA DA NOMINARE: secondo l’art. 1401, uno dei contraenti

(stipulante), al momento della conclusione del contratto, può riservarsi la facoltà di nominare

successivamente il soggetto (nominato) che diverrà titolare dei diritti e obblighi nei confronti della

controparte (promittente); se entro 3 giorni (termine legale) dalla stipula o nel diverso termine

concordato (termine convenzionale) al promittente non è comunicata la accettazione del

nominato, il contratto si consolida in capo allo stipulante.

La riserva di nomina genera quindi una parziale indeterminatezza soggettiva del contratto, cioè

del titolare di alcuni o tutti i rapporti, il quale tramite la dichiarazione di nomina (negozio unilaterale

e recettizio tramite il quale si produce la vicenda modificativa del rapporto e la potenziale

riduzione della titolarità dello stipulante) entrerà nel rapporto come parte sostanziale in aggiunta o

in sostituzione dello stipulante, acquistando retroattivamente i diritti e gli obblighi.

La qualificazione di questo contratto è molto delicata data la sua attitudine a produrre

definitivamente effetti o nella sfera dello stipulante o in quella del nominato: la prevalente dottrina

lo associa alla rappresentanza, per cui lo stipulante apponendo la clausola di riserva

assumerebbe la qualità di rappresentante e gli effetti in pendenza di nomina sarebbero

momentaneamente sospesi; tuttavia con la riserva di nomina lo stipulante non si estranea dal

contratto, anzi ne diviene parte sostanziale. Alcuni associano la riserva di nomina alla cessione

del contratto o la surrogazione legale: se ne differenzia però in quanto non compatibili con

l’efficacia retroattiva della nomina (con la cessione il trasferimento della titolarità avviene con

effetto dal momento della cessione).

Per spiegare la retroattività della nomina, si fa riferimento al termine condizionale, per cui la

dichiarazione di nomina avrebbe natura di condizione risolutiva per lo stipulante e sospensiva per

il nominato, sì che produrrebbe in seguito una sostituzione retroattiva nella titolarità del rapporto.

La dichiarazione non deve essere necessariamente contemporanea alla accettazione di nomina,

ma anche in tempo e luogo diverso; così come la dichiarazione di nomina, anche la accettazione

deve essere fatta nella stessa forma del negozio.

La sfera applicativa riguarda la generalità dei negozi, tuttavia l’incertezza sul definitivo titolare del

rapporto non permette l’applicazione ai negozi di contenuto non patrimoniale, a quelli intuitu

personae (negozi, basati sulla fiducia personale, es. chirurgo paziente), negozi modificativi o

estintivi.

1) VOLONTA’ e ACCORDO DELLE PARTI:

La volontà è uno degli elementi essenziali del negozio giuridico e l’accordo, quale incontro delle

volontà della parti, è ai sensi del 1325 requisito del contratto. All’interno della dottrina è ancora

oggi forte la disputa tra chi sostiene che nella valutazione dell’atto negoziale si debba guardare la

volontà interna del disponente (teoria della volontà) e chi sostiene che si debba guardare, al fine

di garantire certezza e sicurezza, solo quanto manifestato all’esterno (teoria della dichiarazione):

dal momento che la volontà intesa come intimo volere (riserva mentale) del soggetto non ha

rilevanza nel diritto, ci si rivolge a quanto dichiarato, che vincola il dichiarante in virtù del principio

di auto responsabilità ed è indipendente dalla volontà interna; altra teoria è quella precettiva,

secondo cui ciò che conta per costituire il contratto è l’autoregolamento dei rapporti giuridici tra le

parti. A dover essere voluta è sia la dichiarazione che gli effetti che derivano dal negozio giuridico;

nonostante la efficacia del negozio non sia sempre ricollegata alla volontà del disponente, questa

è ancora oggi considerata essenziale per la validità dell’atto, pena la sua nullità in caso di

mancanza, e annullabilità in caso di vizi (errore, violenza e dolo).

La dichiarazione diretta a uno o più soggetti si dice:

recettizia (deve essere conosciuta dal destinatario o conoscibile mediante l’uso della

- ordinaria diligenza, al fine di produrre effetti giuridici);

non recettizia (quando non è diretta a determinati destinatari e produce immediatamente

- effetti). È chiaro che nei contratti la dichiarazione di volontà ha sempre carattere recettizio,

in quanto destinato alla controparte, i negozi unilaterali invece possono essere sia recettizi

(accettamento dell’eredità) che non (promessa al pubblico).

Le dichiarazioni si distinguono poi a seconda delle modalità di manifestazione del volere:

espresse: la volontà è manifestata con segni espressivi quali parole, scritti, gesti, che in

- base al contesto sociale, sia idonea a esprimere immediatamente e direttamente la

volontà; anche il silenzio, comportamento di per sé ambiguo, in certi contesti e per legge o

convenzione può assumere valore di dichiarazione [principio del silenzio assenso per

l’accettazione del voto];

tacite: può consistere in comportamenti o in dichiarazioni concludenti (o fatto dimostrativo),

- quali manifestazioni tacite della volontà negoziale che lascino in modo univoco e immediato

desumere una certa volontà; per valutare un comportamento come concludente è

necessario guardare non il significato che l’agente riconosce al proprio contegno, ma ciò

che l’ambiente sociale oggettivamente attribuisce allo stesso; ad es. se salgo su un

autobus, dal mio comportamento si può inequivocabile desumere la volontà mia di

accettare l’offerta di trasporto al pubblico dell’azienda di trasporto. Accanto ai negozi

concludenti, si parla dei negozi di attuazione, in cui la manifestazione della volontà resta

assorbita nell’immediatezza dell’esecuzione e si manifesta solo attuandola, ad es. prendere

una bibita dal distributore.

Se da un determinato comportamento si può desumere una certa volontà negoziale, l’agente può

escluderla manifestando espressamente una volontà contraria (c.d. protestazio): ad es. sto

davanti alla fermata del bus aspettando un amico e arriva un autobus; manifestando il mio

dissenso con i gesti.

AUTORESPONSABILITA’ E AFFIDAMENTO: importante all’interno della volontà è il c.d. principio

di auto responsabilità, per cui chi manifesta una concreta dichiarazione negoziale, sì che possa

destare nel contesto sociale ed economico in cui opera un oggettivo e ragionevole affidamento di

altri agenti che per questo agiscono (buona fede altrui; tipico caso è la disciplina dell’errore, 1428,

per cui se l’errore non è riconoscibile da parte dell’altro contraente, questo non è valido), il

disponente resta legato/vincolato alle conseguenze che da questa dichiarazione discendono. Il più

delle volte la legge non richiede per la validità dell’atto, che l’intima volontà del soggetto, la riserva

mentale, corrisponda a quanto egli ha dichiarato, tuttavia se un soggetto dichiara ciò che nel

proprio intimo non vuole, dato che questo riserva mentale non è riconoscibile ai terzi in buona

fede e non rilevante in sede contrattuale, il soggetto resta vincolato alla sua dichiarazione. Altro

principio rilevante è quello dell’apparenza giuridica, che tutela a differenza dell’affidamento, lo

stato di fiducia di un soggetto davanti all’esistenza di un’apparente situazione giuridica (apparente

titolarità del diritto), come presupposto di efficacia di un atto negoziale (apparente titolarità del

patrimonio ereditario o legittimazione a riceve un pagamento, ecc.).

ACCORDO TRA LE PARTI: ai sensi del 1321 e 1325 a pena di nullità, questo è definibile come

l’incontro delle volontà delle parti come sintesi/equilibrio di un assetto di interessi contrapposti e

tendenzialmente compensati. Si deve specificare come per parte si intende un centro di

imputazione di interessi, mentre per soggetto un centro di imputazione di situazioni giuridiche

soggettive: la parte che vende è una sola, di soggetti che vendono (la parte) anche un centinaio.

2) CAUSA:

A norma del 1325 è uno dei requisiti essenziali del contratto (oltre che del negozio in generale) e

la sua patologia ai sensi del 1418 comporta la invalidità del negozio. L’art. 1322 inoltre pone delle

condizioni al principio di autonomia contrattuale, richiedono per quei contratti atipici, a pena di

nullità, la presenza di una causa lecita (non contraria a norme imperative, ordine pubblico e buon

costume) e meritevole di tutela, elementi che conferiscono validità al negozio e quindi tutela

giuridica, nonché un criterio per interpretare e qualificare fattispecie (es. distinguere tra locazione

e compravendita).

Il principio della causalità negoziale, imponendo che gli atti negoziali (contratti o anche atti

unilaterali, se ai sensi del 1324) siano causali, indica che l’atto, a pena di nullità, siano

giuridicamente e socialmente rilevanti per l’ordinamento; in questo modo si consente la validità dei

c.d. negozi astratti, separati cioè dalla causa: la causa qui non è assente ma esterna, cioè non è

presente nella enunciazione del negozio (una cambiale avendo un certo rigore letterario, non

permette di individuare la causa) sì che si parla di astrazione della causa.

L’introduzione di tale principio, non ha portato inizialmente alla individuazione di una unica

concezione di causa del contratto: nel corso del tempo si sono susseguite diverse concezioni a

riguardo. Con il codice del 1865, essendo considerato il contratto unicamente come fonte di

obbligazioni, la causa rientrava in una concezione soggettiva come lo scopo che induceva il

soggetto a concludere il contratto (nella compravendita, causa dell’obbligazione del compratore

era quella di raggiungere la proprietà della cosa ad es.); con il codice del 1942, invece si è passati

ad una concezione oggettiva della causa, per cui, rifiutando la concezione del contratto come solo

obbligatorio, gli atti negoziali sono riconosciuti e tutelati dall’ordinamento non solo se leciti, ma

anche se idonei a realizzare una funzione socialmente utile. Con la concezione oggettiva della

causa, indipendentemente che il motivo soggettiva del negozio sia di acquistare ad es. una casa

per goderne la proprietà o rivenderla, tutti i negozi di compravendita perseguono lo stesso scopo

oggettivo, cioè scambiare la proprietà di una cosa contro il corrispettivo prezzo. La concezione

oggettiva è stata in seguito sostituita con quella funzionale, per cui la causa sarebbe sintesi

giuridica di tutti gli effetti giuridici diretti ed essenziali del negozio e non di tutti quelli riconducibili

alla fattispecie, sì che ad es. nel mandato è effetto giuridico essenziale del negozio l’obbligo del

mandatario di compiere uno o più atti per il mandante, ma non lo è quello di pagare l’eventuale

compenso se il mandato è oneroso, in quanto la norma è derogabile per pattuizione; ciò fermo

restando la idoneità a realizzare una funzione socialmente utile.

C’è una contrapposizione tra coloro che ritengono che la causa vada valutata con riferimento al

modello astratto che il singolo contratto riproduce e chi invece fa riferimento alla funzione

economico-individuale che assume tra le parti nella concreta fattispecie contrattuale. Se prendo

una pluralità di contratti di compravendita, modello astrattamente predeterminato è il trasferimento

del diritto di proprietà al compratore in cambio di prezzo; tuttavia davanti un’unica identità di tipo

contrattuale avremmo una pluralità di cause (ognuna avrebbe uno specifico interesse perseguito

dalle parti).

Secondo quanto detto, il negozio indiretto, negozio di struttura tipica usato per raggiungere scopi

non riconducibili a quel dato tipo negoziale, risulta potenzialmente (dopo accertamento) lecito e

meritevole di tutela.

Parlare di causa non è equivalente a parlare di motivi: questo ultimo è il concreto interesse di una

o entrambe le parti che non si deduce dal regolamento da queste predisposto; questo è rilevante

solo nel caso in cui le parti concludano un contratto (o per testamento o donazione) per un motivo

illecito comune ad entrambi (1345). Importante in chiave interpretativa e di tutela e la distinzione

tra causa e motivo, che permette di distinguere nella sintesi degli effetti giuridici, quali siano quelli

essenziali da quelli non, sì che mentre nella compravendita, la destinazione del prezzo pagato

dall’acquirente è il motivo che ha spinto il venditore a concludere il contratto e non è rilevante ai

fini della validità del negozio, se quella destinazione era imposta dalle parti o dalla legge,

quell’interesse ad un determinato uso acquista rilevanza causale.

La causa è illecita quando è contraria a norme imperative, ordine pubblico e buon costume, il che

ne comporta uno dei casi di nullità di negozio giuridico, unitamente alla illeicità del motivo

comune, della condizione e dell’oggetto del negozio.

3) OGGETTO: richiamato più volte dall’ordinamento, si configura come uno dei requisiti essenziali

del contratto (nonché negozio), sì che la sua mancanza o patologia determina la invalidità della

fattispecie. La sua nozione non è univoca, in quanto alcuni lo intendono come la prestazione, altri

come la cosa sulla quale opera l’assetto degli interessi; in realtà l’oggetto come requisito su cui si

forma il consenso delle parti è da intendere come un elemento/categoria logica e non materiale.

Importante è la distinzione tra oggetto del negozio e oggetto dell’obbligazione: è la prestazione,

quale porzione di realtà sulla quale si proiettano gli effetti del negozio. I requisiti dell’oggetto

(1346) sono:

Liceità: si ha oggetto illecito qualora il bene dovuto è di per sé contrario a norme imperative,

 ordine pubblico e buon costume, e dunque non portatore di valori giuridici e sociali.

Possibilità: l’oggetto di un negozio può essere impossibile per due profili, da cui parliamo di:

 Impossibilità fisica: l’oggetto è correlato o ad un bene inesistente in natura (estrarre

o diamanti in una miniera esaurita) o ad un comportamento umano che non può

raggiungere il risultato dedotto in natura (edificare un grattacielo in 24 ore).

Impossibilità giuridica: dobbiamo distinguere tra quella assoluta (oggetto inidoneo a

o divenire punto di riferimento da qualsiasi negozio: es. contratti assurdi o aberranti, quali

costituzione di pegno su bene immobile, in cui la inidoneità risiede nella esclusiva

riferibilità del pegno ai mobili) e quella relativa (oggetto è inidoneo solo per alcune

fattispecie negoziali, quali ad es. con correlazione di cose relativamente

incommerciabili)

Determinatezza o determinabilità: si richiede che l’accordo contenga le indicazioni sufficienti a

 rendere determinato o determinabile l’oggetto e di seguito il rapporto contrattuale. L’oggetto si

dice determinato quando già individuato nella sua quantità e qualità al momento della

conclusione del negozio; determinabile quando i contraenti non lo individuano subito ma

predispongono i criteri per la sua successiva individuazione.

Importante distinzione risulta tra oggetto e contenuto del negozio, quale l’atto nel suo complesso,

all’interno del quale va tenuta la distinzione ancora una volta fra oggetto e causa, in quanto il

medesimo bene a seconda della pattuizioni, può essere oggetto di contratti che hanno causa

diversa (una abitazione può essere oggetto di un contrato di compravendita, donazione, ecc.);

nello specifico il contenuto comprende sia il profilo statico dell’oggetto, quanto quello dinamico

(funzionale) della causa.

4) FORMA: come requisito del negozio, nonché del contratto, è intesa come il documento

(scrittura privata o atto pubblico) dal quale risulta la manifestazione di volontà delle parti. Vale nel

nostro ordinamento il principio della libertà delle forme (riscontrabile nel concetto di autonomia

negoziale) come espresso dal 1325, secondo cui la forma è requisito del contratto solo quando è

prescritta dalla legge a pena di nullità; a dispetto di quanto si pensa le previsioni di forma sono

abbastanza comuni nel nostro ordinamento, sì da rispondere ad una esigenza dell’interprete di

individuare gli interessi che muovono il negozio e verificare la loro meritevolezza all’interno

dell’ordinamento.

La forma all’interno del negozio assolve a una pluralità di funzioni:

Forma ad substantiam: svolge un elemento costitutivo della fattispecie negoziale,

- condizionandone la validità (in caso di violazione si determina la nullità del negozio). I

motivi, la razio, per cui per alcuni contratti il codice chiede una forma determinata, è quella

di richiamare l’attenzione del soggetto che sta stipulando l’atto sull’importanza economica

delle conseguenze dell’atto che egli sta stipulando; capita spesso infatti di essere a volte

poco riflessivi nella espressione delle volontà, invece attraverso atti pubblici come quello

notarile si richiede una maggiore riflessione, ponderazione. L’ispirazione del legislatore a

questa razio, è legata ai valori dell’epoca in cui la disposizione è stata creata, cioè il 1942,

in cui l’Italia viveva ancora in una economia quasi esclusivamente agricola e in cui i beni

che contavano erano quelli immobili e precisamente di i diritti reali di beni immobili. Quel

privilegiare all’epoca dei diritti reali dei beni immobili rispetto a quelli sui mobili, ad oggi

porta a situazioni quasi paradossali, per cui l’alienazione di uno striscia di terra dal valore di

poche centinaia di euro deve essere fatto in forma scritta, mentre quella di un gioiello

anche dal valore stratosferico, anche per forma orale

Forma a probationem: svolge un limite alla prova dell’atto, sì che il mancato rispetto della

- c.d. prescrizione legale incide sull’ammissibilità della prova negoziale, in quanto si esclude

la prova testimoniale e quella per presunzioni.

Si parla di forma solenne, per la necessità di costituire il negozio in una forma prescritta a pena di

nullità, scrittura privata o atto pubblico. E’ inoltre rilevante per quanto riguarda la opponibilità ai

terzi nei casi prescritti dalla legge.

Nel rapporto tra forma e contenuto si è operato distinguendo quello che è il contenuto minimo

(schema predisposto dalla legge e che solo questo interessa la forma solenne: nella

compravendita di un immobile la forma riguarda l’intento dispositivo, l’oggetto e il prezzo, mentre

le altre clausole possono essere redatte in altra forma) e contenuto effettivo del contratto (insieme

delle determinazioni contrattuali, clausole accessorie incluse).

La legge prescrive che gli atti negoziali strumentali, abbiamo la stessa forma del negozio

principale (es. contratto preliminare e definitivo).

Con l’art. 1352 la legge attribuisce alle parti il potere di determinare la forma del contratto (nel

caso sia libera), sciogliendo in tal modo il dubbio interpretativo, in quanto si presume che le parti

abbiano voluto la eventuale forma per la validità del negozio futuro.

Si parla di ripetizione del contratto, qualora al momento della conclusione di un contratto solenne

in scrittura privata, le parti si obblighino a ripeterlo in atto pubblico per permettere la trascrizione

dell’atto; in caso di inadempimento del contraente, l’altro può esperire l’azione per l’accertamento

delle autenticità delle sottoscrizioni (di norma deve essere autografa e idonea a individuare il

sottoscrittore).

ELEMENTI ACCIDENTALI DEL NEGOZIO GIURIDICO

Posto che il contratto di norma produce i suoi effetti dal moment nel quale è concluso, è prevista

la possibilità delle parti, di inserire nel rapporto contrattuale clausole idonee a circoscrivere gli

effetti nel tempo o a condizionarli; a differenza di quelli essenziali non determinano la nullità in

caso di mancanza. Distinguiamo:

Condizione: ai sensi del 1353, è un avvenimento futuro e incerto, dal cui verificarsi le parti

- fanno dipendere l’inizio (condizione sospensiva: gli effetti tipici del negozio sono

integralmente o parzialmente sospesi finché la condizione non si avvera) o la cessazione

(condizione risolutiva: gli effetti del negozio si estinguono al verificarsi della condizione)

degli effetti giuridici di un negozio. Anche in presenza di condizione sospensiva, nel periodo

di pendenza di questa (dalla conclusione del contratto fino a quando non si verifica

l’evento) alcuni effetti detti preliminari si possono produrre ugualmente, quali atti di

disposizione o reclami di tutela giurisdizionale, in quanto strumentali ad attuare il

programma contrattuale e quindi non ostacolare la produzione degli effetti finali (posti sotto

condizione). Questo ultimo aspetto spiega la c.d. finzione di avveramento, per cui qualora

la parte contraente, contraria alla avveramento della condizione, fa sì che l’evento dedotto

non si verifichi (e si possa imputare a lei la causa), la condizione si considera avverata.

Tramite le clausole di condizione (ma anche termine e modo) si può dare rilevanza ai

motivi individuali (quindi interessi soggettivi) che inducono a concludere il contratto,

normalmente irrilevanti (se non illeciti) e qualora questi non fossero espressamente citati,

se ne può ricavare l’esistenza interpretando la condizione secondo buona fede; ecco allora

che si parla di presunzione, in riferimento alla condizione tacita ma desumibile da concrete

circostanze.

A seconda che l’interesse meritevole a cui corrisponde l’evento futuro e incerto appartenga

ad una o entrambi le parti, si parla di condizione unilaterale (qui può trarre vantaggio solo la

parte nell’interesse della quale è stata prevista la condizione) o bilaterale.

Oltre che futuro e incerto, l’evento deve essere possibile (dipende dal carattere naturale

dell’evento) e lecito (dipende dalla conformità della condizione e non dell’evento a norme

imperative, ordine pubblico e buon costume). La mancanza della possibilità o leicità, rende

la condizione illiceita (che sia sospensiva o risolutiva il contratto è nullo/invalido), mentre la

impossibilità dell’evento costituisce condizione impossibile (rende nullo il contratto se è

sospensiva e si considera come mai posta se la condizione è risolutiva); è nulla anche la

condizione meramente potestativa, in cui per la volontà dell’alienante o del debitore si

avvera una condizione sospensiva che fa alienare un diritto o assumere un obbligo all’altra

parte. Altra distinzione è fra condizione causale (l’evento dipende da un fatto il cui avverarsi

dipende dal caso), potestativa (l’evento dipende dalla volontà di una della parte che ha

interesse che l’evento si verifichi o no: se sosterrò l’esame. È nulla quando è meramente

potestativa) o mista (elementi dei precedenti tipi: passerò l’esame). La condizione è di

regola retroattiva, per cui all’avverarsi dell’evento e quindi condizione, gli effetti, sospensivi

o risolutivi, retroagiscono fino al momento della conclusione del contratto.

Istituto particolare è quello della condizione legale, o condicio iuris, che si ha quando la

produzione di effetti giuridicamente rilevanti di un contratto, pur vincolante tra le parti, sono

sottoposti al verificarsi di un evento (ulteriore e determinato) voluto dalla legge.

Termine: si distinguono due importanti nozioni:

- Termine di efficacia: è la previsione temporale a partire dalla quale (termine iniziale)

o o fino al verificarsi della quale (termine finale) il negozio produce effetti. Si

differenzia dalla condizione, in quanto non ha efficacia retroattiva; non rende incerto

l’effetto negoziale, in quanto l’evento è futuro ma certo (nel termine si può indicare

espressamente la data o l’evento certo). È un istituto che permette di delimitare

l’efficacia temporale del negozio ed è valido per gli atti di cui i privati hanno la

disponibilità degli effetti (non per il matrimonio ad es.).

Termine di adempimento: riguarda sempre un evento futuro ma certo, ma serve a

o differire nel tempo l’adempimento di un vincolo obbligatorio.

Modo (o onere): è un peso (nello specifico una clausola: limitazione di esercizio) imposto

- dall’autore di un atto di liberalità (atto che non prevede un corrispettivo in quanto non ha la

natura economica: non c’è una tendenziale equivalenza tra i valori) sul beneficiario dell’atto

stesso, diretto a restringere o limitare il contenuto di una attribuzione a titolo gratuito.

Attraverso il modus si cerca di raggiungere di uno scopo ulteriore.

FORMAZIONE DEI CONTRATTI: L’accordo tra le parti si può formare per varie circostanze, la più

comune è lo scambio dei consensi, per cui due o più persone si accordano sul contenuto di uno

stesso programma contrattuale che vogliono concludere: se le persone sono presenti in uno

stesso luogo e tempo, non ci sono grossi problemi; se tuttavia le persone sono distanti (es.

contratto concluso telefonicamente o per via epistolare), il contratto ai sensi del 1326, “è concluso

nel momento in cui chi ha fatto la proposta (atto c.d. prenegoziale con il quale un parte prospetta

all’altra il contenuto contrattuale, che deve essere completo ed espresso nella forma

eventualmente richiesta per la validità dell’atto, inoltre, anche per il principio di auto-

responsabilità, la proposta rappresenta una definitiva volontà di vincolarsi) ha conoscenza

dell’accettazione dell’altra parte (c.d. oblato; esprime la volontà di vincolarsi dell’oblato allo stesso

programma contrattuale); il luogo della conclusione del contratto è quello dove il proponente ha

conoscenza dell’accettazione.”; se la proposta è incompleta, questa vale come invito a proporre,

cioè un sollecito che invita l’oblato a precisare l’elemento mancante (es. il prezzo); o allo stesso

modo una accettazione non conforme alla proposta o anche conforme al contenuto ma non

espressa nella forma richiesta dal proponente (c.d. controproposta), che in seguito richiede

l’accettazione della controparte. L’efficacia della proposta deve essere temporalmente limitata, sì

che il termine esprime l’interesse del proponente a concludere il contratto, se non stabilito,

l’accettazione deve pervenire al proponente nel termine necessario secondo natura dell’affare o

secondo gli usi. Proposta e accettazione sono revocabili fino a quando il contratto non sia

concluso e la revoca della proposta deve essere inviata all’oblato prima che gli arrivi

l’accettazione di questo; la revoca invece dell’accettazione deve giungere a conoscenza del

proponente prima dell’accettazione, fatto che pone l’accettante al rischio che la revoca arrivi in

ritardo quando già il proponente abbia fatto utile affidamento sulla conclusione del contratto e

abbia magari dato vita all’esecuzione (in caso di tardata revoca ha diritto ad essere indennizzato

di spese e perdite subite). Il processo di formazione del consenso si regge inoltre sulla regola di

presunzione di conoscenza ai sensi del 1335, per cui si reputa conosciuto l’atto giunto all’indirizzo

del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di

conoscerlo. Si discorre di proposta irrevocabile, come il negozio unilaterale c.d. preparatorio, per

cui il proponente si obbliga (vincolandosi immediatamente) a mantenere ferma la proposta per un

certo tempo e l’eventuale revoca sarebbe inefficacie.

Proposta e accettazione decadono solo per morte o per incapacità sopravvenuta del dichiarante

prima della conclusione del contratto. Deroga al 1326 è il 1327 per la c.c. formazione ed

esecuzione anticipata, per cui l’oblato, se è richiesto dal proponente o dalla natura dell’affare o

dagli usi, può iniziare l’esecuzione e concluderla senza prima accettare e il proponente non ha

dunque la facoltà di revocare la proposta; l’oblato però deve dare prontamente avviso all’altra

parte dell’iniziata esecuzione, altrimenti è tenuto al risarcimento.

Altro procedimento di formazione del contratto è la offerta al pubblico (1336), quale proposta

senza un destinatario determinato, ma è diretta a chiunque ne abbia conoscenza (commerciante

ad es. che espone sulla vetrina l’offerta); per revocarla è necessario lo stesso mezzo usato per

renderla pubblica o mezzo equivalente; l’accettante per concludere il contratto deve

semplicemente manifesta l’accettazione. Diversamente dalla offerta, la promessa al pubblico è un

negozio unilaterale immediatamente vincolante per chi lo compie.

L’art 1333 disciplina il contratto con obbligazioni a carico del solo proponente o contratto

unilaterale, quale negozio di regola a titolo gratuito, non necessariamente mosso da spirito di

liberalità, ma può anche avere contenuto o fini economici (offerta ai passanti di cibo per farsi

conoscere); l’unilateralità non riguarda il numero delle parti (è bilaterale), ma la prestazione a

carico ad una sola parte; in tal caso la proposta si considera irrevocabile anche in assenza di

termine. Diverso invece è il contratto corrispettivo o sinallagmatico.

Ai fini della conclusione del contratto, non sempre basta il consenso delle parti, ma nel caso dei

contratti reali è indispensabile la consegna materiale della cosa in oggetto; tali contratti quindi

derogano il principio consensualistico, per cui è l’accordo a decretare, a norma del 1326 la

conclusione e l’efficacia del contratto; ciò è dovuto al fatto che la consegna della cosa è

necessaria affinché si generi il contenuto obbligatorio del contratto: non si può concludere un

contratto di deposito se il depositario non ha nulla da custodire e quindi non può adempiere alla

sua obbligazione.

RAPPORTI CONTRATTUALI DÌ FATTO

Ci sono dei casi in cui si verifica una dissociazione tra fonte negoziale e rapporto negoziale, cioè i

c.d. rapporti contrattuali di fatto, per cui le obbligazioni che gravano sui soggetti trovano il loro

fondamento in una semplice situazione di fatto, non prevista dall’ordinamento. La dottrina ha fino

ad ora individuato tre tipologie: rapporti basati su un contatto sociale, es. rapporti di cortesia;

rapporti inerenti all’inserimento in un contesto comunitario, come la società di fatto; rapporti che

sorgono in virtù di un obbligo sociale di prestazione. Vanno, peraltro, distinti dai negozi

concludenti o attuativi.

TRATTATIVE, BUONA FEDE E RESPONSABILITA’ PRECONTRATTUALE: ai sensi del 1337,

le parti durante le trattative (sequenza di proposte e controproposte) e nella conclusione del

contratto devono comportarsi secondo buona fede; questa esigenza nasce dal fatto che durante

le trattative una o entrambi le parti tendono spesso a selezionare e trasmettere informazioni alla

controparte per spingerla a concludere il contratto; si parla di informazione quale autonomo

dovere della parte tecnicamente consapevole di fornire indicazioni e dati all’altra, non solo per la

formazione del contratto, ma in virtù di situazioni tutelate a livello costituzionale (il diritto del

paziente ad avere informazioni prima di decidere se fare un intervento). A volte la informazione

risulta essenziale per il giusto svolgimento dell’attività negoziale, tant’è che uno dei principali

fallimenti dei mercati è proprio lo squilibrio o asimmetria informativa; l’ordinamento per questo ha

imposto specifici doveri di informazione, come per la tutela del consumatore o del c.d.

imprenditore dipendente. Per valutare la condotta delle parti durante la trattativa ci si affida al

principio della buona fede oggettiva e della correttezza. Violando gli obblighi di buona fede nelle

trattative e/o conclusione del contratto si sviluppa la c.d. responsabilità precontrattuale; ipotesi

principale riguarda il recesso ingiustificato delle trattative, sì che una parte facendo affidamento

nell’altra, è spinta a rinunciare ad altri affari o sopportare spese in vista della conclusione del

contratto; o anche nel caso in cui una parte violi i doveri di informazioni o anche che conoscendo

un errore del proponente, accetti comunque la proposta.

VINCOLI NELLA FORMAZIONE DI CONTRATTI: distinguiamo:

VINCOLI ALLA LIBERTA’ DI CONTRARRE: la libertà di scelta del “se” concludere un contratto

non si realizza qualora vi sia un obbligo alla sua conclusione di origine legale (obbligo legale a

contrarre) o nella volontà delle parti (obbligo negoziale a contrarre):

obblighi a contrarre (o contratti imposti): previsti espressamente da leggi speciali, da

- intendere non come una sostituzione della legge alla volontà dei privati, ma come

limitazione della libertà contrattuale per tutelare alcuni interessi determinati. Ad es. nel

monopolio, il soggetto economico ha l’obbligo di contrarre con chiunque ne richieda le

prestazioni. Nel caso di rifiuto a contrarre e/o mancato adempimento si può richiedere sia il

risarcimento dei danni che l’esecuzione forzata in forma specifica.

patto di opzione: (art.1331) consiste nella convenzione in base alla quale le parti

- stabiliscono che una delle stesse (concedente) rimanga vincolata alla propria dichiarazione

e l'altra (opzionario: gode per questo di un diritto potestativo) abbia la possibilità di

accettarla o meno entro un certo termine. L’opzione è un vincolo unilaterale nella

formazione del contratto, mentre la dichiarazione del concedente è considerata proposta

irrevocabile. La formazione del contratto prevede: contratto preparatorio di opzione ed

esercizio del potere di accettazione.

contratto preliminare : è un contratto, di funzione strumentale e preparatoria, che ha ad

- oggetto la l’obbligo delle parti (o di una parte) alla stipula di un futuro contratto detto

definitivo, del quale si è stabilito il contenuto essenziale (a pena di nullità anche la stessa

forma del definitivo, in quanto potendo fungere in caso di inadempimento da titolo per

ottenere la sentenza di esecuzione costitutiva). Qualora una parte non adempia all’obbligo

contrattuale, quindi non presti il consenso, la parte interessata può esperire giudizialmente

l’esecuzione forzata in forma specifica dell’obbligo di contrarre, con la quale si producono

gli stessi effetti del contratto non concluso. Forma di tutela preordinata all’eventuale

inadempimento per il promittente compratore, è la trascrizione del contratto preliminare, sì

da renderlo opponibile contro eventuali trasferimenti. Diverso è parlare di contratto

preliminare e compromesso, essendo questo ultimo un accordo definitivo avente ad

oggetto la prestazione di documentare il negozio stesso successivamente in una forma

determinata (es. stipula di una vendita immobiliare in forma scritta, con impegno di

riprodurla successivamente in atto pubblico). il contratto preliminare è unilaterale, quando

fa sorgere l’obbligo di concludere il definitivo a carico di una sola parte (a differenza della

opzione necessita di una nuova manifestazione di volontà).

Divieti legali e convenzionali a contrarre: sono abbastanza limitati in numero perché oltre a

- contrastare la libertà contrattuale, ostacolano la circolazione dei beni; frequenti tra i divieti

convenzionali sono i patti di inalienabilità, presente molto nelle condizioni generali di

vendita delle case automobilistiche.

Negozio fiduciario e trust: tramite il primo negozio, il fiduciante trasferisce al fiduciario la

- proprietà di un bene, di altro diritto reale o di una ulteriore situazione giuridica soggettiva di

vantaggio, imponendogli l’obbligo di ritrasferirgli in futuro il diritto o di trasferirlo ad un terzo

e di farne uso secondo le direttive impartite. Il negozio fiduciario porta alla creazione degli

effetti reali e obbligatori tipici del contratto: il primo consiste nel trasferimento della proprietà

del bene, il secondo dipende dal contenuto del patto, cioè dall’obbligo che nasce dal

contenuto del contratto. È una ipotesi di dissociazione tra proprietà formale dei beni,

spettante al fiduciario, e proprietà sostanziale degli stessi che permane al fiduciante o

spetta ad un terzo. Le ragioni possono essere diverse: evitare persecuzioni razziali o

politiche, confisca di beni, ecc. Esaminiamo due casi tipici:

Fiducia cum amico: si investe una persona di fiducia di una determinata posizione

o rispetto ad un mio bene, che può essere in genere un immobile ma anche mobile.

Fiducia cum creditore: si investe un creditore di una certa posizione rispetto ad un

o mio bene, al fine di prestare garanzia del mio adempimento, di solito riguarda un

bene di pari valore del credito. A differenza del patto commissorio, il patto fiduciario

cum creditore, il bene è stimato nel suo valore: se il credito è 100 e il bene 150, i 50

non vanno al creditore e non crea ingiustificato arricchimento.

Se il beneficiario è inadempiente, il fiduciante può agire in giudizio, ma si distingue: nel

caso di mancato trasferimento del bene da fiduciario, il fiduciante può ottenere oltre il

risarcimento del danno il recupero del bene (con esecuzione specifica di concludere il

contratto); se il fiduciario viola il patto (pactum fiduciae) trasferendo il bene a terzo, avendo

il negozio fiduciario efficacia obbligatoria, non può recuperare il bene in quanto inopponibile

a terzi, fermo restando i danni.

In base alla convenzione de L’Aja, per trust si intende il rapporto giuridico, inter vivos o

mortis causa, costituito da un soggetto detto costituente, che pone un determinato bene

sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico; i beni

del trust costituiscono un patrimonio distinto da quello del trustee, il quale ha sia diritti che

obblighi alla amministrazione, gestione o disposizione dei beni secondo i termini del trust e

l’ordinamento. Il trust è opponibile a terzi, specie ai creditore del trustee.

VINCOLI ALLA LIBERTA’ DÌ SCELTA DEL CONTRAENTE: è frutto di un diritto di prelazione che

si distingue a seconda che abbia fonte nella convenzione o nella legge.

La prelazione volontaria (o patto di prelazione), prevede che un soggetto detto promittente o

concedente si obblighi, quando decida di concludere un certo contratto, a dare la preferenza ad

un soggetto detto prelazionario rispetto ad altri, a parità di condizioni; il vincolo però non riguarda

la libertà di contrarre (diverso quindi dal contratto preliminare); dal patto sorge un obbligo positivo

del concedente di comunicare al prelazionario la decisioni di concludere il contratto a carte

condizioni, nonché obbligo negativo di non stipulare contratti con terzi. Il patto ha efficacia

obbligatoria, per cui vincola solo le parti e non è opponibile ai terzi (in violazione il prelazionario

potrà chiedere solo il risarcimento dei danni).

La prelazione legale ha invece efficacia reale ed è opponibile ai terzi.

VINCOLI ALLA LIBERTA’ DÌ DETERMINAZIONE DEL CONTENUTO CONTRATTUALE: indica

la esistenza di restrizioni/limiti imposti dalla legge (1322) che possono intervenire e integrare o

modificare lo stesso regolamento contrattuale: è il caso di quelle clausole e prezzi di beni o servizi

che sono di diritto automaticamente inseriti nel rapporto anche in sostituzione di clausole e prezzi

difformi; con clausole d’uso, 1340, si parla di quelle clausole che s’intendono inserite se non

risulta che non sono state volute dalle parti.

Lo sviluppo economico moderno fa apparire sempre più marginale l’immagine del contratto frutto

di trattative, di proposte e accettazioni, data la presenza di figure sul mercato di soggetti

contrattualmente forti (solitamente imprese), i quali per esigenze di produzione e distribuzione a

una pluralità indistinta di consumatori, sono capaci di a predeterminare un solo schema

contrattuale per gestire meglio i trasferimenti e in caso di difetti intervenire rapidamente su una

clausola. Ciò che ne viene fuori è la c.d. negoziazione di massa o contrattazione standardizzata,

tipica delle imprese di medie e grandi dimensioni. Ecco allora che il codice civile, ai sensi del

1341, prevede che il regolamento contrattuale possa essere integralmente predisposto da una

sola delle parti, detta predisponente, mediante la formulazione di condizioni generali che

vincolano anche l’altra, detta aderente, se risulta che questi le ha conosciute o le avrebbe dovuto

conoscere usando la ordinaria diligenza (quindi pur non conoscendole l’aderente può rimanere

vincolato).

Ai sensi del secondo comma, alcune particolari clausole espressamente previste per legge, dette

vessatorie, che prevedono particolari vantaggi per il predisponente e svantaggi per l’aderente (es.

è la clausola che garantisce al predisponente una maggiore flessibilità di recesso), sono efficaci e

vincolanti solo a seguito della specifica approvazione per iscritto dall’aderente. Spesso queste

condizioni generali sono stampate su moduli o formulari che l’aderente è invitato a sottoscrivere;

le eventuali clausole aggiunte a questi modelli sostituiscono quelle predisposte anche se non

cancellate. La logica secondo cui si cerca di richiamare l’attenzione del contraente sulla vessità di

ciò che si sta firmando, non funziona sulla realtà a causa di comportamenti derivanti da pigrizia e

negligenza; tuttavia va anche considerato una sorta di implicita consapevolezza che il bene o non

può essere ottenuto da altri fornitori o ottenuto a condizioni migliori, riducendo ai minimi termini

l’autonomia contrattuale.

CONTRATTI NORMATIVI

A differenza delle condizioni generali del contratto e dai contratti preliminari, il contratto normativo

è un accordo con cui le parti fissano il contenuto di un futuro negozio, con il solo obbligo, qualora

si voglia stipularlo, di inserivi il predeterminato contenuto contrattuale; a differenza del contratto

preliminare non sorge l’obbligo di concludere un futuro accordo.

CONTRATTI DEL CONSUMATORE

Le recenti normative hanno dimostrato un interesse tanto rilevante alla difesa della figura e gli

interessi del consumatore, quale contraente debole per eccellenza, da parlare di diritto dei

consumi, specie in tema di informazione e trasparenza (precontrattuale e nel corso del rapporto).

Tutte le normative ruotano intorno a due importanti figure: l’imprenditore o professionista, quale

persona fisica o giuridica, individuale o collettiva, pubblica o privata; e il consumatore quale

persona esclusivamente fisica, che stipula contratti per l’acquisto di beni o servizi forniti dal

professionista.

La spinta della direttiva comunitaria del ’93, ha spinto nel 2005 il governo tramite decreto

legislativo a elaborare una apposita normativa speciale che integrasse le normative di settore (es.

contratti conclusi fuori dai locali commerciali, contratti turistici, ecc.) e la disciplina generale del

codice civile (1469 da bis a sexties), al fine di attuare un controllo contenutistico per verificare

l’equità e l’equilibrio sostanziale del regolamento contrattuale.

Tra le cause individuate che realizzano una significativa situazione di squilibrio economico delle

prestazioni, abbiamo:

Violazione principio di buona fede oggettiva (violazione in particolare del principio di diligenza e

- correttezza professionale);

Presenza delle c.d. clausole vessatorie: criteri di valutazione per il giudizio di vessatorietà, sono

- dati dalla distinzione del codice tra clausole sospette (si presumono vessatorie salvo prova

contraria del professionista), assolutamente vessatorie e clausola generale (corrispondono alla

nozione di clausola vessatoria, cioè quella che determinano a carico del consumatore un

significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, violando la buona fede

oggettiva). Le seconde clausole sono automaticamente nulle, nelle altre ipotesi invece la nullità è

subordinata alla prova che la clausola sia stata messa nel contratto senza la trattativa tra le parti.

Vale inoltre una regola ermeneutica (di interpretazione) a favore del consumatore, cioè nel dubbio

si interpreta a favore del consumatore.

Il codice del consumo contempla ben 20 tipi di clausole sospette (quelle assolute non ammettono

prova contraria), che ammettono la prova contraria; volendone citare alcune:

Esclusione totale o limitazione delle responsabilità del professionista in caso di morte del

- consumatore per fatto o omissione del professionista;

Esclusione o limitazione del consumatore a esercitare qualunque azione nei confronti del

- professionista;

Estensione al consumatore di clausole che non conosceva al momento della stipula del contratto.

- La elencazione di queste situazioni non è tassativa ma aperta: se il consumatore si rendesse

conto che c’è una condizione del contratto che rende iniquo il rapporto con il professionista, può

sempre farla valere in giudizio chiedendo che venga conosciuta il carattere della vessatorietà.

Oltre la tutela individuale è prevista anche quella collettiva, per cui le associazioni rappresentative

dei consumatori e dei professionisti e le camere di commercio possono chiedere al giudice un

provvedimento di inibitoria delle’’uso delle condizioni generali di contratto vessatorie e degli atti

lesivi degli interessi degli aderenti. Con la class action, se una collettività di consumatori si trovano

in uno stesso luogo e acquistano lo stesso prodotto, da cui ricevano dei danni, questi possono

esercitare una unica azione come parte lesa al fine del risarcimento dei danni (es. condomini in un

edificio)

Il codice contempla una tutela per il consumatore per le pratiche commerciale scorrette, quali in

fase di pubblicizzazione e commercializzazione di un bene o servizio per cui risultano qualità dello

stesso non corrispondenti alla realtà (falsità sulla qualità del bene); altro caso è quello delle

pratiche aggressive, cioè pratiche di pressione da parte del professionista nei confronti del

consumatore fino a condurlo a stipulare un contratto e/o fargli scendere ad un compromesso a cui

egli non sarebbe giunto, fino ad arrivare in taluni casi agli estremi della violenza morale e fisica.

CONTRATTI FRA IMPRESE

Il disequilibrio dei rapporti di forza fra le parti non si manifesta soltanto nella relazione

imprenditore-consumatore, ma anche nei rapporti fra imprenditori, tali da costituire la fattispecie

della c.d. subfornitura e dell’abuso di dipendenza economica. L’impresa debole è esposta, così

come il consumatore, all’imposizione del contenuto del contratto da parte dell’imprenditore forte,

all’insicurezza sul rispetto dei propri diritti, anche in relazione al fatto che la sopravvivenza stessa

dell’impresa può dipendere dal mantenimento dei rapporti con quella forte.

Abuso di dipendenza economica: la legge 192/98 vieta, “l’abuso da parte di una o più imprese

- dello stato di dipendenza economica nel quale si trova, nei suoi o nei loro riguardi, un’impresa

cliente o fornitrice”. La dipendenza economica viene ravvisata nella “situazione in cui un’impresa

sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra impresa, un eccessivo

squilibrio di diritti e obblighi”, tenuto anche conto della possibilità per l’impresa vittima “di reperire

sul mercato alternative soddisfacenti”. La sanzione dell’abuso è duplice: la nullità del patto

tramite il quale si realizza e il risarcimento del danno derivante dal comportamento abusivo. La

legge, inoltre, accorda alla parte che subisce l’abuso l’azione inibitoria.

Subfornitura: è una particolare ipotesi di dipendenza economica, frutto dalle sempre più diffuse

- forme di decentramento produttivo, consistente nell’affidamento, tramite contratto, di una

impresa (solitamente di piccola-media dimensione senza possibilità di accesso al mercato) di

una fase del ciclo produttivo (lavorazioni materiali del committente, realizzazioni di prodotti ecc.)

di imprese committenti (normalmente imprese di grandi dimensioni che dispongono di un largo

ventaglio di subfornitori, effettivi o potenziali). Il subfornitore è privo di alcun potere contrattuale

significativo nei confronti del committente sì da stare in una situazione di dipendenza

economica.

Di qui, la specifica normativa di tutela che:

- mira a garantire maggior rigore in ordine alla forma e al contenuto del contratto al fine di sottrarre

il subfornitore a possibili arbitri o modifiche unilaterali dello stesso da parte del committente;

- tende ad assicurare il più possibile il subfornitore sull’adempimento del committente e sulla

ragionevole prevedibilità del contenuto delle sue prestazioni, che spesso nel contratto vengono

modulate in base alle mutevoli esigenze della controparte.

CONTRATTO TELEMATICO

Importante distinzione è fra:

Contratto automatico: è stipulato tramite un apparecchio che effettua la prestazione

- meccanicamente a seguito dell’inserimento di una moneta da parte dell’utilizzatore (es.

distributori automatici);

Contratto ad oggetto informatico: oggetto del contratto è un prodotto informatico (es.

- hardware o software, in cui la trasmissione telematica o on-line non è indispensabile;

Contratto telematico (o virtuale): accordo, frutto di proposte e accettazioni, tra soggetti che

- utilizzano strumenti informatici (terminali connessi) tra loro collegati e che sono

reciprocamente assenti. Tali strumenti non vanno considerati come mezzi per perfezionare

o concludere l’accordo, ma solo per eseguirlo (potrei concludere un accordo off-line ma

eseguirlo on-line: es. trasferimento di fondi). Si applicano le norme codicistiche, quando

non derogate da quelle speciali. Circa la conclusione o perfezionamento dello stesso,

questo avviene on-line nell’istante in cui l’accettazione dell’oblato giunge all’indirizzo del

proponente e nel luogo fisico in cui si trova il server; nelle connessioni in tempo reale, cioè

prive di memorizzazione di messaggi, il tempo e luogo dipendono dal momento e dal luogo

nei quali il proponente ha effettiva conoscenza dell’accettazione (principio di conoscenza o

teoria della cognizione). Si esclude nei contratti telematici data la rapidità di viaggio della

dichiarazione, la revoca delle dichiarazioni contrattuali (la revoca dovrebbe giungere prima

della dichiarazione); inoltre è prevista la presenza di clausole vessatorie, da accettare con

doppia cliccata sulla stessa.

Strumenti per la individuazione della disciplina sono:

rilevanza della funzione contrattuale: dato che la novità telematica riguarda più che altro la

- forma della manifestazione, non la funzione/sostanza, mediante telematica è possibile

concludere praticamente qualsiasi contratto.

rilevanza del mezzo e delle modalità di comunicazione utilizzate: posto che il decreto leg.

- 70/2003 disciplina solo il commercio elettronico diretto e le fasi on-line del commercio

elettroni indiretto, circa le modalità utilizzate, si parla di obbligazioni informative

precontrattuali inderogabili (a prescindere dei mezzi e dei contraenti) a carico del

produttore di beni o servizi della società dell’informazioni, al fine da garantire una maggiore

consapevolezza dell’utente sui contenuti e sulle conseguenze che potranno derivare (dette

informazioni generali obbligatorie, informazioni per le comunicazioni commerciali e

informazioni dirette alla conclusione del contratto); ulteriori obblighi informativi successivi

alla conclusione dell’accordo (riepilogo delle condizioni sottoscritte, informazioni relative

alle caratteristiche essenziali del bene o sevizi e indicazioni dettagliate del prezzo ecc.); vi

è un obbligo di invio della ricevuta.

rilevanza dei soggetti contraenti: il contratto telematico concluso da un consumatore

- residente in Italia sarà disciplinato dalle norme dell’ordinamento italo comunitario; nel caso

di soggetti non consumatori la normativa dipende dalla volontà, dal mezzo, ecc.

PATOLOGIA NELLA FASE GENETICA DEI CONTRATTI

INVALIDITA’ NEGOZIALE

L'atto negoziale si può definire esistente quando tutti gli elementi che ne qualificano la struttura

possono dirsi posti in essere nella forma richiesta dalla legge. Dall' esistenza, nozione che vale

semplicemente ad individuare il momento del perfezionamento della fattispecie negoziale, devono

essere tenute distinte le nozioni di validità e di efficacia. La validità ha a che fare con la conformità

dell'atto alla legge e nello specifico all’assenza di patologie congenite negli elementi essenziali e

accidentali del contratto. L'efficacia attiene invece all'attitudine dell'atto a sortire gli effetti di cui è

capace. I due concetti devono essere tenuti ben distinti l'uno dall'altro: l'atto valido è, per lo più,

anche efficace, mentre non è detto che un atto invalido sia anche inefficace: inefficace è l'atto

nullo ( quod nullum est nullum producit effectum ), ma non quello annullabile. Sia a riguardo degli

elementi essenziali, che anche quelli accidentali, l’eventuale vizio/perturbamento originario o

sopravvenuto del negozio costituisce la c.d. patologia del negozio, possibile causa di invalidità

dello stesso. Pur non rientrando nella categoria della invalidità negoziale, in quanto non

necessariamente affetto da patologia, è interessante citare la:

Inefficacia: l’atto negoziale è inefficace quando pur essendo valido, non è in grado di produrre i

 suoi effetti tipici, in virtù di condizione sospensiva e di termine iniziale. L’unico caso in cui la

inefficacia non si distingue dalla invalidità, è quando un negozio è viziato da nullità, in quanto il

negozio è allora inefficacie (tale situazione è però conseguenza della nullità, quindi non si

devono confondere). Si distingue tra:

Inefficacia temporanea e definitiva;

o Inefficacia assoluta e relativa;

o Inefficacia originaria e sopravvenuta.

o

Circa le forme di patologia del negozio, bisogna distinguere tra:

Vizi (anomalie/perturbamenti) congeniti alla struttura interna del negozio, che costituiscono la c.d.

invalidità negoziale: istituto non espressamente disciplinato dall’ordinamento che comporta

l’inidoneità a produrre effetti fin dall’inizio (nullità) o la precaria stabilità di questi (annullabilità). In

linea generale interviene a seconda della gravità delle specie di invalidità:

Nullità: ai sensi del 1418 e seguenti, l’atto negoziale è nullo nei casi tassativamente previsti

 dalla legge e nello specifico per mancanza di uno dei requisiti essenziali del contratto (1425) o

contrarietà a norme imperative, ordine pubblico e buon costume; l’istituto è posto a tutela di

valori superiori e interessi generali, sì che può essere rilevata d’ufficio e la legittimazione a far

valere giudizialmente i vizi (azione di nullità), di carattere imprescrittibile (salvo prescrizione

azione di ripetizione), spetta a chiunque ne abbia interesse (1421), ciò salvo nullità parziale,

che per ragioni di carattere individuale dell’interesse protetto, la legittimazione è limitata ad

alcuni soggetti (disposizione di beni pignorati).

L’atto nullo non produce effetti fin dall’origine e non può essere convalidato/sanato. A

differenza della annullabilità, l’azione di nullità è di mero accertamento, sicché la sentenza del

giudice è solo dichiarativa di una nullità e non modifica una situazione giuridica preesistente.

La distinzione tra nullità e annullabilità si fa più sfumata davanti alla c.d. "nullità di protezione",

particolare disciplina dell'azione di nullità posta a tutela più che ad un interesse pubblico ad un

equo e trasparente mercato, ad un interesse individuale riferibile alla parte debole del rapporto

(consumatore ad es.), che solo questo è legittimato ad esperire. Rientrano nella nullità i

seguenti vizi:

Mancanza della volontà/consenso: l’accordo delle parti, quali requisito essenziale del

o contratto, è l’incontro delle volontà delle parti in relazione al regolamento di interessi,

che può avere efficacia costitutiva, modificativa o estintiva di un rapporto contrattuale.

Non sono rilevanti le dichiarazioni di apparente contenuto giuridico fatte a scopo

rappresentativo (recita teatrale), didattico o per gioco e qualora il dichiarante abbia nel

proprio intimo una dichiarazione differente da quella manifestata, tale riserva mentale è

irrilevante per il principio dell’auto-responsabilità. Qualora una o entrambe le volontà

non sono manifestate all’esterno tramite dichiarazione, quindi manchi, il contratto è

nullo.

Simulazione o accordo simulatorio: ai sensi del 1414 è l’accordo (solitamente

o documentato per iscritto per costituire un mezzo di prova della simulazione: detta

controdichiarazione) che le parti apparentemente concludono di fronte ai terzi

(creditore, fisco, ecc.), ma che in realtà non vogliono o vogliono la produzione di effetti

diversi. A produrre gli effetti è il contratto dissimulato (nel rispetto del contenuto e della

forma) e non quello simulato (però rientra nella inefficacia e non nella invalidità). La

simulazione è vietata o nulla dall’ordinamento solo quando intenda perseguire interessi

illeciti o scopi fraudolenti (eludere l’applicazione di una norma imperativa, ecc.); non può

inoltre essere opposta a terzi acquirenti dell’interposto in buona fede (è presunta ed è

sufficiente al momento dell’acquisto).

È necessario distinguere fra simulazione assoluta (le parti fingono di porre in essere un

negozio ma in realtà non ne intendono costituire alcuno: es. per sottrarre i beni alle

pretese creditorie, fingo di alienarlo ma in realtà ne rimango proprietario) e relativa (le

parti fanno apparire un negozio diverso, detto simulato, da quello effettivamente

concluso, detto dissimulato: simulo una compravendita ma voglio una donazione). Si

discorre all’interno della simulazione oggettiva relativa, anche della simulazione

soggettiva o interposizione: si parla a sua volta di interposizione fittizia (accordo

trilaterale tra alienante, interponente e acquirente interposto o prestanome) e reale

(l’alienante non partecipa all’accordo interpositorio tra interponente, colui che ha

interesse per l’interposizione, e l’acquirente interposto, il quale ha successivamente

l’obbligo di ritrasferire il bene all’interponente; rientra nella rappresentanza indiretta).

Mancanza, illiceità e immeritevolezza della causa, quale sintesi degli effetti essenziali:

o gli atti di autonomia negoziale sono soggetti ad un duplice controllo: liceità (art.1343

c.c.) e meritevolezza (art.1322 c.c.) della causa. Nel valutare la liceità dell’atto,

l’ordinamento giuridico impone un controllo diretto a valutare eventuale contrasto con le

norme imperative, l’ordine pubblico ed il buon costume, nonché qualora vi sia un motivo

illecito comune ad entrambi le parti. L’illiceità della causa, comporta la nullità del

contratto; cos’ come, quando il contratto costituisce il mezzo per eludere le norme

imperative (contratto in frode alla legge, 1344). Nel valutare la meritevolezza dell’atto,

l’ordinamento giuridico impone un controllo diretto a realizzare l’idoneità dell’atto stesso

a rispondere ad una funzione giuridicamente e socialmente utile, cioè ad attuare valori

fondamentali dell’ordinamento.

Infine ai sensi del 1418 per il principio causale, determina la nullità dello stesso la

mancanza o irrealizzabilità della causa (es. acquisto di un bene già di proprietà del

compratore).

Mancanza dell’oggetto e difetto dei suoi requisiti: ai sensi del 1418 il contratto è nullo

o quando è privo dell’oggetto, oppure quando l’oggetto è affetto da patologia, in

particolare impossibile o indeterminabile. Il contratto illecito si distingue da quello

illegale, inidoneo a produrre effetti in quanto sprovvisto di certi requisiti.

Difetto della forma: Il contratto è nullo per mancanza della forma soltanto quando

o questa risulta requisito essenziale per l’ordinamento (forma ad substantiam). Non è

rilevabile dal giudice e può essere esperita l’azione di nullità da chiunque ne abbia

interesse.

Annullabilità: ai sensi del 1425 e seguenti, l’atto negoziale è annullabile quando presenta un

 vizio genetico (inerente agli elementi essenziali) che si concretizza in una violazione di regole

poste a tutela degli interessi individuali delle parti; il negozio è efficacie dalla sua conclusione,

ma in modo precario, in quanto può essere eliminata tramite sentenza costitutiva (modifica una

situazione giuridica preesistente) o può essere stabilizzata qualora il legittimato eserciti il

potere di convalida (1444) o lasci scadere il termine prescrizionale dell’azione (1442). Per la

natura degli interessi che va a tutelare, ai sensi del 1441 è legittimata a domandare

l’annullamento solo la parte (e non il giudice d’ufficio) nel cui interesse è stabilito dalla legge

(minore incapace o suo legale rappresentate, persona caduta in errore, ingannato o

minacciato nelle ipotesi di vizi della volontà). L’azione di annullamento si prescrive entro 5

anni, tuttavia per i vizi della volontà il tempo decorre dal giorno nel quale è cessata la violenza

o è stato scoperto l’errore e il dolo; in caso di incapacità legale, dal giorno nel quale è cessato

lo stato di interdizione o inabilitazione; per il minore dal giorno nel quale ha raggiunto la

maggior età. Difetti che fanno parte di questo istituto sono:

Incapacità legale e incapacità naturale: ai sensi dl 1425, l’atto negoziale è annullabile se

 posto in essere da un soggetto legalmente incapace di agire (salvo gli atti in cui conserva

la capacità); può essere richiesto l’annullamento da chi esercita la potestà sul minore,

l’amministratore di sostegno, l’inabilità assistito dal curatore, dal tutore dell’interdetto e in

caso di condanna penale da chiunque ne abbia interesse. Se il minorenne ha con raggiri

occultato la sua minore età il contratto si considera valido. Sono annullabili gli atti e i

contratti compiuti dal soggetto incapace naturale cioè concretamente incapace di intendere

e di volere l’atto realizzato, purché egli provi la incapacità naturale nel momento di

sottoscrizione del contratto e allo stesso tempo la mala fede dell’altro contraente.

Vizi della volontà: ipotesi in cui la volontà di uno dei contraenti si è formata non in maniera

 libera e spontanea, bensì in modo viziato a causa ed in conseguenza di un fattore esterno

o del comportamento dell’altra parte o di un terzo. Si distingue tra:

Errore (1428 e seguenti): falsa rappresentazione della realtà che si determina senza il

o concorso di altri soggetti e determina la divergenza tra quanto voluto e dichiarato, oltre

che l’annullabilità del contratto. I requisiti dell’errore, sono l’essenzialità (quando

investendo il contenuto del contratto, nella natura, oggetto, ecc., incide in modo

determinante sulla formazione della volontà) e riconoscibilità (quando l’altra parte,

usando la normale diligenza, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto o

alla qualità dei contraenti, non abbia potuto rendersene conto). L’errore può essere di

fatto (determinato da una falsa conoscenza dei fatti, persone o cose) o di diritto

(determinato da falsa conoscenza dell’ordinamento). Altra importante distinzione è fra

Errore vizio/motivo (Falsa rappresentazione della realtà che induce una parte a

concludere un contratto) e errore ostativo (Falsa formulazione nel mezzo usato per

esternare la volontà).

Dolo: falsa rappresentazione della realtà che si determina da causa imputabile alla

o controparte o un terzo (a differenza dell’errore che non è imputabile). Il dolo può

consistere in comportamenti sia commissivi (false comunicazioni o altri fatti idonei a

creare una falsa rappresentazione della realtà) che omissivi (mancate omissioni o

menzogne su circostanzi rilevanti alla controparte). Importante è distinguere fra dolus

malus (causa di annullamento del negozio) e dolus bonus (non costituente dolo, in

quanto in uso comune nella pratica commerciale e scopribile con la normale diligenza).

Ultima distinzione è fra dolo determinante (se senza il dolo non si sarebbe concluso il

contratto) e incidente (influisce sulle condizioni contrattuali in modo diverso da quelle

che normalmente si sarebbero concluse).

Violenza (1434): si ha qualora la controparte o terzo coarta la volontà dell’altro

o stipulante; la violenza deve essere seria e tale da far impressione sopra una persona

sensata e farle temere di esporre sé e i propri beni a un male ingiusto e notevole. Si

distingue fra violenza fisica (coazione psichica che agisce sulla volontà della vittima

inducendola a stipulare per sottrarsi al male minacciato) e morale (coazione materiale

che esclude la volontà del contraente). La violenza morale comporta l’annullabilità del

contratto quando il male minacciato è ingiusto e notevole, anche se la minaccia

proviene da un terzo estraneo al contratto; non comportano l’annullabilità del contratto

né la minaccia di far valere un diritto, né il mero timore reverenziale. La violenza fisica

comporta la mancanza della volontà e quindi la nullità del contratto.

RECUPERO DI UN NEGOZIO INVALIDO

Ai sensi del 1423, “il contratto nullo non può essere convalidato, se la legge non dispone

diversamente”, norma che richiama l’importanza dei valori superiori che la nullità tenta di tutelare.

Eccezioni perlopiù dottrinali alla norma sono: conferma del testamento e della donazione nulla e

trascrizione c.d. sanante.

La nullità parziale del contratto o di una singola clausola importa la nullità dell’intero contratto se

risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del contenuto colpita dalla

nullità (nullità parziale), salvo che la clausola nulla non sia sostituita di diritto da norme imperative

(sostituzione automatica di clausole). Nei contratti conclusi fra più parti la nullità del vincolo di una

sola parte non provoca la nullità dell’intero contratto a meno che la sua partecipazione non debba

considerarsi essenziale.

Conversione del negozio nullo: principio posto a fondamento dell’istituto è quello della

conservazione del negozio. Distinguiamo tra:

Conversione sostanziale “Il contratto nullo può produrre gli effetti di un contratto diverso, del

o quale contenga i requisiti di sostanza e di forma (requisito oggettivo), qualora, avuto riguardo

allo scopo perseguito dalle parti, debba ritenersi che esse lo avrebbero voluto se avessero

conosciuto la nullità (requisito soggettivo)” (art.1424 c.c.)

Conversione formale: interviene automaticamente quando il negozio è nullo per difetto della

o forma adottata, ma possiede i requisiti di altra forma valida. Il nuovo negozio è identico, sotto il

profilo del contenuto, al negozio nullo.

Convalida del negozio annullabile: atto con il quale il soggetto legittimato alla proposizione

dell’azione di annullamento manifesta, invece, l’intento di rendere il contratto invalido

definitivamente efficace (art.1444 c.c.). Si distingue tra:

• convalida espressa → il soggetto che convalida il contratto lo fa attraverso un atto

espresso che contiene la menzione del contratto stesso, del motivo di annullabilità e della

dichiarazione di convalida. Tale atto è un negozio unilaterale, non recettizio;

• convalida tacita → il soggetto che convalida il contratto lo fa tacitamente, dando

esecuzione al contratto pur conoscendo il motivo di annullabilità.

Per stabilizzare gli effetti del contratto annullabile per errore, si parla di rettifica, quale negozio

accessorio unilaterale recettizio, con il quale il contraente non in errore, offre di eseguire la

prestazione in modo conforme al contenuto e alle modalità del contratto che quella intendeva

concludere al fine di evitare l’annullamento del negozio; la rettifica ha fondamento nella clausola

generale di buona fede e nel principio di conservazione del contratto.

Rescissione (1447 e seguenti): riguarda un vizio genetico attinente alla conclusione del

 contratto e tutelante, in ipotesi e condizioni tassativamente previste dell’ordinamento,

l’equilibrio della contrattazione. Pur accostandosi con la sua disciplina alla invalidità (la quale

tutela in primis la libera formazione della volontà e non l’equilibrio contrattuale) e risoluzione

del contratto (il vizio qui è funzionale o sopravvenuto), se ne differenzia. Dobbiamo distinguere

tra:

1. Rescissione del contratto concluso in stato di pericolo: è rescindibile il contratto con il quale

una parte ha assunto obbligazioni a condizioni inique, per la necessità nota alla controparte, di

salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Condizioni/requisiti sono:

Stato di pericolo attuale: pericolo attuale (non futuro e temuto) al momento della

o stipulazione del contratto e deve minacciare un danno grave al contraente o altri (non

beni).

Iniquità/sproporzioni delle condizioni contrattuali;

o Conoscenza dello stato di pericolo dalla la parte avvantaggiata.

o

Conseguenze sono oltre la rescissione a seguito di accertamento del contratto, la potenziale

assegnazione del giudice, in base alle circostanze, di un equo compenso alla parte per la

prestazione eseguita.

2. Rescissione del contratto concluso in stato di bisogno: è rescindibile il contratto conclusi in

stato di bisogno, in cui sussistano i requisiti:

Lesione ultra dimidium: la sproporzione fra le due prestazioni deve essere di entità tale

o che l’una vale il doppio dell’altra.

Stato di bisogno di uno dei contraente: non riguarda necessariamente una situazione

o d’indigenza, ma qualsiasi condizione di difficoltà economica, anche transitoria, che però

è rilevante per la parte.

Conoscenza dello stato di bisogno: approfittamento dell’altro contraente, purché

o sussista la consapevolezza del bisogno altrui e della lesione ultra dimidium.

Conseguenze sono la rescissione con sentenza costitutiva con efficacia retroattiva; la non

convalidabilità del contratto, ma potenziale modificazione attraverso riduzione ad equità

(offrendo una ulteriore prestazione sì da riequilibrare le prestazioni); la prescrizione dell’azione

entro 1 anno; la inapplicabilità ai contratti aleatori; non pregiudica i diritti acquistati dai terzi,

salvo gli effetti della trascrizione della domanda di rescissione

Vizi sopravvenuti (non originari) nel rapporto contrattuale: sciogliere il contratto significa far

venire meno il vincolo e gli effetti da esso prodotto; ai sensi del 1373, cause di scioglimento del

contratto (non solo quindi di vizi sopravvenuti) sono:

Annullamento;

 Rescissione;

 Recesso (1373 e seguenti): negozio unilaterale recettizio che trasferisce la facoltà, legale o

 volontaria, unilaterale o plurilaterale, concessa ad una parte, nel rispetto di un termine preciso

o determinabile, di liberarsi unilateralmente dal vincolo assunto. La volontà di recedere può

essere portata con ogni mezzo ed è sempre possibile che il destinatario ne abbia avuto

conoscenza.

Risoluzione: risoluzione significa scioglimento, cioè venuta meno del rapporto contrattuale, gli

 effetti prodotti dallo stesso con efficacia retroattiva. La risoluzione opera in presenza di

contratti a prestazioni corrispettive, sì che un difetto sopravvenuto nel rapporto, determina una

disfunzione nel legame (sinallagma) tra le prestazioni che sono l’una in funzione dell’altra e

quindi della causa. Si parla qui a differenza, oltre che della invalidità, della rescissione, di

difetto funzionale della causa e non di difetto genetico. Prima grande distinzione è tra:

Risoluzione consensuale: meglio anche detta ai sensi del 1373 come mutuo dissenso, quale

comune volontà delle parti di risolvere il vincolo contrattuale, consistente in un nuovo contratto

il cui effetto è irretroattivo, in quanto con finalità opposta al contratto originario;

Risoluzione legale: comprende ipotesi espressamente previste dall’ordinamento, in cui una

parte, senza il consenso dell’altra, esercitando unilateralmente un diritto potestativo determina

lo scioglimento del rapporto contrattuale. Le ipotesi/fattispecie di risoluzione legali sono 3:

Risoluzione per inadempimento (1453 ss.): nei contratti a prestazioni corrispettive, se una

- delle parti non adempie la propria obbligazione, l’altra può a sua scelta chiedere

l’adempimento qualora permanga l’interesse anche tardivo affinché sia eseguita la prestazione

non ancora adempiuta (c.d. domanda di adempimento) o la risoluzione del contratto tramite

azione giudiziale, sì che pur perdendo il diritto a ricevere la prestazione, la parte non deve la

sua o se l’ha già eseguita può richiedere la restituzione (salvo comunque il risarcimento del

danno). L’adempimento è la soluzione preferibile per l’ordinamento in quanto si ottiene quanto

voluto e conforme al principio generale della conservazione dei rapporti giuridici. Invece la

risoluzione non è gradito come rimedio, in quanto la cessazione di una operazione economica,

può farne saltare anche altre. È necessario distinguere all’interno di questa prima specie tra:

Risoluzione giudiziale: mentre se si chiede l’adempimento si può chiedere successivamente

o tramite domanda la risoluzione, non è possibile l’inverso, in quanto con la richiesta di

risoluzione la parte dimostra implicitamente da non avere più alcun interesse

all’adempimento; inoltre la parte inadempiente nulla può fare per bloccare la domanda, cioè

eseguire in ritardo la prestazione. La sentenza di risoluzione ha efficacia costitutiva, ma

necessità di accertamento che l’inadempimento non abbia scarsa importanza per aver

spezzato il vincolo contrattuale.

Risoluzione extra-giudiziale (o di diritto): La risoluzione in alcune fattispecie può operare

o senza necessità di sentenza; ai sensi dell’art. 1454-1456-1457 la risoluzione si determina

precedentemente e il giudice si limita a riconoscerne l’avvenuta, pronunciando una sentenza

che è quindi dichiarativa:

Diffida ad adempiere (1454): atto unilaterale e recettizio con il quale il contraente,

o adempiente o in procinto di adempiere, intima al debitore inadempiente di farlo entro un

dato termine. Con quest'atto infatti una parte manifesta da un lato una

volontà conservativa del contratto in caso d'adempimento nel termine assegnato o, in

mancanza, quella risolutiva del contratto stesso che, in questo modo, si risolve

automaticamente e extra-giudiziale in virtù della diffida inviata. In mancanza

dell’espresso avvertimento, la scadenza del termine determina non la risoluzione ma la

costituzione in mora.

Clausola risolutiva espressa (1456): i contraenti possono convenire espressamente che

o il contratto si risolva qualora una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo

le modalità stabilite, per se l’inadempimento sia di scarsa importanza. La parte nel cui

interesse della quale la clausola è prevista, ha il potere di scegliere se produrre la

risoluzione del contratto dichiarando all’altra parte di volersi avvalere della clausola,

oppure chiedere l’adempimento.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuseppe Di palma di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof Mantucci Daniele.

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