Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

nell’esercizio delle incombenze cui sono adibiti. Il 2053 afferma che il proprietario di un edificio o

di altra costruzione risponde della rovina dell’ edificio stesso salvo che provi che questa non è

dovuta a difetto di manutenzione o a vizio di costruzione. In questi casi il legislatore, facendo

prevalere la funzione riparatoria della responsabilità civile, ritiene che il criterio sul quale vada

attribuita la responsabilità non debba essere quello del dolo o della colpa ma debba essere un

criterio alternativo che potremmo individuare nel rischio. Sono tutte fattispecie di responsabilità per

rischio. E’ rischio quello di chi svolge attività pericolose, è rischio quello di chi conduce un

autoveicolo, … Alla base vi è una situazione di rischio, inteso come pericolo di danno. Di questa

situazione di rischio qualcuno si deve fare caso ( datore di lavoro, proprietario, conducente,…),

sono i soggetti che si trovano nella miglior condizione per prevenire il danno. Sono casi di

responsabilità oggettiva.

Lezione 2

Parte 1

Se uno è incapace di intendere e di volere e stipula un contratto che regola vale? L’ ordinamento

sanziona con lo strumento della annullabilità la conclusione di contratti nei quali la volontà sia

viziata ( errore, violenza o dolo) o nei quali la volontà sia mal formata per effetto di un vizio di

capacità del soggetto contraente. Nella stipula di un contratto la volontà non deve risultare viziata e

deve essersi formata validamente ( presenza di capacità). La soluzione alla domanda di apertura non

può essere semplicemente “ è annullabile”. Questo perché in ambito contrattuale vige il principio

dell’affidamento ( che non opera in materia extra-contrattuale), cioè va protetta la fiducia che

ciascuna delle parti ripone nelle affermazioni dell’ altra. Vi è quindi una regola di equilibrio

utilizzata dall’ ordinamento per far fronte ai due interessi contrapposti, e cioè, tendenzialmente lo

stato di incapacità va protetto con la annullabilità ma questa opera solo se la controparte era in mala

fede. Mala fede vuol dire possibilità di percepire o effettiva percezione dello stato di incapacità

della controparte. L’ art. 428 c.c. afferma: “ Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta,

si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace di intendere o di volere al

momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona

medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all’ autore. L’

annullamento dei contratti non può essere pronunziato se non quando, per il pregiudizio che sia

derivato o possa derivare alla persona incapace d’ intendere o di volere o per la qualità del contratto

o altrimenti, risulta la malafede dell’ altro contraente”. La norma individua dei parametri presuntivi

che possono giustificare la malafede della controparte, di cui il principale è il pregiudizio che possa

derivarne alla parte incapace. Ma il pregiudizio può mancare del tutto e ciononostante il contratto è

comunque annullabile. Dobbiamo fare i conti con il fatto che non sempre gli atti negoziali di

autoregolamentazione dei propri interessi si esprimono nello strumento del contratto ( vd. procura,

remissione del debito,…). Cosa succede se io sono incapace di intendere o di volere nel momento in

cui rimetto il debito? Qui non può valere la regola del contratto, perché formalmente non c’è una

controparte. In questo caso il codice subordina l’annullamento dell’atto ( siamo pur sempre in

ambito negoziale) ad un presupposto diverso che non ha più a che vedere con un rapporto bi-laterale

o pluri-laterale ma ha a che vedere con l’elemento del grave pregiudizio. Se c’è grave pregiudizio

questo giustifica la caducazione dell’atto attraverso l’annullamento, se manca il grave pregiudizio

questo rimedio non è possibile. Perché? Perché uno che si immette nel traffico giuridico in qualche

modo pone in essere dei comportamenti che hanno effetti anche sulle altre persone. Il concetto di

grave pregiudizio va valutato, non è un concetto assoluto ma relativo che varia in ragione delle

persone che sono coinvolte. Torniamo alla nostra panoramica generale in materia di illecito.

Colpevolezza. E’ un concetto che comprende in sé i due aspetti diversi del dolo e della colpa. Non

ci può essere responsabilità del soggetto danneggiante se la condotta non si contraddistingue per il

fatto di essere dolosa o colposa, salvo che non si versi in una fattispecie di responsabilità oggettiva.

In questa ipotesi l’elemento che giustifica l’ attribuzione di responsabilità è il rischio. Quanto al

dolo, non è particolarmente difficile accertarlo perché qui c’è un rapporto di consequenzialità diretta

fra l’evento dannoso che si è prodotto e l’intenzione di produrlo. Può essere meno agevole ricercare

l’ esistenza di una condotta colposa. Vi sono diversi livelli di intensità della colpa. Ad una colpa

lieve si contrappone una colpa grave e in tempi passati si contrapponeva anche una colpa lievissima

( oggi desueta). La colpa è tanto più grave quanto maggiore è lo scostamento della condotta del

soggetto dallo standard di comportamento che avrebbe dovuto tenere. In materia di illecito questa

regola non ha peso, nel senso che la natura lieve o grave della colpa non ha una incidenza diretta

sulla sussistenza o sulla gravità della responsabilità per fatto illecito. La misura dell’ obbligo

risarcitorio si modella alla entità del danno e non al grado della colpa. Attenzione però, perché la

gravità della colpa riemerge in due situazioni: - concorso di colpa del danneggiato, - responsabilità

solidale. Art. 1227 : “ Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il

risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’ entità delle conseguenze che ne sono

derivate”. Questa norma, inserita in materia di obbligazioni, è rubricata concorso di colpa del

creditore, ma è una norma che in virtù di una regola di richiamo che è il 2056 vale anche in materia

di responsabilità extra-contrattuale ( quella di cui ci occupiamo). Art. 2056 – valutazione dei danni -

: “ il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli

1223, 1226 e 1227 ”. Noi quindi possiamo mettere al posto della parola creditore quella di

danneggiato ( nell’ 1227). Il danno può essere la conseguenza del combinarsi di due condotte

diverse. Ad esempio: persona che investe superando i limiti un’altra che attraversa repentinamente

dove non si poteva. Tanto più è stato negligente il danneggiato, tanto più terrà a suo carico una parte

delle conseguenze dannose. Tanto più lieve è stata la sua colpa/ scusabile la sua negligenza, tanto

più il danno verrà posto a carico del danneggiante.

Parte 2

L’ altra norma che dà rilevanza alla gravità della colpa in materia di causazione dell’ illecito è

quella sulla solidarietà. Cosa vuol dire obbligazione solidale? A ciascuno può essere chiesto l’

intero. L’ obbligazione parziaria è invece quella in cui il creditore può pretendere dal debitore

soltanto la sua quota. Come facciamo a sapere se una obbligazione è solidale o parziaria? C’è una

regola generale che afferma che in mancanza di una previsione diversa nel debito vale la regola

della solidarietà. Nel credito vale la regola inversa, ciascun creditore non può che pretendere dal

debitore o dai debitori che la quota di sua spettanza. L’ art. 2055 – responsabilità solidale- dice: “ Se

il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno.

Colui che ha risarcito il danno ha regresso contro ciascuno degli altri, nella misura determinata dalla

gravità della rispettiva colpa e dalla entità delle conseguenze che ne sono derivate. Nel dubbio, le

singole colpe si presumono uguali”. C’è quindi un principio: una volta soddisfatto il creditore il

creditore stesso esce di scena. Colui che ha pagato l’intero tuttavia si trova ad aver pagato anche per

gli altri. Allora costui è titolare dell’ azione di regresso, con la quale si rivale nei confronti degli

altri. L’ azione di regresso è una azione recuperatoria: chi ha pagato cerca di recuperare dagli altri le

rispettive quote di responsabilità. Queste quote non sono quote divise per teste ma c’è ( come nella

regola sul concorso di colpa) un criterio più preciso di allocazione delle responsabilità. Il criterio è

analogo a quello previsto per il 1227 : “ …gravità della colpa ed entità delle conseguenze…” . Le

quote di responsabilità degli altri, quindi, si stimano secondo i due soliti parametri: -gravità della

colpa degli altri, - entità delle conseguenze che sono derivate dalla condotta colposa degli altri.

Sono due parametri che vanno valutati assieme. Il 2055 contiene una ipotesi ulteriore rispetto al

1227 e cioè dice: “ in caso di dubbio le singole colpe si presumono uguali”. Il senso della norma è

questo: il danneggiato è esonerato dall’ onere di dover dimostrare esattamente chi ed in quale

misura ha concorso a produrre il suo danno. Il danneggiato può agire verso chiunque e farsi pagare,

il problema dell’ allocazione delle responsabilità non è problema suo, è un problema che diventa di

ripartizione interna e come abbiamo visto viene risolto secondo i criteri del 2055.

Ora iniziamo a parlare dei requisiti oggettivi dell’illecito affrontando il tema della natura della

lesione prodotta, intesa come criterio delimitativo della responsabilità del danneggiante. Abbiamo

già avuto modo di dire come non tutte le lesioni dannose giustificano un risarcimento del danno.

Ora ci soffermiamo sul tipo di lesione provocata. Il 2043 pur non dilungandosi certo su questo,

utilizza una aggettivazione sulla quale è quarant’anni che si discute. Tale aggettivazione è stata

oggetto di interpretazioni e applicazioni da parte dei giudici profondamente diverse. Ci riferiamo a

quella parte della norma che dice: “ Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno

ingiusto…”. E’ intuibile quindi che non tutti i danni siano automaticamente ingiusti. La sola

produzione di un danno non è sufficiente per qualificarlo nei termini della ingiustizia. Dunque ci

sono danni ingiusti e danni che ingiusti non sono. Il problema dell’ antigiuridicità ( o ingiustizia)

del danno lo si trova in una formula latina: il danno deve essere “non iure et contra ius”. Il danno

deve essere prodotto non in forza di una regola che lo giustifica e allo stesso tempo deve essere

compiuto in violazione di una situazione protetta dall’ ordinamento. La prima parte della formula fa

riferimento agli artt. 2044 e 2045 c.c. . Il 2044 dice che non è responsabile chi cagiona il danno per

legittima difesa di sé o di altri. Il 2045 afferma: “ Quando chi ha compiuto il fatto dannoso vi è stato

costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, e il

pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è

dovuta una indennità, la cui misura è rimessa all’ equo apprezzamento del giudice”. Nello stato di

necessità, rispetto alla legittima difesa, manca l’elemento dell’aggressione. Nello stato di necessità

non si condanna ad un risarcimento ma ad un indennizzo, questo perché non si riconosce l’

esistenza di un illecito, si è agito “iure” cioè secondo il diritto, tuttavia si condanna al pagamento di

un equo indennizzo. L’ altro tema è molto più difficile: problema della individuazione del tipo di

lesione provocata dal danneggiante e della creazione di una categoria di interessi che se lesi

giustificano il nascere della responsabilità. Per molto tempo si è ragionato nel nostro ordinamento

dicendo che non tutti i tipi di lesione provocati da un danneggiante fossero risarcibili, ma che

fossero risarcibili soltanto le lesioni di determinati interessi protetti dall’ ordinamento. La lesione di

un interesse diverso da quelli protetti dall’ ordinamento pur comportando un danno non comportava

la nascita di una obbligazione risarcitoria. Ad esempio, fino a dieci anni fa la lesione di un interesse

legittimo non dava diritto a risarcimento. L’ orientamento interpretativo che si era creato all’

indomani dell’entrata in vigore del codice civile ( 1942) ha interpretato il concetto di danno ingiusto

per circa trent’anni identificandolo nella lesione di un diritto soggettivo assoluto. Il diritto

soggettivo conferisce ad un soggetto un insieme di facoltà o di poteri a protezione di un suo

interesse individuale. I diritti soggettivi si distinguono in assoluti e relativi, a seconda del

destinatario cui si rivolgono. I primi ( diritto di proprietà, diritti della personalità,…) possono essere

azioni avverso chiunque, non hanno un destinatario determinato ( erga omnes). L’ esempio classico

di diritto soggettivo relativo è il diritto di credito. Quando nel 1949 l’aero del Torino cadde a

Superga, la società calcio Torino che agì contro la compagnia aerea lamentando di aver perso tutte

le prestazioni professionali dei propri calciatori si vide respingere la domanda perché il giudice a

quel tempo ritenne che la lesione di un diritto di credito ( qual era quello dalla società sportiva alla

prestazione professionale dei propri calciatori) non rientrasse nella nozione di diritto soggettivo

assoluto. Il passaggio che scardina questa posizione lo si ha all’ inizio degli anni ’70 con un altro

caso calcistico, quello del giocatore Meroni. Era un forte giocatore del Torino il quale fu investito

da un fan, Attilio Romero. In quel caso si andò in Cassazione discutendo se la lesione sofferta dalla

società calcistica che aveva perso la prestazione professionale del proprio calciatore potesse essere

oggetto di pretesa risarcitoria oppure no. Il problema quindi si pose negli stessi termini di quello di

Superga: la società fa valere la lesione di un diritto di credito ( prestazione professionale) e chiede il

risarcimento del danno. In questo caso la giurisprudenza ragionò diversamente e fece un passaggio

che superava l’ orientamento interpretativo precedente. Col caso Meroni si creò la categoria della

c.d. lesione aquiliana ( o extracontrattuale) del credito. In sostanza, se il calciatore Meroni avesse

rinunciato ad eseguire le sue prestazioni professionali a vantaggio della società che lo tesserava e

avesse deciso di farlo perché si era innamorato di una ballerina cubana e se ne era andato a Cuba

lasciando la squadra ed i compagni ad arrangiarsi, evidentemente avremmo avuto una lesione del

credito di natura contrattuale, cioè avremmo avuto semplicemente un debitore che non eseguiva più

le sue prestazioni. La Società avrebbe potuto in questo caso agire nei confronti del proprio debitore

pretendendo il risarcimento del danno ed eventualmente la risoluzione del contratto. Ma se la non

esecuzione della prestazione debitoria non dipende dal debitore, ma dipende dalla attività di un

terzo che impedendo al debitore di eseguire la prestazione pregiudica l’interesse del creditore alla

prestazione stessa allora in questo caso abbiamo pur sempre una lesione del credito ma la causa che

l’ha determinata anziché ricadere sulle spalle del debitore ricade sulle spalle di un soggetto diverso

che incidendo sul debitore gli impedisce di adempiere. Nel caso Meroni la giurisprudenza ha

ritenuto che non vi fossero ragioni tali che giustificassero la diversità di disciplina tra casi in cui un

fatto illecito ha determinato la lesione di un diritto soggettivo assoluto e casi in cui un fatto illecito

ha provocato la lesione di un diritto soggettivo relativo. Si è arrivati al principio che è quello per il

quale non ha senso distinguere sul piano della obbligazione risarcitoria le due fattispecie. Se

attraverso un comportamento illecito un danneggiante pregiudica non un diritto soggettivo assoluto

ma pregiudica un diritto di credito, la commissione della attività illecita giustifica la nascita di una

obbligazione risarcitoria che questa volta avrà ad oggetto il danno economico o non economico che

consegue alla lesione del credito. Dagli inizi degli anni ’70, allora, la categoria del danno ingiusto

tende ad ampliarsi. Fino ad allora tradizionalmente erano ingiusti ai fini risarcitori del 2043 solo le

condotte lesive di diritti soggettivi assoluti. Da quel momento in poi si ritiene che rientrino nella

categoria dei danni ingiusti anche le lesioni di diritti soggettivi relativi. L’ altro grande scoglio da

superare era quello che riguardava fatti illeciti che fossero lesivi di interessi legittimi. La ragione

dell’ esonero di responsabilità della Pubblica Amministrazione si fondava su un vero e proprio

privilegio, cioè si diceva che la P.A. agisce nell’ interesse della collettività e dunque se sbaglia non

la si può chiamare a rispondere perché ha sbagliato nello svolgimento di attività che servivano a

soddisfare un interesse generale. Era rimovibile l’atto amministrativo illegittimo ( il soggetto leso

aveva protezione dinnanzi al giudice amministrativo), ciò che mancava era un diritto al risarcimento

del danno in conseguenza della attività illecita. Qui il superamento della regola limitativa della

responsabilità si ha molto tempo dopo, si ha nel 1999 con la sentenza 500 delle Sezioni Unite. La

corte ha riconosciuto due principi importanti: 1- non v’è ragion d’essere del privilegio: se la P.A.

sbaglia lo sbaglio deve essere ripagato; 2- in caso di errore della P.A. è giustificato il risarcimento

del danno che derivi dalla attività amministrativa illegittima. Nel mezzo ( tra la sentenza Meroni e

la 500) c’erano stati molti altri passaggi, non così chiari, nei quali si era di volta in volta affermata

la risarcibilità del danno conseguente alla lesione di situazioni diverse da diritti soggettivi assoluti.

Pensiamo alla lesione del possesso, di interessi diffusi,… Vi erano state prese di posizione della

giurisprudenza ma non così chiare. Oggi ci si può chiedere se sia possibile ridefinire la categoria del

danno ingiusto di cui al 2043 e cioè arrivare ad una sua definizione non attraverso l’individuazione

e l’ enumerazione specifica di tutte le situazioni singole che se violate giustificano il risarcimento

del danno ( diritti soggettivi assoluti, relativi, interessi legittimi, possesso,…). Bene, oggi si ritiene

che non sia corretto arrivare ad una enumerazione delle varie categorie ma che si possa definire il

concetto di danno ingiusto attraverso una espressione omnicomprensiva che sia idonea a

comprendere tutte queste categorie. Oggi si ritiene che sia danno ingiusto la lesione di qualsiasi

interesse giuridicamente meritevole di protezione. Si è trovata una formula di chiusura, di carattere

generale, che consente di dire che tutte le volte in cui c’è lesione di un interesse giuridicamente

protetto lì ci sono i presupposti per configurare il danno ingiusto. Non ci dobbiamo più affannare a

dire: rientra o non rientra? La domanda che ci dobbiamo fare è: l’ interesse è protetto dall’

ordinamento? Se sì la sua lesione giustifica la sua qualificazione in termini di danno ingiusto e

dunque la risarcibilità del danno.

Lezione 3

Parte 1

Nesso di causalità. E’ un tema spinoso, che coinvolge questioni non soltanto di diritto, ma anche

filosofiche, epistemologiche, epistemologiche, epidemiologiche. Trascende il diritto. Il nostro

codice civile poi non detta una norma importante sul nesso di causalità, ma utilizza una espressione

stringata, che mette sotto sforzo l’ interprete. L’ art. 2043 dice: “ qualunque fatto doloso o colposo

che cagiona un danno ingiusto…”. “Cagiona” vuol dire che ci deve essere una relazione di causa-

effetto. Cioè, per addossare la responsabilità su qualcuno per qualche cosa, è necessario che quel

qualcuno abbia cagionato qualche cosa. La mancanza di una relazione causale non consente l’

attribuzione della responsabilità. Cagionare vuol dire che è stata causa. Questo è giusto, cioè ci deve

essere un rapporto di causa-effetto. Quali sono i due elementi che formano il nesso causale? Sono la

causa e l’ effetto. La causa, sotto il profilo giuridico, si identifica con la condotta, che può essere

attiva od omissiva. Ma la premessa può non essere rappresentata da una condotta, ad esempio nei

casi di responsabilità oggettiva la connessione causale non interviene tra un comportamento ed un

danno, ma tra una situazione ( ad esempio essere custodi o proprietari di qualcosa) ed un danno. Un

nesso causale ci deve essere comunque. Il danno è il secondo elemento di questa relazione causale.

Ne parleremo. Vediamo un caso. Tizio guida la moto e va bel bello per la strada. Un giorno è

vittima di uno scontro. Nello scontro batte la testa e riporta in seguito un trauma cerebrale e vari

danni. Dopo poche settimane dall’ incidente comincia a manifestare dei disturbi psichici che prima

non aveva. In particolare comincia a manifestare dei disturbi persecutori, crede che la gente ce l’

abbia con lui. Comincia ad avere atteggiamenti aggressivi e difensivi. Viene ricoverato per due

volte a distanza di poco tempo in un reparto di psichiatria, dopo aver aggredito verbalmente e

fisicamente i familiari. Viene rimandato a casa, a seguito di altre crisi i famigliari decidono di

trasferirlo in un ospedale specializzato che si occupa della cura dei soggetti che hanno disturbi a

seguito di eventi traumatici. Un pomeriggio viene ricoverato. La mattina successiva al ricovero, alle

cinque, lui ha delle crisi violente, viene sedato, ma a distanza di poco tempo manifesta nuovamente

violenza contro le cose, viene di nuovo sedato. Dopo di che viene lasciato solo in camera con la

moglie e lui prende e chiude la moglie nel bagno, apre la finestra e si butta. I congiunti fanno causa

e hanno due problemi. Capire se possono aggredire sul piano risarcitorio l’ ospedale e capire se

possono aggredire sul piano risarcitorio l’ autore del danno originario che ha determinato la malattia

psichica che prima mancava. Ovviamente entrambi si difendono. L’ ospedale si difende dicendo che

lo stato patologico era stato provocato dall’ incidente stradale. L’ autore del sinistro dice che in fin

dei conti l’ incidente è avvenuto a distanza di tempo. Tutti e due tentano di scaricare sull’ altro la

responsabilità. Vi sono due problemi. Il primo è capire quale sia la causa ( non immediata, ma

rilevante sul piano giuridico) della morte del soggetto. Se noi non siamo in grado di dire che quella

morte ha una causa nell’ azione dell’ ospedale o nell’ azione del danneggiante originario non

possiamo ( secondo l’ art. 2043) chiamare l’ uno o l’altro a rispondere. Altro esempio. Tizio

viaggia con degli amici su una macchina in autostrada. E’ sera, è buio e piove. Ad un certo punto

l’auto davanti inchioda, il conducente dell’auto su cui Tizio è trasportato non frena in tempo e

tampona. L’ auto si ferma in corsia di sorpasso, Tizio scende dall’ auto per paura di essere travolto,

si pone dalla parte del guard- rail centrale e salta pensando di trovare riparo fra i due new-jersey.

Non si avvede però che sotto c’è il vuoto e precipita nel greto di un torrente riportando gravissime

lesioni. Anche qui i soggetti coinvolti sono due: il conducente dell’ auto che ha commesso la

manovra sbadata e la società autostrade alla quale si potrebbe imputare il fatto di non aver

adeguatamente segnalato la presenza del pericolo e in ogni caso di non aver previsto un sistema di

sicurezza. Anche qui si tratta di stabilire chi deve rispondere del danno. Altro esempio. Siamo in

America, ormai da molti anni è in commercio un farmaco anti-abortivo. E’ un farmaco che, preso in

gravidanza, serve ad evitare pericoli di aborto. Questo farmaco viene preso da molto tempo e viene

assunto dalle donne per tutta la durata della gravidanza. Succede che molti dei bambini nascono con

delle malformazioni gravissime, senza arti o parti degli stessi. Si scoprirà dopo anni che il farmaco

ha un potere non solo anti-abortivo ma anche il potere di determinare malformazioni genetiche nel

feto. Un altro esempio molto noto è quello dell’ asbesto. Il lavoratori di questo materiale hanno

avuto malattie polmonari. In questi due ultimi esempi ( farmaco e asbesto) c’è un elemento che

caratterizza il problema. E cioè, lo stesso tipo di malattia si può originare anche in ragione di fattori

causali del tutto diversi. Ad esempio la predisposizione genetica, fattori ambientali, fattori statistici

( ad esempio, su un milione uno prende la malattia, nel caso di specie è toccato a quel soggetto)…

Ci sono due questioni sul piano giuridico legate alla causalità in questi esempi. La prima è un

problema puro di ricostruzione di una catena causale, è un problema che viene definito di causalità

in fatto ( o causalità naturalistica, o causalità materiale). E’ il problema di poter ricostruire

esattamente qual è stata la sequenza causale che ha portato ad un certo evento. Negli esempi del

farmaco e dell’ asbesto abbiamo già detto che si potrebbe rinviare ad altre cause perché non vi è la

certezza assoluta della catena causale. Allora, non abbiamo dubbi circa l’ esistenza dell’ elemento

colposo, non abbiamo dubbi circa il fatto che si sia verificato un danno e che tale danno è proprio

del tipo che quel farmaco è in grado di produrre, ma non siamo in grado di poter dire realmente

come è andata. Questo può dipendere da una non adeguata conoscenza scientifica. Quando noi

diciamo che quel tipo di patologia può avere origine vuoi nell’ ambiente, nella famigliarità, nella

statistica, evidentemente denunciamo una lacuna della nostra conoscenza. A volte il problema è,

anziché di limiti di conoscenza scientifica, di difficile ricostruzione del verificarsi di certi fatti. A

volte con una perizia si è in grado di ricostruire molti elementi, altre volte questo non è possibile. Il

giudice deve capire chi ha cagionato cosa. Potrebbe non arrivare ad una risposta soddisfacente se

non ci sono elementi. Questo è un tipo di problema: cosa fa il giudice di fronte alla incertezza. Nel

primo esempio abbiamo un problema causale, che non nasce dalla mancanza di elementi ma nasce

più profondamente dalla difficoltà di stabilire, pur chiari i fatti, che cosa noi possiamo dire essere

causa di un’altra cosa. Il fatto che vi sia stato l’incidente ha messo in moto tutta la catena che ha

avuto come esito finale la morte. Questo non è trascurabile, perché è sovente uno degli elementi che

vengono spesi in dottrina e in giurisprudenza per aderire a una tesi piuttosto che ad un’altra. Quali

sono le due tesi? Intanto diciamo che 20 anni fa vi fu un episodio molto simile. Un soggetto subì un

incidente, si ruppe le gambe. Ricoverato, fu ingessato ma l’ osso non si salda come doveva. Una

volta tolto il gesso, sono costretti a provocare una nuova frattura per poterlo saldare nel modo in cui

avrebbe dovuto. Viene nuovamente ricoverato, ha un rapporto difficoltoso col personale medico,

comincia a manifestare qualche piccolo disturbo, un bel giorno, dopo vari posizionamenti del gesso,

con un gesso nuovo facendo una manovra sbagliata rompe l’ingessatura. Per la paura di dover

affrontare i medici con questo ulteriore insuccesso dipeso da lui, si lancia dalla finestra e muore.

Qui ( Corte di Milano), a differenza del primo esempio ( Padova), si scoprirà attraverso indagini

mediche che questo soggetto aveva una patologia psichica latente. L’episodio traumatico ha

scatenato una malattia che aveva silente in lui. Nel caso di Padova lo stato patologico pare invece

direttamente e solamente riconducibile all’ incidente. La Corte di Appello di Milano condanna il

danneggiante nonostante la patologia psichica già presente nella persona allo stato latente. L’

argomentazione del tribunale di Milano è che non si sarebbe realizzata la situazione se non ci fosse

stato l’ evento traumatico. Allora che nozione dà qui la Corte di Appello al problema causale? Dà

una nozione legata alla teoria condizionalistica: siccome l’incidente stradale è stato “condicio sine

qua non” dunque possiamo ritenerlo causa. Siccome l’ incidente automobilistico è stato la miccia

che ha fatto scoppiare la bomba dunque dobbiamo ritenere la condotta causa. Qui non abbiamo un

problema legato alla ricostruzione dei fatti, ma un problema legato alla valutazione che diamo dell’

idea di causa/ forza causale. In pratica chiamo cause tutte quelle situazioni senza le quali non si

sarebbe verificato l’ evento. Ovviamente una tesi di questo genere ha tante contro-indicazioni, nel

senso che allora pure la mamma dell’ investitore sarebbe causa della morte perché ha fatto nascere

il figlio. Questo è un problema che da sempre assilla il problema della causalità: quello di dire che

non basta una relazione condizionalistica tra la causa e l’ effetto ma bisogna trovare anche ulteriori

criteri selettivi che ci possano dire che risalendo indietro nel tempo ad un certo punto devo dire

basta. Questo è un primo problema, cioè fino a che punto posso andare indietro. Poi c’è un altro

problema, legato al possibile concorrere di fattori eterogenei alla causazione di un danno. I nostri

esempi sottolineano ciò. Noi non solo ci dobbiamo interrogare se l’ automobilista ha causato il

suicidio, ma dobbiamo anche chiederci se ha causato il suicidio alla luce di quella che è stata la

condotta del personale medico-infiermeristico. Allora qui dobbiamo capire in che termini uno tra i

possibili fattori intervenuti nella verificazione di un danno è in grado di smorzare la forza causale

degli altri. La domanda nel nostro caso è capire in che termini possiamo dire che l’ errore dell’

ospedale è in grado di annullare l’ eventuale forza causale attribuibile all’ investitore. Secondo la

causalità adeguata, quella che noi chiamiamo causa deve avere una certa attitudine propria a

produrre l’ effetto. Allora si potrebbe dire che l’ investitore, siccome ha posto in essere una condotta

che non era di per sé idonea a determinare l’ effetto, dunque non ne dovrebbe rispondere. Questo è

un altro modo di vedere il problema. Quando si fa riferimento a questo genere di problemi, che non

attiene alla individuazione dei fatti che sono chiarissimi, ma che attiene alla individuazione del

valore dei fatti sul piano giuridico, si fa riferimento al problema noto come causalità giuridica,

intendendo con questa espressione dire che la questione indagata è se sul piano giuridico esista o

meno un rapporto di causalità, che dunque legittimi una pretesa risarcitoria. Ad esempio si scopre,

dopo venti anni, che in una zona vicino ad un ripetitore di onde elettromagnetiche i bambini hanno

una possibilità sensibilmente più elevata di contrarre delle leucemie. Si vede che se la media è uno

su mille, lì è venti su mille. Allora si comincia a sospettare che le onde sono dannose. I genitori di

un bambino che ha contratto questa malattia possono chiedere il risarcimento del danno all’ ente

gestore sostenendo che c’è una prova statistica inequivoca? Oltre al dato statistico ammettiamo che

ci sia anche un dato scientifico ( studi che dimostrano che c’è una relazione tra l’ assunzione di

onde elettromagnetiche e lo sviluppo di quel tipo di patologia). Allora i genitori vinceranno o no la

causa? Il giudice deve farsi tante domande. La principale è se c’è causa- effetto oppure no. Hanno o

meno le onde elettromagnetiche cagionato la malattia del bambino? La risposta alla domanda può

essere condizionata da tanti elementi. Primo fra tutti: può il giudice dare rilevanza ad una prova

statistica? Gli stessi dati statistici sono fluttuanti, si potrebbe dire che è un caso di picco che rientra

nella normalità statistica. Allora si vede come è diverso questo caso da quello, ad esempio, della

caduta dal viadotto autostradale. Lì non abbiamo nessuna incertezza su cosa è accaduto, qui invece

abbiamo grande incertezza su cosa è accaduto ( la patologia può avere tante cause).

Parte 2

Da queste ultime cose che abbiamo detto emerge un tema di grande importanza. Laddove si tratta di

ricostruire una relazione causale “ incerta” ( caso del farmaco, delle onde elettromagnetiche,…),

nella maggior parte dei casi è oggettivamente impossibile arriva a conclusioni espresse in termini di

certezza. La certezza non va in sintonia con i problemi della causalità. In tutti questi esempi l’

incertezza causale è assolutamente pacifica. Posto che il giudice deve arrivare ad una conclusione,

una conclusione in termini di certezza cosa vuol dire? Vuol dire certezza soggettiva del giudice che

si convince di una certa cosa? Vuol dire certezza in termini oggettivi/ normativi? Ad esempio, una

elevata probabilità di una correlazione causale espressa sulla base di leggi statistiche è un elemento

sul quale il giudice può ragionevolmente fondare una conclusione in termini giuridici oppure no? Io

potrei dire al giudice che le statistiche mica coprono il 100% dei casi: mi dicono che il nesso è

sicuro al 50%, al 70%, al 90%, … Io giudice mi possono accontentare della rilevanza sul piano

statistico oppure no? Bisogna utilizzare altri livelli di certezza? Questo è un primo grande ordine di

problemi. Poi, posto che certezza non vi sia perché in nessun modo si riesce a raggiungerla, il

giudice può arrivare ad una conclusione in termini probabilistici o la deve escludere? A riguardo se

ne leggono di tutti i colori. C’è una regola che risale alla notte dei tempi e dice che di fronte ad una

situazione di incertezza il giudice non potrebbe adottare la soluzione meno probabile perché

andrebbe contro il buon senso però può accogliere la soluzione maggioritaria, cioè gli basta una

maggior probabilità rispetto a quella contraria per arrivare ad una conclusione che sostanzialmente è

analoga ad una conclusione in termini di certezza. Se hai un 51% di probabilità puoi condannare,

perché è più probabile che no. Allora con questo meccanismo il giudice risolve con un artificio

giuridico una incertezza insuperabile. E’ una soluzione ovviamente conveniente sul piano del diritto,

perché risolve il problema dell’ incertezza. Certo si prende per certo ciò che certo non è, si

trasforma una probabilità in certezza. Il giudice condanna come se fosse certo della presenza del

nesso, utilizza un escamotage giuridico. Questa regola sul piano applicativo è una regola molto

convincente, risolve un sacco di problemi, non lascia il giudice nella incertezza: se è più sì dici sì se

è più no dici no. Tuttavia questa regola pone e ha posto nella storia grandi problemi dal punto di

vista dell’ individuazione del livello di probabilità che va valorizzato. Cioè, la regola del 51% non è

stata accolta da molte Corti e da molti orientamenti interpretativi. Non basta che sia più si che no,

ma è necessario che ci sia una convincente e ragionevole possibilità: non mi basta il 51% ci vuole il

70, 80, 90%. Quella del 51% è una soluzione di opportunismo ( posto che non posso omettere di

decidere, io giudice se è più sì dico sì se è più no dico no), capibile su un piano decisorio,

processuale, ma così il giudice non si libera certo la coscienza perché quando condanna sul 51%

può sempre restare il dubbio che non fosse così. Quando il giudice argomenta invece sulla base di

una credibile probabilità si può ragionevolmente convincere che le cose siano andate in un certo

modo, del resto un po’ di incertezza fa parte dell’ essere umano. Allora, quando si è trattato di

decidere qual è questo livello di probabilità che deve portare il giudice a convincersi che le cose

siano andate in un certo modo, è venuto fuori di tutto. Ci sono sentenze che hanno detto che la

probabilità deve essere molto elevata, quasi rasente la certezza; altre che hanno detto che la

probabilità deve essere ragionevole, convincente ( che cosa vogliano dire poi…). Negli anni ’80 la

Cassazione ha ragionato così: se è in gioco un interesse fondamentale come la vita, anche poche

probabilità di salvarla devono essere valorizzate al massimo. In pratica si è dato più peso specifico a

certe probabilità: sono poche è vero ma importanti. E’ difficile vedere delle sentenze in cui si dà

rilevanza ad una determinata percentuale ( ad ex. 70%), solitamente i giudici utilizzano delle

espressioni più generiche del tipo: “ serie e non trascurabili probabilità”, “ ragionevole certezza”,

“ convinzioni serie che”,… Tutte formulazioni astratte e impalpabili: “ io ho deciso così perché

c’erano serie probabilità…”, dopodiché vai a vedere quanto serie. Molto spesso i giudici hanno

detto che c’era responsabilità o non c’era sulla base di una “certezza morale”, il giudice ha

raggiunto la certezza morale. Ma cosa è? E’ una espressione che lascia intuire quanto per i giudici

sia difficile poter tradurre in numeri un livello di certezza che si sono fatti nella testa. Allora, la

domanda è questa: siamo in grado di arrivare ad una conclusione convincente/ sicura/ confortante

circa il livello di probabilità necessario ? Se ogni giudice utilizza un livello di probabilità diverso il

sistema non ne beneficia.

Leizone 4

Parte 1

Cosa fa di fronte alla incertezza il giudice? Una strada, dicevamo ieri, è quella di optare per il

raggiungimento di un livello di probabilità tale da dargli convinzione. Ma qui, come osservavamo,

il ventaglio di ipotesi è vastissimo: dalle sentenze che richiedono il 70% ad altre che richiedono un

livello di molto inferiore purché tale da fondare un convincimento del giudice. Ci sono quelle

deviazioni che riconoscono valore all’ interesse leso: se c’è in gioco la vita allora basta anche il

30%. Dopo di che c’è sempre sullo sfondo la regola del più probabile che no ( 51%), convincente

solo su un piano processuale, perché non serve a convincere il giudice. In campo penale si richiede

la certezza prima di condannare qualcuno. Nel dubbio è meglio lasciare libero un colpevole anziché

condannare un innocente. La sanzione penale richiede un accertamento secondo parametri molto

rigorosi del nesso di causalità. Nel penale, con la sentenza Franzese del 2001, si è stabilito che per

condannare il giudice non può avvalersi di mere prove di ordine statistico, ma deve avvalersi di

elementi di prova che hanno a che vedere col caso di specie. Si parla di “elevato grado di credibilità

razionale”: la prova deve essere seria. Questa sentenza ha per un certo tempo orientato anche la

giurisprudenza civile. Con sentenze recenti, quali la 21619 del 2007, la Cassazione Civile ha

stabilito un principio diverso. Questo era il caso di un sub che era riemerso troppo rapidamente.

Sale troppo in fretta, quando esce comincia a sentire dei formicolii, dei disturbi, immagina che

possa essere dovuto ad una embolia ( presenza di ossigeno nel sangue) e si presenta al pronto

soccorso dicendo che ha dei disturbi, dolori, piccole parestesie,… Il medico lo visita, lui comincia a

stare meglio, lo rassicura dicendo che non è niente e gli dice di andare a casa. Dopo alcune ore, col

riacutizzarsi dei sintomi, si presenta presso un altro ospedale e qui scoprono che in realtà si trattava

di una embolia. A quel punto viene messo in camera iperbarica, tuttavia le conseguenze ormai sono

irreversibili ed avrà una invalidità del 60%. Allora lui fa causa al primo medico. L’ ospedale si

difende dicendo che le conseguenze erano comunque irreversibili e che se anche fosse stato trattato

subito le conseguenze sarebbero state le stesse. Allora vengono espletate delle consulenze mediche,

che però risultano contrastanti. Una dice che la patologia si sarebbe evitata o comunque sarebbe

stata limitata. Un’altra afferma che è difficile poter dire che con un intervento tempestivo si sarebbe

evitata l’ invalidità. In questa situazione di dubbio il giudice capisce che l’ incertezza è anche nei

consulenti. Però si fa una convinzione, e cioè dalla lettura delle consulenze ( pur contrastanti) si

convince che l’ ipotesi che un tempestivo trattamento avrebbe consentito di evitare o ridurre la

malattia sia una ipotesi comunque prevalente sull’ altra. Sulla base di ciò il giudice condanna

civilmente il medico. Quale regola applica? Quella del più si che no . E la enuncia, cioè ne

stabilisce il principio: nell’ambito della responsabilità civile, dove le funzioni sono diverse da quelle

svolte dalla responsabilità penale, ci si può accontentare di un criterio probabilistico diverso da

quello utilizzato in ambito penale. Il vero tema della responsabilità civile è capire chi paga. Allora

in questa logica il criterio che porta a scegliere può essere un criterio diverso da quello della

certezza. La Cassazione con questa sentenza sancisce dunque il principio del più probabile che no :

si può accertare l’ esistenza del nesso causale se è più probabile che no la sua esistenza piuttosto che

la sua non esistenza. Secondo alcuni interpreti ci sarebbe un diverso modo di approcciare il tema

della incertezza causale. Anziché ragionare nel senso di dire quanto devo essere io sicuro per poter

condannare ( ragionamento assai influenzabile dalla sensibilità di ciascun giudice), si guarda al

problema in una prospettiva diversa. Poniamo il caso della donna che fa un esame al seno, dalla

lastra si vede una macchietta ma il medico la valuta una piccola cisti del tutto innocua e dice alla

signora ‘vai tranquilla ci vediamo tra un anno’. Questa dopo otto mesi sente un disturbo, fa delle

analisi approfondite e scopre che si trattava di un tumore. La signora subisce un intervento

demolitivo, che magari sarebbe stato evitato. Chiede il risarcimento del danno. Il medico potrebbe

sostenere che il decorso di otto mesi non ha sensibilmente cambiato la situazione. Si può dire che un

tempestivo intervento avrebbe cambiato la storia clinica della paziente? Questi interpreti,

comprendendo la difficoltà di arrivare ad una risposta sicura, ragionano dicendo ‘andiamo a vedere,

sulla base di una valutazione sempre fatta da un medico, quali possono essere le probabilità di

sopravvivenza ( diciamo sopravvivenza per semplificare) che la signora aveva al momento dell’

errore medico e valutiamo quanto possono essere scese nel momento in cui otto mesi dopo la

signora si è ripresentata’. Valutiamo la differenza. Ipotizziamo che la signora in otto mesi abbia

perso un 30% di possibilità di farcela. Noi non sappiamo dire se poi la signora che è morta sarebbe

morta comunque oppure no, però siamo in grado di dire che in otto mesi ha perso un 30% di

possibilità di farcela. Allora si risarcisce quello. Non paghiamo la signora morta, ma paghiamo le

chances di sopravvivenza che il medico le ha tolto. Allora in questo caso le probabilità, che prima

erano utilizzate per accertare il nesso di causa, vengono monetizzate e diventano il danno. Ora,

quanto vale questa teoria? E’ un mezzo pratico capibile ( lo stesso condannato paga meno), ma sul

piano teorico fa acqua da tante parti. Una obiezione che si potrebbe fare è: o si paga tutto o non si

paga niente.

Parte 2

Prova dei fatti. Fino ad ora abbiamo sempre sottointeso che sia il danneggiato che deve dimostrare

il nesso causale, secondo il principio che chi vuole agire in giudizio deve provare i fatti che siano a

fondamento della pretesa. Però c’è un’altra maniera di guardare ai fatti, molto meno complicata per

il danneggiato stesso. E cioè, anziché dire che devi esser tu a provare che gli altri ti hanno

danneggiato, si dice, ‘ che siano gli altri a provare che non ti hanno fatto niente ’ . Nell’ ambito

della responsabilità medica sta prendendo piede nel nostro ordinamento, ma è diffuso da una decina

di anni in altri ordinamenti come quello nord-americano, un principio secondo il quale la prova

deve essere data dalla parte che è meglio in grado di fornirla. E’ il c.d. principio di vicinanza della

prova. Nel caso della responsabilità medica si dice, ‘ tra medico e paziente, quello che è

maggiormente in grado di dire cosa sia successo in sala operatoria è certamente il medico ’ . In

pratica sarà il medico a dover dimostrare che la sua condotta è stata irreprensibile, non sarà il

paziente a dover dimostrare in che termini il medico ha sbagliato. E’ sufficiente per il paziente

dimostrare che c’è un danno e che sia conseguenza della attività medica. Questo modo di ragionare,

che sostanzialmente determina una diversa allocazione dell’ onere della prova tra le parti, ha preso

piede nel nostro ordinamento a seguito di un cambiamento dell’ indirizzo interpretativo,

cambiamento che viene fatto risalire ad una sentenza delle Sezioni Unite Cassazione Civile 13533

del 2001. Il principio affermato dalla sentenza è quello per il quale, in materia contrattuale, ( prima

si diceva che il creditore che vuole essere risarcito deve provare e il titolo e il danno e

l’inadempimento della controparte ) il creditore che proponga domanda risarcitoria deve limitarsi a

provare il titolo – la fonte della sua pretesa, in pratica l’ esistenza del contratto-, il danno subito, ma

non deve provare l’ inadempimento, lo deve solamente allegare. Allegare vuol dire limitarsi ad

affermare che esiste. Sarà il debitore, che per andare esente da responsabilità, deve fornire prova

del proprio adempimento ( non imputabilità del fatto). Il sistema oggi addotta una specie di vestito

di Arlecchino, fatto di tante regole ( ora il più si che no, ora la ragionevole certezza, ora le chances,

ora l’ inversione dell’ onere della prova), questo non va bene perché ci vorrebbe uniformità. Spesso,

in ambito medico, si tende a tutelare il danneggiato.

Il danno. Una volta accertata la responsabilità di un soggetto si pone il problema di che cosa debba

rispondere. Il concetto di danno normalmente traduce l’idea di un pregiudizio. Quando dico che

devi pagare un danno intendo dire che dall’atto illecito deve essere conseguito un effetto

pregiudizievole per il soggetto. Pensiamo alla garza lasciata nella pancia dal medico che però non

ha prodotto alcun effetto pregiudizievole. Non c’è dubbio che ci sia un errore professionale grave,

però la pur accertata gravità della colpa non è ancora elemento sufficiente per fondare una

responsabilità patrimoniale di chi ha sbagliato. Vi deve essere un danno, cioè un effetto

pregiudizievole. Il danno non coincide con l’ errore ma con una conseguenza dello stesso. Si pone

un altro problema, questa conseguenza pregiudizievole perché è risarcibile? E’ risarcibile perché la

lesione di un interesse proteggibile in capo al danneggiato rappresenta quel presupposto ( danno

ingiusto) sussistendo il quale l’ art. 2043 legittima l’ ascrizione della responsabilità al danneggiante.

Ci sono lesioni ( danni) che per loro natura sono lesioni di carattere patrimoniale. Ci sono lesioni

invece che mancano per loro natura non hanno una immediata traducibilità in denaro. Se uno mi

rompe un vaso antico, il danno è il valore economico del vaso; se uno mi rompe un braccio e

impedisce a me che faccio l’ avvocato di poter lavorare per un mese e io sono in grado di

dimostrare che in un mese di lavoro fatturavo settemila euro, io posso dire che uno fra gli eventi

pregiudizievoli che consegue alla altrui condotta illecita è rappresentato dalla perdita di un

guadagno che ragionevolmente io avrei avuto in quel mese. Nessun problema dunque quando dal

fatto illecito derivi la lesione di un interesse direttamente patrimoniale: il risarcimento è facile da

stabilire. Il danno, una volta provato, sarà rappresentato dal valore economico perduto, sottoforma

di mancato guadagno, di equivalente monetario del bene distrutto, … Il problema si ha per quelle

lesioni di interessi che non si prestano direttamente ad una traduzione in termini economici. Se

qualcuno uccide il congiunto di Tizio, il danno a quanto ammonta? Non si ha facilità di calcolo

come per il vaso rotto. C’è una norma del c.c. , che è il 2059, che stabilisce il principio per il quale

il danno non patrimoniale è risarcibile nei casi previsti dalla legge. E’ una regola limitativa. Non c’è

invece una regola analoga per quanto riguarda il danno patrimoniale in senso proprio. Qui vale

tradizionalmente il 2043. Tradizionalmente, si dice che l’ art. 2059 va integrato con l’ art. 185 del

codice penale, che dice che in ipotesi di reato deve essere risarcibile così il danno patrimoniale

quanto quello non patrimoniale. In relazione del legame con questa seconda norma, si è detto che

danno non patrimoniale risarcibile nei casi previsti dalla legge vuol dire che è risarcibile a

condizione che sussista una fattispecie di reato. Vuol dire che deve essere promossa l’ azione penale?

Vuol dire che il reato deve essere stato accertato con una sentenza passata in giudicato? No. Vuol

dire semplicemente che deve sussistere in astratto una fattispecie di reato, cioè devono in astratto

sussistere i presupposti per una azione penale, non importa che questa sia stata esercitata. Negli

anni ’70 nasce una questione enorme riguardo a questo aspetto: risarcibilità del danno alla salute.

Bisogna considerare che fino agli inizi degli anni ’70 la vita non andava bene a chi subiva un danno

alla salute ( una frattura, una malattia, una patologia, etc…). Questo perché il modo attraverso il

quale la giurisprudenza si poneva il problema della tutela del danneggiato era fortemente legato non

tanto alla dimensione della salute persa in sé, quanto alla dimensione della incidenza che la perdita

della salute aveva negli altri aspetti della vita del danneggiato, in particolare l’ aspetto lavorativo.

Se il famoso violinista ed un disoccupato si rompevano un dito non venivano trattati allo stesso

modo. Si diceva che per il violinista la lesione alla salute ha avuto una ripercussione patrimoniale

notevole, per il povero disoccupato non ha avuto alcuna incidenza significativa. La lesione non era

oggetto di protezione in sé, ma era oggetto di protezione soltanto in quanto la perdita andava ad

incidere la capacità di guadagno del danneggiato. C’è un famoso caso degli anni ’70 ( caso

Gennarino), un bambino doveva essere risarcito per un danno alla salute, il giudice ragionò così: il

bambino è figlio di un povero operaio, da grande ragionevolmente farà lo stesso mestiere, dunque

commisuro il danno alla salute in relazione alla modesta capacità di guadagno che avrà in futuro, di

conseguenza risarcisco un danno modesto. Fosse stato figlio di senatore avrebbe ragionato all’

inverso. Negli anni ’70 questo modo di argomentare cade, perché si comincia a dire che il bene

salute non deve essere più tutelato in ragione della sua incidenza sulla capacità di guadagno, ma

deve essere protetto in sé e per sé. Allora si scopre l’ art. 32 della Cost. che tutela il diritto alla

salute. Si dice, la salute va protetta non perché se la si perde si guadagna di meno ma perché se la si

perde si perde un valore della persona che è costituzionalmente protetto. Così ragionando, anche

grazie alle due scuole che hanno dato questa scossa interpretativa ( quella di Genova e quella di Pisa

con i rispettivi Tribunali), si comincia a dire che la salute è un bene costituzionalmente protetto e va

protetta in sé e per sé. A parità di lesione, quindi, il ricco e il povero devono avere lo stesso tipo di

risarcimento ( la eventuale ripercussione sulla attività lavorativa sarà una seconda voce di danno).

Questo riscoperta del danno alla salute cominciano a prendere un nome particolare: danno biologico.

Questa scoperta pone due ordini di problemi: 1- come quantificare la salute: quanto vale un braccio

perso, un occhio che non ci vede più,… ; 2- che tipo di danno è il danno biologico: rientra nel 2043?

Rientra nel 2059? E’ un danno patrimoniale o non patrimoniale? Quanto al primo aspetto

cominciano a comparire delle tabelle di quantificazione del danno biologico. Sarà un percorso

molto lungo, che ha uno scopo: evitare che se a Milano la perdita di una gamba valga 100 a Palermo

valga 10. Si avrà l’ affinamento progressivo di tabelle che attribuiscono un valore monetario a

ciascun punto di invalidità. Questo modo di calcolare consente al giudice di dire, che se un punto di

invalidità vale 2000 euro, cinque punti di invalidità valgono 10000 euro. Il risarcimento del danno

alla persona non è più il frutta di una valutazione discrezionale o arbitraria ma è il frutto dell’

applicazione di tabelle. Con la L. 57 / 2001 ( art. 5) si è tradotto in norma delle tabelle di

quantificazione del danno per le lesioni micro-permanenti ( lesioni che arrivano fino ad un 9% di

invalidità). Si è avuta la necessità di una norma perché il contenzioso circa il danno biologico era

diventato molto alto. Per intenderci il colpo di frusta era diventato una sorta di biglietto vincente

della lotteria.


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

31

PESO

247.37 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto civile sulla responsabilità per l'illecito civile con particolare attenzione alle seguenti tematiche: accertamento del nesso causale, sentenza Franzese dell Cassazione Penale, accertamento del caso di specie, responsabilità civile, responsabilità patrimoniale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza (COMO - VARESE) (ordinamento U.E. - a ciclo unico)
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Pucella Roberto.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto privato

Diritto privato - concetti generali
Appunto
Diritto commerciale II - la separazione societaria
Appunto
Diritto privato - concetti generali
Appunto
Appunti diritto tributario
Appunto