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Riassunto esame Diritto Civile, prof. Grasso, libro consigliato Saggi di Diritto delle Obbligazioni e dei Contratti

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Saggi di Diritto delle Obbligazioni e dei Contratti consigliato dal docente Grasso.
Si mira, attraverso tale elaborato, a facilitare lo studio dei saggi contenuti all'interno del volume; saggi che, a causa dello stile di scrittura molto tecnico, risultano di non facile comprensione. Si tiene a precisare... Vedi di più

Esame di diritto civile docente Prof. B. Grasso

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ESTRATTO DOCUMENTO

tale ipotesi, cosa questa inconcepibile.

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Esempio di ipotesi in cui si può configurare un'impossibilità parziale della

prestazione:

Un pianista conclude un contratto con un teatro in cui si impegna a suonare in un

determinato giorno. Il giorno prima della performance, questi viene colto da un

attacco di artrite che, teoricamente, gli impedirebbe di suonare. Con uno sforzo

notevole, tuttavia, il pianista si accorge che potrebbe comunque suonare, anche se

non al massimo delle sue capacità. In questo caso ci si troverebbe di fronte ad

un'impossibilità parziale; infatti il pianista, non suonando al 100 % delle sue capacità,

offrirebbe comunque la sua prestazione, ma ad un livello al di sotto di quanto pattuito

nel contratto.

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L'unico modo per uscire da tale situazione è, secondo il Prof. Grasso, ammettere che

l'art. 1453 c.c. non riguarda i soli inadempimenti colpevoli, ma anche quelli

incolpevoli; da tale affermazione, però, consegue per logica che la risoluzione non è

un rimedio di natura sanzionatoria, ma di natura satisfattoria, poiché si ammette che il

risolvente attua sempre una scelta.

Conclusione: l'obbligazione di restituzione del prezzo a seguito della risoluzione

ha natura di obbligazione di valuta e non di valore, perchè la risoluzione del

contratto non si configura come un rimedio di natura sanzionatoria.

Il ragionamento del Prof. Grasso sulla risoluzione del contratto per inadempimento si

conclude con un saggio relativo all'eccezione di inadempimento, disciplinato dall'

1460 c.c.

Il suddetto articolo dispone che nei contratti a prestazioni corrispettive, ciascuno dei

contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua prestazione, nel caso in cui la controparte

non adempia contemporaneamente alla propria.

L'art. 1460 c.c. trova applicazione, per il Prof. Grasso, solo nei contratti in cui le

prestazioni sono dovute mano contro mano, cioè contemporaneamente.

Parte della dottrina ha sostenuto che a tale tipo di contratti è possibile applicare anche

la disciplina della risoluzione del contratto per inadempimeento ex art. 1453 c.c. . il

Prof. Grasso si trova in totale disaccordo con tale teoria per svariate ragioni:

a) I contraenti potrebbero ricorrere contemporaneamente a tale rimedio, giacchè

entrambi i soggetti risultano inadempienti, scegliendo però soluzioni opposte

(uno potrebbe chiedere l'esecuzione coattiva e l'altro la risoluzione del

contratto); ciò porterebbe ad una situazione di paradosso non superabile.

b) Affermare che è possibile ricorrere, nell'ipotesi detta, all'art. 1453 c.c., implica

accettare che possa essere fatta una valutazione su quale dei due

inadempimenti sia il più grave (in quanto, a questo punto, si dovrebbe

comprendere quale dei due contraenti possa ricorrere al rimedio ex art. 1453

c.c.); tale valutazione, tuttavia, non è concepibile, poiché non è concepibile che

un inadempimento possa essere più o meno grave dell'altro (N.B. Il discorso

verrà ripreso poco più avanti).

Il Prof. Grasso, attraverso le sue affermazioni, smonta definitivamente l'ipotesi sopra

detta.

Altra parte della dottrina, invece, sostiene che l'eccezione di inadempimento ex art.

1460 c.c. si potrebbe utilizzare anche nei contratti in cui le prestazioni siano l'una

successiva all'altra, ad esempio nei contratti di somministrazione.

Il Prof. Grasso non si trova d'accordo ccon tale teoria. Secondo il Professore, nei casi

sopra citati deve essere esperito un rimedio diverso: l'eccezione di inesigibilità. Tale

rimedio, nei contratti a prestazioni corrispettive e successive, permette ad una delle

due parti di opporre l'inesigibilità della propria prestazione a causa

dell'inadempimento della prestazione della controparte, il quale doveva eseguire la

propria prestazione per primo. L'eccezione di inadempimento, invece, è uno

strumento che ha una finalità diversa; serve, infatti, a congelare la situazione, a

paralizzare le reciproche pretese, in modo da tutelare la sinallagmaticità del rapporto.

La tesi sopra esposta permette anche di confutare l'opinione di chi sostiene che

l'eccezione di inadempimento sia un rimedio a giustificazione del proprio illecito,

opinione che implica la presenza di un inadempimento più grave e di un

inadempimento meno grave (l'inadempimento meno grave sarebbe, secondo tale

dottrina, quello del contraente che ricorre all'eccezione di inadempimento) all'interno

del rapporto sinallagmatico a prestazioni successive. Secondo il Prof. Grasso non si

può ipotizzare che l'eccezione ex art 1460 c.c. possa purificare l'illecito dato

dall'inadempimento di chi oppone l'eccezione, perchè anche costui è inadempiente;

accettare tale tesi, aggiunge il Professore, implicherebbe anche ammettere che il

contraente che ha “purificato il suo illecito”, attraverso il ricorso all'eccezione ex art.

1460 c.c., possa anche richiedere la risoluzione del contratto ex art. 1453 c.c. . Il Prof.

Grasso non accetta quest'impostazione dottrinale, in quanto ravvisa una indiscutibile

incompatibilità tra risoluzione del contratto e eccezione di inadempimento. Mentre

l'eccezione di inadempimento, infatti, è un rimedio che serve a paralizzare le pretese

in attesa che poi si sblocchi laa situazione a livello di giudiziario, la risoluzione ha un

altro scopo: quello di riequilibrare lo squilibrio contrattuale dovuto

all'inadempimento di una delle parti, in modo che il risolvente, con la risoluzione,

possa soddisfare il proprio diritto di credito.

Conclusione: L'eccezione di inadempimento, disciplinato dall'art. 1460 c.c. è

esperibile solo nei casi ci si trovi in ipotesi di contratti a prestazioni corrispettive

ad esecuzione mano contro mano.

SAGGIO N° 6: SURROGAZIONE LEGALE E SOLIDARIETA'

La surrogazione, disciplinata dagli articoli 1201 e successivi del codice civile, è

l'istituto mediante il quale è possibile sostituire un (o “il”, in caso di rapporto

plurisoggettivo) soggetto attivo di un rapporto obbligatorio. Attraverso la

surrogazione, dunque, il creditore viene sostituito da un altro soggetto, il quale si

sostituisce nella sua posizione creditoria nei confronti del debitore. La surrogazione

può essere di vari tipi; si distingue infatti tra:

a) Surrogazione per volontà del creditore (Art. 1201 c.c.) = La surrogazione è

voluta dal soggetto creditore, il quale vuole che nella sua posizione subentri un

soggetto terzo al rapporto.

b) Surrogazione per volontà del debitore (Art. 1202 c.c.) = La surrogazione,

nei casi previsti dalla legge, può essere stabilita dal debitore, senza il bisogno

di un precedente consenso del creditore.

c) Surrogazione Legale (Art. 1203 c.c.) = La surrogazione avviene, nei casi

espressamente previsti dall'articolo di riferimento, ex lege, cioè direttamente.

La dottrina ha dibattuto sulla natura dell’art 1203 c.c. (dunque la surrogazione legale)

e, in particolare, sul caso previsto dal numero 3. L’art. 1203 n. 3 c.c. prevede che la

surrogazione avviene, di diritto, <<a vantaggio di colui che, essendo tenuto con altri o

per altri al pagamento del debito, aveva interesse a soddisfarlo>>.

L'ipotesi contemplata dal numero 3, dunque, è quella in cui un soggetto terzo al

rapporto, tenuto per altri o con altri al pagamento del debito di un soggetto (ed

avendo dunque interesse a soddisfare questo), paga, sostituendosi poi nelle ragioni

del creditore, verso il debitore.

La dottrina dominante ha ritenuto applicabile l'art. 1203 n.3 c.c. al caso delle

obbligazioni solidali. Secondo la dottrina, dunque, il soggetto condebitore in un

debito solidale che paga il debito, può surrogarsi nella posizione del creditore,

potendo così rivalersi sugli altri condebitori in maniera più forte.

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La solidarietà, che può presentarsi sia dal lato debitorio che creditorio, è disciplinata

dagli artt. 1292 c.c e ss. del codice civile; dalla lettura delle norme di riferimento è

possibile delineare quali sono le caratteristiche di tale tipo di rapporto (N.B. Vengono

qui fornite le caratteristiche rintracciabili analizzando la solidarietà passiva, cioè la

solidarietà presente dal lato debitorio del rapporto):

a) Vi sono due o più debitori obbligati per la medesima prestazione.

b) Ciascuno dei condebitori può essere costretto all’adempimento della

prestazione nella sua totalità, poichè il creditore può chiedere l’adempimento

dell’intero indifferentemente a qualunque debitore.

c) L’adempimento da parte di uno solo dei condebitori solidali soddisfa

l’interesse del creditore e libera tutti i condebitori dall'obbligo. Il condebitore

solidale che ha pagato l’intero può poi, secondo quanto previsto dall'art. 1299

c.c., agire in via di regresso nei confronti degli altri condebitori solidali, in

modo da ottenere da ciascuno la propria quota.

Una delle regole generali, in base a quanto visto, è quella della libera scelta, in capo

al creditore, del debitore solidale a cui chiedere l’adempimento dell’intero; l’art 1293

c.c., tuttavia, prevede che la solidarietà non sia esclusa dal fatto che i singoli

condebitori siano tenuti ciascuno con modalità diverse. La norma citata apre lo spazio

alla possibilità che questa libera scelta sia limitata. Può essere limitata, ad esempio,

dal beneficium ordinis, cioè da quella modalità attraverso cui si regola la solidarietà

tra i condebitori che obbliga il creditore a chiedere necessariamente il pagamento ad

un determinato condebitore, dando la possibilità di chiedere l'adempimento ad un

altro condebitore solo se il primo risulta inadempiente. Il beneficium ordinis è una

modalità compatibile con il sistema della solidarietà; è possibile notare, infatti, come

la presenza del beneficium ordinis non faccia venire meno quelle che sono le

caratteristiche del debito solidale (identità della prestazione, prestazione dovuta per

intero, l’adempimento di uno libera tutti ecc.)

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Il Prof. Grasso non si trova d'accordo con la visione della dottrina generale.

Per dimostrare la sua teoria, il Professore muove dal concetto di obbligazione

compatibile con la surrogazione

; secondo il Prof. Grasso, infatti, esistono sia delle

ipotesi in cui l'obbligazione si estingue nel momento in cui sopraggiunge il

pagamento da parte del debitore, sia ipotesi in cui quanto detto non avviene.

Muovendo da tale presupposto, si deve necessariamente affermare che il pagamento

compatibile con la surrogazione è il pagamento che non estingue l’obbligazione,

poichè “surrogarsi” significa sostituirsi nel lato attivo di un rapporto obbligatorio

ancora esistente (non si può subentrare in un rapporto che non esiste più).

Al dato sopra citato va aggiunto, secondo il Prof. Grasso, che all'interno

dell'ordinamento italiano vige la regola dell’adempimento esatto, secondo cui

l’obbligazione si estingue quando a pagare è il debitore, il quale soddisfa, attraverso il

suo adempimento, la pretesa o l'interesse creditorio. La regola dell'adempimento

esatto, però, rende incompatibile il pagamento che proviene dal debitore con la

surrogazione, poiché, come scritto sopra, può esservi surrogazione solo nel caso in

cui l'obbligazione resti in piedi, mentre, come si è appena visto, l'adempimento del

debitore estingue l'obbligazione. Alla luce di tale considerazione, il Prof. Grasso

sostiene che il pagamento, per essere compatibile con la surrogazione, deve

necessariamente essere un pagamento idoneo a soddisfare l’interesse del creditore,

ma inidoneo ad estinguere l’obbligo; deve essere un adempimento, dunque, che né

realizza, né estingue l’obbligazione.

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Esempio di tale tipo di pagamento: Adempimento del terzo.

Quando vi è un rapporto obbligatorio tra debitore e creditore e c’è un terzo che

effettua il pagamento al creditore, questo adempimento del terzo non estingue

l'obbligazione, poiché non vi è un esatto adempimento (per esservi, deve essere

effettuato esclusivamente dal debitore), ed è idoneo a soddisfare l’interesse del

creditore.

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Applicando il concetto esposto sopra al debito solidale, si dovrà necessariamente

concludere che anche l'adempimento del condebitore non è compatibile con la

surrogazione, in quanto tale tipo di adempimento estingue l'obbligazione.

A tale teoria, la dottrina dominante replica presentando un'obiezione che muove dalla

lettura di due specifici articoli: il 1202 ed il 1203 n. 4 c.c.

Questi due articoli, secondo la dottrina, disciplinerebbero due ipotesi in cui il debitore

adempie alla propria prestazione, senza che l'obbligazione si estingua; sarebbero,

quindi, due ipotesi che dimostrerebbero l'infondatezza della teoria dell'adempimento

esatto e, di conseguenza, della teoria del Prof. Grasso.

Per comprendere bene la teoria della dottrina dominante, è necessario esaminare i due

articoli, del codice civile, da cui questa parte:

a) Art. 1202 c.c. (N.B. Si ricorda che l'articolo disciplina la surrogazione per

volontà del debitore) = L'articolo dispone che il debitore, il quale si trova a

dover pagare un una somma di denaro ad un soggetto, senza avere i mezzi

necessari all’adempimento, si fa fornire il denaro per adempiere mediante

mutuo da un soggetto terzo (normalmente una banca); tale soggetto può, una

volta che il debito è stato pagato dal debitore, essere surrogato, per volontà di

questi, nella posizione del creditore (si ricorda che, in questo caso, tale

operazione può essere portata a termine anche in caso di opinione contraria del

creditore). Secondo la dottrina, in questo caso il pagamento del debitore non

estingue in alcun modo l'obbligazione; ad onor di ciò si nota proprio che è la

legge a disporre che il soggetto terzo, colui cioè che ha concesso il mutuo, può

essere surrogato nella posizione creditoria.

b) Art 1203 n 4 c.c. = Tale norma prevede che la surrogazione ha luogo di diritto

a vantaggio dell’erede con beneficio d’inventario che paga con danaro proprio

i debiti ereditari. Anche in tale ipotesi, secondo la dottrina dominante, si è in

presenza di un pagamento proveniente dal debitore, in questo caso l'erede, che

non estingue l'obbligazione, in quanto questi si surroga nella posizione di

creditore dei debiti ereditari.

Il Prof. Grasso replica in maniera diversa alle due critiche mosse dalla dottrina.

Per ciò che riguarda la critica sub a), il Professore, pur ammettendo che si tratti di un

caso in cui il pagamento del debitore non estingue l'obbligazione, nota che l'ipotesi in

questione ha carattere eccezionale, fattore questo che impedisce l'applicazione

dell'art. 1202 c.c. in ambito generale (per cui, dunque, varrebbe sempre la regola

dell'adempimento esatto). Tale considerazione, secondo il Prof. Grasso, è giustificata

non solo dal fatto che l'ipotesi è espressamente prevista (se la regola avesse portata

generale, non vi sarebbe bisogno di una una norma che prevede una specifica ipotesi),

ma anche da un ulteriore considerazione: nell'ipotesi prospettata è necessario

garantire un interesse specifico del debitore: fornire un'idonea garanzia al soggetto

che ha fornito il mutuo (garanzia rappresentata dalla possibilità per questi di essere

surrogato nella posizione creditoria). Tale interesse si ritrova solo ed esclusivamente

nell'ipotesi prospettata dal 1202 c.c., e non in altre; ecco spiegata, dunque,

l'eccezionalità.

Per ciò che riguarda la critica sub b), invece, il Professore fa presente che l’erede, di

cui al 1203 n 4 c.c., ha accettato con beneficio di inventario, fattore questo che ha

portato alla separazione del patrimonio dell’erede dal patrimonio ereditario e,

dunque, dal passivo ereditario. Quando l’erede paga il debito ereditario, questi in

realtà non è un debitore, poiché egli non ha assolutamente pagando un proprio debito,

ma ha pagato, invece, un debito che fa capo al patrimonio ereditario, patrimonio da

cui risulta estraneo. Tale estraneità, secondo il Prof. Grasso, rappresenta il motivo per

cui il debitore (l'erede) può surrogarsi nella posizione di creditore nei confronti del

patrimonio ereditario e può, dunque, fare in modo che l’obbligazione non si estingua.

Resta quindi confermato che gli artt. 1202 e 1203 n 4 c.c. sono norme che hanno alla

base una ratio particolare e che non scalfiscono in alcun modo la teoria portata dal

Prof. Grasso.

Le critiche alla dottrina dominante del Professore, tuttavia, non si fermano a quanto

scritto sopra.

Il Professore, infatti, partendo da quanto stabilito all’art 1299 c.c., rubricato, regresso

tra condebitori, afferma che l'ordinamento ha previsto un solo rimedio a cui il

condebitore in debito solidale può ricorrere: appunto il regresso tra condebitori (tale

rimedio permette al condebitore che ha pagato di chiedere agli altri condebitori il

pagamento della loro parte di debito). Alla luce di ciò, la dottrina dominante, secondo

il Professore, deve spiegare perchè l'ordinamento avrebbe concesso al condebitore

che adempie una tutela più forte del dovuto; infatti, se si sostiene (come fa la

dominante dottrina, muovendo dall'art. 1203 n. 3 c.c.) che il condebitore che adempie

la prestazione si possa surrogare al creditore, si ammette che a questi si concedono

due diversi rimedi: il regresso ex art. 1299 c.c., che permette al condebitore

adempiente di chiedere agli altri condebitori la loro parte di debito, e la surrogazione

ex art. 1203 n. 3 c.c., che permette al condebitore adempiente, invece, di poter

chiedere ad un condebitore a sua scelta il pagamento dell'intero. La dottrina

dominante, secondo il Prof. Grasso, ad oggi non ha fornito ancora tale spiegazione.

La dottrina dominante, la quale vuole riconfermare che l'art. 1203 n 3 c.c. riguarda il

debito solidale, sostiene che il discorso del Professor Grasso possa avere una sua

validità solo ed esclusivamente nel caso in cui ci si trovi dinanzi ad obbligazioni

solidali a struttura unitaria (o unisoggettive), nelle quali ci sono più debitori di

un'unica l’obbligazione. In tale tipo di obbligazioni, l'adempimento di un singolo

debitore non solo soddisfa l’interesse del creditore, ma attua anche l’obbligo

(esempio di obbligazione unisoggettiva: coniugi in comunione dei beni). Nei casi di

obbligazioni solidali a struttura plurilaterale (esempio di obbligazione a struttura

plurilaterale: l’obbligazione del fideiussore con il creditore), obbligazioni in cui vi è

la presenza di obblighi autonomi tra loro, il discorso, per la dottrina, è differente, in

quanto a questo tipo di obbligazione non può essere applicata la regola enunciata dal

Prof. Grasso, poiché l'adempimento da parte di un debitore estingue solo il suo

obbligo, non tutta l'obbligazione.

Il Prof. Grasso replica a tale critica sostenendo che nemmeno nelle obbligazioni a

struttura plurima si possa parlare di possibilità del condebitore solidale di surrogarsi,

poiché anche in questo caso l'adempimento estingue l’intero obbligo. Secondo il

Professore, infatti, anche nelle obbligazioni solidali a struttura plurima trova

applicazione una delle regole generali, delle obbligazioni solidali, riscontrabile dalla

lettura dell'art. 1292 c.c. (che, si ricorda, è la prima norma che disciplina proprio le

obbligazioni solidali): cioè che l'adempimento di uno dei condebitori libera tutti gli

altri. Il Prof. Grasso, muovendo da tale regola, afferma che è la legge stessa a

stabilire, in tutti i casi di debito solidale (dunque anche quello a struttura

plurilaterale), che l'adempimento del singolo condebitore libera tutti gli altri e, di

conseguenza, estingue l'obbligazione, aspetto questo che, come più volte ricordato,

impedisce la surrogazione.

A tale obiezione, la dottrina controbatte sostenendo che, sebbene sia vero che l'art.

1292 c.c stabilisca che il pagamento di uno di essi libera gli altri, l’adempimento del

singolo debitore, nelle obbligazioni solidali a struttura plurilaterale, libera gli altri

condebitori solo nei rapporti esterni, nei confronti, cioè, del creditore, mentre nei

rapporti interni, cioè nei rapporti tra i condebitori, l’obbligazione non si estingue,

giacchè il condebitore che ha pagato l’intero può operare il regresso nei confronti

degli altri condebitori. La dottrina, secondo la suddetta tesi, sostiene dunque che

nell'obbligazione siano insiti due differenti rapporti: un rapporto esterno,

intercorrente tra il creditore ed i condebitori, ed un rapporto interno, intercorrente tra i

condebitori; ciò sarebbe provato dal fatto che il codice civile, all'art. 1299, non

disciplina “l'azione di regresso”, ma “il regresso” (la rubrica della norma recita,

infatti <<regresso tra condebitori>>), cioè la possibilità del condebitore solidale

adempiente di rivalersi, in un modo o in un altro, sugli altri condebitori solidali; nulla

esclude che la rivalsa possa essere ottenuta attraverso la surrogazione nella posizione

creditoria, giacchè l'obbligazione, almeno nei rapporti interni, sopravvive.

Il Prof. Grasso replica a tale teoria sostenendo che non è concepibile un'obbligazione

solidale a due piani (esterno ed interno); l’obbligazione solidale, infatti, è in ogni caso

unica (anche quando, dunque, è a struttura plurilaterale); il Professore aggiunge che

anche ponendo, per assurdo, che la tesi della dottrina dominante sia vera, vi sarebbe

comunque un errore, in quanto l'estinzione dell'obbligazione esterna ha come diretta

conseguenza l'estinzione dell'obbligazione interna. Tale conclusione si ottiene

esaminando gli studi svolti dal Prof. Cicala sulla divisibilità ed indivisibilità delle

obbligazioni. Egli sostiene che il rapporto obbligatorio tende al soddisfacimento

dell’interesse del creditore, interesse riconducibile non alla prestazione del debitore,

ma all'oggetto della prestazione. Alla luce di ciò, il Prof. Grasso fa notare che

l'adempimento del singolo condebitore soddisfa l'interesse creditorio, liberando in

ogni caso i condebitori e facendo estinguere così a tutti i livelli (quindi sia nei

rapporti esterni che in quelli interni) l'obbligazione.

Il Prof. Grasso, a questo punto, anticipa un’eventuale obiezione (non ancora

formulata in dottrina). Secondo il Professore, infatti, potrebbe essere sostenuta

l'invalidità della sua teoria muovendo da quando disposto dagli'artt. 1944 co. 1 e

1949 c.c. . Tali articoli, collocabili nell'ambito della fideiussione, dispongono quanto

segue:

a) Art. 1944 co. 1 c.c. = Il fideiussore è obbligato in solido col debitore

principale.

b) Art. 1949 c.c. = Il fideiussore che ha pagato il debito è surrogato nei diritti che

il creditore aveva contro il debitore.

Leggendo questi due articoli, dunque, si potrebbe sostenere che è la legge stessa a

prevedere, in determinati casi, la possibilità, in capo al condebitore, di potersi

surrogare nella posizione creditoria, smontando completamente la tesi del Prof.

Grasso (il quale, è bene ricordarlo, sostiene che la surrogazione non è compatibile

con le obbligazioni solidali).

Il Professore fornisce il motivo per cui anche tale ipotetica obiezione sarebbe, in

realtà, infondata.

L'argomentazione parte dalla lettura dell'art. 1950 c.c., rubricato <<regresso contro il

debitore principale>>; questo stabilisce che <<il fideiussore che ha pagato ha

regresso contro il debitore principale benché questo non fosse consapevole della

prestazione (…)>>. Si può notare, quindi, come il codice conceda due diverse

possibilità al fideiussore adempiente per recuperare quanto pagato: la surrogazione,

art. 1949 c.c., ed il regresso, art. 1950 c.c.; ci si deve necessariamente chiedere,

dunque, se il fideiussore possa ricorrere indifferentemente ad ambo i rimedi o se il

legislatore ha imposto a questo dei paletti a cui attenersi.

Per rispondere a tale quesito, il Professore procede alla lettura dell'art. 1944 co. 2

c.c . , il quale prevede che <<le parti possono convenire che il fideiussore non sia

tenuto a pagare prima dell’escussione del debitore principale>>. Da tale disposizione

si può ricavare che la regola generale, nella fideiussione, sia la coobligazione in

solido tra fideiussore e debitore, con l'eventuale presenza di un beneficium

escussionis a vantaggio del fideiussore (a cui, dunque, non può essere chiesto

l'adempimento prima di averlo chiesto al debitore); esempio di tale ipotesi si ritrova

nella disciplina della società semplice, dove l'adempimento dei debiti deve essere

chiesto prima alla società, la quale dovrà rispondere con tutti i suoi beni, e poi, solo

se questa risulta inadempiente, ai singoli soci, i quali rispondono illimitatamente.

Ill beneficium escussionis, però, per come è congegnato, non è compatibile con le

obbligazioni solidali, in quanto rompe il vincolo solidale. Ciò accade perché

attraverso il beneficium escussionis si vincola il creditore ad escutere prima il

patrimonio del debitore principale e solo successivamente, nel caso in cui questo

risulti inadempiente per l'intero o per una parte, potrà richiedere la prestazione al

fideiussore.

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Esempio : Tizio vanta un credito di € 100 nei confronti di Caio. Caio ha come

fideiussore Sempronio, il quale prevede a suo favore il beneficium escussionis.

All'atto del pagamento, Tizio chiede prima l'adempimento a Caio, il quale paga solo €

80 a Tizio. Tizio, a questo punto, può chiedere a Sempronio il pagamento dei restanti

€ 20.

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E’ chiaro che i due soggetti (fideiussore e debitore principale) non sono tenuti alla

medesima prestazione. Questo esclude che nelle obbligazioni in cui è presente il

beneficium escussionis si possa parlare di identità della prestazione, poiché in tali

casi si parla, invece, di residuo. L'assenza d'identità della prestazione impedisce di

poter parlare di solidarietà (in quanto, si ricorda, uno degli aspetti fondamentali della

solidarietà è proprio l'identità di prestazioni).

Si deve, dunque, concludere quanto segue:

a) Quando c'è il beneficium escussionis a tutela del fideiussore, non vi è

solidarietà; in questo caso, il fideiussore che adempie alla prestazione può

giovarsi anche del rimedio ex. Art. 1949 c.c. (dunque anche della

surrogazione).

b) Quando non c’è il beneficium escussionis a tutela del fideiussore, vi è

solidarietà; in questo caso, il fideiussore che adempie alla prestazione può

giovarsi solo del 1950 c.c., cioè dell'azione di regresso.

CONCLUSIONE: Il sistema della surrogazione non è compatibile col sistema

del debito solidale; dunque l'art. 1203 n. 3 c.c. non può essere riferito al

condebitore solidale che adempie l'obbligazione.

Il Prof. Grasso si domanda, nella parte finale del suo saggio, a quale ipotesi si

riferisce l'art. 1203 n. 3 c.c. .

Esaminando la disposizione normativa, il Professore conclude che la disposizione

sopra citata fa riferimento all'ipotesi in cui vi sia un soggetto con interesse qualificato

ad eseguire la prestazione in luogo dell'altro soggetto debitore; tale interesse si

ravvisa, ad opinione del Professore, nella tutela del proprio patrimonio, il quale

andrebbe a subire conseguenze dannose in caso di inadempimento del soggetto

debitore.

Diversi sono gli esempi; uno di questi è proprio quello del fideiussore con beneficium

escussionis (il cui caso è già stato esaminato sopra).

Esempio più specifico è il seguente: Tizio offre a garanzia del debito di Caio

un'ipoteca sulla sua casa. In caso di inadempimento di Caio, Tizio vedrebbe leso il

suo patrimonio, giacchè verrebbero avviate le procedure esecutive sul suo bene

immobile. Per evitare tali conseguenze negative, Tizio paga il debito di Caio,

surrogandosi, poi, nella posizione di creditore di Caio.

Saggio n° 7: Assunzione cumulativa del debito e Beneficium Ordinis

Il Beneficium ordinis è una modalità di attuazione della solidarietà passiva prevista

all’art 1268. co 2 c.c., articolo che disciplina l'istituto della delegazione cumulativa

(tipo di delegazione in cui il debitore - delegante resta obbligato in solido col

soggetto terzo - delegato nei confronti del creditore – delegatario). In presenza di

beneficium ordinis, Il delegatario ha un onere di preventiva richiesta di adempimento

della prestazione al soggetto terzo – delegato, potendo poi, solo ed esclusivamente in

caso di inadempimento di questi, chiedere l'adempimento della prestazione al

debitore – delegante. Attraverso il beneficium ordinis, dunque, si assiste alla

degradazione della responsabilità del soggetto delegante a sussidiaria.

L'art. 1268 co. 2 c.c. prevede, come anticipato sopra, il beneficium ordinis per la

delegazione cumulativa; autorevoli esponenti della dottrina, tuttavia, hanno ritenuto

possibile l'estensione di tale particolare forma di escussione del debito agli altri due

tipi di modalità di estinzione dell'obbligazione diversi dall'adempimento:

l'espromissione e l'accollo. Questa teoria, avanzata dal Prof. Cicala e dal Prof.

Campobasso, viene argomentata nel modo seguente:

a) Secondo il Prof. Cicala = il beneficium ordinis rappresenta la spiegazione del

perché assumere il debito altrui, attraverso la delegazione, l'espromissione e

l'accollo, significa far proprio il peso economico e giuridico del debito

dapprima nei rapporti esterni.

b) Secondo il Prof. Campobasso = il beneficium ordinis rappresenta la

spiegazione del perché assumere il debito altrui significa farlo proprio

dapprima nei rapporti interni.

E' interessante aggiungere che anche la Corte di Cassazione, nel 2004, ha applicato,

in una sua sentenza, la teoria sopra esposta; in tale sentenza, la Suprema Corte ha

applicato analogicamente il disposto dell'art. 1268 co. 2 c.c. all'accollo.

Il Prof. Grasso risulta in totale disaccordo con quanto esposto fino ad ora, ritenendo il

beneficium ordinis applicabile solamente alla delegazione cumulativa.

Il primo punto criticato dal Professore è che il beneficium ordinis possa essere

applicato all'accollo; tale tesi è stata argomenta dalla dottrina (e, come specificato

poco sopra, dalla giurisprudenza) nel modo seguente:

a) Prima Argomentazione = La legge, attraverso il disposto dell'art. 1408 co. 2

c.c. (il quale, testualmente, prevede che <<il contraente ceduto, se ha dichiarato

di non voler liberare il cedente, può agire contro di lui qualora il cessionario

non adempia le obbligazioni assunte>>), estende l'applicazione del beneficium

ordinis alla cessione del contratto; la dottrina è unanime nel riconoscere

nell'accollo cumulativo una cessione del contratto dal lato passivo del rapporto,

giacchè, attraverso lo stesso accollo, il cedente trasferisce al cessionario il

credito ed il debito, rimanendo, a causa del diniego del contraente ceduto a

liberarlo dal peso del debito, comunque contitolare del debito insieme al

soggetto cessionario. Poiché, dunque, nell'accollo cumulativo si può

riconoscere una cessione del contratto, allora anche all'accollo può essere

applicato il beneficium ordinis.

-----

Per completezza, si riporta qui una definizione nozionistica di “Cessione del

Contratto”.

La Cessione del Contratto, disciplinato dall'art. 1406 e ss. c.c., è l’istituto mediante il

quale un soggetto (cedente) sostituisce nella sua posizione contrattuale un altro

soggetto esterno al rapporto (cessionario); tale sostituzione può avvenire all'interno di

un contratto a prestazione corrispettive, a condizione che il contraente ceduto, cioè il

contraente che vede cambiare la controparte del contratto di cui è parte, acconsenta a

tale scambio. Oggetto della cessione sono i crediti ed i debiti facenti capo al soggetto

cedente.

-----

Il Prof. Grasso si oppone a tale teoria, in quanto ritiene che l'estensione del

beneficium ordinis alla cessione del contratto non possa avere portata generale

(fattore questo che vieta l'estensione per analogia del beneficium ordinis all'accollo

cumulativo). Il Professore giustifica la sua asserzione muovendo dal fatto che

l'estensione del beneficium ordinis alla cessione del contratto abbia una sua ratio

particolare, applicabile solo ed esclusivamente alla stessa cessione del contratto: la

tutela della sinallagmicità del rapporto.

Se infatti, argomenta il Professore, a seguito di cessione del contratto senza

liberazione del cedente si riconoscesse al contraente ceduto il potere di libera electio,

il potere cioè di scegliere liberamente, tra cedente e cessionario, il soggetto a cui

chiedere l'adempimento della prestazione, il soggetto ceduto agirebbe sempre contro

il soggetto cedente, poiché questo è rimasto contitolare solo del debito (a seguito,

come scritto sopra, del diniego di liberazione) e non del rapporto (passato al soggetto

cessionario), cosa che gli impedisce di poter opporre al ceduto i rimedi sinallagmatici

(cioè quei rimedi messi a disposizione dei contraenti di un contratto). Senza

l'estensione del beneficium ordinis alla cessione del contratto, dunque, il soggetto

cedente si troverebbe in una situazione di svantaggio ingiustificabile, cosa che invece

non accade nell'accollo cumulativo. Dunque il beneficium ordinis è applicabile solo

alla cessione del contratto.

b) Seconda Argomentazione = La legge espressamente delle ipotesi in cui il

beneficium ordinis viene esteso ad espromissione ed accollo. Queste si

rinvengono in due specifici articoli: l'art. 2356 c.c. e l'art. 2481 c.c.; tali

norme, applicabili alle S.P.A. ed alle S.R.L., dispongono che il socio che

trasferisce azioni non interamente liberate, per le quali, dunque, devono essere

ancora essere versati i conferimenti dovuti, sarà obbligato in solido con gli

acquirenti delle azioni stesse nei confronti della società di cui fa parte; la

società però, sempre secondo quanto disposto dalla legge, dovrà chiedere

l'adempimento di tale obbligo prima a coloro che hanno acquistato le azioni e

dopo, solo in caso di loro inadempimento, al socio che ha trasferito le azioni

non liberate. Quanto visto non è altro che un'applicazione del beneficium

ordinis al di fuori della delegazione. Il Prof. Grasso si trova contrario anche a

questa teoria. Egli sostiene, a tal proposito, che anche in quest'ipotesi

l'estensione del beneficium ordinis avvenga per una specifica ratio non

estendibile ad altri istituti. Nell'ipotesi esposta, infatti, la legge dispone

l'applicazione del beneficium ordinis in modo tale che la società vada a rifarsi

sui “nuovi azionisti” (sui soggetti, cioè, che hanno acquistato le azioni non

liberate), i quali hanno mostrato interesse a far parte della società stessa,

cercando di lasciar fuori colui che ha alienato le stesse, il cui interesse a far

parte della società, a quanto pare, è venuto meno. Tale ratio può ritrovarsi solo

in quest'ipotesi, cosa questa che esclude qualsiasi ragionamento analogico

sull'applicazione del beneficium ordinis ad espromissione ed accollo.

Smontate le argomentazioni della dottrina, il Prof. Grasso si pone la seguente

domanda: perché la legge ha previsto il beneficium ordinis per la delegazione

cumulativa?

La risposta a tale quesito si ritrova, secondo il Professore, nel fatto che la struttura

della delegazione cumulativa sia compatibile con il beneficium ordinis; ciò si spiega

perchè, nella delegazione, il soggetto delegato dichiara, quando agisce nei confronti

del delegatario, il suo “iussum delegatorio” (dichiara, cioè, di agire su espresso

mandato del soggetto delegante), caratteristica questa che fa penetrare direttamente

nella sfera giuridica del delegatario l'iniziativa presa dal delegante. Quanto esposto

porta necessariamente a pensare che il delegatario partecipa alla causa della

delegazione, cioè al mandato; si deve notare, infatti, che al delegatario viene

comunicato dal delegato l’agire per conto, dunque nel momento in cui egli accetta la

proposta di delegazione, accetta anche la qualità del delegato o di debitore principale,

nel caso di delegazione cumulativa, o di unico debitore, nel caso di delegazione

liberatoria. A questo punto diventa logica, secondo il Prof. Grasso, la presenza del

beneficium ordinis nella delegazione cumulativa, poiché questa fa obbligare in prima

battuta il delegato, il cui agire per mandato è stato accettato dal delegatario, e solo

successivamente, in caso di inadempimento del primo soggetto, il delegante, il quale

vede regredire a sussidiaria la propria responsabilità.

Tale ratio, che giustifica il beneficium ordinis per la delegazione cumulativa, non si

ritrova né nell'espromissione, né nell'accollo, infatti:

a) Nell'Espromissione cumulativa = l'espromittente non dichiara mai al

creditore – espromissario il motivo del suo agire (anche nel caso in cui

l'espromittente abbia un rapporto di mandato con l'espromesso, quindi, questo

non viene dichiarato all'espromissario); dunque l'espromissario non accetta

l'espromittente come debitore principale.

b) Nell'Accollo cumulativo = il creditore - accollatario non è parte del contratto

d'accollo (a differenza di quanto avviene nella delegazione, dove il delegatario

è parte del contratto), quindi l’accollatario non partecipa alle iniziative interne

di accollato ed accollante. Oltre a ciò, l'accollo non è un contratto che porta alla

costituzione un nuovo debito (mentre la delegazione è la fonte da cui si crea il

diritto di credito del delegatario nei confronti del delegato); questo perchè

l'accollo non è altro che una vicenda di trasferimento di un diritto già esistente,

infatti, attraverso questo, il debito passa dall'accollato all'accollante. In base a

quanto visto, quindi, non si può in alcun modo affermare, secondo il Prof.

Grasso, che nell'accollo cumulativo l'accollatario partecipi alla causa dello

stesso con la stessa intensità con cui il delegatario partecipa alla causa della

delegazione cumulativa (si ricorda, infatti, che nella delegazione si crea un

nuovo debito, mentre nell’accollo questo si trasferisce). Tutto ciò dimostra,

infine, che anche all'accollo non può essere applicato il beneficium ordinis.

Il Prof. Grasso, a questo punto, nota che, nonostante tutto, il ragionamento non può

prescindere da una considerazione del Prof. Cicala, riconosciuta unanimemente dalla

dottrina: delegazione, espromissione ed accollo rappresentano strumenti di

assunzione del debito altrui; ciò verrebbe meno per espromissione e per l'accollo,

però, se a questi istituti non si riconoscesse almeno un minimo di degradazione di

responsabilità del debitore originario.

Alla luce di ciò, il Prof. Grasso sostiene che la sussidiarietà della responsabilità del

creditore originario sia presente in tutti e tre gli istituti; tuttavia ritiene, altresì, che

questa sia di gradazione diversa a seconda dei casi. A tal proposito si può parlare,

secondo lui, di:

a) Sussidiarietà fortissima – Beneficium Excussionis = (tipica della

fideiussione , surrogazione legale) vi è un grado di sussidiarietà talmente forte

da rompere la solidarietà, perché viene meno l’identità della prestazione delle

parti.

b) Sussidiarietà forte – Beneficium Ordinis = (tipica della delegazione

cumulativa) forma di sussidiarietà forte compatibile con la solidarietà, poiché

le parti sono tenute alla medesima prestazione.

c) Sussidiarietà debole, attenuata o evanescente = tale forma di sussidiarietà

comporta, nell'espromissione e nell'accollo, l'onere della preventiva attesa, cioè

il creditore (accollatario o espromissario, a seconda che si tratti di accollo o di

espromissione) hanno l’onere di attendere il termine di adempimento dei

debitori principali, potendo quindi chiedere l'adempimento ai debitori originari

(accollato o espromesso) solo alla scadenza del termine previsto per il

pagamento e solo in caso di inadempimento.

Secondo il Prof. Grasso, dunque, la sussidiarietà può impoverirsi al punto da

consentire al creditore di pretendere l’esecuzione della prestazione dal debitore

responsabile sussidiariamente con la semplice affermazione che è mancato

l’adempimento da parte del debitore principale, senza la necessità, quindi, di ricorrere

ad una rituale richiesta di pagamento.

Saggio n° 8: Considerazioni sul c.d. Iussum Accipiendi nella

delegazione di debito

Lo iussum accipiendi (la forma corretta sarebbe, in realtà, IL iussum accipiendi;

tuttavia oramai è diventato di uso comune LO iussum accipiendi, quindi verrà

utilizzata per tutta la trattazione tale espressione) è la dichiarazione posta in essere,

nella delegazione di pagamento, dal delegante attraverso cui si informa il delegatario

delle ripercussioni che il pagamento del delegato nei suoi confronti avrà sul rapporto

di valuta (il quale, si ricorda, rappresenta il rapporto tra delegante e delegatario).

Non si deve assolutamente confondere lo iussum accipiendi con lo iussum

delegatorio; attraverso quest'espressione, infatti, ci si riferisce all'incarico, assegnato

dal delegante al delegato attraverso un mandato, di obbligarsi nei confronti del

delegatario; tale obbligo può consistere o nell'assunzione dell'obbligo di

adempimento (delegatio promittendi) o nel semplice pagamento (delegatio solvendi).

In dottrina è pacifico che nella delegazione sia necessaria la presenza dello iussum

delegatorio; lo stesso non può essere detto per lo iussum accipiendi, la cui necessità,

all''interno della struttura delegatoria, è stata messa in discussione.

Il Prof. Bigiavi, ad esempio, sostiene proprio che lo iussum accipiendi sia un

elemento accidentale della delegazione (la presenza o meno di tale elemento,

dunque, non inficia la validità della delegazione) che, se presente, consentirebbe al

delegatario di sollecitare l'adempimento della prestazione del delegato.

Il Prof. Grasso non si trova d'accordo con quanto affermato dal Prof. Bigiavi.

Secondo Grasso, infatti, quanto sostenuto dal Prof. Bigiavi porterebbe ad un

controsenso giuridico, in quanto:

a) Se il delegatario è già creditore del delegato (se il delegato, quindi, ha già

accettato la proposta contrattuale di assunzione delegatoria del debito), non è

necessaria la presenza dello iussum accipiendi per sollecitare l'adempimento,

visto che il delegatario può farlo direttamente ricorrendo ai suoi poteri di

creditore.

b) Se il delegatario non è ancora creditore del delegato (se il delegato, quindi,

non ha anccora accettato la proposta contrattuale di assunzione del debito), lo

iussum accipiendi potrà rivelarsi utile per sollecitare la conclusione del

contratto, non l'adempimento della prestazione (che, al momento, non esiste

ancora). Egli può, eventualmente, sollecitare tale adempimento solo in via di

fatto, non, dunque, attraverso attività giuridiche

Il Prof. Grasso dimostra, così, l'infondatezza della teoria del Prof. Bigiavi (e che,

quindi, lo iussum accipiendi non serve a sollecitare l'adempimento del delegato).

La disputa sullo iussum accipiendi non si chiude con il dibattito Bigiavi – Grasso.

Altra parte della dottrina, infatti, ritiene che lo iussum accipiendi sia in realtà sempre

inutile all'interno della delegazione. Tale tesi muove dal fatto che l'art. 1180 c.c., la

cui rubrica recita “adempimento del terzo”, riconosce a qualunque terzo la possibilità

di pagare, senza bisogno di autorizzazione da parte del creditore, il debito al posto del

debitore. Alla luce di tale disposizione, la dottrina si chiede perché il delegatario –

creditore debba ricevere, attraverso lo iussum accipiendi, un'autorizzazione dal

debitore originario a ricevere l'adempimento del terzo (qui delegato); risulta un

controsenso, infatti, parlare di autorizzazione nei confronti di un soggetto che, per la

sua qualità di creditore, è già autorizzato dalla legge a pretendere, attraverso

l’adempimento della prestazione, che sia soddisfatto il suo credito.

Il Prof. Grasso critica anche tale teoria. Egli sostiene che la dottrina abbia esaminato

lo iussum accipiendi da un punto di vista errato e fuorviante. Lo iussum accipiendi,

infatti, rappresenta sì un'autorizzazione al delegatario, ma a trattenere quanto

ricevuto dall'adempimento del delegato, cosa estremamente diversa

dall'autorizzazione a ricevere il pagamento.

Attraverso lo iussum accipiendi, infatti, il delegatario viene conoscenza della ratio del

pagamento posto in essere, a suo favore, dal delegato, ratio che dà un fondamento al

pagamento stesso.

Studiano a fondo la delegazione di pagamento, infatti, il Prof. Grasso si è accorto che

non basta al delegatario la presenza di uno iussum delegatorio per poter trattenere

quanto ottenuto; ciò in quanto il delegante, in caso di assenza di iussum accipiendi,

potrebbe sostenere che il pagamento posto in essere dal delegato sia non legittimo ed

infondato, potendo così chiedere al delegatario la ripetizione di quanto ottenuto da

tale adempimento (N.B. Si ricorda che “l'azione di ripetizione” permette a colui che

ha eseguito un pagamento non dovuto di ottenere la restituzione di quanto è stato dato

o la corresponsione dell'equivalente; si ricorda, altresì, che il delegato agisce su

mandato del delegante, dunque il suo pagamento è, in realtà, pagamento del

delegante, cosa che permette a questi di esperire l'azione di ripetizione). Il Prof.

Grasso nota, a conclusione del suo ragionamento, che lo iussum accipiendi può in un

caso mancare: quando la delegazione risulti titolata rispetto al rapporto di valuta

,

(la delegazione risulta titolata alla valuta quando il delegato, nel promettere o

nell'effettuare il pagamento al delegatario, a seconda che si tratti di delegatio

promittendi o solvendi, esprime una relazione con il rapporto di valuta); in questo

caso, infatti, il fatto che il pagamento sia da imputare al delegante ad estinzione del

rapporto di valuta (intercorrente, si ricorda, tra delegante e delegatario) è implicito

nell'adempimento posto in essere dal delegato, cosa che fa venire meno la necessità

della presenza dello iussum accipiendi.

Tale visione del Prof. Grasso viene criticata da un altro esponente della dottrina, il

Prof. Donati. Questi sostiene che non sia necessaria una dichiarazione che legittimi il

creditore – delegatario a trattenere il pagamento e ad imputarlo al delegante (e che,

dunque, non sia necessaria la presenza dello iussum accipiendi), poichè la

delegazione risulta sempre titolata al rapporto di valuta. Il Prof. Grasso, dal canto suo,

sostiene che il Prof. Donati, sostenendo tale tesi, non sia in realtà riuscito a superare

la distinzione tra delegazione pura e titolata. Per comprendere a fondo il dibattito tra

Grasso e Donati, è necessario esaminare ogni singola argomentazione presentata da

questi, con la relativa critica del Prof. Grasso:

a) Prima Argomentazione = Causalità o astrattezza di un negozio giuridico non

possono essere fatti dipendere dal mero arbitrio delle parti. Applicando tale

principio alla delegazione, si evince che le parti non possono far dipendere

dalla loro semplice volontà l'astrattezza o meno della delegazione; dunque

questa risulta sempre titolata alla valuta. Grasso replica a tale argomentazione

facendo notare che, sebbene sia vero che l’astrattezza o la causalità di un

negozio giuridico non possano dipendere dall’arbitrio delle parti, nella

delegazione, come ha già fatto notare il Prof. Cicala durante i suoi studi,

astrattezza o causalità dipendano esclusivamente dal mandato tra delegante e

delegato, il quale rappresenta la causa generica sufficiente a reggere tutto il

congegno delegatorio.

b) Seconda Argomentazione = Il contratto intercorrente tra delegato e

delegatario si giustifica, sul piano causale, facendo riferimento all'interesse del

creditore – delegatario a vedere soddisfatto il suo credito, cosa che si evince

esclusivamente dal rapporto di valuta; ciò risulta confermato da quanto

previsto dall'art. 1268 c.c., il quale stabilisce che <<se il debitore delegante

assegna al creditore delegatario un nuovo debitore, il quale si obbliga verso il

creditore, il debitore originario non è liberato dalla sua obbligazione>>. Tale

norma, infatti, fa capire che il delegante risulta sempre qualificato come

debitore del delegatario e che il contratto delegato – delegatario trova sempre

giustificazione nella soddisfazione dell'interesse del delegatario, cioè nella

realizzazione del rapporto di valuta. Tutto ciò porta a concludere che la causa

del contratto tra delegato e delegante sia l'assunzione e la realizzazione da parte

del delegato del rapporto di valuta, cosa questa che fa venir meno la necessità

dello iussum accipiendi, in quanto, a questo punto, al delegatario basta, per

poter ricevere e trattenere il pagamento, la sua posizione di creditore nei

confronti del delegato. Grasso replica a tale teoria sostenendo che l'art. 1268

c.c., in realtà, disciplina solo una delle possibili ipotesi di delegazione: quella,


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Saggi di Diritto delle Obbligazioni e dei Contratti consigliato dal docente Grasso.
Si mira, attraverso tale elaborato, a facilitare lo studio dei saggi contenuti all'interno del volume; saggi che, a causa dello stile di scrittura molto tecnico, risultano di non facile comprensione. Si tiene a precisare che i saggi numero 2, 3, 4 e 5 sono stati trattati in un unico testo; ciò in modo da rendere il discorso sulla risoluzione del contrattto per inadempimento più fluido e semplice.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HectorFranz di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Grasso Biagio.

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