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Vi è certamente una differenza tra l’interesse dell’autore e dell’inventore ad

essere riconosciuto tale, dall’interesse ad utilizzare l’opera dell’ingegno e

l’invenzione.

Il riferimento oggettivo della tutela della paternità s’identifica con il c.d. “diritto

della personalità”.

Tale diritto viene riconosciuto solo ed esclusivamente all’autore o all’inventore

e non viene trasferito neanche per successione a causa di morte agli eredi.

I parenti possono solo continuare ad esercitare, senza limiti di tempo, i loro

interessi.

La tutela della personalità è indipendente dalle sorti del diritto sul bene

giuridico immateriale, vediamo alcuni esempi: l’ipotesi di decadenza del

brevetto, il mancato acquisto del diritto ad utilizzare il bene, e la decadenza

dal beneficio di durata.

L’autore e l’inventore possono chiedere una pronuncia di accertamento che

attesti la loro qualità rispetto a coloro che si spacciano per tale; eppure il

diritto sul bene immateriale patrimoniale si è estinto.

La tutela dell’esercizio del diritto si atteggia a tutela ad utilizzare il bene

secondo autonomia. Ad esempio, come il proprietario non può opporsi ad

attività che non abbia interesse ad escludere, così il titolare del diritto di

utilizzare sul bene immateriale non può opporsi a quelle attività di terzi che

non sono lesive del suo interesse.

La tutela di ogni forma di godimento è considerata tutela della proprietà. Il

problema della tutela si traduce in un problema di limiti esterni alla

realizzazione dell’interesse del proprietario.

Secondo la dottrina dominante, la tutela della proprietà consiste nella

possibilità di respingere qualunque pretesa altrui, perché l’interesse del

proprietario non si realizza nell’ambito di un rapporto con un altro soggetto.

Mentre la tutela degli altri diritti patrimoniali è segnato da un rapporto fra

soggetti, sia reale che personale.

La tutela della proprietà dipende da una valutazione in astratto dell’interesse

del proprietario, la tutela di ogni altro diritto patrimoniale dipende da una

valutazione in concreto.

L’interesse del titolare di un diritto reale limitato si determina in concreto in

relazione all’interesse di un altro soggetto a utilizzare il bene.

Secondo la dottrina dominante, i diritti reali limitati investono il titolare di un

potere immediato ed esclusivo sul bene e per il loro carattere assoluto si

esercitano e sono tutelati erga omnes.

L’interesse giuridicamente protetto da ogni diritto reale limitato si realizza

soltanto verso quei soggetti che sono investiti di una altro diritto reale sullo

stesso bene, tant’è vero che la tutela dei terzi è distinta dalla tutela spettante

a colui che è investito del diritto reale limitato, al primo spetta una tutela

antidelittuale, al secondo un’azione reale.

Una parte della dottrina perviene in materia di servitù, dove si distingue il tipo

di azione confessoria-negatoria reale di accertamento in condanna,

dall’azione confessoria negatoria di danni.

L’azione reale tende alla rimozione dello stato di fatto contrario al diritto

soggettivo e si concreta con la pronuncia di accertamento in condanna del

soggetto proprietario del fondo servente. L’azione di danni tende invece a

rimediare alla lesione patrimoniale cagionata da un’illecita ingerenza nel

godimento della servitù e si conclude con la condanna al risarcimento da

parte di chi è responsabile del fatto. A volte il responsabile del fatto, costretto

a risarcire il danno, può essere anche il proprietario del fondo servente.

Il carattere di assolutezza dei diritti reali limitati vengono affermati per

l’esigenza di distinguerli dai diritti di credito.

Il creditore può ottenere l’adempimento e può agire per l’esecuzione forzata

contro il debitore, non contro il terzo responsabile di una vicenda lesiva del

rapporto obbligatorio.

Verso i terzi vale la tutela antidelittuale diretta a soddisfare l’interesse

all’integrità patrimoniale.

Il carattere di assolutezza, se viene inteso nel senso di opponibilità del titolo,

è proprio sia dei diritti di credito che dei diritti reali limitati, in quanto

costituiscono elementi del patrimonio del legittimato attivo all’azione di danni;

e il carattere di relatività, se viene inteso come valutazione in concreto della

posizione giuridica dell’altro soggetto interessato, è proprio sia dei diritti di

credito che dei diritti reali limitati.

Ai sensi dell’art. 833 del cod.civ. il proprietario non può compiere atti che

abbiano lo scopo di nuocere o recare molestia ad altri.

Se l’attività viene considerata in relazione al bene, non si applica l’art. 833 e il

proprietario avrà piena tutela.

La natura reale della proprietà comporta che alla patrimonialità dell’oggetto

corrisponda la patrimonialità dell’interesse, al contrario di quanto avviene nei

diritti personali.

La patrimonialità dell’interesse del proprietario comporta che gli atti inutili ma

non dannosi non siano tutelati con l’esercizio del diritto.

L’art. 840 del cod.civ. dispone che il proprietario del suolo non può opporsi ad

attività di terzi che si svolgono nel sottosuolo o nello spazio sovrastante, che

non abbia interesse ad escludere. Il proprietario può opporsi solo se vi ha

interesse.

Lo spazio può essere oggetto del diritto di proprietà. I criteri che conducono

alla determinazione quantitativa dell’oggetto del diritto non sono gli stessi che

conducono alla determinazione del contenuto.

La disciplina della proprietà presenta caratteristiche in base alle quali è

possibile delineare la differenza tra la proprietà e gli altri diritti reali secondo il

contenuto.

E’ possibile distingue l’interesse del proprietario e la sua tutela, dall’interesse

all’integrità patrimoniale e dalla tutela antidelittuale che compete a chi si trova

con il bene in una relazione diversa dalla proprietà.

Ai sensi dell’art. 924 “dello sciame d’api”dispone che: il proprietario di sciami

d’api ha diritto di inseguirli sul fondo altrui, ma deve un’indennità per il danno

cagionato al fondo; se non li ha inseguiti entro due giorni o ha cessato di

inseguirli entro due giorni può prenderli e ritenerli il proprietario del fondo.

E’ possibile opporsi all’accesso altrui quando il terzo entra sul fondo, per

cacciare senza licenza, per occupare, per pescare, in tutti gli altri casi,

l’acceso sul fondo altrui non è illegittimo.

L’indennità dovuta se l’accesso cagiona danno spetta a colui che ha la

conduzione del fondo e non al proprietario in quanto tale.

L’obbligo di risarcire il danno provocato non spetta esclusivamente al

proprietario in quanto tale.

Recentemente la dottrina e la giurisprudenza hanno stabilito che il

risarcimento spetta a colui che si trova in rapporto con la cosa al momento in

cui si è verificato il danno.

Le limitazioni della proprietà non sono altro che restrizioni del potere assoluto

del proprietario stabilite da un atto o da una norma.

Le c.d. limitazioni legali sono dovute alla tutela di un interesse contrario o più

forte. Si prospetta un regime amministrativo della proprietà quando

l’interesse tutelato è di natura pubblica e si parla di rapporti di vicinato nelle

ipotesi di limitazione dell’attività del proprietario nell’interesse di uno o più

soggetti privati.

Il concetto di limitazione viene giustificato in base al confronto della proprietà

di beni immobili con la proprietà di beni mobili non registrati.

Al suo regime libero si contrappone il regime controllato dei beni immobili,

che taluni identificano con la proprietà produttiva.

Il differente regime dei due tipi di beni non determina una differente disciplina

del diritto di proprietà.

La proprietà dei beni mobili costituisce la realizzazione piena e tipica dello

schema della proprietà. Questo presupposto prospetta la proprietà come

potere assoluto e come libertà alla quale contrapporvi il diverso tipo della

proprietà immobiliare.

Il termine limitazioni legali della proprietà è improprio quando viene riferita

alla disciplina delle distanze, delle luci, delle vedute e dello stillicidio.

Il principio di solidarietà sociale opera anche nella proprietà di beni diversi dai

fondi, si atteggia a condizione di effettività dello strumento e non a limite

esterno all’attività del proprietario.

Le norme relative ai beni immobili non stabiliscono limitazioni alla

realizzazione dell’interesse del proprietario.

CAPITOLO II: FUNZIONE SOCIALE E DIRITTI DEGLI ALTRI

Bisogna verificare se i portatori di interessi, esigenze, bisogni definiti nella

disciplina urbanistica siano tutelati dinnanzi al giudice civile nei confronti di

coloro che esercitano l’attività edilizia.

La disciplina urbanistica, come possiamo notare, si occupa anche di tali

soggetti e non solo di regolare il potere pubblico dei comuni, province e stato

o il potere privato dei proprietari e degli imprenditori edili.

La disciplina giuridica determina le modalità d’esercizio dell’attività edilizia,

ma in realtà, istituzionalmente, competenti a determinare caso per caso le

modalità di esercizio, sono gli organi amministrativi.

Colui che esercita l’attività edilizia è considerato soggetto ai poteri pubblici, la

sua attività è sottoposta a protezione e i terzi non devono intralciare tale

attività.

La posizione dei terzi può essere definita come l’obbligo generico di astenersi

dal turbare l’esercizio dell’attività del soggetto.

Lo jus aedificandi, è la tipica espressione della forma di tutela riconosciuta al

proprietario.

La presenza di controlli pubblici non comporta l’inammissibilità di forme di

controllo sociale da parte di privati.

Il contenuto del diritto di proprietà non è stabilito dal titolare ma dalla legge.

Per cui non ogni attività esercitata da colui che risulta essere il proprietario è

espressione di diritto di proprietà e quindi meritevole di tutela.

L’esercizio dell’attività economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità

sociale, quindi non ogni attività economica è giuridicamente rilevante e

protetta.

Ai sensi della legge n. 10/77 sull’edificabilità dei suoli, l’attività edilizia è

un’attività che comporta la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio

comunale, in cui il solo soggetto interessato a modificare l’organizzazione

produttiva è il proprietario.

L’attività è subordinata al rilascio della concessione da parte del sindaco in

conformità agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi.

Se l’attività viene esercitata in modo conforme alla disciplina della

concessione, non è necessario verificare se siano stati realizzati i bisogni, le

esigenze e gli interessi dei soggetti terzi; se non è stata esercitata in maniera

conforme, l’insoddisfazione dei terzi deriva dalle scelte adottate in sede

istituzionale.

L’attività potrà essere soggetta a tutela penale amministrativa o alla tutela

processuale civile, tuttavia, quest’ultima viene esclusa per motivi di

opportunità economica.

Il giudice civile non può farsi carico di tutti i problemi che non rientrano nella

sua sfera di competenze istituzionali, quali, appunto, i problemi del mercato

edilizio.

Il giudice deve limitarsi ad accertare la difformità dell’attività esercitata e

imporre al soggetto l’obbligo di fare ciò che doveva essere fatto.

I problemi nascono se ci si domanda, quale parte sia riservata all’autonomia

dei privati. La posizione dei privati viene determinata dopo il rilascio della

concessione a edificare , successivamente il proprietario-costruttore-

concessionario, può decidere se costruire o meno, se decide di farlo, dovrà

rispettare le modalità stabilite dalla legge.

Il piano di lottizzazione si occupa di urbanizzare le nuove zone e di

completare l’edificazione di zone in espansione, viene deciso dai privati e

dalle amministrazioni e approvato dal consiglio comunale.

Sia prima, sia dopo la legge sull’urbanistica del 1942, sia soprattutto, negli

anni ’50, la lottizzazione veniva considerata lo strumento generico dell’attività

del costruire.

La lottizzazione doveva manifestarsi attraverso i requisiti formali e sostanziali,

tipici dei contratti che avevano per oggetto la modificazione del contenuto

della proprietà immobiliare e che la sua opponibilità a terzi era subordinata a

trascrizione.

La trascrizione è una forma di pubblicità stabilità dall’ordinamento giuridico

per gli atti giuridici che riguardano i diritti reali sui beni immobili.

Adesso gli studiosi di diritto pubblico, ritengono improprio l’uso del termine

lottizzazione , perché la lottizzazione privata è vietata.

L’improprietà dell’uso del termine lottizzazione deriva dal fatto che a partire

dalla legge 765/67 non è più ammesso il libero esercizio, del proprietario di

determinare fra loro, mediante convenzioni, l’organizzazione e le modalità di

esercizio dell’attività edilizia.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne stabilisce i

modi di acquisto, i modi di godimento e i limiti, rendendola accessibile a tutti e

assicurando la funzione sociale.

Dunque, l’attività edilizia è:

1) un’attività spontanea

gli strumenti urbanistici, ossia, le convenzioni e le concessioni, hanno la

2) funzione di individuare gli interessi, le esigenze e i bisogni degli abitanti

gli stipulanti concessioni o convenzioni, si trovano di fronte ad una

3) situazione in cui, i terzi non possono regolare e attuale, gli interessi di

cui sono portatori.

CAPITOLO III: CONCESSIONE EDILIZIA E RESPONSABILITA’ DEI MODI

DI GODIMENTO

Le nuove norme della legge n. 10 del 1977 sull’edificabilità dei suoli,

conferma la necessità di adeguare le forme giuridiche degli interessi dei

privati alla materia economica oggetto della disciplina urbanistica.

L’art. 4 dispone che nell’atto di concessione devono essere indicati i termini

d’inizio e di ultimazione dei lavori e che entro il termine di ultimazione l’opera

deve essere abitabile e agibile.

Qualora i lavori non siano stati ultimati nel termine stabilito, il concessionario

dovrà presentare istanza diretta ad ottenere una nuova concessione a

edificare, per la parte dei lavori non ancora ultimati.

Prima della legge non esisteva un termine di ultimazione dei lavori. Tale

termine si ebbe per la prima volta con la legge 765/67 per le licenze

concesse. Ma, per comprendere meglio l’art. 4 è necessario non prendere in

considerazione l’art. 17 della legge 765/67, secondo il quale, le licenze

rilasciate nello stesso periodo non sono prorogabili e le costruzioni devono

essere ultimate entro due anni dalla data di inizio dei lavori; e né bisogna

tener presente dell’art. 31, secondo il quale, con l’entrata in vigore di nuove

previsioni urbanistiche, le licenze concesse in contrasto con tali previsioni

decadono, a meno che, i lavori non siano stati già iniziati e terminano entro

tre anni dalla data di inizio.

La scadenza del termine per l’ultimazione dei lavori non determina la

decadenza, al massimo, si potrebbe parlare di estinzione della concessione,

per decorso del termine. Per cui, ci si domanda se occorre un atto di

accertamento dei lavori non ultimati alla scadenza del termine o se occorre

un atto ad hoc che dichiari l’estinzione della concessione. L’attività esercitata

prima della scadenza del termine è lecita, quella esercitata dopo è illecita;

questo risultato non cambia né se la concessione viene trasferita, né per

legge regionale, e né se la scadenza del termine è maggiore o minore di tre

anni.

Nel caso in cui l’attività viene esercitata senza il rilascio della concessione, si

applicano sanzioni penali, o amministrative.

Le sanzioni, non vengono applicate nel caso in cui i lavori non sono stati

ultimati alla scadenza del termine, ma nel caso in cui le attività sono state

compiute senza la concessione a edificare oppure se le attività o le opere

sono compiute in totale o parziale difformità.

La disposizione prevede come conseguenza dell’ipotesi in cui i lavori non

sono stati ultimati nel termine stabilito, la nascita di un obbligo a carico del

concessionario, ossia dovrà presentare istanza diretta ad ottenere una nuova

concessione a edificare per la parte dei lavori non ancora ultimata.

Gli immobili realizzati per effetto del rilascio della concessione a edificare

possono formare oggetto di atti e di rapporti costituiti tra il concessionario e i

terzi, benché i lavori non siano stati ultimati alla scadenza del termine, sia se

si tratta di immobili costituenti opere né agibili, né abitabili, perché prive dei

requisiti idonei a richiedere e ottenere il certificato di agibilità e abitabilità, sia

perché le opere di urbanizzazione non sono state eseguite.

L’art. 4 non ha funzione di assicurare lo jus superveniens, né di reprimere

l’attività esercitata dopo la scadenza del termine, si spiega solo in funzione

all’attività del concessionario e riguarda solo i casi in cui i lavori non siano

stati ultimati alla scadenza del termine.

Nel caso in cui il concessionario non si sia impegnato ad eseguire le opere di

urbanizzazione, quindi tale compito spetta al comune, il concessionario dovrà

comunque corrispondere al comune gli oneri di urbanizzazione. Tali oneri

dovranno essere corrisposti in corso d’opera, con le modalità e le garanzie

stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla data di ultimazione dei

lavori. Le garanzie e le modalità d’esercizio non vengono meno con la

scadenza del termine, il concessionario resta comunque obbligato nei

confronti del comune. Questo è il rapporto tra concessionario e comune.

Per quanto riguarda il rapporto tra concessionario e terzi; i terzi sono coloro

che hanno acquistato la titolarità della proprietà o di altri diritti reali sui beni

immobili realizzati per effetto del rilascio della concessione. La legge cerca di

evitare che il concessionario possa sottrarsi dall’obbligo di corrispondere gli

oneri relativi alla nuova concessione, per sottrarsi dovrà trasferire la

concessione; nel caso i cui si limita a trasferire gli immobili o a costituire su di

essi diritti reali perché non vuole o non può trasferire la concessione, viene

garantito ai terzi che l’istanza diretta a ottenere la nuova concessione a

edificare sarà a cura e a spese del concessionario.

Nell’ipotesi in cui il concessionario si sia assunto l’obbligo diretto di eseguire

le opere di urbanizzazione, egli dovrà comunque eseguire l’opera secondo le

modalità e le garanzie stabilite dal comune e sarà obbligato a presentare

istanza diretta ad ottenere una nuova concessione per la parte dei lavori non

ancora ultimati alla scadenza del termine. Tale obbligo ha funzione di

garanzia nei confronti dei terzi.

CAPITOLO IV: BENE-CASA E QUALITA’ DELLA VITA:GLI IMPIANTI

SPORTIVI DI QUARTIERE

Ai sensi dell’art. 810 del cod.civ. sono beni le cose idonee a formare oggetto

di diritti. Se fosse vero che sono beni le cose idonee a formare oggetto di

un’economia di mercato, gli impianti sportivi di quartiere sono beni orfani in

senso giuridico, in quanto la loro realizzazione e circolazione non può

formare oggetto di libero scambio.

Per coloro che occupano o accedono agli edifici del quartiere, gli impianti

sportivi sono beni in senso giuridico perché la loro realizzazione e

utilizzazione sono fondate sul trincio di gratuità.

Gli impianti sportivi sono idonei ad assicurare agli abitanti del quartiere una

certa qualità della vita. L’abitante del quartiere considera gli impianti, un

servizio.

I processi dell’attività produttiva consistono in:

1) le scelte di programmazione della trasformazione in loco del territorio

individuando i bisogni da realizzare;

2) creazione degli impianti mediante trasformazione del territorio con i

contributi dei concessionari;

3) produzione del servizio, mediante l’organizzazione delle risorse e dei beni

messi a disposizione.

Quando ci si trova di fronte a cose che è possibile utilizzare privatamente, il

problema non sussiste, quando incede si accede agli impianti sportivi è

necessaria l’applicazione della disciplina urbanistica.

Gli impianti sportivi in senso giuridico sono solo quelli autorizzati dal C.O.N.I.

Secondo qualche autorità, il consenso del C.O.N.I è necessaria anche in

Sicilia, in virtù del principio di continuità della legge statale, quindi è estesa a

tutte le regioni a statuto speciale.

Gli impianti sportivi di quartiere dividono insieme ad altri beni e servizi il

territorio comunale destinato alle opere di urbanizzazione, che si dividono in

opere di urbanizzazione primaria e secondaria.

Le opere di urbanizzazione primaria sono gli spazi di verde attrezzato, la

pubblica illuminazione, la rete idrica, l’energia elettrica, il gas, le strade

residenziali, gli spazi per parcheggi. Le opere di urbanizzazione secondaria

sono, gli asili nido, le scuole elementari, le scuole dell’obbligo, i mercati di

quartiere, le delegazioni comunali, le chiese, gli edifici religiosi.

La realizzazione degli impianti sportivi di quartiere dovrebbe avvenire

contestualmente al completamento degli edifici residenziali; tale realizzazione

spetta o al comune o al concessionario che si assume l’obbligo di realizzarle.

La gestione di tali impianti spetta a colui che viene riconosciuto idoneo a tale

compito, il quale dovrà effettuarlo secondo le disposizioni del diritto sportivo e

per scopi di utilità sociale e non di lucro.

PARTE II

INGIUSTIZIA E DANNI

CAPITOLO I: LA RISARCIBILITA’ DEL DANNO PER LESIONE DI

INTERESSI LEGITTIMI

Il problema della responsabilità civile non coincide né con l’idea d’illecito, nel

senso di violazione di una norma, né on l’idea di lesione del diritto soggettivo

o dell’interesse legittimo.

L’idea d’illecito si riscontra dove è sancito l’obbligo di non assumere un

determinato comportamento o dove è stabilito il divieto di una determinata

azione, nel caso in cui ciò non viene rispettato si applicano delle sanzioni.

Ciò si verifica nel campo del diritto penale, che ha il compito di reprimere gli

atti vietati che recano offesa ai valori e beni ritenuti essenziali ai fini di una

corretta convivenza sociale, volto a educare chi è responsabile dell’offesa al

fine di assicurare il pieno reinserimento nel corpo sociale.

La responsabilità civile consiste nell’imporre al soggetto responsabile

l’obbligo di risarcire il danno arrecato ad altri.

Ciò non riguarda tutti i pregiudizi ma solo quelli riconosciuti rilevanti

dall’ordinamento giuridico.

Si tratta di stabilire se la lesione o l’alterazione debba o non debba

considerarsi ingiusta in base a principi e criteri di valutazione risultanti dal

diritto positivo.

L’art. 2043 dispone che qualunque fatto doloso o colposo che abbia

cagionato danni ingiusti ad altri, obbliga colui che gli ha commessi, a risarcire

il danno.

In tutti i casi di responsabilità civile si dovrà vedere se ricorrono tutti gli

elementi civili: comportamento non iure, pregiudizio patrimoniale, imputazione

della responsabilità, determinazione del danno.

Nella determinazione del danno deve essere preferito un criterio soggettivo

che tenga conto del rapporto tra il bene e la sua utilizzazione economica da

parte del proprietario.

Bisogna distinguere tra gli atti della pubblica amministrazione che incidono su

preesistenti diritti soggettivi e gli atti che ampliano la sfera giuridica del

soggetto. Nel primo caso è previsto il risarcimento dei danni, nel secondo

caso la valutazione se sussiste o meno il danno risarcibile spetta alla

discrezionalità amministrativa.

Il danno ingiusto consiste non nella lesione di un diritto soggettivo o di un

interesse legittimo, ma nelle conseguenze patrimoniali che si verificano nel

patrimonio del soggetto titolare del diritto per effetto di atti e comportamenti

della pubblica amministrazione.

CAPITOLO II: ACCESSO A DOCUMENTI AMMINISTRATIVI E DANNO

INGIUSTO

Le condanne al risarcimento del danno in caso di diniego illegittimo non solo

può assicurare un’efficace protezione a quelle situazioni giuridicamente

rilevanti, ma può indurre le persone responsabili a desistere da ogni

violazione della legge.

Con le leggi e i regolamenti che hanno riconosciuto prima in via speciale, poi

in via generale, il diritto di accesso ai documenti amministrativi, il diniego

illegittimo costituisce una condotta non jure.

Ai fini della responsabilità civile, solo il danno ingiusto è un danno risarcibile;

ciò significa che ci sono danni giusti non risarcibili.

La responsabilità civile contrattuale e extracontrattuale consiste

nell’imposizione a un soggetto l’obbligo di risarcire il danno recato ad altri.

La formula della responsabilità civile è una clausola generale duttile ed

elastica che si applica ad una serie di casi concreti.

Per cui per rilevare se un danno è risarcibile bisognerà sempre verificare che

sussistano gli elementi della responsabilità civile.

In caso di diniego illegittimo, la tutela al risarcimento comporta che sia fornita

la prova dei pregiudizi economici verificatisi nel patrimonio del titolare del

diritto di accesso.

La discrezionalità amministrativa consiste nel potere di scegliere la soluzione

più congrua al fine di soddisfare gli interessi pubblici.

CAPITOLO III: BENI AMBIENTALI E TUTELA GIURIDICA NELLA LEGGE

N. 349 DEL 1986

La legge 349/86 disciplina i beni ambientali e la tutela giuridica. L’art. 4

riguarda esigenze di equilibrio ecologico e ambientale; l’art. 8 il danno

ecologico ovvero il danno ambientale; l’art. 18 ipotesi di danno, alterazione,

deterioramento o distruzione dell’ambiente.

Ai sensi dell’art. 18 qualunque fatto doloso o colposo che comprometta

l’ambiente, deteriorandolo, distruggendolo, alterandolo, obbliga l’autore del

fatto al risarcimento.

La giurisdizione appartiene al giudice ordinario; l’azione di risarcimento del

danno ambientale, anche se esercitata in sede penale, è promossa dallo

Stato; Le associazioni e i cittadini possono denunciare i fatti lesivi di beni

ambientali di cui sono a conoscenza.

Le associazioni possono intervenire nei giudizi per danno ambientale e

ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti

illegittimi.

Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino

dello stato dei luoghi a spese del responsabile.

PARTE III

TUTELA INDIRETTA E DANNI ATTESI

CAPITOLO I: DANNO INGIUSTO AGLI ENTI PUBBLICI TERRITORIALI

La legge dispone che il danno deve essere determinato nel suo preciso

ammontare e consiste nella perdita subita e nel mancato guadagno.

La sua funzione consiste nell’evitare che le vittime abbiano di meno rispetto

al pregiudizio subito e che i responsabili paghino di più di quanto è

necessario.

Nella responsabilità contrattuale tale funzione suppone l’inadempimento del

debitore.

Nella responsabilità extracontrattuale suppone un danno ingiusto, nel caso in

cui ricorre un illecito.

In tutti i casi in cui il danno non può essere determinato nel suo preciso

ammontare si fa ricorso all’equità.

L’equità non è fonte di diritto, ma ricorre solo nei casi espressamente previsti

dalla legge.

In forza del rinvio all’equità, il danno deve essere determinato nel suo preciso

ammontare secondo criteri obiettivi.

Quali sono i criteri di determinazione del danno agli enti pubblici territoriali?

Sono tanti, possono riguardare il campo politico, sociologico, economico, ecc.

Il problema fu affrontato in occasione della discussione sulla legge, poi

promulgata n. 985 del 1913 in merito alle concessioni di derivazione da

acque pubbliche. Il dibattito si concluse con l’imposizione ai concessionari

sull’energia idroelettrica di un sovracanone destinato a favore dei comuni

rivieraschi e determinato quale compenso per la perdita subita e per il

mancato guadagno, in relazione al valore dell’acqua sottratta, alle minori

occasioni di sviluppo, d’incremento demografico, di potenziamento delle

infrastrutture e di aumento del reddito pro-capite.

La determinazione del danno nel suo preciso ammontare consiste in una

funzione di garanzia.

Le decisioni dei giudici di merito si dividono in tre gruppi:

1) le decisioni in cui la perdita di risarcimento è stata coltivata in

riferimento alla natura dell’illecito;

2) le decisioni in cui la pretesa al risarcimento è stata motivata in

relazione al pregiudizio subito;

3) le decisioni in cui la pretesa al risarcimento e stata motivata in

relazione alla natura della situazione lesa.

Per stabilire la risarcibilità di un ente pubblico territoriale non serve accertare

se vi sia stata lesione di un diritto soggettivo, ma se il pregiudizio riguarda

beni, rapporti e attività impedite o rese più onerose dall’illecito (perdita subita)

o prospettive di sviluppo mancate (mancato guadagno).

CAPITOLO II: SERVIZIO PUBBLICO DI MEDICINA

PREVENTIVA E FALSO NEGATIVO

Ci si domanda se in caso di falso negativo, cioè in caso di esiti negativi di

diagnosi medica, seguiti da patologia del soggetto sano, sussista una

responsabilità civile del medico.

Per la responsabilità extracontrattuale, la legge dispone che qualunque fatto

doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha

commesso il fatto a risarcire il danno.

Il danno deve essere determinato nel suo preciso ammontare e consiste nella

perdita subita e nel mancato guadagno. Non tutti i danni sono risarcibili, ma

solo i danni ingiusti.

Il danno deve essere provato e deve sussistere un nesso di casualità tra il

danno ingiusto e il pregiudizio patito.

Per la responsabilità contrattuale , la legge dispone che il debitore che non

esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno

se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da cause a

lui non imputabili.

Essendo la salute un diritto fondamentale del cittadino e un interesse della

collettività, sussiste sempre un danno ingiusto ogni qual volta viene

pregiudicata la salute di una persona.

Ciò non vuol dire che ogni danno sia ingiusto e che tra ogni danno ingiusto ed

ogni pregiudizio, ci sia sempre un nesso di causalità.

Né è possibile applicare o disapplicare sempre la regola secondo cu, se la

prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il

prestatore d’opera non risponde se non in caso di dolo o colpa grave.

Non è possibile pensare che essendo ogni patologia, un pregiudizio e quindi

un danno risarcibile, sussiste sempre.

La prova del fatto che la terapia non era adeguata, che la cura non ha sortito

gli effetti desiderati, che la terapia non è stata regolare, che le cautele non

sono state sufficienti, non è una prova della colpa del medico.

Se il rapporto terapeutico è stato instaurato tra il paziente e il libero

professionista, la responsabilità si configura come una responsabilità

contrattuale; il medico risponde solo a titolo di dolo o colpa grave. Questo è il

regime che la dottrina e la giurisprudenza considera di favore per il medico.

Al paziente è sufficiente provare l’esito deludente della cura o della diagnosi,

e il medico dovrà dimostrare non solo l’esistenza di problemi tecnici di

speciale difficoltà, ma anche l’assenza di dolo o colpa grave, che altrimenti gli

verranno attribuiti.

Questo regime si applica al medico, dipendente o autonomo, di una struttura

pubblica o privata.

La responsabilità del medico si aggiunge a quella della struttura che risponde

senza regime di favore. Prima dell’applicazione di questo regime, in caso di

trattamento terapeutico con esito negativo, il paziente danneggiato si trovava

di fronte alla struttura, la quale aveva la responsabilità contrattuale e il

medico, il quale aveva una responsabilità extracontrattuale, ma non poteva

usufruire del regime di favore, per cui in qualunque caso il medico era

sempre responsabile.

Per questo motivo i giuristi hanno realizzato un complesso unitario di regole

uniformi e transtipico, nel senso che prende in prestito dalle due forme di

responsabilità, quella contrattuale e quella extracontrattuale, le regole della

sua disciplina.

1) applicazione dell’art. 2236, regime di favore del medico;

2) oneri della prova a carico del responsabile, medico o struttura;

3) obbligo del consenso informato da parte del responsabile, medico o

struttura.

Maggiori sono le precauzioni adottare, maggiori sono i costi da sostenere.

Ciò vuol dire, materiale, sistemi e metodi, più sofisticati, con un aumento dei

tempi dedicati al paziente.

La possibilità per il paziente di rivolgersi a più strutture sanitarie e a più

medici, confrontare i risultati. Questo implica una maggiore necessità

d’informazione.

La responsabilità del medico prende il nome di “terra di nessuno tra contratto

e illecito”. In questa terra di nessuno operano i medici e le strutture in

maniera diversa, a seconda che si tratti:

1) di prevenire le malattie nei confronti della massa dei cittadini;

2) di prevenire patologie dei singoli malati.

Dunque, le regole rimodulate sono:

1) il criterio di favore, art. 2236 che opera nei confronti del medico e non

della struttura, la quale risponde dei danni attesi, perciò in caso di fatti

dolosi o colposi che abbiano cagionato danno ingiusto, sono previsti i

danni risarcibili;

2) L’onere della prova;

3) L’obbligo del consenso informato.

CAPITOLO III: OGGETTO E TUTELA DELL’ESCLUSIVITA’

DELL’IMMAGINE DI SE’.

L’immagine viene rappresentata nei testi giuridici, come la situazione

giuridica soggettiva più esclusiva e assoluta. L’appartenenza esclusiva non è

una caratteristica tipica dell’immagine di sé.

L’esclusività è una caratteristica di tutte le situazioni di appartenenza dei beni

giuridici, materiali e immateriali. Nella teoria giuridica, l’esclusività è stata e

viene proposta come metafora per l’apprezzamento di tutti i beni della vita,

materiali, immateriali relativi alla personalità.

L’esclusività non è riferita alla titolarità del diritto, ma al bene che ne forma

oggetto. Dalla legge sul diritto d’autore del 1941 dire che un’opera

dell’ingegno appartiene al titolare, vuol dire: che la paternità è sua in via

esclusiva e che il diritto di sfruttamento è suo in via esclusivo.

Il titolare della paternità conserva la tutela giuridica contro le contraffazioni

che ne pregiudicano la reputazione anche dopo aver ceduto il diritto di

sfruttamento dell’opera.

Il titolare del diritto di sfruttamento ha tutela contro attività di terzi che

pregiudicano il suo diritto.

La tutela contro il terzo sussiste se la sua attività pregiudica, ostacola, o

intralcia lo sfruttamento dell’opera.

Il diritto ha la funzione di regolare rapporti umani e di risolvere conflitti sociali

ed economici. L’esclusività finisce dove inizia la libertà di cronaca, e la libertà

di diffusione finisce dove inizia l’esclusività.

Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione

dell’immagine è giustificata dalla notorietà, da necessità di giustizia o di

polizia, da scopi scientifici, didattici, culturali, o da fatti, avvenimenti,

cerimonie pubbliche.

Il ritratto non può essere esposto o messo in commercio, quando

l’esposizione o la messa in commercio può pregiudicare la reputazione,

l’onore o il decoro della persona.

L’art. 10 del cod. civ. dispone che qualora l’immagine della persona sia stata

esposta o messa in commercio fuori dai casi previsti dalla legge, provocando

pregiudizio al decoro, all’onore o alla reputazione della persona, l’autorità

giudiziaria, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento del danno.

Qualunque diffusione dell’immagine può costituire un abuso, non solo se reca

danno, bensì quando interferisce con l’oggetto della tutela dell’esclusività.

Non è vero che qualunque fatto divulgato al pubblico è cronaca e non è vero

che qualunque diffusione della propria immagine costituisce lesione del vero

io.

La legge stabilisce il principio, che la diffusione dell’immagine di una persona

non è lecita senza il suo consenso.

L’art. 10 stabilisce tante regole:

1) che la tutela compete al titolare esclusivo dell’immagine;

2) l’inibitoria si verifica sia nei casi in cui la diffusione dell’immagine è

consentita dalla legge, sia nei casi in cui non è consentita;

3) prevede il risarcimento nei casi in cui si verificano dei danni.

L’immagine delle persone note può essere diffusa senza il loro consenso.

Persone note hanno preteso l’inibitoria e il risarcimento dei danni per la

diffusione della loro immagine senza il loro consenso. Per cui, la legge

dispone, che a tutti, anche alle persone note, appartiene l’esclusività

dell’immagine di sé e che la diffusione ad opera di terzi è vietata.

La diffusione è vietata se avviene con pregiudizio dell’onore, della

reputazione della persona stessa.

RISCHI TEMUTI, DANNI ATTESI, TUTELA PRIVATA.

PARTE PRIMA: DIRITTI E DOVERI.

Contenuto, esercizio e tutela giuridica della proprietà.

I diritti reali sono diritti patrimoniali tipici, che assicurano al titolare un potere

immediato e assoluto su un determinato bene.

Caratteristiche dei diritti reali:

tipicità (numero chiuso);

 immediatezza: c’è una signoria diretta sul bene senza intermediazioni

 da parte di terzi;

assolutezza: valgono “erga omnes”;

 sequela: facoltà di perseguire la cosa presso qualunque soggetto.

Tra i diritti reali vi è il diritto di proprietà (art. 832 c.c.): è il diritto di godere e

disporre della cosa nei limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dalla

legge.

Tale articolo ha indotto parte della dottrina a ritenere che l’interesse del

proprietario coincida con ogni forma di godimento del bene, riconoscendo

come unico limite la presenza di interessi contrapposti questa concezione

non può essere accettata in quanto è troppo generica.

Caratteristiche del diritto di proprietà:

pienezza: il titolare ha il diritto di godere e disporre della cosa in tutti i

 modi leciti;

esclusività: diritto di escludere quanti turbano il godimento del bene da

 parte del proprietario;

imprescrittibilità, ad eccezione dell’usucapione;

 perpetuità: non è soggetto a limiti temporali;

 autonomia e indipendenza: sulla medesima cosa non può coesistere

 un diritto altrui di uguale portata (è la differenza più marcata rispetto agli

altri diritto reali di godimento).

Modi di acquisto della proprietà (art. 922 c.c.):

- a titolo originario ( e non da un precedente titolare);

- a titolo derivato, per successione mortis causa universale o particolare,

o mediante contratto (nonché: espropriazione, occupazione,

invenzione, accessione, usucapione, possesso in buona fede di beni

mobili).

Azioni a tutela della proprietà:

- rivendicazione: accertamento del diritto previa dimostrazione, da parte

dell’attore, del suo diritto di proprietà;

- mero accertamento: non serve a recuperare la cosa, ma a rimuovere le

situazioni di incertezza in ordine alla proprietà;

- azione negatoria: accertamento dell’inesistenza dei diritti reali vantati da

terzi sul bene;

- regolazione di confini;

- apposizione di termini (per ricalcare i confini stessi).

La dottrina ritiene che non sia possibile individuare il contenuto del diritto di

proprietà, se non in negativo (individuando ciò che il proprietario non può

fare). Le uniche qualificazioni positive (assoluto e fondamentale) non ci

aiutano.

Bisogna individuare di volta in volta il contenuto del diritto di proprietà a

seconda del bene con cui esso è a contatto.

E’ un bene (art. 810 c.c.) tutto ciò che può formare oggetto di diritto.

Giuridicamente si è titolare non del bene in sé, ma di diritti su di esso.

Beni immateriali: sono il risultato di un processo creativo che si estrinseca in

un elemento materiale 1) segni distintivi d’impresa; 2) opere dell’ingegno e

invenzioni industriali; 3) modelli di utilità; 4) modelli di disegni ornamentali.

Sono caratterizzati dal “numero chiuso”.

Diritti della personalità: hanno ad oggetto beni in senso esclusivamente

giuridico, che nascono e muoiono con l’individuo.

Il diritto d’autore comporta:

- il riconoscimento della paternità dell’opera (che non è trasferibile);

- il diritto di sfruttare la stessa in esclusiva (per un determinato periodo di

tempo).

Le opere dell’ingegno sono soggette a circolazione in virtù del loro rilievo

patrimoniale; tuttavia esse formano oggetto di diritti soggettivi solo con:

⇒ la creazione di cose

⇒ un’adeguata pubblicità delle stesse. →

In tal modo tali opere assumono i caratteri di patrimonialità ed esclusività

non è vero che il bene immateriale è riconducibile solo al prodotto della

personalità dell’autore o dell’inventore.

Lo schema della proprietà subentra quando si acquista il diritto assoluto di

sfruttare in esclusiva la cosa, e di deciderne la destinazione economica.

L’interesse del proprietario si determina a priori e in astratto, a differenza di

quanto avviene per gli altri diritti reali, anch’essi assoluti.

Facciamo l’esempio di un diritto reale di godimento, la servitù.

Il titolare del diritto ha a disposizione due azioni confessorie - negatorie:

- l’azione reale di condanna (ad esempio il proprietario del fondo non mi

consente il passaggio);

- l’azione di danni (ad esempio il proprietario del fondo servente mi

spezza gli alberi).

Qui il contenuto del diritto è commisurato all’utilizzo del bene, e non in

astratto, cosa che avviene anche per gli altri diritti reali limitati.

Nei diritti di credito, la tutela si ha solo nei confronti del debitore, mentre verso

i terzi vale la tutela anti-delittuale. Essi hanno carattere:

- assoluto: perché si può esperire l’azione di danni;

- relativo: perché si guarda alla posizione dei terzi.

Si vuole individuare una qualificazione positiva per l’interessa del proprietario

→ bisogna distinguere due grandi ambiti:

ambito interno: individuale e assoluto;

 ambito esterno: sociale e limitato.

I limiti possono essere:

- nell’interesse pubblico (es.: distanze legali tra costruzioni);

- nell’interesse privato (es.: vedute e prospetti).

Tali limiti sono inoltre:

perpetui, così come lo è il diritto di proprietà;

 reciproci, cioè posti a carico di entrambi i soggetti;

 essenziali, perché delimitano il contenuto del diritto di proprietà;

 gratuiti, in quanto non presuppongono alcun compenso.

Limiti legali al diritto di proprietà.

Divieto di atti emulativi (art.833 c.c.): sono tali gli atti che non hanno altro

scopo se non quello di nuocere o recare molestie tale divieto è

subordinato a due elementi:

- soggettivo: intenzione di nuocere o recare turbamento;

- oggettivo: mancanza di utilità per il proprietario.

Divieto di immissioni (art. 844): cioè di fumo, esalazioni, calore e affini che

superano la soglia della normale tollerabilità.

Il giudice ha due possibilità:

- ritenere prevalente l’interesse della produzione, e quindi ammettere le

immissioni, previa indennità;

- azione inibitoria e risarcitoria.

Da ciò emerge che la tutela del diritto di proprietà non comprende le attività

inutili.

Interesse ad opporsi: l’art. 840, 2°comma, disciplina la proprietà fondiaria, ma

può essere considerato una disposizione di carattere generale. Esso prevede

che il proprietario del suolo non può opporsi ad attività che si svolgono ad

una tale profondità nel sottosuolo o ad una tale altezza nello spazio

sovrastante, che egli non abbia interesse ad escluderle.

In ogni caso, bisogna riconoscere che anche lo spazio sovrastante può

formare oggetto di proprietà.

Espressione dell’assolutezza e dell’inviolabilità del diritto di proprietà è il jus

opponendi, che tutela la relazione giuridica tra bene e proprietario: esso si

esercita in concreto, in relazione alla natura giuridica di interessi e contro

interessi.

Prendiamo ad esempio l’art. 924 c.c.: il proprietario di sciami d’api ha diritto

ad inseguirli sul fondo altrui, ma deve un’indennità per il danno cagionato al

fondo; se non li ha inseguiti entro due giorni o se ha cessato di inseguirli

entro due giorni, allora può prenderli e ritenerli il proprietario del fondo

presupposto del jus opponendi è che l’attività del terzo rechi un danno

concreto al proprietario o al titolare di un diritto di godimento.

L’interesse del proprietario, infatti, è diverso da quello del terzo che abbia una

diversa relazione con lo stesso bene: quello del proprietario è un interesse

all’integrità patrimoniale (la tutela del proprietario entra in gioco nel momento

in cui un terzo ha arrecato un pregiudizio alla sua integrità patrimoniale),

quello del terzo è un interesse anti-delittuale.

Risarcimento del danno prodotto dalla cosa che forma oggetto del diritto di

proprietà:

- danno cagionato da animali (art. 2052);

- rovina di edificio (art. 2053);

- danno cagionato da autoveicolo (art. 2054).

La responsabilità è sia del proprietario, sia di chi ha la responsabilità

materiale della cosa.

I c.d. rapporti di buon vicinato:

Un limite alla proprietà è costituito dal buon vicinato, disciplinato nell’ambito

delle limitazioni alla proprietà.

Di solito vengono presi in considerazione beni mobili, partendo dal

presupposto che solo essi costituiscono lo schema tipico della proprietà. Ma

la disciplina della proprietà non si può determinare dai beni mobili, in quanto

essa è identica per tutti i beni mobili.

L’art. 845 pone una regola specifica per i fondi: la proprietà fondiaria è

soggetta a regole particolari, per il conseguimento di scopi di pubblico

interesse.

Quindi le norme relative ai beni immobili non costituiscono la disciplina del

diritto di proprietà, ma quella dei beni stessi.

Funzione sociale e diritti degli altri.

La disciplina urbanistica guarda anche agli interessi dei terzi, e non si limita a

disciplinare le attività pubbliche. Nel momento in cui vi è un’autorizzazione a

costruire, si configurano interessi, bisogni e necessità di soggetti non

facilmente individuabili. Essi non hanno rapporti diretti con la PA o con

l’impresa appaltatrice, ma hanno un interesse (diffuso) alla correttezza dei

provvedimenti amministrativi, nonché l’obbligo di astenersi dal turbare

l’esercizio dell’attività edilizia da parte dei soggetti legittimati.

Il diritto del proprietario non è libero, in quanto è la legge che ne determina il

contenuto.

La legge disciplina anche il rapporto fra proprietario e terzi:

con la disciplina delle distanze, finalizzata a regolare i rapporti fra

 proprietari, si vuole evitare che un soggetto utilizzi la sua proprietà a

discapito di un altro soggetto;

inoltre, il proprietario non ha diritto a compiere attività in violazione della

 legge (immissioni, molestie, etc.), in quanto vi sono interessi pubblici,

posti al di sopra della proprietà stessa.

In conclusione, il jus aedificandi deve sempre “fare i conti” con la legge.

La legge 10/77 ha introdotto una qualificazione giuridica dell’attività edilizia:

- comporta la trasformazione edilizia ed urbanistica dei comuni;

- è subordinata alla concessione da parte del sindaco, in conformità agli

strumenti urbanistici e agli strumenti edilizi;

- presuppone la valutazione degli interessi di terzi.

In caso di violazione della concessione: quando non si presentano conflitti

con altri interessi di privati, tali ipotesi saranno oggetto di tutela penale o

amministrativa, altrimenti ci sarà l’intervento del giudice civile. La competenza

di quest’ultimo è stata criticata da molti, che sostenevano che ciò avrebbe

compromesso la certezza del diritto e avrebbe favorito i ricatti tra terzi e

concessionari. In realtà il giudice civile si limita ad applicare il diritto oggettivo,

accertando la difformità tra l’opera eseguita e quanto stabilito nella

concessione.

Ci si chiede quale sia lo spazio di autonomia dei privati nella disciplina

urbanistica. In passato vi erano convenzioni tra proprietari, dirette a

disciplinare i modi di godimento del bene servitù reciproche, vincoli reali e,

per le aree edificabili, piani di lottizzazione (che ora sono vietati). Con la

legge 765/67 la PA si è sostituita ai proprietari nel determinare gli interventi

necessari, guardando all’interesse dei proprietari, ma anche dei terzi.

Ora non ci rimane che capire chi sono i terzi interessati. A tale proposito

bisogna distinguere:

- coloro con i quali il proprietario costituisce nuovi rapporti, diretti o

indiretti (ad esempio l’ acquirente dell’abitazione);

- gli “altri”.

Fatta questa distinzione, ci si affida al codice per individuare la disciplina da

applicare.

Per poter agire, i terzi devono essere titolari di specifici interessi: oltre a quelli

costituzionalmente garantiti (salute, ambiente, etc.), vi sono quelli stabiliti dai

pubblici poteri, mediante i c.d. standards urbanistici.

Quindi, a seguito della concessione, tra il concessionario e i terzi nasce un

rapporto meritevole di tutela giuridica.

Concessione edilizia e responsabilità dei modi di godimento.

Secondo l’art. 4 della legge 10/77: “nell’atto di concessione devono essere

indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori”, inoltre “entro il termine di

ultimazione, l’opera deve essere abitabile o agibile”. Il 5° comma prevede

che “qualora i lavori non siano ultimati nel termine stabilito, il concessionario

deve presentare istanza diretta ad ottenere una nuova concessione, in tal

caso la nuova concessione concerne la parte non ultimata”.

Si tratta di un’ipotesi di estinzione della concessione per decorso del termine,

e ne consegue l’obbligo, a carico del concessionario, di richiedere una nuova

concessione.

Quindi, in caso di mancata ultimazione dei lavori allo scadere del termine

indicato nella concessione, non vi è una sanzione, ma una lacuna normativa:

non si può neppure procedere ad espropriazione, in quanto essa comporta

un trasferimento di proprietà, ma non sempre proprietario e concessionario

sono la stessa persona.

Tutto ciò che dopo la scadenza del termine è realizzato senza la nuova

concessione costituisce attività illecita: ciò non dipende dal 5° comma dell’art.

4, che presuppone che il termine sia già scaduto, ma dal comma precedente,

che subordina la concessione all’indicazione di un termine finale. L’obbligo di

richiedere la nuova concessione ha due finalità:

assoggettare la parte dei lavori non ancora ultimata ad un contributo r

 rendere le nuove previsioni urbanistiche automaticamente operati;

garantire che gli edifici, una volta ultimati, siano agibili e abitabili.

In generale possiamo dire che questa norma:

- non ha la funzione di tutelare lo “jus superveniens” (il diritto del

possessore spettante al suo successore);

- non è finalizzata a reprimere l’attività del concessionario successiva alla

scadenza del termine;

- presuppone l’inattività del concessionario;

- crea in capo allo stesso l’obbligo di richiedere la nuova concessione;

- si applica a tutti i tipi di lavori non ancora ultimanti (anche a quelli che

comportano modificazioni urbanistiche).

Rapporti cui la norma si riferisce.

Se il concessionario non si è impegnato ad eseguire opere di urbanizzazione

primaria, e quindi tale compito spetta al Comune, non sussiste alcun obbligo

a carico del concessionario.

Nel caso in cui, invece, egli si sia impegnato ad eseguire opere di

urbanizzazione primaria, scaduto il termine ha l’obbligo di richiedere la nuova

concessione.

Tale norma si riferisce ai contributi, ma non regola i rapporti fra

concessionario e Comune.

La norma non incide neppure sui rapporti tra concessionario e terzi, a meno

che il concessionario non abbia trasferito la concessione: in tal caso egli

resterà obbligato in solido coi terzi.

Il concessionario assume, in definitiva, la posizione di “gestore legale”: egli è

tenuto a continuare i lavori, e la sua posizione giuridica ha essenzialmente

funzione di garanzia.

Bene – casa e qualità della vita: gli impianti sportivi di quartiere.

Appartengono ai c.d. “standard urbanistici inderogabili”: sono funzionali al

miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Sono beni in senso

giuridico, ma non possono formare oggetto di scambi; inoltre sono gratuiti e il

loro utilizzo è disciplinato dalla legge.

Nascono dall’incontro tra diritto positivo e processo economico. Per

individuare le esigenze che affiorano e le modalità di realizzazione delle

stesse, il diritto rimanda al concetto di “sport”, che è un concetto extra-

nazionale, sviluppatosi nell’ambito delle organizzazioni internazionali.

Per qualificare gli i.s.q. bisogna tener presente che la loro realizzazione

comporta una trasformazione del territorio; trattandosi quindi di beni in senso

giuridico, e non di cose, essi sono soggetti alla disciplina urbanistica.

Non possiamo definire giuridicamente un i.s.q. partendo dalla sua utilità o

patrimonialità, infatti ogni bene ha una patrimonialità presupposta. Inoltre, il

fatto che essi siano di pubblica utilità, non impedisce agli i.s.q. di formare

oggetto di proprietà.

Si definiscono impianti sportivi in senso giuridico solo quelli riconosciuti dal

CONI. Secondo qualche autorità giudiziaria, il parere del CONI è necessario

anche in Sicilia e nelle altre regioni a statuto speciale, in forza del principio di

continuità della legge statale.

Gli i.s.q. sono opere di urbanizzazione secondaria, che dividono il territorio

comunale destinato alle opere di urbanizzazione, e che sono collegate al

quartiere secondo un duplice criterio:

♦ funzionale

♦ dimensionale.

La loro realizzazione avviene contestualmente all’ultimazione delle

costruzioni destinate a residenza. Essa si articola in tre momenti:

1) la scelta di programmazione della trasformazione in loco del territorio,

individuando i bisogni da realizzare;

2) la creazione dell’impianto tramite concessione edilizia;

3) la produzione del servizio, mediante l’organizzazione delle risorse e dei

beni messi a disposizione.

La realizzazione degli i.s.q. può competere:

al comune qualora non vengano realizzati sa parla di mancata

♦ esecuzione di atti dovuti non discrezionali; →

al concessionario che ha realizzato i palazzi qualora non vengano

♦ realizzati si parla di inadempimento.

La tutela degli i.s.q. deve riguardare sia la P.A. che gli abitanti del quartiere.

Essa è essenziale, perché se non ci fosse tutela vorrebbe dire che la

realizzazione degli i.s.q. sarebbe discrezionale. Molti dubbi ci sono circa il

fondamento di una tutela diretta degli interessati contro il concessionario o il

comune.

Un altro problema riguarda le condizioni di fruibilità degli i.s.q., che si

collegano alla disciplina della gestione. Essa è disciplinata dal diritto sportivo

(e non rientra nella disciplina urbanistica), ed è affidata a soggetti legittimati,

che non perseguono scopi lucrativi, ma di utilità sociale.

La risarcibilità del danno per lesione di interessi legittimi.

La dottrina fa discendere il problema della responsabilità civile della P.A.

dall’art. 2043 c.c., che prevede il risarcimento dei danni ingiusti derivanti da

fatto illecito: “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri ingiusto,

obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

In realtà, già dal convegno di Napoli del ’63, questo si è rivelato un falso

problema: infatti, la responsabilità civile non deriva solo da fatto illecito, ma

anche dalla lesione di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo.

La responsabilità civile comporta l’obbligo di risarcire i danni ingiustamente

arrecati.

Per verificare la sussistenza della responsabilità civile, non è sufficiente

accertare la violazione di una norma di condotta, o la lesione di un diritto

soggettivo o di un diritto legittimo; ma bisogna accertare che sussistano gli

elementi di cui all’art. 2043 c.c.:

comportamento “non jure”

 pregiudizio patrimoniale

 imputazione di responsabilità

 individuazione del danno.

Quindi bisogna verificare, di volta in volta, se il comportamento della P.A. ha

causato un danno (patrimoniale) ingiusto, a prescindere dalla lesione di un

diritto soggettivo o di un interesse legittimo. Inoltre, bisogna distinguere,

nell’ambito dell’attività della P.A.: →

gli atti che incidono su diritti soggettivi è sempre ammesso il

 risarcimento;

gli atti che ampliano la sfera giuridica del soggetto (ad esempio

 →

ammissione ad un concorso o concessione di un’autorizzazione) il

risarcimento è ammesso solo se si dimostra che le ingerenze, ostacoli e

impedimenti della P.A. hanno arrecato un pregiudizio patrimoniale

ingiusto ad un’attività ritenuta meritevole di tutela giuridica.

Capaccioli, nel convegno di Napoli, distingue tre diverse categorie di atti della

P.A.: quelli che creano affidamento e incitano il privato a sostenere spese e

 →

oneri che altrimenti non avrebbe sostenuto non è ammesso il

risarcimento;

quelli compiuti dalla P.A. con un’ampia discrezionalità e che

 →

comportano notevoli vantaggi a favore di terzi non trattandosi di atti

dovuti, non sono risarcibili;

quelli compiuti dalla P.A. per rimediare ad una lesione causata ad un

 →

soggetto da un proprio comportamento precedente si può ammettere

il risarcimento.

In conclusione la tutela ex art. 2043 sussiste quando le ingerenze, gli

impedimenti e gli ostacoli da parte della P.A. nei confronti di un’attività

meritevole di tutela giuridica, arrecano a terzi un pregiudizio patrimoniale

ingiusto. Altro presupposto per l’applicazione dell’art. 2043 è che i rapporti tra

P.A. e privati siano rimasti inattivati.

Bisogna ricordare, infine, che la responsabilità civile è esclusa in caso di:

- legittima difesa (art. 2044): per respingere un’offesa ingiusta arrecata a

sé o ad altri;

- stato di necessità (art. 2045): quando un soggetto è costretto a

commettere un fatto dannoso per sottrarre sé o altri da una situazione

di pericolo, non volontariamente causata e non altrimenti evitabile.

Accesso ai documenti amministrativi e danno ingiusto.

La tutela risarcitoria in caso di diniego illegittimo all’accesso ai documenti

amministrativi è una tutela alquanto debole (vedi art. 22 lg. 241/90), che

presuppone che il diniego all’accesso sia già avvenuto.

Quando tale diniego si verifica, dobbiamo distinguere:

- il danno giusto, causato ad esempio dalla tutela della privacy o del

segreto d’ufficio;

- il danno ingiusto, in presenza del quale si configura la responsabilità

civile.

Per capire se ci troviamo davanti ad un danno giusto o ingiusto, non basta

basarsi sulla sussistenza della lesione di un diritto soggettivo o di un

interesse legittimo, o sulla violazione di una norma di condotta, ma bisogna

verificare la sussistenza degli estremi dell’art. 2043 (la cui elasticità ne fa un

principio generale):

- comportamento “non jure”;

- pregiudizio patrimoniale (deve avere un nesso di causalità col primo,

con tutti i problemi relativi all’individuazione dell’elemento psicologico di

cui all’art. 2043);

- imputazione di responsabilità;

- individuazione del danno.

Solo allora potremo parlare di responsabilità civile per diniego illegittimo.

Per il risarcimento non è sufficiente la violazione del diritto di accesso, ma

bisogna fornire la prova del pregiudizio economico arrecato al soggetto

legittimato dalle ingerenze/ impedimenti/ostacoli della P.A. ad un’attività

meritevole di tutela. Bisogna considerare, inoltre, il rapporto tra il soggetto e

l’utilizzo dei documenti, per poi determinare il pregiudizio economico arrecato

al patrimonio del soggetto.

Quindi non è una tutela del diritto d’accesso, ma dell’integrità patrimoniale del

soggetto. Si finirà per tutelare in maniera diretta anche il diritto d’accesso, in

conformità alla lg. 241/90 l’amministrativo è chiamato a misurarsi con la

trama del tessuto dei rapporti economici e sociali, su cui la sua condotta va

ad incidere.

Beni ambientali e tutela giuridica (lg. 349/86).

Fino alla fine dell’800 i beni ambientali erano disciplinati esclusivamente dal

diritto privato. Nel ‘900 a tale materia fu data una trattazione pubblicistica. Vi

è una duplice disciplina:

♦ diritto pubblico: tutela i rapporti e le attività aventi ad oggetto lo

sfruttamento delle risorse;

♦ diritto privato: tutela gli interessi della collettività e la qualità della vita.

La lg 349/96 ha disciplinato una serie di argomenti importanti:

- art. 4: esigenze di equilibrio ecologico - ambientale;

- art. 8: danno ecologico;

- art. 18: azione di risarcimento del danno attribuita a Stato, regione,

provincia e comuni contro i soggetti responsabili del danno ambientale.

La tutela in questione non ha ad oggetto i singoli beni, ma le attività aventi ad

oggetto tali beni e che si esercitano nel medesimo contesto territoriale.

Essa è diretta a:

gruppi e associazioni : possono intervenire nei giudizi per danno

♦ ambientale e in sede amministrativa, per l’annullamento di atti illegittimi;

enti territoriali : legittimati ad un intervento diretto.

Il giudice ordinario, in caso di condanna, dispone, laddove è possibile, il

ripristino dello stato dei luoghi, a spese del responsabile.

Danno ingiusto agli enti pubblici territoriali.


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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Costantino Michele.

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