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Riassunto esame Diritto Civile, prof. Alpa, libro consigliato Casi di Diritto Contrattuale

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Casi di Diritto Contrattuale, Alpa. Analisi dei seguenti argomenti: la circolazione dei servizi e le regole di concorrenza, il progetto di direttiva sulla responsabilità del prestatore di servizi, il diritto privato europeo,... Vedi di più

Esame di Diritto civile docente Prof. G. Alpa

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PROGETTI DI ARMONIZZAZIONE DEL DIRITTO COMUNITARIO

Tra i numerosi saggi che si sono occupati di questo tema bisogna segnalarne i due più significativi:

quello di Martiny e quello di Antokoloskaia. Il primo saggio contiene la forma interrogativa nel

titolo, il secondo si riferisce, sempre nel titolo, ai dilemmi che pervadono questa discussione.

Martiny muove da una ricognizione delle regole di diritto internazionale privato che regolano i

rapporti familiari, dai diritti fondamentali riconosciuti nelle Carte internazionali ed europee, dalle

iniziative delle istituzioni europee per approdare ad un primo risultato. Martiny osservando i vari

ordinamenti dei Paesi Membri pone in luce le notevoli divergenze ancora esistenti tra i vari modelli:

inoltre rileva come nessuna delle organizzazioni sovranazionali ha mai tentato di delineare un

modello familiare tenendo conto anche delle forze esterne che influiscono sull'evoluzione degli

ordinamenti: il ruolo dei codici di autodisciplina, la circolazione fisica delle famiglie per ragioni di

lavoro, la circolazione dei singoli per motivi di istruzione e di formazione.

Il saggio di Antokoloskaia si sofferma su alcuni problemi che fermano l'armonizzazione del diritto

contrattuale: la difficoltà di redigere regole uniforme per tutti i Paesi membri, la possibilità di

rendere vincolanti queste regole. Ma secondo Antokoloskaia l'ostacolo più grande da valicare è

l'ostacolo culturale. Inoltre a parere di Antokoloskaia nello Stato post-moderno sembra difficile

elaborare regole armonizzare, essendo forse più semplice creare nuove regole per tutti: ma questo

processo di redazione deve essere cauto, non si può sostenere un ritmo troppo accelerato rispetto

alla naturale evoluzione dei rapporti sociali

CONTRATTI DEL MINORE

Nella costruzione del diritto privato europeo non si può prescindere dalla posizione del minore, sia

per quanto riguarda la protezione dell'infanzia e della adolescenza, ma anche per quanto riguarda i

rapporti patrimoniali. Gli esempi a cui si può far cenno, tratti dalla vita quotidiana, sono infiniti: per

i beni basti pensare agli acquisti di giornali, fumetti, figurine; per i servizi si pensi a trasporti, corsi ,

avvenimenti sportivi, collegamenti telefonici.

I contatti e i contratti si moltiplicano non solo per effetto delle nuove tecnologie ma anche per le

nuove tecniche con cui si effettuano le pratiche commerciali, i contratti conclusi fuori dai locali

commerciali, i contratti a distanza.

Nella nostra esperienza di volta in volta si fa riferimento ai contratti del minore in termini di

incapacità di agire quindi di annullabilità, di rappresentanza, di restituzioni. L'esperienza

anglosassone ne parla in termini di incapacity of childreen, unconoscionable bargains.

L'interesse del minore in questo quadro è fondamentale e dominante, soprattutto nella disciplina dei

rapporti patrimoniali. Lo scopo è quello di proteggere chi è privo di esperienza, di una ponderata

valutazione della qualità e del prezzo di beni e servizi. Con l'interesse del minore però si scontrano

altri interessi, interessi meritevoli di tutela anche se di rango inferiore: l'interesse alla circolazione di

merci e servizi, l'interesse alla stabilità degli affari e alla protezione dell'affidamento.

Dal punto di vista educativo si evidenzia l'opportunità concessa al minore di un relativo spazio di

libertà e di autodeterminazione dell'infanzia: quest'opportunità confluisce nel peculio in modo che

gli venga insegnato il risparmio, o orientamenti e suggerimenti per gli acquisti. Per quanto riguarda

le “piccole spese”,i rimedi escogitati dall'esperienza suggeriscono di salvare la validità dei contratti

di modesto importo, degli atti di semplice amministrazione, degli atti che i genitori o altri soggetti

che rispondono del minore gli avrebbero consentito.

IL MODELLO NAPOLEONICO E I MODELLI DERIVATI

La trama normativa di molti codici civili dell'Europa continentale si rintraccia nel modello del

codice civile napoleonico, in cui si prevedeva “l'incapacità di contrattare” dei minori non

emancipati (art 1124), la nullità del contratto concluso dal minore non emancipato; inoltre il codice

di commercio napoleonico negava al minore lo status di commerciante.

- Per quanto riguarda il nostro codice civile del 1865, questo introduceva una disciplina più

articolata: prevedeva l'incapacità di contrattare dei minori nei casi espressi dalla legge (art 1106), la

nullità del contratto nei casi in cui il minore non emancipato avesse fatto da sé un atto senza

l'intervento del suo legittimo rappresentante o se la legge avesse previsto l'intervento del curatore

(art 1303), l'equiparazione del minorenne al maggiorenne per le obbligazioni nascenti da delitto e

quasi delitto. Il codice di commercio del 1982 poneva limitazioni all'esercizio del commercio anche

ai minori emancipati (art 9).

Il codice civile italiano del 1942 ha mutato considerevolmente la disciplina, cambiando il rimedio

(da nullità ad annullabilità) per i contratti conclusi dall'incapace legale al fine di osservare il

principio di conservazione del contratto e mantenendo la vecchia disciplina sui raggiri del minori,

che non rendono annullabile il contratto.

- Per quanto riguarda il modello francese attuale, diversi interventi normativi hanno modificato il

testo originario del Code Civil, attraverso la tecnica della novellazione.

- Con la legge 631 del 1974 si è abbassata la maggiore età a 18 anni e quindi si è

modificato l'art 338

- con le leggi n 1372 del 1985 e n 22 del 1993 si è disciplinata ulteriormente

l'amministrazione dei beni del minore, cosicchè l'art 389 dispone che in caso di conflitto di

interessi, l'atto vantaggioso per il minore sia autorizzato dal giudice tutelare che provvederà

a nominare un amministratore ad hoc

- con la legge n 5 del 1968 si è stabilito che le persone capaci di obbligarsi non possono

eccepire l'incapacità di coloro con cui hanno contrattato

- la legge 1230 del 1964 aveva disposto che la semplice lesione dà luogo alla rescissione

del contratto concluso dal minore emancipato, qualunque sia la sua natura.

- Per quanto riguarda il modello inglese, questo si combina di regole derivanti dalla case law e di

regole imposte mediante leggi. Il principio generale che governa la materia è ancora descritto in

termini netti, nel senso che un minore non è vincolato da un contratto concluso nel corso della sua

minore età. In tal caso il contratto è fulminato da nullità, è void, piuttosto che non annullabile, o

voidable.

Questo principio soffre di qualche accezione, come nei contratti di lavoro. Inoltre nel caso di

acquisto di cose necessarie, se il contratto comporta vantaggi per il minore e le sue condizioni non

sono troppo onerose o lesive, dove la definizione di necessarie è troppo vaga.

Occorre inoltre distinguere tra contratti da adempiere quando sussiste solo la promessa di eseguire il

contratto (executory contracts), ma nessuna delle prestazioni è stata eseguita, e contratti in cui una

delle prestazioni è stata eseguita (executed contracts) cosicchè la controprestazione appare

necessario. Il minore rimane vincolato se la prestazione è stata eseguita, non vincolato in caso

contrario.

- La nuova disciplina irlandese è stata preceduta dalla redazione di un elegante e dettagliato

rapporto predisposto dalla Law Reform Commision nel 1985. Il rapporto ha fatto seguito alla legge

che ha abbassato la maggiore età da 21 ai 18 ani. Innanzitutto per quanto concerne i contratti che

trasferiscono la proprietà, il suggerimento è di considerarli comunque vincolanti; fermo il principio

di assicurare le debite restituzioni per tutti i contratti il cui adempimento non sia coercibile. Si

propone poi di non porre limiti alla conferma dei contratti conclusi dal minore da parte del minore

divenuto maggiorenne. Inoltre si propone anche di distinguere tra contratti ad esecuzione istantanea

dai contratti di durata; quest'ultimi dovrebbero essere incoercibili fino al raggiungimento della

maggiore età.

- Il modello tedesco per la sua originalità appare lungimirante ed equilibrato. Meriterebbe un'analisi

accurata: innanzitutto è sufficiente ricordare che il § 104 del codice civile prevede l'incapacità di

agire di chi non abbia compito il settimo anno: l'incapacità produce la nullità della dichiarazione;

poi al minore che abbia compiuto i sette anni si riconosce una capacità di agire limitata: il minore

necessita delle autorizzazioni del suo rappresentante legale quando rende una dichiarazione di

volontà mediante la quale non acquista solo un vantaggio giuridico; se il contratto è stato concluso

dal minore senza il consenso del suo rappresentante legale, la validità del contratto è rimessa al

rappresentante legale. In altre parole il contratto concluso dal minore che abbia raggiunto i sette

anni d'età è valido se gli arreca un vantaggio giuridico.

I CONTRATTI INFORMATICI DEL MINORE E LE PROSPETTIVE DEL

DIRITTO ITALIANO

Attesa l'abilità dei minori nell'uso degli strumenti informatici e la frequenza con cui esse li

impegnano a scopo ludico, per ricerche, la Commissione europea ha elaborato diversi documenti

per predisporre una linea d'azione al fine di proteggere la dignità del minore e porlo a riparo da

condotte illegittime o potenzialmente dannose.

La direttive 7|97 sulla conclusione di contratti a distanza si preoccupa di proteggere i minori: l'art 4

prevede che le informazioni preliminari alla conclusione del contratto debbano essere offerte in

modo chiaro e comprensibile, tenendo conto di coloro che sono incapaci di esprimere il loro

consenso come i minori.

E la direttiva 31|2000 sull'e-commerce si preoccupa di tutelare i minori dai reati che possono essere

commessi mediante l'uso della rete. Ma si tratta di misure di natura generica, si utili ma non

compiutamente utilizzabili per la difesa degli interessi del minore.

La disciplina italiana in questo materia appare assai rigida. L'orientamento prevalente è certamente

paternalistico: il minore essendo affetto da incapacità di agire e quindi incapacità negoziale, pone

in essere atti annullabili (art 1425 codice civile), salvo che non abbia raggirato la controparte

facendole credere di essere maggiorenne (art 1426). L'azione può essere promossa solo dal

rappresentante legale del minore ovvero dall'interessato al raggiungimento della maggiore età.

Si è cercati di ovviare a questa rigidità, proponendo di circoscrivere l'annullamento solo agli atti

aventi contenuto patrimoniale, non correlati quindi con il consenso espresso per interventi sanitari,

con l'esercizio di diritti fondamentali, con l'espressione della partecipazione alla vita di relazione.

Nella prospettiva realistica è facile constatate come i minori ogni giorno concludano contratti di

scambio, che non sono invalidati; nei fatti della vita reale il minore sceglie, contratta, conclude

molti rapporti negoziali che producono effetti. In questo quadro fermo restando il principio della

tutela dell'interesse del minore si potrebbe cominciare a riflettere su varie possibili soluzioni:

l'ampliamento delle eccezioni all'incapacità legale, la riduzione del limite d'età per categorie di

contratti, l'attenuazione della sanzione.

PERSONA E MERCATO. I DIRITTI DEI CONSUMATORI

LE FONTI NORMATIVE

Nel diritto comunitario la persona era considerata inizialmente come protagonista di rapporti

economici: innanzitutto come lavoratore. Ne è nata come un'autentica branca del diritto

comunitario, il diritto comunitario del lavoro, che ormai un settore a se stante. Già dall'inizio della

creazione del diritto comunitario si è considerata la persona come destinataria di prodotti e servizi,

come consumatore.

In ambito giuridico la definizione di consumatore, deriva da una molteplicità di fonti che variano

per provenienza, per durezza, per convenzione. Le fonti sulle quali costruire la nozione debbono

essere organizzate secondo un ordine gerarchico al fine di prevenire possibili conflitti interpretativi.

Per tutti gli ordinamenti degli Stati Membri dell'Unione Europea le fonti primarie sono costituite

dalle fonti comunitarie (regolamenti, direttive, risoluzioni, pareri), comprensive della

giurisprudenza del Tribunale di Prima Istanza e della Corte di Giustizia; dalle fonti interne, cioè

dalla giurisprudenza dei tribunali nazionali che applicano le fonti comunitarie; dalle soluzioni

legislative che nelle leggi speciali o nei codici dei singoli ordinamenti sono state escogitate per dare

corpo alla definizione. Anche la dottrina svolge un suo ruolo di chiarimento e di analisi critica, ma è

aperta alle fonti comunitarie, i modelli dottrinali che essa propone possono considerarsi “circolari”,

adattabili quindi anche al di fuori dell'esperienza da cui provengono.

Occorre anche considerare alcune convenzioni internazionali che recano disposizioni riguardanti i

consumatori: la convenzione di Bruxelles del 1968, la convenzione sulla legge applicabile alle

obbligazioni dal 1980.

I CARATTERI DELLE DEFINIZIONI PROVENIENTI DALLE FONTI

INTERNAZIONALI E DALLE FONTI COMUNITARIE

Nella convenzione di Bruxelles campeggia la definizione che ricorre nella gran parte degli atti

comunitari: in materia di contratti il consumatore è la persona che conclude il contratto per un uso

che possa essere considerato estraneo alla sua attività professionale (Art 13). La formula è ripetuta

dall'art 5 della convenzione di Roma sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali.

L'art 38 della Carta dei diritti fondamentali si preoccupa soltanto di precisare che nelle politiche

dell'Unione è garantito un livello elevato di protezione dei consumatori. Allo stesso modo l'art 153

del Trattato sottolinea le finalità di promuovere gli interessi dei consumatori ed assicurare un livello

elevato di protezione degli stessi, e individua l'oggetto dei singoli interessi tutelati che la Comunità

contribuisce a tutelare (la salute, la sicurezza economica, gli interessi economici).

Il termine consumatore è presupposto, non definito nei suoi contenuti, sicchè occorre fare rinvio alle

altre fonti comunitarie di rango inferiore.

Nelle direttive che si sono succedute negli ultimi 15 anni il consumatore è definito in modo

ripetitivo come la persona fisica che agisce, nei rapporti con il professionista, al di fuori della sua

attività professionale. Occorre prendere in considerazione però altre fonti per arrivare ad una

definizione più esplicita e completa. Innanzitutto le pronunce dei tribunali comunitari.

Nei suoi più recenti interventi la Corte di Giustizia ha proposto definizioni più dettagliate di

consumatore; con la sentenza del 3 luglio del 1997 ha precisato che gli articoli 13, 14, della

Convenzione di Bruxelles devono essere interpretati nel senso che il soggetto che abbia stipulato un

contratto per l'esercizio di un'attività professionale non attuale, ma futura, non possa essere

considerato consumatore. La Corte osserva che una stessa persona può essere in certi rapporti

considerata consumatore e per altri considerata professionista, ma in un regime di protezione il

consumatore deve essere la parte cosiddetta economicamente più debole. Da questa considerazione

di natura pragmatica si evince che lo status di consumatore è uno stato occasionale, perchè

l'avvicendamento degli status di consumatore o di professionista dipende dal tipo di relazione che i

privati istituiscono tra di loro.

Più di recente con la sentenza del 2005 la Corte ha stabilito che i contratti del consumatore

riguardano solo i soggetti che non fanno uso professionale del bene o del servizio acquisito, a meno

che l'uso professionale sia trascurabile nel contesto globale dell'operazione.

I CARATTERI DELLE DEFINIZIONI PROVENIENTI DALLA FONTI DEL

DIRITTO INTERNO

Nel diritto italiano oltre alle definizioni di consumatore che si possono riscontrare nei

provvedimenti di attuazione delle direttive comunitarie, definizioni ripetitive della formula secondo

la quale la quale consumatore è la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività

imprenditoriale o professionale eventualmente svolta, troviamo la medesima formula nel codice

civile 1469-bis comma II e nella legge generale sui diritti dei consumatori e degli utenti, legge n

281 del 1998. Nel codice civile troviamo anche la definizione di professionista, indicato come la

persona fisica o giuridica, pubblica o privata, che nel quadro della sua attività imprenditoriale o

professionale utilizza il contratto con il consumatore.

Nella legislazione bancaria o assicurativa non si riscontra una definizione di consumatore, ma solo

di cliente. Per la legislazione relativa all'intermediazione finanziaria né le direttive comunitarie né la

disciplina interna di recepimento si preoccupano di definire il consumatore o il risparmiatore,

usando occasionalmente l'espressione investitore istituzionale solo per esonerarlo da obblighi di

informazione, di redazione, o di deposito di documenti.

La legislazione regionale dedicata soprattutto al sostegno finanziario delle attività delle associazioni

dei consumatori, reca altre definizioni , rimanendo questa però sempre fonte di grado inferiore a

quelle primarie, e che quindi non può essere considerata prevalente.

La giurisprudenza non ha ancora espresso un orientamento univoco, e le pronunce riguardanti i

consumatori sono ancora un numero esiguo. Alcune di queste pronunce ritengono che l'espressione

consumatore possa estendersi alle associazioni no-profit : agli enti di fatto, ai piccoli imprenditori,

agli artigiani, agli imprenditori agricoli. Inoltre si ritiene che quando il professionista conclude un

contratto con un altro professionista per perseguire uno scopo diverso da quello imprenditoriale,

deve essere considerato alla stregua del consumatore: questo è il caso di uno scultore che aveva

concluso un contratto di trasporto per inviare una sua opera ad un concorso

GLI USI DELLA NOZIONE DI CONSUMATORE NEI MODELLI DI

DECISIONE E NEI PROVVEDIMENTI PARAGIURISDIZIONALI

In questi contesti si possono evidenziare almeno cinque diverse interpretazioni del termine

consumatore:

- il titolare dell'interesse protetto, la cui violazione è dedotta nel procedimento

- il titolare di un interesse protetto in quanto tutelato in capo all'associazione di

appartenenza del consumatore

- il titolare di un interesse che è rilevante in quanto appartiene ad una categoria, e perciò

qualificato come interesse collettivo o interesse diffuso

- il titolare di un interesse che confluisce in un interesse generale o pubblico

- il modello a cui far riferimento per assumere valutazioni relative alla conformità di un

atto o di un comportamento alle prescrizioni legislative.

IL CONSUMATORE COME TITOLARE DI UN INTERESSE INDIVIDUALMENTE PROTETTO

In tali ipotesi il problema principale è collegato con la legittimazione ad agire e con l'interesse ad

agire dell'attore; in altri termini il consumatore è considerato in quanto portatore diretto di un

interesse riconosciuto e garantito dalla legge in capo al soggetto (qualificato come consumatore)

che fa valere quel diritto in giudizio per trarne un vantaggio diretto.

Gli esempi più significativi dell'uso di questa accezione riguardano la giurisprudenza in materia di

responsabilità per i danni derivanti dalla circolazione di prodotti difettosi, la giurisprudenza in

materia di pubblicità commerciale

IL CONSUMATORE COME MEMBRO DI UN'ASSOCIAZIONE

In questa categoria di provvedimenti vanno collocate le pronunce riguardanti la legittimazione ad

agire delle associazioni. In questo quadro bisogna chiedersi se devono essere considerate contrarie

alla costituzione le disposizioni che limitano la legittimazione ad agire delle associazioni: il caso si

è posto per l'art 2061 del codice civile. Con la sentenza n 59 del 1988 la Corte Costituzionale ha

stabilito che è manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art 2061

nella parte in cui limita alle sole associazioni professionali il potere di promuovere l'azione per la

repressione della concorrenza sleale, perchè compete al legislatore apprestare adeguati strumenti di

salvaguardia per il consumatore.

È stata riconosciuta la personalità giuridica ad una associazione di imprese la cui finalità era

costituita dal controllo della qualità dei prodotti degli imprenditori che dovevano possedere precise

caratteristiche

IL CONSUMATORE COME PORTATORE DI INTERESSI DIFFUSI

Ben poche sono le pronunce per quest'accezione; normalmente gli interessi diffusi sono collegati

con la tutela dell'ambiente. Tuttavia in materia di pubblicità ingannevole la legittimazione ad agire

delle associazioni è stata riconosciuta esplicitamente, e quando queste stesse associazioni agiscono

per l'inibitoria, agiscono non tanto per un interesse dei propri associati, ma per un interesse diffuso

di tutti i consumatori.

In assenza di una disciplina avente carattere generale, la giurisprudenza ha delimitato il campo di

azione: in tema di “giustiziabilità” degli interessi diffusi un fattore fondamentale di legittimazione

all'impugnazione è rappresentato dall'interesse processuale al ricorso, cioè da un'aspettativa di

vantaggio del ricorrente anche solo potenziale o strumentale. Inoltre si è ritenuto che l'interesse

diffuso è economicamente valutabili e concorre a determinare la nozione di “patrimonio pubblico”,

sicchè la sua violazione implica la perpetrazione di un danno erariale.

Vi sono poi casi in cui al consumatore è concesso di agire o di intervenire solo in forma associativa

e non a titolo individuale; l'interesse individuale è quindi protetto solo in quanto interesse diffuso

fatto valere da un gruppo esponenziale: ciò per ragioni di economia processuale e di buon

andamento dell'attività amministrativa.

IL CONSUMATORE COME PORTATORE DI UN INTERESSE CHE CONFLUISCE NELL'INTERESSE

PUBBLICO

Sono esempi di questo tipo di provvedimenti: la messa in commercio e la distribuzione dei prodotti.

Ad esempio in sede comunitaria la Corte di Giustizia ha precisato la fissazione delle norme relative

alla distribuzione dei prodotti farmaceutici resta affidata agli Stati Membri, rispettando

naturalmente le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci. Quindi se una legislazione

nazionale prevede un monopolio riservato ai farmacisti per la distribuzione dei medicinali o altri

prodotti, questo può costituire un ostacolo alle importazioni.

La tematica di rilevanza degli interessi dei consumatori è emersa nella controversia relativa agli

accordi tra associazioni di produttori e associazioni di commercianti nella distribuzione dei punti

vendita. Tra gli interesse pubblicistici collegati con l'iscrizione ad un albo per poter svolgere una

determinata attività professionale si sono considerati anche gli interessi dei consumatori. È il caso

ad esempio di chi svolge attività “sub-agente” nel settore assicurativo e che quindi entra in contatto

con il cliente-consumatore-assicurato.

Anche la disciplina dei prezzi incide sugli interessi dei consumatori; ma come fare a stabilire quanto

un prezzo è ragionevole? Occorre tener conto del mercato locale o comunitario?.

La Corte di Giustizia ha precisato che le istituzioni comunitarie possono dare preminenza ad alcuni

obiettivi posti dall'art 39 del Trattato rispetto ad altri. L'aumento dei prezzi, vietato dallo stesso

articolo 39, non costituisce violazione dell'articolo dal momento che la creazione di

un'organizzazione comune dei mercati si traduce in uno dei prezzi in tutta la comunità e l'obiettivo

dei prezzi ragionevoli per il consumatore deve essere considerato in riferimento al mercato comune,

e non a quello nazionale.

IL CONSUMATORE COME PARAMETRO

La maggior parte dei casi raccolti dalla giurisprudenza concerne la disciplina del marchio. Della

concorrenza e della pubblicità commerciale.

Qui l'interesse del consumatore non è inciso individualmente, l'interesse è tutelato in modo indiretto

o riflesso; il consumatore è considerato alla stregua di un soggetto medio, che reagisce di fronte a

fenomeni economici, estetici, commerciali, e le sue reazioni sono utilizzate come parametro di

valutazione: il consumatore come standard.

Il parametro del consumatore è impiegato dalla legge come metro degli effetti conformi o difformi.

Il marchio come segno distintivo del prodotto non deve ingannare il pubblico (art 18 del regio

decreto n 929 del 1942). Sicché ingannare il pubblico significa produrre il disorientamento del

pubblico in riferimento alla qualità o la provenienza del prodotto contrassegnato, oppure indurre in

errore per equivoci terminologici il consumatore medio in ordine all'origine e alla qualità dei

prodotti contrassegnati. Il parametro del consumatore è impiegato anche per qualificare il marchio

come forte o debole. Allo stesso modo l'uso di parole straniere o di parole dialettali possono essere

oggetto di marchio se nell'opinione del consumatore medio non sono generalizzabili.

Anche la disciplina della concorrenza sleale si rifà alla figura del consumatore come parametro per

valutare la correttezza del comportamento dell'imprenditore concorrente. Per il comportamento

concorrenziale occorre valutare l'intenzione di nuocere (il dolo) o la negligenza (la colpa) in capo

all'agente.

L'impiego del consumatore come parametro ma non come destinatario finale della tutela appare

anche in caso di dumping interno: qui il consumatore sarebbe ben lieto di poter acquistare a prezzi

fortemente scontati, prezzi che altrimenti avrebbero un costo ben più alto; tuttavia proprio

quest'attitudine è considerata come reazione ad una pratica che deve essere condannata. Per la Corte

Suprema l'offerta di beni o di servizi a prezzi inferiori a quelli praticati dalle imprese concorrenti

rientra nella lecita competizione del mercato, salvo che si mantenga nei limiti di una normale

competizione di mercato, ma diventa illecita quando si configura nella pratica del cosiddetto

dumping interno, mediante l'artificioso abbattimento sotto costo dei prezzi, non giustificato dalle

obiettive condizioni della produzione; in questo caso inoltre non solo viene fuorviato il giudizio del

consumatore ma anche infrante le regole su cui gli operatori economici confidano.

Il parametro del consumatore è utilizzato poi , da un decennio, per la commisurazione degli

interessi debitori, quando il consumatore è assunto come modello di creditore. Nella tipologia dei

creditori la Suprema Corte distingue: l'imprenditore, il risparmiatore abituale, il modesto

consumatore, il creditore occasionale. In ciò si chiarisce che il modesto consumatore non è un

parametro uniforme, applicabile a tutti ma conserva connotati propri:

§ quando la parte non allega e dimostra di essere un imprenditore (soggetto che utilizza il denaro

nel ciclo produttivo per trarne il tasso di profitto) ne un risparmiatore abituale (che suole collocare il

denaro in determinati investimenti) ne un modesto consumatore (che spende tutto il denaro di cui

dispone e patisce perciò il rialzo dei prezzi quando incassa in ritardo le somme dovutegli), essa può

qualificarsi residualmente come un creditore occasionale, che beneficia una tantum di una somma

rilevante per la quale deve escludersi l'immediata destinazione al consumo.

IL CONSUMATORE COME TITOLARE DELL'INTERESSE PROTETTO E COME PARAMETRO

In questa accezione confluiscono i provvedimenti che in applicazione dell'art 2598 del codice civile

sulla concorrenza sleale, e in applicazione della disciplina speciale, censurano i messaggi

pubblicitari; a questi provvedimenti si affiancano quelli emanati dalle autorità private. In questo

quadro bisogna distinguere il modello di consumatore preso in considerazione nell'applicazione

della concorrenza sleale e il modello di consumatore in riferimento alla pubblicità ingannevole: il

primo è un semplice parametro, il secondo si riferisce al titolare dell'interesse protetto.

LA QUALIFICAZIONE DI CONSUMATORE NEI RAPPORTI NEGOZIALI

Il professionista può chiedere alla controparte di qualificarsi, sulla base di autocertificazione, o delle

informazioni legittimamente acquisibili tra i contraenti, il proprio status, gli scopi per i quali

conclude il contratto. Tra gli operatori bancari e assicurativi la qualificazione di consumatore non

consiste tanto in un fatto oggettivo connesso all'operazione conclusa, alla qualificazione del

contratto, ma in un fatto soggettivo che dipende dalla manifestazione del consenso dell'interessato:

la controparte del professionista dichiara di essere consumatore, e per tale ragione di avere diritto al

trattamento che la legge riserva al consumatore, sia in termine di clausole, sia in termine di

informazioni, sia in termini di rimedi. Se la qualificazione è inesatta le alternative riguardano o

l'annullamento del contratto per errore o per dolo, o la risoluzione per inadempimento all'obbligo

informativo, a cui si unisce il risarcimento del danno.

IL DIRITTO DEI CONSUMATORI E' GIUNTO AL BIVIO?

In un saggio recente Howells e Whilhelmsson hanno individuato 4 direttrici secondo le quali si sta

evolvendo il diritto dei consumatori:

1) l'uso del paradigma incentrato sull'informazione del consumatore, al fine di ridurre le

asimmetrie tra professionisti e clienti

2) l'affidamento della disciplina a clausole generali

3) l'agevolazione di sistemi di autocontrollo

4) l'approvazione di direttive che promuovono l'armonizzazione della disciplina ad un livello

più elevato

Questo modo di procedere della Commissione potrebbe però comportare delle discrasie ed effetti

negativi: finirebbe per mortificare l'evoluzione dei diritti nazionali e vanificherebbe il rapporto

dialettico e proficuo tra ordinamenti nazionali e ordinamento comunitario

Anche Hans Micklitz ha espresso preoccupazioni sull'evoluzione del diritto comunitario. Egli

sottolinea innanzitutto come il diritto dei consumatori sia l'espressione più significativa del primato

del diritto comunitario sul diritto interno. Ed allora si pone il problema se il diritto comunitario

possa soppiantare le tradizioni nazionali; inoltre Micklitz osserva come il diritto dei consumatori è

un diritto in movimento contraddistinto da 3 fasi: quella iniziale era fondata sull'idea di Stato

sociale; nella seconda fase, che si estesa fino all'inizio degli anni '90, il diritto dei consumatori è

stato inglobato nel diritto del mercato interno; la terza fase, quella in atto, vede la trasformazione

del diritto dei consumatori nel diritto dei cittadini.

Micklitz ritiene che proprio l'inclusione del diritto dei consumatori nel diritto del mercato interno

deprima lo sviluppo di iniziative nazionali che fuoriescono dalle direttive

Molte sono ancore le lacune del diritto dei consumatori: ad esempio il difetto di una direttiva sulla

responsabilità dei produttori di servizi.

IL DIRITTO DEI CONSUMATORI NELLA COSTITUZIONE EUROPEA

Nella Costituzione Europea varie sono le disposizioni applicabili alla persona, considerata come

consumatore. Tra gli obiettivi dell'Unione già si pone quale valore di base la dignità umana e si

precisa che lo sviluppo sostenibile dell'Europa è basato su di una crescita economica equilibrata e

sulla stabilita dei prezzi, su un economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla

piena occupazione. È riconosciuto e garantito il diritto della persona all'integrità fisica e psichica,

nonché il rispetto della vita familiare e si enuncia poi per i consumatori la garanzia di un elevato

livello di protezione.

In questo quadro non è concepibile inoltre che le politiche dell'Unione possano porsi in contrasto

con i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione europea, diritti fondamentali che diventano

un limita all'azione comunitaria nel settore. Pertanto l'art 153 del Trattato Ce, che impone alla

Comunità il compito di contribuire a tutelare la salute, la sicurezza e gli interessi economici dei

consumatori e di tener conto delle loro esigenze, deve essere riletto alla luce delle disposizioni della

Costituzione Europea. IL CONTRATTO

PREMESSA

Un opinione tralatizia mette in evidenzia le radici comuni del diritto contrattuale, rinvenendole nel

diritto romano; sicuramente vocaboli come contratto o obbligazione trovano riscontro nelle fonti

romane.

La teoria generale del contratto si è sviluppata soprattutto grazie alla Pandettistica, la quale a

differenza del diritto romano a costruito la categoria generale del rapporto giuridico, di

dichiarazione e di negozio giuridico. E' altrettanto un opinione tralatizia che la disciplina del

contratto nei diversi ordinamenti sia fondata su valori comuni. In questo caso se si intende

genericamente il contratto come operazione economica si possono riscontrare valori comuni come

libertà di contrattare, dare rilievo alla volontà di concludere il contratto; ma è altrettanto chiaro

come in alcune esperienze si esaltano o evidenziano valori che in altre esperienze non sono tutelati

in materia contrattuale. Quindi i processi di armonizzazione e di unificazione della disciplina del

contratto sono da riscontrare nella concezione del contratto come “veste giuridica” dell'operazione

economica, per raggiungere una koinè (lingua) terminologica comune.

I giuristi italiani, e in particolare il Consiglio Nazionale Forense, hanno avviato a cadenze

semestrali seminari di aggiornamento che tengono conto sia dell'evoluzione del diritto interno, sia

dell'evoluzione delle esperienze straniere più rilevanti, sia dei tentativi di codificazione destinati a

sfociare in regole comuni a tutti i Paesi Membri dell'Unione.

L'inizio del terzo millennio presenta novità interessanti nel settore del diritto contrattuale:

1) Per quanto riguarda il diritto interno, la giurisprudenza sta adattando le disposizioni del codice

civile alle esigenze emergenti della prassi: il legislatore inoltre sta coniando nuove regole per

l'attuazione delle direttive comunitarie, novellando il codice civile (si pensi all'art. 1469 bis e ss.).

Va aggiunto poi come la prassi ha promosso l'utilizzazione di nuovi modelli contrattuali, nuove

clausole contrattuali e persino nuove tecniche di conclusione del contratto.

2) Per quanto riguarda il diritto comunitario si prosegue l'attuazione di direttive, fino ad oggi 12,

che investono il settore, come per esempio in materia di tutela del consumatore. La Giurisprudenza

della Corte di Giustizia europea inoltre continua ad elaborare principi di valenza generale che

riguardano vari teme, tra cui la nozione di buona fede, clausola vessatoria, i confini del danno

contrattuale. Anche la Commissione con la Direzione Generale della Concorrenza si è proposta di

elaborare una direttiva sui servizi professionali, con la Direzione Generale del Mercato ha elaborato

una proposta di direttiva generale sui servizi.

3) Nel diritto dei Paesi Membri si sono introdotti nuovi codici, come quello olandese, e si sono

novellati interi libri dei codici vigenti. A ciò si aggiunge l'azione di Università o Istituti Privati che

promuovono la redazione di codici di diritto uniforme; a Pavia infatti l'Accademia dei giusprivatisti

europei ha predisposto un Codice di diritto contrattuale.

4) Nel diritto internazionale varie iniziative, come “l'avant-projet” dell'Organizzazione

per l'armonizzazione in Africa del diritto degli Affari, sono rivolte ad avvicinare gli ordinamenti

giuridici, migliorare lo sviluppo dei rapporti commerciali, dare maggiore certezza giuridica agli

operatori e ridurre i costi transattivi.

Tutte le iniziative sopraccennate prevedono che le parti, già nella fase della trattativa e poi nella

fase della conclusione ,dell'interpretazione e dell'esecuzione del contratto, osservino:

a) il principio di buona fede e di fairness;

b) il principio di ragionevolezza;

c) il principio di trasparenza e di simmetria nell'informazione;

d) il principio di conservazione del contratto;

e) il principio di adeguatezza nel rapporto tra le prestazioni.

Le parti pur essendo considerate su di un piano paritetico sono valutate anche dal punto di vista del

loro potere contrattuale, cosi che se una di esse può apparire più “debole” grazie a questi principi si

provvede a riequilibrare le posizioni.

L'AQUIS COMMUNAUTAIRE IN MATERIA DI CONTRATTI

Innanzitutto si deve sottolineare come gli scopi della ricostruzione dell'a.c. sono molteplici. Si

devono infatti considerare gli scopi cognitivi , dal momento che l'enorme produzione normativa

degli organi comunitari pone problemi di conoscibilità delle regole da parte sia dei loro destinatari

sia degli stessi organi di produzione. Poi si devono considerare anche gli scopi sistematici e

funzionali: difatti si pongono problemi di coordinamento e di sovrapposizione e inoltre questo

corpo normativo deve essere valutato sul piano della sua efficacia e attuazione da parte degli Stati

Membri.

DEFINIZIONE DI CONTRATTO E L'INDIVIDUAZIONE DEI REQUISITI

DEL CONTRATTO

Nei diversi ordinamenti sono molteplici sia le definizioni legislative di contratto sia le nozioni di

contratto.

Sia I PICC sia i PECL, non forniscono la definizione di contratto, ma entrambi i testi si impegnano

a salvaguardare la libertà contrattuale.

I PICC

-

I Principi dell'Unidroit si aprono con un enunciazione di carattere generale secondo la quale le

parti sono libere di concludere un contratto e di determinare il contenuto. Le regole successive

affermano che il contratto può essere concluso per iscritto, oppure può essere provato con tutti i

mezzi, anche testimoniali (art. 1.2). Negli ordinamenti di common law il contratto è giuridicamente

vincolante sia per ragioni utilitaristiche si per ragioni di correttezza commerciali (se le parti

concludono il contratto senza intenzione di vincolarsi non si possono concludere affari e il

commercio deperisce).

Perciò i redattori hanno introdotto il principio in base al quale il contratto che sia stato formalmente

valido vincola coloro che lo hanno concluso (art. 1.3). Oltre al principio di libertà contrattuale i

valori fondamentali su cui poggia l'impalcatura dei principi dell'Unidroit abbracciano pure la

rilevanza degli usi, il favor contractus, la buona fede e la correttezza, la repressione della slealtà.

Infatti gli usi si ritengono noti e accettati dalle parti anche se non espressamente richiamati in

contratto, sia che si tratti di usi normativi sia che si tratti di usi commerciali; essi sono richiamati

dalle disposizioni preliminari in materia di fonti (art 1,8,9). Quanto alla conservazione del contratto

il favore per 'operazione economica emerge da numerose regole si in tema di formazione (art. 2.1,

2.12, 2.14, 2.22) sia in tema di validità (art 3.2, 3.3) sia in tema di hardship.

Per quanto riguarda la buona fede, per l'Unidroit, viene codificata quale principio generale, viene a

costituire cioè un valore universale, principio applicabile anche in altri settori. Al medesimo

principio si richiama la Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita di merci.

Sul complesso di regole che si propongono di controllare e prevenire la mala fede dei contraenti non

sono da ricordare solo le regole sul dolo (art. 3.8) e sulla violenza (art 3.9), ma anche le regole in

materia di contratti per adesione e conclusi mediante moduli o formulari. Si prevede che le clausole

già predisposte possano avere efficacia solo se espressamente richiamate (art. 2.19), non possono

avere inoltre un effetto sorprendente (art 2.20), non prevalgono sulle clausole aggiunte (art. 2.21) e

siano interpretate a favore della controparte (art 4.6).

- I PECL

Anche i PECL della Commissione Lando-Beale non danno la definizione di contratto, definizione

dunque affidata all'interprete. La nozione di contratto usata nei PECL comprende gli accordi

mediante i quali due o più parti assumono l'obbligazione di eseguire una prestazione, gli accordi in

cui solo una parte assume obbligazioni e la sua promessa richiede l'accettazione dell'oblato, le

promesse in cui la parte vincolata non richiede l'accettazione dell'altra. I requisiti richiesti sono:

1) l'intenzione di vincolarsi

2) la sufficiente completezza dell'accordo

Il primo requisito definito nell'art 2.102 va inteso in senso oggettivo, cioè nell'affidamento creato

nella controparte; la promessa che crea un affidamento è vincolante anche nel nostro ordinamento.

Il secondo requisito specificato nell'art. 2.103 richiede che il contenuto deve essere sufficientemente

definito tra le parti in modo da rendere il contenuto produttivo di effetti oppure deve essere

determinabile mediante il ricorso ai PECL.

Sia i PICC che i PECL non tengono conto ne della “causa” ne della “consideration”. Questa scelta

sorprendente potrebbe rivelarsi al tempo stesso felice: infatti nelle esperienze che fanno uso della

causa o della consideration le due nozioni sono spesso molto controverse.

LA CLAUSOLA DELL'HARDSHIP

In tutti gli ordinamenti si prevedono regole riguardanti l'eventualità che l'esecuzione possa diventare

eccessivamente onerosa. Nell'esperienza italiana si distinguono due ipotese: quella in cui l'onerosità

eccessiva fosse straordinaria e imprevedibile (art.1467), e quella in cui le circostanze onerose

fossero prevedibili ma non previste dalle parti. Nel commercio internazionale si tende a mantenere

in vita il contratto; infatti l'enunciazione generale secondo la quale le parti sono tenute a eseguire le

rispettive prestazioni anche se siano diventate più onerose (art. 6.2.1) è corretta dall'istituto dell

HARDSHIP.

I caratteri di quest'istituto sono delineati dall'art 6.2.2:

1) l'onerosità deve dipendere da un rischio non accettato in contratto

2) devono dipendere da circostanze esterne che non devono dipendere dalla parte che le

invoca

3) e devono essere sopravvenute o se anteriori non dovevano essere note o conoscibili.

L'effetto dell'hardship è diretto al mantenimento del rapporto

I PECL

Nei PECL si prevedono due meccanismi per riportare il contratto ad equità senza necessità di

risolverlo: l'obbligo di rinegoziazione (art 6.111 (2)) e l'intervento del giudice, il quale a sua scelta

può risolvere il contratto o modificarlo per distribuire perdite e profitti (art 6.111 (3)). Queste

opzioni possono avvenire a tre condizioni: che il mutamento delle circostanze si sia verificato dopo

la conclusione del contratto, che esso non potesse essere previsto al momento della conclusione del

contratto, che la parte danneggiata non fosse tenuta ad assumersi il rischio del mutamento.

LA CLAUSOLA PENALE

Il codice civile italiano si preoccupa soprattutto di definirne gli effetti che sono sostanzialmente

due: limitare il risarcimento alla prestazione promessa se non è stata convenuta la risarcibilità del

danno ulteriore e obbligare l'inadempiente a pagarla indipendentemente dalla prova del danno.

Verificatosi l'inadempimento definitivo per il quale è stata pattuita la penale, il creditore ha

un'alternativa, potendo chiedere l'esatto adempimento oppure la penale. Inoltre la penale può essere

ridotta se l'obbligazione principale è stata eseguita in parte o se l'ammontare della penale è

manifestamente eccessivo (art 1384). Parte della dottrina propende per una funzione essenzialmente

risarcitoria della clausola: essa costituirebbe una forma di liquidazione preventiva e forfetaria del

danno derivante dall'inadempimento contrattuale, al fine di rafforzare la posizione del creditore.

Inoltre sia per la dottrina dominante sia per la giurisprudenza ai fini della penale il danno è del tutto

irrilevante, non solo nel suo esatto ammontare ma anche nella sua esistenza. Quindi il danno ridotto

a mero elemento accidentale non sarebbe idoneo a costituire la causa dell'obbligazione penale, la

quale andrebbe rapportata direttamente all'inadempimento. Pertanto la clausola penale presenta

carattere sanzionatorio e nello stesso tempo risarcitorio: essa svolge soprattutto la funzione di

liquidare preventivamente i danni ma contemporaneamente rappresenta anche una specie di pena

per l'inadempimento.

I PICC

I PICC si occupano di questo problema in 2 ipotesi:

La prima riguarda il caso in cui sia il giudice ad ordinare alla parte inadempiente di eseguire la

prestazione e sia sempre il giudice a stabilire che in caso di inadempimento la parte che si sottrae

all'obbligo versi all'altra una penale (art. 7.2.4). I PICC stabiliscono che la somma specifica è

dovuta anche se la parte che ha subito l'inadempimento non lamenta un danno attuale (art 7.4.13).

Tuttavia il giudice d'ufficio può ridurre la somma ad un ammontare ragionevole quando essa sia

esageratamente eccessiva in considerazione anche del danno e di altre circostanze.

I PECL

La formula dei PECL è analoga a quella dei PICC, solo che danno nei primi è denominato LOSS e

nei secondi HARM.

LA SECONDA VERSIONE DEI PRINCIPLES OF EUROPEAN CONTRACT

LAW

Il 16 dicembre del 1999 all'Università di Utrecht è stata presentata la seconda versione dei PECL.

La sezione dei Principles sul contratto coordinata dal giurista olandese O.Lando, oggetto di una

prima redazione negli anni 1980-1992, ha suscitato grande interesse. Il nuovo testo è stato

predisposto in due lingue: l'inglese e il francese, è in corso di redazione la versione tedesca. Come

commentato anche da Lando gli obiettivi fondamentali consistono nella promozione dell'accesso

alla giustizia, nel riconoscimento reciproco delle decisioni, nella maggior convergenza delle regole

di diritto civile. L'applicazione dei Principles è destinata ai Paesi Membri della Comunità, ma essi

possono essere adottati dalle parti quale legge applicabile al contratto; possono anche essere

utilizzati dagli arbitri nell'applicazione della lex mercatoria. I Principles non contengono norme

imperative, ma evidenziano l'essenza degli scopi per cui i Principles sono stati redatti: si pensi al

dovere di buona fede e di corretto comportamento.

PRINCIPIO DI AUTONOMIA CONTRATTUALE

Il principio di autonomia contrattuale è considerato uno dei valori fondamentali degli ordinamenti

giuridici. Nell'ambito di un congresso tenutosi a Oporto nel 1991 Canaris ha sottolineato come nella

società di diritto privato esiste un principio fondamentale, quello dell'autodeterminazione a cui

corrisponde l'auto responsabilità. In sostanza per Canaris la libertà contrattuale è protetta perchè

sintomo di libertà, non perchè è sintomo di giustizia. Nell'esperienza italiana si deve a Pietro

Rescigno la riflessione più rilevante su questo tema. L'autonomia contrattuale significa ai sensi

dell'art 1329 libertà di determinare il contenuto del contratto e di concludere contratti che non

rientrino nei tipi previsti. Non sembra però che la nostra Costituzione contempli una garanzia della

libertà contrattuale, sono garantite solo alcune manifestazioni dell'autonomia contrattuale,quali la

libertà di associazione, la libertà matrimoniale...

LE CLAUSOLE ABUSIVE

MODELLO ITALIANO

In Italia il recepimento della direttiva sulle clausole abusive è avvenuto mediante l'art. 25 della

legge n.52 del 1996. Nel nostro Paese le direttive comunitarie normalmente sono recepite con leggi

speciale, di iniziativa parlamentare, o con decreti-legge predisposti dal Governo, o con decreti

legislativi, o con le disposizioni contenute nelle c.d. Leggi comunitarie approvate dal Parlamento.

Al suo apparire la direttiva 93/13/CEE ha rinnovato e non poco l'interesse che la dottrina aveva

manifestato per temi quali la disciplina dei contratti per adesione, la disciplina delle clausole di

esonero o di limitazione della responsabilità.

L'art 1 della direttiva va a specificare il suo ambito di applicazione, ambito riprodotto dall'art 1469-

bis I comma. Tuttavia mentre il testo della direttiva si limita al rifermento della categoria dei

contratti stipulati tra professionisti e consumatori, l'art 1469-bis esplicita l'oggetto del contratto,

facendo riferimento alla cessione di beni e alla prestazione di servizi. L'art 2 lettera a riguarda la

terminologia delle clausole; l'art 2 lettera b definisce il consumatore come persona fisica. Il

legislatore italiano ha ripetuto la medesima formula, restringendo quindi l'ambito di applicazione ai

soli contratti in cui la controparte del professionista è il consumatore individuale che agisce per

scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale. I comma 1 e 2 dell'art 3 riguardano le

clausole oggetto di negozio individuale: seppur articolato il testo della direttiva non è preciso; il

testo di recepimento è piuttosto laconico, in quanto si riduce ad enunciare che non sono vessatorie

le clausole o gli elementi di clausola che siano oggetti di trattativa individuale. Quanto ai criteri di

individuazione del carattere di vessatorietà di una clausola il testo della direttiva è ambiguo. L'art 3

comma 1 pone molteplici problemi interpretativi:

1) se la buona fede debba essere intesa in senso oggettivo o soggettivo

2) se la contrarietà della buona fede sia criterio additivo rispetto allo squilibrio oppure si

rafforzativo oppure sia enfatico

3) se lo squilibrio significativo debba considerarsi come sintomo di grave, eccessivo o di

rilevante di non irrilevante.

L'art 3 comma 3 rinvia ad un'allegato l'elenco indicativo e non esaustivo di clausole che possono

essere dichiarate abusive. In questo quadro bisogno soffermarsi sulla lettera q dell'allegato ,

espresso con una formula poco comprensibile in italiano: “sopprimere o limitare l'esercizio di azioni

legali o vie di ricorso del consumatore, in particolare obbligando il consumatore a rivolgersi

esclusivamente a una giurisdizione d'arbitrato non disciplinata da disposizioni giuridiche. Il testo di

recepimento sdoppia quest'enunciazione in 2 gruppi:

1) le clausole che hanno per oggetto o per effetto di sancire a carico del consumatore

decadenze, limitazioni

2) e stabilire come sede del foro competente località diversa da quella di residenza o

domicilio elettivo del consumatore

L'ultima parte dell'art 4 comma 2 e la prima parte dell'art 5 impongono al professionista di usare

clausole chiare e comprensibili, pena la declatoria di vessatorietà. Anche in questo caso non

mancano gli interrogativi: Nel valutare la chiarezza e la comprensibilità si deve assumere come

modello il consumatore medio o il consumatore ragionevole? Si deve tener conto della diligenza

media con cui il consumatore deve leggere e capire le clausole? I requisiti di chiarezza e di

comprensibilità sono disgiuntivi o cumulativi?. L'art 5 inoltre lascerebbe intendere che la clausole

oscure o incomprensibili sono da interpretarsi nel dubbio a favore del consumatore. L'art 6 riguarda

le conseguenze della declatoria di vessatorietà di una clausola; il codice novellato all'art 1469-

quinquies ha optato per l'inefficacia parziale e relativa. Parziale perchè il contratto rimane efficace

per il resto, relativa perchè solo il consumatore può farla valere. La soluzione è più favorevole al

consumatore in quanto la nullità della clausola potrebbe portare ad una lacuna del contratto a alla

sua integrazione. L'art 7 concerne l'azione inibitoria: la disposizione è chiara ma sembra incompleta.

La direttiva infatti non dice se sia possibile prevenire l'elusione degli effetti dell'inibitoria. Cioè la

declatoria di inefficacia colpisce la singola clausola, ma il professionista può sostituirla con un'altra

clausola di identico tenore, anche se formulata in modo diverso da quella colpita, e proseguire così

con la conclusione di contratti svantaggiosi per il consumatore.

Il testo dell'art 1469-sexies si presta ad altre osservazioni. Per un verso è da elogiare come si

estenda la legittimazione ad agire alle Camere di Commercio, per altro verso lascia incerta la

possibilità di agire da parte del singolo consumatore.

IL PROCEDIMENTO DI INFRAZIONE APERTO DALLA COMMISSIONE

CEE NEI CONFRONTI DELL'ITALIA PER INESATTO RECEPIMENTO

DELLA DIRETTIVA.

Già il 13 dicembre 1996 a pochi mesi dall'approvazione del testo di recepimento, la Commissione

aveva segnalato al Governo Italiano diversi rilievi:

- l'ambito di applicazione della direttiva è stato considerato troppo circoscritto per la

definizione dei contenuti dei contratti dei consumatori

- la disciplina italiana riduceva gli spazi di tutela nelle procedure d'urgenza, in quanto il

giudice avrebbe potuto correggere il significato della clausola oscura o incomprensibile,

senza quindi accogliere l'istanza e consentendo al professionista di continuare ad impiegare

la clausola medio tempore.

- l'art 1469-quinquies comma 5 riproduce l'applicazione della disciplina più favorevole al

consumatore nel caso di contratto assoggettato alla disciplina di un paese terzo, ma la

circoscrive al presente articolo e non la estende a tutte le disposizioni del capo.

- l'azione inibitoria non prevede la legittimazione ad agire delle associazioni dei

consumatori contro le associazioni dei professionisti che abbiano diramato raccomandazioni

inerenti i moduli utilizzati dai loro associati

Il Governo Italiano aveva risposto ai rilievi con lettera del 14 marzo 1994 osservando:

1) la definizione degli oggetti dei contratti dei consumatori non escludeva che la disciplina

introdotta fosse applicabile a tutti i contraenti della categoria

2) quanto al secondo rilievo che nel codice civile già esiste una disposizione (art 1370) che

impone una regola di carattere generale riguardante l'interpretazione del contratto

3) il terzo rilievo fu accolto

4) il quarto rilievo fu considerato inconferente, in quanto le raccomandazioni delle

associazioni di categoria non hanno rilevanza giuridicamente

Non soddisfatta delle risposte la Commissione ha aperto una procedura d'infrazione n 98/2026. In

risposta il Governo italiano ha predisposto e comunicato a Bruxelles ulteriori osservazioni. Il

contenzioso con la Commissione non è finito qui. Il 18 dicembre del 1998 la Commissione ha

emesso un parere nel quale si sosteneva che l'Italia non ha recepito fedelmente la direttiva e quindi

ha invitato il nostro Paese ad adottare le misure necessarie per uniformarsi . Con la sentenza del 24

gennaio del 2002 la Corte di Giustizia ha condannato l'Italia per non aver attuato integralmente l'art

7 n 3 della direttive. Il Parlamento ha quindi provveduto a modificare l'art 1469-sexies.

LA LEGGE GENERALE SUI DIRITTI DEI CONSUMATORI

Con l'entrata in vigore della legge n. 281 del 1998 sui diritti dei consumatori si sono introdotte

alcune disposizioni che agevolano l'accesso alla giustizia dei consumatori. L'art 3 comma 1

conferisce la legittimazione ad agire delle associazioni dei consumatori, le quali possono chiedere al

giudice competente di inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interesse dei consumatori e degli

utenti. Inoltre le associazioni ai sensi del comma 2 possono attivare prima di adire il giudice le

procedure di conciliazione previste tra le nuove funzioni delle Camere di commercio. Inoltre l'art 6

dispone che nei casi in cui ricorrano giusti motivi d'urgenza l'azione inibitoria si svolge a norma

dell'art 669-bis e seguenti del codice di procedura civile e si precisa che le azioni inibitorie non

precludono azioni individuali dei consumatori che siano danneggiati dalle medesime violazioni.

IL RUOLO DELLE CAMERE DI COMMERCIO

La legge n 580 del 1993 ha disposto il Riordino delle camere di commercio, industria, artigianato ed

agricoltura. Fra le competenze o funzioni attribuite quella del comma 4 lettere a,b,c riguardano

proprio la materia oggetto della direttiva CEE. Le camere di commercio possono:

- promuovere la costituzione di commissioni arbitrali o conciliative per le controversie sia

fra imprese, sia fra imprese e consumatori

- predisporre e promuovere contratti-tipo tra imprese, loro associazioni e associazioni di

tutela degli interessi dei consumatori e degli utenti

- promuovere forme di controllo sulla presenza di clausole inique inserite nei contratti

- costituirsi parte civile nei giudizi relativi ai delitti contro l'economia pubblica, l'industria e

il commercio e promuovere azioni per la repressione della concorrenza sleale

Il delineato sistema di controlli costituisce una facoltà attribuita alle Camere di Commercio, le quali

possono oltre che predisporre anche promuovere contratti-tipo ed evitare l'insorgere di liti. Tuttavia

le camere di commercio già prima del recepimento della direttiva hanno avviato un'attività di

controllo delle clausole vessatorie: i risultati più apprezzabili si devono alla camera di commercio di

Milano e all'Unioncamere.

IL MODELLO INGLESE

Sia nel sistema italiano che in quello inglese la direttive non ha introdotto in maniera irruenta

materie ignorate dai due ordinamenti. La direttiva sulle clausole abusive ha introdotto regole che si

sono aggiunte alle regole già esistenti, sovrapponendosi anche a quelle già esistenti. Per attuare la

direttiva nel Regno Unito si è proceduto con uno “statuory instrument” del 1994. In Italia si è

proceduto mediante un legge approvata dal Parlamento nel 1996. In entrambi i casi non si sono

previste regole di coordinamento con la disciplina già esistente. Nel Regno Unito il problema è in

corso di risoluzione, grazie alla Law Commision unitamente alla Scottish Law Commision. Le 2

commissioni si sono preoccupare non solo di esaminare gli effetti della direttiva ma anche di capire

quali vantaggi e svantaggi avrebbe procurato l'unificazione delle due discipline. In Italia il Governo

Ciampi aveva istituito un gruppo di lavoro per proporre al Parlamento un testo di attuazione della

direttiva; ma il Governo cadde prima che il progetto fosse sottoposto al Parlamento, così

quest'ultimo ha proceduto autonomamente.

Il tipo di controllo introdotto dalla direttiva è fondamentalmente di natura giudiziale. Il sistema

inglese molto più articolato ed efficace: le clausole utilizzate vengono affidate al controllo del

Director General dell'Office of Fair Trading. Il lavoro dell'OFT è impressionante: esso è accessibile

sul website da cui emergono le guide per i professionisti, i casi esaminati, è quindi un controllo che

previene molte controversie che altrimenti graverebbero sui tribunali con dispendio quindi di tempo

e denaro. In Italia nessuna delle Autorità indipendenti ha poteri di iniziativa giudiziaria per inibire

l'uso di clausole vessatorie, a differenza invece del Director General, il quale può attuare una moral

suasion per invitare i professionisti ad espungere dai loro contratti clausole vessatorie.

LA TERMINOLOGIA

La versione in lingua inglese della direttiva ha conservato la stessa espressione che già usava

l'UCTA, ha cioè qualificato le clausole che si vogliono colpire con il termine “unfair”. In Italia si

usa il termine di clausole “vessatorie”, anche se la traduzione letterale della direttiva implicherebbe

il termine clausole “abusive”. Per un comico errore imputabile ai traduttori degli uffici di Bruxelles

il testo italiano della direttiva suona in modo opposto a quello inglese. Anziché dire che la clausola

vessatoria è contraria alla buona fede la versione italiana dice malgrado il requisito della buona

fede, cioè nonostante la buona fede. Errore non ritenuto rilevante dalla Commissione, ma ci è

soffermati però quale significato bisogna collegare alla buona fede.

Se la buona fede deve essere intesa in senso oggettivo o soggettivo, se la contrarietà alla buona fede

sia criterio additivo rispetto allo squilibrio oppure sia rafforzativo, se lo squilibrio significativo

debba considerarsi sinonimo di grave i di rilevante o di non rilevante.

Nella cultura italiana la buona fede è sinonimo di lealtà, correttezza e quindi ha un significato molto

vicino alla nozione inglese di fairness. È vero che buona fede è la traduzione letterale del latino

bona fides. Ma i giuristi sanno che dietro medesime espressioni lessicali si nascondono

trasformazioni, come è accaduta per il termine libro che all'epoca dei Romani era un rotolo di

papiro o una tavoletta di cera, ed oggi ha un supporto cartaceo. La buona fede segue la storia di ogni

codice, in ogni caso è rimasta un concetto vago. I redattori del CODE NAPOLEON non si sono

dilungati sul suo significato. È più presente nel giurista Domat, il quale usa il termine buona fede

come sinonimo di equità.

Un altro degli aspetti divergenti tra il modello inglese e quello italiano riguarda l'elenco delle

clausole vessatorie. Il modello inglese riprende il testo della direttiva, che pone l'elenco in

appendice: il modello italiano ha inserito l'elenco nel testo del codice civile.

Ha distinto tre tipi di clausole:

1) le clausole che si presumono vessatorie, senza onere della prova da parte del consumatore

(si tratta delle clausole di esonero della responsabilità per i danni alla persona)

2) le clausole che si presumono vessatorie ma il professionista può dare prova contraria

3) ogni altra clausola che possa essere qualificata come vessatoria se il consumatore dimostri

che essa è contraria a buona fede e implica uno squilibrio significativo.

RIFORMA IN INGHILTERRA

Ben prima della direttiva 13|93 il Regno Unito si era dotato di una disciplina articolata: l'UCTA

(Unfair Contract Terms Act). La direttiva comunitaria è stata attuata non mediante uno statute ma

mediante regulations, cioè fonti normative di grado inferiore. Si è venuto a creare quindi un

overlapping, cioè una sovrapposizione dell'Ucta con le Regulations.

La Law Commision inglese e la Law Commision scozzese hanno lavorato separatamente a

riguardo: le scelte di base consistevano O nel mantenere in vita le regole circoscritte alla limitazione

o esclusione della responsabilità ai soli contratti B2B O estendere la disciplina di protezione delle

Regulations a tutti i contratti. Le Commissioni hanno suggerito pure di abbandonare la clausola

generale di buona fede e di sostituirla con la clausola più congeniale di fair and reasonable. Altro

problema è che l'UCTA si applica anche ai contratti tra professionisti, ma nel limitato settore delle

clausole di esonero o limitazione della responsabilità. Le commissioni hanno adottato una soluzione

articolata: innanzitutto hanno considerato nei contratti B2B unfair e unresonable le clausole non

usuali; in secondo luogo hanno suggerito di valutare caso per caso l'abuso di potere contrattuale.

RESPONSABILITA' CIVILE

LA RESPONSABILITA' DEL PRODUTTORE DI BENI

Le imprese di ogni settore accompagnano la diffusione dei prodotti con intense campagne

pubblicitarie; molto spesso i prodotti per la loro natura complessa e sofisticata non possono essere

direttamente controllati dagli utenti, pertanto sono sempre più frequenti i casi di danneggiamento

del consumatore

La direttiva comunitaria sulla responsabilità del produttore di beni di consumo 374|1985 è stata resa

esecutiva in Italia con decreto del PdR n 224 del 1988. La norma codifica il principio della

resposabilità oggettiva senza colpa. Il testo non fa differenza fra prodotti di consumo o strumentali o

tra tipi di difetti; non fa differenza tra destinatari dei prodotti o tra le modalità di manifestazione del

danno. Responsabilità oggettiva non significa responsabilità assoluta; l'ambito della responsabilità è

circoscritto dalle nozioni di prodotto e di difetto, e dall'onere probatorio spettante al danneggiato. Il

produttore può esimersi da responsabilità nei casi indicati dall'art 6 nonché:

1) quando prova che la merce non corrisponde alla definizione di prodotto (art 2)

2) quando il danno è cagionato da colpa esclusiva del danneggiato

3) quando il danno è cagionato da caso fortuito o forza maggiore non connessi con il

processo produttivo

4) quando il danno è stato cagionata da terzi (distributore, dettagliante)

L'art 2 fornisce la definizione di prodotto. La nozione è molto ampia, comprende la materia prima,

la parte componente (ingrediente, involucro) e il prodotto assemblato e finito. Gli art 3 e 4

riguardano la figura del produttore; anche questa nozione ricomprende i soggetti che materialmente

producono la merce, il confezionatore del prodotto, il trasformatore del prodotto naturale o del

raccolto della pesca o caccia, i soggetti che non producono materialmente la merce ma ne

acquisiscono la paternità. Non sono produttori il progettista, il grossista o dettagliante che

distribuisca il prodotto mediante franchising.

L'art 5 dà la nozione di difetto: il testo riprende la dizione dell'art 6 della direttiva CEE; questa

nozione è diversa da quella del vizio, può coincidere o divergere da esso. Fatto sta che si vuole

evitare di dare ingresso a richieste pretestuose, assurde o derivanti da colpa esclusiva dell'utente.

Per esempio alla lettera b si esclude l'esistenza del difetto se il prodotto è usato in modo anormale,

ad eccezione dell'uso da parte dei minori.

L'art 6 disciplina i rimedi del fabbricante. Le lettere a ed f indicano le ipotesi tassative in cui la

responsabilità del produttore è esclusa in quanto non è imputabile al produttore la paternità del

prodotto o in quanto il prodotto è stato posto in circolazione contro la sua volontà. Il difetto deve

essere sopravvenuto, come negligenza nella distribuzione o nella custodia). La lettera f esime da

responsabilità il produttore di materia prima o di parte componente certo non il produttore del

prodotto finito nel caso in cui il difetto sia dovuto ad errore di progettazione o se la fabbricazione

della materia prima o della parte componente sia stata effettuata tenendo conto delle istruzioni

impartite dal produttore del prodotto finito.

L'art 7 attiene alla circolazione del prodotto. La norma cerca di precisare il momento in cui il

prodotto è posto in circolazione a terzi per evitare che un eventuale difetto derivante dal trasporto

,dalla custodia possa comportare la responsabilità del produttore.

L'art 8 disciplina l'onere della prova. La norma indica le circostanze e i fatti che il danneggiato deve

provare in giudizio per ottenere il risarcimento. Va aggiunto che la responsabilità non è diminuita se

il danno è provocato congiuntamente dal difetto del prodotto e dall'intervento del terzo, intervento

che però deve essere provato dal produttore.

L'art 9 riguarda la solidarietà e i criteri di ripartizione del rischio. La direttive CEE fa rinvio alla

disciplina generale della responsabilità solidale. L'imputabilità del rischio, la gravità delle colpe

l'entità delle conseguenza sono criteri che il giudice può seguire o cumulativamente o singolarmente

, ma si tratta di criteri sempre esposti in modo tassativo.

L'art 10 riguarda la colpa del danneggiato. Il 2 comma aggiunge un'ipotesi a quelle indicate dall'art

6: si esclude infatti la responsabilità quando il produttore dimostri la consapevolezza del difetto e

del pericolo.

L'art 11 attiene alla nozione di danno. La direttiva CEE circoscrive il danno risarcibile a due

categorie: danni alla persona e danni alle cose e lascia aperta l'opzione per danni morali. Morte o

lesioni personali corrispondono alla lesione dell'integrità fisica; non sono ammessi danni alla vita di

relazione , il danno estetico e quelle voci che non riguardano direttamente la salute della vittima.

Non sono risarcibili i danni derivati dalla mancata utilizzazione del prodotto.

L'art 12 regola le clausole limitative o esonerative. Innanzitutto deve trattarsi di clausola di cui sia

controparte il danneggiato, poi qualsiasi clausola, contenuta sia in moduli o formulari o in

certificati acclusi al prodotto o in altro modo portata a conoscenza del consumatore è fulminata da

nullità.

L'art 13 e 14 introducono un regime speciale di prescrizione e decadenza: la prescrizione è

abbreviata rispetto al termine quinquennale ordinario; la decadenza corrisponde alla vita normale

del prodotto.

In giurisprudenza la nuova disciplina ha avuto scarsissima applicazione

ESEMPIO: CASO MOUNTAIN BIKE

Il tribunale di Monza ha precisato che il fabbricante di una mountain bike è responsabile del danno

provocato all'utente dalla rottura della forcella e dal distacco di una ruota mentre l'utente percorreva

un sentiero di campagna. La Suprema Corte continua però, fra le fattispecie anteriori, ad applicare i

criteri tradizionali di imputazione. Infatti quando l'uso non sia prevedibile da parte del fabbricante

questi è esente da responsabilità. Ciò che è accaduto quando la Corte di Cassazione ha statuito

riguardo un minore che perdendo l'equilibrio su un'altalena si era amputato un dito, ma era salito

non normalmente sul sedile bensì sul bracciolo.

LA RESPONSABILITA' PER IL DANNO AMBIENTALE

In primo luogo i programmi comunitari a favore dell'ambiente sono incentrati sulla prevenzione del

degrado ambientale e del danno. Il Quinto programma per gli anni 1992-1999 ha introdotto nuove

misure, constatando come in alcune aree continuino a sussistere delicati problemi di deterioramento

dell'ambiente. Con il Sesto programma per gli anni 2000-2010 si sono fissati le azioni da

intraprendere per scongiurare l'effetto serra, per arrestare la perdita di biodiversità dell'Unione e nel

mondo, per proteggere il sistema naturale. Con il termine biodiversità si indica l'insieme di habitat

naturali della flora e della fauna selvatiche presenti in un dato territorio.

Queste misure programmatiche sono derivate dal Libro Bianco sulla responsabilità per danni

all'ambiente presentato dalla Commissione delle Comunità Europee nel 2000. Nell'esperienza

italiana l'espressione danno ambientale ha abbracciato i significati di danno arrecato alle

componenti dell'ambiente che sono res nullius, il danno arrecato ai fattori che riguardano beni di

enti pubblici e privati, inquinamento alla salute fisica. In questo quadro bisogna però distinguere il

danno pubblico all'ambiente dal danno risentito dallo Stato, Regioni, Comuni. Infatti quando vi è

lesione fisica dei beni che compongono l'ambiente e che appartengono al demanio, al patrimonio

indisponibile o disponibile di tali enti, vi è semplicemente una lesione alla proprietà

I CRITERI DI QUANTIFICAZIONE DEL DANNO

Il danno viene quantificato sulla base dei criteri previsti dal 6 comma dell'art 18 della legge 349 del

1966 il quale dispone che:

“Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l'ammontare

in via equitativa, tenendo conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il

ripristino e del profitto conseguito dal trasgressore”

Per quanto riguarda la gravità della colpa questa viene ritenuta MASSIMA perchè ravvisata

nell'aver violato le norme fissate dal legislatore e per aver vanificato gli sforzi per ridurre

l'inquinamento ambientale. Il costo necessario viene definito tenendo conto della spesa per

finanziare un progetto di bonifica. Per quanto riguarda il profitto, questo viene valutato in relazione

ai costi di ripristino.

Oltre all'art 18 ci sono altre regole introdotte di recente nel nostro ordinamento:

Si tratta dell'art 58 del decreto legislativo 152 del 1999 e l'art 17 del decreto Ronchi. Il primo

prevede diverse fattispecie: il danno cagionato alle acque, al suolo, al sottosuolo ; il verificarsi di un

pericolo concreto ed attuale di danno ambientale . L'art 17 invece utilizza il criterio della

responsabilità oggettiva per valutare il comportamento di chiunque abbia causato un superamento

anche accidentale dei limiti di accettabilità dei suoli e delle acque superficiali o sotterranee.

Le sanzioni previste dall'art 58 sono di 3 tipi:

1) obbligo di procedere a proprie spese agli interventi di messa in sicurezza, di ripristino e di

bonifica

2) diritto al risarcimento del danno

3) responsabilità penale per chi avendo provocato un danno o un pericolo di danno

all'ambiente non provvede agli ademppimenti di bonifica, ripristino.

AZIONE PREVENTIVA

Una nuova e più ambiziosa prospettiva sembra quella di introdurre un oblligo generale di

prevenzione dei gravi danni ambientali. Un effetto preventivo presuppone che la situazione

generante responsabilità sia percepita in tempo.

Per esempio nel caso di industri internazionali esistono situazioni che generano responsabilità poco

chiare dovute a differenti fattori sistemi legali e parametri culturali. Rendere chiare a anticipare il

complesso di situazioni che possono generare responsabilità è un sicuro contributo alla

prevenzione. In questo quadro va tenuto in considerazione come gli Stati membri sono liberi di

rendere obbligatoria o meno la responsabilità. Si è proposti di scegliere tra first-party insurance e

third-party insurance. Il primo modello andrebbe escluso perchè potrebbe causare parecchie

inefficienze, elevati costi amministrativi e burocratici ed è in generale fornito da enti governativi

correlati con il piano sanitario nazionale. Inoltre solo i danneggiati appartenenti a fasce ad altro

reddito potrebbero destinare risorse al pagamento dei premi.

MODELLI RISARCITORI

Nei singoli ordinamenti i modelli risarcitori divergono tra loro e così pure le tecniche assicurative:

a) Eventi improvvisi contro long-tail risk

L'assicurazione per responsabilità spesso copre dal rischio di danni che si verificano

immediatamente. Questo però determina problemi tecnici dovuti allo stabilire il momento in cui il

fatto si è verificato, inoltre il lasso di tempo tra l'evento dannoso e il danno effettivo può avere come

risultato l'attribuizione retroattiva di responsabilità

b) Rischi imprevedibili

Nel caso in cui l'assicuratore possa richiedere il pagamento di un premio proporzionato alla

probabilità che si verifichi un evento dannoso, con in aggiunta un surplus per i costi sostenuti, non

sembra esserci problema di assicurabilità.

c) Responsabilità retroattiva

L'assicurazione si sa necessita di un certo grado di prevedibilità. L'attribuzione retroattiva della

responsabilità costituisce un problema per gli assicuratori che considerano non assicurabili i danni

da inquinamento.

RESPONSABILITA' DELLO STATO PER VIOLAZINOE DEL DIRITTO

COMUNITARIO

In caso di violazione di obblighi comunitari da parte di uno Stato Membro le misure adottate in sede

comunitaria sono molteplici: prima di avviare la procedura d'infrazione la Commissione promuove

l'ottemperanza dell'obbligo, avvia una sorta di negoziato con i rappresentanti dello Stato interessato

per raggiungere un risultato senza conflitti. E' l'art 288 (ex art 215 comma 2) a fungere da base

normativa per costruzione di questa figura di illecito extracontrattuale.

La Corte di Giustizia nella motivazione di alcune decisioni ha fatto riferimento all'art 10 e all'art

249 del Trattato CE, in forza dei quali gli Stati membri sono tenuti ad adottare tutte le misure di

carattere generale o particolare atte ad assicurare l'esecuzione dei doveri derivanti dal diritto

comunitario.

L'accertamento della responsabilità secondo un modello già accreditato della Corte di Giustizia è

condizionato da alcuni requisiti essenziali: l'esistenza di una disposizione comunitaria che

attribuisca diritti ai singoli; la gravità della violazione; un danno concreto ed apprezzabile; il nesso

di causalità tra violazione e il danno risentito. Il problema della colpa che non figura nel quadro dei

presupposti della responsabilità è stato dibattuto nella sentenza inglese connessa al caso

FACTORTAME III. Con decisione del 1997 la Divisional Court del Regno Unito ha condannato il

Governo al risarcimento del danno risentito dai pescatori spagnoli, ingiustamente inibiti dalla pesca

perchè impiegavano pescherecci non immatricolati nei registri navali inglesi. In questo caso è stato

messo in evidenza come la colpa sia sotto il profilo della intentional fault sia sotto il profilo della

negligence non costituisce requisito o presupposto essenziale di responsabilità.

Quanto al risarcimento del danno la Corte ha stabilito che il risarcimento deve essere adeguato al

danno e i criteri di liquidazione non possono essere più sfavorevoli di quelli previsti per la

responsabilità civile domestica; inoltre si deve tener conto del lucro cessante ed eventualmente dei

danni “esemplari”, nonché della possibilità di reintegrazione in forma specifica.

Il giudice nazionale è in un certo senso libero di stabilire il rimedio e il quantum del danno. Il

rimedio naturalmente deve essere sufficiente, adeguato allo scopo da realizzare, effettivo e non

discriminatorio, essendo un rimedio che punta alla cessazione dell'azione lesiva. Problema

importante in tema di violazione del diritto comunitario è l'individuazione del soggetto

responsabile, e quindi l'individuazione del significato del termine “Stato”. In Gran Bretagna non si

fa riferimento al legislatore ma al government. Presso di noi oltre la responsabilità della pubblica

amministrazione, non si vede perchè non si possa considerare responsabile il Parlamento o il

Governo.

La Corte di Giustizia con la sentenza del 5 marzo 1996 ha precisato che il danno risarcibile deve

essere adeguato al danno subito, così da garantire un tutela effettiva dei diritti dei danneggiati. In

assenza di norme comunitarie si ricorre alle regole dell'ordinamento interno, ma quest'ultimo non

deve rendere impossibile o difficile il risarcimento.

CASI DA RICORDARE

1) Coldiretti e 101 imprenditori agricoli avevano convenuto in giudizio la Comunità per il

ritardo nell'embargo alle importazioni di carni dal Regno Unito; il timore che le carni

circolanti in continente fossero affette dal virus Jakob e il ritardo con cui si era bloccata

l'importazione avevano fatto crollare il mercato; da qui il danno risentito dagli allevatori di

carne bovina :il danno emergente derivante dalla vendita sottocosto degli animali vivi, il

danno derivante dalla spese di allevamento degli animali invenduti. I controlli della

Commissione e del Consiglio hanno portato il tribunale ad escludere il nesso di causalità e

quindi la configurabilità dell'illecito in capo agli organi comunitari

2) Rechberger.: questione rimessa alla Corte del giudice austriaco a cui si erano rivolti i

turisti che lamentavano l'inesatta trasposizione nell'ordinamento austriaco della direttiva “sui

viaggi,vacanze, e circuiti tutto compreso”, in quanto la legge di recepimento apponeva

limitazioni delle nuove discipline. Qui accertato il ritardo della trasposizione la Corte si è

espressa a favore della responsabilità e quanto al nesso di causalità ha escluso che eventi

eccezionale e i imprevedibili siano tali da interrompere il nesso causale

3) Regina: la Divisional Court ha accolto una sola delle due domande risarcitorie avanzate

dai pescatori spagnoli, quella relativa al lucro cessante, per la mancata pesca nel periodo in

cui era stato mantenuto in vita il divieto; ha rigettato la domanda di danni esemplari perchè

essi non sono previsti dalla normativa comunitaria e nemmeno nella giurisprudenza

comunitaria

4) Alivar: la società importatrice aveva chiesto a titolo risarcitorio che le fosse liquidata la

differenza tra il prezzo globale a cui avrebbe potuto acquistare le forniture di patate dai

venditori francesi e il prezzo al quale era stata costretta a pagare eguali forniture dai produttori

svizzari, polacchi e tedeschi. Il Tribunale amministrativo di Parigi aveva accolto solo

parzialmente le richieste della società italiana, da un lato riducendo gli importi per le quantità

effettivamente acquistate e dall'altro escludendo qualsiasi altra voce perchè infondata

RESPONSABILITA' DELLO STATO PER ATTI GIUDIZIARI

La Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha aggiunto una nuova ipotesi di configurazione

dell'illecito dello Stato per violazione del diritto comunitario: l'errata interpretazione e

applicazione del diritto comunitario da parte del giudice nazionale di ultimo grado.

Il caso riguardava un professore universitario al quale era stata negata l'indennità speciale

d'anzianità di servizio prevista dall'art 50 della legge austriaca sulle retribuzioni. Questo beneficio

poteva essere conseguito solo per i docenti che avevano insegnato nell'Università austriache. Il

ricorrente aveva sostenuto che con l'ingresso dell'Austria nell'UE il decorso del periodo si sarebbe

dovuto calcolare tenendo conto del periodo di docenza compiuto in altri Paesi della Comunità e che

quindi il principio applicato configurava un'ipotesi di discriminazione indiretta

Nel corso del giudizio di rinvio al giudice civile, il Tribunale di Vienna aveva sospeso il

procedimento e aveva sottoposto alla Corte di Giustizia alcune questioni pregiudiziali: in particolare

aveva chiesto se l'illecito comunitario potesse dipendere anche da un inadempimento costituito dalla

sentenza di un giudice di ultimo grado e se spettasse allo Stato membro designare il giudice

competente a decidere la controversia relativa al risarcimento del danno conseguente

La Corte ha cosi statuito:

“gli stati membri sono tenuti a risarcire i danni causati ai songoli da violazione del diritto

comunitario anche quando la violazione deriva da una decisione di un organo giurisdizionale di

ultimo grado, sempre che la norma di diritto comunitario violata sia preordinata ad attribuire diritti

ai singoli, la violazione deve essere sufficientemente caratterizzate (cioè se presenta carattere

manifesto) e sussista un nesso causale tra violazione e danno.”

La Corte richiede inoltre che venga accertato di essere in presenza di caso eccezionale in cui il

giudice deve aver violato il diritto vigente in maniera manifesta

FORUM SHOPPING

In ogni ordinamento fa difetto una disciplina organica di quantificazione del danno, che per lo più è

affidata alla valutazione del giudice fondata sull'equità. Tutte le discrasie esistenti portano ad

un'incertezza sul quantum del risarcimento, ad una discriminazione delle vittime a seconda delle

modalità con cui il danno si è verificato, ad un incertezza nel calcolo dell'opportunità di copertura

assicurativa. Anche dal punto di vista delle attività economiche serpeggia un incertezza dei costi

derivanti dai danni provocati alle vittime, ad un'incertezza sul rischio da calcolare, sulle tariffe da

applicare. In questo quadro naturalmente le vittime sono risarcite in modo variegato e diversificato,

ed è proprio per questo che la vittima cercherà la legge e la giurisdizione più conveniente al suo

caso

Il forum shopping implica inoltre:

- la conoscenza da parte della vittime delle regole e del foro più conveniente

- costi di difesa aggiuntivi

- incertezza sul quantum del risaricimento

Il forum shopping si sta già verificando in materia di responsabilità del produttore. Nel campo del

diritto internazionale la legge 218 del 1995 reca importanti novità in materia di illecito: l'art 62

conferma quale criterio di collegamento la legge del luogo ove l'evento si è verificato, per quanto

riguarda la responsabilità del produttore il danneggiato può scegliere tra la legge del proprio

domicilio e la legge del luogo ove ha sede il produttore

LA DISCIPLINA DEL MERCATO

DALLE FORME GIURIDICHE DEL MERCATO AL MERCATO COME

FORMA GIURIDICA

Stregati forse dalla “mano invisibile” di Adam Smith, gli economisti e i giuristi per lungo tempo

hanno configurato il mercato come una realtà esterna, dotata di spontaneità, realtà alla quale si

applicano le forme giuridiche proprie di una società. Al contrario il comune sentire ha

materializzato i mercati, considerandoli una realtà interna nella quale si nasce, si vive, si lavora, si

muore, come se il mercato fosse una parte della natura, in grado di una vita propria e frutto delle

forze spontanee che si scontrano e si placano quando raggiungono gli equilibri. Questa

rappresentazione astratta del mercato tendeva sia a considerare un preconcetto le regole che operano

all'interno del mercato sia ad ignorare il fatto che non vi è mercato senza un'aggregazione sociale.

Libero scambio e lascia fare (laissez fare) sono divenuti così i precetti fondamentali di ogni

economia di mercato. Un recente saggio di Natalino Irti ha rilevato i contrasti che si annidano nel

pensiero liberale: si parla di due anime, una che insiste sull'astensione dello Stato dall'intervenire

nel mercato, e l'altra che collega la libertà economica alla tutela delle libertà civili e politiche.

Secondo Guido Rossi esiste un mercato anteriormente all'intervento del legislatore, cioè esistono

regole economiche che anticipano l'intervento; riguarda i grey markets, indicati dagli stessi giuristi

anglosassoni come il luogo dove c'è il mercato ma non c'è ancora il diritto.

Il mercato però difficilmente può essere considerato locus naturalis prima che locus artificialis:

ciò perchè il mercato non è governato dall'alto ma è intrinsecamente composto da regole. Gli affari,

le transactions di cui parlano gli anglosassoni sono pur sempre retti da principi del common law che

sono stratificati, sedimentati e collaudati dalla casistica giurisprudenziale. Quindi per chi crede nel

mercato come entità autonoma commette un errore: in ogni paese dell'Unione e l'Unione stessa con

le sue regole ha preso atto di questo errore ed ha ritenuto di intervenire in via legislativa.

ATTORI, INTERESSI, REGOLE

La scomposizione di attori e di interessi è necessaria perchè non vi è sempre una coincidenza dei

primi con i secondi: lo Stato che opera come imprenditore persegue l'interesse pubblico operando

come privato; i privati che autoregolano i propri interessi li tutelano a volte a scapito dell'interesse

pubblico.

Quindi:

a) tra gli attori del mercato si devono annoverate anche coloro grazie ai quali produzione e

distribuzione di beni e servizi sono resi possibili, cioè la forza lavoro, e coloro che risultano

destinatari di prodotti e servizi, i consumatori e i risparmiatori

b) gli interessi tutelati nel mercato sono gli interessi della collettività, gli interessi degli

imprenditori, gli interessi dei lavoratori, gli interessi dei consumatori e dei risparmiatori

c) le regole sono fissare dalla collettività attraverso i propri rappresentanti politici,a mezzo della

legislazione, delle autorità amministrative indipendenti, dalla negoziazione tra le categorie

interessate

Oggi però il quadro è molto complesso: il mercato interno deve convivere con il mercato europeo e

con la globalizzazione dei mercati, il mercato deve fare i conti con le tecnologie informatiche e

telematiche. In questo contesto solo le forme giuridiche moderne consentono di recuperare gli

interessi dei consumatori e dei risparmiatori.

ASPETTATIVE. I CONSUMATORI NEL MERCATO FINANZIARIO

Le aspettative dei consumatori sono riassunte in modo limpido in alcuni atti comunitari o di

organismi in collaborazione con gli organi comunitari:

Le aspettative fondamentali riguardano:

- per i rapporti bancari, la stabilità dell'istituto di credito, la restituzoine delle somme

investite, la qualità dei servizi, un giusto prezzo delle operazioni richieste

- per i rapporti assicurativi, la copertura dei rischi, il giusto prezzo dei premi, l'affidabilità

dell'operatore, la restituzione dei capitali

- per i rapporti di investimento immobiliare, una corretta e fruttuosa gestione dei capitali

- per i rapporti pensionistici, l'affidabilità dell'operatore e la puntuale riscossione delle rate

pensionistiche

Nel Libro Verde della Commissione ( Comunicazione 209|96) intitolato “Come soddisfare le

aspettative dei consumatori” si affrontano varie questioni. Può stupire il giurista italiano l'uso

dell'espressione consumatore; questo termine va inteso come il “cliente”, il risparmiatore,

comunque la controparte della banca e dell'esercente finanziari. Nel testo unico bancario

l'espressione consumatore compare a proposito del credito al consumo.

In secondo luogo il Libro Verde considera come controparte del consumatore sia le banche, sia gli

intermediari finanziari, sia le società di assicurazione, sia le imprese che praticano il credito al

consumo. Le regole o i principi che si prospettano sono comuni a tutti i settori del mercato

finanziario, tenendo conto di vari aspetti: la solidità finanziaria, onestà e affidabilità, l'informazione

del consumatore, la protezione giuridica e i mezzi di ricorso

Il Libro Verde muove da alcuni punti di grande rilievo: sottolinea che uno degli obiettivi

dell'istituzione di un mercato unico per i servizi finanziari è quello di ampliare e di diversificare la

scelta di prodotti finanziari offerti agli utenti. Il consumatore non viene più considerato il soggetto

da “tutelare”, ma il soggetto da “informare”: cioè il consumatore essendo un homo economicus,

occorre equipararlo alla posizione della controparte per ciò che concerne le informazioni, in modo

che egli possa effettuare scelte libere e consapevoli.

TRATTATO DI AMSTERDAM

Il Trattato di Amsterdam ha portato innovazioni importanti in tema di protezione del consumatore di

servizi finanziari.

L'art 153 implica una svolta di straordinaria importanza nell'organizzazione degli obiettivi

dell'Unione e nella definizione della “cittadinanza” Europea. Il primo comma sottolinea l'impegno

della Comunità a promuovere gli interessi dei consumatori ed assicurare un livello elevato di

protezione. Quindi obiettivo della Comunità non è solo promuovere, ma far sì che gli interessi dei

consumatori siano effettivamente protetti e quindi siano rafforzati rispetto agli interessi che fanno

capo agli altri operatori del mercato.

I diritti e gli interessi dei consumatori individuati dall'art 153 sono ascrivibili a tre diverse categorie:

1) diritti soggettivi perfetti, quali la salute e la sicurezza; questi diritti sono riconosciuti non

solo al consumatore ma ad ogni individuo come persona (vedi per esempio la nostra

costituzione agli articoli 32 e 41 II comma)

2) interessi economici

3) altri diritti come l'informazione, l'educazione e l'organizzazione ( come la libertà di

associazione)

Naturalmente ci si può chiedere cosa si intenda per interessi economici. La soluzione è lineare: i

diritti dei consumatori sono molteplici, cosicchè un elenco analitico sarebbe eccessivo in un

contesto di tenore generale come può essere quello evidenziato dall'art 153; i diritti inerenti ai

rapporti economici non hanno tuttavia eguale peso rispetto ai diritti della salute e della sicurezza.

Inoltre sicurezza e salute non sono diritti esclusivi dei consumatori e quindi non sono negoziabili:

essi prevalgono in ogni caso nei rapporti economici, e quindi prevalgono sugli interessi economici

dei consumatori, cioè prevalgono sui diritti a mero contenuto economico.

L'art 153 al II comma dispone che nella definizione e nell'attuazione delle altre politiche o attività

comunitarie sono prese in considerazione le esigenze inerenti alla protezione dei consumatori.

L'espressione politica indica i valori, gli obiettivi, gli indirizzi dell'Unione. Le esigenze dei

consumatori costituiscono un punto di riferimento obbligato, nel senso che non sarà sufficiente

prenderle in considerazione, ma sarà necessario assicurare un livello di protezione elevato

IL DIRITTO COMMERCIALE NELL'EPOCA CONTEMPORANEA

Il problema della fisionomia e del ruolo del commercio e del diritto commerciale è stato illustrato

da un'illustre inglese , Roy Goode, in un'opera intitolata “COMMON LAW IN THE NEXT

MILLENNIUM” del 1998.

I confini della ricerca sono ritagliati sulla nozione corrente di commercial law, che non comprende

il diritto societario. La tecnica espositiva considera il panorama di questo mondo dall'alto,

comprendente diverse prospettive: quali l'analisi storica, la combinazione di tecniche intellettuali e

di esigenze pratiche della comunità economica, l'incidenza delle nuove tecnologie. L'impegno che

emerge da quest'opera è formidabile, perchè si racchiudono lo spirito del diritto commerciale e i

nodi della sua complessità.

IL PROFILO DEL DIRITTO COMMERCIALE

La storia del diritto commerciale consiste nella costante “reinvenzione della ruota”. La costante

reinvenzione è segno della duttilità delle regole dei rapporti commerciali, dell'esigenza di adattarle

ai tempi, dall'interdipendenza di diritto e mercato. Goode ci avverte che quest'evoluzione non è

dovuta al progresso intellettuale ma alle istanze pratiche. In Inghilterra il diritto commerciale si è

sviluppato molto lentamente e il diritto civile ha esercitato in questo senso un notevole influsso

sull'edificazione del diritto commerciale, specie con riguardo ai principi di buona fede e correttezza.

Naturalmente se si vuole analizzare i caratteri del diritto commerciale bisogna sottolineare le cause

di questo fenomeno :

- l'ampliarsi dell'attività imprenditoriale, dovuta alla specializzazione e alla sofistichezza

del mercato finanziario assicurativo e trasportistico

- la natura astratta dei mercati

- i nuovi assetti normativi richiesti dall'Unione e dal mercato globale

- la dematerializzazione dei titoli

- l'incremento degli scambi telematici

Rispetto al passato è stata superata la distinzione tra diritto civile e diritto commerciale: i concetti

del diritto civile sono rimodellati alla luce del diritto commerciale, con riguardo al settore delle

obbligazioni e della proprietà.

FONDAMENTI FILOSOFICI

Con riguardo alle fonti tipiche del common law Goode si occupa dell'equity.

L'equity ha contribuito a radicare la correttezza nella negoziazione e ad elevare gli standards di

probabilità che impongono agli operatorie economici di comportarsi in modo da non prevaricare gli

interesse ad essi contrapposti.

Goode non eccede nell'enfatizzare la correttezza, in quanto l'obiettivo della sua critica è l'intervento

giudiziale sull'equilibrio del contratto che spinge il diritto dei contratti ad avvicinarsi

pericolosamente alla nozione di “giusto prezzo” di epoca medievale, sia per quanto riguarda

l'interpretazione sia per quanto riguarda la risoluzione del contratto.

Goode individua nel contratto e nella libertà contrattuale il fulcro del diritto commerciale: è grazie

alla libertà contrattuale che si è potuto creare i mercati dei prodotti finanziari e delle merci. Il

contratto per conto suo continua ancora oggi a costituire il fondamento del mercato. Goode

distingue il settore del diritto privato dal settore del diritto pubblico. La disciplina del contratto nel

common law inglese è antiquata, e non ha tenuto il passo con gli altri ordinamenti: non vi è inoltre

una distinzione tra singoli affari e relazioni negoziali di lunga durata, vi sono poi istituti ignoti al

diritto inglese come il contratto preliminare, la risoluzione anticipata. Anche la nozione di mercato

non è stabile: si è passati dal mercato come luogo fisico, al mercato virtuale.

I mercati sono poi incisi anche da norme di diritto pubblico, quali le regole delle autorità

amministrative indipendenti, le regole del diritto comunitario. Per Goode la regulation è

coessenziale al mercato perchè ne assicura l'integrità, cioè crea le condizioni per il suo corretto

funzionamento, mediante la concorrenza libera e leale, la trasparenza delle operazioni, l'eguaglianza

di trattamento tra gli operatori e il divieto di atti che falsificano queste condizioni. La linea

consigliata da Goode è basata su “poche regole e standard rafforzati”.

LA NUOVA LEX MERCATORIA E LE ISTANZE DI CODIFICAZIONE

I gruppi di ricerca che si occupano di principi comuni agli ordinamenti dei Paesi Membri hanno

iniziato a predisporre testi in cui la distinzione tra diritto civile e diritto commerciale è superata. I

confini del diritto commerciale sono sempre più omogenei grazie all'osmosi degli scambi del

commercio internazionale e dell'opera delle commissioni rivolte alla armonizzazione e

all'unificazione del diritto. Per noi italiani il discorso è più complicato: infatti l'unificazione del

codice civile con il codice di commercio non ha portato ad una osmosi delle due materie sul piano

scientifico. Goode però riconosce il merito di giuristi e mercanti italiani: cioè il merito di aver

inventato degli strumenti più importanti per l'evoluzione del diritto marittimo e commerciale, quali

la polizza di carico e la cambiale, e aver costituito le basi del diritto bancario e assicurativo.

Goode è favorevole ad una codificazione per settori, come aveva già spiegato Lectures, ma

intravede anche i nuovi confini della lex mercatoria. Anzi egli sottolinea come l'interazione di

diritto nazionale, diritto comunitario e diritto internazionale, accentuata dal fenomeno della

globalizzazione dei mercati dia luogo ad una nuova lex mercatoria.

CONCORRENZA

LA LIBERTA' D'IMPRESA E I SUOI LIMITI

“E' riconosciuta la libertà d'impresa conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi

nazionali”: così recita l'articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea ora

incorporata nella Costituzione europea. Limiti di questa libertà sembrano derivare solo dalla:

- conformità dell'attività economica alle regole del diritto comunitario, cioè alla disciplina

del Trattato di Roma

- alle regole previste dai sistemi nazionali

- alle regole imposte dalla prassi, cioè dagli usi, dai comportamenti ripetuti e accettati e

quindi codificati

Va sottolineato però come nel corpo della stessa Carta troviamo regole che contrastano con la

libertà d'impresa e ne costituiscono altrettanti limiti: la dignità umana (art 1), l'integrità fisica e

giuridica della persona (art 3), la libertà e la sicurezza individuali (art 6), la protezione della vita

privata (art 7). Per esempio anche l'art 41 della nostra Costituzione riconosce e garantisce la libertà

economica privata ma prevede che essa non possa svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in

modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

Si è soliti distinguere tra due categorie di limiti alla libertà d'impresa: limiti interni derivanti dal

mercati e limiti esterni che riguardano la persona e in particolare valori che dovrebbero prevalere

sulla libertà economica. Al primo posto tra le disposizioni costituzionali dell'Unione vi è il principio

fondamentale secondo il quale la politica economica delle Comunità viene attuata conformemente

al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza. Gli interventi pubblici devono

essere quindi proporzionati alla realizzazione del pubblico interesse che intendono perseguire e non

devono mai essere motivati dalla volontà di proteggere interessi particolari, finendo per danneggiare

proprio l'interesse generale che si intende perseguire.

CONCORRENZA E CLAUSOLE GENERALI DI CORRETTEZZA NEI

PRINCIPI DEI CONTRATTI DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE E NEI

PRINCIPI DEL DIRITTO CONTRATTUALE EUROPEO

Uno dei pilastri dell'economia del mercato è sicuramente il principio di concorrenza , ed in questo

quadro rivestono un ruolo fondamentale nello svolgimento dell'attività economica le regole di

correttezza. Questo stesso filone è stato ribadito sia sul piano universale, come nei principi

dell'Unidroit, sia a livello europeo, grazie ai principi predisposti dalla Commissione coordinata da

Lando e Beale.

Per quanto riguarda i principi dell'Unidroit, l'art 1.7 intitolato “good faith and fair dealing” unisce

due concetti: la buona fede e “fair dealing”, cioè il comportamento leale nel commercio.

Per ciò che concerne i principi del diritto contrattuale europeo l'art 1.201 recita in modo simile:

“each party must act in accordance with good faith and fair dealing”

LE TECNICHE DI TUTELA DEL CONSUMATORE

Le tecniche di tutela del consumatore nell'ambito della disciplina del mercato sono varie, ma in

particolare se ne evidenziano due:

- la rappresentanza (il c.d. Diritto di essere ascoltati e il diritto di partecipare agli uffici o

organi che amministrano gli interessi dei consumatori)

- l'azionabilità degli interessi incisi

Queste due tecniche non sono comprese nella disciplina antitrust statuale. La prima tecnica non è

compresa in quanto i consumatori non sono rappresentati nell'individuazione dei componenti

dell'autorità di controllo; la seconda non è compresa perchè le azioni a difesa dei consumatori nella

disciplina di tutela della concorrenza e del mercato sono considerate in modo marginale.

Prima di tutto alle associazioni si riserva solo la facoltà di informare l'autorità (art 12), cioè di tener

al corrente la stessa autorità di comportamenti anticoncorrenziali che vanno repressi. Quindi rispetto

alla disciplina ambientalistica le associazioni hanno un ruolo meno in rilievo, infatti compaiono

nella procedura di accertamento ma non possono né eseguirla ne parteciparvi attivamente.

Nel Libro Verde sulla tutela del consumatore del 2 ottobre del 2001 la Commissione Europea chiede

se sia utile predisporre un testo unitario preceduto da alcune regole generali sulla correttezza

nell'attività commerciale. Il problema potrebbe essere di facile soluzione se ogni Paese fosse dotato

di regole fair trading. In Europa secondo una ricerca recente ben 13 Stati prevedono nel loro

ordinamento una clausola generale di correttezza anche se i modelli a cui si ispirano sono diversi. Il

contrasto più rilevante tra i diversi ordinamenti non sta nelle formule, quanto alla contrapposizione

tra ordinamenti dell'Europa Continentale o ordinamenti dell'Europa insulare, cioè di common law:

qui infatti il modello accreditato si basa sull'autodisciplina.

Secondo la tecnica italiana di redazione dei testi unici sarebbe sufficiente prevedere una o più regole

generali che esplicitassero nel settore del commercio il principio di correttezza. Si potrebbe dare

ingresso a modelli più dettagliati, prendendo in considerazione anche alcune risoluzioni del diritto

comunitario. Attraverso regole vincolanti per tutti gli stati membri, con la lista minimale di pratiche

scorrette e con il riconoscimento di codici di autodisciplina si verrebbe a delineare un modello

uniforme ma non autoritario, che potrebbe rispettare sia il principio di sussidiarietà, sia il principio

di autonomia degli ordinamenti nazionali.

LE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE

Tra i vari aspetti dell'attività commerciale, la disciplina delle pratiche commerciali scorrette risulta

alquanto lacunosa. Il European Consumer Law Group ha esaminato una delle pratiche più

aggressive di vendita, il cosiddetto sistema piramidale. In questa pratica il contatto con il

consumatore non è effettuato da un dipendente del distributore ma da un soggetto che agisce per

conto del distributore, occasionalmente, e può presentarsi sotto le spoglie di un vicino, di un amico,

di un conoscente.

La clausola generale di correttezza o fair trading può essere sufficiente a colpire quei

comportamenti che danneggiano il consumatore perchè hanno effetto “sorpresa”, perchè capiscono

la sua buona fede. Il comportamento corretto è uno dei modelli a cui si informano i codici di

condotta, di autodisciplina, di moral suasion, adottati quasi in tutti i settori dell'attività economica.

In questo contesto la comunità ha approvato una direttiva sulla pratiche commerciali sleali che

impone trasparenza ai messaggi e alle informazioni degli operatori destinate al mercato (direttiva

29|2005 CEE).

POLITICHE COMUNITARIE SULLA COMPETITIVITA' E LA DISCIPLINA

DELLA CONCORRENZA

Il diritto della concorrenza in ambito comunitario è stato rimodellato nei proposti esposti dalla

Commissione con la Comunicazione 293 del 2004. La comunicazione muove dalla considerazione

che la politica della concorrenza è fra le politiche comunitarie che esercitano un'influenza

sull'andamento dell'economia europea. Il nuovo quadro normativo entrato in vigore il 1 maggio del

2004 dovrebbe rafforzare le basi per una politica della concorrenza che la Commissione qualifica

come proattiva.

La politica concorrenziale si fonda sul principio di un'economia di mercato aperta e in libera

concorrenza; l'obiettivo è di ottenere beni e servizi al costo minore e un'efficace allocazione delle

risorse. La concorrenza stimola in questo quadro la produttività, al contrario della concentrazione

del mercato che non ottiene i medesimi risultati. In questa linea l'obiettivo essenziale del diritto

della concorrenza è di assicurare che le imprese si facciano concorrenza anziché porre in essere

pratiche collusive, mediante intese o accordi, mediante pratiche anticoncorrenziali che possono

falsare la competitività.

Con la Comunicazione 238|2003 sono stati individuati tra le priorità da raggiungere la libera

circolazione delle merci, un nuovo approccio sull'armonizzazione tecnica, un più attivo sostegno

delle piccole e medie imprese, una migliore liberalizzazione del servizio dei trasporti e degli appalti,

la riduzione dell'incidenza fiscale.

Con la Comunicazione 208|2002 l'Unione aveva già fissato tre obiettivi:

- un elevato livello comune di protezione

- l'applicazione effettiva delle regole di protezione

- la partecipazione dei cittadini alle politiche dell'Unione attraverso le organizzazioni dei

consumatori

LA DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA: PROSPETTIVE

Secondo un orientamento accreditato in dottrina il modello statunitense di disciplina della

concorrenza, l'American trust law, ha esercitato una notevole influenza in tutti gli ordinamenti

dell'occidente, anche se il modello tedesco introdotto con la legge del 1958 sembrerebbe il più

adatto alle nuove realtà dettate dal mercato europeo. Il modello statunitense, interpretato dalle corti

americane secondo il principio di ragionevolezza, sembra più tollerante delle concentrazioni

verticali, invece sia la Commissione europea sia la Corte di Giustizia che hanno preferito il modello

fondato sull'accesso al mercato.

Il modello europeo appare agli occhi dei giuristi americani combattuto da due spinte opposte tra di

loro: l'una è diretta a rimuovere le barriere alla libera circolazione di persone, beni, capitali, e quindi

sottrarre il mercato alle limitazioni di origine nazionale; l'altra spinta introduce valutazioni di natura

sociale, sicchè il libero mercato viene corretto in modo da soddisfare le esigenze dei destinatari

dell'attività economica, in particolare i consumatori. Naturalmente il modello europeo risulta ancor

più complesso da analizzare: bisogna scindere la questione in due livelli, il diritto comunitario e gli

ordinamenti nazionali. A loro volta gli ordinamenti nazionali sono contraddistinti da modelli diversi,

come quello francese concentrato sul controllo dei prezzi, quello tedesco concentrato maggiormente

sul controllo dei cartelli. Tutti questi modelli si devono poi confrontare con il liberismo economico

del mondo occidentale e anche con il problema della globalizzazione del diritto della concorrenza.

CONCENTRAZIONI SOCIETARIE E DISCIPLINA DELLA

CONCORRENZA. I RIMEDI E LIMITI ALLA LIBERTA' CONTRATTUALE

Negli stessi giorni in cui a Londra si celebrava il XX Congresso FIDE (International Federation for

European Law) e nella III sessione si dibatteva sulla connessione tra la disciplina delle fusioni e la

disciplina dell concorrenza nel diritto interno e nel diritto comunitario, la Commissione decideva di

varare una riforma radicale della disciplina del controllo delle concentrazioni e di sottoporre al

Consiglio diverse proposte.

Nel questionario predisposto per la III sessione, uno dei punti sui i quali i relatori dei diversi stati

membri dell'Unione erano invitati a dare informazioni e risposte riguardava i rimedi ai problemi

frapposti dalle autorità di controllo alle concentrazioni per effetto dell' applicazione della disciplina

della concorrenza. L'interrogativo posto atteneva alle modalità con le quali gli operatori che

intendono procedere ad una concentrazione, assumono iniziative non conflittuali e tali da prevenire

il ricorso a rimedi giurisdizionali.

Dalle risposte al questionario emerge che le due fasi (fase di presentazione dell'operazione e fase di

decisione) non sempre sono presenti in tutte le esperienze:

Nel sistema austriaco si prevedono entrambe le ipotesi: le parti che intendono procedere alla

concentrazione possono contattare la FTA (FEDERAL COMPETITION AUTHORITY) prima di

sottoporre l'accordo di concentrazione alla CARTEL COURT. Nel caso in cui la FTA sollevi dubbi

sulla regolarità dell'operazione le parti possono modificare i loro piani originari e dissolvere i dubbi

della FTA; in questo caso possono sottrarsi all'obbligo di notificazione.

Nel sistema belga si prevede che le parti che abbiano notificato la concentrazione possano in ogni

momento dalle prima fase della procedura, rimodellare le condizioni della concentrazione.

Nel sistema danese sono ammesse proposte di modificazione dell'operazione originaria; egualmente

nel sistema finlandese.

Nel sistema francese attualmente le modificazioni al progetto originario possono essere proposte sia

nella prima fase che nella seconda fase: le parti possono chiedere una proroga dei termini per la

presentazione delle modifiche che saranno vagliate.

Nel sistema tedesco si prevede che l'autorizzazione della fusione possa essere subordinata a

condizioni, ma ciò può comportare un costante assoggettamento delle imprese al controllo

dell'autorità.

LA DISCIPLINA A LIVELLO COMUNITARIO

La disciplina a livello comunitario è affrontata in due momenti: dal regolamento n. 4064 del 1984,

e in particolare dall'art 6, e nella versione integrata dal regolamento n. 1310 del 1997, con riguardo

all'art 8.

ESAME DELLA NOTIFICAZIONE E AVVIO DELLA PROCEDURA

Innanzitutto il comma 1-bis dell'art 6 dispone che qualora la Commissione rileva che, a seguito di

modifiche apportate dalle imprese interessate, un'operazione di concentrazione notificata non

suscita più seri dubbi, può decidere di dichiarare tale operazione compatibile con il mercato

comune. Vi è però un'altra ipotesi, cioè che la Commissione adotti una decisione sottoposta a

condizioni ed oneri (comma 1 lettera b): in altri termini le imprese sono autorizzate a considerare

l'operazione compatibile solo se abbiano eseguito gli impegni assunti nei confronti della

Commissione per rendere la concentrazione compatibile con il mercato comune. Si tratta di

condizioni e oneri il cui contenuto e la cui natura giuridica non sono precisati dal regolamento e

quindi richiedono l'intervento dell'interprete.

Nel caso in cui gli oneri non sono adempiuti la Commissione ha la facoltà di revocare la decisione

adottata. In questi casi la decisione può, a discrezione della Commissione, essere emessa in deroga

al termine di un mese prescritto dall'art 10 comma 1.

DECISIONE A SEGUITO DELLA PROCEDURA

Nella fase di chiusura della procedura l'art 8 dispone che la Commissione può decidere di

dichiarare la compatibilità di una operazione di concentrazione notificata:

- se le imprese interessate hanno apportato le modifiche richieste

- se le imprese abbiano assunto impegni nei confronti della Commissione di adempiere le

condizioni e gli obblighi per rendere la concentrazione compatibile con il mercato comune

La Commissione può revocare la decisione adottata se le imprese partecipanti non osservano uno

degli oneri di cui è corredata la decisione.

L'applicazione di queste disposizioni viene illustrata in modo chiaro e completo nella

Comunicazione n. 3|C 68|2001 concernente le misure correttive considerate adeguate (cessioni e

dismissioni). Le misure correttive sono proposte dalle parti interessate: spetta quindi alle parti

offrire le modificazioni alla operazione di concentrazione o l'adozione di atti che sono disposti a

compiere nel caso in cui la Commissione li ritenesse idonei ad adeguare l'operazione ai requisiti di

un mercato concorrenziale. Gli impegni hanno una finalità precisa: ottenere l'autorizzazione della

Commissione: essi quindi sono proposti solo nel presupposto che la Commissione li ritenga idonei e

che i loro effetti raggiungano il risultato sperato. Gli impegni costituiscono l'oggetto di un vero e

proprio accordo che si conclude tra le parti e la Commissione: alla proposta fa seguito l'accettazione

della Commissione.

Gli impegni si distinguono in “condizioni” e “obblighi”. Le condizioni (art 12 della

Comunicazione) riguardano il compimento di atti che comportano una modifica strutturale del

mercato; gli obblighi riguardano piuttosto gli atti esecutivi delle condizioni

In caso di cessioni o dismissioni la Commissione si preoccupa di valutare se l'entità ceduta o

dismessa configuri un'azienda efficiente: cioè non è sufficiente la semplice dismissione dei beni, ma

occorre che i beni siano organizzati in modo che possono consentire all'acquirente di fare una

concorrenza efficace e durevole alle parti.

Per assicurare l'intenzione di ottemperare agli impegni e di poterne verificare l'adempimento alle

parti viene anche richiesto di rilasciare garanzie. La Commissione sceglie, se necessario, il

“fiduciario per la gestione separata” (scelta tra una rosa di nomi proposta dalle parti) che gestisce i

beni organizzati nell'azienda ceduta; questi può anche coincidere con il “fiduciario della

dismissione” che vigila sull'esecuzione degli impegni. Al fiduciario della dismissione viene

conferito il mandato irrevocabile di cedere l'azienda nel caso in cui le parti non riescano entro il

tempo utile ad individuarne l'acquirente.

LA DISCUSSIONE SUI MERGER REMEDIES NELL'ESPERIENZA

STATUNITENSE

Il presidente dell'AMERICAN ANTITRUST INSTITUTE ha osservato come il modello europeo, in

cui la dismissione inizia già nella prima fase, è più elastico e idoneo a ridurre i tempi delle

procedure, riducendo al contempo anche i costi. Il modello americano è risultato invece troppo

rigido, affidato a regole impositive anziché a moduli convenzionali basati sulla cooperazione tra

funzionari ed Autorità. Si è pure evidenziata l'assenza del controllo giudiziale: le lacune delle “case

law” non possono essere colmate dalle linee guida delle autorità di controllo perchè porterebbe alla

sostituzione delle regole giuridiche con procedure burocratiche.

La flessibilità è consigliata non solo perchè attraverso la negoziazione si possono raggiungere utili

obiettivi, ma anche perchè le proposte presentate dalla imprese sono spesso complesse; a ciò si

aggiunge anche la dimensione internazionale, perchè le autorità di controllo possono essere indotte

a suggerire o pretendere misure tra loro non compatibili, o idonee a risolvere il problema entro i

confini nazionali, che si rivelano però inappropriate ed insufficienti.

LA DISCIPLINA DEI RIMEDI NEL DIRITTO ITALIANO

L'art 16 della legge n. 287 del 1990 dispone che l'Autorità garante della concorrenza e del mercato

se ritiene che un'operazione di concentrazione sia suscettibile di essere vietata ai sensi dell'art 6,

avvia l'istruttoria; l'istruttoria viene avviata sia che la concentrazione sia stata notificata, sia che non

sia stata notificata e l'Autorità ne abbia comunque avuto conoscenza.

Al termine dell'istruttoria l'Autorità può autorizzare la concentrazione:

- se le imprese interessate abbiano comprovato di aver eliminato dall'originario progetto di

concentrazione gli elementi eventualmente distorsivi della concorrenza

- oppure nel caso un cui la concentrazione sia già avvenuta l'Autorità provvederà ad

indicare le misure necessarie ad impedire le conseguenze distorsive della concorrenza che le

imprese interessate devono assumere

In altri termini i privati pongono in essere le misure ripristinatorie della concorrenza confidando che

l'Autorità a sua volta rilasci l'autorizzazione; è una sorta di moral suasion, di persuasione e di

convinzione svolta dall'Autorità.

Ci si è chiesti se questa successione di atti dia luogo ad un procedimento negoziale, che assuma le

caratteristiche di un vero e proprio accordo.

Per superare questo dilemma si fatto ricorso alla legge sul procedimento legislativo, legge 241 del

1990; ricostruendo la procedura sulla base dell'art 11, gli operatori che intendano procedere con

l'operazione devono:

- dapprima eliminare gli ostacoli alla libera concorrenza, cioè dare effetto a quelle misure

che ritengono utili per far si che l'Amministrazione possa determinarsi in senso favorevole

all'autorizzazione

- e poi richiedere all'Autorità che si pronunci in senso favorevole

Le misure devono essere adottate direttamente, non è sufficiente un semplice impegno degli

operatori ad assumere le misure di ripristino della concorrenza. Inoltre non è possibile un

intervento dell'Autorità diretto a rendere vincolanti gli impegni o a conseguirne gli effetti. In caso

di semplice richiesta delle parti e non di accordo in senso proprio, l'Autorità può emanare un

provvedimento condizionato affinchè le parti mantengano in essere le misure adottare

I SERVIZI

PREMESSA

Il mercato dei servizi è caratterizzato da enormi dimensioni: si stima che i servizi si estendono per i

2 terzi dell'economia mondiale, e che costituiscono la risorsa principale di sviluppo economico.

Si riscontrano però notevoli barriere nel mercato comunitario, che ostacolano sia la liberà di

fornitura sia libertà di stabilimento dei produttori di servizi. I servizi sono stati menzionati nella

Carta di Nizza (art 15 sulla libertà professionale e art 16 sulla libertà d'impresa) e nel Trattato che

adotta una Costituzione per l'Europa. Quest'ultimo testo prevede alcune disposizioni: l'art III-144

vieta le restrizioni alla libera prestazione di servizi all'interno dell'Unione, l'art III-145 definisce

servizi le prestazioni fornite dietro retribuzione.

Tra i documenti più rilevanti si segnala poi la RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL

CONSIGLIO E AL PARLMENTO EUROPEO SU “LO STATO DEL MERCATO INTERNO DEI

SERVIZI”. La Relazione prende le mosse dal programma di riforme economiche elaborato al

Consiglio europeo di Lisbona del 2000: l'obiettivo della strategia consiste nel far sì che i servizi non

soffrano delle barriere che ostacolano la loro circolazione transfrontaliera. L'approccio è orizzontale

perchè riguarda tutti i settori di questo ampia area, in particolare investe la tutela dei consumatori, il

diritto dei contratti, il “dialogo” sociale. La Relazione inoltre passa in rassegna tutte le “frontiere”

giuridiche che riguardano le difficoltà relative allo stabilimento degli operatori dei servizi, i

monopoli, le procedure di autorizzazione e di registrazione, le qualifiche professionali.

La Commissione inoltre ha elaborato nel maggio del 2003 una Comunicazione che delinea la

strategia del mercato interno per gli anni 2003-2006 (comunicazione 238 del 2003). tra le priorità

individuate si è prevista la predisposizione di una proposta di direttiva sui servizi nel mercato

interno, e si sono progettati interventi sulla promozione delle vendite e sul riconoscimento delle

qualifiche professionali.

IL PROGETTO DI DIRETTIVA SULLA RESPONSABILITA' DEL

PRESTATORE DI SERVIZI

L'idea di introdurre una direttiva anche in questo settore nasce dal parallelismo tra produzione e

distribuzione di servizi . Approvata la direttiva CEE 374|85 sulla responsabilità per il danno da

prodotti difettosi , la Commissione aveva proseguito la sua attività nel settore della sicurezza dei

consumatori elaborando un progetto di direttiva sulla responsabilità del prestatore di servizi

potenzialmente dannosi per la salute umana.

Il Progetto si compone di 11 articoli e segue il modello della direttiva del 1985 sulla responsabilità

del fabbricante per prodotti difettosi. Questo progetto però oltre a fornire la nozione di servizio

(corrispondente a quella di prodotto) e di prestatore (corrispondente a quella di produttore e di

importatore), aggiunge quella fornitore e consumatore.

La nozione di consumatore (art 4) indica la persona fisica che è destinataria (beneficiaria) o fruitrice

di un servizio a scopo eminentemente privato; è da sottolineare come si parla di persona fisica del

consumatore, cioè deve trattarsi di consumo privato e non effettuato a scopo commerciale. Il

rapporto produttore-consumatore è costituito di solito da un contatto sociale, in quanto non vi è una

relazione contrattuale diretta tra due soggetti, ma il consumatore intreccia i suoi rapporti

direttamente con l'intermediario. Nel caso di servizi l'utente ha un rapporto contrattuale diretto con

l'erogatore del servizio, si ricorre perciò a una finzione e si considera anche questo un rapporto

extracontrattuale.

La definizione di servizio (art 2) è assai ampia e ricomprende ogni prestazione effettuata a titolo

professionale o nell'ambito dell'utenza pubblica, a titolo oneroso o gratuito, che non abbia per

oggetto diretto ed esclusivo la fabbricazione di beni mobili, il trasferimento o la cessione di diritti

reali o intellettuali. I servizi possono essere materiali o immateriali: non sono considerati servizi gli

atti non idonei a provocare un danno fisico al consumatore o ai suoi beni, i trasporti internazionale

e i servizi sanitari. Sono invece ricompresi tutti i servizi che si aggregano intorno all'appalto,

all'attuazione di un contratto d'opera, al trasporto non internazionale, al mandato, all'agenzia.

Prestatore del servizio (art 3) è il fornitore che abbia sede all'interno della CEE, se esterno è

considerato importatore del servizio. Ai soggetti che appartengono alla categoria di prestatori di

servizi era dapprima imputata una responsabilità oggettiva per i difetti di sicurezza del servizio

prestato; tale responsabilità era fondata sul rischio creato sul profitto che se ne trae. La

responsabilità oggettiva non era illimitata: si trattava di una responsabilità oggettiva attenuata:

infatti il prestatore rispondeva del difetto di sicurezza del servizio, cioè della lesione della legittima

aspettativa dell'utente in ordine alla propria salute e all'integrità fisica dei propri beni.

Per contro il prestatore si poteva esonerare (art 8) dimostrando l'intervento di cause non derivanti

dalla propria volontà, cause di forza maggiore di natura imprevedibile, irreversibile ed estranea,

oppure che il servizio era stato prestato nell'osservanza della legislazione comunitaria o statuale

avente natura imperativa. Quanto all'onere della prova (art 7) il danneggiato doveva dimostrare

l'esistenza del danno o del difetto di sicurezza del servizio, non era richiesta la prova del nesso di

causalità ma solo l'esistenza di elementi suscettibili di stabilire la verosimiglianza del nesso di

causalità.

Il modello è stato successivamente modificato:

la responsabilità non può essere ridotta per l'intervento del terzo, ma se vi è concorso di colpa della

vittima. La prescrizione dell'azione si compie in 18 mesi. Per quanto riguarda il danno oltre al

danno fisico alla persona si prevede il risarcimento del danno alle cose senza le limitazioni

ammesse dalla direttiva sulla responsabilità del fabbricante.

LA PROPOSTA DI DIRETTIVA COMUNITARIA SUI SERVIZI NEL

MERCATO INTERNO (comunicazione 2 del 2004)

Innanzitutto si è in presenza di una direttiva “quadro” che per esplicito assunto del legislatore

intende affrontare le questioni fondamentali del regolare funzionamento del mercato interno dei

servizi. Per le professioni regolamentate si affida alla autoregolamentazione. Per queste professioni

la proposta prevede la redazione di codici di condotta liberamente approvati dagli organismo

professionali (art 29, 39). La proposta dà una definizione di servizio: è tale qualsiasi attività

economica non salariata che consiste nel fornire una prestazione dietro corrispettivo economico.

Nella proposta è prevista la soppressione del divieto totale delle comunicazioni commerciale per le

professioni regolamentate (art 29) e un controllo di tali comunicazioni affinchè queste stesse

comunicazioni siano conformi all'indipendenza, alla dignità e all'integrità della professione. La

proposta prevede anche la libertà di esercizio dell'attività pluridisciplinare, ma ammette che siano

imposti limiti per le professioni regolamentate.

Prevede anche la certificazione della qualità del servizio da parte di organismi indipendenti (art 31).

Gli ordini professionali sono incoraggiati a collaborare a livello comunitario per promuovere la

qualità di servizi. Considera inoltre l'opportunità di agevolare la proposizione di reclami e la

risoluzione delle controversie.

LA CIRCOLAZIONE DEI SERVIZI E LE REGOLE DI CONCORRENZA

Gli articoli 3 c) e 14 del Trattato riconoscono l'obiettivo della comunità alla realizzazione di un

mercato unico: uno spazio senza frontiere interne le quale la libera circolazione di merci, di persone

di servizi e dei capitali è assicurata anche l'eliminazione di ostacoli fra gli Stati Membri. Il Trattato

disciplina i diritti della libera circolazione delle merci e dei servizi all'interno del mercato unico

mediante un regime differenziato. Gli articoli 28 e 29 vietano agli stati membri le restrizioni

quantitative riguardo all'importazione e all'esportazione. L' originario orientamento stabilito dalla

Corte di Giustizia si evince nel caso Dassonville in cui si è evidenziato come per restrizione

quantitativa possa intendersi una misura ricondotta ad ogni normativa commerciale degli Stati che

possa ostacolare direttamente o indirettamente gli scambi intercomunitari. Un 'eccezione alla regola

stabilita nella decisione Dassonville è stata stabilita dalla Corte nel caso Cassis de Dijon dove si è

provveduto a specificare che gli ostacoli derivanti dalle disparità poste dalle legislazioni nazionali

devono essere accettati nel caso in cui tali prescrizioni possono riguardare esigenze imperative dello

Stato (controlli fiscali, protezione della salute pubblica, difesa dei consumatori). Naturalmente nel

raffronto di queste due sentenza entrano in gioco varie riflessioni: innanzitutto è stata rilevato

l'inadeguatezza dei poteri di indagine conferiti alla Corte per accertare i mezzi utilizzati dal

legislatore nazionale. Inoltre l'interpretazione estensiva dell'art 28 appare in contrasto con il

principio di sussidiarietà, che limita l'intervento degli organi comunitari solo laddove i singoli Stati

Membri non siano in grado di fornire una risposta adeguata.

Con la decisione del caso Keck la Corte ha escluso dall'ambito di applicazione dell'art 28 alcune

disposizioni nazionali che hanno l'effetto di limitare o vietare talune modalità di vendita dei prodotti

provenienti da altri stati membri. Le disposizioni nazionali non possono però ostacolare l'accesso

degli operatori economici di altri stati membri al mercato dello stato membro che adotta la

disciplina. Inoltre le disposizioni devono essere indistintamente applicabili, sia sotto il profilo

giuridico sia sotto il profilo sostanziale, allo smercio dei prodotti nazionali o dei prodotti importati

da altri stati membri. Infine la normativa nazionale non deve essere rivolta a disciplinare gli scambi

di merci tra gli stati membri, rientrando altrimenti nell'ambito di applicazione dell'art 28

LIBERTA' DI CIRCOLAZIONE DI SERVIZI: IL CASO ALPINE

INVESTMENTS

Nel caso A.I. l'illegittimità della normativa nazionale viene fatta discendere dalla sua capacità ci

configurasi come un impedimento all'accesso diretto al mercato. la Corte ha ritenuto che la

normativa nazionale poteva essere considerata un restrizione alla libera prestazione dei servizi

privando gli operatori interessati di una tecnica rapida e diretta per farsi pubblicità e contattare

potenziali clienti. È stato poi affermata l'illegittimità della normativa nazionale in quanto condiziona

direttamente l'accesso al mercato dei servizi negli altri Stati Membri, essendo poi atta ad ostacolare

il commercio intercomunitario dei servizi.(illegittimità confermata nel caso Bosman).

I CONTRATTI D'IMPRESA, I REGOLAMENTI, GLI USI

I contratti d'impresa sono distinti in 2 categorie: quelli unilateralmente commerciali, nei quali soli

una parte è qualificata come imprenditore, e quelli bilateralmente commerciali in cui entrambe le

parti sono imprenditori o professionisti. La dottrina a questa definizione accompagna un

avvertimento metodologico: tra le due categorie vi è una connessione economica, aziendale o

finanziaria, quindi non è corretto soffermarsi ad analizzare la prima senza prendere in esame la

seconda.

Il codice del 1942 ha organizzato la materia secondo 3 direttrici:

- redazione di regole generali

- redazione di regole speciali, riservare ai singoli contratti

- inclusione di particolari contratti in altri libri, in particolare il libro sul lavoro

Ma si tratta di indicazioni di massa dal momento che nell'ambito dei singoli contratti si fa

riferimento a categorie generali di contratto, come nel caso dei contratti bancari (che sono

necessariamente legati all'impresa bancaria).

L'unificazione di codice civile e codice di commercio ha evitato la duplicazione della disciplina

fondata sullo status delle parti. (i c.d. Contratti civili distinti dai contratti commerciali). A sua volta

la prassi ha fatto nascere molti contratti atipici, poi tipicizzati socialmente. Quanto ai contratti

d'impresa nella prassi si è preferito seguire l'evoluzione normativa riguardante ciascun contratto

speciale, senza preoccuparsi di ricercare regole generali comuni a tutti i contratti aventi come parte

l'impresa

LE FONTE LEGISLATIVA: CONTROLLO DEGLI ATTI E DEI

COMPORTAMENTI

Innanzitutto va specificato come lo spazio legislativo si è espanso in modo costante e persuasivo,

sia nel nostro sistema sia nei sistemi di common law.

Per parlare solo dei contratti d'impresa si deve tener conto in primis dell'espansione del diritto

comunitario, considerato ormai fonte di diritto interno, dalla cui violazione deriva la responsabilità

dello Stato Membro. Contestualmente, i modelli contrattuali un tempo recepiti da esperienze più

ricche e collaudate, ora non sono più sufficienti a regolare i rapporti pattizi, in quanto le regole di

base sono imposte per legge. Il legislatore un tempo si affidava alla definizione generica di clausole

generali, quali la buona fede, la concorrenza, l'ordine pubblico, oppure clausole standard come la

diligenza: oggi invece il legislatore introduce sia nuove categorie, quali abuso di potere dominante,

abuso di dipendenza economica, sia nuove regole per controllare il comportamento delle parti.

Proprio al comportamento si riferisce un'iniziativa recente riguardante la protezione dei

consumatori. Si tratta di regole fair practice, oggetto di una proposta di direttiva (Comunicazione

356 del 2003) che detta modalità di comportamento delle imprese concernenti le tecniche di

comunicazione con la potenziale clientela, cioè le pratiche “aggressive” o decettive. Sempre al

comportamento si riferiscono le direttive sulla prevenzione e repressione del riciclaggio di denaro di

provenienza illecita.

Per i rapporti finanziari il controllo del comportamento previsto dal legislatore è persino invasivo,

allorquando gli intermediari sono tenuti a comportarsi secondo diligenza, correttezza, trasparenza,

nell'interesse dei clienti e per l'integrità dei mercati.

I REGOLAMENTI E LA MORAL SUASION

Sempre in materia di fonti si possono registrare due modi di operare delle Autorià amministrative

indipendenti: la predisposizione ed applicazione di regolamenti previsti dalla rispettive leggi

istitutive e il concordamento di iniziative, atti, comportamenti con gli operatori economici.

La panoramica di questi regolamenti è assai significativa: si calcoli anche che queste istituzioni si

sono moltiplicate (Consob, Antitrust, l'Autorità garante dei dati personali, l'Autorità per gli appalti).

LA BANCA D'ITALIA

Rimane controverso se è possibile ascrivere la Banca d'Italia al novero delle autorità amministrative

indipendenti, ma non si possono ignorare le previsioni del testo unico bancario.

Già l'art 38 affida alla Banca d'Italia il compito di determinare l'ammontare massimo dei

finanziamenti, definendolo in base ai valori dei beni ipotecati o al costo delle opere da eseguire

sugli stessi finanziamenti. L'art 40 affida alla stessa Banca il compito di determinare i criteri del

calcolo del compenso da corrispondere alle banche, al fine di garantire la trasparena delle

condizioni. In materia di sistemi di garanzie per i depositanti la Banca d'Italia tra l'altro disciplina le

modalità di rimborso anche con riferimento ai casi di contestazione.

La Banca d'Italia controlla anche le n.u.b. (norme uniformi bancarie) emanate dall'A.b.i.

(Associazione bancaria italiana): l'A.b.i. esercita un potere normativo che discende dalla

regolamentazione privata spettante per statuto alle associazioni. Una deliberazione della Banca

d'Italia ha colpito di recente molte di queste norme, in quanto idonee a violare la concorrenza tra le

banche.

CONSOB (COMMISSIONE NAZIONALE PER LE SOCIETA' E LA BORSA)

Gli stessi poteri, se non più incisivi, sono riconosciuti dal testo unico dell'intermediazione

finanziaria alla Consob. Infatti se la Banca d'Italia è competente per il contenimento del rischio e la

stabilità patrimoniale degli intermediari finanziari, la Consob è competente per la trasparenza e la

correttezza dei comportamenti (art 5). La Consob, sentita la Banca d'Italia, disciplina con

regolamento il comportamento da osservare nei rapporti con gli investitori, cercando di ridurre al

massimo i conflitti d'interesse e di assicurare che la gestione del risparmio su base individuale si

svolga con modalità aderenti alle esigenze dei singoli investitori, e di stabilire le modalità di

adempimento degli obblighi informativi (art 6).

Sempre la Consob può regolare le modalità di offerta fuori sede (art 30) e la collocazione a distanza

(art 32).

ISVAP (ISTITUTO PER LA VIGILANZA SULLE ASSICURAZIONI PRIVATE E DI

INTERESSE COLLETTIVO)

L'Isvap ha poteri più ridotti e meno penetranti rispetto alla Banca d'Italia o alla Consob. Infatti a

seguito della direttiva 96|92 CEE in materia di assicurazione diretta sulla vita il decreto legislativo n

173 del 1995 prevede a carico delle imprese di assicurazione un semplice obbligo di comunicazione

all'ISVAP delle condizioni di polizza e degli altri documenti da esse utilizzati nell'esercizio delle

attività; obbligo da adempiersi solo a richiesta dell'Istituto e in via non sistematica.

Il potere normativo è invece pieno. Dispone infatti l'art 109 che l'Isvap possa prescrivere alle

imprese di fornire informazioni supplementari rispetto a quelle elencate nell'allegato II. Avvalendosi

dei poteri di vigilanza, l'Isvap ha emanato una serie di circolari, dirette alle imprese, che riguarda le

informazioni precontrattuali, il contenuto dei contratti, le modalità di conclusione dei contratti

mediante tecniche a distanza.

L'AUTORITA' PER I SERVIZI DI PIBBLICA UTILITA' (cosiddetta autorità per l'energia e

il gas)

Tra le funzioni assegnate a questa Autorità si può ricordare l'esercizio di poteri incisivi

dell'autonomia negoziale. L'Autorità infatti può proporre la modifica delle clausole delle

concessioni o delle convenzioni dei contratti di programma e delle condizioni di svolgimento dei

servizi, ove ciò sia richiesto dall'andamento del mercato e della esigenze degli utenti. Inoltre può

stabilire in relazione all'andamento del mercato, la tariffa base, i parametri per determinare le tariffe,

cioè i prezzi massimi unitari dei servizi al netto delle imposte. Può controllare lo svolgimento dei

servizi con poteri di ispezione, di accesso, di acquisizione della documentazione e delle notizie utili.

Quest'Autorità deve assicurare la più ampia pubblicità delle condizioni dei servizi, studiare

l'evoluzione del settore anche per modificare condizioni tecniche, giuridiche ed economiche relative

allo svolgimento e all'erogazione dei singoli servizi.

L'autorità ha anche poteri sanzionatori per la violazione delle sue prescrizioni e può adottare

provvedimenti temporanei diretti a garantire la continuità dell'erogazione del servizio, ovvero a far

cessare forme di abuso o scorretto funzionamento del soggetto esercente del sevizio.

LE PROFESSIONI

Nel diritto comunitario la costruzione della natura giuridica delle professioni è collegata a tre

principi rilevanti:

- le professioni liberali sono concepite non tanto come attività intellettuale prestate

nell'ambito di un contratto di lavoro autonomo ma come attività di prestazione di un

servizio; il servizio è definito in modo residuale, corrispondendo a tutto ciò che non è un

bene

- le professioni sono uno dei fattori di scambio del mercato interno, in cui si tutelano la

libertà di stabilimento del produttore di servizi e la libertà di espletamento del servizio

- le professioni sono assoggettate alla disciplina della concorrenza al fine di garantire un

mercato interno privo di barriere.

Da queste premesse si ricava che il professionista è assimilato all'imprenditore, anzi nel linguaggio

degli organi comunitari è un'impresa. Questa visione delle professioni vale però solo ai fini

dell'applicazione della disciplina della concorrenza; al di fuori di questo settore le professioni

dovrebbero riprendere la loro natura tradizionale.

Questa concezione concorrenziale delle professioni appare del tutto opposto a quella radicata nelle

tradizione di molti ordinamenti giuridici: in molti ordinamenti infatti, compreso il nostro, la

professione intellettuale è configurata come l'espressione di un'attività di lavoro indipendente,

lavoro effettuato in forma autonoma e atto a perseguire interessi non solo economici ma anche

pubblici.

In questo quadro bisogna tener in considerazione come nel diritto comunitario le regole

fondamentali sulle libertà fondamentali operano parallelamente alle regole sulla concorrenza. Da

ciò bisogna chiedersi se è possibile fin da ora enunciare una concezione giuridica più articolata di

professione. Prendendo in esame la professione forense, le sue peculiarità potrebbero essere

stemperate, per non dire eliminate, da una disciplina che non operasse distinzioni tra le diverse

professioni, anche se si trattasse di una disciplina diretta a tutelare ala concorrenza. Quindi nella

politiche comunitarie si opera una duplice riduzione ad unità: la riduzione alla sfera economica del

rapporto professionista-cliente e la riduzione della professione forense. Questa concezione apre

spazio a diverse critiche:

1) la concezione mercantile della professione, con l'assimilazione del professionista

all'operatore economico finisce per inficiare i diritti fondamentali della persona; il mercato

deve promuovere, anziché comprimere i diritti fondamentali

2) la concorrenza tra professionisti non è garantita dall'assenza di regole, ma è garantita se

tutti i professionisti sono assoggettati a regole deontologiche severe ed efficaci.

LA DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA E LA REGOLAMENTAZIONE

DELLE PROFESSIONI LIBERALI

In una conferenza tenuta a Berlino, il Commissario per Concorrenza della Commissione Europea,

Mario Monti ha tracciato un quadro complessivo in cui si collocano le professioni liberali. Il

commissario ha definito le professioni liberali come attività di lavoro che richiedono una

preparazione e una pratica speciali nell'ambito delle arti liberali e delle scienze; tali attività sono

state qualificate come servizi di cui si avvalgono regolarmente i cittadini. Quanto alla loro

disciplina il commissario ha osservato che tradizionalmente queste professioni presentano un

carattere comune dato da un alto livello di regolamentazione. Le professioni liberali tramandate

dalla tradizione sono disciplinate dalle istituzioni nazionali nonché dai corpi rappresentativi in

forma di autodisciplina.

Monti inoltre ha parlato di asimmetria informativa: cioè esiste un'asimmetria il livello di

informazione di cui dispone l'offerente e il livello di informazione a disposizione del consumatore.

Ciò implica che il consumatore deve essere tutelato, affinché gli siano assicurati servizi di qualità

adeguata.

Altro fondamento logico oltre all'asimmetria è dato dall'esternalità, cioè dei danni che possono

produrre servizi professionali all'esterno del rapporto tra il prestatore e il consumatore. Questo

problema di mercato può essere risolto mediante la regolamentazione del servizio, ma non è detto

che il problema si risolvi, è necessario invece che le esternalità vengano corrette mediante interventi

sulle imperfezioni del mercato. Infatti in molti stati membri si è cercati di mettere al passo la

disciplina delle professioni con l'evoluzione economica e con il progresso tecnico, come è avvenuto

in Spagna in cui è stata attuata una riforma integrale degli ordini professionali o nel Regno Unito

dove si è proceduti ad autoregolamentazione.

Il commissario ha evidenziato la necessità di migliori scelte e migliore impiego del denaro. Ciò

implica che i regolatori nazionali che operano nella difesa dell'interesse pubblico dovrebbero

astenersi dall'imporre indebite sproporzionate misure restrittive della concorrenza. Si tratta di una

politica emersa già nella giurisprudenza della Corte di Giustizia in tre casi: il caso degli

spedizionieri italiani, e nei casi Arduino e Wouters. Con la prima si è precisato che gli stati membri

hanno il diritto di disciplinare le professioni, e in assenza di regolamentazione delineare il quadro

normativo in cui operano i professionisti. Con la seconda si è ammessa la specificità della

regolamentazione di una particolare disciplina; tutte le altre regole che non ineriscono al carattere

particolare di una professione non sono ammesse se limitano la concorrenza

DOCUMENTO DI LAVORO DEI SERVIZI DELLA COMMISSIONE

In questo documento sono riportati i principi elaborati dall'OCSE e sono tratteggiate le premesse

giuridiche di un intervento comunitario in materia; inoltre la Commissione ha inviato gli interessati

a presentare osservazioni. Le premesse sono tratte dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia,

dalla quale la Commissione ha estratto due principi:

- il carattere di attività intellettuale del servizio professionale e la responsabilità che il suo

esercizio comporta non giustificano alcuna deroga alla norma di base secondo la quale la

nozione d'impresa si applica a tutti i soggetti che svolgono un'attività economica, e in base

alla quale l'offerta di servizi sul mercato deve essere considerata un'attività economica

- nell'ambito professionale l'accertamento di pratiche anticoncorrenziali implica la

responsabilità dello Stato o dell'associazione professionale.

La politica della commissione è determinata a far valere la concorrenza anche in questo settore, pur

riconoscendo lo status speciale delle professioni liberali nelle economie degli Stati Membri.

IL CCBE (CONSIGLIO DEGLI ORDINI FORENSI EUROPEI)

Il CCBE ha inviato le risposte ai quesiti proposti dalla Commissione.

La questione n 15 riguardava le regole che dovrebbero governare le professioni. Il CCBE ha

richiamato l'attenzione della commissione sulla ragione delle professioni legali, che è fondata

sull'interesse pubblico: gli avvocati difendono le proprie regole professionali, anche nei confronti

dei governi che potrebbero rimuoverle per difendere la concorrenza. Ma le regole che governano la

professione forense non possono essere costrette nel solo alveo della disciplina della concorrenza.

Secondo la CCBE la filosofia seguita dalla commissione ignora la tutela dell'interesse pubblico,

essendo tutta focalizzata sulla regolazione del mercato a fini concorrenziali. La CCBE ha ricordato

alcune risoluzioni del Parlamento europeo, come quella del 5 aprile del 2005 nella quale è stato

dichiarato come le professioni libere rappresentano uno dei pilastri del pluralismo e

dell'indipendenza dei professionisti ed è stato sottolineato come la professione d'avvocato è

garanzia del diritto fondamentale alla difesa e dell'applicazione del principio Stato di diritto. Il

CCBE ha ricordato inoltre i principi espressi dal proprio CODE OF CONDUCT, dai quali si evince

come dall'avvocato si richieda di non aver interesse personale nelle vicende che hanno richiesto il

suo intervento: il codice di condotta assicura la tutela di ogni tipo di cliente, sia il consumatore ma

anche il professionista o utente sofisticato.

LE FONTI COMUNITARIE

La carta sociale europea siglata a torni nel 1961 e il protocollo addizionale avevano codificato il

diritto al lavoro come diritto fondamentale della persona.

La carta di Nizza distingue la libertà professionale dalla libertà d'impresa e colloca l'esercizio di

una professione liberamente scelta o accettata nell'ambito del diritto di lavorare. Si tratta di un

diritto/libertà riconosciuti ad ogni individuo e non solo ai cittadini dell'Unione. Ai cittadini

dell'Unione si garantisce la libertà di stabilirsi o prestare servizi in qualsiasi Stato Membro. Al

lavoratore si garantisce il diritto a prestare la sua opera in condizioni dignitose. La professione

forense non è menzionata ma è collegata al diritto alla difesa, di cui gli art 47 e ss.

Anche il trattato costituzionale riprende questi principi sia per quanto riguarda il profilo delle

condizioni dignitose sia per il profilo delle garanzie della vita professionale. La disciplina della

concorrenza è riservata alle imprese. L'attività forense anche in questo quadro acquisisce una

posizione eminente, in quanto i diritti della persona sono anteposti alle esigenze del mercato.

COMMERCIO ELETTRONICO E PROTEZIONE DEL CONSUMATORE

Quadro normativo

Nel quadro del commercio elettronico convergono due analisi:

- una concentra l'attenzione sulla correttezza dei comportamenti degli operatori ma

privilegia la libertà d'azione e d'autonomia dei professionisti

- l'altra si propone di assicurare protezione alla parte economicamente e contrattualmente

più debole, il cliente-consumatore

Le direttive comunitarie in materia tendono ad un mix tra i due modelli, agevolando la realizzazione

di forme di autocontrollo e di self-restraint. Bisogna anche sottolineare come l'asimmetria

informativa può essere corretta solo parzialmente e che il mercato attraverso la sola autodisciplina

non può realizzare un bilanciamento degli interessi in gioco.

Il commercio elettronico, la firma digitale, i pagamenti e la conclusione del contratto telematico,

sono problemi di rilevanza notevole, sicchè la ricostruzione del quadro normativo diviene

complessa. Nella materia in esame sono da ricordare due direttive che hanno valenza generale: la

direttiva 22 |93 EEC sull'intermediazione del mercato finanziario e la direttiva 31|2000 sul

commercio elettronico.

La prima si preoccupa di fissare regole di comportamento agli intermediari, perchè si comportino in

modo “fair” nei rapporti contrattuali con gli investitori e nell'evitare i conflitti d'interesse.

La seconda è molto più articolata: innanzitutto introduce regole che rafforzano la certezza del diritto

e la fiducia dei consumatori (considerando n.7), la libera circolazione dei servizi, la tutela del

consumatore (considerando n.10). La direttiva è coordinata con le direttive che riguardano le

clausole abusive nei contratti dei consumatori, la pubblicità ingannevole e comparativa, il credito al

consumo, la vendita a distanza. La direttiva si preoccupa inoltre di legittimare i contratti conclusi

mediante gli strumenti elettronici (considerando n 38), di richiamare gli obblighi risarcitori in caso

di loro responsabilità, di individuare azioni inibitorie di comportamenti illeciti.

LA VENDITA A DISTANZA DI PRODOTTI FINANZIARI

In questa materia due direttive mancano all'appello: la direttiva sula vendita di prodotti finanziari on

line e la direttiva sulla responsabilità dei prestatori di servizi. Va sottolineato, non tutti i servizi

finanziari sono armonizzati, sicchè il progetto di direttiva sui prodotti finanziari on line reca

disposizioni rivolte per il momento soltanto ai servizi armonizzati. Il progetto si uniforma alla

direttiva sulla vendita di prodotti e servizi diversi da quelli finanziari e alla direttiva sul commercio

elettronico nell'obiettivo di informare il consumatore.

L'informazione del consumatore è sempre stato uno degli obiettivi della Comunità; ciò per diverse

ragioni:

- per assicurare trasparenza e correttezza nello svolgimento delle attività economiche

- per agevolare la correttezza tra professionisti

- per dare certezza ai rapporti giuridici

- per eliminare le asimmetrie informative delle particolare

Oggetto delle informazioni di natura generale sono l'identità del fornitore e degli alti intermediari

con cui il consumatore viene a contatto, la consistenza economica del prodotto, la valuta, i costi

aggiuntivi, il diritto di recesso, i rischi associati al servizio, la legge applicabile, il giudice

competente. Le informazioni devono essere fornite in modo chiaro e comprensibile, secondo il

principio di buona fede e il principio di protezione delle persone che non possono dare il proprio

assenso, come i minori.

Il diritto di recesso è oggetto di articolata disciplina: spetterà agli stati membri stabilire l'ambito di

durata dell'esercizio di un tale diritto (dai 14 ai 30 giorni). L'utilizzazione fraudolenta della carta di

pagamento implica un rischio che si pone a carico dell'impresa (art 8-bis). Servizi e comunicazioni

non richiesti (art 9 e 10) implicano invece che sia il consumatore a prendere l'iniziativa per ottenere

servizi e comunicazioni, e che sia il suo assenso per la loro fornitura. La scelta della legge

applicabile al contratto e la scelta del tribunale competente sono libere, sempre che siano state

oggetto di informazione preventiva. Quanto agli adempimenti ulteriori richiesti dal progetto, si

evidenzia la necessità di redigere codici di condotta da parte degli operatori, e di istituire organismi

di conciliazione e arbitrato per la composizione stragiudiziale delle controversie.

Per quanto riguarda la definizione del momento e del luogo di conclusione del contratto, nulla dice

a riguardo il progetto comunitario. Il problema dovrà essere risolto secondo le disposizioni recate

dalla legge nazionale applicabile al contratto e dalla Convenzione di Roma sulla disciplina

applicabile alle obbligazioni del 1980.

L'OFFERTA A DISTANZA DI SERVIZI FINANZIARI IN ITALIA

Nove milioni di italiani sono oggi utenti di Internet; le operazioni di business hanno raggiunto il

15% dell'intero mercato, quindi si parla di un fenomeno inarrestabile e irreversibile. Già dal 1992 il

nostro ordinamento con la legge 50 sulle vendite a distanza si era occupato dei contratti conclusi

con strumenti elettronici; le disposizioni però riguardavano solo il diritto di recesso. La disciplina

non è unitaria, ma frammentata: oltre alle regole di autodisciplina degli operatori, oltre alle regole

introdotte dalle Autorità indipendenti, si deve tener conto delle regole generali concernenti il

comportamento degli intermediari di servizi finanziati contenute nel testo unico sulla

intermediazione finanziaria. Delle tre Autorità che sono investite della competenza di elaborare

regole in materia, la Banca d'Italia sta elaborando un regolamento apposito per quanto concerne la

finanza on line, la Consob ha approvato alcune deliberazioni, l'Isvap ha approvato la circolare n

393|D del 2000.Per quanto riguarda le deliberazioni della Consob vale la pena di menzionare:

- la comunicazione del 7 lugio del 1999 con cui si definisce Internet come tecnica di

comunicazione a distanza

- la comunicazione del 3 luglio con cui si assoggetta la promozione e il collocamento di

quote di fondi comuni d'investimento tramite un sito Internet alla disciplina del prospetto

informativo, che deve essere comunicato insieme con il modulo di sottoscrizione

Per quanto riguarda l'Isvap la circolare 393|d del 2000 ha precisato che:

- le imprese estere con sede legale in uno Stato Membro dell'Unione Europea che

intendono collocare prodotti assicurativi attraverso internet nel territorio della Repubblica,

qualora non risultino già ammesse ad operare in regime di stabilimento o di libera

prestazione di servizi, devono rispettare le condizioni di accesso previste: per le imprese di

paesi Terzi occorre l'autorizzazione dell'Isvap ad operare in regime di stabilimento


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Casi di Diritto Contrattuale, Alpa. Analisi dei seguenti argomenti: la circolazione dei servizi e le regole di concorrenza, il progetto di direttiva sulla responsabilità del prestatore di servizi, il diritto privato europeo, la romanità e il germanesimo, la nascita della nuova Europa e della democrazia, il diritto nella costruzione dell’identità e della coscienza europea, i diritti fondamentali nella convenzione europea dei diritti dell’uomo e dei rapporti tra privati.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Alpa Guido
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alpa Guido.

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