Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Questo criterio è rimasto in vigore per moltissimo tempo (per molti versi per le compagnie

assicurative lo è ancora), tuttavia con il tempo questo concetto di danno alla salute incominciò ad

apparire troppo ristretto sia alla dottrina che alla giurisprudenza.

Infatti per danno alla salute si intendevano solo le lesioni fisiche, mentre l’essere umano può avere

danni alla salute che riguardano anche le lesiono morali, sessuali, le delusione sentimentali, per cui

23 , inteso come danno

il concetto si allarga ed in dottrina si inizia a riferirsi al danno biologico

derivante da un coacervo di fattori fisici e morali dell’individuo provocato dall’attività altrui.

Negli anni ‘70 la giurisprudenza inizia a cambiare orientamento e in particolare i tribunali di

Genova per primi iniziarono a parlare di danno biologico, intendendo un concetto molto più

complesso del semplice danno alla salute e comunque con dei riflessi patrimoniali e sopratutto

sancendo il principio che la persona andava risarcita per il solo fatto di aver subito la lesione,

indipendentemente e indifferentemente dalla sua capacità di produrre reddito.

Il danno biologico diventa fonte autonoma di risarcimento ed eguale fra i cittadini staccato dalla

capacità di produrre reddito, per cui si dà alla lesione della persona fisica un valore

indipendentemente dal fatto che sia in grado o meno di produrre reddito.

Nel nostro ordinamento giuridico il risarcimento del danno è disciplinato dagli articoli 2043 -

e 2059 -

Risarcimento per fatto illecito Danni non patrimoniali.

Per anni il 2059 veniva applicato solo quando c’era una condanna penale che comportava la

possibilità di dare alla parte lesa il risarcimento del danno in sede civile per cui la dottrina quando

ha incominciato a parlare di danno biologico ha ritenuto che potesse avere questo connotato solo un

danno patrimoniale e non un danno morale.

Una svolta si ha con la sentenza della Cassazione 3675/1981 che per la prima volta affermò: “il c.d.

danno biologico deve essere considerato risarcibile ancorché non incidente sulla capacità di

produrre reddito, ed anzi indipendentemente da quest'ultimo, le cui menomazioni vanno

indipendentemente risarcite”.

Con questa sentenza viene data autonomia al danno biologico e si dà una duplicità di risarcimento:

il danno biologico deve essere risarcito in quanto tale e se poi ha prodotto una menomazione nella

capacità di produrre reddito, anche questa deve essere risarcita ulteriormente.

Inoltre questa sentenza fissa i tre criteri fondamentali che connotano il danno biologico:

L’unitarietà. Il danno biologico si colloca in maniera unitaria rispetto ad altre forme di danno

anche se scaturiscono da questo.

L’indipendenza o autonomia. È una conseguenza, cioè il danno biologico è risarcito in quanto

tale.

L’aredditualità. Il danno biologico è completamente staccato dalla capacità del soggetto di

produrre reddito.

Applicando questi tre concetti il soggetto viene considerato come persona fisica e quindi si supera il

contrasto con l’articolo 3 della Costituzione dato dalla precedente interpretazione.

Tornando all’esempio precedente del primario e del manovale in relazione a due attività

professionali simili per meritevolezza, anche se diverse per contenuto e reddito, e sempre in

relazione ad una lesione del braccio destro, con questa sentenza la lesione provocata ad entrambi, in

quanto danno biologico, cioè il danno alla vita di relazione sarà fonte di risarcimento autonomo ed

uguale per entrambi.

Il danno patrimoniale dovuto alla lesione nella vita professionale per la perdita del braccio destro

del soggetto sarà diverso e quindi liquidato con criteri diversi in relazione all’attività professionale

(il chirurgo verrà risarcito in base alla percentuale di interventi effettuati in un anno, mentre per il

manovale si calcoleranno gli stipendi persi), ma il danno biologico inteso come nocumento subito

dal soggetto alla sua sfera di relazioni sarà uguale per entrambi.

23 Da bios che significa vita. 27

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Fino a quando il danno alla salute veniva considerato con i vecchi criteri, per gli incidenti sul lavoro

24 risarciva tutto. Adesso con l’autonomia e l’unitarietà del danno biologico l’INAIL non

l’INAIL

può risarcire sia il danno biologico che patrimoniale e quindi la giurisprudenza e la dottrina sono

concordi nel ritenere che l’INAIL deve risarcire la lesione patrimoniale incidente sul reddito e il

datore di lavoro (se responsabile) il danno biologico.

Anche se il termine biologico deriva da bios - vita - nel danno biologico non rientra il danno alla

vita intesa come danno morte, in quanto la perdita della vita è risarcita in maniera staccata e diversa.

Il danno biologico è valutato quando la persona subisce una grave lesione che riduce notevolmente

le sue capacità potenziali, pur restando in vita.

Negli anni il concetto di danno biologico ha subito una evoluzione velocissima e ampia che ha

portato ad un ampliamento del concetto e dell’area risarcibile.

Il danno biologico è risarcibile in applicazione dell’art. 2043 del codice civile ed è un concetto

molto ampio che comprende tutto ciò che può provocare una limitazione nella vita della persona

umana in relazione alla vita precedentemente condotta. Del danno biologico fa parte, oltre al diritto

alla salute (ma esteso): cioè

Il danno alla vita di relazione, il danno prodotto ad una persona fisica alla quale è

menomata la capacità di concorrere con gli altri per il raggiungimento dei medesimi obiettivi.

Se una persona subisce un incidente stradale che la costringe a muoversi su una sedia a rotelle

verrà risarcito per il danno fisico, per la sua attività professionale, ma anche per il danno di

relazione, perché a causa dell’incidente non potrà più fare la vita di prima, in quanto le sue

capacità, anche di concorrere con gli altri, e quindi di relazione, si sono notevolmente ridotte.

Il danno estetico è dato da

ogni lesione subita dalla persona nel corso di interventi estetici o a

Anche il

seguito di incidenti di qualunque natura che abbiano menomato l’estetica del soggetto.

danno estetico è considerato una figura autonoma, anche se all’interno del danno biologico,

perché menoma la vita di relazione.

La depressione da lutto. Un tempo ai parenti della vittima di un sinistro si risarciva solo il danno

della morte della persona, mentre oggi possono chiedere un risarcimento autonomo per la

depressione che il lutto ha provocato alla loro vita, per cui il danno biologico si aggiunge al

danno derivante dalla perdita della persona cara. Ad esempio se muore una ragazza ai genitori

prima veniva risarcito solo il bene vita della figlia, mentre oggi sono risarcite anche le

devastanti conseguenze psichiche relative al lutto subito.

Il danno interiore è quello psichico dovuto al dolore subito da un soggetto per mutilazioni o

malformazioni dovute ad un incidente oppure ad un intervento chirurgico anche estetico.

Oggi i caratteri dottrinali e giurisprudenziali cominciano ad essere più delineati, in quanto il danno

biologico può schematizzarsi in due grandi categorie:

lesione fisica, in cui è compreso il danno estetico e alla vita sessuale;

o il danno morale che comprende il danno alla vita di relazione, alla personalità e interiore.

o

Tutte le voci menzionate sono autonome, unitarie e indipendenti sia dalla capacità del soggetto di

produrre reddito e sia dalle altre forme di danno e liquidate separatamente.

In relazione all’art. 2059 - Danni non patrimoniali - Il danno non patrimoniale deve essere risarcito

la specificazione nella configurazione

solo nei casi determinati dalla legge, non patrimoniale

originaria del codice Rocco ha creato in dottrina moltissimi problemi perché, da una interpretazione

restrittiva di questa norma sembrava emergere che potesse essere risarcito solo il danno non

patrimoniale per fattispecie di rilevanza penale e quello previsto dalla leggi speciali.

Con la sentenza n. 233 del 11 luglio 2003 della Corte costituzionale si è evoluta l’interpretazione

giurisprudenziale di questa norma e si è portato sullo stesso piano il danno patrimoniale e il non

patrimoniale: “un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ., tesa a

ricomprendere nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale

derivante da lesione di valori inerenti alla persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso

24 Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

28

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima; sia il danno biologico in senso

stretto, inteso come lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e

fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno

(spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri)

interessi di rango costituzionale inerenti alla persona.”

Praticamente la sentenza qualifica danno non patrimoniale il danno morale soggettivo, il danno

e afferma che sono tutti meritevoli di risarcimento.

biologico in senso stretto, il danno esistenziale

In realtà oggi è tutto danno biologico, ormai anche il danno al sentimento viene ricompresso nel

danno biologico e quindi il 2059 deve essere applicato non solo nei casi previsti dalla legge, ma in

tutti quelli in cui c’è stata la lesione.

Sempre questa sentenza spiega il rapporto tra il risarcimento del danno in sede civile art 2059 e

ex

un reato, poiché alla luce della evoluzione legislativa e giurisprudenziale la funzione dell’art. 2059

non appare più quella sanzionatoria anche il riferimento al «reato» contenuto nell’art. 185 cod. pen.,

non postula più, come si riteneva per il passato, la ricorrenza di una concreta fattispecie di reato,

“ma solo di una fattispecie corrispondente nella sua oggettività all’astratta previsione di una figura

Ne consegue che il danno non patrimoniale potrà essere risarcito anche in sede civile,

di reato.”

nell’ipotesi in cui la responsabilità sia ritenuta per effetto di una presunzione di legge.”

In sintesi, il riferimento al reato del 2059 non costituisce un limite, perché non deve essere inteso

solo come reato in senso stretto, ma come qualunque fatto che potrebbe avere una connotazione

penale, praticamente ogni illecito civile che provoca un danno.

Quindi con la parificazione del 2059 al 2043 si è riconosciuta la risarcibilità del danno morale, ma

in realtà anche il danno morale viene ad essere ricompreso nel danno biologico.

La Corte costituzionale supera l’interpretazione restrittiva dell’art. 2059 che impediva la

liquidazione del danno morale in via autonoma, affermando che non si deve intendere la norma solo

in relazione ad un reato bensì a qualsiasi lesione derivante da un fatto che ipoteticamente potrebbe

costituire reato. SEMINARIO SULLA RESPONSABILITÀ DEL MEDICO

La salute, bene primario costituzionalmente garantito, insieme alla libertà costituisce da sempre la

preoccupazione più grande del nostro legislatore.

Quando ci siamo occupati del danno biologico abbiamo distinto due aspetti: il danno biologico

inteso come danno alla salute e il danno alla vita. Quest’ultimo non rientra nel danno biologico

perché è un bene supremo che richiede un risarcimento indipendente, sicché i parenti della vittima

hanno diritto al risarcimento del danno per la perdita della vita dal congiunto e al risarcimento del

danno per il danno biologico subito dai parenti per il decesso della persona cara.

La responsabilità medica sicuramente penetra questi due aspetti: il danno biologico e il danno alla

vita, perché il medico è quello cui è affidata la cura della nostra persona.

Il medico può svolgere la sua attività ambulatoriamente, come medico di base, oppure in una

struttura protetta tipo l'ospedale o anche in una clinica privata e quindi la responsabilità medica

tocca anche problematiche inerenti le strutture dove il medico opera (ospedali, cliniche, ecc.).

Storicamente la figura del medico è stata particolarmente protetta, in quanto, essendogli affidata la

tutela della salute era visto come il professionista per antonomasia, una professione sopra le altre.

Fino a trenta, quarant'anni fa la responsabilità del medico era un problema che non si poneva: il

medico rispondeva sempre e soltanto per colpa grave e si riteneva che la sua fosse una

responsabilità di tipo extracontrattuale.

Entrambe le responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, danno luogo a forme risarcitorie, però

la responsabilità contrattuale è immediata, nasce per il fatto stesso del vincolo del contratto, mentre

la responsabilità extracontrattuale, art. 2043, è dimostrata solo alla fine di un procedimento

ex

piuttosto complesso.

In seguito il medico rispondeva in tutti i casi (per tutti gli interventi di semplice, media o di estrema

difficoltà) ex art. 2236 c.c. - Responsabilità del prestatore d'opera: “Se la prestazione implica la

29

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d'opera non risponde dei danni, se

Ovviamente il dolo e la colpa grave del medico si hanno in

non in caso di dolo o di colpa grave.”

casi rarissimi e quindi praticamente il medico spesso se né usciva senza responsabilità.

Oggi la giurisprudenza e la dottrina si sono evolute giungendo alla conclusione che il medico è

responsabile contrattualmente (per contatto o contratto sociale) nei confronti del paziente e la sua

responsabilità è divisa in due gradi:

per gli interventi di facile e media esecuzione (o routinario) il medico risponde sempre a tutti i

livelli di responsabilità;

per gli interventi di difficoltà si applica l'art. 2236 c.c.

particolare

In questo senso è importante una prima massima della Cassazione 13 gennaio 2005, n. 583: “la

limitazione di responsabilità professionale del medico chirurgo ai soli casi di dolo o colpa grave, ai

sensi dell'art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di

25 26

e della negligenza .”

particolare difficoltà, con esclusione dell'imprudenza

Quindi abbiamo graduato tre tipi di difficoltà che il medico può incontrare: minima, media e

grandissima difficoltà. Solo in quest’ultima si attenua la responsabilità del medico in relazione

all'art. 2236, per cui nell'evoluzione dottrinale e giurisprudenziale il medico, pur rimanendo un

professionista altamente qualificato, è visto nel contratto come un prestatore d'opera.

L'onere della prova, secondo le sentenze più recenti, per la lesione subita e della negligenza del

medico deve essere provata dal paziente, invece sul medico incombe il dovere prestare la sua

attività con tutta la diligenza possibile.

Quindi il medico deve dimostrare di aver svolto la sua attività con la massima perizia e diligenza,

mentre il paziente deve dimostrare che ha subito un danno dall'attività del medico e soprattutto

l'esistenza del contatto sociale o del contratto sociale.

Ogni attività di diagnosi e cura può essere svolta o in un'abitazione con un normale medico di base

o uno specialista, oppure in una struttura protetta come gli ospedali o le cliniche private.

La tendenza più recente della dottrina e della giurisprudenza ha portato a ritenere che per il solo

fatto che il paziente si affidi ad un professionista o a una struttura protetta pone in essere un

contratto sociale con l'ospedale e un contatto di tipo contrattuale con il medico. In virtù di questo

contratto o contatto sociale nasce per il paziente il diritto all’esecuzione di una prestazione ottimale

e per il medico, che è il debitore della prestazione, l'obbligo di svolgere al meglio la propria opera.

Questo discorso è molto ampio e vale anche per la vittima di un incidente stradale soccorsa da un

medico di passaggio: il contatto sociale crea il vincolo contrattuale con il paziente sul lastrico

stradale. Quindi è un rapporto obbligatorio che non può essere attenuato, né dal tipo della struttura e

né dal luogo dove è intervenuto l'incontro o dal tipo di situazione, ma nasce automaticamente.

Da questo rapporto (contratto o contatto sociale) nascono i diritti e i doveri reciproci: il diritto del

paziente nel momento in cui stringe questo rapporto contrattuale è quello di avere le migliori cure

possibili, ma anche il paziente ha dei doveri, come quello di mettere a conoscenza il medico di

particolari cause ostative a un certo tipo di cura.

Il medico deve dimostrare di aver attuato tutte quelle attività di diagnosi e di cura necessarie per la

salute del paziente, anche se poi non hanno sortito uguale effetto in quanto poi l'alea in questo

campo svolge un ruolo importante.

Una seconda massima della Corte di cassazione (sentenza, sez. III, 19 maggio 1999, n. 4852)

afferma: “Incombe al paziente l’onere di provare che l’intervento chirurgico dannoso era di facile

o routinaria esecuzione mentre il professionista, al fine di andare esente da responsabilità, deve

provare che l’insuccesso non è dipeso da un proprio difetto di diligenza.”

Per dimostrare che l'intervento è di routine, di media o particolare difficoltà si ricorre alla casistica,

anche se una casistica poco si piega sul caso di specie, perché non è possibile esaurire i milioni di

25 Modo di agire che non tiene conto dei rischi, dei pericoli obiettivi o derivanti dalle proprie azioni, quindi contrario al

buon senso.

26 Il venir meno agli oneri previsti da un contratto o alle cautele comunemente richieste per un comportamento.

30

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

casi che possono verificarsi. Ad esempio un'appendicite può essere sicuramente un intervento di

routine, ma cambia aspetto se il chirurgo durante l’intervento si accorge che si tratta di un inizio di

perforazione del peritoneo o peggio che il dolore scambiato per appendicectomia era invece un

tumore al colon e in quel caso l'intervento diventa un intervento di media o alta difficoltà.

Nell'ambito di questo tipo di processi fondamentale è la consulenza tecnica d'ufficio (c.d. C.T.U.)

che è svolta da un medico di grado pari o superiore a quello che ha creato il danno al paziente il

quale poi deposita una perizia in tribunale che dà una ricostruzione motivata di cosa è avvenuto in

sala operatoria, perché è evidente che il paziente non ha la possibilità pratica di dimostrare da solo

la routinarietà dell'intervento, sarà questo consulente tecnico d’ufficio e quelli di parte che diranno

al magistrato che cosa è avvenuto in sala operatoria e qual è la probabile causa che ha procurato il

danno (la lesione o addirittura la morte del paziente).

Oggi possiamo affermare che sostanzialmente la responsabilità del medico negli interventi di facile

e media esecuzione è assolutamente scontata.

Per quanto riguarda gli interventi di eccezionale gravità, siamo sempre nel campo della

responsabilità contrattuale da contratto o contatto sociale, per una sorta di favor nei confronti del

medico professionista, prima l'art. 2236 si applicava a tutti i tipi di intervento, mentre oggi si

applica soltanto per gli interventi di difficile esecuzione.

Anche nei casi di interventi di speciale difficoltà, l'applicazione dell'art. 2236 è comunque esclusa

ogni qualvolta sia accertata:

una carenza latente nell'esecuzione della prestazione, cioè quando il fatto si è verificato per una

pessima organizzazione del servizio della struttura (ospedale o clinica);

quando il medico di base aveva sopravvalutato le sue conoscenze tecniche specifiche e si era

rifiutato di avvalersi dell'opera di un professionista,

quando il medico di base, in forza del contratto sociale, il professionista che più conosce il

paziente, si era disinteressato del paziente dopo averlo affidato ad una struttura ospedaliera.

Negli interventi di estrema difficoltà l'art. 2236 può trovare applicazione solo in relazione alla

imperizia dovuta alla particolare difficoltà dell'intervento che ha trovato il chirurgo impreparato,

perché il tipo di intervento richiedeva conoscenze tecniche superiori a quelle che erano le sue pur

ottimali conoscenze tecniche.

Ultimamente c'è stata un ulteriore evoluzione giurisprudenziale sfavorevole al medico, si è ridotta

ancora di più la prova che il paziente deve dare, cioè si ritiene di applicare l’art. 1218 c.c. sulla

responsabilità del debitore: “Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto

al risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da

Il creditore (il paziente in

impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

questo caso) deve dimostrare soltanto il titolo dell'obbligazione, cioè che si è ricoverato o che si è

rivolto al medico, mentre il debitore (il medico) deve dedurre il fatto estintivo o la prova liberatoria

cioè deve dimostrare che il danno è derivante da causa a lui non imputabile.

La responsabilità del medico si è allargata moltissimo anche perché il medico ha dei doveri nei

confronti del paziente non solo prima e durante l'intervento, ma anche in un momento

assolutamente anteriore, cioè nel dovere di informazione.

Per dovere di informazione si intende l'attività del medico volta a portare il paziente alla perfetta

conoscenza della sua condizione clinica, della diagnosi e dei provvedimenti che il medico intende

prendere per risolvere la patologia.

27 è ritenuto fondamentale insieme alla diligenza del medico

Il dovere di informazione

nell'espletamento delle sue funzioni.

27 E' un dovere completo, anche se spesso, purtroppo, viene risolto con una semplice firma del paziente prima di entrare

in sala operatoria e questa pratica non è onesta perché il paziente deve essere messo in condizioni dal medico di

conoscere esattamente delle sue condizioni e di quanto sta per avvenire. Di certo il paziente non ha la possibilità di

concordare una terapia o una cura col medico, però ha la possibilità di interagire chiedendo al medico quelle che

possono essere le possibili conseguenze del suo operato. 31

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Una massima sul consenso informato può aiutare a far comprendere meglio il concetto: Il difetto di

informazione non consente di ottenere un consenso informato e consapevole del paziente e questa

circostanza dà luogo ad un illecito a prescindere dal modo in cui l'intervento è stato eseguito.

Quindi in assenza di un’informazione completa, il medico può anche aver eseguito l'intervento in

maniera ineccepibile, ma rimane responsabile se non ha informato il paziente della possibile

conseguenza che poi si è verificata. In sintesi il medico è responsabile quando si verifica un evento

prevedibile del quale il paziente non era stato informato.

L'obbligazione del medico è un'obbligazione di mezzi e non di risultato, perché per l'adempimento

devono essere usate tutte le conoscenze professionali e la diligenza necessaria per realizzare

l’intervento, anche se l'alea in queste situazioni ha un grosso ruolo.

Oggi però esiste una branca moderna della chirurgia in cui l'evoluzione giurisprudenziale ritiene

l'obbligazione del medico di mezzi e anche di risultato: è la chirurgia estetica. Perché lo scopo del

contratto sociale è il miglioramento estetico non la cura, ma il chirurgo estetico deve garantire

anche un ottimo risultato anche dal punto di vista fondamentale della salute, se questo non succede

è chiaro che il chirurgo estetico risponde dell'obbligazione sia di mezzi che di risultato.

Essendo la responsabilità del medico di tipo contrattuale si possono superare anche di problemi che,

quando era intesa come responsabilità extracontrattuale, apparivano di difficile soluzione, come nel

caso dei testimoni di Geova, essendo assolutamente contrari alle trasfusioni, anche in presenza di

emorragie post-parto.

Oggi, in virtù della natura contrattuale della responsabilità, il medico ha l'obbligo di eseguire la

prestazione e quindi di eseguire la trasfusione, altrimenti la paziente dovrà negare la sua

autorizzazione all’intervento, ma se lo consente non potrà sottrarsi a quest'obbligo.

Il consenso informato può essere definito una prestazione accessoria nel senso che opera

autonomamente e indipendentemente dall’esito dell’intervento e quindi della perizia posta dal

medico. Ad esempio se per una interruzione di gravidanza, il medico omette di informare la

paziente che per la sua particolare conformazione fisica l’intervento la potrà rendere sterile, la

paziente potrà rivolgersi al giudice per chiedere il ristoro dei danni se questo avviene (è escluso il

consenso informato per gli interventi d'urgenza, perché segue regole diverse).

In relazione alla responsabilità contrattuale o extracontrattuale è evidente che è possibile esperire

una azione giudiziaria esclusivamente in presenza di un danno e che questo sia dimostrabile.

Il notevole allargamento della responsabilità ha portato i medici a creare delle associazioni per la

loro tutela ed in particolare all’istituzione della AMAMI (associazione per i medici accusati di

28 ingiustamente) che tutela i medici da azioni arbitrarie e induce i giuristi a meditare, a

malpractice

rivedere la natura di contratto, gli studiosi della AMAMI affermano che il rapporto tra medico e

paziente non è un semplice contratto, ma ha un elemento fondamentale dato dall'alea, cioè il

margine di rischio che è tipico di ogni tipo di intervento di piccola, media e di notevole difficoltà.

RESPONSABILITÀ PER DANNI DA COSE IN CUSTODIA

29

L’art. 2051 - - dell’attuale codice civile, nel codice del 1865

Danno cagionato da cose in custodia

era rubricato “danno da cose in custodia” all’art. 1153.

Il Code Napolèon del 1804 (antenato del codice civile italiano del 1865 e 1942) prevedeva una

fattispecie di danno all’art. 1384 1° comma: “ciascuno parimenti è obbligato, non solo per il danno

che cagiona per fatto proprio, ma anche per quello arrecato alle persone alle quali deve rispondere o

delle cose che ha in custodia”.

L’art. 1153 del codice civile del 1865 era inteso come una norma generale sulla responsabilità per

le cose in custodia per il danno cagionato agli animali e per la rovina degli edifici. Queste

fattispecie nel codice del 1942 sono disciplinate rispettivamente dagli artt. 2051 - 2052 e 2053 c.c.

28 Nei paesi anglosassoni e in particolare negli USA è stato coniato e diffuso il termine di “malpractice” per identificare

in generale l’errore o il mancato funzionamento del sistema salute.

29 Con il termine custodia, il legislatore individua una figura molto più ampia della proprietà in quanto il proprietario

può non essere colui che detiene materialmente la cosa (ad esempio un’automobile in leasing, cioè in affitto).

32

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Ci sono state due opere di interpretazione della giurisprudenza francese e poi italiana sotto il codice

del 1865 che hanno affermato una particolare autonomia della disciplina del danno sulle cose in

custodia, tuttavia questa disciplina aveva il suo fondamento nella responsabilità soggettiva e non su

quella oggettiva, quindi non prescindeva dal dolo o dalla colpa.

L’art. 2043 c.c. affermando “qualunque fatto doloso o colposo” si riferisce all’elemento soggettivo

ed in particolare al dolo come diretta volontarietà di cagionare il danno e alla colpa intesa come

negligenza o imperizia nell’applicazione delle regole di condotta che hanno determinato il danno e

obbligano l’autore della condotta a risarcirlo.

Invece l’art. 2051 c.c. non fa alcun riferimento all’elemento soggettivo – Danno cagionato da cose

– “Ciascuno

in custodia e responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo

Quindi, la prima differenza è l’assenza di riferimenti all’elemento

che provi il caso fortuito.”

soggettivo (dolo e colpa) che dagli anni ’90 la dottrina e la giurisprudenza hanno inteso quale

fattispecie di responsabilità oggettiva.

Fino agli anni ’90 la responsabilità per il danno sulle cose era interpretata dalla giurisprudenza, sia

con il codice del 1865 che quello del 1942, come responsabilità per colpa nel senso che la

giurisprudenza seguiva una linea generale di presunzioni di colpa, in particolare delle presunzioni

(valide fino a prova contraria).

iuris tantum

Questa scelta fu dettata dal fatto che adottare una presunzione (non ammette la prova

iuris et de iure

contraria) avrebbe reso possibile un regime di responsabilità oggettiva, perché negava la possibilità

di indagare sulle intenzioni soggettive e questo non era possibile.

Le presunzioni incontravano due limiti: il caso fortuito e la colpa del danneggiato. Un

iuris tantum

esempio di questo secondo caso è quello di una buca stradale molto profonda non transennata,

quando un giorno una persona che abita nei pressi ci casca procurandosi dei danni all’autovettura,

anche se per anni l’aveva agevolmente evitata. Per la giurisprudenza non è dovuto il risarcimento

perché la vittima, abitando nei pressi, conosceva l’insidia della buca, per cui diventa responsabile

del sinistro in quanto pur sapendo della buca è colpevolmente incappata, procurandosi un danno. In

sostanza si faceva rientrare la colpa del danneggiato nel caso fortuito previsto dall’art. 2051, cioè si

intende la nozione di caso fortuito comprensiva di colpa al danneggiato.

La colpa del danneggiato è risarcita in proporzione, salvo particolari dinamiche in cui il sinistro si

verifica con il concorso del danneggiato. Quindi vi possono essere dei concorsi di colpa tra il

custode e il danneggiato e in questi casi la giurisprudenza si è espressa in termini percentualistici di

colpa liquidando il danno in proporzione.

Il caso fortuito è un elemento imprevedibile idoneo ad interrompere il nesso causale tra il danno e la

sua causa o la condotta che l’ha causata, senza che vi sia alcuna volontà da parte del soggetto

agente. Ad esempio un bambino che fortunosamente riesce a passare attraverso le sbarre di un

recinto che viene aggredito da un cane da guardia. Quindi il caso fortuito interrompe il nesso

causale tra il danno e il responsabile della condotta dannosa (il padrone del cane da guardia).

Il regime della responsabilità oggettiva invece prescinde dalla colpa e dal dolo e quindi

dall’atteggiamento soggettivo ed è un modello che trova riscontro in pronunce giurisprudenziali,

riscoperto per una esigenza di giustizia distributiva, cioè per non lasciare dei danni a carico del

danneggiato e quindi senza un responsabile.

Questa scelta è stata favorita con l’affermarsi, nella seconda metà del ‘900, di una legislazione che

ha accolto la responsabilità oggettiva per alcune fattispecie, poi rientrate nelle ipotesi di

assicurazione obbligatoria o comunque di previsione da parte dell’imprenditore, di danni che

possono prodursi in seguito ad un’attività imprenditoriale, sempre al fine di evitare di lasciare i

30 .

danni a carico delle vittime

30 Non sempre il regime delle assicurazioni obbligatorie hanno risolto il problema dei risarcimenti, si pensi alla legge

sull’assicurazione obbligatoria sulla responsabilità civile per i danni derivanti dalla circolazione stradale del 1969 che

ha avuto l’effetto di aumentare le di richieste di risarcimenti per la diffusione del mal costume che porta a richiedere

danni non sofferti, anche perché sono quasi completamente esclusi dal risarcimento coloro che provocano il danno

essendo a carico dell’assicurazione. 33

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Per ciò che riguarda l’attività imprenditoriale non vi è un regime obbligatorio di assicurazione,

tuttavia, soprattutto agli imprenditori che esercitano attività pericolose, nel momento in cui devono

portare avanti il loro c.d. contemplano tra i rischi dell’attività imprenditoriale la

business plan

possibilità di verificarsi dei sinistri, cioè danni anche mortali ai dipendenti o ai terzi.

In questo caso l’imprenditore preferisce assicurare ad una compagnia assicurativa il rischio che

diventa un elemento passivo dell’azienda e in questo modo viene prevista a monte la possibilità di

verificarsi di un sinistro, anche grave, con relativo risarcimento del danno.

L’art. 2050 fa riferimento alle attività pericolose e l’art. 2051 ai danni da cose in custodia, senza

alcun riferimento alle cose pericolose perché è difficile enucleare una categoria giuridica di cose

pericolose, anche perché individuarne un elenco tassativo incontrava dei limiti oggettivi rilevanti.

In questo senso è da scartare l’interpretazione avanzata da parte della dottrina intorno agli anni ’60

che tendeva a limitare questo tipo di responsabilità per i danni causati da cose pericolose (materiale

esplodente, infiammabile, velenoso, eccetera), anche perché un danno importante può essere

31 o l’uso dei pattini.

causato, anche da materiale innocuo come dell’olio sul pavimento

Il sistema della responsabilità oggettiva rende problematica la difesa del convenuto in giudizio per il

risarcimento del danno ed è importante individuare chi è il legittimato passivo al risarcimento del

danno e per questo si fa riferimento al soggetto che esercitava la signoria sulla cosa quando si è

prodotto il danno, perché si possono identificare anche signorie contrapposte. Ad esempio se

vengono dati dei pattini in noleggio da una parte vi è la signoria di chi li utilizza in virtù del

contratto di noleggio e dall’altra quella del noleggiatore che è più ristretta rispetto alla prima.

In linea generale è responsabile il soggetto che si trova più vicino alla cosa nel momento in cui si è

verificato il danno e quindi chi ha noleggiato i pattini, anche se la Cassazione ha ritenuto

responsabile il gestore della pista di pattinaggio.

In relazione agli altri due articoli sulla responsabilità per custodia l’art. 2052 dispone: “Il

proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei

danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito,

Questa norma non specifica se si tratta di animali selvatici,

salvo che provi il caso fortuito.”

domestici o mansuefatti.

La giurisprudenza ha chiarito che quest’articolo fa riferimento solo gli animali di proprietà di

qualcuno, mentre per animali selvatici si ricorre all’impostazione di responsabilità dell’art. 2043 in

quanto è impossibile individuare un custode dell’animale allo stato selvatico.

Per gli animali di proprietà di qualcuno il regime di responsabilità sarà applicato al proprietario,

non

ma al soggetto che ne ha la custodia, quindi come nell’art. 2051.

In questo caso la responsabilità è oggettiva secondo lo stesso iter giurisprudenziale: in un primo

tempo la responsabilità è per colpa (con le presunzioni e in seguito diventa oggettiva.

iuris tantum)

Per cui il danno verrà risarcito dal custode, vale a dire il soggetto che in via immediata esercitava la

signoria sugli animali e potenzialmente è in grado di evitare il verificarsi del sinistro.

Questo schema del 2052, si differenzia dall’art. 2053 - “Il

Rovina di edificio: proprietario di un

edificio o di altra costruzione è responsabile dei danni cagionati dalla loro rovina, salvo che provi

che questa non e dovuta a difetto di manutenzione o a vizio di costruzione.”

In un crescendo abbiamo la responsabilità del custode art. 2051, del proprietario di un’animale o

ex

chi se ne serva art. 2052 e infine art. 2053 abbiamo il riferimento al proprietario.

ex ex

In quest’ultimo caso il riferimento al proprietario è dovuto al fatto che i beni immobili sono soggetti

32 .

ad un particolare regime di trasferimento

31 C’è una sentenza della Cassazione degli anni ’80 in cui a causa di una foglia di insalata una signora scivolò

all’ingresso di un ipermercato procurandosi una paralisi totale. Un altro caso si è avuto con i danni procurati

dall’esplosione di bibite gasate.

32 Il trasferimento dei beni immobili deve essere registrato a pena di nullità con atto avente forma scritta, e per

trascrivere una scrittura privata è necessario che abbia la caratteristica di scrittura privata autenticata o di atto pubblico;

viceversa se non c’è autenticità nell’intestazione di pubblicità dell’atto pubblico, la scrittura privata non può essere

oggetto di trascrizione nei registri immobiliari e pertanto innoponibile ai terzi, pur avendo effetto tra le parti.

34

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Quindi il legislatore ha opportunamente chiarito la responsabilità del proprietario, lasciando fuori

altre figure come l’affittuario, perché i danni contemplati sono di duplice natura: per difetto di

manutenzione e vizio di costruzione.

L’affittuario o il conduttore o l’usufruttuario deve far fronte alla manutenzione ordinaria e

conservare la destinazione economica del bene, per cui dalla norma sulla rovina degli edifici nasce

un obbligazione dovuta alla mancanza di manutenzione straordinaria e di conseguenza la

responsabilità è del proprietario.

Analogamente per i vizi nella costruzione di un edificio è responsabile il proprietario, perché nel

tempo un edificio può essere di proprietà di più persone, anche se nel frattempo il costruttore può

essere scomparso, per cui per una questione di certezza del diritto il legislatore ha assegnato questa

responsabilità in via diretta al proprietario. Tuttavia, ciò non toglie la possibilità per quest’ultimo di

rivalersi nei confronti del costruttore, ma sulla base dell’art. 2043 (quindi non il 2053).

In relazione all’art. 2050 - Responsabilità per l'esercizio di attività pericolose: “Chiunque cagiona

danno ad altri nello svolgimento di un'attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi

adoperati, e tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare

Anche qui abbiamo un’altra fattispecie che ha avuto lo stesso iter giurisprudenziale:

il danno.”

presunzione e responsabilità oggettiva.

iuris tantum

Le attività pericolose sono definite espressamente dalla leggi speciali come avviene in tema di

trasporto di veleni. Però l’art. 2050 ne amplia lo spettro facendo riferimento alle attività pericolose

oppure alle attività di per sé non pericolose, ma che possono diventarlo. Ad esempio a causa

dell’utilizzazione di mezzi assolutamente inidonei.

In questo il legislatore traccia un parallelo tra queste due fattispecie e allo stesso modo prevede

l’obbligo di questi soggetti di risarcire il danno, se non provano di aver adottato tutte le misure

idonee ad evitarlo.

L’art. 2050 ha dato origine alle maggiori perplessità della giurisprudenza in quanto era quello che

meno si prestava al regime della responsabilità oggettiva, perché la presunzione è nella lettera della

legge: “se non prova di aver adottato tutte le misure ad evitare il danno”. Si ricalca così lo schema

della presunzione di colpa quindi vi è la possibilità di fornire una prova contraria che

iuris tantum,

nella responsabilità oggettiva non è prevista.

La Cassazione ha tracciato un altro parallelo con il regime della responsabilità oggettiva, non

condiviso da una parte della dottrina e della giurisprudenza, nel senso che disponendo la norma se

la Corte di legittimità lo ha

non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno

interpretato come una responsabilità oggettiva, ritenendo di dover spalmare la responsabilità su tutti

i responsabili per evitare che il danneggiato non riuscisse ad ottenere il ristoro del danno.

In altre parole la Cassazione accomuna la prova di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il

danno al caso fortuito o alla colpa del danneggiato rendendo estremamente difficile per

l’imprenditore essere esentato dalla responsabilità, dato che difficilmente può conoscere le persone

o i fatti per poter ricostruire un’ipotetica volontà del danneggiato. Si ha così un allineamento di

queste fattispecie nell’ambito della responsabilità oggettiva.

Nella fattispecie di danno a cose in custodia, quando il soggetto obbligato al risarcimento è la

Pubblica Amministrazione (vale a dire la maggior parte di casi), il legittimato passivo è la P.A. ed

in particolare quella più vicina alla fonte del danno. Ad esempio se il danno ad una autovettura è

stato provocato dal manto stradale, responsabile sarà il comune, se la strada è comunale e così via.

Con la stessa ratio se vi è una società appaltata dalla P.A. per dei lavori o se un bene pubblico viene

dato in concessione risponderanno questi soggetti e non la P.A.

SEMINARIO SUL DANNO AMBIENTALE

33 , tuttavia nell’affrontare la questione in

Il danno ambientale trova fondamento nella Costituzione

ambito civilistico bisogna considerare che alla data di promulgazione della Costituzione (1947), le

33 La Costituzione è stata promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore l’1 gennaio 1948.

35

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

problematiche relative il danno ambientale erano agli albori, per cui la sensibilità del legislatore non

era tale da poter prevedere all’interno della carta costituzionale dei riferimenti espliciti.

Un’opera interpretativa del dettato costituzionale ha consentito di individuare una tutela del bene

ambiente. In particolare l’art 2 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i

diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua

Questa norma afferma il c.d. principio personalistico in base al quale, al vertice dei

personalità …”.

valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico, si colloca la persona umana sia nella dimensione

individuale che in quella sociale e nelle formazioni ove svolge la sua personalità.

Dal combinato disposto dell’art. 2 con l’art. 32, la giurisprudenza ha ricavato il diritto costituzionale

alla salubrità dell’ambiente da intendersi come protezione e preservazione delle condizioni

indispensabili o solamente propizie alla salute dell’uomo.

Nel 1987 con la sentenza n. 641 la Corte costituzionale ha affermato che la salubrità dell’ambiente

in quanto elemento determinativo della qualità della vita.

assurge a valore primario ed assoluto

L’art. 9 Cost. afferma che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca

scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

Secondo la prevalente impostazione dottrinale, in questo caso l’espressione paesaggio è utilizzata

dal legislatore costituzionale in senso atecnico, vale a dire che non è riferibile solo alla forma

esteriore del territorio, ma identifica l’ambiente in un’accezione più generale.

Ulteriore fondamento costituzionale, questa volta connesso al risarcimento del danno ambientale,

può rinvenirsi nell’art 41: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto

con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana …”

Mentre l’art. 44 sancisce: “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire

equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata ...”

Questi due articoli hanno posto dei limiti ai comportamenti che possono danneggiare il paesaggio e

il bene ambiente in quanto le risorse naturali sono limitate (salubrità dell’aria, delle acque, ecc.) e

sono patrimonio comune della nazione.

A queste norme si riferisce una sentenza della Corte di cassazione III, sez. penale, del 20 gennaio

1983 che in una massima afferma: “la

in tema di tutela dell'ambiente Costituzione con l'art. 9

collega aspetti naturalistici (paesaggio) e culturali (promozione dello sviluppo della cultura e

tutela del patrimonio storico-artistico) in una visione non statica ma dinamica non meramente

estetica od intrinseca, ma di protezione integrata e complessiva dei valori naturali insieme con

quelli consolidati dalle testimonianze di civiltà; allo stesso modo con l'art. 32 eleva la salute a

diritto fondamentale dell'individuo ed interesse della collettività; mentre sotto altri profili assicura

al diritto all'ambiente, in quanto espressione della personalità individuale e sociale, una adeguata

protezione: ambiente come sede della partecipazione (artt. 2, 3 e 5); oggetto di difesa per tutti (art.

24); sostrato necessario per l'apprendimento, l'insegnamento, l’arte, la scienza (artt. 33 e 34);

limite alla proprietà e all'iniziativa economica (artt. 35, 41, 42, 43 e 44); oggetto del coagularsi di

forze politiche (art. 49)”.

In precedenza l’interpretazione giurisprudenziale e dottrinale individuava una indiretta tutela del

bene ambiente in altri testi normativi e in particolare alcuni articoli del codice civile e del codice

penale, vigenti prima dell’entrata in vigore della Costituzione.

L’art. 844 c.c. disciplina le immissioni stabilendo: “Il proprietario di un fondo non può impedire le

immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni

derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla

condizione dei luoghi. Nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le

esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un

A prima vista, si desume che questa norma tutela in via diretta il

determinato uso.” ictu oculi,

diritto di proprietà e con riguardo ai rapporti di vicinato, particolarmente i fondi confinanti. Ad

36

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx 34 che produce fumo,

esempio una villetta adibita a civile abitazione confinante con un opificio

calore, esalazioni e rumori cioè turbative che possono incidere sul bene salute anche per quanto

riguarda la tranquillità psicologica turbata dai continui rumori.

Qui il legislatore deve contemperare due esigenze: da una parte il diritto alla salute del proprietario,

dall’altro le esigenze della produzione. Per fare questo il legislatore ricorre al principio della priorità

tra le due esigenze che dovrà essere individuato dal giudice nel caso specifico. Vale a dire che il

giudice nell’applicazione di questa norma dovrà tener conto anche della preesistenza dell’abitazione

o dell’opificio, perché se l’insediamento industriale era già esistente colui che costruisce un

abitazione confinante sa che subirà delle turbative; ma ciò non toglie che l’industria dovrà rispettare

35

le norme ambientali in tema di immissioni e di distanza previste dall’art. 890 c.c.

Se l’industria preesistente avrà osservato le prescrizioni della legge non si potrà ricorrere alla c.d.

azione inibitoria, cioè la possibilità per un soggetto leso da immissioni di chiedere in via giudiziale

la cessazione delle turbative ed eventualmente il risarcimento del danno o l’indennizzo.

Dall’esegesi dell’art. 2043 emerge l’espressione cioè il

qualunque fatto doloso o colposo,

riferimento all’elemento psicologico soggettivo di chi arreca un danno ad un terzo.

Il comportamento è doloso quando c’è la volontà di arrecare un danno, mentre “è colposo, o contro

l'intenzione, quando l'evento, anche se preveduto, non è voluto dall'agente e si verifica a causa di

negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per l'inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o

(art. 43 c.p.).

discipline”

Il danno è inteso secondo i principi generali della bipartizione in danno emergente e lucro cessante:

il danno emergente la perdita, mancata erogazione o acquisizione di utilità presenti nel

patrimonio del danneggiato (ad esempio all’imbrattamento dei muri o dei vetri di una casa a

causa di immissioni);

il lucro cessante è il mancato guadagno dovuto al fatto illecito (un’abitazione che non può essere

locata a causa di emissioni inquinanti di un opificio confinante).

Oltre alle norme del codice civile, per colpire gli atteggiamenti lesivi del bene ambiente la

giurisprudenza si è servita anche di norme a tutela indiretta del codice penale. In particolare:

- Art. 439 c.p. per l’avvelenamento di acque o di sostanze alimentari;

- Art. 440 c.p. “adulterazione o contraffazione di altre cose in danno della pubblica salute”;

- Art. 452 c.p. “delitti colposi contro la salute pubblica”;

- Art. 635 c.p. “danneggiamento”;

- Art. 659 c.p. “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”;

- Art. 674 c.p. “getto pericoloso di cose”;

- Art. 733 c.p. “danneggiamento al patrimonio archeologico storico e artistico nazionale”;

- Art. 734 c.p. “distruzione o deturpazione di bellezze naturali”.

Con l’industrializzazione, a partire degli anni 60, cioè con il passaggio da un economia agricola ad

un’economia industriale sono sorte esigenze a cui il legislatore ha risposto con delle leggi speciali.

Un primo intervento è dato dalla legge n. 615 del 1966, la c.d. legge antismog, che dettava misure

contenitive dell’inquinamento atmosferico anche se restava un fatto isolato a fronte di emergenze

sanitarie palesate in quegli anni.

Si dovrà attendere 10 anni per l’emanazione di una legge molto importante, benché settoriale, la c.d.

legge Merli (legge n. 319 del 10 maggio 1976) relativa all’inquinamento idrico.

34 Per opificio (dal latino opificium, luogo di lavoro) si intende una fabbrica o uno stabilimento industriale all’interno

del quale avviene la trasformazione di una materia prima in un prodotto finito o semifinito. Attualmente la definizione

di opificio ha assunto però un significato più ampio che è ormai inteso, più in generale, come un luogo di lavoro dove

avviene una qualunque attività industriale.

35 L’art 890 c.c. Distanze per fabbriche e depositi nocivi o pericolosi: “Chi presso il confine, anche se su questo si

trova un muro divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o vuol collocare materie

umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può sorgere pericolo di danni,

deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni

danno alla solidità, salubrità e sicurezza.” 37

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

In seguito a queste due pietre miliari in campo ambientale, si è avuta:

1. la legge del 1982 in materia di rifiuti solidi urbani (abrogata da un d.lgs. 22/1997);

2. la legge 979/1982 che reca disposizioni in difesa del mare;

3. la legge 431/ 1985 la c.d. legge Galasso in materia paesaggistica;

4. la legge 349/1986 con cui veniva istituito il ministero dell’ambiente;

5. il d.P.R. 175/1988 che recepiva la c.d. direttiva Seveso emanata in seguito al caso di

avvelenamento da diossina che contaminò l’area del comune di Seveso (MI) a seguito di un

incidente industriale.

Negli anni 90 si avverte una maggiore sensibilità in tema di ambiente in seguito anche ad incidenti

come quello di Chernobyl del 26 aprile 1986 che portarono all’emanazione di altre leggi speciali,

ma sempre in maniera disorganica:

1. legge 549/1993 che detta norme a tutela dell’ozono atmosferico, in quanto la scienza ha

dimostrato l’esistenza del c.d. buco dell’ozono sopra l’Antartide;

2. la legge quadro sull’inquinamento acustico, la 447/1995;

3. il d.lgs. 22/1997 che detta una disciplina innovativa sulla gestione dei rifiuti, successivamente

modificata dal d.lgs. 389/1997 e dalla legge 426/1998;

4. il d.P.R. 357/1997 per la tutela degli habitat naturali e seminaturali della fauna e della flora

selvatica;

5. la legge 413/1997 che prevede misure urgenti per la prevenzione dell’inquinamento

atmosferico.

Oggi le norme in materia ambientale sono state riordinate nel decreto legislativo n. 152 del 3 aprile

2006, codice dell'ambiente, che è il testo unico in questa materia.

Il maggiore interesse per la questione ambientale ha determinato, nell’ambito civilistico, anche una

particolare sensibilità in tema di tutela del danneggiato. L’art. 2043 ha il grosso limite dovuto al

fatto che il soggetto danneggiato, affinché possa ottenere un risarcimento, deve fornire in giudizio la

prova del danno subito.

Questo limite è molto importante perché se, ad esempio, un soggetto si ammala di tumore in

relazione all’inquinamento atmosferico di un’industria vicina alla sua abitazione, per ottenere il

risarcimento ha l’onere di dimostrare che la sua patologia è derivata dalle condizioni ambientali

causate dall’attività produttiva di quella determinata industria. Ma è una prova difficile da sostenere

per la possibile presenza di concause come il tabagismo, per cui il giudice difficilmente potrà

accertare una responsabilità esclusiva dell’industria.

Tuttavia nella giurisprudenza si sta affermando un nuovo orientamento che solleva il danneggiato

dall’onere della prova, predisponendo un sistema di presunzioni legali, presunzioni (a

iuris tantum

volte indicata come responsabilità oggettiva), che ammettono la prova contraria: quindi diventa a

carico di chi danneggia l’onere di dimostrare di aver fatto tutto quanto era possibile per evitare

l’evento dannoso. Ciò al fine di alleviare la disparità sociale, ma soprattutto economica tra il privato

cittadino e la grande industria.

Il danno ambientale implica una problematica sulla responsabilità sia per colpa che oggettiva.

36 , istitutiva del ministero dell’ambiente, all’art.

La legge 8 luglio 1986 n. 349, detta decreto Ronchi

18 disciplinava le problematiche inerenti al danno ambientale e riprende i principi generali dell’art.

2043, prevedendo la responsabilità dei soggetti che con dolo o colpa abbiano arrecato un danno

diretto al bene ambiente.

Prima dell’emanazione del decreto Ronchi, la tutela dell’ambiente avveniva in via mediata,

attraverso alcune normative civilistiche (in tema di proprietà) e penalistiche in relazione alle

fattispecie di reato.

La distinzione è molto importante perché, prima del decreto Ronchi, l’ambiente era tutelato da

norme penalistiche solo se ledeva dei privati, i quali potevano agire in giudizio in quanto individui.

36 Dal nome del Ministro dell’ambiente che la propose. 38

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Invece con il decreto Ronchi, il soggetto legittimato attivo ad agire in giudizio non è più solo il

singolo, ma in prima battuta è lo Stato o gli enti territoriali (regioni, province e comuni).

In relazione alla norma generale sulla responsabilità extracontrattuale sancita nell’art. 2043 l’onere

della prova è ha carico del soggetto danneggiato che deve dimostrare il nesso causale, la colpa o il

dolo del danneggiante, ma questo è molto difficile nella responsabilità per danno all’ambiente

perché è multifattoriale: ad esempio l’esistenza di vari complessi industriali in una zona rende

difficile determinare con certezza quali di questi abbia causato il danno e in che misura lo abbia

provocato, se è dovuto unicamente all’inquinamento o anche alla condotta del soggetto ammalato.

Per affrontare questo problema la giurisprudenza ha introdotto le presunzioni fino a

iuris tantum,

sconfinare in alcune ipotesi che la dottrina inquadra nell’ambito della responsabilità oggettiva.

Il decreto Ronchi inquadrava la responsabilità per danno all’ambiente come responsabilità per

colpa, quindi sostanzialmente vi era un dato normativo vincolante per i giudici i quali, in assenza di

una prova specifica della colpa, non potevano rilevare una responsabilità del danneggiante.

A questo si è sopperito con delle presunzioni soggette a prova contraria, vale a dire si

iuris tantum

risolvono unicamente nell’inversione dell’onere della prova che contribuisce ad aiutare il soggetto

danneggiato alla prova del danno.

A livello internazionale, nel 1993 l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Lugano (e il Libro Verde

37 che istituiva un regime di responsabilità

sulla responsabilità civile per danno all’ambiente)

oggettiva per il danno ambientale, per cui al danneggiato basterà provare il nesso causale, vale a

dire la connessione tra la condotta e il danno procurato.

Questo è di grande aiuto perché, salvo sporadici casi di forza maggiore, l’industria danneggiante è

obbligata al risarcimento ogniqualvolta il soggetto individua il nesso causale tra il danno subito (alla

salute e al bene ambientale inteso in senso ampio) e la condotta inquinante.

Con la Convenzione, per la prima volta, viene introdotta una definizione giuridica espressa di

ambiente, le cui componenti fondamentali comprendono non solo le risorse naturali (biotiche,

abiotiche e paesaggistiche) suscettibili di danno, ma anche l’interazione fra le medesime, nonché il

paesaggio e il patrimonio culturale; la responsabilità viene fondata sul nesso causale fra attività e

danno; il bene-ambiente è riparabile attraverso misure preventive di salvaguardia e di rimessa in

ripristino, ma non viene prevista la risarcibilità in termini monetari. In generale, si può dire che

l’ambito di applicazione delle prescrizioni sulla responsabilità civile ha, quindi, un’estensione

notevolmente più rilevante di quella definita di volta in volta dagli accordi internazionali, e si

assiste così, ad un allargamento della garanzia dei beni protetti.

L’allargamento della responsabilità di chi provoca danni ambientali spinge anche ad internalizzare i

costi derivanti dal potenziale danno ambientale provvedendo alle relative coperture assicurative.

Quindi l’imprenditore deve includere tra i costi, quello eventuale dovuto al ristoro del danno

all’ambiente ed è la ratio del legislatore internazionale che si sposa con un principio del diritto

anglosassone del chi inquina paga.

Nei paesi di common law però, nei casi di multifattorialità, vi è una percentualizzazione dei costi

dell’inquinamento, infatti nel caso in cui vi è un danno all’ambiente in una determinata area viene

fatta una ricerca sulle varie emissioni che lo hanno provocato, per verificare in percentuale in che

misura ogni emissione ha contribuito a provocare il danno (ad esempio l’industria metallurgica ha

prodotto il 60% dell’immissione, il cementificio il 10%, la raffineria il 30%), per cui si provvede

alla liquidazione del danno secondo quella percentuale.

Il risarcimento del danno deve essere volto innanzitutto al ripristino dei luoghi, cioè si dovrà

provvedere al ritorno della situazione precedente al verificarsi del danno ambientale e qualora

questo non sia possibile, perché l’ambiente è compromesso irrimediabilmente, il risarcimento deve

essere equivalente e commisurato al grado di colpa (o dolo) del soggetto che ha prodotto il danno.

Legittimato attivo ad agire per risarcimento del danno ambientale è:

37 La Convenzione di Lugano è stata approvata l’8 marzo 1992 e ratificata a Lugano il 21 e 22 giugno dello stesso anno,

dopo un lungo iter iniziato nel 1986. Il Libro Verde è stato pubblicato sulla G.U.C.E. n. C/149 del 29 maggio 1993.

39

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

1. Lo Stato, mentre il risarcimento potrà essere delegato agli enti territoriali.

2. Gli enti territoriali;

3. Le associazioni ambientaliste maggiormente rappresentative. Le associazioni riconosciute sono

legittimate a stare in giudizio, ma sopportano le spese legali in caso di soccombenza, mentre per

le associazioni non riconosciute possono agire qualora hanno una presenza capillare sul

territorio e siano rappresentative di esigenze meritevoli di tutela. Tuttavia il giudice dovrà

accertare la presenza di determinate qualità, come la rappresentatività e l’inerenza dello scopo

dell’associazione, per ammettere l’associazione non riconosciuta a partecipare alla causa.

Il decreto Ronchi prevedeva la giurisdizione esclusiva del giudice civile, ma questa legge è stata

oggetto di impugnativa di costituzionalità da parte della giustizia amministrativa (ma rigettata dalla

Corte costituzionale), perché la Corte dei conti, nel periodo in cui non vi era una legislazione

specifica nell’individuazione della giurisdizione in tema del danno dell’ambiente, se ne era

occupata riconducendolo al danno erariale perché si considerava il bene ambiente dello Stato e

quindi il danno ambientale diventava un danno per l’Erario dovuta alla diminuzione del patrimonio.

Prima dell’approvazione del decreto Ronchi, che ha sancito la competenza del giudice ordinario in

materia ambientale (art. 18, secondo comma), la giurisprudenza della Corte dei conti considerava il

danno ambientale come danno erariale in quanto lesione diretta di interessi pubblici dell’ente a cui

era affidata la sfera di beni godibili dall’intera collettività (Corte dei conti, sezioni unite, del 16

giugno 1984).

Per la Corte dei conti questi beni, sebbene non annoverabili in senso stretto nelle categorie dei beni

pubblici demaniali ovvero patrimoniali, sono destinati comunque alla fruibilità e al godimento da

parte di un numero indistinto di persone e la loro conservazione e tutela è regolata attraverso norme

pubblicistiche, le quali impongono ad autorità costituite specifici obblighi di servizio. In tal modo il

danneggiamento di questi beni comporta, oltre che una lesione dell’interesse dell’intera collettività,

anche una diminuzione patrimoniale e finanziaria per l’ente titolare sotto l’aspetto della perdita

subita o del mancato guadagno (danno emergente e lucro cessante) o della spesa per il ripristino.

La Corte dei conti ha difeso la sua giurisdizione in materia ambientale anche dopo l’entrata in

vigore dell’art. 18 del decreto Ronchi, portando più volte quella norma al giudizio della Corte

costituzionale ritenendo una irragionevole sottrazione del giudizio di responsabilità dei pubblici

funzionari l’attribuzione della giurisdizione in materia di danno ambientale al giudice ordinario, se è

connessa alla violazione di obblighi inerenti al rapporto di servizio.

La Corte costituzionale ha rigettato l’eccezione di costituzionalità, stabilendo che nel nostro

ordinamento la protezione dell’ambiente deriva direttamente dagli art. 9 e 32 della Costituzione, ha

un valore primario ed assoluto e che il danno all’ambiente è inserito nell’ambito della tutela

aquiliana prevista dall’art. 2043.

Della questione è stata investita anche la Cassazione che ha deciso in sede di regolamento di

giurisdizione precisando: Nel settore dell’illecito ambientale, dalla colpevole condotta dell’agente

possono scaturire oltre agli effetti dannosi istantanei, anche sequele di effetti lesivi permanenti o

destinati a rinnovarsi e ad aggravarsi nel tempo futuro. Ben si comprende come la condanna al

ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile assuma posizione dominante per le norme

38

risarcitorie in virtù del disposto di cui al secondo comma dell’art. 2058 c.c.

La reintegrazione in forma specifica prevista dall’art. 2058 prevede il ripristino del bene come se il

danno non fosse mai avvenuto, tuttavia qualora questa ricostruzione sia particolarmente onerosa, il

giudice dovrà stabilire la riparazione per equivalente. Ma in deroga a questa norma, nel danno

ambientale a prescindere dall’onerosità, il danneggiante sarà obbligato, qualora sia possibile, a

ristabilire lo (la situazione precedente).

status quo ante

38 Art. 2058 - Risarcimento in forma specifica - Il danneggiato può chiedere la reintegrazione in forma specifica,

qualora sia in tutto o in parte possibile. Tuttavia il giudice può disporre che il risarcimento avvenga solo per

equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore.

40

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

In sintesi vi è una tutela rafforzata del danno all’ambiente che prescinde dall’entità dei risarcimenti

che dovranno sopportare le industrie.

Con il decreto Ronchi, che attribuiva la giurisdizione in tema di danno all’ambiente al giudice

ordinario, si creò un contrasto con delle precedenti pronunce del Consiglio di Stato che, in assenza

di una legge specifica, aveva affermato la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e della

Corte dei conti in particolare. 39 40

, per regolamento di giurisdizione sancendo

Risolve la questione la Cassazione, a Sezioni Unite

la giurisdizione esclusiva del giudice ordinario.

Nel giudizio innanzitutto bisogna individuare se la richiesta di risarcimento è diretta o mediata:

Se viene richiesto in termini mediati, cioè attraverso il danno alla salute o il danno alla

proprietà, secondo lo schema precedente alla legislazione speciale, è legittimato ad agire il

privato, cioè il proprietario o la persona che ha subito un danno alla salute.

Se viene chiesta la tutela diretta del bene ambiente, questa è demandata allo Stato e per delega

agli enti territoriali danneggiati dalle immissioni dannose.

La Convenzione di Lugano ha introdotto un regime della responsabilità oggettiva con due espresse

esclusioni: il danno procurato da incidenti nucleari, perché espressamente disciplinato dalla

Convenzione di Parigi, e il danno da inquinamento derivante dal trasporto di sostanze pericolose e

potenzialmente inquinanti.

Tra le norme che hanno legittimato le associazioni ad agire in giudizio vi è l’art. 9 del d.lgs. 267 del

2000 che dispone che le associazioni di protezione ambientale, individuate ai sensi dell’art. 13 della

legge 349/1986, possono proporre le azioni risarcitorie di competenza del giudice ordinario che

spettino al comune o alla provincia e conseguenti al danno ambientale.

L’eventuale risarcimento è liquidato in favore dell’ente sostituito e le spese processuali sono

liquidate in favore o a carico dell’associazione, quindi l’ente territoriale competente viene sostituito

dall’associazione nel processo per la tutela del danno ambientale.

41 possono intervenire in giudizio davanti al giudice ordinario oppure

Le associazioni ambientaliste

possono adire autonomamente il giudice amministrativo per chiedere l’annullamento di atti

amministrativi illegittimi e lesivi degli interessi ambientali e questa rappresenta l’unica eccezione

alla giurisdizione civile prevista dallo stesso 5° comma dell’art. 18 del decreto Ronchi.

SEMINARIO SULLA VIOLAZIONE DELLA PRIVACY

La responsabilità per la violazione del trattamento dei dati personali, la c.d. privacy, è collocata

all’interno della vastissima categoria della responsabilità extracontrattuale, perché in linea di

massima tra chi gestisce le informazioni e il soggetto che lamenta di aver subito un danno non esiste

un rapporto contrattuale.

La responsabilità extracontrattuale contiene i due grossi pilastri logico-giuridici: la responsabilità

per colpa e la responsabilità oggettiva o obiettiva.

I punti fermi sono il 2043, per la responsabilità per colpa o dolo, ed i segg. fino al 2059 per la

responsabilità oggettiva. Su questo solco dobbiamo collocare l’ipotesi di responsabilità che nasce in

conseguenza di un fenomeno normativo diverso.

La legge 31 dicembre 1996, n. 675 individua i passaggi di una disciplina nella quale il legislatore ha

scelto di disciplinare l’attività di raccolta dei dati personali e l’art 18 dispone: “Chiunque cagiona

39 La Cassazione decide con un collegio composto da 5 giudici tra cui un presidente ed un estensore che si occupa della

materiale redazione della sentenza. Quando la Corte decide a Sezioni Unite in due circostanze quando: 1) decide su

questioni in precedenza decise difformemente dalle sezioni semplici; 2) è investita del regolamento di giurisdizione.

40 Il regolamento di giurisdizione si ha quando sorge un conflitto tra giurisdizione di due giudici. La Corte di

cassazione, a Sezioni Unite, si occupa del regolamento di giurisdizione quando due giudici ordinario e speciale (sia

amministrativo che di altra natura) si dichiarano competenti in via esclusiva sulla stessa materia.

41 Dette associazioni devono essere riconosciute con atto formale (art. 13 decreto Ronchi), cioè con decreto del P.d.R. o

con il riconoscimento decentrato attribuito ai prefetti o alle regioni a seconda delle materie oggetto dell’associazione.

41

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi

42 ”, una norma relativa alle attività pericolose.

dell'articolo 2050 del codice civile

La tutela del trattamento dei dati personali è collocata all’interno della responsabilità per attività

pericolose, anche se è un’attività che appare molto lontana da questi rischi.

Il trattamento dei dati personali attiene all’individuazione della persona ed ai profili di riservatezza

verso i quali può destare meraviglia che siano stati considerati dal legislatore talmente importanti da

individuare la disciplina sanzionatoria e risarcitoria nell’ipotesi più grave tra tutte le ipotesi di

responsabilità oggettiva: quella per attività pericolose.

Attraverso la legge 675/96 è stato individuato un nuovo bene a tutela del quale è prevista la

responsabilità di colui che produce danno nella raccolta o nel trattamento dei dati personali.

La disciplina dei beni l’abbiamo nel libro terzo del codice civile, intitolato art.

della proprietà, ex

810 sono beni soltanto le cose idonee ad essere oggetto di diritto, invece nel libro quarto sulle

obbligazioni l’art. 1174 dispone che “La prestazione che forma oggetto dell'obbligazione deve

essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere a un interesse, anche non

Tutto ruota intorno a bisogni ritenuti meritevoli di tutela da parte

patrimoniale, del creditore”

dell’ordinamento.

Le leggi per il trattamento dei dati personali sono:

la legge 31 dicembre 1996, n. 675

- Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al

trattamento dei dati personali;

il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 -

Codice in materia di protezione dei dati

personali.

La legge 675/96 è la prima disciplina organica sul trattamento dei dati personali, quando le

precedenti avevano solo toccato questo settore in passato chiamato diritto alla riservatezza e nato

negli anni 70 da un’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale.

Questa legge è stata determinata dalla diffusione del computer, perché ha comportato per gli

operatori commerciali una grande facilità di scambiare o vendere dati personali.

Con la diffusione del computer era possibile una tecnologica capace di gestire milioni di dati,

compresi anche quelli personali, per cui si è creata la necessità di una normativa che disciplinasse

queste attività, anche perché il trattamento dei dati personali può essere fonte di danno.

Insieme alla legge 675/96 contestualmente veniva approvata la legge delega 31 dicembre 1996 n.

676, mediante la quale il Parlamento delega al Governo l’approvazione di tutti i decreti necessari ad

una disciplina più articolata. Per cui la legge 675/96 ha dettato i principi generali, ma il legislatore

si è reso conto che il tempo a disposizione era insufficiente perché vi era una direttiva europea del

‘95 a cui doveva essere data esecuzione.

Nel 2002 giunge una seconda direttiva, perché anche a livello europeo si è proceduto, prima con

una direttiva di carattere generale e poi un’altra più articolata, per cui in attuazione della seconda

direttiva e in forza di una nuova delega al Governo è nato il codice in materia di trattamento dei dati

personali: il d.lgs. 196/2003.

Si addice il codice perché è una legge che, non abrogando completamente la precedente del

nomen

‘96, la integra con delle specificazioni nei vari settori in cui il trattamento dei dati personali deve

essere disciplinato, sia per la P.A. che per i privati, per i quali stabilisce particolari adempimenti. Ad

esempio gli ospedali che gestiscono i dati e le patologie dei malati, l’Amministrazione della

giustizia che tratta i dati relativi ai processi civili e penali.

Il decreto legislativo 196/2003 è diviso in tre parti ognuna delle quali è divisa in titoli a loro volta

suddivisa in capi.

Nella prima parte, nel titolo primo, sono individuati i principi generali, le finalità e la necessità del

trattamento dei dati personali, anche a garanzia dei soggetti che trattano questi dati.

42 Art. 2050 Responsabilità per l'esercizio di attività pericolose - Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di

un'attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, e tenuto al risarcimento, se non prova di avere

adottato tutte le misure idonee a evitare il danno. 42

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

L’art. 4 del d.lgs. 196/2003 spiega i termini di rilievo oggetto della disciplina sul trattamento dei

dati personali, analogamente a quanto avviene nei paesi anglosassoni dove finanche per i contratti

mettono il significato delle parole nella premessa.

L’art. 5 individua che l’ambito di applicazione della legge è sia il settore privato che pubblico.

Il titolo secondo, diritti dell’interessato, individua all’art. 7 e 8 il diritto di accesso ai dati personali.

Questa norma individua la tutela risarcitoria, ma in maniera diversa perché tende ad evitare che si

procuri il danno e quindi, la dimensione della colpa è in chiave preventiva.

art. 7 l’interessato ha diritto:

Ex ad ottenere la conferma dell’esistenza dei dati personali;

di ottenere l’indicazione, l’aggiornamento, la rettifica o se necessario l’integrazione dei dati;

di opporsi in tutto o in parte, per motivi legittimi, al trattamento dei suoi dati personali ancorché

non pertinenti allo scopo per il quale quel trattamento è dato e quindi uno dei requisiti

fondamentali per la legittimità del trattamento è la pertinenza.

L’art. 8 determina le modalità di esercizio e consente la tutela preventiva che non è diffusa nel

codice civile, perché è un sistema risarcitorio a danno avvenuto, mentre l’azione preventiva esiste

43 .

soltanto in materia di tutela della proprietà con l’azione di danno temuto o di nuova opera

L’art. 11 dispone che i dati personali oggetto del trattamento devono essere trattati in modo lecito e

secondo correttezza, una norma che segue una tecnica del nord europea.

Per il nostro codice qualunque fatto doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto obbliga

colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno, quindi abbiamo gli elementi della fattispecie da

cui ricaviamo il fatto illecito. Mentre la direttiva europea dice il contrario perché così è formulata: i

dati personali devono essere trattati in modo lecito e seconda correttezza.

L’art. 15 è sui danni causati per effetto del trattamento: Chiunque cagiona ad altri dei danni, per

effetto del trattamento dei dati personali, è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 c.c. Questa

norma precisa che è risarcibile il danno non patrimoniale, anche in caso di violazione dell’art. 11,

cioè nell’ipotesi i dati sono trattati senza seguire i principi di liceità e correttezza.

Il d.lgs. 196/2003 è una delle poche leggi che impone la presenza dei codici deontologici di buona

condotta perché la legge del ‘96 istituisce l’autorità amministrativa a tutela della privacy: il Garante

della privacy. Tale autorità sovrintende il trattamento dei dati personali ed interviene autorizzando o

vietando la raccolta dati per la tutela generale ed il soggetto leso può ricorrere all’autorità garante

della privacy o al giudice ordinario.

Nella modulistica dei contratti commerciali il consenso al trattamento dei dati personali è previsto

sia dalla legge 675/96 che dal d.lgs. 196/2003 ed è richiesto, di massima, nel limiti della pertinenza

alle ragioni per cui il contratto è stato stipulato.

Di fronte ad un campo sterminato nel quale possono essere utilizzati dati, il principio della

pertinenza dei dati consente di individuare le linee di legittimità e di liceità del trattamento.

SEMINARIO SULLA RESPONSABILITÀ DELLA PUBBLICA

AMMINISTRAZIONE DA ATTO AMMINISTRATIVO ILLEGITTIMO

L’elaborazione su questo argomento ha avuto anche delle ricadute importantissime sulla tematica

della responsabilità civile in generale tra cui la più importante è la sentenza 26 marzo-22 luglio

1999 n. 500 delle Sezioni Unite della Cassazione.

Il problema è sapere quando sorge la responsabilità della P.A. derivante da atto amministrativo

illegittimo e quindi l’obbligo risarcitorio nei confronti del privato e come è possibile applicare l’art.

2043 a queste fattispecie. Ad esempio il privato chiede al comune un permesso di costruire che

viene negato illegittimamente cagionandogli un danno o richiede l’autorizzazione per iniziare

un’attività economica che viene negata oppure ottenuta ed illegittimamente revocata ed anche da

questo il privato può subire un danno.

43 Queste azioni a tutela della proprietà e della detenzione consentono di agire prima che l’opera venga ultimata, ma

comunque iniziata, perché non si può iniziare l’azione processuale se questa non è avviata, altrimenti manca l’interesse.

43

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Il privato di fronte alla P.A. può avere:

un diritto soggettivo che per Elio Casetta è la situazione giuridica soggettiva di chi ha un diritto

ad un bene della vita indipendentemente dall’attività della P.A.

interesse legittimo, cioè è la pretesa di un soggetto affinché la P.A. agisca in maniera

44 .

legittima

Prima della sentenza 500/99 la giurisprudenza era monolitica nel ritenere che le lesioni

dell’interesse legittimo (ritardo nell’ottenimento di una autorizzazione e l’illegittimo diniego) non

fossero risarcibili, viceversa lo erano i diritti soggettivi perché si riteneva risarcibile solo il danno

45 art. 2043, anche se la dottrina più attenta già da decenni aveva criticato questa

ingiusto ex

posizione.

Per le critiche della dottrina e per l’intervento del legislatore con l’articolo 13 della legge 142 del

1992 (credito la posizione monolitica della giurisprudenza inizia a cedere: “I

al consumo) soggetti

che hanno subito una lesione a causa di atti compiuti in violazione del diritto comunitario in

materia di appalti pubblici di lavori o di forniture o delle relative norme interne di recepimento

possono chiedere all’Amministrazione aggiudicatrice il risarcimento del danno. La domanda di

risarcimento è proponibile dinanzi al giudice ordinario da chi ha ottenuto l’annullamento dell’atto

46

lesivo con sentenza del giudice amministrativo.”

Quindi vi era situazione paradossale: se vi era una lesione di un interesse legittimo in violazione del

diritto comunitario in materia di appalti pubblici era possibile chiedere il risarcimento del danno alla

P.A., invece non era possibile qualora vi fosse stata una lesione di un interesse legittimo non

protetta dal diritto comunitario.

Per la spinta del legislatore comunitario e della dottrina, la giurisprudenza aveva iniziato a rivedere

la sua posizione già prima del ’99 distinguendo tra diritti affievoliti e diritti fievoli ab origine per

tentare di giustificare un risarcimento del danno.

I diritti affievoliti erano quelli del cittadino quando si confrontava col potere autoritativo della

P.A. (interessi oppositivi). Si diceva che in questo caso il diritto soggettivo si affievolisce ad

interesse legittimo per cui era possibile il risarcimento perché l’attività illegittima della P.A. non

ledeva un interesse legittimo, ma quello che era un diritto soggettivo che nel confronto con il

potere autoritativo della P.A. si era degradato ad interesse. Ad esempio in un procedimento

espropriativo su un fondo di proprietà di un privato, il diritto soggettivo degrada ad interesse

legittimo ed il privato ha solo un interesse legittimo a che la P.A. porti a termine il

procedimento di esproprio in maniera conforme all’ordinamento. Ma qualora venga annullato il

provvedimento di esproprio quello che era un interesse legittimo ridiventa diritto soggettivo e

qualora vi siano dei danni è possibile ottenerne un risarcimento, perché, diceva la Cassazione,

era comunque un diritto anche se degradato.

Allora con il diritto affievolito la giurisprudenza cercava di giustificare con questa ricostruzione

un po’ arzigogolata la concessione del risarcimento senza venir meno all’idea per cui la lesione

dell’interesse legittimo era irrisarcibile, addirittura si parlava di mancanza assoluta di

giurisdizione, cioè nessun giudice era competente. In sostanza era chiamare diritti qualcosa che

era interesse legittimo, solo che lo si chiamava diritto e quindi lo riteneva risarcibile.

I diritti fievoli ab origine erano quelli che senza il provvedimento della P.A. non si sarebbero

costituiti per il privato (interessi pretensivi). Se la P.A., annulla un provvedimento di

44 Secondo la teoria classica gli interessi legittimi si dividono in interessi oppositivi e pretensivi. Sono oppositivi quelli

per i quali il privato si può opporre legittimamente ad una attività della P.A. (ad esempio nell’esproprio il privato può

pretendere che la P.A. agisca secondo le norme), invece gli interessi pretensivi riguardano chi possa pretendere un

azione da parte della P.A. (ad esempio chiedere un’autorizzazione ad intraprendere una attività economica).

45 Vale a dire arrecato e non (contra ius significava, per la lesione di un diritto soggettivo; non iure in

contra ius iure

assenza di una causa di giustificazione).

46 Questa norma è stata inserita nell'art. 7 della legge 205/2000: "i soggetti, che hanno subito una lesione a causa di atti

compiuti in violazione del diritto comunitario in materia di appalti pubblici di lavori o di forniture o delle relative norme

interne di ricezione, possono chiedere all'amministrazione aggiudicatrice il risarcimento del danno. La domanda di

risarcimento è proponibile dinanzi al G.O. da chi ha ottenuto l'annullamento dell'atto lesivo con sentenza del G.A.".

44

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

autorizzazione (ad esempio in autotutela) che crea un diritto per il soggetto privato che ha

ottenuto l’autorizzazione, si parlava di diritto fievole ab origine cioè un diritto senza una

particolare resistenza, perché per annullarlo era sufficiente un provvedimento in autotutela.

Anche in questo caso la lesione di questo diritto era risarcibile qualora l’annullamento in

autotutela dell’autorizzazione fosse illegittima.

Una teoria così arzigogolata è stata subito bersaglio di critiche da parte della dottrina perché si

osservava che, in realtà, si trattava di posizioni di interesse legittimo artificiosamente ricostruite

come diritti al solo fine di concedere un risarcimento ad un privato senza venir meno al dogma della

irrisarcibilità degli interessi legittimi (addirittura si parlava di dogma).

Nel 1999 la Cassazione decide di fare chiarezza con la sentenza 500/99 in relazione ad un

regolamento preventivo di giurisdizione. Praticamente poiché il vecchio orientamento negava la

giurisdizione in Italia di qualsiasi giudice per il risarcimento della lesione degli interessi legittimi e

poiché un privato aveva chiesto un risarcimento per una questione relativa ad una concessione

edilizia per un parcheggio, la prima eccezione dell’Amministrazione in giudizio è stata di affermare

che non c’è giurisdizione del giudice e quindi non si poteva chiedere il risarcimento.

Il privato aveva chiesto il regolamento preventivo di giurisdizione alla Cassazione la quale decide

non solo sulla giurisdizione, ma detta tutta una serie di principi.

Con la sentenza 500/99 la vecchia lettura dell’art 2043 è superata, perché anche se consideriamo la

lettera della norma abbiamo: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno

Quindi l’ingiustizia

ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.”

costituisce un requisito del danno e non della condotta del danneggiante e non vi è alcun riferimento

alla lesione del diritto.

Quindi la Cassazione anziché porre l’accento, come la vecchia teoria, sulla condotta ingiusta

dell’agente, sposta l’attenzione su quando il danno è stato cagionato in assenza di una causa di

giustificazione (non iure), infatti del contra ius (la lesione del diritto) l’art. 2043 non ne parla.

Le considerazioni sulla lesione all’interesse dei beni della vita sono quelle che hanno avuto le

ricadute più importanti su tutta la teorica della responsabilità civile in relazione non solo alla

problematica della lesione degli interessi legittimi, ma in generale per la ricostruzione dell’art. 2043

e del suo funzionamento, avendo così ricadute importantissime su tutta le teorica della

responsabilità civile.

Con la sentenza 500/99 la prima conseguenza di questa nuova lettura del 2043 è il significato dato

alla formula della atipicità dell’illecito aquiliano.

In Italia l’area della risarcibilità non è definita come in altri ordinamenti; ad esempio in Germania

qualora vi sia una violazione di norme che recano divieti, sorge l’obbligo risarcitorio e quindi vi è

tipicità dell’illecito dovuta alla violazione della norma.

Nel nostro ordinamento l’art. 2043 riconosce il risarcimento solo dei danni ingiusti, quindi non

bisogna fare riferimento, come nella precedente lettura, ad una norma che vieti un determinato

comportamento, ma semplicemente al danno risarcibile qualora ingiusto. “Ne consegue che la

norma sulla responsabilità aquiliana non è norma (secondaria), volta a sanzionare una condotta

vietata da altre norme (primarie), bensì norma primaria volta ad apprestare una riparazione del

danno ingiustamente sofferto da un soggetto per effetto dell'attività altrui. In definitiva, ai fini della

configurabilità della responsabilità aquiliana, non assume rilievo determinante la qualificazione

formale della posizione giuridica vantata dal soggetto, poiché la tutela risarcitoria è assicurata

solo in relazione alla ingiustizia del danno, che costituisce fattispecie autonoma, contrassegnata

dalla lesione di un interesse giuridicamente rilevante. Quindi non è possibile stabilire a priori quali

siano gli interessi meritevoli di tutela: caratteristica del fatto illecito delineato dall'art. 2043, inteso

nei sensi suindicati come norma primaria di protezione, è infatti la sua atipicità. Compito del

giudice, chiamato ad attuare la tutela dell’art. 2043, è quindi quello di procedere ad una selezione

degli interessi giuridicamente rilevanti, poiché solo la lesione di un interesse siffatto può dare

luogo ad un danno ingiusto ed a tanto provvederà istituendo un giudizio di comparazione degli

interessi in conflitto e cioè dell'interesse effettivo del soggetto che si afferma danneggiato, e

45

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

dell'interesse che il comportamento lesivo dell'autore del fatto è volto a perseguire, al fine di

accertare se il sacrificio dell'interesse del soggetto danneggiato trovi o meno giustificazione nella

realizzazione del contrapposto interesse dell'autore della condotta, in ragione della sua prevalenza

(Cassazione n. 500/99).”

L’esempio che fa la Cassazione è quello dell’art. 844 c.c. (divieto di immissioni) per il quale il

giudice può ordinare la cessazione delle immissioni in ragione di alcuni criteri stabiliti dalla legge:

la prevalenza, l’interesse economico, ecc. Nella generalità dei casi, dice la Cassazione, non bisogna

vedere se la situazione giuridica soggettiva del soggetto danneggiato sia tutelata dall’ordinamento,

ma solo se a causa dell’azione del danneggiante vi sia stata una lesione all’interesse ad un bene

della vita meritevole di tutela e solo in questo caso sorgerà l’obbligo risarcitorio, quindi non sarà

più interessante se il bene sia qualificato quale diritto soggettivo o interesse legittimo, l’importante

è che risulti leso l’interesse al bene della vita.

Infatti per la Cassazione: “Una volta stabilito che la normativa sulla responsabilità aquiliana ha

funzione di riparazione del "danno ingiusto" e che è ingiusto il danno che l'ordinamento non può

tollerare che rimanga a carico della vittima, ma che va trasferito sull'autore del fatto in quanto

lesivo di interessi giuridicamente rilevanti, quale che sia la loro qualificazione formale ed in

particolare senza che assuma rilievo determinante la loro qualificazione in termini di diritto

soggettivo, risulta superata in radice, per il venir meno del suo presupposto formale, la tesi che

nega la risarcibilità degli interessi legittimi quale corollario della tradizionale lettura dell'art. 2043

c.c. Ciò non equivale certamente ad affermare la indiscriminata risarcibilità degli interessi

legittimi come categoria generale. Potrà infatti pervenirsi al risarcimento soltanto se l'attività

illegittima della P.A. abbia determinato la lesione dell'interesse al bene della vita al quale

l'interesse legittimo, secondo il concreto atteggiarsi del suo contenuto, effettivamente si collega, e

che risulta meritevole di protezione alla stregua dell'ordinamento. In altri termini, la lesione

dell'interesse legittimo è condizione necessaria, ma non sufficiente, per accedere alla tutela

risarcitoria ex art. 2043 c.c., poiché occorre altresì che risulti leso, per effetto dell'attività

illegittima (e colpevole) della P.A., l'interesse al bene della vita”.

Questo significa che qualora vi sia un interesse legittimo che attenga a requisiti unicamente formali,

le sua lesione non sarà risarcibile (ad esempio non ricevere l’avviso di avvio del procedimento, ex

art. 7 legge 241/90), ma sono risarcibili soltanto le lesioni (ad

dell'interesse al bene della vita

esempio l’illegittima revoca del permesso di costruire o di svolgere un’attività economica).

Con l’art. 2043 non basta provare l’ingiustizia del danno e il nesso di causalità tra comportamento

del danneggiante e lesione al danneggiato, ma è necessario anche l’elemento psicologico del dolo o

la colpa del danneggiante. Questo diventa particolarmente complicato qualora occorra indagare

sullo stato psicologico di una organizzazione, come una società o la P.A.

Qualora vi fosse una lesione cagionata per dolo sarà sempre responsabile la persona fisica

dell’organo della P.A. e quindi qualora vi sia un danno cagionato da un provvedimento

amministrativo ad un privato, il dolo interrompe il nesso di causalità e resta responsabile la persona

fisica che ha voluto cagionare il danno, anche se può risponderne anche la P.A.

Anche per colpa la P.A. può emettere atti illegittimi che possono cagionare dei danni in cui la

responsabilità va rilevata ai sensi del 2043.

La giurisprudenza precedente alla sentenza del ‘99 individuava una colpa in senso oggettivo data

dalla diversità del comportamento tenuto rispetto a quello indicato nelle regole di comportamento.

Una colpa di questo tipo è possibile anche in una organizzazione, perché se il comportamento

tenuto è diverso da quello indicato da norme di comportamento, allora vi è una colpa in senso

47 , per cui quando la P.A. emette ed esegue un provvedimento illegittimo perché difforme

oggettivo

dall’ordinamento giuridico (dichiarato tale dal giudice amministrativo) e per questo cagioni un

danno ad un privato allora la colpa è (dice la Cassazione), cioè la colpa è in se.

in re ipsa

47 Questa elaborazione è della Cassazione nelle sentenze delle Sezioni Unite n. 5361/84, sezione semplice n. 5883/91 e

6542/95. 46

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Sulla responsabilità per colpa della P.A. la giurisprudenza è divisa:

per alcuni la presunzione di colpa è assoluta quando il provvedimento è illegittimo, perché è una

organizzazione deputata ad agire secondo il diritto;

per altri la presunzione di colpa è relativa perché la P.A. può liberarsi della responsabilità

dimostrando contrasti in giurisprudenza sull’argomento, l’oscurità della normativa, l’assenza di

prassi interpretative o la novità della questione.

Invece, la Cassazione nel ‘99 ritiene che queste teorie non siano più condivisibili perché erano sorte

quando si ritenevano risarcibili solo le lesioni ai diritti soggettivi.

Con la sentenza 500/99: “Non sarà invocabile, ai fini dell’accertamento della colpa, il principio

secondo il quale la colpa della struttura pubblica sarebbe in re ipsa, … ma il giudice ordinario

dovrà svolgere una più penetrante indagine non limitata al solo accertamento dell’illegittimità del

provvedimento in relazione alla normativa adesso applicabile (cioè la colpa in re ipsa) bensì estesa

alla valutazione della colpa non del funzionario agente (da riferire la colpa del funzionario ai

parametri della negligenza e imperizia) ma della pubblica amministrazione intesa come apparato,

che sarà configurabile nel caso in cui l’adozione dell’atto illegittimo (lesivo dell’interesse del

danneggiato) sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona

amministrazione alle quali l’esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi e che il giudice

ordinario può valutare in quanto si pongono come limiti esterni alla discrezionalità.”

La dottrina già nei primi commenti aveva affermato che la sentenza 500 era semplicemente un self-

cioè un autocontenimento, della responsabilità extracontrattuale in quanto la Cassazione

restraint,

temeva che la nuova ricostruzione dell’illecito aquiliano scatenasse una valanga di richieste

risarcitorie nei confronti della Pubblica Amministrazione e quindi aveva tentato di limitare la

responsabilità per colpa, però in maniera non chiara.

Con la sentenza 500/99 la Cassazione afferma che non è necessario il previo annullamento dell’atto

lesivo del giudice amministrativo affinché sorga la responsabilità della Pubblica Amministrazione,

ma è sufficiente che il giudice ordinario disapplichi l’atto illegittimo e se lo ritiene può statuire un

risarcimento in capo alla P.A.

Di avviso opposto è il Consiglio di Stato e tutta la giurisprudenza amministrativa che hanno

affermato che l’annullamento dell’atto lesivo è necessario per far sorgere il danno altrimenti si

consolida e non si potrà più parlare di danno.

Poiché vi era questo grave contrasto giurisprudenziale:

da un lato la giurisprudenza civile e dottrina civilistica per i quali non era necessario il previo

annullamento dell’atto lesivo;

dall’altro lato giurisprudenza amministrativa e una corrente maggioritaria della dottrina

amministrativa affermavano la necessità di annullare l’atto lesivo.

L’art. 7 della legge 205 del 2000, sostituendo l’art. 35 d.lgs. 80 del ‘98, stabilisce: “Il giudice

amministrativo, nelle controversie devolute alla sua giurisdizione esclusiva, dispone, anche

e sostituendo il

attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto”

terzo comma dell’art. 7 della legge 1034 del 1971 (la legge istitutiva dei TAR) sancisce anche: “Il

(quindi non solo per la

tribunale amministrativo regionale, nell'ambito della sua giurisdizione

giurisdizione esclusiva), conosce anche di tutte le questioni relative all'eventuale risarcimento del

danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali

consequenziali”.

Importante è la sentenza n. 4239 del 2001 del Consiglio di Stato ad oggetto l’illegittimo diniego del

48 , per il quale viene

permesso per costruire richiesto sulla base di una convenzione di lottizzazione

chiesto al giudice amministrativo l’annullamento dell’atto e il risarcimento del danno.

48 All’interno della grande area del piano regolatore la convezione di lottizzazione è un accordo tra la P.A. e i privati

con il quale, questi ultimi si impegnano a costruire non solo palazzi ma anche le opere di urbanizzazione (strade,

fognatura, illuminazione stradale), mentre la P.A. deve rilasciare dei singoli permessi di costruire per ogni lotto, cioè

per ogni zona su cui deve sorgere il palazzo. 47

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Il Consiglio di Stato afferma che per gli obblighi di partecipazione al procedimento amministrativo,

disciplinati dalla legge 241/90, c’è un contatto sociale qualificato tra il privato e la pubblica

amministrazione, per cui sorgono degli obblighi di protezione del privato perché la P.A. è l’esperto

49 . Qualora vi sia una

in questa materia e per questo deve proteggere anche la posizione del privato

lesione di un interesse legittimo e quindi il sorgere di una responsabilità civile, vi è una lesione di

questi obblighi di protezione.

La situazione è assimilabile a quella che c’è tra privati nelle trattative che precedono la conclusione

di un contratto e quindi tale responsabilità è assimilabile alla responsabilità precontrattuale, perché

vi è un rapporto stretto tra privato e Amministrazione proprio per la presenza di questi obblighi di

partecipazione. L’art. 1218 regola la responsabilità contrattuale: “Il debitore che non esegue

esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che

l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da

Per cui il privato dovrà unicamente dimostrare il danno, l’illegittimità

causa a lui non imputabile”.

del provvedimento e il nesso di causalità, mentre la P.A. dovrà dimostrare l’assenza della colpa.

Questo ha un po’ sconcertato la dottrina civilistica perché il Consiglio di Stato si riferisce ad una

responsabilità precontrattuale assimilabile alla responsabilità contrattuale art. 1218, mentre per la

ex

decennale elaborazione giurisprudenziale della Cassazione la responsabilità precontrattuale è

assimilata responsabilità extracontrattuale, quindi si applica l’art. 2043.

Questa oscillazione è stata così forte che ha coinvolto anche la Cassazione che con la sentenza 157

50

del 2003 ha affermato che bisogna distinguere i rapporti tra privati e P.A. iniziati prima del 1990

da quelli successivi, perché nel 1990 c’è stata la legge 241 che fa da spartiacque:

prima del 1990 vigeva il principio di autorità, cioè non vi era nessun obbligo di partecipazione,

decideva la P.A. in maniera autonoma e qualora vi fosse stata una lesione, ci sarebbe stata una

situazione assimilabile a quella della responsabilità extracontrattuale;

dopo il 1990 sono sorti gli obblighi partecipativi a favore del privato (tra cui l’obbligo di avviso

di avvio del procedimento) e per questo la responsabilità diventa contrattuale.

In sintesi per la sentenza 157/2003 della Cassazione prima del 1990 la responsabilità della P.A. è di

natura extracontrattuale, per cui l’attore (il cittadino) deve dimostrare il danno, il nesso di causalità

e colpa, invece dopo il 1990 diventa contrattuale e quindi è il convenuto (cioè la P.A.) deve

dimostrare di essere esente da colpa.

Nel 2006 la Cassazione emana tre importanti sentenze, molto articolate, con le quali tenta di

51 affermando i seguenti principi di diritto:

risolvere la questione

1. La giurisdizione del giudice amministrativo sussiste in presenza di un concreto esercizio del

potere riconoscibile in base al procedimento svolto ed alle forme adottate in consonanza con le

cioè quando c’è un procedimento amministrativo.

norme che lo regolano,

2. Spetta al giudice amministrativo disporre diverse forme di tutela che l’ordinamento appresta

per le situazioni soggettive sacrificate dall’esercizio illegittimo del potere e tra queste forme di

Quindi il giudice amministrativo deve riconoscere al

tutela rientra il risarcimento del danno.

privato tutte le tutele dell’ordinamento giuridico e tra queste il risarcimento del danno.

3. Il giudice amministrativo rifiuta di esercitare la giurisdizione e la sua decisione a norma

dell’art. 362, comma 1 c.p.c., si presta a Cassazione da parte delle Sezioni Unite quale giudice

del riparto di giurisdizione, se l’esame nel merito della domanda autonoma del risarcimento del

49 Con questo passaggio il Consiglio di Stato si ricollega ad una teoria che aveva individuato degli obblighi di

protezione senza obbligo di prestazione, fatta da un professore universitario pochi anni prima con riguardo alla

responsabilità medica.

50 È la sentenza che risolve nel merito la controversia che aveva portato alla sentenza 500 del 1999 che era un

regolamento preventivo di giurisdizione affermando la giurisdizione del giudice ordinario che competente a conoscere

anche le domande di risarcimento del danno.

51 La Cassazione può entrare nel merito anche delle controversie amministrative solamente quando deve risolvere i

conflitti di giurisdizione, in quanto le sentenze del consiglio di stato sono impugnabili davanti alla Cassazione soltanto

qualora vi siano dei problemi di giurisdizione. 48

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx


PAGINE

49

PESO

452.89 KB

AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto Civile. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: La responsabilità è un termine generico e onnicomprensivo che indica la responsabilità civile, la responsabilità penale e la responsabilità amministrativa.
Nell’ambito della responsabilità civile, la summa divisio è:
responsabilità contrattuale,
responsabilità extracontrattuale (detta anche da fatto illecito o responsabilità aquiliana1)...ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Violante Andrea.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto civile

Riassunto esame Diritto Civile, prof. Costantino
Appunto
Diritto Civile
Appunto
Diritto Civile - I contratti
Appunto
Diritto civile - concetti generali
Appunto