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ESTRATTO DOCUMENTO

lo scopo della clausola non sarebbe realizzato. Nella specie il produttore ha creato un meccanismo

per cui la clausola viene rispettata formalmente, ma non sostanzialmente. Il produttore sta violando

la logica costitutiva del rapporto pattizio. Egli deve sopportare il costo del silenzio delle parti.

Volendo sintetizzare, in casi come questo c’è in grosso problema di integrazione del contratto; ed il

contratto non va considerato come un fatto, ma come un ordinamento. I giusnaturalisti dell’’800

intuirono proprio che di fronte al contratto l’ordinamento non può che recepirlo o meno.

Il contratto, dunque, non opera solo per quello che c’è scritto. Se così fosse, i costi di negoziazione

sarebbero insostenibili. Di qui la necessità di integrare il contratto.

CASO BERLUSCONI

Una volta stipulata una polizza vita (si tratta di una forma di investimento finanziario),

l’investitore può ritirarsi, pagando una somma di danaro.

Nel caso di specie un signore aveva stipulato una polizza vita con la Mediolanum (società la cui

grandezza fu dovuta a Emilio Doris, che avendo idee geniali per rivitalizzare le compagnie di

investimento finanziario riuscì in qualche modo a ottenere un colloquio con Berlusconi. Infatti

all’epoca dei fatti la Mediolanum era per il 50% di Berlusconi e per il 50% di Doris. Oggi essa

appartiene per circa il 50% ai risparmiatori, per il 25% circa a Berlusconi e per il 25% circa a

Doris).

Ad ogni modo, una società come la Mediolanum ha bisogno di una campagna pubblicitaria molto

aggressiva. E trovava supporto fortissimo in un’altra società, “Programma Italia”, la quale si

occupava di molte cose, ed in particolare curava la stipula di contratti per la società Mediolanum. Il

soggetto in questione scelse la Mediolanum proprio perché sollecitato in tal senso da un

intermediario di Programma Italia. Nel ‘93-’94 Berlusconi entra in politica; l’attività politica di

Forza Italia fu sostenuta da Programma Italia, con uomini e mezzi. Mediolanum, invece, non ebbe

mai nulla a che fare con l’attività politica di Berlusconi. Il contraente sostenne di essere, su tali basi,

associato politicamente a Berlusconi e di finire, seppur indirettamente, per finanziare il partito di

costui, cosa che reputava inaccettabile. E, tra recedere dal contratto (soluzione costosa) e chiedere la

risoluzione per inadempimento, optò per la seconda possibilità. Egli affermò che la sua libertà di

associazione politica fosse pregiudicata dal momento che Mediolanum si serviva di Programma

Italia come intermediario.

Domanda: ci può essere scritto qualcosa in merito sul contratto? Ovviamente no, né ci può essere

una precisa norma di legge. Allora non resta che la via dell’autointegrazione. Ma certo non

l’autointegrazione del contratto: l’ordinamento pattizio non è lacunoso; semplicemente non

potrebbe mai occuparsi della libertà di associazione politica del contraente, poiché il contratto è un

contratto finanziario. Dunque ciò che nel caso Celentano era possibile, nel caso Berlusconi non è

possibile. A una soluzione si potrebbe arrivare solo auto-integrando l’ordinamento legale. E’

comunque certo che il richiamo dell’art.18 della Cost. è errato; non è un’argomentazione seria.

CASO FIUGGI

(…) <= Fatto. Esso si può risolvere sviluppando la logica dell’ordinamento pattizio.

Non occorre confondere i casi in cui c’è bisogno di una autointegrazione dell’ordinamento

generale dai casi in cui occorre una autointegrazione dell’ordinamento pattizio: ci sono lacune

colmabili solo con l’autointegrazione dell’ordinamento pattizio e lacune colmabili solo con

l’autointegrazione dell’ordinamento generale. Il contratto non è un mero fatto: è un fatto che crea

una regola. E l’ordinamento generale come tale lo deve trattare, consentendone l’autointegrazione.

CASO DELL’ASSEGNO PRIVO DELLA FIRMA DI GIRATA

Antefatto verosimile: Rossi e Bianchi pongono fine a una controversia stipulando per iscritto un

contratto di transazione in forza del quale Bianchi si obbliga a pagare entro il 25/03/2003 100.000

euro. La controversia risale in verità a fine anni ’60. Il 25/03 nel primo pomeriggio Bianchi si reca

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dal suo avvocato, Caio, gli rilascia un assegno di 100.000 euro, e lo prega di fare avere questo

assegno all’avvocato della controparte, il cui studio si trova a 50 metri di distanza. L’avvocato di

Rossi, Tizio, che ha ricevuto l’assegno, chiama il proprio cliente e gli consegna l’assegno. I due

scoprono che l’assegno è intestato all’avvocato Caio, il quale non ha apposto la firma di girata.

L’indomani agiscono in giudizio per ottenere un decreto ingiuntivo.

Ora: essi avrebbero potuto telefonare per vedere se la mancata apposizione della firma era stata

volontaria o meno: l’ora lo consentiva. Fu fatta opposizione al decreto ingiuntivo. C’erano tutti i

presupposti per il decreto ingiuntivo, anche la sua prova scritta. Ma il giudice non lo concesse.

Vediamo perché il caso è interessante. Dal punto di vista degli interessi in gioco, quale potrebbe

essere l’unica ragione che giustifica il comportamento del giudice in quella che a prima vista

sembra essere la disapplicazione di una norma giuridica? Ebbene, il giudice ha fatto questa

valutazione: per il creditore non era certo un grosso costo accertare il significato della mancanza

della firma di girata. Ed accertata la situazione, avrebbe eventualmente ottenuto subito la somma

dovuta. Con un sacrificio irrilevante avrebbe fatto gli interessi della controparte, che altrimenti

avrebbe ricevuto un danno: in ogni caso un danno alla propria onorabilità; ancor peggio ove si

trattasse, per esempio, di un commerciante, senza dire delle spese della procedura esecutiva avviata

col decreto ingiuntivo.

Queste considerazioni sono indiscutibili in fatto, ma come possono penetrare nell’ordinamento e

convertirsi in diritto? Il giudice ha violato l’articolo 12 delle preleggi o meno?

“Ai fini della ricostruzione della dialettica degli interessi in conflitto basta osservare che sarebbe

stato semplicissimo accertare se si fosse in presenza di un gioco preordinato all’inadempimento

ovvero di una svista alla quale si sarebbe potuto rapidamente porre rimedio. In concreto avvenne

che il creditore diede mandato all’avvocato di agire immediatamente per avere un decreto

ingiuntivo; decreto che su opposizione del debitore poi non fu concesso dal giudice, che valorizzò

l’osservazione di cui sopra relativa alla dialettica degli interessi in gioco. Si tratta adesso di sapere

se la decisione del giudice, che imputò al creditore di non aver posto in essere una condotta per lui

di scarso sacrificio al fine di tutelare gli interessi della controparte, debba essere valutata in termini

di un puro giudizio di equità o sia invece riconducibile all’interno del sistema normativo dato”.

Di recente la Cassazione ha operato similmente nei confronti di un creditore che aveva

moltiplicato i decreti ingiuntivi, agendo separatamente per varie frazioni della somma

complessivamente dovuta.

Ipotizziamo che nell’ordinamento ci sia un criterio di autointegrazione dell’accordo pattizio. Si

può arrivare alla conclusione del giudice, utilizzandolo? Ovviamente, no. Chiaramente non si può

pensare che autointegrando un contratto di transazione si possa ricavare qualcosa in merito al nostro

problema. Non ci si può arrivare nemmeno con l’analogia. Segnaliamo incidentalmente che le

analogie spesso non funzionano perché non si individuano correttamente i settori dell’ordinamento

le cui logiche occorre sviluppare. Infatti l’analogia è un’autointegrazione di settori specifici

dell’ordinamento, non dell’ordinamento in genere.

Ad ogni modo, e tornando al nostro problema principale, come risolverlo? Non possiamo servirci

delle norme sul decreto ingiuntivo. Ma del 1175: “Il debitore e il creditore devono comportarsi

secondo le regole della correttezza”. Esso un tempo faceva riferimento alla solidarietà corporativa.

Il significato della norma non è che non si possono chiedere i soldi al debitore se sua moglie sta

male. Significa invece che se da una condotta del creditore implicante un sacrificio minimo

deriva un grande beneficio per il debitore, il creditore deve uniformarsi a tale condotta.

Riempire questa norma con il richiamo alle norme della Costituzione, invece, la svuota di senso.

Operazione che iniziò Rodotà, ma con un preciso disegno politico in mente, e poi ripresa e invalsa

nella giurisprudenza. Occorre invece darle il contenuto minimo con il quale è nata: imporre a

creditore e debitore comportamenti non specificamente indicati né dal contratto né

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dall’ordinamento. Il concetto è che creditore e debitore non sono l’uno in guerra con l’altro. E tale

idea ben si concilia sia con l’ideologia fascista, che ingloba entrambi nel corporativismo, sia con lo

stato liberale e l’economia di mercato, in cui gli operatori economici competono sì gli uni con gli

altri, ma in una lotta che non può essere condotta irrazionalmente, ma deve consentire il

funzionamento del sistema. Dunque la correttezza non esprime l’intervento dello stato in senso

corporativo, e rientra nella logica di un’economia di mercato purché non precapitalistica, in cui cioè

non si lotti irriducibilmente gli uni contro gli altri. La norma del 1175 diviene invece priva di senso

se collegata al 2 della Costituzione. Se c’è un modo di svilire la Costituzione, è usarla così. Il suo

articolo 2 non serve certo a queste sciocchezze. La “correttezza” nel senso che stiamo dicendo non

incide sul patrimonio dei soggetti (cosa che invece può fare l’articolo 2 della Costituzione). Serve

solo ad evitare conflitti inutili.

CASO DEL DIRITTO DI PRELAZIONE DI CUI NON È INDICATO IL TERMINE

È stipulato un contratto con cui viene concesso a un soggetto un diritto di prelazione contro un

corrispettivo. In questo contratto non è stato indicato un termine. C’è una lacuna. Qualcuno ha

pensato di fare ricorso al 1183 (Tempo dell’adempimento: “Se non è determinato il tempo in cui la

prestazione deve essere eseguita, il creditore può esigerla immediatamente. Qualora tuttavia (…) sia

necessario un termine, questo, in mancanza di accordo delle parti, è stabilito dal giudice (…)”). Ma

tale articolo stabilisce il momento in cui un obbligo diventa esigibile. Noi al contrario ci stiamo

chiedendo quanto duri il vincolo (ossia quando l’obbligo cessa di essere esigibile). In astratto sono

prospettabili le seguenti soluzioni:

il vincolo dura in perpetuo (soluzione palesemente non ammissibile);

- il contratto è nullo;

- il termine lo stabilisce il giudice, ma in base ad altra norma.

- È palese come in questo caso il giudice per stabilire il termine debba usare la logica del contratto.

Ma non come nel caso Celentano, dove l’operazione era immediata. Qui il giudice dovrà procedere

un po’ a caso, cercando di distribuire tra le parti il costo del loro silenzio in maniera equilibrata. E

dovrà tener conto dell’esistenza di un corrispettivo. Questa è l’equità. Nel caso Celentano lo

strumento era la buona fede. Nel caso della transazione ci siamo serviti della correttezza. Si veda

il 1374.; nel caso del preliminare dell’analogia. Quelle appena menzionate sono parole che

rimandano a criteri diversi, ciascuno dei quali ha un proprio autonomo campo di applicazione.

L’analogia (insieme alla correttezza) è uno strumento di autointegrazione degli ordinamenti.

La buona fede è uno strumento di autointegrazione del contratto.

Anche l’equità è uno strumento di autointegrazione del contratto, per casi in cui il costo della

lacuna non può essere imputato a uno solo dei contraenti, e va distribuito tra essi. Attraverso

l’equità non si deroga alla legge, ma si dà a ciascuno secondo i propri “meriti”. La formula di cui

all’articolo 1371 chiarisce in certa misura cosa sia l’equità. Tale norma analizza l’ipotesi che un

problema sia stato regolato, ma non si capisce come: “Qualora, nonostante l’applicazione delle

norme contenute in questo capo, il contratto rimanga oscuro, esso deve essere inteso nel senso meno

gravoso per l’obbligato, se è a titolo gratuito, e nel senso che realizzi l’equo contemperamento degli

interessi delle parti, se è a titolo oneroso”: allora se il contratto è a titolo oneroso, entrambe le parti

sopportano i costi della pessima redazione. Se è a titolo gratuito, il costo dell’oscurità va a carico

del donatario.

Stesso discorso vale per l’integrazione del contratto: ci sono casi in cui né analogia, né correttezza,

né buona fede ci aiutano a colmare la lacuna. In questi casi la sanzione della nullità è eccessiva.

Occorre allora distribuire su entrambe le parti equilibratamente il costo della lacuna. Dunque buona

fede ed equità sono tecniche di integrazione dell’ordinamento pattizio, analogia e correttezza

sono tecniche di integrazione dell’ordinamento generale.

Tutti questi meccanismi nascondono una ideologia precisa. Essa è la logica di una società precisa

in un momento storico preciso. 12

Nel caso Fiuggi la motivazione fornita dalla Cassazione è scandalosa, anche se la soluzione cui

arriva è corretta. Nel caso Celentano la sentenza è costruita in modo ineccepibile, ma c’è un errore.

Nel caso Berlusconi, siamo di fronte a un provvedimento politico. Il giudice ha risolto il caso in

base alla buona fede. L’unica via poteva essere semmai quella delle norme costituzionali. Al caso

del preliminare si deve pensare tenendo conto del 1464.

[Altri suggerimenti sul caso del preliminare].

Nel caso in cui il fondo da rustico diventa edificabile non è sicuramente applicabile l’art.1497 in via

diretta. La tesi per cui il promissario acquirente ha ragione è giusta. Ma non si può argomentare ex

art.1465. Il nostro codice ha previsto qualcosa di ben diverso. Il contratto è in vita, anche se è

inadempiuto. Non si può dire che l’oggetto è impossibile in un sistema come il nostro dove se

residua qualcosa del bene l’annullamento del contratto non è possibile.

Il 1497 riguarda l’assenza originaria delle qualità. Si tratta di fatti sopravvenuti, in questo caso.

Scartare la formula del perimento totale.

CASO DEL PRELIMINARE (il fondo da edificabile diventa inedificabile)

Ci dobbiamo porre due problemi:

1) Su chi deve gravare il costo del silenzio delle parti?

2) Ed eventualmente, qual è il tipo di tutela che dobbiamo riconoscere al promissario acquirente?

Vediamo di rispondere alla prima domanda. Posto che il contratto non dice niente, verifichiamo se

c’è nel codice qualche norma direttamente applicabile. Essendo a prima vista di fronte ad una

impossibilità parziale della prestazione, potremmo pensare al 1464 (relativo all’impossibilità

parziale nella compravendita). Tuttavia la nostra fattispecie non rientra puntualmente nella

previsione di questa norma, la quale si riferisce ad una impossibilità di tipo fisico-naturalistico. A

conferma di questa idea, leggiamo il primo comma del 1258 (relativo, più in generale,

all’impossibilità parziale della prestazione dedotta in obbligazione): esso fa riferimento alla “parte

dell’obbligazione che è rimasta possibile”. Il secondo comma, poi, fa addirittura riferimento al

“deterioramento” della cosa, e depone ancora nello stesso senso. Dunque il tipo di ipotesi che ci

occupa non è direttamente disciplinato da queste norme.

Potremmo pensare di applicare il 1464 in via di estensione analogica. Preliminarmente,

chiediamoci se ciò sarebbe concretamente possibile. Uno dei requisiti dell’analogia è una lacuna del

diritto scritto. In presenza di una norma come il 1372 (Il contratto non può essere sciolto che per

mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge), che contiene una regola di tassatività dei casi di

scioglimento del contratto, è possibile parlare di lacuna? Dipende da come lo interpretiamo (i

giudici tendono a fare rientrare direttamente una serie di casi entro norme di legge in realtà

inappropriate per non porsi sottoproblemi come questo). Se lo interpretiamo nel senso che il

contratto non può essere sciolto che per cause prevista da precise disposizioni di legge, dobbiamo

giungere alla conclusione che non ci può essere una lacuna, e che non possiamo conseguentemente

dare ingresso all’analogia. Ma contro questa conclusione possono essere mosse due considerazioni:

1) formule come questa non possono essere meccanicamente applicate. L’interpretazione letterale

non chiude mai il procedimento interpretativo, nemmeno di fronte a formule così cogenti. In

particolare, ci sono casi che il legislatore non poteva prevedere.

2) Inoltre, se si confronta la formula del 1372 con altre formule (es: 1350 n.13-“gli altri atti

specialmente indicati dalla legge”; 2908-“nei casi previsti dalla legge”; ma si vedano anche le

norme sui privilegi speciali), si rileva che essa è ancor meno cogente di queste ultime.

In particolare, per svolgere l’argomento sub 1), va sottolineato che tutto il sistema del codice è

stato costruito come se il contratto preliminare non esistesse. C’è una ragione storica: il codice

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napoleonico conteneva una norma: “la promessa di vendita vale vendita”. Per questo ci volle molto

coraggio ad introdurre nei codici la figura del contratto preliminare. La previsione del codice

napoleonico aveva elevato a modello legale una clausola particolare invalsa nella prassi. Infatti un

tempo era sconosciuta la vendita a effetti reali, e ciò comportava irrazionalità del sistema. Per

questo il legislatore del codice napoleonico contiene quella norma, onde evitare qualsivoglia dubbio

sugli effetti reali della compravendita. Poi, a fine ‘800 si “riscoprì” la promessa di vendita, nella

veste di contratto preliminare, e con una funzione ignota rispetto al passato. Ecco spiegate le

difficoltà a disciplinare il preliminare nel codice civile. Da quanto detto sopra, è sicuro che circa i

problemi relativi al preliminare ci sia una forte lacuna del diritto scritto. Dunque se il giudice

non vuole costruire operazioni arbitrarie, deve senz’altro ammettere che il problema non rientra

direttamente in nessuna norma del codice. E tuttavia l’analogia non si può considerare preclusa dal

1372.

Posta questa premessa, possiamo entrare nel cuore del problema posto dalla domanda sub 1) (vedi

supra). Essa si riduce a un’alternativa: lasciare che operi l’autoresponsabilità, e che il costo del

silenzio delle parti gravi sul soggetto su cui si è materializzato (il promissario acquirente) ovvero

dare ingresso all’analogia, e concedere una tutela al promissario acquirente. Orbene, il codice, agli

artt.1463-1464 suggerisce che il costo del silenzio delle parti debba cadere sul promittente alienante

nel caso in cui la cosa perisca parzialmente. Dunque l’opzione dell’estensione analogica di

questa regola anche al caso di specie rende coerente il sistema. Altrimenti, si verificherebbe un

paradosso: l’alterazione del contratto in quanto fonte di un assetto quantitativo del patrimonio (es:

sopravvenuta un’eruzione, una colata lavica viene a ricoprire metà del fondo indicato nel

preliminare) farebbe scattare il meccanismo di cui ai predetti articoli; ove invece fosse altresì

alterato il contratto in quanto fonte di un assetto qualitativo del patrimonio (è questo il caso di

specie) tale congegno non opererebbe. Quindi non estendendo la logica delle regole di cui agli

artt.1463-1464 renderemmo intrinsecamente contraddittorio l’ordinamento.

Ci resta però ancora da affrontare il secondo problema. Le possibilità in astratto sono 3.

a) Lo scioglimento automatico del contratto.

b) Il promissario acquirente può scegliere tra risoluzione e mantenimento del contratto.

c) Il promissario acquirente può scegliere tra risoluzione e mantenimento del contratto dietro

riduzione del corrispettivo.

La soluzione sub a) è certamente assurda. Infatti, in astratto è ben possibile che il promissario

acquirente voglia comunque acquistare al prezzo pattuito. La risoluzione automatica ha senso solo

in casi ove si verificherebbe altrimenti un arricchimento ingiustificato poiché il venditore

conserverebbe il diritto al corrispettivo pur senza dover dare nulla in cambio (ipotesi di

impossibilità totale, 1463).

Scegliere tra le restanti alternative equivale a chiedersi se occorre estendere analogicamente

l’intero 1464 o solo una parte. In linea generale, i giudici escludono la soluzione sub a). E, pur

essendo in gioco una modificazione qualitativa così forte, sono restii ad ammettere il diritto a tenere

in vita il contratto dietro riduzione del corrispettivo. La vera ragione è un pregiudizio della

Cassazione: essa non ha ancora accettato l’idea che questi problemi si risolvono applicando le

norme sulla compravendita. [Si tratta di un pregiudizio per cui la Cassazione impiegò 45 anni su un

problema di fondo, che poi risolse dando una qualificazione tecnica sbagliata, il che produce

strascichi negativi persino oggi (?)]

A optare per la soluzione sub c), ci si potrebbe esporre alla seguente osservazione: non si consente

così al promissario acquirente di porre in essere un operazione economica diversa da quella

pattuita? Il promissario acquirente aveva giuridicizzato un interesse di tipo diverso (vero è che se

costui vuole acquistare comunque il fondo è di certo perché pensa di farlo ridivenire edificabile, ma

questo ai nostri fini non ha importanza). Le norme sull’impossibilità parziale sacrificano il

debitore: egli può essere costretto dalla scelta del creditore ad adempiere per la parte di prestazione

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ancora possibile ricevendo in cambio un corrispettivo ridotto: quando la prestazione diventa

parzialmente impossibile, il venditore non ha il diritto a risolvere il contratto lamentandosi

del fatto che la situazione non è più quella originaria e non riceverà più dunque l’intero

prezzo per cui ha stipulato il contratto. Infatti, nel modello del 1464 il debitore in tanto è

sacrificato in quanto permanga in vita la stessa logica dell’operazione a suo tempo prospettata. Il

1464 disciplina cioè l’ipotesi in cui il contratto si sia modificato solo sotto l’aspetto quantitativo,

non anche qualitativo. Si può sacrificare il debitore anche quando il contratto si sia modificato

anche sotto l’aspetto qualitativo? Il 1464 non è una norma innocua, e si può pensare di fare operare

questo meccanismo solo quando non si sia modificata l’operazione economica. A questo proposito,

si consideri la differenza tra il 1492 ed il 1497. Il 1492, in materia di garanzia per i vizi, concede al

compratore la scelta tra la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo, sul presupposto

che permanga l’identità funzionale. Ove invece manchino le qualità promesse o quelle essenziali

per l’uso a cui la cosa è destinata, il 1497 prevede solo la risoluzione.

Se queste considerazioni fossero definitive, la Cassazione avrebbe ragione a non concedere la scelta

di cui sopra.

CASO BERLUSCONI (a cura del dott. Mauceli)

Nell’ordinanza si seguono e si confondono due linee argomentative diverse: l’una (a) è relativa alla

distrazione dei fondi destinati all’oggetto sociale per l’esercizio di un’attività politica; l’altra (b)

concerne l’asserita violazione di norme costituzionali.

A) Occorre indagare le caratteristiche del fatto, al di là dei nomi e dell’identità delle parti. Non è

vero che la Mediolanum Vita abbia finanziato Forza Italia. Se l’avesse fatto, avrebbe violato la

legge 742/’86 (che vieta alle compagnie assicurative il perseguimento di scopi diversi da quelli

previsti dalla legge e dallo statuto). In questo caso non rileverebbe nemmeno l’ammontare della

distrazione. Ci sarebbe in ogni caso inadempimento. Invece, la Programma Italia acquisiva le

polizze assicurative: essa è un procacciatrice di affari. La Mediolanum Vita versava in

corrispettivo delle provvigioni, che alimentavano gli utili di Programma Italia. La quale poi può

disporre dei suoi utili come meglio crede. In un passo dell’ordinanza, in particolare, il giudice

sembra alludere ambiguamente a una distrazione di fondi: “corrispettivi versati (…) non

esclusivamente destinati alla suddetta acquisizione”. Il giudice sembra affermare che la

Mediolanum Vita dava i corrispettivi per le provvigioni, ma anche una somma ulteriore. Se ciò

fosse vero, ci sarebbe una distrazione di fondi ed il conseguente inadempimento. Ma in questo

caso il giudice non si sarebbe potuto limitare a questo ambiguo richiamo. Evidentemente, però,

la circostanza non risultava provata. Altrimenti il giudice si sarebbe potuto appagare di questa

considerazione.

B) Affrontiamo questo punto partendo da un esempio molto icastico. Se compro un’auto da una

concessionaria il cui titolare poi, col corrispettivo da me versato, compra droga da spacciare,

posso perciò stesso essere considerato un delinquente? Evidentemente no. Non potrei certo

ottenere per questo la risoluzione del contratto! La buona fede, allora, qui è tirata in ballo

eversivamente, come mezzo per pervenire a un risultato cui non si potrebbe mai pervenire

attraverso alcuno strumento normativo.

Alcune considerazioni extravaganti e conclusive su questo caso.

Non si può passare sotto silenzio che Pedrazzoli sia un prof. di diritto del lavoro notoriamente di

sinistra ed antiberlusconiano. Nel provvedimento si legge poi che la M.V. sia controllata da

Berlusconi; in verità essa apparteneva all’epoca dei fatti per il 50% a Doris.

Il problema che poteva rilevare era come fossero investiti i fondi di M.V., non gli utili di

Programma Italia. 15

A voler trarre qualche conclusione di ordine più generale: il metodo da seguire quando ci si trova

di fronte a una lacuna contrattuale è chiedersi quali siano tutti i criteri invocabili per dare rilevanza

giuridica a un interesse. Per dare rilevanza ai suddetti interessi è opportuno seguire l’ordine che

emerge dal 1374 c.c. Comunque è difficile chiarire i confini degli ambiti di applicazione dei diversi

criteri di integrazione del contratto.

CASO DEL PRELIMINARE DI VENDITA DI TERRENO CHE DA RUSTICO DIVENTA

EDIFICABILE

Metodologicamente, il problema va affrontato così: l’accordo non dice nulla, e nemmeno la legge

si occupa dell’ipotesi, in via diretta. In particolare, nulla dicono le norme del codice in materia di

preliminare, né quelle che formano la disciplina generale del contratto, né quelle relative alla

disciplina generale delle obbligazioni. Cerchiamo allora qualcosa nelle norme locali. La fattispecie

non rientra puntualmente nella previsione del 1464, poiché esso si riferisce ad una impossibilità di

tipo fisico-naturalistico, senza dire che nel caso che ci occupa ci troviamo di fronte ad un

incremento del valore della prestazione, non ad una perdita del valore di essa per l’acquirente. Tutto

ciò ci consente di affermare che c’è una lacuna dello specifico sistema di regole dell’ordinamento.

Qui non c’è una norma estensibile analogicamente. In particolare, in tutto il sistema del codice,

l’unica ipotesi di risoluzione del contratto a favore del debitore è quella dell’eccessiva onerosità

sopravvenuta. Ma il codice non conosce una figura generale di risoluzione a favore del debitore.

Qui si tratta di andare oltre il sistema del codice. L’idea di fondo da assimilare è che anche

questioni microtecniche possono porre difficoltà enormi, quando non ci sono norme da

attivare.

Non abbiamo altra scelta che servirci dell’analogia juris, a proposito della quale va precisato che se

diamo all’espressione “principi generali dell’ordinamento” un significato forte, non ce ne facciamo

niente. Le strutture fondamentali dell’ordinamento qui non ci possono aiutare.

Il codice è per definizione lacunoso. Ha molte imperfezioni. L’interprete ci può mettere sempre le

mani: così facendo svolge un compito che gli compete fino in fondo. Purché la sua attività consista

nello sviluppo della logica del sistema dato, e non nel cercare di fare ciò che vuole.

Se concediamo al venditore la scelta tra ottenere la risoluzione del contratto o il suo mantenimento

in vita con adeguamento del prezzo, gli attribuiamo il diritto a provocare uno scambio coatto. Si

tratta di un meccanismo che non è previsto dal codice. È presente solo nelle clausole di taluni

contratti internazionali. Molti libri stanno cercando di estendere questo meccanismo ad altri casi.

Prima o poi qualche giudice accoglierà questo orientamento, c’è da scommetterci, e questa

soluzione si estenderà a macchia d’olio. A seguire questa tesi, si attribuisce al promittente venditore

un beneficio derivante dalla circostanza sopravvenuta. Ma si tratta di uno scambio che tipicamente

il compratore mai e poi mai avrebbe accettato, e che non ha i soldi per effettuare. Quello che si può

concedere al promittente alienante è solo il diritto alla risoluzione del contratto.

E se per avventura il promissario acquirente è disposto a comprare lo stesso adeguando il prezzo? Si

può applicare il meccanismo previsto nel caso della risoluzione per onerosità sopravvenuta? Si può

dare al creditore il diritto a realizzare un’operazione economica diversa da quella pattuita? C’è

un’obiezione. Questo diritto è forse riconosciuto al creditore dal 1464? No: poiché esso riguarda

solo i casi di modificazione dell’assetto quantitativo degli interessi. Certo, possiamo ipotizzare che

un miliardario pazzo che non sa come buttare i propri soldi voglia comunque comprare il terreno

per piantarci comunque orchidee, ma il diritto deve occuparsi dell’id quod plerumque accidit. Il

mondo del diritto è il mondo di ciò che è prevedibile statisticamente. Le regole del diritto devono

essere costruite svolgendo significati socialmente tipici.

CASO DELLA VENDITA A EFFETTI DIFFERITI AL DECORSO DI UN TERMINE DI

FONDO CHE DA RUSTICO DIVENTA EDIFICABILE

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Dobbiamo chiudere coerentemente il sistema per realizzare una correlazione tra rischi e vantaggi

(costi-benefici): si tratta di una dialettica che non può essere scissa. Tale dialettica va applicata a

una struttura del codice. Stiamo potenziando la portata del 1465,2 e del 1464, iscrivendola in questa

necessaria correlazione.

CASO DELLA LOCAZIONE PROROGATA

Era stato pattuito un solo canone, non più canoni da pagare periodicamente. Esso era stato pagato

per metà alla stipula del contratto; l’altra metà doveva essere pagato all’inizio del rapporto. Dal

punto di vista letterale il rischio sembra essere regolato in contratto. Se applicassimo alla lettera il

disposto del contratto, dovremmo sostenere che quello di specie è un caso regolato. Ma applicando

il criterio ermeneutico di cui all’art.1362 così come l’art. 1366 (si ribadisce che per buonafede si

intende l’interpretazione che darebbe il contraente onesto e leale) dobbiamo concludere che si tratta

di un caso non regolato in contratto. A questa conclusione si arriva anche applicando l’art.1363, in

virtù del quale le clausole di un contratto devono essere interpretate nel senso più favorevole alla

parte che non le ha poste.

Si trattava, quindi, di un evento non previsto in contratto. D’altra parte, se le parti avessero

previsto che le proroghe ex lege sarebbero durate 20 anni non avrebbero mai stipulato il contratto;

ed il conduttore non avrebbe mai pagato metà del corrispettivo subito. Così disse anche la

Cassazione. Nemmeno le norme sulla locazione ci dicono nulla. Andiamo alla disciplina generale

del contratto: il 1464 non ha a che fare con il problema. Ma nemmeno il 1463 è applicabile: infatti

la proroga legale era reiterata di anno in anno. L’errore della Cassazione comincia qui. I giudici,

preso atto di quanto visto sopra, non hanno saputo che fare. Il codice non dà nessuna soluzione. I

giudici hanno operato come se ci fosse un silenzio assoluto dell’ordinamento.

La tesi che faremo operare in questo caso non è chiaro se l’ha formulata per primo Sacco nel ’75 o

Belfiore nell’’89. Si può applicare il 1256? Ammettiamo di sì. In questo caso, il contratto si

risolverebbe ex 1463. Non ci sarebbe lacuna nell’ordinamento. Ora, a parte il fatto che questa

soluzione è inaccettabile, non si capisce, nel ragionamento di Carnevali, perché non si potrebbe

applicare in via diretta il combinato disposto di 1256 e 1464, e soprattutto non si capisce perché

bisogna farlo in via analogica.

Con la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta il locatore non avrebbe la tutela che

vorrebbe, poiché la controparte riconducendo il contratto ad equità potrebbe tenerlo ancora in vita.

Infatti tale domanda era subordinata, quella principale era un’altra, che per ora Belfiore non ci vuole

rivelare. Possiamo comunque chiederci se il 1467 fosse effettivamente applicabile al caso di specie;

trascorsi 18 anni, infatti, ben potrebbe avvenire che il contratto diventi svantaggioso. Esso tuttavia è

inapplicabile per le ragioni già esposte a suo tempo. Sarebbe inoltre inapplicabile ove si accettasse

la tesi di Carnevali secondo cui la risoluzione ex art. 1467 non può essere richiesta ove una delle

due prestazioni sia stata già eseguita (ma Belfiore, che non condivide la tesi ora esposta, si

domanda: che fare in caso di esecuzione parziale della prestazione?)

Ora collegando il disposto di cui all’art. 1256,2 con l’art. 1463 (impossibilità totale) potremmo ben

affermare che, non ritenendosi il debitore più obbligato a eseguire la prestazione, la prestazione è

divenuta ormai impossibile. Ora, per non applicare l’art. 1463 dovremmo operare una

interpretazione antiletterale degli art. 1256 e 1463.

Apriamo una piccola parentesi sul concetto di causa nel contratto. In essa non è contenuto alcun

principio fondamentale dell’ordinamento economico. Basti pensare che Germania e Italia hanno

sistemi relativi alla causa tra di loro opposti, pur avendo sistemi economici identici.

Ritorniamo ora al problema della locazione. Supponiamo che l’immobile sia crollato per un

terremoto. In questo caso il contratto è risolto, ed è facilmente individuabile il momento in cui si

produce la risoluzione del contratto. 17

Nel caso dell’impossibilità temporanea, invece, il problema che ci si presenta è relativo

all’individuazione del momento a partire dal quale il vincolo è divenuto ‘intollerabile’.

Primariamente possiamo osservare che il 1256 si riferisce a una obbligazione intesa in sé e per sé,

non inserita in un contratto a prestazioni corrispettive. Supponiamo che il locatore, anziché fare un

contratto di locazione, si sia impegnato a dare il bene in comodato (anche se secondo Belfiore

sarebbe un negozio invalido). E’ chiaro come in questo caso la nozione di ‘intollerabilità’ sarà ben

diversa. Allo stesso modo supponiamo di trovarci in un sistema in cui i canoni di locazione non

aumentano, ma diminuiscono (ciò potrebbe avvenire nel caso in cui l’inflazione sia uguale a zero e

lo stato porti avanti politiche edilizie di ampio raggio). In questo caso si può ragionevolmente

presumere che il locatore non avrebbe agito.

Concludendo bisogna comprendere come la ‘tollerabilità’ debba essere valutata in relazione

alla controprestazione.

Nel caso che stiamo analizzando a lamentarsi sarebbe potuto essere il conduttore, ma non lo ha

fatto perché già metà del corrispettivo era stato pagato. E quindi gli restava poco da pagare. Ma se il

corrispettivo fosse stato alto sarebbe stato quest’ultimo ad agire in giudizio.

Allora il giudizio circa l’intollerabilità del vincolo muta a seconda che consideriamo

l’obbligazione inserita in un contratto a prestazioni corrispettive o meno. Nel primo caso dobbiamo

rifarci alla valutazione delle parti. Invece, interpretando alla lettera il 1256 si finirebbe per trattare le

due ipotesi allo stesso modo. In definiva occorre accettare l’idea che è impossibile prendere troppo

sul serio il 1256 e il 1463. Ove lo si facesse daremmo origine a un sistema irrazionale che riserva un

uguale trattamento l’impossibilità naturalistica e l’impossibilità temporanea in un contratto a

prestazioni corrispettive. Si tratterebbe di introdurre in entrambi i casi una ipotesi di scioglimento

automatico. Ma una tale idea è accettabile ove ci sia un indice obiettivo univoco che ci segnali

la sopravvenuta inutilità del contratto. Solo ove ciò non sia possibile, occorre rimettere la

valutazione all’interessato. E ciò lo si può postulare solo adottando una interpretazione restrittiva (e

in parte antiletterale) del testo.

A questa tesi si può muover come obiezione il fatto che nella sostanza si andrebbe a riscrivere una

norma del codice sol perché non la si condivide. Ma l’obiezione è infondata. In primo luogo si può

osservare che attraverso l’operazione che proponiamo non si modifica il sistema di valori del

codice, ma li si applica in maniera più coerente.

Inoltre, ai sensi del 1464, nei contratti a prestazioni corrispettive il debitore non può eseguire la

prestazione se il debitore non lo vuole, a differenza di quanto prescrive il 1258,1 in materia di

obbligazioni in sé e per sé considerate. Da ciò si desume dunque che la disciplina

dell’obbligazione in sé deve mutare se essa è inserita in un contratto a prestazioni

corrispettive. Quindi anche per il 1256 e il 1463 dovremmo portare avanti un’operazione simile.

Vi è tuttavia un altro argomento forte che ci convince a operare una interpretazione antiletterale,

che ritroviamo nella storia del 1256. Essa è una norma che fu originariamente da un compilatore

incompetente; poi qualcuno dovette metterci una pezza. Ma non riuscì a rendere il sistema razionale

fino in fondo. Si trattava di una norma che all’origine fu scritta per il creditore. Si tratta peraltro di

un’invenzione del legislatore del 1940: l’impossibilità temporanea non era prima prevista, e ciò

giustifica anche l’ampia letteratura in materia. Ora il riferimento alla ‘natura dell’oggetto’ aveva un

senso nella formulazione originaria della norma, che negava sempre rilevanza all’impossibilità

temporanea, tranne nel caso in cui vi fosse stato fissato un termine essenziale per l’adempimento

dell’obbligazione (questo la formulazione originaria prevedeva esplicitamente). E nel caso di

termine essenziale, si conosce esattamente il momento in cui sorge l’impossibilità.

Il codice attuale non è quello che fu firmato dal Re. Dopo l’approvazione, infatti, il ministro

Grandi riunì sette eminenti giuristi dando loro il compito di sanare le defaillance dello stesso.

Evidentemente l’art. 1256 fu in questa sede stravolto, e ciò giustifica la versione attuale dello stesso.

Non è quindi assurdo che si dia luogo a una interpretazione antiletterale, che parta dal presupposto

che il codice è essenzialmente un sistema di senso.

18

Una volta sancita la legittimità di una tale operazione, occorre creare una sorta di art. 1464 bis con

cui riscrivere il 1256,2.

CASO CELENTANO

Il caso si potrebbe risolvere facilmente applicando l’art. 1362, prendendo cioè in considerazione la

comune intenzione delle parti. Ma tale criterio non è applicabile, in quanto attraverso

l’interpretazione si suole (e si può soltanto) supplire a una volontà mal formulata, non mal formata.

Nella sentenza ci sono due indici univoci che la volontà è stata mal formata. Uno è ammesso dagli

stessi avvocati, che non si lamentano dell’utilizzo dell’immagine, ma del suo “uso eccessivo”. Ciò

significa che quando hanno scritto le clausole che prevedevano la penale, non intendevano riferirsi

all’immagine. L’altro lo deduciamo dalla sentenza d’appello, che aveva dato torto al Celentano per

il comportamento da questi messo in atto successivamente alla stipula del contratto. Quello che

occorre vedere è se l’art.1375 sia stato applicato in maniera appropriata.

Ora il giudice, escludendo che la controversia fosse risolvibile a favore di Cementano sulla base

delle norme di interpretazione del contratto, ha agito correttamente. Quanto alla buona fede, la

Cassazione si esprime in modo criptico: grossomodo afferma che tramite la buona fede possono

avere ingresso obblighi non pattuiti, a condizione però che l’interesse sia comunque pattiziamente

tutelato.

Ora, che senso ha sostenere che non si altera il programma negoziale (cioè il contenuto

precostituito dell’accordo) lasciando entrare obblighi nuovi? In tale affermazione c’è chiaramente

qualcosa di contraddittorio, perché in questo modo sembra si degradi la buona fede a semplice

strumento di valutazione dei comportamenti attuativi. Occorre riflettere su due profili: 1) perché la

Corte ha tenuto ferma la decisione dell’appello?; 2) come ha argomentato la buona fede?

Rodotà ha detto che la buona fede è contenuta nel 1374, perché ad essa rimanda la parola “legge”.

Ma ha sbagliato impostazione, ignorando che il codice distingue tra esecuzione del contratto e

integrazione dello stesso. Ha fatto questo perché non gli interessava il discorso tecnico. E’ vero

quindi che è impossibile ampliare il novero degli interessi rilevanti, però è possibile dare piena

attuazione agli interessi già garantiti in contratto. Se fosse consentita la pubblicità tramite

l’immagine, la clausola con cui si tutela il nome sarebbe inoperante (rectius, inutile, quand’anche

meticolosamente osservata, come in fatto accadde). Se non facessimo una tale operazione, infatti,

vanificheremmo ogni possibilità di tutela del suddetto interesse. La clausola scritta è infatti

strumentale rispetto all’interesse dedotto in contratto. E’ vero quindi che la clausola è completa dal

punto di vista giuridico-tecnico, ma presenta una deifallance dal punto di vista economico.

Attraverso l’interpretazione si può individuare la regola che le parti si sono date. Se c’è una lacuna

e non ne consentiamo la razionale integrazione, infatti, risulterà stravolta l’operazione

economica. Non è possibile speculare su una delle parti per stravolgere il senso dell’operazione

economica.

Integrazione del contratto: supponiamo di dover attendere alla redazione di un codice. Mancando

la regola di cui al 1375, sarebbe giusto creare una norma che dia ragione a Celentano? Ove dessimo

una risposta negativa, otterremmo un sistema che consente alla parte più ricca di approfittare delle

defaillance del contratto. Un ordinamento simile, che consentisse di speculare sulle volontà

malformate, non sarebbe razionale.

Questa è una peculiarità del diritto europeo, che non prevede un sistema di capitalismo selvaggio.

Non si può infatti permettere a una persona di arricchirsi ai danni di un altro. La buona fede dice

che la competizione si deve svolgere tra competitori leali. Non si può permettere a un soggetto di

speculare su una svista dell’altrui avvocato. Questo è proprio il compito del 1375.

La Corte di Cassazione ha ragione in astratto quando afferma che la buona fede è una tecnica

attraverso la quale si dà rilevanza a pretese che non hanno un’autonomia rispetto alla pretesa

19

disciplinata. Si tratta di micro-lacune che non alterano l’operazione economica: tutto consiste nel

dare rilevanza a pretese di carattere accessorio e strumentale.

Ovviamente ciò significa che se l’interesse non regolato è autonomo non ha rilevanza. E’ questo

che succede nel caso Berlusconi. L’equità, invece, a differenza della buna fede, integra lacune forti.

E’ per questo che il costo viene distribuito su ambo le parti.

Si tratta di una impostazione che era ben nota alla vecchia dottrina, ma che ora è stata dimenticata.

CASO FIUGGI

La Corte d’Appello non aveva detto ciò che le è attribuito dalla Cassazione, ma aveva svolto un

ragionamento diverso. Occorre vedere cosa si intende per ‘piena libertà’ nel contratto. Il Comune,

infatti, non avrà alcuna azione per contrastare la politica dei prezzi che la società intende fare.

La società cui vengono rivendute le bottiglie non appartiene all’Ente Fiuggi, ma alla stessa

holding. E’ però vero che in causa è chiamata l’Ente Fiuggi. Supponiamo che l’Ente Fiuggi voglia

fare beneficenza vendendo le bottiglie a un prezzo irrisorio a dei frati. Potrebbe farlo? In questo

caso l’Ente Fiuggi fa gli interessi della holding? Che differenza ci può essere tra i frati e la società

di distribuzione? In entrambi i casi non sta facendo gli interessi propri, ma quello di un terzo.

Argomentare perché non potrebbe farlo.

Quesiti.

1. L’elenco di cui all’art. 1429 è esemplificativo o tassativo? In altri termini, tale elenco è passibile

o no di ampliamento in via interpretativa?

2. Nel discorsi di Trimarchi sull’errore di diritto c’è qualcosa che non funziona.

3. Anche il discorso sulle reticenze può dare adito a dubbi. Nella prima parte di pag. 201 Trimarchi

esamina una ipotesi oscura, perché entra in campo l’istituto della interpretazione cogente.

4. Chiedetevi se in caso di errore comune debba o no rilevare il requisito della riconoscibilità. In

linea generale lo si esclude. In Galgano si legge che quando l’errore è comune a tutti i contraenti,

esso è per ciò stesso conosciuto da ciascuno di essi, il che rende irrilevante la sua riconoscibilità

(posizione simile in Bianca). La medesima conclusione è stata da qualcuno proposta in base al

rilievo per cui sarebbe contrario a buona fede eccepire di non aver potuto rilevare l’errore condiviso

dalla controparte.

Applicando il 1366, possiamo optare per una interpretazione restrittiva delle clausole 1) e 2), e

affermare che la “piena libertà” di cui parla il contratto non si spinge fino a disciplinare e consentire

di fare beneficenza. L’affittuario ha posto in essere un espediente che gli ha consentito di elevare il

prezzo di vendita delle bottiglie senza che ciò comportasse l’aumento del canone. La parte ha

rispettato formalmente il patto, ma sostanzialmente lo ha violato. Infatti la clausola che aggancia il

variare del canone al variare del prezzo di vendita in fabbrica delle bottiglie ha la funzione di

tutelare (coniugandoli) l’interesse del Comune all’aumento del canone e l’interesse dell’affittuario

ad essere libero nella scelta della politica di prezzo, in quanto imprenditore. Dunque il contratto di

certo non disciplina la possibilità dell’imprenditore di mettersi a fare beneficenza, smettendo di

porsi come obiettivo la massimizzazione del profitto. C’è, quindi, una lacuna. Quindi la “piena

libertà” non è una libertà assoluta: è una libertà che va comunque riferita al comportamento

razionale di un soggetto che opera sul mercato. Posto, allora, che ci troviamo di fronte a un caso

non regolato, dobbiamo chiederci se debbano trovare applicazione in questo caso le tecniche di

autointegrazione del contratto, oppure deve avere ingresso il criterio dell’autoresponsabilità. Per

rispondere, dobbiamo considerare cosa sia più incompatibile con la logica del contratto: quella

dell’imprenditore che vuol fare beneficenza, o quella della controparte che vuole negargli tale

possibilità. La risposta è ovvia, ed è ovvio che la soluzione negativa trova ingresso attraverso il

20

1375. Il punto centrale è che l’imprenditore può sì mettersi a fare beneficenza, ma non può

pretendere di farlo che con i soldi propri, e non anche con quelli del Comune!

Per quanto riguarda la critica alla sentenza, le tre righe e mezzo che precedono il capoverso che

inizia con “Se questo è il ruolo della buona fede…”, a prenderle sul serio, sembrano imporre di dar

ragione all’affittuario: infatti mica è cosa di poco conto tollerare un aumento del canone!

La correttezza è un limite esterno alle norme dell’ordinamento giuridico: si tratta di far avere ad una

delle parti qualcosa che non si può concedere direttamente né in base alla logica del contratto né in

base a quella dell’ordinamento.

I limiti interni possono portare a sacrifici enormi, i limiti esterni possono giustificare solo sacrifici

modesti. Se il vincolo è interno, dunque (come in questo caso, che si ricava sviluppando la logica

stessa del contratto) non ha senso chiedersi se il sacrificio imposto alla parte è grande o piccolo.

Contro coloro che affermano che il 1375 va riempito con le norme costituzionali, si può rispondere

così: e qual era, allora, il contenuto del 1375 prima dell’avvento della costituzione?

Contro coloro che vanno affermando che correttezza e buona fede sono la stessa cosa, si deve

obiettare: perché allora il 1175 faceva riferimento alla solidarietà corporativa e il 1375 no? La verità

è che correttezza e buona fede sono cose diverse: la correttezza (1175) è una correzione che altera la

logica delle norme dell’ordinamento generale: essa introduce qualcosa che assomiglia per certi versi

al divieto di atti emulativi (anche se non è proprio la stessa cosa).

CASO DEL BAR

Come sempre, la nostra indagine deve svilupparsi in due direzioni: 1) come risolverei il caso se

fossi io il giudice e come argomenterei la mia soluzione; 2) commento della sentenza, sotto il

profilo della tesi e dell’argomentazione del giudice.

Qui non è il contratto in sé e per sé considerato che arreca un danno al gestore del bar ed un ingiusta

vantaggio alla società distributrice di caffè. Il contratto nei suoi elementi oggettivi, come isolata

operazione economica, è perfetto. Esso però, inserito nello specifico assetto patrimoniale del

gestore del bar, gli arreca un danno. È allora evidente che il gestore del bar è caduto in un errore sui

motivi. Questo è un dato oggettivo. Ed il gestore del bar cerca allora di sottrarsi al costo della

cattiva conoscenza della situazione antecedente all’accordo (avendo da ultimo scoperto, per

l’appunto, tale errata rappresentazione).

Ancora una volta, dobbiamo procedere nel modo che ci dovrebbe ormai essere familiare: dobbiamo

chiederci se questo costo è stato regolato in contratto, e se no, se il contratto si può autointegrare, e

se no, se c’è qualche precisa norma dell’ordinamento applicabile, e se no, se si può fare qualcosa

attraverso l’analogia.

Spostiamoci ora sulla sentenza. Vediamo a quale di questi livelli essa ha cercato di risolvere il

problema. Come sempre, dobbiamo distinguere tra ciò che il giudice dichiara di fare e ciò che fa

realmente. Egli dichiara di risolvere il problema sul piano dell’interpretazione del contratto, ma in

realtà opera come se stesse integrando il contratto, e opera così su un problema che avrebbe semmai

potuto risolvere con l’autointegrazione dell’ordinamento. È un tema su cui l’ordinamento pattizio

non può essere autointegrato. Possiamo riformulare come segue un passo della sentenza: “il

contratto si risolve perché in esso si può considerare apposta una clausola risolutiva non dichiarata,

ma implicita, e risultante dall’interpretazione secondo buona fede”.

Vediamo perché questa soluzione non è accettabile: è verosimile che il contratto per iscritto fosse

così formulato: “tra x e y si conviene che x si obbliga ad acquistare e a ricevere e la società y a

consegnare periodicamente tot caffè per tot anni al prezzo z”. Ora, il giudice può certamente dare

un’interpretazione antiletterale del testo contrattuale, ma occorre pur sempre un aggancio al testo

21

scritto. Betti, infatti, non cade in un errore così grossolano: l’Autore proponeva di far emergere un

contenuto che “non era affiorato alla consapevolezza delle parti”. Il giudice invece allude a una

volontà mal formulata, non mal formatasi. Chissà da quale parte del contratto arguisce che le parti

hanno semplicemente mal formulato la propria volontà! In Betti è invece evidentissimo che viene

chiamata interpretazione integrativa quella che apertis verbis è una autointegrazione

dell’ordinamento pattizio.

Passiamo oltre, dove si legge “Appunto perché non sviluppata nel tenore dell’atto…”: qui il giudice

si dà la zappa sui piedi. Se questa clausola risolutiva implicita non è ricavabile in via

d’interpretazione in senso proprio, se non c’è un aggancio al testo contrattuale, vuol dire che non è

stata concordata dalle parti. In astratto si può pensare ad una clausola risolutiva nel senso di un testo

apposto al teso originariamente sottoscritto. Il codice disciplina i patti che integrano o modificano il

testo del contratto, stipulati anteriormente o contestualmente al contratto; è chiaro il riferimento alla

simulazione. Gli articoli 2722 e 2724 vanno ricordati: essi consentono in tre casi, di cui i primi due

particolarmente rilevanti, la prova per testi di patti orali antecedenti o contemporanei alla stipula del

contratto. Possiamo allora immaginare un qualche patto antecedente o contemporaneo. Ma in questo

caso non ricorrono i presupposti richiesti (v.c.c.). Dunque la prova non poteva essere data per testi.

Facciamo adesso un distinguo: per provare la comune intenzione delle parti che prevale sulla lettera

del contratto, come è noto, ci si può valere (lo dice il codice) di dati extratestuali, cioè, il

comportamento delle parti; ed esso può essere provato per testi. Perché si tratta non già di provare la

modifica o integrazione della regola che risulta dall’interpretazione del contratto; ma di ricostruire

correttamente la stessa regola contenuta nel contratto. Tecnicamente, possiamo dire che il 2722 e il

2724 non si applicano al 1362. Qui non si tratta di individuare una regola opposta a quella del testo

scritto, ma di ricostruire la regola del testo scritto.

Il codice non addossa il costo della mancata redazione per iscritto di un patto alla controparte che

invoca la regola scritta, salva impossibilità fisica o morale di procurarsi un testo scritto, v.c.c. Ma

nel caso dell’interpretazione in senso proprio si tratta solo di ricostruire la regola scritta e mal

formulata. E il costo della cattiva redazione del contratto non può che gravare, ovviamente, su

entrambi i contraenti. Si può dare per testi, per esempio, la prova che una delle parti aveva detto che

per “tumulo” intendeva un terzo di ettaro. Se invece c’è un altro pezzo di operazione economica,

peggio per chi lo invoca, se a suo tempo non l’ha fatto mettere per iscritto. Nel diverso trattamento

di queste due ipotesi c’è dunque una logica profonda.

Il giudice prosegue: “ma quando si procede a una interpretazione integrativa… elementi certi di

volontà negoziale”. Cosa deve intendersi per elementi certi di volontà negoziale? Volontà

autoregolativa di interessi, pezzi di operazione economica, pezzi di contratto. E dalla fase delle

trattative non si ricava certo con certezza che le parti abbiano pattuito una clausola risolutiva, anzi è

vero l’opposto: le parti volevano un contratto stabile, su cui nessuno potesse discutere.

Ricapitolando: dall’interpretazione del contratto non ricaviamo nessuna clausola risolutiva, e,

ammesso che la prova per testi fosse ammissibile o non fosse stata proposta opposizione, nelle

trattative non è stato pattuito niente in tal senso. Vediamo allora se il contratto si può autointegrare,

come sostanzialmente proponeva di fare Betti, quantunque parlasse di interpretazione integrativa

(egli sapeva che non di interpretazione trattavasi, salvo a chiedersi perché ne parlava). È qualcosa

che –semmai- potremmo fare ex 1375. Ci stiamo chiedendo dunque se sul piano

dell’autointegrazione del contratto, il gestore del bar possa attribuire alla controparte il costo di una

volontà mal formata, invece di sopportare l’ingresso dell’autoresponsabilità. E non può. Perché la

condizione è una tecnica per far valere interessi in via generale irrilevanti giuridicamente. Dunque

mai e poi mai con il mero sviluppo della logica del contratto possiamo arrivare a introdurre una

condizione. 22

È una pretesa strumentale e accessoria, in un contratto di somministrazione, quella di chi pretende

di guardare all’assetto del proprio patrimonio? Così si cerca di introdurre una logica assolutamente

opposta a quella del contratto! Una logica di incertezza al posto di una logica di stabilità.

Spesso la cultura giuridica opera su questo tema come se l’analogia non esistesse. Ad ogni modo,

constatato che la mera interpretazione del contratto non basta e nulla si può ottenere attraverso la

sua autointegrazione, chiediamoci se l’ordinamento contenga norme puntuali al riguardo. Le norme

sulla risoluzione non hanno nulla da dire, poiché qui si tratta di fatti anteriori al contratto. Non ci

resta che guardare ai vizi del consenso. Non c’è dolo, o comunque non ci risulta dai fatti che ci sono

noti. Piuttosto, qui abbiamo o un’erronea rappresentazione comune a entrambi i contraenti, o

un’induzione colposa in errore (e si tratta di casi in cui è difficilissimo operare, vedremo anche

perché). Ci sarà stato un errore dell’avvocato e correlata induzione in errore. Questa almeno sembra

la cosa più verosimile. Vediamo allora se si possono utilizzare le norme sull’errore.

Orbene, Trimarchi interpreta l’errore di diritto dicendo che per il suo oggetto può rientrare già in

uno dei primi 3 numeri del 1429. In questo caso ci rientra? Vediamo. Nel n.1) (natura o oggetto del

contratto), no. “Oggetto del contratto” sono le posizioni giuridiche che le parti si scambiano: diritto

di proprietà su caffè e soldi. Nel n.2) (identità dell’oggetto della prestazione o qualità determinante

nel consenso), no. Nel n.3) (identità o qualità della persona dell’altro contraente determinanti nel

consenso), no.

Ora, nel nostro ordinamento c’è una norma che disciplina l’errore sui motivi (il 787).

Trimarchi dice che errore di fatto ed errore di diritto vanno trattati alla stessa maniera. Questo

presuppone un legislatore che non sa fare il suo mestiere: il n.4) del 1429 potrebbe essere soppresso.

Il 787 ci comunica che quando il legislatore vuole disciplinare allo stesso modo errore di fatto ed

errore di diritto sa farlo nel modo più ovvio e razionale (cioè li disciplina insieme). In altre parole, il

legislatore, ove avesse voluto, nel 1429, disciplinarli allo stesso modo, avrebbe scritto: “l’errore, sia

esso di fatto o di diritto, è essenziale…”. Se così non fa nella disciplina dei contratti, non lo fa

perché ivi dà all’errore di diritto una rilevanza diversa da quella che ha in generale l’errore di fatto.

Ma allora da dove nasce l’opinione di Trimarchi? Gli è che per Trimarchi è assurdo dare una

disciplina diversa ai due tipi di errore. E allora interpreta il 1429 sopprimendo praticamente il

numero 4. Cosa che non ha senso sol che si guardi al 787.

C’è un altro elemento da considerare: Trimarchi giunge a un assurdo: si comporta come se

l’espressione “determinante nel consenso” di cui al 1429 nn.2) e 3) volesse dire la stessa cosa

dell’espressione “ragione unica o principale del consenso”. A pensarla come Trimarchi, dovremmo

ammettere di avere un legislatore inesperto o che si diverte senza ragione a fare impazzire

l’interprete.

Ma il discorso non finisce qui.

L’errore di diritto è un errore sui motivi. L’esempio che ci fa Trimarchi di errore di diritto è

sballato: perché è un errore che non può costituire la “ragione unica o principale del consenso”.

Addentriamoci allora adesso nella disamina de

L’ERRORE DI DIRITTO

Ai sensi del 1428 l’errore è causa di annullamento del contratto quando è essenziale ed è

riconoscibile dall’altro contraente. Ma è proprio vero che in materia di contratti l’errore abbia

sempre queste caratteristiche? In materia di donazione, c’è una disciplina a sé. Ci sono poi ipotesi

specifiche. Dobbiamo poi vedere altresì se l’interprete può ampliare l’elenco di cui al 1429.

Or dunque, il codice ci dice forse cosa deve intendersi per errore essenziale? Si e no. Il codice non

definisce cosa sia l’errore. E Trimarchi sbaglia la definizione: include tra gli errori anche cose che

errori non sono. È sicuro che del requisito dell’essenzialità il codice non ci dà il concetto: non c’è

una definizione per intensione, ossia fornita attraverso vocaboli che definiscano l’intero campo di

applicazione dell’istituto, senza indicare specifiche ipotesi. La nozione è data per estensione: il

codice ci indica specifiche figure di errori essenziali rilevanti. Ma si può affermare che il 1429 ci dà

23

una definizione per estensione completa, oppure l’elenco è meramente esemplificativo, ed altre

figure di errore possono essere individuate dall’interprete?

Il 1429 n.1) indica la circostanza/situazione su cui l’errore deve cadere per essere considerato

essenziale. Nulla si dice sul livello di importanza dell’errore.

Al n.2) troviamo la stessa tecnica, ma integrata dal riferimento al livello di importanza richiesto

della circostanza su cui cade l’errore.

Al n.3), identica la struttura della proposizione: sono indicate sia la circostanza sulla quale deve

cadere l’errore, sia il livello di importanza che la circostanza su cui l’errore cade deve avere.

Perché al n.1) questa differenza? È ovvio. Perché la natura del contratto è sempre circostanza

decisiva. E lo stesso vale per l’oggetto del contratto, di cui deve darsi nozione ristretta: esso non

coincide con il contenuto del contratto, ma le indica le posizioni giuridiche fondamentali che le parti

si sono reciprocamente scambiate nel contratto. E si veda a suffragio di questa tesi il 1470 (La

vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il

trasferimento di un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo). La definizione che stiamo

proponendo poggia dunque sullo stesso significato che il codice mostra di dare al termine in materia

di contratti. La differenza tra oggetto e contenuto del contratto è dunque che contenuto del contratto

sono anche le altre clausole, le eventuali condizioni apposte, etc. Un esempio di errore sull’oggetto

del contratto può essere dunque il seguente: in contratto si consacra la vendita di un diritto di

proprietà, mentre una delle parti reputa di aver venduto un diritto d’usufrutto.

La disciplina dell’errore del nostro codice è la più moderna in assoluto, costruita da un legislatore

molto competente, ma consapevole di non poter prevedere tutto. Prima nel 1429, n.1) c’era solo il

riferimento all’errore che cade sulla natura del contratto, poi venne aggiunto quello all’errore che

cade sul suo oggetto. Originariamente c’era infatti chi sosteneva che fossero inconcepibili casi di

errore sull’oggetto del contratto che non implicassero anche un errore sulla natura di esso (si pensi

ad esempio al contraente che scambia una compravendita per una permuta). Ma questo è falso, e ciò

emerge sol che consideri il penultimo esempio proposto (diritto di proprietà scambiato per diritto di

usufrutto).

Quanto al 1429, n.4), tre sono le cose da notare:

a) non è indicata la circostanza su cui l’errore deve cadere;

b) la formula con la quale si indica il livello di importanza è diversa da quella di cui a 1429, nn.3) e

4);

c) il livello di importanza richiesto è riferito all’errore, non alla circostanza su cui esso cade.

A questo punto può non essere superfluo precisare che mentre oggetto del contratto sono le

posizioni giuridiche fondamentali che le parti si scambiano reciprocamente in contratto, oggetto

della prestazione è un bene.

Dai summenzionati rilievi, emerge che in base a un’interpretazione del 1429 a partire dalla sua

lettera, non ci sono dubbi che l’errore di diritto abbia una disciplina diversa dall’errore di fatto. E

tuttavia molti autori la pensano come Trimarchi.

Scriviamo allora così: “le indicazioni che provengono da un attento confronto dell’enunciato del n.

4) e gli enunciati degli altri 3 nn. trovano un’ulteriore conferma nel 787, nel quale il legislatore

volutamente parifica il trattamento dell’errore di diritto e dell’errore di fatto (la tesi per cui il n. 4)

non introdurrebbe un’ulteriore figura di errore trascura per l’appunto che laddove il legislatore ha

voluto parificare errore di diritto ed errore di fatto, l’ha fatto espressamente). C’è però un aspetto

della tesi di Trimarchi importantissimo e trascurato dall’opposto orientamento”.

Una cultura giuridica seria, al fine di sostenere la tesi per cui l’errore di diritto non va trattato allo

stesso modo dell’errore di fatto, intanto può dire che l’errore di diritto è trattato diversamente, in

quanto non si limiti alla lettera della legge, ma sia in grado di indicare la ratio del diverso

24

trattamento. Su questo c’è il silenzio più assoluto. Se lo stato dell’arte fosse questo, come giudice

bisognerebbe dare ragione a Trimarchi.

Galgano considera l’errore di diritto un errore sui motivi, ma tanto poi non argomenta. Galgano

poi dà una soluzione opposta a quella di Trimarchi in materia di inserzione cogente. Nell’esempio

che propone Galgano c’è un errore su una qualità dell’oggetto della prestazione. Se uno costruisce

l’errore sui motivi come lo costruisce Galgano, finisce per giungere alla stessa conclusione di

Trimarchi: in ogni caso il contratto sarà annullabile. Galgano rende [anch’egli] il n. 4) del 1429

inutile. Poi dice anche che in tanto ci può essere errore sulla qualità in quanto la qualità sia indicata

in contratto; e si veda l’esempio. Egli cioè continua a riproporre una tesi valida sotto il codice

previgente, in cui non c’era una norma come il 1497; ma oggi, se la qualità è indicata in contratto,

c’è risoluzione e non annullamento, ed anche risarcimento del danno per l’interesse positivo, e non

solo per quello negativo. Galgano dunque piccona la nozione di inadempimento e di mancanza delle

qualità promesse. A questo punto tra le due è preferibile la tesi di Trimarchi: egli ci indica la vera

ragione che lo muove: finché non gli spiegano la ratio della distinzione, egli tale distinzione non è

disposto ad accettarla. E fa l’esempio dei materiali (… v. testo): certo che in questo caso ha ragione:

perché fa un esempio sbagliato, in cui comunque non c’è annullamento del contratto.

La tesi secondo cui il 1429, n.4) dà ingresso all’errore sui motivi dunque in tanto è proponibile in

quanto si argomenti in tal senso. Ora, l’errore di diritto è un tema su cui da 150 anni nessuno sa che

pesci pigliare. Anche nei codici si rimanda a nozioni che il legislatore non sa fornire, egli è

consapevole di non sapere dare idee chiare, precise, univoche, e lascia tutto nell’ambiguità. Per

questo il giudice deve avere in diritto civile un ruolo diverso e più centrale di quello che gli spetta in

diritto penale. Allora possiamo scrivere così: “faremo adesso un po’ di storia dell’argomento non

soltanto per approfondire l’argomento in sé, alla ricerca di un’interpretazione che dia senso al 1429,

n.4); ma anche per capire che non avevano le idee chiare nemmeno coloro che lo redassero”.

Il 1429, n.4) parla di “ragione unica o principale del contratto”. Vediamo come nasce questa

espressione. Il codice del 1865 dà più importanza all’errore di quanta non gliene desse il diritto

romano (tale codice si ispira a sua volta al codice napoleonico, che si basava sulla eccelsa cultura

giuridica di Molineus e altri). Esso recitava più o meno così: “l’errore di diritto produce nullità

quando è causa principale o esclusiva del contratto”. Nel ’42 si sostituì solo la parola “causa” con

“ragione”. Tale cambio fu effettuato in seguito allo scritto di Ascoli. Ma allora dobbiamo chiederci

quando un errore è causa principale o esclusiva del contratto. Ciò accade quando con il contratto

si vuole soddisfare un bisogno causalmente imputabile all’erronea conoscenza del testo di

legge. C’è solo un caso in cui ciò accade, ossia quando taluno stipula un contratto perché crede

erroneamente di essere a ciò obbligato dalla legge. Se io compro un fondo perché lo ritengo

edificabile, questo non accade: non è l’erronea conoscenza della norma del piano regolatore che mi

induce il bisogno di acquistare. La decisione la prendo io per mio conto, e l’errore è errore sulla

qualità.

C’è una decisione su un problema di questo tipo della Cassazione di Torino del 1902. Allora

l’assicurazione dei dipendenti era obbligatoria per medi e grandi imprenditori. Un piccolo

imprenditore assicura i propri dipendenti. Poi instaura una causa, affermando di avere stipulato il

contratto essendo erroneamente convinto di essere a ciò legalmente obbligato. È un vero e proprio

errore sui motivi: l’errore qui è sul perché il contratto è stato stipulato. La Cassazione ha dato

ragione all’imprenditore, ovviamente. E ha fatto bene, tralasciando le motivazioni politiche.

Il contratto era libero. L’imprenditore poteva scegliere qualsiasi assicurazione: erano assicurazioni

private. La situazione poi cambiò con Giolitti.

È a questo punto evidente come attraverso l’errore di diritto si dà rilevanza all’errore sui

motivi. Ma si dà rilevanza all’errore sui motivi in un ambito ristrettissimo, dal quale è certamente

escluso l’errore sui motivi di fatto.

Ascoli diede un giudizio del tutto negativo su questa sentenza, e per questo fu sostituito “causa”

con “ragione”. Egli affermava che “causa” era la nozione tecnica tradizionale (ipotesi di indebito).

25

Ascoli fa un ragionamento per assurdo e tanti esempi sballati: esempi in cui l’errore di diritto non è

ragione unica o principale del contratto. Ascoli a differenza di Trimarchi ha capito qual era il tema,

anche se si è lasciato fuorviare da un ragionamento ed esempi scorretti.

L’imprenditore che ha assicurato gli operai è caduto in errore perché reputava di non poter

emettere alcun giudizio discrezionale: il motivo per cui lo stipulava era essere fedele

all’ordinamento. Lo studente che compra il libro di testo non lo fa per aderire a un obbligo di legge.

Se uno capisce qual è il limitato ambito di applicazione del 1429, n.4) comprende anche che

attraverso tale norma non viene affatto stravolto il sistema. L’errore di diritto rileva quando il

contratto deriva direttamente dall’errore. Esso non è concepito come frutto di una scelta

discrezionale. Ed il fatto che non ci sia discrezionalità dell’errante rende razionale dare rilevanza

all’errore di diritto sui motivi che sia ragione unica o principale del contratto.

Quando fu redatto il codice gli estensori avevano la consapevolezza che il 1429, n.4) poteva essere

letto in due maniere diverse. Messina propose, per eliminare qualsiasi ambiguità, l’espressione

“motivo unico determinante”. Nella disciplina dell’errore si lascia consapevolmente spazio

all’interprete. Nei lavori preparatori è scritto chiaramente che l’elenco non è tassativo. Stessa cosa

per la riconoscibilità. Anche quella è disciplina lacunosa. Abbiamo visto come con la formulazione

del codice del 1865 fossero state proposte due diverse interpretazioni: quella della Cassazione e

quella di Ascoli. In un quadro di questo genere, riproporre lo stesso enunciato nel ‘42 significa dire

all’interprete: “veditela tu”.

Dagli appunti di F.M.

E’ questa, insomma, un’altra delle norme che riflettono il disagio del legislatore, come abbiamo

visto nel caso dell’art. 1555 (sulla permuta, cfr. pag. 1). Il tema dell’errore di diritto è importante

perché ci fa vedere che siamo davanti ad una disciplina, quella dell’errore, che è lasciata

consapevolmente ambigua dal legislatore. Quindi, si tratta di una questione importante dal punto di

vista didattico, più che da quello pratico. Interessava far vedere la difficoltà in cui si muove la

dottrina, ancorché eminente, in questo campo. Inoltre, si consideri che gli autori che adottano la tesi

opposta a quella di Trimarchi non si curano di argomentarla. Infine, non si trova un solo testo in cui

In positivo

sia notata la differenza nella formula testuale fra i nn. 2 e 3 ed il n. 4 dell’art. 1429.

può dirsi che l’errore di diritto in tanto è essenziale in quanto il contratto sia

stipulato per soddisfare un bisogno generato dall’erronea conoscenza di una

norma giuridica, ossia un bisogno casualmente imputabile (direttamente

riconducibile) all’errore. Questa situazione, in pratica, si verifica solo nel caso

in cui una delle parti stipuli il contratto per l’erronea convinzione dell’esistenza

di un obbligo legale a contrarre. [A questo punto si deve inserire il discorso –

che approfondiremo – circa le ragioni per cui non è irrazionale che rilevi un

errore su circostanze non riconducibili a nessuno dei primi tre numeri del

1429 ]

1

1 Il paragrafo 2 del libro sulla pre-supposizione, che è di gran lunga il più importante, affronta il tema dei “motivi”

senza nominarli espressamente. Per questo e altri motivi usiamo qui quest’espressione “errore su circostanze non

riconducibili a nessuno dei primi tre numeri del 1429”. 26

Perché sottolineiamo che si tratta di obbligo legale? Perché non stiamo discutendo dell’ipotesi in

cui l’obbligo sia convenzionale, cioè derivante da accordo. Ad esempio, un preliminare di vendita

immobiliare fatto oralmente al quale segua un definitivo stipulato da una delle parti con l’erronea

convinzione di essere obbligata dal preliminare non scritto. In tal caso, infatti, siamo in presenza di

2

errore sulla natura del contratto definitivo .

26 e 27 mar. 2003 ~ La disciplina dell’errore, fra gli errori del

legislatore

Tornando al caso del gestore del bar, diamo per acquisito che il giudice, non sapendo bene che

fare, ha utilizzato una teoria della presupposizione, edificata in una certa maniera, deformandola.

Ha, infatti, trasferito un problema di integrazione dell’ordinamento in un problema di integrazione

dell’accordo pattizio; la questione è invece se il contratto possa essere annullato per errore.

Tentiamo quindi un approccio alla disciplina generale dell’errore, tenendo a mente quanto

abbiamo sin qui detto.

Proviamo a rispondere alle domande che ci siamo posti il 14 marzo.

Chiedersi se in caso di errore comune ad ambo le parti

Iniziamo dall’ultima:

debba o no rilevare il requisito della riconoscibilità.

 In linea generale, lo si esclude. Così, ad esempio, in Galgano si

legge “quando l’errore è comune a tutti i contraenti, esso è per ciò

stesso conosciuto da ciascuno di essi, rendendo irrilevante la sua

eventuale non riconoscibilità” (posizione simile anche in Bianca). La

stessa conclusione è stata da qualcuno proposta in base al rilievo

per cui “sarebbe contrario a buona fede eccepire di non aver potuto

rilevare l’errore condiviso con la controparte”.

Caso 12 – Il petrolio Facciamo l’esempio di un errore sulle qualità di un terreno posto

in vendita. Chi acquista, una società di intermediazione, lo fa per conto di una società petrolifera

che – in base a proprie ricerche – ritiene vi siano buone probabilità che sotto il terreno vi sia il

petrolio. Questa qualità è invece ignorata dal venditore, il quale vende al prezzo di un normale

terreno agricolo.

2 Il tema del contratto preliminare verrà affrontato più avanti. Basti qui chiedersi se il contratto definitivo sia o no un

vero e proprio contratto. E – risolto negativamente questo quesito – cosa della disciplina dei contratti si applichi al

definitivo, e cosa no. Invece, un’assicurazione obbligatoria è pur sempre un vero e proprio contratto, perché posso

ancora scegliere il contraente. 27

Siamo qui in presenza di un errore non riconoscibile, e conosciuto da uno solo dei due

contraenti. Secondo quanto sostiene Galgano, in quanto riconosciuto dalla controparte, l’errore,

ancorché non riconoscibile, dovrebbe comunque condurre all’annullamento del contratto.

Così operando, però – osservano coloro che si occupano di analisi economica del diritto – si

trasferisce integralmente al venditore il vantaggio informativo che ha la società petrolifera, che ha

ricercato e studiato le qualità del terreno investendo in tal senso. Il tutto senza che il venditore abbia

rischiato nulla. L’analisi economica del diritto ci aiuta quindi a dire che un errore riconosciuto ma

in astratto non riconoscibile non può determinare annullamento.

D’altronde, l’argomentazione di Galgano pecca di un errore logico non da poco: dire che un

errore, se è comune ad ambo le parti, è per ciò stesso conosciuto da esse, vuol dire dimenticare,

appunto, che se sono in errore non conoscono proprio un bel niente: se entrambe si rendessero conto

dell’errore, non vi sarebbe nessun errore!

Come si vede nella nota 63 del testo sulla presupposizione, secondo una dottrina l’articolo 1431

va reinterpretato nel senso che ciò che è necessario potere riconoscere è l’opinione dell’altro

contraente, non il suo errore. Nel senso che se entrambi i contraenti vogliono la stessa cosa,

ciascuno conosce la volontà altrui, ed essa è viziata. Galgano, insomma, avrebbe dovuto dire che

“quando l’errore è comune a tutti i contraenti, esso la volontà di tutti i contraenti è per ciò stesso

conosciuta da ciascuno di essi, rendendo irrilevante la sua eventuale non riconoscibilità”.

Il discorso perde però di significato: vogliamo forse dire che il legislatore si è sbagliato al punto

che avrebbe dovuto scrivere circa la riconoscibilità della volontà, anziché dell’errore?

E’ più coerente rendersi conto che siamo in presenza di una lacuna del diritto scritto circa

l’errore comune ad ambo le parti. L’elenco di cui all’art. 1429 è esemplificativo

Veniamo poi alla prima delle domande:

o tassativo? In altri termini, tale elenco è suscettibile o no di ampliamento in

via interpretativa?

Nell’universo concettuale creato da Trimarchi sul tema, l’errore sui motivi è quello che non

ricade sulle circostanze di cui ai primi 3 numeri del 1429. Quindi, per esserci annullamento,

dovremo avere:

 o un errore riconducibile ad uno dei primi tre numeri del 1429;

o un errore non riconducibile ad uno dei primi tre numeri del 1429, ma determinante

 del consenso, ed indotto dall’altra parte con dolo.

E’ solo attraverso il dolo, quindi, che assumono rilevanza errori su circostanze non essenziali

secondo la definizione del 1429. 28

Ma questa tesi di Trimarchi funziona a meraviglia solo se diamo per scontato che l’elenco di cui

all’art. 1429 sia tassativo.

Cosa che possiamo fare solo ignorando la relazione al codice civile. Nel libro sulla

presupposizione, infatti, sono citati vari pezzi dei lavori preparatori, fra cui la relazione del

Guardasigilli alla proposta del ’41.

In una nota del § 2 si cita la parte in cui si dice espressamente “è risaputo che l’elencazione

[dell’art. 1429] non va intesa in senso tassativo”; essa, prosegue la relazione, può e deve essere

ampliata da una rigorosa interpretazione.

Detto questo, siamo anche sicuri che vi sono errori che certamente non sono errori essenziali:

sono gli errori sui motivi. Di fronte al tema, avremo dunque tre figure di errore:

ERRORE ERRORE CHE PUò ERRORE SUI

ESSENZIALE ESSERE MOTIVI

rilevante secondo l’art. ESSENZIALE PUR sempre irrilevante

1429 RICADENDO SU

CIRCOSTANZE NON

MENZIONATE

NELL’ART. 1429

Ma cos’è l’errore sui motivi? E come si costruisce la differenza fra la seconda e la terza

categoria? Come faccio, insomma, a sapere, fra gli errori su circostanze determinanti del volere, e

che non siano compresi nel 1429, quali sono errori rilevanti e quali no?

Chi scrisse il codice sapeva perfettamente di non aver costruito un sistema compiuto.

Caso 13 – Errore ostativo Sempre circa l’elenco del 1429, confrontiamoci con un

altro esempio. Supponiamo che qualcuno scriva in contratto di vendere un fondo al prezzo di

mille euro, anziché centomila come concordato, e che non vi possa essere dubbio circa l’ovvietà

3

dell’errore.

Siamo qui in presenza di un errore sulla quantità della prestazione, che non ricade su nessuno

dei numeri del 1429. E che infatti, accortosi della svista, il legislatore ha messo due articoli dopo.

 Qualcuno, come Sacco, ha cercato di farlo rientrare nel numero 1, ma l’errore sulla

quantità in tanto è rilevante in quanto la variazione sia più che modesta, e quindi

3 Il caso reale al quale ci ispiriamo è leggermente più complesso: dopo la guerra, un imprenditore propone ad un altro di

vendergli 10.000 tonnellate della merce X al prezzo di 1.000.000 a tonnellata, quando il prezzo di mercato era dieci

volte tanto. L’altro imprenditore chiede allora alla società di confermare la proposta. Questa risponde con un

telegramma che la proposta è confermata. Salvo chiedere (ed ottenere) l’annullamento, una volta resasi conto

dell’errore. 29

determinante del consenso (se lo scarto è di 100 euro su un contratto del valore di 10.000,

non siamo certo in presenza di errore determinante).

Cosa ci dice allora che non sono tutti gli errori determinanti del consenso ad essere essenziali?

Oltre alla tradizione, ci sono due norme in cui quest’ultima si consacra:

quella sul dolo, che non avrebbe ragione di esistere se ogni errore determinante del

 consenso fosse per ciò stesso essenziale (cfr. Trimarchi);

 l’art. 787 sulla donazione, che parla di errore sul motivo, come errore certamente non

rientrante nel 1429; questa norma serve infatti ad estendere la rilevanza dell’errore nei

negozi a titolo di liberalità rispetto ai contratti a titolo oneroso.

Come individuare allora questi (benedetti) errori sui motivi? Se accediamo alla tesi di Trimarchi

circa la tassatività del 1429, il problema è già risolto. Altrimenti, come abbiamo detto, vi saranno

circostanze determinanti del consenso e rilevanti, ed altre che, pur essendo determinanti del

consenso, non saranno rilevanti.

Tornando al caso, comunque, siamo in presenza di un errore comune ad ambo le parti. E siamo

oltre i casi previsti dal 1429, senza che vi sia il dolo. Siamo, anzi, in presenza di errore indotto

colposamente. Si spiega così perché il giudice del caso del gestore del bar costruisca una teoria che

non ha né capo né coda. Non ci deve stupire, in questa assoluta ambiguità delle norme. Dagli anni

Settanta ad oggi, infatti, non abbiamo più monografie realmente serie su questi temi.

Costruiremo una disciplina soddisfacente quando avremo raggiunto un equilibrio fra due principi

costitutivi contrapposti: 30

IL CONTRATTO E’ UN ATTO DELL’AUTONOMIA PRIVATA…

CHE NASCE DA UNA CHE E’ LA FORMA DEGLI

DECISIONE DISCREZIONALE ATTI ECONOMICI

E CHE HA FORZA DI LEGGE FRA La logica economica vorrebbe che

LE PARTI chi si assume i rischi di un atto, ne

La logica dell’autonomia privata abbia i vantaggi, e viceversa.

vorrebbe che ogni volta che si è

mal-formata la volontà l’errante ↓

NESSUN ERRORE DOVREBBE

abbia il diritto di far cadere il DETERMINARE

contratto ANNULLAMENTO DEL

OGNI ERRORE DOVREBBE CONTRATTO

DETERMINARE

ANNULLAMENTO DEL

CONTRATTO

PROCESSO DECISIONALE LIBERO CORRELAZIONE FRA PROFITTO E

E CONSAPEVOLE DANNO

La disciplina europea dei contratti, specie quella del consumatore, non va inquadrata ed

interpretata secondo l’usuale concezione di norme poste a tutela del contraente debole. Il nodo

centrale è invece la uniformità, la trasparenza dei rapporti economici.

In un sistema economico come il nostro non esistono scambi giusti, cioè senza super-profitti o

super-perdite. Ma esigenze di tipo sociale esigono che anche il più forte degli imprenditori tenga

conto delle esigenze degli altri soggetti. [“Ai miei tempi, tutti coltivavamo l’idea che si fosse in

presenza di cambiamenti epocali del sistema, che non ci sono stati, semplicemente”].

Il collante della disciplina è dunque questo: lo scambio fra soggetti deve derivare da un processo

decisionale libero e consapevole. La disciplina europea è dunque una disciplina dei processi

decisionali. Non c’è un controllo di merito sul contratto.

Da qui nasce l’esigenza di non conferire forza di legge ad un contratto viziato da errore. Ma c’è

anche l’opposta esigenza di preservare la correlazione rischi-profitti.

Ed alle origini, infatti, il contratto era annullabile in casi rarissimi. Si pensi al diritto romano.

Solo nell’Ottocento si iniziò ad allargare il campo di azione dell’errore, parlando di “errore che cade

sulla sostanza della cosa” (c.c. 1865). 31

Ci si accorse poi, a causa delle vendite di falsi di opere d’arte, che questa definizione non

bastava, e si introdusse il criterio della scusabilità dell’errore. Se l’errore è scusabile, non viene

contraddetta la correlazione rischi/profitti.

Solo nel Novecento si ebbe la geniale intuizione di cambiare punto di vista e parlare di

riconoscibilità dell’errore. Così, si era in presenza di una defaillance anche dell’altra parte, che con

l’ordinaria diligenza avrebbe potuto rendersi conto. I vantaggi che ne deriverebbero sarebbero

dunque ingiusti.

L’ordinamento ti dice in sostanza: io ti garantisco la correttezza del processo decisionale, a

condizione che una defaillance vi sia anche dall’altra parte, che o non è stata diligente, o è in mala

fede.

Quest’idea centrale è quella da cui nascono i problemi interpretativi; è qui in Italia (con il

Redenti) che si è per primo affermato questo criterio della riconoscibilità.

Ma allora, perché non dare rilevanza a qualsiasi rappresentazione erronea determinante del

consenso?

E come la mettiamo se l’errore non è riconoscibile, ma è comune ad entrambi?

Il nodo centrale è questo: introdotto il requisito della riconoscibilità, deve venir meno il criterio

dell’essenzialità?

E come definiamo tecnicamente l’errore? La definizione dei manuali non è soddisfacente.

Dunque, si potrebbe dire, se è un errore è importante, ed è riconoscibile, dovrebbe sempre

condurre all’annullamento. Eppure, è sicuro che esistono errori riconoscibili e determinanti del

consenso, che non determinano annullamento: gli errori sui motivi. E sappiamo anche perché è

sicuro: le norme sul dolo e l’art. 787 ne sono, per così dire, la prova.

Qual è la ragione di questa scelta?

Per i compilatori del codice fra l’errore essenziale ex 1429 e la figura dell’errore sui

o motivi ci può essere un qualche cosa che richiede l’estensione della disciplina

dell’errore: l’elenco del 1429, abbiamo detto che non è tassativo.

Se non capisco perché l’errore sui motivi è irrilevante, come posso spiegarmi il n. 4

o dell’art. 1429?

Un errore sui motivi, se provocato dolosamente dalla controparte, dà vita all’annullabilità

o del contratto per dolo.

Ed un errore sui motivi colposamente provocato dall’altra parte? Non

 potremo applicare il dolo, e dunque dovrò dire che in quanto errore sui

32

motivi è irrilevante? O devo costruire una regola diversa, ‘facendo

camminare’ l’ordinamento?

 Infatti, in questo caso (quello del bar), non c’è né dolo, né semplice errore

sui motivi determinante e riconoscibile. Devo dunque far prevalere il

criterio dell’autoresponsabilità, oppure il dato oggettivo che l’errore in

fondo è stato provocato?

Il sistema dell’errore va considerato come sistema di valori.

o

Caso 14 – La giovane donna Supponiamo che una giovane donna vada dal

negoziante, che la conosce bene, ed ordini il proprio vestito da sposa al quale non vanno fatte

modifiche. Supponiamo che tale donna dica alla negoziante, che la conosce bene, che il vestito le

serve per sposarsi dopo 10 giorni con Tizio. Supponiamo infine che la negoziante sappia anche

che mezz’ora prima lo sposo è morto, ma che stipuli ciò nonostante il contratto.

Siamo in presenza di un (tragico) errore sui motivi, determinante del consenso, e noto alla

controparte.

Solo chi scherza potrebbe dire che siamo in presenza di reticenza dolosa. Il dolo, infatti,

presuppone che l’errore sia stato provocato dalla controparte (o da un terzo). Che vi siano,

insomma, dei raggiri. Non è certo questo il caso di dolo omissivo.

Il dolo omissivo (cfr. Trimarchi) è quando l’errante aveva il diritto di essere informato

 dalla controparte, così che non essendo informato ritenga di stipulare il contratto. Deve

esserci uno specifico obbligo di informare, sul quale il contraente faccia affidamento. Se

viene meno tale affidamento sull’obbligo altrui, viene meno il dolo.

27 mar. 2003 ~ Ancora sulla riconoscibilità dell’errore, fra cripto-

regole e casi irresoluti

Un’altra questione a proposito della riconoscibilità è quella sull’errore sul valore di mercato

del bene. Si tratta certamente di errore determinante del consenso, eppure esso è di norma

considerato non essenziale.

Ad esempio, io vendo un quadro che è di Picasso, pensando che sia una copia. Trattandosi di

errore sulla qualità della cosa, posso ottenere l’annullamento.

Se invece vendo un quadro sapendo che è di Ricasso, ma non sono bene informato sulle

quotazioni (ad es. credo che in quanto quadro dell’ultimo periodo valga poco, ma invece è un

quadro molto importante per un motivo a me sconosciuto), e lo vendo a due miliardi anziché a venti

miliardi, siamo in presenza di un errore sul valore di mercato del bene.

33

Ma perché tale errore è considerato errore sui motivi? Perché non dovrebbe ben rientrare nel n. 2

dell’art. 1429? Sappiamo che i beni rilevano sia per il valore d’uso che per il valore di scambio, e

che anzi quest’ultimo è spesso quello al quale viene attribuito il maggior rilievo.

[Pensate a quel folle giapponese che ha comprato per novanta miliardi un quadro di Van Gogh e

dato disposizioni che sia messo nella sua bara quando morrà].

Come si fa a dire che il prezzo non sia un elemento essenziale degli interessi in contratto?

Eppure, eppure… Siamo in presenza di una cripto-regola, che fa parte della struttura

profonda dell’ordinamento. Nel modello di economia di mercato, è possibile che uno dei due

contraenti debba informare l’altro anche sui prezzi di mercato dei beni? Si pensi a quanto avviene

nei mercati asiatici o in Africa: contrattare sul prezzo è un’arte, l’abilità nel negoziato fa parte del

gioco, non è pensabile che si debbano dare informazioni sui prezzi praticati dagli altri!

Si spiega così che il valore di mercato del bene è un motivo irrilevante, pur essendo il prezzo di

mercato una qualità centrale del bene.

Tra le figure di errore sui motivi irrilevante, e quella di motivi rilevanti per dolo, vi sono due

ipotesi sulle quali è difficile dire qualcosa di sensato:

l’errore provocato colposamente (cfr. gestore del bar);

1. l’errore noto alla controparte, ma non da essa provocato (cfr. giovane donna);

2.

Sono questioni non risolte dal codice. E per auto-integrare l’ordinamento con l’analogia

dovremmo prima ricostruire il ‘sistema di valori’ sui vizi della volontà, cosa pressoché impossibile.

27-28 mar. 2003 ~ La nozione tecnica di errore

Parliamo di errore comune ad ambo le parti, e del fatto che secondo la dottrina in tal caso il

requisito della riconoscibilità non dovrebbe rilevare. In realtà, in tutte le ipotesi prospettate dalla

dottrina quando si proclama quest’idea, non siamo affatto in presenza di errore.

Introduciamo il tema della nozione tecnica di errore, con un’ipotesi. Faccio un preliminare di

vendita (il buon vecchio preliminare), nel quale “ti prometto in vendita il terreno edificabile sito in

x”, ma già al momento del contratto il terreno è inedificabile. Qui non c’è errore: siamo in presenza

di mancanza delle qualità promesse, ed entra in gioco l’art. 1497. Si ha risoluzione per

inadempimento, e non annullamento: si avrà quindi anche diritto al risarcimento del danno.

Ma, seguendo la definizione che Trimarchi ed i manuali danno del concetto di errore,

quest’ultimo esempio rientrerebbe nella definizione. Ne concludiamo che essa è troppo ampia.

Galgano fa l’esempio di un errore comune attraverso un caso di successione testamentaria. Gli

eredi A e B dividono il patrimonio in parti uguali, ma poi si scopre che era erede uno solo dei due.

34

In senso atecnico, c’è errore perché nessuno dei due sapeva dell’altro testamento dal quale risultava

così. Sarebbe in tal caso irrilevante l’irriconoscibilità?

Anche nel preliminare di cui sopra, in senso atecnico, il compratore ha commesso un errore, ma

in senso tecnico non c’è errore, ma discrasia fra l’interesse giuridicizzato in contratto (avere un

terreno edificabile) e l’interesse che in concreto viene soddisfatto (avere un fondo rustico). La parte

non sta ricevendo ciò cui ha diritto: non c’è errore, ma inadempimento, perché il contratto mi

garantisce tutto quello che io volevo, tanto che avrò diritto al risarcimento per equivalente.

Si può parlare di errore, invece, quando il contratto non mi garantisce l’interesse che volevo

soddisfare in esso, quando c’è divergenza fra l’interesse giuridicizzato in contratto e l’interesse

che volevo giuridicizzare/soddisfare con il contratto.

Quindi, se nel preliminare di cui sopra avessero scritto “ti vendo il terreno x a 10 miliardi”,

mancando l’indicazione di edificabile, il contratto non garantirebbe ciò che si voleva giuridicizzare

e saremmo in presenza di errore.

Che un terreno sia edificabile o meno, il venditore deve saperlo, e deve capire se l’altra parte

vuole acquistare per edificare, quando invece è rustico.

Il requisito della riconoscibilità non può riguardare tutti gli errori, perché sarebbe troppo costoso

l’onere di parlar chiaro: si tratta di errori che riguardino entrambi, e non uno solo dei contraenti.

Il tema è solitamente affrontato in maniera scientificamente indecorosa, come abbiamo visto.

Bianca, studioso serio, fa un caso molto comune in giurisprudenza. Due grossi imprenditori si

accordano per la gestione di un complesso alberghiero (il proprietario cede in gestione): il canone

d’affitto varia in relazione al numero di presenze nell’albergo. Sorge controversia sul numero di

persone che hanno frequentato l’albergo, e ad un terzo viene affidato il compito di stabilire il

numero di ospiti. Questo fa una propria stima, che si scopre poi essere macroscopicamente

sbagliata. Ma lo sbaglio di una persona incaricata da entrambi non può essere attribuito ad entrambi.

Bisogna distinguere i casi di errore vero e proprio dai casi che errori non sono.

Caso 15 – La vendita di fondo rustico che era edificabile Si consideri

un’ipotesi contenuta nel libretto. Negli anni Settanta, A vende mediante atto

pubblico un terreno indicato nel contratto come fondo rustico a B. Dopo poco

tempo, il venditore scopre che era diventato edificabile poco prima. Quindi, al

momento in cui è stato venduto, esso valeva molto di più. Il venditore

vorrebbe dunque annullare il contratto.

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Potrà ottenere annullamento mediante il 1497, per ‘mancanza di qualità promesse’? certo

 che no, è norma a tutela del compratore! E comunque ci sono tutte le qualità promesse: il

compratore potrà ben piantarci fiori.

 Allora il venditore chiede l’annullamento per errore. Ma l’altra parte dice: l’errore né lo

conoscevo, né potevo conoscerlo. Io sono un imprenditore agricolo, ho comprato il

terreno per allargare il mio fondo, ed in questo periodo se ne stanno vendendo tanti, di

fondi rustici.

Il giudice non ha annullato il contratto, adducendo che l’errore non era riconoscibile. Ma la

sentenza è sbagliata: in questo caso non c’è errore, manca la divergenza fra l’interesse

giuridicizzato in contratto e l’interesse che ci si aspettava di soddisfare. C’è una divergenza fra

l’interesse giuridicizzato e quello che si attua in concreto, che determina un arricchimento

ingiustificato del compratore. Questi, infatti, in base al contratto avrebbe diritto ad un fondo rustico,

e riceve di più e diversamente da quanto doveva avere in base all’accordo.

Dovremmo quindi togliere di mezzo il contratto in base ai principi dell’arricchimento senza

causa.

Auricchio e Barcellona non cadono in errore, e propongono una distinzione fra oggetto del

contratto (vendita di terreno rustico) ed oggetto del rapporto (terreno edificabile), parlando di un

effetto giuridico non legittimato dal contratto.

L’errore, invece, è quando l’effetto giuridico è legittimato dal contratto (“ti vendo al prezzo di

10 mil. il fondo x”, senza chiarire se è rustico o edificabile).

Spesso si collocano all’interno della teoria dell’errore questioni che non vi rientrano.

La nozione diffusa di errore è quindi tecnicamente inutilizzabile. Supponiamo che sia “erronea

conoscenza di un qualcosa”, non potremo più distinguere fra errore ed inadempimento.

Ma perché non facciamo questa distinzione? Normalmente noi pensiamo all’ipotesi classica

dell’obligatio, e ricordiamo che l’inadempimento dell’obbligazione riguarda un fatto futuro, mentre

l’errore riguarda il passato. Per una strana tradizione, nell’ordinamento francese ed italiano

abbiamo comunque forme di inadempimento originario iniziale (Supponiamo: “ti vendo questo

quadro di Picasso”, ma non è di Picasso; l’oggetto è impossibile, ed il contratto è nullo? Quando

mai, l’impossibilità va considerata in astratto, non in concreto: l’oggetto è impossibile se è in

astratto o in assoluto, tipo “ti vendo una certa casa sulla luna”, non se il contratto è valido ed

inadempiuto: “ti vendo una casa nel posto x”, dove non c’è una casa).

Solo con l’inadempimento il creditore ha diritto al pieno risarcimento del danno, non con

l’annullamento. L’inadempimento originario ha quindi questa funzione. Si pensi che

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nell’ordinamento tedesco la garanzia per i vizi della cosa era sempre solo per l’interesse negativo

(come fosse nullo il contratto). Nel nostro ordinamento invece è sempre stata importante la

distinzione.

Se un interesse è stato contrattualizzato, ed in concreto non si realizza, si ha inadempimento. Se

un interesse non è stato contrattualizzato, e la parte vuole realizzarlo, c’è errore.

Inoltre, il problema sorge se si tratta di distinguere fra errore e qualcosa che non ha neanche un

nome nel nostro ordinamento, e che non è inadempimento. Si pensi al caso di vendita di terreno

indicato come rustico che in realtà era edificabile.

Cosa non funziona nel definirlo errore? Sappiamo che con l’errore si trasferisce il costo di una

propria defaillance sull’altra parte. Ma nel caso che abbiamo davanti, se lasciamo in vita il

contratto, avremo un arricchimento ingiustificato in base al contratto, e il compratore otterrà un

bene con valore d’uso e valore di scambio del bene molto maggiori. Non possono mettersi insieme

situazioni così diverse e chiamarle tutte “errore”.

Consideriamo ancora un contratto di compravendita di un fondo e che nel contratto si scriva “ti

vendo questo fondo, che è esteso 102 ettari, per il prezzo di 50.000 € ad ettaro”. Dopo due mesi il

venditore scopre che il fondo è esteso 102 ettari e mezzo.

Secondo la prospettiva di Trimarchi, in questo caso c’è errore del venditore.

Ma andiamo a vedere la disciplina dell’errore: ex 1430 saremmo in presenza di errore sulla

quantità non determinante del consenso, pertanto il contratto resta in vita, e se vi fosse dolo ci

sarebbe diritto all’integrazione del prezzo.

Solo che una regola di questo tipo sarebbe assurda: l’acquirente ottiene un arricchimento

o che è ingiustificato, in base al contratto. Se, invece, nel contratto non vi fosse

l’estensione, il compratore non riceverebbe più di quanto dedotto il contratto ed il

venditore potrebbe dimostrare di credere che fosse più piccolo e il tutto sarebbe

correttamente errore.

L’errore è una tecnica con cui si distribuisce il costo di una defaillance su una delle parti. In

questi casi la formula “oggetto parzialmente impossibile” è atecnica, ma rende l’idea del fatto che

non siamo in presenza di errore.

Ma invece qui entra in gioco l’art. 1537, che è un indice del fatto che per l’ordinamento questo

caso non ha nulla a che vedere con il concetto di errore. Qui si deve pagare un supplemento di

prezzo, o scegliere di rescindere il contratto (per evitare l’imposizione di uno scambio non voluto:

l’impegno è infatti diverso da quello programmato).

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Nel 1537 siamo in presenza di quello che Trimarchi chiamerebbe errore, ma esso è disciplinato

in maniera molto diversa, e con diversi principi:

Anche il minimo “errore” ha la sua rilevanza!

o Non è previsto da nessuna parte il requisito della riconoscibilità;

o 

Cfr. art. 1338 (conoscenza delle cause di invalidità) In materia di errore non ci sarà

o praticamente mai responsabilità pre-contrattuale, perché bisognerebbe dimostrare a) che

l’errore era riconoscibile b) ma che la parte attrice non poteva conoscerlo con l’ordinaria

diligenza.

La responsabilità oggettiva era un tempo molto più estesa, e si parlava di responsabilità pre-

contrattuale oggettiva, avente caratteristiche particolari. Cfr. in questo caso l’art. 1539.

Il compratore è costretto a recedere per quello che in fondo è un ‘inadempimento’ del venditore,

che ha promesso 102 ettari e ne ha dati 102 e mezzo. Quindi, il compratore ha diritto ad un

rimborso delle spese (dell’interesse negativo al contratto), che prescinde dalla colpa del venditore.

Anche questo è un indice del fatto che non siamo in presenza di errore. Tra l’altro, c’è una

divergenza fra ciò che è convenuto in contratto e ciò che in concreto si attua.

Ricapitolando:

riceve meno di quello cui

ha diritto in base al INADEMPIMENTO

contratto

riceve quello che prevede

il contratto, ma non è

rispondente all’interesse ERRORE

che voleva giuridicizzare

in contratto

Se il riceve più di quello cui ha non c’è neanche il nome per

compratore diritto in base al contratto definire questa cosa, che non è del

tutto ignota al legislatore e che è

trattata con criteri diversi:

 rileva anche lo scostamento

minimo

 è concesso al compratore il

diritto almeno alle spese del

contratto

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anita K

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto civile presi durante le lezioni del Professor Belfiore, in cui vengono analizzati i seguenti argomenti: descrizione dei casi giurisprudenziali, la disciplina dell’errore (errori del legislatore), gli atti economici e l’annullamento del contratto, la forza di legge e la logica dell’autonomia privata, la correlazione fra profitto e danno, l’errore giuridico casuale e l’ignoranza provocata.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Belfiore Angelo.

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