Significato di Laos e la sua evoluzione storica
Laos come identità nazionale
LAOS sta ad indicare i concittadini o più genericamente, l'appartenenza di un agente a un contesto etico-politico. Laos è poi simmetrico a logos (logico), perché in esso la pluralità dei soggetti si compone in un ordine costituito (un’armonia epistemica). Laos = identità nazionale (idea di popolo). Ma negli anni più recenti questo termine ha assunto un significato malleabile, tutti lo usano come vogliono. È nostro compito tornare al significato semantico originario della parola “laicità”, mediante un metodo filologico, cioè affidandoci alle fonti.
"Laos" come identità nazionale
La parola laos ci porta al cuore della classicità. Come ne canta il mito omerico e successivamente i dialoghi platonici, sta ad indicare i concittadini (vedi sopra). Dunque laos esprime un’identità nazionale, rappresenta un’idea di popolo dinamica ed energica proprio in quanto raccolta al cospetto di una superiore autorità, che è rappresentata dal potere politico. Questo richiede ovviamente un patto indissolubile tra soggetto ed ordinamento che segna l’appartenenza fedele del membro della comunità alla propria patria (solo per fare un esempio l’Iliade con la parola laos intende non solo cittadini soggetti della polis in tempo di pace, ma anche milizie armate in lotta per la difesa della città).
Dio sceglie un "Laos" tra le tante etnie
Nella Bibbia dei Settanta ricorre con frequenza il termine laos. Da qui si inizia a distinguere ciò che è laico da ciò che non lo è: laico diviene ciò che non è consacrato a Dio, essendo adibito a usi profani (distinzione tra sfera del sacro e sfera del profano, ad esempio, il pane laico distinto dal pane consacrato). Il popolo beneficiario della salvezza divina che si distacca dal resto (i laici).
Nella Didascalia degli Apostoli si dice: "Ascoltate perciò anche voi, o laici, la Chiesa eletta da Dio". La terminologia “anche voi” verrà raccolta (ed accolta) nel periodo altomedievale, dove lo studio e l’interpretazione delle Scritture saranno monopolio dei chierici e il “laico” figurerà sempre più come l’incolto, l’illetterato, la persona addirittura connotata con pochezza intellettuale. Graziano (1400) arriva a formulare due situazioni giuridiche soggettive contrapposte: da un lato chi si dedica alla preghiera e si occupa degli affari della chiesa (clerici); dall’altro chi coltiva la terra ed opera nei mercati e gestisce gli affari temporali.
Questo distacco, avvertito in modo molto polemico, provoca la reazione "violenta" del popolo dei fedeli, che comincia a organizzarsi e a rifiutare la condizione di subalternità rispetto alla élite sacerdotale. Così mentre la maggioranza dei laici si inchina al volere di Roma, non pochi si ribellano, formando gruppi tendenti all’eresia (si pensi al fenomeno delle confraternite laicali: un soggetto emergente, proprio per questo ancora non riconosciuto giuridicamente dalle autorità civili e dalle gerarchie ecclesiastiche, cerca di assicurarsi un’identità politica, uno status che solo l’appartenenza a un corpo strutturato, qual è la confraternita, può consentirgli).
Con Ernst Wolfgang Bockenforde si raggiunge la definizione moderna di Stato moderno, concepito non come una concentrazione di potere politico, ma come uno Stato laico, cioè il risultato di una differenziazione del potere temporale dal potere spirituale di matrice religiosa, questo perché parlare di un proprio diritto riferito ad uno Stato preciso, significa separare dalla sfera politica-temporale dalla sfera sacrale. Da qui, con le guerre di religione, prende corpo lo ius publicum europaeum, caratterizzato dal tratto indelebile della sovranità (Hobbes e Bodin).
Tre autori del Seicento
- Cartesio con il cogito cartesiano = la coscienza è autocoscienza (tutto quello che avviene in noi, in quanto ne abbiamo consapevolezza); il pensiero consiste nella rappresentazione soggettiva del mondo esterno; la verità consiste nella certezza della rappresentazione; il soggetto stabilisce l’essere, fissando ed interpretando le regole del mondo che lo circonda.
- Spinoza con la libertà necessaria = nonostante i poteri sovrano hanno diritto su tutto e sono considerati gli interpreti del diritto e della pietà, non potranno mai impedire che gli uomini giudichino una qualsiasi cosa secondo il proprio ingegno e non siano mossi da questo o dell’affetto.
- Pascal con la legittimazione della ragion di Stato = nonostante Pascal sia un cristiano, nei suoi studi si riscontrano elementi profani e veri e propri germi di critica social-rivoluzionaria: l’uomo si detta le regole del vivere civile in totale autonomia, radica il diritto nella forza, libera la sfera della politica da ogni ascendenza etica o religiosa.
Concetti del seicento e ottocento
Nell’Ottocento l’esaltazione cartesiana della libertà dell’uomo (come dominio dello stesso sul mondo e su sé stesso) viene superata dal dominio della tecnica (dove poco o nulla è concesso all’individuo). La norma (posta sacralmente) lascia il posto alla regola puramente tecnica (posta dalla natura stessa delle cose). In questo periodo storico tocca ai giuristi (e non ai teologi) tacere, cioè attenersi ad una tecnicità pura, cioè totalmente profana. Da qui in poi, fino ad arrivare ai giorni nostri, si passa dal diritto naturale ai diritti umani, una nozione che appare vaga ed imprecisa (addirittura secondo alcuni nata ed utilizzata esclusivamente per giustificare avventure militari, “missioni di pace”).
Un frammento di Senofane
Il demos in Senofane = esprime una condizione sociale comune, NON un’appartenenza di carattere politico. È un’entità popolare che esprime una fama (audience), soggetti concordemente schierati nel plauso per il vincitore della competizione sportiva, elargisce senza parsimonia a costui denaro pubblico e onori.
Il laos in Senofane = insieme di persone mature, unite da un mutuo consenso e fedeli a un’autorità in cui si riconoscono. Qui siamo sempre nel contesto della competizione sportiva agonistica, ma per affermare che coloro che primeggiano in questi campi (ed eccitano le folle), non rendono certamente migliore l’ordinamento della città. Si parla di demos quando prevale il clamore ed il successo sulla razionalità (il privilegio sull’interesse comune), basta pensare al frammento di testo in cui Senofane descrive il vantaggio di cui godono i primattori rispetto ai sapienti (i vincitori delle competizioni sportive sono acclamati e riempiti di ricchezze); si parla di laos quando si hanno solo l’ordine politico e la convivenza civile, ma anche l’armonia naturale (Baruch Spinoza conforme a questo modo di vedere le cose disse che: “quanto minore libertà di giudicare si concede agli uomini, tanto più ci si allontana dallo stato di natura. E dunque, tanto più si regna con violenza”).
La lettera a Diogneto
Nel 1426 un giovane chierico latino vide sul banco di un pescivendolo di Costantinopoli, tra le carte predisposte per avvolgere il pesce, un manoscritto in cui si parlava dei primi cristiani. Col tempo e con gli studi se ne dedusse che quei fogli trascrivevano la Lettera a Diogneto: uno scritto in forma epistolare indirizzato da un apologista del II secolo d.C. a un maestro della cerchia stoica di Marco Aurelio.
L’epistola ci fornisce un’immagine precisa di quelle primitive comunità carismatiche, prive di strutture stabili e ancora non soggette ad alcun ordine gerarchico, per le quali Bergson parlò di religione aperta, poi inesorabilmente trasformatasi in società chiusa, ingessata entro un complesso dogmatico di regole coercitive.
Il documento è diviso in 3 parti: nella prima si puntualizza l’alterità del nuovo credo rispetto a paganesimo e giudaismo; nella seconda si descrivono i tratti essenziali della vita dei cristiani; nella terza si parla della missione e della diffusione del Verbo nel mondo.
Nella seconda parte, la più importante, emerge una concezione del mondo carceraria: la conoscenza, fosse pure profonda e geniale, di per sé non salva; la patria non è il luogo entro cui si decidono i destini dell’uomo. In un frammento di testo compaiono le parole demos e laos.
Il demos in Diogneto = indica le genti nell’accezione più ampia ed imprecisata. L’autore dell’epistola si fa maestro di ogni popolazione, quali che siano discendenze razziali o etnie, in forza del mandato ricevuto dagli apostoli: la gente ha il compito di accogliere la parola di Dio (la gente è composta da tutti coloro che non credono ancora in Dio).
Il laos in Diogneto = indica il popolo contrapposto al termine gente e utilizzato per parlare di un determinato gruppo di soggetti (cittadini) che non professano una stessa religione, quella cristiana. Nella lettera a Diogneto l’autore (paradossalmente) non vuole tanto evangelizzare un determinato gruppo di soggetti (il popolo, unito nel segno della politicità), ma egli persegue la trasformazione dell’universo in universo cristiano (tutte le genti, quale che sia loro provenienza o identità, sono egualmente chiamate all’appello della Chiesa).
Virgilio per Dante
Virgilio è un poeta e pensatore precristiano: “labor, pietas, factum”.
- Labor = Virgilio è per la dignità del lavoro manuale e per la capacità dell’uomo di positivamente incidere sui ritmi della natura, anche attraverso l’invenzione di nuove tecniche (artes). Il lavoro non è come nel pensiero greco demonizzato (si privilegia l’ozio, non come passività e trascuratezza, ma come contemplazione delle meraviglie della circostante natura), con Virgilio è un’attività tesa al progresso dell’umanità.
- Pietas = essa è patria e fede, è la cura per il padre anziano, il malinconico rispetto per quelle membra stanche e per quell’approssimarsi alla morte (una concezione amorevole dell’esistenza).
- Fatum = il protagonista dell’Eneide scende negli inferi e dialoga con le anime e questo ci fa capire quanto sia lontana in Virgilio la visione del fato che sovrasta l’uomo greco (e che non appare modificabile, vedi Icaro). In questo senso Virgilio e Dante grazie alle loro opere intendono descrivere dei viaggi (degli itinerari) che non sono delle fughe dal mondo, ma sono premesse spirituali per la fondazione di un ordine politico finalmente duraturo (la responsabilità dell’uomo).
Ippolito e la rilettura di una fonte ericlea
Luogo pubblico e simbolo religioso costituiscono poli contrapposti e antagonisti:
- Luogo pubblico è la casa comune di tutti i cittadini a prescindere dal loro credo o non credo religioso → uguaglianza formale di tutti i cittadini (certezza del diritto).
- Simbolo religioso è l’immagine forte di un’esperienza di fede → radicale alterità (diversità).
Symbolon deriva dal greco e significa un oggetto “scagliato con forza”, che va inteso come “oggetto traslato”, legato quindi alla confessione di appartenenza. Il simbolo non chiede riflessione razionale (un ragionamento), ma si impone per fede. Diabolon (Diavolo) viene prima del Symbolon ed è inteso come colui che divide e allontana da Dio (il male per eccellenza). Per affrontare il male occorre stanarlo e svelarlo e ciò lo si fa proprio coi simboli.
Da qui l’importanza della comunicazione simbolica, che non si arresta all’immagine in sé e per sé religiosa, ma investe un più ampio ambito, entro cui spiccano formulazioni letterarie (gergo dei presocratici come Eraclito; mago della parola, Heidegger) e capacità espressive del corpo (le più svariate pratiche religiose: acconciature dei capelli o della barba, segni, incisioni o mutilazioni fisiche, uso di abbigliamento particolare). A tale ultima forma di manifestazione simbolica appartengono lo Hijab o il burqa afgano: che non indica solo il pudore e la sobrietà che deve caratterizzare la femminilità nelle sue relazioni con gli estranei e proteggerla da tentazioni o aggressioni, ma indica anche un grado di specifica sottomissione nell’accesso alla verità rivelata (un segno di umiltà teologica, prima che di sottomissione politica). I simboli religiosi non vanno letti staticamente, ma vanno interpretati entro uno scambio delle narrazioni che coinvolge varie esperienze.
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