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Atti legislativi Tra i più significativi vanno ricordati:

prima del codice la costituzione che innova la

«Vacante Sede Apostolica»,

• disciplina del conclave per l’elezione del pontefice (1904),

il decreto sulla forma di celebrazione del

«Ne temere»,

• matrimonio (1907),

la costituzione sul riordinamento della

«Sapienti consilio»

• Curia romana (1908).

Inoltre, nel 1909, inizia la pubblicazione degli «Acta Apostolicae

(il periodico ufficiale della Santa Sede). Prima di tale anno i

Sedis»

principali atti del pontefice e della Curia romana venivano inseriti

negli (41 volumi comparsi tra il 1865 e i1

«Acta Sanctae Sedis»

1908); questa collezione aveva un valore puramente privato fino al

1904 quando Pio X ne sancì il carattere autentico e ufficiale.

Il codice del diritto canonico del 1917

Il viene promulgato da Benedetto XV (1914-

Codex iuris canonici

1922) con la costituzione nel

«Providentissima Mater Ecclesia»

maggio 1917 ed è pubblicato nel giugno successivo mediante

inserzione negli «Acta Apostolicae Sedis».

Dal punto di vista formale il entrato in vigore

nuovo testo legislativo,

nel maggio 1918, si compone di 2.414 canoni, stilati in forma breve,

astratta e senza menzione delle loro motivazioni, distribuiti in 5 libri,

che, a eccezione del primo, si articolano in di cui alcune sono

parti,

suddivise in sezioni.

Suddivisioni dei Tutti i libri, sono ripartiti in spesso distinti in che, a

titoli, capitoli

libri loro volta, possono suddividersi in A tutte queste

articoli.

suddivisioni sono premesse delle che enunciano

rubriche

sinteticamente l’argomento trattato e di cui sono privi solo alcuni

canoni di carattere introduttivo, non ricompresi nei titoli.

Infine i singoli canoni, dotati di numerazione continua per tutto il

codice, sono spesso suddivisi in o in

paragrafi numeri.

La sistematica adottata non si scosta molto da quella enunciata da

Gasparri nella lettera alle università cattoliche:

il primo libro, tratta delle leggi e della loro

Normae generales,

• efficacia, della consuetudine, del computo del tempo, dei

rescritti, privilegi e dispense;

il secondo, contiene la disciplina relativa ai

De personis,

• chierici, ai religiosi, ai laici;

il terzo, concerne i sacramenti, i luoghi e i tempi

De rebus,

• sacri, il culto divino, il magistero ecclesiastico, i benefici e gli

altri istituti non collegiali, i beni temporali;

il quarto, riguarda i giudizi, le cause di

De processibus,

• beatificazione e canonizzazione e alcuni procedimenti speciali

riguardanti i chierici;

il quinto, disciplina la materia penale.

De delictis et poenis,

Ai cinque libri fanno seguito alcune emanate

costituzioni pontificie,

in diverse epoche e riguardanti varie materie tra cui l’elezione del

pontefice.

Valore giuridico Il valore giuridico del Codice è quello di una collezione

del Codice approvata e promulgata dal pontefice come

autentica:

• supremo legislatore,

tutte le disposizioni in esso contenute, sia che

unica:

• presentino carattere di novità sia che si limitino a ripetere

l’antica disciplina, hanno la stessa fonte di obbligatorietà e, di

conseguenza, vanno considerate come emanate nello stesso

momento.

Universalità L’universalità del Codice non è assoluta: esso riguarda solo la

Chiesa latina.

Esclusività Circa, poi, la sua nonostante i propositi enunciati nel

esclusività: il Codice non raccoglie

motu proprio «Arduurn sane munus»,

l’«universum poiché da un lato non comprende le leggi

ius»

liturgiche e dall’altro non abroga gli accordi della Santa Sede con le

varie nazioni (convenzioni, concordati), lasciando intatti anche i

diritti acquisiti e i privilegi disposti dalla Santa Sede e ancora in uso.

Sono, infine, tollerate le consuetudini contrarie centenarie o

non espressamente riprovate e non abolite.

immemorabili

A parte queste eccezioni, tutte le leggi sia universali sia particolari,

contrarie alla disciplina del Codice, vengono abrogate (salvo diversa

disposizione).

Circa l’opera realizzata da Gasparri, diverse sono le opinioni

manifestate in merito.

Si può affermare che ad una quasi unanime valutazione largamente

positiva si è andata gradualmente sostituendo una più meditata

riflessione che ha portato alla formulazione di vari e significativi

rilievi.

Critiche Una prima osservazione è che benché il cardinal Gasparri nella sua

prefazione collochi il Codice nella grande linea delle collezioni

canoniche dei secoli precedenti, questa tesi non appare sostenibile.

Il Codice conserva nella sua sostanza gran parte del diritto

precedente, ma esso costituisce un’assoluta novità nella storia della

Chiesa, che non aveva mai conosciuto una legislazione che

assorbisse, in modo pressoché totale, la disciplina precedente,

abolendo formalmente tutte le collezioni anteriori.

Questa rigida separazione tra storia e diritto vigente è dovuta alla

stessa impostazione metodologica del Codice che, abbandonando il

sistema tradizionale delle collezioni, si ispira a quelle teorie che,

privilegiando i concetti giuridici e le formule astratte sulla

concretezza della vita sociale e delle vicende storiche, avevano

determinato in molti paesi il processo di codificazione.

Il Codice si collocherebbe in un disegno di accentramento che,

mediante l’imposizione di una rigida uniformità disciplinare, finisce

col negare ogni legittimo pluralismo, col favorire il giuridismo (= la

sopravvalutazione dell’importanza del momento giuridico nella vita

della Chiesa), col ridurre quella adattabilità alle più diverse

circostanze di tempo e di luogo che caratterizza l’ordinamento

canonico.

Aspetti positivi Tutte queste critiche sono meritevoli di attenta considerazione anche

del codice se non si possono trascurare gli esiti positivi del Codice che

ha posto termine alla confusione legislativa preesistente,

• ha permesso una maggiore conoscenza delle leggi

• ecclesiastiche,

ha consentito un più ordinato svolgimento della vita ecclesiale,

• ha favorito un notevole sviluppo degli studi canonistici.

Si può, comunque, affermare con certezza che la codificazione non

costituisce quella forma di legislazione assoluta e perfetta che gli

autori del Codice mostrano di credere.

Questa suggestione del «mito» della codificazione è particolarmente

evidente nel con cui nel

motu proprio «Cum iuris canonici»

settembre 1917 Benedetto XV istituisce la commissione per

l’interpretazione autentica dei canoni del Codice.

Il dispone che le congregazioni romane si astengano

motu proprio

dall’emanare decreti generali ma si limitino a pubblicare istruzioni

che si presentino come spiegazioni e complementi dei canoni del

Codice. Qualora, una grave necessità della Chiesa universale

imponga innovazioni legislative, la commissione provvederà a

redigere le nuove disposizioni in canoni che verranno sostituiti o

aggiunti a quelli già contenuti nel Codice.

Quest’ultima disposizione non ha trovato pratica attuazione, mentre

la commissione ha puntualmente adempiuto al primo compito

assegnatole di interpretare autenticamente i canoni del Codice,

pronunciando numerosi responsi che sono stati pubblicati sugli «Acta

Apostolicae Sedis».

Il codice delle chiese orientali

Il riguarda esclusivamente la Chiesa

Codice di diritto canonico

latina: non vincola i fedeli di altro rito se non in quelle disposizioni

che per propria natura obblighino anche loro, come i canoni che

dispongono in materia di fede e morale e quelli che contengono

precetti di diritto divino.

La viene decisa da Pio XI che

codificazione del diritto degli orientali

nel 1929, dopo aver consultato i vescovi di rito orientale, affida i

lavori preparatori ad una commissione cardinalizia, presieduta da

Gasparri, a cui vengono affiancate, l’anno successivo, altre due

commissioni:

alla prima, composta dai delegati dei vari riti orientali e da

• qualche canonista latino, viene assegnato il compito di

collaborare alla preparazione della codificazione,

la seconda, a cui partecipano studiosi di tutti i riti, riceve

• l’incarico di curare la raccolta delle fonti.

La commissione cardinalizia viene, infine, trasformata nel 1935 in

commissione per la redazione del Codice di diritto canonico

sotto la presidenza del cardinal Sincero, a cui succede il

orientale

cardinal Massimi.

Prima di tale data, i delegati orientali procedono all’elaborazione

degli schemi da inviare ai vescovi orientali, ai rappresentanti

pontifici e ai vescovi latini nei territori orientali, ai superiori

maggiori dei religiosi orientali e ad alcune università ecclesiastiche.

Le risposte pervenute sono esaminate da un gruppo di consultori che

presenta le sue proposte alla commissione cardinalizia la quale, a sua

volta, provvede ad approvare il testo dei canoni da sottoporre al

sommo pontefice.

Un primo abbozzo di tutto il codice orientale viene dato alle stampe

nel 1943 e un nuovo schema, con numerose modifiche, viene

stampato nel 1945, sempre a uso interno.

Ad una conclusione dei lavori si giunge nel febbraio 1949 con la

promulgazione dei canoni riguardanti il matrimonio, avvenuta ad

opera del a cui fanno seguito

motu proprio «Crebrae allatae sunt»,

negli anni successivi le norme relative ai giudizi, ai religiosi, ai beni

temporali, al significato delle parole, ai riti e alle persone.

Le promulgazioni parziali del codice orientale cessano con la morte

di Pio XII (1958), il quale aveva dato un deciso impulso ai lavori

della commissione facendoli giungere quasi al termine.

La codificazione orientale ha incontrato difficoltà ben maggiori di

quella del diritto latino.

Mentre la disciplina della Chiesa latina presentava una relativa

omogeneità dovuta sia all’unicità del rito regolato, sia alla precedente

opera centralizzatrice della Santa Sede, i diritti delle Chiese orientali

erano, e sono tuttora, talmente diversi che alcuni di essi appaiono più

simili al diritto latino di quanto lo siano tra di loro.

Da tale diversità deriva:

una notevole difficoltà ad individuare e codificare un diritto

• comune a tutte le Chiese orientali,

la necessità che il codice orientale lasci ai diritti particolari

• uno spazio ben più ampio di quello previsto dal Codice di

diritto canonico, data l’impossibilità di ridurre a uniformità le

differenti tradizioni e discipline delle singole Chiese.

Principi del concilio vaticano II

Nel 1959 Giovanni XXIII annuncia inaspettatamente la prossima

convocazione di un «Concilio ecumenico per la Chiesa universale»

Le ragioni che avevano indotto il pontefice a questa decisione si

trovano enunciate nella costituzione con cui nel

«Humanae salutis»,

1961, dopo un intenso lavoro di preparazione, viene convocato il

Concilio ecumenico Vaticano II.

Scarso A giudizio di Giovanni XXIII, di fronte alla crisi della società, la

avanzamento Chiesa è chiamata a mettere in contatto con il Vangelo il mondo

morale moderno in cui al grande progresso materiale dovuto alle conquiste

della scienza e della tecnica non corrisponde un eguale avanzamento

in campo morale, dove, anzi, si manifestano preoccupanti fenomeni.

Giovanni XXIII ritiene urgente convocare il concilio per dare alla

contribuire più efficacemente alla

Chiesa la possibilità di

soluzione dei problemi della società moderna.

Questa finalità ispira il programma del concilio che dovrà occuparsi

dei problemi dottrinali e pratici corrispondenti all’esigenza di una

perfetta conformità della Chiesa all’insegnamento di Cristo

La Scrittura, la tradizione, i sacramenti, la preghiera, la disciplina

ecclesiastica, le attività caritative e assistenziali, l’apostolato dei

laici, gli orizzonti missionari, preoccupandosi anche specificamente

dell’influsso che l’ordine soprannaturale deve esercitare su quello

temporale in modo che le deliberazioni conciliari investano di nuova

luce non solo l’intimo delle coscienze, ma anche tutta la massa

collettiva delle umane attività.

I lavori del concilio, a cui partecipano circa 2.500 padri (vescovi,

prelati a essi equiparati, superiori generali dei religiosi) giunti da

ogni parte del mondo, hanno inizio nell’ottobre 1962 e si articolano

in 4 periodi:

dall’ottobre al dicembre 1962,

• dal settembre al dicembre 1963,

• dal settembre al novembre 1964,

• dal settembre al dicembre 1965.

L’8 dicembre il Concilio Vaticano II viene solennemente dichiarato

concluso da Paolo VI.

Documenti I documenti conciliari - promulgati, per ordine del pontefice

conciliari mediante la pubblicazione sugli sono 16:

«Acta Apostolicae Sedis»

4 costituzioni: hanno un carattere eminentemente dottrinale

• oppure contengono deliberazioni di cui si è voluto sottolineare

la particolare importanza;

9 decreti: pur non mancando di esposizioni dottrinali di varia

• ampiezza, riguardano soprattutto le applicazioni pratiche;

3 dichiarazioni: risultano atti concernenti questioni specifiche,

• affrontate sotto il profilo sia dottrinale che pastorale, ai quali il

concilio non ha ritenuto opportuno conferire la solennità

propria delle costituzioni.

II problema della qualificazione giuridica delle deliberazioni del

Vaticano II nel quadro delle fonti del diritto canonico presenta una

certa complessità in quanto le esposizioni dottrinali non sono

completate (come nei concili precedenti), da canoni che ne

sintetizzino le proposizioni, enunciando i relativi precetti e sanzioni.

Questa assenza di (al fine di privilegiare la «pastoralità»

canones

sulla «giuridicità») non implica la mancanza di norme giuridiche, ma

impone all’interprete di identificarne l’esistenza sulla base di

un’analisi del contenuto dei singoli documenti conciliari che, in

quanto approvati dai padri e promulgati dal pontefice, sono idonei a

contenere disposizioni di tale natura.

Rilevanza Riguardo alla rilevanza giuridica delle deliberazioni conciliari,

giuridica delle spesso esse contengono «norme-principio»: tali norme svolgono una

deliberazioni funzione programmatica, qualificando l’ordinamento e fissando le

conciliari linee direttive del suo sviluppo; incidono talvolta direttamente e

immediatamente come norme sostanzialmente sovraordinate, nella

legislazione vigente, innovandola, abrogandola o derogandola, e

valgono, inoltre, come criteri di interpretazione e integrazione delle

disposizioni anteriori.

Non mancano, infine, soprattutto nei decreti, disposizioni di carattere

particolare che specificano o applicano i principi generali

precedentemente enunciati, comandando, invitando o esortando ad

un’attività pratica o anche predisponendo direttamente innovazioni

dell’ordinamento ecclesiastico.

costituzioni:

Le 4 che, illustrando la struttura della Chiesa,

1. «Lumen gentium»

enuncia la dottrina della sacramentalità e collegialità

dell’episcopato e afferma la vera eguaglianza di tutti i fedeli, e

quindi anche dei laici, riguardo alla dignità e all’azione

comune; è dedicata alla divina rivelazione e definisce il

2. «Dei Verbum»,

significato e il valore della Scrittura e della Tradizione che

costituiscono fonti di cognizione del diritto divino positivo;

la costituzione stabilisce i principi

3. «Sacrosanctum Concilium»

generali della riforma liturgica, innovando profondamente la

disciplina vigente;

di singolare importanza, poi, per la dottrina relativa alle

4. relazioni tra Chiesa e comunità politiche e all’istituto

matrimoniale la costituzione pastorale «Gaudium et spes»

sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

decreti:

Tra i 9

l’«Inter si occupa dei mezzi di comunicazione

1. mirifica»

sociale, sottolineandone l’incidenza nella vita moderna ed

enunciando diritti e doveri dei fedeli e dei pastori d’anime in

questo campo;

l’«Unitatis affronta il problema ecumenico = il

2. redintegratio»

ristabilimento dell’unità tra i cristiani, con un atteggiamento

particolarmente aperto e disponibile;

l’«Orientalium riguarda le Chiese orientali

3. Ecclesiarum»

cattoliche che ottengono una considerazione e un

apprezzamento delle loro specificità ben maggiori di quelli

precedenti;

l’«Ad riconosce nelle missioni un’attività essenziale

4. gentes»

alla Chiesa che impegna la responsabilità di tutti i vescovi,

stabilendo nuovi principi generali e disposizioni specifiche per

tutto il diritto missionario;

il che tratta dell’ufficio dei vescovi nei

5. «Christus Dominus»,

confronti della Chiesa sia universale che particolare,

formulando nel terzo capitolo la prima disciplina di diritto

comune delle conferenze episcopali a cui viene riconosciuta

(in termini molto limitati), vera e propria potestà legislativa;

l’«Optatam che innova l’impostazione e i criteri della

6. totius»,

formazione dei sacerdoti investendo l’ordinamento dei

seminari;

il che, oltre a definire la natura e le

7. «Presbyterorum Ordinis»,

funzioni del ministero dei sacerdoti, affronta anche problemi

molto concreti (es. la distribuzione del clero, le questioni

relative alla sua sussistenza, assistenza e previdenza,

l’istituzione del consiglio presbiterale);

il traccia le linee per il rinnovamento

8. «Perfectae caritatis»

della vita religiosa;

l’«Apostolicam tratta dell’apostolato dei laici

9. actuositatem»

nella società contemporanea alla luce di quei principi di

valorizzazione del laicato che si trovano già enunciati nella

costituzione dogmatica «Lumen gentium».

dichiarazioni:

Le 3 la enuncia i principi fondamentali

1. «Gravissimum educationis»

sull’educazione cristiana, soffermandosi su scuole, università

e facoltà cattoliche;

la si occupa delle relazioni della Chiesa con le

2. «Nostra aetate»

religioni non cristiane dopo aver sottolineato la necessità di

dialogo e collaborazione con buddisti, induisti e mussulmani,

insistendo sulla mutua conoscenza e stima con gli ebrei,

condanna come contraria alla volontà di Cristo qualsiasi

discriminazione e persecuzione perpetrata tra gli uomini per

motivi di razza, colore, condizione sociale o religione;

la interamente dedicata al problema

3. «Dignitatis humanae»

della libertà religiosa: rivendica a tutti gli esseri umani libertà

psicologica e immunità da coercizioni esterne nella ricerca

della verità.

L’interpretazione autentica di tutti questi documenti è affidata alla

Commissione centrale per il coordinamento dei lavori post-conciliari

istituita nel

e per l’interpretazione dei decreti del Vaticano II,

gennaio 1966 con il motu proprio «Finis Concilio».

Alla conclusione del concilio ha fatto seguito un’intensissima attività

legislativa da parte della Santa Sede, diretta:

sia ad emanare le necessarie norme di attuazione delle

• decisioni conciliari,

sia ad introdurre nell’ordinamento canonico quelle riforme che

• appaiano richieste dallo «spirito» del Vaticano II e dalle nuove

esigenze che si presentano.

Tra i più importanti provvedimenti di Paolo VI si possono ricordare

l’istituzione del Sinodo dei vescovi; le ampie facoltà di dispensa

concesse ai vescovi; la soppressione degli ordini minori.

Di notevole rilevanza anche le disposizioni circa la vacanza della

sede apostolica, l’elezione del pontefice, quelle di riforma della Curia

romana (modificate e sostituite da normative più recenti).

Da parte sua Giovanni Paolo II, nello stesso discorso programmatico

del suo pontificato, ha dichiarato di considerare «un compito

primario quello di promuovere la più esatta esecuzione delle norme e

degli orientamenti del concilio», avvertendo che esso «potrà

interessare più settori (es. quello missionario, quello ecumenico,

quello disciplinare, quello organizzativo)», ma dovrà soprattutto

riguardare l’ecclesiologia.

A tale proposito il pontefice ha sottolineato la necessità di

«riprendere in mano la conciliare cioè la

“magna charta”

costituzione dogmatica per una rinnovata

“Lumen gentium”,

meditazione sulla natura e sulla funzione, sul modo di essere e di

operare della Chiesa».

VERSO una NUOVA LEGISLAZIONE

1. Per la Chiesa latina

Nel discorso pronunciato nel gennaio 1959, Giovanni XXIII

annuncia, oltre alla prossima convocazione del concilio, la sua

intenzione di procedere alla revisione del Codice di diritto canonico.

II progetto trova pratica attuazione nel marzo 1963 con l’istituzione

della «Pontificia Commissio Codici iuris canonici recognoscendo»,

che, nella sua prima riunione, decide di dare immediatamente inizio

ai lavori stabilendo un organico rapporto con la segreteria del

concilio per conoscere le questioni di carattere giuridico e

disciplinare sollevate dai padri.

I primi risultati dei lavori vengono sottoposti, per volere del

pontefice, al Sinodo dei vescovi del 1967, che esprime un largo

consenso di massima ai «principi direttivi» elaborati dalla

commissione.

II nuovo Codice (che dovrà adattare la legislazione ai principi del

Vaticano II e alle nuove esigenze del popolo di Dio)

da un lato, manterrà un’indole giuridica,

• dall’altro, sarà animato da quello spirito di carità e

• moderazione che è proprio della legge canonica.

Si concederà ai vescovi una maggior discrezionalità nell’adattare il

diritto universale alle necessità dei fedeli.

I più ampi poteri dei vescovi non dovranno però intaccare la

necessaria unità del sistema giuridico e quindi, mentre si lascerà

maggiore spazio all’autonomia dei legislatori particolari, non saranno

consentiti nella Chiesa latina diritti particolari che si presentino come

leggi di Chiese nazionali e si porrà particolare attenzione a garantire

una certa unità di disciplina nel campo processuale.

In ogni caso, le posizioni dei singoli verranno tutelate

sia mediante un’enunciazione dei diritti soggettivi dei fedeli

• che preceda l’esposizione degli specifici diritti e doveri

corrispondenti ai loro diversi status,

sia mediante una radicale riforma della giustizia

• amministrativa.

Anche il diritto penale verrà profondamente rivisto in adesione

all’unanime richiesta di una riduzione delle pene.

Per quanto, infine, concerne il problema della determinazione delle

porzioni del popolo di Dio che costituiscono le singole Chiese

particolari, ci si atterrà di regola all’elemento territoriale, senza però

escludere il ricorso ad altri criteri.

Questi principi direttivi si discostano sotto vari profili da quelli che

avevano ispirato la legislazione precedente e impongono, di

conseguenza, la revisione della sistematica adottata dal Codice del

1917.

La commissione riconosce la necessità di una nuova ripartizione

delle materie in armonia con lo spirito del Vaticano II.

Viene quindi adottato un indice provvisorio delle materie al fine di

consentire la ripartizione dei consultori in diversi gruppi di studio

incaricati di predisporre le singole parti della futura legislazione e di

studiare alcuni problemi di carattere generale.

I singoli gruppi si riuniscono più volte a Roma per discutere le

questioni fissate dal presidente della commissione e presentate da un

relatore sulla base delle opinioni espresse in precedenza e per iscritto

dai vari consultori.

Gli schemi approvati dai gruppi di lavoro sono sottoposti al pontefice

perché ne autorizzi l’invio alle conferenze episcopali, ai dicasteri

della Curia romana, alle facoltà ecclesiastiche, all’unione dei

superiori generali dei religiosi.

Le osservazioni pervenute da questi organi di consultazione vengono,

infine, esaminati dalla segreteria e dai consultori dei vari gruppi per

definire il testo da presentare alla commissione cardinalizia che

approva lo schema definitivo da trasmettere al pontefice.

Nel contempo la Santa Sede provvede alle più urgenti riforme

legislative con interventi di carattere specifico,

2. Per le Chiese orientali

Nel già menzionato discorso del gennaio 1959, Giovanni XXIII

annunciava, oltre alla convocazione del concilio ecumenico e

all’intenzione di procedere alla revisione del Codice, la prossima

promulgazione del codice orientale.

Tuttavia si rivelò ben presto più opportuno attendere la conclusione

del Vaticano II.

Paolo VI istituisce, nel giugno 1972, la Commissione pontificia per

la revisione del codice orientale con il compito di preparare, la

riforma del Codice di diritto canonico orientale sia nelle parti già

promulgate con i 4 sia nelle parti già ultimate ma non

motu proprio,

ancora promulgate e di curare, al contempo, la pubblicazione delle

fonti del medesimo diritto.

La presidenza viene affidata ad un prelato, il siro-malabarese cardinal

Parecattil, e vengono chiamati a far parte della commissione, oltre a

pochi cardinali della Curia romana, tutti i patriarchi e alcuni vescovi

orientali.

Ciò per dimostrare la volontà della Santa Sede di far si che siano gli

stessi orientali a preparare il codice.

La Commissione ha innanzitutto provveduto a riordinare i materiali

frutto dei lavori precedenti e a raccogliere dai patriarchi e dalle altre

autorità delle Chiese orientali suggerimenti circa la revisione del

Codice e la designazione dei consultori (poi ripartiti in 10 gruppi di

studio).

Nel 1986 il progetto dell’intero Codice è sottoposto all’esame dei

membri della Commissione e nel 1989 lo schema definitivo viene

presentato al pontefice.

3. Una costituzione per la Chiesa?

Fin dall’inizio dei lavori per la revisione del Codice, la Commissione

si trova di fronte ad un grave problema che viene così descritto da

Paolo VI: dal momento che la Chiesa latina e quella orientale sono

dotate di codici distinti, è necessario valutare l’opportunità di

promulgare un «codice comune e fondamentale» che contenga il

«diritto costitutivo» della Chiesa.

La questione viene affrontata dalla Commissione che si pronuncia

nella sua maggioranza a favore di un codice «fondamentale o

costituzionale» comune sia alla Chiesa latina sia a quelle orientali.

Indicazioni più specifiche vengono formulate dal gruppo centrale dei

consultori: la avrà natura giuridica e

Lex Ecclesiae fundamentalis

teologica e permetterà a tutti di conoscere la Chiesa nella sua nozione

e struttura, occupandosi anche dei diritti e dei doveri che incombono

a tutti i fedeli e delle relazioni della Chiesa con l’umana società.

Viene quindi elaborato, da un apposito gruppo di studio, un

documento che si articola in un proemio sulla divina istituzione della

Chiesa e in 3 capitoli:

il primo, dedicato al popolo di Dio, tratta, in 2 distinti articoli,

• dei fedeli, illustrandone i diritti e i doveri fondamentali e

soffermandosi sui loro diversi status (chierici, laici, religiosi),

e della gerarchia (del somma pontefice, dei vescovi come

collegio e come singoli, dei presbiteri e dei diaconi);

il secondo riguarda gli uffici di insegnare, santificare e

• governare;

il terzo concerne le relazioni della Chiesa con il mondo in cui

• essa esiste e opera e con le società umane che perseguono fini

temporali.

Lo schema, dopo essere stato emendato in base ai rilievi dei cardinali

componenti la Commissione, della Commissione teologica

internazionale e della Congregazione per la dottrina della fede, è

inviato nel 1971 ai vescovi del mondo intero perché si pronuncino.

II numero singolarmente elevato di voti contrari e di approvazioni

con riserva dimostra chiaramente che molti vescovi sono in parte

contrari, in parte gravemente perplessi di fronte al progetto.

Tale perplessità, favorita dalle polemiche nel contempo accese

intorno alla trova modo di manifestarsi

Lex Ecclesiae fundamentalis,

anche al Sinodo dei vescovi del 1971, dove alcuni padri sollevano

critiche e obiezioni di portata generale.

Il gruppo di consultori incaricato della preparazione della Lex

si vede quindi costretto a rivedere lo schema

Ecclesiae fundamentalis

anche nei criteri ispiratori, riconoscendo la necessità che la nuova

legge si limiti ad enunciare le norme canoniche fondamentali della

Chiesa universale ed eviti dichiarazioni di carattere dottrinale non

opportune o necessarie ai fini della certezza del diritto.

Si procede alla rielaborazione del testo, che nel 1974 viene affidata

da Paolo VI ad un gruppo misto composto da consultori delle 2

Commissioni per la revisione del Codice latino e di quello orientale e

presieduto dal cardinal Felici.

Questo gruppo di studio ha concluso i suoi lavori presentando un

nuovo schema al pontefice, che si è riservato ogni decisione.

Nel corso del dibattito che ha accompagnato l’elaborazione della Lex

sono state rivolte numerose critiche al

Ecclesiae fundamentalis

progetto.

Successivamente il dibattito si è polarizzato intorno a temi più

specifici come i problemi che deriverebbero da un’eventuale rigidità

della Lex Ecclesiae fundamentalis.

A questo proposito, la relazione allo schema del 1970 si limita a

prevedere che:

le leggi emanate dalla suprema autorità, salvo espressa

• disposizione contraria, vengano interpretate in base alle norme

della e, qualora vi deroghino, siano soggette a stretta

Lex

interpretazione;

le leggi emanate da ogni altro legislatore, se contrarie alla Lex,

• restano prive di efficacia giuridica.

In un secondo tempo, il gruppo di studio incaricato dell’elaborazione

della opta chiaramente per la sua rigidità: la nuova legge sarà

Lex

superiore a tutte le altre leggi positive, universali e particolari, e

godrà della massima stabilità.

Le critiche ai diversi schemi di sono

Lex Ecclesiae fundamentalis

state ritenute meritevoli di attenta considerazione da parte

dell’autorità.

Infatti, non solo il progetto è stato accantonato ma Giovanni Paolo II,

presentando il nuovo Codice, ha indicato nel Vangelo l’unica vera e

insostituibile legge fondamentale della Chiesa.

4. La conclusione della revisione del Codice pio-benedettino

I lavori per la revisione del Codice pio-benedettino trovano definitiva

e positiva conclusione ne1 1980.

Il pontefice dispone che per l’esame del nuovo schema, la

competente commissione cardinalizia sia allargata ad altri vescovi

dei vari continenti.

I 64 membri della commissione, all’inizio del 1981 presentano per

iscritto le loro osservazioni che vengono raccolte in una voluminosa

relazione.

Si riuniscono a Roma nell’ottobre dello stesso anno e decidono

all’unanimità che lo schema, come modificato secondo gli

emendamenti emersi nella discussione e perfezionato nello stile e

nella lingua latina, sia presentato al pontefice perché lo pubblichi.

La presidenza e la segreteria della commissione provvedono alla

revisione richiesta, preoccupandosi anche di inserire nello schema

quei canoni del progetto di richiesti

Lex Ecclesiae Fundamentalis

dalla sistematicità e dalla completezza del futuro Codice.

Lo schema, rivisto e integrato, viene consegnato nell’aprile 1982 al

pontefice.

Infine, nel gennaio 1983, a 24 anni esatti di distanza dal discorso con

cui Giovanni XXIII annunciava i suoi propositi di revisione

legislativa, il nuovo Codice viene promulgato da Giovanni Paolo II

con la costituzione apostolica che ne fissa

«Sacrae disciplinae leges»

l’entrata in vigore per la prima domenica di Avvento dello stesso

anno.

La sua interpretazione autentica è affidata ad una commissione

appositamente istituita, che, in seguito alla riforma della Curia

romana, riceve più ampie competenze e assume poi l’attuale

denominazione di Pontificio Consiglio per i testi legislativi.

Il CODICE del 1983

II nuovo Codice si compone di 1.752 canoni e si intitola Codex iuris

canonici.

Anche per quanto concerne la struttura formale, la nuova legislazione

non presenta rilevanti mutamenti mantenendo la partizione del

Codice pio-benedettino in libri, parti, sezioni, titoli, capitoli, articoli,

canoni, paragrafi, numeri, con alcune discutibili modifiche di

carattere marginale.

Un più ampio discorso merita l’organizzazione ora

della materia,

distribuita in 7 libri:

le norme generali: dedicato alle norme generali, tratta di

1. argomenti diversi, senza che risulti sempre chiaro il criterio

adottato per riunire materie cosi disparate: le fonti del diritto,

le persone fisiche e giuridiche, la potestà di governo al

computo del tempo.,

il popolo di Dio: Uno svolgimento più lineare presenta il

2. secondo libro, riguardante il popolo di Dio, che offre una

nuova e originale sistemazione della materia: espone

innanzitutto i diritti e i doveri di tutti i fedeli per illustrare

quindi gli status personali specifici dei laici e dei chierici e la

disciplina delle associazioni. Segue un’articolata esposizione

della struttura della Chiesa universale e particolare e, infine, la

normativa degli istituti di vita consacrata e delle società di vita

apostolica. ,

la funzione di insegnare: Sensibili novità nell’organizzazione

3. interna presenta anche il libro terzo che, occupandosi

esclusivamente della funzione di insegnare, regola il ministero

della parola, l’azione missionaria, l’educazione cattolica, i

mezzi di comunicazione sociale e la professione di fede.,

la funzione di santificare: relativo alla funzione di santificare,

4. ricalca in larga parte la sistematica del codice pio-benedettino

disciplinando i sacramenti, gli altri atti del culto divino, i

luoghi e i tempi sacri. ,

i beni temporali: La stessa osservazione vale per la normativa

5. dei beni temporali contenuta nel libro quinto che ripete quasi

testualmente gli ultimi quattro titoli del libro terzo del Codice

del 1917 (acquisizione dei beni, amministrazione, contratti e

alienazioni, pie volontà in genere e fondazioni);

le sanzioni: Del pari, la partizione del libro sesto (le sanzioni

6. nella Chiesa) in 2 parti, riguardanti rispettivamente i delitti e le

pene in genere e le pene per i singoli delitti, non si discosta

sostanzialmente da quella adottata dal cardinal Gasparri;

i processi: Quasi totalmente nuova risulta la suddivisione

7. dell’ultimo libro che, dopo aver esposto la disciplina dei

giudizi in genere, tratta ampiamente del processo contenzioso,

ordinario e orale, dei giudizi speciali, del processo penale e

della procedura amministrativa.

Il Codice, pur non abbandonando radicalmente la sistemazione fin

qui usata, presenta delle interessanti novità».

L'impostazione sistematica non deriva più esclusivamente da dottrine

giuridiche di origine secolare (come la tripartizione giustinianea in

persone, cose, azioni), ma si ispira anche all’insegnamento del

Vaticano II che presenta la Chiesa come popolo di Dio, mettendone

in luce le funzioni di insegnamento, di santificazione e di governo.

Il significato di questa opzione: documenta una certa preoccupazione

di elaborare un diritto ecclesiale che non si proponga un’acritica

imitazione degli ordinamenti civili, ma si ispiri ad una riflessione

originale sulla natura propria ed esclusiva della Chiesa.

Queste affermazioni vogliono mettere in evidenza la «novità» del

Codice che si presenta sotto diversi profili.

Il nuovo Codice non intende essere considerato come una revisione

della normativa stabilita nel 1917: esso vuole costituire una nuova

legislazione.

Il nuovo Codice intende costituire «una legislazione unica ed una

nella quale non si possono scegliere, né contrapporre canoni nuovi a

canoni vecchi, ma dove tutto va fuso armonicamente in un unico

intento ed in un’unica volontà legislativa».

Se al nuovo testo legislativo viene assegnato lo scopo estremamente

ampio e generale di «restaurare la vita cristiana», la prima

preoccupazione specifica è quella di riaffermare l’autentico

significato e la vera funzione della legge nella Chiesa.

In tale intento, papa Giovanni Paolo II non evidenzia l’esistenza di

una relazione specifica e diretta tra il Codice e il Concilio Vaticano

II. A suo avviso i postulati conciliari trovano nel nuovo testo

legislativo «esatti e puntuali riscontri a volte perfino verbali» sì che,

come afferma la costituzione di promulgazione, «il Codice, almeno

in un certo senso, potrebbe intendersi come un grande sforzo di

tradurre in linguaggio canonistico l’ecclesiologia della costituzione

Lumen gentium».

Queste affermazioni vogliono mettere in evidenza la «novità» del

Codice che si presenta sotto diversi profili.

Innanzitutto, per la prima volta nella storia della Chiesa, un concilio

ecumenico è direttamente alla base di una riforma organica e globale

di tutta la disciplina precedente. E questo avvenimento risulta ancor

più singolare se si considera che il Vaticano II, aveva evitato di

sintetizzare le sue enunciazioni in che stabilissero i

«canones»

relativi precetti e sanzioni, in ossequio ad una scelta precisa che

intendeva privilegiare la «pastoralità» sulla «giuridicità».

Si può qui riconoscere una chiara conferma della stretta relazione che

intercorre tra disciplina canonica e azione pastorale.

Vi sono, poi le molteplici innovazioni che derivano direttamente

dall’ecclesiologia del Vaticano II.

Complementarietà Questa ripetuta affermazione del «carattere di complementarietà» che

il nuovo Codice presenta sotto diversi aspetti in relazione agli

insegnamenti del Vaticano II, importa precise conseguenze anche di

carattere propriamente giuridico, nell’interpretazione e

nell’attuazione dello stesso Codice.

Il Codice non può quindi essere adeguatamente valutato e

correttamente interpretato se viene considerato, secondo l’ideologia

delle codificazioni civili, come un testo normativo autonomo,

completo ed esauriente.

Importanza del Esso, invece, deve essere collocato «accanto» al «Libro contenente

Vangelo gli Atti del Concilio» in «un abbinamento significativo» che vede

«questi due libri, elaborati dalla Chiesa del secolo XX» integrarsi

vicendevolmente in una unità armonica e complementare. E sopra e

«prima di questi due libri» «è da porre, quale vertice di trascendente

eminenza, il libro eterno della Parola di Dio, di cui centro e cuore è il

Vangelo».

Giovanni Paolo II indica così nel Vangelo l’unica, vera e

insostituibile legge fondamentale della Chiesa di cui ogni norma

canonica deve essere derivazione; «come un ideale triangolo: in alto

c’è la Sacra Scrittura, da un lato gli Atti del Vaticano II, dall’altro il

nuovo Codice canonico.

Mutabilità Il nuovo Codice, a differenza di quello precedente, non è stato

concepito come un testo tendenzialmente fisso e immutabile, ma

come una legislazione programmaticamente aperta a un continuo

rinnovamento della vita ecclesiale.

In questo senso si pronuncia chiaramente Giovanni Paolo II nel

discorso del febbraio 1983 affermando che «il legittimo posto,

spettante al diritto nella Chiesa, si conferma e si giustifica nella

misura in cui esso si adegua e rispecchia la nuova temperie spirituale

e pastorale» e ribadendo la necessità che lo stesso diritto si ispiri

sempre più e sempre meglio «alla legge-comandamento della carità,

in esso vivificandosi e vitalizzandosi».

La stessa prefazione al Codice si preoccupa di avvertire che se per i

troppo rapidi mutamenti della società odierna alcune delle

disposizioni in esso sancite divenissero inadeguate ed esigessero una

nuova revisione, la Chiesa ha tanta vitalità da poter intraprendere

nuovamente l’opera dell’aggiornamento delle leggi che ne regolano

la vita.

Decentramento Già i principi direttivi della revisione, approvati dal Sinodo dei

legislativo vescovi nel 1967, avevano espressamente riconosciuto l’opportunità

di operare un certo decentramento, lasciando un più ampio spazio di

autonomia ai legislatori particolari, soprattutto agli episcopati

nazionali e regionali.

Il nuovo Codice, in ossequio all’ecclesiologia conciliare, riconosca la

competenza delle Chiese particolari in molte materie che prima erano

riservate alla Santa Sede.

Ne segue che i singoli vescovi e le stesse conferenze episcopali sono

chiamati a svolgere un ruolo determinante nell’attuazione del Codice.

Il legislatore «centrale» non concepisce il Codice come il libro,

completo ed esclusivo, che raccoglie tutta la disciplina della Chiesa,

ma ritiene indispensabile un suo completamento ad opera dei

legislatori «periferici».

IL CODICE dei CANONI delle CHIESE ORIENTALI

Il Codice dei canoni delle Chiese orientali viene promulgato da

Giovanni Paolo II nell’ottobre 1990 con la costituzione «Sacri

e costituisce un’autentica novità nell’ordinamento della

canones»

Chiesa che non aveva mai avuto una legislazione completa ed

organica comune a tutte le Chiese orientali cattoliche.

Il Codice orientale presenta una struttura notevolmente diversa da

quella del Codice per la Chiesa latina.

Sistematica Infatti, al fine di rispettare le tradizioni legislative delle Chiese

interessate, le diverse materie non sono distribuite in libri ma in titoli,

a loro volta suddivisi in capitoli ad articoli, secondo un ordine di

priorità dettato dall’importanza degli argomenti trattati.

Sintetico riferimento ai principali titoli:

l’enunciazione dei diritti e doveri dei fedeli (titolo I),

• la struttura gerarchica (titoli II-IX)

• i chierici, i laici, i religiosi e le associazioni (titoli X-XIII).

• i canoni relativi al magistero ecclesiastico (titolo XV),

• i canoni relativi al culto divino (titolo XVI),

• i canoni relativi ai beni temporali (titolo XXIII),

• i canoni relativi ai giudizi (titoli XXIV-XXVI)

• i canoni relativi alle sanzioni (titoli XXVII-XXVIII),

• le fonti del diritto, la prescrizione ed il computo del tempo

• (titoli XXIX-XXX).

Le profonde differenze esistenti tra le diverse Chiese orientali hanno

suggerito alla Commissione codificatrice di limitarsi ad enunciare le

disposizioni ritenute necessarie al bene comune.

La ricezione di questo Codice non è esente da difficoltà e resistenze:

a tutt’oggi sono poche le Chiese orientali che hanno provveduto agli

adempimenti legislativi di loro competenza.

Una questione particolarmente delicata è poi costituita dalla

limitazione del potere del patriarca al territorio soggetto alla sua

giurisdizione: una restrizione conforme alla tradizione, ma divenuta

problematica a causa della diaspora di milioni di cattolici orientali in

tutto il mondo.

Per ovviare ai possibili inconvenienti è stata prevista la possibilità

che il pontefice, su richiesta delle gerarchie interessate, approvi

disposizioni di carattere speciale e transitorio dirette a facilitare la

soluzione dei problemi di maggior rilevanza.

Come ha rilevato Giovanni Paolo II, il popolo di Dio oggi dispone di

un nuovo composto dai 2 Codici

«Corpus iuris canonici»,

riguardanti la Chiesa latina e le Chiese orientali e dalle disposizioni

di riforma della Curia romana promulgate nel 1988 con la

costituzione apostolica «Pastor bonus».

LA «PRODUZIONE» del DIRITTO

1. La legge

II Codice di diritto canonico non prospetta una definizione della

legge, ma si limita a regolare le questioni pratiche relative alla sua

produzione, efficacia e interpretazione.

Tommaso È universalmente accettato dai canonisti l’insegnamento di Tommaso

d'Aquino d’Aquino (1225-1274) che riconosce nella una disposizione della

lex

ragione diretta al bene comune e promulgata da chi ha la

responsabilità della collettività.

Suarez Di larghissimo seguito gode anche la definizione, ispirata alla

dottrina del Suarez (1548-1617), secondo cui la legge è un comando

della legittima autorità per il bene dei sudditi, comune, perpetuo,

sufficientemente promulgato.

Se quest’ultima nozione, più specificamente giuridica, mette in luce i

caratteri che differenziano la legge da altre fonti del diritto, la

definizione tomistica, privilegiando la ragione sulla volontà,

sottolinea la ragionevolezza come requisito essenziale di ogni legge.

In forza di tale concezione, nel diritto della Chiesa viene considerato

come giuridicamente vincolante solo il comando dell’autorità che si

riveli coerente ai valori fondamentali dell’ordinamento giuridico

canonico o, più in generale, alla concezione della vita che è propria

del cattolicesimo.

Circa, poi, i caratteri formali enunciati nella seconda definizione:

la esclude che la legge possa riguardare singole

generalità

• persone o casi del tutto particolari essendo per sua natura

indirizzata a delle comunità per disciplinare comportamenti

che si presentano con una certa frequenza;

la implica che di regola la legge venga emanata per

perpetuità

• un periodo di tempo indeterminato e resti in vigore fino a

quando non sia abrogata.

Promulgazione Lo stesso Codice stabilisce che la legge esiste dal momento della sua

promulgazione (= della sua solenne intimazione alla comunità).

Forma leggi A proposito della forma, di regola, le leggi universali sono inserite

universali negli ed entrano in vigore 3 mesi dopo.

«Acta Apostolicae Sedis»

Leggi particolari Quanto alle leggi particolari, esse vengono promulgate nel modo

stabilito dai rispettivi legislatori e, salvo diversa disposizione, hanno

una di 1 mese.

vacatio

Se ne può dedurre che nel diritto della Chiesa la promulgazione è un

requisito più sostanziale che formale della legge, la quale deve in

ogni caso essere portata a conoscenza dei suoi destinatari con mezzi

adeguati.

Leggi pontificie Le leggi pontificie vengono emanate con:

bolle così chiamata dal bollo di piombo che recano

(bullae):

• appeso,

brevi meno solenni,

(brevia),

• atti decisi di propria iniziativa dal pontefice,

motu proprio,

• chirografi scritti di pugno dal papa o almeno da

(chirografa),

• lui personalmente sottoscritti.

Gli atti di maggior importanza, che assumono per lo più la forma di

bolle o di brevi, sono: = se indirizzate all’intero mondo cattolico o

lettere apostoliche

• anche ai vescovi di una sola regione = lettere encicliche,

= gli atti relativi a questioni di minor

epistole apostoliche

• rilievo, = sono le bolle contenenti norme

constitutiones apostolicae

• generali di carattere legislativo.

Queste varie forme corrispondono a una maggiore o minore

solennità, ma non importano una diversa efficacia normativa delle

disposizioni emanate per loro mezzo, in quanto essa dipende

esclusivamente dall’autorità di chi le promulga.

Efficacia nel Tale efficacia è poi regolata, nella sua estensione nel tempo, dal

principio dell’irretroattività:

tempo salvo espressa disposizione in

contrario, le leggi riguardano solo il futuro.

Estensione nello Circa l’estensione nello spazio occorre distinguere:

spazio le leggi universali obbligano le persone per cui sono state

• promulgate dovunque siano,

le norme emanate per un determinato territorio riguardano

• solo coloro che, oltre a risiedervi abitualmente, vi si trovano

effettivamente con l’avvertenza che, se non risulta

diversamente, tutte le leggi particolari si presumono

territoriali.

Circa il soggetto passivo, le leggi, qualora non ripetano precetti

stabiliti direttamente da Dio, obbligano solamente quanti hanno

ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica o vi sono stati

successivamente accolti. Inoltre, le leggi non obbligano i fedeli privi

dell’uso di ragione e, salvo espressa disposizione contraria, di età

inferiore ai 7 anni.

Interpretazione Le norme relative all’interpretazione si occupano innanzitutto

dell’interpretazione operata dal legislatore o da chi abbia da lui

ricevuto questa autorità.

Se essa è contenuta in una ha la stessa efficacia di

legge,

• quest’ultima e deve essere promulgata con l’avvertenza che,

qualora si limiti a esplicitare maggiormente una norma già di

per sé chiara, ha effetto retroattivo.

Se, invece, restringe o estende le disposizioni vigenti o risolve

• dubbi obiettivi sul loro tenore, non retroagisce.

Questa diversità di disciplina si spiega con l’osservazione che nella

seconda ipotesi non si ha, a rigor di termini, un’interpretazione, ma

una nuova legge.

Interpretazione L’interpretazione autentica può avvenire anche per mezzo di

autentica sentenza o di atto amministrativo riguardante un caso specifico, ma

in tal caso la sua efficacia non eccede le persone e le cose prese in

considerazione.

L’interpretazione vera e propria, cioè il procedimento logico-

giuridico diretto a cogliere il senso della norma, è regolata dal

canone 17 secondo cui la legge è da intendersi in conformità al

significato usuale delle parole valutata nel rispettivo testo e contesto.

Solo qualora risulti dubbio o oscuro che questa sia il vero senso,

l’interprete potrà scostarsene, attenendosi alle diverse indicazioni

emergenti dalle eventuali altre norme che regolino la stessa materia,

dal fine della legge, dalle circostanze della sua emanazione e dalla

mente del legislatore.

Tra questi mezzi interpretativi, riveste una particolare importanza il

(ratio legis) = il bene specifico

fine o ragion d’essere della legge

tutelato dalla norma quale emerge da una valutazione della sua

fattispecie alla luce dei valori supremi dell’ordinamento.

L’identificazione della è da considerarsi momento essenziale e

ratio

insostituibile di ogni processo interpretativo.

Infatti ogni singola norma è svolgimento e determinazione della

«norma suprema» dell’ordinamento e, di conseguenza, per la sua

corretta interpretazione occorre sempre valutare se il senso

emergente dall’interpretazione letterale è coerente con i valori

supremi cui si ispira il diritto della Chiesa oppure, al contrario, risulta

irrationabilis.

In quest’ultimo caso, l’interprete dovrà scostarsene attenendosi alle

indicazioni emergenti dal ricorso ai mezzi previsti nella seconda

parte del canone 17, il quale si limita a stabilire in quali casi e a quali

condizioni l’interprete possa e debba non attenersi al significato

usuale delle parole adottate dal legislatore per manifestare la sua

volontà.

Inoltre, in tutte le materie in cui il diritto canonico rinvia alla

legislazione dei diversi Stati (come avviene per i contratti) questa

trova applicazione solo se non risulta in contrasto con il diritto divino

e le leggi della Chiesa.

Va infine ricordato che determinate leggi vengono promulgate con la

Decreti genera denominazione di questa espressione viene utilizzata

decreti genera:

anche per indicare provvedimenti di carattere esecutivo emanati

dall’autorità amministrativa al fine di determinare le modalità di

applicazione delle leggi o di sollecitarne l’osservanza.

Dai decreti generali esecutivi si differenziano le che

Istruzioni istruzioni

vengono indirizzate dall’autorità esecutiva nei limiti della sua

competenza a quanti devono curare l’esecuzione delle leggi, per

stabilirne i criteri specifici.

Sia i decreti generali esecutivi, sia le istruzioni non possono

contenere disposizioni derogatorie o contrarie alla legge.

2. La consuetudine

Gli usi e i comportamenti praticati dai fedeli non costituiscono fonte

formale di diritto in quanto il Codice stabilisce che essi acquistano

valore di legge solo quando siano approvati dal legislatore.

Hanno valore giuridico le consuetudini e che

praeter contra legem

siano state osservate per 30 anni continui e completi e non risultino

espressamente proibite da una legge precedente; deve in ogni caso

accompagnarsi l’elemento psicologico = l’intenzione di introdurre

nuove norme giuridiche.

Le norme consuetudinarie cessano solo per consuetudine contraria o

per disposizione legislativa.

Quest’ultima, però, se è di carattere universale, non revoca gli usi

particolari e, salvo espressa menzione, lascia in vigore quelli

centenari o immemorabili che possono affermarsi anche contro le

leggi che vietano le consuetudini future.

Il diritto canonico, dunque, a differenza del codice civile Italiano,

ammette:

sia la consuetudine secundum legem

• sia la consuetudine praeter legem,

• sia la consuetudine contra legem.

3. II diritto suppletorio

Il legislatore ecclesiastico ha respinto quella pretesa di completezza

della codificazione secondo cui ogni caso della vita deve trovare

nella legislazione positiva la sua specifica disciplina.

Nel diritto canonico è pacifico l’insegnamento tradizionale che la

legge, non essendo in grado di prevedere tutte le situazioni che

possono verificarsi, deve limitarsi a regolare quelle che si presentano

con maggior frequenza.

Le sono dovute ad una serie di fattori non

lacune della legislazione

eliminabili:

la generalità e l’astrattezza del diritto positivo che contrasta

• con la concretezza e complessità della vita sociale,

la staticità del testo legislativo che non consente un immediato

• adattamento alle nuove esigenze,

le sempre possibili negligenze e dimenticanze del legislatore,

• la sua volontà di non vincolare il comportamento dei

• consociati in schemi troppo rigidi e dettagliati.

Lacune e Il problema delle lacune è affrontato dal canone 19: se un caso

somiglianza determinato non trova una disciplina espressa nella legislazione

universale e particolare o nel diritto consuetudinario, la causa deve

essere definita sulla base delle leggi emanate per casi simili, dei

principi generali del diritto intesi con equità canonica, della

giurisprudenza e della prassi della Curia romana, della comune e

costante opinione dei dottori.

Il primo di questi mezzi di integrazione si risolve nell’applicazione,

sia pure indiretta, di una legge positiva che viene estesa

dall’interprete fino a regolare un caso non contemplato nella

fattispecie, ma ad essa somigliante.

Tale si realizza in concreto quando il caso previsto e

somiglianza

quello non previsto hanno in comune elementi tali da consentirne una

comune valutazione dal punto di vista giuridico, con la conseguente

attribuzione di una medesima qualificazione.

In tale ipotesi, l’estensione analogica si giustifica sul piano logico

con il principio di identità e sul piano giuridico, con la razionalità e

la coerenza dell’ordinamento.

Divieto di Nel diritto canonico il divieto del ricorso all’analogia (e agli altri

analogie mezzi di integrazione) vige per diverse materie e innanzitutto per le

pene.

Pene In questo campo, il divieto corrisponde all’esigenza di tutelare le

libertà individuali contro i possibili abusi dell’autorità e costituisce

una specifica applicazione del principio generale che le pene

canoniche devono essere irrogate a norma di legge.

Libertà dei L’estensione analogica è vietata (in considerazione della particolare

singoli gravità delle restrizioni) alla libertà dei singoli, per le leggi che

stabiliscono nullità di atti o incapacità di persone poiché tali effetti

devono essere disposti dalla legge in forma espressa.

Diritti acquisiti Infine è vietata l’estensione delle disposizioni del Codice che

implichino revocazione di diritti acquisiti, stabilendo che questi

ultimi, unitamente ai privilegi concessi in passato dalla Santa Sede e

ancora in vigore, restino integri a meno che siano espressamente

revocati.

Limiti logici L’analogia incontra non solo limiti legislativi, ma anche limiti logici:

non per tutti i casi non previsti è possibile trovare una legge che

regoli un caso simile.

Occorrerà, allora, far ricorso a quei principi generali del diritto che

sono indicati dal canone 19 come il secondo mezzo per supplire al

silenzio della legge.

Per lo più essi vengono identificati con i principi generali

dell’ordinamento canonico, ma molti vi aggiungono anche quelli del

diritto naturale e del diritto civile, soprattutto romano.

I principi invocati per supplire al silenzio della legge canonica

debbono essere formalmente canonici, anche se il diritto della Chiesa

può averli mutuati da altri ordinamenti.

In concreto essi si possono talvolta trovare già formulati nelle regole

di diritto contenute nelle decretali di Gregorio IX e nel libro sesto e

in quelle tradizionali regole di diritto che passano sotto il nome di

«brocardi», ma per lo più devono essere desunti per via di astrazione

dall’esame delle singole leggi positive o dedotti dalla norma

fondamentale e dallo spirito dell’ordinamento canonico.

Equità In ogni caso tali principi vanno interpretati con da applicare

equità:

al caso specifico con umanità, misericordia e carità cristiana, tenendo

presenti sia la giustizia naturale, sia il bene della Chiesa. L’equità è

da considerarsi come il supremo criterio dell’interpretazione di ogni

norma canonica.

Estensione Questa regola è comunemente considerata valida anche per

analogica l’estensione analogica.

Emerge come nel diritto della Chiesa il giudice non è un meccanico

riproduttore della volontà del legislatore che esaurisce la sua

funzione in una mediazione tra la norma giuridica generale e il caso

concreto. Egli, invece, è da considerarsi la «voce viva

dell’ordinamento» che con un procedimento non arbitrario, ma non

privo di discrezionalità trae da tutti gli elementi offerti

dall’ordinamento stesso (dalle leggi, dalle consuetudini, dai principi

generali, dall’equità, dalla prassi, dalla dottrina) il criterio per

risolvere il caso sottoposto al suo giudizio.

4. Gli atti amministrativi c.d. “singolari”

Sotto la denominazione di (=

atti amministrativi «singolari»

riguardanti singoli casi o singole persone) il Codice riunisce, nel

titolo IV del libro 1°, diverse fonti che finora avevano discipline

autonome, stabilendo per esse alcune norme comuni.

Tali atti possono essere emanati anche da chi sia titolare della sola

potestà esecutiva con la precisazione che qualora ledano diritti

acquisiti da terzi o si rivelino contrari alle leggi e alle consuetudini

approvate, devono essere completati da un’apposita clausola in tal

senso da parte della competente autorità.

In ogni caso devono essere intesi secondo il significato usuale delle

parole e il comune modo di esprimersi e non possono essere applicati

a casi diversi da quelli espressamente menzionati.

II Codice si preoccupa anche di disciplinare specificamente i singoli

e diversi tipi di atti amministrativi.

i = gli atti con cui l’autorità esecutiva,

decreti singolari

• procedendo a norma di diritto circa un caso particolare, prende

una decisione o assume un provvedimento che per loro natura

non presuppongono un’apposita istanza;

= impongano a una o più persone

precetti singolari

• (soprattutto allo scopo di assicurare l’osservanza della legge),

di tenere o di evitare un dato comportamento.

Tutti i decreti singolari riguardano esclusivamente le cose e le

persone per le quali sono stati emanati e, se non risulta diversamente,

hanno efficacia vincolante dovunque queste ultime si trovino.

Tutela delle La tutela delle posizioni dei soggetti viene assicurata sotto diversi

posizioni dei profili:

soggetti prima di emanare un decreto singolare occorre raccogliere le

• opportune notizie e informazioni, ascoltando possono

risultarne danneggiati;

il decreto viene emanato in forma scritta con menzione delle

• motivazioni e, quando non sia possibile consegnarne il testo,

deve essere letto all’interessato davanti ad un notaio o a 2

testimoni;

nel caso di silenzio amministrativo, trascorso inutilmente il

• termine di 3 mesi, la risposta dell’autorità, fermi restando i

suoi obblighi, si presume negativa.

Privilegi A differenza dei decreti, i possono essere disposti solo dal

privilegi

legislatore o dall’autorità esecutiva che abbia da lui ricevuto tale

potestà. Si tratta infatti, di norme di diritto obiettivo che stabiliscono

per determinate persone fisiche o giuridiche una condizione più

favorevole di quella sancita dal diritto comune. Vanno sempre

interpretate in modo da assicurare all’interessato l’effettivo

conseguimento della grazia (=privilegio) concessagli.

Nei precetti e nei privilegi si manifesta la capacità del diritto della

Chiesa di adattarsi alle specifiche esigenze poste dalla concretezza

dei singoli casi che non trovano una risposta adeguata nella formula

generale e astratta della legge. Tale adattabilità si documenta anche

nelle dispense.

Deroghe Poiché la legge si esprime in termini generali e astratti e si occupa

solo di ciò che accade solitamente, è possibile che la sua

applicazione ad un caso specifico determini inconvenienti tali da

rendere giusta e ragionevole una deroga.

In questa ipotesi l’autorità esecutiva nell’ambito della sua

competenza o coloro che ne hanno la potestà, possono concedere

un’attenuazione o sospensione dell’obbligatorietà della norma

(purché si tratti di una legge meramente ecclesiastica che non

definisca gli elementi essenziali di un atto o di un istituto giuridico.

Rescritti I privilegi, le dispense e altre «grazie», vengono di norma concessi

mediante = atti amministrativi emanati in forma scritta

rescritti

dall’autorità esecutiva competente in seguito ad apposita istanza.

Di regola, ogni rescritto si articola in:

una parte espositiva, che riassume la sostanza della domanda

• presentata

una , che enuncia la risposta del

parte dispositiva

• superiore. Tale risposta è subordinata alla condizione che il

richiedente non abbia alterato i fatti o tacendo circostanze

rilevanti o allegando circostanze false.

In questa ipotesi, peraltro, si ha la nullità dell’atto solo qualora non

risulti vero nemmeno uno dei motivi addotti oppure, salvo che si

tratti di una grazia concessa motu proprio, qualora siano stati omessi

gli elementi richiesti per la validità dalla legge o dallo stile e dalla

prassi canonici.

In sintesi, risulta evidente che sotto la denominazione di atti

il Codice ha riunito categorie di norme

amministrativi singolari,

tanto disparate da non avere tra loro nulla in comune oltre la

mancanza di generalità.

Il titolo successivo (V) del Codice disciplina gli e gli

statuti ordini:

quelle norme stabilite nelle

statuti = universitates personarum

• e nelle per definirne la finalità, la

universitates rerum

costituzione, il funzionamento;

sono le regole da osservarsi nelle assemblee indette

ordini =

• dall’autorità ecclesiastica o convocate per libera iniziativa dei

fedeli.

Capitolo 2 - La LEGGE nella CHIESA

DIRITTO e TEOLOGIA

Il diritto canonico è il diritto della Chiesa e l’esistenza stessa di un

diritto siffatto ha sollevato in passato e solleva tuttora molte

questioni.

Specialmente nel secolo scorso, ne fu da più parti contestata la

giuridicità sulla base della convinzione che non fossero possibili altri

diritti al di fuori di quelli degli Stati.

Si sosteneva, inoltre, che poiché questi ultimi consideravano la

Chiesa alla stregua di una semplice associazione privata, il suo

ordinamento non era originario.

Le sue norme, infine, non potevano dirsi in alcun modo giuridiche

perché:

da un lato, risultavano prive di coazione dal momento che la

• Chiesa non poteva imporne il rispetto con la forza;

dall’altro, mancavano della necessaria intersubiettività in

• quanto non erano destinate a disciplinare rapporti sociali, ma

riguardavano le relazioni delle anime con la divinità.

Queste tesi, in genere, sono state quanto meno accantonate.

Di maggior attualità si rivela l’obiezione che nasce dall’affermazione

di una radicale incompatibilità del fenomeno giuridico con l’essenza

della Chiesa.

Secondo questa teoria (che si ispira alle idee di Lutero e dei

riformatori protestanti e ha trovato la sua più organica formulazione

nel secolo XIX) la Chiesa, essendo «il regno di Cristo, il regno di

Dio, il regno celeste, un regno di spirito, non può aver altro capo se

non lo spirito divino, Cristo». Di conseguenza essa «non può

accettare alcun sovrano carnale, alcuna dottrina umana, alcun

precetto» ed «è incompatibile con ogni potere fondato su principi

esteriori e formali».

Ai nostri giorni questa posizione si esprime per lo più in un

atteggiamento pratico di decisa insofferenza o di totale indifferenza

nei confronti della dimensione giuridica della vita ecclesiale.

Tale atteggiamento può considerarsi, per certi aspetti, come una

comprensibile reazione agli eccessi di un formalismo ecclesiastico

che esaltava la funzione della disciplina fino a oscurare la natura

essenzialmente personale dell’esperienza cristiana (c.d. giuridismo),

ma deriva, in ultima analisi, da una concezione della Chiesa che non

corrisponde né alla sua effettiva realtà, né all’immagine che essa ha

di sé stessa.

Si comprende, quindi, come Giovanni Paolo II:

da un lato, respinga decisamente ogni giuridismo, precisando

• che il Codice mira a instaurare nella società ecclesiastica un

ordine che, assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai

carismi, renda più agevole il loro organico sviluppo nella vita

comunitaria e personale;

dall’altro, insista ampiamente sulla funzione della legge nella

• Chiesa, non solo ricordando la tradizione canonica, ma

facendo anche appello all’intera storia del popolo di Dio.

E nel quadro di questa riflessione afferma che nella Chiesa «il diritto

c’è già, non può non esserci» prima ancora di qualunque

specificazione, derivazione, applicazione di ordine propriamente

canonico.

Nello stesso senso, la costituzione ritiene

«Sacrae disciplinae leges»

che la legge canonica «corrisponda in pieno alla natura della Chiesa»

e sia «lo strumento indispensabile per assicurare ordine sia nella vita

individuale e sociale, sia nell’attività stessa della Chiesa».

Secondo la costituzione conciliare essa è stata

«Lumen gentium»,

costituita da Cristo sulla terra «quale organismo visibile» e «sociale»,

sì che «la società costituita di organi gerarchici e il Corpo mistico di

Cristo, la comunità visibile e quella spirituale, la Chiesa terrestre e la

Chiesa ormai in possesso dei beni celesti, non si devono considerare

come due cose diverse, ma formano una sola complessa realtà;

risultante di un duplice elemento: umano e divino».

L’immagine della Chiesa come popolo di Dio, proposta dal Concilio,

indica chiaramente che esso ha ritenuto di dover privilegiare, tra le

varie interpretazioni possibili della realtà ecclesiale, quella

«sociologica», che, senza minimamente rinnegare l’immutabilità del

suo fondamento, ne sottolinea la «storicità» e «l’umanita».

Peraltro, il Vaticano II non ha definito espressamente la natura e la

funzione del diritto canonico

Le deliberazioni conciliari, dimostrano la necessità di una

dimensione giuridica della Chiesa.

È opportuno prendere le mosse dall’affermazione del Vaticano II

secondo cui la Chiesa è stata istituita da Cristo come organismo

visibile e sociale, conformemente al disegno di Dio che «volle

santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun

legame tra loro, ma volle costituire di essi un popolo che lo

riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse».

Il Concilio non si limita a riconoscere alla Chiesa una generica

«visibilità», quale potrebbe riscontrarsi anche in una comunità

religiosa di carattere puramente «carismatico», ma insegna

espressamente e specificamente che essa «in questa terra» è, per

volontà dello stesso Cristo, «costituita e organizzata come società»:

come una «società costituita di organi gerarchici».

Da questa immagine della Chiesa si evince chiaramente la necessità

della sua dimensione giuridica: là dove vi è società vi è anche

necessariamente diritto, poiché nessuna società può vivere senza un

ordinamento giuridico.

II diritto canonico, dunque, costituisce un fattore necessario e

insostituibile della sua esistenza.

Queste ultime considerazioni introducono il più generale problema

rapporto tra diritto e teologia,

del che implica a sua volta la

questione di quale sia il «metodo» proprio della scienza canonistica.

Di fronte alla polemica che contrappone chi la considera una scienza

teologica e chi la ritiene una scienza giuridica, è innanzitutto

necessario richiamare alcuni punti su cui esiste un largo consenso.

Le deliberazioni conciliari, nel decreto sulla formazione sacerdotale

raccomandano di tenere presente nell’insegnamento del diritto

canonico ai futuri sacerdoti «il Mistero della Chiesa, secondo la

costituzione dogmatica de Ecclesia».

Secondo il Concilio, dunque, le leggi ecclesiastiche non possono

essere adeguatamente insegnate se non se ne mette in luce il vitale e

organico rapporto che le lega a tutta la realtà divino-umana della

Chiesa, di cui sono funzione ed espressione.

Per la comprensione del diritto canonico è assolutamente

indispensabile saper cogliere l’intima relazione che intercorre tra la

«forma» delle norme e quella «sostanza» dell’essenza della Chiesa

che ne giustifica e determina l’esistenza. II suo studio, quindi, deve

essere condotto «non solo con senso giuridico, ma anche insieme con

senso teologico».

AUTORITÀ DIVINA e AUTORITÀ ECCLESIASTICA

Secondo la costituzione conciliare la Chiesa è

«Lumen gentium»,

«una sola complessa realtà, risultante da un duplice elemento: umano

e divino».

Tale duplicità di elementi si riscontra anche nella sua dimensione

giuridica poiché il diritto della Chiesa è costituito da:

un diritto umano, stabilito dall’autorità ecclesiastica

• (pontefice, concilio ecumenico, vescovi ecc.);

un diritto divino, definito come quel complesso di esigenze di

• giustizia e di principi ordinatori esplicitamente e

implicitamente stabiliti da Dio, che hanno conseguenze

rilevanti sul piano giuridico.

II diritto divino si manifesta, innanzitutto, nella stessa natura umana

(diritto divino naturale).

Secondo la concezione cattolica, infatti, l’uomo reca nel proprio

cuore aspirazioni e criteri «originari» (=derivanti direttamente dal

Creatore, che ha voluto farlo a propria immagine e somiglianza) e ha

la possibilità di riconoscerli e identificarli per mezzo delle facoltà

razionali di cui è dotato.

A questa tipo di diritto divino appartiene, ad es., il principio generale

del rispetto dovuto alla vita umana e le specifiche conseguenze

giuridiche che ne derivano.

Vi è, poi, il promulgato per mezzo della

diritto divino positivo:

Rivelazione (=attraverso gli interventi compiuti da Dio nella storia

per rivelare se stesso e il suo disegno di salvare gli uomini).

Le verità rivelate sono contenute

nella Sacra Scrittura (=nei testi che sono stati scritti per

• ispirazione divina);

nella Tradizione della Chiesa che il Vaticano II (costituzione

• conciliare definisce la trasmissione integrale

«Dei Verbum»)

della parola affidata da Cristo agli apostoli e ai loro successori

(i vescovi) perché per mezzo della predicazione la

conservassero, la esponessero e la diffondessero.

Tale costituzione afferma anche che la Sacra Scrittura e la Tradizione

«devono essere accettate con pari sentimento di pietà e di devozione»

in quanto costituiscono «un solo sacro deposito della parola divina

affidato alla Chiesa» e riconosce al «solo Magistero vivo» di

quest’ultima «l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio

scritta a trasmessa».

La Chiesa cattolica considera rivelati da Dio solo i libri indicati

nell’elenco approvato dal Concilio di Trento nel 1546.

Sacra Scrittura

Per i cattolici la si articola in 2 parti:

il che contiene la rivelazione di Dio al

Vecchio Testamento

• popolo ebraico prima della venuta di Cristo e si compone di 46

libri di vario carattere (storico, didattico, profetico);

il di cui fanno parte:

Nuovo Testamento

• i 4 Vangeli,

o gli Atti degli Apostoli,

o 14 lettere di Paolo,

o 7 lettere di altri apostoli

o l’Apocalisse di Giovanni.

o

Mentre i precetti del Vecchio Testamento sono considerati superati

se non sono stati confermati da Cristo, il Nuovo Testamento, insieme

alla Tradizione, costituisce la fonte del diritto divino positivo.

Il diritto divino naturale, analogamente al diritto divino positivo, è

definito come eterno, fisso e immutabile.

Tuttavia occorre precisare che la conoscenza del diritto divino non è

fissa e immutabile, ma si realizza attraverso un progressivo

approfondimento a cui non sono estranee le vicende e le esperienze

storiche.

Più in generale, è stato giustamente osservato che il diritto divino,

per avere effettivo vigore nella storia degli uomini, esige di essere

formalizzato positivamente attraverso l’opera del legislatore umano,

le formulazioni dottrinali dei teologi e dei canonisti, la continua

interpretazione che nasce dalla vita e dalla fede della Chiesa.

Tale necessità risulta ancora più evidente se si considera che il diritto

divino non si compone solo di norme complete e rigorose, ma anche

di principi ed esigenze di carattere più generale che, per una reale

comprensione e una fedele osservanza, richiedono di essere

adeguatamente specificati anche in funzione delle diverse situazioni e

dei diversi problemi che si presentano.

In ogni caso, il diritto divino è sovraordinato al diritto umano in

quanto, essendo stato posto direttamente da Dio.

Ne segue che se, per ipotesi, una legge promulgata dall’autorità

ecclesiastica risultasse in radicale contraddizione con le statuizioni

del diritto divino, sarebbe per ciò stesso privo di qualunque

obbligatorietà giuridica e mancherebbe di quella «ragionevolezza»

che costituisce ‘uno dei requisiti essenziali della norma canonica.

Ne segue, anche, che le norme del diritto divino non possono essere

oggetto di dispensa ecclesiastica, salvo che nei casi in cui la Chiesa

affermi di aver ricevuto da Dio una speciale facoltà in tal senso

(come avviene per lo scioglimento del matrimonio in determinate

situazioni).

Il diritto divino svolge una funzione limite nei confronti del diritto

umano, nonché una funzione di principio ispiratore e nucleo

essenziale del diritto umano.

Struttura La struttura giuridica fondamentale della Chiesa, in quanto istituita

giuridica da Cristo, esiste per diritto divino positivo ed è da questo

fondamentale determinata. Tutte le strutture ecclesiastiche che si sono

della Chiesa successivamente venute costituendo attraverso i secoli (collegio

cardinalizio, Sinodo dei vescovi ecc.) sono solo derivazioni,

complementi e forme di sviluppo di tale struttura fondamentale con

cui si integrano organicamente in modo da formare assieme ad essa

la completa struttura del popolo di Dio in ogni momento storico.

Lo stesso potere dell’autorità ecclesiastica trova la sua

legittimazione, il suo fondamento nella volontà di Cristo che «ha

edificato la Santa Chiesa e ha inviato gli Apostoli come Egli stesso

era stato inviato dal Padre e volle che i loro successori, i Vescovi,

fossero nella Sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli».

Ne segue che la potestà ecclesiastica esiste ed è fonte di diritto

umano in forza di quel diritto divino che la fonda e la legittima.

Alla luce di queste considerazioni si può concludere che il diritto

divino e il diritto umano non sono due diversi sistemi, ma formano

un ordine giuridico unitario che ha la sua norma fondamentale nel

diritto divino.

CERTEZZA del DIRITTO ed ESIGENZE di GIUSTIZIA

Ma se il diritto della Chiesa è, al contempo, umano e divino, è

evidente che la sua «forma» (cioè le norme positive emanate

dall’autorità ecclesiastica) non può pretendere di comprenderne ed

esaurirne la «sostanza», poiché mentre questa è, per definizione,

«perfetta, inesauribile e infinita, per essere in massima parte di natura

divina», la forma, per essere umana, è necessariamente imperfetta,

limitata e circoscritta, come tutte le cose umane».

Superiorità Ne segue che, poiché il diritto divino fonda quello umano ed è ad

dell'aspetto esso sovraordinato, il diritto della Chiesa è per sua natura

sostanziale incompatibile con ogni concezione formalistica e positivistica che

attribuisca alle prescrizioni legali un valore assoluto ed esclusivo.

La sua certezza, quindi, non è di carattere formale ma sostanziale:

non è assicurata dalla legalistica osservanza delle singole

disposizioni stabilite dall’autorità ecclesiastica, ma dalla coerenza

dell’intero sistema giuridico, nella sua globalità e nelle sue

specificazioni, ai principi fondamentali posti dal diritto divino.

In altri termini: nell’ordinamento canonico la certezza è garantita dal

fatto che tutte le sue norme, per quanto specifiche e dettagliate

possano essere, sono in diretta funzione del conseguimento di un

unico fine che i canonisti descrivono come gloria di Dio, salvezza

delle anime (compimento, cioè, del destino a cui Dio chiama tutti gli

uomini), bene comune e utilità della Chiesa, realizzazione dell’unità

che all’interno della Chiesa lega tra di loro i singoli fedeli e le

diverse comunità (c.d. comunione ecclesiastica).

Generalità ed La legge è per definizione giusta e ragionevole, ma, essendo

astrattezza formulata in termini generali e astratti, non è sempre adeguata a tutte

le situazioni che di per sé ricadrebbero sotto il suo imperio.

Un caso particolare può presentarsi con tali caratteristiche specifiche

che il rigoroso rispetto delle prescrizioni legali importerebbe

conseguenze pratiche contrastanti con i valori a cui si ispira il diritto

della Chiesa e in compatibili con il suo fine proprio ed esclusivo.

In tale ipotesi, il giudice o il superiore non potrà mai sacrificare la

verità e la giustizia alle esigenze della certezza formale che richiede,

sempre e comunque, l’osservanza della legge, ma dovrà,

privilegiando lo «spirito» sulla «lettera», valutare il caso alla luce dei

principi fondamentali dell’ordinamento e individuare, su tale base, la

norma più adeguata a garantire la realizzazione del fine perseguito

dal diritto della Chiesa.

Equità canonica Questo istituto costituisce l'equità una «correzione» della

canonica:

legge mediante la «creazione» di una nuova norma, utilizzata per la

soluzione di un caso concreto che non trova nelle disposizioni

legislative una disciplina corrispondente alla logica

dell’ordinamento.

L’equità canonica entra in gioco nell’applicazione della legge, ma

anche quando si tratti di supplire al suo silenzio e identificare la

qualificazione giuridica di un caso che il legislatore non ha previsto o

ha, comunque, ignorato.

L’equità canonica interviene qui sotto un duplice profilo:

innanzitutto, la soluzione individuata sulla base del ricorso ai

• mezzi di integrazione (can. 19) deve sempre rivelarsi coerente

alle esigenze dell’equità che, se condizionano l’applicazione

della legge, a maggior ragione debbono essere tenute presenti

quando questa nulla disponga espressamente;

in secondo luogo, qualora i mezzi specifici di integrazione (es.

• l’analogia di legge) non consentano di risolvere il problema, la

norma da applicarsi dovrà essere direttamente dedotta dai

principi fondamentali del diritto della Chiesa e quindi, in

ultima analisi, da quell’equità canonica che lo stesso canone

19 menziona esplicitamente a proposito dei principi generali

del diritto.

L’equità è «il modo col quale la norma suprema si afferma nella sua

sovranità sopra tutte le determinazioni di se stessa, che sono le altre

norme poiché tutte le indicazioni e le prescrizioni delle norme

particolari sono riportate necessariamente ad essa, sia quando nella

applicazione coincidono, sia quando non coincidono o quando la

contraddicono, perché la contraddizione è eliminata e la norma

suprema è attuata».

Il diritto della Chiesa si presenta, dunque, «rigido e immutabile nei

suoi principi basilari», considerati assoluti e inderogabili in quanto

posti dallo stesso Cristo, ma si rivela, al contempo, dotato della

massima «duttilità e flessibilità» e capace di adattarsi con estrema

sensibilità «alle circostanze e ai bisogni non solo dei tempi, dei

luoghi e dei popoli più diversi, ma anche degli individui singoli».

Tale capacità di adattamento è diretta funzione dell’affermazione dei

«principi basilari» dell’ordinamento nella concretezza di ogni

situazione storica, al di là delle eventuali insufficienze e

inadeguatezze delle norme positive stabilite dall’autorità

ecclesiastica.

Nell’equità canonica si dimostra dunque quell’assoluta coerenza

interna del diritto della Chiesa che esige di sacrificare, quando

occorre, la certezza formale delle norme positive alla verità

sostanziale dei valori fondamentali.

Poiché la Chiesa ritiene di avere una missione universale il suo

diritto è, almeno potenzialmente, destinato a tutti gli uomini e di fatto

si applica a tutti i battezzati «senza distinzione o limiti di nazionalità,

di condizioni ambientali e sociali, di lingua, di razza e di territorio»,

di tradizioni culturali.

Nella concezione cattolica, la persona umana ha un valore centrale e

preminente che non può essere sacrificato a considerazioni di

carattere contingente. Nell’applicare la legge al singolo fedele, il

giudice o il superiore dovrà, quindi, tenere presenti anche tutte quelle

circostanze di carattere individuale e personale che possono suggerire

o imporre una valutazione diversa da quella prevista dalla formula

generale e astratta della norma legislativa.

Elasticità del Si spiega così perché il diritto della Chiesa sia caratterizzato da una

«elasticità»,

diritto della duttilità, designata con il termine di che si manifesta

Chiesa nell’equità canonica e negli altri istituti, propri di questo

ordinamento, che hanno lo scopo di assicurare la perfetta

corrispondenza della disciplina giuridica alle diverse e molteplici

esigenze poste dalla concretezza della vita ecclesiale.

Importanza del A tale proposito va innanzitutto ricordata la rilevante funzione svolta

diritto dal diritto particolare. Le normative locali consentono, infatti, una

particolare notevole articolazione e differenziazione della disciplina ecclesiastica

in funzione delle diverse circostanze di tempo e di luogo e delle

specifiche esigenze dei vari popoli e delle singole comunità.

Importanza Analoga funzione potrebbe essere svolta anche dalla consuetudine,

della ma solo in linea di principio: questa fonte ha attualmente scarsa

consuetudine rilevanza a causa delle restrizioni legislative da cui e stata circondata.

Alle esigenze dei singoli fedeli provvedono, comunque, le varie fonti

del diritto singolare, come il precetto, il privilegio, il rescritto, e

soprattutto la dispensa, in cui l’elasticità del diritto della Chiesa si

manifesta in modo particolarmente evidente.

Dispensa La disciplina di questa istituto è, infatti, molto articolata e

significativa e giunge a concedere all’autorità ecclesiastica la

possibilità di legittimare a posteriori, mediante la «grazia», un

comportamento contrario alla legge.

Inoltre, la stessa autorità può assumere un atteggiamento di

tolleranza di fronte a usi e pratiche che risultino in contrasto con le

norme positive quando tale indulgenza sia richiesta dal bene della

Chiesa.

CAPITOLO 3 – I POTERI

SISTEMA GERARCHICO e ORGANIZZAZIONE

ECCLESIASTICA

La Chiesa non si presenta come una comunità omogenea e

indifferenziata in cui tutti i membri hanno gli stessi diritti e doveri ed

eguali responsabilità, ma si pone e si autodefinisce come una

«società costituita di organi gerarchici», caratterizzata, cioè da una

«costituzione gerarchica».

La «sacra potestà» che compete all’autorità della Chiesa non si fonda

sulla delega o sul consenso degli appartenenti alla comunità

ecclesiale, ma deriva direttamente e immediatamente da Cristo che,

fondando la Chiesa, ha stabilito le linee essenziali e immutabili della

sua costituzione.

Questa dottrina è esposta nella «Lumen che definisce

gentium»,

preliminarmente il fondamento e la natura dei poteri all’interno della

Chiesa affermando: «Cristo Signore, per pascere e sempre più

accrescere il Popolo di Dio, ha stabilito nella Chiesa vari ministeri. I

che sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli,

ministri,

perché tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio tendano

liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza».

Apostoli L’origine viene, poi, così descritta: «II

storica di questi ministeri

Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamo a sé quelli che Egli

voleva e ne costituì 12 perché stessero con Lui, e per mandarli a

predicare il Regno di Dio. Li mandò prima ai figli di Israele e poi a

tutte le genti, affinché partecipi della sua potestà, rendessero tutti i

popoli discepoli di Lui, li santificassero e governassero, e così

diffondessero la Chiesa e, sotto la guida del Signore, ne fossero i

ministri e i pastori, tutti i giorni fino alla fine del mondo».

Successione A loro volta gli Apostoli, per garantire la prosecuzione nella storia

apostolica della missione loro affidata, «ebbero cura di costituirsi dei

Di conseguenza ebbero vari collaboratori nel ministero e

successori».

scelsero anche delle persone che prendessero il loro posto quando

essi fossero venuti meno.

Questa secondo la dottrina e la tradizione

successione apostolica,

della Chiesa, si è perpetuata nel tempo in quanto gli immediati

successori degli Apostoli (= i primi vescovi), designarono nuovi

vescovi, e questi altri ancora: così, attraverso un’ininterrotta serie di

successive designazioni, il ministero apostolico è continuato sino ad

oggi.

In concreto, tale successione si realizza mediante la consacrazione

nella quale, per mezzo dell’imposizione delle mani da

episcopale,

parte di uno o più vescovi, viene conferita la pienezza del sacramento

dell’ordine, unitamente al compito di insegnare e di governare.

Funzioni del Nell’ambito del ministero degli Apostoli e dei loro successori, è

ministero degli possibile distinguere diverse funzioni.

Apostoli funzione di

Funzione di La (munus consiste nella

insegnare docendi):

insegnare predicazione del Vangelo; essa riguarda

l’annuncio della «buona novella» portata da Cristo perché sia

• accolta e messa in pratica,

l’illustrazione del suo significato nelle diverse circostanze di

• luogo e di tempo,

la cura perché porti frutto nell’esistenza degli uomini,

• la vigilanza contro gli errori che si possono diffondere.

Tale funzione si esercita mediante la pubblica predicazione delle

contenute nella Sacra Scrittura e l’insegnamento o

verità magistero

quest’ultimo è:

ufficiale:

scritto quando viene proposto per mezzo di documenti (quali

• le costituzioni, i decreti e le dichiarazioni dei concili, le

encicliche e gli altri atti emanati dalla Santa Sede, le lettere

pastorali indirizzate dai vescovi, singolarmente o

collettivamente, ai loro sacerdoti e fedeli);

orale se viene enunciato nelle allocuzioni pontificie, nelle

• omelie pronunciate dalle autorità ecclesiastiche nel corso delle

celebrazioni eucaristiche, nei discorsi da esse tenuti in altre

occasioni.

Tale magistero si traduce anche in atti di definizione delle verità

diretti a dirimere controversie dottrinali, a condannare

cristiane

errori, ad affermare determinati principi considerati come essenziali.

Catechesi Nell’ambito della funzione di insegnamento occorre sottolineare la

singolare importanza della definita come «l’insieme degli

catechesi,

sforzi intrapresi nella Chiesa per fare discepoli, per aiutare gli uomini

a credere che Gesù e il Figlio di Dio, affinché, mediante la fede, essi

abbiano la vita nel suo nome, per educarli e istruirli in questa vita e

costruire così il Corpo di Cristo».

funzione di

Funzione di La (munus si realizza negli

santificare sanctificandi) atti

santificare tra cui assumono particolare rilevanza il sacrificio

del culto divino,

eucaristico (è la «memoria» della morte e della resurrezione di Cristo

e costituisce il centro e il culmine della vita della comunità

ecclesiale) e gli altri sacramenti che sono segni visibili attraverso cui

si comunica la vita stessa di Dio (grazia).

La potestà derivante dall’ordine sacro è assolutamente necessaria,

oltre che per conferire tale sacramento, per celebrare l’eucaristia, per

vincolare più perfettamente i battezzati alla Chiesa nella

confermazione o cresima, per riconciliare i peccatori con Dio nella

penitenza, per dare l’unzione degli infermi a quanti, per malattia o

vecchiaia, versino in pericolo di morte.

Del sacramento del matrimonio sono ministri gli sposi stessi e il

battesimo, in caso di necessità, può essere amministrato da chiunque.

La funzione di santificare implica anche il dovere, per coloro che la

esercitano autorevolmente, di «aiutare coll’esempio della loro vita

quelli a cui presiedono, serbando i propri costumi immuni da ogni

male e, per quanto possono, con l’aiuto di Dio mutandoli in bene,

onde possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita

eterna».

funzione di

Funzione di La (munus assicura la direzione e la

governare regendi)

governare guida della comunità e si manifesta in molteplici modi che vanno

dall’esortazione e dall’esempio all’esercizio della c.d. potestà di

governo (chiamata anche potestà di giurisdizione).

Tale funzione implica:

l’emanazione di norme destinate a regolare le relazioni

• intercorrenti tra i fedeli (attività legislativa),

la gestione e l’utilizzazione ordinaria dei mezzi di cui la

• Chiesa dispone per il conseguimento dei suoi fini (attività

esecutiva),

la soluzione delle controversie insorte e l’applicazione delle

• pene previste per la violazione delle leggi ecclesiastiche

(attività giudiziaria).

In queste 3 attività le supreme autorità ecclesiastiche sono, al

contempo, titolari del potere legislativo, amministrativo e giudiziario

che Cristo ha congiuntamente attribuito agli Apostoli e ai loro

successori.

La costituzione della Chiesa si rivela quindi estranea e incompatibile

con quel principio della divisione dei poteri teorizzato da

Montesquieu e attuato in molti ordinamenti contemporanei.

Nulla impedisce, però, che il concreto esercizio delle singole

funzioni della potestà di giurisdizione venga affidato, da parte di chi

ne detiene la titolarità, ad organi specifici e diversi. Es., il potere

giudiziario di regola non viene esercitato direttamente e

personalmente dal pontefice e dai vescovi ma da appositi tribunali da

essi istituiti.

Affinché le potestà relative alle funzioni ecclesiali di insegnare,

santificare e governare il popolo di Dio possano essere liberamente

ed effettivamente esercitate nei confronti dei fedeli, alla

consacrazione deve aggiungersi una «determinazione giuridica»,

detta occorre che al vescovo consacrato venga

missione canonica:

affidato un compito specifico o siano assegnati dei sudditi in modo

conforme alle norme stabilite dalla suprema autorità della Chiesa.

In assenza di tale determinazione, ogni atto di governo sarà privo di

effetti, mentre gli atti sacramentali risulteranno validi ma gravemente

illeciti. Pure illeciti saranno gli atti di magistero ma senza che se ne

possa stabilire a priori e in via generale la validità o la nullità.

Per comprendere la è necessario

funzione della missione canonica

ricordare che il potere nella Chiesa è affidato ad una «pluralità di

soggetti» «gerarchicamente cooperanti tra di loro». Ora, perché un

potere sociale possa essere esercitato in modo ordinato da parte di

più persone fisiche contemporaneamente, è assolutamente

indispensabile che i compiti e le responsabilità di ciascuna di esse

siano precisamente determinati, ciò al fine di evitare contrasti e

conflitti difficilmente sanabili.

L’UFFICIO ECCLESIASTICO

Tale specifico incarico, quando sia stabilmente costituito, assume il

nome di ufficio.

L’ufficio, pur costituendo il cardine di tutta l’organizzazione

ecclesiastica, non è necessariamente connesso alla potestà.

Ufficio è qualunque funzione stabilmente costituita da una

disposizione divina o umana per il conseguimento di un fine

spirituale.

Conferimento Il conferimento dell’ufficio (provisio può realizzarsi in

canonica)

dell'ufficio vari modi.

La forma più comune è quella in cui l’autorità ecclesiastica procede

liberamente alla designazione (libera collazione).

Nelle altre forme, invece, il superiore competente non agisce in base

a una scelta autonoma, ma si limita a istituire chi viene presentato da

parte di un soggetto dotato di tale diritto o a confermare il risultato di

una elezione operata da un collegio, o ad accogliere la postulazione

di quest’ultimo che, volendo eleggere una persona priva di uno dei

requisiti richiesti dal diritto, chiede la concessione della necessaria

dispensa.

Alcune elezioni non esigono conferma in quanto l’eletto acquisisce la

titolarità dell’ufficio immediatamente, con la libera accettazione del

risultato dello scrutinio.

Occorre distinguere:

la nomina vera e propria è riservata all’autorità ecclesiastica,

• nella designazione della persona da nominare si ammette

• l’intervento di altri soggetti purché avvenga nei casi e nei

modi stabiliti dal diritto.

Potestà Per quanto concerne l’esercizio della sacra potestà, occorre ricordare

ordinaria che la parte del potere di governo annessa per legge ad un

determinato ufficio è chiamata in quanto il suo

potestà ordinaria

contenuto e la sua estensione non dipendono dalla discrezionalità

dell’autorità che la conferisce, ma sono predeterminati dal diritto.

Viene considerata o a seconda che venga esercitata

propria vicaria

dal titolare dell’ufficio in nome proprio o in nome altrui. Es. la

potestà del vicario generale è vicaria in quanto è esercitata in nome

del vescovo diocesano che, da parte sua, gode di potestà propria.

Potestà delegata Diversa è la che non deriva dalla titolarità di un

potestà delegata,

ufficio, ma dal mandato conferito ad una persona perché eserciti

determinate funzioni di governo.

Indelegabilità Il Codice del 1917 non conteneva precise disposizioni circa la

della funzione possibilità della delega; il nuovo Codice, invece, stabilisce che il

legislativa legislatore di livello inferiore a quello supremo (= tutti i legislatori

salvo il papa e il collegio dei vescovi) non può delegare il suo potere,

salvo che il diritto lo consenta espressamente.

La è dunque considerata di tale rilevanza da

funzione legislativa

ritenere che, almeno in linea di principio, debba essere assicurata

direttamente e personalmente dal titolare della relativa potestà.

L’eccezione prevista per il legislatore supremo si spiega con la

vastità dei suoi compiti che possono richiedere ampie deleghe.

Indelegabilità Ancor meno delegabile è il potere dei giudici individuali o collegiali:

della funzione la delega è ammessa solo per gli atti preparatori di una sentenza o di

giudiziaria un decreto. Per comprendere il rigore di questa norma occorre tenere

presente che i giudici ecclesiastici non hanno una potestà giudiziaria

ordinaria propria, in quanto essa appartiene solo al papa e ai vescovi.

Invece il se è può essere sempre delegato

potere esecutivo, ordinario,

e in una certa misura anche subdelegato, salvo espresso divieto

legislativo.

Questa trova giustificazione nel fatto che si tratta

ampia delegabilità

di una attività concreta e specifica che può necessitare di vari

qualificati collaboratori. Di norma ogni potere di governo viene

esercitato per il foro esterno, riguardante, primariamente e

immediatamente, l’organizzazione, la tutela e la conservazione della

società ecclesiastica, che vengono assicurate mediante

l’instaurazione e il mantenimento tra i membri della comunità

cristiana dell’ordine giuridico-sociale necessario al conseguimento

del bene comune.

IL PRIMATO PONTIFICIO

Il Concilio Vaticano II, dopo aver ricordato la missione affidata agli

apostoli e ai loro successori, ripropone, innanzitutto, «la dottrina

dell’istituzione, della perpetuità, del valore e della natura del sacro

Primato del Romano Pontefice e del suo infallibile Magistero».

Cristo, affinché l'episcopato fosse “uno e indiviso” concesse l'ufficio

singolarmente a Pietro. Tale ufficio permane e continua nei suoi

successori, cioè in coloro che sono preposti come vescovi alla Chiesa

(pontefici romani o sommi pontefici o papi).

di Roma

Ad essi, quindi, compete una potestà suprema, piena, immediata,

universale: in quanto è superiore a qualunque altro potere

suprema

• ecclesiastico, sì che il pontefice non può essere giudicato da

nessuno e contro le sue decisioni non è ammesso alcun appello

o ricorso;

perché riguarda non solo la fede e la morale, ma anche

piena

• la disciplina e il governo.;

dal momento che non necessita di intermediari;

immediata,

• poiché si estende sia sulla Chiesa universale sia su

universale

• tutte le Chiese particolari e le loro aggregazioni.

Tale potestà è di carattere e (essendo annessa

ordinario proprio

all’ufficio del vescovo di Roma), e può essere sempre esercitata

liberamente nell’indipendenza da qualsivoglia potere umano.

Inoltre, il pontefice gode della quando,

infallibilità nel magistero

esercitando la sua funzione di supremo pastore e dottore di tutti i

cristiani, proclama con atto definitivo una dottrina da seguire in

materia di fede e di morale.

La costituzione conciliare «Lumen fonda, dunque,

gentium»

l’autorità del pontefice direttamente sulla volontà di Cristo, ma con

questa affermazione non intende negare che l’attuale configurazione

dell’ufficio papale sia anche il risultato di un’evoluzione storica più

che millenaria.

La stessa formulazione della riproposta dal

dottrina del primato

Vaticano II è assai recente (costituzione «Pastor aeternus»,

approvata dal Concilio Vaticano I nel 1870 ).

Ogni pontificato è caratterizzato da un proprio «stile», determinato

dalla personalità del papa e dalle circostanze storiche in cui si svolge

il suo ministero.

Anzi, nell’attuale momento della vita della Chiesa, la questione ha

assunto una singolare rilevanza, anche ecumenica, come ha

espressamente riconosciuto lo stesso pontefice, incoraggiando la

ricerca di «una forma di esercizio del primato che, pur non

rinunciando in alcun modo all’essenziale della sua missione, si apra a

una situazione nuova»

Elezione del Anche per quanto specificamente concerne le modalità dell’elezione

pontificato non mancano problemi.

al pontificato

L’eletto, qualora abbia già ricevuto in precedenza la consacrazione

episcopale, con l’accettazione della designazione a vescovo di Roma

ottiene tutti i poteri e le prerogative propri del pontefice. Se, invece,

risulti privo del carattere episcopale deve essere immediatamente

consacrato.

La designazione è affidata ai cardinali, che originariamente erano i

più autorevoli esponenti del clero romano e attualmente sono dei

vescovi i quali, essendo stati insigniti dal pontefice della «diaconia»

o del «titolo» di una chiesa della città di Roma o del «titolo» di una

diocesi a questa vicina (c.d. diocesi suburbicaria), vengono definiti

«rappresentanti della Chiesa romana» benché il loro rapporto con i

sacerdoti e i fedeli della città sia più formale che sostanziale.

Infatti, molti di essi sono preposti alle più importanti diocesi sparse

per il mondo e quelli che risiedono a Roma sono impegnati a

collaborare con il papa nel governo della Chiesa universale.

Conclave Secondo la disciplina attualmente vigente (sancita dalla costituzione

apostolica «Universi del 1996), 1’assemblea per

Dominici gregis»

l’elezione del pontefice (denominata è composta dai soli

conclave),

cardinali di età inferiore agli 80 anni, che vengono sottoposti a


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Canonico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Le basi del diritto canonico, Feliciani . con un'analisi accurata dell'ordinamento giuridico della Chiesa, che tiene conto delle ultime modifiche della legislazione ecclesiastica. Utile per gli studenti di Teologia e di Giurisprudenza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in teorie, culture e tecniche per il servizio sociale
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Mantuano Ginesio.

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