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Diritto canonico - concetti generali Appunti scolastici Premium

Appunti per l'esame di Diritto canonico, i quali vertono su: elezione nel linguaggio canonistico, attribuzione delle autorità nella Chiesa, elezione come modello iniziale per l'ufficio episcopale, concili, chierici, laici, diocesi, metropolita.

Esame di Diritto canonico docente Prof. P. Scienze giuridiche

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È la chiesa locale che certifica la vocazione, controlla l’apostolicità della fede e le qualità dell’eletto, lo acclama e lo riceve dopo la sua

nomina.

I modi e i procedimenti concernenti l’elezione dei vescovi non sono frutto, nella chiesa delle origini, di un’opera legislativa, ma sono

ispirati da una pratica costante delle comunità cui non è estranea l’opera di Dio che spesso interviene direttamente nel processo di

nomina mostrando con segni evidenti la propria volontà, la quale trova coronamento nel consenso espresso da tutto il clero e da tutto il

popolo.

Anche i primi tentativi di legislazione che toccano questo punto riconoscono il ruolo fondamentale della comunità nella scelta del

proprio vescovo. Del resto, la stessa prassi costante dell’approvazione definitiva della nomina episcopale da parte della collettività è un

dato che molti testi dell’epoca ci tramandano in maniera univoca.

Anche i pontefici sostengono ufficialmente che la scelta dei vescovi deve avvenire con l’intervento del clero e del popolo, i quali

possono testimoniare in maniera chiara ed evidente i meriti del candidato.

In assenza di una legislazione certa e precisa su questo punto delicato, essi cercano d insistere, nei loro interventi, sulle qualità, sui

requisiti che il candidato dovrebbe presentare; ed è logico che in questa prospettiva cerchino di sollecitare il controllo dell’autorità

preposta alla regione ecclesiastica: il metropolita.

Le stesse fonti giustinianee sostengono questa linea di tendenza: per esse spetta addirittura agli abitanti delle città sedi di uffici

vescovili vacanti nominare una terna di candidati tra i quali scegliere il futuro vescovo.

E anche quando questo diritto sarà ristretto al clero e ai maggiorenti delle città, nel momento dell’ordinazione e dell’acclamazione

rimangono comunque in vigore tutti gli altri usi e prescrizioni.

La rottura dell’ordine imperiale e la nascita di una molteplicità di regni che si affacciano sull’orizzonte dell’Europa occidentale

provocano una confusione istituzionale e politica di cui risentono in maniera evidente anche i linguaggi.

Le fonti alto-medioevali cominciano così a parlare indifferentemente (in tema di nomine episcopali) di electio e di ordinatio, senza

attribuire a ciascuno dei due termini un significato preciso ed univoco.

Ciononostante il riferimento dei concili alla prassi e alla dottrina tradizionale, dove i vescovi vengono eletti dal clero e dal popolo, non

viene mai meno, neppure in quelle aree geo-politiche dove più forte risulta essere la progressiva affermazione dell’autorità secolare.

In Francia, soprattutto, i re tendono ad intervenire pesantemente nella pratica delle elezioni vescovili, assicurandosi la copertura dei

seggi episcopali vacanti con persone “grate”o, perlomeno, non ostili.

Quest’indirizzo sarà destinato a trionfare nei secoli successivi, quando la scelta dei vescovi cadrà largamente nella sfera di

disposizione delle autorità secolari.

La nomina episcopale, insomma, diviene una sorta di beneficio conferito dal re; e questa nuova realtà inaugura una tradizione che

vedrà ben presto interferire nel conferimento dei vescovi non solo i re, ma anche i signori feudali.

Ma anche in questo quadro profondamente mutato sopravvive la linea tradizionale della chiesa secondo la quale il clero ed il popolo

sono da sempre i soggetti attivi dell’elezione vescovile.

A questa dottrina e a questa prassi si rifanno i pontefici, i quali:

- mentre da un lato confermano la titolarità che spetta al clero e al popolo di designare il candidato;

- dall’altro cominciano a riservarsi il diritto di procedere personalmente alla consacrazione dell’eletto.

In questa contingenza storica il papato sembra rispondere in modo ambivalente:

- da un canto, la consapevolezza di non essere per il momento in grado di poter validamente contrastare la pretesa di re e

feudatari nel rivendicare alla loro sfera giurisdizionale la nomina dei vescovi, fa si che la chiesa si sforzi di conservare la

tradizione secondo la quale il potere di eleggere il proprio vescovo spetta la clero e al popolo;

- d’altro canto, il papato intuisce che bisogna approfittare di questo momento storico e brandire lo stesso principio dell’elezione

dei vescovi da parte del popolo al fine di difendere le proprie prerogative: per aggiustare, cioè, in senso gerarchico le

disfunzioni che lo stesso principio avrebbe, alla lunga, portato all’interno della compagine ecclesiastica.

Siamo alle sogli di quella lunga sfida, nota come lotta per le investiture, nella quale la Chiesa deciderà di affrontare il potere temporale

in campo aperto, per ridefinire la propria irrinunciabile potestà in spiritualibus e, con essa, la propria centralità nella storia

dell’Occidente.

Da quello scontro essa uscirà vincitrice e consolidata in una nuova concezione gerarchica, fortemente accentrata intorno alla figura del

romano pontefice.

3. La partecipazione del popolo di Dio alla scelta delle proprie guide nelle realtà pievane p. 11 - 15

Se la partecipazione del clero e del popolo era condizione necessaria per procedere alle nomine episcopali, a maggior ragione era

tradizionalmente richiesto il consenso della comunità per eleggere i presbiteri da porre a capo di quelle porzioni del popolo di Dio che

formavano la diocesi.

La stretta identificazione tra la comunità locale ed il suo capo è un dato storico ricorrente nella chiesa delle origini, e trova un esempio

nelle pievi (Italia centrosettentrionale). Esse venivano fondate da preti missionari che agivano in gruppo (frates) nell’azione di

diffusione del Verbo e che si ponevano a capo di queste nuove comunità, da loro stessi battezzate. Queste nuove ecclesiae entravano a

far parte della diocesi ove già insistesse su quella porzione di territorio la giurisdizione di una sede vescovile, cominciando tuttavia

molto presto a definire un proprio distretto dotato di autonomo patrimonio e di un proprio clero. 2

A questi presbiteri la comunità dei fedeli riconosce un ruolo importante sia dal punto di vista spirituale che da quello civile, sociale e

addirittura militare.

Quest’unità di fede è retta dall’archipresbyter, e coordinata nelle proprie attività da questi chierici, collegialmente organizzati, che

godono di una notevole autonomia rispetto alla stessa sede vescovile. Ad essi spetta il potere di:

- battezzare in tutte le epoche dell’anno;

- insegnare;

- predicare;

- istruire;

- benedire il popolo, le cale e i campi;

- sorvegliare e governare il clero inferiore delle parrocchie afferenti alla pieve;

- esercitare, con l’assenso del vescovo, poteri disciplinari, deporre diaconi ed altri chierici soggetti alla loro giurisdizione

territoriale.

Quest’insieme di poteri contribuisce a conferire nel corso degli anni alla pieve la configurazione di un’istituzione dotata di notevole

autonomia, seppur sempre sottoposta al potere del vescovo.

La cosa più importante da notare, comunque, è il vincolo che lega la comunità locale al proprio clero, vincolo che gioca un ruolo

importante nella determinazione e nella scelta dell’archipresbyter.

Fondamentale, in questa prospettiva, rimane l’istituto giuridico dell’incolato, per il quale i ministri di culto ordinati presso una certa

chiesa avevano il diritto-dovere di non abbandonarla senza giusto motivo.

L’incolato facilita la formazione di un clero pievano stabile, entro il cui ambito vene scelto l’arciprete, figura che completa

gerarchicamente l’organizzazione del territorio rurale, divenendo il titolare della pieve ed il capo del suo capitolo. Al capitolo, vero e

proprio organo collegiale che raccogli i chierici intorno all’archipresbyter per discutere e deliberale le questioni più importanti ed

urgenti, spetta lo:

- jus statuendi: il diritto di dettare le norme della convivenza e del governo della pieve;

- jus vigilandi e puniendi: potestà di individuare e reprimere le condotte devianti;

- jus possidenti ed administrandi: la facoltà, indipendente dalla volontà del vescovo, di governare i propri beni posseduti a

titolo originario.

La tendenziale autonomia di cui l’istituto plebano gode rispetto alla sede episcopale si riflette soprattutto nella designazione

dell’archipresbyter, che non viene nominato dal vescovo, ma eletto direttamente tra i membri del clero locale con la partecipazione del

popolo (come il vescovo viene eletto tra gli ordinati in sacris della diocesi con la partecipazione del clero e del popolo).

Questa situazione rimane inalterata fino alla fine del VIII sec., quando si manifesta la tendenza, da parte delle autorità secolari, ad

avere in concessione dai vescovi le pievi ed i relativi patrimoni.

L’autorità sulle comunità rurali comincia così a fondarsi non più sulla volontà del clero e del popolo della pieve, ma su di un titolo

lasciato dal vescovo.

Le pievi vengono ora ridotte ad un insieme di beni appartenenti al vescovo a puro titolo patrimoniale; e come tali esse sono date in

concessione sia ai laici che ad ecclesiastici.

L’autonomia di quest’istituto non può non risentirne: il caput plebis non è più espressione naturale della comunità, ma, di fatto, un

incaricato o una sorta di longa manus del vescovo.

4. Dalla chiesa locale al governo della chiesa universale: la scelta del Pontefice p. 15 – 19

Sin dal suo primo sorgere la chiesa tende a riconoscere il primato del vescovo di Roma sulle altre comunità, chiamandolo, a risolvere

importanti questioni sorte in altre chiese.

La storia della chiesa delle origini non ci tramanda una procedura specifica necessaria per l’elezione dei pontefici, per i quali si usa la

stessa consuetudine applicata per tutti gli altri vescovi. Giustamente, quindi, il clero e il popolo romano concorrono ad eleggere il

proprio vescovo che è, allo stesso tempo, anche capo della chiesa universale in quanto successore di Pietro.

La crescente rilevanza dell’ufficio petrino portò ben presto a dei contrasti che emergevano al momento di procedere alla scelta di un

candidato da far succedere sul soglio pontificio (situazione emerse in particolare con l’elezione di papa Simmaco). Per ovviare a questi

possibili conflitti si cercò di eliminare la componente elettorale che si pensava fosse più riconducibile ad interessi politici: la

componente laica. Così il Sinodo del 499, pur riconoscendo il ruolo della comunità nella scelta del suo pastore, afferma che di essa è

investito soprattutto il ceto sacerdotale. In compenso, però, la chiesa non può sottrarsi alla richiesta dell’Imperatore di Costantinopoli

prima, e dell’Esarca di Ravenna poi, di ratificare la nomina dell’eletto, rendendola così, e solo così, definitiva.

Se è vero che il popolo diviene componente secondaria nell’elezione del papa è anche vero che la componente laica rappresentata dagli

esponenti del potere secolare continua ad esercitare la propria influenza sino ad essere esplicitamente ammessa al procedimento

elettorale. 3

È noto, infatti, che i mandatari degli Imperatori carolingi intervenivano direttamente e pesantemente a condizionare la scelta di colui

che doveva essere proclamato papa.

Roma, in mancanza di una disciplina complessiva che regoli l’elezione del pontefice, si trasforma presto in un campo di battaglia,

dove il clero ed il popolo, formalmente esclusi dal processo elettorale, vengono spesso utilizzati da fazioni contrapposte che si

disputano in campo aperto la nomina del papa. Signori feudali ed imperatori divengono così determinanti con il loro interventi nel

decidere sulla successione di Pietro, sino a eclissare quella divina electio cui era da ricondurre originariamente la scelta dei vescovi, e

che, da essa, doveva trasparire.

Nel periodo di maggior decadenza del papato la nomina del vicario di Pietro era, di fatto, addirittura ratificata con proprio placet

dall’imperatore. Ma la fragilità di quel patto era tutta inscritta nel riconoscere come interlocutore e garante del processo di nomina del

pontefice il potere secolare. Le lotte per la determinazione dei candidati al soglio pontificio ne sono la testimonianza più chiara.

Di qui nasce la consapevolezza della chiesa di dover riacquisire la titolarità piena ed esclusiva di designazione del successore di Pietro,

conferendone il potere ad un collegio elettorale rigidamente chiuso, che incarni al contempo l’espressione rappresentativa massima del

prestigio della chiesa romana.

Logico pensare, in questa prospettiva, ai cardinali-vescovi quali unici possibili titolari dell’elettorato attivo per l’ufficio pontificio. Il

Decreto di Niccolò II del 1059 segna una tappa significativa verso l’emancipazione del papato dalla morsa del potere secolare e, nello

stesso tempo, l’espulsione definitiva del clero e del popolo romano dal processo di elezione del papa. In questo decreto Niccolò avanza

l’ipotesi che il papa-vescovo dell’Urbe possa non provenire dal grembo della comunità romana. Egli dovrà avere allora, per essere

eletto, l’implicita approvazione dell’autorità secolare.

Diritto dell’elettorato attivo riservato ai cardinali-vescovi da un lato, e circoscritto gradimento dell’autorità secolare verso il futuro

vescovo di Roma e capo della cristianità, dall’altro, sono due facce della stessa medaglia: quella, cioè, che ritrae il profilo di una chiesa

intenta a consolidare la propria compagine e la propria presenza nel mondo, riducendo il ruolo del popolo e del clero rispetto alla

gerarchia e rivendicando autonomia di governo rispetto all’ingerenza dei poteri secolari.

5. Autonomia e comunione gerarchica: le elezioni nella “Concordia discordantium canonum” p. 19 – 25

Non è mancato chi ha identificato nella Concordia discordantium canonum (Graziano) questo passaggio, questo definirsi della chiesa

di Roma come chiesa di diritto.

Nel Decretum sono contenuti in nuce tutti i motivi che portano all’abbandono dello strumento elettorale nella designazione dei vescovi

e, più in generale, degli ordinati in sacris. In esso sono raccolti canoni conciliari e testi pontifici di provenienza e di età diverse, che

affermano punti di vista contrastanti e a volte di difficile conciliazione sul problema delle elezioni.

Vi sono sostanzialmente tre livelli in cui il discorso sulle elezioni ecclesiastiche si attua:

- la scelta del pontefice: per quanto riguarda il modi di eleggere il pontefice, che prevede l’intervento dell’imperatore o dei suoi

legati, esso risente di una situazione storica assai complessa, nella quale le concessioni in tal senso fatte da Adriano II a Carlo

Magno avevano il fine di evitare pericoli di rotture dell’unità della fede cristiana. Ciononostante, le mutate condizioni

storiche, la maggior forza acquisita dal papato e il fatto che i principi secolari abbiano volontariamente rinunciato al

privilegio di intervenire attivamente nell’elezione del pontefice, pongono automaticamente la questione in una prospettiva

diversa.

Una volta affermato che la determinazione della successione di Pietro spetta unicamente alla chiesa, bisogna stabilire a chi

tocchi in concreto l’elettorato attivo, il potere di eleggere il capo della cristianità. La risposta individua in tutto il clero della

diocesi romana il soggetto detentore del potere di eleggere il pontefice. È, quello designato da Graziano, un collegio allargato

che non si limita a prendere in considerazione i soli cardinali, ma cancella definitivamente la componente laica dalla scelta del

papa (che è anche vescovo di Roma).

Il popolo non figura più come parte necessaria nell’elezione del pontefice, e nemmeno il suo consenso è più richiesto.

- la scelta dei vescovi: la stessa linea di tendenza viene applicata anche per l’elezione dei vescovi, che rappresentano l’autorità

apostolica nelle singole diocesi. A canoni che prevedono la presenza di tutta la comunità nella scelta del vescovo, se ne

contrappongono, infatti, altri che tendono ad escludere la componente laica. Graziano accenna ad un possibile intervento del

popolo nell’elezione episcopale, ma tale intervento viene relegato in posizione subalterna, sottolineando come spetta solo al

clero la scelta vera e propria.

- la scelta degli arcipreti nelle pievi: diversa è invece la situazione per quanto riguarda l’elezione dell’archipresbyter all’interno

delle pievi. Troppo forte si presenta in questo contesto il ruolo del popolo dei fedeli, che non possono essere estromessi nella

scelta della propria guida. Il modello plebano conoscerà di lì a poco il suo tramonto ma esso rappresenta ancora un punto di

riferimento forte in quell’area padana dove Graziano elabora la sua Concordia.

La scelta dei testi proposti nel Decretum e quanto emerge dalla lettura dei dicta rivela una linea di tendenza per la quale le elezioni

sono una sorta di spia che ci segnala come si sta progressivamente affermando un’ispirazione ecclesiologica più generale fortemente

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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