Che materia stai cercando?

Diritto canonico - concetti generali

Appunti per l'esame di Diritto canonico, i quali vertono su: elezione nel linguaggio canonistico, attribuzione delle autorità nella Chiesa, elezione come modello iniziale per l'ufficio episcopale, concili, chierici, laici, diocesi, metropolita.

Esame di Diritto canonico docente Prof. P. Scienze giuridiche

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

A questi presbiteri la comunità dei fedeli riconosce un ruolo importante sia dal punto di vista spirituale che da quello civile, sociale e

addirittura militare.

Quest’unità di fede è retta dall’archipresbyter, e coordinata nelle proprie attività da questi chierici, collegialmente organizzati, che

godono di una notevole autonomia rispetto alla stessa sede vescovile. Ad essi spetta il potere di:

- battezzare in tutte le epoche dell’anno;

- insegnare;

- predicare;

- istruire;

- benedire il popolo, le cale e i campi;

- sorvegliare e governare il clero inferiore delle parrocchie afferenti alla pieve;

- esercitare, con l’assenso del vescovo, poteri disciplinari, deporre diaconi ed altri chierici soggetti alla loro giurisdizione

territoriale.

Quest’insieme di poteri contribuisce a conferire nel corso degli anni alla pieve la configurazione di un’istituzione dotata di notevole

autonomia, seppur sempre sottoposta al potere del vescovo.

La cosa più importante da notare, comunque, è il vincolo che lega la comunità locale al proprio clero, vincolo che gioca un ruolo

importante nella determinazione e nella scelta dell’archipresbyter.

Fondamentale, in questa prospettiva, rimane l’istituto giuridico dell’incolato, per il quale i ministri di culto ordinati presso una certa

chiesa avevano il diritto-dovere di non abbandonarla senza giusto motivo.

L’incolato facilita la formazione di un clero pievano stabile, entro il cui ambito vene scelto l’arciprete, figura che completa

gerarchicamente l’organizzazione del territorio rurale, divenendo il titolare della pieve ed il capo del suo capitolo. Al capitolo, vero e

proprio organo collegiale che raccogli i chierici intorno all’archipresbyter per discutere e deliberale le questioni più importanti ed

urgenti, spetta lo:

- jus statuendi: il diritto di dettare le norme della convivenza e del governo della pieve;

- jus vigilandi e puniendi: potestà di individuare e reprimere le condotte devianti;

- jus possidenti ed administrandi: la facoltà, indipendente dalla volontà del vescovo, di governare i propri beni posseduti a

titolo originario.

La tendenziale autonomia di cui l’istituto plebano gode rispetto alla sede episcopale si riflette soprattutto nella designazione

dell’archipresbyter, che non viene nominato dal vescovo, ma eletto direttamente tra i membri del clero locale con la partecipazione del

popolo (come il vescovo viene eletto tra gli ordinati in sacris della diocesi con la partecipazione del clero e del popolo).

Questa situazione rimane inalterata fino alla fine del VIII sec., quando si manifesta la tendenza, da parte delle autorità secolari, ad

avere in concessione dai vescovi le pievi ed i relativi patrimoni.

L’autorità sulle comunità rurali comincia così a fondarsi non più sulla volontà del clero e del popolo della pieve, ma su di un titolo

lasciato dal vescovo.

Le pievi vengono ora ridotte ad un insieme di beni appartenenti al vescovo a puro titolo patrimoniale; e come tali esse sono date in

concessione sia ai laici che ad ecclesiastici.

L’autonomia di quest’istituto non può non risentirne: il caput plebis non è più espressione naturale della comunità, ma, di fatto, un

incaricato o una sorta di longa manus del vescovo.

4. Dalla chiesa locale al governo della chiesa universale: la scelta del Pontefice p. 15 – 19

Sin dal suo primo sorgere la chiesa tende a riconoscere il primato del vescovo di Roma sulle altre comunità, chiamandolo, a risolvere

importanti questioni sorte in altre chiese.

La storia della chiesa delle origini non ci tramanda una procedura specifica necessaria per l’elezione dei pontefici, per i quali si usa la

stessa consuetudine applicata per tutti gli altri vescovi. Giustamente, quindi, il clero e il popolo romano concorrono ad eleggere il

proprio vescovo che è, allo stesso tempo, anche capo della chiesa universale in quanto successore di Pietro.

La crescente rilevanza dell’ufficio petrino portò ben presto a dei contrasti che emergevano al momento di procedere alla scelta di un

candidato da far succedere sul soglio pontificio (situazione emerse in particolare con l’elezione di papa Simmaco). Per ovviare a questi

possibili conflitti si cercò di eliminare la componente elettorale che si pensava fosse più riconducibile ad interessi politici: la

componente laica. Così il Sinodo del 499, pur riconoscendo il ruolo della comunità nella scelta del suo pastore, afferma che di essa è

investito soprattutto il ceto sacerdotale. In compenso, però, la chiesa non può sottrarsi alla richiesta dell’Imperatore di Costantinopoli

prima, e dell’Esarca di Ravenna poi, di ratificare la nomina dell’eletto, rendendola così, e solo così, definitiva.

Se è vero che il popolo diviene componente secondaria nell’elezione del papa è anche vero che la componente laica rappresentata dagli

esponenti del potere secolare continua ad esercitare la propria influenza sino ad essere esplicitamente ammessa al procedimento

elettorale. 3

È noto, infatti, che i mandatari degli Imperatori carolingi intervenivano direttamente e pesantemente a condizionare la scelta di colui

che doveva essere proclamato papa.

Roma, in mancanza di una disciplina complessiva che regoli l’elezione del pontefice, si trasforma presto in un campo di battaglia,

dove il clero ed il popolo, formalmente esclusi dal processo elettorale, vengono spesso utilizzati da fazioni contrapposte che si

disputano in campo aperto la nomina del papa. Signori feudali ed imperatori divengono così determinanti con il loro interventi nel

decidere sulla successione di Pietro, sino a eclissare quella divina electio cui era da ricondurre originariamente la scelta dei vescovi, e

che, da essa, doveva trasparire.

Nel periodo di maggior decadenza del papato la nomina del vicario di Pietro era, di fatto, addirittura ratificata con proprio placet

dall’imperatore. Ma la fragilità di quel patto era tutta inscritta nel riconoscere come interlocutore e garante del processo di nomina del

pontefice il potere secolare. Le lotte per la determinazione dei candidati al soglio pontificio ne sono la testimonianza più chiara.

Di qui nasce la consapevolezza della chiesa di dover riacquisire la titolarità piena ed esclusiva di designazione del successore di Pietro,

conferendone il potere ad un collegio elettorale rigidamente chiuso, che incarni al contempo l’espressione rappresentativa massima del

prestigio della chiesa romana.

Logico pensare, in questa prospettiva, ai cardinali-vescovi quali unici possibili titolari dell’elettorato attivo per l’ufficio pontificio. Il

Decreto di Niccolò II del 1059 segna una tappa significativa verso l’emancipazione del papato dalla morsa del potere secolare e, nello

stesso tempo, l’espulsione definitiva del clero e del popolo romano dal processo di elezione del papa. In questo decreto Niccolò avanza

l’ipotesi che il papa-vescovo dell’Urbe possa non provenire dal grembo della comunità romana. Egli dovrà avere allora, per essere

eletto, l’implicita approvazione dell’autorità secolare.

Diritto dell’elettorato attivo riservato ai cardinali-vescovi da un lato, e circoscritto gradimento dell’autorità secolare verso il futuro

vescovo di Roma e capo della cristianità, dall’altro, sono due facce della stessa medaglia: quella, cioè, che ritrae il profilo di una chiesa

intenta a consolidare la propria compagine e la propria presenza nel mondo, riducendo il ruolo del popolo e del clero rispetto alla

gerarchia e rivendicando autonomia di governo rispetto all’ingerenza dei poteri secolari.

5. Autonomia e comunione gerarchica: le elezioni nella “Concordia discordantium canonum” p. 19 – 25

Non è mancato chi ha identificato nella Concordia discordantium canonum (Graziano) questo passaggio, questo definirsi della chiesa

di Roma come chiesa di diritto.

Nel Decretum sono contenuti in nuce tutti i motivi che portano all’abbandono dello strumento elettorale nella designazione dei vescovi

e, più in generale, degli ordinati in sacris. In esso sono raccolti canoni conciliari e testi pontifici di provenienza e di età diverse, che

affermano punti di vista contrastanti e a volte di difficile conciliazione sul problema delle elezioni.

Vi sono sostanzialmente tre livelli in cui il discorso sulle elezioni ecclesiastiche si attua:

- la scelta del pontefice: per quanto riguarda il modi di eleggere il pontefice, che prevede l’intervento dell’imperatore o dei suoi

legati, esso risente di una situazione storica assai complessa, nella quale le concessioni in tal senso fatte da Adriano II a Carlo

Magno avevano il fine di evitare pericoli di rotture dell’unità della fede cristiana. Ciononostante, le mutate condizioni

storiche, la maggior forza acquisita dal papato e il fatto che i principi secolari abbiano volontariamente rinunciato al

privilegio di intervenire attivamente nell’elezione del pontefice, pongono automaticamente la questione in una prospettiva

diversa.

Una volta affermato che la determinazione della successione di Pietro spetta unicamente alla chiesa, bisogna stabilire a chi

tocchi in concreto l’elettorato attivo, il potere di eleggere il capo della cristianità. La risposta individua in tutto il clero della

diocesi romana il soggetto detentore del potere di eleggere il pontefice. È, quello designato da Graziano, un collegio allargato

che non si limita a prendere in considerazione i soli cardinali, ma cancella definitivamente la componente laica dalla scelta del

papa (che è anche vescovo di Roma).

Il popolo non figura più come parte necessaria nell’elezione del pontefice, e nemmeno il suo consenso è più richiesto.

- la scelta dei vescovi: la stessa linea di tendenza viene applicata anche per l’elezione dei vescovi, che rappresentano l’autorità

apostolica nelle singole diocesi. A canoni che prevedono la presenza di tutta la comunità nella scelta del vescovo, se ne

contrappongono, infatti, altri che tendono ad escludere la componente laica. Graziano accenna ad un possibile intervento del

popolo nell’elezione episcopale, ma tale intervento viene relegato in posizione subalterna, sottolineando come spetta solo al

clero la scelta vera e propria.

- la scelta degli arcipreti nelle pievi: diversa è invece la situazione per quanto riguarda l’elezione dell’archipresbyter all’interno

delle pievi. Troppo forte si presenta in questo contesto il ruolo del popolo dei fedeli, che non possono essere estromessi nella

scelta della propria guida. Il modello plebano conoscerà di lì a poco il suo tramonto ma esso rappresenta ancora un punto di

riferimento forte in quell’area padana dove Graziano elabora la sua Concordia.

La scelta dei testi proposti nel Decretum e quanto emerge dalla lettura dei dicta rivela una linea di tendenza per la quale le elezioni

sono una sorta di spia che ci segnala come si sta progressivamente affermando un’ispirazione ecclesiologica più generale fortemente

4

orientata in senso gerarchico. Vi sono, infatti, all’interno canoni che rinviano alla necessità di una consultazione della Sede Apostolica

per procedere ad una valida elezione vescovile.

Per il momento le elezioni, in concreto, cominciano comunque ad essere riservate, nel Decretum, a dei collegi elettorali che, sia pur in

maniera primordiale iniziano a delinearsi. Di questi fanno parte solamente gli ordinati in sacris, che si distinguono così nettamente dai

laici nei poteri di elezione attiva.

La divisione tra populus ducens e populus ductus, scolpita da Bellarmino nell’epoca della controriforma, sta già tutta inscritta nel

Decretum, pietra miliare nel processo di elaborazione del diritto della chiesa che contrappone la libertas imperandi, riservata ai

chierici, alla necessitas oboediendi, cui i fedeli laici devono sottostare.

6. Il trionfo del primato pontificio e l’eclissi del modello elettorale nella decretistica e nelle Decretali p. 25 –

31

La linea di pensiero contenuta nella Concordia si sviluppa nell’opera dei decretisti. Nell’elaborazione dei decretisti il momento

elettorale si smembra definitivamente in più fasi tra loro distinte. Una conferma si può trovare nell’opera di Rufino, nel punto in cui

egli dichiara che cinque sono le distinte componenti che concorrono ad individuare la persona del vescovo:

- vota civium; I cardini centrali del procedimento elettorale, secondo

- testimonium popolorum; Rufino, sono l’electio clericorum e la confirmatio

- arbitrium onoratorum vel regiosorum; metropolitani; gli altri momenti non sono proprio essenziali

- electio clericorum; nel det. il vescovo.

- confirmatio metropolitani et coepiscoporum;

Questa impostazione trova riscontri significativi nelle opere di Stefano Tornacense, Uguccio, nella Summa Coloniensis, nella Summa

Monacensis e nella Summa Lipsiensis.

Fermo restando il timore di ingerenze secolari nelle nomine vescovili, si va cmq affermando un movimento di accentramento

ecclesiastico il cui primo passo consiste nella progressiva esclusione della componente laica dai processi decisionali più importanti e

strategici.

Nella Summa Coloniensis non solo non compare come necessaria all’elezione la componente laica, ma si comincia a porre il problema

se il vescovo possa essere eletto validamente non da tutti i chierici, ma solo da quelli appartenenti al capitolo cattedrale. Pur dando per

il momento risposta negativa a questo problema, va sottolineato che la procedura elettorale non può durare troppo a lungo; il motivo è

che, come insegnavano i Padri della chiesa, il seggio vescovile non può rimanere vacante per più di 3 mesi.

Il tema dello sposalizio tra la chiesa locale ed il suo vescovo, e del conseguente stato di vedovanza della chiesa stessa che si determina

alla morte del titolare dell’ufficio episcopale, diventa centrale nella Summa decretorum di Uguccio. Egli distingue tra:

- una prima fase nella quale, eletto dai chierici della diocesi, si instaurerebbe una sorta di matrimonio rato tra la chiesa locale

ed il vescovo;

- una seconda fase nella quale, intervenuta la conferma dell’elezione da parte della superiore istanza gerarchica, il rapporto tra

la chiesa ed il proprio vescovo si consolida sino a divenire una sorta di matrimonio davvero indissolubile, così come succede

tra gli sposi dopo che hanno consumato il matrimonio.

All’autorità gerarchica toccherebbe, in sostanza, il compito di ratificare un’elezione che altrimenti sarebbe destinata a rimanere non

perfetta: se essa manca il matrimonio tra la chiesa locale ed il suo vescovo non è perfetta.

In questo modo entra nell’universo canonistico la distinzione tra il momento dell’elezione ed il momento della sua conferma. Tale

conferma trova giustificazione nella necessità che un’istanza gerarchica superiore giudichi non solo la regolarità della procedura

elettorale, ma verifichi anche lo stesso merito del candidato, valutando le sue qualità e le sue attitudini al governo della diocesi.

Al contrario di quanto sostengono gran parte dei decretisti, per i quali in capo al vescovo non sorge alcun potere di governo prima

dell’approvazione della sua elezione da parte dell’autorità competente, Uguccio sostiene che al vescovo spetta, prima della conferma

della sua elezione, un certo potere di giurisdizione: ha il diritto di amministrare i beni della chiesa anche se non ha ancora la capacità

di esercitare tale diritto in concreto. In sostanza:

- lo jus administrandi verrebbe conferito dall’elezione;

- l’exercitium juris verrebbe conferito dalla comprovata approvazione.

Ciò a differenza di quanto accade per il romano pontefice, il quale dal solo momento dell’avvenuta elezione ha la pienezza di

giurisdizione sulla chiesa universale.

Questa differenza è da ricollegarsi, per Uguccio, al fatto che mentre chi elegge il vescovo è un soggetto (chierici) diverso da quello che

conferma nella nomina il vescovo stesso (metropolita), nel caso del papa chi elegge e chi conferma è lo stesso collegio cardinalizio.

In sostanza, nella elaborazione giuridica operata dalla decretistica, si non una doppia linea di affermazione gerarchica che si qualifica

come prevalente in tema di elezioni episcopali:

- la prima, per la quale soggetti attivi nelle elezioni non sono tutti i christifideles della comunità, ma solo gli ordinati in sacris;

- la seconda che rivendica come assolutamente necessario il momento della conferma dell’avvenuta elezione da parte

dell’istanza gerarchica superiore, il metropolita. 5


PAGINE

7

PESO

72.35 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto canonico

Diritto canonico - Riassunto esame
Appunto
Diritto romano- Riassunto esame, prof. Mantello
Appunto
Riassunto esame Diritto Processuale Penale, prof. Giostra, libro consigliato Lineamenti di diritto processuale penale, Tonini
Appunto
Riassunto esame Diritto Amministrativo, prof. D'Alberti, libro consigliato Istituzioni di Diritto Amministrativo, Cassese
Appunto