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idonee a realizzare l’ effettiva e rapida realizzazione in capo ai ricorrenti interessati

dei beni espropriati.

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In seguito la Corte di Cassazione italiana con ordinanza n. 11887 del 2006, stabilì che :

“ Il Giudice nazionale non ha il potere di abrogare una legge dello Stato, né di disapplicarla e

tantomeno di creare una disciplina indennitaria sostitutiva della discrezionalità del legislatore

del legislatore nazionale, specie in una ipotesi in cui la norma della convenzione Europea non

appare dettagliata e precisa, ma solo programmatica di principi generali”.

In ordine a ciò bisogna rilevare come in precedenza, nel 2003 si era pronunciato anche il Consiglio

Sezione Prima del 9 aprile 2003)

di Stato(Adunanza in materia di “ Accessione invertita”,

affermando che:

La Convenzione Europea dei diritti Umani, tutela il diritto di proprietà ma ne consente il

sacrificio per ragioni di pubblica utilità “ nelle condizioni previste dalla legge e dai principi

generali di diritto internazionale”, demandando al legislatore nazionale la disciplina dei casi e

dei modi di ingerenza della P.A nella proprietà privata.

Lo stesso Consiglio di Stato ribadì pure nella stessa sede come, è pur vero che il principio di legalità

sia violato in caso di “ accessione invertita” ( e dunque l’ amministrazione beneficiaria dell ‘

“il tema della diretta

accessione sia tenuta a subire le conseguenze del suo operato) ma

applicabilità delle norme della Convenzione nell’ ordinamento italiano presenta, allo stato,

profili di incertezza tali da riflettersi sulla possibilità di prevedere con ragionevole sicurezza l

‘esito di un ‘azione di rivalsa sull’ ente locale”.

Considerata la visione della Corte, i giudici nazionali tentarono d’introdurre i principi sanciti dalla

Corte Europea dei Diritti dell’ uomo, considerandoli come “parametro interposto” tra la norma

ordinaria impugnata e l’art. 10 della Costituzione: ovverossia invece d’impugnare una norma per

contrasto diretto con la Convenzione , i giudici tentarono di far valere la violazione dell’art. 10

Cost., che, a sua volta, legittimerebbe le norme in essa contenute, considerate regole di diritto

internazionale generalmente riconosciute. non accolto dalla Corte, in quanto

Escamotage

l’adattamento automatico nel nostro

ordinamento avverrebbe per le norme internazionali consuetudinarie e non – come nel caso in

specie – per le norme pattizie, che, riconosciute con legge ordinaria, ne assumono la stessa forza

(sent. 32/60 323/89; 342/1999).

Il problema si pose anche successivamente all’ entrata in vigore della riforma costituzionale

italiana del 2001, poiché l’art. 117comma 1 stabilisce che “la potestà legislativa è esercitata

dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti

dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. A questo punto la dottrina si è

scissa in due orientamenti:

1)quella maggioritaria ritenne che la riforma costituzionale non avesse alterato il contenuto

sostanziale degli artt. 10 e 11;

2)altra parte considerò riduttiva tale interpretazione del nuovo art. 117 Cost.,

sostenendo,invece, che il nuovo testo costituzionale abbia attribuito anche a questi ultimi forza

superiore alle norme di legge ordinaria.

Relativamente all’ art. 117comma1 ed alla indennità di espropriazione la Corte di Cassazione

sollevò innanzi la Corte Costituzionale alcune questioni di legittimità in particolare affermò che:

L'art. 5 bis del d.l. 11 luglio 1992 n. 333 (conv. in l. 8 agosto 1992 n. 359), stabilendo

un’indennità espropriativa ridotta, sarebbe lesivo del diritto di proprietà per violazione dei

vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (ora tutelati dall'art. 117 Cost., comma 1, in quanto

le norme della Convenzione divengono norme interposte).

Nel caso specifico, l’articolo 5 bis contrasterebbe con la disciplina sancita dalla Convenzione

Europea dei diritti dell’ uomo nella parte in cui, disponendo l'applicabilità, ai procedimenti

espropriativi in corso e ai giudizi pendenti, dei criteri di determinazione dell'indennità in esso

contenuti per i suoli edificabili, violerebbe il diritto a un giusto processo per il soggetto

espropriato e, in specie, le condizioni di parità delle parti davanti al giudice, determinando

altresì un ristoro inadeguato ed eccessivamente riduttivo del valore venale del bene

espropriato.

In questo complesso quadro interpretativo si pongono le due “storiche” sentenze della Corte

n. 348 e n. 349 del 24 ottobre 2007.

costituzionale

La questione analizzata in entrambe le sentenze concerne l’indennità nelle due diverse

(sent. 348) (sent. 349),

ipotesi di espropriazione o di occupazione illegittima che condannano lo

Stato italiano per l’insufficiente valore attribuito all’indennizzo, soprattutto nel caso di

occupazione acquisitiva.

Nella sentenza n. 348

la conclusione a cui la Corte perviene, , è che la norma

“la quale prevede un'indennità oscillante,nella pratica, tra il

sottoposta a giudizio,

50 ed il 30 % del valore di mercato del bene, non supera il controllo di

costituzionalità in rapporto al «ragionevole legame» con il valore venale,

prescritto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo e coerente, del resto, con

il «serio ristoro» richiesto dalla giurisprudenza consolidata ”. Rimane altresì

affidata al legislatore la determinazione di un’adeguata indennità, poiché,

rispettando i ruoli, la Corte, come in tutte le precedenti sentenze in tema di

espropriazione, sancisce l’illegittimità di quel determinato modo di computo

dell’indennità fissato dalla norma incostituzionale, ma lascia al legislatore di

stabilire come debba essere calcolata.

Nella stessa sede la Corte ha affermato che “il legislatore non ha il dovere di

commisurare integralmente l'indennità di espropriazione al valore di mercato del

bene ablato, poiché l'art. 42 Cost. prescrive alla legge di riconoscere e garantire il

diritto di proprietà, ma ne mette in risalto la «funzione sociale». Quest'ultima deve

essere posta dal legislatore e dagli interpreti in stretta relazione all'art. 2 Cost., che

richiede a tutti i cittadini l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà

economica e sociale”.

La Corte inoltre effettua un distinguo tra un “esproprio isolato” o di un complesso

di espropri dovuti a leggi di riforma economico-sociale, attribuendo ai primi

minore funzione sociale rispetto ai secondi e, dunque, considerandoli

maggiormente indennizzabili rispetto a questi ultimi.

Nella sentenza n. 349 nel caso di occupazione acquisitiva,

si sancisce invece che

l’illiceità della condotta dell’amministrazione comporta il pagamento di una

somma equivalente al valore venale del bene, secondo una costante

interpretazione della Corte di Strasburgo.

Se ne deduce dunque che con la sentenza in questione non viene espunto

dall’ordinamento l’ istituto dell’ occupazione acquisitiva e rimane confermata la

determinazione del risarcimento del danno.

Da segnalare infine la recentissime sentenze della Cassazione: per

CORTE DI CASSAZIONE Civile 31/01/2008 n. 2424 (ESPROPRIAZIONE

pubblica utilità - Computo nell'indennità delle perdite aziendali).

L'indennità di espropriazione non può superare in nessun caso il valore

determinabile con l'applicazione del criterio legale previsto dalla normativa, per cui

non può incidere il reale pregiudizio che il proprietario od altro titolare di minore

diritto di godimento risentono come effetto dal non potere ulteriormente svolgere

mediante l'uso dello stesso immobile la precedente attività.

Di conseguenza, ove risulti impedito sul luogo l'ulteriore svolgimento dell'impresa

che utilizzava gli immobili per fornire i propri servizi, l'espropriazione non si estende

al diritto dell'imprenditore su di essi, né all'azienda organizzata dall'imprenditore, sì

che il valore del bene espropriato debba comprendere quello dell'azienda in sé

considerata, quale complesso funzionale organizzato, risultante da una pluralità di

elementi. Nel caso di specie (relativo all’espropriazione di terreno destinato a

parcheggio a servizio di struttura alberghiera) le perdite aziendali lamentate

dall'espropriato non sono suscettibili di indennizzo, ed è sufficiente a compensare

la perdita subita l'applicazione del criterio legale previsto nel caso di espropriazione

parziale (nella specie disciplinata dall'art. 15 bis legge prov. Trento 19 febbraio

1993, n. 63, riproduttiva dell'art. 40 legge 25 giugno 1865, n. 2359), assumendo le

perdite aziendali rilevanza autonoma rispetto alla perdita dominicale solo nella

diversa ipotesi di espropriazione di azienda agricola.

CORTE DI CASSAZIONE Civile 31/01/2008, Sentenza n. 2424(

Opposizione alla stima - Criterio di determinazione indennitaria - Limite

della reformatio in peius - Art. 19 L. n. 865/1971) Nel giudizio di opposizione

alla stima, di cui al l'art. 19 della legge 22 ottobre 1971, n. 865, la qualificazione del

fondo e l'adozione del criterio di determinazione indennitaria attiene all'attività di

applicazione delle norme, alla quale si associa l'attività difensiva delle parti, di modo

che non può ravvisarsi preclusione alcuna tanto ad una definizione, da parte del

giudice, dell'oggetto espropriato in discordanza con la stima amministrativa o con le


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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e diritto
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Regolazione e diritto dei mercati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Senzani Daniele.

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