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L’atto di intervento deve essere notificato alle altri parti e depositato presso la segreteria del

giudice.

In ordine all’intervento ad opponendum, deve essere riconosciuta la possibilità per il

controinteressati – parte necessaria – non intimato, di introdursi nel processo pendente: si tratta in

tal caso di costituzione in giudizio di una parte necessaria.

In caso di controinteressato sul piano sostanziale non è parte necessaria, sembra da accogliere la tesi

della giurisprudenza che ha riconosciuto al controinteressati non solo la facoltà di intervenire, ma

pure gli stessi poteri degli altri controinteressati.

Il rapporto processuale si instaura con il deposito del ricorso notificato; tuttavia, affinché il ricorso

sia discusso, la legge prevede che la parte che vi abbia interesse (non necessariamente il ricorrente)

deve presentare al presidente del collegio la domanda di fissazione dell’udienza (l’udienza viene

quindi fissata dal giudice, a differenza di quanto avviene nel processo civile in cui con la citazione

si intima il convenuto a comparire nell’udienza fissa): con essa l’onere dell’impulso processuale si

sposta quindi a carico del giudice.

La mancata presentazione della domanda di fissazione d’udienza entro due anni dal deposito del

ricorso determina l’estinzione del processo per perenzione.

Il presidente della sezione al quale il ricorso è assegnato, d’ufficio o su istanza di parte, può

dichiarare urgente il ricorso; i ricorsi urgenti hanno precedenza sugli altri.

Al riguardo va ricordato l’istituto della domanda di prelievo: si tratta di una richiesta, spesso

reiterata più volte e non soggetta a termini, con la quale la parte, per ragioni di urgenza, sollecita la

fissazione dell’udienza di discussione. Le domande per le quali non sia proposta tale istanza

dovrebbero venire posposte rispetto alle altre, anche se sussiste un notevole potere discrezionale del

giudice – il quale non ha comunque l’onere di comunicare alle parti il rigetto della domanda di

prelievo – in ordine ala fissazione dell’ordine di discussione delle cause.

La domanda di fissazione di udienza può essere revocata dalla parte che l’ha proposta. In tal caso,

ove la causa sia già stata iscritta a ruolo, il ricorso viene cancellato dal ruolo stesso.

La domanda di fissazione di udienza non è richiesta ne casi in cui sia prevista la trattazione in

camera di consiglio e ai fini della discussione di istanza cautelare.

Il processo amministrativo è dominato dal principio dispositivo delle parti, nel senso che spetta

alle parti l’onere di affermare, attraverso gli atti di causa, come sussistenti o insussistenti i fatti su

cui si fonda la pretesa e che esse intendono far valere nel processo; ali fatti dovranno essere poi

provati al fine di verificare la fondatezza o l’infondatezza della pretesa attrice. Al riguardo va

considerato che nel processo amministrativo vige il sistema dispositivo con metodo acquisitivo:

spetta alle parti affermare nel processo i fatti ritenuti rilevanti, dai quali si può ricavare la verità

storica, ma rientra tra i poteri del giudice disporne l’acquisizione anche d’ufficio e cioè

indipendentemente dalle istanze delle parti.

Il ricorrente deve porre a fondamento della propria pretesa elementi di seria consistenza (e cioè una

ricostruzione dei fatti attendibile), fornendo gli indizi probatori di cui dispone (onere del principio

della prova dei fatti affermati). Il metodo acquisitivo consente comunque al giudice di verificare

quale tra le parti processuali sia in grado di fornire la prova, distribuendo in modo diverso rispetto

alla regola civilistica l’onere della prova stessa. Questo allorché sussistano difficoltà in capo alla

parte privata di individuare e provare i fatti affermati; altrimenti trova integrale applicazione la

regola dell’onere della prova, allorché la disponibilità della prova non sia riservata

all’amministrazione.

In ordine alla valutazione delle prove e dei risultati dell’istruttoria, nel processo amministrativo, si

applica il principio del libero convincimento del giudice, il quale non tollera la presenza di prove

legali (interrogatorio formale e giuramento; è invece ammessa la produzione di atti pubblici), in

grado cioè di vincolarlo in modo assoluto e comunque rese da soggetti – dirigenti o amministratori

– non direttamente titolari delle situazioni giuridiche coinvolte.

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Il giudice può disporre la consulenza tecnica, mezzo istruttorio ma non prova vera e propria.

Sono poi consentiti: l’esibizione di atti e documenti; la richiesta di chiarimenti e la verificazione.

1. l’esibizione di atti e documenti può essere il frutto dell’iniziativa spontanea delle

parti ovvero essere ordinata dal giudice;

2. la richiesta di chiarimenti è rivolta all’amministrazione interessata, la quale può

fornire per iscritto una relazione esplicativa dei comportamenti tenuti e delle

questioni tecniche affrontate, ovvero elementi di fatto integrativi di cui è a

conoscenza;

3. la verificazione è attività ricognitiva, che può consistere in un accertamento tecnico o

in un’indagine di fatto, compiuti dalla stessa amministrazione o da altri funzionari

amministrativi in contraddittorio con le parti del processo.

Nel processo di merito sono ammessi, oltre ai mezzi di prova proprio del giudizio di legittimità,

anche testimonianze, ispezioni e perizie e “tutte le altre indagini che possono condurre alla scoperta

della verità”, formula intesa nel senso che sono ammessi tutti i mezzi di prova ad eccezione delle

prove legali (confessione e giuramento).

L’art. 21 l. Tar valorizza i poteri istruttori del presidente o del magistrato da lui delegato,

esercitabile anche prima dell’udienza di discussione (istruttoria preliminare monocratica). Il

presidente o magistrato da lui delegato, anche su istanza di parte, può ordinare all’amministrazione

intimata il deposito del provvedimento impugnato e degli atti o documenti sui quali esso si fonda.

Questo potere è esercitabile anche d’ufficio.

Oltre che dal presidente o dal magistrato da lui delegato il potere istruttorio può in ogni caso essere

esercitato dal collegio ai sensi dell’art. 44 t.u. Cons. Stato (istruttoria collegiale): “se la sezione a cui

è stato rimesso il ricorso riconosce che l’istruzione dell’affare è incompleta, o che i fatti affermati

nell’atto o provvedimento impugnato sono in contraddizione coi documenti, può richiedere

all’amministrazione interessata schiarimenti o documenti, ovvero ordinare all’amministrazione

medesima di fare nuove verificazioni, autorizzando le parti ad assistervi e anche a produrre

determinati documenti, ovvero disporre consulenza tecnica.

L’amministrazione ha il dovere di depositare copia del provvedimento impugnato. Tale obbligo

inizialmente gravava sul ricorrente. Il dovere dell’amministrazione non è tuttavia assistito da

sanzione. È così possibile che sia instaurato un giudizio senza che la parte abbia conosciuto il

provvedimento e gli atti e documenti su cui esso si fonda.

A temperamento di questa situazione, si osservi che di norma il provvedimento è noto ove il

ricorrente sia il diretto destinatario al quale esso è stato notificato; inoltre l’interessato può utilizzare

lo strumento del diritto d’accesso.

Salvo alcuni casi eccezionali, l’impugnazione del provvedimento non ne sospende l’esecuzione: vi

è pertanto il rischio che, nel corso del giudizio, essa produca in modo irreversibile i propri effetti,

sicchè la decisione sul ricorso non assicurerebbe tutela alla parte. L’ordinamento prevede allora lo

strumento dell’azione volta ad ottenere misure cautelari.

Il giudizio cautelare instaurato a seguito dell’esercizio di tale azione è strumentalmente collegato a

quello di merito: esso si conclude con un’ordinanza di carattere provvisorio, proprio perché la tutela

cautelare è volta a porre rimedio ai rischi che derivano dalla durata del processo.

L’efficacia dell’ordinanza è destinata a venir meno al momento dell’emanazione della decisione che

definisce il giudizio sul merito: la decisione finale che definisce il giudizio sul merito: la decisione

finale, se di accoglimento, può confermare e assorbire l’ordinanza di accoglimento, ovvero privarla

di efficacia ove si tratti di decisione di rigetto sul merito. L’ordinanza cautelare ha dunque carattere

interinale, in quanto inidonea a stabilire una soluzione definitiva della controversia.

La tutela cautelare nel giudizio amministrativo è oggi compiutamente disciplinata dall’art. 21 l. Tar,

come sostituito dall’art. 3 l. 205/2000. l’azione può essere proposta contestualmente al ricorso e in

tal caso è notificata unitamente ad esso. La legge non prevede un termine per il deposito. L’istanza

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può inoltre essere proposta separatamente dal ricorso principale (successivamente ad esso e

comunque prima della decisione sul merito): in tali ipotesi essa deve essere notificata agli interessati

e all’amministrazione con le stese forme stabilite per la notificazione del ricorso principale e

successivamente depositata presso la cancelleria del giudice. La domanda cautelare non può invece

essere proposta indipendentemente dal ricorso principale.

(tutela ante causam: Corte di giustizia Ce ha statuito che la disciplina comunitaria sugli appalti

pubblici di forniture e di lavori deve essere interpretata nel senso che gli Stati membri sono tenuti a

conferire ai loro organi competenti a conoscere dei ricorsi, la facoltà di adottare,

indipendentemente dalla previa proposizione di un ricorso di merito, qualsiasi provvedimento

provvisorio, compresi i provvedimenti intesi a sospendere la procedura di aggiudicazione pubblica

dell’appalto. Nel settore degli appalti tale tutela è espressamente prevista dall’art. 245, d.lgs.

163/2006 Codice dei contratti pubblici, secondo cui in caso di eccezionale gravità e urgenza, tale

da non consentire neppure la previa notifica del ricorso e la richiesta di misure provvisorie,

possono essere richieste misure interinali e provvisorie che appaiono indispensabili nelle more

della proposizione del ricorso e della domanda cautelare. )

La competenza funzionale a decidere sull’istanza spetta al giudice presso il quale è instaurato il

giudizio di merito.

La decisione viene adottata dal collegio in camera di consiglio; la legge afferma che possono

intervenire i difensori che ne abbiano fatto richiesta. Il giudice pronuncia con ordinanza che motiva

in ordine alla valutazione del pregiudizio allegato, ed indica i profili che, ad un sommario esame,

inducono a una ragionevole previsione sull’esito del ricorso.

L’ordinanza ha efficacia ex nunc e dunque non elimina gli effetti già prodotti, mentre impedisce di

porre in essere atti e comportamenti esecutivi del provvedimento impugnato.

Presupposti e contenuti delle misure cautelari sono indicati nell’art. 21 l. Tar: se il ricorrente,

allegando un pregiudizio grave e irreparabile derivante dall’esecuzione dell’atto impugnato, ovvero

dal comportamento inerte dell’amministrazione, durante il tempo necessario a giungere ad una

decisione sul ricorso chiede l’emanazione di misure cautelari, compresa l’ingiunzione a pagare una

somma, che appaiono, secondo le circostanze, più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti

della decisione sul ricorso, il tribunale amministrativo regionale si pronuncia sull’istanza con

ordinanza emessa nella camera di consiglio.

La cognizione del giudice amministrativo chiamato a pronunciarsi sull’istanza volta ad ottenere la

misura cautelare investe i presupposti del periculum in mora e del fumus boni iuris.

Ai fini della sospensiva occorre cioè la sussistenza di un pregiudizio grave e irreparabile… durante

il tempo necessario a giungere ad una decisione sul ricorso: deve trattarsi del pericolo

particolarmente rilevante (perdita di un bene primario e infungibile) e di impossibile riparazione

(periculum in mora). L’irreparabilità è di norma esclusa allorché si tratti di un danno meramente

monetario ovvero consista in una mancata corresponsione di somme di denaro.

Il secondo presupposto (fumus boni iuris) è da ritenersi proprio di tutte le misure cautelari: esso,

secondo quanto emerge dall’elaborazione giurisprudenziale, ricorre allorché il ricorso sia non

manifestamente inaccoglibile. In tal modo si esclude la concessione della misura cautelare con

riferimento a provvedimento che con tutta probabilità non sarà annullato in sede di decisione sul

merito.

Il giudice opera tradizionalmente una valutazione comparativa tra pregiudizio che può derivare alla

parte dall’esecuzione del provvedimento impugnato e pregiudizio arrecato all’interesse pubblico

dalla esecuzione della misura cautelare. Tale ponderazione ricorda l’esercizio di un potere

discrezionale, anche se esso coinvolge non già tutti gli interessi implicati nella vicenda sostanziale,

bensì solo quelli affiorati sul piano processuale ed è caratterizzata dalla collocazione dell’interesse

pubblico in posizione di tendenziale parità rispetto a quello fatto valere dal ricorrente.

Circa il contenuto dell’ordinanza va osservato quanto segue: nel caso in cui dall’esecuzione del

provvedimento cautelare derivino effetti irreversibili il giudice amministrativo può disporre la

prestazione di una cauzione cui subordinare la concessione o il diniego della misura cautelare.

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La concessione o il diniego della misura cautelare non può essere subordinata a cauzione quando la

richiesta misura attenga a interessi essenziali della persona quali il diritto alla salute, all’integrità

dell’ambiente ovvero ad altri – non meglio precisati – beni di primario rilievo costituzionale: questi

interessi dunque assurgono ad un livello di tutela peculiare, espressamente sancito dalla legge che

esclude sul punto la discrezionalità del giudice.

La legge prevede un rito speciale accelerato che si innesta sul processo cautelare con possibile

decisione immediata del giudizio nel merito in sede d’esame della domanda cautelare, ove

sussistano alcuni presupposti (si tratta dunque di un possibile sviluppo, indipendentemente dalla

volontà delle parti, del procedimento cautelare).

Istituto di creazione giurisprudenziale era anche quello dell’appello dell’ordinanza di sospensione:

contro le ordinanze dei tribunali amministrativi regionali è ammesso il ricorso in appello.

L’ordinanza era tradizionalmente considerata assoggettabile a revocazione. La recente riforma non

menziona tuttavia questa forma di impugnazione.

L’ordinanza è inoltre revocabile o modificabile.

Sotto il profilo della giurisprudenza comunitaria va ricordata la sentenza della Corte di giustizia Ce

(1990) secondo cui il giudice nazionale deve disapplicare le leggi nazionali che gli impediscono di

emettere provvedimenti provvisori di indole cautelare a tutela di diritti fondati sulle norme

comunitarie, quando ciò sia necessario al fine di garantire la piena efficacia satisfattiva della

decisione finale di merito e di assicurare una applicazione uguale ed uniforme delle norme

comunitarie nei confronti di tutti i destinatari dei vari Stati.

Costituiscono cause di sospensione del processo la proposizione del regolamento preventivo di

giurisdizione, la proposizione del regolamento preventivo di competenza, la questione di legittimità

costituzionale di una legge, la sussistenza di una questione pregiudiziale rientrante nella

competenza riservata della Corte di giustizia delle Comunità europee, l’incidente di falso, la

sussistenza di una questione pregiudiziale relativa allo stato o capacità delle persone la cui

soluzione sia riservata al giudice ordinario. La sospensione del giudizio è pure causata dalla

richiesta di ricusazione: in relazione a tale incidente processuale, a differenza di ciò che accade

nelle ipotesi sopra ricordate, la questione è decisa dallo stesso giudice investito della cognizione del

ricorso. Sussistono poi ipotesi in cui la sospensione è facoltativa (es. pendenza di un altro giudizio

amministrativo connesso). Alcuni fatti invece determinano l’interruzione del processo (morte e

perdita della capacità di stare in giudizio delle parti, cessazione della rappresentanza legale, morte,

radiazione e sospensione dall’albo dell’avvocato costituito), mentre altri comportano addirittura

l’estinzione del giudizio (perenzione, mancata riassunzione e rinunzia).

- Sospensione

1. regolamento preventivo di giurisdizione: consente alle parti rivolgersi immediatamente alle

sezioni unite della Corte di cassazione al fine di ottenere una pronuncia risolutiva in punto di

giurisdizione. Esso determina la sospensione del giudizio in attesa della soluzione della

questione di giurisdizione. Il ricorso può essere proposto da ciascuna delle parti ritualmente

costituite, quindi anche dal ricorrente; esso va notificato alle controparti presenti nel

giudizio nelle forme proprie del ricorso per Cassazione (sottoscrizione di avvocato munito di

procura speciale e iscritto nell’albo dei patrocinanti presso le magistrature superiori) e

depositato presso la cancelleria delle sezioni unite entro venti giorni dall’ultima notifica. Le

controparti possono contraddire mediante controricorso. Il regolamento preventivo di

giurisdizione può essere proposto finché la causa non sia decisa nel merito in primo grado.

2. regolamento preventivo di competenza: ha carattere preventivo, nel senso che non

presuppone una precedente decisione sulla competenza. L’interessato, mediante tale

strumento, chiama il Consiglio di Stato a decidere se sussiste la competenza del giudice

adito. La parte interessata può sollevare l’eccezione di incompetenza solo nelle forme del

regolamento di competenza e entro il termine di decadenza fissato dalla legge. Legittimati

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attivi sono: il resistente o qualsiasi interveniente; il regolamento non può quindi essere

chiesto né dal ricorrente (che non ne avrebbe interesse), né dal giudice d’ufficio. Il ricorso

deve contenere non solo le argomentazioni che dimostrano l’incompetenza del giudice adito,

ma anche, a pena di inammissibilità, l’indicazione del giudice ritenuto competente. L’istanza

non è più proponibile quando il ricorso sia passato in decisione. Si prospettano due

alternative: a. il ricorrente aderisce alla eccezione di incompetenza, nel senso che concorda

circa il giudice indicato come competente nel ricorso per regolamento (accordo traslativo: il

presidente del Tar cura la trasmissione degli atti del ricorso a tale giudice, evitando così che

sul punto il Consiglio di Stato di pronunci); b. il ricorrente non aderisce all’eccezione: il

presidente fissa immediatamente la camera di consiglio per la sommaria deliberazione del

regolamento di competenza proposto. Il collegio può rilevare la manifesta infondatezza del

regolamento. Se invece il Tar non blocca l’istanza, il presidente dispone che gli atti siano

immediatamente trasmessi al consiglio di Stato. Quando l’istanza del regolamento viene

respinta, la competenza resta radicata presso il Tar originariamente adito: il Consiglio di

Stato può solo accogliere o respingere l’istanza, senza poter riconoscere la competenza di un

Tar diverso da quello indicato dal soggetto che ha proposto il regolamento.

3. questione di legittimità costituzionale;

4. questione di interpretazione e di validità di norma comunitaria (la risoluzione della

questione è rimessa alla Corte di giustizia Ce);

5. questioni concernenti lo stato e la capacità delle persone fisiche (rimesse al giudice

ordinario);

6. querela di falso (se una parte contesta l’autenticità di un documento depositato in giudizio;

la questione è proposta al giudice ordinario)

7. art. 295 c.p.c.: il giudice civile dispone la sospensione del processo in ogni caso in cui egli

stesso o un altro giudice deve risolvere una controversia dalla cui definizione dipende la

decisione della causa. Si tende ad ammettere siffatta sospensione per pregiudizialità anche

nel giudizio amministrativo

8. pendenza di giudizio penale: causa di sospensione facoltativa.

- Interruzione: la legge parla di morte e perdita della capacità di stare in giudizio per quanto

attiene alle parti e ai rappresentanti legali; nonché, per quanto attiene ai soli rappresentanti,

di cessazione della rappresentanza legale. Vengono ad esempio in rilievo l’inabilitazione,

l’interdizione, la dichiarazione di morte presunta o di assenza, l’estinzione delle persone

giuridiche. L’art. 24 l. Tar si riferisce agli eventi interruttivi che riguardino le parti private:

sono dunque irrilevanti le vicende che riguardano l’amministrazione. Il processo deve essere

riassunto dalla parte più diligente entro sei mesi dalla conoscenza legale dell’evento

interruttivo.

- Altre vicende del rapporto processuale: a. riunione dei ricorsi (il giudice dinanzi a cui

pensano più ricorsi ritiene che sussista tra di essi una connessione soggettiva ed oggettiva

che renda opportuna la loro riunione); b. separazione dei ricorsi ( il giudice, nel caso di

impugnazione di più atti connessi, stabilisce di decidere immediatamente solo una o più

delle cause mature, estinguendo solo una parte del giudizio.

- Successione: può essere inter vivos o mortis causa. Ad esempio la successione può

realizzarsi quando la controversia riguarda diritti e rapporti patrimoniali, mentre in ordine

all’interesse legittimo è di assai più difficile configurazione richiedendosi comunque il

trasferimento della situazione sostanziale rilevante sul piano dell’ordinamento generale che

è alla base dell’interesse legittimo.

- Estinzione: non comporta l’estinzione della possibilità di agire; dipende dall’inattività delle

due parti.

1. perenzione: l’art. 25 l. Tar dispone che i ricorsi si intendono abbandonati se nel corso di due

anni non sia stato compiuto alcun atto processuale. Tuttavia la presentazione della domanda

di fissazione di udienza sposta sul giudice l’iniziativa processuale, sicchè la perenzione è

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impedita per tutto il tempo in cui l’iniziativa spetta al giudice. Per quanto riguarda invece la

perenzione nel giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’art. 40 t.u. Cons. Stato afferma che i

ricorsi si avranno per abbandonati se per il corso di due anni non si sia fatto alcun atto di

procedura: al fine di evitare la perenzione è dunque sufficiente il compimento di qualsiasi

atto di procedura. La perenzione del ricorso opera di diritto e può essere rilevata d’ufficio.

L’art. 9 l. 205/200 dispone infine che trascorsi dieci anni dalla data di deposito del ricorso è

notificato alle parti costituite apposito avviso in virtù del quale è fatto onere alle parti

ricorrenti di presentare nuova istanza di fissazione d’udienza con la firma delle parti entro

sei mesi dalla data di notifica dell’avviso medesimo; in caso contrario in ricorsi vengono

dichiarati perenti.

2. rinuncia al ricorso e agli atti del giudizio: in qualunque stadio della controversia si può

rinunciare al ricorso mediante dichiarazione sottoscritta dalla parte o mediante dichiarazione

verbale di cui è steso processo. La rinuncia deve essere notificata alla controparte eccetto il

caso in cui sia fatta oralmente nell’udienza. L’atto di rinuncia è dunque unilaterale e non

richiede accettazione. La rinuncia è possibile anche in appello.

L’udienza si svolge dinanzi al collegio ed è pubblica ad eccezione dei casi stabiliti dalla legge. Il

ricorso viene chiamato dal presidente, il relatore dovrebbe esporre i termini della controversia e

difensori presenti possono svolgere succintamente le proprie difese. Terminata la discussione il

ricorso è assegnato in decisione. Le decisioni del giudice amministrativo sono assunte a

maggioranza assoluta. La decisione/sentenza è pronunciata dai giudici del collegio formato per la

trattazione della causa. Essa è deliberata nella camera di consiglio dopo la discussione, salvo che

non si sia differita ad una delle successive udienze. In alcuni casi la trattazione avviene in camera di

consiglio, senza cioè la fissazione dell’udienza in cui si tenga il pubblico dibattimento: la procedura

si svolge in tempi più rapidi. L’art. 27 l. Tar dispone i casi in cui la trattazione debba avvenire in

camera di consiglio: giudizi per i quali si debba dar atto della rinuncia al ricorso o dichiarare la

perenzione; giudizi per i quali le parti chiedono concordemente che sia dichiarata la cessazione

della materia del contendere; ricorsi contro alcune decisioni in materia di spedalità; ricorsi proposti

per l’esecuzione del giudicato. In tali ipotesi, ove una delle parti ne faccia richiesta, il presidente

ordina che il ricorso sia trattato in udienza pubblica.

L’art. 26 l. Tar, come modificato dalla l. 205/2000 prevede due ipotesi in cui nella sede camerale

possono essere adottate decisioni in forma semplificata: una prima ipotesi è quella di casi in cui la

soluzione appaia manifesta; la seconda prevede la decisione monocratica nelle ipotesi enunciate

dall’art. 27: la rinuncia al ricorso, la cessazione della materia del contendere, l’estinzione del

giudizio o la perenzione sono pronunciate con decreto dal presidente della sezione competente o da

un magistrato da lui delegato.

Altri importanti procedimenti in camera di consiglio si innestano sul processo principale pendente:

- incidente cautelare, trattato in camera di consiglio, sentendo i difensori delle parti che ne

facciano richiesta;

- procedimento relativo alle ordinanze di pagamento di somme di denaro in corso di causa;

- procedimento di ricusazione del giudice.

La dottrina individua poi due ipotesi di procedimenti camerali accessori, che presuppongono cioè

un giudizio già concluso: 1. procedimento di reclamo contro la liquidazione delle spese giudiziali

operata dall’estensore; 2. procedimento di correzione delle omissioni e degli errori materiali delle

sentenze. Altri procedimenti camerali, non accessori ma autonomi, sono quello relativo al giudizio

sul diritto d’accesso ai documenti e quello avverso silenzio.

Ai sensi della disciplina del c.p.c. il giudice decide le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o

rilevabili d’ufficio e quindi il merito della causa.

Le questioni processuali (irricevibilità, inammissibilità, improponibilità, decadenza, nullità, difetto

di giurisdizione) sono rilevabili d’ufficio, salvo l’incompetenza territoriale. L’esame relativo alla

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procedibilità e alla ricevibilità del ricorso devono avere precedenza sugli altri. Segue poi l’esame

delle questioni relative alla giurisdizione e alla competenza, alle condizioni dell’azione e infine alle

cause di estinzione del processo. La prassi giurisprudenziale è però talora di segno diverso, dandosi

precedenza alle questioni di più rapida soluzione , spesso prescindendo dalle questioni processuali

quando il ricorso appaia infondato nel merito o comunque invertendo l’ordine sopra indicato.

Le questioni pregiudiziali sono quelle la cui soluzione condiziona la soluzione di un’altra questione.

Va operata una distinzione tra le questioni pregiudiziali (che riguardano un punti contestato che,

senza comportare alcuno spostamento di competenza, può essere deciso dal giudice incidenter

tantum e con efficacia limitata al giudizio in corso) e cause pregiudiziali (che attiene ad un punto

logico contestato che deve essere deciso in via principale in un apposito giudizio di cui costituisce

l’oggetto elusivo, comportando così la sospensione del processo in cui è sorta).

L’art. 28 t.u. Cons. Stato attribuisce al giudice amministrativo la competenza a decidere le questioni

pregiudiziali e incidentali relativi ai diritti soggettivi, escludendo però che le relative determinazioni

abbiano carattere di giudicato ed individuando i casi in cui la decisione, data l’importanza della

questione, è comunque riservata al giudice ordinario (incidente di falso, stato e capacità dei privati).

I principi posti da tale norma sono ripresi dall’art. 8 l. Tar, confermando che il giudice della

questione principale è anche il giudice delle questioni pregiudiziali, fatte salve le eccezioni citate.

Costituiscono poi causa pregiudiziali (oltre all’incidente di falso e alle questioni sulla capacità e

stato delle persone) anche l’incidente di costituzionalità e l’interpretazione delle norme dei trattati

comunitari che debbono essere rispettivamente decise dalla Corte costituzionale e della Corte di

giustizia delle Comunità europee.

La sentenza è pronunciata in nome del popolo italiano e contiene: l’indicazione dell’autorità

giudiziaria; la menzione delle parti, dei difensori e del giudice relatore; l’indicazione delle

conclusioni delle parti; la narrazione dei fatti; la motivazione di diritto; il dispositivo; la condanna

alle spese; l’ordine di esecuzione all’amministrazione; l’indicazione dei giudici componenti il

collegio; la data in cui è adottata e il luogo della pronuncia. Dalla pubblicazione della sentenze

decorre il termine di un anno per proporre l’impugnazione al Consiglio di Stato.

La l. 205/2000 ha introdotto la figura della decisione in forma semplificata. Di sentenza

succintamente motivata parta l’art. 21 bis l. Tar in relazione al provvedimento che decide sui ricorsi

avverso silenzio dell’amministrazione.

È ammessa la correzione degli errori o omissioni materiali da cui sia affetta la sentenza che non

implichino un vizio della formazione della volontà del giudice.

Le decisioni del giudice amministrativo si distinguono in definitive e non definitive.

Le sentenze non definitive sono quelle che non pongono fine al rapporto processuale, che è

destinato a proseguire, in quanto esse risolvono solo uno o più punti della causa. Tali sentenze

vengono anche denominate interlocutorie. Queste decisioni possono: attenere al rito ed avere

carattere preparatorio (non sono autonomamente impugnabili); attenere al merito e cioè accertare se

sussistano i vizi denunciati dalla parte ricorrente (sono parziali ove decidano solo una parte del

merito; sono appellabili e suscettibili di passare in giudicato).

Le sentenze definitive sono quelle con cui il giudice si spoglia della causa. Si distinguono in

sentenze processuali e sentenze che pronunciano sulla domanda.

Le sentenze processuali riguardano lo svolgimento del processo e accertano la sussistenza di una

causa che impedisce al giudice di giungere all’esame del merito, senza modificare l’assetto

sostanziale degli interessi. Esse giudicano cioè solo sulla legittimità del processo e comprendono le

sentenze dichiarative dell’irricevibilità o dell’inammissibilità del ricorso, quelle dichiarative di

nullità o di improcedibilità del ricorso e le pronunce dichiarative di estinzione del giudizio; si

aggiungano infine le sentenze con cui i giudice dichiara il difetto di giurisdizione o di competenza.

Le decisioni processuali, se rese dal Tar, sono impugnabili; è invece controverso se esse siano

idonee a passare in giudicato. 20

Le sentenze che pronunziano sulla domanda sono emanate quando il giudice giunge all’esame

del contenuto della domanda del ricorrente. Esse possono accogliere (perché fondata) o rigettare (in

quanto infondata) la pretesa del ricorrente.

La sentenze di accoglimento affermano la fondatezza della domanda nei limiti della domanda

stessa. Occorre disgiungere le sentenze di accoglimento a seconda che siano costitutive, di

accertamento e di condanna:

1. le sentenze costitutive di annullamento, ammissibili nella giurisdizione di legittimità, di

merito ed esclusiva sono caratterizzate dall’effetto eliminatorio (rimozione dell’atto e dei

suoi effetti); ripristinatorio (ricostruzione automatica della situazione giuridica come si

sarebbe realizzata se l’atto non fosse mai stato posto in essere); conformativo

(condizionamento dell’attività amministrativa successiva all’annullamento dell’atto).

2. le sentenze di accertamento, pacificamente ammesse nella giurisdizione esclusiva, risolvono

uno stato di incertezza relativa alla sussistenza o alla spettanza di una situazione giuridica

soggettiva.

3. le sentenze di condanna accertano la sussistenza del diritto fatto valere e obbligano

l’amministrazione a corrispondere la somma di cui sia debitrice o a tenere un determinato

comportamento. Esse sono espressamente ammesse solo in relazione ai casi di giurisdizione

esclusiva e unicamente per le somme di cui l’amministrazione risulti debitrice.

Ai sensi dell’art. 33 l. Tar, le sentenze dei Tar sono esecutive. La proposizione del ricorso in appello

non ne sospende l’esecuzione; su istanza di parte è però possibile chiedere che il Consiglio di Stato,

con ordinanza motivata, pronunci la sospensione qualora da esse possa derivare un danno grave e

irreparabile.

La parte che abbia ottenuto una sentenza di accoglimento, se questa richieda un’attività esecutiva

dell’amministrazione, si rivolge in primo luogo ad essa affinché si conformi alla decisione, ponendo

in essere l’attività o i provvedimenti necessari per eseguire la sentenza.

Nel caso di inadempimento o mancata ottemperanza dell’amministrazione, il privato può proporre

ricorso per ottemperanza.

Il sistema processuale amministrativo prevede un articolato sistema di impugnazioni, composto

dall’appello, dalla revocazione, dal ricorso per Cassazione e dall’opposizione di terzo. Non sono

impugnazioni, in quanto non sono rivolti a censurare una precedente sentenza, il regolamento

preventivo di giurisdizione e quello di competenza.

I mezzi di impugnazione si distinguono in ordinari e straordinari: i primi sono quelli che

impediscono la formazione della cosa giudicata in senso formale (appello, ricorso per Cassazione,

revocazione); i secondo sono esperibili pure nei confronti di una sentenza passata in giudicato

(revocazione straordinaria e opposizione di terzo).

Altra distinzione è quella tra mezzi di gravame di tipo eliminatorio (per demolire la sentenza

impugnata) e mezzi di gravame rinnovatori (per fornire in via immediata una nuova soluzione alla

controversia).

1. Appello: ai sensi dell’art. 28 l. Tar, contro le sentenze dei tribunali amministrativi è

ammesso ricorso al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, da proporsi nel termine di

sessanta giorni osservando il disposto dell’art. 330 c.p.c. ai sensi del 4 comma il Consiglio

di Stato in sede d’appello esercita gli stessi poteri giurisdizionali di cognizione e dei

decisione del giudice di primo grado. Le decisioni appellabili paiono solo le sentenze. La

giurisprudenza ha però ammesso l’appellabilità delle ordinanze di sospensione

dell’esecuzione dell’atto impugnato. Sono poi appellabili le sentenze parziali (mentre non lo

sono quelle definitive). L’appello è caratterizzato dall’effetto devolutivo: nel giudizio di

secondo grado riemerge infatti automaticamente tutto il materiale di cognizione introdotto in

primo grado, nel senso che il giudice d’appello può riesaminare pienamente domande,

eccezioni, deduzioni e difese in relazione alle quali ha pronunciato il tribunale

21

amministrativo. Ciò ovviamente nei limiti dei capi di sentenza investiti dall’appellante con

specifiche censure, in forza del principio dispositivo. Il giudice d’appello può rilevare

d’ufficio il difetto di giurisdizione e il difetto di contraddittorio.

- per quanto riguarda l’appellante già ricorrente in primo grado, l’effetto devolutivo opera in

modo ristretto: tale soggetto deve riproporre al giudice le questioni già giudicate e non

accolte in primo grado su cui richiede una nuova pronunzia e può proporre ragioni di

doglianza aventi ad oggetto la sentenza impugnata;

- l’appellante già resistente in primo grado può formulare nei confronti della decisione di

primo grado tutte le censure che ritenga utili e può proporre tutte le deduzioni prospettate in

primo grado;

- l’appellato già ricorrente in primo grado vede rivivere tutti i motivi di ricorso accolti in

primo grado. Egli però deve riproporre domande e eccezioni non accolte nella sentenza di

primo grado;

- l’appellato già resistente vittorioso in primo grado può proporre in appello tutte le deduzioni

proposte o proponibili in primo grado.

L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione dello stesso rapporto

conosciuto dal giudice di primo grado; l’oggetto originario del giudizio non può di

conseguenza essere mutato. Ciò spiega il divieto della proposizione di domande nuova

(divieto del ius novorum) in appello. L’unica deroga è costituita dalla proposizione dei

motivi aggiunti allorché soltanto in appello la parte venga ad avere la conoscenza di fati

rilevanti. Circa il regime probatorio la giurisprudenza applica l’art. 345 c.p.c. che vieta di

proporre nel giudizio di secondo grado nuovi mezzi di prova. L’appello nno ha effetto

sospensivo. L’appello è proposto in primo luogo dalla parte soccombente. L’interveniente

nel giudizio di primo grado, il quale aveva una posizione indipendente non può di norma

impugnare la sentenza, salvo il caso in cui abbia un interesse proprio legittimamente

tutelabile. Per quanto riguarda l’amministrazione statale soccombente, l’avvocatura dello

Stato può proporre appello senza necessità che l’amministrazione esprima la volontà di

proseguire il giudizio. Parti del giudizio di appello sono le stesse parti del giudizio di primo

grado: non solo quelle costituite in giudizio, ma anche le parti sostanziali che, pur avendone

diritto, non furono presenti. Si è riconosciuto che la legittimazione ad appellare spetti pure al

controinteressato, titolare di una propria e autonoma posizione giuridica, non presente nel

giudizio di primo grado in quanto parte non necessaria. Non è invece ammesso l’appello di

chi sia titolare di un interesse che avrebbe dovuto far valere con un ricorso in primo grado.

In appello è ammesso l’intervento adesivo. Il processo di appello si introduce con la

notificazione del ricorso. Il petitum è costituito dalla richiesta di annullamento della

sentenza di primo grado. Il ricorso va notificato alle controparti nel termine perentorio di

sessanta giorni dalla notificazione della sentenza di primo grado (termine breve), ovvero,

secondo la giurisprudenza, entro un anno (termine lungo). È sufficiente la notificazione ad

una sola parte principale vittoriosa in primo grado: il giudice dispone in seguito

l’integrazione del contraddittorio. Il ricorso deve essere depositato entro il termine

perentorio di trenta giorni dalla notifica presso la segreteria del Consiglio di Stato. Le parti

intimate possono costituirsi entro trenta giorni successivi a quello assegnato per il deposito.

Il temine in questo caso è ordinatorio, sicchè la costituzione può avvenire sino a dieci giorni

prima dell’udienza se l’appellato intende difendersi con memorie scritte ovvero fino

all’udienza. Anche in appello è obbligatorio il patrocinio di un legale.

L’appello incidentale è istituto introdotto dalla giurisprudenza: si trattava di una

controimpugnazione con cui una parte con l’intento di conservare il risultato raggiunto con

la sentenza, nei casi in cui non operi l’effetto devolutivo, fa valere in via subordinata censure

differenti rispetto a quelle proposte dall’appellante principale avverso la stessa sentenza. Al

fine di comprendere la ratio di questo istituto occorre considerare che la parte vittoriosa in

primo grado potrebbe essere rimasta anche soccombente ad esempio perché solo alcuni dei

22

motivi sono stati accolti dalla decisione che ha comunque annullato l’atto. Essa ben potrebbe

prestare acquiescenza alla decisione se pure l’avversario accettasse la sequenza. Ove invece

quest’ultimo attacchi la sentenza stessa, l’altra parte vincitrice può proporre impugnazione

incidentale con la speranza che le proprie deduzioni, disattese in primo grado, vengano

accolte in appello, in modo che risulti comunque ripristinata la propria situazione di

vantaggio messa in forse dalla impugnativa altrui. Questo è l’appello incidentale proprio,

ritenuto ammissibile allorché riguardi lo stesso capo della sentenza impugnato con l’appello

principale, ovvero un capo connesso o dipendente. Si parla invece di appello incidentale

improprio (o autonomo) per indicare l’impugnativa che deve essere proposta nel giudizio di

appello pendente ai soli fini della concentrazione delle impugnazioni. In pratica, dopo la

proposizione dell’appello principale, tutte le altre impugnazioni relative alla stessa sentenza

debbono essere effettuate con le forme dell’appello incidentale, a prescindere dal fatto che la

parte sia soccombente soltanto in modo formale, la cui situazione sfavorevole cioè si

manifesti solo come conseguenza dell’impugnativa altrui, nel senso che l’esito di questa

potrebbe porre in pericolo gli effetti favorevoli derivanti alla parte dalla sentenza di primo

grado. L’appello incidentale dunque deve essere proposto anche dalla parte che versi in una

situazione di soccombenza sostanziale, ossia dal soggetto la cui situazione sfavorevole

deriva direttamente dalla sentenza di primo grado che, ad esempio, abbia rigettato il ricorso

da esso proposto e quindi, legittimato ad un’autonoma impugnazione. Ai sensi dell’art. 29 l.

Tar, al giudizio di appello si applicano le norme che regolano il processo dinanzi al

Consiglio di Stato. Il giudizio d’appello, dopo la fase introduttiva, prosegue come nel

giudizio di primo grado: il giudice dispone eventualmente l’integrazione del contraddittorio;

occorre la presentazione della domanda di fissazione di udienza; infine possono essere

presentati memorie e documenti scritti. Quanto agli incidenti processuali, esclusa la

proponibilità del regolamento preventivo di giurisdizione e di quello di competenza, essi

sono in linea di massima i medesimi che si possono verificare nel giudizio di primo grado.

Ove la sezione investita del ricorso rilevi che un punto di diritto sottoposto al suo esame

abbia dato luogo o possa dar luogo a contrasti giurisprudenziali, essa, con ordinanza

emanata d’ufficio o su richiesta delle parti, può rimettere il ricorso all’Adunanza plenaria.

- decisioni nel merito: il giudice riesamina la lite e conferma o annulla la decisione di primo

grado. Di norma, quando cioè si tratti di errores in iudicando, ciò comporta che le stesse

questioni vengano giudicate due volte da due giudici diversi. Il giudice può però accogliere

o respingere il ricorso anche quando l’esame del merito non sia stato effettuato in primo

grado, perché il tribunale amministrativo ha erroneamente dichiarato l’inammissibilità o

l’irricevibilità del ricorso;

- decisioni di annullamento senza rinvio: il Consiglio di Stato, qualora riconosca il difetto di

giurisdizione, di competenza, la nullità del ricorso introduttivo, l’esistenza di cause

impeditive o estintive del giudizio, annulla senza rinvio la sentenza di primo grado. In questi

casi il giudice esercita una funzione meramente cassatoria;

- decisione di annullamento con rinvio: il consiglio di Stato accoglie l’appello per difetto di

procedura o vizio di forma, ovvero quando riconosce che il Tar abbia dichiarato

erroneamente la propria incompetenza. Nel giudizio di rinvio il giudice è vincolato alle

statuizioni contenute nella decisione del Consiglio di Stato.

2. Revocazione: l’art. 28 l. Tar afferma che contro le sentenze dei tribunali amministrativi

regionali è proponibile il ricorso per revocazione, nei casi e nei termini previsti dagli artt.

395 e 396 c.p.c. si tratta di un’impugnativa a critica limitata, volta ad ottenere in via non

immediata la rinnovazione del giudizio, che avverrà solo nella fase rescissoria: in via diretta

essa è infatti finalizzata all’eliminazione della sentenza (profilo rescindente). La revocazione

va proposta allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza che si intende rimuovere. Le

varie ipotesi di revocazione sono contemplate dall’art. 395 ai sensi del quale le sentenze

sono impugnabili per revocazione nei seguenti casi:

23

- se sono l’effetto del dolo di una delle due parti a danno dell’altra;

- se il giudice ha giudicato in base a prove riconosciute o comunque dichiarate false dopo la

sentenza, oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate

tali prima della sentenza;

- se dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva

potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario;

- se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti di causa;

- se la sentenza è contraria ad altra precedente, avente tra le parti autorità di cosa giudicata;

- se la sentenza è effetto del dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato.

Secondo la dottrina processualistica i casi di cui al quarto e quinto punto danno luogo a

revocazione ordinaria , caratterizzata dal fatto che il vizio è rilevabile direttamente dalla

sentenza (vizi palesei) e che il mezzo di impugnazione è esperibile avverso sentenze non

ancora passate in giudicato. L’art. 396 si occupa della revocazione delle sentenze per le quali

sia scaduto il termine per appellare (e dunque delle sentenze di primo grado), limitandola

però ai soli casi disciplinati dai numeri 1,2,3 e 6dell’art. 395 (revocazione straordinaria: il

vizio revocatorio in tali ipotesi non è rilevabile direttamente dalla sentenza: vizio occulto).

Per quanto riguarda i termini per impugnare, l’art. 28 l. Tar rinvia ai termini previsti dal

codice di rito. Esso prevede che il ricorso debba essere proposto entro il temine di 30 giorni,

che corrisponde a quello per proporre appello nel processo civile. Nonostante opinioni

discordanti, la giurisprudenza ha da ultimo accolto la tesi secondo cui il ricorso per

revocazione deve essere proposto entro 60 giorni (corrispondente al termine per appellare

nella giurisdizione amministrativa) dalla notificazione della sentenza ovvero, in caso di

omessa notificazione, entro un anno dalla pubblicazione. Il ricorso può essere proposto dai

soggetti che erano parti necessaria nel precedente giudizio e deve essere notificato alle parti

alle quali fu o doveva essere notificato il ricorso introduttivo e a tutti i controinteressati. Il

giudice accerta la sussistenza dei presupposto di ammissibilità della revocazione e, solo ove

questa fase rescindente abbia avuto esito positivo, passa al giudizio rescissorio, il quale

attiene al riesame del ricorso nel merito. Il ricorso deve contenere sia la domanda volta ad

eliminare la sentenza (richiesta di revocazione), sia quella relativa alla rinnovazione del

giudizio sulla controversia. Le decisioni rese in sede di revocazione non possono essere a

loro volta impugnate per revocazione. Anche la decisione resa in appello dal Consiglio di

Stato è impugnabile con ricorso per revocazione.

3. Ricorso per Cassazione: per motivi attinenti alla giurisdizione; è previsto dagli artt. 11

Cost, 48 Cons. Stato e 36 l. Tar. Va proposto entro sessanta giorni dalla notificazione della

sentenza impugnata ovvero entro un anno dalla sua pubblicazione. La Cassazione, ove

accolga il ricorso, cassa la decisione impugnata senza rinvio se nega la sussistenza di

giurisdizione; cassa con rinvio se afferma la giurisdizione negata dal giudice amministrativo.

Nei casi di rinvio il giudizio prosegue dinanzi al Tar con fissazione d’ufficio della pubblica

udienza.

4. Opposizione di terzo: è disciplinata dal codice di rito. È un messo esperibile contro la

sentenza passata in giudicato, anche se sono pure opponibili le sentenze esecutive. La

legittimazione attiva spetta al soggetto terzo che, rimasto estraneo al giudizio, subisce pur

tuttavia gli effetti della sentenza, la quale pregiudica i suoi diritti. La legittimazione spetta

dunque ai controinteressati pretermessi, a quelli sostanziali e a quelli sopravvenuti e in

generale ai titolari di una posizione autonoma e incompatibile rispetto a quella riferibile alla

parte vittoriosa per effetto della decisione.

Es.: più soggetti partecipano ad un concorso pubblico bandito per la copertura di tre posti

di ruolo. Uno dei candidati esclusi impugna l’atto di esclusione, proponendo

contestualmente istanza di sospensione, a seguito del cui accoglimento viene ammesso con

riserva a partecipare al concorso. il ricorso non viene notificato agli altri partecipanti. Il

ricorrente si colloca nella graduatoria in posizione utile, ma l’amministrazione non lo

24

nomina in ruolo. Successivamente termina il giudizio di merito: in esecuzione della sentenza

l’amministrazione annulla la nomina del soggetto ultimo classificato e attribuisce quel

posto al ricorrente vincitore. Il soggetto ultimo classificato e in seguito estromesso,

estraneo al giudizio amministrativo ma pregiudicato dalla sentenza, agisce in opposizione.

La pretesa dei due soggetti, relativa al medesimo bene della vita, è dunque fondata l’una su

di un atto amministrativo, l’altra sulla sentenza concernente un atto diverso.

Il giudicato è la decisione contenuta in una sentenza divenuta immutabile.

Anche le sentenze del tribunale amministrativo e quelle del Consiglio di Stato, a seguito

dell’esaurimento dei mezzi di gravame ordinari, ovvero della decadenza degli stessi (per decorso

del termine o per acquiescenza) acquistano efficacia di cosa giudicata.

La dottrina distingue tra giudicato in senso sostanziale e giudicato in senso formale. Il giudicato in

senso sostanziale indica il valore del giudicato come regolamento del rapporto sostanziale; il

giudicato in senso formale invece esprime il valore del giudicato consistente nella chiusura del

giudizio. Il giudicato sostanziale presuppone quello formale. Si distingue poi tra giudicato come

effetto negativo e giudicato come effetto positivo. In particolare, in base al primo profilo, rimane

precluso qualsiasi nuovo giudizio con il quale si voglia riproporre la stessa questione decisa dalla

sentenza passata in giudicato, mentre mediante il secondo profilo, si pone in luce che in ogni

successo giudizio avente diverso oggetto, il giudice p vincolato al punto deciso con la sentenza che

ha acquistato autorità di giudicato.

Tra le pronunce del giudice amministrativo, solo le sentenze possono passare in giudicato e neppure

tutte: sono infatti suscettibili di acquistare l’autorità di cosa giudicata solo le sentenze di merito di

accoglimento.

Il giudicato non si estende agli obiter dicta e cioè alle pronunce e alle argomentazioni del giudice

contenute nella sentenza, ma estranee alla materia del contendere.

Anche le sentenze processuali, le quali esauriscono il loro effetto nell’ambito del processo, non

sono suscettibili di acquistare autorità di giudicato (esterno).

Non passano infine in giudicato le sentenze sulle questioni – estranee all’oggetto del processo –

pregiudiziali di rito e sulle altre questioni pregiudiziali decise incidenter tantum.

In tema si limiti oggettivi del giudicato va osservato che gli effetti della sentenza non possono che

riguardare l’atto oggetto di impugnativa: si tende peraltro a ritenere ammissibile che l’annullamento

di un atto presupposto determini l’automatica caducazione degli atti consequenziali.

Quanto ai limiti soggettivi del giudicato, la sentenza ha valore di giudicato solo per le parti.

L’amministrazione ha però la facoltà di estendere il giudicato agli estranei al giudizio che si trovino

in una posizione analoga a quella del ricorrente.

L’amministrazione ha l’obbligo di conformarsi al giudicato.

Non tutte le sentenze necessitano di attività esecutiva dell’amministrazione. Nei casi caratterizzate

dalla sussistenza del dovere di agire l’amministrazione deve conformarsi agli effetti della sentenza

divenuti incontrovertibili, mutando la realtà giuridica o quella materiale alla stregua di quanto

deciso. In particolare, nelle ipotesi di annullamento del provvedimento, il soggetto pubblico è tenuto

ad osservare il vincolo conformativo scaturente dal giudicato; in sintesi, l’amministrazione deve: -

osservare la regola di diritto stabilita dalla sentenza; - porre in essere i necessari atti di natura

attuativa della sentenza.

Qualora l’amministrazione non ottemperi al giudicato è data la possibilità all’interessato di

utilizzare il rimedio del ricorso diretto ad ottenere l’adempimento dell’obbligo di conformarsi, per

quanto riguarda il caso deciso, al giudicato (comunemente si parla di ricorso per l’ottemperanza;

oggi l’espressione giudizio di ottemperanza è impiegata dalla l. 205/2000, che ne ha esteso

l’applicabilità anche alle sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato e delle

ordinanza cautelari). L’azione per l’ottemperanza è esercitabile sia per ottenere la rimozione

dell’atto dichiarato illegittimo dal giudice civile, sia per ottenere coattivamente l’attuazione del

25

comando contenuto nella sentenza – sempre del medesimo giudice- di condanna al pagamento di

somme, nonché per l’esecuzione delle sentenze del giudice amministrativo passate in giudicato o

non sospese.

La giurisprudenza ha ultimamente esteso il rimedio ai giudicati dei giudici amministrativi speciali.

Per quanto attiene alle sentenze amministrative, il ricorso può essere impiegato non solo nei casi di

sentenza di annullamento e di condanna, ma pure nelle ipotesi delle sentenze dichiarative.

L’obbligo di eseguire le decisioni sorge direttamente dalle medesime. L’obbligo non deve pertanto

essere riaffermato, definito o accertato nel processo amministrativo di esecuzione: tuttavia ciò non

esclude l’esistenza in tale giudizio di un momenti cognitorio, diretto a verificare la sussistenza dei

presupposti per l’intervento del giudice – in particolare l’inadempimento.

Il ricorso in ottemperanza costituisce l’ipotesi più importante di giurisdizione di merito: il giudice

può infatti sostituirsi all’amministrazione nell’esercizio dei poteri amministrativi.

I presupposti del giudizio di ottemperanza sono:

- sussistenza di una sentenza passata in giudicato (come s’è visto, il rimedio è ora esperibile anche

per le sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato);

- inadempimento della pronuncia.

La giurisprudenza ha ampliato il concetto di inadempimento, accostando alla semplice inerzia non

solo l’adempimento parziale e incompleto, ma pure il comportamento elusivo, da cui risulti in modo

in equivoco e obiettivo la volontà di sottrarsi agli obblighi scaturenti dalla pronuncia. In questi casi

dunque, nonostante l’emanazione di un atto amministrativo, il ricorrente deve esperire il ricorso per

l’ottemperanza e non l’ordinario ricorso di legittimità.

L’art. 21 septies l. 241/1990 dispone che le questioni inerenti alla nullità dei provvedimenti in

violazione o elusione del giudicato sono attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice

amministrativo.

In sintesi, sembra che il regime dovrebbe essere il seguente:

- l’atto in violazione di giudicato è nullo e apre la via al giudizio di ottemperanza;

- l’atto elusivo del giudicato è nullo; del pari apre la via all’ottemperanza: il relativo giudizio,

in tali casi, si configura come giurisdizione di merito ed esclusiva;

- rimane il problema dell’atto successivo al giudicato illegittimo per motivi diversi dal

contrasto con la statuzione giurisdizionale: sembra preferibile ammettere la mera

illegittimità (e non la nullità) e la contestabilità secondo le regole del ricorso di legittimità.

- In ordine ai casi con cui si dispone il risarcimento dei danni l’art. 35 d. lgs. 80/1998 con

riferimento alla giurisdizione esclusiva, consente al giudice di disporre anche attraverso la

reintegrazione in forma specifica il risarcimento del danno ingiusto; il giudice

amministrativo può stabilire i criteri in base ai quali l’amministrazione pubblica o il gestore

devono proporre a favore dell’avente diritto il pagamento di una somma entro un congruo

termine. Nel caso le parti non giungano ad un accordo può essere chiesta la determinazione

della somma dovuta. In questa ipotesi il presupposto del ricorso per l’ottemperanza non è

l’inadempimento ma il mancato raggiungimento dell’accordo sulla somma dovuta

dall’amministrazione a titolo di risarcimento del danno.

La competenza è distribuita tra Tar e Consiglio di Stato. Il Tar è competente a conoscere dei ricorsi

per l’esecuzione delle proprie sentenze non sospese dal Consiglio di Stato, nonché del giudicato

formatosi sulle proprie sentenze per decorrenza dei termini per impugnare, ovvero nei casi in cui la

propria decisione sia stata confermata in appello dal Consiglio di Stato.

La competenza spetta invece al Consiglio di Stato per l’esecuzione delle proprie decisioni che

abbiano annullato o riformato la sentenza di primo grado; nonché per i ricorsi per l’esecuzione del

giudicato di altre giurisdizioni (Corte di cassazione, tribunale superiore delle acque); il Consiglio è

infine competente in ordine ai ricorsi per l’esecuzione dei giudicati del giudice ordinario allorchè

l’autorità che deve adempiere svolga un’attività che trascende l’ambito della circoscrizione di un

Tar. 26

Il ricorso può essere proposto da coloro che furono parti nel giudizio concluso con la sentenza da

ottemperare. Legittimata passiva è l’amministrazione che fu parte nel giudizio.

La parte deve previamente notificare un atto di messa in mora all’amministrazione (diffida ad

adempiere), avvertendo che in mancanza di esecuzione si procederà alla proposizione del ricorso di

ottemperanza. Questo adempimento non è ritenuto necessario nei casi in cui l’amministrazione

abbia espressamente dichiarato di non voler eseguire la sentenza ovvero abbia adottato l’atto

dichiaratamente in esecuzione della sentenza. Una volta trascorso il temine di trenta giorni dall’atto

di messa in mora il ricorso deve essere proposto entro il termine decennale di prescrizione ordinaria.

Non è previsto che il ricorso sia notificato ad altri soggetti, non assicurando il contraddittorio tra le

parti. La giurisprudenza ha riconosciuto la necessità del rispetto del contraddittorio anche nella fase

dell’ottemperanza mediante la notificazione del ricorso all’amministrazione intimata e al soggetto

che originariamente rivestiva la qualità di controinteressato.

Si ritiene che la sentenza del giudice, previo accertamento dell’inadempimento, nel caso in cui

accolga il ricorso, possa volta a volta annullare o revocare gli atti posti in violazione della

statuizione, ordinare di porre in essere gli adempimenti necessari per dare esecuzione, ordinare

interventi sostitutivi, ovvero addirittura direttamente sostituirsi all’amministrazione.

Spesso il giudice, allo scopo di far adottare in via sostitutiva l’atto, procede contestualmente o meno

alla fissazione all’autorità di un temine per ottemperare, alla nomina di un commissario ad acta

(solitamente si tratta di un funzionario di livello superiore della stessa amministrazione o di un altro

ente). Si discute se si tratti di un organo straordinario dell’amministrazione, di organo ausiliario del

giudice oppure ancora di organo misto, in parte ausiliario del giudice, in parte organo

dell’amministrazione.

Seguendo la prima tesi i suoi atti dovrebbero considerarsi veri e propri atti amministrativi

impugnabili in sede di giurisdizione di legittimità e annullabili in via di autotutela da parte

dell’amministrazione. Secondo la giurisprudenza peraltro i provvedimenti del commissario non

sono impugnabili in via autonoma ma contestabili con un ricorso integrativo davanti allo stesso

giudice dell’ottemperanza, il quale conserva il potere di intervenire ad istanza delle parti e può

disattendere le conclusioni cui sia pervenuto il commissario. Ogni contestazione che provenga

invece da soggetti terzi deve essere proposta in un nuovo giudizio di cognizione.

In sintesi, accogliendo la tesi dell’organo ausiliario del giudice, si consente all’amministrazione di

impugnare l’atto del commissario, si esclude che la stessa possa esercitare poteri di autotutela e si

apre la via al giudizio di ottemperanza che rientrando nella giurisdizione di merito, permette di

esaminare anche l’opportunità dell’atto del commissario. La tesi dell’organo ausiliario non è

compatibile con la condivisibile opinione della Cassazione secondo cui il commissario sarebbe

legato all’amministrazione da un rapporto di servizio ai fini della configurabilità della sua

responsabilità amministrativa per danni causati nell’esercizio delle proprie funzioni.

Ad avviso della giurisprudenza le pronunce del Tar sul ricorso di ottemperanza sono appellabili se

contenenti statuizioni aberranti o esorbitanti dalla funzione dell’ottemperanza, costituita dalla

sostituzione dell’amministrazione mediante l’adozione di misure attuative: in pratica, allorché il

giudice abbia risolto questioni di tipo cognitorio – pronunciando sulla regolarità del rito, sul

ricorrere delle condizioni soggettive e oggettive dell’azione, nonché sulla fondatezza della pretesa

azionata – è consentito l’appello, mentre non sono suscettibili di essere impugnate le sentenze

contenenti misure meramente attuative della pronuncia.

Teoricamente ammissibile è il ricorso in Cassazione per motivi attinenti alla giurisdizione; la

giurisprudenza ha invece affermato l’esperibilità dell’opposizione di terzo.

Nei casi di giurisdizione esclusiva il giudice dispone di peculiari poteri: sommari, istruttori,

decisori, di disapplicazione.

Occorre distinguere i poteri sommari da quelli cautelari. Essi hanno diversi presupposti di esercizio

e sfociano in atti di natura differente. I poteri cautelari servono ad evitare che in attesa della

decisione di merito la situazione dell’attore non venga irrimediabilmente compromessa ed il loro

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esercizio è subordinato alla presenza del fumus boni iuris e del periculum in mora: essi hanno

dunque funzione strumentale rispetto alla decisione di merito, assicurando provvisoriamente gli

effetti attraverso una decisione destinata ad essere assorbita nella pronuncia finale. I poteri sommari

invece sfociano nell’adozione di una pronuncia che detta una disciplina tendenzialmente definitiva

della questione. Essi mirano a ottenere in modo rapido un titolo esecutivo giusta l’idoneità del

provvedimento sommario a divenire stabile ove non sia proposta opposizione, la quale mira ad

instaurare un processo ordinario a cognizione piena.

Una volta si è ottenuta con l’art. 3 e con l’art. 8 l. 205/2000. il primo amplia notevolmente i poteri

cautelari, anche atipici del giudice amministrativo (pure in sede di giurisdizione esclusiva). Il

secondo introduce la tutela a cognizione sommaria nel processo amministrativo, ammettendo la

pronuncia di ingiunzioni di pagamento di somme liquide ed esigibili, emanate inaudita altera parte.

L’ambito di impiego dei nuovi strumenti è tuttavia strettamente connesso all’esatta individuazione

dei casi di giurisdizione esclusiva; la sentenza 204/2004 della Corte costituzionale, nel ridurne i

confini, pare determinare una corrispondente limitazione del campo di applicazione di questi

strumenti. In particolare, essi sono stati previsti per la tutela di diritti soggettivi di natura

patrimoniale, in ordine ai quali il giudice non ha più sostanzialmente giurisdizione.

In ordine ai poteri istruttori il legislatore ha inteso attribuire al giudice amministrativo in sede di

giurisdizione esclusiva strumenti analoghi a quelli spettanti al giudice ordinario. L’art. 35 d.lgs.

80/1998 in ordine alle controversie devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo

ha ora introdotto la possibilità di assumere mezzi di prova previsti dal codice di procedura civile,

nonché di disporre la consulenza tecnica d’ufficio, esclusi l’interrogatorio formale e il giuramento.

Sempre in tema di giurisdizione esclusavi al l. 10/1977 prevede la possibilità di eseguire perizie

nelle controversie relative alla materia edilizia.

Sotto il profilo dei poteri di decisione il giudice può emanare sentenze di annullamento,

accertamento nonché di condanna dell’amministrazione.

L’art. 35 d.lgs. 90/1998 con riferimento alla giurisdizione esclusiva consente al giudice di disporre

anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto; da un lato è

dunque ammesso che il giudice amministrativo conosca le controversie risarcitorie, dall’altro si

prevede il potere di disporre non solo il pagamento di una somma di denaro ma anche di ordinare un

facere.

L’articolo, al secondo comma, prevede, accanto al meccanismo della reintegrazione in forma

specifica, quello del risarcimento per equivalente, caratterizzato da un procedimento che mira a

favorire una soluzione transattiva tra le parti. In assenza di una soluzione transattiva della lite di

apre la via al giudizio di ottemperanza.

Sotto il profilo del potere di disapplicazione, secondo un recente orientamento, il giudice

amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva può disapplicare anche d’ufficio atti

amministrativi a contenuto normativo contrastanti con norme di rango superiore, ancorché non

impugnati.

In ordine all’intervento delle parti in dottrina e giurisprudenza si ritengono ammissibili le tre forme

di intervento previste dal c.p.c. (principale, litisconsortile e adesivo).

Per quanto attiene alla competenza si è deciso che, in ordine alla controversia avente ad oggetto

l’accertamento di un diritto patrimoniale, si applicano le disposizioni del c.p.c. relative alla

competenza territoriale.

L’art. 6 l. 205/2000 prevede che le controversie concernenti diritti soggettivi devolute alla

giurisdizione del giudice amministrativo possono essere risolte mediante arbitrato rituale di diritto –

parrebbe dunque esclusa la possibilità di conferire agli arbitri la potestà di decidere secondo equità

–: cade così una storica differenziazione tra tutela del diritto devoluta alla giurisdizione del giudice

ordinario e quella del diritto rientrante nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

Va notato che il riconoscimento della possibilità di devolvere ad arbitri la soluzione della

controversia riguarda tutti i diritti soggettivi, mentre i poteri sommari sopra descritti concernono i

soli diritti soggettivi di natura patrimoniale. 28

I riti speciali sono caratterizzati rispetto a quello ordinario dalla presenza di termini processuali

ridotti, dalla previsione di semplificazioni procedurali, dalla possibilità di adottare decisioni

peculiari o di definire il processo senza il passaggio in pubblica udienza.

Il rito avverso silenzio è disciplinato dalla l. 205/2000, che ha introdotto l’art. 21 bis l. Tar. Tale

norma dispone che i ricorsi avverso silenzio dell’amministrazione sono decisi in camera di

consiglio con sentenza succintamente motivata entro trenta giorni dalla scadenza del termine per il

deposito del ricorso, uditi i difensori delle parti che ne facciano richiesta. La decisione è appellabile

entro trenta giorni dalla notificazione o, in mancanza, entro novanta giorni dalla comunicazione

della pubblicazione. Nel giudizio di appello si seguono le stesse regole.

Trattasi dunque di un rito camerale in cui vengono comunque rispettati i principi del contraddittorio

e del doppio grado di giudizio. La legge non prevede un termine di costituzione per

l’amministrazione, la quale potrebbe quindi costituirsi anche all’udienza camerale.

La circostanza che si parli di sentenza succintamente motivata consente di accostare la fattispecie in

esame a quella delle decisioni in forma semplificata.

Il comma 2 dispone che in caso di totale o parziale accoglimento del ricorso di primo grado, il

giudice amministrativo ordina all’amministrazione di provvedere di norma entro un termine non

superiore a trenta giorni. Qualora l’amministrazione resti inadempiente oltre il detto termine il

giudice amministrativo, su richiesta della parte, nomina un commissario che provveda in luogo

della stessa; tale soggetto si configura come sostituto dell’amministrazione. Non è necessario un

atto di messa in mora e di diffida: così specifica l’art. 2 comma 5 l. 241/1990, che pure specifica che

l’azione può essere proposta fin tanto che perdura l’inadempimento e comunque non oltre un anno

dalla scadenza dei termini.

Il rito si applica soltanto al silenzio inadempimento. Nell’ipotesi di silenzio significativo infatti, la

tutela del ricorrente postula l’eliminazione degli effetti equipollenti a quello del provvedimento,

sicchè egli deve agire per annullare i medesimi e non già per ottenere un ordine all’amministrazione

di provvedere.

Si noti che la nomina del commissario avviene – su istanza di parte – già in primo grado: la legge

vuole dunque consentire al privato di ottenere una risposta anche ove sussista discrezionalità

dell’amministrazione. In sostanza la norma introducendo una fase cognitoria cui segue quella

eventuale di ottemperanza, pare aver introdotto una ipotesi che si avvicina in modo rilevante ad un

caso di giurisdizione di merito, ancorché sia evidente la preoccupazione di offrire un’ulteriore

possibilità di decisione all’amministrazione, evitando comunque che il provvedimento sia adottato

in via sostitutiva direttamente dal giudice. Ai sensi della l. 214 il giudice amministrativo può

conoscere della fondatezza dell’istanza.

Esistono poi altri riti speciali. Essi sono:

1. i procedimenti speciali in tema di giurisdizione esclusiva;

2. riti speciali caratterizzati dalla scelta del legislatore di abbreviare i termini per la

proposizione del ricorso (il termine di decadenza è ad esempio di novanta giorni qualora

alcune delle parti risiedano all’estero e di centocinquanta giorni se il luogo di residenza sia

fuori dall’Europa);

3. riti speciali camerali per la decisione in forma semplificata di alcune controversie;

4. rito speciale accelerato che, in determinate materie, si innesta sul procedimento cautelare,

con decisione differita del giudizio del merito in caso di ricorso che evidenzi l’illegittimità

dell’atto e la sussistenza di un pregiudizio grave e irreparabile: esso si segnala in primo

luogo per l’abbreviazione dei termini, per altro verso costituisce il possibile sviluppo di un

procedimento cautelare, caratterizzandosi per l’esercitabilità d’ufficio dei relativi poteri del

giudice. Il giudice, a fronte dell’istanza cautelare della parte, in luogo di una mera decisione

di natura cautelare assicura la decisione sul merito (non già con giudizio immediato ma) in

tempi brevi. In sostanza, la legge prevede un meccanismo di accelerazione del giudizio

29

principale relativamente ad un numero assai elevato di importanti materie (il rito concerne

infatti i giudizi aventi ad oggetto: provvedimenti relativi a procedure di affidamento di

incarichi di progettazione e di attività tecnico amministrative; provvedimenti relativi a

procedure di aggiudicazione, affidamento e esecuzione di opere pubbliche o di pubblica

utilità; di servizi pubblici e forniture; provvedimenti adottati dalle autorità amministrative

indipendenti; provvedimenti relativi alla privatizzazione o dismissione di imprese o beni

pubblici; provvedimenti di scioglimento di enti locali; controversie aventi ad oggetto atti del

Coni e delle federazioni sportive non riservate agli organi di giustizia dell’ordinamento

sportivo.

Il rito si caratterizza:

- per l’abbreviazione dei termini processuali (essi sono ridotti alla metà, salvo quelli per la

proposizione del ricorso);

- per la previsione di una decisione nel merito in forma abbreviata ma nel rispetto delle

garanzie di difesa delle parti, del principio del contraddittorio e adottabile a prescindere

dall’istanza di parte;

- per la previsione di speciali modalità di pubblicazione (il dispositivo della sentenza è

pubblicato entro 7 giorni dalla data dell’udienza, mediante deposito in segreteria) e di

impugnazione mediante l’appello (il termine è di trenta giorni dalla notificazione o

centoventi dalla pubblicazione della sentenza, senza necessità di comunicazione: la parte

può al fine di ottenere la sospensione dell’esecuzione della sentenza, proporre appello nel

termine di trenta giorni dalla pubblicazione del dispositivo);

5. rito in tema di diritto d’accesso: autonomo procedimento semplificato non avente carattere

cautelare: è preordinato all’adozione di provvedimenti non già strumentali rispetto ad un

provvedimento finale ma idonei a definire il giudizio e comunque svincolati dalla

sussistenza del presupposto del periculum in mora. Tale giudizio deve svolgersi con rito

camerale. Ai sensi dell’art. 25 l. 241/1990 che qualifica la giurisdizione del giudice

amministrativo come esclusiva, contro le determinazioni amministrative concernenti il

diritto d’accesso e contro il silenzio serbato per trenta giorni successivi alla richiesta, è dato

ricorso, nel termine di trenta giorni, al Tar, il quale decide in camera di consiglio entro trenta

giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso, uditi i difensori delle parti che

ne abbiano fatto richiesta. Il processo ha struttura impugnatoria: pertanto il termine di trenta

giorni ha natura decadenziale e il suo inutile spirare impedisce la reiterazione dell’istanza a

meno che non sopravvengano elementi di novità della fattispecie. Non è necessari la

presentazione di istanza della fissazione di udienza, anche se nella prassi, in alcuni Tar,

l’istanza viene comunque proposta. La decisione del tribunale è appellabile entro e non oltre

trenta giorni dalla notifica della stessa, al Consiglio di Stato il quale decide con le medesime

modalità e negli stesi termini. Dispone inoltre il comma 6 che in caso di totale o parziale

accoglimento del ricorso, il giudice amministrativo, sussistendone i presupposti, ordini

l’esibizione dei documenti richiesti. Il ricorrente può inoltre stare in giudizio personalmente

senza l’assistenza del difensore. Si tratta di un’azione (actio ad exhibendum) che può portare

all’adozione di una sentenza con cui si ordina un facere.

Il contenzioso elettorale si distingue in attivo (relativo alle controversie che concernono lo status di

elettore) e passivo (attinente alle controversie che riguardano il diritto a conseguire o mantenere la

carica elettiva).

Le controversie che rientrano nel contenzioso elettorale attivo sono devolute al giudice ordinario.

Il contenzioso elettorale passivo raggruppa due diversi tipi di tutela: la prima, relativa alle questioni

di eleggibilità , incompatibilità e decadenza dall’ufficio, è affidata al giudice ordinario; la tutela in

tema di regolarità delle operazioni elettorali, invece, è devoluta al giudice amministrativo sul

presupposto che in tal caso siano coinvolti interessi legittimi.

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I giudizi in materia di contenzioso elettorale sono caratterizzati dalla presenza di azioni popolari di

tipo correttivo, volte a contestare una determinata azione dell’amministrazione.

Nel contenzioso elettorale attivo la legittimazione attiva è attribuita a tutti i cittadini, ancorché non

elettori, ed al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente per territorio.

Giudice competente è la Corte d’appello in unico grado. L’azione si propone con ricorso, esente da

tasse, in calce al quale viene steso il decreto con cui il presidente della Corte d’appello fissa in via

d’urgenza l’udienza di trattazione della causa. La pronuncia della Corte, che è ricorribile in

Cassazione, decide in ordine alla titolarità dello status di elettore.

Nel contenzioso elettorale passivo la legittimazione attiva nelle controversie devolute al giudice

ordinario è riconosciuta in capo a qualsiasi cittadino elettore del comune, della provincia o della

regione, a chiunque vi abbia interesse, nonché al prefetto competente. L’azione è esente da tasse e

può esercitarsi, come la precedente, senza necessità di patrocinio legale.

Il giudizio formalmente nasce dall’impugnazione delle delibere adottate dalle assemblee elettive in

materia di eleggibilità. La causa viene decisa in camera di consiglio. È ammesso l’appello alla corte

d’appello entro venti giorni, e contro la sentenza di questa, è ammesso il ricorso in cassazione

(sempre entro venti giorni). Il tribunale, la Corte d’appello e la Corte di cassazione, ove accolgano il

ricorso, possono correggere i risultati delle elezioni e sostituire ai candidati illegittimamente e

proclamati gli aventi diritto.

Ai sensi dell’art. 6 l. 1034/1971, le controversie in materia di operazioni elettorali – comprendenti

tutte le attività attinenti alle operazioni per l’elezione dei consigli comunali, provinciali e regionali –

spettano alla giurisdizione esclusiva (Tar in primo grado e Consiglio di Stato in appello).

La legittimazione attiva è attribuita a chiunque vi abbia diretto interesse, a qualsiasi cittadino

elettore rispettivamente della regione, della provincia o del comune (trattasi infatti di azione

popolare), nonché al prefetto competente (per le elezioni regionali).

La legittimazione passiva spetta all’amministrazione interessata e a tutti coloro che sono stati

proclamati eletti.

Il ricorso deve essere depositato press la segreteria del giudice entro trenta giorni dalla

proclamazione degli eletti; il presidente con decreto steso in calce al ricorso fissa l’udienza di

discussione e nomina il relatore; entro dieci gironi dalla data del provvedimento presidenziale il

ricorso, unitamente al decreto, deve essere notificato a cura di chi lo ha proposto a chi può avervi

interesse, all’amministrazione e ad almeno uno dei controinteressati, salva l’integrazione del

contraddittorio.

Ove accolga il ricorso il giudice può annullare in tutto o in parte le operazioni elettorali e i risultati

dello scrutinio, e può sostituire ai candidati illegittimamente proclamati gli aventi diritto.

L’appello al Consiglio di Stato può essere proposto entro venti giorni decorrenti dalla notifica della

decisione (per i soggetti che sono stati parte del giudizio di primo grado) ovvero dall’ultimo giorno

di pubblicazione della sentenza nell’albo pretorio. Tutti i termini processuali sono ridotti a metà.

CAPITOLO 11; SEZIONE 1:

tra le giurisdizioni speciali assume un posto di grande rilievo la Corte dei Conti; altra giurisdizione

di notevole importanza è costituita dal Tribunale superiore delle acque pubbliche nell’esercizio

delle funzioni di giudice di unico grado. Sussistono poi numerose altre giurisdizioni che si

occupano di materie amministrative.

La Corte dei Conti esercita la giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre

specificate dalla legge (art. 103 Cost.). essa giudica delle controversie che possono insorgere in

determinate materie, con la pubblica amministrazione, sicchè è annoverata tra i giudici

amministrativi che non fanno capo al complesso Tar-Consiglio di Stato. In particolare la Corte è

titolare della c.d. giurisdizione contabile, nella quale sono tradizionalmente compresi i giudizi in

materia di responsabilità amministrativa e contabile dei pubblici funzionari (contenzioso contabile),

d pensioni civili e militari e di pensioni di guerra (contenzioso pensionistico). In base all’oggetto del

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti per l'esame di Diritto amministrativo del professor Pugliese sulla Giustizia amministrativa. La Costituzione si inserisce in un contesto caratterizzato dalla presenza di due giurisdizioni (quella del giudice ordinario, delineata dalla legge del 1865 e quella del giudice amministrativo, nata nel 1889 per sindacare la lesione di interessi legittimi).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto amministrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Pugliese Francesco.

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