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Diritto amministrativo - Domande

Domande e risposte di Diritto amministrativo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: evoluzione e disciplina risarcibilità interesse legittimo, interesse a ricorrere, i controinteressati, le condizioni dell'azione, la giurisdizione esclusiva.

Esame di Diritto amministrativo docente Prof. F. Pugliese

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avrebbe assicurato un punteggio complessivo in grado di porlo al riparo (nel senso che rimarrebbe

pur sempre prima in graduatoria) dalle conseguenze dell’eventuale annullamento pronunciato a

seguito dell’accoglimento del ricorso principale. Egli dunque, non pienamente soddisfatto

dall’esito del concorso, ma comunque vincitore, non poteva impugnarlo in quanto privo di

interesse: a seguito dell’azione esperita dal soggetto collocato in posizione deteriore, si determina

a censurare l’esito del concorso, chiedendo un annullamento per motivi diversi da quelli affermati

dal ricorrente (secondo profilo del petitum).

Il ricorso incidentale è strettamente dipendente da quello principale, sicché è inefficace quando

quello principale sta stato rinunziato o dichiarato inammissibile. Dottrina e giurisprudenza, in

ragione del carattere accessorio del ricorso incidentale, ritengono che esso sia inefficace pure nei

casi di rigetto per infondatezza del ricorso principale.

Entro il termine di trenta giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso principale, il

ricorso incidentale deve essere notificato alle altre parti nei modi prescritti per il ricorso principale,

e per quanto riguarda il ricorrente, al legale nel domicilio eletto risultante dal ricorso principale.

La giurisprudenza ammette l’impugnazione, mediante ricorso incidentale, pure di atti diversi da

quello originariamente impugnato, purchè connessi (ad esempio il regolamento, che il ricorrente in

via incidentale assume illegittimo, su cui si basa l’atto impugnato, a sua volta censurato dal

ricorrente principale di illegittimità per contrasto con quel regolamento: l’annullamento del

regolamento fa sì che il ricorso principale debba essere rigettato in quanto non esiste il contrasto

con una norma ormai annullata.

Per quanto riguarda la legittimazione attiva, l’art. 37 t.u. Cons. Stato, prevede la possibilità per le

parti alle quali il ricorso fosse stato notificato di proporre ricorso incidentale, mentre l’art. 22 si

riferisce alle altre parti interessate: la giurisprudenza ha chiarito che gli altri interessati richiamati

dall’art. 22 sono quelli ai quali sia stato notificato il ricorso principale.

Legittimato passivo è il ricorrente principale.

Le misure cautelari

Salvo alcuni casi eccezionali, l’impugnazione del provvedimento non ne sospende l’esecuzione: vi

è pertanto il rischio che, nel corso del giudizio, essa produca in modo irreversibile i propri effetti,

sicchè la decisione sul ricorso non assicurerebbe tutela alla parte. L’ordinamento prevede allora lo

strumento dell’azione volta ad ottenere misure cautelari.

Il giudizio cautelare instaurato a seguito dell’esercizio di tale azione è strumentalmente collegato a

quello di merito: esso si conclude con un’ordinanza di carattere provvisorio, proprio perché la tutela

cautelare è volta a porre rimedio ai rischi che derivano dalla durata del processo.

L’efficacia dell’ordinanza è destinata a venir meno al momento dell’emanazione della decisione che

definisce il giudizio sul merito: la decisione finale che definisce il giudizio sul merito: la decisione

finale, se di accoglimento, può confermare e assorbire l’ordinanza di accoglimento, ovvero privarla

di efficacia ove si tratti di decisione di rigetto sul merito. L’ordinanza cautelare ha dunque carattere

interinale, in quanto inidonea a stabilire una soluzione definitiva della controversia.

La tutela cautelare nel giudizio amministrativo è oggi compiutamente disciplinata dall’art. 21 l. Tar,

come sostituito dall’art. 3 l. 205/2000. l’azione può essere proposta contestualmente al ricorso e in

tal caso è notificata unitamente ad esso. La legge non prevede un termine per il deposito. L’istanza

può inoltre essere proposta separatamente dal ricorso principale (successivamente ad esso e

comunque prima della decisione sul merito): in tali ipotesi essa deve essere notificata agli interessati

e all’amministrazione con le stese forme stabilite per la notificazione del ricorso principale e

successivamente depositata presso la cancelleria del giudice. La domanda cautelare non può invece

essere proposta indipendentemente dal ricorso principale.

(tutela ante causam: Corte di giustizia Ce ha statuito che la disciplina comunitaria sugli appalti

pubblici di forniture e di lavori deve essere interpretata nel senso che gli Stati membri sono tenuti a

conferire ai loro organi competenti a conoscere dei ricorsi, la facoltà di adottare,

indipendentemente dalla previa proposizione di un ricorso di merito, qualsiasi provvedimento

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provvisorio, compresi i provvedimenti intesi a sospendere la procedura di aggiudicazione pubblica

dell’appalto. Nel settore degli appalti tale tutela è espressamente prevista dall’art. 245, d.lgs.

163/2006 Codice dei contratti pubblici, secondo cui in caso di eccezionale gravità e urgenza, tale

da non consentire neppure la previa notifica del ricorso e la richiesta di misure provvisorie,

possono essere richieste misure interinali e provvisorie che appaiono indispensabili nelle more

della proposizione del ricorso e della domanda cautelare. )

La competenza funzionale a decidere sull’istanza spetta al giudice presso il quale è instaurato il

giudizio di merito.

La decisione viene adottata dal collegio in camera di consiglio; la legge afferma che possono

intervenire i difensori che ne abbiano fatto richiesta. Il giudice pronuncia con ordinanza che motiva

in ordine alla valutazione del pregiudizio allegato, ed indica i profili che, ad un sommario esame,

inducono a una ragionevole previsione sull’esito del ricorso.

L’ordinanza ha efficacia ex nunc e dunque non elimina gli effetti già prodotti, mentre impedisce di

porre in essere atti e comportamenti esecutivi del provvedimento impugnato.

Presupposti e contenuti delle misure cautelari sono indicati nell’art. 21 l. Tar: se il ricorrente,

allegando un pregiudizio grave e irreparabile derivante dall’esecuzione dell’atto impugnato, ovvero

dal comportamento inerte dell’amministrazione, durante il tempo necessario a giungere ad una

decisione sul ricorso chiede l’emanazione di misure cautelari, compresa l’ingiunzione a pagare una

somma, che appaiono, secondo le circostanze, più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti

della decisione sul ricorso, il tribunale amministrativo regionale si pronuncia sull’istanza con

ordinanza emessa nella camera di consiglio.

La cognizione del giudice amministrativo chiamato a pronunciarsi sull’istanza volta ad ottenere la

misura cautelare investe i presupposti del periculum in mora e del fumus boni iuris.

Ai fini della sospensiva occorre cioè la sussistenza di un pregiudizio grave e irreparabile… durante

il tempo necessario a giungere ad una decisione sul ricorso: deve trattarsi del pericolo

particolarmente rilevante (perdita di un bene primario e infungibile) e di impossibile riparazione

(periculum in mora). L’irreparabilità è di norma esclusa allorché si tratti di un danno meramente

monetario ovvero consista in una mancata corresponsione di somme di denaro.

Il secondo presupposto (fumus boni iuris) è da ritenersi proprio di tutte le misure cautelari: esso,

secondo quanto emerge dall’elaborazione giurisprudenziale, ricorre allorché il ricorso sia non

manifestamente inaccoglibile. In tal modo si esclude la concessione della misura cautelare con

riferimento a provvedimento che con tutta probabilità non sarà annullato in sede di decisione sul

merito.

Il giudice opera tradizionalmente una valutazione comparativa tra pregiudizio che può derivare alla

parte dall’esecuzione del provvedimento impugnato e pregiudizio arrecato all’interesse pubblico

dalla esecuzione della misura cautelare. Tale ponderazione ricorda l’esercizio di un potere

discrezionale, anche se esso coinvolge non già tutti gli interessi implicati nella vicenda sostanziale,

bensì solo quelli affiorati sul piano processuale ed è caratterizzata dalla collocazione dell’interesse

pubblico in posizione di tendenziale parità rispetto a quello fatto valere dal ricorrente.

Circa il contenuto dell’ordinanza va osservato quanto segue: nel caso in cui dall’esecuzione del

provvedimento cautelare derivino effetti irreversibili il giudice amministrativo può disporre la

prestazione di una cauzione cui subordinare la concessione o il diniego della misura cautelare.

La concessione o il diniego della misura cautelare non può essere subordinata a cauzione quando la

richiesta misura attenga a interessi essenziali della persona quali il diritto alla salute, all’integrità

dell’ambiente ovvero ad altri – non meglio precisati – beni di primario rilievo costituzionale: questi

interessi dunque assurgono ad un livello di tutela peculiare, espressamente sancito dalla legge che

esclude sul punto la discrezionalità del giudice.

La legge prevede un rito speciale accelerato che si innesta sul processo cautelare con possibile

decisione immediata del giudizio nel merito in sede d’esame della domanda cautelare, ove

sussistano alcuni presupposti (si tratta dunque di un possibile sviluppo, indipendentemente dalla

volontà delle parti, del procedimento cautelare). 7

Istituto di creazione giurisprudenziale era anche quello dell’appello dell’ordinanza di sospensione:

contro le ordinanze dei tribunali amministrativi regionali è ammesso il ricorso in appello.

L’ordinanza era tradizionalmente considerata assoggettabile a revocazione. La recente riforma non

menziona tuttavia questa forma di impugnazione.

L’ordinanza è inoltre revocabile o modificabile.

Sotto il profilo della giurisprudenza comunitaria va ricordata la sentenza della Corte di giustizia Ce

(1990) secondo cui il giudice nazionale deve disapplicare le leggi nazionali che gli impediscono di

emettere provvedimenti provvisori di indole cautelare a tutela di diritti fondati sulle norme

comunitarie, quando ciò sia necessario al fine di garantire la piena efficacia satisfattiva della

decisione finale di merito e di assicurare una applicazione uguale ed uniforme delle norme

comunitarie nei confronti di tutti i destinatari dei vari Stati.

Periculum in mora e fumus boni iuris

Presupposti e contenuti delle misure cautelari sono indicati nell’art. 21 l. Tar: se il ricorrente,

allegando un pregiudizio grave e irreparabile derivante dall’esecuzione dell’atto impugnato, ovvero

dal comportamento inerte dell’amministrazione, durante il tempo necessario a giungere ad una

decisione sul ricorso chiede l’emanazione di misure cautelari, compresa l’ingiunzione a pagare una

somma, che appaiono, secondo le circostanze, più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti

della decisione sul ricorso, il tribunale amministrativo regionale si pronuncia sull’istanza con

ordinanza emessa nella camera di consiglio.

La cognizione del giudice amministrativo chiamato a pronunciarsi sull’istanza volta ad ottenere la

misura cautelare investe i presupposti del periculum in mora e del fumus boni iuris.

Ai fini della sospensiva occorre cioè la sussistenza di un pregiudizio grave e irreparabile… durante

il tempo necessario a giungere ad una decisione sul ricorso: deve trattarsi del pericolo

particolarmente rilevante (perdita di un bene primario e infungibile) e di impossibile riparazione

(periculum in mora). L’irreparabilità è di norma esclusa allorché si tratti di un danno meramente

monetario ovvero consista in una mancata corresponsione di somme di denaro.

Il secondo presupposto (fumus boni iuris) è da ritenersi proprio di tutte le misure cautelari: esso,

secondo quanto emerge dall’elaborazione giurisprudenziale, ricorre allorché il ricorso sia non

manifestamente inaccoglibile. In tal modo si esclude la concessione della misura cautelare con

riferimento a provvedimento che con tutta probabilità non sarà annullato in sede di decisione sul

merito.

Il giudice opera tradizionalmente una valutazione comparativa tra pregiudizio che può derivare alla

parte dall’esecuzione del provvedimento impugnato e pregiudizio arrecato all’interesse pubblico

dalla esecuzione della misura cautelare. Tale ponderazione ricorda l’esercizio di un potere

discrezionale, anche se esso coinvolge non già tutti gli interessi implicati nella vicenda sostanziale,

bensì solo quelli affiorati sul piano processuale ed è caratterizzata dalla collocazione dell’interesse

pubblico in posizione di tendenziale parità rispetto a quello fatto valere dal ricorrente.

Giudicato

Il giudicato è la decisione contenuta in una sentenza divenuta immutabile.

Anche le sentenze del tribunale amministrativo e quelle del Consiglio di Stato, a seguito

dell’esaurimento dei mezzi di gravame ordinari, ovvero della decadenza degli stessi (per decorso

del termine o per acquiescenza) acquistano efficacia di cosa giudicata.

La dottrina distingue tra giudicato in senso sostanziale e giudicato in senso formale. Il giudicato in

senso sostanziale indica il valore del giudicato come regolamento del rapporto sostanziale; il

giudicato in senso formale invece esprime il valore del giudicato consistente nella chiusura del

giudizio. Il giudicato sostanziale presuppone quello formale. Si distingue poi tra giudicato come

effetto negativo e giudicato come effetto positivo. In particolare, in base al primo profilo, rimane

precluso qualsiasi nuovo giudizio con il quale si voglia riproporre la stessa questione decisa dalla

sentenza passata in giudicato, mentre mediante il secondo profilo, si pone in luce che in ogni

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successo giudizio avente diverso oggetto, il giudice p vincolato al punto deciso con la sentenza che

ha acquistato autorità di giudicato.

Tra le pronunce del giudice amministrativo, solo le sentenze possono passare in giudicato e neppure

tutte: sono infatti suscettibili di acquistare l’autorità di cosa giudicata solo le sentenze di merito di

accoglimento.

Il giudicato non si estende agli obiter dicta e cioè alle pronunce e alle argomentazioni del giudice

contenute nella sentenza, ma estranee alla materia del contendere.

Anche le sentenze processuali, le quali esauriscono il loro effetto nell’ambito del processo, non

sono suscettibili di acquistare autorità di giudicato (esterno).

Non passano infine in giudicato le sentenze sulle questioni – estranee all’oggetto del processo –

pregiudiziali di rito e sulle altre questioni pregiudiziali decise incidenter tantum.

In tema si limiti oggettivi del giudicato va osservato che gli effetti della sentenza non possono che

riguardare l’atto oggetto di impugnativa: si tende peraltro a ritenere ammissibile che l’annullamento

di un atto presupposto determini l’automatica caducazione degli atti consequenziali.

Quanto ai limiti soggettivi del giudicato, la sentenza ha valore di giudicato solo per le parti.

L’amministrazione ha però la facoltà di estendere il giudicato agli estranei al giudizio che si trovino

in una posizione analoga a quella del ricorrente.

Il giudizio d'ottemperanza

L’amministrazione ha l’obbligo di conformarsi al giudicato.

Non tutte le sentenze necessitano di attività esecutiva dell’amministrazione. Nei casi caratterizzate

dalla sussistenza del dovere di agire l’amministrazione deve conformarsi agli effetti della sentenza

divenuti incontrovertibili, mutando la realtà giuridica o quella materiale alla stregua di quanto

deciso. In particolare, nelle ipotesi di annullamento del provvedimento, il soggetto pubblico è tenuto

ad osservare il vincolo conformativo scaturente dal giudicato; in sintesi, l’amministrazione deve: -

osservare la regola di diritto stabilita dalla sentenza; - porre in essere i necessari atti di natura

attuativa della sentenza.

Qualora l’amministrazione non ottemperi al giudicato è data la possibilità all’interessato di

utilizzare il rimedio del ricorso diretto ad ottenere l’adempimento dell’obbligo di conformarsi, per

quanto riguarda il caso deciso, al giudicato (comunemente si parla di ricorso per l’ottemperanza;

oggi l’espressione giudizio di ottemperanza è impiegata dalla l. 205/2000, che ne ha esteso

l’applicabilità anche alle sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato e delle

ordinanza cautelari). L’azione per l’ottemperanza è esercitabile sia per ottenere la rimozione

dell’atto dichiarato illegittimo dal giudice civile, sia per ottenere coattivamente l’attuazione del

comando contenuto nella sentenza – sempre del medesimo giudice- di condanna al pagamento di

somme, nonché per l’esecuzione delle sentenze del giudice amministrativo passate in giudicato o

non sospese.

La giurisprudenza ha ultimamente esteso il rimedio ai giudicati dei giudici amministrativi speciali.

Per quanto attiene alle sentenze amministrative, il ricorso può essere impiegato non solo nei casi di

sentenza di annullamento e di condanna, ma pure nelle ipotesi delle sentenze dichiarative.

L’obbligo di eseguire le decisioni sorge direttamente dalle medesime. L’obbligo non deve pertanto

essere riaffermato, definito o accertato nel processo amministrativo di esecuzione: tuttavia ciò non

esclude l’esistenza in tale giudizio di un momenti cognitorio, diretto a verificare la sussistenza dei

presupposti per l’intervento del giudice – in particolare l’inadempimento.

Il ricorso in ottemperanza costituisce l’ipotesi più importante di giurisdizione di merito: il giudice

può infatti sostituirsi all’amministrazione nell’esercizio dei poteri amministrativi.

I presupposti del giudizio di ottemperanza sono:

- sussistenza di una sentenza passata in giudicato (come s’è visto, il rimedio è ora esperibile anche

per le sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato);

- inadempimento della pronuncia. 9

La giurisprudenza ha ampliato il concetto di inadempimento, accostando alla semplice inerzia non

solo l’adempimento parziale e incompleto, ma pure il comportamento elusivo, da cui risulti in modo

in equivoco e obiettivo la volontà di sottrarsi agli obblighi scaturenti dalla pronuncia. In questi casi

dunque, nonostante l’emanazione di un atto amministrativo, il ricorrente deve esperire il ricorso per

l’ottemperanza e non l’ordinario ricorso di legittimità.

L’art. 21 septies l. 241/1990 dispone che le questioni inerenti alla nullità dei provvedimenti in

violazione o elusione del giudicato sono attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice

amministrativo.

In sintesi, sembra che il regime dovrebbe essere il seguente:

- l’atto in violazione di giudicato è nullo e apre la via al giudizio di ottemperanza;

- l’atto elusivo del giudicato è nullo; del pari apre la via all’ottemperanza: il relativo giudizio,

in tali casi, si configura come giurisdizione di merito ed esclusiva;

- rimane il problema dell’atto successivo al giudicato illegittimo per motivi diversi dal

contrasto con la statuzione giurisdizionale: sembra preferibile ammettere la mera

illegittimità (e non la nullità) e la contestabilità secondo le regole del ricorso di legittimità.

- In ordine ai casi con cui si dispone il risarcimento dei danni l’art. 35 d. lgs. 80/1998 con

riferimento alla giurisdizione esclusiva, consente al giudice di disporre anche attraverso la

reintegrazione in forma specifica il risarcimento del danno ingiusto; il giudice

amministrativo può stabilire i criteri in base ai quali l’amministrazione pubblica o il gestore

devono proporre a favore dell’avente diritto il pagamento di una somma entro un congruo

termine. Nel caso le parti non giungano ad un accordo può essere chiesta la determinazione

della somma dovuta. In questa ipotesi il presupposto del ricorso per l’ottemperanza non è

l’inadempimento ma il mancato raggiungimento dell’accordo sulla somma dovuta

dall’amministrazione a titolo di risarcimento del danno.

La competenza è distribuita tra Tar e Consiglio di Stato. Il Tar è competente a conoscere dei ricorsi

per l’esecuzione delle proprie sentenze non sospese dal Consiglio di Stato, nonché del giudicato

formatosi sulle proprie sentenze per decorrenza dei termini per impugnare, ovvero nei casi in cui la

propria decisione sia stata confermata in appello dal Consiglio di Stato.

La competenza spetta invece al Consiglio di Stato per l’esecuzione delle proprie decisioni che

abbiano annullato o riformato la sentenza di primo grado; nonché per i ricorsi per l’esecuzione del

giudicato di altre giurisdizioni (Corte di cassazione, tribunale superiore delle acque); il Consiglio è

infine competente in ordine ai ricorsi per l’esecuzione dei giudicati del giudice ordinario allorchè

l’autorità che deve adempiere svolga un’attività che trascende l’ambito della circoscrizione di un

Tar.

Il ricorso può essere proposto da coloro che furono parti nel giudizio concluso con la sentenza da

ottemperare. Legittimata passiva è l’amministrazione che fu parte nel giudizio.

La parte deve previamente notificare un atto di messa in mora all’amministrazione (diffida ad

adempiere), avvertendo che in mancanza di esecuzione si procederà alla proposizione del ricorso di

ottemperanza. Questo adempimento non è ritenuto necessario nei casi in cui l’amministrazione

abbia espressamente dichiarato di non voler eseguire la sentenza ovvero abbia adottato l’atto

dichiaratamente in esecuzione della sentenza. Una volta trascorso il temine di trenta giorni dall’atto

di messa in mora il ricorso deve essere proposto entro il termine decennale di prescrizione ordinaria.

Non è previsto che il ricorso sia notificato ad altri soggetti, non assicurando il contraddittorio tra le

parti. La giurisprudenza ha riconosciuto la necessità del rispetto del contraddittorio anche nella fase

dell’ottemperanza mediante la notificazione del ricorso all’amministrazione intimata e al soggetto

che originariamente rivestiva la qualità di controinteressato.

Si ritiene che la sentenza del giudice, previo accertamento dell’inadempimento, nel caso in cui

accolga il ricorso, possa volta a volta annullare o revocare gli atti posti in violazione della

statuizione, ordinare di porre in essere gli adempimenti necessari per dare esecuzione, ordinare

interventi sostitutivi, ovvero addirittura direttamente sostituirsi all’amministrazione.

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Spesso il giudice, allo scopo di far adottare in via sostitutiva l’atto, procede contestualmente o meno

alla fissazione all’autorità di un temine per ottemperare, alla nomina di un commissario ad acta

(solitamente si tratta di un funzionario di livello superiore della stessa amministrazione o di un altro

ente).

Ad avviso della giurisprudenza le pronunce del Tar sul ricorso di ottemperanza sono appellabili se

contenenti statuizioni aberranti o esorbitanti dalla funzione dell’ottemperanza, costituita dalla

sostituzione dell’amministrazione mediante l’adozione di misure attuative: in pratica, allorché il

giudice abbia risolto questioni di tipo cognitorio – pronunciando sulla regolarità del rito, sul

ricorrere delle condizioni soggettive e oggettive dell’azione, nonché sulla fondatezza della pretesa

azionata – è consentito l’appello, mentre non sono suscettibili di essere impugnate le sentenze

contenenti misure meramente attuative della pronuncia.

Teoricamente ammissibile è il ricorso in Cassazione per motivi attinenti alla giurisdizione; la

giurisprudenza ha invece affermato l’esperibilità dell’opposizione di terzo.

Commissario ad acta

Spesso il giudice, allo scopo di far adottare in via sostitutiva l’atto, procede contestualmente o meno

alla fissazione all’autorità di un temine per ottemperare, alla nomina di un commissario ad acta

(solitamente si tratta di un funzionario di livello superiore della stessa amministrazione o di un altro

ente). Si discute se si tratti di un organo straordinario dell’amministrazione, di organo ausiliario del

giudice oppure ancora di organo misto, in parte ausiliario del giudice, in parte organo

dell’amministrazione.

Seguendo la prima tesi i suoi atti dovrebbero considerarsi veri e propri atti amministrativi

impugnabili in sede di giurisdizione di legittimità e annullabili in via di autotutela da parte

dell’amministrazione. Secondo la giurisprudenza peraltro i provvedimenti del commissario non

sono impugnabili in via autonoma ma contestabili con un ricorso integrativo davanti allo stesso

giudice dell’ottemperanza, il quale conserva il potere di intervenire ad istanza delle parti e può

disattendere le conclusioni cui sia pervenuto il commissario. Ogni contestazione che provenga

invece da soggetti terzi deve essere proposta in un nuovo giudizio di cognizione.

In sintesi, accogliendo la tesi dell’organo ausiliario del giudice, si consente all’amministrazione di

impugnare l’atto del commissario, si esclude che la stessa possa esercitare poteri di autotutela e si

apre la via al giudizio di ottemperanza che rientrando nella giurisdizione di merito, permette di

esaminare anche l’opportunità dell’atto del commissario. La tesi dell’organo ausiliario non è

compatibile con la condivisibile opinione della Cassazione secondo cui il commissario sarebbe

legato all’amministrazione da un rapporto di servizio ai fini della configurabilità della sua

responsabilità amministrativa per danni causati nell’esercizio delle proprie funzioni.

Il rito avverso il silenzio

Il rito avverso silenzio è disciplinato dalla l. 205/2000, che ha introdotto l’art. 21 bis l. Tar. Tale

norma dispone che i ricorsi avverso silenzio dell’amministrazione sono decisi in camera di

consiglio con sentenza succintamente motivata entro trenta giorni dalla scadenza del termine per il

deposito del ricorso, uditi i difensori delle parti che ne facciano richiesta. La decisione è appellabile

entro trenta giorni dalla notificazione o, in mancanza, entro novanta giorni dalla comunicazione

della pubblicazione. Nel giudizio di appello si seguono le stesse regole.

Trattasi dunque di un rito camerale in cui vengono comunque rispettati i principi del contraddittorio

e del doppio grado di giudizio. La legge non prevede un termine di costituzione per

l’amministrazione, la quale potrebbe quindi costituirsi anche all’udienza camerale.

La circostanza che si parli di sentenza succintamente motivata consente di accostare la fattispecie in

esame a quella delle decisioni in forma semplificata.

Il comma 2 dispone che in caso di totale o parziale accoglimento del ricorso di primo grado, il

giudice amministrativo ordina all’amministrazione di provvedere di norma entro un termine non

superiore a trenta giorni. Qualora l’amministrazione resti inadempiente oltre il detto termine il

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giudice amministrativo, su richiesta della parte, nomina un commissario che provveda in luogo

della stessa; tale soggetto si configura come sostituto dell’amministrazione. Non è necessario un

atto di messa in mora e di diffida: così specifica l’art. 2 comma 5 l. 241/1990, che pure specifica che

l’azione può essere proposta fin tanto che perdura l’inadempimento e comunque non oltre un anno

dalla scadenza dei termini.

Il rito si applica soltanto al silenzio inadempimento. Nell’ipotesi di silenzio significativo infatti, la

tutela del ricorrente postula l’eliminazione degli effetti equipollenti a quello del provvedimento,

sicchè egli deve agire per annullare i medesimi e non già per ottenere un ordine all’amministrazione

di provvedere.

Si noti che la nomina del commissario avviene – su istanza di parte – già in primo grado: la legge

vuole dunque consentire al privato di ottenere una risposta anche ove sussista discrezionalità

dell’amministrazione. In sostanza la norma introducendo una fase cognitoria cui segue quella

eventuale di ottemperanza, pare aver introdotto una ipotesi che si avvicina in modo rilevante ad un

caso di giurisdizione di merito, ancorché sia evidente la preoccupazione di offrire un’ulteriore

possibilità di decisione all’amministrazione, evitando comunque che il provvedimento sia adottato

in via sostitutiva direttamente dal giudice. Ai sensi della l. 214 il giudice amministrativo può

conoscere della fondatezza dell’istanza.

Giudizio di conto

Ai sensi dell’art. 45 t.u. Corte dei conti, la presentazione del conto giudiziale costituisce l’agente in

giudizio.

Il giudizio di conto, avente ad oggetto l’accertamento della responsabilità contabile e della

regolarità delle partite del conto, costituisce dunque un esempio di processo avente il carattere della

necessarietà, atteso che il rendiconto è imposto dalla legge e il giudizio di instaura a prescindere

dalla sussistenza di una controversia, per effetto della sola trasmissione del conto.

Nel caso in cui il contabile non adempia all’obbligo del rendiconto il procuratore che abbia notizia

del fatto può promuovere un autonomo giudizio (giudizio per la resa del conto) che in senso proprio

tende a consentire l’instaurazione del diverso giudizio di conto.

Dopo che il conto è stato depositato spontaneamente, ovvero a conclusione del giudizio per la resa

del conto, prende avvio il giudizio di conto in senso proprio.

Se il relatore designato dal presidente della competente sezione accerta la regolarità del conto e non

sussiste l’opposizione del procuratore, il conto viene approvato dal presidente della sezione con

decreto di discarico. In questo caso il giudizio, privo di vero contraddittorio, si accosta ad un

procedimento più propriamente amministrativo.

Nel caso in cui invece la relazione concluda per la condanna o l’adozione di altri provvedimenti

definitivi o interlocutori, ovvero esista dissenso tra la relazione del magistrato relatore e le

conclusioni del procuratore, su istanza del procuratore stesso viene fissata l’udienza di discussione

dal presidente della sezione con decreto notificato alle parti.

In udienza il magistrato relatore espone la propria relazione e l’avvocato dell’agente può

intervenire; dopo le conclusioni orali del procuratore la sezione emette la decisione. Può trattarsi di

una decisione di discarico – se si riconosce il saldo del conto – o di condanna dell’agente, previa

liquidazione del debito. In tale ipotesi dunque il giudizio di conto assume caratteri propriamente

contenziosi.

La decisione di condanna viene trasmessa in forma esecutiva al procuratore regionale, il quale la

comunica all’amministrazione interessata affinché questa provveda alla riscossione delle somme

dovute dall’agente.

Ove la proposta del relatore sia nel senso della condanna del contabile e l’addebito non superi i

cinque mila euro può trovare applicazione il procedimento monitorio e dunque vi è la possibilità di

una conclusione del processo che eviti il giudizio della sezione: il presidente può determinare la

somma che il contabile deve pagare a tacitazione del suo debito e il giudizio della Corte ha luogo

solo in caso di mancata accettazione del contabile di tale determinazione entro un termine

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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto amministrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Pugliese Francesco.

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